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mercoledì 17 luglio 2019

La mafia di Montalbano, un problema secondario


Il primo Montalbano, “La forma dell’acqua”, pubblicato nel 1994.scritto probabilmente nel 1992, o prima, era contemporaneo delle stragi di Mafia, che insanguinavano da vent’anni Palermo, e la Sicilia. Esrese nel 1993 a Firemze, Milano e Roma. In un’assurda escalation, a nessun fine. Assurdamente impunite, come se Riina, personaggio di nessuna qualità a parte la crudeltà, fosse Napoleone. Un quadro raffigurando, col contributo compiaciuto della pubblicistica, isolana e nazionale, d’invincibilità della mafia, con il Terzo Livello, il complotto politico-mafioso, l’irredimibilità della Sicilia e aree limitrofe.
Il grande merito di Camilleri-Montalbano per chi vive al Sud, e la prima ragione del suo successo, è di aver rimesso la mafia al suo posto. È l’unico scrittore ad averlo fatto percepire, come lo percepiscono le popolazioni che ne subiscono la delittuosità. Con una distinzione netta fra “noi” e “loro”, nel linguaggio, nella considerazione, nella considerazione e proiezione sociale.
Per Momtalbano come per ogni meridionale le mafie non sono un problema e non si legano alla società. Sono scarti, un mondo a parte, che si rigenera trucidandosi. Usate, questo sì, da certa politica. Anch’essa però connotata e infetta, isolata nel vivere comune.

Secondi pensieri - 390

zeulig


Anti-Freud – La fronda più radicale è psicoanalitica, cioè fondamentalmente freudiana, che storicizza Freud, nella “famiglia borghese”. Si può cominciare da Lacan,1938, “I complessi familiari”, che la psicoanalisi di Freud dice nata “dal declino della funzione paterna nella società occidentale”.  La stessa notazione sarà di Horkheimer quattro anni dopo, che scrive a Leo Lowenthal: “È giustamente la decadenza della vita familiare borghese che permise alla sua teoria (di Freud, n.d.r.) di pervenire al nuovo stadio che appare in “Al di là del principio di piacere” e negli scritti che seguono”. Concetto che Deleuze ha ripreso con Guattari in “L’Anti-Edipo”:  “Il primo torto della psicoanalisi è di fare come se le cose cominciassero col bambino”.
“L’Anti-Edipo” non attacca la psicoanalisi ma “l’edipianismo freudiano”. Che appare tardi in Freud, per poi assorbirlo totalmente.

Immagini – Il divieto è legato alla necessità di contrastare l’adorazione degli idoli, nell’islam come nell’ebraismo. Così anche nel cristianesimo ortodosso greco, residuo dell’iconoclastia: le statue non sono ammesse in chiesa, solo le icone. Ma a Istanbul, dopo la conquista, tutti i sultani si sono fatti immortalare. Per il, “Corano”, nel Giorno del Giudizio gli autori di immagini avranno l’ordine di animarle.  

Inferno – È caldo perché è nato nel deserto – dalla Gehenna, la gola rovente nel deserto a est di Gerusalemme. A lungo si pensò a un inferno freddo, ghiacciato, per i popoli del Nord, che altrimenti, nel caso di un inferno caldo, non avrebbero avuto la paura che l’inferno deve incutere. Nell’evangelizzazione dell’Islanda, l’inferno fu presentato come luogo ghiacciato – ma presto da Roma giunse il divieto di questo adattamento – l’evangelizzazione dell’Islanda fu accelerata dall’eruzione del vulcano Eldgja, che tra la primavera del 939 e l’autunno del 941 coprì l’isola di uno strato di almeno venti centimetri di lava, un evento che viene ricordato anche dai cantastorie del tempo come un castigo di Dio.

Indizio – Non è “prova” di razionalità , non alla maniera di Prosperi e Ginzburg. In alcune legislazioni non è ammesso. La giustizia mussulmana lo ritiene – riteneva? - fonte di abusi, scontando l’inventività del soggetto – privilegiando la confessione, anche con bastonatura.

Interdizioni – Quelle religiose sono opera più delle chiese che dei testi sacri di riferimento. Il “Corano” non proibisce l’alcol. Né le immagini. Mentre proibisce il canto.

Paternità – Una funzione che si mette in dubbio, come creatività e anche fisicamente, a partire dalla “morte di dio”. Ridotta a “finzione legale” da Joyce (“Ulisse”), e quindi Lacan. La funzione parentale, genitoriale, più che quella paterna propriamente detta o maschile, cui si va associando anche la maternità - l’utero in affitto o maternità surrogata è solo un inizio.
Cinquant’anni fa se ne dibatteva la funzione anche nell’arte, specie in letteratura - la paternità-creatività. Allora in funzione rivoluzionaria (egualitaria). Ma oggi, in pino riflusso, di commercializzazione spinta della vita associata e della stessa psicologia, riflessione compresa? Oggi la negazione risponde all’uguaglianza del materialismo. All’indifferenza, alla funzione parentale come ai generi, e a ogni qualità distintiva.

Peccato – È nozione molto relativa. Ed è infernale solo per i cristiani - se non solo per i cristiani cattolici. Altrove redimibile. Non c’è molto inferno per i mussulmani, o i buddisti.
È nozione anche storica, relativa nel tempo – si veda l’evoluzione radicale e improvvisa di secoli di sessuofobia cattolica, del peccato a carattere o di natura sessuale.

Religione – Si sostanzia di totem. Il sacerdozio per primo, in tutte le sue forme, anche in quelle non sacramentali o puramente magisteriali. Che non è, non dovrebbe essere, una condizione sciamanica o magica – eccezionale. Ma lo è, perfino nella chiesa cristiana, che è nata e si è sviluppata democratica, eletta dal basso e non “eletta”, privilegiata.
I sacramenti ne codificano questa aspirazione. Creando “entità” autonome. Una forma di relativizzazione del sacro che si vuole assoluta – assolutizzante.  

Riso – È delle lingue vocaliche? È la tesi di Richard F. Burton (“L’Oriente islamico”, 135): “Secondo me, la risata di cuore ha il suono delle vocali a e o. Le altre vocali si addicono alle risate più leggere”. Le lingue consonantiche non ridono: “Gli arabi raramente mostrano i denti in una risata”.

Suicidio – la testimonianza di un suicida, una lettura, una memoria, funziona come un vaccino? Canetti, che tutta la vita inseguì il progetto di negare la morte, nella miriade di appunti raccolti come “Il libro contro la morte”, lo dice di Cesare Pavese, di cui ha appena ultimato la lettura de “Il mestiere di vivere”, il diario. “Nessuno vorrebbe suicidarsi perché lui l’ha fatto”, il diario non preparando la fine, non parlandone. “E tuttavia, quando ho voluto morire l’altra notte, nela mia umiliazione estrema, è il suo diario che ho aperto, e lui è morto per me. È difficile crederlo: con la sua morte, il sono nato oggi un’altra volta. Questo processo misterioso si farebbe decrittare: ma io non voglio farlo. Non voglio occuparne. Voglio passarlo sotto silenzio”.


zeulig@antiit.eu

La rivincita dei bambini


Una trama complicata (poco risolta) in quest’ultima opera narrativa del Nobel 1993, in difesa dei bambini, coartati dagli orchi ma anche dai genitori. Con una partenza però fulminante, di quadri e tempi. Si viene introdotti con una sinfonia di motivi magistrale, tutta sull’andante con moto: il nero-bianco che rifiuta il nero-nero (la madre rifiuta la figlia, le rifiuta anche solo un contatto a pelle); il Grande Amore che finisce così, “non sei il mio tipo”; la moda (la bellezza) del Nero-Nero; la maestra condannata per sevizie che non ha commesso.
“God help the child” è il titolo giusto, l’originale – le parole che chiudono il libro: “I bambini, che Dio li aiuti!” Meglio ancora il titolo che Morrison avrebbe voluto, “The wrath of the children”, furore e infanzia.
In alcune storie, come quella della maestra, Morrison rasenta il “j’accuse”, l’indignazione: la bambina nera-nera fa condannare la maestra per avere una carezza dalla madre nera-bianca benpensante. Di repertorio gli orchi, uno perfino assassino seriale.
La storia – una c’è, di un amore negato e infine, tra le morti, recuperato - un po’ si disperde, malgrado il brio della traduzione, di Silvia Fornasiero. Ma l’impressione resta forte delle violenze sui bambini. Anche per essere tutte storie di donne – i violentatori sono poco curati.
Toni Morrison, Prima i bambini,  Pickwick, pp. 218 € 9.90

martedì 16 luglio 2019

Il calcio scommesse


Che ne sarebbe di una società che ha più debiti che fatturato? Che sarebbe dichiarata fallita. A meno di una robusta ricapitalizzazione.
Sarà il caso della Juventus, se non va alla finale di Champions League 2019-2020. Un club che per di più è quotato in Borsa. Quindi soggetto ai controlli Consob, oltre che Uefa – il cui fair play si limita a un rapporto debito-fatturato uguale a 1.
Non è un caso isolato. Il club torinese si muove all’unisono con gli altri club europei titolati, che da un paio d’anni spendono cifre enormi nelle campagne acquisti, e negli ingaggi stellari. Ma con alcune differenze. I club inglesi e il Paris Saint Germain spendono i soldi degli “sceicchi”, cioè di soggetti che possono usare liberamente le risorse dei loro Stati - Stati “patrimoniali”, cioè familiari. Mentre i due club spagnoli titolati e spendaccioni sono stau dotati dalle municipalità di Madrid e Barcellona di una solido patrimonio immobiliare, dagli stessi club consolidato negli anni, attorno ai grandi stadi di proprietà,  e possono contare su una plaeta di finanziatori ancora vecchio stile, mecenatesco. Mentre per la Juventus è dubbio che il socio di riferimento, la Exor di John Elkann, rimetterà mano al portafogli, come ha già fatto tre anni fa.
Il club torinese chiude il bilancio 2018-2019  con un fatturato di 409 milioni. Con un costo del personale di ben 319 milioni, fra i primi tre più prodigali club europei. E un debito che a fine 2018 era di 309 milioni, e a fine 2019 sarà di almeno altrettanto che il fatturato. Per gli acquisti già effettuati - il solo De Ligt per 70 milioni, più 10 al procuratore del calciatore, Raiola - e quelli in coda, Icardi o Chiesa, e Pogba. Acquisti che potrebbero portare il monte ingaggi, i costi del solo personale, a superare il fatturato. E  quindi a nuovo debito. Una scommessa, puntando alla finale di Champions, che garantirà entrate Uefa per 100 milioni - mentre fermandosi ai quarti, come nella passata stagione, i premi Uefa si riducono a 35 milioni.
Nel 2018-2019 i premi Uefa distribuiti nelle varie fasi della Champions sono ammontati in totale a due miliardi. Nella prossima stagione potrebbero aumentare del 50 per cento, a tre miliardi. Ma bisognerà vincerli. I 100 milioni complessivi di Champions per chi arriva alla finale tengono già conto di questo ipotetico aumento – nella stagione conclusa si sono fermati a 70 milioni.

La cura del dolore


“Così come il filosofo impara a a essere-per-la-morte, tutti noi dovremmo imparare a essere-per-il-dolore, ad alfabetizzarci rispetto a esso”. Il dolore fisico ha rimedi, quello morale no, quello che si presenta di volta in volta come nostalgia, melanconia, rimpianto, rimorso, angoscia”, per cui “una complessa filosofia “ si è sviluppata fin dall’antichità sul tema”.
Eco ne ripercorre le tracce, da Eschilo a Höderlin, Hegel, Schopenhauer e  Nietzsche. Passando per la redenzione attraverso il dolore, nella Passione e il cristianesimo dei martiri. E il “rovesciamento” in epoca romantica, per cui il detto dell’“Ecclesiaste”, “qui auget scientiam, auget et dolorem”, si trasforma in “qui auget dolorem, auget et scientiam, chi aumenta il proprio dolore aumenta anche la conoscenza” – “Con Fichte, Hölderlin, Hegel e Schelling nasce l’incontro tra la filosofia e il tragico, tra la conoscenza serena e il dolore tormentato”. Senza più illusioni.
È il testo di una lectio magistralis del 2014, alla cerimonia per la consegna dei diplomi annuali dell’ Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa, quella della “buona morte”, o “cura del dolore”, a Bologna. Un testo sereno – Eco rinuncia per una volta all’arguzia. Con un rilievo pratico, nella forma del consenso informato: “La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza” - protegge, in qualche maniera: “Sapendo cosa stiamo subendo, vi sappiamo resistere meglio”.   
Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, Asmepa, pp. 48 € 5

lunedì 15 luglio 2019

Letture - 389

letterautore

Animalismo – L’Europa lo praticava senza saperlo. Richard Francis Burton afferma, in una delle note alle “Mille e una notte” che traduceva, che “anche nell’Europa medievale si credeva che la vigilia di Natale il bestiame adorasse Dio”. Portandosene testimone nel secondo Ottocento: “In Francia e in Italia ho incontrato contadini che credevano fermamente che in quella notte tutto il mondo animale parlasse e facesse predizioni per l’anno successivo”- “L’Oriente islamico”, 34.

Burns Singer – Il poeta scozzese, nato a New York come James Hyman Singer, cittadino americano di ascendenza polacco-ebraico-irlandese, si racconta così a Elias Canetti – “Il Libro contro la morte” 139-40: “Burns Singer, il giovane poeta che era da me l’altro giorno, mi dice che ha tentato di suicidarsi una prima volta a nove anni. Dopo una lite tra i genitori, suo fratello di sette anni e lui stesso hanno deciso di strangolarsi reciprocamente. Ognuno ha messo le mani attorno al collo dell’altro e hanno stretto e stretto, ma non ha funzionato. Molto più tardi, da studente, essendo arrivato a casa dopo una seduta di dissezione di seppie, aveva trovato la madre impiccata in cucina.  Aveva allora ventidue anni, si era sentito colpevole  e, di nuovo, aveva voluto morire. La madre era minuscola – “quattro piedi, otto pollici”. Il padre, uno spilungone dotato di un naso enorme, era spesso ubriaco , e la madre aveva vissuto con lui un inferno di venti anni.  Quando il padre era molto ubriaco, forzava i figli a inginocchiarsi e a pregare lo “Sh’ma Israel”: “Era la sola parola ebraica, la sola preghiera conosciuta da B.S., e gli era stata insegnata dalla sua carogna di padre.  Nato in una famiglia ortodossa, il padre di era sposato tre volte, ma nessuna delle sue mogli successive era ebrea. È per questo motivo che forzava i suoi figli a pregare quando era ubriaco”.

Casanova - “Il est fier parce qu’il est rien”: il ritratto che di Casanova fa il principe di Ligne nei “Mémoires et mélanges” ha dell’autentico. Il principe se ne professa amico, e nelle memorie fa una lunghissima sintesi della “Storia della mia vita” casanoviana, allora inedita, e a suo giudizio di ardua pubblicazione, ma con l’intento di invogliarne l’edizione.
“Casanova era uomo molto intelligente, di tempera mento e di cultura”, è l’incipit del ritratto. La seconda frase è: “Nelle sue ‘Memorie’ confessa di essere un avventuriero, figlio di padre ignoto e di una cattiva attrice veneziana”. Il padre ignoto presumendosi non il marito della madre ma il patrizio veneziano Michele Grimani. Nel ritratto che lo stesso Ligne fa di Francesco Casanova detto Cecco, il fratello minore di Giacomo, pittore, lo dice nato due anni dopo Giacomo a Londra dalla stessa madre e dal principe di Galles, nientemeno. La madre, Giovanna Maria Farussi, detta Zanetta, era attrice, sposata con l’attore Gaetano Giuseppe Giacomo. Non altrimenti famosa per dotti di bellezza o attrattiva. Per inventarsi nobili, i fratelli avevano bisogno di una madre volubile e facile, ma anche una che sapeva fare figli col meglio d’Europa.

La sintesi di Ligne ha anche il pregio di aprire la possibilità che le memoria casanoviane siano inventate, cioè romanzate, da uno che soprattutto voleva essere scrittore. Scrittore di avventure, compreso il futuro genere fantascientifico (“Icosameron”), che un secolo dopo con Verne diventerà il più popolare. Uno che si professava avventuriero per raccontare meglio, con più credibilità, le avventure che voleva raccontare. Che scriveva da ultimo in francese nella speranza  di favorire il successo - ma indeciso: l’“Icosameron”, il romanzo fantascientico, scrisse per due terzi in francese, salvo riscriverlo e completarlo in italiano. Dopo una vita di scritture, a Venezia e dappertutto in Italia, da Nord a Sud, fino a Napoli e perfino in Calabria, senza successo.  

Nella sua sintesi della “Storia” Ligne dà anche, come racconto che Casanova gli avrebbe fatto, un “estratto dei miei capitoli, tradotti dall’italiano”. Come se la “Storia della mia vita” l’avesse scritta in un primo momento in italiano. 

Femminista – “Ho scoperto Belen, ora collaboro con la Nappi”, spiega Mario Salieri, nome d’arte di un regista porno che ora s’illustra, senza smettere il porno, portando in scena un Eduardo minore, “I morti non fanno paura”: “Sono un femminista”. Un ritorno della parola all’origine. Tradotto all’epoca “femministo”, il primo “femminista” registrato dal Petit Robert francese è di Alexandre Dumas jr., quello della “Signora delle camelie”.

Musil – la sua forza è la “negazione” secondo Canetti, “Il libro contro la morte, 1969: “Sfida  pressappoco tutto quanto è del suo tempo e si attiene a questa sfida. L’energia della negazione è il fermento del suo libro. Inventa, per attaccarli con rigore e totalmente personaggi che non esistono che sul piano concettuale. Il combattimento, tutto di fino, è condotto in generale , se non semrpe, in modo assolutamente cavalleresco”. Ma “Musil non ha niente deludo Chisciotte” – “Poiché non ha avversario che prende veramente sul serio, per la buona ragione che gli è sempre superiore, anche a lungo termine, si risolve, per finire, ad assaporare la sua evidente superiorità”. Un segno di piccolezza: “poiché la figura di don Chisciotte è la più grande che abbia prodotto lo spirito europeo, Musil appare sempre macchiato, contaminato, in fin dei conti, da un sospetto di vanità, quindi di piccolezza. Il più intelligente, incontestabilmente, è comunque ancora è sempre lui”. E la ragione è che, “al contrario di Cervantes, non è stato, lui, uno schiavo prigioniero di guerra, e nella guerra non ha perduto un braccio. D’altro canto, ha avuto l’agio di misurarsi con gli spiriti apparentemente più profondi del suo tempo. Il fatto di aver potuto surclassarli è stato insieme la sua fortuna e la sua sfortuna”. Si è decretato da sé il suo trionfo, si direbbe – “la parola «genio» sorge nel suo libro come un fantasma onnipresente”. 

Pavese - La tarda lettura del diario, “Il mestiere di vivere”, nel 1960, impressionò molto Canetti, che ne parla in “Il libro contro la morte”, 133-134, e dice di esserne stato “resuscitato”:
“Tutte le cose che mi preoccupano cristallizzate in un’altra maniera. Che felicità! Che liberazione!
“La sua morte preparata: ma senza abusare di niente, senza il minimo sentimento di patrocinio per essa. Avviene come se fosse tutto naturale – ma nessuna morte è naturale. Tratta la morte in privato. Cesare Pavese ne prende conoscenza; ma essa non diventa esemplare. Nessuno vorrebbe suicidarsi perché lui l’ha fatto.
“E tuttavia, quando ho voluto morire l’altra notte, nella mia umiliazione estrema, è il suo diario che ho aperto, e lui è morto per me. È difficile crederlo: con la sua morte, io sono nato oggi un’altra volta. Questo processo misterioso si farebbe decrittare: ma io non voglio farlo. Non voglio occuparmene. Voglio passarlo sotto silenzio”.

Writers – Vengono da lontano: i monumenti greci e romani, e quelli dell’antico Egitto sono variamente scarabocchiati. Con iscrizioni anche utili agli epigrafisti, alcune di quelle di Abu Simbel e di Istanbul. Era pratica greca e romana: i monumenti dell’antico Egitto, comprese le zampe della Sfinge, hanno iscrizioni in greco e latino.

letterautore@antiit.eu


L’arte senz’arte contemporanea


Una piccola grande mostra di arte contemporanea, con una punta acuta di malinconia.
L’architetto Riani sistema in uno spazio minimo ben trenta capolavori: la collezione del Premio Carnevalotto, viareggino, legato al Carnevale. Da trent’anni, dal 1987, la fondazione Carnevale di Viareggio e lo Studio Sandino selezionano e comprano ogni anno un’opera d’autore. Un’opera “ispirata al mondo del Carnevale”, ma non necessariamente, non si vede – un’opera ricordo. Tutti i nomi che hanno fatto e fanno l’arte contemporanea in Italia vi sono così rappresentati: Mitoraj, Paladino, i Pomodoro, Cascella, Matta, Fioroni, et al.
La malinconia viene dall’inconsistenza di tanta eccellenza. Il secondo Novecento non regge alla prova museo. Nulla da conservare, né forme né colori, forse nemmeno come reperto. Ogni opera volendosi una poetica, che però è inutile decifrare.  
Paolo Riani ( cura di), Oblò, foyer del Gran Teatro all’Aperto Giacomo Puccini

domenica 14 luglio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (397)

Giuseppe Leuzzi

Fiammetta Borsellino racconta su “7”  che ha voluto incontrate i fratelli Graviano, gli assassini di suo padre, in carcere. Senza riscontrare particolare interesse, o emozione in loro. Solo ricorda che Giuseppe si vantò di avere auto un figlio mentre era al “carcere duro” .

“Nel paese siciliano di Ribera un cane di taglia media, che nessuno conosce e di cui nessuno sa da dove viene, assiste a tutte le sepolture. Quando si avviano i preparativi, in qualche parte del paese, per una cerimonia funebre, il cane, un incrocio bruno chiaro di parecchie razze, arriva e aspetta che la bara sia portata fuori dalla casa. Segue poi il carro funebre fino alla chiesa, presta l’orecchio quando la banda paesana suona le marce funebri, e accompagna infine il corteo fino alla tomba. Alla fine della cerimonia scompare, e non lo si rivede a Ribera fino alla sepoltura successiva” – Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, 1981.

Si festeggia l’Olimpiade invernale a Milano-Cortina come se fosse un successo dei siparietti di Goggia, Fontana e le altre ragazze dello sci in tacco dodici, e non del “paziente”, “generoso” pressing  sulle delegazioni nazionali, sudamericane, africane, asiatiche. Bisogna saper comprare, oltre che vendersi.
Un po’ d’ipocrisia, anche, non fa male – l’ipocrisia non va disgiunta dagli affari, come dal giustizialismo. 

Chi ha visto le Universiadi a Napoli? Nessuno. Crozza direbbe che tanto silenzio è una congiura contro De Luca, il presidente della Campania, che si danna l’anima perché Napoli è il sedicesimo sito turistico per numero di visite in Italia. In effetti, è da ridere.

O nostos, il ritorno, è tema ricorrente in questa stagione di romanzi di autori meridionali. Quello prevalente tra i partecipanti al dibattito sul Sud nell’ultima narrativa che Alessia Rastelli anima su “La Lettura”. Rosa Ventrella, da Cremona, torna a Copertino (Lecce) per “La malalegna”. Nadia Terranova, “Addio fantasmi”, torna a Messina. Claudia Durastanti, “La straniera”, in Basilicata.
Mariolina Venezia, che da Matera ha preso casa a Roma e a Istanbul, non ha “ritorni” in uscita, ma dice: “Io mi sento più vicina a Atene o alla Turchia che non a Milano”. Non per caso, spiega: “L’elemento arcaico ritorna nei romanzi meridionali perché è realmente radicato nelle nostre terre e si è conservato fino a noi. Questo è un fatto: noi siamo stati la Magna Grecia”. 

La mafia dell’antimafia
“Il cinema italiano oggi?”, Giuseppina Manin chiede a Liliana Cavani sul “Corriere della sera”. Cavani, donna e regista di molta esperienza, 86 anni, risponde: “Mah, mi pare che si occupi solo di mafia. Film, serie tv traboccanti di malavitosi, violenti, volgari… Dicono che è denuncia. A me sembrano solo pessimi modelli”.
È un genere commerciale che tira. Ma anche, come ogni genere commerciale che tira, un “prodotto” confezionato ad arte. Questo si confeziona nel nome dell’antimafia. Mentre ne è una celebrazione, della mafia. Dal Buscetta di Enzo Biagi, e oggi di Bellocchio, al “Padrino” di Puzo, Coppola e Marlon Brando. Cavani non ha torto quando conclude: “Sono così contraria a questo genere di film che, pur amandolo moltissimo come attore, non ho perdonato a Brando di aver offerto il suo talento al Padrino”.
Che sarebbe un film sul terrorismo che magnificasse i terroristi, o sull’Olocausto che magnificasse gli aguzzini?

La mafia (non) è invincibile
Sembra irreale il ricordo delle stragi di mafia, della mafia palermitana, nei quindici anni fino al 1993, ai Georgofili di Firenze a via Palestro a Milano. Di personaggi di grande rilievo nella vita politica e nell’apparato repressivo, oltre che di bande rivali: il capitano Basile, il procuratore capo Costa, il giudice Chinnici, il generale dalla Chiesa, i commissari Montana e Cassarà, Cesare Terranova, Pio La Torre, Mattarella, Lima, e poi Falcone, Borsellino, le stragi in “continente”. Senza che ci forse una reazione in qualche modo adeguata. Da qui la mafia invincibile: nacque in quegli anni il mito delle mafie, invasive e imbattibili, in tv, nei media, nella pubblicistica, che tuttora dura.
Si girava in quegli anni in tutta libertà, in solitario, a volontà, la Sicilia, terra de sempre privilegiata dal turismo, di mare, di natura, di archeologia, d’arte, che ora è impraticabile se non con prenotazioni di anno in anno. Non mancava mai posto, alberghi vuoti, ristoranti pure, quando non chiudevano, con la cucina limitata agli spaghetti bolognese e alla cotoletta milanese.
La verità del crimine è che va combattuto, non magnificato. Le stragi erano opera di Riina, un personaggio che più mediocre e anche stupido non si può pensare, a parte la crudeltà. Tanti morti, e l’isola in ostaggio, di Riina.

Sudismi\sadismi
Martedì 2 il Tg 1 e gli altri a ruota mostrano un grave scandalo nel business  dell’accoglienza. Monopolizzato dalla ‘ndrangheta. In una Lombardia che la Rai dice sotto la ferula della ‘ndrangheta. Sula base di un’inchiesta della giudice Boccassini. Il giorno dopo “Corriere della sera” e “la Repubblica” hanno anch’essi grossi titoli e molto spazio sulla Lombardia assoggettata dalla ‘ndrangheta”.  Che però non c’entra, i sette milioni sono stati fregati da altri soggetti.
La vera storia il “Corriere della sera” la confina, giovedì 4, alle pagine locali, milanesi.

Calabria
Giovedì 11 la tecnica e tattica del terzo settore – l’appalto dei servizi pubblici a organizzazioni private – nel campo dell’accoglienza agli immigrati viene spiegata con semplicità da un imprenditore al figlio nelle intercettazioni disposte dagli inquirenti: “Incassi 1.500, spendi 300, e ti tieni il resto”. Siccome l’imprenditore è calabrese, Milano lo liquida come ‘ndranghetista, e la cosa finisce lì. Mentre l’affare è di una ong torinese. Che non è specialmente colpevole, tutto il “terzo settore” è malato, la stella del sottogoverno. Ma questo non interessa: la ‘ndrangheta come cache-sex.

Un terzo dei ragazzi di terza media, uno su tre. è semianalfabeta – sa leggere ma non capisce. In Calabria il 50 per cento, uno su due.

Si dice che abbia il record del “deficit sanitario”. In realtà è seconda, dietro la Campania – 440 milioni di saldo debitorio, fra pazienti in fuga e avventurati di altre regioni che si fanno curare in Campania: il deficit calabrese è di 274 milioni. Ma, curioso, il Lazio, che è la regione dove i calabresi si fanno curare, spende fuori poco meno: 225 miliardi – il  saldo tra le spese fuori regione, 555 milioni, e le entrate per i pazienti provenienti dalle altre regioni (Calabria), 330. I calabresi fidano di una sanità che non si fida di se stessa?
In realtà, il saldo negativo del Lazio è col Vaticano (“Bambino Gesù”) e i Cavalieri di Malta, tutta roba “romana” di fatto. Anzi, dedotti i due enti, il saldo è positivo, per 5 milioni.

Si arrestano alcune dozzine di ‘ndranghetisti, tra Colombia, Olanda e Italia, che trafficavano cocaina dal Sud America. Gli arresti si fanno col sequestro di vari quintali di cocaina, sbarcata o da sbarcare a Rotterdam e Anversa. Scali nei quali evidentemente gli ‘ndranghetisti garantiscono sbarchi sicuri. Ma la tentazione è inevitabile nei giornali calabresi di citare tra gli scali Gioia Tauro, benché “scalo no seguro”, dicono gli intercettati, cioè controllato dai finanzieri.

Una banda di calabresi, o più bande, al controllo dei grandi porti di Rotterdam e Anversa,  bella storia sarebbe. Ma non interessa. Se non c’è Gioia Tauro di mezzo non attizza, né la “Gazzetta del Sud” né il “Quotidiano di Calabria”.
Non si capisce perché il Sud, e al Sud la Calabria peggio di tutti, vada indietro invece che avanti, ma la ragione non sarà questo autolesionismo?


Volendo, si può fare giornalismo di scoperta e di forte coloritura anche in Calabria, perché no? Che sicuramente si farebbe leggere. Per esempio la Ntt Data all’università di Cosenza. Uno dei tre centri di eccellenza, con Palo Alto in California e Tokyo, del ramo elaborazione dati della Tim giapponese, l’ex monopolista dei telefoni. Un settore che cresce ogni anno a doppia cifra, roba da 19 miliardi di dollari per la sola Ntt Data, dalla cybersicurezza al credito, e assume giovani, per la metà donne. Ma ai giornali locali non interessa, se ne legge nei giornali angloamericani.

Scullino, Ioculano, l’uno a destra l’altro a sinistra, sindaci di Ventimiglia, sono nomi familiari dell’infanzia e la prima giovinezza, quando le famiglie emigrarono a Arma di Taggia a coltivare i garofani. Alla terza generazione sono già sindaci della Riviera dei fiori – ma Gaetano Scullino potrebbe essere della seconda, tanto è tosto: dimesso dal prefetto per ‘ndrangheta, come ogni calabrese che tiri la testa fuori dal collo, ha aspettato l’assoluzione e si è fatto rieleggere.

Di qualcuno di loro si poteva scrivere agli albori di questa rubrica:
Moio, Scullino, Arma di Taggia, Ventimiglia, il giornale riporta nomi familiari, di successo lusinghiero in politica, vice sindaco, sindaco, e tuttavia finiti nella cronaca nera. Nomi poco frequenti, i patronimici, che s’immaginano figli o nipoti degli stessi con cui si facevano nell’infanzia le scorrerie per agrumeti, valloni, fiumare, o per nidi di passeri sulle selle alte degli ulivi - e infatti Rohlfs ne attesta i nomi a Castellace e Sitizano, circoscritti. Di famiglie mitissime, emigrate anche per questo, per odiare la prepotenza.
“Il reato è il “voto di scambio”: aver cercato voti presso i calabresi emigrati. L’origine li condanna ancora alla terza generazione?”

Non ha requie la giudice Boccassini, la procuratrice antimafia di Milano, dove vede un calabrese: subito partono avvisi e arresti per ‘ndrangheta. Decine, centinaia. Per “voto di scambio”, il pacchetto dei voti familiari, non esercitandosi in Lombardia “pizzi”, “protezioni” o altre vessazioni. Qualche volta le è a andata bene, ha pescato giusto nel mucchio. Ma questa è tutta la sua antimafia. Niente droga a Milano, che ne è la capitale. Niente riciclaggi, di cui Milano è il centro. Niente combines negli appalti – a meno, certo, che uno dei sub-sub-appaltatori sia calabrese.

Emigrato a Parigi a sessant’anni, su consiglio del papa Urbano VIII per evitare l’estradizione a Napoli, Campanella vi progettò, tra le tante sue iniziative, un collegio di missionari calabresi. Era ascoltato dal cardinale Richelieu su molte questioni politiche, e dal re Luigi XIII. La Calabria aveva già ottima reputazione a corte, per l’opera del taumaturgo Francesco da Paola.

Campanella era temuto a Napoli, dove aveva già vissuto ventisette anni in dura prigionia, per un sospetto di rivolta antispagnola in Calabria, di un ennesimo complotto. La vicenda è così narrata da Firpo, “I processi di Campanella”: il filosofo era perseguito per “sospettata connivenza con la congiura di fra Tommaso Pignatelli”. Un giovane domenicano calabrese, allievo di Campanella, che aveva ideato “un puerile tentativo” di sopprimere il viceré di Napoli, per poi chiamare il popolo alla rivolta e alla liberazione. Scoperto, era stato garotato (strozzato) in carcere.

“Nel marzo 1597 un bandito calabrese, nel salire il patibolo in Napoli, per differire l’esecuzione rilascia a carico di Campanella dichiarazioni compromettenti in materia di fede”, Luigi Firpo,”I processi di Campanella”, p. 7. Il filosofo viene imprigionato, per nove mesi, e poi assolto ma con l’obbligo di risiedere in Calabria, cioè isolato.

leuzzi@antiit.eu

Licantropo per amore, gay

Continua la pubblicazione postuma, per la cura della vedova dello scrittore, Roberta Bellesini, dei racconti di Giorgio Faletti – che D’Orrico decretò nel 2002 all’esordio, dopo una carriera da comico, “il più grande scrittore italiano”.  Qui i racconti sono due, brevi e parodistici, ma di effetto. Un horror, come parodia di un film horror di serie B – e di un’omosessualità genitale, fino alla licantropia. E una gag, di un killer che, mentre prende posizione per la sua missione, si lascia andare alla  memoria della conserve della mamma. Non si ride in genere nei gialli, ma Faletti ci riesce, per il sarcasmo sempre insorgente nel cabarettista, sorridente e amaro.
Giorgio Faletti, Psysique du role, La Nave di Teseo-Qn, pp. 118 € 4,90

sabato 13 luglio 2019

Famiglia

Protesse sempre la figlia dal padre pazzo. E la figlia finì per considerarla pazza.

Problemi di base animaleschi 2 - 497

spock


Non c’è trippa per gatti, o per cani?

Cani e gatti?

Cotto come una pera?

Sudato come un maiale?

O come un bufalo?

Ridere come un cretino?

Vergognarsi come un cane?

spock@antiit.eu

Questo Puccini sembra Bernstein

Un nuovo allestimento, un grande impegno della Fondazione Puccini, con interni e costumi tradizionali – sostituiti nell’ultimo atto, del tentativo di fuga, del tentativo di linciaggio, e poi della liberazione, di Minnie e dell’amato Johnson, da un bosco di gigantesche sequoia - del regista Renzo Giaccheri. Un ottimo cast, specie in due dei ruoli principali, Maria Guleghina e Alejandro Roy. Un’ottima orchestra , la Regionale Toscana, concertata e diretta da Alberto Veronesi – che presiede anche la Findazione. E una musica, per molti tratti di questa poco amata e poco eseguita “Fanciulla”, che anticipa sonorità di Gershwin e, di più, di Bernstein sinfonista mezzo secolo dopo – a quanto si può arguire dall’inacustica platea all’aperto del festival (una platea piatta, forse disegnata per i concertoni pop, serviti da grandi casse acustiche).
Puccini sempre più ha bisogno di essere liberato della patina verista che lo imbozzola - come un Mascagni, un Leoncavallo: il verismo non è più la chiave, in questa “Fanciulla”. O forse non lo è mai stata, una categoria provincial:  Puccini spazia dal Giappone agli Stati Uniti, non da lettore di favole, viagga negli spazi musicali “altri”. Qui assimila timbri e ritmi americani, jazzistici – ma non più bandistici, stile New Orleans. Era curioso di altri mondi e altri moduli. L’opera scrisse dopo un prolungato soggiorno in America. Su un dramma del maggiore autore di teatro e impresario di Broadway nel primo quarto del Novecento, David Belasco, ex bambino prodigio. Il cui impianto molto americano Puccini tiene vivo, malgrado i birignao dei librettisti, Guelfo Civinini e Carlo Zangarini.
Questa “Fanciulla del West” aprì in prima mondiale la stagione del Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910. Diretta da Toscanini, Con grande successo. Forse la mancata Puccini Renaissance è solo una questione di provincialismo: l’Italia non sa pensarsi altro che bozzettistica, e un po’ ignorante, anche insensibile alle novità. 
Singolare è il tentativo di fare il western prima del western, del genere cinematografico. La Minnie all’opera – di Puccini? dei librettisti? – è una virago con la pistola in pugno. Ma qui con una aporia. Belasco metteva in scena una Minnie colta, in grado di disquisire con l’allora giovane fidanzato Johnson, studente all’università, di Dante. E soprattutto femminile e dolce - quale poi sarà anche qui nel finale, quando Johnson rischia la morte e lei lo salva: rispettata dai cercatori d’oro nel suo piccolo saloon per la mitezza e la generosità. Per Puccini invece brandisce la pistola. Con una incongruenza ineliminabile nel finale, quando si oppone al linciaggio argomentando: “Non vi fu mai chi disse\ «Basta!» quando per voi\ davo i miei giovani anni…” Che s’immagina uno?  
Giacomo Puccini, La Fanciulla del West, Puccini Festival, Torre del Lago

venerdì 12 luglio 2019

Porte aperte

È giovedì, il giorno che il ministro Treu ha decretato dei ministeri aperti per i cittadini. Di prima mattina la giornata ha la frescura che promette di scacciare l’afa. E l’ingresso del ministero a via Pagano è pulito e sgombro, pronto per le visite. I pochi che entrano salgono al quarto piano. Dove si trova l’ufficio per i rapporti con i cittadini. Tenuto da due funzionari che sono già al loro posto, nella stessa stanza ampia, a due grandi scrivanie ordinate, senza i soliti ingombri di scartoffie, vuote.
L’orario di apertura è dalle nove, e bisogna attendere. Si attende in piedi, leggendo le bacheche, scambiando sorrisi con gli altri visitatori che invece vanno, tutti con una valigetta rigida, per le loro pratiche negli altri uffici al piano, non soggetti a orario se non quello di lavoro, il corridoio trasformando in open space ben ambrosioano, d’accenti e operosità. Alle nove in punto i due funzionari ascoltano la richiesta e, senza consultarsi, all’unisono chiedono: “Lei è sindacalista? Un dipendente non può avere il documento. La dichiarazione dello stato di crisi è pubblica, ma possono averne copia i rappresentanti dell’azienda e i sindacalisti”.
I due, sempre all’unisono, non oppongono però resistenza: “Quali sindacalisti? Anche uno confederale, sì”. Renato della Cgil, che si occupa della stampa, sicuramente si presterà. Ma non risponde. Sarà presto, conviene ritentare, aspettando nel corridoio vuoto. Solo animato dai primi visitatori che escono dalle stanze, sorridenti, e scambiano saluti, mentre altri subentrano, a incastro perfetto, tutti simili, con la ventiquattrore.
Quando il compagno Renato non risponde alla seconda o terza chiamata, l’idea viene di chiedere in segreteria. Renato c’è, ma è in riunione. Fino a quando la segretaria non sa: “Non sarà breve. Chiama fra un’ora. Fra mezzora, se vuoi”. Insomma, è più che altro una sensazione sgradevole, come quando in mare un cirro lontano porta burrasca. L’idea di recuperare qualcuno della rappresentanza sindacale aziendale contribuisce anch’essa al nervosismo: sono tutti aziendalisti. Uno di quelli che entrano ed escono con la valigetta fa la sua parte, un rosso, che la butta in braccio al suo compagno e urla sarcastico: “È leggerina, neh!”, cercando con l’occhio complicità alla sua involuta insinuazione.
I due funzionari dell’ufficio rapporti con i cittadini stanno sempre ai loro posti, corretti. Sulle loro teste due ritratti danno dignità alla funzione: da una parte il presidente, col suo piglio monacale, dall’altra il presidente del consiglio Prodi, che per distrazione, e per l’apprensione crescente, rimanda per un attimo al cantante Drupi, del resto suo anagramma, senza naturalmente la capigliatura cavallina. Un tentativo di fare conversazione per ingannare l’attesa, essendo l’unico visitatore, cade: i funzionari rimangono composti, con gli occhi bassi. La decisione di porre urgenza sulla segreteria alla Cgil infine s’impone e riesce, Renato viene al telefono. È rassicurante, ci penserà lui, “ma non subito, in tarda mattinata”. Consiglia di aspettare al ministero: “Appena ho un minuto scappo: da qui sono due minuti”. E insomma, la cosa si risolve. Se non che, fra una cosa e l’altra, sono già le undici, e la targhetta alla porta dell’ufficio rapporti con i cittadini è precisa: l’orario è fino alle 12,30.
Lo scoramento rigurgita. Ma alla richiesta alla romana di conferma dell’orario, “allora c’è tempo solo fino alle 12,30?”, uno dei due precisa: “L’orario di lavoro è fino alle 14, fino alle 12,30 quello di sportello”. Il rovello allora insorge di cercare una via d’uscita nella segreteria del buon ministro, che in fondo è un compagno pure lui, seppure del partito di Prodi, e ha un addetto stampa amico. Una raccomandazione? Non proprio. Che comunque non si può fare. L’addetto stampa non c’è, ma il suo vice è sollecito, un funzionario del ministero: “Telefonare è inutile, hanno deciso che può avere le carte solo chi può dimostrare un interesse diretto. Chi può dimostrarlo legalmente. Hanno fatto una causa per questo, una vertenza di lavoro, il sindacato li ha assistiti. No, vogliono soltanto l’autorizzazione allo straordinario di sportello fino alle 14. C’è un’indennità di sportello, sa?” E ha disposto l’autorizzazione allo straordinario.
L’ultima attesa è stata nervosa. I due funzionari erano sempre al loro posto, ma dopo le 12,30 ogni minuto si è fatto contare. È passata così l’una. Un’altra chiamata, dal corridoio ormai deserto, non ha avuto esito: Renato non ha risposto, né la segreteria. Finché alle 13,25 Renato è uscito dall’ascensore. Gioviale come sempre, un po’ affannato, “ci ammazziamo di riunioni”. La sua vista ha infine animato i due funzionari che immobili aspettavano. Non gli hanno neanche chiesto un’identificazione. Hanno compulsato l’indice degli stati di crisi e hanno individuato il numero e il giorno della “Gazzetta Ufficiale” che ne ha dato pubblicazione. Uno dei due ha poi reperito in una stanza a fianco la “Gazzetta”. L’altro ha fatto la fotocopia. Ha acceso la macchina delle fotocopie. Che ha imposto un’altra attesa di una decina di minuti, forse meno ma sembrano tanti, seppure con la certezza infine che il documento è ottenuto. Che era sulla “Gazzetta Ufficiale”, in fondo queste porte aperte sono state una punizione, giusta.
Sono poche righe di testo, su una facciata. Il decreto effettivamente dichiara la casa editrice in stato di crisi per ramo d’azienda. Una licenza mascherata di licenziamento: riconoscendo il governo lo stato di crisi, la gloriosa casa editrice ha potuto licenziare mille poligrafici e cento giornalisti. Un modo come un altro di aggirare l’articolo 18, basta non dirlo.
È un decreto di due articoli, e non sembra contestabile. Renato concorda: “Li fanno bene, sono studiati da grandi giuristi”. Né d’altra parte c’erano illusioni da coltivare. Solo che, essendo disoccupati, uno a il problema la mattina di trovarsi un’occupazione del tempo.

Problemi di base - 495

spock


Ride Grillo con gli italiani, degli italiani, sugli italiani?

O non ride più, non si sente?

Sarà in atto la beatificazione, san Grillo subito, protettore degli italiani?

Lo spregiatore più amato del genere umano?

O è il santo del posto ricco, con vitalizio, senza faticare?

Ma i grillini si dovranno decurtare il vitalizio per versarlo al movimento - a Casaleggio?

È il governo dei vertici, il governo del nuovo?

spock@antiit.eu

La paternità è una rinascita

“Non si nasce padri, lo si diventa”. Sotto questa insegna, non sorprendente, lo scrittore francese fa il suo piccolo elogio, in contrasto coi tempi, ma attento a non scivolare nella reazione, o restaurazione. Il suo trattatello è semmai un dubbio: com’è che sono padre di quattro figli, dai 4 ai 18 anni, “derivati da vite diverse”, dopo un’adolescenza negli anni 1970 programmaticamente di rifiuto, incondizionato. Per l’ecologia eugenetica già imperante, “niente futuro, niente figli”. E per il piacere del piacere, “senza conseguenze”.
Una condizione ora trova, la paternità, non faticosa né ingestibile, al contrario delle “vite diverse”, e anzi fonte di sensazioni irripetibili. Di cui ha già raccontato nel romanzo “Le bonheur d’avoir une âme”, e qui sintetizza, “un giorno che m’inoltravo per strada col mio primo bambino in braccio”: “Il sentimento di galleggiare, d’essere alleviato dal peso che portavo, liberato della mia propria pesantezza, un sentimento a priori irrazionale e d’altronde ambivalente, costeggiando l’allegria animale e gloriosa di aprire il mondo…”, etc.
Il Novecento è dei figli
Non c’è più il “padre archetipo” - il padre padrone, la divaricazione essendo stata introdotta dai baby boomers degli anni 1960 - ed è un bene ovviamente. Ma su questa ovvietà Leclair innesta una produttiva diversificazione tra la letteratura dell’Ottocento e quella del Novecento, spartiacque la “Lettera al padre” di Kafka. La questione risolvendo in altro modo dell’incompatibilità fra creazione e procreazione. La “Lettera al padre”, arguisce, “fa di tutta l’opera di Kafka, compreso il «Diario», una pietra angolare del XXmo secolo, dominato dalla letteratura dei figli, come il precedente lo era stato dalla letteratura dei padri (l’immenso Hugo dispiegato su tutta la mappa dei generi letterari)”. Partendo, per quanto riguarda la Francia, da Rimbaud, “Una stagione all’jnferno”, e includendo Proust, “in attesa che la madre muoia per costruire la cattedrale di cui aveva tanto sognato con lei”, Céline, che adotta come nome quello di battesimo della nonna, o Gide (“Famiglie, vi odio!”), e Beckett o Bataille, “Mia madre”, “Il colpevole”, “Il piccolo”. Fino a Houellebecq, l’“Estensione del dominio della lotta”: “Mio padre è morto un anno fa. Non credo a questa teoria seconda la quale si diventa realmente adulti alla morte dei genitori”. Con Victor Hugo naturalmente, che le paternità se le inventa anche adottive, fittizie, nei “Miserabili”. Ma più meravigliandosi di Balzac, “questo grande reazionario che è non di meno la pietra angolare di tutte le modernità letterarie e sociologiche”: “Attraverso il personaggio grandioso di «Papà Goriot» ha saputo rivelare il movimento di rimpatrio di Dio nell’uomo nel momento stesso in cui si produceva… Un padre divinizzato nella Parigi del 1835, la città assolutamente cinica e scombussolata” dopo le ubriacature di rivoluziione e restaurazione, con l’impero nel mezzo. Il padre “dal lato della bontà, del sacrificio, di ciò che si chiama l’amore”, anche sul letto di morte, quando l’adorata figlia non si cura di farsi vedere: “I padri devono sempre dare per essere felici. Dare sempre, è ciò che fa che si è padri”.      
       
Bertrand Leclair, Petit éloge de la paternité, Folio pp. 111 € 2


giovedì 11 luglio 2019

Beffa a Mosca, alla Lega lo “sfioramento” Pci

Ģ₩10Un’intercettazione metà e metà, che si capisce e no, è un ricatto. Normalmente roba di polizie segrete.
Un’intercettazione al Metropol, l’albergo per decenni del Kgb a Mosca, è roba da servizi segreti.
Ma: servizi americani, a Mosca? Più probabile di servizi russi. Ma: contro Putin, che invece ha tutto l’interesse a un Salvini vincente? Improbabile. L’ambiguità è però una conferma: succede così nella disinformacija, che non si sa che pesci prendere. Allora si razionalizza: Putin non sacrifica Salvini, ma tende una mano alla Cia.
Il décor vecchiotto, da Le Carré, dice l’intercettazione al Metropol una beffa. Che la modalità della corruzione porta al sarcasmo, copiata pari pari dal vecchio modello dello “sfioramento”. Praticato per decenni dall’Eni, sulle forniture di petrolio e di gas da Mosca, per conto del Pcus, il partito comunista sovietico, con versamenti su conti anonimi svizzeri in disponibilità al Pci.
Con un aspetto inquietante: che i servizi russi collaborano con gli americani. Tutta la storia del Russiagate sarebbe da rivedere.
Contro la rete, l’informazione diffusa
Volendo, da credenti nell’innovazione, nella rete, nei social, nell’informazione diffusa, le cose inquietanti sono due: che Russia e Usa collaborano per imbordellire la rete, e ogni possibilità di informazione democratica.
Che i servizi utilizzino i media non è una novità, si faceva al tempo di Montesquieu e le “Lettere persiane” – il socialista Mussolini improvvisamente interventista nel 1915 col suo giornale al soldo dei servizi francesi è un caso fra i tanti. Ma qui, se russi e americani sono “uniti nella lotta”, l’offensiva è generale per stroncare ogni alternativa in rete - alternativa ai controlli.
A mano che non si tratti solo dello schema, anche questo vecchio, stile guerra fredda, di Washington e Mosca unite contro la Unione Europea.

Quant’era bello l’islam

Una scelta delle “Note antropologiche” prese da Burton “Mille e una notte” che veniva traducendo in inglese a partire dal 1885, quando era console a Trieste. Una parte le scrisse a pie’ di pagina, una parte in un saggio che pospose alla traduzione, nel decimo volume, la più parte in fogli volanti nel corso dei suoi tanti viaggi in Africa e in Asia. Note quindi del tutto asistematiche, anche se Martina le raggruppa per temi. Confuse anche cronologicamente. E topologicamente: il referente sono “gli Orientali” in genere. Ma fortemente eteroetnico: tutto è bello e buono che non sia europeo.
Il “carattere degli arabi” è un modello. La donna? Privilegiata. Pagata, anche per scoprire il volto (“tassa dello scoprimento del volto”), protetta nel matrimonio, nel divorzio e nell’eredità, soddisfatta anche a letto, con la benedizione delle quattro mogli, e un po' di cautela. Ottima pure la politica: “Il dispotismo orientale è giunto più vicino all’idea di fraternità e uguaglianza di ogni repubblica finora creata”. Quattro pagine di lodi senza riserve, sul piano caratteriale individuale e su quello storico e politico, e quattro righe di riserve. Inflessibile invece con i turchi, “gli inqualificabili turchi” – un solo khan, Hulaku, nel 1258 fa nella sola Bagdad “ottocentomila vittime secondo alcune fonti, il doppio second altre altrettanto autorevoli”. Nella Bagdad capitale anche i locali lazzari erano modello di virtù, i “ligi”, i servi legati al padrone da fedeltà assoluta. Anche se sotto un ombrello inquietante: “Ogni musulmano è tenuto dalla religione a sorvegliare i vicini e a riportare i loro misfatti”.
Si procede così, per umori, malgrado tanta dottrina. Molto, in dettaglio, è sull’“arte dell’amore”. Comprese una decina di pagine sugli afrodisiaci.
Una lettura curiosa. Di un Oriente non remoto, tardo Ottocento. Certamente inventato o immaginato, un orientalismo quale lo critica Edward Said, ma pro bono? Pochi i contrappunti. “L’Aurah (luogo delle vergogne) dell'uomo va dallombelico alle ginocchia. Quello della donna dalla cima della testa alla punta degli alluciLa brutalità della folla è fenomenale, non vi è alcuna pietà verso il condannato. Alle esecuzioni capitali le donne hanno parte attiva nell'insultare il reo e nel tormentarlo strappandogli i capelli e sputandogli in faccia. La stessa brutalità istintiva degli uccelli e delle bestie selvatiche, che fanno a pezzi un compagno ferito.  
Una scelta curata da Graziella Martina, la viaggiatrice-in-conto-terzi – autrice di guide, editrice di libri di viaggio.
Richard F. Burton, L’Oriente islamico, Ibis, pp. 219 € 11