martedì 20 dicembre 2022
La Buona Novella è (ancora) la nascita
“Il Presepe è la
Buona Novella che diventa presene. È la Natività che rinasce. E ogni anno si fa
storia viva. Universale e locale. Perché ogni paese ne fa lo specchio di se
stesso”. Comincia così Niola, e ha detto tutto: Natale è l’incarnazione, che è
un mistero e una fede. Ma è anche un mito. Sotto un distico di De André che c’entra
poco, ma comincia con “Odore di Gersusalemme”: in qualche modo la cristianità c’entra
pure.
lunedì 19 dicembre 2022
Banche virtuose, banche centrali ignoranti
È come se le banche, private, controllatissime
dalle banche centrali, capissero e aiutassero l’economia, e le banche centrali, pubbliche, che controllano le banche, i governi e le economie, sapessero di economia (produzione,
distribuzione, prezzi) giusto per qualche infarinatura. Talmente macroscopici, potenzialmente
micidiali, sono gli errori che la Federal Reserve americana e la Banca centrale
europea hanno accumulato e manifestano. Di giudizio e di governo. Cieche su
fatti visibilissimi.
Intesa, per dire, moltiplica i fondi dedicati
a questo o quel settore produttivo, a condizioni specifiche, settoriali e regionali,
per aiutare il rilancio dopo il covid, e alleviare l’impatto del caro-energia.
Unicredit ha di suo un’intelligente moratoria su prestiti e debiti – che sembra
alla Eduardo, “a da pass’a’ a nuttata”, ma è, era, la funzione della banca,
assistere nel bisogno e non precipitare la fine. La Federal Reserve Usa invece,
che ha sottovalutato l’inflazione un anno fa, prima della guerra
russo-ucraina, accumula rincari dei tassi in percentuali e a ritmi esorbitanti,
come se l’inflazione fosse una bestia selvaggia da addomesticare – ora che,
invece, è per molti segnali già addomesticata. La Bce, che non sa fare niente
di suo, si adegua.
L’andamento difforme dell’inflazione è
anche un segnale degli interessi divaricanti dell’Europa e degli Stati Uniti.
Ma come spiegarlo alla Bce.
La Bce al guinzaglio della Fed – o la Ue non è gli Usa
La politica monetaria confidata alle
banche centrali, senza più alcun potere di indirizzo dei governi, non è una
canalizzazione entro criteri “tecnici” (norme di buon governo) ma un capestro, affidato
a boia inaffidabili se non sanguinari.
La Fed non è intervenuta prima contro l’inflazione,
quando avebbe potuto con mano più lieve, per non contrastare la Bidenomics, i
tre piani di gigantesca spesa federale del governo Usa: American Rescue Plan (2
mila miliardi di dollari), Infrastructure and Jobs Act (1,2 mila miliardi) e
Inflation Reduction Act (750 miliardi).
La Fed è intervenuta tardi e male. E la
Bce si adegua, senza più.
La Bce non capisce (Draghi fece eccezione, ed è per
questo un monumento) una differenza semplice tra Europa e Stati Uniti: gli Stati
Uniti possono creare debito senza limiti, federale, statale, col mondo, l’Europa
no.
O anche si può dire, il caso, dell’indigenza
più che dell’ignoranza dell’Europa. Che è nata all’insegna del “vincolo esterno”,
del potere taumaturgico tra i suoi membri di non si sa quale entità superna.
Purtroppo teorizzato, in Italia, da Draghi e dal presidente Ciampi (nella
opinione italiana a lungo si è fatto credere che l'Arcangelo fosse Angela Merkel…). E ora
si fa essa stessa soggetta a un mitizzato “vincolo esterno”, benché sia, scoperto
e anzi dichiarato, americano.
Poesia e morte in Persia
Un tardivo romanzo
storico, dal vero, che si divora. Molto ben scritto. Da un formalista emerito (coautore
con Roman Jakobson delle toste “Tesi sul linguaggio”, 1928, che rivoluzionano
la linguistica e anticipano lo strutturalismo, e in proprio di “Arcaisti e
innovatori” – tradotto in parte come “Avanguardia e tradizione”), che però è
anche narratore semplice (di una “Giovinezza di Puškin” dopo questo “Vasir
Mukhtar”), e si fa leggere con avidità. Benché dipani una storia multistrato,
non sempre esplicitata, più spesso allusa. Dell’indefinitezza del reale: il
destino brillante, caustico, legato alla migliore Russia, degli insorti liberali
del 1825 (“decabristi”) e di Puškin, coartati e liberi allo stesso tempo, e
creativi – protagonisti di una Russia ben viva, benché la fascetta editoriale
la faccia già marcia, come un secolo dopo.
È la storia di
Griboedov, letterato di talento, già di successo con la commedia “Che disgrazia,
l’ingegno!”, la disgrazia di capire che le cose non vanno, sospetto a corte per
le simpatie liberali, e inviato a Teheran invece che al confino, a estendervi l’influenza
russa, in competizione con l’Inghilterra. Ne ritorna con un Trattato di
Turkmanchay, che adombrerebbe, spiega, l’accettazione di un protettorato russo.
Rimandato a Teheran dopo questo successo con l’incarico ufficiale di vazir mukhtar,
ministro plenipotenziario, lungo la strada trova a Tiflis l’occasione di
sposare una giovane la metà dei suoi anni, la sedicenne principessa georgiana
Nina Čavčavadze. Con la quale prosegue per Tabriz,
all’incontro degli emissari dello scià per l’applicazione del trattato di pace.
Che secondo Griboedov riconosceva una indennità di guerra e la liberazione dei
prigionieri cristiani. In particolare delle donne “circasse”, le giovani armene
e georgiane chiuse negli harem persiani. I colloqui essendo infruttuosi, Griboedov
decide che lo scià, Fath Alì, personalmente gli avrebbe dato ragione. Ma Teheran
gli fu fatale: accusato di aver dato asilo a un eunuco di un harem e a due
spose armene, fu assaltato nell’ambasciata da una folla tradizionalista e
trucidato.
Lo
scià s’impegnò a restituire la salma, dopo il difficile riconoscimento – al
passaggio sarà omaggiata da Puškin, in Armenia con un corpo di spedizione
russo.
Ma il finale non
conta – se non per la ferocia delle folle, quando si tratta di fondamentalismo “religioso”:
non è un thriller. È la storia di un giovane, ottimo letterato, secondo Puškin uno dei più colti della
loro generazione, molto cosmopolita, benché non viaggiasse, giacché leggeva in
italiano, francese, inglese, arabo, tedesco e farsì. Di Pietroburgo, tra
giovani liberali e intrighi di corte. Della Persia. Della ferocia popolare. Che
sfilano come al cinema, bene individuati e come vivi, pur nelle tante
diversità, anche contrastanti. Una sorta di pittura dal vivo - non un’estemporanea,
un figurativo ben delineato, studiato nell’apparente semplice, spesso. Appassionante
come l’altro biopic di Tynyanov, non tradotto, il tardo e incompiuto “La gioventù
di Puškin”.
Yury Tynyanov, La
morte del vasil-mukhtar, Settecolori, pp. 600 € 26.
domenica 18 dicembre 2022
L’Europa spauracchio
Tra
spaventapasseri e babau, l’Europa non sa presentarsi che così, se Mario Monti,
l’europeista più europeo di tutti non sa parlarne in altro modo stamani sul
“Corriere della sera”.
Questa l’Europa
che gli europeisti italiani ci hanno cucito addosso – e le vestali della City,
“Financial Times” ed “Economist”, che pure fanno parte di un altro mondo,
dovrebero. Dell’Europa maestra di scuola. Mentre la verità è semplice: che
gliene frega dell’Italia e degli italiani a un olandese o a un finlandese? E
viceversa: se Bruxelles legifera, che dobbiamo e vogliamo esserne parte. Così
si governa una confederazione - ma anche una federazione, con legami stretti,
come negli Usa o in Germania: ad Ambrgo debbono e vogliono sapere cosa si decide
a Berlino e a Monaco. o a Los Angeles col Texas. In Europa no, nell’Europa italiana.
Altrove se ne parla come qualcosa di cui tenere conto, come in tutte le
famiglie. Non il “vincolo esterno”, di cui i professori Monti sono alfieri.
Oggi, per
dire, è urgente una legge europea che contrasti
quella Biden di aiuto pubblico massiccio allì’industria americana dell’Ict e
della transizione ecologica. Urgente nel senso che si sarebbe già dovuta fare,
e invece non se ne parla nemmeno. Monti, che queste cose le sa, fa la lezione
sul Mes, sapendo che una parte della maggioranza ne diffida, dopo le pessime,
quasi tragiche, prove che questo fondo europeo ha fatto in Grecia.
L’Europa è
vittima degli europeisti, non degli euroscettici. Degli europeisti italiani,
quelli mandati a Bruxelles. Provinciali sempre a bocca aperta, con chi parla
imglese, o francese, o anche tedesco. Che hanno fatto spesso (Monti soprattutto)
gli interessi della City e di altri interessi poco comunitari. E (forse) non lo
sanno neanche.
Il Qatar e i suoi vicini
Si scopre
il mondo dei principati della penisola arabica, corrotto e corruttore, per il Mondiale del Qatar, e per le mazzette che i progressisti
di Strasburgo hanno preteso dall’emirato. Come se solo il Qatar fosse corrotto
e corruttore. Mentre invece lotta e si difende dalla corruzione dei più grandi
e alquanto potenti vicini, Arabia Saudita e Abu Dhabi – non, curiosamente, il
Kuwait, il solo emirato che, da cinquant’anni, si è voluto dotare di una costituzione,
e di un sistema di governo passabilmente parlamentare.
Sono
questi Paesi poco più che dei deserti, ma importanti per l’Occidente, come finanziatori
e come produttori delle sue fonti di energia, gas e petrolio. Sono Stati “patrimoniali”,
nella classificazione di Max Weber. Stati cioè che sono la proiezione e la
pertinenza di una famglia dominante. Allargata con matrimoni e compravendite,
ma di origine e sostanza prettamente familiare, tribale.
Stati
padronali, per dirla con linguaggio più comprensibile. In guerra tra di loro,
quando non sono alleati o intrecciati (oggi, p. es., da nemici sono diventati consoci del Credit Suisse). Per esempio nelle notizie: siamo inondati
dalla notizia che gli stadi del Mondiale in Qatar sono stati costruiti a spese dei
lavoratori, che nell’emirato sono tutti immigrati (i qatarioti, beduini
sedentarizzati, non più di 300 mila, non lavorano, non di fatica), di cui 400 sono morti. Mentre i morti sul lavoro forse sono quattro, comunque molti meno di quanti ne muoiono in Italia, senza costruire
stadi. Che è un’informazione venuta da Abu Dhabi. Con un successo organizzativo
senza precedenti, e probabilmente anche in attivo dalle non in perdita, come normalmente
avviene in queste competizioni, più di lustro che di vantaggio. Con stadi sempre
pieni, anche se una vacanza al Qatar costa ogni giorno alcune centinaia di
dollari (i padroni del Qatar erano contrabbandieri di oro con l’India, che lo
tesaurizza, e trafficanti di piccolo cabotaggio con le dhows panciute,
fornitori di tutto, dalle “boatte” di pelati Cirio ai sanitari, e dal 1980, con
i soldi del petrolio, costruttori e gestori a Doha di un interporto aereo
commerciale con l’Oriente, che è diventato una miniera), e nemmeno un ferito.
È curioso,
o forse, no, che in un mese di Qatar non se ne sappia o scriva niente.
L’ecatombe terrorista, trascurata
Dal 1969 al 1982 Della
Porta e Rosi conteggiano 324 attentati, 272 di sinsitra e 51 di destra,
paricolarente numerosi dal 1977 in poi. Con 351 morti. Inclusi i morti per stragi
– ma esclusi i morti della stazione di Bologna. Totale di morti e feriti 360 di
sinistra, 758 di destra.
Si rimuove volentieri.
Ma senza nemmeno un’analisi delle origini – origini vere, politiche,
ideologiche, più che dei “servizi deviati”.
Donatella Della
Porta-Maurizio Rossi, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani,
Istituto Cattaneo, free online
sabato 17 dicembre 2022
Ombre - 646
Si leggono con
sgomento “documenti segreti” della Cia sull’Italia ora declassificati, per l’indigenza.
Di Enrico Mattei recepiscono come vera la nota di un diplomatico italiano nemico
di un altro diplomatico, che avrebbe “venduto” al futuro creatore dell’Eni la
patente di antifascista, anzi di comandante antifascista. Come se ci fossero
patenti di antifascismo… Anzi, di Mattei aggiungeva che durante l’occupazione
vendeva la moglie alle SS… È questa la potenza che ci ha governato, che ci
governa?
Tutto perché Mattei
concorreva nel 1961 ai permessi di ricerca petrolifera in Italia che
interessavano anche alle compagnie americane.
Meloni insiste, e
porta a casa da Bruxelles il tetto al prezzo del gas, che infatti subito crolla
– si sa che è tutta speculazione, a partire dall’Olanda, ma ora la
speculazione è palese. Una misura necessaria per tutti, ora che arrivano le
bollette di ottobre, con i primi freddi. Come non detto.
Meloni ha
insistito dopo Draghi. Ma nemmeno questa la assolve. E forse non è nemmeno
pregiudizio politico, è incapacità di capire: si fa giornalismo a rimorchio di
che, non ci sono più direttori nei giornali, dirigenti, in grado di capire?
Lo sciopero immediatamente
proclamato da Landini, alla seconda o terza settimana del governo di destra, resterà
segnalato per l’effetto media, che evitano le panoramiche per non diminuire
l’evento. L’evento è la presenza di Landini sui tg e i talk show. Scioperanti
solo pochi pensionati, desiderosi di uscire da casa.
Il sindacato dei
sindacalisti? Che poi sono uno solo, Landini. Per che altro è stato chiamato lo
sciopero?
Allucinante invece
oggi la “spallata al governo” di Letta in piazza Santi Apostoli a Roma, che
pure non è grande: obiettivi stretti e strettissimi sul segretario del Pd, perché
niente di altro era da inquadrare. Sono minuti interminabili, Letta sembra concionare
a se stesso.
“Contanti o pos?”,
chiede l’intervistatore. “Che discussione mediocre”, risponde Pupi Avati: “In
Iran impiccano in piazza i manifestanti, in Ucraina infuria la guerra e noi
discutiamo del tetto ai contanti”.
La “discussione”
prende tuta la corrispondenza dei lettori del giornale, “la Repubblica”, i quali
tutti sono stati in paesi “civili” dove non si accettano contanti.
Singolare dibattito
su “la Repubblica”, fra le Grandi Firme del giornale, a proposito di “Lady
Murekatete”- non più Soumahoro - se ha diritto alla borsetta firmata oppure no,
e sulle sue pose da vamp. Con analisi del tipo: “La rappresentazione di
sé di Murekatete è la vittoria del capitalismo”.
A fronte di questo
“dibbattito” il quotidiano ospita “Le idee” per un nuovo partito della sinistra.
Che si penserebbe semplice. Ma si fa con interventi del tipo: “Per essere
europea la sinistra provi a governare il capitalismo”. Sopra prose che nessuno
legge (altrimenti s’incazzerebbe).
Le coop delle
Murekatete erano dunque locupletate, oltre che dall’Interno e dalla Regione Lazio,
anche dal Comune di Roma, sindaci Marino, Raggi e Gualtieri, senza documentazione
e senza controlli. In virtù di che cosa? Del nome di Soumahoro. Poi si dice che
i progressisti perdono le elezioni perché gli italiani sono fascisti.
Curioso che di Soumahoro,
che nel partito che lo ha candidato era contestato per fatti specifici, di
caporalato, da alcuni membri della direzione, si occupi solo “Striscia la
notizia”. Anche soltanto per smentire queste accuse.
Molta cronaca e
poca informazione sullo scandalo dei progressisti a Strasburgo al soldo del
Qatar. Poca o nessuna informazione cioè sul perché e come il Qatar e il Marocco
abbiano corrotto dei parlamentari progressisti invece dei moderati, i
conservatori, i leghisti, e altrettali.
Dalle coop (anche la Lega Coop è sotto processo, vendeva come extravergini oli raccogliticci) al Qatar è questione morale ovunque, ma Pd e sostenitori (tutti i media?) Non lo sanno.
Allucinante invece
oggi la “spallata al governo” di Letta in piazza Santi Apostoli a Roma, che
pure non è grande: obiettivi stretti e strettissimi sul segretario del Pd, perché
niente di altro era da inquadrare. Sono minuti interminabili, Letta sembra concionare
a se stesso.
Il 30 per cento
degli ex parlamentari europei e il 50 per cento degli ex commissari Ue (membri
della Commissione di Bruxelles), scopre Transparency International, viene utilizzata
nella capitale europea come lobbysta, a sostegno di interessi particolari, di
varia natura. Veniva utilizzata nel 2017, l’anno dell’analisi di Transparency
International. Da allora il reclutamento di ex parlamentari e ex commissari è
cresciuto. 12.860 organizzazioni di lobbying sono in attività a Bruxelles per
controllare e gestire le attività legislative della Ue.
Gli ex presidenti
della Commissione Europea, Prodi e Barroso, sono entrati a far parte della
banca Goldman Sachs. Nellie Kroos, ex commissaria per l’Agenza Digitale, è entrata
nel consiglio di Uber, e di Merrill Lynch. Altri hanno assunto incarichi in
Arcelor\Mittal, Volkswagen, Bank of America, e gruppi minori.
Paginate per Carrai,
“il finanziere di Renzi”, nel 2019, perquisito di notte con violenza dalla Guardia
di Finanza fiorentina e accusato di riciclaggio, poche righe per l’archiviazione,
dopo tre anni di indiscrezioni pettegole ai giornalisti complici, per “infondatezza
della notizia di reato”. Un attacco a freddo da parte di una Procura allora di
destra dichiarata, con la volenterosa partecipazione della Guardia di Finanza.
Andiamo bene.
Poi si dice che in
Italia c’è troppa evasione fiscale: per forza, i guardiani si occupano di
altro.
Grande indagine
dei Carabinieri fra i rider, mezzo milione di persone, con la scoperta di un
vasto caporalato: agli immigrati senza permesso di soggiorno si fornisce il falso account, per poter lavorare, e anche, eventualmente, la bicicletta. Per la metà della paga. Ma di
questo caporalato non avevamo sentito mesi fa da “Striscia la notizia”, con
documentazione inequivoca?
“Il Sole 24 Ore”
declassa Roma, bene amministrata dalla giunta Gualtieri in questo 2022 dopo
l’abbandono degli anni della grillina Raggi, di ben 18 posizioni nella graduatoria
della qualità della vita. Dopo che si è fatta finalmente pulizia per le strade,
e molte sono state riasfaltate. Roma ritorna al centro dell’offerta culturale, con 30-40 spettacoli
teatrali in contemporanea, una media giornaliera di due concerti di classica, mostre
d’arte di qualità. Ed è scelta dal “New York Times” per la migliore vacanza 36
ore. “Il
Sole 24 Ore” è grillino – la Confindustria lo è? Come sono scelti i campioni di
queste indagini? Il giornale le fa per promuoversi o per denigrarsi – farsi
social, movimentista?
“È laureata in
Storia dell’Arte, è effettivamente una professoressa, ha una sua famiglia”, Giletti
assicura della donna che avrebbe fatto, e comunque ha divulgato, il video di un
incontro di Renzi con un capo dei servizi segreti che ambiva a una promozione –
che poi non ha avuto. Se non che “ha dato quattro versioni diverse della
vicenda”. Forse Giletti pensa che i servizi segreti siano tipi da James Bond,
non impiegati pubblici. Oppure si, se foto è video sono state riprese in una stazione di servizio semideserta, se non per le scorte dei due personaggi a colloquio - certe che i clic erano di un cellulare e non di un silenziatore.
“A fronte di una media
europea, a spanne, di 25 mila leggi, ne abbiamo 250 mila. Più lo S tato è
corrotto più sforna leggi”, Carlo Nordio, ministro della Giustizia, al
“Corriere della sera”.
Calciatori dei campionati
italiani di serie B e C, Crotone, Entella, Catania, portano la piccola Croazia
in semifinale al Mondiale. Mentre le “sorelle” italiane di seria A ne sono fuori.
Il calcio è un gioco di squadra.
Si erano viste cose
in Olanda-Argentina che non c’entrano col calcio, anzi antisportive. Peggio ha
fatto la Fifa, fingendo di non vedere, malgrado il sicuro rapporto
dell’arbitro. Non gli argentini che vanno in squadra a sfottere gli sconfitti
olandesi, né Paredes che prende a pallonate la panchina olandese. Né ha sentito
Messi che ingiuria e diffama mezzo mondo. Anzi no, la Fifa non è rimasta
inerte, ha sanzionato l’arbitro. Il signor Collina, l’arbitro degli onesti, ha
sospeso l’arbitro spagnolo, che ha tentato di arginare le furie con i cartellini
gialli, sedici. L’arbitro li ha divisi “equamente”, otto e otto, ma ha avuto il
torto di ammonire Messi, mettendolo a rischio di non giocare la sicura finale. Effettivamente,
non ha capito nulla.
La Sardegna inappetente
Inappetente. Anzi,
irritante. Sembra un diario di scuola, quando usava, delle elemntari. Leggendolo
a seguire alla Sardegna di Jünger, o di Lawrence, già allora disponibile, un’impressione
di squallore.
Vittorini esordiva
così nel 1932, a 24 anni ma già parte della Firenze letteraria che faceva l’epoca,
in viaggio-premio de “L’Italia Letteraria” – premiato a sua volta da Deledda:
col niente. Salite e discese da torpedoni e vapori, uomini accigliati con la
barba di otto giorni, pietre, e silenzio, i sardi non parlano.
Alessandro Cadoni
nell’introduzione dà qualche motivo di curiosità attorno al testo – di cui fa
anche una succinta notazione delle varianti, nelle pubblicazioni in rivista prima
che in libro. La decisione de “L’Italia Leteraria” di premiare in qualche modo
Vittorini, giovane impecunioso a Firenze, come tutti, correttore di bozze alla “Nazione”,
traduttore improvvisato, giornalista letterario. L’anticipo dei soldi per la “crociera”
sarda da parte di Montale (“Elio è sui nuraghe e speriamo che vinca
stavolta le auspicate 5000 lire”, così ne scriveva a Quasimodo, che di Vittorini
aveva sposato la sorella). L’indecisione di Deledda, che presiedeva la giuria
del rpemio. Ma poi sconfina evocando Defoe, Stevenson, Jack London. E una Sardegna
suggerendo di cui nel libretto non si trova traccia: “Arcaismo, metafora,
analogia, suggestione, sogno”.
Cagliari, per
dire, “sopra un monte metà roccia e metà case di roccia” è la “Gerusalemme della
Sardegna” – che non vuole dire nulla, tanto meno per Vittorini. Sassari è sassi,
un posto muto. Alghero embra di pietra pomice” – “E a sapere che vi parlano
catalano, mi diventa più oscura nell’imbrunire nuvolso d’una S pagna, anzi d’una
Spagna d’America”... Il doganere ozioso è “il re della spiaggia” – la Sardegna
è un’isola dove chiunque “poteva venire a farsi un regno e chiamarsi re”.
Con un inno a Arborea
(“Mussolinia”), al trionfo della bonifica, contro la malaria: entusiamava anche
Corrado Alvaro, non per propaganda, la bonifica è come la pencillina.
Elio Vittorini, Sardegna
come un’infanzia, Bompiani, pp. X-129 € 12
venerdì 16 dicembre 2022
Cronache dell’altro mondo – fraudolente (234)
Sam
Bankman-Fried, il fondatore ed ex gestore della borsa delle criptomonete FTX, arrestato
alle Bahamas per il collasso del suo impero monetario, è accusao di bancarotta
fraudolenta - l’atto d’accusa parla di “frode intenzionale, pura e semplice”.
Bankman-Fried
è accusato di essersi appropriato dei fondi Ftx per uso personale, per ripagare
debiti incorsi col suo hedge fund, Alameda, e per avere donato
milioni di dollari a candidati politici: circa 40 milioni nel 2022, per il voto
di medio-termine del 4 novembre, e 76 milioni nel voto presidenziale del 2020. Finanziare
i politici è legale negli Stati Uniti, ma Bankman-Fried è accusato di averlo fatto
di nascosto, non pubblicamente – “in quella che potrebbe essere la maggiore
infusione di denaro illegale nella politica americana da decenni”.
Le donazioni politiche di cui c’è traccia legale sono andate al partito
Democratico: 6 milioni di dollari a vari comitati elettorali Democatici, per la
Camera e per il Senato, 27 milioni a Protect Our Future PAC (Political Action
Committee), un gruppo fondato per affrontare la pandemia, che ha speso 24,2 miloni
per finanziare la campagna di 19 Democratici alle primarie.
In un’intervista a novembre Bankman-Fried spiegava di avere finanziato i
Repubblicani, ma di meno, perché sono già di suo “superliberali”. E in nero,
quini con finanziamenti non tracciabili.
Due collaboratori di Bankman-Fried, Ryan Salame e Nishad Singh, hanno
finanzioato l’uno i Repubblicani, con 24,5 milioni di dollari, e il secondo i
movimenti, “oltre 12 milioni” – tra essi 2,25 a Women Vote!, 1,1 milioni a un
Victory Fund Lgbtq della Emily’s List (la maggiore organizazione femminista in
politica, gestisce 700 milioni di fondi a sostegno delle donne candidate), e 1 milione
a un Senate Majority Fund.
Singh e Bankmann-Fried insieme hanno donato 6 milioni nel 2022 alla
campagna elettorale di Biden.
Proust pastiche di se stesso
La prima raccolta
di scritti diversi di Proust, messa assieme nel 1926, a ridosso della morte,
dall’editore e dal fratello Robert, che firma una imbarazzante avvertenza:
l’immagine di Marcel si vuole accreditare come di mondano snob. E di gusti
letterari in linea.
La scelta ha
dell’incredibile. Anche perché lascia il sospetto che sia veritiera, risponda al
personaggio. Si parte dai salotti di varie dame di nessuna qualità – prose
noiosamente lunghe, per esercitare il name dropping, firmate con
pseudonimi, come voleva l’uso elegante, “Dominique”, “Horatio”, “Echo”…. Si
continua con recensioni mediocri di opere mediocri, forse di amici, forse e
volute dai giornali. “Guerra e pace” apprezzando come “Il mulino sulla Floss”. Addizionate
di elzeviri impressionisti, romanticheggianti, per “Le Figaro”, il quotidiano
conservatore. “La chiesa del villaggio”, “Vacanze di Pasqua”, “Spine bianche,
spine rosa”, “Raggio di sole sul balcone”.
Si ritrova il Proust
saggista più noto, dei successivi “Pastiches et mélanges”, di “Contro Sainte-Beuve”,
in due prose di dopo la “Ricerca”, scritte e pubblicate nel 1920, saggi su due
autori che Proust non amava, e sembra non capire, Flaubert e Baudelaire. Di
Flaubert aveva anche fatto uno dei suoi spiritosissimi pastiches,
pezzi scritti nello stile di uno scrittore, e lo ricorda per raddoppiare il carico:
“Per quanto concerne l’intossicazione flaubertiana, non saprei raccomandare
troppo agli scrittori la virtù purgativa, esorcizzante del pastiche”. Qui
ne abbozza all’impronta uno di Balzac, per introdurre il salotto di Mme
Madeleine Lemaire, tanto più brillante e divertente per sembrare improvvisato –
ma dura una sola pagina. Madeleine Lemaire è per più pagine la “grande
pittrice”. Così come Anna de Noailles è la poetessa più grande, “un genio dela
poesia”: “Se, a proposito di lei, si parla di genio, lei non l’ha rubato”, e
così via, per una intera pagina di “Le Figaro”.
L’inno a Lemaire e
de Noailles non è il solo, le cronache mondane sono profuse, lunche anche una pagina
di giornale. Ci vuole genio per scrivere una pagina di giornale senza dire
nula, il giornale più autorevole dell’epoca, ma Proust ci riesce – è questo precedente
che trasse Gide in inganno sulla “Ricerca”. Con paginate di nomi. La recensione
del libro di viaggi di un conte de Cholet è dedicata a “Henri de Rothschild per
il suo gusto dei viaggi”, e e s’illustra con una citazione preventiva del “Viaggio”
di Baudelaire. C’è molto la nonna di Robert de Flers – chi era costui? C’è
anche uan contesa Potocka née Pignatelli.
Singolarmente pronunciato
spicca il gusto di Proust per le cattedrali e le chiese di paese, per le feste
religiose e gli scampanii, Natale, Pasqua. Numerosi i richiami a Chateabriand,
anche in opposizione a Flaubert, e di Chateaubriand al “Genio del cristianesimo”.
Il biancospino, “il mio primo amore per un fiore”, associa alla devozione, “al
mese di Maria” in chiesa. Un primo esercizio, labile, della “Ricerca” - sul
“Figaro” del 1912? Uno più consistente è nella prosa ironica “Vacanze di
Pasqua”, la Pasqua promessa dal padre a Firenze – un viaggio che poi non si fa,
ma interamente goduto al solo nome della città: “C’è una differenza tra un nome
e una parola”.
Di Flaubert nel
saggio che gli dedica, confinandolo sardonicamente all’uso e all’expertise di
passato remoto, imperfetto e participio presente, è poi di suo maestro arcigno di
grammatica. Una lezione che sconcerta a petto dei grandi elogi che profonde per
Léon Daudet, che era suo amico ma piccolo scrittore - e grande antisemita.
Baudelaire è “il più grande poeta del diciannovesimo secolo”. Alla pari con
Vigny. Salvo aggiungere che “I giori del male” fanno un baffo a V.Hugo, al suo “Boozaddormentato”
della “Leggenda dei secoli”. Con lodi reiterate anche qui, in nota, a Léon
Daudet.
Non ama Flaubert,
anche se lo difende – finge di difenderlo. L’attacco del saggio, in difesa di
Flaubert contro una critica del suo “stile” apparsa sulla “Nouvelle Revue Française”,
lo appaia con un ghigno a Kant: “Ha rinnovato quasi alttrettanto la nostra
visione delle cose”. Oltre che per Léon Daudet, professa amore per Chateaubriand
e Nerval. Nerval lo ama perché praticava “le intermittenze del cuore” – “titolo
che avevo dato in un primol tempo a una mia opera”. Fosse un libro d’autore,
invece che di memoria, sarebbe un pastiche di se stesso – e in questa
chiave folle di gradevole lettura.
Marcel Proust, Chroniques,
L’imaginaire-Gallimard, pp. 263 € 8,50
giovedì 15 dicembre 2022
Cronache dell’altro mondo – elettorali truccate (233)
Il partito Democratico ha vinto le elezioni di medio termine col trucco di portare gli iscritti repubblicani alle primarie a votare personaggi di estrema destra o comunque non credibili. Il quotidiano “The Washington Post” fa un conto dettagliato di questa tattica.
Il partito Democratico ha investito 19
milioni di dollari per far vincere alle primarie repubblicane in primavera per
alcune cariche sensibili dei candidati perdenti. Una tattica applicata in tredici
primarie, in contesti tradizionali di parità fra Democratici e Repubblicani. E
in sei il candidato finanziato dal partito Democratico ha vinto le primarie. Tutt’e
sei poi hanno perso le elezioni.
Questi i candidati repubblicani “portati”
dal partito Democratico che hanno poi perso le elezioni: i candidati a
governatore del Maryland Dan Cox, della Pennsylvania Doug Mastriano,
dell’Illinois Darren Bailey, il candidato senatore del New Hampshire Dion
Biolduc, e due candidati alla Camera dei Rappresentanti, ancora nel New
Hampshire e nel Michigan.
Un gruppo di 235 ex parlamentari Democratici
aveva pubblicato una lettera aperta, l’1 agosto, di critica ala pratica di
manipolazione delle primarie.
Il principe strano e l'attricetta
Una serie che si
annuncia noiosa tanto è scontata - come sono insulsi i reali quando non stanno
sul trono e non sanno fare altro. Un reale peraltro un po’ strano, con
un’attricetta, come usava dire. Una specie di “Oggi “ o “Gente” quando le principesse
si abbrancavano ai fusti, tipo Maurizio Arena, o le attrici-modelle, di qualche
forma se non opere, catturavano i principi imbranati. Di fatto, un principe inglese che gestisce un pollaio in California (o nell’Oregon?).
Lui si lamenta
orfano, ma tutti abbiamo avuto una mamma, non è quello che distingue. E litiga col padre e col fratello - fino al prossimo lutto, la visibilità non si paga? Ma, poi,
lui non conta, è un comprimario. Di lei che però non esiste, si direbbe a Roma.
Si dice attrice ma per vantare una comparsa, minore, in una serie tv minore. Non
è una bellezza, non è simpatica – e non sarebbe difficile se ci riusciva
Maurizio Arena – e ha qualche anno, e qualche intelligenza, più di lui.
Curioso che la
serie venga dall’America. Forse il paese che non ne ha mai abbastanza delle
melensaggini inglesi.
Menhaj Huda, Harry&Megan:
A Royal Romance, Netflix
mercoledì 14 dicembre 2022
Il mondo com'è (456)
astolfo
Elena Ferrari – È una delle
tante donne giovani e belle spie che la Russia sovietica infiltrava in Europa
tra le due guerre, negli ambienti letterari e artistici. Nata Ol’ga Fedorovna
Revzina, nel 1889, a Ekaterinoslav, emerge a Mosca nel 1916, attivista del partito
Socialdemocratico-frazione bolscevica, e
si distingue, in divisa militare, con i gradi di capitano, nella guerra civile
contro i Bianchi controrivoluzionari, perdendo un dito della mano sinistra. Smobilitata,
entra alla scuola della Čeka, il servizio d’intelligence sovietico poi Kgb a
Mosca, e presto si ritrova in Turchia, ufficialmente addetta all’ambasciata,
col compito di spiare le attività dell’armata di Vrangel’. È in Turchia che
adotta lo pseudonimo Elena Ferrari: si presentava infatti come cittadina
italiana.
A Roma “Ferrari” arriva nel settembre 1924, addetta culturale all’ambasciata
sovietica. Ma prima ha fatto esperienza diplomatica a Berlino, centro allora di
transito o di permanenza di quasi tutta l’intellighencija russa,
emigrata e non. A Berlino fa la conoscenza, fra i tanti, di Maksim Gor’kij,
Chodasevič, Šklovskij, Nabokov. E pubblica nel 1923 una piccola raccolta
poetica, “Erifilli”. La critica di Gor’kij, che giudica la plaquette
“artificiosa”, non la smonta, e a Roma, dove viene trasferita, nel settembre dell’anno
successivo, reitera con la raccolta “Prinkipo” – dal nome greco delle isole
antistanti il Bosforo. A Roma ha maggiore fortuna. Vi è arrivata introdotta da
Ruggero Vasari, conosciuto a Berlino. Vasari, futurista oggi dimenticato, poeta
e pittore, autore del dramma “L’angoscia delle macchine”, la introduce nel
mondo dei Bragaglia, gli animatori della scena teatrale e artistica della
capitale degli anni 1920. E il ventenne Vinicio Paladini, nato peraltro a Mosca,
da madre russa, il futuro architetto futurista, già bolscevico e rivoluzionario,
s’incarica della pubblicazione, disegnandone la copertina e le illustrazioni –
la traduzione è affidata a Umberto Barbaro, altro ventenne, siciliano. Il 2 febbraio 1927 figura tra gli artisti del movimento artistico-letterario che Paladini lancia, Immaginismo - con Barbaro, Dino Terra, Paolo Flores e altri. Claudia
Salaris fa dell’“agente segreto sovietico Elena Ferrari” una delle tante “Donne
d’avanguardia” che ha pubblicato qualche anno fa.
Per evitare legami, “Ferrari” fu però presto assegnata all’ambasciata di
Parigi, e successivamente con vari incarichi negli Stati Uniti, sempre in qualità
di letterata-spia. “È difficile dire se le sue occupazioni letterarie fossero
motivate dai compiti che le assegnava il controspionaggio o se fossero uno
sfogo emotivo, un riposo intellettuale”, concluderà il suo studioso Lazar
Flejšman. Richiamata a Mosca nel 1936, nella lotta di potere al vertice
dell’Urss che finì con la lunga stagione dei processi, fu condannata a morte
nel 1938.
“Elena Ferrari” non era la sola, la procedura era standard, nella Čekà e
poi nel Kgb, di “piantare” una bella donna accanto a un facitore, per un
qualche verso, dell’opinione pubblica: la politica
delle “compagne” appassionate dell’intellighentsia occidentale è un unicum nella storia della turpitudine,
ma fu praticato su vasta scala. Tutte comunistissime pur essendo anticomuniste,
buone con Mosca cioè. Tutte sposate prima a un uomo inutile, la procedura è standard: Moura Budberg, dapprima con
Gor’kij, buon sovietico ma sospetto, poi con H.G.Wells, Tatiana e Giulia
Schucht, le sorelle Kagan (Elsa Triolet e Lilja Brik), Gala multiforme,
Margarita Konenkov, che Einstein arrapava, la principessa Kudasheva, musa di
Rolland. Neppure ipocrite, Elsa l’ha detto, la sposa e musa di Louis Aragon, oggi
dimenticato per molti decenni a metà Novecento figura centrale dell’intellighentsia
parigina: “Mi piacciono i gioielli, faccio parte dell’alta società, e posso
essere una sporcacciona. Sono un agente sovietico”. Con l’aggiunta non ironica:
“Mio marito è un comunista, ed è colpa mia se lo è”, al “contadino di Parigi”
Aragon non lasciando neanche la colpa dell’abiezione.
Con Majakovskij la partita fu invece più sottile, come del gatto col
topo. quando a
vent’anni il poeta s’imbatté in Lilja, sotto forma della più giovane sorella
Elsa che lo innamorò. Lilja, già di ventisette anni, se ne impadronì e ne terrà
strette le briglie col marito Osip. Nelle relazioni
maschili, con le spie Agranov e El’bert, che lo controllavano, e in quelle
femminili. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York
decise di recarsi a Parigi e rimettersi col poeta, Lilja l’anticipò,
promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo
il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea
scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una
Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata. Poi Majakovskij morì –
e Lilja ne ebbe gloria pereptua.
Europa testa di
ponte
– Ritorna l’Eurasia, col conflitto russo-ucraino, e all’interno dell’Eurasia
ritornano la prima nozione di geopolitica, un secolo fa, che ne faceva “il pivot”
del potere mondiale, e all’interno di essa individuava il nucleo condizionante
nell’Europa Centro-Orientale - la Germania, per intendersi, e la Russia.
Ritorna nell’aggiornamento che ne ha fatto Zbigniew Brzezinski a fine
Novecento, ne “Il grande scacchiere”, esattamente venticinque anni fa, nel
1997, riscoperto con la guerra.
L’Eurasia “pivot
geografico della storia”, o heartland, cuore geografico, è una delle
primissime nozioni di geopolitica – dopo la discussione a fine Ottocento se
conta più nel potere mondiale la terraferma (Germania) oppure non contano i
mari (Inghilterra). La elaborò il geografo inglese Harold Mackinder nel 1904,
in un saggio, “The Geographical Pivot of History”, presentato il 29 gennaio
1904 alla Royal Geographical Society e subito dopo pubblicato. Condensandola in
una sintesi presto famosa: “Chi comanda l’Est Europa comanda lo heartland eurasiatico,
chi comanda lo heartland comanda l’Isola-mondo, chi
comanda l’Isola-mondo comanda il mondo”. Sottintendendo che l’Europa
occidentale era una “testa di ponte” verso il “cuore del potere” mondiale.
Brzezinski
aggiorna il “pivot geografico della storia” di Mackfinder alla luce della
globalizzazione economica, del ruolo nella distribuzione mondiale del potere
assunto dal continente asiatico, Cina e India, e fa dell’Europa – lui
esplicitamente - una mera testa di ponte verso l’Eurasia. “Gli Stati Uniti
potenza non Eurasiana”, spiega, “ora godono del primato internazionale con la
loro potenza direttamente dispiegata su tre periferie del continente
eurasiatico”, l’Europa occidentale, il Medio Oriente e il Giappone, “dalle
quali esercita un’influenza potente sugli Stati che occupano l’hinterland
eurasiatico”.
Imperialismo – Alla conferenza di Bandung, in Indonesia,
nell’aprile del 1965, che riuniva 29 paesi ex coloniali (una conferenza poi
famosa, negli annali della diplomazia, perché proclamò i punch sila, i
cinque pilastri del non-allineamento tra Occidente e Unione Sovietica), il
presidente indonesiano Sukarno, che ospitava la conferenza, tracciò la lifeline
dell’imperialismo. Una linea che andava dallo Stretto di Gibilterra, attraverso
il Mediterraneo, al Canale di Suez, il mar Rosso, l’oceano Indiano, il mare
della Cina meridionale, e il mare del Giappone. Per gran parte della linea, al
di sotto e anche subito sopra, i territori erano colonie, le popolazioni non
erano libere ma sottomesse, politicamente e anche economicamente.
Lutgarda, santa – È la
santa protettrice dei fiamminghi. Una badessa del dodicesimo secolo, che si
distinse per vivere praticamente in condizione mistica, con numerose visioni
della Passione. Negli ultimi undici anni di vita soffrì di cecità totale. Le
sue visoni furono presto famose, tanto da farla passare da una condizione
modesta al priorato di un importante convento cistercense, Aywières, comunità di lingua francese, dove Lutgarda si ostinò a parlare fiammingo. Fra le tante visioni una delle più
importanti la ebbe nel 1216, poco dopo la morte di papa Innocenzo III: vide il
papa tutto avvolto dalle fiamme, ma in Purgatorio, dove sarebbe rimasto fino
alla fine del mondo, in espiazione. La beatificazione avvenne poco dopo la
morte. Ma Il
“Penguin Dictionary of Saints” di Donald Attwater, è scettico: “Molte visioni
ed esperienze mistiche si celebrano di lei ma il suo quasi contemporaneo
biografo era piuttosto credulo”.
Wikipedia vuole la santa simbolo del nazionalismo fiammingo, per essersi
impegnata all’uso nelle pratiche del fiammingo come lingua. La vita
della santa di Thomas Merton, “What Are These Wounds?: The Life of a Cistercian Mystic Saint Lutgarde of
Aywières”, riedita nel 2015, è andata subito esaurita.
Nel dodicesimo secolo molte badesse avevano molto potere, e anche
influenza in tutto il mondo cristiano. Profondendo molta santità. Successivamente
meno. Ma le badesse di Port Royal al tempo del giansenismo, Angélique e Agnès
Arnauld, esercitarono molto potere, sorelle fra di loro e sorelle del Grande
Arnauld, autrici di diari importanti.
Mary Celeste – È la nave fantasma
di molta narrativa, ritrovata alla deriva, al largo di Gibilterra, nel 1872,
senza nessuno a bordo, mentre era in navigazione verso Genova, con un carico di.
Nota anche, oltre che per la scomparsa dell’equipaggio e del carico, senza che
si sia mai potuto fare un’ipotesi certa delle cause del naufragio, come la nave
portajella per eccellenza nel mondo scaramantico della marineria, che pure non
difetta di catastrofi, per una serie di incidenti che aveva assommato nella sua
breve vita.
Un brigantino varato in Canada, in Nuova
Scozia, nel 1861, col nome di Amazon. Ribattezzato otto anni più tardi, nel
1869. Il suo primo capitano morì alla partenza del primo viaggio, dopo il varo.
Alla fine del primo viaggio, si contrò nella Manica con un altro brigantino. Nel
1869 fu rivenduto perché in secca, per una brusca manovra andata navale, nella
baia di Glace, sempre in Canada, Nova Scotia - dopo la vendita fu ribattezzata.
Al momento della scomparsa trasportava un carico di alcol da Staten Island, New
York, a Genova. Al comando del capitano Benjamin Briggs era un equipaggio di
sette uomini. Col capitano viaggiavano anche la moglie Sarah e la figlia di du
anni, Sophia Matilda. Il 4 dicembre 1872 l’ultimo avvistamento: dalla “Dei Gratia”
la incontrano al largo del Portogallo, verso le Azzorre, alla deriva a vele
spiegate in direzione di Gibilterra, con nessun segno di presenza a bordo. I
marinai del “Dei Gratia” non trovarono nessuno a bordo, anche se la nave era in
buone condizioni. Il carico di 1701 barili di alcol era intatto. Ma all’arrivo
a Genova nove barili furono trovati vuoti. Mancavano anche la maggior parte delle
carte d brodo – le ultime annotazioni risalivano, in vista di Santa Maria delle
Azzorre, al 25 novembre. Pochi giorni prima dell’incontro col “Dei Gratia”.
Muore la civiltà a Teheran
L’Iran khomeinista fa torto agli ayatollah, oltre che all’Iran. Erano di grande cultura, massimamente tolleranti, si sono ridotti a sbirri: bastonano, assassinano, condannano, con processi perfino assurdi nella loro stessa perversa natura di processi politici. Per questo probabilmente ora un’escrescenza, in un paese che non vuole rinunciare al vivere civile maturato in millenni di storia. Benché la religione al comando sia radicata e feroce.
Assistere a un processo politico a Teheran è uno
“spettacolo” sorprendente e deprimente, in un paese di tanta civiltà. I
processi politici sono tutti offensivi, ma quelli di Evin, il carcere di
Teheran elevato a tribunale politico, doppiamente tali: sono orchestrati come
una commediola. Videoripresa perché si sappia: l’imputato è un condannato.
L’imputato non ha avvocati e nessun’altra protezione. Il
giudice non fa riferimento a nessuna legge. Il tribunale siede in una stanza
come tante, anonima, che si fa affollare da sostenitori del regime, donne
coperte di nero e giovani barbutissimi perlopiù. La sentenza di morte si pronuncia
con indifferenza.
L’ayatollah Behesti, uomo formato a Parigi e Amburgo, in
qualità di mullah dell’emigrazione iraniana, ne era cosciente, che era il
ministro della Giustizia del primo gruppo khomeinista succeduto allo scià. Era
cosciente di tanta barbarie. Ma fu fatto saltare da un gruppo di mujahiddin
avversari di Khomeiny – così fu detto.
Cronache dell’altro mondo - poliziesche bis (232)
Risorge il computer abbandonato di Hunter Biden, che l’Fbi ha acquisito nel 2019, con molti messaggi, foto, video, email, su traffici dello stesso figlio del presidente, che in qualche parte diceva il padre parte anche lui degli affari. E la questione, collegata, delle pressioni dell’Fbi su twitter e facebook durante la campagna presidenziale del 2020 perché censurassero ogni riferimento al laptop, il cui ritrovamento, e i cui contenuti, imputavano ai servizi segreti russi.
Dopo il ritrovamento, apparentemente
fortuito, del computer, dimenticato in un negozio di riparazioni, un amico e
socio di vecchia data del figlio del pesidnente, Tony Bobulisnki, denunciò
all’Fbi molti affari con risvolti penali di Hunter Biden. Bobulinski fu
interrogato a lungo all’Fbi di Washington alla vigilia delle elezioni dei 2020,
il 23 ottobre. La deposizione di Bobulinski fu supportata da tre cellulari, che
consegnò agli inquirenti, con email, e documenti finanziari.
Bobulisnki fu gestito da un funzionario
Fbi di Washington, Timothy Thibault. Che non ne ha fatto nulla. Thibault ha lasciato
l’Fbi il 26 agosto, senza spiegazioni, dopo che un senatore repubblicano lo ha
accusato di avere manipolato la testimonianza. Dopo le accuse dei media destra
l’Fbi ha comunicato che Thibault non si era occupato del laptop di Hunter
Biden.
Ora il presidente (speaker) designato
della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano Kevin McCarthy - succede a Nancy
Pelosi, la speaker Democratica che aveva messo sotto accusa Trump per
l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2020 - ha annunciato la convocazione dei
funzionari Fbi coinvolti nella faccenda a tstimoniare sotto giuramento. In particolare
i 51 che firmarono la lettera a Twitter e Facebook che scagionava Hunter Biden.
“Molti dei quali”, afferma McCarthy, hanno una “security clearance”, cioè avevn
accesso a informazioni segrete.
