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sabato 24 febbraio 2024

L’Etiopia non rinuncia al mare

Anche l’Etiopia del Nobel per la Pace Abyii persevera nella politica ormai secolare di assicurarsi uno sbocco al mare. Dopo l’annessione postbellica dell’Eritrea (nella confusa liquidazione dell’Impero di Mussolini), e  la lunga guerra che ne seguì, finita col ritorno dell’Eritrea all’indipendenza. E dopo la guerra sanguinosa con la Somalia per l’Ogaden, la regione orientale che  confina con la costa di Gibuti, a unpasso cioè dal mare. .
La guerra con la Somalia non è sopita. Ora si doppia col Somaliland. Abyi ha concluso un accordo con un pezzo della Somalia per un accesso privilegiato di nuovo al mar Rosso, un pezzo che si denomina Somaliland.
Il nome è quello coloniale, della piccola parte della Somalia che era stata occupata dall’Inghilterra, in concorrenza con l’Italia. Riunito alla Somalia dopo la guerra, il Somaliland se ne è staccato nel 1991, al tempo delle guerre civili in Somalia. E da allora ha vivacchiato, senza riconoscimento internazionale, stanti i problemi aperti della Somalia, ma senza nemmeno una vera autonomia.

 

Ecobusiness

L’enorme tassa in bolletta (luce e gas, una tassa mensile) denominata “oneri di sistema” va a finanziare impianti di energie alternative di poca o nessuna utilità, molto inquinanti. Molto redditizie per i gestori, senza alcun riscontro di efficienza. Di “percepita” larga  corruzione - non perseguita, cioè suddivisa “equamente” fra sinistra e destra.
Specialmente inquinanti e inutili le pale eoliche in terraferma.
Il grande affare degli ultimi mesi – post guera di Ucraina - è il fotovoltaico: campi di centrali desertificanti di pannelli solari, dove niente più ricrescerà.
Si comprano in Puglia, e più in Sicilia, dove maggiore è l’insolazione, a tre e quattro volte per ettaro il valore di mercato per coltivazioni agricole. Tale è la cornucopia degli “oneri di sistema”, doppiata al Pnrr. E si produce un kWh a prezzi esageratissimi. Per i quali c’è l’obbligo di immissione in rete, con aggravio anche del costo del kWh.

Cronache dell’altro mondo – infantili (256)

L’assistenza all’infanzia (nidi, asili, scuole materne) è diventata un settore d’investimento per i fondi di private equity – di investimento in attività “private” (cioè non quotate per il “pubblico”, in Borsa). Perché è un settore stabile – un bisogno primario – e naturalmente in crescita. Ed è a grande rendimento.
La scoperta è stata fatta durante la pandemia. Insieme con la constatazione, nota da tempo ai governi (federale e statali) che la cura dell’infanzia si fa a costi molto elevati.
Durante e dopo la pandemia gli investimenti pubblici per l’assistenza all’infanzia si sono moltiplicati, e i fondi di private equity sono entrati vantaggiosamente nel mercato.
Ci sono rischi assicurativi nela cura dell’infanzia. Ma i fondi li evitano perché tecnicamente non  sono gestori, e normalmente investono nell’infanzia a debito. Se insorgono problemi, la loro posizione  giudiziale è :”Noi non siamo padroni dell’attività, noi siamo manager di un fondo che assiste i gestori”.
(“The Atlantic”)

Tolstòj viene meglio in inglese

Un contadino che, sul principio della “ricottina”, si vede crescere e crescere, diventa proprietario, di terre sempre più grandi, sempre più fertile, sempre per gradi, viene a sapere di favolosi baškiri, di terre fertilissime lung il fiume che i Baškiri cedono per nulla. Lascia tutto e parte. Compra te, vino e altri regali lungo il viaggio, e all’arrivo i capi baškiri non lo deludono: per la (non) piccola cifra di mille rubli può avere tutta la terra che riesce a percorrere in un solo giorno, purché torni al punto di partenza prima del tramonto. Il contadino non si stanca di camminare, trascinato dalla bellezza dei campi, al punto che, quando a sera ritorna, non si regge in piedi, e mentre il capo dei Baškiri si complimenta, “si è guadagnata molta terra!”, crolla e muore. Il suo servo gli sfila la spada, e con essa segna una modesta tomba, di sei piedi: è tutta la terra di cui un uomo ha bisogno.
Un racconto breve la pieno di annotazioni di mondi e mentalità diverse, sotto il tono favolistico, che si legge d’un fiato. In inglese. In italiano è irto – p.es. nell’edizione Oscar, “Racconti popolari e altri racconti”, curata da Igor Sibaldi (che forse ha solo rivisto precedenti traduzioni). Di termini presuntamente intraducibili, che bisogna spiegarsi in nota, di annotazioni filologiche, e soprattutto di una fraseologia ardua. Il racconto pare sia costruito con la tecnica skaz, la parlata popolare, in questo caso dei mužik, della gente di campagna. Ma per più leggibilità, nelle intenzioni allora dell’autore, oltre che per la verosimiglianza.
Lo skaz è probabilmente arduo da tradurre, nello spirito giusto. Ma la traduzione non può andare a scapito dello spirito del racconto. Che è un apologo morale - forse anche moralistico, sicuramente di complesso, elevato, senso economico (il principio della “ricottina” non è quello del “calzolaio, non oltre la scarpa!”). A cominciare dal titolo.

Leo Tolstoy, How much land does a man need?, Penguin Classics, pp. 64 € 2,38

venerdì 23 febbraio 2024

Ma il terzo mandato non lo vuole nessuno

Salvini fa proporre un terzo mandato per i presidenti delle Regioni per gratificare Zaia, che non ha altra ambizione, ma non lo vuole – vincerà in Veneto anche senza Zaia, e non avrà il governatore-salvatore tra i piedi sui media. È evidente. Come Schlein non vuole Bonacini e De Luca in posizioni di potere.
È anche giusto giuridicamente che gli incarichi elettivi in posizione di gestione (amministrazione, decisione), quindi sindaci e presidenti di regioni, non siano eleggibili a vita. Quando sono eletti direttamente, dal voto popolare. Come avviene, nelle democrazie presidenziali, per i capi dello Stato eletti dal voto popolare. Diverso è l’incarico parlamentare, che può essere di decisione, ma senza poteri esecutivi, dopo previe analisi in varie forme procedurali, e comunque sempre in concorso con una maggioranza estesa. Qui la lunga titolarità può al contrario favorire la capacità consultiva.
Tutto ciò è evidente. Ma non viene detto. Sul “terzo mandato” dei presidenti di Regione le cronache politiche navigano al loro livello più basso - poiché sono cose che tutti sano ma non si dicono, ogni parte usa la questione per giochetti coperti.

Ma che fa il papa

Lascia perplessi il papa che viaggia serafico, malgrado le difficoltà ambulatorie, tra la condanna di una guerra, accento appena intristito, la carezza gioiosa ai bambini che lo festeggiano con le famiglie, le conversazioni distese con chi capita, malgrado i dolori, anche con Fazio, a lungo, ogni tanto in tv, mentre si propone di “scuotere le coscienze”. Sembra la macchietta del vecchio prete, quello dei sacramenti, cui non gliene “poteva frega’ de meno” – o anche “Sudamerica, Sudamerica…”..
In diplomazia si può salvarlo, c’è una scelta errata, tecnicamente, del ruolo del Vaticano e dei messaggi. Come si fa ad arrivare alla “mediazione” di un cardinale giulivo, che non sa nulla e a cui nulla viene richiesto, da nessuno dei contendenti, e nemmeno dai loro proxies? A meno che non sia lui stesso a decidere modalità e messaggi. Mentre non si è mai attivato alla protezione dei cristiani a Gerusalemme e in Cisgiordania. Così come altrove nel mondo. Nonché delle chiese, bruciate o minate, e delle vite dei cristiani, che a migliaia ogni anno vengono uccisi, specie in area mussulmana, in Asia e in Africa, e perfino in Turchia.
Con un’assurda paciosa giocondità aggirandosi fra trappole perfino grottesche, da beffa dichiarata. Come quella che narra oggi Filippo Di Giacomo su un settimanale del giornale “Repubblica”, quindi filo-papalino benché laico dichiarato. Di quando, ospite del governo massone di Trudeau in Canada, si fece abbindolare da una donnetta che si spacciava per antropologa e assicurava di avere trovato fuori di una scuola cattolica “i resti sepolti di 215 bambini indigeni”. Che semplicemente non c’erano. Il papa chiese scusa, e da allora “96 chiese in Canada sono state date alle fiamme o profanate”.
 

La povertà in Calabria, ieri

Una serie straordinaria di foto di bambini calabresi a scuola, e delle loro scuole, nel 1950, emersa dagli archivi dell’Unesco, ora in mostra online. Il quadro di una povertà imimmaginabile. Documentato in numerose località: Bagaladi, Roggiano Gravina, San Nicolò da Crissa, San Marco Argentano. Opera di David Seymour, uno dei fondatori dell’agenzia fotografica Magnum, alla quale nel 1950 l’Unesco aveva affidato la documentazione della campagna di alfabetizzazione in atto nel Sud dell’Italia. Il progetto s’inquadrava in una più larga documentazione, “Children of Europe”, avviata due anni prima, sempre con la Magnum, dall’Unicef e l’Unesco.
Ai primi del 1950  Seymour era già al lavoro. Assistito da volontari locali, e dall’Associazione per la Lotta contro l’Analfabetismo, creata dal governo De Gasperi su impulso di Manlio Rossi Doria. Parte del suo servizio era uscito sulla rivista dell’Unesco, “Courier”, nel 1952 – “The Battle against Illiteracy. Calabria Italy” – ma poi il materiale era andato disperso.
L’anonimo autore della presentazione collega Seymour al neo realismo italiano postbellico. A Roma risiedette all’hotel d’Inghilterra e fotografò le stelle di Cinecittà, ma “nella serie sull’analfabetismo il suo stile fotografico si allinea con quello dei fotografi neorealisti italiani postbellici, quali Enzo Sellerio, Mario de Biasi, Fulvio Roiter, Ando Gilardi, Aldo Beltrame, Arturo, Nino Miglioro, Tullio Perrelli…”. Da maestro ad allievi, si suppone, considerando l’anagrafe.
David Seymour, They did not stop at Eboli, Magnum Photos, free online

giovedì 22 febbraio 2024

Letture - 544

letterautore
 
Georg Brandes – Hamsun gli porge un omaggio fuori programma al termine del suo viaggio nel Caucaso, a proposito della profonda impressione che riceve in Georgia, a Tiflis: “Mi sento per un momento giovane e guardo estatico lontano davanti a me e sento che il cuore batte. Provo la stessa impressione che ebbi quando per la prima volta dovevo ascoltare una lezione di Georg Brandes. Ero in un salone dell’università di Copenhagen. Eravamo stati un’eternità fuori per la strada sotto la pioggia, pigiati davanti ad una porta chiusa; poi la porta fu aperta e noi ci precipitammo per le scale, per un corridoio, dentro un salone dove trovai un posto. E aspettammo ancora un bel po’, il salone si riempiva, un ronzio e un brontolio di voci, e improvvisamente un gran silenzio, un silenzio mortale, sentivo battere il mio cuore. Poi egli salì in cattedra”.
Un grato ricordo tanto più affascinante per un antisemita, sapendo che Brandes prima si chiamava Cohen.
 
Cosacchi - Sono lirici. Hamsun in Russia ne apprezza soprattutto la poesia  (“Terra favolosa”, 31): “Di tutte le poesie degli abitanti della steppa quella dei cosacchi è la più sinceramente sentita e la più melodiosa. Né nella steppa dei calmucchi o in quella dei chirghisi o in quella dei tartari si dicono parole tanto belle e piene di tenerezza come in quella dei cosacchi”.
 
Fascismo – È stato curiosamente erotizzato nei primi anni 1970 - in contemporanea con l’insorgere del terrorismo, nero e rosso. In film di grande attrattiva: Visconti, “La caduta degli dei” (1969), Cavani, “Portiere di notte”, Pasolini, “Salò-Sade”. Da registi di sinistra, comunisti o para. La cosa 
incuriosiva Susan Sontag, “Fascino fascista”, che non sapeva ancora di Pasolini ma includeva nel revival il cineasta sperimentale e underground  Kenneth Anger, per il cortometraggio “Scorpio Rising”, su omosessualità, satanismo, magia nera, bikers, cattolicesimo, nazismo. E Mishima, che  concludeva con “Tempesta d’acciaio” (tradotto “Sole e acciaio”, per sterilizzarlo?) la riflessione avviata con “Confessioni di una maschera” – e manca a Sontag “Il mio amico Hitler”. L’attrattiva Sontag riduce agli omosessuali, chiedendosi in particolare: “Perché la Germania nazista, che erauna società sessualmente repressiva, diventa erotica? Come può un regime che perseguitava gli omosessuali diventare un eccitante gay?” E si rispondeva con Genet: “Il fascismo è teatro. E la sessualità sadomasochistica è più teatrale di ogni altra”.


Femminismo – In polemica con la poetessa Adrienne Rich, sul “New Yorker” del 20 marzo 1975, che voleva il femminismo “appassionatamente anti-gerarchico e anti-autoritario”, Susan Sontag scrive: “Questa frase, sia un campione di «valori femministi» o semplicemente una reliquia del sinistrismo infantile degli anni 1960, sembra a me pura demagogia. Per quanto io sia opposta all’autorità basata su privilegi di genere (e di razza), non posso immaginare alcuna forma di vita umana o società senza qualche forma di autorità, di gerarchia”. Sontag era stata apprezzata femminista in quanto autrice del saggio pubblicato due anni prima sulla “Partisan Review” intitolato dalla rivista “Il Terzo Mondo delle donne”. A Rich precisa, col bisogno di auctoritas, altri tre distinguo: 1) “Molta della retorica femminista non solo tende a ridurre la storia alla psicologia ma lascia con una psicologia superficiale e così come con un senso assottigliato della storia”. 2) “Ci sono sicuramente altri scopi che la depolarizzazione dei sessi, altre ferite che le ferite sessuali, altre identità che le identità sessuali, altra politica che la politica sessuale – e altri «valori anti-umani» che quelli «misogni»”. 3)”La retorica femminista commette un’insistente imprudenza: l’anti-intellettualismo” – che è proprio, aggiunge, del fascismo storico. 
 
Hamsun - Voleva fare il cowboy in America, ci aveva provato. In viaggio per la Russia in treno, nel 1899, prima dell’epopea del West, osservando ne,le pianure “mandrie che comprendono, se non superano, mille buoi, vacche, vitelli”, ricorda: “Non posso fare a meno di pensare alla vita delle grandi praterie del Texas, dove i mandriani vanno a cavallo ed hanno facoltà di far uso della rivoltella contro i mandriani del vicino che vogliano rubare le giovenche. Non ho fatto personale esperienza di ciò, un paio di volte cercai di essere ingaggiato come cowboy, ma per diversi motivi non fui assunto”. Uno era la miopia.
 
Monte Cristallo – Il monte tra Cortina e Misurina troneggia sinistramente nel primo film di Leni Riefenstahl da regista, l’ultimo della serie fortunata di film della montagna, una decina, di Arnold Fanck. Nel film, “Das Blaue Licht”, la luce blu, nelle notti di luna piena una luce appunto blu irradia dalla cima del Cristallo, che attrae i giovani a scalare il monte, a raggiungerla. Le famiglie tentano in tutti i modi di tenere i ragazzi al chiuso, dietro imposte serrate, ma l’attrazione prevale: i giovani si avviano come sonnambuli verso il monte e la morte nei suoi crepacci..
 
Popoli dominatori – A Mosca, in viaggio nella “Terra favolosa” (prima del bolscevismo) Knut Hamsun fa una sintesi della pensiero comune europeo in questi termini: “Slavi penso”, si dice di due commensali al ristorante, vecchi e lucidi, “il popolo dell’avvenire, i dominatori del mondo dopo i germani!”. Nel 1900.
Dei cinesi, in termini però non elogiativi ma accusatori (dell’Europa imbelle) parlerà Céline, negli anni 1930.
 
Russia – “Una letteratura come quella russa” Hamsun a Mosca, in viaggio verso il Caucaso, nel 1899, dice “immensa, titanica, dalle otto possenti sorgenti calde dei suoi otto poeti giganti”.
 
Saffo – La prima analisi (dopo il remake di Catullo), e quella che ne stabilisce il canone, è di Longino (o Pseudo-Longino), “Del Sublime”, I sec. D.C.: “Saffo descrive ogni volta gli effetti dei  trasporti amorosi secondo chi li vive e secondo la verità della cosa. E dove rivela la sua eccellenza? Quando è abile a raccoglierli e concatenarli nei loro stati estremi e le loro eccessive tensioni”. Il trattato quindi cita alcune strofe. E commenta: “Non ti meraviglia vedere come, in un solo movimento, va a cercare l’anima, il corpo, l’udito, la lingua, la vista, la pelle, come tanti elementi estranei che s’allontanano da lei, e come, contraddittoriamente, gela e brucia, sragiona e riflette (perché ha paura o è quasi morta), per non mostrarsi in preda a un sola e unico turbamento? Tutti gli stati di questo genere sono noti agli innamorati, ma la scelta, come ho detto, degli estremi, e la loro fusione nello stesso insieme fanno il capolavoro”.
 
“Sylvie” – Il racconto di Nerval è stato il livre de chevet di Umberto Eco. Per tutta la vita, confessa in “Sei passeggiate nei boschi narrativi”: “L’ho letto a vent’anni, e da allora non ho cessato di rileggerlo. Vi ho dedicato da giovane un bruttissimo saggio, e dal 1976 in avanti una serie di seminari all’Università di Bologna”, con alcune tesi di laurea e un numero speciale della rivista “Vs”. E poi, alla Columbia di New York,  un Graduate Course, con “molti interessanti term papers”: “Ne conosco ormai ogni virgola, ogni meccanismo segreto”. Un’“esperienza di rilettura, che mi ha accompagnato per quarant’anni”.

letterautore@antiit.eu

Alla ricerca della Grande Russia - in Georgia

“Si ubbidisce a un uomo che sa comandare. Si ubbidiva volentieri a Napoleone. È un piacere ubbidire. E il popolo russo lo sa bene” (p.37).
“Non ho mai visto in nessun posto, così chiara, la luce delle stelle come qui, tra i monti del Caucaso. E la luna non è che a metà, ma risplende come se fosse piena”. Una novità oer il norvegese, il “chiarore in un cielo notturno senza sole”: “Mi siedo in terra e guardo in alto, e siccome io sono uno di coloro che, a differenza di molti altri, ancora non si sono reso conto dell’essenza di Dio, mi immergo per un po’ nei pensieri che vanno a Dio e alla creazione.  Ero giunto in un mondo infinito e affascinante, questo antico luogo di deportazione era la più meravigliosa di tutte le terre”.
Un viaggio nel Caucaso, fino alla Georgia. In treno da San Pietroburgo a Mosca e Vladikavcaz, poi in carrozza. Con un vetturino tignoso, un “molocano”, che sarebbe un “cristiano spirituale”, un po’ eretico nella chiesa ortodossa, ma si caratterizza unicamente, ripetutamente, per titare sull’ora di partenza la mattina – per lui devono essere le sei. Hamusn lo effettuò nel 1899, quarantenne, finanziato da una borsa del governo norvegese, partendo con la moglie. Qui, per la suspense, invariabilmente “la mia compagna di viaggio” le poche volte che ricorre – ha un ruolo: scoprirà le bugie del diario, l’“invenzione” del viaggio.
Un racconto di atmosfere. Della luminosità dei monti del Sud, nella notte, del caldo polveroso del giorno, delle donne non belle, degli uomini colorati e oziosi. Con uno spizzico di suspense. Molto ammirato per la Russia, Mosca, il Cremlino, perfino le steppe.
Un viaggio tutto Hamsun. Col racconto della natura come in nessun altro scrittore. E l’omaggio polemico all’Autorità. Dell’impero non nasconde la corruzione, spicciola, anzi ci costruisce gustosi aneddoti, e da subito la teorizza anche benefica – “è un comodo e pratico sistema, quello della corruzione”, risolve i problemi, del capotreno che deve corrompere tre e quatto volte in una notte. Ma fa il viaggio, ripete, per vedere com’è la terra che ha ispirato i grandi letterati russi, Puškin, Griboëdov, Lermontov, Tolstòj. Senza dire che erano finiti tra le montagne confinati, in punizione. C’è anche l’antisemitismo: il personaggio che Hamsun idea per simulare il “giallo”, un minimo di suspense, di volta in volta ufficiale, poliziotto, ricattatore, è fin dal primo incontro l’“ebreo”: “Il suo viso non è simpatico, ebreo”. Salvo poi, puro Hamsun, imprevedibile, tributare un estemporaneo omaggio, respirando l’aria cristallina di  Tiflis,  a Georg Brandes – il grande filologo danese fu osteggiato, come si sa, in cattedra per le ascendenze ebraiche.
Con molti ricordi americani, atipici per la sua narrativa, dei mestieri che ha praticato e i luoghi dove ha vissuto negli Stati Uniti, quando serve un raffronto con ciò che vede, la Red River Valley al Nord, il Texas, gli Appalachi... E molte macchiette inglesi, di viaggiatori impassibili e indifferenti, a tutto ciò che non è inglese.   
Una prova anche dell’arte di scrivere. Quando non si ha nulla da raccontare. Oggi notevole per l’amore che profonde per gli scrittori russi. Decine di giornate e migliaia di verste per arrivare in Georgia, assolutamente. Una lettura controcorrente, sapendo della Georgia di oggi, antirussa di programma, e forse anche di sentimento - ma onora Hamsun, con una targa nell’ex hotel London, dove Hamsun ha alloggiato, “aveva una stella”, ora Museo. Hamsun sarà presto riconosciuto grande scrittore proprio in Russia, alla pari di Dostoevskij, ma qui non fa che proclmare, ripetutamente, che scopo del viaggio è vedere i luoghi che hanno ispirato “i grandi poeti e romanzieri russi”, una sorta di propagandista
Ci sono anche, fra le tante curiosità locali, “villaggi grusici” e “costruzioni grusiche”. Cioè serbe?
Knut Hamsun, Terra favolosa. Viaggio nel Caucaso, Ripostes, pp. 126 € 16

mercoledì 21 febbraio 2024

Secondi pensieri - 526

zeulig


Amore – Se ne parla molto, specie nelle encicliche. Dell’amore sessuale. Silvia Ronchey ne può fare una sintesi in carattere sul settimanale “Robinson”. Fin dagli inizi della riflessione: “Se secondo Platone l’amore è ciò che determina tutte le azioni e le aspirazioni degli esseri umani”, da sempre, “dagli inizi della riflessione greca sull’origine del mondo”, l’amore “si identifica con l’energia cosmica”. Nei presocratici. In Empedocle. Esso emerge dalla materia indistinta come forza irresistibile,  “un uovo pieno di vento”, da cui si genera “amore dalle ali d’oro splendenti” (Esiodo). Indistintamente sacro e profano, quello di Dante (“l’amor che move il sole e l’altre stelle”), o della bella Sulamita nel “Cantico dei cantici” – “forte come la morte è l’amore,\ duro come l’Ade il desiderio”.
Se ne parla molto perché se ne sente la mancaza, checché esso sia? Proust, per dire, che non ne sente la mancanza, non lo concepisce che come gelosia – possesso di qualcosa-qualcuno che non interessa, e un po’anche dispiace, la Odette di Swann, l’Albertine di mille lunghe pagine.
 
È di Socrate non nel senso di “socratico”. In quello del Socrate di Platone, del “Simposio” – che sostiene “di non conoscere nient’altro se non ciò che riguarda l’amore”. Lo stesso chesa di non sapere.
 
Depressione – Si vuole sindrome maschile: gli uomini che affrontano un trattamento antidepressivo sono il doppio rispetto alle donne.
Più accentuato il divario tra i suicidi: quelli maschili sono tre su quattro, il 75 per cento. Il tema delle sensibilità dovrebbe tenerne conto. Anche della dialettica, e prassi, maschio\femmina: c’è un maschilismo da costruire.
 
Differenza - Molto pensiero vi si alimenta trascurando la sua intrinseca ambiguità. Differenza insorge dapprima e nel linguaggio comune come notazione, di addizione e sottrazione, di più e di meno. Meglio si direbbe la diversità. Anche totale (radical), quale può essere fra un soggetto animato o sensibile e uno inanimato.
 
Famiglia – È lontana da Lévi-Strauss, che pure non è di secoli fa ma solo di cinquant’anni fa (“Razza e storia ”): “L’unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli, è un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società”. Donata Francescato calcola oggi (“Destra e sinistra”, a cura di Domenico De Masi): “Abbiamo (in Italia, n.d.r.) 8,5 milioni di persone… che vivono da sole”. Sono “il trentatré per cento degli adulti, cioè il gruppo più numeroso in Italia”. La “famiglia” più diffusa, perlomeno in Italia, sarebbe dunque quella “single”. Non basta: “Un altro trentadue per cento è composto da un genitore e un figlio”. La famiglia, con vari componenti, è quindi solo un terzo del totale della popolazione “adulta”.
Le cifre di Francescato cozzano contro il senso comune. Ma è indubbio che molto sta cambiando. Molti uomini “in età adulta” si vedono che passano la gironata portando a spasso cani e cagnetti, dopo il figlioletto al nido o alla scuola. C’è un problema di ridefinizione dei ruoli maschili, fuori dagli schemi femministi che s’impongono da alcuni decenni, e dell’uomo sulla difensiva, che espia colpe che non ha commesso, senza più un modi di essere, affermativo. E si è perso certamente il ruolo della madre, che costituiva il perno dela famiglia di Lévi-Strauss.
Una perdita che passa per la cucina: non si fa più cucina in casa, non continuative, non vera cucina. Non c’è più il rito del pranzo in comune, occasione e foro di conversazione-coabitazione – Stanley Tucci in “Ci vuole gusto” ne dà probabilmente testimonaiza a futura memoria, di una madre che lavora (edita, traduce, scrive) e non fa mancare un pasto ai figli.
 
Imperfetto – L’inglese non ce l’ha, e questo, spiega Eco ai suoi ascoltatori americani di Harvard, delle Norton Lectures, rende difficili le traduzioni. In realtà impoverisce la lingua – Eco non lo dice ma lo spiega: “L’imperfetto è un tempo molto interessante,  perché è durativo e iterativo. In quanto durativo ci dice che qualcosa stava accadendo nel passato, ma non in un momento preciso, e non si sa quando l’azione sia iniziata e quando finisca. In quanto iterativo ci autorizza a pensare che quella azione si sia ripetuta molte volte. Ma non è mai certo quando sia iterativo, quando sia durativo, e quando sia entrambe le cose”.
È il tempo della storia, indefinito. 
 
Politica  È un’arte. Nel senso di un mestiere, di una professione (Machiavelli). E nel senso  artistico, del bello artistico (Majakovski, “Novecento”, Goebbels).
 
Straniero - Non c’è lo straniero, arguisce Tomaso Montanari per smontare l’idea e prassi di nazione, citando Eduardo Galeano: “Il tuo dio è ebreo, la tua musica è nera, la tua macchina è giapponese, la tua pizza è italiana, il tuo gas è algerino, il tuo caffè brasiliano, la tua democrazia è greca, i tuoi numeri sono arabi, le tue lettere sono latine, io sono il tuo vicino e tu mi chiami straniero?”. Eppure c’è. Quello di Camus è uno estraneo a se stesso – un dissociato. Ma non è qualificante: c’è di fatto, in massa. Nel mondo arabo, o le tribù africane, per stare ai nostri vicini – per non dire delle tribù germaniche, dalle Alpi al polo Nord, superbe per ogni verso, o del leghismo. Simon Weil non è più citata, ma soprattuto per “L’enracinement”: questo però non vuole dire che il radicamento non esista, solo che è rifiutato. Perché gli Stati Uiti sarebbero il Sudafrica – ci sono bianchi e neri in entrambi i paesi? E la Fracia “repubblicana”, il paese europeo che più a lungo e con più consistenza è stato il più mescolato, da metà Ottoceno per un secolo e mezzo? Prima della Gran Bretagna di oggi, saldamente inglese, nemmeno tanto “britannica”, fino alla Brexit, per quanto stupida si voglia – governata da inglesi asiatici ma pur sempre inglesi.  Si loda peraltro la Costituzione, che è una carta d’identità.
Si nega la diversità per il timore che degeneri in  razzismo? Ma si fa torto anche all’altro, che non si accetta per quello che è ma perché, e se, è come noi.
 
Suicidio – È maschile second le statistiche, molto più che femminile. In Germania, secondo l’Uffico federale di statistica, nel 2021 novemila e qualcosa persone si sono tolte la vita, 254 al giorno, e per tre quarti erano maschi. In Italia, si legge sul sito Istat, “nel 2016 (ultimo anno per il quale i dati sono attualmente disponibili) si sono tolte la vita 3780 persone. Il 78,8 per cento dei morti per suicidio sono uomini”, quattro su cinque: “Il tasso (grezzo) di mortalità per suicidio per gli uomini è stato pari a 11,8 per 100.000 abitanti mentre per le donne è stato di 3,0 per 100.000”. 
 
Il suicidio è maschile per una condizone fisiologica? Per una condizione storica più probabilmente, che induce all’abbandono della speranza per via dell’impegno che è richiesto a vivere - farsi valere, imporsi, in qualche modo: all’uomo è richiesto di combattere. Nel vasto mondo, e anche in famiglia.  
 
Storia – È imperfetta. Del tempo “imperfetto”, il tempo grammaticale, che fa riferimento a tempi e modi delle azioni e gli accadimenti indeterminati. Anche in un arco di tempo e una serie di eventi definiti.
 
Viaggio – Freud lo assimila al vagabondaggio, E in entrambe le forme li dice un errare mortuario,  ma sessuomane – di sessualità inesausta.

zeulig@antiit.eu

L’amore tra ragazze

Un’estate di scoperte per la giovane, provinciale, inesperta Ginia nella Grande Città (Torino), un inverno di solitudine per scelte sbagliate o mancate, e una primavea a due, tra le due amanti che infine si riconoscono, tra il verde in sboccio, in riva al fiume.
Laura Luchetti racconta un amore tra giovani donne. Da Pavese prende il titolo, una parte dell’ambientazione, la bohème, tra pittori, con la soffitta, il vino, il poco talento, i nomi dei personaggi, ma non la storia.
La
ura Luchetti, La bella estate, Sky Cinema, Now

martedì 20 febbraio 2024

Il mondo com'è (472)

astolfo


Berberi (terza parte) - Nei secoli i berberi sono stati protagonisti di varie ribellioni - rientrate solo dopo l’avvento dei Turchi ottomani, che hanno praticato una sorta di autonomia differenziata in Nord Africa, dall’Egitto al Marocco. Le popolazioni berbere aderirono anche al kharigismo, una  setta minoritaria ora estinta, che sunniti e sciiti temevano e combatterono, e si caratterizzava, oltre che per il radicalismo etico connesso a tutti i movimenti radicali, “millenaristici”, anche per una particolare considerazione della donna nella società.
Tra gli “editti” kharigiti ce n’era uno oggi di attualità, la possibilità di una guida politica e militare femminile. E più di un caso è registrato, anche se su fonti incerte. Nell’odierna Zuara, in Libia al confine con la Tunisia, oggi punto d’imbarco principale dei migranti a destinazione Lampedusa, la Conquista araba subì un arresto, al primo tentativo, contro una resistenza locale capeggiata da una donna, Dihya o Al Kahina, appena assunta al trono dell’Aurès, come regina.
Tra gli “editti” kharigiti ce n’era uno oggi di attualità, la possibilità di una guida politica e militare femminile. E più di un caso è registrato, anche se su fonti incerte. Nell’odierna Zuara, in Libia al confine con la Tunisia, oggi punto d’imbarco principale dei migranti a destinazione Lampedusa, la Conquista araba subì un arresto, al primo tentativo, contro una resistenza locale capeggiata da una donna, Dihya o Al Kahina, appena assunta al trono dell’Aurès, come regina.
Il regno di Dihya-Kahina è oggi tanto celebrato quanto è poco provato, da documenti o testimonianze. Viene datato approssimativamente 668-703. Una vittoria celebre, e sicura, la regina berbera ebbe alla battaglia di Meskiana, 698, contro il generale Hassan al Numan al Ghassani, passato alla storia come il conquistatore del Maghreb.
Il suo ruolo, come regina dell’Aurès, sarebbe stato decisivo anche nel primo arresto che la Conquista subì, nel 683, nella quale era perito il primo comandante della Conquista dell’Ifriqyia,  Uqba bin Nafi, un “Compagno” del Profeta Maometto – già illustratosi quale creatore della città santa (oggi tunisina) di Kairouan. Uqba, che aveva conquistato le odierne Tripolitania e Tunisia salendo dal Fezzan, e aveva gestito la Conquista con durezza, sarebbe stato sconfitto in realtà da Kusayla, padre o nonno di Dihya-Khina, re dell’Aurès. In una località chiamata Tahuda, nei pressi dell’odierna Biskra, quindi nella regione del regno berbero. Kusayla, altrimenti noto coma Kusiela, Aksel, e anche Cecilio – combatteva gli arabi insieme con i bizantini – era stato sconfitto, catturatio, e umiliato pubblicamente da Uqba. Ma era riuscito a fuggire e aveva riorganizzato le sue tribù, prendendo poi di sorpresa Uqba, che aveva schierato altrove il grosso delle sue truppe..
Dihya-Kahina è celebrata oggi come la regina incontestata del Maghreb dopo la vittoria, questa sicuramente da lei gestita, contro al Ghassani, il comandante arabo successore di Uqba bin Nafi. Ma il suo dominio durò poco, stando alle date sicure: fino alla sconfitta di Tabarka, 703, tra l’odierna Tunisia e l’Algeria, contro lo stesso generale arabo, nella quale perì – forse suicida. È ricordata con monumenti nell’Algeria di Nord-Est. E con un toponimo che ne segnerebbe il luogo della morte, Bir Al Kahina, il pozzo di Kahina. Il nome Kahina è oggi diffuso tra le donne berbere in Algeria e Marocco, e nell’emigrazione algerina e marocchina. 
Kahina è il soprannome arabo della regina Dihya, e sta per sacerdotessa, ma con poteri magici – più strega che divina. Le poche notizie su di lei sono di cronisti arabi: Ibn Khaldun, che ha anche una “Storia dei berberi”, e Ibn al Athir, “Al Bayan al Mughrib”, l’osservatore del Maghreb. 
Nell’Ottocento nacque tra gli ebrei d’Algeria la storia che “Kahina” fosse di religione ebraica, di una tribù convertita all’ebraismo. Un paio di romanzi l’hanno poi celebrata come eroina ebrea. Gli storici non sono concordi nel repertoriare una larga presenza ebraica nel Maghreb. Una sola fonte in tal senso è disponibile, anche se autorevole, Ibn Khaldun, che nella “Storia dei Berberi”, nella traduzione dell’orientalista irlandese noto come barone de Slane (William McGuckin, diplomato in arabo a Parigi, interprete ufficiale dell’esercito francese in Algeria), scrive: “Tra i berberi ebrei si distinguevano i Gerawa, tribù che abita l’Aurès, e alla quale apparteneva la Kahina”.
Gli odierni abitanti di Zuara sono ancora berberi, con un dialetto berbero, che li accomuna alla costa libico-tunisina fino all’isola di Gerba.
Una leggenda siciliana ora in disuso, ma un tempo popolare (tema stabile dell’opera dei pupi, insieme con la storia - variamente declinata - di Colapesce), basata su un documento del 13mo secolo, racconta di una Virago mussulmana che per anni fece guerra a Federico II, da ultimo organizzando la resistenza nella roccaforte di Entella, la Virago di Entella - Entella fu storicamente un centro di cultura islamica, e anche di resistenza al dominio normanno e poi svevo, al punto che Federico II la volle distrutta. Le radici berbere sarebbero peraltro le prime nel Maghreb (era berbero sant’Agostino), e la prima femminista si può dire Didone.
Resta da accertare quanto di berbero, e non di arabo, è dei Saraceni, che per un millennio hanno infestato il Mediterraneo occidentale, e le coste italiane. Lasciando trace notevoli negli etnonimi. Per esempio Sciascia, che è lo skiscià berbero, il berretto. O i Saraceno. O i tanti Morabito di Calabria (è il cognome più diffuso, dopo il bizantino Romeo) e Sicilia - i murabit¸ come in arabo erano chiamati i berberi almoravidi che occuparono la Spagna.   
(fine)
 
Federigo Verdinois – Il letterato napoletano, che fu attivo nei primi decenni del Novecento, autore di almeno 350 traduzioni, è quello che ha impostato la ricezione un po’ falsata dei grandi russi fino a dopo la seconda guerra. Di cui è da presumere avesse una buona conoscenza, poiché insegnò Letteratura russa all’Orientale a Napoli e fu segretario del consolato russo in città. Traduzioni tutte autorizzate, più spesso per l’editore Carabba di Lanciano, allora il maggior editore di narrativa, ma non dl tutto fedeli.
Verdinois (Caserta 1844-Napoli 1927) si ricorda anche come primo traduttore di Knut Hamsun, benché tardo, tra il 1919 e il 1921, a cavaliere dell’attribuzione del premio Nobel 1920 allo scrittore norvegese. Questi definitivamente dal russo –contrariamente all’uso, che vedeva gli scandinavi tradotti in Italia via tedesco. Tradusse prima “Pan” (1990), poi “Fame “ (1894) – per lo stampatore-editore napoletano Giannini. Hamsun era molto popolare in Russia, dove era celebrato come scrittore del tipo e alla pari di Dostoevskij - con ben due edizioni delle sue opere complete nel solo 1910. Negli stessi anni, 1917-1921, Verdinois cominciava a tradurre anche Dostoevskij, dapprima “Povera gente”, poi “Delitto e castigo”.
Fu traduttore rinomato di Dickens, Victor Hugo, Tagore, Shakespeare, Wilde, Hamsun per l’appunto. Di Sienkievicz, allora molo letto. Soprattutto dei grandi russi: Puškin, Gogol’, Turguenev, Černyševskij, Tolstoj, Gorkij, Dostoevskij. Ma in prose che riproducono - trova la filologa Sara Culeddu, specialista di letterature scandinave, in “Knut Hamsun in Italia negli anni 1920” – stilemi  di “alcune tra le migliori novelle di ambientazione napoletana” del Verdinois stesso. Culeddu si sofferma sulle traduzioni di Hamsun, che confronta con le traduzioni russe coeve, alle quali fa lui stesso riferimento nella corrispondenza, e le trova “costellate di fraintendimenti (lessicali e grammaticali), di anomale traslitterazione di nomi di luoghi e persone, di omissioni di porzioni di testo (poche righe o pagine intere), o persino di aggiunte, sia si singole parole che di lunghi periodi”.  
Wikipedia lo ricorda anche come teorico del teatro. “influenzato in questo dal lungo soggiorno fiorentino”, negli anni di Firenze capitale, tra il 18654 e il 1869: “Verdinois ne propose una rifondazione attraverso il ricorso al vernacolo, che poteva configurarsi come ottimale veicolo di irradiazione dell’educazione, sia civile che morale”. Era stato a Firenze per cinque anni commesso di dogana. Fu autore di apprezzati “Racconti inverisimili”, appassionato si spiritismo, specialmente di mesmerismo.
 
Kostantin Zarjan – O Zarian nella traslitterazione italiana più ricorrente, è il poeta e il rivendicatore dell’identità armena, che avviò dall’Italia, da Venezia, nel 1914, e uno dei testimoni più attendibili della persecuzione degli armeni da parte dei turchi, al momento della dissoluzione dell’impero ottomano – che documentò nel 2019 in una serie di corrispondenze dal vivo, per “Il Messaggero” e “Il Secolo XIX”. Aveva scritto in precedenza, nel 1915, al papa Benedetto XV, sempre per denunciare il genocidio degli armeni.
Figlio di un generale dell’armata imperiale russa, aveva studiato in Europa, a Parigi-Asnières, dopo il liceo russo di Bakù, e alla Université Libre di Bruxelles.Nel 2010 decide di dedicarsi all’armeno, partendo dall’apprendimento della lingua, e si stabilisce a Venezia, ospite per tre anni della Congregazione Mechitarista. Vivrà poi a lungo a Firenze, in contatto con Papini, Soffici, Cardarelli, Marinetti.
“Zarjan ha lottato tutta la vita per l’indipendenza della sua patria e ne ha denunciato le sofferenze nei ‘Tre canti per dire i dolori della terra e i dolori dei cieli’, che per il loro profondo spirito poetico e patriottico attirano l’attenzione di Respighi” – Antonella D’Amelia, “La Russia oltreconfine”, p. 216. Sono i poemi brevi “La mamma è come il pane caldo”, “No, non è morto il figlio tuo”, e “Primavera”. Quest’ultimo, per soli, coro e orchestra, va in scena alla Scala nel marzo 1923, in un concerto di “musiche italiane” diretto da Bernardino Molinari.
Per tutta la vita Zarjan sarà impegnato nella causa armena, in Italia e ovunque in Europa, specialmente in Spa
gna. E sempre in qualche modo legato all’Italia. Che è il suo paese di elezione, a Corfù e Venezia negli anni 1928-1934 – e dove i suoi figli, Armen, architetto, e Nvart, scultrice, sceglieranno di vivere e operare. In un intreccio di censure e opportunità col governo sovietico, e di andirivieni con la patria. Nel secondo dopoguerra insegnerà anche negli Stati Uniti, alla Columbia. Ma passerà gli ultimi anni a Erevan, richiesto dal katholikòs Vazgen I di curare il Museo della letteratura e dell’arte di Erevan.

astolfo@antiit.eu

Beffare il web, per ritrovare la gloria

Debutto col botto della miniserie Rai, per una volta comica brillante, confidato al maestro del genere Brizzi. Anticonvenzionale, anche eprché (un po’) antifemminista. Su dialoghi scoppiettanti di Roberto Proia, una Ferilli in palla, tenuta con la briglia corta da Brizzi, padrona di molteplici registri, svagato, bisbetico, fantasioso, vittima e insieme carnefice. Una che quando ha bisogno di un passaggio chiama “i carabineri”, e arriva un capitano dei carabinieri con l’autiere, che è il compagno convivente del di lei fratello - questo il genere. Mentre la “grande idea” – questo il plot - naviga in rete: sfruttare i social, che si bevono tutto, con una finta malattia mortale per resuscitare le quotazioni della “vechcia Gloria” del cinema-tv. Per ora con successo.
Fausto Brizzi, Gloria, Rai 1, Raiplay

lunedì 19 febbraio 2024

L’Occidente è privato

L’Occidente è privato, privatissimo. Patrimoniale, di Stati cioè che sono proprietà privata, nella terminologia di Max Weber, l’ultimo studioso degli Stati – dopo di lui, ormai è un secolo, dello Stato non si tratta più. Una categoria che si pensava estinta col feudo e invece prospera e domina.
La categoria maxweberiana si potrebbe estendere oggi perfino agli Stati Uniti, che pure sono lo Stato probabilmente più democratico al mondo: finanziamento delle campagne elettorali, direttamente e al coperto di fondazioni, strapotere dei social network, peso politico schiacciante degli interessi costituiti, funzione pubblica limitata alla sola gestione dell’attivo fiscale (percentualmente più oneroso per i meno abbienti). Ma non è contendibile se solo si riflette al peso che hanno nell’Occidente le cosiddette petromonarchie del Golfo: Emirati Arabi Uniti (Abu Dhabi e Dubai sopra tutt’e sette), Qatar, Arabia Saudita, con Kuwait, Bahrein e Oman sullo sfondo. Arbitri dei conflitti: tra Israele e Palestinesi, in Libano, nel mar Rosso, in Sudan, in Etiopia, in Libia, pro e contro il terrorismo islamico. Finanziatori delle capitali occidentali propriamente dette, direttamente (investimenti) e indirettamente (prestiti, titoli del debito pubblico). Gestori di tutti i principali show-room occidentali: tornei sportivi, expo, megaconferenze (clima, povertà, tecnologia).
Erano principati molto chiusi e arretrati ancora quarant’anni fa, dieci dopo essere diventati ricchi e ricchissimi con la crisi del petrolio 1973. Ancora nel 1975 il re saudita Feisal veniva ucciso a palazzo, reo di moderate innovazioni - la prima scuola per femmine, due classi con insegnanti ciechi, e la televisione, dove si recitava e commentava il Corano. Oggi all’avanguardia della modernizzazione: edilizia monumentale, desalinazione, idroponica, energie alternative. Ma sono stati padronali: di proprietà familiare, per diritto di conquista, recente, più che dinastico, e di natura e organizzazione tribale. Niente Parlamenti, niente governi eletti, gli Stati arabi del Golfo sono un caso unico in tutto il mondo. Tutti più o meno praticanti la sharia, la legge islamica, soprattutto per quanto concerne la condizione femminile, nel matrimonio e fuori casa.  
Non c’è opinione, non c’è politica, non c’è libertà, se non di guadagnare. D’accordo col potere. L’attuale reggente saudita, Mohamed bin Salman, mise agli arresti domiciliari senza problemi sei anni fa per “corruzione” un gruppo di cugini che volevano allargarsi politicamente dopo essersi arricchiti - tra essi Al Walid ben Talal, che aveva investito anche in Mediaset. E la cosa è finita lì.
Particolarmente interessante il caso dell’Arabia Saudita. Un paese di nomadi. Cresciuto rapidamente dopo il 1973 a 40 milioni di abitanti. Dove il lavoro è svolto dagli immigrati, fra i 5 e i 6 milioni. Creato un secolo fa, tra il 1926 e il 1927, da un capo tribù, Abdelaziz al Saud, a coronamento di una serie di vittorie sui rivali nell’allora Heggiaz, e di una serie di matrimoni nelle famiglie rivali più importanti, specie i Sudeiri – ventidue matrimoni sono stati censiti. Nel 1945 era già in grado di dialogare cn Roosevelt, e con Churchill. Dalla morte nel 1953 di Abdelaziz il regno  è stato sempre gestito dai suoi figli – l’ultimo è quello regnante, Salman.  

Vigili terroristi

Fa senso nelle statistiche delle multe stradali elaborate domenica dal “Sole 24 Ore” l’altissima percentuale di quelle non pagate. Non solo nello sgangherato Sud, dove peraltro si fanno (relativamente) poche multe, quelle epr così dire fisiologiche, ma anche dove le multe proliferano – da alcuni anni sono una delle leve fiscali dei Comuni. Se a Palermo è stao riscosso solo il 12,2 per cento delle multe irrogate, e a Napoli il 14, nelle città più virtuose  la percentuale è stata di poco superiore a una multa su due: il 51,9 per cento a Firenze, il 53,6 a Milano, il 63,7, record, a Bologna.
La ricerca del “Sole” mostra anche che le multe sono state raddoppiate in pochi anni con la disseminazione degli autovelox. Dunque, la maggior parte delle multe è per eccesso di velocità,  documentato meccanicamente. Dunque, l’alta percentuale del non riscosso è delle multe dei vigili. Un servizio, se così è, doppiamente deplorevole: costoso e inefficace, solo terrorizzante.

Risveglio di primavera a Montparnasse

Un monumento a Manuela Kustermann, che in solitario, in un scena senza scena, per un’ora e mezza rilegge le memorie di Kiki de Montparnasse, a tratti anche spalle al pubblico, nuda – come la Kiki di Man Ray. Entrare nel personaggio di Kiki non sarà stato arduo, è simpatica, spiritosa, sa raccontarsi, ma gestirlo si direbbe impossibile, se non che è stato fatto.
Alice Prin, per tutti Kiki, è una vera donna, non “una signora”, spiega Hemingway, che eccezionalmente ne presentò le memorie: “Questo è l’unico libro per cui io abbia mai scritto la prefazione e, se Dio mi aiuta, resterà anche l’ultimo. È scritto da una donna che, per quanto ne so, non ha mai avuto un angolo tutto per sé. Quando sarete stanchi dei libri scritti dalle signore scrittrici d’oggigiorno, eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora. Per circa dieci anni Kiki fu lì lì per essere una regina, ma questo naturalmente è molto diverso dall’essere una signora”.
Sono memorie inizialmente tristi, di una bambina semiabbandonata con altri cinque figli senza padre. Ma sempre vivaci. Qualche traversia, finché la piccola Alice non approda a Parigi, e a Parigi negli studi dei pittori. Prima uno, poi un altro, sempre nuda, e con la fama presto di girare senza mutande, a sempre “vergine”, lamenta.
Kiki aveva un bel viso e ne aveva fatto un’opera d’arte”, attesta Hemigway: “Aveva un corpo meraviglioso e una bella voce; fu un’icona e certamente dominò l’epoca di Montparnasse più di quanto la Regina Vittoria non abbia dominato l’epoca vittoriana”. Immagini dei pittori dell’epoca, gli anni 1910-1920 si susseguono, con i ricordi di Soutine, Fujita, Man Ray, che sarà anche il suo amore – Kiki, di spalle, è il “violon d’Ingres” della celebre foto di Man Ray.
Una celebrazione di Montparnasse nell’epoca d’oro, le memorie di Kiki. Di Manuela Kustermann la messinscena, a cinquant’anni dalla Wendla dello storico “Risveglio di Primavera”.
Consuelo Barilari ha editato le memorie e curato la regia.
Consuelo Barilari, Souvenir de Kiki, Teatro Vascello Roma

domenica 18 febbraio 2024

Ombre - 707

Navalny sarà pure morto come vuole l’ufficiale sanitario, ma la sua morte risulterà probabilmente l’unica vera sconfitta di Putin, qualcosa che ne ridimensiona l’immagine e il ruolo, pure dominante, nella Russia del primo quarto di secolo. In Russia si fanno assassinii politici, anche tra i fedeli di Putin. Quello di Navalny non lo è di fatto, tanto più che è voluto tornare di sua volontà in Russia dalla Germania, seppure in carcere, di massima sicurezza, sperduto tra i ghiacci. Ma lo è storicamente, domina (oscura) un quarto di secolo.
   
“Di Berlinguer che ricordo ha?”, Cazzullo chiede a Rino Formica, l’ex esponente del Psi di Craxi,  oggi 97nne. “Coltivava un’ostilità inestinguibile per il Psi, che per lui rappresentava suo padre… Il padre di Berlinguer era socialista. E lui considerava la scelta paterna lenta, non decisiva, incapace d risolvere i problemi”. Si continua a celiare, su quello che è probabilmente il maggiore impedimento al progresso politico (sociale) dell’Italia, l’unico paese europeo senza mai un governo socialista.
 
Però, i figli contro i padri non è tema peregrino, in politica. “Berlinguer non era il solo”, continua l’ex ministro socialista delle Finanze: “Pensi a quanti leader democristiani hanno avuto i figli comunisti –Moro, Taviani, Cossiga – se non terroristi, come Donat Cattin”. I trasformismi anche in famiglia – le figlie “comuniste” di Moro e Cossiga sono state molto rispettose dei padri?
 
I Comuni si finanziano con le multe stradali. Sembra impossibile, ma è così: un miliardo e mezzo nel 2023, certifica “Il Sole 24 Ore”, un quarto in più che nel 2019 – pre-covid. Le multe sono il Pnrr dei Comuni, senza obbligo di rimborso.
 
Non tutti i Comuni vivono di multe, quelli del Centro Nord. Segnatamente le ex città rosse, Firenze, “prima fra le grandi città”, e Bologna. Ma Firenze non è la città che perde più residenti, in perentale e anche in assoluto (un 50 mila l’anno)?  
 
Due pagine a fronte sul “Sole 24 Ore”. “Per la Spagna allerta siccità. In Cataloga non piove da tre anni” a sinistra. E a destra: “Nel 2023 Madrid ha superato, per crescita, tutte le altre grandi economie europee”. La siccità incrementa il pil?
 
Una donna che fa causa per soldi prima a sua madre, non in buona salute, poi denuncia penalmente, sempre per soldi, i figli, si direbbe un caso di grande giornalismo, se non di grande letteratura. Tanto più se ricchissima figlia dell’Avvocato Agnelli. Invece stimola un profluvio di storie spionistiche: tutti hanno una “fonte”, maggiore o sottufficiale di Finanza, impiegato in Banca d’Italia, bidello alla Procura, che ipotizza ogni genere di reato. Non c’è giornalismo se non da sottoscala di questura, da sbirri.


Ita ex Alitalia e Lufthansa devono cedere alcune rotte ai concorrenti, cercarseli, e poi finanziarli per qualche anno. Sembra assurdo e lo è: sono richieste dell’Antitrust europeo, gestito dalla commissaria Vestager, nota antitaliana – tanto da inimicarsi, in questo caso, pure la Germania. D’altronde non solo le sole richieste di Vestager. Ita e Lufthansa continuano, da mesi ormai, a rispondere alle obiezioni della commissaria, la quale fa altre domande sulle risposte ricevute.
 
Più assurdo di tutti è una commissaria antitaliana – anti qualcuno o qualcosa. Ma la commissione di Bruxelles non si pone limiti in termini di assurdità: il poeta Enzensberger, “Il mostro buono di Bruxelles”, dieci anni fa non inventava.
 
Il report Uefa certifica che gli ingaggi record della serie A sono della Juventus, 283 milioni quest’anno. Contro i 230 dell’Inter. Si conferma che la crisi della Juventus è di gestione, tecnica ma di più finanziaria, amministrativa. Di costi da troppi anni fuori scala, in assoluto e a fronte dei rendimenti. Ma in un “allegro” intreccio con i procuratori.
 
È sempre duello fra le opposizioni e il governo sull’accordo con l’Albania per il primo trattamento degli immigrati. Mentre si tace che il capo della diplomazia americana Blinken ha ringraziato lo stesso governo albanese, del premier Rama, per essersi preso 3.200 profughi ucraini per lo stesso primo trattamento (rilevazione dello status di profughi politici), in attesa di visto per gli Stati Uniti.
 
I due superbonus, il 110 e il bonus facciate (90) sono costati, invece che i 40 miliardi previsti, 135.  Sarà qui il motivo per cu i grillini prendono così tanti voti? Ne hanno beneficiato edifici per tre quarti monofamiliare 356 mila (ci son anche otto castelli…) su 461 mila. I vaffanculisti moralisti erano solo opportunisti.  

L’amore è giovane

La favola del Grande Amore mancato da ragazzi che si ritrova da adulti, dopo la separazione di una vita. Un’idea semplice, e una serie appassionante, di romanticismo scoperto, voluto, inseguito, perseguito. L’amore ritrovato dopo una lugna separazione. Ancora vergine come quando fu una passione incerta, rattenuta. Ma caricato dal tempo, e dalla corrispondenza, incerta.
Una favola moderna nel solco dell’amore provenzale, dei trovatori, come vagheggiamento amoroso. Pensato e scritto da Accorsi, dà un ruolo cult allo stesso Accorsi e a Micaela Ramazzotti, i due cinquantenni che si ritrovano a Bologna da dove provenivano, per vivere di persona un amore de loin, una vita vissuta attraverso, modeste, letterine-diario.   
L’amore tra le porte girevoli è l’inquadratura centrale del film, un’idea capolavoro. Di Accorsi, soggettista e sceneggiatore, o del regista Lagi. Che ha lavorato sui colori pastello, di luce “naturale”, compatta, anche gli interni come gli esterni.
Ben diretti anche i due protagonisti da ragazzi, Beatrice Fiorentini e Luca Sartori, spaesati e scanzonati tra Francia e Spagna in interrrail, il viaggio libero di un tempo sulle ferrovie di tutta Europa. Anche Bologna è sorprendente, location insolita ma ben caratterizzata in tutti i suoi personaggi, senza mai una sbavatura. Una produzione felice.
Sullo sfondo, corrobora l’impianto uno spaccato d’epoca, non detto ma consistente: i cinquantenni di oggi si confrontano con genitori ottantenni, che, libertari, non si curavano dei figli.
Francesco Lagi, Un amore, Sky Cinema, Now

sabato 17 febbraio 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (551)

Giuseppe Leuzzi


Napoli in Sol maggiore, Sicilia in La minore
“È la più grande città al mondo che sta sopra un vulcano e mi piace la visione magmatica dei suoi abitanti”, Rumiz spiega, a proposito del suo libro sui terremoti, “Una voce dal Profondo”, a Staglianò sul “Venerdì di Repubblica”: “Venendo da un universo molto compartimentato”, da Trieste, compartimentato fra lingue diverse, popolazioni e ceti, “mi affascina il loro, dove tutto comunica con tutto, il sopra e iI sotto, la religione e la superstizione”, Nella “porosità” che Benjamin ha coniato per Napoli.
Arrivato a Napoli nel suo viaggio nel “Profondo”, nei terremoti del Sud, Rumiz elabora un’acuta anamnesi della differenza (inconciliabilità) tra la città e la Sicilia. Perché a Napoli si canta e si balla e in Sicilia no? Differenza che sintetizza nelle tonalità musicali: Napoli è in Sol maggiore, la Sicilia, malinconica, in La minore.
Un cliente che aspetta alla cassa in libreria di pagare un libro spiega a Rumiz la “porosità” che Walter Benjamin ha individuato come il tratto di Napoli: “Solo un tedesco poteva notarlo. Nel senso che qui Kant non funziona. I tedeschi hano un bisogno patologico di perimetri e di regole. Tutte cose che da noi non esistono. Per questo Benjamin le ha notate immediatamente”.
 
Libri in Calabria
Indispettisce la designazione di Taurianova Capitale del Libro 2024. Non solo i giornali leghisti, tipo “Libero”, anche quelli progessisti, tipo “la Repubblica” e il “Corriere della sera”. Che ne fanno un caso politico, un’estensione del sottogoverno (spoil system), essendo il sindaco di Taurianova Rocco Biasi, detto Roy, ex Forza Italia, eletto (unico eletto in Calabria) sotto la faccia di Salvini. Non conta che la commissione giudicatrice sia al di sopra del sospetto, e i criteri di aggiudicazione precisi. Né vale il patrocinio del sindaco e della giunta Pd di Reggio Calabria, città “metropolitana” cui fa capo anche la Piana: “Taurianova sta raccogliendo i frutti di una programmazione che fa della cultura un autentico volano di crescita e sviluppo del territorio”.
“la Repubblica” è arrivata a fare violenza all’onesta corrispondenza dell’inviato Giuseppe Smorto. Presentandola come reportage di bieco sottogoverno: “Taurianova grazie al Ponte è capitale del Libro” è il titolo in prima pagina – senza sapere che nella Piana l’idea del Ponte è solo sulfurea, una visione di distruzione delle belle spiagge che la fanno respirare, da Palmi a Bagnara, Favazzina, Scilla, Porticello, Cannitello, Punta Pezzo (del manufatto è scontata la devastazione, mentre la costruzione nessuno pensa di vederla completata). Peggio faceva il giornale all’interno, a corpo 48: “Miracolo a Taurianova il paese senza biblioteca che con la Lega diventa Capitale del Libro”. E con la dida alla fotina del sindaco: “Festeggia la vittoria che vale 500 mila euro di rimborso spese” - un tesoro?
Taurianova è, come molti toponimi in Calabria, di conio recente. Con riferimento prevalente alla mitologia (di radice micenea?) taurina, che condivide con Gioia Tauro, Taureana e altre località). Dato da Roma nel 1928 all’assemblaggio di due distinti borghi – inzialmente tre, ma Terranova subito dopo la guerra si riprenderà l’autonomia, ribattezzandosi Terranova Sappo Minulio. I due borghi erano  Radicena (il nome comunemente usato per Taurianova fino a due-tre generazioni fa) e Iatrinoli. Toponimo, quest’ultimo, di derivazione greca, che ha attinenza con saperi o cure mediche e medicinali. Questa vocazione il nuovo paese aveva perpetuato in un ospedale. Mentre diventava, con l’unificazione dei due borghi, anche sede mandamentale di pretura. È stato quindi per tre-quattro generazioni un paesone di notabili, proprietari terrieri (Taurianova è al centro della vasta selva di uliveti di alto fusto che connota la Piana), piccoli e grandi, medici e avvocati, e di villette con la palma. Specializzato anche in mostaccioli, i biscotti al miele. Un comune molto grande, fino ai comprensori di San Martino e  Amato, incorporando quindi (in parte, con Rizziconi) l’ex feudo della principessa Acton.
Senza più pretura dal 1989, e senza più ospedale, si è riprogrammata sul commercio, una sorta di piccola Gioia Tauro. Si è costruita una circonvallazione occidentale chilometrica, di palazzoni alla calabrese (senza intonaco/ senza tetto/ senza imposte/ senza marciapiedi), di piccoli-grandi magazzini - lo sviluppo della Piana si fa sul modello Gioia Tauro, tutto commercio, a Taurianova come a Rosarno. E 
si è dotata di un mercato generale dell’ortofrutta. 

Il paese è rimasto integro, di case prevalentemente a due piani, post-1908, restaurate, su strade perfino pulite. Il vecchio decoro professionale, di avvocati, medici, sanitari e insegnanti. Ma il cambio di destinazione produttiva ha generato un radicale ribaltamento sociale. Sfociato nelle costruzioni tipo circonvallazione, e negli anni attorno al 1990 in una violentissima faida, con almeno 32 morti - ma già nel 1987 aveva stabilito un primato negativo, il primo scioglimento in Italia di una Usl da parte del governo per infiltrazioni mafiose. Con episodi oltraggiosi come una testa tranciata e lanciata in aria. Per questioni di droga, si è detto – la testa mozzata rende l’ipotesi plausibile, anche se le faide, genere oggi trascurato, anche dagli studiosi, sono, erano, di ferocia illimitata. Fu sull’emozione causata da questa faida che il ministro della Giustizia Martelli dell’ultimo governo Andreotti si costrinse a rimodulare, poco tempo dopo averla decretata, la normativa sullo scioglimento d’autorità dei consigli comunali per reati amministrativi, introducendo il criterio dell’antimafia. Con il decreto legge 164, del 31 maggio 1991. Una legge importante, gestita da Falcone, allora direttore Affari Penali al ministero della Giustizia, che si intitolava “Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso”. Ma anche una legge ad hoc: in un certo senso Taurianova è nella storia, non un borgo sonnolento.

Contemporaneamente al peso amministrativo, Taurianova perdeva anche quello politico. Con l’eclisse della famiglia Macrì, potente braccio destro nel reggino tirrenico della corrente Dc di Base, referenti di Riccardo Misasi, forti nella sanità e nei servizi pubblici (Poste, Scuola), negli anni 1960-1980. Il padre Giuseppe soprattutto, medico, che fu anche presidente della Provincia, e ha intitolata la piazza principale del paese. La figlia Olga, medico anche lei, e ufficiale sanitario del Comune, sindaco per due consiliature dal 1983, la seconda sciolta in base al decreto legge 164, pochi giorni dopo il varo del decreto – anche in questo Taurianova è nella storia: il primo Comune sciolto “per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso”.
Olga viveva nel culto del padre. Suo fratello Francesco, detto Ciccio, sarà soprannominato “a mazzetta”, e incorrerà in una condanna a quattro anni. In realtà non era corrotto, nessuno lamenta che abbia preteso soldi in cambio, ma lavorava al motto “se i soldi ci sono, spendiamoli”, o anche “nessuno resta indietro”. Insegnante di francese alle medie, è stato per una ventina d’anni presidente della Usl 27, con 1.200 dipendenti e 50 miliardi l’anno da amministrare (25 milioni di oggi, che sembrano pochi, un appalto piccolo di Roma-Giubileo, ma cinquanta, quarant’anni fa erano una cifra).  Spensierato gestore, sarà condannato perché non osservava le procedure – Olga ufficiale sanitario era alle sue dipendenze, e così altre due sorelle, una dottoressa in ospedale e una accreditata presso uno studio di analisi mediche convenzionato con la Usl.
Una breve parentesi dopo i Macrì, e il commissariamento del 1991, fu aperta da Emilio Argiroffi. Un giovale messinese, medico, arrivato a Taurianova anche lui all’ospedale, comunista, poeta, che era stato senatore Pci, votato anche da Taurianova, per tre legislature. A capo di una lista civica Argiroffi vinse le prime elezioni dopo i commissari, ma per pochi voti, al ballottaggio, e già di settant’anni.
Al voto successivo, 1997, il Comune tornò al Centro, ora Forza Italia, nella persona del sindaco attuale. Roy Biasi, allora 33 anni, uno delle giovani leve di Berlusconi, avvocato, nato in Australia e ritornato presto a Taurianova con i genitori, avviava una sua propria epoca. Verrà rieletto una seconda volta, e ancora un terza . Dichiarato decaduto dal prefetto per avere ecceduto i due mandati, poi in crisi col suo partito, tornerà nel 2020 con Salvini. E doppierà, quasi, al voto il candidato Pd, sindaco uscente.
In Calabria non si legge molto – anche se si scrive molto. Le librerie stentano, editori e distributori non ci puntano. Vittorio Feltri, quando era al “Giornale”, prefazionava e vantava Totò Delfino, suo   corrispondente per la Calabria, per il motivo che “mi fa vendere 400 copie”. Non molte, si direbbe, e tutte a perdere, distribuite su un territorio ampio, a demografia parcellizzata, ma facevano opinione. Fino agli anni 1970 l’unico giornale di cronaca locale si faceva a Messina, la “Gazzetta del Sud”. Poi altre cronache locali si sono succedute, attorno a Cosenza, ma sempre in difficoltà. E le librerie si chiudono, più che aprirsi. Ultima la storica “Librarsi” a Delianuova, di Caterina Di Pietro.
Che senso ha dunque la festa del Libro a Taurianova? Quello che dice Falcomatà – che dice la giuria che ha preso la decisione. Perché l’attenzione non manca, né la curiosità – “Librarsi”, una libreria specializzata in cultura locale (letteratura, saggistica, questioni calabresi), ha tenuto per molti anni, malgrado la difficile localizzazione nel cuore dell’Aspromonte, affollate presentazioni, specie nei mesi invernali. Si tratta di focalizzarla, irrobustirla.
 
La lingua napoletana, o della dispersione
“La lingua napoletana  (anticamente detta lingua napolitana) è un idioma romanzo - appartenente al gruppo italo-dalmata”, intima wikipedia, come d’uso anonima ma con piglio autorevole, “attestato fin dal Medioevo nell’Italia meridionale. Per italo-dalmate s’intende, sempre wikipedia, “un sottogruppo delle lingue romanze occidentali”. E ancora: “La lingua napoletana trae le proprie origini da un insieme più o meno omogeneo di antichi dialetti italo-meridionali, noti in epoca alto-medievale con il nome collettivo di volgare pugliese; tale denominazione storica derivava dal ducato di Puglia e Calabria (comprendente in realtà vaste porzioni dell’Italia meridionale) che, in epoca normanna, gravitava su Salerno, non a caso definita «la capitale della Puglia», in quanto sede principesca nell’ambito del regno di Sicilia”.
Qui c’è uno svarione – non proprio un errore, ma si vede che il linguista non è storico. Il regno di Sicilia ancora non c’era. E il ducato di Puglia e Calabria, così come il regno di Salerno, erano longobardi. I normanni entrarono in Italia alla spicciolata, nel primo secolo del secondo millennio, piccole bande di abili combattenti chiamate da questo o quel principe, più spesso il papa. Tra essi emersero gli Hauteville (Altavilla), e tra i vari componenti, zii e fratelli, presto emerse Roberto il Guiscardo. Che nel 1059 impalmò Sichelgaita, la figlia del principe di Salerno e duca di Puglia e Calabria (oltre che di Amalfi, Sorrento e Gaeta, nonché principe di Capua) Guaimario IV oV – dopo aver ripudiato la prima moglie Alberada (non c’era il ripudio nel diritto canonico, nemmeno allora, ma Alberada era una cugina del Guiscardo, e il matrimonio era proibitissimo tra consanguinei). Il suocero Guaimario era morto sette anni prima, e il successore, il figli Gisulfo II, cercò di frapporsi ai disegni degli Altavilla. Ma Sichelgaita decise in contrario – una principessa che è all’origine della fortuna dei Normanni nel Sud, e che si trascura. La sorella minore Gaitelgrima Sichelgaita sposò a un fratellastro del Guiscardo, Drogone d’Altavilla. L’opposizione di Gisulfo alle sue proprie nozze col Guiscardo semplicemente ignorò. E prese subito possesso del ducato di Puglia e Calabria a Melfi, capitale della signoria. Dove invitò, subito dopo il matrimonio, il papa Niccolò II, che vi levò la scomunica del Guiscardo comminata per la sua politica matrimoniale. Al papa organizzò anche un sinodo dei vescovi latini del Mezzogorno, passato alla storia come Concilio di Melfi. E lo portò a conludere il Trattato di Melfi, poi Concordato di Melfi, col quale il papa, prevaricando sulla giurisdizione imperiale, passava alcuni possedimenti longobardi ai normanni: il feudo di Capua e Aversa a Riccardo I Drengot, il ducato di Puglia e Calabria, col relativo titolo diduca, al Guiscardo.
Ma è vero il prosieguo, sempre wikipedia: .
“Tuttavia, a partire dal  XIIImo secolo la parte peninsulare dell’Italia meridionale ebbe quale centro propulsore la città di Napoli, capitale dell’omonimo regno per oltre mezzo millennio!”. Con punto esclamativo - con che soddisfazione di Puglia e Calabria non si dice.
Se ne parla oggi per Sanremo. Il rapper Emanuele Palumbo, 24 anni a marzo, in arte Geolier, che dovrebbe voler dire (in francese) carceriere, ha preteso, e ottenuto, di cantare in napoletano, in quanto “lingua” – il regolamento del festival non vuole dialetti. E per questo ha suscitato malumori. Non nel pubblico, in sala stampa. La quale si è rifatta bocciandolo al concorso - schierando l’enorme peso dei suoi pochi voti a favore della giovane virtuosa Angelina Mango, 23 anni. Ma tutto questo è arcinoto. Perché parlarne? Perché Napoli ha reagito male alla provocazione: con manifestazione plebiscitaria di piazza, sindaco in testa, ha proclamato Geolier vincitore. Un vincitore che presto dimenticherà? Sì.
Napoli è una capitale. Sembrerebbe, vista da fuori. Ma, sembra, incredula di se stessa. Gioca sporco ma gioca anche pulito. Specie, per esempio, al calcio, oltre che nelle canzoni: ha sempre vinto campionati in bellezza e scioltezza, anche quado non ha vinto (con Sarri e Higuaìn). Ma subito poi si è mutilata, con Ferlaino di Maradona prima, con De Laurentiis di Higuaìn prima e poi di Spalletti. Non si crede. O non si cura di se stessa, di accumulare. Ma le lingue servono per affermare, non per negare. La lingua napoletana, o napolitana, si direbbe dello spreco.
 
Cronache della differenza: Puglia
Il Salento si pone, nella riscoperta grecità, nel culto di Minerva. Il ritrovamento a Castro, peraltro in origine Castrum Minervae, della supposta Minerva dell’“Eneide”, del terzo canto del poema, una statuetta bronzea di Atena con elmo frigio, al centro del basamento di un grande tempio, rilancia la penisola nel culto di Atena. Con una contaminazione:  Minerva celebra indistintamente come Atena. Il Salento si vuole greco, ma senza rinunciare alla latinità.
 
Anche il santuario di Santa Maria di Leuca era, come il tempio di Castro, dedicato a Minerva. E gli ulivi: sono il dono di Minerva. Questa era già la leggenda nel Salento. In competizione con Nettuno per la riconoscenza (venerazione) dei salentini Minerva donò gli ulivi, Nettuno il cavallo - Minerva vinse facilmente.
 
È singolare, sintomatica, la ricorrenza dei cognomi in Salento e nella Calabria Ulteriore, reggina, per la comune persistenza della grecità del linguaggio, nel culto religioso e nella comunicazione verbale, fino alla latinizzazione perseguita dal papato dal XIImo al XVI secolo, a aprtira dai Normani: Arcuri, Arghirò, Attanasio, Codispoti, Cannatà, Condò, Cuzzocrea, Crisafulli, Foti. Laganà, Spanò, Tripodi,  Zuccalà, Zappalà, Praticò, Romeo, Politi-o, tra i tanti.
 
Nelle campagne di Foggia grossi quantitative di ecoballe inquinanti vengono sversati da automezzi pesanti. Con danni ai terreni, al foraggio e alle coltivazioni. Rifuti che i proprietari devono poi provvedere a bonificare, con forti spese. Al punto che il Comune ha deciso di provvedere alla bonifica, sostituendosi ai proprietari – cui resta poi l’onere della riqualificazione. La cosa interessa “Striscia la notizia”, non le forze dell’ordine.
 
Le “forze dell’ordine” al Sud non proteggono il capitale? Non sono lì per questo. Come al tempo dei rapimenti di persona. Tra le tante “anonime” terribilissime. Che poi si sono rivelate bande di mezzi trogoliditi, o sbandati, gente da poco.   
 
Attraversando la Puglia per imbarcarsi a Brindisi, Corrado Alvaro annota in “Quasi una vita”: “In treno, ancora addormentato, distinguevo il Sud, il mio paese, percependo il suo silenzio, quel silenzio tutto suo, remoto, sterminato. E dal finestrino ritrovavo aspetti del mio paesaggio infantile: immutato, e come se mi si rivelasse e non volesse più sapere di me”. Come un padre di molti figli.
 
Suonano false le serie Rai “pugliesi”, o baresi. La “Lolita Lobosco” di Gabriella Genisi, che pure ha interprete Luisa Ranieri, e la regia di Miniero, e quest’anno “Il metodo Fenoglio”, che pure è tratta da Carofiglio e ha protagonista un altro divo, Alessio Boni. A differenza di “Imma Tataranni”, inverosimile serie lucana, di Matera, che invece dice quello che è. Bari viene parlata come quella di “se parigi avesse lu mèri….”, quasi cosmopolita,  senza verosimiglianza. Cioè senza “carattere”. Che è dato dal dialetto, dalla cadenza perlomeno – dalla “parlata”.
 
Due giudici antimafia di Lecce, provincia “babba”, la pm antimafia Ruggiero e la gip Mariano, sono sotto tiro. A Mariano è stata recapitata “la testa mozzata di un capretto”, racconta il “Corriere della sera”. Ruggiero doveva essere sgozzata da un finto pentito, in carcere, nell’interrogatorio di convalida del pentimento, con un’“arma rudimentale (realizzata con cocci di ceramica) precedentemente occultata nel retto”. Mafia o farsa?
Le due giudici sono “destinatarie anche di lettere minatorie, alcune delle quali addirittura recapitate a mano in ufficio, firmate col sangue, e contenenti anche riferimenti a rituali satanici”.

leuzzi@antiit.eu

L’amore è divino

“Cento versioni di una poesia di Saffo”, da Catullo a oggi, nella poesia francese, a partire dal 1556, dalla prima stampa in francese del trattato di Longino (“Del sublime”) che la trascrive – ma il sonetto IV di Louise Labé che avvia la serie è del 1555: aveva saputo di Saffo dall’edizione italiana di Longino, di Aldo Manuzio, dello stesso 1555? Da Labé a Ronsard, Boileau, Lamartine, Dumas (“Les Étoiles du monde”, “La San Felice”), Renée Vivien, Brasillach, Marguerite Yourcenar tra i tanti. Raccolte da Philippe Brunet, ellenista, cultore della commedia e la tragedia greche, specialista della fonologia del greco antico, un maschio. Che le dedica “alle ragazze, alle donne, alle femministe, agli amatori di queste tre categorie, ai misogini, alle amanti, agli amanti, ai cercatori di curiosità, agli specialisti del tema, del campo lessicale e della variante……”, a tutti e a ognuno. Ma più probabilmente alle lesbiche, di cui Saffo è celebrata portabandiera, ancorché forse senza colpa - e più quando, era ancora ieri, non se ne poteva parlare.
Il poema s’intende della “maschia Saffo” di Baudelaire, “l’amante e il poeta” – “amante” al femminile in francese. Anche se è, si vuole, giocato sull’ambiguità, evitando abilmente, quindi volutamente, il genere: tutto è possibile, che parli una donna gelosa di un uomo a un’altra donna, oppure un uomo geloso di un uomo, sempre a una donna, o una donna gelosa di una donna a un uomo. Dell’ambiguità di genere, ma anche e di più del sentimento, della sensualità, del volere e disvolere. Karen Haddad-Wotling, la comparatista, cui è affidata la prefazione, ne sottolinea il gioco con Racine, “Fedra”, atto II, sc. 2: “Presente, vi fuggo; assente, vi trovo” – “come un modo di evocare l’assenza dell’essere amato”.
Non è una raccolta sulla traduzione, sull’arte e le difficoltà del tradurre. Haddad la apre con Petrarca, il sonetto 134: “Veggo senza occhi, et non o lingua, et grido”. Sono cento testimonianze di un poema sensuale. In qualsiasi versione, e molte prendono l’originale a pretesto per divagazioni, riflessioni, esaltazioni - l’unica versione modesta della raccolta, tal quale (dopo quella parziale di Catullo, che a lungo fece testo, oscurando Saffo) è di Marguerite Yourcenar. E come tale carnale, come prima poesia del canone opera di una donna, e poesia d’amore.
L’idea della raccolta è “una sorta d’illustrazione, sempre vana, del Libro mallarmeano”, nota Haddad. O anche la realizzazione di una combinatoria cara a Valéry (che non vale spiegare). Oppure “un «oggetto» poetico” analogo alla “macchina da sonetti” di Queneau. O semplicemente “una riunione di variazioni”. Brunet, all’ultima nota dell’ultima pagina, spiega che l’idea gli è venuta da tre filologi italiani, Carlo Maria Mazucchi, Salvatore Nicosia e Salvatore Costanza – il primo per la sua edizione di Longino, “Del sublime” (“un certo Longino”….), che apre la fortuna di Saffo, e la indirizza. 
Oggi trascurata, Saffo è stata un feticcio fino a recente – i diritti lgbtqia hanno fatto irruzione da poco, anche se a grande velocità. Non molto tempo fa (2015?), alla libreria Libraccio di Roma in via Nazionale, una giovane donna di lingua spagnola al reparto poesia voleva che si confermasse alla sua amica – peraltro imbarazzata dalla foga (amica di penna? conoscenza casuale fra turiste? parentela?) – lo speciale erotismo della poesia. Nella edizione Feltrinelli (del 2015), che lo esplicita in copertina. Nella versione di Quasimodo, che è la più diretta – semplice, un calco dell’originale:
A me pare uguale agli dèi 
 chi a te vicino così dolce 
 suono ascolta mentre tu parli 
 e ridi amorosamente. Subito a me 
 il cuore si agita nel petto 
 solo che appena ti veda, e la voce 
 si perde nella lingua inerte. 
 Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, 
 e ho buio negli occhi e il rombo 
 del sangue nelle orecchie. 
 E tutta in sudore e tremante 
 come erba patita scoloro: 
 e morte non pare lontana 
 a me rapita di mente.” 
Curiosamente, Saffo è sempre quella dell’“un certo Longino” di Brunet, del trattato “Del sublime”: “Saffo descrive ogni volta le affezioni provocate dai trasporti amorosi come ciò che li accompagna e con la verità stessa. E dove rivela la sua eccellenza? Quando è capace di riunirle e concatenarle nelle loro espressioni estreme e le loro eccessive tensioni” – “in un solo movimento va a cercare l’anima, il corpo, l’udito, le lingue, la vista, la pelle,  come altrettanti elementi estranei che si allontanano da lei, e come, contraddittoriamente, lei gela e brucia, sragiona e riflette”, in “un concorso di sentimenti”.
Sappho, L’égal des Dieux, Allia, pp. 143 € 7