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martedì 16 ottobre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (378)

Giuseppe Leuzzi


Sveva Casati Modigliani piega a Gnoli, sul “Robinson” di “Repubblica”di avere avuto una madre codina: “Una che pretendeva che mio fratello si facesse prete”, e “nel suo delirio religioso, voleva che mi facessi suora”. Non da sola: subiva l’influenza di una cugina, “badessa di un convento sul lago di Garda”. E di “una vecchia zia che cercava di convincerla di impedirmi di leggere i libri. Chissà quali strane idee le possono venire, insinuava”. Poiché la scrittrice è del 1938, stiamo parlando degli anni 1950. In una “famiglia agiata milanese”.
Difficile immaginare l’analogo al Sud.

“Un ragazzo del Sud che vuole fare cinema, che è già una cosa strana, giovane come eri tu” – sottintendendo “che strano”. Così Curzio Maltese apostrofa Sorrentino in una vecchia “Repubblica della idee”, le kermesse veneziana del giornale. Un ragazzo di Napoli, il centro creativo per eccellenza.

Non c’è un cannabis light diversa, che non fa “fumo”. Basta poco, chiunque può farlo, la rete spiega anche come, per trasformarla in una robusta “canna”. La legge è stata fatta solo per espropriare i piccoli coltivatori e contrabbandieri a vantaggio della buona industria? Potrebbe anche essere giusto, ma perché impiegare carabinieri, mezzi aerei e stradali, e carceri contro i piccoli? Uno spreco: bisognerebbe addebitarlo all’industria light.
È vero che lo Stato protegge la proprietà, ma nelle zone di mafia per esempio no.

La forza di un modello
“La cooperativa non mi paga da otto mesi. Faccio appello al Viminale”. La situazione è questa, che il nigeriano Raymond Ibi, con moglie e un figlio a Riace, e tanti altri figli da mantenere in Nigeria, dice a Fabrizio Caccia sul “Corriere della sera”. Riace non è una soluzione per gli immigrati, non c’è lavoro e non c’è prospettiva, la casa gratuita non basta. Questi sono i limiti dell’esperimento di Mimmo Lucano, generoso e visionario, ma la solidarietà tra poveri non è una soluzione. L’entusiasmo può tradire, la sostanza dell’accoglienza resta quella istituzionale, delle normative che la regolano, con le solite cooperative che vivono del sociale, di professioni abborracciate per quanto impegnate. La piccola economia alimentata dai fondi pubblici di legge, per l’assistenza temporanea.
Ma Riace ha la forza di un modello. Il richiamo, l’impegno, l’energia, una fornace di energie. Per gli stessi immigrati, che in qualche modo si sollevano dalla routine, desolante come altrove. Per gli abitanti di Riace, un paese che trova nuovi stimoli. Per il nome, Calabria, e quindi per chi ci vive o vi ha radici. Lucano ha innescato e alimentato una corrente di energie positive. Le restrizioni e anche le inefficienze nobilitando in un progetto, per quanto arduo. Innescando il supporto di piccoli, medi e grandi interpreti del reale, fino a Wenders e ai media internazionali, da cui una comunità trae prospettive e coraggio.
La scarcerazione riporta il caso alla sua dimensione amministrativa. È un atto di giustizia. Ma può in questo modo annacquare l’esperimento, confonderlo nelle pratiche e gli atti dovuti: Paradossalmente lo diminuisce – gli eventi positivi possono avere effetti negativi. Mentre il “modello Riace” spiega che le società hanno bisogno di stimoli e di traguardi. Anche se sono misere.
Basta poco per fare una rendicontazione, non c’è nemmeno bisogno del diploma di ragioniere. Ma la mobilitazione è a premio.

La ‘ndrangheta degli Agnelli
“Una delle figure chiave”, così il “Corriere della sera” sintetizza la motivazione della Corte di Appello di Torino che ha sancito il dominio della ‘ndrangheta sulle vendita dei biglietti della Juventus allo stadio, “è l’ex tifoso Fabio Germani, assolto in primo grado e condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa: «Il mondo della ‘ndrangheta calabrese lo conosceva anche come frequentatore della famiglia Agnelli»”.


Ex tifoso non è male. Ma è sublime la famiglia Agnelli a capo della ‘ndrangheta – Andrea Agnelli e sua moglie? e la sua mamma Caracciolo? È vero che gli ‘ndranghetisti non si ritengono inferiori a nessuno – fino a che non si pentono: chi più potente di loro, la regina d’Inghilterra,Trump, Putin?
La ‘ndrangheta juventina è composta da due fratelli, Saverio e Rocco Dominello. “Al vertice”, dice la motivazione, “delle locali piemontesi di ‘ndrangheta nella spartizione del business dei biglietti della Juve”. I biglietti non sembrano un grande business. Si spiegherà così che la Juventus abbia ricavi per meno della metà, o di un terzo, del Real Madrid?
Non si finisce di rimpiangere il giudice Falcone. Ma con l’invenzione delle Procure antimafia, un nuovo gradus ad Parnassum a fianco delle cento o duecento Procure della Repubblica, l’ha fatta grossa – ma che vorrà dire “l’ha fatta grossa”?

Se le radici disseccano
La “napoletanità” limita, e anche ferisce. Gli scrittori, gli artisti, chi vive di comunicazione. Lo lamenta La Capria in un saggio, “Il marchio inesorabile della napoletanità”, della nuova raccolta “Il fallimento della consapevolezza”. Il marchio nasce con la spiccata personalità della città, precisa lo scrittore, meglio con la risonanza del nome, Perché Napoli è molte cose diverse. E anche gli scrittori che vi nascono: La Capria fa l’esempio suo e di Anna Maria Ortese, che in effetti hanno solo i nomi e i luoghi in comune, i nomi dei luoghi.
Lo stesso si può dire della sicilianità. Del marchio impresso dalla risonanza del Nome, anche qui, poiché la Sicilia è molte e diversissime cose. Sono identità meridionali.

Calabria
Per il ponte sul Polcevera non c’è ancora un progetto. Ma Cantore sa già che le mafie ci ambiscono. Certo, le mafie sono lì per quello. Ma anche le autorità antimafia. Si magnificano a vicenda.

Quali ‘ndranghetisti sono in agguato e per quali appalti il presidente dell’Autorità anti-corruzione non lo sa. Si limita a dire che nel movimento terra la ‘ndrangheta ha molta esperienza. Le imprese calabresi, cioè, magari trapiantate in Liguria da decenni, o create ex novo. Da buon napoletano ne diffida, per principio. La Calabria è stata sempre sotto il giogo di Napoli.

“L’Oliveto Toscana” si sintetizza così nelle note informative per i giornali, per la promozione gratuita: “50 mila aziende e 13 milioni di piante che conferiscono a 400 frantoi, 220 dei quali iscritti al Consorzio dell’Extravergine Igp (290-295 mila quintali la produzione stimata quest’anno”. Una ricchezza. La Calabria, che ha una superficie olivetata maggiore, e piante di alto fusto, a grande densità produttiva cioè, invece se ne lamenta. La ricchezza è nella testa.

Non è tutto. In Calabria si arriva ad abbattere o espiantare gli uliveti, anche quelli storici. “Non rendono”, “si lavora in perdita”, “la rendita non basta più”, l’ulivo è la pinta del lamento. In Toscana, grazia ai “nuovi Pif, piani integrati di filiera, finanziati dalla Regione sulla base di fondi Ue”, progettano “nuovi mille ettari di oliveti, di cui 500 solo in Maremma”.
Ce n’è bisogno in effetti, molti dei marchi di pregiato olio toscano si producono con materia prima dalle origini più svariate, anche non europea e non di olive.  

Tommaso Campanella fa 450 anni. Mattarella lo ricorda: “Campanella pagò prezzi elevati alla sua libertà di pensiero”. Stilo, la sua città natale, niente.
Stilo ha un monumento a Campanella, eretto un secolo fa da Luigi Carnovale, un mecenate locale. Ora abbandonato.

Se si chiede all’edicola “il Corriere”, danno il “Corriere dello Sport”. È un cattivo segno o uno buono?

Ventimiglia fu titolo comitale calabrese. Tra l’altro di un Antonio di Ventimiglia, alias Centelles, che nel Regno di Napoli ordì congiure dei baroni a ripetizione contro gli ottimi re aragonesi, Alfonso e Ferrante.

Congiurato per antonomasia, Centelles non fu mai punito, i re lo graziavano. Usava anche allora vendere la professione del pentito, il provocatore che vende i correi?

Era di Reggio Giuseppe Logoteta, l’autore dell’appello che portò alla creazione della Repubblica Napolitana nel 1799. Ma lui non tradì, fu giustiziato subito.

Nella cronica contesa franco-italiana, di misogallismo e antitalianismo, due calabresi sono stati richiesti e hanno avuto fortuna in Francia. San Francesco da Paolo, che il re Luigi XI ha fortissimamente voluto con sé come guaritore, e che è morto in Francia – ma il figlio di Luigi XI fu il terribile Carlo VIII. E Tommaso Campanella, da quando, finalmente libero dalle carceri spagnole di Napoli per complotto, è stato in Francia consigliere del cardinale Richelieu.

Campanella agente francese, prima di Mussolini? I “Documenta ad Gallorum nationem” ne potrebbero essere la prova: sono una seri di accuse circostanziate, al potere spagnolo in Italia, dalla fiscalità ai debiti.

San Simone di Calabria, santo italobizantino ignoto alla regione, è celebrato dalla chiesa di Costantinopoli. A.Cilento, “Potere e monachesimo”, gli attribuisce vicende fiabesche e avventurose, con miracoli, liberazioni, conversioni d’infedeli a gogò.

Ci sono tante storie della Calabria, e del latifondo in Calabria, del feudalesimo, dei Normanni, dei Bizantini, degl Arabi, dei Francesi, degli Spagnoli, ma non ci sono vere storie. Documentate, analizzate. Solo rifacimenti di rifacimenti. È una regione-mondo che va sul detto.
L’applicazione un tempo era considerata virtù del calabrese, fino al vizio – la testardaggine. Ma forse la testardaggine era solo presunzione.

Un lungo articolo, entusiasta, della “Gazzetta del Sud” sul germoplasma della Calabria ne illustra la  coltura in una fattoria in Toscana di un imprenditore calabrese di Limbadi. C’è un germoplasma reginale? Ma non importa: grandi elogi della fattoria ecosostenibile, ecosolidale, e tutto quanto fa ecologia. Nella senese val d’Orcia, quarant’anni fa polverosa e semiabbandonata, ora un giardino, ricchissimo. Mentre sotto Limbadi, quarant’anni fa Nicotera ospitava un club di vacanze Valtur, ora plaga rinomata di cosche.

leuzzi@antiit.eu

L’Europa è agli anni 1930


“31 mila i migranti che nel 2017 sono stati respinti dala Francia verso l’Italia. 10.407 erano in possesso di un titolo di soggiorno valido da noi. 18 mila i migranti che nel periodo gennaio-agosto 2018 sono stati respinti dai francesi verso il nostro territorio”. Verso l’Italia colpevole di dover accogliere gli immigrati dall’Africa e dall’Asia via Nord Africa. A opera di un regime francese che fa lezioni all’Italia e al mondo sul dovere di accoglienza.
Questo non è ridicolo, è drammatico. Mai la Francia era arrivata a tale grado di sciovinismo, nemmeno nei famigerati secondi anni 1930, contro gli italiani allora, e poi gli spagnoli, a opera anche di un governo di Fronte Popolare.
Che l’Europa sia divisa è un fatto. Che non ci sia un governo europeo pure. C’è lo sforzo di dire che un governo c’è e che l’E uropa è unita, ma è più divisa che mai: non c’è un Hitler, ma per il resto è divisa e imbelle come negli anni 1930. Con in più, in peggio, il simulacro di governo europeo a Bruxelles, che parla solo per fare danni. Critica una lege italiana che non c’è, solo per motivi plitici, dei democristiani contro i progressisti, o dei democristiani e progressisti contro i populisti. Contro l’Italia seminando il panico da oltre dieci anni, con dichiarazioni , minacce, e castrazioni, brandendo lo scudiscio dello zero virgola. Di professori che sono solo bei giovantti, Weidmann, Katainen, Djisselbloem, o di vecchie cariatidi della vecchia politica, della politica europea, Juncker, Schaüble, Moscovici. Incontinenti, che sbavano per fare danno. Da qui il dubbio non infondato che l’Italia starebbe meglio senza questo ingombro malefico. In cui però si è inviluppata inestricabilmente.
C’è una sola buona notizia che arriva dall’Europa?

Saremo indiani, e africani

La demografia sta disegnando, ha già disegnato nel millennio, una nuova carta del mondo. Meno nascite in generale, molto meno in alcune delle aree più ricche, Europa e Giappone.
Il tasso mondiale di crescita della popolazione è attorno all’1 per cento – cioè alla riproduzione - e in calo. L’Onu prevede che il tasso si ridurrà sotto l’1 nei primi anni 2020.
La popolazione mondiale è cresciuta da 6,145 miliardi del 2000 a poco meno di sette miliardi (6,958) nel 2010, con un tasso annuo medio di incremento dell’1,3. Nel decennio successivo, che finisce al 2020, il tasso medio annuo è dato in regresso, all’1,1. E la popolazione in crescita da 7 a 7,8 miliardi (7,794).
In Europa e in Giappone la popolazione non cresce più da circa venti anni, e anzi diminuisce, per le morti in soprannumero sulle nascite, malgrado il prolungamento delle aspettativa di vita – la più lunga si registra in Giappone, l’Italia viene seconda. In Europa il saldo demografico negativo si compensa con l’immigrazione.
In Asia la Cina è in forte rallentamento, per la politica del figlio unico, che è stata in vigore per quasi quarant’anni, dal 1979. Con i trend attuali, la Cina azzererà anch’essa la crescita demografica nel 2025, come l’Europa ormai da alcuni anni. L’India, ai tassi attuali, sarà entro vent’anni il paese con la maggiore popolazione.
Cresce solo l’Africa, del 2,5-2,6 di incremento medio annuo, più forte a Sud del Sahara.È questo uno dei motivi all’origine del forte investimento della Cina nel continente. Il ministero degli Esteri di Pechino valuta che a lungo termine, a metà secolo, sarà africana metà della forza lavoro giovanile nel mondo.

L’italiano sprecone


La Crusca avvia, nel’ambito di un progetto del Cnr, la digitalizzazione del vocabolario dantesco. Che è all’origine dell’italiano parlato e scritto e ne è tuttora il fondamento. Più ricco della nostra vulgata, l’italiano è sprecone anche in questo. 
Del centinaio di schede già redatte, molte voci ora desuete si possono assaporare - l’italiano è di Dante, ma per alcune voci non  più. Che pure suonano bene, e potrebbero modernamente ben figurare, anzi aiuterebbero, il lessico è meglio ricco: accattare, ammusare, ciconcingere, digroppare, dismalare, dolzore, quiddità, teodìa.
Accademia della Crusca, Vocabolario dantesco, www.vocabolariodantesco.it

lunedì 15 ottobre 2018

Nessuno cerca i voti del Pd

C'e una voragine a sinistra, dove bene o male in Italia si è sempre annidato il 40 per cento del voto, ma nessuno cerca di occupare il vuoto. Di sostituirsi al Pd, che si è voluto, pur fra anatemi e scissioni, l’unica forza politica di sinistra.
Nessuno corre a sinistra. Non c’è un Syriza, nemmeno un Podemos. Il Pd è in flessione brusca da almeno due anni, ma nessuno concorre ai suoi voti. Forse perché non ci sono più i voti? Sarebbe una novità storica - si votava a sinistra anche nel Regno di Sardegna, negli anni 1850. 
Il Pd è, è vero, in realtà un centro-sinistra. Ora più centro che sinistra, più bianco che rosso. Erede del compromesso storico, tra un forte partito Comunista e alcune, deboli, frange democristiane, ma a pesi oggi sovvertiti. E questa è forse la verità del Pd. Un partito ora debolissimo, dopo tre governi di fila di quelle frange, Letta, Renzi e Gentiloni. Che non trova migliore leader di Zingaretti, un amministratore, spento presidente della Regione Lazio.


Ma gli Usa sono sempre la potenza

Il piagnisteo che segue Trump non è nuovo, è la terza o quarta crisi terminale della potenza Usa cui è stato dato di sopravvivere in questo dopoguerra. Quella della sconfitta, il Vietnam, prima interna poi sul fronte militare. Quella del dollaro inconvertibile a Ferragosto del 1971. Quella degli anni di Reagan, tanto celebrato oggi quanto deprecato al suo tempo, forse più di Trump. L’11 settembre. Più qualche crisi intermedia – Cuba, gli ostaggi in Iran, gli assassinii politici.
Il dopoguerra è stata la stagione dell’impero Usa. Che, dunque, avrà avuto vita cortissima? Ma poi ogni volta gli Stati Uniti sono riemersi più forti di prima.
La crisi è un dato del sistema delle informazioni. Che però è americano. Soprattutto le immagini delle guerre, cioè i veri “fronti” bellici, quelli che inducono a schierarsi, che si fanno a New York, a Madison Avenue - sono tutti messaggi pubblicitari: è americano il mondo della comunicazione, e dell’immaginazione. E più ancora, più concretamente, la finanza – oggi non ha più la concorrenza della City inglese. Le politiche commerciali mondiali, ora globalizzanti ora protezioniste. E naturalmente la potenza militare, dagli arsenali balistici e nucleari alle truppe in dispiegamento. Non c’è altra potenza.

Migrants go to America


“Migrants go to America”, cantano Maria e Anita, giovani portoricane, nell’inno all’America che è al centro di ”West side story”, 1957, il musical di Bernstein.
I migranti vanno in un Paese che da semrpe non li ha voluti. Questo invece è il paradosso americano che Tina Vasquez, oggi, una studiosa di origini messicane, spiega alla “New York Review of Books”. “Gli Stati Uniti si sono formati come una nazione di immigrati, come il grande melting pot, ma essendo sempre anti-immigrati, o almeno mettendo in piedi un sistema di immigrazione incredibilmente anti-immigrazione”.
È così, sia delle leggi che del sistema di controlli, amministrativi e di polizia. Lo è stato in passato,  contro gli europei latini dapprima, poi contro gli asiatici, e nel dopoguerra contro i latinoamericani. Anche ultimamente, con Obama prima di Trump. Pur sapendo di essere un paese che ha bisogno di immigrati.
Gli Stati Uniti sono, fra i paesi sviluppati, l’unico che mantiene un incremento demografico medio annuo attorno all’1 per cento, o poco sotto – un incremento cioè che i demografi ritengono “giusto”.  La popolazione è così cresciuta nel primo decennio del millennio da 313 a 343 milioni, e nel secondo decennio è prevista in aumento fino a 369 milioni. Dovuto per l’80 per cento, in entrambi i decenni, all’immigrazione.  

Ombre - 436

Trichet, ex Bce: “Caro governo, rigore non significa austerità” - “L’Economia”. E lui mo’ viene?
Trichet è il presidente uscente della banca centrale europea che, come ultimo atto, nel 2011 affossò il governo Berlusconi e il debito italiano. Per questioni di zero virgola.

“L’Espresso” rileva una dozzina di ripensamenti rapidi di Di Maio, il vice capo del governo, in materie anche sensibili – alleanza con la Lega, dal “mai” al “si” entusiasta, condoni fiscali, Afghanistan, F-35 e spese militari in genere, Ilva, No tav, Tap….

 “Il Global Biological Standard Institute di Washington”, scrive Arnaldo Benini sul “Sole 24 Ore” ieri, un istituto che verifica l’accuratezza degli esperimenti in farmaci, “ha trovato che dal 51 all’89 per cento delle pubblicazioni sono false, o riportano indagini condotte senza criterio”. Chissà in che percentuale queste ricerche false, due su tre, diventano medicinali.

Si acclama il papa che finalmente si libera di vescovi e porporati pedofili. Come se avesse fatto una rivoluzione, e lo si confronta benevolmente con i predecessori. Mentre ha scelto stretti collaboratori pedofili acclarati e quasi pubblici. Compreso qualche cardinale, tra essi il belga Danneels, che si vanta kingmaker di Bergoglio - insieme alla sua “mafia di san Gallo”. Sandro Magister ne fa un elenco impressionate su “L’Espresso”, “Chi ha deluso papa Francesco”.

“Il presidente Bush “è un uomo divertente, un uomo meraviglioso”, Michelle Obama, “gli voglio un gran bene”. Chi l’avrebbe detto dieci anni fa. Quanto bisogna credere agli americani?
E il vice di Obama, Biden, premia con la Liberty Medal i coniugi Bush per l’impegno a favore dei reduci di guerra - delle guerre di Bush.

Rai Uno accredita l’articolo sull’Italia del “New York Times”, “Perché l’Italia potrebbe essere l’epicentro della prossima crisi finanziaria”,  come se fosse la prima pagina del giornale e un allarme del giornale stesso. Mentre è un articolo dei due corrispondenti, a Roma e a Francoforte. L’emittente pubblica che semina il terrore. Contro il Governo? O è semplice provincialismo?

La corrispondenza di Horowitz e Ewing si sintetizza così: c’è una crisi finanziaria ogni dieci anni, e l’Italia risale nella lista dei punti d’innesco della prossima crisi. I due vanno con le mutande di latta.

Il “Nyt” ben altra analisi della congiuntura ha pubblicato, a opera dell’ex presidente della banca centrale americana, la Fed, Bernanke, e dei due ministri del Tesoro dell’epoca, Geithner e Paulson. Quelli che hanno “salvato” le banche americane nel 2008, con un migliaio di miliardi pubblici,  dopo non aver impedito che corressero al collasso. “Siamo pronti per la prossima crisi?”, si chiedono i tre. E rispondono che sì, “sotto alcuni aspetti”. Con e senza l’Italia.  

Giusi Fasano s’inventa un avvocato Steccanello, penalista internazionale, col quale fa condannare Cristiano Ronaldo da una giuria americana a 9 anni. “A nove anni dai fatti”, ma il lettore recepisce una condanna a 9 anni, Anche perché i “fatti”, quali? la tardiva denuncia?.

Al “Corriere della sera” non basta, Fasano incappellano con Gaia Piccardi, che (non) dà conto della difesa: che i “documenti” della “ex modella” e del suo avvocato a percentuale sono contraffatti, dopo essere stati rubati al legale di Ronaldo.

Cui prodest – si attacca Ronaldo, che le fidanzate dicono un gentiluomo, non potendo attaccare la Juventus, che vince anche contro gli arbitri? Al Torino del padrone Cairo contro la Juventus? A Milano per la stessa ragione? Alla difesa delle donne? No, è il gossip: il giornalismo non si cura d’altro. Poi dice che non si comprano più giornali.

Si abolisce la storia come materia di scritto per la maturità, cioè si abolisce dalla preparazione alla maturità, e quindi dagli studi. Sembra impossibile per una scuola, ma si fa. In Italia. Da esperti. In suicidio.

Si erige un muro a Milano attorno alla Berlotta, contro la droga, lo spaccio. È vero che il “boschetto” misura sessanta ettari. Ma un muro non costa molto di più che una berlina della Polizia che giri per il boschetto? Certo bisogna fare gli appalti. Per far durare l’amicizia – gli amici, e gli amici degli amici, valgono bene qualche milioncino. L’antidroga è come l’antimafia.

Delenda Ferragni perché l’acqua di Evian da lei sponsorizzata si vende a 8 euro la bottiglietta. Come se se la comprasse lei – l’acqua come le decine di prodotti a cui presta la faccia: c’è chi compra la bottiglietta a 8 euro.

“In circa 100 anni, tra il 1876 e il 1975”, ricorda il presidente Mattarella, “sono emigrati dall’Italia quasi 26 milioni di persone”. E quanti altri milioni di persone dal Sud al Nord Italia, in condizioni analoghe? E quanti altri nei quaranta e più anni dal 1975?

Le cretine americane


Lo Xingu è, forse, un libro. Comunque qualcosa di nuovo, che è bene conoscere ma di cui non si sa – la conoscenza è arte difficile. L’incontro con la Grande Scrittrice in tournée è dunque febbrile. Ma niente vi si produce.
Arriva la Grande Scrittrice in provincia, per il suo ultimo libro, “Le ali della morte”. E il club letterario delle donne, il Lunch Club, si eccita. Ma naturalmente non si sa che dire alla Grande Scrittrice. Che naturalmente non è proprio eccitata dalla tournée, una corvée.
Ma il problema non è della conoscenza, il racconto è uno sketch della vita americana, borghese, femminile, in provincia. Di cui ora tutto si sa attraverso gli sceneggiati tv, e molti romanzi, ma una tipologia che Wharton un secolo fa portava alla luce
Per il lettore italiano oggi un singolare raffronto emerge con analoghi circoli paesani, quelli siciliani dei racconti di Sciascia e Camilleri, anche loro spesso in attesa dell’Ospite. I caratteri qui sono sfumati, non “caratterizzati” come è l’uso nella narrativa siciliana (il teatro siciliano ha sempre molti ottimi “caratteristi”). Ma è sempre il vecchio rito atellano del “vieni avanti, cretino”.
Edith Wharton, Xingu, Passigli, pp. 61 € 7,50

domenica 14 ottobre 2018

Fino a che punto Salvini

Il presidente del consiglio Conte a Addis Abeba e l’Asmara, a sanzionare il recente accordo di pacificazione, con un primo accordo per un flusso regolato di immigrazione è la strada. Si chiamava degli hot spot nella terminologia dell’Onu, ma questo è. Semplice: si aprono corridoi ufficiali per l’immigrazione, col visto e a costi minimi.
L’accordo è del governo in carico - Conte è del resto solo un incaricato di 5 Stelle e Lega, non ha autonomia politica. Ma è stato preparato e proposto dalla struttura ministeriale, Esteri e Interni insieme. C’è una persistenza nelle istituzioni, al di là degli ondeggiamenti del voto, e delle oscillazioni politiche.
L’accordo dà anche un altro senso alle intemperanze di Salvini, e comunque le limita. Il ministro dell’Interno ha usato il linguaggio della forza – non sconosciuto alla diplomazia e anzi molto usato. A due effetti. Porre fine all’isolamento dell’Italia in Europa, mascherato da disattenzione. Dare un segnale all’Africa, e ai suoi sfruttatori, i mercanti dei viaggi della disperazione.
Questi effetti sono anche i limiti dei no del ministro dell’Interno. Oltre, c’è il danno: per i diritti umani ma anche per l’Italia. Che ha bisogno di immigrati.

A Pechino più che a Washington


Non si organizzano viaggi che a Pechino. Tria e il suo sottosegretario. Come Merkel ogni anno. Come naturalmente Macron, dopo Hollande. Si va in Cina quasi più che a Washington.
Il Vaticano è con la Cina che fa accordi – il Vaticano di un papato che con Trump non ci parla nemmeno. E ne accetta le condizioni, anche se la resa presenta come una vittoria: il governo cinese non sceglie più i vescovi, ma dà loro il placet, ne ha il diritto, di darlo o rifiutarlo.
Si va cioè in Cina anche se la Pechino comunista è spesso intrattabile. È un orizzonte che si apre per l’Europa, anche se  confuso – per l’Europa che all’improvviso ha capito quello che tutti sanno da venti o trent’anni: che senza la guerra fredda non ha più un ruolo, se non come potenza commerciale. Mentre la dura Cina comunista è player globale. S’è assoggettata l’Africa. Patrocina l’Est europeo. Dà una mano alla Russia.
Putin cerca in Cina una via d’uscita al cerchio Nato, più che sul fianco Sud, dell’inaffidabile Medio Oriente (Iran, Siria, Turchia). Anche in armonia col suo rilancio del progetto Eurasia. Ci fa accordi commerciali, finanziari, di libero transito, e manovre militari congiunte, per terra, mare e cielo.

I russi sono cattivi, gli americani buoni


Al cinema, nei romanzi, nelle cronache, i cattivi sono russi – gli americani in genere buoni, anche quelli della Cia, per le sinistre, americane. I russi sono avvelenatori, hacker, sovversivi, mestatori, vandali. Lo erano nella guerra fredda, in quanto comunisti, e quindi all’opera per sovvertire l’Occidente, Ma continuano ad esserlo anche ora che la R ussia non è niente, solo un paese grande.
Pigrizia? Il bersaglio è comodo, per cronisti soggettisti e romanzieri. Tanto più che la Russia, dopo trent’anni di libero transito, resta terra incognita. Per il pubblico è disinformacija e non va bene, si rischia grosso. Ma il pubblico non conta nell’opinione pubblica – quando si rifarà la storia dell’opinione pubblica bisognerà ternerlo presente.
O non è pigrizia. Col cattivo russo imperante è scomparso del tutto il cattivo americano- “un americano tranquillo”, “il nostro agente all’Avana”.

Al musical non si addice l’opera

Tanta bella musica, un’orchestra che si delizia di fare a meno dell’accademismo, e una “Maria” d’eccezione, Nadine Sierra. Ma “West Side Story” è un musical, che all’opera ci perde – e più ancora all’opera in forma concertistica. Con le scene – e le musiche - di movimento ridotte a brevi didascalie: “I Jets si scontrano con gli Sharks”. “Tony accoltella Bernardo e lo uccide”. I cantanti esiliati dietro l’orchestra. Il coro costretto a mosse – le coriste simulano il mambo… - che non sa fare e non dicono niente, per mimare il movimento. È nel ruolo solo “Anita”, Tia Architta, che in Sud Africa aveva cominciato col musical.
Pappano e Santa Cecilia vogliono onorare Bernstein, le celebrazioni, cominciate la passata stagione, continuano in questa che “West Side Story” ha aperto. Elevandone, sembra di capire le intenzioni, il musical a opera classica. L’entusiasmo è molto, specie dell’orchestra che volentieri asseconda Pappano. Questa prima stagionale è impegnativa, ma fa solo rimpiangere il musical. La professionalità di chi sa ballare, cantare e recitare insieme, e fa la specificità di “West Side Story”, che altrimenti è un Romeo e Giulietta newyorchese.
Leonard Bernstein, West Side Story, Antonio Pappano, Orchestra e coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

sabato 13 ottobre 2018

Problemi di base ecologici - 451

spock

È meglio il lupo della pecora?

È più ecologico il lupo che sbrana le pecore, o la pecora che bruca l’erba – la quale ricresce?

Perché gli animalisti s’inteneriscono per il lupo e sghignazzano alla pecora?

Si risparmia più acqua con lo sciacquone da pipì o con una doccia in meno?


E con la piscina vuota?

Quanto è verde l’industria verde?

E la benzina verde, con gli additivi?

Si fa benzina con l’etanolo per smaltire le granaglie francesi – vecchio progetto di Gardini, suicida?

È verde a Bruxelles il colore della vergogna?

spock@antiit.eu

La promessa di Marx che non ci salva

Il comunismo di Marx “ha sempre lottato per l’utopia senza mai rinunciarvi”. Ed eccoci qua, alle prese con questo comunismo, trent’anni dopo la caduta del regime sovietico. In Cina ben al governo, in Vietnam, forse a Cuba, ma anche altrove nei discorsi e nelle idee.
“Una rassegna”, dice l’autore questa “fenice Marx”, del postcomun0simo. Di alcune posizioni intenibili del post-comunismo - non postmarxismo, non siamo al post: Asor Rosa e poi, su un altro livello, Antonio Negri, Jean-Luc Nancy, Giorgio Agamben, Alain Badiou. Sviluppata sul nocciolo di ricerca proposto dieci anni prima, in “aut-aut” nn. 271-271, 1996, “Comunismo come supplemento d’anima?”.
De Benedetti è arrabbiato. E il lettore con lui. Apre i capitoli all’insegna del pop, i Beatles, gli Arena, Mogol e Battisti. In antitesi – o no? – col trattato postcomunista di Negri, “Impero”, che termina appaiando san Francesco e le “posse” – si spera quelle musicali. Ma il panorama è sconfortante . La trattazione, benché datata, è purtroppo sempre attuale: i quindici anni trascorsi dacché l’opera è stata pubblicata non hanno migliorato il postcomunismo. Non sembra vero, col populismo trionfante, in Europa e nelle Americhe, a Sud e a Nord, a destra e a sinistra, ma il populismo ne è una derivate, oggi ignorata, ma consistente, nelle determinazioni di voto - in Italia in Toscana, in Emilia-Romagna e nelle Marche, e nel “vaffa” di Grillo.
Di Marx ce n’è più d’uno
La storia del comunismo ancora non si è fatta, in Russia e fuori. E della critica si è svuotato pure il termine, oltre che la funzione, lo schieramento si dissolve solo un po’, per ragioni anagrafiche. Piuttosto che analizzarsi criticamente, il postcomunismo si fa furbo. I filosofi “si sono rilevati ancora più restii degli storici a prendere in considerazione qualcosa come una presunta «lezione dei fatti»”. I filosofi “di lingua italiana”. Ma come parte della “koiné ermeneutico-heideggeriana”, di una sua lettura “quanto meno sbrigativa”, e “in grado di vanificare qualsiasi «fatto»”, di “dissolverlo in un «conflitto delle interpretazioni»”, pretestando nessuna verità possibile. Fino all’ineffabile Derrida, che sempre salva capra e cavoli – “di Marx  ce n’è più di uno, deve essercene”.
Mentre, è evidente, il comunismo avrebbe bisogno di misurarsi col sovietismo, con la sua pratica trucida e fallimentare, anche al fine di ricostituirsi o meglio definirsi. Ma non se ne può parlare male, se non di qualcosa di remoto e a noi ignoto – a noi, quelli che lo hanno praticato una vita. Al centro della trattazione si ripropone così “la capacità inedita del post-comunismo di entrare in rapporto con tutto quanto possa servire di volta in volta alla costruzione non tanto di un’alternativa  realmente percorribile volta al miglioramento delle condizioni sociali dei più, quanto di alimentarne le speranze o quantomeno di gestirne il rapido trapasso da aspettativa a disincanto, prolungando indefinitamente quella che si potrebbe chiamare la dimensione adolescenziale dei corpi sociali”. È il “vaffa” di Grillo che spopola. De Benedetti ci aggiunge i “bamboccioni”: “Il post-comunismo vive una fase molto simile a quello che accade nelle famiglie di oggi, costrette o per convenienza o per mancanza di alternative  praticabili, a prolungare la giovinezza dei figli in uno spazio indefinite fatto di attese e delusioni”.
Sotto al chiesa di san Paolo
Di fatto, “una volta venuto meno al comunismo quel tanto di principio di realtà rappresentato dal socialismo reale, lo scatenamento della fantasia sembra non avere più limiti”. De Benedetti ne propone gli esempi più notevoli, di maggior richiamo. Ma più che della fantasia lo scatenamento sembra dell’insolenza: “Il comunismo è rimasto, per questa galassia culturale immensamente influente, l’orizzonte tuttora imprescindibile di ogni buona azione, di ogni buona intenzione, che non è mai tale se non si referenzia, in ultima analisi, ai valori, agli stili e alle promesse che il comunismo stesso ha alimentato”, il comunismo reale, il sovietismo. Il meccanismo è semplice: “Le società dell’Est sono crollate non a causa dell’insostenibilità del comunismo, della sua impossibilità ‘tecnica’ ed economica, ma, al contrario, perché in quell’esperimento vi era troppo poco  comunismo, anzi non ve n’era affatto”. La continuità è peraltro, va aggiunto, nella lingua di legno – che purtroppo si riflette anche nella trattazione di De Benedetti.
Non dire sembra l’imperativo. Anche a costo di dire scemenze. Di Negri con san Francesco affiancato alle “posse” per il comune spirito di comunità. O di Badiou, con Agamben al seguito, che rifanno la comunità di classe con san Paolo e il comunitarismo bimillenario della Chiesa – e a De Benedetti è mancato Tronti, che il pedigree ha perfezionato ad altezza liriche – “Il nano e il manichino”. Agamben è anche uno che introduce “Al di là dei diritti umani”, uno dei saggi di “Mezzi senza fine”, 1996, con “prima che si riaprano in Europa i campi di sterminio (il che sta già cominciando ad avvenire)”. Dopo che si sono chiusi i campi di sterminio comunisti?
De Benedetti affronta il postcomunismo sul piano della riflessione: “Perché un ideale politico come quello comunista sembra sopravvivere alla severa confutazione della storia”. Il comunismo di Marx, che a differenza del summum bonum di sant’Agostino si vuole di questa terra, è il tema del libro. Scandito attraverso l’analisi di cinque opere, dei cinque post-comunisti citati - con Derrida ghignante, attorno, sopra, e sotto. Cosa voleva Marx, e cosa è o può essere la sua critica (filosofia). Ma inevitabilmente costeggia la scena culturale, che è dominante – il pensiero è scarso, il potere vasto. Si veda all’inizio, la rozzezza del “pensiero politico” di Asor Rosa nel postcomnista “La guerra”. Uno che non ha letto il Rapporto Krusciov, 1956, non sa di Ungheria, 1956, né di Praga, 1968, del Muro a Berlino, della Polonia, delle fughe, dei manicomi. E nemmeno del socialismo, la “transizione” forzata di Marx, che in Althusser è “una merda”.
Agitatore politico
Marx è certo stato un filosofo. Ma a leggerlo è un agitatore politico. Non un politico, se non di partito: fazioso, un agitatore. Marx è diventato un filosofo dopo Lenin e l’Ottobre sovietico, dopo il loro fallimento, la storia di una catastrofe, di una serie di catastrofi. Basato su una nozione, la classe, strumentale, puramente agitatoria. Non definita nemmeno. Marx ne parla al libro III del “Capitale”, svogliato e non concluso, dopo due libi incentrati sul “conflitto di classe”,
Sterminate trattazioni Lenin ha seminato, che la sapiente propaganda del Komintern ha fatto germogliare ovunque – per quanto: quanto Marx Gramsci, per dirne uno, ha letto e ponderato? Ma per ciò stesso, per restare “esornativo”, soprammobile, come lo dice Croce, è diventato filosofico. Una delle intuizioni più brillanti della trattazione di De Benedetti. Croce porta a un grosso equivoco, spiega, attribuendo “carattere ornamentale”, nella “Storia dell’Europa”, alle tesi massimaliste del congresso socialista di Erfurt, 1891: avalla di fatto il massimalismo stesso. Impianta e radica - nella “storiografia del comunismo patrio” – “una lunga stagione di equivoci e fraintendimenti intorno alla portata e al ruolo del comunismo nella cultura italiana che tenderà ad ascriverlo alla tradizione dell’umanesimo italico, sottovalutando gli esiti devastanti, proprio a fronte di quella tradizione, ottenuti nella sua realizzazione pratica in porzioni significative del continente europeo”. Portando ad esso l’adesione del “ceto medio-alto influente” – a differenza, si può aggiungere, di altri paesi europei, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna. A un comunismo avulso dalla realtà, che è solo un lavacro culturale, e uno zoccolo duro di buona coscienza.
Ma, poi, lo stesso De Benedetti trova che il comunismo, che comunque va fatto risalire a Marx, è all’origine una filosofia. Per programma, e per la ragione antica e seminale, all’origine dell’“Occidente”, che Taubes rilevava, “Messianismo e cultura”: Marx introduce per primo “una promessa di salvezza”, grazie a una verità che “non resta incarnata esclusivamente in una teoria accessibile solo a pochi nell’inattività, ma, attraverso la prassi della storia, diventa una possibilità per tutti”. O del comunismo, anche, come religione - prima dell’attendamento sotto san Paolo.  
Una denuncia giusta, da critico culturale pacato, senza eco. C’è un social scientist, accreditato, ci dovrebbe essere un cultural scientist. Che però, ceto, è abito ingrato: è anticonformista e porta all’isolamento. Essere nel giusto è un colpa, c’è poca onesta e molta malafede nella cultura – presunzione, opportunismo, faziosità. La storia del dopoguerra in Italia e in Europa, la storia della Prima Repubblica in Italia, e anche della Seconda,  non ne dovrebbe fare a meno, della critica culturale. Anche perché la sua assenza si è tradotta, si traduce, senza anticorpi, senza critica, in ritardo economico e sociale. Oggi si direbbe anche politico: l’implosione del comunismo non ha cessato di fare danni. L’eredità resta pesante. Specie in Italia.
Riccardo De Benedetti, La fenice di Marx, Medusa, remainders, pp. 163 € 6,25

venerdì 12 ottobre 2018

Secondi pensieri - 363

zeulig

Classico - Classico sta per misurato. Ma la misura è non inventare la realtà, pur inventando. I classici, ha scoperto Tocqueville in America, sono aristocratici: scrivono per pochi, di temi scelti, e curano i particolari. Con opere peraltro non “irreprensibili”, poiché “ci sostengono dalla parte verso cui propendiamo”. Ogni testo non ha sostanza se non mutevole, compresa “la famiglia confusissima e zingaresca dei codici di Platone”, avrebbe detto il non citabile grecista Coppola, fascistissimo, ma il fatto è quello, già al tempo di Petrarca.
L’“Enciclopedia”, che fa il nostro mondo, è quella dello stampatore Le Breton. Che tagliava e cuciva per sue esigenze d’impaginazione, risparmio, legalità. Diderot lo scoprì un giorno che volle leggere in bozze un suo articolo della lettera S. Non protestò per non figurare responsabile dell’opera. Ma non protestarono neanche gli altri autori. E i classici iperdistillati non sono passati per schiere di copisti incolti, burloni, ebri? Sono classici per l’autorità di un grammatico oscuro, quali cose appartenenti alla prima classe dei cittadini, fra le cinque in cui l’ordinamento timocratico, in base al patrimonio fondiario, di Servio Tullio aveva diviso i romani. Dei latifondisti, insomma. La narrazione no, ha vita propria. Ma in orizzontale. Una tessitura larga, piana, visibile. Non la storia che fa avanti e indietro, la freccia, ma un prato.

Filosofia tedesca – È stata, è, francese. Da un secolo in qua – ma forse già da Nietzsche. Poco frequentata in Germania. Riccardo De Benedetti lo rileva di Marx, del comunismo –“La fenice di Marx”: “Occorrerebbe studiare approfonditamente il significato di questa riprovincializzazione  di una visione così profondamente tedesca”. Ma è più vero del Novecento, da Schmitt a Jünger e Heidegger. E poi, con particolare intensità, nel post-comunismo, da Derrida a Nancy e Badiou.

Io – Si è allargato da Freud ai social e al culto dei selfie, in parallelo con l’impersonalità di ogni relazione. Anche quella di coppia sempre più si riduce all’ananke, ale cose da fare, e al dare e avere, sessuale, economico, parentale.
Si acuisce il culto romantico, ipertrofico, di una interiorità antidoto al mondo coltivando l’evasione in realtà. Nel sogno e nella memoria. In reazione all’illuminismo e al ragionevole Kant, si suole dire. Ma piuttosto invece come loro sviluppo, l’applicazione della ragione all’insondabile, opera di Nietzsche, di Freud, di Heidegger.Un culto del sé che non può non approdare nel nulla – pur rifiutando, caratteristicamente, il conseguente annullamento del sé, l’annientamento fermando all’annientamento di sé, il pensante.
Ciò produce molta letteratura, due secoli già abbondanti,  un realismo fantastico. Di incubi che diventano sogni, e viceversa, del dolore che attenta a ogni gioia, e viceversa, una ricerca incessante, nuovissima, della felicità che immancabile finisce in angoscia. Insomma il trattamento psicoanalitico: l’Io finisce sul lettino.

Paesaggio – È “in assoluto la migliore altalena e culla del nostro vivere inquieto”, Jean Paul, “L’arte di prender sonno”, 26. In quanto è creato “con facilità dall’animo umano, che ha più occhi che orecchi”. In più, a differenza del consorzio umano, i paesaggi hanno un vantaggio: “Non fanno correre il rischio di futuri subitanei risvegli perché disertati dagli uomini”. Per questo il paesaggio si dice riposante, anche quando è tenebroso e tempestoso?

Realismo – In qualche modo c’è, va recuperato. Si rischia altrimenti di camminare sulla testa come il poeta Lenz di Büchner. Piegando la realtà e la storia a paranoie evidenti e incessanti, avendo creato forme ideali che sono formule.
L’idealismo viene con la poesia prima che con la filosofia, il suo errore è per questo pervicace. È difficile provare che è un errore, poiché si tratta d’un impulso e una passione. I poeti che pretendono di andare al fondo della realtà non ne hanno idea, di solito, e tuttavia sono indelebili, con la loro realtà. Non sono maschere e non fanno trucchi, sono uomini adulti, senza più quindi il realismo degli infanti. Ma il loro idealismo, ancorché rovesciato in materialismo, è sbagliato, e se non è consolazione va rigettato, è una serie di furfanterie. Dio ha creato il mondo, e come si può pretendere di saperne di più? Volendo nutrire aspirazioni, queste dovrebbero portare a imitare il mondo, in qualche modo e misura. Insomma a non strafare, sapendo di che si parla.
Il realismo non è male, da Roscellino a Kant, che pure ci vedeva da un occhio solo. “Ovunque io esigo vita”, dice Lenz al buon pastore Oberlin, “possibilità di esistenza, e questo basta”. L’idealismo, Lenz dice pure, “è il disprezzo della natura umana”. È i fianchi grassi che lo struzzo vuole esibire, per questo s’è inventato di sotterrare la testa. Ma, affannato, Jacob Michael Reinhold Lenz si fa opporre dallo svizzero Kaufmann, pietista idealista, che l’Apollo del Belvedere non c’è in natura, né la Madonna di Raffaello. Fa anzi peggio, concorda con l’idealista che i fiamminghi sono idealisti e gli italiani no, uno dei luoghi comuni più vieti. Ma continua a guardare le persone in viso. Che è il modo di comunicare più pieno, e creativo.
Si può presumere di sé, anche esagerare. Ma non al modo di Stendhal-Brulard, inventandosi. E questo per l’estetica prima che per la morale. Il realismo serve alla bellezza, a trovarla e beneficiarne, non c’è una vera poesia idealista. “Le immagini più belle, le note più turgide e canore, si raggruppano e si dissolvono”, Lenz lo spiega bene. Una cosa sola rimane: una bellezza infinita, che passa da una forma all’altra, eternamente dischiusa, immutata. Bisogna amare l’umanità, per penetrare nell’essenza di ciascuno”. Il realismo serve a vivere, e a godere. “Non sta a noi dire se la creazione sia bella o brutta. La certezza che quanto è stato creato ha vita viene prima di questo giudizio, ed è il solo criterio nelle cose d’arte”.

Il realismo aiuta a scrivere, non c’è idealità nella scrittura, anche se ai classici si dà questo privilegio. La scrittura nomina le cose, dice bene Roscellino, ma non deve esagerare, la retorica non ha censore peggiore dei suoi eccessi.
Il realismo serve alla verità. Bisogna essere per la “morale della storia”, anche solo perché la storia approdi a negare se stessa: le guerre, i massacri e i processi. E, bisogna aggiungere, le sciocchezze.

Storia – Si tende a escluderne o a irriderne una filosofia. Mentre non se ne fa di altre, solo filosofia politica. Perenta è la logica, epistemologia compresa. La metafisica non sa dove sbattere. L’etica e l’estetica vanno sotto tono (eccetto che nei talk-show) – perfino nelle chiese e tra gli artisti. Tutto è politica.

La storia non è una macchina calcolatrice, si dispiega nell’immaginazione, e prende corpo in risposte multiformi.
Gli storici hanno le loro colpe. L’umanità si muove in modo continuo, anche se vario, mentre per capire le leggi del suo moto gli storici usano unità arbitrarie, discontinue: epoche, stadi, periodi, percorsi. E così, conclude Tolstòj, “ogni deduzione della storia si dissolve come polvere”. È come se si volesse coprire con la storia la realtà: si fanno appelli, s’invocano leggi, si creano fatalità. Si può sperare di capire le leggi della storia “solo ammettendo all’osservazione unità infinitesimali, il differenziale della storia, le inclinazioni omogenee degli uomini”, concede il conte. Che però ammonisce: “La stranezza e comicità della nuova storia è l’essere simile a un uomo sordo che risponda a domande che nessuno gli fa”. Ogni storia è nuova, ma è nota.

zeulig@antiit.eu

Sorrentino come Fellini, senza saperlo


“Quello che serve per fare questo lavoro è la capacità di meravigliarsi,di stupirsi”. E: “Penso che sia fondamentale l’ingenuità”. Cioè, tutto il contrario.
Un Sorrentino restio a parlare dei suoi film, come sempre. Come Fellini. È miglior regista, anche scrittore, che promotore di se stesso. Come Fellini, anche in questo. Ma un po’ tutti i registi lo sono, Ejzenštein è un’eccezione, che si teorizzava: il produttore di immagini non si sistematizza.
Dicono cose più intelligenti i suoi interlocutori, Anna Bandettini e Maltese – il colloquio, lungo, argomentato, è delle giornate veneziane “la Repubblica delle idee” qualche anno fa. Lui dice che si è formato sul cinema americano e su quello inglese, “e poi solo successivamente” su quello italiano. Diremo che rifà Fellini senza saperlo?
Paolo Sorrrentino, La mutazione italiana in pellicola, la Repubblica, pp. 47 free online

giovedì 11 ottobre 2018

Problemi di base - 450

spock


Perché non abolire, dopo la storia, anche la letteratura alla maturità?

Perché non abolire la maturità?

Perché non abolire gli esperti che aboliscono?

E il ministero che li paga?

#metoo fa un anno: solo?

Perché in #metoo non ci sono vittime afro,  latine, asiatiche:  il movimento è razzista?

Mettere la mano su un sedere è più grave che borseggiare una invalida?

Perché ci sono le nazionali se non ci sono più nazioni?

Perché Insigne non segna?

spock@antiit.eu