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martedì 19 luglio 2022

Ma in che mondo vivono le banche

"Circolarità” è la novità di Banca Intesa: “Sei lontano da casa? Nessun problema”. Negli anni Sessanta, nella Spagna di Franco, regime polveroso, arretrato, uno entrava in quasiasi filiale della sua banca ed era padrone del suo conto. E non c’era la email, naturalmente, né il fax, e del telefono si faceva uso parsimonioso.

La banca arriva agli anni di Franco? Forse, non si capisce ancora bene. Va di moda il risiko bancario: piuttosto che lavorare bene i manager comprano e vendono. Spacchettano e impacchettano, una sorta di gioco delle tre carte. E poi arrangiatevi. Bper ancora sconta l’acquisto del Banco di Sardegna, cui ha delegato la sua carta di credito, Bpercard, ed è un calvario per i poveri correntisti. Anche per quelli ex Ubi, e non solo per la carta di credito. Come ora per l’ex Carige – ai cui sportelli i correntisti si vedono rifiutare i prelievi dal bancomat (e provarsi a chiedere a qualche impegato all’interno).

Perché il risiko è assortito da ristrutturazione, cioè da licenziamenti. Non sapendo come far crescere  l’attività – ci vogliono ingegno e applicazione, mentre i nuovi manager hanno soltanto fretta, perché si devono pagare subito i superbonus (ecco l’origine della truffa governativa) – si tagliano i costi: i filibustieri del risiko si pagano con le chiusure di filiali e con i licenziamenti. “La banca è ora online, bisogna rinnovare”. Certo, come se un qualsiasi utente di Terra del Lavoro sa navigare ma un impiegato di banca non sa, non può. Non è il rinnovamento che s’impone, è il taglio dei costi.

Non proprio licenziamenti, si chiamano ora esuberi. Ma sono licenziamenti, in genere di cinquantenni. E nell’attesa della lettera non solo i cinquantenni, nessun impiegato ha cuore di fare alcunché. Si prenda Unicredit, che ha il record in materia, con tutti gli amministratori. L’ultimo, Orcel, ha debuttato con 1.200 esuberi. In aggiunta ai 6.000 del predecessore Mustier due anni prima, con la chiusura di 450 filiali. In aggiunta agli 8.500 di cinque anni prima. Un’agonia. E nelle filiali funziona male anche la porta girevole.

 

L’età dell’oro della libertà intellettuale

La recensione delle “Memorie” di Tennessee Williams. Gore Vidal, cioè, che parla di se stesso, come solo sapeva fare – ho detto, ho fatto, ho incontrato…- parlando di Williams. Il grande commediografo, di enorme successo, che anche lui invidiava.

Per lettori di Vidal, quindi Ma con un significato storico che s’impone sinistro: oggi in nessun giornale o rivista nessuno commissionerebbe, nessuno pubblicherebbe se offerto, anche gratis, un articolo di dodici pagine di uno scrittore su un altro scrittore, per quanto ben cucito, con aneddoti, pettegolezzi, spiritosaggini.

Un testo di cinquant’anni fa, dunque, come di un altro mondo. Per più di un significato storico: un dialogo a distanza tra due scrittori che si erano fermati agli anni 1950, rifuggendo i Sessanta, e più ancora i Settanta. In un’epoca in cui i fag, spiega a lungo Vidal, erano evitati e censurati, i finocchi. “Dalle terre alte della Partisan Review alle terre di mezzo del settimanale Time, attacchi avvelenati a veri o sospetti finocchi non mancavano mai. Una storia da copertina per Time su Auden fu buttata via quando al caporedattore di giornata fu detto che Auden era finocchio”- all’epoca la parola si poteva anche scrivere.

Gore Vidal, Selected Memories of the Glorious Bird and the Golden Age, “The New Yorker”, 5 febbraio 1976

lunedì 18 luglio 2022

La Cina si allontana

Le decisione di Stellantis di liquidare la partecipazione in Cina per la produzione di Jeep, ripiegando sulle vendite dirette, al costo di poco meno di 300 milioni di euro, premiata dalle Borse, è il segnale di una tendenza. Si spiega iltitolo dell’agenzia economica Bloomberg: “La Cina è un paria per gli investitori globali”.

La presidenza Xi, 2013, aveva aperto la corsa alla Cina. E già si parlava del sorpasso cinee, come prima econmia mondiale. Ma gli ultimi due anni hanno portato alla revisione del giudizio. Il Covid, la crisi dell’immobiliare, la serie di misure politiche restrittive dei player globali cinesi, a cominciare da Jack Ma, hanno portato a rivedere le previsioni. La Cina continua a essere la fabbrica del mondo, produrre in Cina è troppo lucroso, ma le aspettative sono critiche.

Il prossimo congresso del partito Comunista Cinese, a ottobre, potrebbe anche riaprire il mercato, ma non ci sono segnali in questo senso. Tanto più dopo lo schieramento di Xi, di “amicizia senza limiti”, a fianco di Putin nella guerra all’Ucraina. Si lavora del resto molto ultimamente, in Europa e negli Stati Uniti, per ridurre la supremazia cinese nella transizione verde con le batterie, pountando sull’idrogeno, verde e blu. 

La legislatura delle mance

I 23 miliardi di reddito di cittadinanza non hanno alleviato la povertà, che anzi è cresciuta, di mezzo milione di nuovi poveri, hanno ridotto il mercato del lavoro, paradossalmente asfittico (sono cresciute di un terzo in tre anni le posizioni lavorative non coperte), e hanno gonfiato il debito pubblico – che ora torna a costare. Il superbonus 110 non ha rilanciato l’edilizia, ha solo moltiplicato la corruzione (come il reddito di cittadinanza, se l’Inps segnala “oltre 160 mila casi” di percezione indebita), e ora col blocco sostanziale della cessione crediti minaccia di portare molti costruttori al fallimento. Resiste la politica delle mancette, con la scusa del covid, 200 euro in busta paga-pensione, 200 per la benzina, eccetera, ma non risolve, rimanda i problemi.

Se la legislatura si chiude dopodomani, sarà fallimentare sotto l’aspetto economico. Ed è stata governata per una terza parte da un economista, apprezzato. Niente investimenti sulla produttività, per tenere il Sistema Italia a galla nella concorrenza internazionale, solo sussidi, che economicamente sono un dispendio, che ora con i tassi al rialzo bisognerà pagare caro.

Budda non salva la scrittura automatica

Cinque taccuini di “scrittura automatica”. Che Ann Charters, la studiosa di Kerouac, dice scritti così: “Era solito accendere una candela e starsene seduto tranquillamente a trascrivere i suoni che venivano dalla finestra”, Kerouac viveva allora col poeta e buddista Gary Snider in una baracca, nella campagna fuori San Francisco, “prima di rivolgersi alla propria interiorità e buttare giù pensieri e immagini mentali”. Un guazzabuglio., parole in libertà – ed era edito negli Oscar.

Non c’è niente di edito del genere, se non forse l’ultimo Joyce, “Finnegans Wake”. Che però era un progetto, la confusione delle lingue – delle tante lingue che Joyce in qualche masticava. Il traduttore, Luca Guerneri, lo sa, che precisa: in “Finnegans Wake” “l’autore garantiva di poter giustificare ogni scelta lessìcale”, qui è “il linguaggio che insegue se stesso, si incanta su se stesso, si fa mantra che frantuma il senso in suono, parola che insegue un suono”.

Buddha c’entra. Charters ricorda che “al 1° aprile 1956 sono ormai cinque anni che Kerouac lavora su testi di scrittura spontanea”, reduce da sei romanzi, una racconlta di poesia (”San Francisco Blues”), e un libro di scritture buddiste (“Dharma”). Qui Budda ricorre a ogni pagina, Guerneri lo spiega in nota con i riferimenti. 

Un doumento d’epoca. C’è anche “Volare” – “che cos’è l’azzurro, volare” – che Modugno cantò a Sanremo nel 1958. Non se ne salva niente.

Jack Kerouac, Vecchio Angelo Mezzanotte

domenica 17 luglio 2022

Il mondo com'è (450)

astolfo

Jörg Lanz von Liebenfels – Un monaco cistercense austriaco, divenuto occultista neopagano, ideatore della “ariosofia”, la saggezza ariana, e della “teozoologia”, fondatore di un Ordine dei Nuovi Templari (Ordo Novi Templi), di cui Strindberg fu membro – 1874-1954. Fu anche l’ideatore della bandiera con la svastica rossa su fondo nero, che fece issare per la prima volta il giorno di Natale del 1907, nel castello di Werfenstein. Ventisei anni dopo, il giorno di Natale del 1933, completava il saggio “Il primordiale dio elettrico e il suo grande santuario nella preistoria”. Un a plaquette che in copertina sintetizzava il tema: “Contenuto: gli «dei» non sono altro che essere preumani elettricamente  organizzati («elettrozoa»), la riscoperta di Dio attraverso la radiologia e la sierologia”, etc, per un’altra ventina di righe.

Marchese Monaldeschi – Giovanni Rinaldo Monaldeschi della Cervara (1626-1657), un figlio naturale del marchese della Cervara di Acquapendente, fu a 26 anni in Svezia, su invito di un nobiluomo con cui era forse imparentato, il conte Magnus Gabriel de la Garde. Il conte era il favorito della regina Cristina di Svezia, che però lo sostituì col nuovo arrivato italiano, so coetaneo.

Monaldeschi fu il favorito della volubile regina per almeno cinque anni, da lei incaricato di missioni diplomatiche in Polonia e in Italia, quindi con lei a Roma quando la regina si convertì al cattolicesimo, abdicò e si stabilì presso il Vaticano. E successivamente in Francia, dove Luigi XIV e il cardinale Mazzarino le aprirono il castello di Fontainebleau. Nel trasloco Monaldeschi aveva avuto una relazione con una donna francese – rimasta ignota. A Fontainebleau decise di rompere questa relazione e la donna per vendetta mandò le sue lettere alla regina Cristina. La regina non reagì: aveva un nuovo favorito, il capitano della guardia Ludovico Santinelli, presunto conte di Pesaro, ballerino, acrobata, fratello dell’alchimista Fanecssco Maria Santinelli. I fratelli Santinelli, secondo gli storici, abusavano della regina. E Monaldeschi, nel tentativo di recuperare le posizioni perdute provò a metterli in cattiva luce, accusandoli di essere all’origine di lettere chiacchierate sulla regina. Ma i Sentinelli riuscirono a dimostrare che non era vero. La regina, infuriata anche dalle lettere dell’amante abbandonata di Monaldeschi, lo fece arrestare e lo fece immediatamente giustiziare. Lo affrontò personalmente per decretarne la morte, nella Galerie des Cerfs a Fontainebleau. Monaldeschi fu ucciso a colpi di spada, vibrati dalla stessa regina?, morendo dissanguato dopo lunga agonia.

“La crudele folle che assassinò Monaldeschi” Voltaire dice la regina Cristina scrivendo a D’Alembert l’8 marzo 1773 – D’Alembert aveva trattato la storia in un “Dialogue entre Descartes e Christine”. 

Katyn – La strage di Katyn, nei boschi presso Smolensk, degli ufficiali polacchi prigionieri dei russi nella guerra nel 1939, è stata a lungo il segreto più noto del dopoguerra. Ancora nel 1975 il governo britannico diceva no all’erezione di un monumento alle vittime di Katyn, tra Kensington e Chelsea, vicino la chiesa di san Luca – spiegando che bisognava attendere il 1987, quando quarantacinque anni erano passati dai fatti. Che non erano controversi, la verità era agli atti dal ‘43. Goebbels li aveva registrati nei suoi diari. Ma si faceva finta di credere che la strage fosse stata opera degli stessi nazisti e non dei russi, anche se si era svolta presso Smolensk, dove erano confinati gli ufficiali e graduati polacchi, e le guardie carcerarie, prigionieri dell’Armata Rossa. Il governo polacco in esilio a Londra l’aveva accertato quasi in contemporanea, malgrado le censure imposte dal governo britannico. L’eccidio fu provato anche a Norimberga, ma il tribunale evitò di prenderne atto.

Furono deportati, quasi tutti nel Kazakistan, oltre quattrocentomila polacchi, ordinatamente divisi per categorie, ognuna delle quali veniva arrestata in blocco in un solo giorno: un giorno i familiari degli ufficiali, sessantamila, ai quali furono associate le prostitute, se ne trovarono duecento, un giorno i rifugiati, settantacinquemila, ebrei tedeschi, un altro i kulaki, i piccoli proprietari, e gli osadniki, centoquarantamila. Gli osadniki erano i cosacchi polacchi: soldati assegnatari di terre nelle regioni dell’Ucraina e della Bielorussia passate dall’Urss alla Polonia dopo la sconfitta del 1920, per lavorarle e difenderle. Non si ebbero fughe nel lungo viaggio, grazie alla collaborazione dei comunisti locali, fra le tante stazioni della Transiberiana.

Era quello che Hitler aveva pensato per la sua parte, la germanizzazione della Polonia svuotata dei polacchi, che però non piacque a molti ufficiali del suo esercito. L’Armata Rossa invece aiutò Stalin, non essendo più quella della marcia contro la reazione, e non ancora quella che batterà il nazismo, ma quella che con Hitler si era divisa la Polonia. I suoi uomini servirono da esecutori materiali, l’eccidio fu deciso e organizzato dalla Nkvd, la polizia segreta, con la partecipazione di  Krusciov (in Ucraina, sotto Krusciov, i fucilati furono molti di più, ma le salme non si sono trovate).  Sopravvissero a Katyn 448 prigionieri, d’interesse speciale a giudizio della Nkvd, per essere antipatriottici, o scienziati.

Le esecuzioni furono individuali, una tecnica di risparmio che verrà copiata dai nazisti, per esempio a Roma nel ‘44, alle Fosse Ardeatine. A uno a uno oltre ventimila prigionieri, esattamente 21.857, furono uccisi con un colpo alla testa.  Raro fu l’impiego di due colpi. I recalcitranti furono finiti a colpi di baionetta, o suicidi, con le mani legate a un cappio scorsoio attorno al collo. Armi e munizioni erano tedesche, ma non per confondere le tracce, per economia. Erano un vecchio stock di pistole e pallottole 7,65 Geco, di una ditta di Karlsruhe che, rimasta senza ordini dopo la prima guerra, aveva cercato sbocchi in Russia e in Polonia.

Furono usate pure le armi dei prigionieri. Le baionette invece erano a quattro lati, in uso all’Armata Rossa. Era russa anche la corda dei nodi scorsoi. Furono impiegati agenti e soldati sovietici, alcune migliaia: Ci fu molto lavoro: uccidere, portare i cadaveri nelle fosse comuni, spargerli di calce, coprirli di terra. Ma non rubavano l’oro ai morti, le fedi e i denti: li repertoriarono quale demanio di guerra.

Gli esecutori si vogliono liquidati a loro volta dall’Nkvd.

Edgardo Sogno – Allievo ufficiale a diciassette anni alla scuola di Pinerolo, dopo gli studi liceali, sottotenete di cavalleria due anni dopo, fu ostile al regime fascista, e per questo rifiutato al concorso per la carriera diplomatica nel 1937, subito dopo la laurea a 22 anni in Giurisprudenza, allievo tra gli altri di Einaudi. Ma l’anno partì volontario per Franco nella guerra di Spagna, ottenendo anche una medaglia di bronzo al valore militare nella coda della guerra civile. Antifascista, si diceva, e anticomunista.

Louis Untermeyer – Roberto Calasso (“L’innominabile attuale”, p. 10) lo ricorda come premio Enit 1935 per un racconto che incoraggiasse il turismo. È stato un poeta e critico letterario – Calasso riprende la notizia dalla corrispondenza con Robert Frost, che si complimentava con l’amico Untermeyer. Insieme col racconto di Untermeyer era premiata “una glorificazione di Mussolini in tre volumi”.

Untermeyer, 1885-1977, poeta e saggista, autore di un centinaio di libri, era apprezzato umorista. Di famiglia ebraica tedesca, è stato politicamente sempre a sinistra, come polemista, giornalista e personaggio tv – finendo nel 1952 nel Libro Nero del senatore McCarthy, escluso dai programmi televisivi e praticamente impedito di pubblicare.

Vulcano – Il pianeta che non c’era, illusione ottica. Nell’Ottocento un famoso astronomo francese, Le Verrier, a seguito dei suoi calcoli scoprì che qualcosa non funzionava nell’orbita di Urano: non si trovava dove avrebbe dovuto. Ipotizzò che, secondo le leggi di gravitazione, ci doveva essere lì accanto un altro pianeta che esercitava un’attrazione sull’orbita, e immaginò anche dove questo potesse essere. Ne scrisse a un collega, che puntò il telescopio sul punto dove i calcoli di Le Verrier dicevano che fosse, e lì c’era: era Nettuno, come fu chiamato, un pianeta scoperto per mero calcolo matematico.

Subito poi Le Verrier continuando i suoi calcoli scoprì che qualcosa non andava anche con Mercurio.  Ricalcolò il tutto, e giunse alla conclusione che anche qui c’era un pianeta nascosto che interferiva sulla traiettoria. La cosa fu resa nota, Le Verrier aveva ora una certa fama popolare, e un astronomi dilettante in campagna scoprì il nuovo pianeta. Che fu chiamato Vulcano, perché era vicino al sole, e quindi doveva essere “cotto”, come il dio dei Romani.

La caccia al pianeta nascosto divenne allora mondiale, e molti videro Vulcano. Ma con un problema: era talmente piccolo che si poteva vedere solo in momenti particolari, quando transitava il sole, o quando c’era un’eclisse. Ma presto poi si scoprì che questo non bastava a spiegarne le stranezze: non c’era un’osservazione uguale all’altra. Si diedero varie spiegazioni, la più probabile sembrò che Vulcano fosse due, due pianeti con diverse proprietà. Finché, dopo trent’anni, Einstein, con la sua teoria della relatività, ipotizzò che l’orbita di Mercurio fosse bizzarra per effetto della gravità del sole sulla luce: non c’era un pianeta Vulcano, ma un effetto cangiante di luce.

 

astolfo@antiit.eu

A Napoli la prima regista donna di film

La storia di Elvira Maria Coda Notari, donna del popolo, napoletana (arrivata a Napoli da Salerno con la famiglia), ripudiata dalla stessa per essere rimasta incinta, costretta quindi a un “matrimonio riparatore”, con uno di mestiere fotografo, prima donna regista in Italia e probabilmente nel mondo, e col marito Nicola Notari titolare e animatrice della casa di produzione Dora Film (poi Film Dora), che realizza almeno 160 pellicole, la maggior parte delle quali scritte da lei. Su Napoli e di Napoli, popolare: fatti di cronaca, tragedie, canzoni (sì, Elvira faceva quelli che oggi spopolano come video clip). Con un vasto mercato in tutta Italia, e negli Stati Uniti. Tutto al femminile, prevalentemente.

Una storia con molti rivolti personali romanzeschi: il matrimonio riparatore a ventisette anni, 1902, la scoperta-rivelazione del cinema in un baraccone da fiera, in un angolo tra le statue di cera, una pellicola di tre minuti, le singolari capacità manageriali (produttrice, sceneggiatrice, insegnante di recitazione, pubblicitaria). Amabile ne fa una sorta di proto femminista, di fatto, senza proclami. Compreso il rifiuto, che poi si rimprovererà, del terzo figlio, una bambina, data alle suore. Precursora sia della pubblicità al cinema che del neorealismo (soggetti popolari, attori non professionali). Inventrice della ripresa diretta: quando nell’agosto del 1911 l’incrociatore “San Giorgio” s’incaglia sugli scogli alla punta di Posillipo, Dora convince gli ammiragli della Marina a far riprendere dal marito Nicola, operatore, le operazioni di salvataggio dalla corazzata  “Sicilia”. Di suo, come regista, con capacità tecniche, pare, notevoli – alcuni frammenti recuperati su youtube lo confermerebbero. Per esempio l’uso della profondità di campo. E nei film-fotoromanzo del muto, benché in movimento, maestra di una recitazione che doveva riprodurre “la verità” – “per emozionare ti devi emozionare”, raccomandava ai suoi attori, per lo più avventizi, presi dalla strada.

Flavia Amabile, Elvira, Einaudi, pp. 328 € 18 

 

sabato 16 luglio 2022

La guerra non tocca la Russia 5

JPMorgan e Citygroup ridimensionano le previsioni di forte recessione, dal meno 9,6 per cento di aprile al 3,5.

Del default, che pure dovrebbe esserci stato, per le scadenze dei titoli russi in dollari, non si parla - le scadenze sono aggiornate?

Sono poche alla fine le imprese occidentali che hanno abbandonato la Russia.

Dopo gli Emirati per il greggio, l’Arabia Saudita comunica il raddoppio, alla vigilia della visita del presidente Biden, delle importazioni di olio combustibile russo per le centrali elettriche, da 300 mila a 600 mila tonnellate.

Si vedono in Versilia suv con targa ucraina che non si vedevano prima.

Sono cinque quest’anno, invece di uno, i superyacht a quattro e cinque ponti ancorati davanti al Forte dei Marmi. Posto che non sono arabi, di cui non c’è traccia a terra, saranno di oligarchi russi non sanzionati – o ucraini?

Ecobusiness

I pannelli solari, cardine della transizione ecologica, sono prodotti in Cina, nello Xingjang, bruciando carbone.

In un podcast l’International Monetary Fund illustra con lo storico dell’energia Daniel Yergin il passaggio dai combustibili fossili alle batterie elettriche come un passaggio dal big oil, localizzato, “a grandi badili”: pannelli solari e batterie consumano un gran numero di minerali, variamente diffusi, da scavare in grandi quantità. 

C’è l’allarme siccità, ogni anno ormai o quasi, e nessuna pratica intelligente dell’acqua per usi domestici che ne consentirebbe il risparmio di almeno la metà – per usi quotidiani ben comprimìbili, come lavarsi i denti o farsi la barba (il vecchio barbiere  tagliava barbe lunghe con un semplice catino d’acqua). O anche pulire la differenziata. L’azienda romana dell’acqua del resto fattura un minimo di 200 mc di acqua l’anno per nucleo familiare, anche se il consumo è inferiore, pur mandando tutti i giorni le lavatrici.

Senza contare naturalmente la dispersione nella distribuzione via acquedotto, che in Italia è accertata al 44 per cento dell’acqua presa dagli invasi e dalle sorgenti.  

Pavese era un altro

A “Hoffman”-(Leone) Ginzburg, “Masino”-Pavese fa dire una cosa che lo segna: “Tu non sei di quegli idioti che si cercano, ma colle tue ignoranze riesci a vivere e a comprendere”. E di sé ribatte una cosa altrettanto importante: “Ho un difetto soltanto. Che non capirò mai la politica”, spiegando ben in anticipo gli smarrimenti del “Diario segreto”. Sa anche il suo problema con le donne – la cosa si prolunga per una pagina, ma il succo è questo: “Un grand’orrore di  qualunque legame l’aveva fin’allora distinto”.

Le prime poesie di Pavese, dai quindici anni ai ventidue, 1923-1930, e la raccolta di divagazioni torinesi “Ciau Masino”, 1932, una raccolta di racconti in realtà, anzi un romanzo, primo tentativo di narrativa, inedito. Un omaggio ai lettori dell’“Unità” il 12 settembre 1990, per i quarant’anni della morte, mai più ristampato, che invece ribalta tutto Pavese, semplicemente: la persona, e anche l’opera. Nell’introduzione, anonima e breve, ma straordinariamente viva e vera – sebbene il linguaggio sia censurato dalla vecchia abitudine di omettere le parole scurrili (ma una è rimasta, di un’opera che gli “bandava “ dentro, francesismo, o piemontesismo). E nella semplice composizione del volume.

Le poche note del prefatore anonimo sul legame paterno col professor Augusto Monti al liceo, su Tina Pizzardo, “l’insegnante di matematica dal carattere duro e volitivo, politicamente più che impegnata, iscritta al partito comunista clandestino”, amore infelice di una vita (lei lo usa come cassetta delle lettere), e sul suicidio per amore al liceo del coetaneo Elio Baraldi, nonché sulle cotte in serie per le ballerine del varietà scolpiscono un altro Pavese. Quando Baraldi si spara una rivoltellata “Pavese medita di imitare l’amico, poi si limita a scaricare la rivoltella contro l’albero a ridosso del quale si è ammazzato Baraldi. E scrive una serie di endecasillabi sciolti che invia subito all’amico Sturani”. Una psicologia non senza ombre ma forte, e diretta, non piagnona, lagnosa.

Le poesiole, composite, sono anch’esse illuminanti. C’è naturalmente Leopardi, filtrato da Pascoli. Ma anche la Vispa Teresa, in ottonari svelti. E il Berni. Con un “Blues delle cicche” di cui Pavese andrà sempre orgoglioso, ripreso in “Ciau Masino”. Che si adorna anche di un altro paio di poemetti in prosa, “Il vino triste”, “La maestrina”, “Antenati”, e un secondo blues di cui Pavese fu orgoglioso, “Il Blues dei blues”: le parole di una canzone jazz affidata però a “’n Tripôlìn”, un musicista “Napoli”, tutto intriso di canto melodico, e quindi abortita – il primo tentativo di “canzone d’autore”. Il tutto condito dal mistilinguismo. Il dialetto (piemontese? torinese?) innerva “Ciau Masino”, ma anche, nella costruzione, le prime poesie. Il poemetto a Titano (“All’alta rupe sul mare\ ancora è inchiodato il Titano”), 1928, viene anche in inglese, fluido.

È strano come di questo personaggio così vispo si sia fatto una arcigno professore, scontento della vita. “L’amore darà sempre guai a Pavese”, come ben predice l’anonimo acuto prefatore – quando a quindici anni prende la pleurite aspettando sotto la pioggia alla fine dello spettacolo una ballerina del varietà che invece è già uscita da un’altra porta con “un corteggiatore più fortunato”. Senza un’educazione agli affetti, da quasi orfano, cresciuto fuori casa – torinese nato per caso a Santo Stefano Balbo e lì abbandonato. Iniziato anche in queste cose dal professor Monti al liceo, che agli allievi consigliava il bordello. Un po’ fissato, se si vuole, ma come allora usava, sui toni della goliardia.  

“Ciau Masino” è un romanzo, scritto tra l’ottobre del 1931 e il febbraio del 1932, su due linee narrative, la vita dura, ignorante, perdente dell’operaio, e quella saputa e svagata degli intellettuali figli di famiglia, dei giovani studenti. “Tommaso Ferrero, detto Masino”, un altro Pavese, è protagonista di sette racconti (prodromi de “La bella estate” e altra narrazioni più fortunate di Pavese), Masin Delmastro è protagonista degli alti sette (tornerà con altro nome in “Paesi tuoi”). Masino è un giovane meccanico che le sbaglia tutte, da collaudatore della Fiat volendo cercare fortuna con le scuole serali, poi da torinese finito a Santo Stefano Belbo, e così via, fino all’abbrutimento, l’omicidio, il carcere. Masin passeggia con gli amici, chiacchiera, va in barca, flirta. E ha un dibattito insolito sul “francescanesimo” e sul Cristo di san Paolo, che attribuisce a Hoffman, “l’ebreo”, il più dotato degli amici – un dibattito pre Francesco-Bergoglio (e pre Pasolini).

Un debutto bocciato, non si sa da chi (dall’editore Frassinelli? sicuramente dall’amico “paterno” Leone Ginzburg), che però non dissuase l’anglista già notorio Pavese dalla scrittura, come energicamente assicura all’amico di sempre Mario Sturani, in due lettere allegate alla compilazione. “Il vivaio delle ambizioni letterarie di Pavese”, lo dice a ragione il prefatore, “un testo d’inaspettata freschezza  e di sorprendente allegria”.

Da ultimo il sogno: l’America. Che comincia da Genova, a un Sailor’s Inn. Dove però Masino-Pavese comincia con una battuta che oggi gli impedirebbe il visto, di un compagno di bevute, “un negro”, rilevando “una mano nuda, da scimmia”.

Pavese giovane, Einaudi, pp. 170 s.i.p.


venerdì 15 luglio 2022

La guerra non tocca la Russia - 4

L’attivo della bilancia dei pagamenti russa è cresciuto nel secondo trimestre. Per ridotte importazioni ma più per l’aumento delle esportazioni, in valore, di petrolio e gas – le sanzioni europee hanno avuto l’effetto finora di aumentare le quotazioni internazionali.

Nei primi 100 giorni di guerra la Russia ha incassato 93 miliardi di euro dagli idrocarburi. Ne ha esportato di meno, ma a prezzi più alti. Nel secondo trimestre la bilancia dei pagamenti ha registrato un avanzo di 70 miliardi di euro, surplus record. Rispetto ai primi tre mesi il valore delle esportazioni è diminuito, da 166 a 153 miliardi di dollari, le importazioni però sono scese da 88,7 a 72,3 miliardi.

La notizia ha rivalutato il rublo di un 3 per cento sul dollaro, quotando a 58,4 rubli per dollaro.

“L’economia russa resiste meglio del previsto”, malgrado la guerra e le sanzioni, secondo la banca americana JP Morgan: “Va verso una recessione morbida, con pil in calo del 3,5 per cento”.

Tutte le aziende giapponesi, e molte europee, compresi una ventina di gruppi italiani (tra essi Unicredit e Intesa), continuano a operare in Russia.

Cronache dell’altro mondo – gerontocratiche (198)

Il presidente Biden va per gli ottant’anni.

Il suo rivale nelle primarie democratiche per le presidenziali, Bernie Sanders, ha 81 anni.

La speaker della House of Representative Nancy Pelosi, ne ha 82.

La senatrice della California Diane Feinstein 89.

E sono tutte persone arrivate alla politica negli anni pre-Nixon.

La gerontocrazia è specialmente Democratica.

L’ultimo sondaggio dei Democratici li dà scontenti dell’amministrazione Biden, due su tre.

Il più vecchio dei Repubblicani è il presidente del Senato, Chuck Schumer, 71 anni.

(Sasha Abramsky, “The Nation”) 

Il miracolo delle “terre selvagge”

Il Tolstoj dei poveri. Della terra, delle erbe e le stagioni, dei contadini cocciuti, che sofrrono e prosperano, invece delle vuote aristocrazie, e dei tormenti d’amore. Che non mancano, ma per quello che sono, l’infatuazione di un momento, il richiamo della carne – dell’aria, dei suoni, degli elementi. Un canto di gloria alla fatica, al confronto col coevo Gor’kij, poverista piuttosto di regime. E il Teocrito del Novecento, quale resterà nelle storie. Ma: nazista?

Ogni Hamsun si confronta col passato di hitleriano convinto dello scrittore, prima della guerra, durante l’occupazione tedesca della Norvegia, e perfino dopo. Nel 1933 Hamsun aveva già 74 anni, Nobel da tredici, ma non era decrepito, e anzi continuava a scrivere con la magia di sempre. E non si capisce. Questo romanzo Sara Culeddu, che l’ha ripescato, tradotto e introduce, pubblicato nel 1917, dice di “storia piena di controversie”, perché piacque ai lettori ma non alla critica, e poi subì “l’appropriazione nazista”. Al punto da restare emarginato, almeno fino alla ripresa della stessa Culeddu, nel 2020, per i cento anni del Nobel a Hamsun - che, perché non dirlo?, deve molto a questo romanzo, di energie primitive. Ma, l’appropriazione di che? “Malgrado l’ovvio anacronismo di considerare «nazista» un romanzo uscito nel 1917”, nota Culeddu, “è indubbio che le sue pagine veicolino messaggi reazionari, antiprogressisti, antimoderni, antifemministi e razzisti”. Dove? Non in questo romanzo.

Qui Hamsun non è antifemminista. E anzi ha quattro personaggi femminili a tutto tondo. Con i difetti anche, certo, ma non da un punto di vista maschilista. E non c’è razzismo, e non c’è antiprogressismo. Non nei termini attuali, dopo la sbornia del consumismo globale. La furbizia del Lappone vagabondo non è una colpa, per lo scrittore del vagabondaggio. Non si può applicare retrospettivamente la correttezza ipocrita di oggi – cancellare per esempio gli zingari o rom che una volta popolavano la narrativa e ora non devono più esistere. L’aiutante femmina del Robinson Crusoe delle marcite settentrionali, futura “principessa” delle stesse, arriva “robusta e rozza, con ottime mani pesanti”, “un po’ avanti negli anni”, parla confuso, e non è “dotata di particolare intelligenza”, ma è “una benedizione” (pp. 10-11), in tutti i sensi – sapremo dopo che ha pure il labbro leporino.

Una scrittura formidabile – almeno nella traduzione di Sara Culeddu. Per ingredienti minimi, la vita nei campi vergini del grande Nord, di fatiche, ripetute, ripetitive. Che però assumono il fascino dell’ignoto, la vita “limpida” della campagna – il “grande mondo” della città può brillare ma non attrae. Con le catastrofi, naturali, stagionali. E l’ignoranza. Fino all’infanticidio, materno. Due infanticidi: uno, in qualche modo giustificato, punito col carcere (ma il carcere sarà una liberazione), e uno gratuito assolto, con argomentazione femminista (un’orazione capolavoro, nessun social femminista oggi saprebbe eguagliarla). Un elogio della sedentarizzazione, dopo gli anni e la trilogia del vagabondaggio – qui si emigra per non lavorare.

Un racconto lungo, insistito, ripetitivo, della vita nei campi, nelle marcite del Nord selvaggio, che si legge come un libro di avventure. Tutto eccelle, le pietre, i tronchi, le stalle, i parti solitari. E la prosa: un racconto di vita minuta memorabile. E progressista, al fondo. Le miniere che i capitalisti si passano di mano disinvolti, il commercio, la ricchezza vengono e vanno, valgono “esattamente quel che la gente è disposta a pagarli, niente di più”; “i germogli della terra, invece,” sono “l’origine di tutto, l’unica fonte di vita” (p. 362).

Un racconto perfino di buoni propositi, nel primo Novecento solforoso. Cosa ci si guadagna, chiede alla fine il deus ex machina, l’ex prefetto Geissler, e si risponde: “Un’esperienza forte e giusta”, e un’esistenza libera, “perché avete autorità e calma, avvolti da grande benevolenza” (p. 411).

Knut Hamsun, Germogli della terra, Einaudi, pp. X + 421 € 22

giovedì 14 luglio 2022

Ombre - 624

Fuori i grillini, meglio un governo tecnico: ancora non si sa ma non c’è dubbio che Draghi la pensi così. Meglio che avere i grillini alle costole, dentro e fuori del partito di Conte e Grillo, che un giorno ti votano a favore un giorno contro, meglio un governo che va avanti come sa, e i grillini che vogliono (Di Maio) lo votano. Per un tecnico economista come Draghi la politica economica di Grillo e i suoi dev’essere stata da mal di testa: Ecobonus al 110, una tantum, tredicesime, reddito di cittadinanza. Sembra quasi incredibile, nel 2022, che si dica una politica l’elemosina. A che costo poi.

In Afghanistan, come già in Irlanda del Nord, le forze speciali britanniche hanno ucciso molti inermi, per paura. E non succede nulla. Sì, c’è l’opinione pubblica, la Bbc denuncia e documenta il fatto, ma non ci sono colpevoli. Poi si dice il realismo del dottor Kissinger. Qual è il realismo delle guerre a tutti i costi della Gran Bretagna da un quarto di secolo almeno? Sia pure contro la Russia. E non da ora, dal falso dossier Russiagate. E anche dalle spie che muoiono a Londra – come Calvi, il banchiere, come Maxwell, l’editore laburista, eccetera.

Il baronetto Mo Farah, quasi quarantino, imbattibile a suo tempo nel mezzofondo, nobilitato dalla regima Elisabetta per i tanti successi, rivela che non è Mo Farah. Spiega alla Bbc che da bambino in  Etiopia vide il padre decapitato, che orfano fu mandato a Gibuti da alcuni parenti, per salvarlo dalla guerra civile, e che i parenti lo vendettero schiavo a una famiglia somala che viveva a Londra – Mo Farah è il nome del figlio della padrona somala. Questo a fine 1990. A Londra. Con l’Africa c’è ancora molto da lavorare – l’imperialismo qualche ragione ce l’aveva.

Stupefacente, ma non molto, il pelo sullo stomaco di Monica Maggioni, una giornalista che sa l’inglese e ha fatto perciò qualche guerra, embedded al sicuro, è stata per questo presidente della Rai, e da presidente ha scelto di dirigere il Tg 1. Non senza precedenti, un’altra con le lingue, sapeva perfino il tedesco, e con molto pelo è stata Lilli Gruber. Ma da direttrice del Tg 1 scalza i vice, non vuole ombre. E può farlo, Maggioni è ben dorotea, del democristianesimo eterno – come Gruber. Ha cominciato da Giorgino perché è anche lui un doroteo, ma di destra. Che sia donna aggiunge o toglie?

“Niente tonaca bianca e via dal Vaticano”: non cessa di stupire il papa, pettegolo, infantile, il “parroco- papa”. Non può fare ameno di occupare i giornali, e per lo più con idiozie. Da qualche giorno con l’ipotesi, perché no, che si potrebbe dimettere, anche lui. Non ora, ma potrebbe, domani, chissà. Da ultimo con questa precisazione, che vuole essere una cattiveria contro il vecchio predecessore, Benedetto XVI, che invece si è dimesso con dignità, con sofferenza - è lui “la veste bianca” e “il Vaticano”,

La Lega di “Roma ladrona”, lo stesso Salvini in testa a suo tempo, è ora in piazza con i cartelli “Roma merita di più”. Più cinghiali?

Draghi apre la concione alla stampa estera con una barzelletta (arriva il cuore nuovo all’ultimo minuto per il trapianto, ne arrivano due, e fra quello del giovane bello e aitante e quello del vecchio banchiere centrale ottantenne il paziente sceglie quest’ultimo - “sicuramente non è mai stato usato”), e i giornalisti stranieri ridono - sanno di che si tratta: il garbo vuole che si apra una concione con toni distensivi - mentre gli italiani convitati sbarrano gli occhi: Draghi dice le barzellette, come Berlusconi, etc. Questi giornalisti italiani, e i loro direttori, non finiscono di meravigliare: si diceva che fossero provinciali, ma forse sono altro.

Gli “Uber Files” che il “Guardian” pubblica, sulle “pratiche promozionali” della società anti-taxi, possono non avere rilevanza penale ma documentano il modo di essere del cosiddetto mercato: tutto si compra.  Uber avevano libero accesso a Macron, allora ministro dell’Economia a Parigi, al vice di Obama Biden, e ci provava con Scholz, oggi cancelliere a Berlino, allora sindaco di Amburgo e contrario a Uber. A Bruxelles però, che ha adottato la direttiva pro Uber, la corruzione è accertata: con Neelie Kroos, olandese, commissario Ue per il Digitale, che finendo il mandato voleva un posto in Uber.

Superstipendi in aumento, paghe in calo. Non da ora, da trent'anni - da 35 per l’esattezza, Gabanelli e Domenico Affinito sono precisi lunedì sul “Corriere della sera”. Gli stipendi medi si sono contratti del 2,9 per cento, il divario tra lavoratori e manager si è moltiplicato da 45 a 649 volte di più. Non è migliorato 604 volte il loro rendimento, solo le posizioni di rendita – sono i manager che decidono quanto gli compete. La storia del mercato, quando si farà, sarà piena di ridicolaggini, ma distruttiva – il mercato doveva produrre più ricchezza, ma per chi?

Surreale “dibattito” sull’acqua che manca in Italia paese di acque. La capa dell'opposizione on.le Meloni deve scrivere una lettera al giornale. Le risponde un ministro “tecnico”, che non conta niente cioè, sempre con una lettera. Il giornale non può (non sa) spendere per un’inchiesta? In fondo, si tratta solo di dire che l’Italia è ferma agli anni 1960, all’ultimo Fanfani, uno che faceva le cose – cambiava anche i tubi.

Si celebra - si celebra da mesi, da anni ormai – il Mundial di Spagna, anche il giorno che la Nazionale ne becca altri 5. La Nazionale femminile dopo quella maschile: l’Italia ci dev’essere abbonata. È anche la sola che gioca col possesso palla, cioè con la palla al portiere, a cui tutti hanno imparato a toglierla dai piedi, giocando e correndo in verticale. È più stupidità o rassegnazione?

Le vittorie per molte reti sono normali nel calcio femminile – la stessa Francia ne detiene probabilmente il record, 14-0 alla Bulgaria, altrettante all’Algeria – dopo aver beccato un 7-0 dalla Germania. Sono due sport diversi, al maschile e al femminile – al femminile il calcio è verticale, con buona pace di Freud?

La Francia è robusta e veloce, inaffondabile e inafferrabile - la Nazionale femminile. Ma per tredici ventesimi è di francoafricane, toste e velocissime.

Una pagina dl “Corriere della sera” per la vice-ministra Castelli. Una vice-ministra dell’Economia, addirittura, in carica già da quattro anni e passa. Che propone ora 200 euro, poi la fiscalizzazione degli “oneri di sistema” sulla bolletta della luce, poi qualche altro spicciolo, contro l’inflazione. Sembra di sognare: contro l’inflazione, che divora salari e pensioni, la politica economica delle mance? La politica di un governo a guida economica, ex Banca d’Italia? Ma più incredibile è non un accenno di critica, nemmeno di dubbio, sui grandi media.

Il 2022 doveva essere l’anno del decollo in verticale di Unicredit dopo il Grande Freddo seguito alla sbornia Profumo. E invece “si è trovata in un mare in tempesta” – “l’Economia”. Per la Russia, ma di più per “problemi di management, che hanno portato a un rimpasto”. Quisquilie, pinzillacchere, il management?

Ma “sul titolo Equita Sim ha da poco confermato la raccomandazione  buy e il prezzo obiettivo a 13,1 euro” – oggi è a 8,43 (lunedì, giorno de “L’Economia”, era a 9,38). La Borsa come atto di fede?

Spiega Nuccio Ordine sul “Corriere della sera” che i concorsi a quiz sono pieni d’inesattezze, e di errori, anche grossolani. Ma dice anche che lo ha spiegato, con esempi, già dieci anni fa, sempre sul “Corriere della sera”, insieme con Canfora. Cita vari errori. Ma, dice, il sistema è indistruttibile, malgrado le contestazioni in tribunale e i danni, perché “servono a far guadagnare tantissimi soldi  a molti privati  che hanno organizzato corsi per preparare il candidato” - corsi per azzeccare la riposta giusta. E poi dividono, col ministero?

C’è (quasi) ogni giorno una nuova modella ucraina che imbraccia il fucile, con tuta mimetica e accessori. O è sempre la stessa, con una diversa acconciatura? Ma la guerra non è brutta?

Da ieri sono in campo anche, con belle foto e belle confessioni, molto ben redatte, gli “unicorni” (sta per gay?): “Il battaglione degli Unicorni. In prima linea, gay e finalmente fieri di dirlo”. Non ci lasciano un centimetro quadrato di attenzione libero.

Certo, sono belle queste trincee spensierate, in pose scelte e bene illuminate. Ma i copywriter lo fanno gratis?

L’assoluzione di Platini e Blatter non dice che il calcio è pulito, dice al contrario che è sporco. Non il solo calcio, più di tutti è sporca l’atletica, dove pure i soldi sono (sarebbero) di meno, con le squalifiche a comando. Per favorire chi paga di più, la Cina, gli arabi, chi vuole. Sembra perfino assurdo, quanta corruzione c’è nello sport.

Il racconto dell’uomo inurbato – proletarizzato, vulcanizzato

Ultimo racconto della “Storia dei Tredici”, la trilogia che comprende “Ferragus” e “La duchessa di Langeais”, la piccola serie giallo-gotica di Balzac, primi anni 1830, non ancora “Commedia umana”, ma l’agitarsi già frenetico di uno che si vuole un filosofo, e un autore di teatro. La storia c’è: una ragazza dagli occhi d’oro, una tigre, innamora un nobiluomo, e una serie di colpi di scena seguono. Per l’inevitabile allora incombere, più delle mafie nel giallume odierno, di una potente società segreta – potere e segreto vanno insieme: di “uomini abbastanza onesti da non tradirsi mai tra di loro, abbastanza diplomatici da dissimulare i legami sacri che li univano, abbastanza forti da mettersi al di sopra di tutte le leggi”.

Ma il racconto si legge più per le venti pagine iniziali, un attacco retorico molto costruito contro Parigi, paradigma dell’umanità inurbata che si agita senza senso. Si capisce che Bertolucci ne sia stato attratto (l’edizione Garzanti è tradotta da Attilio Bertolucci), anche per l’inventiva linguistica e sintattica: una sfida.

Singolare in questa lunga digressione iniziale la ricorrenza di termini e riferimenti che si sarebbero pensati entrati nel lessico qualche generazione dopo, con Marx: operaio, proletario, proletariato, borghese, borghesia, piccola borghesia, consumismo per imitazione (“dispotismo dell’io lo voglio aristocratico”). Con un residuo romantico, che anche questo si perpetuerà per l’Ottocento, e oltre: “Questi uomini, nati senza dubbio per essere belli, perché ogni creatura ha la sua bellezza relativa, si sono irreggimentati, dall’infanzia, sotto il comando della forza, sotto il regno del martello, delle cesoie, della filatura, e si sono prontamente vulcanizzati” – un vocabolo, questo, che non avrà fortuna, ma diceva bene, di “Vulcano, con la sua bruttezza e la sua forza”.

Honoré de Balzac, La ragazza dagli occhi d’oro, Garzanti, pp. LX + 128 € 9

Alia, Ibs remainders, pp. 175 € 4,83

mercoledì 13 luglio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (497)

Giuseppe Leuzzi

Si discute il disegno di legge Gelmini, che ridà al Nord la spesa sociale (nazionale) finanziata con contributi fiscali del Nord in eccesso sulle prestazioni, quando essa, la spesa sociale, risulti inutilizzata. Che non è semplice da calcolare, ma non c’è dubbio che Gelmini voglia ridare al Nord i soldi che il Nord deve mettere per la “coesione sociale”: è una che non sembra, ma ha rivoltato l’università pubblica a favore delle private, sia pure ancora da inventare, magari online (i diplomifici). Anche perché la coesione sociale funziona poco. Pietro Francesco Maria De Sarlo, napoletano di Milano, presidente della Fondazione Intesa, si è accorto che la spesa sociale è a Milano il doppio che a Napoli – non propriamente il doppio: “Per il sociale si spendono 6.893 € pro capite in Lombardia e 4.899 in Campania: più a via Brera a Milano che a Scampia a Napoli”.
Certo, può anche essere che a Scampia siano ricchi e a via Brera nel bisogno.
 
“Tra il 1919 e il 1939, cioè ieri, “lasciano il Centro-Nord due milioni e mezzo di migranti e un milione e mezzo parte dal Mezzohiorno” – Alessandra Gissi, “Donne e migrazioni” (in “Storia delle donne nell’Italia contemporanea”, 245). Nel dopoguerra, con la Repubblica, si cambia: nel decennio 1946-1956, su 1,2 miliomi di emigranti, “le provenienze regionali vedono al primo posto la Calabria, poi Sicilia, Campania, Abruzzo e Molise, Lazio, Veneto”.
 
“L’Espresso” dei primi anni, gestito da Arrigo Benedetti, vede il cofondatore Eugenio Scalfari, calabrese, impegnato nella diatriba Milano-Roma (“Milano,la capitale morale d’Italia”), e nella “creazione del Sud” – di un Sud violento, barbaro, baro, corrotto, sprecone (butta via i contributi). L’Aspromonte terra di banditi. L’olio di oliva senza olio. “Il Regno di Napoli conquista Firenze” (“è in corso la meridionalizzazione di tutta l’Italia”). E “L’Africa in casa. Perché scappano verso Nord” – una “inchiesta” a più mani e più puntate “che disegna un Mezzogiorno «senza storia»”, nota la storica Gissi rileggendolo, “immoto e resistente ai processi di trasformazione”.
 
Si ripercorre nella “Storia delle donne nell’Italia contemporanea”, la raccolta di saggi a cura di Silvia Salvatici, l’assurdità del “delitto d’onore”, atto quanto altri mai penale. E dello stupro a lungo “provocato”, dall’abbigliamento, gli sguardi, il linguaggio, le abitudini. Nonché di quello risarcito (abbuonato) col matrimonio – detto alla Peynet “la fuitina”. Che però, più che un deficit antropologico, maschilista, “italiano” o “meridionale”, è l’effetto della miseria della giurisdizione italiana, di avvocati e giudici, di una giurisprudenza malata.
 
Un sindaco antimafia di vent’anni fa, a Roccabernarda nel crotonese, è stato ripetutamente oggetto di aggressioni, ai beni (la macchina incendiata etc.) e ora anche alla persona. Aggressioni azionate tramite minorenni. I mafiosi vanno col codice. E l’antimafia? Il sindaco aveva il torto di essere di destra? Ma è un ex maresciallo dei Carabinieri. Non si è fatto in tempo a indagare? Ma Francesco Coco parla e agisce da vent’anni, fu eletto nel 2002.
Non è solo: i mafiosi, padri, figli, nipoti, da tempo noti, denunciati, indagati, anche condannati, si ritrovano sempre a piede libero, ovunque in Calabria. L’antimafia serve a postare foto su instagram? Magari di Madonne che si inchinano a mafiosi, invisibili – come è giusto, saranno divinità. Ma a carico dello Stato, cioè delle vittime dei mafiosi? Carabinieri, ancora uno sforzo!
 
Il Sud non è terra d’immigrazione – di opportunità
In una disamina breve, ma fortemente intelligente, dell’immigrazione sull’ultimo “La Lettura”, lo statistico Roberto Volpi spiega in due righe il ritardo del Sud: in un’Italia ancora decentrata, come è della sua lunga storia, e di operosità legata alla persona più che al capitale – artigianato, piccola imprenditoria, senza capitali cioè, piccolo commercio – l’immigrato si trova a suo agio. Ma questo non avviene a Sud, giacché l’immigrazione vi è residua.
La struttura fortemente decentrata dell’urbanizzazione e della produzione favorisce in Italia una immigrazione “senza effetti banlieu”, di ghettizzazione, e una rapida integrazione nelle attività artigianali-imprenditoriali. Ma al Centro-Nord: “Solo 830 mila sono gli stranieri residenti nel Mezzogiorno, contro quasi 4,4 milioni che risiedono nel Centro-Nord. Nel Mezzogiorno rappresentano poco più del 4 per cento della popolazione, nel Centro–Nord poco più dell’11 per cento, quasi tre volte tanto”.
Resta da decidere: è la mancanza di iniziativa personale che indebolisce il Sud oppure di infrastrutture: vicinanza ai mercati, promozione, possibilità di fare reti? È in difetto l’uomo del Sud oppure l’organizzazione, politica, economica? È pure vero che la politica non è imposta, è l’espressione della società.  
 
La donna del Sud
Si dà su Rai Storia la serie “Donne di Calabria” presentata alla Festa del Cinema di Roma, ideata da Minoli. Sei donne come tante per la verità: due giornaliste, Adele Cambria e Clelia Romano Pellicano, una sindaca, Rita Pisano, la “contadina” Giuditta Levato, la prima parlamentare calabrese, Jole Giugni Lattari, e questa sì, la prima donna sindaca in Italia, Caterina Tufarelli Palumbo – di buona famiglia ma orfana, avvocato, già sposata a 21 anni, a 24, nel 1946, quando le donne poterono votare, si candidò e fu eletta, a San Sosti. Una  serie cioè che involontariamente perpetua il cliché, volendo motivare il contrario, che ci sono donne energiche anche in Calabria – ce ne sono anche di più energiche della serie.
Due esempi migliori li propone Daria Galateria sul “Venerdì di Repubblica” – tratti da due biografie recenti, “La tigre di Noto”, di Simona Lo Iacono, e “L’attrito della vita” di Lorenza Foschini, che ne tratta incidentalmente, scrivendo di Renato Caccioppoli. Anna Maria Ciccone, da Noto a Roma e alla Normale di Pisa, un secolo fa, matematica e fisica, mai professore, benché avesse vinto molti concorsi (non veniva “chiamata”), famosa perché, germanista per essere stata chiamata nel 1935 a Darmstadt, dal chimico futuro Nobel Gerhard Herzberg, nel 1944 contrattò energicamente con i comadanti tedeschi che volevano razziare i laboratori e la biblioteca di Fisica a Pisa e riuscì a salvare il tutto. E Maria Del Re, di Reggio Calabria, prima donna professore incaricato di una disciplina matematica, sempre un secolo fa.
 
Il problema del Sud è che non c’è il bisogno
“la Repubblca” dedica una pagina, per la penna di Francesca Alliata Bronner, alle “meraviglie del turismo in Calabria”. Che resta però la regione meno turistica dell’Italia - l’“alluce dello stivale”, scrive Alliata Bronner, “come gli americani chiamano la Calabria”. Meraviglie per “alcuni dei migliori prodotti gastronomici italiani”, come ha scritto il “New York Times”, per il “mare spettacolare”, scrive Alliata Bronner, che si affaccia sullo Jonio e sul Tirreno, e per “la cultura millenaria”. Molto green la trova la giornalista: una ciclovia lunga oltre 500 km, bird watching, trekking. Con l’orizzonte sempre aperto, si può aggiungere, sui due mari. Il mare di sabbia alternato al mare di scoglio. I boschi, colorati e sempre illuminati, pieni di luce. “Per finire a Reggio Calabria, il capoluogo e forse la città meno turistica del meridione benché piena di storia”. Che non ha mai saputo mettere a frutto la posizione nello Stretto, fantasmagorica, i Bronzi e il superbo museo archeologico, e il lungomare, certo – e fiori e frutti unici, gelsomino, bergamotto, annona. Il centro turistico che ha suscitato le meraviglie di Alliata Bronner si chiama Falkensteiner, del gruppo Falkensteiner, dei fratelli dallo stesso nome, tirolesi italiani della Val Pusteria, con sede a Vienna, e ramificazioni in tutto il Mediterraneo.
Ci vogliono soldi per un club Falkensteiner? Quelli non mancano. Incapacità di servire? Di organizzarsi? Di promuoversi? Poca intelligenza? Poco bisogno. La speculazione dei poveri a Scalea e a Falerna, lo sbocco a mare di Cosenza sull’A 3: piccoli immobiliaristi romani hanno distrutto una cittadina storica, di grande sapienza urbanistica, e una macchia mediterranea meravigliosa per costruire casermoni da vendere cheap a poco metraggio l’uno, abbandonati per dieci mesi l’anno, e per gli altri due infernali. Rocca Imperiale, nome giustamente importante per un borgo arrampicato sotto al castello, opera di Federico II, nonché marchio di uno dei limoni più pregiati, era in abbandono fino a quindici anni fa, quando un gruppo di amici padovani rilevò delle case abbandonate, le rimisero in sesto il poco che necessitava per poterci passare un paio di settimane in estate, le tennero per alcune estati e poi, cambiando destinazione alle vacanze, le rivendettero al doppio e al triplo - il paese intanto si era risvegliato. Nella provincia di Reggio, la più dissestata dell’intera penisola, Palmi ha due spiagge da paradiso terrestre, la Tonnara e la Marinella, ma sa solo riempirle il mese di agosto, per la troppa folla, troppa sporcizia e poco guadagno: un sindaco intelligente, Armando Veneto, che aveva portato a Palmi il premio Viareggio del palmese Répaci,  ha dotato la Tonnara di un porto turistico, e lì il porto è rimasto, vuoto, nessuno ci ha neanche provato a gestirlo – come nel Terzo Mondo: si spendono i soldi dello Stato, gli appalti sono golosi, e poi si lascia tutto in abbandono. Tra Palmi e Villa la costa è piena di spiaggette, scogli, grotte, ma nessuno offre un servizio di cabotaggio, in barca o in motoscafo. Era una costa piena di viti zibibbo, uva molto dolce per l’insolazione, la vigna a gradoni sul mare che ha fatto la fortuna delle Cinque Terre: tutto abbandonato, la costa è inselvaggita (si voleva tracciare un sentiero, per un trekking tra cielo e mare, e niente, nemmeno quello).
Della Calabria non si finirebbe mai di dire. Che non riesce a fare tesoro delle specie vegetali che la favoriscono: bergamotto, cedro, liquirizia, oltre all’ulivo, di cui ha forse la maggiore superficie alberata, e gli agrumi. Inventare prodotti, promuoverli. E avrebbe anche un numero strabiliante di vitigni autoctoni - non dirlo ai padovani né ad altri veneti – che non cura. Ci volevano donne venete, magari solo reduci da Casarsa quando c’era il militare obbligatorio, per aprire un primo rifugio sul Pollino, o ristoranti da fiaba, sotto Gambarie, con affaccio sullo Stretto - lo Stretto, un capitale vergine.
Non è un paradosso, sicuramente non un pregiudizio, è una constatazione, sconsolata: il Sud soffre di mancanza di bisogno – vero, reale: si accontenta.
 
Sudismi\sadismi
Dal “Corriere della sera” online: “È partito da poco un percorso rivolto a formare insegnanti che a loro volta faranno da formatori ad altri insegnanti attraveso dei corsi online che cominceranno in autunno e avranno per oggetto la didatttica della lingua italiana, della matematica e della lingua imglese. Destinatari di questi corsi sono i docenti in servizio nelle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, regioni che nei test Invalsi ottengono risultati molto al di sotto della media italiana”, Marco Ricucci, professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano.
In realtà la sperimentazione, avviata e gestita da Indire, Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, è rivolta a introdurre nella scuola la “grammatica valenziale” o della verbodipendenza, una pedagogia innovativa, e comincia dal Sud.

leuzzi@antiit.eu

L’Italia crolla, Washington è indifferente

La fine è della “Prima Repubblica”, o dell’assetto democratico, seppure debole, dell’Italia per un colpo di mano di un gruppo di giudici, napoletani di Milano, e dei giornali, sempre milanesi: un golpe all’insegna, non dichiarata, del leghismo (poi finito naturalmente nei torbidi, il partito più ladro d’Italia). La fine dal punto di vista americano, dell’ambasciata americana a Roma – “La fine della prima repubblica negli archivi segreti americani” è il sottotitolo. Archivi per la verità non segreti, non per la serie di documenti che Spiri ha potuto consultare, che sono i rapporti dell’ambasciata al Dipartimento di Stato, quelli ufficiali - quelli veramente segreti, se ne esistono, lo sono ancora. Non grandi analisi, avverte lo storico, i rapporti sintetizzano la situazione quale emerge dall’opinione pubblica italiana, dai media. Più o meno confermata da qualche conoscenza personale dei diplomatici (che però, va detto, fanno e facevano poca vita sociale).

I dispacci sono tutti pro-Milano. I giudici sono stati ricevuti all’ambasciata, dove hanno spiegato che faranno piazza pulita di tuti i partiti - mentre cancelleranno tutti i partiti eccetto i loro, il Msi e il Pci. E più volte dal console americano a Milano, che li cerca con insistenza. La sorpresa di questi dispacci è indiretta: la fine annunciata della “Prima Repubblica” non 9turba l’ambasciata, anche se l’Italia è un alleato e una base sensibile nel Mediterraneo. Le cronache vengono sintetizzate in chiave simpatetica. Si parla di manifestazioni di popolo per i giudici, che sono invece quelle che sono mancate – le “manifestazioni di popolo” sono l’imboscata del Pci contro Craxi all’hotel Raphael.

Ancora più strano è il distacco diplomatico considerando che la crisi politica si doppiava con quella dell’ordine pubblico, con le stragi di Palermo – Riina leggeva i giornali, o chi per lui, e sapeva cosa accadeva a Milano. Ma il collegamento che l’ambasciata fa di queste due emergenze è importante: nessuno storico, per tacere dei cronisti, lo ha rilevato e lo rileva, benché sia una lettera aperta.

Falcone era conosciuto e apprezzato negli Stati Uniti, dal tempo del maxiprocesso. I rapporti tengono quindi conto di Palermo. Ma più per il lato politico che sembrava emergerne, di una qualche responsabilità di Andreotti.

Spiri sembra fare differenza tra l’ambasciata della presidenza repubblicana, di George Bush, fino al 1992, e quella democratica di Clinton, dal 1993. Ma l’ambasciata americana a Roma in epoca Democratica è stata ben più interventista di quella repubblicana: prima di Clinton, e dopo Kennedy-Johnson, ci fu quella di Carter, il cui ambasciatore a Roma, lo storico diplomatico Gardner, 1977-1981, si agitò molto e in fondo sconfisse l’alternativa di sinistra, un governo alternativo alla Dc, con la partecipazione del Pci – Clinton porterà l’Italia addirittura a dichiarare guerra, alla Serbia (non a dichiararla, a farla).

Latita sempre – sempre evitato – un riesame storico dell’atlantismo, che fa ormai quasi ottant’anni, un’epoca, e in esso del rapporto fra l’Italia e gli Usa. Curioso, in questa più ampia disattenzione, è il non detto di questa “Fine”, va ripetuto: non c’è paura o apprensione per un procedimento di degrado politico, a opera di giudici avventurosi e del leghismo milanese, politico e editoriale, e quindi dell’indebolimento dell’Italia. La quale invece aveva appena avuto un ruolo di primo piano nell’indebolimento e la caduta dell’impero sovietico. Con i finanziamenti Bnl, cioè del partito Socialista, a Solidarnosc. Col sostegno al cardinale Glemp in Polonia, nella sua ambigua coesistenza col generale Jaruzelski (l’analisi famosa di Sandro Viola, “Il cardinale e il generale”), e al papa Woytiła a Roma. E soprattutto con il si allo schieramento in Italia dei missili americani Cruise, gli euromissili, che fecero saltare l’ultimo bluff sovietico, imposto da Craxi a De Mita (ministro degli Esteri Andreotti), e a Andreotti recalcitrante che gli succedette, col sostegno di Cossiga dal Quirinale. Si dice di Craxi che era indigesto a Washington  per la vicenda dell’“Achille Lauro” e di Sigonella, la base aerea siciliana dove fece schierare i Carabinieri contro i Marines che volevano il terrorista Abu Abbas, che Craxi aveva promesso di liberare al mediatore Arafat. Ma nel 1992 non c’era Reagan alla Casa Bianca, il il presidente americano che meno conosceva il mondo, ma il diplomatico George Bush.

Andrea Spiri, The End 1992-1994, Baldini + Castoldi, pp. 236 € 18


martedì 12 luglio 2022

Secondi pensieri - 488

zeulig

Credere – “Se è falsa l’idea, chi mi mette l’idea?\ Se non c’è bontà né giustizia\ perché si angustia il cuore nella tenzone\ difendendo i suoi inutili miti?”: se lo chiede, e lo chiede al suo amato Leopardi, Pessoa nella “Ode a Leopardi”. Una serie di argomenti al rovescio: “Se è falso credere in un dio o in un destino\ che sappia quello che è il cuore umano,\ perché c’è il cuore umano e il senso\ che ha del bene, e del male?” Per concludere – ma l’ode è incompiuta: “Quale malvagità, quale …, quale ingiustizia,\ ci fece per credere, se non dobbiamo credere?”.

Dittatura – È delle “minoranze operanti” di Sorel, e poi di Lenin e Mussolini. Il cambiamento (rivoluzione) è sempre opera di una minoranza attiva – ne è la materia e lo scopo – e  a volte vince. Nei due canali, della medietas e della radicalizzazione. Di quando si fa maggioranza, seppure passiva, tiepida, non ideologizzata. Oppure si radicalizza, inevitabilmente avvitandosi su se stessa, a partire da Robespierre.

È il sentiment alla base della radicalizzazione americana di questi anni Duemila: un imporsi delle minoranze di ogni tipo, che destabilizza le maggioranze (di genere, di colore, di posizione sociale), anche le più tolleranti, in quanto tracimano dagli equilibri della tolleranza, per imporsi – quasi una nuova intolleranza: come opinione, trend, mercato, e perfino legge. Con un senso profondo, totalizzante, di essere nel giusto e avere diritto - come un pregiudizio. Si vede un po’ in tutte le rivendicazioni – anche in quelle più giuste (contro un assassinio perpetrato da un poliziotto, contro un detto o un atto di razzismo, contro una sopraffazione nel nome della maggioranza).

Ci sono anche eccessi. Come dire fascista la scrittrice inglese Rowling, perché ha detto che una donna non è solo una persona con le  mestruazioni. Non c’è fastidio, non ci può essere, in un afroamericano che legga oggi Mark Twain, “Huckleberry Finn”, racconto sontuoso e comunque antirazzista, perché incontra più volte detta, non da Twain, dai tanti personaggi, lo spregiativo nigger. Non ci può essere fastidio, non c’è. Ma ci può essere, e c’è, il tentativo di avvantaggiarsene, chiedendo censure e compensazioni. Cioè opportunismo. In una logica che fa dei diritti una tagliola, e un soperchieria.

Eteronimi – Ricorrono di Pessoa - solo di Pessoa - i tanti sosia, proiezioni di se stesso, che Pessoa avrebbe voluto, o temuto, di se stesso. Che non sono però il normale sviluppo di ogni vita, dal vero o immaginaria – desiderata, provata? L’entelechia è un work in progress, tra errori, omissioni, presunzioni, progetti.

Infanzia  È la stagione dorata della psicoanalisi, il suo campo di esercitazione o caccia (“Edipo”, rimozione, fase anale…). E quindi di moltissima letteratura, a partire da Proust. Che pure non manifesta conoscenze o curiosità speciali per la nuova scienza – mentre Svevo, che la praticava dagli albori, evita accuratamente l’infanzia. George Perec, che invece non la trovava, non se ne ricordava, dovette alla fine ricostruirsela (“W ou le souvenir d’Enfance”), affiancando al suo “romanzo d’avventure” infantile il ricordo, poverissimo di eroismo o anche solo di immagini, di briciole, di cose “possibili”: parentesi per lo più, assenze, buchi, dubbi, ipotesi, e una difficoltà insorgente di ricordare – di dare corpo ai lampi di scoperta, casuali, sognati, copiati.

Malinconia – Viene “seduta”, propriamente, sulla sedia, in un piccolo saggio in tema di Tabucchi all’interno della sua ennesima celebrazione di Pessoa (“L’automobile, la nostalgia e l’infinito”, p. 64). Alla base e’è Eugenio D’Ors, “Glosas”: “Per lavorare, e soprattutto per sognare più nobilmente, è necessario stare seduti”. Ma per lo stesso D’Ors la sedia si accompagna al tedio, spiega Tabucchi: “L’«Oceanografia del tedio» è un monumento alla sedia”.

Tabucchi segnala anche un saggio del critico brasiliano Joacquim-Francisco Coelho, “Sulla sedia di Álvaro de Campos”, uno degli eteronimi di Pessoa. E ricorda che la “Melencolia” Dürer ha raffigurato seduta.

O non è viceversa: la malinconia mette seduti? Che potrebbe certo essere la stessa cosa: stando seduti – immobili, inattivi – si diventa malinconici, se già non lo si è. L’uomo è faber. Forse è solo disforia,  uno stato patologico, dei nervi, della circolazione.

Ritorna ciclicamente. E oggi è di nuovo a Burton, il pastore anglicano del Seicento, che trova il “morbo malinconia”, oggi si direbbe depressione, una pandemia da cui nessuno è escluso, per una lunga serie di circostanze. La fine di un amore, o anche solo di una emozione. L’interrotta o impossibile frequentazione di una persona affezionata. L’isolamento, o comunque la mancanza di un gruppo, familiare, sociale. Mancanze varie, di ogni tipo, reali oppure no, ma che comunque insorgono e occupano la mente. E l’insoddisfazione insorge, verso se stessi, verso un’attività o un’opera. E naturalmente, in senso elevato, biblico (“Ecclesiaste”, 3,11), quando non si afferra, o non più, la ragione delle cose, dall’inizio alla fine - la “malattia dell’anima” di Aristotele. Il reverendo Burton si firmava Democritus jr.

Ci sono sempre sorprese a sfogliare questa enciclopedia della malinconia, che produce, dice Burton, follia e genio. La “mélaina cholé” di Ippocrate, in greco la bile nera, o bile dell’umore nero, causa di ansia e di tristezza. Uno stadio morboso, non la normale “malinconia” del vivere, la stanchezza. Un “bipolarismo” che si rappresenta nero nell’incisione “Melencolia” di Dürer e rosso nella coeva ”Melencholia” di Cranach. Con l’ambivalenza, cioè, dell’inquietudine del presente, di voler o comunque aspettarsi un presente promettente, dal futuro prossimo migliore. Baudelaire ne fa famosamente un segno di distinzione, la malinconia dicendo nei “Diari intimi” “la nobile compagna della bellezza, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore”. Come farà il filosofo Romano Guardini, che nella malinconia trova l’inquietudine di chi avverte l’infinito che non sa o può cogliere, una forma di dolore illuminato dalla speranza. Già Marsilio Ficino, che Burton avrebbe fatto in tempo a inventoriare ma non lo fa, collegava alla malinconia il genio.

Leopardi la dirà il dolore che conclude alla gioia vera (“Zibaldone”, 1691). Mons. Nunzio Galantino, nella sua colonna settimanale sul “Sole 24 Ore Domenica”, ritrova l’infinito malinconico di Guardini nell’arte: “Come nella serie di tele e di xilografie realizzate da Munch a partire dal 1891, intitolate Melankoli”. Starobinski invece è drammatico, la malinconia eaminando come tristezza, disperazione, delirio, furore, suicidio.

Piacere – Può non piacere – senza che si sia masochisti. L’“amare amabam” di sant’Agostino è reso da Pessoa nell’“Ode marittima” in “gostava de gostar de gostar” – che Tabucchi traduce : “Mi piacerebbe che mi piacesse provare piacere”. Che però è una agudeza insensata: un doppio condizionale di un’azione positiva che non ha senso. O ce l’ha in negativo: il piacere non mi piace – che è una soluzione. 

Scienza e fede – “La scienza è per gli occidentali come la Chiesa cattolica per Cortès e Pizarro. Ma loro ancora avevano una qualche idea di cosa fossero i sacramenti”: Calasso, “L’innominabile attuale”, è portato a questa conclusione dalla lettura di Simone Weil su Planck – dai due articoli di Weil, “Compte rendu sur le livre de Planck” e “Á propos d’un livre de Planck” (tradotto come “Libero arbitrio”, il libro di Planck mette assieme una conferenza del 1923 a Berlino, “Legge di causalità e libero arbitrio”, e uno dl 1936 a Lipsia, “Sulla natura del libero arbitrio”). La teoria dei quanti è “straordinaria e sovversiva”, anche se forse è sbagliata in certe applicazioni, ma quando se ne allontana Planck è “banale”: dà per scontato che il mondo si fonderà su una scienza che non può capire, scoperta da un uomo che, al di fuori della scienza, non sa che dire.

zeulig@antiit.eu