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giovedì 4 giugno 2026

Secondi pensieri - 585

zeulig

Coerenza – Non è più una virtù. All’ombra dell’incoerenza della verità. O del primato del dubbio, “democratico”. Con spreco di W. Whitman, “sono vasto, contengo moltitudini”. Che non implica l’incoerenza - non c’è piega, quisquilia, vaghezza più coerente di Whitman, monotematico, perfino monotono. O di De Gregori oggi, il cantautore, sotto accusa per voler essere se stesso, coerente da sempre, contro il “pensiero unico” quando era una ghigliottina affilata – quando imperava (ma sempre dominane nella penisola, sebbene in colpa – e ora a destra dopo essere stata, mozzateste spietata, a sinistra).

 
Colonialismo – È praticato da Israele, indubbiamente – è dichiarato. Solo da Israele, a mezzo secolo dagli anni delle indipendenze (in automatico, senza più l’opposizione delle potenze coloniali). Solo da Israele. Come politica, di governo e parlamentare, quindi elettorale – di un governo cioè elettivo. Non su aree deserte, abbandonate o male amministrate, ma su superfici abitate e vissute, da popolazioni operose. 
 
Intellettuale – Litigano ultimamente sul concetto (ruolo, professione) intellettuali di destra, Veneziani, Buttafuoco, il ministro delle Cultura, la quale si caratterizza per essere anti-intellettuale. Checché i termini vogliano significare – ma un minimo comune denominatore c’è, è l’esercizio dell’intelligenza, condita da maturità (esperienza) e cultura (studi – non c’è, non ancora, un intellettuale ignorante). Tradizionalmente vagante tra due estremi – anche prima della prima sistemazione intellettuale del concetto, di Julien Benda un secolo fa: l’anticonformista (ora outsider, anche underdog) che di ogni evento e momento protesta l’inadeguatezza, anche con sottigliezza di argomenti e\o veemenza, “savonaroliano”, e il soldato combattente, della verità – di una verità, meglio se di parte, quindi professabile, come un tempo la santità\martirio. Indirizzato cioè a un impegno di verità, l’outsider di Said, senza attaches condizionanti, oppure a impegno sociale, l’intellettuale “organico” di Gramsci.
 
Si vuole “radicato”, moralmente, politicamente, anche etnicamente, ma nella condizione dell’
outsider, dell’osservatore esterno. Una forma di (auto)esilio.
È come dice Adorno nei “Minima moralia” (o “Riflessioni sulla vita danneggiata”): “È parte della moralità di non essere a casa nella propria casa”. Liberi cioè di usare il proprio raziocinio, senza pre-condizioni o preconcetti. Dello “sradicamento radicato” che in fondo è l’esercizio della libertà.
 
Libertà – Un esercizio, una pratica, non una condizione. Le stesse norme garantiste, costituzionali, sono un esercizio più che un dato, in aggiornamento (interpretazione, evoluzione).
 
La libertà è contraria all’uguaglianza – è piuttosto “a ciascuno secondo i suoi meriti”. Non classista,
ma sempre nel solco delle prime leggi contro la povertà a Westminster negli anni 1830, se il sussidio non favoriva il parassitismo.t
 
Storia – Va per sviluppi improbabili più che probabili, secondo la lezione di Morin? Per gli uni e per gli altri, certo. Ma le novità – improbabilità – sono il nerbo, il suo forte. La minuscola Atene dà scacco all’impero persiano mastodontico, due volte, per terra e per mare. Per essere poco dopo sottomessa da Filippo il Macedone, un predone – un troglodita per i canoni ateniesi. Che avrà un figlio, Alessandro, che conquisterà il conquistabile in pochi anni, a pochi anni di età.
 
L’impero romano ha introdotto i tempi lunghi della storia. Ma è una forma, più che un fatto – un impero modulare: adattabile, rinnovabile.
 
Le idee fanno la storia - anche le idee. La rivoluzione francese è stata mossa da un’idea, più che dal revanscismo politico-sociale: l’idea dell’uomo, dell’individuo, i diritti umani. Così come lo era stato del Rinascimento, altra rivoluzione radicale, sebbene indolore: la riscoperta dell’individuo, principe o artista, ma anche artigiano, religioso, e donna (c’è la donna nell’Umanesimo).
 
Verità – È nei fatti, negli eventi – gli accadimenti. Ma anche nella mente, come conoscenza e come comunicazione. Un processo di cui la maestria risiede nel totalitarismo – che è un fato bruto, di forza, ma spesso nella forma della persuasione, della “verità”. Secondo Hannah Arendt. Secondo Orwell, naturalmente. Ma questa si può dire una verità funzionale, a un obiettivo – la verità del totalitarismo, in Orwell e non solo, è che esso intende creare una sua realtà.
Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le sorelle. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, in-differente al rosso e al nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, pure lui, alla verità: è di Aristotele, il quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici fecero peggio, abbandonando l’esperienza.                                                                                                                                           

zeulig@antiit.eu

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