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sabato 27 febbraio 2016

Letture - 248

letterautore

Umberto Eco – Pagato il tributo alla persona, accattivante e magistrale (e popolare: ”Come viaggiare con un salmone”, il primo Eco proposto da “Repubblica”, ha rianimato stamani le edicole, vendendo più del quotidiano), resta la valutazione dell’opera. Un riferimento costante sarà Roland Barthes, un influsso che paradossalmente non si cita, sulle cui tracce Eco si muoverà a fine anni 1950, dopo gli studi di Scolastica, nell’approccio alla semiologia. Un altro agli studi di linguistica, da Saussure e Peirce a Tommaso d’Aquino e Occam. Un altro alla cultura di massa o popolare, dalla figlia del Corsaro Nero a Mike Bongiorno, dalla tesi di laurea a Moana. Di cui saranno espressione il lavoro giornalistico e gli stessi romanzi.

L’unanimità delle commemorazioni in morte è invece espressione di una cultura da lui avversata, quella che per brevità si dirà dell’allora Pci – specialista peraltro in funerali. Che lo ebbe sempre in dispetto, e gli esiti si vedono, oltre che nelle stroncature (e più spesso nelle omissioni) dei suoi giornali, nell’avversione dei suoi maggiori calibri, Calvino, Pasolini, perfino Cases – tanto più “picisti” purtroppo quanto meno si sentivano legati all’ortodossia politica del partito. Con Pasolini, che lo faceva squallido “capocordata” di un branco di giovani (ma Eco aveva sui quarant’anni ed era in cattedra all’università da tempo) in cerca di posti nei giornali, la polemica fu spicciola: ai toni arrabbiati Eco rispose sempre con levità. Il tono più alto fu raggiunto sull’aborto: Pasolini assurdamente avversò la legge che, a protezione della donna, lo legalizzava, Eco ne rilevò divertito l’assurdità, firmandosi Dedalus sul “Manifesto”.  Di Calvino, che fu tante cose, anche un censore di “non allineati”, per esempio Morselli e lo stesso Eco, basti la lettera inclusa in “I libri degli altri” (un libro che non si è ristampato, dopo la prima edizione, venticinque anni fa…), l’antologia dei suoi pareri e delle corrispondenze editoriali. Calvino rifiutò nel 1962 un saggio di Eco per la rivista “Il Menabò” con parole spregiative. Da un lato rinfacciandogli la difesa delle avanguardie letterarie, “discorso troppo generico e invecchiato”. Dall’altro le righe spese sulla cultura popolare o di consumo, di cui si faceva all’epoca gran parlare - il saggio si intitolava “Del modo di formare come impegno sulla realtà”: “Parli troppo di canzonette: questo involgarisce il discorso. Cos’è questo Claudio Villa? Cos’è questo Festival di S. Remo? Mai sentito nominare!”.

Filosofo e letterato, da Dante a Joyce. Ma incuriosito dalla “letteratura di consumo”, dalla “cultura di massa”. Il terzo dei suoi tre “scaffali”, ma di gran lunga quello che più lo segna, anche per l’attività giornalistica. Una chiave derivata dalle “Mitologie” di Roland Barthes, di cui si pubblicò la raccolta – che fece epoca - nel 1957, quando Eco cominciava a guardarsi attorno, alla Rai a Roma e nell’editoria a Milano. Nei tre anni precedenti il semiologo francese, il “padre” che mai si cita di Eco, si era divertito a fare la “semioclastia” degli eventi comuni per alcuni periodici, soprattutto per “Les Lettres Nouvelles”: il Tour, le patate fritte, Greta Garbo, “Billy Graham al Velodromo d’Inverno”, i kolossal sui romani, oggi peplum, “La critica del né né”, le guide Blu.... Queste mitologiche saranno un genere che Eco non smetterà mai: l’analisi dei fatti politici e di cronaca, le mode, le innovazioni. Tra narrazione, satira e moralità, cioè leggibili oltre che utili. Ma indubbiamente dispersivi.
Gli altri due scaffali sono la semiologia e i romanzi. Eco si è sprecato? Anzitutto, voleva sprecarsi: l’insegnamento gli piaceva, e così pure la conversazione. E poi si voleva uomo del tempo: non lo specialista avulso che coltiva il suo orto ma uno che vive nel suo tempo e cerca di capire cosa fa e cosa gli fanno fare. Le sue “semioclastie” sono peraltro spesso approfondite. Da Mike Bongiorno al “Conte di Montecristo”. Ora sembra una bizzarria, ma i primi due decenni dell’attività critica di Eco, dal 1955 al 1975 circa, erano dominati da queste tematiche: la cultura di massa o di consumo, la cultura popolare. Eco, che da studioso dei linguaggi si avocava una “naturale vocazione politica”, si fece un obbligo di approfondirle. E i risultati sono ancora apprezzabili: “Il superuomo di massa”, “L’ideologia del romanzo popolare”, con l’esempio del socialista Eugène Sue (“I misteri di Parigi”), “I Beati Paoli”. O il lungo saggio sul “Conte di Montecristo”. Anche perché critici, contenuti rispetto agli entusiasmi dell’epoca.

Il bon mot sul “Conte di Montecristo” è anche la chiave del suo secondo “scaffale”: “«Il conte di Montecristo» è senz'altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature”. All’ultimo – o perlomeno nelle interviste promozionali – ci teneva, ma questa è la chiave dei suoi romanzacci: un esperimento. Fabrizio De Andrè lo leggeva “come Stendhal”. Ma è tutt’altra pasta: Stendhal romanzava il suo tempo, Eco ha romanzato il romanzo. Quello “popolare” (gotico, storico, d’avventura). Non contemporaneo, nemmeno a chiave -  il secondo “scaffale” era il suo modo di sfuggire alla calamità dell’attualità.

Giugno – Poco poetico, non fa rima. “Giugn\ slarga el pugn”, Piero Chiara ci trova questa sola rima, in un proverbio - nel suo calendario “Dodici mesi, un anno” (nella raccolta “Il verde della tua veste e altri racconti”, cura di Federico Roncoroni).

Manzoni – Faceva pesare i pantaloni, per saggiarne la consistenza in rapporto alla variazione della temperatura, e li cambiava a ogni ora del giorno. Metereopatico, oltre claustrofobico? Umorale?

Padre – Sono tutti di padri i docubiofilm che si proiettano alla Casa del Cinema a Villa Borghese a Roma. Tutti di gente del cinema: registi, attori, sceneggiatori. Quasi tutti di figlie.

Peplum - Perché non unificare, ecumenicamente, il velo islamico che tanto infastidisce in questo latino rum? I kolossal americani di ritorno, che già venivano chiamati “peplum” a Hollywood al tempo di “Ben Hur”, potrebbero veicolare opportunamente il messaggio, per un po’ più di pace.

Professore – Tutti hanno avuto un professore o una professoressa memorabili, per qualche verso. I più ne hanno avuto uno\a eccezionale, anche Eco per dire. Ma fino a  un paio di generazioni fa, poi la professione si è perduta, o è scaduta, anche solo nella considerazione. Annegata nel vituperio generale della scuola. In nome di non si sa che cosa? L’autoreferenzialità? il tipo 5 Stelle, tutti nati imparati.
Ma, poi, è della scuola pubblica che si parla male e malissimo, per favorire il business privato: le avanguardie degli studenti non lo sanno, e i professori stessi, così impegnati a scalzarsi i piedi e ogni altro fondamento, e questo è segno evidente della decadenza della professione.

Terrorismo – “Yasmina Khadra” ha vissuto da milutare in Algeria – era colonnello dell’esercito – il primo Stato Islamico dei mozza teste, che ha combattuto. Ne ha anche fatto tema dei suoi gialli, per i quali è diventato scrittore famoso. Che però gli hanno valso, confida a Stefano Montefiori per “Sette”, il disprezzo e l’isolamento in Francia, suo paese di elezione da scrittore. Il terrorismo è terrorista solo nelle culture “avanzate”. E lo è a doppio taglio, inducendo il masochismo.
Lo scrittore algerino lo conferma con una seconda osservazione: di terrorismo si parla come di un attacco all’Europa e agli Usa, all’Occidente, mentre è ferocemente sanguinario soprattutto in Africa e nel Medio Oriente.

Verdi-Wagner – Si è celebrato l’altro anno il bicentenario della nascita senza niente di nuovo. Soprattutto non dei due nazionalismi, benché sempre più nettamente distinti, e anzi opposti. Patriottico quello di Verdi. Sciovnista, estremo, Wagner. Che pure era cosmopolita, più di Verdi. E per esempio un habitué di Venezia e altri luoghi ameni in Italia. Ma sempre in odio alla musica italiana – anche se dovette studiarla, adattarla, copiarla. Celebrato anche da festival in pura chiave nazionalista, perfino razzista - seppure col supporto entusiasta di una certa élite ebraica. La musica è la musica, il programma è però ben miserevole.

Viaggio -  “Mestiere attivo, pensoso, errabondo e dissipato” fa Diderot nel “Supplemento al viaggio di Bougainville” quello del viaggiatore. O anche no, è sempre il viaggio in una stanza: “Se il vascello non è che una casa flottante, e se si considera il navigatore che attraversa spazi immensi rinchiuso e immobile in un recinto, lo si vedrà fare il giro del mondo su una tavola”.

letterautore@antiit.eu 

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