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lunedì 20 novembre 2017

I 150 anni, tristi, dell’Europa

Centocinquant’anni fa, nel 1867, si riuniva a Ginevra un Congresso Internazionale della Pace e della Libertà, un congresso in realtà europeo, che si pose il problema della pace in Europa, e concluse che la soluzione era la federazione, gli Stati Uniti d’Europa. Il congresso creò una Lega Internazionale della Pace e della Libertà, e la dotò di un bisettimanale, “Les États-Unis d’Europe”, che sarà pubblicato fino al 1939, alla seconda guerra civile europea indotta dalla Germania.
Fu un Congresso che fece scalpore. E innescò grandi novità: l’arbitrato internazionale, la Croce Rossa, il premio Nobel per la pace. Promosso e in parte vissuto da grandi personalità: Bakunin, Dostoevskij, Herzen, Victor Hugo, Louis Blanc, Quinet, John Stuart Mill – Garibaldi ne fu il presidente onorario.
Domani la ricorrenza si celebra al Parlamento europeo con un convegno. Organizzato da David Sassoli, l’ex conduttore del Tg 1. Con quattro professori universitari: Frétigné di Rouen, Malandrino di Alessandria, Moos di Zurigo, Schirmann di Strasburgo.


Il mondo com'è (324)

astolfo

Apostoli – Erano ignoranti, si dice. E infidi. Ma furono predicatori, persuasivi, e scrittori. Di cose nuove e quasi da inventare, non codificate.. Alcuni subirono il martirio. E tutti furono santi, quindi qualche merito dovettero averlo. Per non dire che crearono dal nulla un Messia ignoto ai più, crocefisso nella disattenzione, una religione di grande e duraturo successo, e una chiesa. Dapprima per cooptazione, quindi per giudizio loro, no dovevano esserne sprovvisti. E per opera di convinzione, a cominciare da san Paolo, personaggio non da poco.

Impegno – È stato il tema degli intellettuali nel dopoguerra e fino alla caduta del M uro: se impegnarsi in politica, sottinteso per il comunismo. Dibattuto per qualche tempo in Italia, fino a un dibattito celebre fra Moravia e i Sartre in visita a Roma, apostoli, sia lui che Simone de Beauvoir, dell’impegno.
Secondo Sartre “il Partito non ha bisogno di te, sei tu che hai bisogno del Partito”.. Anche se, aggiungeva, “in ultima analisi è la stessa cosa ubriacarsi in solitudine o guidare la marcia dei popoli”. Ma presto, a fine anni Sessanta, attorno al Sessantotto parigino, confuso, uno per il quale “tutte le attività sono equivalenti e tutte sono votate allo scacco”. Fu peraltro infaticabile organizzatore di pronunciamenti e lotte intellettuali, con manifestazioni, proteste e manifesti. Lo scrittore-poeta greco Vassilikos raccontava nel 1968 che l’anno prima seppe di essere stato incarcerato dai colonnelli greci al potere ad Atene da un appello pubblicato con molte firme in Francia. Lesse l’appello a Roma, mentre prendeva il cappuccino. Telefonò ad alcuni dei firmatari e seppe che Sartre aveva una delega in bianco per lanciare appelli.
Moravia, che nel 1960 contestava Sartre su questo aspetto, sarà poi impegnato e impegnatissimo – nel 1984 fu anche eurodeputato per il Pci.

L’impegno dei compagni di strada fu inventato e organizzato da Willi Münzenberg. Personaggio dimenticato ma nei due decenni tra le due guerre mondiali l’organizzatore di eventi per conto del Comintern, il coordinamento dei partiti comunisti di Mosca.

Tribù Era tribale la società ateniese, alle origini della democrazia. Né la Catalogna è un’eccezione oggi, o le Fiandre in Belgio. Il razzismo è scandaloso. Era scandaloso l’apartheid, o sviluppo separato, in Sud Africa, ma non del tutto – era scandaloso in quanto discriminava. Ma il tribalismo è un fatto. Agli onori ancora nel diritto internazionale – anche nella divisione dei popoli in base a ideologie: due Irlande, due Coree, due Vietnam, due Cine (e due Europe fino a recente, due Germanie). Lo stesso hitlerismo, l’autoaffermazione del popolo tedesco, non è isolato: ogni azione di difesa è aggressiva, e perfino distruttiva.
La partizione per credo religioso e politico, invece che biologica, ha una connotazione diminutiva. Ma è robusta, derivata dalla razionalità puritana: il bene èdiviso dal male. Insomma dalla mentalità del ghetto, estesa al sociale con la divisione in classi.
Il cosmopolitismo non è del resto più naturale del tribalismo, l’assimilazione culturale non migliore della tradizione. La varietà culturale salva la pedagogia, per l’ovvia esigenza di non traumatizzare l’infante e svilupparne le potenzialità. E migliora l’integrazione sociale - i marranos, porci giovani, non sono mai stati sudditi leali - e lo sviluppo economico. L’America ha tenuto in vita, più a lungo, più dettagliato, con danni minori che in qualsiasi altro luogo o epoca, e anzi produttivamente, un sistema di separazione etnica minuta e rigida, tra bianchi e neri, tra anglofoni e latini, germanici, slavi, e tra anglofoni d’Inghilterra e d’Irlanda, tra ebrei orientali, o sefarditi o di Babilonia, e ebrei occidentali, o ashkenaziti o di Gerusalemme. Fatta salva l’eguaglianza dei diritti.

Wahabismo – Verrà dall’Arabia Saudita la “modernizzazione” dell’islam, a opera del giovanissimo principe ereditario, Mohammed bin Salman, 32 anni? Una meteora nella tradizionalissima politica saudita, monopolio per un secolo del fondatore Abdelaziz Ibn Seud e dei suoi figli, o meglio un meteorite. Il principe ha concesso il diritto di guidare l’automobile alle donne, e simultaneamente la cittadinanza a un robot antropomorfico. Ha anche varato un piano da 500 miliardi di dollari per la realizzazione della prima città al mondo “pulita”, al Nord, nell’area desertica con la Giordania e l’Egitto, a energia solare, auto senza conducente, gestione in automatico a intelligenza artificiale.
Mohammed bin Salman è di fatto il governante del paese, poiché il re suo padre è molto in età e ha problemi di salute gravi - con la testa, si dice. Ma è evidentemente in attrito con l’estesissima famiglia regnante, di circa duemila principi – l’evidenza nasce dal fatto che ne arrestati un paio di centinaia, con l’accusa di corruzione. E di più con il suo stesso islam, il wahabismo.  
L’islam praticato e diffuso dall’Arabia Saudita, dove è fiorito nel secondo Settecento, è una dottrina rigorista e tradizionalista pre-greca, che si rifà cioè all’islam anteriore di prima della sua permeabilizzazione da parte della cultura greca, nei secoli IX-X. Con proibizioni radicali che l’islam ortodosso non considera, del caffè e il tabacco, e di ogni culto. Compreso, in anni non recenti, quello di Maometto, che li portò a distruggere la sua tomba a Medina.
È dottrina recente, opera nel primo Settecento di un riformatore dei Banu Tamin, Mohammed Abdel-Wahab, un ortodosso ultraconservatore che ebbe subito vasto seguito nella penisola arabica, compreso il Qatar. Molto esclusivo anche: chi non pratica l’islam secondo le sue regole è, sia pure pio mussulmani, un pagano nemico dell’islam. È la matrice del fondamentalismo o radicalismo islamico che infuria da un venticinquennio. Di formazione wahabita sono i Talebani in Afghanistan, ed era Osama Bin Laden. È forte anche nell’India mussulmana. Ma s’identifica bizzarramente con la dinastia saudita. Coi regni modernizzatori dei figli di Ibn Saud – e finora anche con i loro lussi stravaganti, compreso il gioco d’azzardo.
Il regno si classifica come sunnita wahabita. Dopo la graduale espansione delle tribù wahabite dell’interno contro sufi, sciiti, zaiditi, e altre minoranze delle regioni costiere e urbane alla fine dell’Ottocento. Ma la dinastia regnante, sicuramente sunnita wahabita, si impose quando negli anni 1930 il fondatore, Abdelaziz Ibn Seud, stroncò con centinaia di esecuzioni la Fratellanza Wahabita, l’ala radicale che si espandeva a partire dall’Iraq e dalla Giordani.  Ridando libertà di culto alle minoranze. E soprattutto, all’Est del paese, agli sciiti – di cui invece ora il principe ereditario è il nemico mortale. Nonché ai vari “infedeli” che popolavano il paese per l’industria del petrolio. A Gedda, la capitale diplomatica, e a Dammam, la capitale del petrolio, si dava conto delle celebrazioni festive cristiane oltre che islamiche, c’erano dei cinema pubblici, si davano concerti, le donne potevano mostrarsi anche poco velate.
Tutto è poi cambiato col boom del petrolio, e col khomeinismo. Dopo di allora, nel quasi mezzo secolo successivo, i regnanti si sono ritagliati l’economia del regno, mentre il fondamentalismo wahabita ha invaso il paese, anche le città, in tutti gli aspetti della vita associata: giustizia, scuola, costume. Creando nuove frizioni con  le minoranze, soprattutto con gli sciiti, che ora hanno come riferimento la potenza esterna, e concorrente, dell’Iran. Un pese sonnacchioso di tribù sparse per i suoi deserti, più spesso ancora in tenda, è divenuto rapidamente, in un paio di decenni, uno dei maggiori player internazionali della ricchezza, e patrono e finanziatore dell’espansione islamica in Africa e nel Sud-Est asiatico. Con investimenti, per scuole coraniche e moschee, di molti miliardi di dollari. Dall’Indonesia alla Malesia, e fino a Culver City negli Usa. In parallelo, radicalizzò il dormiente fervore religioso wahabita il khomeinismo. Nel 1984, quattro anni dopo l’avvento di Khomeini, che in Iran aveva debuttato rovesciando lo scià, un movimento analogo agitò l’Arabia Saudita. Militanti sunniti wahabiti presero d’assalto la Grande Moschea della Mecca, il luogo santo per eccellenza dell’islam, e proclamarono un nuovo regime invece del saudita, sotto un Mahdi, un redentore.
Le forze wahabite fedeli alla monarchia contrattaccarono e ripresero la moschea. Ma il contrattacco fu diplomatico più che militare: un accordo per cui il controllo sulle donne (spostamenti, sempre con accompagnatore, e abbigliamento, sempre in nero) veniva passato alla polizia fondamentalista,  e cinema e teatri-concerti venivano chiusi. L’accordo che oggi il principe ereditario sta rovesciando.

astolfo@antiit.eu 

Il Citati liberato

Una raccolta di elzeviri scritti per “la Repubblica” (senza indicazione dell’origine, Citati non ha gradito l’allontanamento dal suo quotidiano), e di altre prose sparse. Tutte o quasi animate, estrose. Anche se in spirito passatista, ancora in polemica con i consumi di massa. E con molto buon tempo antico. Ma non guasta: testi agili, senza sentenziosità. Con molti fermenti vivi. Come se Citati, lo scrittore di altri, si fosse autoliberato, con la stessa eccitazione. Nel quadro, più spesso, di uno sciocchezzazio che progettava con Marc Fumaroli, e poi evidentemente non hanno realizzato.
In fatto di pedagogia - il gruppo iniziale delle prose, folgorante – la critica del presente, in tutti gli ordini di scuole e nelle famiglie, non è misoneista, nessuno gli darà torto: infanzia e adolescenza sono conculcate oggi. Citati fa un ragionamento a ogni pagina convincente. I millennial sono generazioni perdute dai genitori, a opera loro, che accudiscono invadenti, non crescono i figli e non li rispettano – li occupano: otto ore di scuola, tre di attività varie e tre di tv e videogiochi, ai quali non partecipano.
Sulla scuola la requisitoria è di un “bambino” che sappia scrivere, niente di più, ma sagace, salace: l’infanzia è uno dei massimi doni dell’esistenza. Senza sopracciò: il tema no il riassunto sì, “il bambino deve vincere semrpe”, la lettura, la lettura, la lettura, il bambino è avido di sentire raccontare. Altri “pezzi” sono affascinanti. Su Calvi, il banchiere suicida. Sull’organizzazione Medici con l’Africa, di cui nessuno dice nulla. Perfino in tema di politica estera, sui wahaniti sauditi che governano il radicalismo islamico e scompaginano il Medio Oriente. Su Berlusconi – di cui Citati si finge compagno al liceo – è memorabile, un pezzo da antologia, se se ne faranno sul politico imprenditore. Un incredibile ritratto di papa Ratzinger ne anticipava lo sconforto (la prima edizione della raccolta è del 2011): “Tutti i cattolici osservano da tempo la condizione di inquietudine e d’angoscia che occupa la mente di Benedetto XVI”.
Una radicale rasatura del comunimso-bolscevismo, da Togliatti in giù, ha destinato la raccolta al silenzio, le redazioni culturali sono ancora nostalgiche. Ma la sovversione del linguaggio a opera di Stalin merita un monumento – ancorché da assortire col personaggio che tra le due guerre rifece il linguaggio internazionalista e l’immaginario dei compagni di strada e si vuole obliterare, Willi Münzenberg.
Pietro Citati, Elogio del pomodoro, Oscar, pp. 266 € 9,50

domenica 19 novembre 2017

Letture - 324

letterautore

Dante – “Un Dio per noi”, lo dice Leopardi nei “Pensieri”, “un mostro per li farncesi”. Che però ne hanno disponibili una mezza dozzina di traduzioni, anche in edizione econimuica a larga tratura, che si rimovano ogni pochi decenni. ben tre (v.) traduzini in cmercio, traduzini nuove, di Jacqeline Risset, .Hanno una Société d’Études Dantesques a Nizza, molto attiva, e una Société Dantesque de France a Parigi, che edita una “Revue des études dantesques”. Fanno convegni, promuovono specializzazioni.  

Inquinato da “antico rozzore” lo trovava Lorenzo il Magnifico, che ne scrisse a Federica d’Aragona.

È scettico, a giudizio di Giuseppe Renzi nella sua professione di scetticismo, “La mia filosofia (Lo scetticismo)”. Pur riconoscendolo “di sua natura trasmutabile per tutte le guise”, ne mette in rilievo il “potente individualismo”: “Proclamando che la mente umana deve star contenta ai puri fatti (il quia), perché con le sole sue forse non può penetrare le ragioni ultime, afferma un pirronismo positivista pascalianamente colorato”.

Femminismo – Ha un precursore d’eccezione, Spengler. Nell’imponente “Tramonto dell’Occidente” Spengler stabilisce il primato della donna al culmine della sua trattazione, il capitolo Quarto, “Lo Stato”. Alla radice di esso, tra “caste, nobiltà e sacerdotalità”: La lotta dell’uomo contro l’uomo avviene sempre in nome del sangue, della donna. È per la donna, concepita come simbolo del tempo, che esiste una storia politica”. A un breve elenco di donne che hanno fatto la storia, Caterina Sforza, Elena, Carmen,Caterina II, Désirée, premette: “La donna di razza ciò lo sente. Essa è il destino, essa ha la parte di destino”.

Maria – È celebrata da Goethe nel “Faust” forse più che da Dante nella “Divina Commedia” – il richiamo è meno scontato, meno canonico anche. Al culmine del poema, con un crescendo corale, se ne invoca l’intercessione per la salvezza: “Tutto il caduco\ è solo simbolo,\ l’insufficiente è qui perfetto;\  l’inesprimibile\ si fa realtà; \ l’Eterno Femminino\ in alto ci trae”. In una cioè con la celebrazione del principio femminile, non si una Vergine Maria sottomessa obbediente. Un’influenza del viaggio italiano di Goethe: la salvezza per intercessione è molto cattolica. Ma senza pentimento – senza senso di colpa. E senza Cristo: Goethe riduceva il cristianesimo a “fallita rivoluzione politica”, tramutata in rivoluzione morale. Del Cristo diceva “la più potente manifestazione dell’Altissimo che sia concessa ai figli della terra”, ma come il sole – al sole e al Cristo non dedicando culto divino, adorazione. E lo derubricava a “Amleto peggiore” - peggiore per non aver saputo  impedire ai suoi di tradire.

Pazzia- La sua frequenza tra i poeti avrebbe una ragione fisica? Rensi, “La mia filosofia (Lo scetticismo)”, ha questo aneddoto: “Lombroso racconta in qualche luogo che in una casa di salute  due paranoici redigevano un giornale, di cui era redattore uno affetto da manie di grandezza e di persecuzione, il quale in un giorno era capace di scrivere cinque lunghi articoli in versi non scadenti, mentre il compagno correggeva, migliorava, rinnovava all’occorrenza”.
Lombroso fu direttore per pochi medi del manicomio di Pesaro nel 1872, per il quale chiese e ottenne dall’amministrazione provinciale che gli affidava l’incarico una serie di miglioramenti, “al modo di Germania e Gran Bretagna”. Tra i quali la redazione di un giornaletto, che intitolò, “Diario di San Benedetto”, pensato e redatto dagli assistiti.  

Petrarca – Il primo e più radicale scettico di tutti lo proclama Rensi nella breve storia “Lo scetticismo in Italia” che conclude “La mia filosofia (Lo scetticismo)”: “Lo scetticismo in Italia si formula nettamente col Petrarca (indice dell’indole scettica del quale è già il suo appassionato amore per Cicerone) che nel “De sui ipsium et multo rum aliorum ignorantia” oppone all’onniscienza dello scolasticismo e al dogmatismo dei teologi l’incapacità socratica di sapere e il concetto pragmatistico della superiorità dell’azione (della condotta virtuosa) sulla speculazione intellettualistica”..

Pirandello – Non si dice, ma ebbe dopo la guerra alcuni decenni di oscuramento. Ancora attorno al 1970 veniva rappresentato soltanto a Parigi, e a Parigi sempre dagli stessi, i Pitoëff. In Italia ne parlava solo Macchia, un francesista. Anche dopo non ha avuto grande lustro, malgrado i tanti titoli al glamour. Era robusto, Pirandello, sportivo, occhi chiari, naso importante, fronte da gigante, capelli fluenti ben pettinati, a suo agio a casa e lontano da casa. Studiò in Germania, tirava di fioretto, costruì case. Un personaggio, e uno scrittore comico. Non ultimo per la vicenda del Nobel, che ebbe alla fine perché prima doveva andare alla Deledda – la quale, laureata, molti viaggi fece a Stoccolma per sconsigliare Pirandello, suo nemico dacché ne aveva sbeffeggiato il ruolo in famiglia nel romanzo “Suo marito”.
Non l’ometto calvo con la barbiccia grigia e le borse alle guance della ritrattistica, estenuato dal secondo e terzo lavoro a tavolino, sfiancato dalla gentile Antonietta Portolano sua moglie e dal senso del decoro. Per cui non poteva neppure innamorarsi, l’amore della moglie lo aveva seccato. Si capisce che l’operosa milanesina Marta Abba se lo sia fatto amante col vincolo della castità.
Formato in Germania, più cosmopolita per gusto e cifra del tardo decadente D’Annunzio, che scimmiottava a Parigi la poesia di mezzo secolo prima, compresa l’affettata depravazione – un po’ alla Benjamin, che fumava per scriverne. Forte realista, fine analista politico. Antonietta candida, la moglie che ebbe presto problemi psichiatrici, ne fece un grande, le energie concentrandone sul proprio nulla.
Fascista, nel fascismo identificava già nel 1923 la sua arte, e Mussolini lo fece accademico. Ma ne censurò le commedie e lo rovinò da impresario, come un personaggio pirandelliano. Sempre gli dei perdono chi amano.

Viaggio – “La disgrazia dei viaggi è che danno il gusto di viaggiare”, Dumas al figlio il 5 novembre 1858, da un accampamento all’incrocio delle strade di Vladikavkaz e Derbent, oggi Ossezia, nella Russia meridionale.

leuzzi@antiit.eu

L’impero assiro, il primo, si celebra in morte

“La preistoria dell’imperialismo” è il sottotitolo, degli Assiri come inventori-promotori degli strumenti -  concettuali, legali, militari degli imperi futuri. L’espansione, il dominio, lo sfruttamento, o comunque un vantaggio comparato, e l’annullamento (assoggettamento, colpevolizzazione, anche distruzione) del nemico, quello che fa l’imperailismo, emerge per la prima volta, documentalmente, nella storia dell’antica Assiria. L’imperialismo è più vecchio naturalmente, per esempio in Cina, e probabilmente va con la storia. Liverani ne tratta da specialista emerito delle civiltà mesopotamiche e in specie degli Assiri, con impegno sul dato.
Ma gli Assiri vengono in argomento oggi piuttosto per la loro fine, voluta e insistita, programmata, come civiltà e perfino come popolo – un mondo “tagliato”, più che una lingua o un’esperienza. Gli Assiri come gli Armeni, altra comunità cristiana del Medio Oriente. A opera dei curdi, che li hanno letteralmente massacrati. L’ultimo europeo che li ha avvistati è stato probabilmente Viktor Sklovskij, ma è già quasi un secolo. Pochi ne sopravvivono in Iraq, come caldei.
La storia era stata lunga. L’impero ebbe 116 re, più di quello romano, e viene per questo divisa in tre parti, paleoassira, medioassira e neoassira, ma finisce nel 612. Avanti Cristo. Resterà nella Bibbia, per avere conquistato il regno di Israele. Nonché poi - con l’eversore Nabuccodonosor II, re di Babilonia - Gerusalemme e il regno di Giuda. Avevano la passione delle biblioteche, con centinaia di migliaia di esemplari. La biblioteca di Assurbanipal a Ninive ebbe per l’antichità il valore mitico della biblioteca di Alessandria oggi. Ma erano dei duri. Nei palazzi di Khorsabad, Babilonia, Susa scolpivano scene di guerra, sfilate di prigionieri, corpi fatti a pezzi, città distrutte. Il mondo di Assur, riemerso a metà Ottocento, fu innanzitutto una civiltà militare. A Tell Asmar, non lontano da Bagdad, è immortalato un gigante tagliatore di teste. Erano uomini che non sorridevano. E c’è questa coincidenza, forse fortuita: gli animali gli assiri raffiguravano a cinque zampe, come il cane dell’Eni – o il cane ne ha sei? Il primo impero semita si allargò a Babilonia, Urartu, Fenicia, Palestina, Egitto, dove Assurbanipal conquistò nel 643 Tebe. E fu la fine: medi e babilonesi invasero l’Assiria e distrussero Ninive. Come l’Europa, l’Assiria correva troppo.
Poi i curdi li cacciarono. Sklovskij li ritrova quando non ebbero altra scelta che mettersi coi bolscevichi. Dimenticati dai turchi tra i monti attorno al lago di Urmia, in lite coi curdi, seppure muti, appoggiati dagli americani, oltre che dai bolscevichi, e armati di vecchie carabine senza otturatore. Così “marciano le truppe locali degli assiri” davanti al giovane commissario politico russo. Il lago, “più salato delle lacrime”, è per questo motivo privo di pesci, ma è allietato dai fenicotteri, che fanno il cielo rosato quando volano. Attorno “i torrenti sfrigolano sulle pietre, come fornelli a petrolio, di notte splende una pazza luna”, tra “le ombre degli archi scoscesi di ponti distrutti mille anni fa”.
Gli ultimi assiri si vedono a Persepoli: tributari, soldati, funzionari ascendono i bassorilievi dello scalone che la follia di Alessandro non riuscì a distruggere. Altri, dispersi tra l’Europa e le Americhe, si riconoscono, simili ai copti che si negano, dai nomi, i suoni, le fisionomie, e grazie ai possenti archivi Usa dello stato civile. Si danno nomi diversi, siriaci, aramaici, caldei, othoraici, e sono di religione ortodossa, nestoriani – questo il loro nome nell’impero ottomano - o giacobiti. Oppure cattolica: caldei, melchiti, maroniti. Possono essere pure protestanti, si sono aggiornati. E si organizzano in tre chiese, Madinha, Siriana e Caldea, oltre alle piccole chiese riformate. Ma non sono padroni neppure dove sono più numerosi, attorno a Ninive.
Per ultimo i turchi li cacciarono dal ventilato altopiano. Verso le paludi malariche dell’Eufrate, dove furono di nuovo massacrati nel 1933, dal capo iracheno Bakr Sedqi, e verso le sabbie roventi della Siria e della penisola arabica. Nell’Alta Mesopotamia se ne contavano, alla vigilia del 1914, oltre un milione. Uno dei pochi sopravvissuti nella Bassa Mesopotamia aveva il volto buono di Saddam, che lo mandava nelle capitali a parlare, il ministro degli Esteri Tareq Aziz.
Mario Liverani, Assiria, Laterza, pp. XVIII-384, ril., ill. € 22

sabato 18 novembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (345)

Giuseppe Leuzzi

Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”, p. 54, ha una serie di grandi tedeschi “vittime del Sud”, 
 “cominciando dall’imperatore Ottone III, che fu la prima vittima del Sud, fino a Nietzsche”, che ne fu l’ultima”. Il Sud deprecato da Spengler è quello classico, greco e romano, ai quali vuole che si contrappongano i “secoli vivi” del Medio Evo.
Ma di Ottone III dice il nazionalista Thomas Mann nel “Doktor Faustus”: “Quando morì dopo la cacciata dalla sua Roma diletta, le spoglie furono portate in Germania contro il suo sentimento, era un campione di auto-antipatia tedesca e tutta la vita aveva pudicamente sofferto di essere tedesco”.

Luchino Visconti, grande regista e personaggio ingombrante, per mezzo secolo, è dimenticato. Salvo che per “Il Gattopardo”, come se non avesse fatto altro - assortito con “Rocco e i suoi fratelli”, ma poco, il drammone si regge ora poco, troppo melodramma. Resta come testimone del Sud, di un certo Sud cui piace fissare quello vero. Con compiacimento dello stesso Sud: piace pensarsi aristocratici un po’ gualciti.

Gli svedesi visti in tv nella partite con l’Italia sono stati violenti e simulatori, di proposito, sempre lì a lamentarsi con l’arbitro. Tutti l’hanno visto in tv. Ma erano svedesi tipici, alti e biondi, e la cosa non è stata sanzionata, nemmeno deprecata. Violenza e simulazione sono meridionali.

Fa senso la mafia senza complessi di Ostia. Che in una città presidiata speciale su ordine del ministro dell’Interno compie attentati e manda “avvertimenti”. Ostia esemplifica un concetto semplice: che la mafia non è un fatto etnico, come vuole la sociologia dei Carabinieri, ma è insorgenza quasi naturale quando i Carabinieri non vedono o si girano dall’altra parte.
Dove i delitti vengono puniti le mafie non allignano. Anche se fossero “solo” delitti contro la proprietà: è questo il campo di marte delle mafie, a Ostia e altrove. 

Fa senso lo spreco di televisioni e giornali in morte di Riina. Per chi ha vissuto e vive in aree di mafia. E anche per chi ne è lontano, che lo sa killer selvaggio e organizzatore di orribili stragi. Che c’è in quest’uomo da ricordare?
Solo un prete, il vescovo di Monreale, sa dire la parola giusta: “Riina non diventi un mito”. Il giornalismo è il male, violento?

Il giudice di Parma Umberto Ausiello trova il modo d’immortalarsi anche lui, con un procedimento per omicidio colposo sulla morte di Riina. Avvelenato? Ucciso dai chirurghi? Dice: è la legge. Di chi?

Il vescovo di Monreale ha dovuto fare un decreto, due decreti, per escludere i condannati per mafia dalle confraternite, e dalla partecipazione a battesimi e cresime in qualità di padrini..

L’aria del Sud
Rapido e giocoso, il modo d’essere del meridionale a Parigi è irritante e va castigato, spesso con l’ostracismo. In “Féder”, uno dei tanti romanzi incompiuti di Stendhal, il bel giovane di Marsiglia che vuole fare carriera nella captale come pittore, è così indirizzato dall’amante-istitutrice Rosalinde, prima ballerina all’Opéra: “Non è soltanto la commedia malinconica che dovete rappresentare voialtri gente del Sud che pretendete di vivere a Parigi, dovete fare la commedia sempre; niente di meno, mio bell’amico. La vostra aria di gaiezza e la vivacità, la rapidità con la quale rispondete scioccano il Parigino, che è per natura un animale lento, la cui anima è immersa  nella nebbia. La vostra allegria lo irrita: ha l’aria di volerlo far passare per vecchio; che è la cosa che detesta di più. Allora, per vendicarsi, vi dichiara grossolani e incapaci di gustare le parole spirituali che sono l’incubo di felicità del Parigino”.
L’incubo di felicità, un ossimoro non male. Il consiglio di Rosalinde è di prendere “un filo di aria malinconica”. Un’alternativa Stendhal dà nello stesso abbozzo della narrazione o conversazione “in provincia”, sottintendendo del Sud – si applica a dei guasconi di Bordeaux: “In provincia, ciò che si dice essere amabile è impadronirsi della conversazione, parlare a voce alta, e raccontare un seguito di aneddoti pieni di fatti impossibili tanto quanto di sentimenti esagerati, di cui, per un di più di ridicolo, il narratore di fa l’eroe-protagonista”.

Il Sud è arabo
Il Sud è arabo è più che un rimprovero leghista. È più greco o più arabo – saraceno, barbaresco, magrebino, Libia inclusa?
Non ce n’è una storia, eccetto che per la Sicilia. Ma la presenza araba è stata costante e incisiva in Italia nel quattro secoli tra il Nono e il Tredicesimo – fino alle Crociate, che il fronte riportarono nel Medio Oriente. Nei secoli seguenti, fino a tutto l’Ottocento, peraltro non fu dismessa: solo è stata più episodica, anche perché meglio contrastata. Questo sito ne ha dato un breve quadro con “Gli Arabi in Italia”, l’unico tentativo di approfondimento:

Il riflesso si direbbe soprattutto nella fisiognomica. Che però sa più di impressione che di dato storico accertabile. Suppliscono i toponimi arabi, che sono un’enormità, al Sud e nell’Italia tirrenica, fino alle Alpi. Moltissimi anche i cognomi, oltre i tanti Pagano che nascondono il vero nome: D’Alema, Caracciolo, Gaito, Galba e Galbani, Debbio, Morabito, Modafferi, Almirante, Macaluso, Ainis, Badalamenti, Cabibbo, Musumeci, Cangemi-Gangemi, Buscemi, Caffaro, Cuffaro, Cacopardo, Sodano, Sciortino, Vadalà, Bagalà, Zappalà, Fragalà, Giammusso, Guarasci, etc.
Molti i termini di uso comune. Tra cui alcuni dialettali, segno che la presenza araba non è stata momentanea. Il più noto è il “camallo” a Genova. O lo “scialla scialla” in uso per plaudire, festeggiare. E il “mosciame”. Anche il piemontese ha alcune forme arabe ricorrenti: “marghé” per pastore, “cussa” per zucca, “coma” per mucchio, “burnia” per vaso.
Ma più comune è probabilmente il linguaggio. L’economia estrema del linguaggio, la brachilogia, nell’uso privato. Nei molteplici  significati dell’esclamativo, dell’interrogativo, dell’interrogativo negativo.  Determinati dal contesto. O dal gesto, anch’esso gravido, anche solo uno sguardo, o la stessa pausa. La retorica incontenibile nell’uso pubblico. L’umorismo “cattivo”. Molte parole si ritroverebbero pressoché identiche nei dialetti italiani e in arabo. Il francese di Yasmina Khadra, lo scrittore franco-algerino, contiene spesso termini, per es. “sciarriarsi” per litigare, che si ritrovano nel dialetto calabro-siculo ma non nel Petit Robert francese – però, è vero che in questo caso lo scrittore può aver mediato il movimento inverso, di artigiani e manovali calabresi e siciliani emigrati in Algeria (all’inizio della guerra algerina di liberazione, nel 1955, c’erano più italiani in Algeria che nella ex colonia italiana di Libia).

Napoli
“Antagonisti” a tutto campo a Napoli, contro i professori, i giornalisti, e gli onorevoli. Ora anche contro Camusso, la segretaria della Cgil. Ma non spontanei né selvaggi: all’ombra del sindaco De Magistris. Che li cavalca con lo slogan “Napoli città del’amore e dell’accoglienza”.
Tutto questo “fa molto napoletano” ma lo è anche: Napoli è la sua maschera.

Trova il modo di essere sempre sgradevole, per essere più smart  di tutti, voglia di strafare. Specie nel giudiziario, dove se ne trovano rappresdemtanti in ogni pizzo. Ora anche in morte di Riina, subito un giudice partenopeo p insorto – campano, è vero, però la scuola è partenopea - per imporci le saghe dei “Riina è stato ucciso”  e “Da chi”. Minniti? Mattarella? “Lo Stato”? Senza limiti.

Era colonia inglese alla fine delle guerre napoleoniche. Stendhal nel 1817 vi trova “due o tremila Inglesi”. Inglesi anche le donne belle. Il “Gentleman’s Magazine” londinese ne aveva dato notizia in precedenza: “L’emigrazione dei nostri compatrioti in Italia è così massiccia che a Napoli risiedono ora 400 famiglie inglesi”.
Ci saranno anche molte memorie inglesi, specie di ladies, incantate.

Via Toledo, ch dopo Porta Pia sarà chiamata via Roma, era stata fino ad allora “una delle più ampie, più lunghe e più belle vie d’Europa (De Brosses), “senza pari sia a Londra che a Parigi” (Pilati), “la via più gaia e più popolosa del’Universo” (Stendhal).

Herder poteva dire a Napoli, nei “Ricordi di viaggio in Italia 1786-87”: “Roma è un covo di briganti in confronto a questo paese: ora capisco perfettamente perché lì non mi sono mai trovato bene”. A Napoli dedicherà uno dei due libri dei suoi “Ricordi” – che Napoli non pubblica.

È curioso come Napoli non riesca a scrollarsi di dosso le insolenze di cui è stata oberata dopo l’unità. A ragionare cioè su se stessa, su ciò che fino ad allora aveva creato e poi più non seppe o poté.  Se non in qualche polemica sterile, senza farne cioè occasione di rilancio. Aveva esaurito la sua funzione? Aveva una funzione solo come capitale? Ma anche questo non sarebbe stato un appiglio per ricominciare?

Fa quindicimila chilometri in bicicletta, da Hong Kong, vuole raggiungere Calais con mezzo giro del mondo, e dove gli rubano la bicicletta? A Castel Volturno, nel giro di un paio di minuti. Lo inseguivano da Hong Kong? Il luogo è così pieno di ladri che se ne trova sempre uno a portata di mano?

Ha il monopolio della giustizia, nelle procure e nei tribunali, e nelle istituzioni, Cassazione, Csm, Consulta. Perfino nella giustizia sportiva – la giustizia è molteplice in Italia, ce n’è una anche sportiva.  Con effetti umorali e di parte, alla Consulta e nel calcio visibilmente: le decisioni cambiano da un momento all’altro, da un caso all’altro, da un governo all’altro.
Opportunismo? No, ci mancherebbe. Però, bsognerebbe mettere dei contingenti etnici in alcune professioni sensibili: i giudici, per es., che siano napoletani solo a un tot per cento, non tutti.

Il torinese Agnelli innocente accorre a Roma a difendersi nelle indagini del prefetto napoletano Pecoraro. Il quale non lo ascolta e lo condanna, in termini ingiuriosi. Il napoletano De Laurentiis non solo non accorre, ma quando Pecoraro manda uno a interrogarlo a domicilio non si fa trovare, delega un paio di impiegati. E il prefetto napoletano tace.
Napoli potrebbe in effetti guarire “Napoli”, con la frusta, come usava un tempo. C’è più democrazia (legalità) nei ruoli, che nel free for all, nel todos caballeros. Alcuni lo sono, altri no.

leuzzi@antiit.eu 

Joyce scrittore italiano

Joyce voleva diventare italiano. Ci ha provato con insistenza. Fece l’abilitazione per l’insegnamento nelle scuole, scrisse in italiano, per “Il Piccolo della sera”, il quotidiano di Trieste (si era offerto come inviato in Irlanda, in una delle tante crisi nazionaliste per l’indipendenza da Londra, al “Corriere della sera”….), tenne lezioni e confereze in italiano. Prese lezioni di canto al Conservatorio di Trieste, cantò all’opera Wagner, “I maestri cantori di Norimberga”. Ma la burocrazia fu più forte di lui.
In Italia da fine 1904 per dieci anni, ha letto a amava D’Annunzio, i romanzi, “Il fuoco” in particolare, il più dannunziano. Ma, di più, si era fatto dantista: Dante è stato per lui una rivelazione. Oculatamente il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione gli impedì nel 1911 di “trasferirsi nel Paese la cui lingua usa ogni giorno, avendola scelta deliberatamente come madrelingua per i suoi figli Giorgio e Lucia”, come scrisse nella domanda per un posto di supplente. Per cinque anni scrisse prevalentemente in italiano. Ma, benché cultore di Dante, Joyce non poteva essere di lingua italiana. Oltre che della cittadinanza, l’Italia è gelosa pure della lingua. Allo scoppio della guerra, Trieste essendo asburgica, dovette lasciare la città e l’Italia.
Non se ne parla, e anche questo è un segno - come se l’Italia non ci fosse nemmeno stata nella vita e l’opera di Joyce. Che invece ancora in “Finnegans Wake” parla e pensa italiano, con Anna Livia Plurabella e altre strutture linguistiche. Gli anni da lui passati in Italia furono fertilissimi. Fra Trieste e Roma, con la prima convivenza in matrimonio con Nora, e la nascita dei sue figli, Lucia e Giorgio (tre con una terza nascita abortita), si ambientò ovunque senza problemi. È qui che si precisa, in alcuni scritti italiani non ricompresi nell’antologia, eversore della lingua e restauratore del pensiero – contro il Rinascimento, secondo la tradizione medievistica di una parte del cattolicesimo (con cui Umberto Eco si troverà in sintonia), contro l’illuminismo e ogni dottrina di progresso.
Silvana Panza – che per linkedin persegue gli stessi meandri joyciani nella scuola secondaria italiana… - riesuma qui alcuni degli scritti della prima antologia, “Scritti italiani”, curata nel 1979 da Gianfranco Corsini, Giorgio Melchiorri, Nino Franck e Jacqueline Risset. Sono scritti informati, anche quelli letterari (Dickens, Defoe, Blake). Segnati dal ghigno anticonformista della “Gente di Dublino”, i racconti che andava scrivendo in inglese, e poi in “Dedalus” o “Ritratto dell’artista da giovane”. Joyce aveva debuttato parnassiano, ricercato, nelle poesie raccolte in “Musica da camera”, 1907: l’impronta è evidente, benché non programmatica. Joyce, studente di lingue moderne all’University College, era stato appassionato dell’Ottocento francese, prima che di Dante e l’italiano. Anche i primi racconti, coevi, si possono rileggere accostandoli a Gautier, Banville, Louÿs. Franco Marucci, nello studio forse più circostanziato sul Joyce italiano (“Joyce”), ritraccia l’Italia anche nelle lettere, e ipotizza nell’esperienza triestina incontri condizionanti con Svevo e, tramite Svevo, con la psicoanalisi.
La neo lingua non gli era d’ostacolo, e anzi sembra incentivarne la verve. Specie se rapportata – fatto di grande rilievo che però viene anch’esso rimosso – allo stato comatoso dell’inglese poetico e letterario dell’epoca, il decennio prima della Grande Guerra. Gianfranco Folena è giunto a ipotizzare con buoni argomenti che il plurilinguismo di “Finnegans” Joyce ha derivato dal suo amato italo-veneto. Anche in quanto scrittore delle prime, impressionanti, parolacce, è da ipotizzare che si sia “liberato” nella parlata vernacolare di Roma e Trieste.
A Trieste, fra i tanti grandi eventi di Joyce, vi fu l’incontro con Ezra Pound, l’eversore dichiarato dell’inglese di maniera, che gli pubblicò “Dedalus” e sarà influenza decisiva per la scrittura joyciana, a cominciare dallo stesso “Ulisse”. Il primo effetto dell’incontro fu sul “Giacomo Joyce”, il poemetto lasciato calligrafo incompiuto, sull’amore di una maliarda a Trieste.
James Joyce, L’Irlanda alla sbarra e atri scritti in italiano, Ripostes, pp. 120 € 16

venerdì 17 novembre 2017

La morte del papa

Interviene il papa per dire che si può decidere il suicidio. Nel biotestamento o in altro modo. E anche l’omicidio. Pretendendo che non sia nulla di rivoluzionario.
In un senso è vero: quello che dice il papa è quello che si fa nella pratica, caso per caso, senza leggi e senza dottrina, senza impegnare la volontà del sofferente, e senza nemmeno dirselo tra aventi causa, sanitari e congiunti, per la forza delle cose. Nel 1980 la Congregazione per la dottrina della fede ne prendeva atto: “Nell’imminenza di una morte inevitabile…  è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso per la vita”. Ma detto dal papa in occasione solenne, ex cathedra, è un nihil obstat a finirla il prima possibile, con le vite inutili, per i parenti e per le Asl. Con assoluzione garantita.
È possibile che il papa non si renda conto della differenza, ma questo è terribile - o non capisce o è un ipocrita. Oppure è un infiltrato, come dicono i sacrestani scontenti.

Ombre - 391

Agenzia europea del farmaco, per la quale Milano spasima. Giovedì “la Repubblica” dice che è fatta, la Germania vota Italia. Venerdì il “Corriere della sera” dice che no, “Berlino è contro Milano. Come sono volubili i tedeschi.

Trepida “la Repubblica” segue Di Maio in Usa con una inviata speciale. Che lo intervista a tutta pagina, prima e dopo l’incontro al vertice con un sottopancia del Dipartimento di Stato – uno dei molteplici vice-direttori di una qualsiasi area, incaricato di ricevere il vice-presidente della Camera dei Deputati italiana. De Benedetti, tessera numero 1 del Pd, è diventato grillino? Ma lui ha il senso del ridicolo. Alle lettrici di “la Repubblica” piace Di Maio, cocco di mamma? Questo può essere.

Perfino Parolin, il capo del governo del papa, era a Washington per incontrare Di Maio. Non c’è più religione?

Però, una cosa Di Maio l’ha detta, parlando online sul sito del “Washington Post”: “Il nostro movimento è riuscito a disarticolare il centro-sinistra”.

Più corretto sarebbe stato: “Il nostro movimento è riuscito a disarticolare la sinistra”, da destra.

“Intourist, l’agenzia di Stato, era un altro modo per dire Kgb”, si legge su “la Repubblica” per bocca di un allegro giornalista inglese. Allegria! Quanti pellegrinaggi devoti alla patria del comunismo! E pagavamo il Kgb!


Il partito Repubblicano Usa insiste con Roy Moore, candidato senatore in Alabama, perché abbandoni la candidatura dopo le accuse di molestie sessuali. Ma non insiste molto: gli elettori non hanno fiducia nella stampa che riporta le accuse.

“Hanno acceso un riflettore su di lui nel 1977, quando era ancora agli esordi” – lui è Trump, il riflettore lo aveva acceso Breznev. Gianluca di Feo, il vecchio trombettiere di Mani Pulite, si supera su “la Repubblica”: il complotto è perfetto. Ma non diamo una patente di chiaroveggenza ai vecchi comunisti, quasi divina? O di Feo vuole dire che la Russia è sempre quella del 1977? Santa ignoranza.
Non si sa più che leggere – Di Feo vuole solo promuovere un libro dell’allegro giornalista inglese, Luke Harding.

Il commissario Ue Katainen trova che i conti italiani sono bugiardi, che il governo nasconde la verità. È quello che si è detto della Grecia. E comunque non va sottovalutato Katainen: era primo ministro della Finlandia quando Angea Merkel lo fece dimettere per nominarlo supervisore dell’economia a Bruxelles. Ci sarà un altro 2011?

Va al Mondiale la Svizzera, con 9 dei 4 titolari stranieri. Nati all’estero, oppure in Svizzera da genitori stranieri, e naturalizzati. Nel paese che più di tutti ha alimentato e alimenta la polemica anti-immigrazione.

È vero che in Svizzera la popolazione di origine straniera è un quarto del totale, un su quattro – percentuale superiore probabilmente a quella americana di seconda e terza generazione comprese. È il paese che più ha puntato per crescere economicamente nel dopoguerra sull’immigrazione. L’Austria, invece, altro paese di area tedesca, uscito dalla guerra con una forza lavoro maschile ridotta, per mezzo secolo ha adottato la crescita zero per non dover accogliere immigrati, e quando ha abbandonato la crescita zero vota a destra e chiude le frontiere.

Una pagina del “Corriere della sera” per Piero Bassetti, che va alle Nazioni Unite a spiegare “un progetto di dialogo con ispanici, nipponici e indiani per un mondo interconnesso”, elaborato da un sua ong. “Così superiamo gli Stati nazionali”, gli fanno dire. Bassetti è un gentiluomo, di novant’anni. E all’Onu ci possono andare tutti, c’è sempre un posto in qualche corridoio. Ma il provincialismo di Milano è esagerato.

Fubini difende a grossi caratteri la Banca d’Italia nella crisi delle banche, annunciandone la nuova strategia, di ribattere alle polemiche e non starsene buona. Dopo aver dato un colpo al cerchio in tre righette. “La quale (banca d’Italia) pure in questi anni è inciampata in ritardi, sottovalutazioni e errori che ancora non riconosce”. Perché, di cos’altro si discute?

La colpa semmai, spiega profuso Fubini sul”Corriere della sera”, avvinto alla Banca d’Italia, è del governo.  Anzi, del governo Renzi, che, fresco di giuramento, andò a votare il bail-in. Cui la Banca d’Italia però aveva collaborato, e i cui meandri avrebbe dovuto ben spiegare, alle banche e ai risparmiatori, nonché al governo, Renzi o non Renzi. O ci sta lì per che altro? Per non dire dei Fubini – ma l’informazione economica è fuori da ogni commento.

Ombre sul derby Roma-Lazio, allarme: “La Serbia risparmia Kolarov (Roma) e spreme Milinkovic-Savic (Lazio)”. Saranno i serbi i veri padroni della fantomatica proprietà della Roma?

Festival dell’Economia al Parco della Musica a Roma. Fra il centinaio di partecipanti no uno che non sia Dem. Il Parco è saldo presidio Dem. Poi dice come mai nessuno li vota.

Dopo aver perso le elezioni già vinte del 2013 mandando all’astensione metà dell’elettorato, Bersani promosse un governo coi grillini. Fallì, e perse anche il governo. Poi ha spaccato il suo partito, il Pd. Ora rivuole l’alleanza con Grillo. Che lo spernacchia come stalker, un molestatore. Ma chi è Bersani, un goliarda? Un guastatore?

Il Belgio non consegna Puigdemont per non riaprire la sua propria divisione, appena ricomposta, temporaneamente, dopo alcuni anni di non governo – è ben i paese che divise la storica biblioteca di Lovanio in due, francese e fiamminga. Ma non si evita il rincaro su Madrid, accusando la Spagna di franchismo. Che è morto quarant’anni fa.
Perché le secessioni sarebbero un atto di democrazia, specie quando le comunità etniche, linguistiche, religiose sono incastrate da secoli e da millenni?

La purezza di Simone Weil

Opera storica “singolare” la dice Giancarlo Gaeta nella presentazione.”Fare l’inventario della civiltà che ci schiaccia” è del resto il proposito di Simone Weil. Un mondo rivalutando, di cui professa di sapere poco, per il tramite di un poemetto cortese sull’assedio e la presa di Tolosa. Ma che sceglie di elegere a mondo utopico, di un cristianesimo sprovvisto di Bibbia, e di Chiesa romana. Dove tutti vivono in pace, professando la loro fede.
Due saggi per un numero speciale della rivista “Cahiers du Sud”, dedicato a “Le génie d’Oc et l’homme méditerranéen”. Scritti a Marsiglia negli anni di Pétain, quando Simone Weil stessa era con un piede dentro e uno fuori della Francia, sebbene non personalmente assediata. Dopo un frettolosa, quanto avvincente, incursione nel mondo d’Oc.
La crociata contro gli Albgesi, con l’assedio finale di Tolosa, non senza la partecipazione di Luigi IX di Francia, che il papa Bonifacio VIII, altrimenti famoso, farà santo, è una guera religiosa in cui non si fa questione di religione ma di idee: il re santo e il papa segregano l’Europa nel suo vero Medio Evo, troncandone il suo vero Rinascimento, la fioritura pacifica di uomini e idee. Tesi ardita, ma appassionata: “L’Europa non ha mai più ritrovato allo stesso livello la libertà spirituale perduta per effetto di quella guerra”. Fu uccisa un’idea di civiltà ricchissima e “civile”, persiana, araba, greca: “Per quanto si sappia poco dei catari, sembra chiaro che essi furono in qualche modo gli eredi del pensiero platonico, delle dottrine iniziatiche e dei Misteri di quella civiltà preromana che abbracciava il Mediterraneo e il Vicino Oriente”. Non solo: “Che sia per caso o no, la loro dottrina ricorda per certi tratti, insieme al buddismo, insieme a Pitagora e Platone, la dottrina dei druidi che un tempo ebbe a impregnare questa stessa terra”.
Le tracce S.Weil trova nel poema, di cui fa l’anamnesi. Ma anche, piuttosto disinvoltamente, nella storia: “Vi si trovava quel sentimento civico intenso che ha animato l’Italia nel medioevo,vi si trovava anche una concezione della subordinazione simile a quella che T.E.Lawrence trovò viva in Arabia nel 1917, a quella che, portata forse dai Mori, ha impregnato per  secoli la vita spagnola”. Una concezione “che rende il servo uguale al padrone grazie a uan fedeltà volontaria, e gli permette di inginocchiarsi, d obbedire, di sopportare le punizioni senza nula perdere della propria fierezza”, che s ritroverà nel “Poema del Cid”, e nel teatrto spangolo del Cinque-Seicento. Prix e parage sono le parole del poema: premio e parità.
Nella parte meno avventurosa, è l’elogio della civiltà romanica. Il romanico “fu l’autentico Rinascimento: lo spirito greco rinacque sotto la forma cristiana che è la sua verità”. E l’umanesimo? “L’altro Rinascimenro” è un “falso”: “A partire dal XIII secolo l’Europa si ripeigò su se stessa e presto non uscì più dal territorio del suo continente se non per distruggere”. A partire dal Medioevo gotico, “un tentativo di spiritualità totalitaria”. Ma in sé un mondo non imbelle: “L’essenza dell’ispirazione occitana è identica a quella dell’ispirazione greca. Essa è costituita dalal conoscenza dela forza”. Che per Siomone Weil “L’Iliade, poema dela forza” non è bruta ma “coraggio soprannaturale”.
Un grido di dolore – l’analisi è avventata. Quando non è la ennesima crociata di Simone per la purezza introvabile. Con un paio di pagine magistrali. Sull’amore: “L’amore umano fu uno dei ponti fra l’uomo e Dio”. Contro il progresso: l’idea di progresso “la si è creduta associata alla concezione scientifica del mondo, mentre la scienza le è contraria esattamente come la filosofia autentica”. La quale “insegna, con Platone, che l’imperfetto non può produrre qualcosa di perfetto né il meno buono qualcosa di migliore”.
L’edizione Marietti è corredata del poema cortese da cui muove la riflessione di Simone Weil, in originale con traduzione, a cura di A ndrea Fassò. E da due lettere a Déodat Roché, studioso del catarismo. Contestualizzando in una lunga nota il poema da cui muove Simone Weil nel ciclo dei poemi cavallereschi, Gian Luca Potestà dice chiaro che la storia che Simone Weil ne ricava è di fantasia. Ne rileva un minimo interesse storiografico come tentativo di fare la storia dalla parte dei vinti.
Gaeta porta la sua riflessione domani a Firenze alla giornata di studi “Alla riscoperta dei catari: dalla mistica alla democrazia”, organizzato dall’Istituto universitario Lorenzo dei Medici, alla chiesa di San Jacopo in Campo Corbolini. Dove pezzo forte si preannuncia il richiamo, non nuovo ma smarrito, a Dante. “La civiltà catara nei versi di Dante «A così bello viver cittadini»”, nella relazione di Maria Soresina, già autrice di un “Il catarismo nella Commedia di Dante” e  .
L’edizione Chiarelettere assottisce i due saggi brevi per “Cahiers du Sud” con “L’Iliade, poema dela forza”.
Simone Weil,  I Catari e la civiltà mediterranea, Marietti, pp. 98 € 10
Il libro del potere, Chiarelettere, pp. 93 € 9,50

giovedì 16 novembre 2017

Secondi pensieri (326)

zeulig

Antisemitismo – Nonché topos letterario, come le tante generalizzazioni correnti, nazionali, regionali, tribali, fu tra le due guerre anche tema di pensiero. Di una differenza, per lo più negativa – le due o tre considerazioni critiche dei “Quaderni Neri” di Heidegger su un “pensiero ebraico” non sono isolate e non sono eccessive. Simone Weil torna più volte sull’ebraismo – tal quale, senza distinzioni - in termini negativi nei “Quaderni”, quando, negli anni 1940-42, della sconfitta e la barbarie, costantemente deprecava il mondo romano e ebraico come quelli che avevano distrutto la lezione greca e quindi la civiltà. Di più deprecava la Bibbia, per averne fatto infine la lettura integrale, coi racconti di distruzioni e violenze di ogni genere. Una delle tante citazioni: “Non si facevano statue a Yahweh, ma Israele è la statua di Yahweh. Questo popolo è stato fabbricato come una statua di legno, a colpi d’ascia. Popolo artificiale”. O: gli ebrei “sono tenuti assieme da una terribile violenza; non assimilabili, non assimilatori”.

Decostruzionismo – Fu anticipato dal Medio Evo arabo? Lo scettico Al-Ghazzali (in realtà persiano) fu autore di una testo tradotto come “Destructio Philosophiae”. Provocando la reazione del dogmatico, razionalista, idealista Averroè (un berbero), che gli oppose una “Destructio destructionis philosophorum”.       

Fuga – Si penserebbe uno stato indesiderabile – instabile, incerto, faticoso. Ma non è più praticato (emigrazione, trasferimenti, dromomania, esotismo) che la fissità o stabilità? Il moto è lo stato fisico più stabile – lo stato di quiete è la morte fisica.

Morte – L’esaltazione della morte è un teatro politico. Del Tercio come della Resistenza, e ora della Crisi – nella sintesi di Severino: “Già alle origini dell’Occidente, con i greci, la storia diventava impossibile. I greci hanno scoperto il carattere radicale del nulla”, i greci costruttori di colonie e imperi: Vivere tra il nulla e il nulla è in realtà morire, e questo è l’atto supremo di conoscenza”. Il nichilista è miglior cristiano lo diceva Oscar Wilde, in altro senso.
È teatro commerciale, anche.

Amore-morte è una forza per l’anagramma.

Ozio - L’ozio è tema romantico, da Schlegel e Carlyle, il filosofo dei vestiti, a Trockij – il cerbero del lavoro obbligatorio l’uomo dice “ozioso”, e ne fa “una qualità”. Per questo non riuscì a Bertrand Russell, logico operoso. Sì invece a Montaigne, per essere uno stile di vita, e a Savinio, il traduttore di Luciano e delle “Dame galanti”. Nonché al signor Keuner di Brecht: “Mettersi a riposo è un lavoro, e deve riuscire”.

Il riposo va ordinato.

L’ozio, ha stabilito Friedrich Schlegel, è il fine di una vera vita romantica - non la fine? Ma è pure un fatto. Un santo Farniente si festeggia alla Napoule, tra Cannes e Fréjus, a Pasquetta, per sette giorni. Lafargue, che fondò dopo le nozze con la figlia di Marx prediletta il partito Operaio francese, deve la fama a un “Elogio dell’ozio”. Una santa Farniente era all’epoca un’immagine di Èpinal, sdraiata sul letto a celebrare l’ozio, che, col sonno, dà la felicità. A Roma era “tempo donato allo spirito”.
Ford ha inventato il lavoro a orario e la civiltà dei consumi, per poter dire che il capitalismo è ozio e non sfruttamento. Mentre estendeva la fatica al tempo libero, e moltiplicava il lavoro, per moltiplicare i guadagni, suoi e degli altri - i consumi sono l’arma surrettizia contro l’onesto sindacalismo, che voleva far lavorare di meno.

È appropriazione del tempo. Per questo può generare angoscia, fra gli anziani e i giovani, per l’incapacità di sostituire al tempo obbligato un tempo libero.

Progresso – L’idea di progresso “la si è creduta associata alla concezione scientifica del mondo, mentre la scienza le è contraria esattamente come la filosofia autentica”. La quale “insegna, con Platone, che l’imperfetto non può produrre qualcosa di perfetto né il meno buono qualcosa di migliore” – Simone Weil, “I Catari e la civiltà mediterranea”. Cancellando desiderio, ambizione, Prometeo, progetto, proponimento, o in una parola, la speranza? Simon Weil può essere stata influenzata dall’epoca, il 1940-4, della sconfitta e la minaccia. Ma si spiega con una singolare negazione: “Ciò che è migliore di noi non possiamo trovarlo nel futuro. Il futuro è vuoto, e la nostra immaginazione lo riempie.” Che è il progresso. Anche se “la perfezione che noi immaginiamo” non può che essere “a nostra misura”, e quindi “è altrettanto imperfetta che noi stessi”.

Ragione – È multipla, come la verità. Adattabile anche – oggi questo, domani l’opposto. Circostanziale.

Socrate – Cinico più che scettico, sparito per questo? Irridente più che ragionativo. Sarà più ragionativo (umano) il Gesù dei Vangeli, non impassibile (intoccato) di fronte al male – al male e poi al dolore. Della verità e la vita mal sopportate invece dai cinici, con senso di trionfo.

Storia – Si può vedere come una macina, del bene e della verità. Se il cammino dell’uomo è sulla via della verità e del bene, la storia provvede a sparigliare sempre le carte – o a depurarle?

Hegel, che tutto fa storia, la negherebbe, se, come vuole, “ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale”. Da mo’ che sarebbe finita.

“L’umanità corre eternamente nella sua storia per la stessa ragione per cui corre un uomo su un suolo cosparso di carboni ardenti”, G. Rensi, “Autobiografia di un intellettuale”.

Aggredirla è normale, ammesso che sia la strada della virtù, e sondarla pure. Rensi, ib., per dimostrare che la storia è dell’assurdo, elenca una serie non eccezionale, e tuttavia effettiva, di “moti o tendenze anomale, dementi, viziose, dannose… sicure del trionfo” dove e quando irrompono: “Il dionisismo, le altre ondate selvagge di fanatismo religioso, l’anarchismo, il bolscevismo e altri moti affini, o in altro campo il tabagismo e il cocainismo”.

Verità - È, sarebbe, figurativamente un punto unico. Come lo raffigura Rensi, “La mia filosofia (Lo scetticismo)”: “Un punto unico, centrico, esattamente come il centro del bersaglio, matematicamente inesteso, vale a dire che non lascia luogo a latitudine, scarti e deviazioni”.

zeulig@antiit.eu 

Problemi di base giornalistici - 371

spock

Mosca tampina Trump dal 1977: Trump era nato?

E Putin?

È più hackerizzato il giornalismo (americano) o gli hacker di Putin?

Che sarà questo Russia Today che manomette l’elettorato americano e fa eleggere Trump e Berlusconi – non è nemmeno un servizio segreto?

Russia Today batte i potenti media Usa, che fanno sognare il mondo?

Quando sapremo cosa hanno hackerizzato gli hacker di Putin nella campagna presidenziale americana – un paio d’anni sono passati?

E come mai non c’è Trump a Panama?

E Berlusconi?

Perché dobbiamo credere ai giornali americani, che non credono a nulla?

spock@antiit.eu

Notturno Tabucchi

Un omaggio aTabucchi. Tra affetto e apprezzamento. Col libro-intervista di Carlos Gumpert, il suo traduttore spagnolo. Con quattro buonissimi saggi, molto circostanziati: di Luciana Stegagno Picchio sul “Piccolo naviglio”, a lei dedicato, di Remo Bodei sulle “vite parallele” dello scrittore, di Remo Ceserani su “Il filo dell’orizzonte” e di Bruno Ferrero sui romanzi portoghesi.  E con alcune affettuose testimonianze, di Davide Benati, Carlo e Inge Feltrinelli, Jorge Herralde. 
La conversazione con Gumpert, pure troppo distesa, ne mette in chiaro molti aspetti. Dal debutto come scrittore, casuale, per l’amicizia con Enrico Filippini. Alla scrittura economica. E “metafisica”, ma allora al modo di De Chirico, dei vuoti animati nella staticità (monumentalità) – “un’enorme ansia di Semplificazione”. A un complesso ritornante di indaguatezza: “La noia è una sensazione che provo molto spesso”. Con “una visione un po’ ossessiva della realtà”.
Un omaggio più intelligente che commovente, come inevitabilmente è per la morte intervenuta di Tabucchi. Dacia Maraini, nella dedica amichevole che introduce il volume, ne traccia in poche righe il ritratto più veritiero a distanza. Nele parole chiave “nascondersi” e “notte, notturno”.

Claudio Cattaruzza (a cura di), Dedica a Antonio Tabucchi, Associazione per la Prosa, Pordenone, pp. 237, ill. € 10,33