sabato 18 maggio 2024
Calcio speculativo – il dirigente sleale e l’informazione dopata
L’allenatore della Juventus “sollevato” dall’incarico è ipocrisia torinese - è l’anticamera del licenziamento per giusta causa, per non pagargli il dovuto, un gesto violento. Motivato con “comportamenti non compatibili con i valori della Juventus”. Mentre lo sono le manovre, dietro la schiena del “sollevato”, da cinque mesi per minare l’azienda, con la scusa di trovargli un sostituto migliore?
Quando la punizione è un crimine
“Niente è più strano della
coscienza umana che il suo atteggiamento rigruardo alla guerra. Guerra
significa uccidere persone. È di questo che tratta la guerra”. Con qualche
limite: “Un tempo, solo i combattenti potevano esere uccisi. Oggi va benissimo
uccidere chiunque, basta che sia fatto indiscriminatamente e con qualche
pretesa che si sta indebolendo la capacità o la volontà della controparte di
continuare a combattere…. Si scenda di un gradino la scala della moralità, e
siamo alle rappresaglie… Al fondo, è l’assassinio programmato di civili
indifesi, perché appartengono alla religione, la classe, la razza sbagliate”.
La rivista ripropone, nel
clima della guerra in corso tra Israele e Hamas, la lettura che lo storico
delle cause della seconda guerra mondiale fece di tre libri: “Death in Roma” di
Robert Katz, “The Trial of the Germans. Nuremberg 1945-1946”, di Eugene
Davidson, e “Auschwitz: A Report on the Proceedings against Robert Karl Ludwig
Mulka and Others Before the Court at Frankfurt”, di Benrd Naumann, Nessuno dei
quali storico di professione. Ma Naumann aveva un’introduzione di. Hannah Arendt.
Katz, che in “Death in Rome” sosteneva che Pio XII era a conoscenza dell’eccidio
che si preparava alle Fosse Ardeatine e non fece nulla pe pr evenirlo, è stato
condannato poi per diffamazione.
La lettura di A.J.P.Taylor
non è revisionista come era stata quella delle cause del conflitto. “I crimini
tedeschi della seconda guerra mondiale sono stati atroci da ogni punto di vista
– i vincitori per una volta hanno combattuto per una giusta causa”. Ma anticonformista
sì, e argomentato. I vincitori si sono impaludati moralmente anche loro “quando
hanno assimilato i crimini contro l’umanità a qualsiasi azione intrapresa
contro loro stessi” in guerra: “Ci sono pochi episodi di storia moderna più
nauseanti dei processi di Norimberga, dove i vincitori solennemente si sono
esibiti sul problema della «guerra di aggressione», e cioè ogni attività
bellica e perfino azione politica contro gli assetti decisi dai vincitori della
Prima Guerra Mondiale”. Con “punte di grottesco: il povero demente Hess
condannato con durezza per avere tentato, seppure maldestramente, di fare la
pace tra Germania e Gran Bretagna. Fu sacrificato solo al fine di provare che
il governo britannico non aveva mai pensato di cooperare con Hitler contro la
Russia societica”.
A.J.P.Taylor, Crimes beyond punishment, “The New York
Review of Books”, 23 febbraio 1967
venerdì 17 maggio 2024
Problemi di base letterari - 805
spock
“Non ci interessano i fatti, ma le parole”, U. Eco?
“To be or not to be – Toby or not Toby. È questo il problema”,
Lichtenberg?
“Il lato ironico dell’ironia”, Angelo Guccione?
“I poeti diventano bugiardi a furia d’inventar favole”,
Corrado Alvaro?
Perché l’editore (il redattore), che scrive meglio
dell’autore, non si fa autore?
“Le prefazioni sono un vizio”, Zavattini?
spock@antiit.eu
Come essere buoni cattolici - S. Weil
“Posso dire che in tutta la mia vita non ho mai, in
nessun momento, cercato Dio. Per questa ragione forse, senza dubbio troppo soggettiva,
è un’espressione che non amo e che mi sembra falsa. Fin dall’adolescenza ho
pensato che il problema di Dio è un problema i cui dati mancano quaggiù e che
il solo metodo certo per evitare di risolverlo sbagliando, il che mi sembrava
il più gran male possibile, era di non porlo” – Simone Weil, quinta lettera a
padre Perrin (“Autobiografia spirituale”): “Ho sempre adottato come sola
posizione possibile la posizione cristiana. Sono per così dire nata, sono
cresciuta, sono sempre rimasta nell’ispirazione cristiana”. Distinguendo cioè
fra Dio e il mondo: “Mentre il nome stesso di Dio non aveva parte alcuna nei
miei pensieri, aveva nei riguardi dei problemi di questo mondo e di questa vita
la concezione cristiana, di una maniera esplicita, rigorosa, con le nozioni più
specifiche che essa comporta”.
La distinzione, che culmina la discussione fra i due
corrispondenti sull’opportunità del battesimo, che S. Weil ha contestato, vuole
probabilmente marcare una distinzione netta dall’ebraismo. Ma, al di fuori del
significato personale, pone delle verità a prima vista incontestabili.
La corrispondenza si apre con la questione del battesimo,
cioè si apre per chiudere la questione, dato che il battesimo non fa per lei. Per
ragioni pratiche: “Il battesimo vuole con sé la fede, i dogmi, i sacramenti”. Ma
la catecumena fallita incoraggia il confessore: “Dio non mi vuole nella chiesa.
Non abbia dunque rimpianti”. Con una professione che è anche una “narrazione”
del cattolicesimo che il papa sicuramente apprezzerebbe: “Il cristianesimo deve
contenere in sé tutte le vocazioni senza eccezione, perché è cattolico. Quindi
anche la Chiesa. Ma a mio avviso il cristianesimo è cattolico in diritto ma non
in fatto. Tante cose sono fuori di esso”. Una dichiarazione di fede in realtà, e
anche di appartenenza, critica: “Il cristianesimo essendo cattolico in diritto
e non in fatto, ritengo legittimo da parte mia essere membro della Chiesa in diritto
e non in fatto, non soltanto per un periodo, ma eventualmente tutta la mia
vita”. Simone Weil pregiava il concetto di cattolicità più che quello di
cristianità – o meglio la cristianità cvoleva “cattolica”, universale: “Bisogna
essere cattolici, cioè nn essere legati da un filo ad alcuna creatura, bensì
alla totalità della creazione”.
Le sei lettere a padre Perrin, il domenicano
ascetico conosciuto a Marsiglia nel 1941, cui Simone Weil indirizzò queste
lunghe lettere fra il 19 gennaio e il 6 maggio 1942, sei mesi dopo avere
conosciuto il domenicano a Marsiglia e alla vigilia della partenza da
Casablanca per gli Stati Uniti. Alla prima delle due da Casablamva, la quinta
lettera della raccolta, premettendo un poscritto e un titolo, “Autobiografia
spirituale” – da cui le citazioni.
Singolare lezione, ripetuta, data al domenicano su
come essere buoni cattolici. Con citazioni da san Giacomo della Croce e san Francesco.
Le lettere erano state pubblicate presto, dopo la
guerra, dallo stesso p. Perrin col titolo più conseguente “In attesa di Dio”.
Nella presentazione delle opere di S.Weil nella collana francese “Quarto”, la non
benevola curatrice Florence de Lussy
sottolinea la relazione speciale che si era aperta fra i due corrispondenti:
“Padre Perrin fu il solo essere umano che non l’abbia mai ferita con i suoi atteggiamenti
o le sue parole. Lei lo teneva in grande
considerazione, ne parlava con calore agli amici e lo riteneva un santo”.
Simone Weil, Come
un testamento spirituale, Il Pellegrino, pp. 112 € 12
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giovedì 16 maggio 2024
Gli Agnelli all’attacco
Si presenta Elkann in tv,
imitando l’accento del nonno senza riuscirvi, per rivendicare a sé, alla Famiglia,
la (miseranda) vittoria in Coppa Italia. Dopo avere vilificato la squadra, compresi
i tecnici, affidandola a una dirigenza di giurisperiti, ammesso che lo siano, e
fiscalisti, vecchi. E facendo sapere, lui stesso e il fratello, ai giornalisti confidenti
che se il club non vince la colpa è dell’allenatore. Azionando nel contempo
tutte le leve per sbarazzarsene, pretestando lo “stile Juventus”.
C’è una curiosa concezione della
Famiglia sul club di calcio: hanno venduto tutto e di tutto, come faceva il nonno
più famoso, l’Avvocato. Ma sul club di calcio sono rigidissimi. Elkann ha venduto
pure la Fiat – anche se ne ricava dividendi golosissimi, e plusvalenze
miliardarie, specie con la minifiscalità dell’Olanda, dove ha preso residenza.
Ma sulla Juventus sono puri e duri. Hanno liquidato Moggi e Giraudo, che avevano
costruito un meccanismo funzionante (ha pure vinto un campionato del mondo per l’Italia),
per evitare che scalassero il club in Borsa. Hanno liquidato Marotta, che non
ha sbagliato un acquisto e gli ha fatto vincere i nove o dieci scudetti di fila,
perché troppo bravo, cioè ingombrante (voleva fare l’amministratore delegato). Si
tengono stretta la Juventus perché è il loro blasone, da signori del denaro, non simpatici.
È così che ora si prendono la coppa
Italia addossando scopertamente all’allenatore la colpa di non avere vinto lo scudetto.
Mentre si nascondevano dietro di lui nei due anni di processi e condanne per
frodi amministrative. Non sapendo naturalmente, o facendo finta di non sapere,
che squadra gli hanno consegnato, in aggiunta ai processi e le condanne. Senza centrocampo,
che nel calcio è tutto, senza un regista o playmaker, con una difesa, per quanto
volenterosa, “brasiliana”. Con un monte ingaggi più caro di tutti - giocano meglio con i procuratori, altri, piccoli, re di denari?
Ma che calcio è questo
Perché si esce depressi da una bella partita di calcio, in
chiaro in tv, in uno stadio magnificente di umanità, Atalanta-Juventus, con
bellissime giocate, specie del club juventino, tecniche e tattiche? Per colpa
dell’arbitro, che alla mezzora in quattro minuti rovina tutto con decisioni
balorde: il calciatore che blocca con un fallo intenzionale una “ripartenza” avversaria
non viene ammonito, come da regolamento,è ammonito il calciatore fermato
fallosamente, perchéha protestato; il calciatore che fa un fallo violento e poi
insuìiste per venire alle mani contro mezza squadra avversaria, furioso menando
fendenti a più riprese, non viene espulso, nemmeno ammonito. E poi ne accumula
una mezza dozzina, aiutato dall’arbitro del Var, per falsare il match. Incapace non è se lo hanno scelto
per una finale. E allora, ha scommesso, quanto?
Si dice dell’arbitro italiano che è il solito giudice all’italiana,
quello che “fa” la giustizia. Nel calcio no: il modello è Collina, che era un
freddo, e faceva affari con il Milan.
Lo scoramento si accentua nel post-partita. Alla
telecronca avvertita e coinvogente succedono in studio due o tre statuine che
non sanno di niente, e non sanno come dirlo. Ex calciatori, in giacca e
cravatta, che ripetono formule viete. Hanno sottomano gli allenatori, i
calciatori e non sanno farli parlare, ripetono il già sentito - solo un arbitro
sa dire quello che tutti hanno visto dell’arbitro. Se il calcio, come sembra, e
destinato alla tv, il calcio in tv deve essere malefico?
Cronache dell’altro mondo – caro-elettorali bis (272)
La spesa elettorale totale
negli Stati Uniti, nelle sei tornate del Millennio, ogni quattro anni dal 2000
al 2020, è triplicata: è stata di 5,3 miliardi di dollari nel 2000, e di 16,4
miliardi nel 2020. Con uno slittamento della spesa, nel coso dei vent’anni,
dalla campagna elettorale presidenziale a quela congressuale. La campagna presidenziale
che assorbiva il 45-50 per cento dei fondi elettorali (tutti privati, di
individui, sindacati e società) nelle prime re tornate del millennio, si stima
ora attorno al 40 per cento.
L’investimento medio (il
costo della campagna elettorale) per ogni eletto al Congresso, sia alla Camera
che al Senato, si è più che triplicato tra il 1992 e il 2022. Da 820 mila
dollari a 2 milioni 790 mila per un Rappresentante, e da 7,8 milioni a 26,5
milioni per un senatore.
L’amore frigido, o del possesso
Nobildonna dominatrice, stanca di nobiluomini virili,
sceglie “un bel maschio di ventun'anni”, fioraio, dai delicati lineamenti e
sentimenti, “la cui anima, dagli istinti femminili, si è sbagliata d’involucro”.
Un’anticipazione della queerness, della disforia di genere? Un romanzo scandalistico, come usavano
a fine Ottocento, nela mitica Fin de Siècle parigina, che si ripropone in chiave
lgbtqia, ma ne è al di là, o al di fuori: è il romanzo della trasgressione,
dell’oltraggio, non della liberazione. Tutto quello che oggi si rifiuta e i
nega – si impedisce.
La storia di “Monsieur Vénus” non è finita: quando
s’incapriccia di uno spasimante della dama, lei lo fa uccidere. E se lo fa
riprodurre in cera, stessi colori, stessa fisionomia, e di notte, traendolo
dalla porta segreta dietro la quale lo tiene rinchiuso, ci fa l’amore – un
meccanismo segreto fa muovere il manichino. Che però, s’immagina, resta freddo.
“Romanzo materialista” è il sottotitolo.
Migliore storia è dell’autrice, un personaggio della
Parigi Fin de Siècle. Già celebre a vent’anni per questo “Signor Venere”, suo
romanzo d’esordio, con scandalo, sequestro, processo, e condanna, a due anni, con la
condizionale. Si presenta come “uomo di lettere”, conduce vita “libera”, fa
sapere, per un tratto esibisce come amante una famosa mantenuta, Gisèle
d’Estoc, “una superba puttana”, ex di Maupassant, sposa dopo affettate
resistenze l’editore Alfred Vallette, col quale fonda la rivista d’avanguardia
“Mercure de France”, scopre Colette dietro il marito Willy, scopre anche Alfred
Jarry, tiene un salotto frequentatissimo, benché popolato di topini bianchi, “donna
caprìcciosissima e difficile” (il giovane Gino Severini).
Rachilde, Monsieur
Vénus, Wom, pp. 184 € 18
mercoledì 15 maggio 2024
Draghi, canonizzazione difficile
Draghi si, Draghi no, sta succedendo per
l’ex presidente del consiglio quello che successe a Monti. Che dopo palazzo
Chigi era destinato a tutto, ed è finito nel nulla – giusto la toga di senatore,
regalo di Napolitano.
Il “whatever it takes” alla Banca
centrale europea, il salvataggio dell’euro (e dell’Italia), lo ha portato a
palazzo Chigi. Ma poi non al Quirinale. E ora, probabilmente, neanche a
Bruxelles. Draghi ha dei “carichi pendenti” politici.
La smobilitazione della Banca d’Italia di
Fazio, della Vigilanza e dei poteri d’indirizzo sulle banche, in obbedienza ai
suoi referenti milanesi, e in particolare a Bazoli, dominus della finanza “bianca”,
nonché della grande stampa lombarda, ha preparato le crisi che hanno scosso l’Italia
delle banche “bianche” fuori dell’orbita bazoliana, quelle venete e del Centro
Italia. E di quella “rossa” del Monte dei Paschi di Siena.
Alcune delle privatizzazioni cui aveva presieduto da direttore generale del Tesoro non sono riuscite. Specie quella della
Sip-Stet, regalata ai “poteri forti”, che hanno provveduto a spolparla
velocemente, distruggendo una primaria azienda, e handicappando l’Italia nella
cablatura – siamo ora dove eravamo venticinque anni fa, con la Sip-Stet e il suo
allora rivoluzionario sistema “Socrate”.
Solo da qualche anno la stampa di sinistra
ha cessato di bollare Draghi come l’uomo del “Britannia”, il panfilo reale inglese
a bordo del quale debuttò il piano italiano di privatizzazioni, per un’assemblea
scelta di banchieri, in una riunione segreta, il giorno della festa della Repubblica
del 1992. Dieci anni dopo Draghi diventava uno dei top manager della maggiore banca di affari, la Goldman Sachs. Incaricato anche di nuove regole internazionali sui mercati finanziari dopo il crac del 2007, ma senza esito. Fino alla cooptazione alla successione di Fazio.
Si deve a Draghi anche il cosiddetto “vincolo
esterno” sulla finanza pubblica. Draghi, negoziatore per l’Italia, in quanto
direttore generale del Tesoro, degli accordi sull’euro, agiva in questo caso in
subordine a Ciampi, dapprima in quanto governatore della Banca d’Italia poi, negli
anni 1992-1993 presidente del consiglio. Un “vincolo esterno”, cioè europeo, senza
previa revisione dei criteri di spesa, anzi appesi alla spesa corrente – non si
sa nemmeno a quali fini, tolto il sottogoverno: non ci sono priorità, non si danno
obiettivi, non si creano infrastrutture, si sopravvive, con nuove tasse (oggi
al 47 per cento del reddito, record mondiale, e senza progressività: una
tassazione ingiusta, oltre che abnorme).
Cronache dell’altro mondo – caro-elettorali (271)
Il
finanziamento pubblico ai partiti politici è in America privato. Ogni citttadino,
singolarmente o in associazione, ma anche ogni impresa o sindacato, in quanto “assciazioni
di cittadini”, con eguale diritto quindi alla libera espressione garantita dal
Primo Emedamento, può contribuire alle campagne elettorali.
I contributi
devono essere registrati presso un’apposita agenzia federale.
Considerando
i contributi elettorali di una certa consistenza, quindi di un certo peso sul candidato,
dai 200 dollari in su, 4 milioni e mezzo di finanziatori sono stati censiti nella
tornata elettorale del 2020, presidenziale e congressuale. Due milioni di sesso
femminile, e due milioni e mezzo maschile.
Rapportati
al totale della platea degli aventi diritto al voto, 257 milioni, solo l’1,7 per
cento ha partecipato in misura consistente alla campagna elettorale. Per un ammontare
totale però massiccio, 9,7 miliardi di dollari.
Hanno contribuito
con 2.800 dollari o più, il 72 per cento del finanziamento totale, esattamente
415.518 persone o entità, lo 0,2 per cento della popolazione.
In cima
ala piramide 349 donatori, con un milione di dollari o più di donazione. Per un
totale di 1,8 miliardi, poco meno quindi di un quinto dei contributi totali –
il 19 per cento.
(Open Secrets)
Banditi buoni, carabinieri cattivi
Residuati della banda della Magliana redenti
e anzi virtuosi, Carabinieri infedeli e anzi cattivi. L’idea può invogliare: come ci si arriva? Ma la suspense è minima - è la politica che al solito imbroglia le carte. Il plot è un pretesto come un altro per le immagini, di caccia all’uomo
e di morti sanguinose, sanguinarie. Per due ore abbondanti. Il punto centrale d’interesse
è: come mai questo genere – presentato come thriller è di fatto un horror, appena
contenuto – sia il preferito degli abbonati Sky, che ha un abbonamento molto caro.
Sollima cerca di bissare il successo straordinario
e interminabile di “Gomorra”, dopo averci riprovato con “Suburra” - una serie
di serie ormai interminabile, poiché siamo al quarto atto, prima di tutto venne
“Romanzo criminale”. Con uno schieramento di prim’attori, Favino, Mastandrea, Andrea
Giannini, Toni Servillo, che hanno mandato il film al festival di Venezia, e
gli hanno valso candidature molteplici ai David di Donatello – solo premiati i
Subsonica, per la canzone del titolo.
Stefano Sollima, Adagio, Sky
Cinema, Now
martedì 14 maggio 2024
Secondi pensieri - 535
zeulig
Dio - “Posso dire che
in tutta la mia vita non ho mai, in nessun momento, cercato Dio. Per questa
ragione forse, senza dubbio troppo soggettiva, è un’espressione che non amo e
che mi sembra falsa. Fin dall’adolescenza ho pensato che il problema di Dio è
un problema i cui dati mancano quaggiù e che il solo metodo certo per evitare
di risolverlo sbagliando, il che mi sembrava il più gran male possibile, era di
non porlo” – Simone Weil, quinta lettera a padre Perrin (“Autobiografia
spirituale”): “Ho sempre adottato come sola posizione possibile la posizione
cristiana. Sono per così dire nata, sono cresciuta, sono sempre rimasta
nell’ispirazione cristiana”. Distinguendo cioè fra Dio e il mondo: “Mentre il
nome stesso di Dio non aveva parte alcuna nei miei pensieri, aveva nei riguardi
dei problemi di questo mondo e di questa vita la concezione cristiana, di una
maniera esplicita, rigorosa, con le nozioni più specifiche che essa comporta”.
La distinzione, che culmina la discussione fra i due corrispondenti
sull’opportunità del battesimo, che S. Weil ha contestato, vuole probabilmente
marcare una distinzione netta dall’ebraismo. Ma, al di fuori del significato
personale, pone delle verità a prima vista incontestabili.
La Cina è vicina - Da
Montaigne a Montesquieu e Voltaire, e compreso anche Rousseau, la Cina fu un modello
per l’iIluminismo – dopo essere stata “scoperta” dai gesuiti, innominati (e
senza le riserve dei gesuiti, persone anche allora colte).
Moderno – Si apre su più vie. La
scienza – la matematica, l’osservazione, il calcolo, la tecnica. Ma anche con
il progresso, una (residuo?) finalismo della storia. Ad esso accompagna, questa
la novità, la sovversione – la rivoluzione. Storicamente si definisce per
incostanza, o avventurosità. È matematica e insieme metafisica – Galileo e
Kant. Misurazione ma anche illuminazione. Si distingue per non porsi limiti,
non precostituiti – si va all’intelligenza artificiale prima di chiedersi a che
serve o se è comunque accettabile, oppure no. Alla fine moderno è novità.
Nazione - È settecentesca, e democratica – il fulcro
delle costituzioni, della democrazia. Il cosmopolita Voltaire vi dedica preso,
1756, un “Saggio sui costumi e lo spirito dele nazioni”. Che apre con una
considerazione-argomentazione a rovescio, di un riconoscimento che è anche
un’utilità, una convenienza: perché dovremmo privarci di conoscere le nazioni,
i corpi politici diversi dal nostro, quando ci nutriamo dei prodotti della loro
terra, ci vestiamo di stoffe da loro fabbricate, ci divertiamo con giochi che
essi hanno inventato, ci istruiamo con le loro favole? “La «nazione» si
affaccia in primo piano, nella storia”, alla vigilia della Rivoluzione francese
– F.Chabod, “Storia dell’idea di Europa”, 125: “Intendo, la nazione come
«coscienza», volontà di essere nazione, e come programma, non la nazione come
fatto etno-linguistico, già da secoli operante”. La nazione dei “primati” – dei
“diritti” si direbbe oggi. Per un’ottica appunto “nazionalistica”, non più
degli equilibri di potenza.
Voltaire distingue anche fra nazione e popolo. Nazione
è gens, popolo connotato etnicamente. Popolo, “corpo del popolo”, è la
nazione come si connota politicamente, e
si è organizzata come Stato.
Si afferma nel Settecento, in una con la scoperta
e celebrazione dell’Europa – è il filo di Chabod, “Storia dell’idea di Europa”.
E si afferma “da sinistra”, con argomenti “da destra”: è il mondo-tempo dei
“primati”, seppure morali e civili. Ma anche, perché no, territoriali, e della
specificità escludente, senza più il bisogno o il desiderio di pace, di balance
of power. È il tempo della “Marsigliese”, dell’Alfieri del “Misogallo”,
cioè degli “odî” nazionali, del Foscolo dei “Sepolcri”.
Rinascimento – È una forma mentis cristiana, religiosa:
l’idea che c’è un momento nella storia dell’umanità in cui tutto è racchiuso: l’Antichità,
da Pericle ad Augusto, la Rivelazione, la Rivoluzione. All’opposto della
mentalità del Progresso.
Non è l’inizio della modernità – o lo è? Allora,
il Progresso s’innesta in questa storia del Tutto, del compimento?
Sovranismo - Nasce anch’esso, come la nazione, “a sinistra”:
primo sovranista si può dire Rousseau, in tutta l’opera e più specificamente
nelle “Considerazioni sul governo della Polonia”, al cap. III. Nel “Contratto
sociale” è arrivato a criticare Pietro il Grande per aver voluto “incivilire”
la Russia, dotarla di istituzioni e attività moderne ed europee, ma di fatto
l’ha “snaturata” – dei Russi “ha voluto farne dei tedeschi, degli inglesi, mentre
bisognava cominciare col farne dei russi: ha impedito così per sempre ai suoi
sudditi di diventare quello che avrebbero potuto essere persuadendoli che erano
quelli che non sono”.
Storia – È più Sisifo che il masso – la storiografia. Per colpa della storia,
che non è una macchina calcolatrice, si
dispiega nell’immaginazione, e prende corpo in risposte multiformi. Ma gli
storici hanno le loro colpe. L’umanità si muove in modo continuo, anche se
vario, mentre per capire le leggi del suo moto gli storici usano unità
arbitrarie, discontinue: epoche, stadi, periodi, percorsi. E così, si deve concludere
con Tolstòj, “ogni deduzione della storia si dissolve come polvere”.
È come se si volesse coprire con la storia
la realtà: si fanno appelli, s’invocano leggi, si creano fatalità. Ma allora –
sempre Tolstoj - si può sperare di capire le leggi della storia “solo ammettendo
all’osservazione unità infinitesimali, il differenziale della storia, le inclinazioni
omogenee degli uomini” – con l’ammonizione: “La stranezza e comicità della
nuova storia è l’essere simile a un uomo sordo che risponda a domande che
nessuno gli fa”.
Ogni storia è nuova, ma è nota.
Verità - La verità non è
bellezza. La verità può non essere bella, se non in un’estetica della salvezza,
la povertà è difficile che lo sia.
Viaggiare – È genere “occidentale” – raccontare i viaggi? Nell’aldilà come
nei cinque continenti, e nei mari? Un europeo, la cui cultura è la curiosità,
il reale lo appassiona se è vario.
Ma
ora che la geografia è abolita, che faceva le
distanze, e si viaggia in sicurezza a mille all’ora, si parla con chi si vuole
all’istante, ci s’incontra ovunque? E le differenze pure sono abolite, o in
sospetto, si mangiano a Tokyo buoni spaghetti, a Roma il sushi, e le ballerine
di samba sono più belle a Parigi.
Si smaterializza anche la storia. Che però
si può sempre raccontare, sulla scia di Erodoto, o evangelica, o moralista, il
meraviglioso inventato dagli inglesi nel Seicento, quando da pirati si fecero
signori.
Ottima
disposizione dello spirito scovare le vene d’oro, siano pure esili. Potocki e
Robert Byron creano meraviglie sull’orrido. È il disegno della povertà di chi
non l’ha vissuta, un altro genere di felicità. Un libro onesto di viaggio
sarebbe due volte su tre la storia degli Ik di Turnbull, indigeribile. I
viaggiatori s’acquietano in Ulisse, che, nonché baro, è parto
letterario. Della letteratura come teatro, a fine catartico, o al gusto del
vino d’annata, consolatoria. Ma l’“Odissea”
non è credibile, fa perno su una donna che aspetta un uomo, che non è mai
successo.
L’ebreo errante
è, come il cabalista, un bugiardo, anche se ha di che narrare.
zeulig@antiit.eu
Il mondo capovolto dei tombaroli
Un caleidoscopio d’immagini. Di visi (occhi,
nasi, acconciature), di palazzi e catapecchie, di fiori e sterpaglie, di boschi
e deserti, anche di mare, grigio. Di sopra e d sotto la superficie, trattandosi
di scavi di tombatoli, e dei sogni di ricchezza - impersonati dalla stessa Alice
luminosa, la ricettatrice, specialista multilingue di certificati di
autenticità, dentro un ufficio di acciaio, o uno yacht solare.
Il racconto è semplice. Il piccolo mondo
della Tuscia semiabbandonata, con la gentildonna impoverita (una
bellissima Rossellini) che alleva grandi voci, gli immigrati-rifugiati di varia
provenienza, Brasile, forse Francia, forse Inghilterra, con facce da Bosnia, e
i nullafacenti di paese che aspettano l’archeologo inglese. Uno umorale, che va
e viene. Ed è un sensitivo, col dono di beccare il sito giusto delle tombe
sepolte.
Un mondo fermo invece che in evoluzione,
come lo dice il cantastorie che ogni tanto segna la vicenda. Che è come non è. Un
mondo in cui il sopra è anche il sotto, e viceversa. Mentre si muore, all’inizio
e anche alla fine.
Una storia non storia, senza uno svolgimento.
Il racconto sono le immagini. E le musiche
Si sono citate le influenze di Pasolini,
di Fellini naturalmente, e di altri. Di quest’ultimo forse più opportunamente,
contando solo le immagini, i “quadri” in movimento. Con la Tuscia spettinata,
sporchetta, disordinata, cara alle sorelle Rohrwacher, invece della Romagna
florida.
Alice Rohrwacher, La chimera, Sky
Cinema
lunedì 13 maggio 2024
Problemi di base di verità - 805
spock
La verità viene sempre su molte bugie?
È
la verità strumento d’inganno?
È
la teoria propaganda raffinata?
La
verità non è senza conseguenze?
D ire la verità non è fare una scelta?
La verità ribolle, si sa, è insopprimibile?
spock@antiit.eu
Matteotti o della politica
“Giurista, economista, amministratore, uomo pratico” e di ideali, per primo
il pacifismo. “Processato per disfattismo, condannato in ripetute istanze,
trattò da sé la sua causa in modo radicale, senza mai rinnegare il pacifismo”,
fino in Cassazione. L’unico politico che sapesse del mondo, dove aveva
viaggiato, conoscendo l’inglese. Uom non dei congressi, ma di forti
convinzioni. “Il nemico delle sagre”, dei comizi con banchetto. Isolato nel suo
partito perché riformista, ma soprattutto perché fatto di un’altra pasta. “Il
tipo in cui si manifestò il nostro socialismo è più il tribuno che il politico,
e ne venne una classe dirigente di avvocati penalisti, più oratori facondi che
dottori di diritto, accomodanti per vanità e per odio della politica”.
Il ritratto di un politico quale dovrebbe essere: “Matteotti organizzatore:
l’ossessione della semplicità, della chiarezza, della praticità. Esemplificava
nei particolari, proponeva modelli di statuti, di regolamenti, parlando coi
contadini come uno di loro”. Di più: “La sua severità di amministratore era addirittura
paradossale in un socialista: sentivi in tanta rigidezza il padre conservatore”.
Un politico sindacalista, contro “il massimalismo anarchico” e contro “l’opportunismo
dei sindacati riformisti”.
“Il” nemico per eccellenza – Gobetti non lo dice, ma il senso è quello –
dell’ex massimalistai Mussolini. Che lo fa uccidere nel 1924 ma lo perseguitava,
anche con bastonature, dal 1921. Nel 1920, in buona misura a opera di
Matteotti, tutti i 63 comuni del Polesine risultarono amministrati da
socialisti.
Una rivendicazione politica, a caldo subito dopo l’assassinio. Ma anche
un ritratto, come dice il sottotitolo. Molto è della vita di Matteotti. Pacifista,
viene arruolato in guerra malgrado le non buone condizioni fisiche. Soggetto
durate la naja a maltrattamenti, a Mesina dapprima e poi a Campo Inglese. “Matteotti
non fu mai popolare. Tra i compagni era tenuto in sospetto per la ricchezza” (“la
fortuna della famiglia Matteotti era valutata prima della guerra a 800.000 lire
di beni immobili, tutti sparsi nella provincia, in piccoli lotti, comprati d’occasione
d’anno in anno”).
Trascurato per il centenario dell’assassinio, è il ricordo del leader socialista
più immediato e, alla rilettura, duraturo. Scritto da Gobetti a caldo, subito
dopo l’assassinio, con l’ausilio di Aldo Parini, un sindacalista del Polesine
collaboratore di Matteotti, pubblicato a caldo su “La Rivoluzione Liberale” l’1
luglio 1924, e in libro un mese dopo. Riscoperto e riproposto in varie edizioni
subito dopo la guerra, in ambito liberal-socialista – forse per questo rimasto
fuori dalle celebrazioni, monopolizzate da ex Pci.
Una riedizione vecchia, già di trenta anni, e nuova. Larga parte è dovuta al curatore, lo storico Marco
Scavino. Con una nota al testo, e una corposissima appendice, comprendente le
bio di Matteotti e Gobetti, e la cronaca dettagliata di come Gobetti “coprì” l’assassinio
di Matteotti per tutto il 1924. La cronaca è anche delle prese di posizione politiche
di Gobetti e altri oppositori, e cioè di una serie di errori politici, tutti
più o meno noti: l’opposizione liberale all’ipotesi Giolitti, don Sturzo “convinto”
dal Vaticano a emigrare a Londra, dal papa Pio XI che pure temeva Mussolini, l’“Aventino”.
Piero Gobetti, Per Matteotti, il Melangolo, pp. 109, pp. vv.
domenica 12 maggio 2024
Ombre - 719
Prime pagine da fine del
mondo: “Tajani scarica Giorgetti”, “la Repubblica”. Nientedimeno, è crollato il
governo? “Superbonus, lite nel governo”,
“Corriere della sera”. Si tratta della rateizzazione del superbonus, la “scarpa
di Lauro” dei governi Conte che tanto ci è costato e ci costa. I costruttori
invece, quelli della rateizzazione, ci ragionano: “Avviamo insieme il lavoro
di riordino dei bonus”, propone la loro presidente Brancaccio - che giusto “Il
Sole 24 Ore” ha avuto l’idea di sentire.
Senza osare dirlo (la “sinistra”
è cattiva, specie nei media, che domina), il massmediologo Grasso denuncia sul “Corriere
della sera” “l’ironia, specie se facile, attorno al «circo Meloni»: “Tutti a
ridere del «circo Meloni», senza però alzare le tende”. Come già con Berlusconi
– tanto più che “la lezione di Silvio Berlusconi” trova “non più applicata alla
tv generalista ma estesa anche al web”. Sì, al punto che veniva da chiedersi, nei
trent’anni di Berlusconi, non pochi, se la “sinistra” mediatica, non essendo
stupida, non fosse amica del giaguaro.
Quei “fascistoidi tamarri
da curva sud” ha felicemente Mephisto, il “diavolicchio” del “Sole 24 Ore Domenica”.
Ma non sono quelli che si penserebbero, sono quelli che si riempiono la bocca
del “radicalchicchismo”, inchiodati “all’ego del peggior scalfarismo”. Troppi
delusi a “sinistra”.
“Nel Paese 10,4 milioni
di madri: un giacimento di competenze ignorate”. Fa uno speciale il giornale della
Confindustria per la festa della Mamma e trova una miniera a cielo aperto: “Il
paradosso italiano: donne più istruite degli uomini, ma tenute ai margini del mercato
del lavoro e confinate nelle attività di cura non retribuite. Uno spreco degli
investimenti in formazione”. Lo spreco fa sorridere (bisognerebbe tenere le
donne in cattività?), ma è comunque vero.
Bisogna scandalizzarsi,
ma per che cosa? Tanto si sa come andrà a finire: tra dieci anni Toti&Co. saranno
assolti, i sostituti Procuratore saranno diventati Procuratori capo, i maggiori
della Finanza colonnelli, la giudice Faggioni presidente di Tribunale. Bisogna
credere. Che la giustizia è per loro, per gli inquisitori.
Come ci difende da un'accusa di 90 mila pagine?
Novantamila. Filtrata giorno per giorno per una o due ipotesi di reato, con una
o due intercettazioni a sostegno? Anche solo novemila pagine. Proust ne ha
scritte la metà, più invoglianti, ma vuole tempo.
Quante pagine avrà letto la giudice Faggioni delle 90
mila, per disporre gli arresti? C’era la flagranza? Il pericolo di fuga? Di
manomissione delle prove? Quali prove? La grande riforma della giustizia
sarebbe non averci a che fare.
Sei “legni”, tra montanti
e traverse, e zero goal per il Psg nella semifinale col Borussia-Dortmund, che invece ha tirato due volte in porta e ha fatto
due goal, andando in finale. Di che dare ragione all’aborrito allenatore della
Juventus, che il calcio è crudele.8
Anche la Roma col Bayer,
trafitta al quasi ultimo minuto dal suo miglior giocatore, Mancini, e miglior
fico della Nazionale di Spalletti, che da tanti goal aveva salvato la sua
porta.
C’era molto da dire sul
dopopartita Psg-Borussia – l’addio di ‘Mbappé senza il trofeo, l’addio dell’arbitro
Orsato, eccetera. E invece è stato il dopopartita degli avvocaticchi, se Orsato
doveva o no dare un rigore al Psg – che non avrebbe cambiato il risultato. Una
cosa asfissiante. Solo Mauro dice una parola di buonsenso, da atleta – sul ralenti,
il taglio immagine, l’illuminazione,
etc, mentre in campo si corre. Ma non basta a non cambiare rete. Sarà stato uno
sciopero bianco della redazione sportiva a Mediaset: come far perdere l’azienda
per un evento così costoso.
Dei dodici europarlamentari
5 Stelle che ora concorrono con partiti avversi, dieci sono donne. È un caso di
genere? 5 Stelle era un partito femminile e ora non lo è più? O ora non
promette più un’elezione sicura?
Gabanelli e Ravizza fanno
il conto sul “Corriere della sera” dei tanti candidati-civetta alle Europee che
poi non vanno a Strasburgo: “Dal ’94 sapevano già di rifiutare il seggio 24
leader di partito (la “Seconda Repubblica” partiva con 24 “leader di partito”?
– n.d.r). Oppure: “Nel 2019 prende 92 mila voti, ma cede e Fiocchi con
9.300. E si sono dimessi in anticipo in
66. Un trucco solo italiano”. Cosa non si fa per beneficenza – uno stipendio
europeo per gli incapienti.
Capita di leggere il tascabile
Pasolini sul calcio (“Il mio calcio”) mentre “La Domenica Sportiva” sbeffeggia
la Juventus, dopo Roma-Juventus: Panatta (Panatta?), Adani, Rimedio. E non sono
romanisti, non che si sappia, e sembra che non abbiano nemmeno visto la partita
- che è stata una bella partita, tecnica, agonistica. Povertà del giornalismo? della
Rai?
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Bruno, Vico e la complessità
“Bruno sa che all’uomo è concesso soltanto di afferrare e di vivere «l’ombra
delle idee», e Vico conclude la sua opera, alla vigilia dell’Illuminismo, con l’esito
per lui già visibile della «barbarie della riflessione» che stava invadendo il
mondo” – “quel razionalismo calcolante e matematizzante, privo di interna
storicità, da cui, secondo il Cartesio letto da Vico, era nata finalmente la ragione
moderna”. Tenendo conto che “l’epoca di Bruno anticipava di poco quella di
Galilei, dell’immagine dell’universo scritta in caratteri matematici, un nuovo
modo di conoscere la natura”. Il Moderno si apre su più vie. Un passo in più,
in avanti e non indietro, e questa “filosofia meridionale” si apre – apre la
via, comunque si collega – alla riflessione sull’essere che da quasi un secolo ormai
tormenta il pensiero.
Tirando le fila, a 93 anni, di
una lunga pratica riflessiva, Biagio de Giovanni parte da una constatazione:
la filosofia è meridionale – la riflessione intitola “Giordano Bruno
Giambattista Vico e la filosofia meridionale”, ma la congiunzione è di fatto
una copula: il titolo è un’affermazione, la filosofia è meridionale. In antico
e nella modernità. “La filosofia occidentale nasce … in Magna
Grecia, e si diffonde ad Atene”. Modernamente, “per citare i sommi, Telesio,
Campanella e Bruno sono disseminati tra Calabria e Campania. E poi viene il
Vico napoletano”. E ancora, parlando dell’Italia unita, “i primi «hegeliani»
d’Italia e d’Europa sono i napoletani, Bertrando Spaventa su tutti, che era di
Bomba, in Abruzzo, ma napoletano nella sua vita filosofica. E infine i
grandissimi del Novecento: Croce e Gentile”. Certo, dice, al Nord non mancano i
filosofi, “da Marsilio Ficino ad Antonio Rosmini”. Ma, se si parla di “filosofi
che hanno contribuito a cambiare la storia e la logica del pensiero umano, il
Mezzogiorno resta un confine abbastanza solido e sicuramente carico di nomi”.
Con qualche problema: “La maggioranza dei filosofi citati, i massimi,
manifestavano tutti qualche diffidenza critica verso l’irrompere della
rivoluzione scientifica, quella iniziata da Galilei”. Compreso Campanella, che
pure, benché in carcere, lo difese, facendo pubblicare una “Apologia di
Galileo”. Fino alla “violenza polemica di Federico Enriques contro Croce che
invitava gli scienziati a calcolare, non a pensare”. O quella anti-cartesiana
di Vico, altrettanto violenta, contro “una razionalizzazione che disprezzava la
storia”, contro il cogito-ergo-sum, “una ragione che dubitava
del mondo, ma non di sé”. Vuole però salvare la metafisica, contro “l’equazione
filosofia-metafisica-arretratezza”: la metafisica è “un tratto decisivo per
fondare l’Europa quale continente della libertà”. Senza contare, “e non è cosa
da poco, che nel Mezzogiorno d’Italia si afferma la statualità, e in Europa non
c’è filosofia che conti senza Stato”.
Da Bruno a Vico è il tema, ma in realtà de Giovanni
si spinge fino a Gentile: “Gentile iniziò la sua battaglia filosofica contro il
positivismo, già in declino, ma ancora presente, una cultura che egli definì «maledetta
», in cui la scienza sembrava voler creare l’unico cammino possibile della ragione
e perfino della storia”. Una battaglia non di retroguardia se l’ultima
frontiera della scienza, il Nobel della Fisica a Giorgio Parisi, è la “complessità”:
l’accettazione in termine scientifico del busillis filosofico definito-indefinito.
Biagio de Giovanni, Giordano Bruno
Giambattista Vico e la filosofia meridionale,
Edizioni Scientifiche, pp.143 € 12
sabato 11 maggio 2024
Il mondo com'è (475)
astolfo
Vjaceslav Ivanovic Ivanov – “L’ultimo dei simbolisti russi”, N. Berberova,
“Quaderno nero”, p. 68, storico, filosofo, poeta, drammaturgo e critico
letterario, ha vissuto in Italia metà buona della sua vita, 1866-1949, dapprima
per lunghi periodi, due-tre anni, poi, dopo la rivoluzione leninista,
stabilmente. Sarà sepolto a Roma, nel cimitero acattolico a Testaccio, anche se
lavorò molto in Vaticano, protetto dal papa Pio XI. Beneficiario di una scheda
Treccani entusiasta: “Profondo conoscitore del mondo classico (Dionis i pradionistvo, “Dioniso
e i culti predionisiaci”, 1922) e moderno, spirito eminentemente religioso,
dialettico acuto, cercò di conciliare, in un umanesimo cristiano, ricco di
ampie vedute originali, l’Oriente slavo-bizantino con l’Occidente
germanico-latino…. Viaggiò molto; visse a Pietroburgo, dove, tra il 1905 e la
rivoluzione, la sua casa divenne uno dei più vivaci centri di rinnovamento
spirituale e culturale; a Baku, ove insegnò (1920-24) filosofia classica all’università,
e in Italia, a Pavia, poi a Roma; l’Italia divenne, dopo che si fu convertito
al cattolicesimo ed ebbe ottenuto la cittadinanza italiana, la sua patria di
adozione. Le sue poesie …. fanno di lui uno dei principali esponenti del
simbolismo russo, e al tempo stesso si distinguono, nella letteratura russa,
soprattutto per il loro carattere essenzialmente classico; espressione di una
cultura raffinata, intimamente vissuta, esse raggiungono, nella loro
sostenutezza ieratica ed ermetica, una rara perfezione”.
Un poeta cerniera nel simbolismo russo, tra il culto
dell’individualismo, del suo maestro Fiodor Sologub, il solo pensatore di
qualche rilievo filosofico in Russia, e la cosiddetta “età d’argento della letteratura
russa”, con i coetanei Brjusov, Blok e Belyi. Classicista, appassionato di
storia antica, ma anche uno dei primi fan di Nietzsche. Mediatore in
russo della Grecia classica, con traduzioni da Alceo, Bacchilide, Eschilo,
Pindaro, Saffo, autore di tragedie al modo greco, con coro, studioso, sule orme
di Nietzsche, di Dioniso e del mito. Di formazione germanica prima che
italiana.
Studiò storia e filosofia a Mosca, dove era nato, per poi
continuare in Germania, a vent’anni, nel 1886, per quattro anni, specializzandosi
in stria antica con Mommsen e Otto Hirschfeld – l’epigrafista (in collaborazione
con Mommsen), specialista di amministrazione dell’impero romano. Ivanov
produsse una ricerca sul sistema fiscale romano, redatta in latino, che un a
ventina dì’anni dopo, nel 19190, sarà anche pubblicata; “De societatibuis
vectigalium publicorum populi romani”. Ma soprattutto vi maturò una passione
per Roma, per la città. Una passione che nelle memorie (“…) attribuisce all’insistenza
dello storico pietroburghese Ivan Michailovich Grevs, progressista (fautore
dell’istruzione aperta alle donne), uno dei fondatori della Scuola russa di
Medievalismo, che la struttura sociale dell’Europa medievale, compresa l’Europa
orientale, riportava all’influenza dell’impero romano. Grevs, scrive in una “Lettera
autobiografica”, nel 1917, “mi ordinò
imperiosamente di recarmi a Roma, per la quale non mi sentivo abbastanza
preparato; gli sono ancora oggi grato….. Sono state incomparabili le
impressioni che ho ricevuto da questo viaggio primaverile in Italia attraverso
la valle del Rodano, Arles, Nimes e Orange con le loro antiche rovine,
attraverso Marsiglia, Mentone e Genova”. Fu a Roma, Napoli, in Sicilia, e poi
di nuovo a Roma, per tre anni: “Siamo rimasti a lungo a Roma vivendo con un’umile
famiglia italiana, cosicché dopo tre anni di questa vita ci sentivamo in un
certo senso romani. Frequentavo l’Istituto Archeologico tedesco, partecipavo
insieme agli allievi (i ‘ragazzi capitolini’) alle passeggiate archeologiche,
pensavo solo alla filologia e all’archeologia mentre lentamente rielaboravo,
approfondivo e ampliavo la mia tesi, anche se per lungo tempo ero rimasto senza
forze a causa della malaria”.
Il plurale
si riferisce all’incontro a Roma con quella che sarà la sua seconda moglie, Lidija
Dimitrevna Zinov'eva-Annibal, al Colosseo (“La nostra prima ebrezza, ebrezza
rea di libertà, / benedisse / spettrale il Colosseo”). Seguito da un viaggio ad
Assisi che lei dirà (scrivendone a Grevs) di “rinascita”: “Siamo tornati da
quel nostro viaggio fortemente rinnovati e abbiamo iniziato in maniera
infinitamente più profonda a capire l’arte, cioè il gradino più elevato
dell'esistenza umana. (...) Qui in Italia ci siamo sentiti più che mai nella
nostra patria spirituale”. A Roma la coppia finirà per stabilirsi. Dei 43 anni
vissuti complessivamente all’estero, trenta Ivanov li ha trascorsi in Italia. È
a Firenze e Roma nei mesi da agosto a ottobre del 1910. Torna a Roma per un
anno, dall’ottobre del 1912, che dedica alla traduzione di Eschilo. Nel 1920
decide di lasciare Mosca, dove si era trasferito al ritorno da Roma, per l’Italia.
Un viaggio che motiva con la creazione di un Istituto di letteratura e arte
russa. Ma non ottiene il permesso. Si trasferisce allora a Bakù, professore di
umanistica nell’università locale – un corso lo dedica a “Dante e Petrarca”.
Quattro anni dopo ottiene il permesso di espatrio, proprio per la creazione a
Roma di un’Accademia Russa – un “Istituto russo di archeologia, storia e
critica d’arte”. Un progetto voluto dal commissario all’Istruzione Lunačarskij e dal direttore dell’Accademia Russa, Kogan, che però
non decolla.
Ivanov resta
comunque a Roma, a sue spese, coinvolto in varie attività dalle sue nuove
amicizie, Poggioli, Tatjana Tolstaja, Ol’ga Resnevič Signorelli. Grazie al rapporto
con Ettore Lo Gatto partecipa a vari progetti, letterari, teatrali ed editoriali
– in particolare collabora per più schede con l’Enciclopedia Treccani.
Per un lungo
periodo, dal 1926 al 1934, risiede a Pavia, lettore di lingue al Collegio Borromeo,
poi docente di Letteratura Russa all’università
statale. Bene accolto da Pietro Treves, Stefano Jacini, Antonio Casati, Tommaso
Gallarati-Scotti. Onorato dalle visite, nella sua funzione al Borromeo, di Martin
Buber, tra i tanti, e nel 1934 di Croce. Un incontro, quest’ultimo che Gallarati
Scotti ricorderà trent’anni dopo, in “Incontri e memorie”, come “dialogo
drammatico, doloroso e a momenti - anche se contenuto dalla correttezza –
violento” (senza specificarne il motivo). L’anno prima, un intero fascicolo del
“Convegno”, la rivista milanese fondata nel 1920 dal russista Ferrieri, il n.
10-12, è dedicato a Ivanov. Per iniziativa del germanista Alessandro Pellegrini.
Con una scelta di poesie, saggi, lettere. E con contributi critici di Gabriel
Marcel e E.R.Curtius tra gli altri. Il saggio di Pellegrini è sulla “Corrispondenza
da un angolo all’altro”, tra Ivanov e Geršenzon, pubblicata l’anno prima nella
traduzione di Ol’ga Signorelli.
A fine 1934
Ivanov lascia Pavia per Roma. Dal 1936 insegna slavo ecclesiastico al collegio
vaticano Russicum – un incarico trasformato in un posto da professore a inizio del
1938 da Pio XI. Al Russicum e al Pontificio Istituto Orientale tiene brevi
corsi di letteratura russa - nell'anno accademico 1939-1940 fa un corso su
Dostoevskij. Lavora anche a un'edizione commentata delle Sacre Scritture in
lingua russa, per la quale prepara gi “Atti degli Apostoli”, le “Lettere degli
Apostoli”, l’“Apocalisse” e il “Salterio”. Collabora contemporaneamente anche
alla traduzione in italiano di alcune sue opere, tra esse in particolare la
melopea “L’Uomo”, riscritta rispetto all’originale russo.
L'ultima sua opera poetica è il
“Diario romano 1944” (114 componimenti, il primo datato 1 gennaio, l’ultimo 31
dicembre). Una sorta di cronaca dell’occupazione tedesca, dei bombardamenti, e
della liberazione, argomentata filosoficamente, col senso della storia e la ricerca
della verità. Una raccolta di “Sonetti romani” aveva anticipato il “Diario”.
Lavoro obbligatorio – Fu a lungo un beneficio per i poveri, una sorta di reddto di cittadinanza legato però a una attività, che la comunità proponeva e gestiva. Proposto e attuato da un riformatore, Sir
Edward Chadwick, per i lavoratori disoccupati, pena la perdita dei sussidi, nel 1834. Lo stesso riformatore spiegava nel 1842, con misurazioni millimetriche,
di quanto le abitazioni più igieniche avrebbero elevato la longevità a la
produttività dei lavoratori.
Utilitarista, amico di John Stuart Mill e
assistente letterario di Bentham, di cui poi sarà il legatario principale, Chadwick fu l’animatore
del dibattito sulla riforma delle Poor Laws e l’architetto del Poor Laws
Amendment Act, la nuova legge, del 1834. Le municipalità erano costituite in Poor Law Union, una sorta di società di gestione degli aiuti ai poveri.
Un’istituzione che durerà un secolo, fino al 1930, e consisterà principalmente
nella gestione di una workhouse per i poveri, un laboratorio-opificio per
mantenere in attività i poveri, disoccupati. L’obiettivo era levare i poveri dalla
strada, passando dall’“aiuto esterno”, dalla carità, all’“aiuto interno”, un
sussidio sotto forma di retribuzione.
Di questa riforma fu presto vittima l’Irlanda. Colpita dieci
anni dopo dalla peronospera, che distrusse le coltivazioni di patate,
l’alimento principale e la principale fonte di reddito. In quella che sarà
chiamata la Grande Carestia, che dal 1845 al 1849 fece un milione di moti, si
stima – e portò all’emigrazione un altro milione. In base al “sistema” del 1834
non fu possibile un aiuto diretto alle popolazioni colpite, solo l’internamento
nelle workhouse, dove non c’era lavoro e quindi reddito.
Libia – Fu Tripolitania e Cirenaica fino al 1934.
Assunse il nome di Libia durante il governatorato di Italo Balbo, su impulso di
Mussolini nel quadro del revival della romanità, dell’impero. Ma sempre
decentrata: Balbo nel 1937, per tentare di ridurre le ostilità tra Cirenaica e
Tripolitania, e insieme venire incontro alla tribalizzazione del paese, articolò
la Libia in quattro province e un territorio sahariano. Quest’ultimo,
denominato Territorio Militare del Sud, ebbe centro a Hun, nel Nord del Fezzan
(di cui Gheddafi ha fatto una città-giardino), le province furono chiamate di
Tripoli, Bengasi, Derna e Misurata.
Il controllo
del tribalismo fu l’attività maggiore del lungo dominio di Gheddafi, 1969-2011.
Particolarmente forte fu la repressione nell’ultimo decennio del Novecento, del
fondamentalismo islamico, acutizzato dal successo del khomeinismo in Iran, che
altrove nel Maghreb, specie in Algeria, fece centinaia di migliaia di morti, in
sanguinosissime guerre.
Resa
incondizionata – La
formula che regola i confitti da un secolo in qua è americana, annota Gertrude
Stein nel suo diario di guerra, “Guerre che ho visto”, p. 126. Lo annota
all’indomani della conferenza di Casablanca, gennaio 1943, tra Churchill e
F.D.Roosevelt, nel corso della quale il presidente americano introdusse la
nozione nel diritto internazionale proclamando appunto che la “resa
incondizionata” sarebbe stata imposta a Germania, Italia, e Giappone. G. Stein
si meraviglia della mancata reazione in Europa, e ricorda che la formula fu del
generale Ulysses Simpson Grant nella guerra civile americana, che per questo fu
prolungata: “Resa incondizionata che cosa strana… Resa incondizionata. Gli
europei sono affascinati dall’idea della resa incondizionata. Nessuno in Europa
ne aveva mai sentito parlare”. E ripete: “Gli europei sono affascinati
dall’idea della resa incondizionata. Nessuno in Europa ne aveva mai sentito
parlare”. E si dà questa ragione: “La vita in Europa è condizionata”, quindi la
parola “incondizionata (è) come una cosa nuova come il jazz o l’automobile
quando erano una novità o la radio, è qualcosa di nuovo e gli europei amano
qualcosa di nuovo. A me piace parlarne con loro, dirgli del generale Grant con
le sue iniziali U.S .Grant e che veniva chiamato United States Grant e
Unconditional Surrender Grant”.
leuzzi@antiit.eu
L’amore nel lager – tedeschi non esclusi
Una storia d’amore tra i lager di Auschwitz, tra due internati
slovacchi. Da un romanzo di successo, autrice Heather Morris, che si sarebbe basata
su una storia vera – nel film la racconta lui, sopravvissuto.
Lui è un internato che fa il tatuatore, quello che incide il numero di matricola
al polso dei compagni di sventura. Lo fa anche con le internate, e questo favorisce
l’incontro. Mediato dalla guardia tedesca, un giovane violento ma nevrotico, cioè
imprevedibile.
L’Olocausto, come
l’hitlerismo, non finisce di fornire materia a film di genere horror che siano
anche compassionevoli. Passando dai personaggi e gli eventi storici (Schindler,
Höss) a quelli di contorno: il tatuatore, il pianista, l’interprete (a quando i
kapò, i Sondernkommando del Crematorio, gli infermieri….?). A
rischio banalizzazione. La miscela è di richiamo, le platee dei due generi messe
assieme fanno larga parte del pubblico, ma non si parlerà dell’Olocausto come
del West, un fatto vicino che è un mito remoto? Questa si salva con la figura nuova del tedesco, anche lui giovane, crudele ma controverso, che media l’incontro fra gli internati. La storia è in realtà del rapporto ambiguo tra i due, guardia e tatuatore: omoerotico, da parte
del tedesco? di colpevolizzazione inconscia?
Tali Shalom-Ezer, Il tatuatore di Auschwitz, Sky Atlantic
venerdì 10 maggio 2024
Letture - 550
letterautore
Austria – Il Nemico fu
eretto arbitro. Di calcio, nel 1956. Lo ricorda Gabriele Romagnoli, nella presentazione
degli scritti calcistici di Pasolini (Il mio calcio”): “Nel girone di ritorno,
a garanzia d’imparzialità, le gare furono affidate a arbitri austriaci”.
Cina – Fu “scoperta”
da Montaigne, e poi da Voltaire, come una sorta di paradiso terrestre. Montaigne
ha “la superiorità morale dei cinesi” – ma nel quadro della sua apologia del “buon
selvaggio”. Da Voltaire nel “Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni”,
1756 - ma già nel “Secolo di Luigi XIV”,1738-1751 – come luogo di tutte le virtù,
le buone leggi, il buon governo, e anche la buona letteratura.
Cina-Europa - “Cina pacifica e
saggia – Europa guerriera e folle, sarà il gran motivo svolto a piena orchestra
dall’Illuminismo settecentesco” – Federico Chabod, “Storia dell’idea di E
uropa”,80-81. Ma il tema era già svolto da Montaigne, e prima ancora (Chabod
omette i gesuiti) da Botero, Francesco Carletti, Ludovico Guicciardini.
Don Ferrante - Un grande
giornalista dice Gadda l’aristotelico di Manzoni, del romanzo, nel saggio “Apologia
manzoniana”, una riflessione, una delle sue prime, non pubblicata, del 1924: “È
una persona colta. Guida l’opinione. Se vivesse molte redazioni di quotidiani
se lo contenderebbero”.
Germania – Le minoranze
sparse in mezza Europa, causa (una delle cause) della seconda guerra mondiale,
danno al tedesco una sorta di primato letterario diffuso tra le nazioni – Alessandra
Iadicicco su “La Lettura”, 5 maggio: “Sotto un profilo strettamente letterario
è interessante ricordare che tra i 14 premi Nobel per la letteratura di lingua
tedesca, dal primo, il tedesco Theodor Mommsen all’ultimo, l’austriaco Peter
Handke, che da oltre trent’anni vive in Francia, ci sono due svizzeri, Carl Spitteler
e Hermann Hesse (tedesco di nascita naturalizzato elvetico), un bulgaro, Elias
Canetti, e una rumena, Hertha Müller”. Senza dimenticare “due tra gli autori
più grandi dell’Europa e del mondo”, Rilke e Kafka, della “comunità minoritaria
di lingua tedesca – parlante un tedesco purissimo, cristallino, musicale,
intatto da influssi dialettali – dell’allora Cecoslovacchia”.
Gramsci – È sardo,
perché sarcastico. Tale lo dice Emilio Lussu in “L’avvenire della Sardegna”,
1951- “espressione” invece “estranea alla Deledda”. Per “quella nostra
ironia che appare disarmata ma che ferisce, e che fa del sarcasmo la nostra
naturale impronta”. La cattiveria del servo (captivus), continua Lussu, “non
differente neppure oggi da quella che Cicerone vedeva negli schiavi sardi venduti
sul mercato di Roma”.
Italia – Manca di
filosofia, scriveva Leopardi a Igino Giordani il 13 luglio 1821: “Chiunque
vorrà far bene all’Italia, prima di tutto dovrà mostrarle una lingua
filosofica, senza la quale io credo ch’ella non avrà mai letteratura moderna
sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non sarà mai più
nazione.” – l’Italia necessita, concludeva, di “filosofi inventivi, e
accomodati al tempo”.
“Paese dalle mille città”, Federico Chabod, “Storia dell’idea di Europa”,
74, “ognuna ricca di una sua tradizione culturale e politica”.
Italia-Germania – Non ci
sono solo la storia, da Arminio all’Unione Europea, e l’economia (il
quadrilatero Lombardo-Veneto\Baviera-Baden) a unire Italia e Germania, c’è anche la lingua, “dei bavari e degli
alemanni penetrati attraverso le Alpi in Veneto, Trentino, Valle d’Aosta,
Friuli Venezia Giulia: la lingua cimbra, l’idioma walser, la lingua móchena e di Sappada, il saurano, la
lingua della Val Canale o del Timau, tutte di origine medievale” - Alessandra
Iadicicco, “La riscossa del tedesco” (“La Lettura” 5 maggio). In aggiunta all’Alto
Adige-Sud Tirolo, dove è lingua nazionale.
Lutero – “Lutero vive
come un idolo di santo cattolico nell’anima dei riformati” – C.E .Gadda nella “Apologia
manzoniana” del 1924, da poco dismesso dal campo di Celle in Germania,
prigioniero di guerra.
Manzoni – “Scrittore
degli scrittori” lo nomina Gadda, manzoniano fervente, nella “Apologia manzoniana”,
1924.
Oriente – È “superiore”,
di gran lunga, nel Settecento francese, e soprattutto in Voltaire, un secolo e
mezzo dopo la sua “scoperta” – la sua formulazione – da parte di Guillaume
Postel e dei gesuiti. In termini ammiratissimi, che contraddicono. “I cinesi
sono superiori a tutte le altre nazioni dell’universo” è Voltaire nel prospetto
di “Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni” (1756). Per un lungo elenco di primati: religione,
giustizia, moralità, saggezza del governo – un governo dei dotti, dei “mandarini”.
Voltaire scriveva in polemica (non dichiarata) con Montesquieu, che invece, sia
nelle “Letere persiane” sia nello “Spirito delle leggi”, faceva dell’Europa la patria
della libertà e del progresso, e dell’Asia un mondo immobile e dispotico, la
Cina più che l’India. Ma l’opinione prevalente era in Francia, e anche in
Italia, con Voltaire, spiega Chabod nella “Storia dell’idea di Europa”.
Roma – Wladimir
d’Ormesson, per un breve periodo nel 1940 ambasciatore francese alla Santa Sede, cita a proposito dell’entrata
in guerra dell’Italia, contro la Francia, il cardinale de Retz, potente del
Seicento, che ammoniva: “Vi sono molte persone a Roma che amano uccidere chi è
già a terra. Non cadete”.
Vendetta – Quella sarda
Emilio Lussu (“L’avvenire della Sardegna”) vuole speciale (“noi siamo tutti piuttosto cattivi, a
freddo, senza trasporti sentimentali”): “Essa non esplode immediata e pubblica,
come in Corsica, incontenibile risposta all’offesa. La vendetta sarda è covata
lungamente, silenziosa e clandestina, per anni, spesso per tutta la vita; e
colpisce calcolatamente, solo nel giorno più propizio, sì che alla strage del
nemico corrisponda l’incolumità propria e, possibilmente, l’ergastolo per
il nemico numero due, verso cui devono convergere tutti gli elementi di
accusa. Vendetta, come ognuno vede, impeccabilmente razionale”.
letterautore@antiit.eu
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