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sabato 17 luglio 2021

Ma le violenze sui detenuti erano ordinate

Si scrive molto delle violenze nelle carceri, contro i detenuti. Ogni giorno si scopre un caso nuovo. Ma non si dice - nessuno lo scrive - che non sono stato abusi di questa o quella guardia carcerarie, o di gruppi di guardie sadiche, ma di una risposta politica alle proteste carcerarie due anni fa. Alimentate, anche questo non si dice, dal mancato indulto dopo le elezioni politiche del 2018.
Una riposta gestita dal Dap, il dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia. Non all’insaputa del governo Conte-Bonafefe, anzi su sue direttive.
Non ci sono stati altri casi prima. Non in occasione di altre rivolte carcerarie, anche piu disordinate e violente. Non se ne è saputo nulla se non dopo il governo Conte-Bonafede. E ancora, con difficoltà. Mentre quello che ci fanno vedere, che era possibile vedere già .da tempo del carcere napoletano, è raccapricciante.

Ecobusiness

“L’altro giorno  la Commissione europea ha comunicato che anche le produzioni di nicchia, Ferrari, Lamborghini. Maserati, McLaren, dovranno adeguarsi entro il 2030 al full electric – tra nove anni cioè: “Questo significa che a tecnologia costante, con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo”. A lamentarsi non è un arcigno difensore dell’inquinamento, né un patito dei motori rombanti, ma il ministro per la Transizione Ecologica, Cingolani. Uno scienziato che sa di che si parla. Motor Valley significa un distretto industriale padano ad alta tecnologia, senza concorrenti al mondo.
Cingolani si era già segnalato per dire quello che tutti sanno – ma non si scrive: “Se milioni di italiani continuano a circolare su Euro 0, o 1 o 2, non è è perché amano le auto inquinanti ma perché non possono permettersi una ibridi o una full electric”. Ma soprattutto, cosa che solo questo sito sembra dì sapere prospettare: “Anche ammesso che domani riuscissimo a trasformare il parco auto, non avremmo energia rinnovabile a sufficienza”. Ricaricheremmo le batterie con elettricità da combustibili fossili - con  molta elettricità, da molti combustibili fossili.
Si firmano carte belle e impegnative, e si organizzano G20 per acqua e aria pulite, ma non di dice la verità: che tre quarti della CO2 è messa in circolo da Cina e India, con la Russia, l’Australia e gli Stati Uniti di supporto. Gli accordi di Parigi non sono una questione di buona volontà personale, di chiudere l’interruttore della luce, o lavorare senza condizionatori, e senza riscaldamento.

Che fecero insieme Virginia e Vita, la “nota saffista”

Una prima, una chicca: una recensione grafica del volume di lettere scambiate tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West “per circa venti anni”, con estratti dai diari delle due scrittrici, e lettere di Vita al marito Harold Nicolson in cui gli parla di Virginia: “Love Letters: Vita and Virginia”. Divertita e divertente. Ironica, ma corretta: “Per due scrittori che si appuntavano tutto è strano che ci sia così poco di scritto sui loro incontri intimi”. Da ex adolescente rapita dalla storia d’amore tra due scrittrici: “Il fatto che fossero entrambe donne, e sposate a uomini non faceva che acuire la mia visione romantica del loro rapporto”, didascalia della vignetta in cui Virginia dice: “Siamo sposate ad altre per9sone”, e Vita obietta: “Ma tu sei la mia vera vita”, due fumetti con asterisco: “Citazioni non vere”. Sottinteso: il rapporto ci fu, ma di amore, di amicizia? È per questo, nota subito Pierre, che non si è fatto il film del loro amore? O perché Vita non è un “artista” come lo è Virginia  - “la «statura» di Virginia in quanto artista è riflessa nell’uno novanta dell’attrice Elizabeth Debicky!” (il film è stato appena fatto, “Vita&Virginia”, ma senza scene calde, e Debicky sovrasta Gemma Atherton di tutta la testa).
L’attrazione c’è, al primo incontro Vita scrive di Virginia al marito come di una grande scrittrice, comunque originale, mentre Virginia annota le “belle gambe” di Vita, con altre caratteristiche meno lusinghiere, e la nobiltà: “È florida, mostacciuta, colorata a pappagallo, con tutta la facile naturalezza dell’artistocrazia. … Conosce tutti. Potrò io mai conoscere lei?”. Vita ha trent’anni, Virginia quaranta, praticamente zitella. E poi, Virginia annota ancora, “nota saffista” – il “mostacciuta” ritornerà in altri appunti. Ma era anche ghiotta di uomini: col marito fece due figli, uno lo fece a 22 anni, uno a 25,  dopodiché ognuno andò a letto con chi volle. Nella breve relazione epistolare con Virginia, Vita ne ebbe una molto carnale con Violette Trefusis.
Il punto più intimo del rapporto è forse una notte che le due amiche avrebbero passato insieme, quando Virginia andò a trovare Vita nella sua proprietà sontuosa di Sissinghurst: una notte che Virginia annota nei diari con un punto esclamativo. O forse solo “Orlando”, che Virginia dedicò a Vita, su cui (sull’idea che Virginia aveva di Vita) era modellato il gentiluomo che visse molti secoli, sempre al centro degli eventi, alcuni secoli da uomo e altri da donna.
Summer Pierre, cartoonist umorista, ha in cascina un album “Sylvia Plath’s Last Plan” e un “Great Gals: Inspired Ideas for Living a Kick-Ass Life”.
Summer Pierre, The Love Letters of Virginia Woolf and Vita Sackville-West, “The New Yorker”, 16 luglio, free online

venerdì 16 luglio 2021

Il mondo com'è (429)

astolfo

Afghanistan – Col ritiro delle truppe americane e della coalizione dei “volenterosi”, Italia compresa, avrà sconfitto in venti anni anche gli Stati Uniti – se non la Nato. Dopo aver sconfitto in dieci anni la Russia, nella formazione accresciuta di Unione Sovietica, piena cioè di soldati asiatici, limitrofi e buoni conoscitori dell’Afghanistan. E due volte gli inglesi. Gli occupanti vi trovano sempre una sponda, ma impraticabile. Fin da quando fu “scoperto”, nel Settecento, quale “via di terra verso le Indie”.
Nella seconda metà del secolo, con Ahmed Shah, della dinastia Durrani, le forze afghane si spinsero fino a Delhi, che tennero per alcuni anni anche contro gli inglesi. Quello creato da Ahmed Shad Abdali, poi Durrani, fu lo Stato islamico più grande, dopo l’impero ottomano, e si considera l’evento fondatore dell’Afghanistan.
Tra il 1839 e il 1842 si svolse il primo conflitto diretto con l’Inghilterra – il primo del Grande Gioco kiplinghiano, di “Kim”. L’ armata dell’Indo” ebbe la  meglio sui regnanti afghani, ma non per molto: dopo un anno Kabul insorse (secondo i cronisti britannici per difendere l’onore delle proprie donne…), la rivolta dilagò in tutto il paese, e i sedicimila britannici militari e civili del contingente di occupazione finirono variamente massacrati. La ritirata inglese da Kabul, disastrosa, fece molta impressione nelle cronache dell’epoca.
Londra si contentò poi di governare tramite principi afghani. Fino al novembre 1878, quando tre colonne militari britanniche provarono nuovamente a occupare l’Afghanistan. In questo caso per prevenire temute ingerenze russe. Questa seconda guerra afghana, condotta per i britannici con grande energia dal generale Roberts, fu un seguito di sconfitte per i rivoltosi afghani e i loro capi – pur facendo la tara del clima jingoista del tardo vittorianesimo, del colonialismo che si voleva vincitore, oltre che civilizzatore. Ma non risolse l’ostilità afghana agli inglesi, come a qualsiasi forma di occupazione. Si affermava con la marcia di Roberts il principio che solo l’Inghilterra contava nella regione, e non la Russia: Londra lasciò l’Afghanistan sostanzialmente libero, sotto un forma blanda di protettorato.
Una terza guerra anglo-afghana si registrò a chiusura del primo conflitto mondiale, nel 1919. L’Afghanistan attaccò le truppe britanniche in India. Londra negoziò il ritiro dall’Afghanistan e l’indipendenza fu proclamata.   
 
Teatro delle ultime due guerre coloniali, quella sovietica, da fine 1979 a inizio 1989, e quella americana, con i “volenterosi” (tra cui l’Italia) dal 2001 al 2021, invasioni che ha respinto, l’Afghanistan è un paese chiuso. A connotazione fortemente tribale. Cioè diviso all’interno. Tenuto assieme inizialmente come possedimento regale, nell’ultimo secolo dalla difesa contro le occupazioni straniere. La sua occupazione da parte delle potenze straniere è sempre stata agevole, ma non duratura, la resistenza finisce presto per prevalere. La sua storia registra invasioni da tutte le potenze circostanti: medi, persiani, greci (Alessandro Magno), unni, arabi, mongoli, turchi, prima degli inglesi. A due riprese gli inglesi li hanno sconfitti, venendo dall’India: superato il Khyber Pass, e occupato Kabul. Entrambe le volte sono stati respinti, la prima con perdite gravi.
Ma lo stranero non è malvisto. L’Afghanistan è anzi tesoro di accoglienza per viaggiatori singoli, che tutti non sanno altro che dirne le lodi, Robert Byron, Bouvier, Chatwin, Peter Levi, Schwarzenbach, Maillart – qualcuno\a anche senza l’oppio. Meta si direbbe privilegiata dei narratori di viaggi, anche se le comunicazioni sono difficili e gli alloggi di fortuna.
L’imperatore indiano Zahar Eddine Babur (la tigre) che a fine ‘400 finì prigioniero a Kabul, ha lasciato nelle “Memorie”, redatte in “turco djakati” nel 1501 a Kabul, lodi ripetute e esagerate della città e dellì’Afghanistan: del clima, i frutti, i commerci, le popolazioni. Anche se vi fa anche “molto freddo”. E le popolazioni sono”variate”: Turchi, Aïmak, Arabi, Tagiki, Bereki, Afghani. Che parlano “undici-dodici lingue”, l’arabo, il persiano, il turco, il mongolo, l’hindi, l’afghano.
 
“Lawrence d’Arabia in persona”, secondo al principessa India, “Bibi Jan”, la novantaduenne figlia dell’ultimo re afghano, Amanullah, stazionato sotto falso nome tra il 1928 e il 1929 come ufficiale della Raf nella cittadina pakistana di Miran Shah, nel Waziristan del Nord, a ridosso della frontiera afghana, a prezzolare i mullah conservatori, contrari all’istruzione delle ragazze e all’ammissione delle donne negli ospedali. Facendo circolare nei villaggi fotomontaggi della regina, Soraya, la madre di India “Bibi Jan”, ministro della Pubblica Istruzione, con la testa della regina in alto e sotto un corpo di donna nudo. La missione afghana di Lawrence d’Arabia non trova concordi gli storici della spia. Ma la coppia regale innovatrice, Soraya e Amanullah, dovette lasciare il Paese. Le aperture del re Amanullah, nel quadro di una politica di affrancamento dall’Inghilterra (che lo aveva portato ad avere ottimi rapporti anche con l’Italia, con la famiglia reale), aveva spinto Londra a sostenere i mullah conservatori. L’emiro Amanullah che si era fatto, avviando dopo la guerra, nel 1919, l’Afghanistan all’indipendenza dopo il protettorato inglese, re costituzionale dal 1924, per sua stessa decisione, dieci ani dopo era già costretto all’abdicazione, e all’esilio. A Kandahar, poi in  India, infine a Roma: siccome aveva allacciato buoni rapporti con i Savoia, fini, con la figlioletta appena nata India, a Roma – dove poi ha passato tuta la sua vita, in via Orazio 14.  
A
  Giuliano Battiston, per “il Venerdì di Repubblica”, la principessa India ha raccontato che, durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, ebbe a litigare col Pci bolognese, il quale non gradiva i feriti afghani all’ospedale ortopedico Rizzoli “perché avrebbero mostrato l’inciviltà di Mosca”.
 
Big Bang
– Anticipato, come si dice, da E.A.Poe nel racconto “Eureka”, la sua individuazione e definizione è di un prete belga, il fisico Georges Lemaître, che nel 1927 ne formulava l’ipotesi, “dell’atomo primigenio”, poi nota come Big Bang: il mondo derivato dall’esplosione di un atomo Big Bang) 10-20 miliardi di anni fa. Ipotesi poi confermata sperimentalmente dalla “legge di Hubble”.
Lemaître la correda con la costante cosmologica, già proposta da Einstein ma da questi poi abbandonata. Un’ipotesi confermata nel 1998, trentadue anni dopo la morte di Lemaître, con la scoperta dell’accelerazione dell’espansione dell’universo, opera dei cosmologi Perlmutter-Schmidt-Riess – premi Nobel per la Fisica 2011.

astolfo@antiit.eu

L’umanità era finita nel 2012

Nel Novecento era divenuto facile “procurarsi da mangiare” , e “la popolazione mondiale cresceva a dismisura”. Ma “più uomini c’erano, più vivevano ammassati, e più vivevano ammassati, più nuove specie di germi diventavano malattie”. Tante che non si faceva in tempo a diagnosticarle e analizzarle: “Il mondo microrganico rimase fino all’ultimo un mistero”.
“Fino all’ultimo”, cioè ci fu una fine: “I batteriologi sapevano dell’esistenza di un mondo del genere” ma non di più. “Sapevano che di tanto in tanto emergevano stuoli di nuovi germi intenzionati a uccidere gli uomini”. Tanti da non potersi contare, anche perché “nuove specie di germi” si generavano in continuo. A un certo punto muoiono tutti, eccetto il nonno – che ha il compito di raccontarci l’ultimo atto – perché “immune”.  
Non è una storia da pandemia, da coronavirus, con i batteriologi in batteria sugli schermi a spiegare l’inspiegabile -ma ci somiglia. È il racconto probabilmente più letto, di London e della peste: è il racconto che ha più edizioni, dalle Paoline alla Einaudi. Un racconto che non è un racconto in realtà se non di una umanità ridotta a pochi ragazzi ignoranti e selvaggi nel 2073, a cui il nonno sopravvissuto alla peste scarlatta che ha decimato gli esseri umani nel 2013 racconta la sua casuale sopravvivenza. La California, dove i ragazzi selvaggi vagano fra rottami e vapori, è una sterpaglia, gli orsi vi s’aggirano, e i lupi. La peste è detta scarlatta perché le persone diventavano rosse e morivano. Il motivo? Non si sa.

London si è voluto cimentare nel genere catastrofico, dopo il successo nel 1901 di Matthew Shiel con “La nube purpurea”, una delle prima narrative post-apocalittiche. Nel 1912, informa Ottavio Fatica, che ha curato questa riedizione, l’anno della “peste scarlatta”, era l’“anno della fine del mondo per la setta dei survivalists, che ricava il dato dalla Bibbia, e per altri che si rifanno invece a profezie maya”. Il 2012 è passato più o meno indenne – Fatica scriveva nel 2009 – ma non del tutto, con la peste aviaria, e quella suina. E se poi il 2012 si legge 2021…
Non un racconto appassionante – se non per la parte scientifica, della batteriologia inerme. Immaginava meglio London qualche anno prima, nel 1908, col “Tallone di ferro”, scrivendo in chiave politica, che conosceva meglio: una rivoluzione reazionaria, che avrebbe preso il potere, nel 1932.
Jack London, La peste scarlatta, Adelphi, pp. 94 € 9

giovedì 15 luglio 2021

Problemi di base al femminile - 648

spock


“L’amore non è un sentimento onorevole”, Colette?
 
“Non sorridiamo perché qualcosa di buono è successo, ma qualcosa di buono succederà perché sorridiamo”, detto giapponese?
 
“Dio allevia molte pene, se non ci fosse bisognerebbe incontrarlo”, Valérie Perrin?
 
“La sepoltura più bella è la memoria degli uomini”, Claire Malraux?
 
“I re sono scomparsi ma i cortigiani sono rimasti”, Chanel (Paul Morand)?
 
“La moda  deve morire e morire presto, affinché il commercio possa vivere”, idd.)?
 
“La tenerezza suppone l’esclusione del desiderio”. M. Duras?
 
spock@antiit.eu

C’è un’altra Europa a Est di Trieste

A cinquant’anni, senza allenamento, con qualche dolorino, Paolo Rumiz parte col figlio Michele, sedicenne, per un gita in bicicletta da Trieste fino a Vienna. Farà poi Trieste-Kiev e Berlino-Istanbul in treno, il Danubio su chiatta, l’Adriatico ex Dalmazia in automobile. Nell’“Oriente”, l’Europa ha ancora un Oriente. Anche se qualcuno, lamenta Rumiz, lo vuole ridurre a Est, una sigla. Ma il “viaggio” di questi racconti è fisico, esemplato dalla bici – si conclude col “profondo Nord-Est” in bici: si fatica, ma si capisce forse di più, comunqne si assapora, la fatica è una morfina.
Uno dei primi titoli di Rumiz viaggiatore. Scritti in gran parte per “la Repubblica” nei tardi anni 1990 – Rumiz sarà stato il grande acquisto di Scalfari al suo quotidiano, se non l’unico, la promessa che diventa un campione. Senza dimenticare il gusto e la sensibilità per i Balcani, per la storia recente e la politica. In Italia purtroppo ancora terra incognita benché limitrofa. Nonché un grande mercato, dalla Slovenia all’Ungheria, le cui aperture sono dall’Italia ignorate. La miseria dell’asse ferroviario europeo n.5, Milano-Trieste-Lubiana-Budapest, a fronte del velocissimo e trafficatissimo Parigi-Monaco-Vienna-Budapest è perfino esilarante, roba da farsa.
Ma con Rumiz più di tutto si viaggia nella natura fisica: le carte al 100 mila, anche al 50, in dettaglio, programmate toponimo per toponimo, poca gastronomia, il giusto, e Borges, Shakespeare, i geni dei luoghi. Un sacrificio s’immagina, in bici o anche in treno, fissare dei tanti viaggi,  mentalmente e magari su carta, le impressioni piccole e grandi, faticoso. Ma il racconto scivola senza frizioni, lieve anzi, al lettore chiedendo solo uno sguardo posato. Per un’invenzione  che sa di realismo, di cose – di cose viste, in tralice.
Magistrale l’analisi delle Venezie, Friuli compreso, il più leghista di tutti. Investitrice e incerte. Ottimiste e ansiose. “Il mestiere che tira di più al Nord è lo strizzacervelli” – “in Veneto gli psicologi crescono al ritmo di 160 unità all’anno” (“tutti ne hanno bisogno: famiglie, aziende, associazioni, enti pubblici”). Di una scissione catastrofica. Non si circola, ogni giorno ovunque è “il solito spaventoso ingorgo di camion”, perché gli stessi comuni che chiedono insistentemente una viabilità migliore hanno impedito gli espropri per realizzarla”. Una protesta che si avvita su se stessa: “È come per gli immigrati. In Veneto chi invoca manodopera straniera e chi grida contro gli extracomunitari non sono affatto due persone diverse”. I Rumeni, che allora passavano per clandestini, “non ne possono più. E spesso sono i migliori” – questo “Oriente” è “una sensazione di deriva e di fuga”.Ma, poil, il “veneto” e “friulano” volentieri cedono il passo al ladino. A valle a monte  tutti ladini da qualche tempo. Per lucrare sui benefci europei a protezione delle minoranze. Anche nel Trentino, che è già “la regione più assistita d’Italia”.
L’Ucraina è già divisa nel 1999. Da un “nazionalismo malato”, contro gli ebrei, contro i russi. Finanziato dalla “diaspora negli Stati Uniti che passa fondi agli ultras per tenere l’Ucraina lontana da Mosca”. O l’oblio in agguato nella memoria tedesca, che si è fatta corta, cortissima. Proiettata com’è solo sull’economia, sul lavoro ben fatto e redditizio, “anche per la gente di sinistra” – “il cancelliere Schröder considera la politica un service dell’economia”, Rumiz si fa dire: “Prende atto che in  Germania l’orgoglio dell’identità si fonda, più che su Goethe, sulla Deutsche Bank”. Un revanscismo piatto, grigio, non smacchiatore.
Con un ritratto breve ma lungo a affettuosissimo di Claudio Magris, trovandosi a parlare del suo  “Danubio”, che “suggella una storia completamente finita, la Mitteleuropa prima della caduta del Muro”, e tuttavia “indispensabile come un portolano”. Un ritratto di Magris che “ritorna a casa la sera”, è “invariabilmente frettoloso”, è “burlone e imprendibile, triestinissimo battitore di bettole e silenzi”. 

Paolo Rumiz, È Oriente, Feltrinelli, pp. 199 € 9,50

mercoledì 14 luglio 2021

Ricerca bloccata al Cnr

Centodieci direttori di istituto hanno scritto alla presidente del Cnr per lamentare il blocco della ricerca da un anno ormai. Il presidente uscente Inguscio, in prorogatio, ha disposto un anno fa che ogni contratto di ricerca, benché procurato autonomamente da ricercatori e istituti di ricerca, deve passare un esame di congruità al Cnr. Per il quale non ha creato però un nucleo di valutazione: le “pratiche”, come sono state derubricate i contratti di ricerca, sono affidate a due segretarie – migliaia di pratiche a questo punto.
Molti contratti essendo a progressione dei lavori, i centri di ricerca sono a rischio asfissia, anche quelli che sono riusciti a ottenere i migliori contratti, con le autorità europee o con le grandi aziende. Molti contratti essendo a vita breve, mediamente due anni, un gran numero sono anche a rischio cancellazione.   
Il rischio è diventato più concreto dopo l’appello dei direttori di Dipartimento. La presidente del Cnr, l’ex  responsabile Pd per la ricerca, e ministro del governo Letta, Carrozza, si è rifiutata di prenderlo in esame, non ritenendo gli appellanti suoi interlocutori.
   

Cronache dell’altro mondo – bellicose (128)

L’ex presidente Trump ha avviato la campagna politica in vista delle elezioni di medio termine fra 14 mesi sul tema centrale che le presidenziali 2020, da lui perdute, sono state falsificate. I media ridicolzzano questa tesi, ma l’elettorato repubblicano è con Trump, a larghissima maggioranza. A metà termine o mandato vengono rinnovate la Camera dei Rappresentanti al Congresso e le assemblee legislative degli Stati dell’Unione. Si vota anche per un terzo del Senato federale, e per 34 o 36 governatori statali.
Si da credito nei media alla affermazione dell’ex ministro della Giustizia di Trump, Wiliam Barr, che “non c’è prova di una frode su larga scala” nelle presidnziali del 2020. Su “piccola scala” sì, e sarebbe tollerabile?
Il presidente Biden è tornato a mobilitare l’Europa. Ma contro Russia e Cina insieme? E senza più i diritti umani – con cui l’Urss fu messa in ginocchio, da qui Gorbaciov. Hong Kong e la minoranza  Uiguri sono casi eclatanti di diritti umani e civili, ma Biden in realtà forse non vuole mettere in difficoltà il presidente Xi.
Si può impedire a un presidente eletto di parlare? In America si può: Facebook, Twitter, Alphabet (Google) hanno silenziato Trump.
Il ritiro avviene senza condizioni dall’Afghanistan, dopo venti anni di occupazione militare americana e alleata. Lo stesso è avvenuto in Iraq. L’America non ha altre soluzioni che l’occupazione militare – o guerra o niente?
In questo ritiro, come già in Vietnam, gli Stati Unit – e con loro i “volenterosi”, tra essi l’Itala – non danno assistenza né visti d’ingresso agli afghani che hanno collaborato con loro nel tentativo di creare un Afghanistan democratico all’occidentale. I vietnamiti si salvarono allora dalle epurazioni,  una parte di essi, come boat-people – mettendosi in mare. Ma l’Afghanistan non ha il mare.

Don Fuffa

Di rara noia, da non credersi – a meno che non sia fatto apposta, una sfida al lettore.
Don Giovanni viene da Tiflis. Orfano per la perdita di un figlio (sic!). Ha un’ esperienza voyeuristica. E nient’altro.
Peter Handke, Don Giovanni, Garzanti, remainders, pp. 107 € 6

martedì 13 luglio 2021

Draghi attento, la giustizia è dei giudici

Se Draghi insiste, sarà presto condannato? O la ministra Cartabia? Se insistono nella rifomna del sistema giudiziario? Non c’è dubbio: chi ci ha provato è finito male.
La Cassazione ha appena finito di trasformare la condanna di Craxi per finanziamento illecito ai partiti in corruzione personale. L’ha fato indirettamente, riconducendo un conto svizzero del partito Socialista, di cui Craxi si era portato titolare ma senza movimentarlo a titolo proprio, come suo conto personale, alimentato con i proventi della corruzione. A quasi trent’anni dal fatto, con tutte le prescrizioni comunque intercorse, la pronuncia ha un solo significato: attenti a parlare di riforma della giustizia. Craxi ha promosso il referendum  sulla responsabilità civile dei giudici, 1988, e da allora è stato un uomo morto.
Lo stesso è stato fatto per Berlusconi, un altro che voleva riformare la giustizia, creando per lui un tribunale speciale nella sessione feriale. Con un giudice non “naturale”, scelto appositamente per irrogare la condanna.
La Cassazione è trasparente: il sistema giudiziario non si tocca - carriere doppie, promozioni a cielo aperto, ermellini, sentenze a babbo morto. Ha per questo perfino protetto il giudice Carnevale, che spiegava agli avvocati come far assolvere i mafiosi. Un blocco di potere inscalfibile. 

Europa allo specchio in tribuna

Non è stata dunque una bella partita neanche in tribuna. In effetti si vedeva il presidente Mattarella isolato, con il presidente della Figc – solo “dopo” accostato da Evelina Christillin in rappresentanza della Uefa (o perché è una chiacchierona?) Nemmeno un sottosegretario inglese – Mattarella è un capo di Stato, anche in visita privata va comunque ricevuto con qualche ufficialità.
Ma non c’era con Mattarella neppure un ministro o sottosegretario italiano – normalmente il capo dello Stato si sposta col ministro degli Esteri. Sarà il nuovo galateo al ministero degli Esteri.
È pure vero che il duca di Cambridge e la consorte avebbero potuto scambiare qualche frase di circostanza col presidente italiano. Non si vede come la sicurezza o il protocollo glielo abbiano  impedito – era una partita di calcio. O è stata la timidezza: William e Kate, come tutti i reali, sono isolati, dalla loro funzione, e dal lusso.
Viene da pensare anche, se tutto il mondo era collegato per la finale, che solo in Europa ci sono le famiglie reali – e in Thailandia (e nella penisola arabica, ma lì a capo di “stati” patrimoniali, di proprietà private elevate a stato). Che spettacolo sono?
E chi sono i Windsor – il duca di Cambridge, suo papà il principe di Galles, la nonna regina Elisabetta? Che guerre hanno combattuto, che battaglie hanno vinto, che credito vantano con i loro sudditi? 
Ma sono il collant del paese, William, Carlo,  Elisabetta. Forse unico: la Brexit ha introdotto nel Regno Unito un fermento “leghista”, divisivo, con gli scozzesi, i gallesi, perfino gli irlandesi del Nord, insofferenti.


Vizi senza salvezza, amore senza tenerezza, Duras felice

Incontro con la scrittrice a 76 anni, non sugli amori in realtà, ma sulle sue grandi malattie, “emersa solo a giugno scorso da nove mesi di ospedale”. Duras le enumera: “La prima volta, vent’anni fa, fu per una cirrosi del fegato (normalmente incurabile, n.d.r.); nove anni fa fu per alcolismo; questa volta per le sigarette, ma fortunatamente non era cancro”.
Di amorevole c’è però l’accenno al compagno di dieci anni ormai, dedicatario di tutte le sue ultime opere, Yann Andréa, 38 anni all’epoca, omosessuale, che vigila paziente, soprattutto sul’alcol. Specialmente incattivita con se stessa per l’alcolismo: “Tre volte ho chiuso e tre volte ho ricominciato” – “l’alcol non consola, non riempie i gap psicologici,  tutto quello che rimpiazza è la mancanza di Dio”.
La sua scrittura mette saggia in quadro: “Non sono cresciuta con molti libri. La mia ispirazione è quello che ho vissuto”. Scrivere richiede una particolare abilità: “Scrivere non è solo raccontare storie… è il racconto di una storia, e l’assenza di una storia. È raccontare una storia attraverso la sua assenza”.  L’amore c’è nei suoi racconti ma senza tenerezza. “Scrivo di amore sì, ma non di tenerezza”. La tenerezza escludendo come sentimentalismo, nota l’intervistatore: “Non mi piacciono le persone tenere. Io stessa sono molto hash (dura, n.d.r.). Quando amo qualcuno lo desidero. La tenerezza suppone l’esclusione del desiderio” - contraddicendo probabilmente il rapporto con Andréa.
Dura anche con la recitazione, che pure ha praticato molto, come regista, al cinema e in teatro: “La recitazione non aggiunge nulla a un testo. Al contrario, lo diminuisce – riduce la sua immediatezza e profondità, indebolisce i suoi muscoli e diluisce il suo sangue”.
Harsh anche, ma forse autobiografica, con le sue donne, le donne dei suoi racconti: “Vedono tutte chiaramente e lucidamente. Ma sono imprudenti, imprevidenti. Tutte rovinano le loro vite. Sono molto timide; hanno paura delle strade e dei posti pubblici: non si aspettano di essere felici”.      
Alan Riding,
Duras and her thoughts of Love, “The New York Revievìw of Books”, 26 marzo 1990, free online

lunedì 12 luglio 2021

Europa allo specchio sui campi di calcio

Non è stata una bella partita. I migliori, nelle due squadre, sono stati i portieri – ai rigori, prima disoccupati o quasi. Ma curiosa nella valutazione dei placcaggi. Quelli inglesi, violentissimi, prima e anche dopo il pestaggio di Chiesa, proibiti probabilmente anche nel rugby (a rivederli fanno paura), hanno ricevuto, quando l’hanno ricevuta, ammonizione verbale. Quelli italiani il cartellino giallo: cinque a uno.
L’arbitro, l’olandese Kujpers, è superpromosso dai media, Casarin in testa. Ma non è stato equanime. C’è qualcosa di sfuggente in questo Europeo di calcio, di non atletismo. Compresa l’inchiesta fatta annunciare con le trombe dal presidente della Uefa Ceferin per Inghilterra-Danimarca, che invece si sa che non deciderà nulla, giusto una (piccola) multa.
Non sono stati un bello spettacolo i tifosi, ammassati a Wembley come in una qualsiasi partita pre-virus, anche se Londra e la Gran Bretagna sono in lockdown fino a fine settimana.
Si sono distinti un questo Europeo quattro juventini scartati o in mora nel club - più Kean, che Mancini intende recuperare. Chiesa, che Pirlo ha fatto giocare poco, perché “non fa il recupero” (terzino). Bernadeschi, oscurato da Sarri – e poi da Pirlo. Spinazzola, liquidato da Allegri. Berardi, abbandonato da tempo. Un’allegra gestione di campioni – a perdere.
Si dice che i club ci rimettono, a prestare i loro calciatori alle Nazionali, ma in questo caso la Juventus ci ha guadagnato.

Duras fa i conti, con la solitudine e con il comunismo

Ricami, ghirigori, come un lavoro di aghi inesperti e fili male assortiti, la scrittura ondivaga di M. Duras si applica un’estate a una decina di “pezzi” estivi per impegni editorali presi con il quotidiano “Libération”. Di malavoglia, tra piogge prima e caldo dopo, sulla spiaggia di Trouville, l’orizzonte ingombro dei supertanker in fila ad Antifer (“strano nome, non ha neanche desinenza”), il terminale petrolifero dello Havrfe, Duras si racconta la storia di un bambino “dagli occhi grigi” e della ragazza che lo accudisce alla colonia marina, nel mentre che scandisce, giornalisticamente, l’attualità. Il regime duro degli ayatollah in Iran. La fame in Uganda. La fine modesta dell’“imperatore dell’Iran” al Cairo, solo onorato da Sadat  - e da Nixon, non da Carter. L’Olimpiade di Mosca, celebrazione che assimila a quelle di Hitler e Mussolini. Infine e soprattutto lo sciopero ai cantieri di Danzica.
Lo scipero sarà l’inizio della fine dell’impero sovietico, ma non è dato ancora saperlo. Duras però vive lo sciopero come tale: questa estate e queste scritture disappetenti la determinano al conto finale col comunismo sovietico, la brutta chimera di gioventù.
Era anche - il lettore può saperlo dal dato biografico - un periodo personalmente difficile: Duras stava per finire in ospedale per alcolismo. Ma incontrava, proprio in quella estate, un provvidente compagno, cui subito dedica queste prose, Yann Andréa, omosessuale, che conviverà con le per i suoi ultimi quindici anni, difficili per alcolismo e tabagismo. Il filo che unisce i dieci “pezzi”-racconti, la favola del bambino dagli occhi grigi e della ragazza che lo accudisce, sono chissà una parabola dell’ultimo trasporto della scrittrice.
Marguerite Duras,
Estate ’80, Filema, remainders, pp. 107 € 4,65

domenica 11 luglio 2021

La scoperta dell’Africa

“Sono stato molte volte in Africa”, dice Lino Banfi festeggiato per i suoi 85 anni, con l’Unicef: “Un giorno ho visto dei bambini angolani, sotto un temporale, che coprivano  dalla pioggia non la testa ma un braccio. Era il braccio che teneva i quaderni”. La voglia di apprendere in Africa si può testimoniare. Delle donne etiopi che la sera, rassettate, correvano veloci nel 1974 alla scuola serale, il programma di alfabetizzazione voluto da Menghistù, il dittatore “comunista” che aveva deposto Hailé Selassiè – che si era lasciato deporre. Dei bambini cinque anni prima nel Kenya di Tom Mboya, sindacalista e pedagogo, quando il paese si studiava, nientemeno, di diventare di turismo di massa, di rendere accessibili i suoi parchi naturali  agli europei, di migliorare l’igiene e abbassare i prezzi del trasbordo aereo, che andavano disciplinati, con le divisine colorate ancora all’inglese, alla scuola anche lontana nel bush qualche chilometro. O in Costa d’Avorio nel 1984, in classi disciplinate di 40-50 bambini, “alla francese”, un paese da oltre trent’anni ora distrutto dalle guerre civili, che il padre della patria Houphouët-Boigny aveva dotato di strade e scuole, e si poneva all’avanguardia della globalizzazione chiedendo plusvalore aggiunto locale per le produzioni di cacao e caffè.
La stessa Africa che oggi è governata, senza eccezioni, dalla corruzione e dalle faide, in regime dittatoriale, anche dove si vota – come questo sito ha documentato:
http://www.antiit.com/2019/02/il-mondo-come-366.html

Haiti, lo Stato africano dei Caraibi indipendente da oltre due secoli ormai e mai in pace, ogni anno anzi più povero e scompaginato, sembra testimoniare un’incapacità di governo si direbbe etnica, per la forza del tribalismo. Ma non è l’Africa. Che ognuno peraltro può vedere nelle migliaia di migranti, anche ragazzi, anche donne sole, che tentano la fortuna fuori, con decisione, anche a rischio della vita, oltre che nella determinazione degli scolaretti.   
Le indipendenze africane cinquanta-sessant’anni fa sono state rigeneratrici, ma sono durate poco. È pure vero che l’Africa più si allontana dall’Europa più si corrompe e impoverisce. E la cosa riguarda l’Africa ma anche l’Europa. Nella quale il continente non può non riversarsi, per la geografia e per la demografia.
Di pari passo l’Europa, che per qualche tempo ha sostenuto le indipendenze (l’Italia ha speso im Somalia, a titolo di cooperazione allo sviluppo, fino a che il paese non si è dissolto nelle guerre intestine, più del doppio dei roboanti impegni della conquista coloniale), se ne è disinteressata. Ne ha perso la voglia, adagiata nella globalizzazione - nel “comparaggio” cinese, asiatico, degli affari facili. Ha dimenticato le “politiche” di vicinato, mediterranea, araba, africana. Ma queste si imporranno, perché il flusso non si interromperà – l’“invasione”. Regolarle sarà solo necessario. Riscoprire l’Africa non sarebbe difficile. Per esempio regolare, programmare, l’immigrazione – lo hanno fatto gli Stati Uniti per oltre un secolo. Investire in Africa, nelle energie rinnovabili, nelle tecnologie manuali. Aprire all’Africa i mercati.

Dante diventa Dante a Firenze

Dante era appena morto, forse ancora no, e già Firenze si impadroniva della “Divina Commedia”, copiando quasi in serie il poema. Per committenti cioè che già volevano possedere il poema, tanto lo pregiavano, e non averne cognizione, la copia costava anche molto. Il più delle volte facendola arricchire di miniature e glosse. Mentre la città stessa, che pure ne aveva confermato la proscrizione, con condanna a morte, nel 1315, nel 1333, dodici anni dopo la morte di Dante a Ravenna, ne commissionava la celebrazione nientemeno che a Giotto. Nel palazzo del Bargello, cioè della rappresentanza ufficiale della città. A celebrazione di Dante e per la curisoità dei cittadini comuni, che si potevano così documentare sulle mmmagini della “Commedia”, se non sui versi.
Dante tentò in tutti i modi di rientrare in Firenze, dopo la condanna e la proscrizione, del 1302. Dopotutto era una condanna azionata da uno straniero non amico, Carlo di Valois, per una colpa che non aveva commesso. La città non aveva risposto, e Dante ne finirà easacerbto, protestandosi nella epistola a Cangrande  fiorentino di nascita ma non per scelta. Il ripudio di fatto però non c’era – anche da parte, tutto sommato, di Dante, malgrado gli avvilimenti patiti: non per l’opera di Dante, che a Firenze continuò a circolare sempre. Anche nella forma poetica, della “Commedia”.
Boccaccio asserisce che i primi sette canti dell’“Inferno” Danme li aveva composti ancora a Firenze, quindi prinma dell’espulsione nel 1302. Ma si ebbero presto copie a Firenze dell’intera cantica, pubblicata a Verona nel 1314-15, e del “Purgatorio”, pubblicato nel 1316. Trascrizioni e annotazioni di versi dell’“Inferno” e del “Purgatorio” si ritrovano a partire dal 1317 in testi notarili, toscani. A metà Trecento  Francesco da Barberino organizzò a Firenze uno studio di copisti da best-seller per trascrivere la “Divina Commedia”, producendone in poco tempo un centinaio di copie – i “Danti del Cento”. Di pari passo con le copie della “Commedia”.se ne commissionavano anche di Boezio e di Orazio, per poter capire i riferimenti contenuti nel poema. Alla morte di Dante, il proscritto, Firenze diventò una sorta di fucina dantesca.
Dante si impone a Firenze, come poeta e come tutto, linguista, scienziato politico, filosofo, storico: con la “Commedia” tutto Dante venne ripreso e divulgato. Tra il 1374 e il 1375 la “Commedia” sarà “divina” a opera di Boccaccio, che la lesse in pubblico, sempre a Firenze, nella chiesa di santo Stefano in Badia. Ma c’era già stata una celebrazione ufficiale a Firenze di Dante: era stato dantesco l’ultimo dei capolavori di Giotto – il sommo pittore che Dante stesso aveva già celebrato – nel canto XI del “Purgatorio”, quindi già vent’anni prima, 94-96: “Credette Cimabue ne la pittura,\ tener lo campo, e  ora ha Giotto il grido,\ sì che la fama di colui è oscura”. Un’opera commissionata dalla città, gli affreschi della cappella del Podestà – accanto alla sala oggi detta di Donatello nella quale era stata pronunciata la condanna a morte dello stesso Dante. L’opera sarà completata dalla scuola di Giotto, dopo la sua morte, l’8 gennaio 1338, e anche prima vide il maestro raramente impegnato con la sua mano, distratto da altri impegnativi incarichi, a Bologna, a Milano, e nella stessa Firenze sotto l’alluvione. Ma d’impronta sicuramente giottesca. Commissionata già nel 1333, al ritorno di Giotto da Napoli.
Luca Azzetta-Sonia Chiodo-Teresa De Robertis, Il Bargello per Dante. “Onorevole e antico cittadino di Firenze, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

venerdì 9 luglio 2021

Europa allo specchio sui campi di calcio

Il presidente dell’Uefa Ceferin mette le mani avanti e dice che l’Europeo decentrato, viaggiante, non è stato una buona idea. Lo sanno tutti che è stato decentrato male, ma dallo stesso Ceferin - lo ha architettato Platini, lo ha organizzato Ceferin. Non c’è sorteggio, per quanto sofisticato, che dia all’Inghilterra, solo all’Inghilterra, la possibilità di giocare sempre in casa, a Wembley, sei partite su sette. Con la settima a Roma, senza viaggiare troppo, in Portogallo, a San Pietroburgo,  o in Azerbaigian. Un bengodi, oltre che per il tifo, anche per la federazione britannica, che si è goduta lauti incassi senza le spese dell’organizzazione. Gli inglesi, si sa, sono molto sportivi, ma non col Resto del Mondo, sia esso continentale o africano o indiano

Fa la faccia feroce lo stesso Ceferin dopo il rigore che ha regalato all’Inghilterra la finale contro la Danimarca. Ma al massimo ci sarà, se ci sarà, una multa. Rosetti intanto conferma al Var per la finale l’olandese Van Boekel, lo stesso che al Var ha convalidato il non-rigore a carico della Danimarca, pur vedendo che non c’era,  come tutti al replay. E come arbitro designa Kuipers, al quale Verratti sta antipatico - perché napoletano? Rosetti non è Ceferin, e invece sì.
La Danimarca certo è colpevole: aveva protestato con durezza contro l’imposizione di Ceferin di giocare due ore dopo la quasi-morte di Eriksen.
È l’Europa ancora delle massonerie? Ceferin, certo, sta al suo posto quale uomo della Lega inglese. Però, a volte ci vanno pesante - – la triangolazione è stretta, Inghilterra-Olanda-Ceferin. L’Europa si difende ancora solo sul campo.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (460)

Giuseppe Leuzzi

Partono dalla Turchia, cioè come un tempo dalle vechie Alicarnasso, Efeso, Mileto, Focea, città greche, e approdano a Crotone – cioè da Locri a Sibari. Su vecchie carrette, con motori sfasciati al minimo, da abbandonare all’arrivo, seguendo correnti e venti, e anche in barche a vela, seppure moderne. Sono i migranti dal Medio orente, Iraq, Siria, Pakistan, Afghanistan, India, Bangladesh, che passano per i trafficanti curdi. Oggi come duemila, duemilacinquecento anni fa. La Magna Grecia è creazione delle corenti marine, e dei venti.
 
Non c’è pasticciere del Sud che non sappia fare il panettone, anche buono, più spesso ricco, arricchito per maggior valore aggiunto. Non si trova invece da Roma in su, in Toscana, in Liguria, uno che sappia fare la granita. Che pure è facile da fare, costa poco e vale molto. Il rifiuto è a monte.
 
Una paleografia ravennate del 1226, dunque, scipperebbe alla Sicilia, a Jacopo da Lentini e alla scuola siciliana, il primato del volgare in poesia.
Ma è sempre attorno a Federico II, un tedecso, che nasce così imperativamente, in radice, l’Italia – anche il volgare di Ravenna è ben italiano: “Quando eu stava in le t’ cathene…”
 
“Intanto va sgombrato il campo da preconcetti. Il Mezzogiorno conta più di quanto si crede”. Il Mezzogiorno  è l’ultimo tema della lunga (due pagine) intervista del direttore del “Sole 24 Ore”, Tamburini, con Carlo Messina, ma l’uomo azienda di Banca Intesa non ha dubbi: “Se fosse uno Stato dell’Unione europea (il Sud) sarebbe all’ottavo posto nella classifica dei 27 paesi europei per presenza d’imprese manifatturiere, con un ruolo importante nella catena del valore su scala perfino europea”. E, aggiunge, “si può fare molto di più”.
 
L’annuncio che Stellantis localizza a Termoli il megaimpianto per le sue batterie elettriche suscita solo domande su quanto lo Stato italiano “pagherà” in contributi. E se l’impanto si facesse in Francia? O anche in Italia, ma a Mirafiori?
 
“L’attaccamento che proviamo per la nostra terra natale rientra in un’emozione che non si spiega in modo razionale. È istintivo; è una specie di pietà filiale che si ancora nel più profondo di noi stessi senza darci argomenti irrefutabili” – lo scrittore algerino di lingua francese Yasmina Khadra, “Le Baiser et la Morsure”. Una specie di pietà filiale.
 
Basta la parola
Emerge il caporalato periodicamente, a Foggia o a Rosarno - e nel casertano naturalmente, l’ex Terra di Lavoro, giardino d’Italia, diventata Terra dei Fuochi (a opera di casertani e altri campani volenterosi). Mentre c’è ovunque in Italia, nel Veneto, in Toscana, in Emilia, dappertutto dove ancora si coltivano frutta e verdure. È il sindacato che altrove non lo denuncia?
Nemmeno questo è vero: in Maremma il sindacato rileva questa estate “almeno 200 padroni senza scrupoli”, che sfruttano maghrebini e cingalesi, a 3-4 euro l’ora, “raramente si sale a 6”, per “dieci ore al giorno, a volte anche dodici”, trasportati “su carri bestiame”, vecchi camion scoperti e senza sicurezza, agli ordini di un numero di caporali stimato fra 135 e 200, “imprenditori” di manodopera, da tempo internazionalizzati, con compari nei paesi di origine dei lavoratori, con i qual esigere il “pizzo” per i trasbordi, e per i documenti necessari all’ingresso in Italia. Mafia? No naturalmente, siamo in Toscana.
C’è caporalato e sfruttamento anche nei cantieri della Versilia, da Viareggio al Magra, specializzati nella nautica di lusso e di lusso estremo – yacht da 150 metri. Il sindacato spezzino lo ha accertato e lo denuncia. Ma a nessun effetto. “Umiliazioni pesanti e violenze continue” sono state registrate sugli operai immigrati del comparto, in prevalenza bengalesi. Pagati 5 euro l’ora, per turni di 14 ore, “nei reparti più insalubri, come il trattamento e la pitturazione dell’acciaio”. Ma neanche questo fa notizia.
“Più di quattro milioni di olivi abbandonati in Toscana”, e numerosi marchi, Bertolli, Carapelli, etc., che si fregiano del luogo d’origine toscano. Olii di ogni provenienza e miscugli di ogni genere, venduti anche a 4 euro, al litro!, come se fosse extravergine - etichettato “extravergine imbottigliato dall’olivicultore” X, “olio controllato e garantito da X, Toscana”.
“La Nazione” registra su una pagina la perdita, per la sola Riviera apuana, tra Marina di Carrara e Marina di Massa, 18 km. di costa, di 2,2 milioni di turisti in dieci anni, quasi un terzo dei turisti registrati nel 2010. E sulla pagina di fronte il progetto di allargare il porto di Carrara, che è già vuoto così com’è, e il cui primo allargamento, quarant’anni fa, con una nuova banchina, ha portato all’erosione dei profondi arenili che facevano la bellezza della Riviera, da ricostituire ogni anno con costosi e terrosi ripascimenti, da proteggere con squallidi pennelli, il mare in gabbia. L’appalto la vince su tutto, nella Toscana lorenese, così bene amministrata.
Sulla stessa Riviera Apuana e sulla Versilia i fiumi riversano inquinanti di ogni genere, in percentuali quattro e cinque volte i livelli tollerabili, perché il trattamento delle acque non funziona – là dove un depuratore c’è. Tutta la costa Toscana risulta inquinata dai fiumi, eccetto la piccola spiaggia di Capalbio. Ma la Toscana mantiene ben diciassette bandiere blu – solo tre in meno rispetto al 2020 (per questo sorpassata dalla Campania), a pari merito con la Puglia. Particolarmente fitte nel tratto più inquinato che risulta alle analisi, e si vede a occhio, Versilia e Riviera Apuana. Mentre una mostra fotografica alla Fortezza da Basso a Firenze può mostrare convincente spiagge toscane paradisiache, senza risparmio di photoshop, sui toni del rosa e del celeste.
Per arrivare a queste meraviglie fecali bisogna fare da Roma l’A 1 che è sempre intasata, ventiquattro ore, fino a Firenze, dtretti fra i tir, con code di ore, e poi la Firenze-Mare, tortuosa e stretta. Oppure l’Aurelia. I cui sindaci hanno impedito la costruzione dell’Autostrada, per oberare la vecchia statale di migliaia (vero) di segnali di limiti di velocità, e imbrogliare il viaggiatore, collazionando multe generose. Il vecchio istinto dei banditi di passo della vecchia Maremma, che taglieggiavano i devoti in pellegrinaggio a Roma lungo la via Francigena. Ma anche il taglieggiamento è portato a onore: viva la multa.
Che altro? Si paga il mare in Toscana due e tre volte più caro che sulle spiagge naturali e le acque cristalline in Calabria. In Versilia quattro volte la Costa Viola, di Palmi, Bagnara e Scilla. Ma ciò di cui possiamo leggere oggi sulla Calabria sono, sullo stesso “Sole 24 Ore”, la “Storia dell’antindrangheta”, cioè della ‘ndrangheta, probabilmente accurata, di Danilo Chirico, e il docufilm “Il paese interiore” di Luca Calvetta e Massimiliano Curcio, detto da Ascanio Celestini, coivolgente, ma su Vito Teti e le sue ricerche antropologiche, su una Calabria inevitabilmente oscura.
Basta a volte il nome, e la Calabria sa solo di zolfo. Niente spiagge rosate, né mari acquamarina. Niente nemmeno olii di oliva, non che se ne vedano in giro di origine calabrese.
Il nome conta. Anzi è tutto.
Non saperlo è una colpa. Capitale.
 
Mafie
L’ex sindaco di Carrara Zubbani è stato labellato dalla grillina Bottici, poi senatrice, di “mafioso”. Otto anni fa. Si è querelato, ma dopo otto anni il Senato ha dichiarato che non può portare la grillina  in giudizio, l’accusa di mafioso, in tv, non ritenendosi offensiva.
Si può dire la stessa cosa rovesciando le parti? Una grillina che si avvale dell’immunità parlamentare, altrimenti labellata mafiosa, è mafiosa?
 
Il tutto mafia ha favorito a Roma i magistrati che lo hanno imposto, e ha danneggiato la città, gravemente, per otto lunghi anni ormai. Pignatone presiede il Tribunale del Vaticano, il suo vice Prestipino è il suo successore a Roma, Procuratore capo.
Sull’assoluzione del sindaco Alemanno, dalle accuse di mafia e di avere favorito, lui ex picchiatore fascista, la coop rossa di Buzzi, uno non sa che dire, la giustizia in Italia è, al meglio, complicata. Ma quanti danni non ha fatto la Procura siciliana a Roma col suo canone mafioso. Un disastro. Mentre non ha perseguito la mafia romana dei vigili urbani che perseguitava il sindaco Marino, e anzi ha mandato il sindaco benemerito a processo, benché senza fondamento.
 
“A Firenze il mattone si conferma bene rifugio per eccellenza e una casa su quattro viene acquistata per investimento, non per abitarci. E addirittura il 74 per cento degli acquisti sono effettuati in contanti”. Addirittura, tanto è l’amore per Firenze, niente mafie.
 
A Bolzano e provincia (Alto Adige, Sud Tirolo), area al settanta per cento tedescofona, almeno 2.500 tra medici e infermieri, una buona metà del totale in servizio pubblico, non si sono voluti vaccinare. Ma senza denunciarsi e senza essere denunciati: leAsl hano molti problemi a individuarli, per poter programmare l’assistenza in casi di contagio. Omertà?
Dei 115 che, successivamente, dopo un mese, sono stati sospesi dal servizio, solo un 10 per cento si è vaccinato, gli altri sono certi di essere reintegrati.
 
Si è inventato il cashback per favorire Nexi e le altre carte di credito, e lo si paga caro, quasi 5 miliardi di soldi pubblici (una cifra énaurme). Giustificandolo con l’antimafia – “sono le mafie che comprano in contanti”.
Cioè, si crea, e si finanzia, un’antimafia che è una mafia – atipica, certo, non spara, non che si veda.

Napoli 
“Aggiustatutto” è il nuovo mestiere di Napoli, dopo la pandemia, per far fronte alla nuova disoccupazione, ma anche alla nuova domanda – stare troppo a casa crea disordine. In linea con la vecchia teoria di Alfred Sohn-Rethel, il filosofo tedesco che a Napoli fra il 1924 e il 1926, frequentando pescatori e officine meccaniche, elaborò il saggio “L’ideale dello sfascio” - Das Ideal des Kaputten. Über neapolitanische Technik” (poi ricompreso nella raccolta “L’invitation au voyage zu Alfred Sohn-Rethel”, 1979): da ogni cosa se ne trae un’altra.

Due inchieste a San Marzano, su due casi di passate di pomodoro egiziane che sarebbero state spacciate per italiane, bastano a Milena Gabanelli e al “Corriere della sera” per tuonare contro, una paginata. Con accuse subordinate di caporalato e sfruttamento schiavistico. Mentre la raccolta del pomodoro, secondo l’associazione di settore, Anicav, è meccanizzata, “per il 100 per cento al Nord e per oltre il 90 per cento nel bacino Centro Sud”. Dove il restante 10 per cento riguarda principalmente San Marzano, “prodotto di qualità che va raccolto a mano”, e colture limitate di collina con forti pendenze.

 
San Marzano come la Terra dei Fuochi. Quando tutta la Lombardia e mezza Emilia trattano i rifiuti velenosi di mezza Europa, inquinando fino alle falde idriche. Che a San Marzano si indaghi su due possibili frodi, non accertate, su quantitativi limitati, denunciate da altri operatori locali (meridionali), mentre non si indaga in Lombardia sul commercio di sostanze velenose non degradabili, questo naturalmente non è caporalato, e quindi non fa notizia. Anche perché è diffuso, benché criminoso, e da decenni.
 
È l’Italia, l’idea dell’Italia: Edith Bruck, reduce dalle persecuzioni antisemite, nelle quali ha perso i genitori, arriva a Napoli, giovane ballerina di fila, da avanspettacolo, e ritorna a vivere, confida a Lorenzo Guadagnucci sulla “Nazione”: “Arrivai in Italia nel ’54 e a Napoli per la prima volta mi sentii davvero accolta. C’era un’atmosfera che faceva venire voglia di rimanere, pur senza capire una sola aprola d’italiano. Poi arrivai a Roma”.
 
Gianluigi “Gigio” Donnarumma, di Castellamare di Stabia, calciatore (portiere) e Mino Raiola, di Nocera Inferiore, residenza a Montecarlo, procuratore, sono al top del turbo capitalismo, facendosi pagare, molto, sia l’atleta che il suo patrocinante, per non giocare. Lo sceicco ElKhalifa del Paris Saint Germain si è preso in costoso comodato il portiere non per farlo giocare – ha già un ottimo portiere, assieme ad altri cinque, quindi ne avrà sette (in una rosa di ben quaranta titolari) – ma per il lustro, e in conto future plusvalenze da cessione. Napoli non manca mai d’ingegno, sia quella porosa di W.Benijamin, sia quella riparatrice di Sohn-Rethel: inventiva e applicata. Perché non è, non è mai stata, la Lombardia?
  
Prima tutti a vaccinarsi, al punto che non ci sono abbastanza vaccini in dotazione. Poi, a metà giugno, chiuse le scuole, centri vaccini deserti. Le Asl vanno a cercare i prenotati uno per uno e non li trovano. Napoli è sempre rapida, e eccessiva, nelle decisioni.

Montigelli è andato a Castellammare per il dopo-Europeo Rai e, rifiutandosi i familiari di Donnarumma di esibirsi, fa inquadrare il terrazzo di un villino con dei panni stesi ad asciugare. Il cliché del Sud è indistruttibile.

È il toponimo più diffuso in Grecia – dopo Calabretto. Due nomi beneauguranti, questo dell’abbondanza, quello del nuovo inizio. La Napoli-Napoli è invece immutabile. Oppure ogni sua mattina va considerata un nuovo inizio – mattina-mattana?
 
Emilio Fede, 90 anni, sulla sedia a rotelle, a Napoli per i funerali della moglie, è svegliato di notte in albergo da due poliziotti che devono controllare l’autorizzazione a lasciare temporianeamente Milano, dove sconta una condanna ai servizi sociali. “Sono stati un’ora”, spiega: un tempo infinito per il controllo di un documento.
 
L’anno scorso, a 89 anni, a Napoli per il compleanno della moglie, Fede era stato arrestato mentre pranzava al ristorante. Sempre per lo stesso motivo – l’anno scorso l’autorizzazione richiesta e ottenuta dal Tribunale di Milano non era arrivata in tempo a Napoli, un disguido? Anche la Polizia è esemplare a Napoli, tricche e ballacche – di cui è nota peraltro l’efficienza, per esempio contro gli scippatori e i ladri d’auto.
 
Si celebra Salerno sul “D.” di “la Repubblica. Per il recupero del centro storico, il fronte del porto di Zara Hadid, la vivacità culturale. Dimenticando la vecchia università rimodernata , con campus, a Fisciano. Dimenticando che è tutto opera di De Luca, poi presidente della Regione Campania. Di cui si parla, quando se ne parla, come se fosse il personaggio di Crozza, da ridere.
 
Il ritorno alla normalità a Napoli dopo il coronavirus il “Corriere della sera” celebra commissionando all’incolpevole de Giovanni l’elogio del “Gambrinus”, il caffè storico. E lo scrittore - s’immagina volentieri: debuttare in prima pagina sul “Corriere della sera” fa piacere a uno scrittore - si adegua al meglio. Certo, un po’ di colore ci vuole nei giornali, troppo piombo. Ma a Napoli c’è solo quello.
 
Dietro l’imbattibile, anche se infrequentabile, Liguria, la Campania sale al secondo per numero di “bandiere blu” (siti balneari in sicurezza) fra le regioni. Anche di questo si deve dare merito alla “macchietta” De Luca – non c’è giornale che ne sappia parlare diversamente?
 
Le sue “poesie del ‘27”, rileggendole, Pavese trova nel “Mestiere di vivere” di “sbrodolata e napoletana ingenuità”. Intendendo sentimentali, da canzonetta napoletana. Poiché aggiunge: “Ne abbiamo le palle piene dell’amore”. Pur lamentando che il Piemonte non  avesse canzonette, dovesse cantare quelle napoletane – all’epoca della leva obbligatoria i giovani del Nord facevano il militare al Sud.
Pavese sentiva molto la “piemontesità”, una sorta di leghismo liguistico e poetico.
 
Va in Campania la quota maggiore del reddito di cittadinanza, il 22 per cento del totale. Napoli è la prima provincia in Italia per reddito di cittadinanza, in assoluto e in rapprto alla popolazione.
A Napoli e provincia una persona su sei ne beneficia, per un totale di oltre 157 mila nuclei familiari. Uun numero equivalente a quello dell’intero Nord.
 
Il “Corriere della sera-Corriere del Mezzogiorno” deve sospendere la (non) sottile campagna razzista  contro il presidente della regione Campania De Luca perché online si può ascoltare il suo invito, in ottimo inglese, ai turisti nelle isole del Golfo. La rete è più veritiera dei media? C’è più malanimo nei media che in rete?
 
Veniva irriso De Luca qualche giorno prima anche perché voleva vaccinare subito le isole, per poterle dichiarare covid free, e far ripartire il turismo, di cui le isole, bene o male, vivono. Poi si è scoperto che la cosa ha una logica e funziona. Ma De Luca, essendo “napoletano”, non ne ha merito. 

leuzzi@antiit.eu

Omaggio a Lilibet, da Dublino - in segno di pace

È il 1940, Londra è sotto il blitz  tedesco. I reali, Giorgio V e la regina, non vogliono lasciare la città, per condividere moralmente i pericoli dei sudditi, ma come tutti i padri pensano di mandare le figlie, Elisabetta e Margaret, in un posto remoto, più sicuro. A Dublino l’ambasciata inglese chiede al governo irlandese, che si è dichiarato neutrale in guerra e sempre diffida di Londra, asilo per due “bambini”, due ragazze, di 14 e di 10 anni. Andranno a Tipperary, che esiste realmente ma è un posto remoto, nel castello di un lontano parente.
Sotto lo pseudonimo col quale firma da decenni i suoi libri avventurosi, in genere gialli, John Banville contrabbanda una delle sue storie rarefatte (l’edizione italiana riporta il “Benjamin Black” originale a John Banville). Con poco o nessun movimento, se non impercettibile, e lunghe fantasmagorie su non eventi, che delineano forti caratteri e siuazioni anche drammatiche. Qui si tratta nientedimeno che della regina Elisabetta, quattrodicenne “già bossy”, padrona e amante del cavallo Prince, e della sorella Margaret, dieci anni, fantasiosa e impertinente.
Che altro? La vita da sfollati si svolge senza problemi. Un tributo di Black-Banville alla novantenne regina, subito indirizzata come oggi la conosciamo, con l’affettuoso Lilibet? Il lungo romanzo non ha altro senso. Un po’ di suspense c’è, per i residui dell’Ira che, se sapessero l’identità delle due ragazze, non si priverebbero di un attentato, ma tenue, in sordina.
Il fatto sarebbe storico, delle due principesse sfollate per un periodo in Irlanda, anche se le biografie e le storie dei Windsor non lo citano. È comunque un’idea, attorno alla quale sospetti, sussurri e intrighi montano, ma sul piano personale e caratteriale. Di “tipi” irlandesi, giovani, belli, ricciuti, o anche ubriaconi, o grassi con la forfora, e confusi. Di inglesi che inglesizzano, ridicolizzati più che satirizzati, il segretario d’ambasciata, il duca ospite, la sua governante – roba da “Downton Abbey”, vista e rivista. Con la lentezzza, purtroppo, di Banville.
La chiave è forse questa, di un irlandese anglicizzante, quale Banville è. Qui scettico sulla persistente anglofobia del suo paese, pur con tutte le colpe dell’Inghilterra per sette lunghi secoli: non perde occasione per dirla masochista. Come quando si pensò d’imporre il gaelico invece dell’inglese. O, a proposito di un maggiore dell’esercito de Valera che sarà determinante nella vicenda delle principesse, dove si ricorda il padre della patria Eamon de Valera per il no frapposto alla proposta di Churchill di unificare le due Irlande se Dublino si schierava in guerra con gli Alleati e apriva i suoi porti alla Marina britannica. I nazionalisti irlandesi, terroristi, sono vigliacchi e malvagi.
Il complotto contro le principesse è seguito con ironia. Il mondo inglese è ritratto invece con simpatia, il re Giorgio V con la sua balbuzie, e col buonsenso, le principesse, la loro custode, l’agente dei servizi segreti Celia Nashe. Un omaggio è tributato da ultimo anche al principe Filippo.
Benjamin Black, Le ospiti segrete, p. 336 € 19