Cerca nel blog

sabato 19 agosto 2023

Cronache dell’altro mondo – presidenziabili (244)

Si apre una campagna per la presidenza degli Stati Uniti all’insegna del giudiziario, A carico di entrambi i probabili concorrenti, Trump e Biden. Di più naturalmente a carico di Trump, sottoposto fino ad ora a quattro o cinque procedimenti (i capi d’accusa sono “otto dozzine” secondo “The Atlantic”),  che dovrebbero tutti andare in giudicato sotto elezioni, a settembre-ottobre 2024. Per l’assalto dei trumpiani al Campidoglio il 6 gennaio 2021, e per varie altre motivazioni. Contro Biden per presunti coinvolgimenti nel traffico internazionale di influenze (in Ucraina e in Cina) del figlio Hunter.

A otto mesi dalle primarie e a quattrodici dal voto, Trump però è in ascesa nei sondaggi, Biden in calo. Il tasso d’approvazione di Biden è basso, attorno al 40 per cento, e in flessione. E la sua ricandidatura non riscuote consensi ampi nei sondaggi degli elettori Democratici dichiarati: attorno al 25 per cento si dice a favore. Nei sondaggi fra gli elettori giovanili di simpatie Democratiche, fra i liceali e gli universitari, ben il 60 per cento si dice a favore di un nome nuovo. Verso il 60 per cento dei consensi va invece Trump nei sondaggi sugli orientamenti repubblicani.

La previsione è che, se non in tutti, in qualche tribunale

Trump sarà condannato,quindi politicamente “azzoppato”

– in uno, in Georgia, a opera di una Procuratrice

Democratica, Fani T.Willis, la sua eventuale condanna non

sarebbe “perdonabile” presidenzialmente, poiché la

giudice ha avuto l’accortezza di montare una causa statale

– su cui la presidenza non ha giurisdizione –e non federale.

Trump invece si fa forte della persecuzione giudiziaria

Democratica subita durate la sua presidenza, 2016-2020,

col Russiagate. Un falso processo montato su un falso

dossier, commissionato in campagna elettorale dalla

contendente Clinton a una ex spia inglese.  

Le pene dello sradicamento, con humour

“Ai genitori e alla sorella”, all’India in realtà, la raccolta di racconti è dedicata. Nel tentativo di “capire ciò che non afferravo”, spiega l’autrice a Missiroli nell’intervista che introduce la riedizione: “I miei genitori soprattutto. Mi amavano molto, mi proteggevano, ma io ero già divisa e ricordo di essermi sentita straniera anche con loro”. Una differeza, o scissione, che non è così semplice come sembra – uno emigra e per qualche tempo si trova a disagio, non di qua e non di là: “È un dolore importante che provo a elaborare qui e in tutti i miei libri. Fa parte del mio malanno, e della sua cura”. Ma è una celebrazione in realtà dell’India trasvolata, al di qua degli oceani: dei belletti, i colori, le capigliature forti, i sari, dell’inanità delle mogli, che hanno pure cura di sé ma si spendono a occhi chiusi nelle faccende domestiche. Specialmente della miriade di cibi di quella formidabile cucina: si preparano, si cucinano, si mangiano e si sgranocchiano a ogni pagina.
Una scrittura, senza eccessi, divertita in realtà, e divertente. Il tratto è crepuscolare – di quella remota stagione minimal anticipata di mezzo secolo che l’Italia gha avuto nel dopoguerra, con Marino Moretti e pochi altri.
Dieci racconti di un mondo che è stato il suo, dell’autrice, ma lei non ha “vissuto”, se non a distanza – è il ragazzo, Eliot, lasciato alle cure dopo la scuola della laboriosissima, attentissima e impratica signora Sen che si è proposta a baby sitter. Cosmopolita per definizione ma più per bisogno, poiché senza radici. Di famiglia indiana, ma di nascita e di forma mentis, nonché inguaribilmente nostalgica (i genitori, i nonni, le sorelle, i fratelli, i nipoti, le feste…), di fatto trapiantata. Nata e cresciuta in Inghilterra, universitaria e scrittrice americana, da una dozzina d’anni romana, scrittrice italiana. La scrittrice della differenza come mancanza, come smarrimento. Racconti del “tipo” indiano, visto in filigrana, sul reagente americano. Non specialmente caratterizzato questo, solo quotidiano, “normale”.
L’interprete dei malanni, il signor Kapasi, lavora come guida turistica (“vado in gita”) il venerdì e il sabato, i giorni della settimana lavora presso uno studio medico. Fa l’interprete del medico, che “ha molti pazienti del Gujarat” ma non capisce il gujarati, che invece il signor Kapasi padroneggia, perché suo padre “era del Gujarat”. Nel racconto guida al Tempio del Sole a Konarak una coppia di americani con tre figli, che gli sembrano indiani ma non hanno e non sanno nulla dell’India, loro si limitano a venire ogni due anni a trovare i genitori che sono tornati in India con la pensione.
È di questa identità gregaria che l’autrice si è voluta liberare, scegliendo una ligua e un mondo terzi, l’italiano a Roma, una cultura classica? Qualche autoanalisi è in grado di produrre nell’intervista con Missiroli.
Jhumpa Lahiri, L’interprete dei malanni, “Corriere della sera”, pp. XIV + 225 € 8,90

venerdì 18 agosto 2023

La Germania arranca – vittima della guerra

Non solo i treni arrivano in ritardo, al punto da indisporre la Svizzera, che mobilia il trasporto su strada in alternativa nelle tratte passeggeri servite da treni tedeschi. L’economia nel suo insieme non funziona: ha registrato tre trimestri di recessione o stagnazione e potrebbe chiudere l’anno col segno meno.
Ha problemi l’industria automobilistica, con Volkswagen in prima posizione, sia sui mercati europei che su quello cinese. Ha problemi di mercato anche il settore delle macchine utensili, già dominante. L’“Economist” ha rifatto al copertina del 1999, "È la Germania di nuovo il malato d’Europa”. Con articoli tipo “La Germania da locomotiva a fanalino di coda”. Il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso un’analisi che vede in Europa nei prossimi anni la Gran Bretagna, la Francia e la Spagna fare meglio della Germania – e l’Italia che non si cita perché ha un governo di destra?
Il dato che l’“Economist” e il Fmi trascurano è che la Germania più di ogni altra economia è stata colpita dall’interruzione delle relazioni con la Russia e dalle sanzioni. I prezzi delle fonti di energia sono aumentati enormemente, indebolendo nel complesso gli investimenti. Mentre l’inflazione sul mercato dei consumi è già un problema politico, con l’estrema destra Afd gratificata dai sondaggi di un 21 per cento, livello iperbolico, solo 4-5 punti sotto il primo partito, la Cdu\Csu, i popolari.

Padroni e villani, malinconici

Padrone sì, e signore, ma se di un feudo in rovina, di villani impraticabili? Il ghigno di Malerba, l’autore del racconto, è la cosa migliore del film – benché appannato, coperto, essendo oggi scorretto. Altrimenti, il Medio Evo “fatto a medio Evo” non fa ridere. Non basta chiamare Bernarda la signora.
Il richiamo a Brancaleone, nella parlata, nelle stesse immagini, luci, costumi, ambienti, è perfino controproducente. “L’armata Brancaleone” di Monicelli non è un genere, è un caso, il miracolo – costoso anche, un grosso impegno produttivo? a scorrere la ventina di nomi del cast.
Francesco Lagi, Il pataffio
, Sky Cinema 1

giovedì 17 agosto 2023

Ecobusiness dell’architettura a perdere

Grande programma di riqualificazione dell’area delle Vele di Scampia si annuncia a Napoli. Non è la prima volta, da trent’anni o quasi si prospetta. Ma ora in clima di santità, da eden riconquistato: la “vela” B sarà ristruttrata per “servizi alla comunità” (un scuola? un asilo nido?), sull’area delle vele C e D, che verranno abbattute, si produrrà un miracolo verde. Decine di progetti di architetti e ingegneri si contendono le 400 nuove “unità abitative” previste. Si abbattono i vecchi apartamenti, di proprietà pubblica, per farne di nuovi, privati? Sarà uUna meraviglia: ci sarenno orteti e frutteti, che i residenti potranno coltivare liberamente, molti animali a scopo educativo, molti spazi aperti allo sport, dal jogging al basket. Insomma, un paradiso. E anche le nuove “unità abitative”: saranno costruzioni Nzeb, Nearly Zero Energy Building, che vuol dire ad alta efficienza energetica.
Non è la prima grande ristrutturazione, ingegneri e architetti sono volubili. Il consumo di materiali e di territorio che si è fatto per le loro “idee”, cioè i loro progetti, cioè i loro interessi, è stratosferico. L’ecobusiness dell’area Vele viene appena cinqunt’anni dopo le Vele stesse, costruzioni allora “utopiche”, da falansteri, da socialismo alla Fourier (in realtà sono durate molto meno: l’ultima Evela” è stata approntata nel 1975, la prima abbatturata è del 1997. E non solo a Napoli, anche a Roma (Corviale), a Bari (Ecomostri), e chissà dove altro.
La ricetta urbanistica è cambiare. Era durare, ora è cambiare: l’urbanistica si vuole volano degli affari. Oggi naturalmente ecologici – abbiamo avuto con gli ecomostri l’abusivismo di necessità, o per i ricchi il verde verticale, insostenibile. Tra idiozie o agudezas, e sperpero pubblico di denaro, salute, ambiente (territorio). Ricette fertili a Napoli come a Roma, città per eminenza della speculazione (eminenza in senso proprio, vaticana). A Napoli fu emblematico il caso del chiostro di Santa Chiara, un’area di quiete si direbbe edenica nel mezzo della città fatta spiantare da architetti e ingegneri, una vista orrenda, per piantarvi piante d’epoca – del Trecento? del Cinqecento? di uno o più vivai amici.

Gli Etruschi sullo Stretto

“Mentre noi pensiamo che i fulmini si verifichino perché le nuvole si scontrano, gli Etruschi ritengono che le nuvole si scontrino  proprio per inviare un messaggio divino”. Su questo carotaggio, semplice e approfondito, del mondo etrusco nel secondo libro delle “Naturales Quaestiones” di Seneca, si è voluto intitolare la mostra, e anche ordinarla: sulle forme di culto e di religiosità degli Etruschi. Perché a Reggio Calabria? Perché gli Etruschi non erano un mondo isolato, commerciavano con la Grecia e la Magna Grecia.
A Reggio, in particolare, sul semplice pretesto di ipotizzare che i vasi figurati calcidesi ritrovati in territorio etrusco potrebbero essere stati manufatti nella città dello Stretto, colonia calcidese, e non nella madrepatria. E per ridare smalto alla civiltà etrusca, che potrebbe essere di grande attrazione per vari suoi aspetti, ma ultimamente si è un po’ persa nell’opinione e negli scambi culturali. Una finestra aperta per le migliaia di visitatori ogni giorno dei Bronzi di Riace.
Una mosra piccola ma piena, di oltre 100 reperti, con didascalie semplici e perspicue. Organizzata dal direttore del museo reggino, Carmelo Malacrino, e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che ha fornito statue, oggetti in oro, argento, bronzo, urne cinerarie, ceramiche figurate. E ottime glosse.
Le nuvole e il fulmine. Gli Etruschi interpreti del volere divino
, Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale

mercoledì 16 agosto 2023

Le quattro primavere

Le presenze a volte si mutano in tracce.
S’incontrava talvolta a Soroti, tra Tanzania e Uganda, sopra il lago Kyoga che il Nilo Vittoria si mette da parte, per una birra, o anche a Dar Es Salaam se andava in banca, e sempre assicurava che l’Uganda è il paese dell’eterna primavera:
- Viviamo tra quattro primavere, i fiori rifioriscono, l’erba è sempre verde.
Viveva in realtà solo. E quindi col problema di convivere con la famiglia della ragazza che a turno stava con lui, e con le gelosie degli altri clan:
- Saggiamente - diceva sereno della dote cui operavano nel fiore le ragazze.
Egli stesso non ambiva che a godersi l’esistente, ricavando dalla piantagione quanto basta a rifare il tetto, migliorare le terrazze, soddisfare le madri. Ma la libertà dei popoli è inflessibile e ora vive a Boccea, all’interno 47 del n. 124 da cui non esce, non sa camminare sull’asfalto, è sposato a una signora che fa l’infermiera, e ne ha avuto un bambino di cui non si cura. Sogna che Obote o Amin gli distruggano la modesta piantagione, incendiando la casa, anche se sono da tempo morti,
e in fuga tra scoppi di mitra e lampi di machete per foreste melmose su corazze di coccodrillo si salvi con la complicità dei vecchi compagni del Che, che lo mettono su un aereo senza bagaglio.

Ritorno alle fradici osche e greche

Un’opera redatta celermente, in pochi mesi nel 1889,  rimasta insuperata. A Laureana di Borrello, il paesino dove Marzano risiedeva. Pubblicata l’anno successivo sulla rivista “La Calabria”, un periodico letterario che Luigi Bruzzano editò per un paio d’anni. Dalla semplice conversazione con “la gente del popolo, in ispecie quella  che dimora nelle campagne”, Marzano, folklorista e lessicologo dilettante (porta il nome, secondo la Treccani, di un figlio nato nel 1459 a Eleonora, figlia di Alfonso V d’Aragona, re di Napoli, con Marino, duca di Sessa, principe di Rossano), si accorse che molte parole erano “gli avanzi, sebbene scarsi, della lingua del popolo primitivo che abitò queste contrade, del Popolo Osco”, e di più recavano “tracce delle sovrapposizioni e delle invasioni degli altri popoli, cioè del Greco, del Latino, dell’Arabo, del Francese e dello Spagnolo”.
Il ricorso al popolino è retorico, di prammatica: era l’epoca della divinizzazione, mazziniana, positivista, del Popolo. La stagione era anche fertile, oltre che per il folklore, per i vocabolari, soprattutto dialettali. 

L’opera recupera oltre tremila lessemi. In prevalenza derivati dal greco. Dal greco antico e non dal bizantino, Marzano anticipa Rohlfs – che terrà conto dello scavo di Marzano nel suo voluminoso “Nuovo dizionario dialettale della Calabria”.
Una riedizione curata, da parte delle pugliesi edizioni Grifo, e alla portata, non alle cifre elevate delle riproduzioni anastatiche. Con la prefazione che l’etnologo Raffaele Corso scrisse per la riedizione del 1928. E l’introduzione all’opera dell’editore, Franco Palascia.
Giovan Battista Marzano, Dizionario Etimologico del dialetto calabrese, Grifo, p. 317, ill. € 12


martedì 15 agosto 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto

Giuseppe Leuzzi

“Un Paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” - Cesare Pavese, “La luna e i falò”.
 
Ippolito Nievo, “Una scrittura di maschere per Carnovalone” (In “Storia filosofica dei secoli futuri, e altri scritti umoristici del 1860”), ha “la carta sughero degli aranci di Messina”. Nievo conosceva e aveva pratica della carta sughero prima delle arance – a nessun siciliano sarebbe venuto e verrebbe in mente di dire le arance carta sgughero.
 
In realtà le arance di Nievo erano imbarcate a Messina, dal porto, ma prodotte nel catanese e nell’agrigentino. Ora, non da ora, dal porto di Messina non parte più niente. Anche le navi militari lo disertano, gli incrociatori inglesi, le corazzate americane. Né la città ha organizzato il porto, come invece ha fatto Reggio di fronte, per l’accoglienza agli immigrati. La geografia economica è volubilissima.
 
C’è ingegno nella mafia
“La cattura è stata forse l’ultimo e migliore investimento di Matteo Messina Denaro”, commenta Francesco Damato sul giornale online Start Magazine: “Il cancro è ormai al quarto stadio e l’ergastolano può per sua fortuna affrontarlo in condizioni migliori di quando potesse da latitante. Ne ha tutto il diritto, per carità”. Ma ora il suo avvocato può pretendere “l’incompatibilità fra il suo stato di salute terminale e il regime di detenzione noto come il 41 bis”. Se non, come ipotizza “La Stampa”, pretendere “una detenzione ordinaria,, che gli consentirebbe la sospensione della pena o gli arresti domiciliari”.
La mafia non è una. Ci sono gli animali, che uccidono chi capita. Assassini, stragisti, di non sanno nemmno chi, a centinaia, a migliaia, compresi moltissimi magistrati, politici, giornalisti, dirigenti di Polizia, generali dei Carabinieri, mogli, figli, bambini. Gli Spatuzza, i Brusca - ora pentti e convertiti, pupilli della giustizia purché denunciassero Berlusconi e Dell’Utri. Ma c’è anche, purtroppo, ingegno nella mafia, che s’infila dappertutto come i topi.
 
La mafia sconfitta in Sicilia
Si vuole la mafia un fatto sociale e politico governante, dominante, in grado di distribuire ricchezza (lavoro, utilità, vitalizi), creare carriere, canalizzare gli affari. Invece che un fatto criminale. Ma la volta che si candidò a governare la Sicilia, nel dopoguerra, prese pochi voti, pochissimi. Il famoso voto di scambio che farà la panacea di tutte le procure antimafia, là dove si trova immigrata qualche famiglia siciliana o calabrese, non funzionò con i mafiosi.
È una delle tante sociologie di caserma che Salvatore Lupo decritta nell’ultima ricerca, “Il mito del Grande Complotto”. Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia costituito nel 1943 aprì le porte alla mafia: “Nel 1943, per la prima volta, nonché per l’ultima, l’ideologia sicilianista si fece partito, e in un partito, per la prima e l’ultima volta in un secolo e mezzo di storia, l’onorata società si identificò, anziché inserirvisi strumentalmente”. C’entrarono tutti, e nel 1947 si candidarono anche.  Lupo ne cita “alcuni, un po’ casualmente”, ma sono le punte di diamante della geografia della mafia, e quelli che quelli ne hanno “fatto la storia”, prima dell’avvento delle belve, Liggio e Riina: Calogero Vizzini di Villalba, Giuseppe Genco Russo di Mussomeli, Michele Navarra di Corleone, i palermitani Paolino Bontate, Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Pippo Calò, e il bandito robin hood Salvatore Giuliano.
Nessun mafioso fu eletto, e pochi o nessuno i mafiosi fecero eleggere: nove deputati regionali su novanta nel 1947, e il Mls si sciolse, senza traccia.
I mafiosi erano e sono criminali, che presto o tardi saranno annientati da altri criminali: che sicurezza possono dare?
 
Ancora un piemontese in Sicilia
Il colonnello Charles Poletti, che governò la Sicilia per alcuni mesi dopo l’operazione Husky, lo sbarco Alleato in Sicilia nel luglio del 1943, reputato l’artefice del patto con la mafia dai siciliani che coltivano l’ipotesi del “Grande Complotto” Usa-mafia, era figlio di piemontesi. Di una coppia di immigrati, Dino e Carolina Gervasini, di Pogno, nel novarese, un borgo prossimo al lago d’Orta.
Aveva studiato a Harvard con una borsa di studio – il padre era scalpellino. Dopo la laurea aveva seguito a Roma nel 1924 alcuni corsi alla Sapienza, con una Eleonora Duse Fellowship, una borsa di studio – e al ritorno si era specializzato alla Harvard Law School. Aveva poi fatto pratica forense, ma soprattutto politica. Nel partito Democratico, consulente in tutte le campagne presidenziali, del 1924, del 1928 e del 1932. Dal 1933 consigliere e uomo di fiducia del governatore dello stato di New York, Herbert Lehman. Che nel 1937, a soli 33 anni, lo nominò alla Corte Suprema dello Stato di New York. Quando Lehman, nel 1942, abbadonò l’incarico per dirigere quello che sarà il piano Marshall per l’Europa, Poletti lo sostituì nel mese d’interregno fino all’entrata in funzione del governatore Dewey. Il primo figlio di italiani a fare carriera politica, come governatore. Passato l’incarico a Dewey, Poletti divenne consigliere del ministro della Difesa  Stimpson, col grado di tenente colonnello. Morirà nel 2002, a 99 anni.
A sostegno dei patiti del Grande Complotto Usa-mafia si può ricordare che il partito Democratico era legatissimo a New York alla mafia – Fiorello La Guardia, il sindaco, anch’esso di famiglia italiana, che combattè e interruppe questi legami, era Repubblicano.
 
La Sicilia non è tutti noi
Tra linee della palma che salgono e laboratori politici nazionali, di un’isola cioè quintessenza dell’Italia, suo ganglio anzi centrale e vitale, si dimentica che l’autonomia regionale fu richiesta e riconosciuta (concessa) non per una questione di sviluppo, di soldi, di investmenti pubblici privilegiati, ma per una diversità storico-etnica. Si decise per la Sicilia come per le regioni a popolazione mista, anche allogena, Friuli, Venezia Giulia, Alto Adige, Aosta. È per questo che non fuziona? E teme l’autonomia differenziata.
L’equivoco nasce dal fatto che lo statuto special fu proposto e perfino imposto contro il separatismo siciliano. Quando gli Alleati cessarono l’amnistrazione Amg, Allied Military Government, e consegnarono l’isola al governo italiano, nel febbrario 1944, il primo compito che il Cln si assegnò in Sicilia fu di battere il movimento indipendentista – che al riscontro elettorale mostrerà poco seguito, ma si voleva allora temibile. Fu Mario Scelba, futuro ministro dell’Interno di ferro, all’epoca giovane apprezzato seguace di don Sturzo, a chiedere e concordare una richesta di autonomia. Senza attendere, diceva, la Costituente nazionale o il “vento del Nord” – il “vento del Nord”, diceva, aveva nell’atro dopoguerra provocato solo sconquassi, tra socialismo e fascismo.  Ad appena un anno dalla fine dell’Amg, quindi nel febbraio 1945, riuscì a promuovere una Consulta regionale, composta dai partiti del Cln e da notabili prefascisti, per predisporre uno statuto di autonomia.
 
Cronache della differenza: Calabria
Il conte napoletano Giuseppe Ricciardi, letterato e patriota, poi deputato radicale del Regno d’Italia, pubblicava a Parigi nel 1842 una “Storia d’Italia dal 1850 al 1900, ossia Profezia in forma di Storia” in cui la liberazione dell’Italia la prevedeva in risalita dalla Calabria - una sorta di jacquerie, di “massismo” rivoluzionario, unitario.
 
Vi finiscono i sogni di gloria. Fabio Sebastiano Tana fa sullo speciale Calabria della rivista di viaggi “Meridiani” la constazione: con Alessandro il Mol,osso, zio e cognato di Alessandro magno, Annibale,Alarico.
 
Il “non finito” calabrese, le case lasciate a metà, senza tetto, con pilastri senza pareti, con pareti senza intonaco, e\o senza infissi, è finito in mostra qualche anno fa a Reggio, Mostra Metamorphosis Meditarrenea, con le foto di Angelo Maggi. Censita con interesse, quasi con entusismo, come opera memorabile - o della bellezza della bruttezza. Metamorfosi, le parole non mancano.
 
Marta Fascina, “una bella signora calabrese” nella posta di Natalia Aspesi, “diventata del tutto sconosciuta onorevole a Portici”. Aspesi non è la sola, anche se Fascina di calabrese ha solo la data di nascita: la Calabria e Berlusconi (Fascina è l’ultima compagna di Berlusconi) uniti nel disprezzo.
 
Nina Weksler ha ricorrenti, nelle memorie “Con la gente di Ferramonti”, i tramonti rossi del basso Tirreno: “Rosso e lilla, rosa e violetto…violetto e rosso dietro veli di  grigie nubi, e le verdi montagne sparivano nel rosso e nel grigio”.
 
Un giorno qualsiasi, poniamo venerdì 11 agosto, le pagine Cultura della “Gazzetta del Sud”, il giornale della Calabria, reca questi titoli: “Arena di Verona, I grandi numeri delle stagioni del Festival 2024 e 2025”, 4 col.; “Il Louvre si conferma il museo più visitato al mondo”, 4 col.; “Ferragosto in sala nel segno del brivido”, 2. col., a pagina intera, intense, su due registi horror, André Vredal, norvegese, e Sukholytkyy-Sobchuk, russo; “A settembre riapre il Maggio Musicale Fiorentino”, 3 col. - e due lunghi obituaries, Antonella Lualdi e Peppino Gagliardi. Si direbbe una regione musicale, col culto dela morte.
 
Le memorie di Nina Weksler, dei quasi tre anni d’internamento, perché ebrea e perché allogena (tedesca), a Ferramonti (Cs), l’editore Demetrio Guzzardi può dire “paradigma del modo calabrese di vivere i rapporti umani, anche in situazioni difficili”. La disgrazia non lascia inerti: è un riflesso vecchio ancora vivo.
 
“Come va signorina, che si dice?”, interpella Nina quando la incontra il maresciallo del campo, Gaetano Marrari. Un iditotismo che dice tutto. Cioè, solo la simpatia.
 
La Regione commissaria trenta Comuni per il ripristino di ambienti occupati o modificati abusivamente. Protestano i  Comuni, facendo valere che il ripristino dell’abuso è già stato avviato o concluso, e che la relativa documentazione è stata tempestivamemnte certificata. Ma la Regione non ci sente: in fondo si tratta di dare trenta stipendi, per qualche mese, non un grande sacrificio.
Si dirà la Calabria la regione dei commissari. Ai Comuni, alle Asl, alla sanità regionale nel suo insieme, ai depuratori, e ora all’abusivismo.
 
Protestando i Comuni commissariati per abusivismo, il direttore della Tutela Ambientale della Regione invita a un confronto, con annucio sul giornale: “Lunedì 14 agosto, alle ore 11”. Un giorno feriale fra tre giorni festivi. Senza perfidia: il potere ha in Calabria un’alta concezione di sé.
 
Nelle processioni del santo patrono, l’uscita e il rientro in chiesa sono segnati da salve di fuochi d’artificio secchi, senza colori facendosi le processioni di giorno, botti in realtà, scoppi. Che sono quelli delle “fantasia” nordafricane, i colpi a ripetizione in segno di omaggio e di festa.    

leuzzi@antiit.eu

I primi dinosauri scampati all’estinzione

Il professor Challenger, lo Sherlock Holmes della fantascienza, parte per quella che sarà la prima di una serie di avventure. E la più ristampata degli “altri” Conan Doyle, di fantascienza, di storia, di spiritismo. Sull’altipiano della Gran Sabana, in Venezuela, dove troverà dinosauri e altre specie animali scampate all’estinzione. Opera del 1912. Conan Doyle vi fece tesoro delle conferenze di Percy Harrison Fawcett, un esploratore amazzonico molto celebre - poi scomparso, insieme col figlio e un amico del figlio nella Foresta amazzonica, un caso che fece molto scalpore.

Un romanzo che avvia, si può dire, il filone poi sviluppatissimo della fantascienza. Che subito incuriosì – fu addirittura tradotto dopo pochi mesi dalla “Domenica del corriere”, che lo pubblicò a puntate, di richiamo per i lettori. Il ruolo di testimone-narratore, il dr. Watson della nuova serie, è il giornalista Edward Malone.
Conan Doyle si attiene alla lezione di Darwin, che incontrando delle specie non evolute le classificò con un ossimoro, “fossili viventi”. In questo senso, spiegava altrove il compianto etologo entomologo Giorgio Celli, fa un errore. Ma non giunse all’estremo cui giungerà Wells, che ipotizza la “cavorite”, un minerale anti-gravità, sollecitando le risate di molti – a quest’ora la cavorite sarebbe stata ben lontana dalla terra, in fuga per i cieli.
Un romanzo di curiosità, senza suspense: è lo stesso professor Challenger che racconta la sua avventurosa spedizione, intervistato da Malone. Che si segnala piuttosto, oltre che per la narratività, che perdura benché ormai il mondo dei dinosauri sia passato attraverso innumerevoli racconti e film, per la “scientificità”. Anche in altre questioni Doyle sbaglia, ma pure ci azzecca. A dei pitecoidi antropomorfi attribuisce un linguaggio verbale, mentre già si sapeva che la verbalità è un fatto tardivo dell’evoluzione – si dubita che gli umani del Neanderthal parlassero. Invece è possibile che lo pterodattilo gigante, che pure avrebbe fatto meglio a chiamare pterosauro, il mostro alato a cui fa sorvolare minaccioso l’altopiano, pur essendo un rettile senza denti e un mangiatore di pesci, è stato ritrovato cinquant’anni dopo il romanzo in Texas da una spezione paleontologica, in sedimenti non marini.
Il racconto della spedizione è disponibile in varie edizioni, anche illustrate per ragazzi. Questa ripropone la traduzione della vecchia edizione Theoria, a cura di Fausta Antonucci. Ma senza il commento di Celli che la introduceva, che è un racconto a parte, delle “bevute” della scienza propriamente detta. Tanto più, va aggiunto, che Challenger è modellato su un personaggio reale, Percival, Percy, Fawcett, archeologo, altrettanto collerico e avventuroso - sparirà in Amazzonia, col figlio e un collaboratore, alla ricerca di una città scomparsa.
Arthur Conan Doyle, Il mondo perduto, Fanucci, pp. 288 € 7

lunedì 14 agosto 2023

Lasciate che i migranti vengano a noi

Si immigra illegalmente in Europa via Italia. L’inchiesta di Rinaldo Frignani sul “Corriere della sera” conferma la percezione: non c’è più la rotta bacanica, non c’è più la Grecia, non c’è più la Spagna, c’è l’Italia. “Su 68 mila migranti arrivati in Europa al primo giugno, oltre 50 mila sono sbarcati in Italia”. Via mare, soprattutto, e via terra.
L’inchiesta non lo dice, ma il fatto contrasta con due dati geografici. Sarebbe più facile, posto che ci sia una vera pressione demografica dietro l’immigrazione, dalla Turchia passare in Grecia. O dal Nord Africa in Spagna, dove peraltro il governo è socialista,  quindi teoricamente benevolo con l’immigrazione anche irregolare.
L’immigrazione  si dirige verso l’Italia per due motivi. Che è organizzata: è un business, a pagamento, e non un esodo per motivi politici o umanitari. E questo business trova rispondenza in quello speculare dell’accoglienza. Che in Italia è lucrativa e ramificata. E lucrativa, poiché offre anche protezione legale contro i rimpatri dei non rifugiati politici. E ha eco sempre favorevole  nell’opinione pubblica, nei media: le tv, di Stato e private, i giornali, la mobilitazione sui casi di cronaca. Su indirizzo insistente del papa, e di ogni istanza religiosa. Una mobilitazione tale che perfino un governo di destra deve recedere.
Ma questo è un punto di connessione diabolico. Si fa assistenza invece di politica migratoria. E la si fa perché l’accoglienza è anch’essa confessionale. Che il Pd o i partitini di sinistra siano schierati non conta, hanno capetti che potrebbero non capire di che si tratta. Ma il Vangelo a protezione della tratta degli schiavi – Frignani non dice quanti immigrati sono morti nel business quest’anno: sono “oltre duemila”, nei primi sei mesi, tra essi 289 bambini – fa senso.   

Soros si celebra, affossatore delle nazioni

Il finanziere gigione a 92 anni si è fatto anche un film, diretto per l’anagrafe dal “figlio di Bob Dylan”, scritto e interpretato da se stesso. Con qualche controcanto, naturalmente, stonato: figure minori o ridicole, per dare più spessore all’egomania.
Si fatica a parlarne male perché Soros è sempre pieno di sé, e chiude ogni dubbio col fatto che fu un ebreo in Ungheria negli anni del nazismo in Europa. Ma lo fu senza danno. E poté emigrare nel 1947, a 17 anni - figlio di un avvocato e scrittore emigrato anch’egli, direttamente in America - per studiare alla London School of Economics. Ma l’essere ebreo non c’entra – tra l’altro doppiato qui con la scelta del regista, figlio del Nobel di Letteratura. Né con l’aver destinato beneficenza, patronaggi, sponsorizzazioni a cause, personaggi e attività politicamente di sinistra. Questo si direbbe un problema per la la sinistra, non un vanto. Soros è Soros in quanto abile e fortunato gestore di hedge fund, fondi d’investimento speculativi. Se è un re è della speculazione. E la speculazione tutto può essere, anche audacia, fortuna, avventura, ma si fa a danno dei più. Del “parco buoi” della finanza ma anche a danno delle finanze pubbliche, di masse cioè che non c’entrano, e per questo sono prede facili.
Soros è diventato Soros, il primo, a suo parere, fra tutti gli speculatori, col fortunato attacco alla sterlina e alla lira nel 1992. Un piccolo azzardo di Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, che aveva favorito un lieve ma costante apprezzamento della lira nei confronti del marco nel quadro dello Sme, il Sistema Monetario Europeo, in vista del passaggio all’euro, per favorire cioè l’inclusione dell’Italia nell’euro, facilitò l’attacco di Soros: la lira perse in un giorno un 30 per cento del valore, Soros divenne multimiliardario, con i suoi soci, dall’oggi al domani, in dollari. Ma non a somma zero: tutti gli italiani ci rimisero qualcosa, poco o molto, e soprattutto l’Italia, che veniva dagli anni 1980 come quinta o quarta potenza economica mondiale, fu ridotta a un cencio da cucina, posizione da cui non si è più ripresa (anche per la contemporanea offensiva giudiziaria scatenata da un certo Di Pietro). Che Soros abbia destinato poi le creste dei suoi guadagni, a fini fiscali, in beneficenza o a promozione di attività benefiche non lo santifica.
Il curioso di questo autofilm è che Soros, che pure ha avuto momenti bui dopo la presunta laurea in Filosofia a Londra con Popper (che, richiesto, non lo ricordava), non li ricorda nella sua narrazione. E questo conferma il suo lato nero:  ha fatto fortuna sui momenti bui degli altri.
C’è egomania e egomania. Abbiamo appena seppellito l’egomaniaco massimo in Italia, Berlusconi, per questo criticato e insultato, ancora dopo morto, che pure non ha mai fatto male a nessuno. Soroso fa la politica di se stesso. Ma la politica non si compra. E non è vero che la speculazione finanziaria è asettica: è un veleno oppure un’arma letale.        
Jesse Dylan, Soros racconta Soros, Sky Documentaries

domenica 13 agosto 2023

Ombre - 680

Il ministro della Giustizia ha messo sotto inchiesta la Procura  di Firenze, e ci si stupisce nell’occasione di tanta imprevidenza e supponenza. Per l’inchiesta contro Renzi non solo, per la quale il ministro ha disposto l’azione disciplinare. È una Procura che voleva Berlusconi mandatario delle stragi di mafia del 1993, ci ha lavorato per anni – poi Berlusconi gli è mancato. La stessa che ha cercato la bambina scomparsa dovendo si poteva trovare – setacciavano i muri della casa, i pavimenti. È solo incapacità? Anche ai tempi del “mostro” la Procura di Firenze si distinse per l’inpacità. O deve non dover fare certe cose?
 
Ma che ha di speciale questo De Angelis, che ogni pochi giorni provoca guai al “suo” governo. Prima con l’improvvida assoluzione dei suoi camerati per la strage di Bologna - “tragedia di cui nulla so”, dice poi. Poi con l’assunzione del cognato alla regione Lazio, di cui è diventato consulente, ben pagato. Il cameratismo non è morto?
 
Ercole Incalza, l’ex direttore dei Trasporti, nel suo memoir quotidiano, che compartisce col fondo-pastone anch’sso quotidiano di Roberto Napoletano, direttore del calabrese “Il Quotidiano del Sud”, ricorda oggi, commentando l’entrata in forze di Ferrovie nel sistema tedesco di trasporto merci su ferro, due titolari de suo ministero negli anni 1980, Formica e Signorile, che decisero il rinnovamento del sistema ferroviario invece del declassamento, e lo finaziarono. È curioso come  i socialisti al governo, che pure hanno beneficato l’Italia, siano scomparsi dalla memoria - specie dalla storia, dai (pocihi) manuali dell’Italia contemporanea, peraltro di “storici” Pd.
 
Curiosa l’attesa dei media sull’intervento dei paesi africani dell’Ecowas in Niger. Curiosa per l’ignoranza totale dell’Africa. A partire dal fatto che i paesi Ecowas sono governati o controllati da militari – il Niger oggi come la Nigeria in passato e oggi.
 
La sospensione russa degli accordi internazionali sulla doppia tassazione viene condannata da un lunga serie di paesi, ma tutti dell’area Ocse o più sviluppata – area “occidentale”. Non dai paesi arabi, non dagli altri paesi del mondo, grandi e piccoli. La sospensione riguarda in effquei “Occidente”. Ma consolida una divisiine del mondo in due.
 
I nuovi criteri del Pnrr, di un governo eletto, con l’avallo e anzi su richiesta della Ue, contrasta con un Pnrr messo su da un governo politico ma presieduto da un tecnico, specialista della componente amministrativa e finanziaria internazionale dell’economia. Accettati favorevolmente, se non promossi, a Bruxelles. Anche se molti Comuni e Regioni lamentano risorse ora improvvisamente  venute a mancare. Ci sono criteri, ma guai a operare secondo norma.
 
Il governatore campano De Luca, bersaglio costante del “Corriere del Mezzogiorno”, la costola napoletana del “Corriere della sera”, ha l’onore di un’intervista sul giornale-padre, sepppure in taglio basso, nelle pagine interne. È sorprendente la capacità di argomentazione del politico salernitano, che la segretaria del Pd Schlein vuole silurare, a fronte di quelle poverissime della stessa Schlein. De Luca sa di amministrazione, di gestione, di decentramento, di governo, di salario minimo, di sanità tertitoriale, di tutto.
 
Gli arrivi di migranti dalla Turchia nei primi sette mesi si sono dimezzati rispetto all’anno scorso. La tragedia di Cutro ha funzionato da allarme. Si conferma che i governi dei paesi di partenza sono parte del business: il governo turco, che è lautamente pagato dalla Ue per frenare il traffico, dopo Cutro è stato richiamato all’ordine, e ha bloccato le partenze – in Turchia ogni centimetro quadrato è sorvegliato da una qualche polizia.
 
È giusto o sbagliato il prelievo straordinario sui profitti straordinari dei grandi banchi, Intesa, Unicredit, Bpm, Bper, perfino l’Mps per il quale mezza Italia e lo stesso governo hanno speso a perdere decine di miliardi? Ogni tassa è giusta o ingiusta, dipende dal modus e dalla ratio. Che qui forse non manca. Ma che un ministro qualsiasi si alzi e lo imponga, contro il “suo” stesso ministro del Tesoro, suo nel senso del suo partito, questo è straordinario: di che governo parliamo, che la Costituzione vuole collegiale?

Th. Wilder e l’estro geniale della Magnani

Magistrale evocazione, in breve, come ormai è d’uso per lo scrittore, ma appuntita e piena di cose, di Thornton Wilder. Uno scrittore lettissimo, più di Cronin, e poi scomparso.Perché era cattolico? In Anglosassonia il cattolicesimo è scomparso, eccetto che per gli atti impuri. Ma questo Fofi non lo dice. Evoca invece, e discute, la nozione ora desueta di kitsch, con la quale lo scrittore fu liqidato – un po’ come il “Liala” per Cassola. E fra i tanti succesi dello scrittore-drammaturgo, a proposito della riedizione di “Il ponte di San Luis Rey”, evoca i tanti trascorsi letterari dello stesso tema, il Settecento in Perù. In particolare di Mérimée, “La carrozza del Santisimo Sacramento”.  Da cui Jean Renoir trasse “un bellissimo film”, “La carrozza d’oro”. Un film “che fu anche una grande lezione  sulla commedia dell’arte affidata all’estro geniale della Magnani”.
Goffredo Fofi, La vita recuperata del capolavoro incompreso, “IlSole 24 OreDomenica” 14 agosto

sabato 12 agosto 2023

Michela dannunziana

“I figli nascono con le ali  e poi volano via, nessuna mamma ha il diritto di fermarli”, la mamma di Michela, Costanza, trova queste parole in morte della figlia che l’aveva ripudiata: non è la donna vilipesa, rifiutata a diciott’anni per una mamma de anima “più vigile di quella naturale”. Michela andava di corsa, e il sacrificio della mamma, quella vera, era parte della partenza. Ha vissuto come in teatro: ha voluto essere una scrittrice che si rappresentava, e lo ha fatto fino all’ultimo – malgrado, s’immagina, le sofferenze. Il funerale, la parte voluta, personale, e quella politica, ne è epitome.
Il modello inevitabile è D’Annunzio: uno modesto, come lo sono i tempi, con la tv e i social invece dei campi di battaglia, ma ben della vita e le opere come rappresentazione.
Anche per l’aspetto intellettuale: presente su tutte le sfide, con animo intrepido, anche “incosciente”, oltre l’ostacolo. Di una intellettualità della sfida (“provocazione”) invece che della riflessione, come poi l’intellettuale si era configurato, nel secondo Novecento. Parte anche lei di quel mondo di passioni e avanguardismo che politicamente mostrava di aborrire - i social hanno solo cambiato la maniera di mostrarsi e imporsi, l’animo e il messaggio sono gli stessi, arditi e intrepidi, il cuore oltre l’ostacolo. Ma, senza volerlo?, senza saperlo?, anticonformista per essere tradizionalista: familistica, senza il sesso-ossessione, e religiosa. Attorno al nucleo centrale della vita umana, la generazione. Senza la riproduzione, che caratterizza il femminile. Quasi monacale. Le adozioni celebrando invece del concepimento, dematerializzate (desessuate), spirituali (di anima), al punto da eliminare il legame di sangue, il concepimento e il parto. Un legame libero, per scelta, invece che obbligato, di sangue, ma pur familiare - il Cristo non aveva fatto la stessa scelta?. avrebbe potuto obiettare, ma si accontentava di applicarla - niente polemiche quando si riscopriva catechista. 
Non una letteratura eversiva  la sua, queer o dei diritti, anzi tradizionale, ma il racconto di un tipo umano diverso. Di un tipo diverso oppure irrisolto. Più questo, al calcolo delle possibilità (a uno sguardo sulla contemporaneità, per quanto sbilanciata sulle innovazioni sociobiologiche). Asessuata di fatto, e familistica – c’è una sesuomania, o fobia, asessuata di fatto. O familistica, ma asessuata. E materna ma contro la gravidanza. La maternità limitando all’adozione - seppure formativa più che materiale, l’adozione “di anima”. Spirituale e non materialista, al punto da eliminare, col rapporto sessuale fisico, il legame di sangue, la parentela genetica, la compartecipazione fisica - la convivenza, malgrado la socievolezza. Religiosa – coraggiosamente anticonformista. La vecchia monaca di casa.
Saperlo l’avrebbe indispettita? Lo sapeva e lo voleva. Oltre i racconti, tutti molto notevoli, questo suo modo d’essere sarà il lascito più duraturo – non si dirà “murgiano”, ma ma sarà come se. 

MIchelangelo femminista, Michela meno

Ripubblichiamo la recensione di uno dei libri più importanti di Michela Murgia, del 20 maggio 2011

 
Michelangelo, bambino senza madre (e senza padre), fu sempre femminista, affettuoso, giocoso, malinconico, appassionato, didascalico perfino e programmatico. La Madonna è soggetto privilegiato d’altra parte nelle lettere e le arti: “De Maria nunquam satis”, secondo il motto di san Luigi Maria Grignion de Montfort. E la cosa vale pure per Stefano De Fiores, conterraneo di Corrado Alvaro (al quale ha dedicato numerosi e importanti scritti, soprattutto per i rapporti familiari), sacerdote, mariologo, professore al Marianum di Roma, un bambino che invece è cresciuto con la madre, orfano di padre a cinque anni. Autore di una vasta serie di studi mariani, rielabora qui i suoi lavori precedenti in connessione con Michelangelo: la rilettura della figura di Maria nel “Giudizio universale” del 1993, e nel 2007 la lettura femminista che Michelangelo fa nel giudizio della genealogia del Cristo. Ma il personaggio non è più popolare, in una con la verginità, e anche con la maternità - che si vuole responsabile ma di più è rifiutata. 
Questa sparizione è una delle chiavi della modernità, tanto più dopo il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, acceso e forte marianista. che per tanti altri aspetti è beatificato e rimane vivo nella memoria. Ma non viene indagato, non in questa chiave, nemmeno da Michela Murgia.
Anche la sue “apparizioni” ne testimoniano la scomparsa. La misura si rileva al confronto con la tradizione. Maria è stata il soggetto prediletto delle arti nell’umanesimo e il rinascimento, figurazione costante di tutti i pittori di tutte le scuole. Nonché della poesia: circa 1.200 inni in latino censisce De Fiores, sui tempi del parto e del pianto della Vergine. Al punto da rovesciare da sola la lettura ancora canonica del Rinascimento, quella di Burckhardt, che ci vede un rovesciamento del medio Evo e un ritorno al paganesimo, o una prefigurazione del laicismo e quasi dell’ateismo. Maria come “la donna creatrice di vita e custode della morte” (Charles de Tolnay), e nell’Annunciazione la bellezza vergine. Una devozione che è speciale, e non lo è: la dignità femminile era all’opera nel secondo Quattrocento e nel primo Cinquecento. De Fiores conta altrettante “Dignità” e “Eccellenze” delle donne quante se ne scrivevano di queste pubblicazioni alla moda, per gli uomini. Michelangelo è specialmente devoto, che il cardinale Ravasi dice “cantore costante e appassionato di Maria”. Dalle prime sue prove di scultore, e in tutta la storia umana, come egli la concepisce: “Nella Creazione di Adamo”, nota De Fiores, “Dio è accompagnato da una figura femminile, archetipo della donna immacolata che sarà Maria”. La genealogia di Cristo nella Cappella Sistina sarà maschile come, e con più intensità, femminile. De Fiores censisce undici rappresentazioni michelangiolesche della Madonna, in due tele e nove sculture (e in innumerevoli disegni, alcuni passati ad amici perché li trasponessero in dipinti su tela: Sebastiano Del piombo, Pontormo, Daniele da Volterra, Ascanio Condivi), tutte qui sontuosamente riprodotte, anche nei particolari. La prima fu, a quindici anni, la sua prima opera riconosciuta, lo stiacciato della Madonna della Scala, il tipo iconografico della Galaktotrofusa, la Madonna che allatta – soggetto del primo affresco cristiano, del II secolo, nelle catacombe di Priscilla a Roma. De Fiores le commenta tutte, con un avvertimento preliminare: “Michelangelo si stacca dalla tradizione medievale della Salve, Regina, per avvicinare Maria alla condizione umana”, la Madonna che allatta, che gioca, che piange. Sarà, il soggetto vero di Michelangelo, “l’unione infrangibile” tra il Figlio e la Madre. E dunque il mistero che non è mistero della maternità, il principio della creazione. Su questa traccia, la “interpretazione al femminile degli antenati nelle volte della Cappella Sistina”, saggio centrale del libro, è la novità maggiore. Il procedimento è semplice: raffrontare la genealogia di Matteo (1,1-17) con le figure di Michelangelo:”Mentre il primo evangelista offre una lista tutta basata su quaranta uomini di cui uno genera l’altro (recensisce solo cinque donne, Tamar, Racab, Rut, Betsabea,cui aggiunge Maria Madre di Gesù), con meraviglia si osserva che Michelangelo nelle lunette e nelle vele dell’ampia volta della Sistina aggiunge sempre una donna in qualità di madre o di sposa”. Un secondo studio affronta la sorprendente figurazione di Maria accanto al Cristo giudice, nel “Giudizio Universale”. Il primo progetto del “Giudizio” vedeva Maria interceditrice. In quello realizzato dopo qualche anno, invece, Maria sta accanto al Cristo giudice in raccoglimento, “secondo il modello della Venere rannicchiata e piuttosto passiva”. Per capire perché De Fiores parte da lontano. Dalla religiosità accentuata di Michelangelo nell’età matura. Insieme con Vasari fecero la visita giubilare delle sette chiese nell’anno santo del 1550, discutendo di arte tra una chiesa e l’altra. E dal rapporto specialissimo con Vittoria Colonna, la marchesa di Pescara. Donna appassionata, si può dire, della fede. Nell’ambito della “chiesa di Viterbo”. Della speciale religiosità coltivata dal cardinale inglese Reginald Pole a Viterbo, devozionale e teologica. E della predicazione di Bernardino Ochino, che molto ridimensiona Maria nella redenzione. “Un filo comune lega Bernardino Ochino, Vittoria Colonna e Michelangelo”, scrive De Fiores: “La convergenza nel proclamare la salvezza nel sacrifico di Cristo, i cui frutti sono attingibili solo mediante la fede”. Un filo non luterano, come voleva l’Aretino per invidia, ma ben dentro “l’area riformista cattolica”, attraverso Vittoria Colonna, sicura mediatrice, buona cattolica cioè (si veda qui il “Pianto della marchesa di Pescara sopra la Passione di Christo”). E seguendo forse il suggerimento del Verolano, il latinista maestro di Alessandro Farnese, papa Paolo III, il secondo definitivo committente di Michelangelo. Due disegni di Michelangelo per la marchesa attestano questa variazione dei ruoli, la “Pietà” e il “Crocifisso”. Nel secondo la novità è anche scritta, con la citazione del verso di Dante: “Non vi si pensa quanto sangue costa”. Maria così passa “nello stesso alone luminoso di Cristo, mentre prima (Michelangelo) la poneva supplicante dinnanzi a lui”, passando “da interceditrice a muta spettatrice”. Bizzarramente, si può aggiungere, poiché il colmo di fede va da un più a un meno: l’immagine (il ruolo) di Maria cambia, si ridimensiona, per la scoperta del “Christo, dolce, soave et tanto buono” di Bernardino Ochino, mediato da Vittoria Colonna. “Dall’opposizione tra una Maria misericordiosa e un Dio irato” del primo progetto, conclude De Fiores, “che rischiava di fare di lei una sostituta dell’amore divino misericordioso che salva, qui si transita verso una cristologia che mette in primo piano il Salvatore del mondo nella sua infinita misericordia e giustizia, e Maria come la prima salvata”. 
Ci sono limiti insomma al ruolo universale, femminista, di Maria: il sacrificio di Cristo alla fine è inattingibile, se non mediante la fede. Su questa impossibilità interviene Michela Murgia. Non scoppiettante come all’esordio, “Il mondo deve sapere”, sulle pene al call center, la nuova umanità. Ma brillante: il Dio che ha rovesciato i potenti e innalzato gli umili sceglie di fare di “una ragazza la massima complice della salvezza del mondo”. Maria è l’interlocutrice diretta dell’angelo, cioè di Dio. Quando la chiamata viene, è lei che chiede, accetta, fa: non c’è patriarcato. Nei vangeli è sempre determinata – caso unico, poiché tutti vi sono comprimari di Cristo. 
Ma poi si sperde, Michela: la chiesa fa di Maria una vittima, al meglio, senza carattere, eccetera. La chiesa è sempre quella, insegna sempre la gerarchia tra i sessi. Anche Woytiła, il papa marianista, con la scusa della diversità, tema caro pure al femminismo. Anche Michelangelo: nella sua famosa “Pietà” a San Pietro è una ragazza, il figlio morto sembra suo padre. E qui uno si è già perso. 
Michela Murgia esercita su Maria la sua irriverenza. Ne siamo capaci tutti, lei forse con più grazia. Ma la fede? Che se ne ricava oltre la bieca pratica femminista? Scherzo per scherzo, la donna è sempre inferiore al suo destino (al suo ruolo?) – come l’uomo del resto, il maschio. Un concetto meritava forse più sviluppo, su cui Michela Murgia s’intrattiene nella presentazione del libro più che nel libro: il ruolo della donna accudente. “Maria è l’archetipo della donna intesa come colei che cura, la cui vita trova il suo senso solo nel servizio dell’altro, vestale multitasking”, come ha detto a Marina Terragni. Esemplificando con se stessa: “Io sono una donna accudente”, che però non accetterebbe mai di doverlo essere. È un ruolo in espansione, con la crescita della popolazione anziana, e proibitivo più che mai, obbligato o volontario che sia. Ha cominciato a rifletterci Martha Nussbaum qualche anno fa (“Giustizia sociale e dignità umana”), ma c’è poco di nuovo, su questo il femminismo è in ritardo - perché non è più una cosa viva?
Stefano De Fiores, La Madonna in Michelangelo, Libreria Editrice Vaticana, pp.239 con nn.tavole, € 24 
Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi, pp. 170, € 16

venerdì 11 agosto 2023

Problemi di base amorevoli - 763

spock


“Ci devono essere sempre due per un bacio”, R.L. Stevenson?

 

“In amore ci si dà la caccia a vicenda”, E. Juenger?

 

“La libertà di caccia fa ormai parte dei diritti fondamentali”, E. Juenger?

 

L’amore è (non sarà) opera degli amanti?

 

“Si fa del male agli altri solo a guardarli – è l’amore che mi ha chiarito su questo punto”, A. Camus?

 

“In un certo senso, è meglio uccidere che far soffrire”, A. Camus?


spock@antiit.eu

Il Padrino è cosa americana

La saga del “Padrino” è un dì fenomeno americano, anzi dell’American Dream – Corleone-Marlon Brando è una sorta di principe della libertà di fare. “Con la pubblicazione del “Padrino” di Mario Puzo nel 1969, la passione  di vecchia data del pubblico americano per la mafia finalmente venne fuori. In pratica, era stata a lungo una parte accettata anche se minore della vita urbana americana, e un business che non impensieriva molto. In teoria rappresentava il crimine organizzato, il peccato, e lo squalo divoratore, quindi da esecrare pubblicamente. Ma J. Edgar Hoover, col suo fiuto abituale per i sentimenti reali dell’America di mezzo, attentamente evitò di sceglierla come un target, anzi si rifiutò di ammetterne l’esistenza fino a che il traffico di eroina non la rese, almeno per qualche tempo, impopolare”.
Recensendo il nuovo romanzo di Mario Puzo, “The Sicilian”, lo storico inglese ci trova questa differenza: che ”Il Padrino”, libro e film, era americano, molto americano, mentre “Il Siciliano” riguarda un personaggio di un’isola remota, una storia un po’ esotica, di uno che ha tutto per essere Robin Hood, se non che gli piace uccidere. Questo romanzo non ha attecchito e non attecchirà, conclude Hobsbawum dedicandogli da ultimo alcune righe, non ha niente di americano, e poi Robin Hood è Robin Hood proprio perché non assassina
E.J.Hobsbawm, Robin Ho
odo, “The New York Review of Books” 14 febbraio 1985, free online

giovedì 10 agosto 2023

Secondi pensieri - 520

zeulig

Accettazione – Fa la “realtà”. A partire da Dio – Dio esiste in quanto è accettato, in concorso. Il possibile diventa reale nel momento in cui è accettato. Per questo sono sostitutive (sostituite) realtà in comparabili: oggi i diritti in confronto alla divinità, perlomeno nella sua formulazione di comandamenti, leggi e doveri - o anche solo alla maternità, che invece è un “fatto”, fisiologico, sia pure sotto un che di “divinità” (arcano). È la realizzazione della potenza (potenziale, possibile).
“L’esistenza è il compimento del possibile” (Christian von Wolf), se e in quanto il possibile viene accettato, è fatto “realtà”.
 
Big Bang – Un’esplosione evoca una fine, non un’origine. Esplosione di una massa in qualche forma preesistente. Non c’è altra raffigurazione di un’esplosione che meccanica. Uno spazio che nasce dall’inesteso, un tempo dall’atemporale?
 
Coscienza – “In realtà al coscienza si può ricondurre a una serie di funzioni cognitive, cerebrali e corporee”, Riccardo Viale, “La Lettura”, 6 agosto. In realtà a una serie non esaustiva, è questo il busillis.
“La coscienza non è un hard problem, cioè un problema irrisolvibile….ma una illusione che nasce dalla sua dimensione e genesi religiosa”, id. Anche fuori della religione – p.es. Platone, p.es. gli stoici. In un’altra dimensione, forse non darwiniana – non darwiniana in senso stretto.
 
Dante – “L’idea che la perfezione debba essere priva di qualità sembra un paradosso. Questo riguarda anche il paradiso,  nel senso che ad esso furono attribuite qualità cui certo l’immaginazione non poteva rinunciare.  Il perfetto non può neppure avere un’immagine contraria che gli corrisponda, nessun rovescio. L’invenzione dell’inferno non dimostra nulla contro Dante, tuttavia attribuisce anche a lui una collocazione: extra muros della città eterna” – “certo, ogni descrizione del paradiso è inferiore alla sua” – E. Jünger, “La Forbice”, § 46.
 
Darwin – “È possibile interpretare anche la sua dottrina ad maiorem Dei gloriam” – E. Jünger, “La forbice”, § 117. Tutto era nel paradiso terrestre, nell’eden – anche “i denti veleniferi”, anche l’inquinamento, in potenza certo: “Pare dunque assurda la razione della chiesa contro Darwin”. E al § 144: “La teoria di Darwin non pone alcun problema teologico”.
 
Diritti – “I diritti dell’uomo, un concetto tuttora ideale e controverso”, E. Jünger (“La forbice”, § 207, ca 1987-1990). E non da un punto di vista reazionario o conservatore : “Una migrazione incontrollata dei popoli potrebbe essere esplosiva”.
 
Durata – In geologia ci sono terreni in cui si conserva “una certa instabilità sismica”: “In maniera simile si comportano, da un punto di vista geostorico, quelle regioni in cui il mito non si è ancora raffreddato”, E. Jünger, “La forbice”, §34: “I terreni migliori sono quelli in cui dominarono popoli che, come i Celti, gli Etruschi e gli Aztechi, sono certamente scomparsi da un punto di vista politico, e tuttavia continuano ad abitare quelle terre”,
Jünger seguita facendo il caso dell’ “Asia Minore prima di Alessandro, e addirittura prima di Erodoto”. E di “Alicarnasso, il Libano con il sangue di Adone, l’antica Persia”.
 
Imperialismo – Quello coloniale è stato popolare da ultimo, nella decadenza, per un nazionalismo di rivalsa. La decadenza è epoca di colpi di coda. Nel suo fulgore è sempre stato iniziativa e interesse di pochi, contro le aspettative e le critiche dei molti, accompagnandosi comunque alla guerra, a forme belliche. Dei pochi per interesse, o per disegno politico, di conoscenza? Per entrambi, la ricerca del mero interesse non ne giustificherebbe i costi.
Inumazione – È soltanto umana. Prossima alla humanitas (humare, humanitas?)
come nome-funzione, come segno distintivo. Come conservazione, fino alla fine dei tempi più che al consumo della carne, delle ossa? Come memoria – segno memoriale. Finché dura la memoria dei viventi.
 
“1984” – “Da tempo abbiamo ormai superato 1984 di Orwell”, E. Jünger, “La forbice”, § 73 (1987-1990 circa): “La tecnica ha raggiunto le dimensioni di un linguaggio mondiale e questo fa sì che la partecipazione sociale dell’individuo assuma in misura crescente un valore statistico”.


Paternità – Era totale dunque nel diritto e la pratica romane. Era totale in linea patrilineare, sui figli maschi. Il potere era temperato invece su moglie e figlie, anche sugli schiavi.

Il potere del ladre sul figlio era temperato a sua volta dal parricidio. Praticamente “libero”, non perseguibile.
Si poteva diventare padri – cioè capifamiglia - anche infanti. Bastava essere maschi.


Psicoanalisi - “I giudizi negativi che nella nostra epoca vengono dati spesso alla scissione della personalità non sono altro che un cumulo di sciocchezze. Tale scissione si manifesta come uno dei principi che governano il mondo, nel bene oltre che nel male”. – E. Junger, “Un incontro pericoloso”,73-74.
 
Purgatorio – Recente nel cristianesimo, ma la transizione è ovunque, nei riti. I culti lo prevedono tutti, come traversata dello Stige, peregrinazioni in Egitto, viaggi di Maometto, il ponte di Sirat.  Le Goff, che ne ha legato l’istituzione nel cristianesimo al commercio delle indulgenze è probabilmente nel giusto storicamente, ma l’esigenza era comune: ci vuole una transizione dal tempo all’eternità.


Record – L’affondamento del «Titanic» fu il cattivo presagio dei nostri giorni”, riflette E. Jünger a fine Novecento  (“La forbice”, §56), che dice epoca di chimere, non di buon auspicio o presagio (“la chimera è un fenomeno del mondo titanico”). E commenta: “Il concetto di record era estraneo alle Olimpiadi e ai loro giochi, a differenza dai nostri.”


Storia – “La storia non ha alcuna meta; essa esiste” – E. Jünger, “La forbice”, § 168

“Una frase di Agostino, di cui non ricordo precisamente la collocazione, dice che tutto il nostro lambiccarci su ciò che era prima serve solo a riempire i manicomi, e Umberto Eco, in un saggio di cui mi sto occupando giusto stamattina,il 4 giugno 1988, dice che ogni tentativo di fondare un senso ultimo conduce nell’insensato e sottrae al mondo il suo mistero”– id. § 173
 
“La cultura non risulta dalla storia, ma ne è il presupposto” – id. § 263.
 
zeulig@antiit.eu

Alla scoperta dell'America

L’America non lo attrae, New York, ma lo sorprende. Per il traffico ordinato, senza polizia agli incroci.”Un paese che si coccupa veramente dei bambini. E degli adolescenti. Istijntivamente generoso (la prima conferenza a New York ha un ticket d’ingresso: alla fine si annuncia che l’incasso è per i bambini francesi – siamo nel 1946: uno spettatore propone che all’uscita ciascuno dià di nuovo la stessa somme del ticket, ma “tutti danno molto di più”). “L’ospitalità, la cordialità è dello stesso tenore, immediata e senza ritorno”. Ma l’impressione è forte di “repressione e di terribile esasperazione sessuale”. Con il razzismo: “Abbiamo inviato in  missione qui un Martinichese. Lo hanno alloggiato a Harlem. Rispetto agli altri colleghi francesi, nota per la prima volta che non è della stessa razza”. Il viceversa è anche vero: “Nel bus, un americano medio si alza davanti a me per cedere il posto a una vecchia signora nera”. Ma ha l’“impressione he solo i negri ci mettono la vita, la passione e la nostalgia in questo paese che colonizzano alla loro maniera”.
Le note di viaggio, negli Stati Unti da marzo a maggio 1945, e in America del Sud, essenzialmente il Brasile, da giugno ad agosto 1949. Che Camus ha lasciato specialmente curate, in vista di una pubblicazione. Molti appunti del viaggio in Sud America sono confluiti nel racconto “La pietra che cresce” (nella raccolta “L’esilio e il regno”) e nelle divagazioni “Il mare da vicino”.
Con alcuni peosonaggi, in navigazione, specialmente femminili, attraenti, o bizzarre. E a New York “la moglie di Saint-Ex., una delirante” (a pranzo, “racconta che e San Salvador suo padre ha avuto, da 17 legittime, quarantatré bastardi, di cui ciascuno ha ricevuto un ettaro di terra”). Ma soprattutto il futuro grande amico Nicola Chiaromonte. Che vede sempre insieme con Rubé (Borgese?).
Note di cose viste, ma anche molto autobiografiche. Di persona attraente, ai suoi trent’anni, con un occhio per tutte le donne che incontra, conscio del suo glamour intellettuale, e sempre sportivo. Ma valetudinario, in Sud America passa da un’influenza all’altra, è insonne, è depressivo – in due occasioni scrive di avere pensato al suicidio. E, all’improvviso, oscuri, faticosi, risvegli: “Vivere, è fare male, agli altri, e a se stessi attraverso gli altri” - per la crisi con la moglie Francine, da innamorateto di Maria Casarès? Sembrerebbe: “Perseguitato dall’idea del male che si fa agli altri solo a guardarli. Far soffrire mi è stao a lungo indifferente, bisogna confessarlo. È l’amore che ni ha chiarito su questo punto”.
Il viaggio è specialmente affollato, vivace, in Brasile, anche se spesso solo di macumbe e condomblé folklorici, mentre non ama Bueos Airesa, a Montevideo viene trattato male e in Cile è ostaggio di una delle solire proteste sindacali, come sempre violente. Ma trova sempre spunti d’interesse, anche soo nella spuma del mare o nei colori del sole, personaggi ad altorilievo, e  letterati che lo intrattengono di grande spessore, Murilo Mendese,Victoria Ocampo, altri di minor nome. Curioso semrpe delle donne,  per lo più belle e simpatiche, “alcune anche si propongono direttamente”. Anche se dei due viaggi per conferenze quello in Sud America è piuttosto disorganizzato.
In America Latina la scoperta precoce di quello che sarà il Terzo Mondo, pur provenendo Camus dall’Algeria: uno stato di estrema povertà, accanto ma “separato” dal paese che prospera e si arricchisce.
Due testi separati, riuniti nell’edizioncina francese a fini editoriali. Molti nomi sono dati con iniziali dallo stesso Camus, alcuni, anche significativi, senza nemmeno iniziali – “il più grande” poeta brasiliano. Al primo viaggio Camus è un giornalista di fama, ma un autore ancora incerto, e per questo è sorvegliatissimo, anche perché il gironale, “Combat”, di cui è l’animatore, esibisce il testatina “Dalla Resistenza alla Rivoluzione”. E tuttavia anche in America un viaggio da “vedette”, molto accudito, da personaggi eccellenti, per conferenze in college prestigiosi, Vassar, Harvard – come più tardi altri ne farà da vedette in Italia, auspice Chiaromonte, e in Grecia.
Albert Camus, Journaux de voyages, Folio, pp. 131 € 6
Diario di viaggio in America del Sud
, Città Aperta, pp. 83 €15