sabato 29 marzo 2025
Il banco vince sempre, o no
Il contabile della
ditta risolve a Londra un problema al Grande Capo, che lo omaggia di una luna
di miele pagata al Grand Hotel di Montecarlo. Dove gli dà appuntamento ma non si fa
vedere. Le cose si mettono dunque male, ma no problem. L’albergo gli
anticipa graziosamente milioni, poiché è ospite del magnate. E a Montecarlo c’è
il casinò. Dove il ragioniere matematico rischia di diventare non solo milionario,
ma addirittura padrone della ditta.
Non un giallo, non ci sono morti, ma molte
curiosità e ribaltamenti, dentro l’ordinario, sul solco del giallo all’inglese,
benché - o per questo - totalmente irrealistico. A margine, una parodia feroce del
modo di (non) essere della finanza - allora come oggi: tecnicamente
irreprensibile.
Un “divertimento” dello scrittore “cattolico”,
senza politica e senza il “fattore umano”, scritto nel 1955 e subito tradotto, ma
poi derelitto, e ora quasi introvabile. Che invece meriterebbe.
Graham Greene, Vince chi perde
venerdì 28 marzo 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (588)
Giuseppe Leuzzi
Buio in sala, pagato dal Sud
“U.S.Palmese”,
l’ultimo film dei Manetti Bros, ha tutto per essere recepito come un film di culto. Il calcio di oggi, tutto
social e influencer, contro la passione antica, il club del cuore
(l’identificazione), la partita come sfida e come sogno, i derby o le
passioni paesane, di quartiere, di ceto, politiche, contradaiole. E la raccolta
dei fondi, poveri e ricchi uniti nella lotta. Se non fosse ambientato in Calabria.
Ma, per dire, a Cervignano del Friuli. O a San Miniato (ex) al Tedesco.
La nomea della Calabria è di ostacolo anche alle piccole
cose - in questo caso al successo commerciale del film. Oltre che
all’autostima.
La Calabria Film Commission, che ha finanziato questo (interamente girato a Palmi, con qualche posa a Milano) come tutti i film che mostrano un qualche riferimento alla Calabria, è un caso macroscopico di autolesionismo, trattandosi di capitali, per quanto irrisori, investiti nelle ‘ndranghete. Altrove c’è più cautela. Soprattutto
in Puglia, che è riuscita a ribaltare in pochi anni la sua immagine, ora prospera
e grassa, e sorridente. Ma anche in Sicilia, e naturalmente a Napoli.
Il Gattopardo della
Grande Madre Mediterranea
Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
poi autore del “Gattopardo”, Caterina Cardona, che ne editava a mezzo secolo fa
la corrispondenza con la moglie (“Un matrimonio epistolare”), vuole a metà trattazione
(p.95), dovendo incidentalmente menzionare la madre, figlio della della Grande
Madre, “colei che comprende tutto, perdona tutto, sopporta tutto”. Ma di fatto fagocitando
i figli, una Medea, seppure figurativa.
Figlio della “Grande Madre
Mediterranea” in senso proprio, precisa la stessa Cardona subito dopo, la
figura creata da Ernst Bernhard, il non dimenticato analista junghiano. “Riconoscibile
nei miti di Demetra e Persefone, primitiva e inconscia, che quanto più vizia i
suoi figli «tanto più li rende dipendenti da sé»”. Li rende dipendenti da sé
viziandoli.
Tomasi di Lampedusa, il futuro
autore del “Gattopardo”, giovane trentaseienne, scrive da Palermo alla sua
amata futura moglie a Stomersee in Lettonia che si alza “alle nove e dieci”. Fa
la colazione che il servo gli porta. E non fa più nulla tutto il giorno. Per
tre volte al circolo, mattina, pomeriggio, dopocena, qui con i cugini, “e
all’una rientro”, all’una di notte. Completa la routine quotidiana la
passeggiata con la madre: “Alle sei esco con mia Madre, a piedi. Percorriamo
via Ingham, il Politeama, via Libertà e andiamo a prendere un cremolato di
fragole e crema (molto buono). Dopo di che alle sette e un quarto deposito mia
Madre da sua sorella, cioè proprio di fronte alala gelateria, e vado al Circolo
dove mi applico a scandalizzare le anime timorate…”.
Anche in guerra, “tra il ’40 e
il ‘43”, spiega Cardona, “Giuseppe scrive a sua moglie quasi tutti i giorni. Non ha niente da dire”, non potendo più parlare della madre, in rotta con la
moglie, “di altro non si cura, la guerra, i bombardamenti, l’invasione, e
denuncia la fatica del cercare qualcosa da raccontarle”. Prima del “Gattopardo”,
un Buonannulla.
L’inerzia personale poi diventerà
capo d’accusa nel romanzo. Quando don Fabrizio dice: “Il peccato che non
perdoniamo è quello di fare”. Ma lo dice della Sicilia.
La liberazione
della Sicilia
Raleigh Trevelyan, “Principi
sotto il vulcano”, il “romanzo” delle famiglie inglesi di Sicilia, Ingham e
Whitaker, ha una pagina, 383, sulla liberazione della Sicilia nel 1943:
“L’11 giugno 1943, Pantelleria
fu occupata dagli alleati, la cui unica perdita consistette in «un soldato
morsicato da un mulo». Subito dopo, ci fu la conquista di un’altra isola,
Lampedusa. Arresasi a un aviatore britannico atterratovi per errore, essendo
rimasto senza benzina. L’inizio dell’invasione della Sicilia, la cosiddetta
‘Operazione Husky’, ebbe luogo il 19 luglio, e fu preceduta da violenti bombardamenti
su tutte le maggiori città dell’isola. Gli sbarchi avvennero a Licata e a Gela.
Quattro dei cinque traghetti usati dai tedeschi nello stretto di Messina furono
affondati, e della cattedrale di quella città rimasero soltanto le mura
esterne. Gravemente danneggiata fu anche la biblioteca universitaria, ma per
fortuna la preziosa collezione di manoscritti greci era stata trasferita a
Bronte. Anche Catania venne duramente colpita. Il museo di Marsala, che
ospitava molti dei reperti di Mozia, e il baglio Woodhouse furono completamente
distrutti, e andarono perduti tutti gli archivi dei Woodhouse, degli Ingham,
dei Whitaker e dei Florio. Il Ginnasio Romano di Siracusa fu anch’esso gravemente
danneggiato sia dalle bombe che dai vandali, ma la sorte peggiore toccò a
Palermo: vaste zone della città furono rase al suolo, e oltre sessanta chiese,
in gran parte barocche, furono distrutte o gravemente danneggiate.
“Come ebbe a dire lo stesso
generale Patton, per una profondità di due isolati a partire dal fronte del porto,
praticamente ogni casa fu ridotta a un mucchio di macerie”.
Le due Sicilie
sono tre
C’è fra le “due scritture” siciliane
della Sicilia - di cui alla precedente rubrica - una terza posizione, di amore e
ammirazione incondizionati, per la natura. Esemplificata da Tomasi di Lampedusa, nel “Gattopardo”
e poi ancora ne “I luoghi della mia prima infanzia”. In Tomasi la sicilitudine
è “l’amore abbagliato, commosso per il paesaggio ed il clima siciliano” che il
suo allievo Francesco Orlando molti anni dopo (“Ricordo di Lampedusa”) scopre
con stupore nel suo sempre pudico, diminutivo, maestro.
Nei “Luoghi”, oltre che nella
corrispondenza con la moglie sempre lontana, questa speciale sicilitudine
emerge costante. Rivendicata subito, fin dall’infanzia, in antitesi con Stendhal
che la sua infanzia ricordava come tempo di tirannie e prepotenze: “Per me
l’infanzia è un paradiso perduto. Tutti erano buoni con me, ero il re della
casa. Anche personaggi che poi mi furono ostili” - al lettore
promettendo-minacciando “un Paradiso Terrestre e perduto”.
Nel febbraio del 1943, scrivendo
alla moglie “Licy” della loro futura casa a Palermo ha occhio solo per la natura:
“La campagna è incantevole, tutta in toni di grigio molto delicati; il grigio argenteo
degli ulivi si fonde con il grigio perla del cielo, e i mandorli già fioriti
gettano lievi sul paesaggio ombre di luce bianca rosata e rosa biancastra…. Il
mare sembra di latte e le isole vi sono poggiate sopra come dei grossi fiocchi
di fumo…. Intorno alla nostra futura casa i limoni sono carichi di frutti. C’è
un albero stranissimo carico nello stesso tempo di grossi limoni e di grosse
arance…”.
Qualche giorno prima, dello stesso
mese di febbraio, ha scritto, benché non
immemore della guerra: “La campagna è piena di rose rosse, di mandorli fioriti,
di narcisi selvatici, e con gli alberi carichi di limoni è veramente una bellezza.
Ma proprio a un passo quante atroci cose accadono….”..
Cronache della differenza:
Napoli
È il centro e il cervello del raggiro
anziani. In forme sofisticate, con eccesso di capacità organizzative (i riferimenti per i controlli,
assicurativi, di polizia, di sanità, etc., anche bancari) e di introspezioni
psicologiche. A danno di persone forse deboli, ma senza violenza e con abilità
- tatto, ragionevolezza, generazione di ansie, di colpevolezza, etc.. Il vecchio
furto con destrezza aggiornato alla terza età e alle vite in solitudine. Con le usate capacità mimetiche,
attoriali, registiche. Però, quanta energia e managerialità, applicata al
delitto.
Si segnala perfino per la
“gestione” del reddito di cittadinanza. Con la vecchia regolamentazione, lassista,
di Conte e con quella, restrittiva, di Meloni. Molti percettori lo hanno percepito
senza aver fatto domanda e senza nemmeno sapere a opera di chi - cioè sapendo
di avere mille euro da “qualcuno”. Il delitto perfetto?
Del resto a Napoli e dintorni non
esiste nemmeno un elenco delle case popolari su cui basare la graduatoria degli
aventi diritto - si sa che ce ne sono e che sono abitate. Lo dice Meloni, ma
nessuno obietta.
“Conobbi Raffaele (La Capria)
solo negli anni Ottanta, a una cena da Giosetta Fioroni. Capii subito che anche
lui, come me”, chi parla è Elisabetta Rasy, “era fuggito da Napoli”. Una città
da cui “si fugge” – si fuggiva perlomeno, fino a non molti anni fa. Senza rimedio?
Salvo la nostalgia: “La nostra amicizia”,
continua Rasy parlando sempre di La Capria, “crebbe sul sentimento della perdita. Su qualcosa
che la città, nonostante tutto, ci aveva donato e che si era smarrita!”. Negli
stessi anni anche scrittori che per Roma avevano abbandonato Milano. Ma senza acrimonia
– giusto quel pizzico per insaporirne il racconto. Si può emigrare senza
risentimento, ma con Napoli non avviene?
Non si ricordano regine sabaude
o italiane – giusto Maria José, per un mese o due. Se ne ricordano invece di
napoletane. Spose, e quindi straniere, ma a Napoli attive e onorate. Anche la
sabauda Maria Cristina, ora beata, madre dell’ultimo re, cacciato dai Savoia. Maria Sofia,
sorella di “Sissi” e sposa di Francesco II, che regnò meno di due anni, è ancora onorata per la tenacia, e la capacità politica. Dopo l’invasione francese del
1799 fu la teutonica Maria Carolina a dare battaglia nella penisola, dal
rifugio di Palermo, in collegamento con metà delle cancellerie europee.
Un’altra Absburgo, Maria
Teresa, sposa di Ferdinando II, il penultimo re, provò a salvare il regno col suo
proprio figlio Luigi invece del figliastro “Franceschiello” - ma era del partito
reazionario.
Molte storie se ne fanno, ma
come di esseri avulsi da Napoli, mentre erano ben “napoletane”.
“Qui manca un centro sportivo.
Non c’è un settore giovanile”, lamenta Conte, l’allenatore del Napoli, che
potrebbe (ri)vincere lo scudetto. Manca sempre qualcosa per il “decollo”
economico. L’ingegnosità supplisce all’accumulazione – la struttura, l’organizzazione,
la tenuta o durata - essenziale alla crescita stabile, allo “sviluppo”.
Finalmente a Napoli, dopo il lungo
“esilio” a Palermo, Ippolito Nievo ne scrive il 2 febbraio 1861 alla cugina
Bice un po’ estasiato: “Quella bella Svizzera Meridionale che circonda Napoli”
detto delle ville vesuviane. Ma poi le dice: “Ti accorgi che vo diventando tronfio
come un Napoletano?”
Precedentemente, ottobre 1860, uno dei fratelli minori di Ippolito Nievo, Carlo, mentre era accampato a Sessa
Aurunca, in attesa dell’assalto alla fortezza di Gaeta, gli scriveva: “Fin ora
sul Napoletano non vedi che paesi da far vomito al solo entrarvi, altro che
annessione e voti popolari! dal Tronto a qui dove sono, io farei abbruciare
vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti! passando i nostri generali ed
anche il Re ne fecero fucilare qualcheduno; ma ci vuole ben altro!”
Virgilio, mantovano di nascita, fu napoletano di
adozione. Il personaggio più dimenticato a Napoli, fra tante celebrazioni cittadine,
patrie, storiche, sentimentali.
La metropolitana che si ferma, per molte ore, “per le troppe assenze dei
guidatori”, in effetti è proprio teatro.
La Resistenza “rossa” a Hitler
La storia di Hilde a Hans Coppi, incarcerati
e condannati a Berlino a fine 1942 come membri dell’“Orchestra Rossa”, una rete
di spionaggio in favore della Russia comunista durante la guerra. Lui impiccato
il 22 dicembre, lei ghigliottinata il 5 agosto 1943 - avendo partorito il 27
novembre, l’esecuzione della condanna fu ritardata degli otto mesi previsti per
l’allattamento al seno.
Coppi, tornitore, attore, figlio di comunisti,
era stato fermato la prima volta a sedici ani, per aver volantinato al liceo il
film “Cameratismo” di Pabst che
celebrava l’amicizia franco-tedesca sullo sfondo della Ruhr occupata. Il figlio
della coppia, Hans Coppi jr, è storico della Resistenza. Di molti campi di concentramento
politici, e anche dell’“Orchestra rossa” di cui i genitori sarebbero stati parte,
di Arvid Harnack e Harro Schulze-Boysen che l’avevano organizzata, con la
moglie di quest’ultimo, Libertas. Sulle sue ricerche è in larga parte costruito
il film.
Un raro film sulla Resistenza
tedesca. Come per pareggiare l’unico altro, vent’anni fa, “La Rosa Bianca - Sophie Scholl”,
sulla memoria cattolica della Resistenza, recuperata negli anni di Giovanni
Paolo II.
La Germania non ha ha una festa della Liberazione.
E ha poche memorie, ricerche, analisi sulla Resistenza, pur avendone avuta la
più ampia e la più perseguitata che in ogni altro paese europeo, Italia e Francia
comprese. Già nel 1933, a pochi mesi dall’ascesa di Hitler al cancellierato, un
migliaio di campi di concentramento erano stati allestiti per i “politici”.
Andreas Dresen, Berlino Estate ‘42
P.s. - Sull’“Orchestra rossa” si trova un raro
passaggio in Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, pp. 385-387:
“Nipote del
grand’ammiraglio Alfred von Tirpitz, Harro Schulze-Boysen fu membro a sedici
anni del Jungdeutschen Orden, la lega giovanile nazionalista, antisemita, e due
anni dopo ne fondò una sua, la Volksnationale Reichsvereinigung, di borghesi e
agrari. Altri due anni e lanciava col periodico francese Plans un progetto d’unione economica europea a base collettivista,
editava la rivista Der Gegner, l’oppositore, e organizzava
incontri della gioventù rivoluzionaria europea. Hitler non ne apprezzò gli
obiettivi, tra essi l’abolizione del sistema capitalista, e nel ‘33 fece
chiudere Der Gegner e arrestare i redattori. Harro riemerge nel ‘35, a ventisei
anni, con un circolo di artisti e funzionari che pubblica scritti antinazisti.
E quando in guerra, tenente della Luftwaffe, ebbe accesso a documenti militari riservati,
li passò all’ufficio informazioni dell’Urss, che fino al ‘41 restò aperto a
Berlino. Finché non incontrò Anatolij Gurevitch, alias “Vicente Sierra”, alias
“Kent”, agente sovietico a Bruxelles: il controspionaggio decifrò i sette
dispacci radio nei quali i loro colloqui furono riassunti a Mosca, e i
complimenti di Stalin. Il 31 agosto ‘42 Harro fu arrestato, il 22 dicembre impiccato,
con la moglie Libertas.
“Per
Montanelli storico Harro è “un intellettuale surrealista”. Per la Gestapo Harro
e Libertas dirigevano la Rote Kapelle, l’orchestra rossa, di spie dell’Urss. Libertas
Haas-Heye, che aveva sposato nel ‘36 il coetaneo e altrettanto bello Harro, era
nipote del principe Philipp von Eulenburg, il consigliere fidato di Guglielmo
II. Eulenburg era antimperialista, ma era stato compagno di giochi in gioventù
a Capri e Taormina del kaiser e ne copriva le debolezze, anche sessuali – “Il
cannone è quella cosa\ che in Germania s’è ingrossato,\ or lo trova esagerato\ anche
il principe Eulenburg”, canterà Petrolini. Agevolmente i bismarckiani lo
costrinsero a vita privata nel castello di Liebenberg, il monte degli amanti,
in compagnia della moglie, la contessa svedese Auguste von Sandeln, alla quale
aveva pur fatto sei figli. Maximilian Harden prima lo ricattò e poi l’accusò
in vari processi di sodomia, Karl Kraus inutilmente lo difese da Vienna.
“Terzogenita
dell’ultima figlia del principe, Libertas nacque a Parigi. Crebbe tra Parigi,
Garmisch e Londra, la famiglia transumava col padre, il creatore di moda Otto
Haas-Heye, bello anch’egli e ricco, per ultimo a Berlino, dove Otto diresse il
Museo di Arti Applicate, nell’edificio in Prinz-Albrecht che poi sarà sede
della Gestapo. Libertas si educò nei pensionati svizzeri, e al ritorno in
patria nel 1933 si entusiasmò per Hitler, aderendo alla sezione nazista aperta
a Liebenberg dal barone Rudolf von Engelhardt, un cugino acquisito. Ma per
poco. Andò a Berlino, fu addetto stampa della Mgm, e sposò Harro. Nei sette
giorni di libertà goduti in più rispetto al marito Libertas bruciò carte e
foto, ma 126 amici di Harro furono ugualmente arrestati, per un terzo donne. “Courte
et bonne” era stata sua divisa e filosofia di vita da ragazza, il titolo
del romanzo di Marie Colombier, l’attrice amica e poi acerrima nemica di Sarah
Bernhardt, motto del Reggente libertino di Francia dopo Luigi XIV.
“Con Harro
e Libertas furono giustiziati tra i tanti Hans Coppi, Arvid Harnack, Rudolf von
Scheliha, tutti nel carcere di Plötzensee. Coppi, tornitore, membro del gruppo
di Wilhelm Schürmann-Horster, attore, che sarà scoperto dopo qualche mese, era
comunista militante dai sedici anni, per aver visto al Liceo Cameratismo, il film di Pabst che
celebra l’amicizia franco-tedesca sullo sfondo della Ruhr occupata. Sua moglie
Hilde Rake ebbe la condanna e l’esecuzione ritardate fino a che, il 27
novembre, non partorì, in carcere, il loro unico figlio Hans. Harnack,
economista, il cui nonno aveva innovato la teologia luterana di Fine Secolo,
maestro di Karl Barth, negatore dell’Immacolata Concezione, la divinità di
Cristo, la resurrezione dei corpi, l’esistenza del demonio, e il cui zio Ernst
sarà tra le vittime della furia di Hitler dopo il 20 luglio, fu arrestato il 7
settembre con la moglie Mildred Fish, poche settimane dopo essere diventato
Oberregierungsrat al ministero dell’Economia, direttore generale.
“Si dice
che i tedeschi obbediscono e basta. Ma almeno cento-mila si ribellarono a
Hitler in guerra, non tutti renitenti, una buona metà si batté con la
Resistenza in Grecia e Jugoslavia, qualcuno all’Est. In Ita-lia non si può
dire, ma la presenza tedesca nella Resistenza “ha raggiunto dimensioni
ragguardevoli”, dice lo storico Battaglia: “In tutte le regioni del Nord, senza
eccezioni, è dimostrata la presenza di tedeschi nelle principali formazioni
partigiane” - lo dice in tedesco, in convegno, a Vienna. A Civitella d’Arezzo
la polizia tedesca ha contato 721 diserzioni nel solo luglio ‘44. A diciotto anni
membro dei Freikorp, e dal ‘37 del partito Nazista, Harnack, creatore con
Friedrich Lenz della scuola di economia nazionale, aveva costituito un Gruppo
di studio dell’economia sovietica, Arplan, per pianificare il futuro della
Germania dopo il nazismo. Dal ‘41 collaborò con la rivista sovversiva Die innere
Front e dal ’42 con i servizi segreti
sovietici, ai quali spiegò nei dettagli la Soluzione Finale, sulla base delle
notizie attinte al ministero degli Esteri da von Scheliha. Sua moglie,
cittadina americana, filologa all’università di Berlino, condannata a sette
anni, fu giustiziata tre settimane dopo. Von Scheliha, arrestato il 29 ottobre
con la moglie, poi liberata, fu impiccato il 22 dicembre”.
giovedì 27 marzo 2025
Ombre - 767
Platini
assolto definitivamente, e mai condannato in dieci anni di processi, sulla base
delle stesse carte dell’accusa. Ma condannato preventivamente, con l’imputazione
nel 2015: “Per impedirmi di diventare presidente della Fifa”, commenta semplice.
È successo in Svizzera, dove si sa che i poteri occulti sono reali. Ma di che
sport stiamo parlando, quando parliamo di calcio? E di che giustizia?
L’intervista
di Vespa a Meloni, per l’uscita del libro “La versione di Giorgia” con Sallusti,
è senz’altro eccessiva - non è produttivo parlare per quasi un’ora in tv,
un’eternità, con la faccia che occupa il monitor. Ma il “dead cat bounce”
è un colpo di genio - l’economia dell’ultimo governo Conte che marciava a doppia
cifra, perché usciva dall’inerzia, dalla gente chiusa in casa da mesi.
Anche “chiedersi
cosa vuole l’interlocutore” non è male - specie in politica estera, con
estranei. “La lingua mi favorisce nei colloqui, ma anche chiedersi che voglio
io? che vuole ottenere lui?”. Per capire “dove c’è la convergenza”. E parlare
con tutti, “non come usa in Italia, parlare con Germania e Francia, e poi basta”.
Compresi gli africani, il “Sud globale”. E cercare di capire “se e come posso
dare una mano”.
Un corso
di diplomazia in tre battute. Con la conversazione “franca, di sì anche di no, e
le persone si fidano”.
Preoccupante
invece l’analisi dell’impoverimento delle classi medie, nel patrimonio e nei redditi
da lavoro o professione (il giornalismo p. es.) a opera del “mercato”, degli speculatori
di ogni tipo, dall’“alta” finanza ai venditori di polizze. Questo è Platone, “la
Repubblica”, 380 a.C., disponibile in molte edizioni, anche economiche. Possibile
che solo Meloni ne abbia conoscenza?
Poche righe per Hamdan Ballal, uno degli
autori del documentario “No other Land”, sulle pietraie di Masafer Yatta in Cisgiordania,
da cui i coloni israeliani vogliono cacciare i (poverissimi) palestinesi che le
abitano: “Arrestato uno dei registi di «No other Land»”. Mentre la notizia è
che Ballal è sopravvissuto a un tentativo di linciaggio dei coloni. Per poi, pesto
e sanguinante, essere arrestato dall’esercito israeliano. Arrestato e non
soccorso. Lui e non i suoi aggressori.
Il giorno
dopo Ballal viene liberato. Ha bisogno di cure? Dopo l’attacco del papa morente
a Israele per i bombardamenti rinnovati su Gaza? Perché il troppo è troppo? E
dire che “No other Land” è sciropposo, malgrado le violenze, dei coloni e dell’esercito
israeliano, soldatesse incluse. Il solito sermone volemose bene, con i giovani,
palestinesi e israeliani, che la sera esorcizzano le bestialità bevendo e
fumando, insieme.
“Il
vice-presidente Vance scrive al segretario alla Difesa Hegseth: «Se pensi che
dovremmo farlo, andiamo. Io proprio odio salvare di nuovo l’Europa». Hegseth
risponde: «Condivido totalmente il tuo disgusto per gli scrocconi europei. È
PATETICO». Per sbaglio, nella chat per pianificare i raid Usa contro gli Houthi
c’è il direttore dell’Atlantic”.
Per
sbaglio? Includere in una chat segreta il direttore della rivista più feroce
contro Trump? Trump ha subito “perdonato” il responsabile della Sicurezza
Nazionale Walz, autore dello “sbaglio”. Chiunque in Europa ritiene di poter
ritenere Trump e i suoi dei cretini.
“Grandi
Opere. Tempo medio d’attuazione trent’anni”. Senza vergogna. Una legge sugli appalti
che consente di aggiudicarseli al massimo ribasso per poi, intascata la prima
rata, contestare il progetto e pretendere la revisione dell’appalto: meno
lavoro, meno materiali, più soldi. Specialisti Ferrovie e Anas: alta velocità
ferroviaria (Torino-Lione, Milano-Padova, Salerno-Rc, Palermo.-Messina-Catania)
e autostrade (Salerno-Rc, Terzo valico dei Giovi). E la Metro C di Roma, che
non sarà finita in trent’anni - già a tre (o trenta?) revisione prezzi?
Penalizzazioni
in corsa e sberleffi per Ferrari. Che è la metà dell’attivo Exor, cassaforte di
famiglia Agnelli-Elkann. E cambio di allenatore in corsa per fingere il
salvataggio Juventus. L’impero Elkann fa crepe - crepare da ridere - da tutte
le parti.
Ma
nel calcio di più: il direttore tecnico Giuntoli, cui Elkann ha delegato poteri
che suo nonno nemmeno a Boniperti, ha potuto spendere 234 milioni per tredici
acquisti inutili, più una ventina per cacciare due allenatori anzitempo, e
svendere gioielli come Hujsen, Kean, Fagioli e altri per spiccioli. E questo non
è solo incompetenza: è materia penale.
Galli
della Loggia scopre, oggi, che “mercato libero” è subire un profluvio di telefonate
di call center accalappiacontratti, e la cosa diventa materia giornalistica. In
trent’anni che questo “mercato” importuna i viventi il giornalismo non se n’era
accorto?
Michele Magno,
vecchio Cgil, Pci, Pds, Ds, Pd, recupera su “Start Magazine” un Berlinguer d’annata,
su “Pattuglia. Settimanale della gioventù”, a. VIII, n. 12, 22 marzo 1953.
Della gioventù comunista, di cui Berlinguer era capo. E in tale veste autore di
due cartelle di “Gloria eterna al grande e caro Stalin!”, appena morto: “immortale”,
“vero patriota”, “difensore della pace”, pur avendo “fatto della Russia il Paese
più potente”, forgiatore dell’“uomo nuovo quale mai la storia ha conosciuto:
l’uomo felice, il giovane eroe della vita socialista, il giovane libero
dell’epoca staliniana”. Non erano noti i crimini di Stalin? Beh, sì. E
Berlinguer era giovane ma di 31 anni.
Ai tanti film che
ne alimentano il culto il particolare è sfuggito, ma l’abbiamo scampata bella.
Inni,
gioia, esultanze per la Cina che prova e infilarsi nella coalizione europea dei
“volenterosi”. Per tenere a bada Putin, e allontanare l’E7uropa dagli Usa.
Semplice, no? Dagli Usa? Un’assurdità e una stupidaggine. Ma quanto gaudio sui
media della “correttezza” politica. È l’ipercomunista Cina meglio del “fascista”
Trump?
Si
dice antifascismo ma è solo stupidità. Non si finisce mai d’imparare.
Alcaraz,
Kyrgios, perfino Djokovic, più naturalmente ogni carneade, s’illustrano sui social
- si autoillustrano - parlando male di Sinner. Poi vanno in campo, anche in
piatti ricchi, e perdono. Hanno sprecato il fiato?
Sinner è
un tirolese gentile che si presta a fare l’italiano. Ma perché sovraccaricarlo
di “italianità”? Non basta che sia un ragazzo, magro e non atletico, gentile, e
vincente, di che abbiamo bisogno, noi che non facciamo nulla per illustrare
l’Italia, p.es. lavorare al meglio, con applicazione?
Le
protezioni tutti azimut di Trump che mettono in crisi la tavola americana di
Pasqua sembrano ridicole e lo sono. L’appello dell’ambasciatore Usa alle
coccodè venete, a dieci giorni dalle minacciate dogane, perché facciano più uova
sono roba da Crozza.
Manca pure
la carne vaccina, e quindi che faranno gli Usa, chiuderanno i McDonald’s?
“Il
decreto legge sulla «funzionalità delle pubbliche amministrazioni» … consta di
22 articoli, di 112 commi, alcuni lunghi sei pagine,… e contiene 255 riferimenti
ad altre norme”. È semplice e incontestabile Sabino Cassese: come di fa a fare
una legge sulla semplificazione che complica tutto? La Funzione Pubblica si è
ridotta a una malattia – stupidità non può essere, in tale concentrazione.
Elkann
dopo Tavares, o un collaboratore di Elkann, spiega alla Camera che produrre in
Italia costa fino a due volte più caro che in Spagna o in Polonia, per costo
dell’energia e condizioni sindacali. I deputati non ascoltano, o non capiscono.
Fu per questo che l’illustre auto britannica scomparve cinquant’anni fa. Che pure faceva belle macchine, Jaguar, Triumph, Aston Martin, Mg, Mini. Riforniva di tecnici la metà dei box ai gran premi - a metà con gli italiani. E
beneficiava del petrolio dei mari scozzesi, e dell’elettricità nucleare fatta
in casa. Ma aveva pause caffè, pipì, sigaretta, straordinari rigidi, e malattie
facili.
Della controrivoluzione, o del voto a destra
Si
dice “quinta colonna” per dire nazionalismo. E di questo qui si tratta - p. 27,
nota: “In tutto il mondo nazionalismo è diventato sinonimo di tradimento. Qesto
è comprensibile: il nazionalismo è stato ovunque l’arma della controrivoluzione,
così come il patriottismo è stato l’arma della rivoluzione” - la “quinta
colonna è un fenomeno essenzialmente controrivoluzionario per il quale il nazionalismo
funge da camuffamento”.
“I poteri legittimi hanno spesso avuto più
paura della guerra - e intendono una guerra seria - che della sconfitta, e più
paura della vittoria che della Guerra…. Il Senato romano temeva particolarmente
la vittoria delle sue truppe” (pp- 29-30).
Una sola guerra dal 1914 al 1945, in tre
tappe, p. 21, n.: “1) vittoria della rivoluzione in Russia, 2) vittoria della
controrivoluzione in Italia e Germania, 3) guerra nazionale: guerra di conquista
condotta dalle potenze controrivoluzionarie contro i Paese democratici in preda
al dissesto sociale”.
Sul pacifismo, p.
35, n.: “La democrazia antica non è né pacifica né pacifista. La democrazia
borghese moderna, se rimane sana, è pacifica ma non pacifista”.
Sulle origini del fascismo.
P.37: “Fu la minaccia della rivouzione, e la grande paura che ne seguiva, a spingere
la borghesia occidentale verso un’alleanza con i suoi nemici tradizionali e
nuovi, le forze della tradizione e della contro-rivoluzione”.
“Quest’alleanza fu
rafforzata, e persino cementata, da unfatto di capitale importanza, ossia l’estensione,
legale o semplicemente effettiva, del suffragio universale, che minacciava le
classi borghesi di perdere il loro ascendente politico proprio nel momento in cui
le rovine finanziarie causate dalla guerra, di cui avevano sostenuto il costo,
e l’inflazione che ne era la conseguenza, che aveva provocato o almeno
accelerato il fenomeno, così ben descritto da Platone, della concentrazione della
ricchezza e dell’impoverimento delle classi medie fecero perdere loro l’ascendente
economico e fecero vacillare le stabili fondamenta su cui avevano costruito la
loro esistenza”.
Senza fare la voce
grossa tra fascismo e antifascismo, la modeata rilevazione delle cose come
stanno - grande novità. A p. 40, n. 35: “La controrivoluzione non si riduce
affatto a un complotto oligarchico, come viene comunemente frainteso. Il fascismo
(il totalitarismo, la dittatura, la tirannia) ha fonti moltelici e profonde. L’oligarchia
non crea la contro-rivoluzione: la aiuta e le chiede aiuto”.
Una riflessione di
fine guerra, per porre il problema acuto in Francia, se la controrivoluzione (Vichy,
collaborazione con la Germania) non riuscirà “a fare in tempo di pace ciò che non
“è riuscita “a fare in tempo di guerra, ossia riconquistare le masse borghesi”.
A “realizzare la controrivoluzione preventiva” tentata con Vichy, ma sotto
occupazione.
“I nemici dei nostri nemici sono nostri
amici”, 14
La Russia di Stalin - e quella di oggi, 25:
“Non è per il regime sovietico, o la religione marxista, che la Russia combatte
oggi, ma per la «patria sovietica», l’impero sovietico, cioè la Santa Russia.
L’Impero Russo nel quale la struttura sovietica è diventata autoctona e in cui
il compagno, o meglio il maresciallo, Stalin ha sostituito lo zar”.
E, più pregnanti di tutte, le considerazioni
sul riemergere della destra, sulla controrivoluzione - forte della conoscenza
di Platone, del Platone politico, di cui resta riconosciuto interprete principe.
V. 32, n. 26: “Il termine «controrivoluzione» ha una cattiva reputazione… Ecco perché
i più autentici controrivoluzionari - Hitler, Mussolini, Pétain, etc. - amano
definirsi “rivoluzionari” e parlare di Rivoluzione Fascista, Rivoluzione
Nazionale”. E: “Determinare l’esatto significato dei due termini è arduo. Basta
osservare: a) che la controrivoluzione non è la restaurazione di uno Stato
passato e che, di conseguenza, i reazionari che si uniscono alle forze controrivoluzionarie
sono sempre - almeno in parte - ingannati; b) che la rivoluzione….significa un cambiamento
totale, e la controrivoluzione il mantenimento, almeno parziale, dello stato di
cose e del personale dirigente”.
Un saggio, meglio, note sparse, le cui tracce
risalgono al II e III numero o volume (o al IV e V, il curatore non è preciso) di
“Renaissance”, una rivista create nel 1943 dalla École Libre des Hautes Études creata
a New York dagli esuli gaullisti nel 1943, insieme con la rivista - che avrebbe
dovuto avere periodicità trimestrale, ma uscì sporadicamente, solo tre numeri
nello stesso 1943 (in uno di questi numeri del 1943 Koyré aveva pubblicato il saggio
“Sulla menzogna politica”.
La lunga nota editoriale del curatore Marco
Dotti prova a raccordare l’interesse di Koyré per la “quinta Colonna” col suo
passato, per la parte conosciuta, di giovane “informatore” dei servizi francesi
in Russia, la sua patria di nascita. Infiltrato nell’esercito russo “con un grado
fittizio… per consentirgli di trattare alla pari con gli ufficiali”. Della sua attività
nei due anni successivi, nei quali riuscì a ottenere - documentate - due importanti
decorazioni militari, la Croce di Guerra e la Croce di San Giorgio. E poi, dopo
il ‘17, negli eventi rivoluzionari e contro-rivoluzionari.
Un
saggio breve che è una fungaia di idee. Sulla guerra, p. 33: Contrariamente alla
convinzione così diffusa incerti ambienti, non sono affatto gli «armaioli» e i
«mercati di cannoni che, con le loro torbide macchinazioni, spingono i popoli
alla guerra; non sono nemmeno i «capitalisti» che lo fanno per guadagnare
sbocchi nei «mercati». Questo poteva essere vero ai tempi degli eserciti professionali,
ma non lo è certo oggi. La guerra, ai giorni nostri - e forse lo è sempre stata
- è soprattutto un affare nazionale. E sono i popoli, ora, a farla”.
Un
saggio apparso random su una rivista random, molto disordinato,
scritto evidentemente all’impronta, come di riflessioni sotto forma di appunti.
Disordinato. Alcune, anzi molte, considerazioni sono in nota, come occasionali,
marginali. Un saggio seminale, confrontato dalla ricerca-memoria storica, anche
se con difficoltà, per i tanti suoi punti eretici o controversi.
Alexandre Koyré, La quinta colonna, Meltemi, pp.76 € 10
mercoledì 26 marzo 2025
Problemi di base storici - 849
spock
La storia è
piena di oggi?
E di scarti, che se non si vedono però
zavorrano?
La storia resta sempre da fare?
Storia non c’è se non si racconta?
La storia non è lineare?
Tutto è storia, anche le pietre, ma senza
una morale?
spock@antiit.eu
Cronache dell’altro mondo – spionistiche (335)
Non ci sono molte novità nelle ultime carte dell’assassinio Kennedy rese
pubbliche. Se non che molti hanno scoperto di genitori, nonni, spose, zii,
partecipi del sistema di spionaggio della Cia: un informatore che raccoglie notizie
tra i sostenitori di Castro, uno che impianta una pulce in un’agenzia cinese, un
accademico che riferisce dei colloqui con colleghi russi.
Non molto. Eccetto che per Jefferson Morley, già giornalista al “Washington
Post”, autore nel 2017 di una voluminosa biografia di James Angleton, il capo
del controspionaggio Cia che aveva rintracciato Oswald prima dell’assassinio di
Kennedy. Orley ha scritto sul suo sito JFKFacts, sulla piattaforma Substack: “Lo schema fattuale
che emerge dai nuovi documenti JFK mostra che una piccola cricca nel controspionaggio
Cia fu responsabile dell’assassinio di JFK”.
Dalle ultime carte si sa con certezza che la Cia aveva dal 1958 “un
programma d’intercettazione postale”, per “identificare possibili reclute
dietro la cortina di ferro con legami possibilmente in America”. E che a
questo programma erano addette “centinaia di persone della Cia”, secondo un
documento riepilogativo interno all’Fbi.
Il documento Fbi spiega: “Le buste erano fotografate ma non venivano aperte.
Quindi microfilmate, i nomi e gli indirizzi indicizzati, con macchine Ibm. Ma
molti mesi fa la Cia ha cominciato ad aprire alcune di queste lettere, microfilmando
i contenuti e indicizzando i dati pertinenti per tema. Circa 250 mila nomi sono
stati indicizzati dalla Cia”.
(The Washington post)
Giallo Speedy
Rai 1 insiste con questa serie francese per il terzo o quarto anno, anche se le costa il sorpasso in prima serata di mezza tv italiana, con i suoi due milioni di spettatori. Per di più, probabilmente, semiaddormentati, o altrimenti frustrati dall’affastellamento a raffica di situazioni, ipotesi, indizi, litigi. Sembra un personaggio che si vuole comico e grottesco, ma non eccita. Non, perlomeno, su Rai 1.
Morgane è una “donna delle pulizie” sventata, fa figli con non sa chi, parla e si muove come Speedy Gonzales, ma è dotata di uno specialissimo intuito, e per questo si è imposta collaboratrice decisiva della squadra omicidi. Di Lille, ma con ampie vedute di mare - Sete, un altro mondo. Lei stessa scombinata, però in eccesso. Anche nell’intuito - ieri sera questo “intuito” nasceva da specialissime, arzigogolate, incomprensibili, dopo lunga spiegazione, nozioni di chimica.
La serie arriva con la fama di successo straordinario
in Francia, con dieci milioni di audience. Sarà vero? Forse risponde a
un cliché di superwoman di pianerottolo. O il linguaggio
originale propizia il riso? Doppiata, su Rai 1, non diverte e non convince.
Morgan - detective geniale, Rai
martedì 25 marzo 2025
Indietro tutta, la questione è la depopolazione
Per secoli, almeno da Malthus, da fine Settecento, eravamo in troppi sulla
terra e ora, d’improvviso, ci avviamo all’estinzione. Come umani s’intende, come
umanità.
Dalla sovrappolazione, minacciosa per quasi due secoli e mezzo, e da
ultimo all’origine del green deal a tappe forzate, alla depopolazione.
Si stima - si sa, la demografia è prevedibile - che tra un quarto di secolo, al
2050, tre quarti dei paesi del mondo (155 su 204) avranno una popolazione in calo.
E che lo stesso problema, la depopolazione, riguarderà quasi tutto il mondo
(198 paesi su 204) entro fine secolo - praticamente una volta esaurita la spinta
demografica africana, l’unico continente che ancora fa figli.
L’Italia perderà un terzo della popolazione entro fine secolo. Il Giappone
si ridurrà di un quinto entro il 2050. E così via. Vanno a ridursi anche le
grandi fucine demografiche: la Cina ha già cominciato, con numeri naturalmente
molto elevati, l’India seguirà.
Dopo due secoli di malthusianesimo, tendenze teoriche opposte
subentrano. A fine Settecento 9la teoria apparentemente inoppugnabile di Thomas Malthus vedeva la luce:
il rapporto è stretto tra popolazione e risorse naturali, queste sono limitate
e quella, se non regolamentata, le renderà presto insufficienti - il rapporto
era (è ancora) visibile fra pressione demografica, o eccesso di nascite, e povertà
e fame. La crescita della popolazione, calcolava Malthus, è geometrica, quella
dei mezzi di sussistenza, delle risorse, aritmetica. Da qui la moltiplicazione
della povertà, e la possibile fine del mondo: lo sfruttamento eccessivo delle
risorse naturali, peraltro non rinnovabili, e quindi il deterioramento dell’ecosistema
- la questione ecologica, il green deal.
C’è di che preoccuparsi per le capacità previsionali, e anche conoscitive,
delle scienze? Fino a ieri la pressione era malthusiana, quasi terroristica: un
secolo e più di campagna per il controllo delle nascite, questione di vita o di
morte per il pianeta, fino alla castrazione chimica, in India e altrove, e al green
deal a tappe forzate. In realtà il problema si pone di una certa scienza, “politicizzata”
- ideologica, assolutistica. La demografia, che ora sa cosa succederà al 2050 e
nel 2100, è bene pure essa una scienza.
Il futuro della coppia in una notte - quella del matrimonio
Fogliati e Scicchitano rivivono la stessa notte
delle nozze, benché accasati nella Love Suite sulla terrazza del Grand Hotel, tra
cielo e terra, tutte le piccole, scontate, comuni, per quanto sciocche,
diatribe di coppia che li attendono, compresi amici-amiche e genitori. Tutte
insieme, vagando con tutti i mezzi, compresa un’auto della Polizia, insospettita
dal vagabondaggio, per piazze, vicoli e viali di Roma. A partire dal vecchio ghetto,
portico d’Ottavia e via della Reginella.
Il solito artificio plautino degli equivoci.
Vivificato da una sceneggiatura brillante, sempre ben “tagliata”, come la regia.
E dalla “naturalezza” dei due interpreti. Le incertezze giovanili, post-adolescenziali,
cui Antonaroli ha abituato, con i cortometraggi e “La svolta”. Una sfida anche:
un film che si vuole comico senza gli artifici della comicità.
Non minore pregio, fa rivivere la romanità
giudaico-romanesca, rinfrescante. Non della poesia e della lingua, per la quale
l’identità ricorre - ricorreva. Ma per avere abbandonato l’arcigno sionismo
degli ultimi tempi. A tratti Antonaroli trasporta i suoi giovani sposi nelle
modalità, i ritmi, lo spiritaccio del primo Woody Allen a New York.
Una “commedia romantica” apprezzata dai
critici per l’inconsueta vivacità. Di linguaggio, di ritmo, di sintonizzazione degli
interpreti, smisurati e misurati, ma non dalla distribuzione (è uscito in sala
ad agosto…., prima ancora della promozione al 70mo Film Fest di Taormina).
Riccardo Antonaroli, Finché notte
non ci separi, Sky Cinema
lunedì 24 marzo 2025
Letture - 574
letterautore
Bona – Così chiamava
la madre Tomasi di Lampedusa, di cui era figlio unico (una primogenita era morta
di tre anni), la tirannica Beatrice “Bice” Mastrogiovanni Tasca di Cutò, donna
possessiva e ultimativa, che, in varie lettere, si indirizza al figlio con
costruzioni femminili. “Cara” lo interpella in una delle ultime lettere, quando
il figlio è già cinquantenne, o anche “bona” - e un “Pony mia cara e bona”. Tomasi, che le è stato
sempre devoto e sottomesso, si scoprirà scrittore solo dopo la sua morte, a
luglio del 1946, di 76 anni. Vivendo per questo fino a quella data lungamente
separato dalla moglie, per i primi quattordici anni di matrimonio. “Mia
Bonissima Bona” la interpella nelle lettere strappalacrime che le scrisse a
fine agosto 1932, quando decise di sposarsi (C. Cardona, “Un matrimonio epistolare”,
65-69), per richiederne la benedizione, che non ebbe.
Prima di molte sorelle e un fratello, “Bice” ebbe una storia da sposata,
anzi ancora a 36 anni, quando il figlio ne aveva 10, con Ignazio Florio. Il
diario di Tina Whitaker registra il 17 marzo 1906: “Ho notato che Bice
indossava il braccialetto che le ha regalato Ignazio Florio: povera Franca
(Florio)”. E la biografa di Franca Florio, Costanza Afan de Rivera, “L’ultima leonessa”:
“La famosa collana di perle era giunta (a Franca, n.d.r.) a seguito dell’ennesimo
adulterio, la lunga relazione segreta con Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò”.
Una sorella di “Bice”, Teresa, era la madre dei Piccolo. Un’altra, Maria,
era morta suicida. Giulia, sposa del conte Romuazldo Trigona di Sant’Elia (che
Ignazio Florio aveva portato a sindaco di Palermo), dama di corte della regina
Elena, morì assassinata dal suo amante, un ufficiale di cavalleria, in un
alberghetto romano della stazione Termini - un caso che fece epoca.
L’unico fratello maschio, Alessandro, erede di tutti i beni di famiglia,
li dilapidò - morirà in miseria, nel 1943.
Era detto a Palermo “il principe rosso”, poiché esibiva propositi
socialisti.
Canto - La voce è lo
strumento ideale, spiega Muti a Cacciari ne “Le sette parole di Cristo”, 45: “Lo
strumento ideale, perfetto, è il canto; nel canto lo strumento è in te, ti esprimi
attraverso il tuo corpo; quindi è lo strumento più emotivo e, in questo senso,
anche il più fragile - le due cose vanno insieme. La voce è strumento e suono
interiore, questo rappresenta un pericolo e un privilegio a un tempo”.
Checca – Era il primo
titolo in italiano (Adelphi), nel 1985, della traduzione del racconto “Queer”
(di lunga lavorazione, 1951-1953) di William Burroughs, ora ripubblicato col titolo
originale, in occasione dell’uscita del film che ne ha tratto Luca Guadagnino.
Dante - Un lussurioso
lo dice Boccaccio nel “Trattatello in laude”, verso la fine, nel lungo capitolo,
il XXV, sul carattere: “In questo mirifico poeta trovò ampissimo luogo la
lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi”. Tale che
l’autore del “Decameron”, non altri, non può che riprovare: “Il quale vizio,
comeché naturale e comune e quasi necessario sia, nel vero non che commendare,
ma scusare non si può degnamente”.
Epilettico o narcolettico è stato anche voluto. Ma per poco. Sull’onda
positivista, lombrosiana.
Maggiore teorico
ne è stato l’antropologo Fabio Frassetto, lombrosiano, con cattedra a Bologna
per quasi mezzo secolo, incaricato nel 1921 dal Comitato Dantesco Ravennate, a
conclusione delle celebrazioni epe il sesto centenario della morte di una nuova
ricognizione, con aggiornati strumenti di indagine, delle ossa del poeta
ritrovate nel 1865. Ci lavorò per una dozzina d’anni, dando alla luce nel 1933
il lavoro per cui è rimasto nella dantistica, “Dantis Ossa. La forma corporea
di Dante - Scheletro, ritratti, maschere e busti”. Il naso affilato e il
grande pomo d’Adamo l’antropologo dice “segni indubbi della virilità sua che fu
sì grande” - forse sulla traccia di Boccaccio. Fra le tante ipotesi sulla
fisionomia di Dante ripete “scientificamente” quelle del “Trattatello” di Boccaccio,
§ XX, “Fattezze e costumi di Dante”. Ma avanzando l’ipotesi di epilessia, o più
probabilmente narcolessia. Per le ansie, il “tremar le vene e i polsi”, le
quasi convulsioni, gli svenimenti nel viaggio d’oltretomba.
Il narcolettismo
è stato derivato recentemente, e vagamente, dalla chiusa del canto III dell’“Inferno”
(Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate…”), “e caddi come l’uom cui sonno
piglia”. In un
saggio del 2013 del neurologo Giuseppe Plazzi, anche lui con cattedra a
Bologna, “Dante’s Description of Narcolepsy” (in «Sleep
Medicine», vol. 14, 2013, fasc. 14, pp. 1221-23), e in uno pubblicato nel 2016
da ricercatori di Zurigo, “Dante Alighieri’s Narcolepsy”, sulla rivista “Lancet
- Neurology” (F.M.Galassi, M.E. Habicht, F.J. Rühli, “Dante Alighieri's
Narcolepsy”, «The Lancet
Neurology», vol. 15, fasc. 3, p.
245), si argomenta “tecnicamente” questa possibilità. Ma è un’ipotesi, tratta dalla
biografia di Marco Santagata, “Dante. Il romanzo della sua vita”, 2012, p. 32, là
dove commenta le crisi psicofisiche descritte nella canzone “E’ m’incresce”
- senza menzionar e Frassetto: “Nulla hanno a che vedere con la concezione
dell’amore come patologia … diffusa nella scienza medica del tempo, ma …. sono
unicamente dantesche, mostrano tutti i sintomi di un attacco apoplettico o
epilettico” - e ancora:”La precisione e la partecipazione emotiva con le quali
Dante rappresenta quegli attacchi lasciano intendere che al testo letterario
soggiaccia una forte dose di vissuto. Della malattia sembra aver sofferto fin
dalla prima infanzia”.
Mimi - “Mimi”, senza l’accento
scritto ma pronunziato alla francese (la corrispondenza si svolgeva in francese),
è il vezzeggiativo dell’autore del “Gattopardo”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa usato
dalla moglie Alessandra - Mimì è diminutivo di Domenico, ma qui è un
vezzeggiativo - nella lunga corrispondenza postmatrimoniale che la coppia intrattenne
dopo il matrimonio, separata per la maggior parte del tempo. Lei, Alessandra Wolff
von Stomersee, detta familiarmente, nella famiglia d’origine, “Licy”, è da lui
invece interpellata col vezzeggiativo Murili.
Machiavelli - “La genialità
delle opere di Machiavelli” celebra Hegel nel saggio “La costituzione della
Germania”, § “Gli Stati nel resto d’Europa” - nell’antologia “Gli scritti
politici (1798-1806” messa a punto da Armando Plebe nel 1961. L’ultima parte di
questo saggio è un lungo ripetuto elogio di Machiavelli. In polemica con “L’Anti-Machiavel”
del re di Prussia Federico II, di cui denuncia l’ipocrisia: contrappone a
Machiavelli “delle massime morali, la cui vacuità ha mostrato egli stesso attraverso
la sua condotta e anche espressamente nelle sue opere di scrittore”.
Marx - Un borghese.
Non solo per estrazione e condizione sociale. Alexandre Koyré ne sintetizza la
natura - il pensiero - senza citarlo in nota al saggio “La quinta colonna”,
p.21: “I fenomeni politici sono quasi sempre ridotti o spiegati da fattori economici;
la prevalenza dell’economico è un tratto caratteristico della società borghese,
e soprattutto capitalista, e il materialismo economico - contrariamente a quanto
credevano i suoi creatori - ne esprime perfettamente la mentalità”.
Murili - È il
vezzeggiativo con cui Tomasi di Lampedusa si rivolgeva alla moglie Alessandra
nella lunga corrispondenza che intrattennero nei primi tredici anni di matrimonio
- Alessandra era detta Licy” in famiglia. La coppia visse separata la più parte
del tempo perché Alessandra non era gradita alla madre di Tomasi. E nemmeno alla
parentela siciliana - gli stessi cugini Piccolo, con cui Tomasi era intimità,
la chiamavano tra di loro “l’orsa baltica”.
Svevo – “Svevo è grandissimo”,
Magris dichiara a Aldo Cazzullo sul “Corriere della sera” domenica in una mega-intervista (dove però Cazzullo lo fa studioso di Philip Roth, e non di Joseph): “Al confronto,
Joyce è un autore di serie b. L’ultima pagina che scrisse Svevo è grandiosa….Una
pagina stupenda. La spiaggia estrema del nichilismo occidentale”.
letterautore@antiit.eu
Se i morti degli altri sono i nostri
Racconti di Resistenza,
politica. La storia della violenta repressione della giunta militare in Corea
nel 1980 in sette racconti. Due contemporanei ai fatti, 1980, gli altri
successivi datati a varie epoche: la giornalista d’inchiesta, 1985, il
prigioniero, 1990, l’operaia, 2002, la madre del ragazzo, 2010. Fino
all’epilogo, 2013, la storia della storia. Non una raccolta di racconti, ma un
racconto scaglionato in più tempi, da più punti di vista. Su vari personaggi,
ragazzi al tempo della repressione del 1980, ma di fatto sulla lunga stagione
coreana di dittatura militare, sulle tante forme di violenza - e di resistenza.
“la Repubblica” inaugura
la serie “Voci d’Oriente”, di scrittori asiatici, con un romanzo politico,
l’unico della mezza dozzina pubblicati dalla poetessa e romanziera coreana
Nobel 2024. Un coro polifonico di vittime del massacro operato dalla dittatura militare
nel maggio 1980 a Gwangju. Delle voci minime dei ragazzi che ordinano, rassettano,
lavano i cadaveri, li avvolgono in teli d’occasione o bare di compensato,
accudiscono i parenti che arrivano a mano a mano per il riconoscimento. In
ambienti angusti, al freddo, nella putredine. Smarriti, tormentati,
perseguitati. Tra timori e voci di un ritorno in forze dei militari autori
dell’eccidio.
La Corea del Sud è di
modernizzazione recente - è membro dell’Onu solo dal 1991. A partire dal 1961 è
stata governata da una dittatura militare. A fine ottobre 1979 il primo dittatore,
il generale Park, fu assassinato dal suo capo dei servizi segreti - a sua volta
poi impiccato. Arrivato al vertice dei servizi segreti nell’aprile del 1980, il
generale Chung Doo-hwan immediatamente cacciò il presidente pro tempore
e si prese i pieni poteri. Impose la legge marziale, e le proteste represse con
la violenza, specie dei paracadutisti, di cui era stato comandante, specie a
Gwangju, dove si erano succedute manifestazioni di protesta - governerà con
pugno di ferro, tra esecuzioni e torture, per otto anni, gli anni del “miracolo
economico”, del “decollo”, del boom, sarà poi condannato a morte, ma
graziato (è morto novantenne nel 2021).
Han Khang, nove anni,
lasciava Gwangju per Seul con la famiglia qualche giorno prima dei massacri.
Non ne ebbe cognizione all’epoca - giusto qualche allusione tra adulti, o uno
strano libro di foto di cadaveri. Ci tornerà 33 anni dopo, racconta in epilogo,
documentatissima, sul vago ricordo delle conversazioni parentali che chi aveva
comprato la loro casa, tradizionale coreana, aveva affittato un piccolo
ambiente nel cortile a due ragazzi, fratello e sorella, che avevano partecipato
alle proteste, ne erano rimasti vittime - e avevano creato problemi agli
affittuari. I massacri sono ricostruiti con i loro occhi.
Seguiamo queste vittime
dopo il massacro. Il ragazzo in cerca dell’amico. La giornalista dapprima
censurata poi torturata. L’operaia che il poliziotto borghese calpesta con
ferocia a sangue. L’investigatrice-narratrice lo stesso. Il prigioniero confuso
dalla sopravvivenza. Una storia di sevizie, carcere, delazioni, soprusi. E poi
dinieghi. Fino a che si comincia ad ammettere. Perfino a celebrare le vittime
della persecuzione. Come a dire che l’umanità resta dubbia.
Una storia truce. Affliggente,
anche perché ripetitiva, come una nenia lugubre. Sebbene scritta con levità,
almeno in traduzione, “poetica”: lirica, elegiaca, modernamente epica, senza
barocchismi.
Ha Kan è nata letterata,
si può dire. In una famiglia di scrittori, anche di nome il padre e un
fratello. Poetessa al debuto, poi via via natratrice. Ma col problema persistente,
malgrado la notorietà, della traduzione. Il successo internazionale arriva nel
2016 con la sua prima traduzione inglese, subito premiata con l’International Booker
Prize – seguito a ruota dal Prix Médicis a Parigi e il Premio Malaparte. Se non
che la traduzione inglese, su cui vengono fatte le altre traduzioni - il romanzo
è “La vegetariana” - è presto scoperto infedele per molti aspetti, alcuni dei
quali poi ammessi dalla traduttrice. Ultimamente, dopo il Nobel, un suo romanzo
è stato tradotto da Lia Jovenitti, iamatologa ripiegata da tempo a Seul, dove
ha famiglia ed esercita l’export-import, direttamente dall’originale. Le altre
traduzioni, compresa questa (ripresa dall’edizione Adelphi, 2017), sono dall’inglese.
Milena Zemira Ciccimarra, la traduttrice accreditata di Han Kang, risulta avere
fatto tesoro delle correzioni apportate alle traduzioni inglesi. Ma, certo, di
che parliamo quando parliamo di Han Kang? Di Nobel alle traduttrici?
Una nota storica non
avrebbe guastato - il racconto si vuole storico.
Han
Kang, Atti
umani.
“la Repubblica”, pp. 191 € 9,90
domenica 23 marzo 2025
Cronache dell’altro mondo – legali (334)
l presidente Trump ha minacciato due settimane fa di privare lo studio
legale Paul Weiss degli accrediti presso l’amministrazione federale, e quindi della
possibilità di operare su contenziosi concernenti il governo. Per avere esplicato
“attività dannose” e “palesi discriminazioni e altre attività contrarie agli
interessi degli Stati Uniti”.
Lo studio Weiss, uno dei maggiori a New York e Washington, ha scongiurato
la minaccia impegnandosi a fornire servizi legali gratuitamente al governo federale
fino a un ammontare di 40 milioni.
Fra le “attività dannose” dello studio Trump ha espresamemte citato nel
suo “ordine esecutivo “ di due settimane fa l’attività dell’avvocato Mark
Pomeranz, uno dei soci dello studio, nella causa che il Tribunale (democratico) di Manhattan gli ha
intentato su ricatto di una pornostar.
Secondi pensieri - 556
zeulig
Anima
- C’è,
ed è l’immaginazione – una facoltà, non un organo. L’anima di Eraclito, che
“non ha fine”.
Confessione
–
Quella religiosa, sacramentale, recupera, senza volerlo?, la psicoterapeuta Alexandra
von Wolf-Stermesse, moglie di Tomasi di Lampedua, scrivendone al marito una
notte di settembre, dopo una “estenuante” seduta di “analisi della S .”, una
collaboratrice domestica fidata e amata che manifesta pulsioni omicide, un caso
che la occupava molto: “Comprendo adesso molto bene l’influenza che può avere
la religione: influenza la coscienza, e quando questa non è troppo malata, o
perlomeno è malata soltanto per delle ragioni coscienti, di ‘peccati’ che il penitente
conosce, solo allora può assorbirla”.
Con l’analisi
il paziente è messo a conoscenza della propria situazione (“impulsi omicidi,
vita sessuale piena di ‘peccato’”) “ma non ha il coraggio né la forza di permettersi
di guarire”. Da qui, non detta, la forza della confessione sacramentale: “Gli
ci vuole l’autorità che possa assolverlo, che gli insegni nello stesso tempo a
incatenare le passioni, a sostituire a poco a poco il perdono all’odio. E dove
trovare questo meglio che in Gesù Cristo?”.
Eugenetica
– Si
vuole normalizzare la “buona morte”, la fine anticipata della vita dopo una congrua
esperienza “produttiva” – anticipata rispetto al ciclo vitale. Era il tema un
secolo fa, e ritorna ma non per ciclicità, né con gli stessi motivi di allora,
razzisti (del “miglioramento della razza”), ma dell’economicità. Che però era uno
dei motivi del razzismo, partendo dal concetto di “razza pura”: come eliminare
i non-perfetti non per un fatto di estetica
o di “normalizzazione” ma economicistico.
Un altro
filone della vecchia eugenetica è ripreso, in forme anche qui economico-commerciali,
ed è quello della cura del corpo, estesa dalla selezione genetica alla chirurgia
estetica – esemplificata ora, ma già con orrore, nei film , come di esperienza
vissuta e trapassata. Non si è detto nel dopoguerra, trattandosi di società
democratiche, ma la selezione razziale che l’eugenetica hitleriana curava, fra “ariani”,
si è prolungata nel lungo dopoguerra in molte combinazioni nei paesi
scandinavi.
Non se ne parla, ma
sono noti gli orientamenti della scienza dell’anestesia, in Italia messi a
punto dalla Siaaarti, Società italiana di Anestesia, Anelgesia,
Rianimazione, Terapia Intensiva – emersi nella pandemia del covid: di lasciar
morire
gli anziani per risparmiare energie, posti letto in rianimazione e bombole di
ossigeno per i più resistenti al coronavirus. In un momento critico, la distinzione ponendo, “da un punto di vista
etico oltre che clinico, quali pazienti sottoporre a trattamenti intensivi
quando le risorse non sono sufficienti per tutti”. Non un’idea come un’altra,
di un singolo specialista o ricercatore, ma sulla base di un imperativo deontologico,
che non tutti i pazienti sono uguali. La Siaarti “privilegia la «maggiore
speranza di vita»: questo comporta di non dover necessariamente seguire un
criterio di accesso alle cure intensive del tipo «first come, first served»”.
Gli
anestesisti sono i medici della “buona morte”, quella indotta come cura. E si riportano
a una tradizione che si penserebbe estinta da millenni, quella di uccidere i
vecchi. Ripresa cinquant’anni fa, quando si pensava che le droghe liberassero, in
America. Abbie Hoffman e Jerry Rubin proponevano di uccidere i padri, cancellando
all’anagrafe chi compie trent’anni, per un “governo di Roboam”, dove, dice la
Bibbia, di giovani che comandano sui vecchi. Un limbus patrum.
Alcune
tribù del Brasile uccidevano gli infermi. I massageti e i
derbicciani gli ultrasettantenni. I càtari pii di Monforte d’Alba o
Asti le endura abbreviavano alla fine, i suicidi dei saggi
anziani per digiuno, per evitare loro i patimenti dell’agonia. Gli abitanti
dell’isola di Choa, dove l’aria pura dà lunga vita, ci pensavano invece da
soli: prima dell’ebetudine o la malattia i vecchi prendevano la papaverina o la
cicuta. Analogamente l’eschimese che, prossimo alla fine, inutile alla
famiglia, esce o usciva dall’iglù per perdersi nel pack. Fra i
batak di Raffles, esploratore fededegno, che sarebbero i dagroian di Marco
Polo, i vecchi erano mangiati: “Un uomo che sia stanco di vivere invita i figli
a divorarlo nel momento in cui il sale e i limoni sono a buon mercato”.
La vecchia pratica degli svedesi trogloditi, dei nomadi dell’antico Egitto, dei sardi, di uccidere gli anziani a colpi di clava o pietra. “Tra l’antichissima popolazione di Sardegna, i sardi o sardoni, vigeva l’uso di uccidere i vecchi”, spiega Propp, l’analista delle fiabe, “e mentre uccidevano i vecchi, ridevano sonori”. Sulla base di alcune testimonianze del 200-300 d.C.: lo storico di origine siciliana Timeo di Tauromenio (Taormina) e lo scrittore ateniese Demone. Sardonico del resto deriverebbe da “erba sardonica”, una pianta velenosa che provocherebbe convulsioni simili al riso.
Limbus patrum,
o sinus Abrahae, è nella scolastica il posto
sottoterra, non paradiso né inferno, dove chi ben meritò in base al futuro
Nuovo Testamento, patriarchi, profeti, restò fino alla vittoria di Cristo su
Satana, distinto dal limbus infantum, dei neonati non
battezzati. Il consiglio di Roboam è nel libro dei Re.
Resta
il problema di determinare l’età giusta.
Inferno - L’inferno è per Platone invenzione del
potere. Ma non c’era bisogno d’inventarlo, è quotidiano: il desiderio di morire
caratterizza le prime figurazioni, ebraiche, dell’inferno.
Religione – “La religione non è niente altro che la sublimazione
dell’amore infantile per il padre, che si trasferisce nel «Padre che è nei
cieli»”, scrive Alexandra von Wolf-Stomersee (nella stessa lettera citata sotto
“Confessione”. v.s.), ma con una funzione in analisi: la religione - la trascendenza,
la fede – può aiutare: “Non si tratta di sostituire la religione all’analisi,
ma una volta terminata l’analisi, bisogna trovare un campo di attività senza
pericolo per la1 coscienza malata, un’identificazione con un’autorità abbastanza
forte per essere di sostegno”, il Vangelo – “alle minime parole di Gesù Cristo
che le dico (e per fortuna conosco tutto questo a memoria) vedo un musetto
fremente, proteso verso di me…”. Sempre l’analisi rimanda alla confessione – alla
confessione sacramentale.
Totalitarismo - La politica si fa totalitaria in modo logico, perfino
pulito. Col “ragionamento glaciale” che Hitler vantava e Stalin ha esercitato,
introdotto in filosofia da Socrate.
Arendt lo spiega in un appunto: “Se la
filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il
totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità
nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è
Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le sorelle. È un demiurgo,
fabbrica realtà-verità, indifferente al rosso e al nero. E non per farci più
saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni
logiche astratte”.
Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, pure
lui, alla verità: è di Aristotele, il
quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici
fecero peggio, abbandonando l’esperienza.
zeulig@antiit.eu
Antropologia del silenzio – nella guerra civile iraniana
Adelkhah, antropologa,
iraniana con la doppia nazionalità, francese, arrestata il 5 giugno 2019 senza
una motivazione, è stata detenuta in varie carceri, ma prevalentemente a Evin,
il carcere di Teheran, per quattro anni e mezzo. Senza mai un capo d'accusa. Il
suo arresto, spiega, non è stato quello delle “tante donne pronte a grandi
sacrifici personali e familiari per dare il loro contributo a un futuro
migliore”. Al momento dell’arresto conduceva una ricerca sulla formazione del
clero nella provincia di Qom, la città che è un po’ il centro dello sciismo. Ma
non di questo si è trattato, la ricerca non le è stata contestata.
Senza un’accusa, qualsiasi
accusa, non c’è possibilità di difesa, naturalmente. Per lei antropologa, avvezza
a decifrare segni, sono stati anni di vuoto totale. Riempiti dalla comunanza
con le altre detenute, obbligata ma alla fine più benefica che pesante. Una forma
di compartecipazione dei destini più variati. Anche di chi “vi trova un rifugio
per studiare lontano dai vincoli familiari”. E perfino di “costruirsi un capitale
politico e simbolico”.
Ciò che più l’ha colpita è
trovare in prigione no solo “oppositori della Repubblica islamica” ma anche “alcuni
dei suoi servitori e sostenitori, membri delle famiglie dei martiri, comandanti
delle Guardie della Rivoluzione, deputati e ministri”. La rivoluzione che divora
i suoi figli? Non sembra il caso, niente di rivoluzionario a Teheran.
“La guerra civile
iraniana - perché di questo si tratta – si svolge in gran parte nelle carceri”.
All’ombra del silenzio: “Il silenzio è parte del mondo carcerario e ha una funzione
strutturante”. Fa la realtà – “la cosa peggiore del silenzio è che si può sapere
perché lo si rompe, ma non sempre perché lo si mantiene”. Un’antropologia del
silenzio.
Fariba Adelkhah, Prisonnière
à Teheran, Seuil, pp. 248 € 19,50
sabato 22 marzo 2025
Problemi di base europeisti ter - 848
spock
Impiccare
Meloni perché vuole parlare con gli Usa?
Ha fatto più
per l’Italia, in economia, nella politica, nella politica estera, l’America
oppure la Germania?
Quante joint-ventures
italo-tedesche, e quanti investimenti italiani in Germania (e quanti invece con
e negli Stati Uniti)?
E la Francia,
perché la Franca può investire e comprare liberamente in Italia e l’Italia non
può in Francia?
E la Ue, si decide
a Berlino, si interina a Bruxelles?
È più difficile
parlare a Berlino o a Pechino – con Trump è perfino facile?
spock@aniit.eu
Gerini da sola merita la trasferta a Palmi
La
favola del borgataro improvvisamente celebre - nell’occasione parigino, perché serviva
un funambolo del calcio, insomma un borgataro africano - tradito dalle cattive
abitudini di arricchito e dalla sapienza-insolenza, che per riscattarsi dalla
unanime condanna social si convince a lavori sociali sui generis,
fare una campionato con una squadretta di eccellenza, di dilettanti. Da Milano,
dove rischia la squalifica a vita, a Palmi, in Calabria. Dove un pensionato si
è messo in testa che, ora che il campione è in disgrazia e praticamente radiato,
mettendo assieme ognuno pochi euro, si riuscirà a pagargli un ingaggio. Una
sorta di “operazione Ronaldo”: il fuoriclasse scelse l’Italia, colpo di fulmine,
per 100 milioni, il supercampione di Francia Morville va alla Palmese, anche
lui all’improvviso, per niente - per ripulirsi e riaccreditarsi sui social.
Un
favolello. Gli incorreggibili fratelli tornano per ambientarlo nel paese di vacanza della
loro infanzia. Che tratteggiano con i personaggi – “tipi” - di tutti i paesi: l’Avvocato,
il Professore, il Macellaio, il Pensionato, nullafacenti, conversatori
inesausti, di tutto e del niente. Ma niente o poco di turistico, promozionale:
tra cielo e mare si attraversa Palmi nella realtà come in un empireo, ma qui è
privilegiato il lato terragno, il fronte mare viene sbiadito. E poi, anche qui è come altrove: duo di ragazze, cani passeggiati la mattina, spritz, birre, disco. Di locale è notevole
invece il linguaggio, segnato sempre dall’eccesso e l’ironia – “’a zannella”, l’impronta
peninsulare di cui fu maestro nell’infanzia dei Bros uno scrittore proprio di
Palmi, Domenico Zappone, che ebbe lustro anche a Roma ma presto finì suicida. Si inventa pure, per un calciatore imbranato che alla fine sostituirà miracolosamente Morville, un nome improbabile, Reddolindo Peppe, per dire Red Hot Chili Peppers, irridendo i famosi-famigerati peperoncini che si associano alla parola Calabria. Un po’ di goliardia.
Notevolissimo,
in questo sguardo sorridente, divertito più che ironico o satirico, il personaggio
della Professoressa-Poetessa inventato dalla icona bionda-fatta-bruna (“Ammore
e malavita”) dei Bros, Claudia Gerini. A questo punto, da ragazzina bionda svampita a questa turris
eburnea sotto folti pelami corvini, Gerini è un cult : un’attrice di
comicità satirica di questo spessore, misurata ed esilarante (esilarante perché
misurata), era ancora da vedere.
Manetti Bros, U.S.
Palmese
venerdì 21 marzo 2025
Ombre - 766
Strana Europa,
all’improvviso decisionista. Il ReArm, i dazi, le minacce, a Trump e a Putin
egualmente. Da un giorno all’altro. E che spesa per il riarmo. Ma è Merz, il
nuovo cancelliere tedesco, un imprenditore e un manager. Questa Europa è sempre
quella.
Tacciono
naturalmente, nel caso, i “frugali”.
Fa senso anche
vedere che l’unica, a quello che si sa, ad avere nel gran consiglio europeo
un’idea di politica estera è Meloni: no al decoupling dagli Stati Uniti
(talmente insensato che uno si meraviglia si possa anche solo menzionarlo), no
alla guerra dei dazi. Qui non è questione solo di sapere le lingue e la storia,
si tratta di buonsenso, un minimo.
Saltano le valvole
anche a Heathrow, dunque, l’aeroporto più grande d’Europa, non solo alla Stazione
Centrale di Milano. Dove però da qualche tempo non svalvolano più. È perché le ferrovie
sono state presidiate?
Superbo inno
all’Europa di Benigni sulla Rai – a un ideale, che qualche generazione fa,
compresa la sua, sembrava possibile, con la Germania di Bonn e i russi a
Berlino. Poi vennero la riunificazione e Merkel e tutto è finito.
“La
proprietà privata dovrà essere abolita, limitata, corretta”, chiosa Giorgia
Meloni al Senato dal “Manifesto” di Ventotene, “attraverso la dittatura
del partito rivoluzionario si forma il nuovo Stato”, e aggiunge: “Questo
non mi sento di condividerlo”. Erano le perplessità dello stesso Spinelli (si può testimoniarlo personalmente), ma
apriti cielo!, la Camera, che non sa di che si tratta, insorge. L’onorevole
Fornaro, ex Psdi ora Pd, maledice e condanna la capa del governo all’inferno. E
un’eco richiama, la parola offa: era il boccone destinato ad ammansire Cerbero.
Sull’onorevole invece è un eccitante.
L’offa
rivelandosi ghiotta, Meloni il giorno dopo la rilancia, dalla tribuna di
Bruxelles, a reti unificate.
Nell’occasione,
è vero, l’on. Fornaro ha pure gli onori dei giornali. Come il pazzo di Gogol’ (“Memorie
di un pazzo”).
Gogol’, un
ucraino che si pensava russo. Nell’Ottocento era possibile, non c’erano ancora
le patenti di antifascismo.
Erdogan
fa arrestare da una imponente forza armata il concorrente alla presidenza. Che
vuole per la terza volta, dopo quattrodici anni (nel 2026), dopo essere stato per quattordici
primo ministro. Il precedente avversario, nel 2018, Fethullah Gülen, che lo
conosceva, si tenne prudente lontano negli Usa.
Erdogan
si direbbe un fascista – fa anche arrestare i giornalisti critici, e
licenziare, in gran numero, in massa, giudici e accademici che gli stanno antipatici. Ma è un beniamino in
Europa. In Germania e, di più, sui giornali: si legge il “Corriere della sera”,
le interviste dei suoi inviati, o “la Repubblica”, con divertita meraviglia, fanno
salti mortali. Per un motivo arcano, non dicibile?
“In
cinque anni gli Stati Uniti hanno prodotto tremila nuove norme. L’Europa
quindicimila”, Emanuele Orsini, presidente della Confindustria. Magari non è esatto
ma rende bene l’idea.
“In
Myanmar vivono circa mezzo milione di cattolici”, in 14 diocesi e 3 arcidiocesi,
con un cardinale, elettore. Con i cristiani di altre chiese, fanno il 6 per
cento della popolazione. Perseguitati. “Dopo il golpe del 2021 molte chiese
vengono bruciate o saccheggiate dai militari”. Ne fa il caso Filippo Di Giacomo
sul “Venerdì di Repubblica”. Spiegando: “Subiscono le stesse angherie dei
musulmani Rohingya”. Ma “l’invito alla preghiera per i Rohingya” si sente
spesso in Vaticano, “sui cristiani perdura il silenzio”. Non è l’unica sorpresa
del papa Francesco.
Capita,
scioccamente, per curiosità, di seguire una sera un talk-show - “Di martedì”. Con
gli applausi suonati dalla regia a ogni battuta, le battute precotte, il conduttore
ghignante di furbizia, ospiti altri conduttori, per un reciproco mercato - a parte
il maestro Piovani, imbarazzato - con finti dialoghi all’impronta, copioni di
genere basso. E poi scoprire di essere stato parte di un 10 per cento di share,
un milione e mezzo di spettatori (un punto o due sotto Rai 1....). Che si beano della politica come forma
pubblicitaria? Per due ore. Certo, la democrazia è un boccone amaro.
Si candida
a presidente in Romania George Simion, uno del raggruppamento meloniano dei
Conservatori, dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato decaduto e ha
inibito alla ricandidatura il primo arrivato al primo turno a dicembre,
Georgescu – annullando l’elezione. La stessa Corte “ammette” Simion alle nuove presidenziali,
ma “parzialmente”. E nessuno che protesti, a Bruxelles, nei media. Una Corte costituzionale
che fa le elezioni? La democrazia spesso traballa. Nei Balcani, poi… E altrove?
Galli
della Loggia ha deciso a ottant’anni di lasciare l’Enel per il mercato libero, e dal
giorno dopo è alluvionato di chiamate, quelle che riceviamo tutti, di cercatori
di contratti – oggi anche dalla Spagna, segnala il cellulare. Un atto grave,
dice, al punto che ci scrive una colonna sul “Corriere della sera”, una
persecuzione, minacciosa. Di cui reputa responsabile – fa capire da cosa scrive
- l’Enel. Mentre l’Enel è la vittima del “mercato libero”. Una palude
lutulenta, chiamata mercato, dei servizi (telefono, luce, gas), aperta da Prodi
trent’anni fa a tutti gli scalzacani, che lucrano sulla fatturazione senza
produrre alcunché, da qui la persecutoria “caccia all’utente”.
Dalle
cronache incomprensibili che il “Corriere della sera” fa dello spionaggio Equalize
alla morte del suo animatore Carmine Gallo, pure affidate al suo cronista
giudiziario principe, si vede però l’incrocio tra questi “spioni” e il giornalismo
“d’inchiesta”. Facevamo scambio di informazioni “all’interno di un circuito di
giornalisti investigativi”, così si difende
Calamucci, l’altro responsabile, con Gallo, della società di intercettazioni.
Una società di intercettazioni?
Piazza del
Popolo mezza piena, o mezza vuota – 30 mila sono stati conteggiati, la piazza
ne contiene 60. Ma vuota di idee. Un “evento”
del giornale di Elkann “la Repubblica”, con il pubblico di “la Repubblica” – il
“generone” intellettuale romano. Per incontrarsi, per “riconoscersi”, celebrarsi.
Ce n’erano
di più, più ammassati, più stretti, a piazza Barberini, piazza alternativa,
contestativa. E più compatti: loro sapevano cosa volevano, buono o cattivo che
fosse.
Ridicolo
che i Comuni abbiano pagato la gita a Roma dei sindaci per l’evento promozionale
di “la Repubblica”. E che il Campidoglio abbia offerto molti servizi d’appoggio,
promozione, decorazioni, bandiere, alcune centinaia di migliaia di euro.
Non sarebbe
pure illegale? Non per Lo Voi naturalmente, il Procuratore.
Gli
scarti della Juventus, ceduti a buon prezzo a Firenze, fanno la festa alla casa
madre, la ridicolizzano. Non è una novità. I campioni della Fiorentina che la
Juventus compra a caro prezzo, da ultimo Bernardeschi, Chiesa e Vlahovic, rivende ridotti a niente. Mentre quelli che svende, ora Kean e
Fagioli, la affossano. Non si spiega, c’è del marcio a Torino.
Ora che,
dopo tre anni e qualche milione di morti, la guerra di trincea Russia-Ucraina
in qualche modo va a finire, si dice infine quello che si sapeva, che i servizi
americani e inglesi hanno operato molto in questa guerra. Fin dal primo giorno,
quando fu sventato il tentativo di Putin di deporre Zelensky. O che il Nord Stream,
la condotta del gas tra Russia e Germania, fu sabotato con un “atto di guerra
asimmetrica” da Cia-Polonia-Ucraina.
