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sabato 8 luglio 2023

Ombre - 675

Politicheide
I tempi sono difficili
Il reddito arranca
Il debito esplode
La pazienza manca
Urge una soluzione
Oppure Brancaleone
 

La guerra allontana l’effetto serra?
L’inflazione impoverisce la nazione,

O è l’informazione?,
E la televisione la mobilitazione
Mentre la guerra allontana
L’effetto serra
 
Il potere ha poteri
Impotenti, anabbaglianti
 
Biden facendo finta di nulla fornisce le bombe e grappolo, condannate dalle Nazioni Unite e da quasi tutti gli Stati, per esempio Francia e Germania, alla controffensiva ucraina. Bombe che hanno solo obiettivi civili. Non solo, ma restando per buona parte inesplose, creano dei campi minati, per generazioni. Curioso che i media italiano ne parlino, ma come di un fatto diverso fra i tanti: Biden fa paura?
 
Non si fa la storia della guerra aerea. Forse perché è stata l’arma vincente degli Alleati nella seconda guerra mondiale, e da allora l’arma di punta nelle tante guerre americane nel mondo – si colpisce il nemico, nelle installazioni militari e anche negli agglomerati civili, senza praticamente rimetterci nulla. Ma è una guerra senza onore.
 
Il legato di Berlusconi a Dell’Utri, tra i tanti, non a Confalonieri, per esempio, non a Galliani, altri collaboratori che furono amici strettissimi, è inevitabile legarlo al “silenzio” di Dell’Utri. Ma allora perché si crede a Dell’Utri, e a Berlusconi, e non ai loro accusatori e condannatori (fra i tanti pettegolezzi sul codicillo di Berlusconi dell’ultima ora, questo è il meno  frequentato)?
 
Tra i capi d’accusa nei processi mediatici a Dell’Utri uno dei dirimenti è stato la cessione a Berlusconi di ua villa per 21 milioni. Tropo, si è detto, Berlusconi “paga il silenzio”. Se non che Berlusconi subito poi l’ha rivenduta a 27 milioni.
 
Santanché sarà pure antipatica, però… Basti la cronaca dell’incredibile Ferarrella sul “Corriere della sera” - lo stesso che a novembre aveva comunicato le indagini a carico della ministra (“Falsificati i bilanci della Visibilia Editore. Indagata la Santanché”, senza dire che si tratta della denuncia di uno o più azionisti Visibilia contro Santanché). Oggi l’illustre cronista spiega come e perché l’annuncio delle indagini non è stato notificato all’indagata: perché lei non ha nominato un avvocato difensore. Senza avvocato niente notifiche – bisogna avere un avvocato difensore come bisogna avere due gambe? L’Italia della giustizia non finisce mai di sorprendere.

Non c’è paese che abbia, o abbia avuto, governi sotto scacco così a lungo, trent’anni, da parte dei giudici. Governi di destra e di sinistra (Renzi, Conte). Non per speciali colpe, di dispotismo o anche solo di corruzione. Con la complicità dei media. E senza particolari esiti, di moralizzazione o anche solo di punizione. Nemmeno di effetto sull’opinione pubblica, che palesemente non crede ai giudici e nemmeno ai media, col voto e con la diserzione all’edicola – ne sopravvive una su quattro. L’antipolitica è una pianta maligna, ma si continua a coltivarla con impegno.  

 La Regione Lombardia, Lega, chiede ai Comuni, per lo più leghisti, la disponibilità a ospitare i richiedenti asilo nelle case “popolari” sfitte. Insorge il Pd lombardo: “Così si tolgono le case a chi ne ha bisogno…”. O, in alternativa: “Come, ci sono case popolari sfitte…? Il gioco del rovescio?

9, 15, 10, il dottor Chiné ha dato i numeri, è il suo mestiere, e il presidente Gravina ne mena vanto: abbiamo in introdotto nel calcio la certezza del diritto. Vero, lo dice sui giornali, risentito anche.
 
Della giustizia calcistica, come del resto, non si può fare colpa al dottor Chiné, fa il suo mestiere, di “onesto” broker giurisprudenziale in realtà politico (uno “spicciafaccende”)– una figura molto romana, anche se molto manzoniana, basta il caso Mourinho-Serra. Ma Gravina che mena vanto, dopo la cancellazione dell’Italia in tutti i tornei internazionali è talmente assurda da essere comica – del calcio si può ridere, ancora.
 
Beh, certo, l’Itala eliminata dalla Macedonia del Nord è una cosa che fa storia. I giornalisti fanno ancora finta di nulla perché Gravina evidentemente ha molto potere. Ma, altro che Corea, Corea del Nord – la Corea del Nord se non altro ha l’atomica.

Malizia senza malizia

Laura Antonelli senza “Malizia”. Da bellissima, impersonatrice dell’eterno femminino per il pubblico italiano e di mezzo mondo, negli anni 1970 e anche dopo, grazie al film “Malizia” di Salvatore Samperi, alla disgrazia: la droga, l’arresto, l’indigenza, la morte solitaria, in un bilocale di un palazzone di Ladispoli, ascoltando radio Maria. Ma non una parabola morale, moralistica. È una carrellata sul mondo dello spettacolo, che è solido, ed effimero – in fondo, anche Samperi, che pure aveva più solidità, sociale e culturale, di Laura Antonelli, ha fatto un po’ lo stesso tragitto, con film di seconda e terza  categoria, dopo il botto iniziale con “I pugni in tasca”, consolidato poi dal successo mondiale di “Malizia”, e una morte solitaria.
Spezzoni dei film montati con abilità, e testimonianze d’epoca e recenti (soprattutto quelle di  Giannini e di Placido, che hanno dato spessore al personaggio filmico di Miss Malizia) fanno il docufilm sempre per qualche aspetto interessante. Contribuiscono anche i rumori di fondo, il Sessantotto, gli anni 1970 del “vogliamo tutto”. L’esumazione fila con ritmo e vivacità. Per dare un’idea del personaggio, Luchino Visconti, che era molto snob, la diceva la donna più bella del mondo – come a dire desiderabile anche da lui, che era omosessuale. Jean-Paul Belmondo aveva lasciato per lei Ursula Andress. 
Bernard Bédarida-Nello Correale,
Senza Malizia, Rai 3, Raiplay

venerdì 7 luglio 2023

Le barricate dei magistrati

A p.1 il “Corriere della sera” depreca, con Franco, “la tentazione (sbagliata) del muro contro muro”, di Meloni che critica la giustizia politica. Nel settimanale dello stesso quotidiano Polito depreca la persecuzione giudiziaria del sindaco di Norcia, condannato e assolto poi ricondannato e probabilmente riassolto perché dopo il terremoto del 2016 ha autorizzato alcuni manufatti in legno, non fissi, per dare un segnale di rinascita. Tra essi una “struttura costruita con i fondi della sottoscrizione lanciata dal Corriere  e da La 7, «firmata» da Stefano Boeri”. Perseguito non per altro, per abuso d’ufficio, l’ipotesi di reato che tutti deprecano. Salvo, come ha fatto lo stesso giornale, dissociarsi del governo che vuole abolirlo.
Non è cerchiobottismo, è pavidità. Non c’è dubbio, Meloni o non Meloni, che la magistratura fa politica. Fa politica in sede giudiziaria. Fa giustizia politica, l’abominazione delle democrazie. Non da ora, e ha prodotto molti danni. Contro Berlusconi, complice a suo tempo lo stesso “Corriere della sera”. Ma anche, quando capita, contro il Pd.
Perché questo non si dice? Non si può dire, e per quale motivo? Otto anni fa Umberto Eco, non Meloni, aveva raccontato l’abominio del giornalismo nel suo ultimo romanzo, “Numero Zero”. Si vuole dare ragione a Eco, anche in fatto di giornalismo?  

Cronache dell’altro mondo – anti-affirmative (239)

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha condannato la “affirmative action” nelle procedure di ammissione all’università in favore delle “razze colorate”, come contraria al 14mo Emendamento – il disposto costituzionale della “equa protezione”, tutti gli esseri umani, dovendosi trattare, a prescindere dalla razza, alle stesse condizioni davanti alla legge.
La Corte ha rovesciato, in una delle tante cause avviate da giovani “bianchi” contro le università, in questo caso contro Harvard e contro l’università della North Carolina, il principio su cui la “affermative action” era stata introdotta nel 1965, a protezione degli svantaggiati, essenzialmente i giovani di colore.
La Corte ha rovesciato la lettura delle statistiche prodotte nella difesa di Harvard. Prendendo il caso degli studenti candidati all’ammissione con un punteggio rientrante fra il 10 per cento migliore. Un asiatico (la “affirmative action” prescrive che i candidati si classifichino razzialmente)avrebbe il 12,7 per cento di possibilità di entrare a Harvard. Un bianco il 15,3 per cento. Un ispanico il 31,3. Un nero il 56 per cento.
Allargando le maglie, un bianco che rientrasse nel miglior 40 per cento dei canddati avrebbe meno del 2 per cento di possibilità di essere ammesso. Un asiatico meno dell’1 per cento. Un ispanico meno del 5 per cento. Un nero il 12,8 per cento. Un nero, cioè, che rientrasse nel 40 per cento avrebbe avuto più opportunità di un asiatico che si fosse classificato nel miglior 10 per cento.
La decisione della Corte, a maggioranza conservatrice, non è stata criticata questa volta come reazionaria. La politica universitaria di “affirmative action”, nota anche come “azione positiva” o “discriminazione positiva”, è emersa negli Stati Uniti, su inziativa del presidnte Lyndin Johnson, nel 1964 e nel 1965, nell’intento di favorire il miglioramento sociale delle comunità marginalizzate. Nel caso delle università si era tradotta in un accesso di favore per i giovani di famiglie razzialmente disagiate o discriminate, che però si concludeva il più delle volte, secondo un’inchiesta dieci anni fa del magazine progressista “The Atlantic”, con abbandono e dispersioni – cioè con costi per le famiglie senza opportunità reali.

Racconto felice di un’infanzia piena – del filosofo del niente

Niente padre (quindi niente Super-Ego – ma è sicuro?). Accudito da un nonno “Victor Hugo”, teatrante e invadente – ma col nipote la giusta misura: uno Schweitzer alsaziano e protestante che ha sposato una cattolica. La quale non gli parla: “Attorniata da virtuosi commedianti, aveva preso in odio la commedia e la virtù. Questa realista così fine, sperduta in una famiglia di spiritualisti grossolani, si fece voltairiana per sfida senza avere letto Voltaire”.  Con una mamma tutta per sé – anche se obliterata dal nonno suo padre - “cinquant’anni più tardi, sfogliando un album di famiglia, Anne-Marie”, la madre, “si accorse che era stata bella”. Anne-Marie aveva avuto Jean-Paul a 23 anni, e viveva ancora, accudita dal figlio a Parigi, quando il libro fu pubblicato, nel 1964.
Un avvio di fuochi d’artificio, brioso, scanzonato, tutto cose, che in qualche modo resiste per le duecento pagine. Cento per “leggere”, che fu facile e anzi la sola occupazione, il solo “gioco”,  e cento per “scrivere”, che invece fu difficile – e si sa, si è visto. Il vizio di riflettere a ogni parola è ancora circoscritto – rispetto ai racconti del “Muro”, al romanzo della “Nausea”. Questo che oggi si direbbe un memoir, il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore, fila via tra invenzioni sempre appuntite, tagli virtuosi, personaggi vivi e vari, non ce n’è uno stereotipo. Specie sugli Schweitzer, luterani alsaziani che nella catastrofe del 1870 avevano scelto la Francia. E sui matrimoni di Fine Secolo, di coppie che non si corteggiavano e non si stimavano (parlavano) ma facevano figli - di sessualità animale? per accrescere il patrimonio? Con un paio di pagine acute su Paul Nizan, futuro grande amico alla Scuola Normale, qui intravisto per qualche settimana o mese alla scuola media. Sul fondo del mammismo, il legame stretto con Anne-Marie, la madre-sorella, che avrebbe poi trasposto nelle innumerevoli e concomitanti relazioni femminili. Innocenti, non adulterine, ma come incestuose: qui fa sapere, in nota, di avere
“a lungo sognato di scrivere un racconto su due ragazzi perduti e discretamente incestuosi”. Tra lampi di grande storia. Anche se presto si impongono le autoanalisi, il vizio adulto sovrimpresso al bambino.

Sul piano personale la constatazione di avere scoperto il mondo nei libri. Nelle idee del mondo invece che negli eventi, le cose, le persone. “Ho confuso il disordine delle mie esperienze libresche col corso rischioso degli avvenimenti reali. Da qui venne quell’idealismo da cui ho messo trent’anni a disfarmi”.
Opera tarda, di Sartre sessantenne, invischiato nella politica, nell’alcol e nelle anfetamine, oltre che nella (controversa) fenomenologia, che invece fa mostra di una freschezza inossidabile, una sorta di opera prima. Un’infanzia privilegiatissima, raccontata con humour, e con qualche insegnamento, perché no. Per il pubblico dei lettori, e personale. In particolare per la ginecomania: una bambino cresciuto con una sorella grande, la madre Anne-Marie, che avrebbe voluto anche una sorella minore, cui fare da compagno e maestro - che non è “scientifico” ma rende l’idea.  
L’edizione tascabile francese è arricchita di un indice dei nomi propri ricorrenti, e delle opere citate, delle lettura del giovane Sartre.

Jean-Paul Sartre, Le parole, Il Saggiatore, pp.192 € 21
Les
Mots, Folio, pp. 212 € 6,50

giovedì 6 luglio 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (530)

Giuseppe Leuzzi

L’Umberto Umberto  di “Nonita”, la non eccelsa parodia della “Lolita” di Nabokov che Umberto Eco scrisse per “Il Verri” e poi riprese in “Diario minimo”, si fa forte dei “cromosomi meridionali di un ascendente calabro”. Eco non lo sa, ma parodia il luogo comune tuttora corrente, malgrado il politicamente corretto, nella pornografia come nei racconti di viaggio e anche in letteratura, dei “negri”, degli africani.
 
Coraci, il ragazzino del libro “Cuore” recentge  “immigrato da Reggio Calabria”, ricorre poco nella penna del diarista Enrico Bottini. Ma sempre come “il Calabrese”. È l’unico denominato per l’origine o appartenenza.
 
Solo  i maestri chiamano Coraci col cognome. Ma il maestro che, in un diverbio tra Coraci e Nobis, dà ragione a Coraci, gli parla col tu, mentre usa il voi con Nobis.
 
Se è del Sud va bene solo santo
Rocco Commisso, l’imprenditore calabro-americano che ha investito a Firenze per la squadra di calcio tra una cosa e l’altra 6-700 milioni, è amareggiato. Ma non si fa illusioni. All’Istituto Italiano di Culura a New York, che lo festeggiava per l’inclusione nel “W all of Fame”, il muro degli immigrati illustri, ha ricordato: “È dal tempo de Medici che non veniva qualcuno a investire a Firenze”. Per aggiungere subito dopo: “L’America èd avvero la terra delle opportunità, e lo dico a nome dei tanti meridionali che hanno dovuto lasciare l’Italia anche per i pregiudizi che al Nord si nutrono nei loro confronti”..
Non ci può essere un profeta del Sud a Firenze? Che pure ha avuto l’ultimo barbaglio della Gloria antica grazie a un uomo del Sud. La Pira. Non se è un uomo del Sud capace (fortunato) in affari – santi di chiesa ce ne possono essere, La Pira come Padre Pio.
 
L’amicizia è cieca e sorda
Muore suicida l’assassino, uno degli assassini, di Lea Garofalo. Un amico di Lea. Uno che non  aveva parte nella faida quarant’anni fa tra i Comberiati-Garofalo e i Ceraudo-Cosco di Petilia Policastro in provincia di Crotone, combattuta ultimamente a Milano, per piazzarvi le droghe. E nelle traversie successive del  “pentimento” di Lea, una Garofalo avventata che aveva sposato un Cosco. Da cui aveva avuto una figlia. Fino a quando non aveva scoperto la vera natura degli affari familiari, di appartenenza e acquisiti. E all’assassinio, a Milano, di un  fratello da parte di un cognato Cosco aveva deciso di raccontare tutto alla giustizia, degli affari delle sue due faniglie, di origine e acquisita.
Tutto bene fin qui, normale, comprensibile. Poi Lea decise di uscire dal programma di protezione dei testimoni, volendo eredere alle promesse di ravvedimento dell’ex marito – che intanto l’aveva rintracciata, benché “protetta”. .Ma l’ex marito aveva solo un piano di vendetta contro Lea, e tra vendetta e amicizia riuscì a coinvolgere nei suoi piani il suicida di oggi. Nella parte peggiore dell’assassinio di Lea, l’occultamento del cadavere. Operazione che i gialli e le cronache giudiziarie tendono a liiquidare come succedanea, roba da poco, e invece è la più crudele: lenta, lunga, richiede occhi e naso  tappati, determinazione costante, e un cuore di pietra – si può uccidere d’impulso, l’occultamento è pratica sadica. Perché il suicida, che non era uno spacciatore né un assassino, si è fatto coinvolgere? Per amicizia, con l’ex marito di Lea. Fra coetanei, in paese.
La prima volta, al primo progetto dell’ex marito Cosco di uccidere Lea, il suicida aveva provato a dissuaderlo, e c’era riuscito. Poi, a cose fatte, aveva “aiutato l’amico”.
Un suicidio, seppure a distanza di anni, mostra una certa sensibiltià:un suicida è uno che prova de sentimenti, non un tronco carbonizzato come sono i killer di mafia, gli Spatuzza, i Contorno, i Brusca, per quanto “pentiti”. E dunque? C’è una maniera ingovernabile, cieca, di sentire l’amicizia.
 
Il patriarcato del Sud è materno
Melissa Errico, attrice, cantante, regina del ,musical a Broadway, cognata di McEnroe (ne ha sposato il fratello minore), bellissima, una che sa, come Joyce, che “il music-hall, non la poesia, è la critica della vita”, non rcorda nulla delle origini italiane - Errico è tuttora censito nome del salernitano. Non del padre Michael, benché distin to ortopedico, nonché pianista – col quale Melissa spesso si accompagna (il fratello, Mike Errico, è pianista jazz di professione). Benché studiosa all’università, al corso di Belle Arti, di Artemisia Gentileschi. Di cui pure tradusse una parte del processo per stupro, come prova di ammissione allaYale Drama School. Tradusse dall’italiano all’inglese, quindi con una conoscenza dell’italiano abbastanza buona, per saper leggere un testo del Cinquecento.
Melissa non ricorda nulla eccetto che per un particolare. “Io vengo da una famiglia di immigrati italiani”, ricorda parlando con “Forbes”: “La madre di mia madre, Carmela, arrivò dall’Italia, insieme con la sotrella Rosa. Lavoravano come sarte”. Rosa arrotondava la sera come guardarobiera  in un ristorante, addetta ai cappelli. Qui la notò Ziegfield, e Rosa divenne una Ziegfield Girl, in giro epr gli Stati Uniti, tutta piume, lustrini e canzone: “Io sono spiccicata zia Rosa (Rose)”. Due foto apppaiate lo confermano.   
Il patriarcato del Sud è materno. Lo notava già Corrado Alvaro nel 1952, teorizzando “Il mammismo”, nel (breve) saggio omonimo. Che fu letto come una bizza, una agudeza, contrastando il.terreno ritenuto  inscalfibile del patriarcato – c’era o non c’era il delitto d’onore (senza andare a vedere il ruolo in esso delle madri, come tuttora avviene in Italia nel caso delle ragazze di famigla islamica che vogliono affrancarsi)? Si vede che la “donna del Sud” è ancora terra incognita.
 
Onora la mafia
Capita di leggere la ricerca documentaria di Salvatore Lupo sullo sbarco alleato in Sicilia nel1943, che non fu ovviamente opera della mafia, e insieme di vedere per caso il vecchio film diPif, “In guerra per amore”, il primo di Pif, sul tema contrario, di un giovane siciliano emigrato a New York che nel 1943 puo’ tornare in Sicilia, per chiedere la mano della fidanzata senza spese grazie alla mafia, che organizza l’Operazione Husky, il grande sbarco. Senza ironia: il Pif ironista qui si vuole (quasi) serio (paragona la mafia ai partiginai, nella predentazione del film….), benché sappia che la spara grossa.
C’è compiacimento in Sicilia per questa balorda “visione della storia”, tutta mafia. Camilleri ne era convinto. Sciascia no, ma si capisce che gli avrebbe fatto piacere – era pur sempre covinto che la “linea della palma” avesse invaso l’Italia. Lupo il suo libro, sul tema “gli americani, la mafia e lo sbarco in Sicilia del 1943”, deve intitolare “Il mito del grande complotto”. E non ha convinto i credenti: la sua ricerca è stata più criticata, nell’isola, che lodata.
È un’idea persistente, questa della Sicilia che domina ilmondo, sia pure con la mafia. Sarà per questo che la Sicilia non diventa la California dell’Italia, come da mezzo secolo, se non di più, si candida a essere – avendone tutti i titoli,  compresa Hollwood, i traggediaturi, giudici, pentiti, killer a gogò- Difetta di dark ladies, questo è vero – pur avendo molte bionde (ma anche le more andrebbero bene).

leuzzi@antiit.eu

Eco minimo

Riproposto con una copertina lieve, si rilegge come una cappa: ancora dieci anni fa divertiva, ora non più. Perso lo smalto, il brio, e più nei “pezzi” famosi, la fenomenologia di Mike Bongiorno (“il valore della mediocrità”), l’elogio di Franti, il cattivo del libro “Cuore”.
Sono parodie, avvertiva Eco all’edizione 1975 (e avverte oggi), ma grevi. Non sono pastiches – “pasticciare” è tutt’altro genere (vi eccelleva Proust, “i pezzi alla maniera di”). E non sono satire. Potrebbe esserla la rilettura dei “Promessi sposi” come fossero l’“Ulisse”, la giornata particolare di Joyce, ma Manzoni non si dileggia, e alla fine non si ride. Sembra anche strano che si ridesse dell’“uomo-massa”, della “cultura di massa” (“Industria e repressione sessuale in una società padana”). Sono critiche, un po’ spiritose, ma non più tanto.
La scelta che “creò” Eco, della rubrica mordace che teneva sul “Verri”, la rivista dell’innovazione letteraria, insieme con “Opera aperta” (e dopo “Filosofi in libertà”, l’esordio goliardico). dissacratore, acuto, divertente, ora è muta. I punti di vista, gli approcci, le inversioni, le gag sono sempre di grande inventiva: i Borboni patriottici e Mazzini austriacante, il lavorio del papa (Paolo VI?) per la riabilitazione di Satana, la Chiesa (in Italia) laica e mondana mentre l’Industria è ascetica…. “Diario minimo” era ben una rubrica satirica. Ma non si prestano a “trattazioni”, a spiegazioni. Nelle quali invece Eco si perde, da candidato semiologo – da filologo fa la parodia della filologia.
Resiste il goliardico “Do your movie yourself”, fatevi il vostro film, con i quadri in serie suggeriti a registi vari, Antonioni, Olmi, Visconti, Godùard, etc., sempre in carattere con la cifra del maestro. E qualche pezzo serio. “Dove andremo a finire?” soprattutto, scritto nel 1963 per la seconda edizione della raccolta. che accendeva la luce sull’opacità dell’informazione, dell’opinione pubblica. Già sessant’anni fa, dunque, ben prima dei social da macello – ma dell’opinione pubblica Eco è stato sempre lettore acuto e fine, da bravo semiologo, da ultimo nell’ultimo romanzo ,“Numero Zero”.
Umbert
o Eco, Diario minimo, La Nave di Teseo, pp. 192 € 14

mercoledì 5 luglio 2023

Problemi di base nomadici 2 - 755

spock

“I sentieri si costruiscono viaggiando”, Kafka?

 

O si distruggono?

 

Si viaggia perché si ritorna – per raccontarsela?

 

Il viaggio è’ un racconto?

 

Il vero viaggio è senza meta?

 

È come uscire all’aria, meglio se in un paesaggio diverso, con un’aria diversa?


spock@antiit.eu

Se gli Stati Uniti fossero stati un Canada

“E se è stato un errore fin dall’inizio? La Dichiarazione d’Indipendenza, la Rivoluzione Americana, la creazione degli Stati Uniti d’America – se tutto questo fosse stato un’idea terribile, se le ingiustizie e la follia della vita americana dopo d’allora non sono malgrado le virtù dei Padri Fondatori ma a causa loro? La Rivoluzione, si potrebbe continuare, fu un innecessario e brutale attacco di panico degli schiavisti contro il chiacchiericcio dell’Illuminismo, creando un paese che è sempre stato segnato da violenza e scontri e demagogia. Si guardi a nord al Canada, oppure al Sud all’Australia e si vedranno differenti possibilità di evoluzione pacifica lontani dall’Inghilterra, da paesi normali e uniti, più giusti e meno sanguinari”.
Gopnik sa che “la Rivoluzione è il nostro ultimo baluardo”. Ma sa che la storia successiva non è
stata esemplare. Un’ipotesi non provocatoria, questa che la rivista ripropone per la festa
dell’Indipendenza. Ipotizzata da un vecchio saggio,del 2017, del suo scrittore di punta. Che è di
famiglia ebraica, americano di origine e poi di attività, ma cresciuto in Canada negli anni degli studi
superiori e dell’università. La sua non è però una provocazione, ma la lettura-recensione di tre libri
di storia, loro sì rivoluzionari, sulla “rivoluzione” americana, sulla guerra d’Indipendenza. I tre libri,
non tradotti in italiano, sono: Justin du Rivage, “Revolution against Empire” (Yale), Holger Hoock,
“Scars of Independence” (Crown), e Jonathan Israel, “The Expanding Blaze”. Le prime due ricerche
Eversive. La terza invece in linea, patriottica, ma lungo la linea tracciata quarant’anni fa dal decano
degli storici americani,GordonWood, “The Radicalism of the American Revolution”: malgrado
brutalità e ipocrisie, quella americana fu una rivoluzione nel senso che sradicò millenni di teorie e
pratiche di poteri ereditari, divini, più o meno assoluti.
Gli studi di Du Rivage (ricercatore a Yale) e di Hoock, professore a Pittsburgh, specialisti di storia inglese, sono piuttosto sul lato britannico della questione indipendenza, fra Whigs Radicali e Riformatori Autoritari, del No Taxation without Representation radicale contro il Taxation NoTiranny - titolo del libello commissionato a Samuel Johnson, in qualità di saggio, nel 1775 per controbattere le richesite americane.
Tutt’e tre le pubblicazioni concordano che la Rivoluzione fu brutale, molto più di quanto il mito della stessa riconosca. “Pagina dopo pagina,”, spiega Gopnik, “il lettore sbianca alla lettura di massacri e contro-massacri, di frustate e stupri, di baionette inastate conficcate nei corpi a più riprese, di gare a impiccagioni e assassini. L’effetto è più allucinante per l’ambientazione: questi orrori si producono non in Polonia o in Algeria ma in quelle che ora sono le aree di sosta lungo l’autostrada I-9, in Connecticut e New Jersey, in un tempo che ancora immaginiamo di cappelli a tre corni e del clip-clop di carrozze hollywoodyane su strade acciottolate”. E convergono nella conclusione che un allentamento, invece che un distacco radicale, del legame con la Gran Bretagna avrebbe accelerato l’abolizione della schiavitù, evitando la guerra civile, e avrebbe ridotto, se non impedito,la caccia ai nativi americani, sotto le varie insegne via via adottate.
Hoock richiama “The Patriot”, il film sulla Rivoluzione di Mel Gibson, pur non apprezzando il senso politico dell’attore-regista, come il quadro più veritiero della Guerra d’Indipendenza – analogo al film “La Passione di Cristo” dello steso Gibson: i nostri miti favoriti sono imbevuti di violenza, di sangue.
Adam Gopnik, We could have been Canada, “The New Yorker”, 15 maggio 2017, free online

martedì 4 luglio 2023

Problemi di base nomadici - 754

spock

“Viaggiare è affascinante solo a posteriori”, Paul Theroux?

 

“La strada è la vita”, Jack Kerouac?

 

“Si viaggia non cambiare luogo, ma idea”, H.Taine?

 

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte”, Omar Khayyaam?

 

“I veri viaggiatori partono per partire e basta”, Baudelaire?

 

“Viaggiare è come innamorarsi, il mondo si fa nuovo”, Jan Myrdal?


spock@antiit.eu

Non si abbatte il diverso

Non è un referendum, ma 50 mila donatori in Francia per il poliziotto killer e solo 12 mila per il ragazzo da lui ucciso riflettono le proporzioni in Francia fra “francesi francesi”, che si sentono francesi a quattro quarti, compresi gli italiani e gli spagnoli immigrati anteguerra, e i francesi recenti, immigrati di seconda generazione, africani – maghrebimi, subsahariani. Questi animati dal risentimento per il passato coloniale della Francia, quelli risentiti dal risentimento - le colonie sono finite in Algeria, quindi sessanta anni fa.

Che i 50 mila siano stati organizzati politicamente non conta. Anche i 12 mila lo sono stati.
Non è nemmeno una questione reddituale, o di posizione sociale, residenziale. Tra le città e la campagna di una volta (le jacqueries”), tra periferie e centri urbani, tra poveri e ricchi. Ma di “differenza”. Che non è razziale o di colore, però lo è: finisce per esserlo nella divisione attuale. Gli italiani “ritals” non erano discriminati dal Fronte Popolare nel 1936 per il colore, questa differenza non c’era. Ma c’era.
Ci vogliono generazioni per “assorbire” il diverso. Anche senza colpe (prevenzioni) specifiche – coloniali, politiche, di colore, razziali. Non si abbatte il diverso. Non con la pistola, ma neanche con le buone parole.

Come vincere la malinconia, da sradicati

Scherzi, “Il poeta dimenticato”. Ricordi familiari, “Primo amore”, la moglie “Elena” invece che Vera, “la figlia” invece del figlio Dmitri. La passione per i lepidotteri, “L’Aureliano”, e un po’ ovunque. Memorie pietroburghesi disseminate qua e là: le automobili col muso, silenziose (le prime erano elettriche),  gli abiti a trenta bottoni, i tram a cavallo - “il tempo è il riflusso” (“Mademoiselle O”). Traversie da russi apolidi: commissariats, domande, domande per spiegare le domande, e attese - “L’atreplice”,  “Quadro di conversazione, 1945”. I vaneggiamenti dell’amore: “Una bellezza russa”, “Primavera a Fial’ta”, il crudele “Che una volta in Aleppo…”, l’amorevole “Segni e simboli”. Il grande stomaco russo: i generali, i pogrom, “Scena dalla vita di un doppio mostro”. E più spesso il nulla. Il viaggio vinto alla lotteria, tra emigrati, con compagni sconosciuti (“Nuvola, lago, castello”,…), la vita degli émigrés, povera e furfantesca (“L’assistente del produttore”), Lancillotto nello spazio, tra le stelle (“Lance”).
Racconti piani, in genere senza finale (sorpresa). Molta ironia, sparsa con leggerezza ma incomprimbile -  “l’era dell’Identificazione e  Tabulazione”, “lo Zio Sam e i suoi Rooseveltiani occhi blu”, il mondo vissuto da specie transeunti. Il russo nato nell’affluenza e il potere, tra saloni, dacie, governanti e viaggi “in Europa”, Wiesbaden a cinque anni, Biarritz a dieci, finito ramingo e quasi indigente, orfano di padre  assassinato, vittima delle burocrazie, specialmente feroci con i sans papiers, a caccia perpetua di un impiego decente, si salva con lo sguardo distaccato. Perseguitato (protetto?) dalla memoria sempre e ovunque. E quindi dalla Russia, in qualche modo. Compassionevole. Anche con i generali – quelli oggi di Putin non sono un’invenzione: grassi, lenti, abulici. La realtà-irrealtà. Tanto precisa, circostanziata, datata, quanto indefinita. Che il personaggio femminile, diverso, inattingibile, esemplifica e moltiplica. Uno psicologo (o un neurologo?) direbbe: come vincere la malinconia, da esuli volontari oppure ostracizzati, comunque sradicati.
Temi crepuscolari, a parte qualche brio d’ironia, che è il fondo di Nabokov. Talvolta per questo sorprendenti. Si fa negazionismo in salotto a New Yorl nel 1945 (“Hiltler era buono e bravo”….). Una White Warriors Union, nell’edizione anglo-americana, la banda poco poco affidabile russi Bianchi, antisovietici emigrati, scimmiotta la WWI americana, l’internazionale dei lavoratori. Nella Russia attanagliata dalle rivoluzioni si vendono per strada “Le avventutre del marchese de Sade” e le “Memorie di un’Amazzone”. Non manca l’amato Cechov del Nabokov professore - dopo Puškin:  “L’erompente dama di Cechov che moriva per essere descritta”. E della Germania, da russo fuoriuscito accolto per molti anni a Berlino, profetizza che “con tutti i suoi molti neri peccati, rimane lo zimbello  del mondo”. Il mondo variegato dei tanti russi (siamo alla terza ondata in un secolo) cittadini del mondo.
Nabokov manca ancora di un’edizione critica. Gli slavisti non se ne occupano, gli americanisti nemmeno. Si pubblica quello che il figlio Dmitri ha curato – e in molti casi ha tradotto, da cantante d’opera italianista. Difficile quindi “sistemare” la raccolta nell’opera sua.
Sono racconti scritti prevalentemente in inglese. O tradotti in inglese dallo stesso Nabokov per la pubblicazione in libri e raccolte. Tre racconti erano stati scritti originariamente in russo: “L’Aureliano”, Primavera a Fi’alta” e “Nuvola, castello, lago”. Uno, “Mademoiselle O.”, era stato scritto in francese. Solo “Mademoiselle O.” e “Primo amore”, avvertiva Nabokov in precedenti edizioni dei racconti in America, “sono (eccetto che per i nomi cambiati) rispondenti in ogni dettaglio alla vita dell’autore come la ricorda”.
Sarà stato un problema per i traduttori, Franca Pece, Anna Raffetto, Ugo Tessitore. E per l’editore: tradurre Nabokov dall’inglese, dalle traduzioni-adattamenti in anglo-americano, o anche dal russo, e dal francese? La traduzione è l’attività che ha maggiormente occupato lo stesso Nabokov, più probabilmente della caccia e la cura delle farfalle. Uno scrittore che si può dire traduttore,  dell’“Onegin” di Puškin tutta la vita, e nella seconda vita dei suoi innumerevoli racconti e romanzi in anglo-americano.
Come in “Lolita” e gli altri titoli famosi, anche nei racconti la frase è sempre elaborata. Queste traduzioni attutiscono l’elaboratezza, gli “originali” americani curati e licenziati da Nabokov al contrario la accentuano. Per il vocabolario, preciso ma poco colloquiale, e frasi brevi che invece di semplificare complicano, divagano – sembrano divagare alla prima lettura. Una accuratezza-divagatezza si direbbe alla Henry James, quasi una parodia. Ma fuori tempo e forse per questo legnose? È il problema che Edmund Wilson aveva sollevato sul Nabokov “americano” – un’osservazione che ruppe un’amicizia.
 Vladimir Nabokov, Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, pp. 758 € 38

lunedì 3 luglio 2023

Cronache dell’altro mondo – bideniane (238)

Scende in campo Obama per sostenere la riconferma di Biden tra i Democratici alle primarie per il voto presideniale del 2024. Una novità nella storia costituzionale di fatto degli Stati Uniti – gli ex presidenti si astengono dalla politica attiva.
L’iniziativa dopo un sondaggio che dà un Democratico su tre orientato alle primarie in favore di Robert F. Kennedy.
Il sondaggio, condotto tra il 20 e il 22 giugno, in un momento quindi non sfavorevole a Biden, ha impensierito la Casa Bianca e la direzione del partito Democratico.
Una maggioranza larga di Democratici si è espressa contro Kennedy. Il 38 per cento si è dichiarato contro, e il 18 per cento “molto contrario” a Kennedy. Il 36,5 per cento a lui favorevole implica però che presto o tardi Biden dovrebbe confrontarsi con lui in un dibattito pubblico. Con la certezza, in questo caso, di perdere il confronto, dati i recenti vuoti di memoria e la lentezza di riflessi del presidente.

Quando Petrucci cacciò Gentile

È amareggiato l’ex calciatore Gentile, l’anti-Maradona del Mondiale di Spagna1982, dopo la fine brusca dell’Europeo di calcilo Under 21, che da allenatore di quella nazionale aveva avuto molti successi ma fu liquidato dal presidednete Gianni Petrucci perché non  “in linea” – sapeva troppo di Juvents? Non era abbastanza di parrocchia (democristiana).
Gentile avev vinto il vincibile, l’Europeo e la qualificazione all’Olimpiade, con l’unica medaglia vinta dal calcio italano in quei giochi- un bronzo, ma dopo avev dovuto affrontare in semifinale  l’Argentina di Tevez, che segnò in quattro partite otto gol.
Gentile doveva perfino succedere a Lippi, dopo il Mondiale vinto nel 2006. O forse anche prima, Petrucci da tempo tramava contro Lippi - che gli rifiutò il saluto nei festeggiamenti della vittoria. Era evidentemente già in atto la Tagentopoli calcistica (juventina) del colonnelo  Auricchio e dei giudici napoletani di grande carriera Narducci e Beatrice, con l’emerito Giadomenico Lepore, la “tangentopoli” del calcio senza tangenti - si discusse solo di una cena, che doveva essere stata il prezzo della corruzione perché di pesce… (molto napoletana, la motivazione), ma poi si accertò che nemmeno una cena c’era stata. Il potere è senza vergogna, Gentile giustamente ha atteso quindici anni per lamentarsi.

Se la Liberazione fu opera della mafia

Un prequel di “La mafia uccide solo d’estate”, e una delusione. Qui la mafia decide la guerra: nel1943: abbatte Hitler, con Mussolini, e governa gli Alleati. Una delusione dopo la brillante evocazione di Rocco Chinnici, il capo della Procura di Palermo col quale Falcone si era formato.
Peggio a vedere il film spiegato dallo stesso Diliberto.
Un giovane siciliano che vive in America deve tornare nell’isola per chiedere in sposala ragazza di  cui è innamorato. Per tornare in Sicilia ha un mezzo semplice : arruolarsi. Si arruola in  America e sbarca, sicuro, in Sicilia – dove è libero di girovagare alla ricerca del futuro suocero? Sì, perché in Sicilia comanda la mafia, e si sa che l’Operaziome Husky, lo sbarco alleato in Sicilia, è cosa di mafia.
E non è tutto. “Volevamo fare un film sui partigiani”, ha spiegato Pif. Ambientato in Sicilia, dove i partigiani però non ci sono stati: “Il progetto (con la Rai, n.d.r.) era di fare un film sui partigiani, tema spinosissimo, lo sappiamo tutti. Ora, i partigiani in Sicilia non ci sono mai stati. E cosa c’è stato al posto loro? Ecco la nostra domanda di base. Invece dei partigiani noi abbiamo avuto la mafia”. Da non credere, la mafia “liberatrice”. Non per ridere, non si ride
Pif è del 1970 o di poco dopo: l’aria era così tossica quando cresceva?
Pif, In guerra per amore, Netflix (abb.), Amazon Prime, Google Play
per view.

domenica 2 luglio 2023

Ombre - 674

“La Ferrari a 48 millesimi dalla Red Bull”. Quarantatotto millesimi: che senso ha a 300 km\h?

Dieci giornate di squalifica a Mourinho, allenatore della Roma, per avere litigato con Serra, un arbitro quarto uomo in Roma-Cremonese che lo aveva insultato, e radiazione di Serra dagli arbitri. Il primo caso nella storia in cui entrambi i litiganti sono colpevoli, gravemente. Ma la giustizia sportiva non è seria, non fa testo.


“Non c’è posto per i cristiani nelle terre del cristianesimo”, Marco Ventura se ne accorge infine su “la Lettura”. Senza infamia - il papa, per esempio, ancora non lo sa. Ma non ci spiega come mai. “I contesti e i processi sono  diversi”, si limita a dire. Per esempio, tra ebrei e mussulmani?

“Italia in declino”, annuncia “la Repubblica” in prima pagina. Il giorno in cui fa quattro pagine sulla “Francia in fiamme”. Mentre si comunica che in Germania la produzione è in calo e l’inflazione è in rialzo – in controtendenza sul resto dell’Europa. Il quotidiano ex di Scalfari fa l’amico del giaguaro?
 

“Così ci vedono a Berlino e Parigi”, spiega l’autore dello scoop di “la Repubblica”, il sondaggista Antonio Noto. Che, impavido al ridicolo, ha interpellato mille francesi e mille tedeschi, senza dirci di che attività e di che opinione politica. Novecento dei quali hanno risposto, e sei su nove hanno detto che l’Italia sbaglia sul Pnrr.
Formidabile, una platea di francesi e di tedeschi che sanno del Pnrr, e del “ritardo dell’Italia” sul Pnrr, come dice Schlein. Ma con un problema: “la Repubblica” paga Noto, e i lettori pagano “la Repubblica” per questo bel servizio. Che cos’altro ci venderanno – adesso non si può più dire che abbiamo l’anello al naso?
 
Giuliano Amato, interpellato sui suoi apporti da presidente del consiglio con Putin, getta l’allarme sui “tre quarti del mondo che stanno dalla parte della Russia”. La vista ce l’ha ancora buona.
 
“Ero presidente del consiglio”, spiega Amato a Simonetta Fiori, “quando Putin si propose come ricostruttore dello Stato nazionale russo dopo il dissolvimento dell’Urss. Noi perdemmo quell’occasione e, nonostante che che molti miei amici siano convinti che le colpe siano tutte di Putin, continuo a chiedermi se la storia sarebbe stata diversa con un Occidente più aperto”. Almeno su questo  il Dottor Sottile non ha cambiato opinione-schieramento.
Ma coraggio, Amato, ancora uno sforzo: che Occidente, e per quale motivo?
 
Si dà la Bce allineata sulla Germania, l’unico Paese europeo a inflazione crescente, per farne una colpa al governo italiano. E non nella “dialettica” destra\sinistra, per essere la Germania a guida socialista e l’Itala a guida di destra: no, per dire che l’Italia (di Meloni) non conta niente. Da mo’?
E: ma si fa un buon servizio alla Germania? All’Europa? All’inflazione? Schlein forse non capisce quello di cui parla? Sa di politica monetaria? Di politica europea? Ha solo  cattivi consiglieri?
 
La Germania è economicamente in crisi - non ha recuperato, unico paese al mondo, i livelli di pil pre-covid. Ma i miglioramenti italiani non sono allora tanto più apprezzabili, essendo la produzione italiana, soprattutto nel triangolo di Nord-Est, Emilia-Romagna, Triveneto, Lombardia, legata a filo doppio alla Germania?
 
La danese Margrethe Vestager vuole la presidenza della Banca europea degli investimenti. E l‘avrà, benché non abbia esperienza di gestione bancaria. E abbia provocato anzi, da commissaria Ue alla Concorrenza (nomina politica), una perdita di 10-12 miliardi, cifra iperbolica, per i risparmiatori italiani azionisti di Mps e altre banche minori. Avrà il posto perché lo vuole la Germania  - in Europa funziona così. Ma si può chiedere: a pagamento di che servizio?
 
Vestager, che veniva a Roma da primadonna (danese…), omaggiata da Renzi demente e da Gentiloni, impedì che le banche in difficoltà venissero assistite dal Fondo Assicurazione Depositi, che esiste per questo. Impose, caso unico nella Ue, il bail-in, a carico di azionisti e obbligazionisti. Clausola che qualche incauto governante romano, sempre Pd, sempre ridendo, aveva sottoscritto. Ma che la Corte Europea di Giustizia ha dichiarato illegale in tutti i gradi di giudizio. Senza però che gli azionisti abbiano potuto rivalersi.
 
La Gran Bretagna dovrà rinazionalizzare l’acqua - che aveva privatizzato sotto Thatcher, per il vangelo thatcheriano-reaganiano. Ma senza abiure. Senza neanche una critica allo sfacelo indotto da quell’ideologia. Dovrà ricomprarla per dieci miliardi di sterline…. –  dopo averla venduta per niente. “Servono investimenti,”, argomentava 35 anni fa Thatcher, testuale, “regaliamola perché facciano investimenti”. Gli investimenti non li hanno fatti, si sono limitati a mandare le bollette: un bengodi. E questo è tutto il mercato.


Sorpresa, ricorda Cazzullo che Berlusconi ha sorretto (votato) tre governi a guida Pd, cioè in teoria ex Pci, quello di Monti (che non è certo Pci, ma si dice Monti per dire Napolitano), quello di Letta, e quello di Draghi. Mentre Craxi, si può aggiungere,  era fumo negli occhi per il Pci, da abbattere con ogni mezzo, da Scalfari a Borrelli – ma questi già in precedenza, a partire dal 1989, dal “pentito” Marino. 

 
“Lo scorso anno abbiamo speso 2.320 euro a testa per lotto e schedine”, calcola Alberto Brambilla sull’ Economia”. Poiché personalmente non abbiamo speso niente in materia c’è chi ha speso in lotto e schedine 4.640 euro. Anzi, poiché siamo in due, anzi in quattro, a non avere speso 2.320 euro in lotto e schedine, c’è chi ci ha speso 11.600. È un buon indice di affluenza, se non di ricchezza.
 
Ma, poi, lo stesso Brambilla calcola, in base alla dichiarazione dei redditi, che “il 60 per cento dei cittadini residenti di un Paese del G 8 (i cittadini italiani, per intendersi, n.d.c.) vive con meno di mille euro lordi al mese”. E dunque – a parte il G 8 che da tempo non esiste, da tempo abbiamo espulso la Russia – l’Italia è il paese dei miracoli.
 
 

La vera storia del primo maestro d’orchestra donna

Sulle ali del successo di Cate Blanchett, focosa direttrice d’orchestra in “Tar”, la storia della prima donna “maestro” a salire sul podio, nel 1930, Antonia Brico. Un film del 2016, finora trascurato in Italia. Una bambina olandese data in adozione dalla madre nubile incapiente, emigrata con i genitori adottivi poveri in California, che per una serie di circostanze  deve studiare piano, e s’incapriccia della musica. Soprattutto della direzione d’orchestra. Passa attraverso le esperienze più disparate: pranzi e ricevimenti degli ambienti più ricchi e snob, l’accompagmento al piano dei cabarettisti travestiti, le modeste esperienze con gli ambienti musicali modesti, che inevitabilmente finiscono con la mani addosso. Finchè, tornata in Europa e approdata a Berlino, non finisce per debuttare, a trent’anni, alla guida dei Berliner Philarmoniker. In America è poi l’accettazione e il successo. Fino all’apoteosi finale, la creazione di un’orchestra di sole donne.
Un racconto dal vero, di un’esistenza in ogni aspetto straordinaria: gli incontri, le occasioni, le amicizie,le inimicizie, i casi fortunati, la testardaggine. C’entra perfino l’amore. Ma un racconto stranamente debole là dove Blanchett furoreggia, nella concertazione - è quello il momento in cui il maestro “dirige” gli orchestrali. Didascalico. Forte-debole del politicamente corretto odierno: aiutano Antonia i cabarettisti gay, naturalmente non dichiarati, ogni rivendicazione non è personale, è femminista, per una causa, l’apoteosi finale è l’apoteosi del femminismo.
Maria Peters,
Sulle ali della musica, Rai 1, Raiplay


sabato 1 luglio 2023

Fuga dalla Germania

Non c’è solo la recessione “tecnica” (due trimestri negativi), con l’inflazione alta e in aumento – a differenza degli altri paesi europei: in Germania tornano chiusure e delocalizzazioni.
La Germania è tornata a vent’anni fa. A prima del cancellierato Schröder. Che fece, da sinistra, la riforma (cioè la disintegrazione) del mercato del lavoro. E della Germania l’hub del gas russo.
Merita ricordare, a questo proposito, che il cancelliere Schröder, poi consulente superstipendiato di Gazprom, soppiantava il ruolo semisecolare svolto dall’inizio della politica russo-sovietica di esportazioni, in piena guerra fredda, dall’Eni - a lungo, anche se con giudizio, bilanciando le importazioni russe con l’Algeria e la Libia.
Non ci sono i cinque milion di disoccupati di vent’anni fa - 4,5 milioni per l’esattezza. E la Germania non ha bisogno, come lo ebbe allora, con l’avallo di Bruxelles, di sforare i limiti annuali al disavanzo di bilancio. Ma i fallimenti crescono esponenzialmente – novemila nell’industria nel semestre 2023, calcola “Die Welt” sui dati della Confindusttria tedesca. E c’è un deciso ritorno alle delocalizzazioni, nei paesi dell’Est europeo o in Asia, che la riforma Schröder aveva bloccate.
Il resto dell’Europa marcia invece spedito. Se avesse anche il contributo positivo della Germania, invece che negativo, si stima che registrerebbe incrementi del pil analoghi a quello americano, del 2,3-2,4 per cento. Questo non è possibile perché la Germania è gestita - come la Banca centrale europea- dalla Bundesbank, dalla sua vieta politica monetaria del caro-denaro.

Il teatro di Shakespeare nei disegni di R. Fludd

Com’era e come funzionava il teatro di Shakespeare, il Globe Theatre, andato distrutto in un incendio 410 anni fa, durante una rappresentazione dell’“Enrico VIII”? Ricostruito l’anno dopo per volere e con i soldi del re Giacomo I, e poi chiuso definitivamente, così come ogni altro teatro di Londra, dal Lungo Parlamento nel 1642, nella Prima Guerra Civile Inglese – per evitare produzioni di “frivolezze e divertimenti lascivi”.
Frances Yates, la storica del Warburg Institute londinese, ora dimenticata ma già molto apprezzata dell’esoterismo nel Cinque-Seicento, in Italia e in Inghilterra, spiegava che l’aspetto poteva essere ricostruito sugli schizzi del “teatro della memoria”  di Robert Fludd, il medico rosicruciano del primo Seicento. Sui suoi disegni del teatro della memoria che tentava di propopre sulla traccia di Giulio Camillo (che riproponeva le tecniche mnemoniche in uso e descritte da Cicerone e altri autori classici, che la memoria affidavano a parti-immagini distinte dei luoghi dove dovevano parlare: palcoscenico, tribuna, rostro, foro,.etc.). Disegni realizzati nel1619, avendo avuto quasi certamengte memoria personale visiva del teatro distrutto e ricostruito.
Frances A. Yates, New Light on the Globe Theater, “The New York Review of Books”, 6 maggio 1966, free online

venerdì 30 giugno 2023

Letture - 524

Biarritz-la-Négresse – Cambia nome, nel quartiere periferico di Biarritz, la stazione ferroviaria con questa denominazione, che serve i treni provenienti da Parigi in direzione di Irun e della Spagna, Dopo 220 anni. Il nome è ricordato da Nabokov nel racconto ”Primo amore”, del viaggio estivo che “nei primi anni” del Novecento fece da ragazzo con la famiglia, la madre, il padre, il fratello, le sorelle, verso la Spagna. Prendeva il nome dalla donna che all’inizio dell’Ottocento avrebbe gestito l’albergo del quartiere, per conto di un padrone schiavista, cui i soldati di Napoleone, di passaggio nel 1813, avrebbero dato il soprannome la Négresse. Resiste invece l’analoga denominazione del quartiere della stazione, che in origine si chiamava Harausta, parola basca per “polveroso”: era il nome dell’albergo prima della gestora di origini africane.
Numerose iniziative, politiche e anche giudiziarie, intraprese a partire dal 1994, quando Biarritz si apprestava a ospitare un vertice periodico franco-africano, per ridare al quartiere il vecchio nome basco, che sarebbe tuttora usato dai bascofoni anziani, sono stati respinti, anche con durezza, dai sindaci, dalle amministrazioni provinciali, dal governo, dai tribunali. Il ministro degli Esteri del 1994, Alain Juppé, si rifiutò “categoricamente” di cambiare il nome. Un sindaco qualche anno dopo rigettò la richiesta come “ridicola”. Una sindaca di sinistra successivamente rispose che la denominazione era onorifica, testimonianza di una manager intraprendente in epoca oscura. Altre iniziative furono intraprese per il G 7 del 2019. In precedenza, e successivamente, varie iniziative di parlamentari socialisti  e dello scrittore franco-senegalese Karfa Diallo, sono state rigettate amministrativamente, ancora dal comune, dal dipartimento, dal governo. Un sondaggio del giornale regionale “Sud-Ouest”, di Bordeaux, ebbe nel 2015 una risposta al 94 per cento favorevole al mantenimento della denominazione, su seimila partecipanti. Due accademie linguistiche basche si sono ingegnate di trovare un’etimologia locale alla denominazione, non razzista, anche se senza risultati aprezzabili. Anche la società autostradale, che fa capo al gruppo Vinci, ex Société Générale d’Entreprises, il più grande, o il secondo più grande, gruppo di costruzioni e gestioni autostradali, si rifiuta di cambiare il nome del casello.

D’Annunzio – Ma (non) era anche gay? È stato detto? Non sembra, si enumerano sempre relazioni focose e corrispondenze lunghe femminili. Di donne-donne, cioè, non in transizione. Mentre molto lascia da pensare il suo maschilismo da caserma, nelle trincee durante la Grande Guerra, e poi a Fiume, uno stordimento molto macho. E i versi? In “Versilia” si finge “ninfa boschereccia”, per celebrare scopertamente, dopo molto ammiccamenti, dell’uomo che guata e insegue, “la tua pelle\ che il Sol feceti fosca. Snelle\  hai gambe come bronzo lisce”.  O. Wilde, per dirne uno, pur confesso, non aveva  ostato tanto.   

Ironia – Sciascia, “L’affaire Moro”: “Nulla è più difficile da capire, da decifrare, dell’ironia. E se si può impiccare un uomo muovendogli come accusa una sola sua frase avulsa da un contesto, a maggior ragione, più facilmente, lo si può impiccare muovendogli contro una sua frase ironica”.
L’impiccagione che Sciascia deplorava era figurata e non, riferendosi all’ironia amara che traspariva dalle ultime lettere di Moro dalla prigionia – quasi si fosse reso conto di essere detenuto da altro, sorprendente, potere, quello di dargli la morte “per amicizia”, coma “a sua difesa” – la morte di Moro è una tragicommedia.

Promozioni –Viene l’estate e si fa pubblicità ai libri. Ottima cosa, i libri svagano e formano. La pubblicità è di romanzi. Bene. Ma con ridotto (ripetitivo) tipologia promozionale: un milione di copie vendute (o tre milioni), anche “un milione e mezzo” (e “oltre un milione e mezzo”), di copie vendute, tradotto in venti, trenta, quaranta paesi, autore\autrice “di grande successo internazionale”, “subito in classifica all’uscita”, “un fenomeno editoriale”, ”già venduto in trenta paesi”, “il n.1 del New York Times”,:
Sono romanzi, in genere, di amore e dolore. Per una buona metà, quest’anno, sotto forma di thriller. Di una “investigatrice per caso”, un “padre (prete) Raffaele”, aspirante pasticciera, tanatoesteta, “la nuova Miss Marple”, una centenaria (102nne) col mitra. Poi si leggono gli inserti nei giornali, o le anteprime sui siti, e non si trova niente di cosi “irresistibile”, “senza respiro”, “da leggere in una notte”. Come promesso.

Le promozioni sono poi in genere assortite della foto dello scrittore o scrittrice, formato tessera abitualmente, quindi face, in genere in età, grigio-nere, tese se non stremate. Che non si capisce se sono messe lì per spaventare - dissuadere.

Prefazioni-Postfazioni – Kierkegaard ne compilò un libro. Le idee di cui non scrisse il libro – il summary della saggistica angloamericana. Tabucchi se le annota, in una delle tante riflessioni che fa del suo romanzo non pubblicato, “Lettere a Capitano Nemo”, come “meta romanzo”: “Come postilla al romanzo già scritto”, annota in un’agenda bancaria del 1977 (ora sempre in “Letttere a Capitano Nemo”, Oscar, p.118): “Perché è di fatto un meta romanzo;  è cioè un romanzo che continua, sotto forma di analisi e di riflessione, il romanzo già concluso. È un romanzo sul romanzo”.

Pseudonimi - Due sorelle, Floria e Michela Martignoni, hanno scelto uno pseudonimo maschile, Emilio Martini. Mentre lo scrittore franco-algerino Moulessehoul firma con un nome femminile (della moglie), Yasmina Khadra - ma era colonnello dell’esercito algerino quando cominciò a pubblicare. In Spagna la vincitrice del premio Planeta, lo Strega nazionale, Carmen Mola, si è rivelata essere tre scrittori, Jorge D iz, Antonio Marchero e Agustìn Martinez, di mestiere sceneggiatori.
Scrivere – Tabucchi lo dice attività “schizofrenica”, in una delle sue “Lettere a Capitano Nemo”, non spedite, dell’omonimo romanzo non pubblicato  p.164). Perché lo scrittore, finito il racconto o il romanzo, “non è più quello stesso uomo che scriveva  il romanzo…. Ma si vede e si giudica per quello che era quando lo stava scrivendo”. Una schizofrenia, aggiunge, che può raggiungere “il numero 3 per esponente”, cioè, intende, di terzo grado, se “per paradosso…colui che si è per così dire «scisso» nella personalità di un bambino per scrivere un romanzo, ora, riacquistata la propria, spieghi le scelte di un bambino con la sua capacità raziocinante di adulto - che naturalmente non può essere quella del bambino.
Elucubrato, ma a Tabucchi si attaglia: il bambino sarebbe quello che, nel suo progetto di romanzo, scrive le lettere a Capitano Nemo. Le scrive invece di lui stesso, del Tabucchi scrittore – le lettere sceneggiano e raccontano fatti personali, di vita vissuta, forse , perché no, dallo stesso autore qua do era bambino.

Viaggiare – Chesterston era contro: “Viaggiare restringe la mente”. Anche Emerson: viaggiare è “il paradiso di un pazzo”. O Pessoa: “Aborrisco nuovi modi di vita e posti non familiari…  L’idea di viaggiare mi nausea” – lui che dal Portogallo aveva viaggiato in Sud Africa, e dopo alcuni anni ne era tornato, “traduceva, lavorava, scriveva, studiava e pensava in inglese” (wikipedia), si faceva mentalmente lunghe trasferte, a Parigi, a Londra, anche a Roma, e il viaggiare celebrò in celebri versi dallo stesso titolo, come metafora della vita.
Del rifiuto del viaggio fa il conto la filosofa magiaro-americana Agnes Callard (“The Case against travel”) che è di famiglia ebraica, e personalmente è emigrata due volte, da Budapest a Roma, e da Roma negli Stati Uniti. Dove si trova bene.  


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