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domenica 13 settembre 2026

Quando il terrorismo è una forma di guerra

Salman Rushdie è andato al processo contro Hedi Matar, il terrorista islamico cha ha provato ad assassinarlo quattro anni fa, e ne ha ricavato questa impressione, confida a Viviana Mazza su “La Lettura”: “Sembrava un cretino. Teneva gli occhi abbassati e prendeva appunti”.
Il terrorista singolo può essere, è, un cretino – basta pensare alle Brigate Rosse: un esaltato. Ma è difficile far passare l’11 settembre e il 7 ottobre per terrorismo. Si può, si deve, farlo per motivi di difesa. Il radicalismo islamico seguente all’11 settembre ha fatto forse un milione di morti in Europa e in Medio Oriente (nella sola Algeria si calcolano mezzo milione), forse anche di più. Ma la repressione non basta, bisogna andarne alle radici.
Sul 7 ottobre il fronte è chiaro, la linea di frattura: è Palestina contro Israele. Che ha reagito incorporandosi Gaza, e sempre più la Cisgiordania. Questo è un conflitto. Che vede Israele sempre vincente, da quasi ottant’anni. Ma non pacificato – in genere si fanno le guerre per arrivare a una pace.
L’11 settembre ha due moventi: l’alimentazione, se non la creazione, da parte americana, dell’islamismo come barriera al sovietismo negli anni a cavaliere del 1980, in Afghanistan – e nell’Arco della Crisi, dall’Algeria al Pakistan, tutto islam. In contemporanea con la creazione e diffusione del khomeinismo, sempre come barriera anti-sovietica, in Europa e poi in Iran. Il radicalismo khomeinista accenderà l’islam in ogni sua sezione (lo Stato Islamico sarà teorizzato e praticato come reazione wahabita, cioè sunnita-saudita, al khomeinismo, e più radicale) e area di diffusione, specie in Africa, sotto e sopra il Sahara.
Se così è – ma così è – non si vede perché l’Iran dovrebbe crollare sotto la prima bomba americana. Si può dichiarare “canaglia” uno  Stato, trattarlo come un qualsiasi gruppo terrorista, di “cretini”, ma poi bisogna farci i conti.    

All'ultimo respiro - un giorno in ospedale

Un’infermiera seguita passo passo nel suo turno quotidiano (diurno) in un ospedale cantonale (non grande cioè, ma dall’intensa attività) svizzero. Con alti e bassi, la paziente che sta meglio di tutti, di umore e di fisico, con la quale è anche possibile farsi una cantatina, che poi muore, o il paziente che a sette o otto giorni dal ricovero ancora non è stato visitato dal dottore (che è una dottoressa, arcgna) e si “autodimette”. Niente di che, giusto lo svolgimento delle normali pratiche. Che però richiedono, anche le più semplici, complicate procedure – anche soltanto aprire una scatola richiede sterilizzazioni, guanti, annotazioni, eccetera.
Il film si propone come di denuncia sociale, con la chiosa finale che anche nella ricca Svizzera gli infermieri sono troppo pochi e tropo sfruttati. Ma su questi movimenti rituali, frenetici, più che sul “caso”, cioè sull’ordinarietà della cura ospedaliera, Volpe costruisce un meccanismo che inchioda – senza porre mente alla neutralità del gesto, dell’evento. Un piccolo miracolo: si segue la vita ordinaria dell’infermiera – che però è la bravissima Leonie Benesch, l’amburghese de “Il nastro bianco”, “La sala professori”, “Lezioni di persiano” - come il Godard di “Fino all’ultimo respiro”.     
Petra Volpe,
L’ultimo turno, Sky Cinema, Now

sabato 12 settembre 2026

Fondamenta fragili dell’Occidente in Medio Oriente

Gli Huthi, una tribù sciita yemenita, che tengono testa all’armatissima Arabia Saudita, 35 o 40 milioni di abitanti, completa di cacciabombardieri, da undici anni, e ora la sopravanzano, chiudendole il mar Rosso, epitomizzano la fragilità delle fondamenta dell’Europa, e quindi dell’Occidente, basate sugli idrocarburi della regione.
Gli Huthi (ri)propongono il problema di cosa è terrorismo e cosa nazionalismo. E, meno in astratto, evidenziano le fragilità del pilastro mediorientale dell’Occidente: le petromonarchie.
Queste fragilità sono un fatto, a cui non si pone mente (all’evidenza solo negli Stati Uniti, per i quali non sono però un fattore di crisi), ma ben visibile dietro la rutilanza con cui le petromonarchie si sono ricoperte da mezzo secolo in qua, dalla triplicazione del prezzo del petrolio nel 1973. Erano economie nomadi, pastorizia e contrabbando, con qualche royalty petrolifera, si sono trasformate in Disneyland formato gigante, inermi. Dai vecchi capi-tribù passando ai manager finanziari. Anche accorti. Ma indifesi, e indifendibili. Tutti senza eccezione: Arabia Saudita, Kuwait, Abu Dhabi, Dubai, Qatar, Bahrein, Oman.
Le petromonarchie si sono dotate di grattacieli, marine, porti, aeroporti intercontinentali, fontane colorate e giardini lussureggianti nel deserto, e hanno pagato il radicalismo islamico per risparmiarle, ma sono rimaste politicamente quello che erano: Stati patrimoniali, volendo adottare la terminologia classica, di Max Weber. Ossia possedimenti familiari, tribali. Di famiglie allargate alle varie tribù ma dietro le quali non c’è nulla: non uno Stato - forze armate, giustizia, amministrazione, rappresentanza politica, le “istituzioni”. Hanno tutto questo ma fittizio. E in guerra non possono schierare un solo armato - uno vero, che combatta.

Cronache dell’altro mondo – pedofile (425)

Malgrado la multa milionaria per non avere protetto i ragazzi dall’uso dei suoi social, Meta ha pubblicato ad agosto decine di annunci contenenti materiale esplicito di abusi sessuali su minori generati dall’intelligenza artificiale. Nonché immagini di minori accompagnate da dichiarazioni sessualmente suggestive.
Dopo la denuncia di “Wired” Meta ha eliminato circa 50 di questi annunci da Facebook, Instagram e Threads. E afferma di aver implementato uno strumento di intelligenza artificiale progettato per rilevare e bloccare tali annunci. Ma in questa setimana sono stati rilevati centinaia di altri annunci di natura simile.
Alcuni annunci, inclusi contenuti che ritraevano scene pornografiche con minori, erano identici a quelli rimossi da Meta dopo la segnalazione iniziale di “Wired”. Inoltre, è stato possibile identificare immagini di minori reali tra i contenuti espliciti. 
(“Wired”)

Se femmina è maschio

Un film del genere teen, giovanilistico, con linguaggio svelto e intenso, nelle immagini e nel parlato, nel ritmo. Un piccolo capolavoro filmico che Samani ha ricavato da un racconto di Stuparich vecchio quasi di un secolo - che ha probabilmente accelerato, al ritmo del tempo più che dell’età dei protagonisti, comunque irriflessivi.
Un racconto dell’adolescenza. Un’adolescenza iconica: incerta e avventurosa, tradizionale e curiosa, e veloce, tra lezioni, un poco, basket, bevute, fumate, un po’ di disco, niente fanatismi, e bighellonaggi, tra Barcola e San Giusto, o il Revoltella. Di maschi che non si fanno ombra di una femmina. Finché il maschilismo non irrompe con la gelosia - l’appropriazione di un rapporto amichevole.
Un racconto di genere? Il cameratismo al maschile ha la corda corta? Al fondo, il senso è questo, di ruoli invertiti rispetto ai tradizionali maschile e femminile. Frederika, svedese, che per semplificare si farà chiamare Fred, a Trieste col padre ingegnere che vi è stato comandato dalla ditta, viene iscritta all’ultimo anno dell’Itis “Marie Curie” – il racconto non è storico, è contemporaneo (e il “Marie Curie” un omaggio alla coproduzione italo-francese - un ritorno al passato, che fu ricco di molti buoni prodotti?) - in una sezione di soli maschi. Curiosità, dispetti, e infine cameratismo, Fred si ritrova adottata da un gruppetto. Sbronze, fumo, passeggiate, notti e giorni senza respiro. Con qualche turba e molta spensieratezza. Anche se le idee sono confuse – solo Fred le ha chiare: farà architettura a Firenze. Ma niente nodi, è l’età che vagheggia. Finché sull’amicizia non fa aggio la gelosia. Fred, colpita ale spalle, ne uscirà vittoriosa, gli altri no, ma non c’è una morale, non pesa.
Sotto un titolo anonimo un racconto a forte personalità. Della regista e della interprete, Stella Wendick, esordiente di enorme professionalità – scelta a Stoccolma, pare, in audizione fra gli allievi di una scuola di recitazione ma già padrona, dello schermo come del maschilismo, di Trieste, e perfino del triestino. Unico inconveniente i novanta minuti di sottotitoli, poiché il parlato è l'inglese per interiezioni e un triestino incomprensibile, l’uno più sintetico dell’altro, che scappano via a velocità ultrasonica.  
Laura Samani,
Un anno di scuola, Sky Cinema, Now

venerdì 11 settembre 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (642)

Giuseppe Leuzzi


Trovandosi sull’Aspromonte nell’estate 1971 o 1972, il trekker scozzese James Maurice Scott va a pagare i suoi omaggi al “cippo Garibaldi”. E lo trova “un campo di battaglia”: “jeep piene di carabinieri armati dappertutto....”, e “un quartier generale con le antenne radio e tutto il resto, mentre un elicottero ci girava intorno. Ero l’unico disarmato e non in uniforme per diverse miglia”. Discreto, forse impaurito, Scott non chiede e si eclissa. Ma la curiosità lo morde. Finché “un amico italiano che aveva letto qualcosa al riguardo sul giornale” non gli svela il mistero: una soffiata diceva che le mafie siciliana e calabrese avrebbero tenuto un summit sull’Aspromonte, e i carabinieri si preparavano a “catturarli tutti”. Ma ala fine “non venne preso nessuno”.
 
Se la frutta è meglio insapore
Un affascinante atlante grafico della produzione regionale di frutta in Italia, approntato da “La Lettura” domenica 6 - a corredo di considerazioni estetico-commerciali sul “tesoro italiano” che “sfida la spinta all’omologazione” - che suddivide la produzione a macchie di colore per macro-regioni, giallo per il Sud-Isole, verde per il Nord e pisello per il Centro, dà il giallo preponderante – illuminante, come un grande sole.
È meridionale la produzione (recente) di frutta tropicale, avocado e banana (il mango e la chirimoia-annona si possono aggiungere). E quella naturalmente del fico d’India. Quasi tutta meridionale (minime quantità per il Nord e per il Centro) quella di nespole (del Giappone e comuni) e di fichi. Per tre quarti meridionali quella di pesche e albicocche, ciliegie, melograni, mele cotogne. A metà meridionali la produzione di nocipesche (nettarine) e prugne. E cachi. Ridotta la quota per le pere e per i, kivi, sul 15-20 per cento. Ridottissima per le mele - quasi tutta la produzione è al Nord.
Naturalmente non ci sono gli agrumi, che poi sono la frutta di quasi metà dell’anno, che sono solo meridionali.
Si penserebbe tanta abbondanza una rendita naturale. Rivalutata negli anni post-covid, con i prezzi dal fruttivendolo raddoppiati. Di cui la maggiore incidenza del Sud, sempre in questo ultimo quinquennio, sul magro incremento del pil nazionale potrebbe essere il segno.
Dunque, l’economia meridionale ha una piccola leva, seppure di carattere naturalistico – o “primario”, come quelle economie monoculturali, specializzate in produzioni primarie, di caffè, cacao, rame, carbone, petrolio eccetera. Ma sempre è che tutte le produzioni di frutta, gli agrumi compresi, trovano il cartiglio “Spagna” privilegiato, regolarmente, alla distribuzione: nei supermercati, in tutte le catene, e anche dal fruttivendolo. Sebbene insapore.
Per antipatia verso il Sud? È possibile. Di sicuro la mediazione (distribuzione, promozione) non è meridionale, è romagnola, lombarda, fino a qualche tempo fa veneziana, e fa aggio sulla produzione e sulla qualità - e sulla propaganda governativa del made in Italy. Su quella meridionale evidentemente con più facilità, perché con maggiori “margini” commerciali – ce n’è per tutti.    
 
Il leghismo viene dall’unità
James Maurice Scott, che ha voluto rifare nella terza età per la seconda o terza volta nel 1971-1972 l’Appenino a piedi (ricavandone un voluminoso resoconto, “A Walk among the Appennines”, pp. 1.000), pubblicato a Londra l’1 gennaio 1973, è sorpreso in Calabria, oltre che dai carabinieri che aspettavano i mafiosi siculo-calabresi al Cippo Garibaldi, dalla conversazione, nell’albergo di un paese dell’Aspromonte, forse Delianuova forse Gambarie, intercorsa con una coppia di torinesi.
Una conversazione disimpegnata. Ma subito virata, senza nemmeno cattiveria, sullo spiacevole. “Raccontai loro che ero stato trattato bene in Calabria. L’uomo mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono falsi, pigri, disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”.
Era il Natale del 1971. Il leghismo sboccerà, al cuore di Milano, la circoscrizione Milano 1, dei ricchi e intellettuali, vent’anni dopo, ma era già nell’aria. È nell’unità d’Italia. 

Compresa l’acquiescenza del Sud, che anch’essa viene da lontano – dagli stessi patrioti del Sud che fecero l’unità, Crispi, Zanardelli, etc..
Scott ne rileva il pattern subito dopo, lo schema mentale, col Sud impersonato dal muto cameriere al ristorante: “Un meridionale sin dalla cima dei capelli nero corvino fino alla punta dei piccoli piedi, rimase immobile vicino tavolo, con l’aria offesa ma senza proferire parola”. 
 
La battaglia di Seminara
La storia guarda all’indietro, nella figurazione ultima, dell’ultima riflessione, di Walter Benjamin. Ma soprattutto, tropo spesso, la storia va all’indietro – è la storia della decadenza, che sembra difficile fare (Santo Mazzarino ci si è provato, dopo Gibbons, e pochi altri).
Capita di aggirarsi per Seminara, un borgo che tenta di tenersi in vita con la produzione tradizionale delle ceramiche, ma in una atmosfera di stanchezza, e quasi di abbandono. Unica gloria reclamabile, non reclamata, per stanchezza?, aver dato i natali ai genitori di Gianni Infantino. Borgo alle pendici dell’Aspromonte in Calabria, nelle cronache storiche per molti aspetti, i monaci greci, basiliani, che tramandarono molti classici, i due frati, Barlaam e Leonzio, che insegnarono il greco a Petrarca e Boccaccio, le terracotta certo, qualche faida, famosa nella storia moderna a lungo per la battaglia che prende il suo nome, la Battaglia di Seminara, dove si decise il futuro del Sud. Niente di meno.
Organizzata dal castello aragonese di Gerace, vide gli aragonesi, poi spagnoli, impegnati nella ennesima ma decisiva battaglia, dove si sarebbe fatto uso per la prima volta di cannoni  
il 21aprile 1503 (di “battaglie di Seminara” un’altra è ricordata, nel 1495, sempre tra francesi e aragonesi, poi spagnoli, sempre per questioni dinastiche, ma quella decisiva è la successiva) contro i francesi che da tempo rivendicavano la potestà sul regno, e massimamente dopo la discesa di Carlo VIII, di funesto ricordo, nel 1498. I francesi vi furono sconfitti, e il Regno di Napoli fu spagnolo, dal 1504 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si autonomizzarono.

In epoca moderna la città sarà poi feudo degli Spinelli, banchieri genovesi a cui la vicereggenza di Napoli la cadette in cambio di crediti non onorati. Ma ancora al tempo di Carlo V, di ritorno dalla spedizione vittoriosa in Tunisia contro i barbareschi, l’imperatore sui cui possedimenti non tramontava mai il sole, vi ebbe un celebrato trionfo, organizzato da Carlo Spinelli, il primo duca, il 3 novembre 1535 – una cerimonia che ora si prova a resuscitare ogni paio d’anni, mestamente, con le coperte alle finestre come per le processioni, e falsi costumi d'epoca.
 
Cronache della differenza: Calabria
Il ponte sul Savuto, a Nocera Terinese, sul vecchio percorso della SS 18, che portava a Roma, è ricostruito, dopo vent’anni dall’alluvione. Una campata bassa, lunga una trentina di metri. E, ma allora, per il Ponte sullo Stretto?
 
“La regione più autunnale d’Italia, dove certo fioriscono anche i limoni, ma dominano gli ulivi, i castagni, la quercia e il ne, anche se bastano venti muniti di camino per scendere dalla Montagna al mare e ritrovare la palma, il banano, l’aloe e la magnolia” – Marina Valensise, “Il sole sorge a Sud”.
 
A un certo punto il geologo “prussiano” Gerhard von Rath, nel suo giro della Calabra nel 1871, si sorprende di quanti pensatori geniali vi sono nati o vi hanno operato: Pitagora naturalmente, e Cassiodoro, Tommaso Campanella, e pure Tommaso d’Aquino, che vi è nato. E ne tralascia alcuni, Gioacchino da Fiore, Telesio.
 
Nessun cenno, nel roboante plebiscito per il candidato sindaco di destra alle amministrative a Reggio, alla deficitaria, assenteista, incapace gestione del sindaco uscente Falcomatà. Eletto per due volte in memoria del padre, che era stato un buon sindaco. Digiuno di materia amministrativa, al punto da essere stato a lungo commissariato. Inerte sulle cose da fare: la città ha le stesse buche, allo stesso posto, da dieci anni. Ma inamovibile: era stato messo lì da Renzi, dal vertice Pd, e quindi incontestabile.  
 
È inimmaginabile l’abbandono della provincia, oltre che della città. La provincia di Reggio, un tempo la più ricca e ammodernata della Calabria, sembra ora una terra abbandonata: sporca, senza acqua, senza strade, sempre franate, perfino senza segnaletica (agli incroci bisogna girare a memoria). Altro che storia, se non di decadenza.
 
Vi si trova un’isola linguistica occitana, a Guardia Piemontese, del francese d’oc. Che in Italia si parla in aree finitime alla Savoia, nel cuneese, la Piccola Occitania d’Italia. Vi trovarono rifugio a partire dal Trecento i valdesi, per sfuggire alle persecuzioni dei papi avignonesi. Benché in odore di eresia (il 5 giugno del 1561 l’Inquisizione li volle impiccati, esposti sulle strade pubbliche, rei di eresia). La regione Calabria è molto diversificata, ma ha diffusa e comune una religiosità sempre accesa.
 
“Europa e Calabria”, bel titolo dei quotidiani “QN” (“Nazione”, “Carlino",  “Giorno”, mezza Italia) per lo studio dei fondali marini. Per archeologia subacquea non solo, anche per il sicuro tesoro biologico. E chi può criticarlo? È un progetto dell’Università della Calabria, facoltà d’Ingegneria – che Bruxelles ha deciso di finanziare.
Tesoro è una parola chiave nella regione. Peccato che analoga iniziativa una decina d’anni fa, per la creazione di cinque cinue o sei cinqune o sei parchi marini, per la protezione e lo sviluppo della biologia subacquea, flora e fauna, nessuno abbia più saputo niente.
 
La comunità grecanica, in Calabria (tra Pentedattilo e Bova) e in Salento, è la più piccola fra le minoranze tutelate in Italia, con appena 12 mila parlanti - il dato si deduce dall’atlante delle minoranze linguistiche costruito da Carlo Vulpio su “La Lettura” il 9 agosto. Meno dei tabarchini, che abitano un’isola della Sardegna, S an Pietro, non gande. Quanto basta per un’illusione – la discendenza greca? E per un uso inutile dei fondi europei alle minoranze: targhe stradali con doppio alfabeto che nessuno sa leggere, e corsi di greco alle primarie che nessuno frequenta.

“James Talarico, una «favola» calabrese alla Casa Bianca”, Maria Mancuso può titolare la sua column sul “Giornale di Calabria”. Di una candidatura al Senato in Texas, che potrebbe preludere alla nomination Democratica per le presidenziali del 2028. Una carriera razzo. Grazie alla religiosità, che caratterizza la sua campagna elettorale. Fattore primo del suo successo nei sondaggi (e nella raccolta fondi). Che Talarico, educato in seminario per risparmio, eredita dalla famiglia calabrese, arguisce Mancuso. Mariologi o mafiosi?  

leuzzi@antiit.eu

Esercitazioni in bello stile sull'11 settembre

C’è tutto, nei due fascicoli con cui il “Corriere della sera” ha voluto ricordare come già 25 anni fa era ridiventato il primo e più ambito giornale italiano, con le migliori firme. C’è l’eco dell’11 settembre, dei cui 25 anni la ripubblicazione di Fallaci e Terzani avrebbe dovuto essere testimonianza. In parte. Soprattutto ci sono due Grandi Giornalisti in cattedra, entrambi fiorentini, entrambi quindi non c’è altri che me. E scrittori, più o meno di lettura gradevole. Ma su un evento tanto “storico” quanto inspiegato, di cui non si occupano di dirci nulla.
Inspiegato d’altronde, sia detto tra le celebrazioni, l’11 settembre resta tuttora. Non si è fatto un processo, non lo si chiede nemmeno. Anche se non fu opera di un gruppuscolo, di fanatici. Non ci si impossessa in volo di quattro aerei di linea e si portano i macchinoni su un punto preciso, un obiettivo piccolo, tutti “sensibili”, in ambiente affollato, senza un addestramento di molte ore e molti mezzi. Uno dei quattro, quello che doveva distruggere la Casa Bianca, non ce l’a fatta solo per un difetto di sincronizzazioe, un errore nel timing.
Il primo fascicolo ripropone la sfuriata famosa di Fallaci contro islam e mussulmani,  "La rabbia e l'orgoglio", e di Terzani dieci giorni dopo l'invito alla misericordia, "San Francesco e il Sultano" - o meglio alla tolleranza, il titolo esatto è "Il Sultano e San Francesco". Il secondo contiene quattro corrispondenze di Terzani dall'Afghanistan bombardato e poi invaso, e un'altra perorazione anti-mussulmana di Fallaci qualche anno dopo, 2005  "Il nemico che trattiamo da amico". 
Terzani fa ancora il giornalista. Sul Pakistan tutto schierato con gli Usa (faciliterà l'eliminazione di Bin Laden - invece della cattura), ma "nel fondo estremamente ambiguo". O raffrontando l'albagia delle parrocchie di Firenze, dove si trovava casualmente, la domenica dopo l'11 settembre con le moschee, che "ogni venerdì tuonato, a volte delirando, ma con ciò legano i fedeli" - senza fare la tara del fanatismo. Mentre degli Usa descrive l'ospedale afghano, povero, bombardato per "un errore del computer". E si chiede, 2001, venticinque anni prima della guerra all'Iran: "Vogliamo anche noi partecipare alle uccisioni di stile israeliano di tutti quelli che la Cia deciderà?"
La cosa migliore dei fascicoli sono le due paginette introduttive di Ferruccio de Bortoli, direttore del quotidiano all'epoca, che vi tratteggia i caratteri e le bozze delle due Grandi Firme.
Oriana Fallaci-Tiziano Terzani,  
Il confronto, "Corriere della sera", pp. 61 + pp. 62, gratuiti col quotidiano



giovedì 10 settembre 2026

Merkel s’è mangiata la rendita, Germania (e Ue) a nudo

Molto sdegno e nessuna analisi, se non di maniera, per il trionfo dell’estrema destra tedesca nella Sassonia-Anhalt. Grande vittoria in un piccolo Land. Ma è anche vero che non viene per caso o all’improvviso, è il culmine di un’ascesa politica ben annunciata: in soli quindici anni, quindi eccezionale, fino al 27-28 per cento dell’opinione nazionale. Chi ci prova a spiegarlo, oggi Mario Monti sul “Corriere dela sera”, arretra di fronte al nome sacro di Merkel. Mentre la verità semplice è questa, che i quindici anni trionfali di Merkel, all’insegna dell’egemonia tedesca (crisi bancaria, crisi del debito, Ucraina, immigrazione, gas), hanno prodotto o moltiplicato i nazionalismi: Merkel rideva anche della Francia, oltre che dell’Italia, governando con i “no” l’Europa, o altrimenti con il troppo poco troppo tardi. Forte di una Germania che cinque anni prima di lei, al tornante del millennio, era la malata d’Europa, con 5 milioni di disoccupati, effetto della globalizzazione. E la verità,  dietro la vittoria di Afd, è che ora torna a esserlo - dopo che Merkel si è potuta giovare nei sui quindici anni delle leggi Hartz 2003-2005. Di un governo socialista, anche se se le fece disegnare da una commissione di “esperti”, che un Peter Hartz, manager Volkswagen, presiedeva: praticamente la liberalizzazione del mercato del lavoro, per contrastare la globalizzazione-delocalizzazione. E che ora paga per questo - un partito socialista forte di 150 anni praticamente sparito.
Ora la stessa Germania si ribella a se stessa. È come se. Perché la rendita dei quattro decreti Hartz non basta più e bisogna intaccare il capitale. Spariti i socialisti, in via di sparizione i democristiani, altre politiche bisogna cercare.
In Germania come già in Europa. La produzione ristagna, il reddito reale si riduce, e si minacciano guerre non si sa perché. Perché il voto dovrebbe essere entusiasta invece che risentito?

 

L'ultima scoperta della Calabria, mezzo secolo fa

“Le gole calcaree dell’Appennino sono un vero inferno”, è l’esordio, trovandosi ad attraversare il massiccio del Pollino per finire il viaggio in Calabria:  “Ti pare di vedere un pendio ininterrotto e quando hai deciso di percorrerlo ti trovi la strada sbarrata da una gorgia di 300 metri, scavata da  qualche misero torrentello”. Scott, vecchia razza imperiale britannica, nato in Egitto, addestrato militarmente, parte a 27 anni della spedizione britannica sull’Everest del 1933, è l’ultimo viaggiatore a piedi per l’Appennino, di cui ha posto per primo nel 1973, alla seconda o terza rivisitazione, il problema dell’abbandono oltre mezzo secolo fa – ultimo prima di Rumiz, che però ha fatto uso di bici e 500.
Questo suo è l’ultimo, probabilmente, più dettagliato, e veritiero al riscontro dell’esperienza (e dell’introduzione di Francesco Bevilacqua, probabilmente il miglior scrittore vivente di Calabria, nonché camminatore italiano dell’Appennino – forse anche lui dietro a Rumiz, che però fa uso di bici e 500), racconto di viaggio fra i tanti in Calabria. Alla pari, per insight e aneddotica, dei classici della scoperta a piedi della regione, Craufurd Tait Ramage, 1828, Edward Lear, 1847, e Norman Douglas, 1914, tutti britannici. Malgrado la brevità. L’edizione scorpora una cinquantina di pagine, le ultime, delle mille che compongono il racconto del trekking-ricognizione di Scott, compiuto tra il 1971 e il 1972, a 65 anni, rigorosamente a piedi – il racconto, “A Walk along the Appennines”, mille pagine a stampa, fu pubblicato con la data dell’1 gennaio 1973. Resocontando, raccontando in verità, il passaggio attraverso Pollino, Sila, Serre, e Aspromonte.
Qui termina con la “spuntata” all’alba, dopo una risalita di tre-quattro ore alla luce della luna, l’alba sui “tre mari”. Che sono due in realtà, Ionio e Tirreno, ma dalla cuspide del Montalto si vedono attorniare il piedone d’Italia nei giorni di chiarore, con varie luminescenze: “Camminai su e giù, tremando dal freddo e attendendo l’alba”, come tutti, “ma finalmente arrivò l’aurora, quando il sole sorge alle spalle”, volendo voltagliele per guardare l’animato Tirreno, nella fantasmagoria mobile dello spettro, “e le piccole isole di Lipari emergono cristalline, visibili nitidamente per un attimo soltanto”, fenomeno di rifrangenza, mentre “tre vulcani” lentamente emergono, Etna, Vulcano, Stromboli.
Una viaggio-perlustrazione non disperante, di un mondo ancora vivo, non abbandonato. Con una sintetica ma definitiva (argomentata) perorazione: “La Sila va considerata parte degli Appennini” – “l’altipiano è decisamente alto per un territorio così esteso. L’altezza media di quest’area di 1.200 miglia quadrate è di oltre quattromila piedi”, ma è ben dentro l’Appennino. Con molti “personaggi” a tutto tondo, seppure poco “appenninici” e per cenni: il ragazzo tra gli alti ulivi nella Piana di Gioia Tauro che lo rinvia al fauno, o alla ninfa dei boschi, i boschi viventi per luci e suoni di alti ulivi della stessa Piana, il compianto al balcone della donna cui è appena morto il marito, la giunonica ostessa di Serra San Bruno, subito burbera con lo straniero incomprensibile e subito poi intenerita alle lacrime, quando scopre che può liberamente lamentare la sua vita.
E con qualcosa di più pur nella rapidità. Nella nostra Delianuova, il paese più alto dell’Aspromonte, commenta un’immagine sbiadita ma non cancellata di Mussolini su un muro con un: “Non sono (i calabresi, n.d.r.) più fascisti di quanto lo siano nel resto d’Italia, ma non credo che la Calabria avrebbe impiccato un uomo e la sua amante a testa in giù come ha fatto l’illuminato Nord” (che lo aveva portato al potere, n.d.r., sottinteso) - “e non parlo certo di politica ma solo di buone maniere”. Per snidare subito dopo in albergo, a Delianuova? a Gambarie?, “una giovane coppia di Torino” con cui conversare: “Raccontai loro che ero stato trattato bene in Calabria. L’uomo mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono falsi, pigri, disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”. Il leghismo sboccerà vent’anni dopo, ma era già nell’aria – è nell’unità d’Italia. Scott rileva il pattern, lo schema mentale,  subito dopo, col Sud muto cameriere, “un meridionale sin dalla cima dei capelli…. Rimase immobile vicino al tavolo, con l’aria offesa ma senza proferire parola”.   
James Maurice Scott,
Sull’Appennino calabrese, Rubbettino, pp. 75, ril,. ill. € 7,90  

mercoledì 9 settembre 2026

Il mondo com'è (500)

astolfo

Bafometto – Houellebecq, “Annientare”, pp. 427 segg., ne fa – ne fa fare a uno specialista dei servizi segreti, che denomina Delano Durand – una biografia quasi storica, fuori dalle dicerie che lo accompagnano, si accompagnano alla parola: “Se vogliamo giocarcela pesante, direi che il nome data dal Medio Evo, e che probabilmente è una deformazione di Maometto. Lo si ritrova per la prima volta in una lettera di Anselmo di Ribemont, compagno di Goffredo di Buglione, del 1089, in cui racconta l’assedio di Antiochia. Per i cavalieri cristiani del Medio Evo i mussulmani non erano altro che adoratori del diavolo…. In breve, c’è che Bafometto è stato in seguito adorato dai Templari, è d’altronde una delle principali cause della distruzione  dell’ordine del Tempio, prima di essere rireso dai massoni di rito scozzese, e in questo momento è molto popolare nei gruppi Extreme Metal e Death Metal, principalmente norvegesi, è una vera star in quegli ambienti lì. Il personaggio è piuttosto ambiguo, ha una testa di capro, ed è barbuto, ma nello stesso tempo ha seni di donna”.
L’ultimo raccontato, e il più conosciuto, quello di Pierre Klossowski, è un misto di magia e erotismo, trascendenza e perversione – dedicato a Michel Foucault, opera del 1965 (ma wikipedia vuole he “la sua figura” aleggi “costantemente nel romanzo ‘Il pendolo di Foucault’”, di U. Eco, 1988). Pierre Klossowski, il fratello maggiore del più noto Balthus, Balthasar Klossowski, curava molto questo modo di essere, del mistero, teatrale, che appariva ai concerti di Santa Cecilia, tra 1969 e 1970, quando era all’Institut francese a Roma, in ampio tabarro, cappellone a larga falda e occhiali scuri, in piedi su una qualche tribuna – la sua opera, di cui “Il bafometto” considera il compimento, Deleuze dice “unità di teologia e pornografìa... qualcosa che chiamerei pornologia superiore”.
 
Church of Euthanasia – La Chiesa dell’Eutanasia (CoE) è “una religione e un’organizzazione ecologista radicale (deep ecology)”. Avviata nel 1992 a Boston, nell’ex New England inglesizzante e puritano dei Padri Fondatori, da Chris (Christine) Korda, una musicista elettronica e attivista ambientale, e da Robert Kimberk, “pastore Kim”, si vuole insieme radicale e tollerante: si è costituita per propagandare le virtù del suicidio. Ma è diventata presto famosa, quattro anni dopo la nascita, alle elezioni presidenziali del 1996, per aver e lanciato la candidatura di “Una Bomber”, Theodore Kaczynski – il “matematico dotatissimo” delle biografie, auotore di una innovativa  dimostrazione del “teorema di Wedderburn”, già professore a Berkeley, che si era isolato in una capanna remota nel Montana, dove fabbricava bombe artigianali che mandava a personalità a suo avviso implicate nello sviluppo delle tecnologie (di cui anche lui, come già il filosofo tedesco Heidegegr, diffidava), facendo nel complesso tre morti e una ventina di feriti, prima di essere scoperto (condannato all’ergastolo, forse vi è morto).
La “chiesa” si dichiara “una fondazione educativa senza scopo di lucro dedicata a ripristinare l’equilibrio tra gli esseri umani e le specie rimanenti sulla Terra”. Da perseguire “attraverso una massiccia riduzione volontaria della popolazione”.
Korda la vorrebbe “l’unica religione anti-umana al mondo”. All’insegna di un unico comandamento, “non procreare” - con l’invito “salva il pianeta, ucciditi”. Basato su quattro “pilastri”: il suicidio (“facoltativo ma incoraggiato”), l’aboRto (“può essere necessario per evitare la procreazione”), il cannibalismo (“obbligatorio se insisti a mangiare carne”, ma solo se qualcuno è già morto) e la sodomia (qualsiasi atto sessuale non destinato alla procreazione”).
Ad ogni buon conto, la chiesa propaganda la riduzione della popolazione solo con mezzi volontari – rifiutando specificamente, che non si creino equivoci, l’assassinio e l’eugenetica come mezzi per favorirla. E promuove l’ambientalismo più radicale. Attiva sui social, non dà numeri sugli adepti.
 
Jena – Accanto alla Sassonia-Anhalt oggi nelle cronache allarmate per avere aperto in Germania la strada all’estrema destra politica, del partito Alternative fūr Deutschland, c’è la Turingia, che per prima per la verità ha aperto la porta a Afd, giù due anni fa, col 33 per cento del voto. E la Turingia è il Land di molta storia tedesca, e della migliore, Erfurt, Weimar, illustrata da Goethe, e Jena. Da quest’ultima in particolare – oggi amministrata peraltro da un Thomas Nitzsche, l’“ultimo dei Liberali”, in Germania specie protetta (sono confluiti tutti in Afd). Che a  fine Settcento “con la sua università realizzò una chimica umana e intellettuale che non ebbe eguali nel resto della Germania”,  Alberto Rollo, appassionato e narratore (“Le attitudini”) del primo romanticismo su “Robinson”, 6 settembre. E influenzo al cuore, si può aggiungere, praticamente la indirizzò, la cultura tedesca nell’Otto e Novecento. “La presenza di Schiller era una calamita irresistibile per molti giovani”, ricorda Rollo: “Le lezioni accademiche di Fichte ridisegnarono il ruolo fondamentale della filosofia. L’arrivo dei fratelli Wilhelm e Friedrich Schlegel, con le rispettive compagne Caroline e Dorothea, rivoluzionò il clima culturale. Friedrich fu amico di Novalis e tutti frequentavano i fratelli von Humboldt prima che Alexander, il naturalista, cominciasse a girare il mondo”. La rivista degli Schlegel, “Athenäum”, “nei due anni d vita, tra il 1799 e il 1800, riassunse gli entusiasmi e il respiro filosofico, poetico e scientifico di Jena. Fu un biennio fulminante. Circoscritta fra Kant e Hegel, fra Schiller e Goethe, la grandezza di ‘Athenäum’ fu quella di un gruppo di anticonformisti che prese le distanze dagli eccessi della rivoluzione francese e accese la rivoluzione del pensiero, non disgiunta da quella spirituale e poetica. Era una banda estroversa, che s’aggirava per strade, taverne, aule, controfilosofando (secondo il loro lessico comune). C’era tanto erotismo tra quei giovani. Si dice che i figli non riconosciuti siano stati molti, come gli intrecci amorosi e provocatori in casa Schlegel raccontati nel romanzo ‘Lucinda’”. Senza dimenticare Schelling, per il quale l’autore di “Lucinde” sarà lasciato dalla moglie Caroline – per sposare l’irresistibile Schelling.  
Una ricostruzione un po’ maschilista, contraria allo spirito del primo romanticismo, per larga parte influenzato da scrittrici e poetesse, dentro e fuori del matrimonio. E manca lo spirito di Hölderlin, presenza capitale, del primo, e del secondo e del terzo romanticismo, che a Tubinga era stato amico fraterno di Hegel e Schelling. Mentre Novalis, altra presenza capitale a Jena, è solo citato (della presenza di Novalis si può recuperare ciò che ne scrivemmo vent’anni fa nel romanzo “La gioia del giorno”: “Novalis, il poeta dei rapimenti che studiò da ingegnere, lascia freddi. Non per l’ingegneria: un signore che s’innamora di una dodicenne, la quale a tredici anni s’ammala e a quindici muore, la morte spesso non è simbolica, è storia indigeribile. Sarà invidia, forse l’amore bambino soltanto esiste, poi è tattica. Di uno che, con meno anni, godeva a Jena la compagnia di Schiller, Fichte, Schelling, von Humboldt, talvolta Goethe”). Novalis, al secolo Friedrich von Hardenberg, nobile, etereo, fidanzato a una tredicenne, nei cui occhi vedeva riflesso l’azzurro del cielo, agli stati generali del romanticismo a Jena, da lui elevati a “comitato di salute pubblica dell’universo”, promosse una gilda di mercanti abbastanza ricchi da provvedere “ai fini generali della poesia”.

A Jena l’aria secca induceva a bere vino – il comunismo ha poi dimenticato come si fa, come si fa il vino. Da Lipsia vi si trasferì Leibniz. Hegel vi inventò la storia, l’anima del mondo” vedendovi a cavallo per le strade della città, nelle sembianze di Napoleone – che però non era alto di statura.  Nietzsche vi fu tenuto coatto, dal professor Binswanger inflessibile, benché suonasse il piano (Nietzsche), finché non morì.
Prende il nome di Jena nelle storie della letteratura il primo Romanticismo, detto anche “iniziale”. A Jena e fuori Jena, a Berlino e Francoforte, il primo Romanticismo fu animato anche da scrittrici e poetesse. Da prime attrici, sul proscenio, e non come figure di recupero. Tra esse eminenti Karoline von Günderrode (1780–1806), e Bettine von Arnim Brentano, otre a Dorothea Veit Schlegel e Caroline Schlegel-Schelling.  
 
Misasi - “Moro non amava i giochi enigmistici”, afferma risoluto Bartezzaghi, per fare piazza pulita delle ipotesi che le lettere di Moro dal carcere nascondessero messaggi criptati. Un esercizio, ricorda, che Sciascia fece a vuoto. Mentre (almeno) un indizio evidente c’è: un riferimento a Misasi (per Sismi) come quello che può aiutare. L’on. Misasi era un Dc cosentino che si faceva crescere in sed e nazionale per creare un’alternativa alla onnipresenza del socialista Mancini in Calabria. Schivo, riservato, negli anni di De Mita avrà il suo massimo incarico come segretario amministrativo della Dc).
Una indicazione evidente, tanto è incongrua (incongrua la chiave Misasi in senso proprio, riferita alla persona), che su questo sito avevamo messo in evidenza una dozzina d’anni fa: “C’è un richiamo incongruo, nelle lettere dal carcere di Moro, all’onorevole Misasi come uno capace di venire a capo del suo problema. Misasi, poi con De Mita segretario amministrativo della Dc, era allora un deputato calabrese, con qualche incarico pregresso di sottosegretario. Il suo nome era palesemente un anagramma scoperto per il Sismi, il servizio di controspionaggio militare. Un nome che apriva una pista. Tanto scoperta quanto rifiutata e anzi in nessun modo praticata”.
 
Angelina Zampanelli – Benedetto Croce visse per vent’anni, fino alla morte di lei, molto compianta, con Angelina Zampanelli, sua amante (oggi si direbbe compagna) e musa. “More uxorio”, come marito e moglie, anche se attenti a non procreare: nella stessa casa, lei a titolo di padrona di casa, con gli amici e all’occhio dei conoscenti, insieme anche nei frequenti viaggi. Angelina aveva 23 anni quando si incontrarono, Benedetto 27, e già in qualche modo Croce. Era il 1893, e il luogo dell’incontro, casuale, Salerno. Angelina era di famiglia modesta e di pochi studi, ma “bella, alta, estroversa, e intelligente”. Romagnola, di Savignano.
Da allora e per tutta la (sua breve) vita Angelina fu “Donna Nella” (in casa Angelinella) e “la signora Croce”. Per tutti, conoscenti di Croce, colleghi, giornalisti politici, frequentatori della casa,  e del pubblico, napoletano e non. Presenza specialmente apprezzata dai frequentatori abituali di casa Croce, che variamente la citano: Di Giacomo, Giustino Fortunato, Torraca, l’editore Ricciardi, Roberto Bracco, Michelangelo Schipa.
Seguì Croce nelle sue varie abitazioni, dapprima a viale Elena, poi a via Atri, e negli ultimi suoi due anni, dal 1911, a palazzo Filomarino. Viaggiavano anche insieme molto a Parigi, a Firenze, in lunghe villeggiature in Romagna. “E poi in Abruzzo” - racconta Nello Ajello , “Solo per amore”, su “la Repubblica” del 22 marzo 1994 – e a Perugia, a Palermo (in casa dei Gentile), sul lago Maggiore, in Svizzera. Fuori di casa, Angelina si conferma “vivace”, “fresca”, “allegra”, così come la descriverà più tardi, rimpiangendola, il filosofo. Gentile, Prezzolini, Renato Serra saranno variamente attratti dalla sua avvenenza priva di fatuità. Prezzolini la disse “donna di imperiale bellezza”.
Fu una convivenza spensierata e felice, durata fino alla morte di lei, nel 1913 – soffriva di cuore, i primi sintomi si manifestarono nel 1905, e portarono a un rallentamento dei viaggi. E un ricordo non macchiato dai pettegolezzi, dopo morte. Fausto Nicolini, primo biografo, dettaglista, di Croce non la menziona nemmeno. Un altro crociano, Edmondo Cione, ne ha scritto come di “un’antica attrice di café chantant”. Pettegolezzo che sarà ripreso da Abbagnano nei “Ricordi di un filosofo”, “una sciantosa” – con l’aggiunta, inventata, di un matrimonio in extremis (falsa notizia forse trascritta da un altro filosofo che per primo l’aveva adombrata, Augusto Guzzo – il quale, però,  ammirava “donna Angelani”). La verità del rapporto è stata ristabilita da Gennaro Ssso, in “Per invigilare me stesso”, l’edizione dei “taccuini di lavoro” di Croce.
Nessun dubbio invece sull’aspetto fisico, di grazie e bellezza. Che alcune fotografie e qualche ritratto testimoniano. Uno, dipinto da Salvatore Postiglione, rimarrà nella biblioteca di Croce a palazzo Filomarino anche dopo il suo matrimonio. Quando Angela si ammalò, Croce ne soffrì – si sa da lettere e note di amici e conoscenti, preoccupati per la sua stessa salute: Gentile, Prezzolini, Torraca, lo scrittore Enrico Ruta - lo stato d’animo di Croce, testimonia Ruta, somiglia a un’“agonia”.
“Donna Nella” morì a Raiano, in Abruzzo, dove l’aria si pensava che le giovasse. A 43 anni, di  broncopolmonite con sopraggiunta pleurite. Croce ne subì un crollo psicologico, secondo gli amici che lo frequentavano. Benedetto, scrisse Ruta a Prezzolini, “il freddo loico, l’uomo che tiene una femmina per igiene e per divertirsi come con un grazioso cagnolino, ha pianto con me tutte le sue lacrime... Non ho mai visto un uomo che ama la sua donna con tale passione”. Alla cugina Teresina, Croce confidava: “La ferita che mi si è aperta nel cuore non si rimarginerà mai”.
Con Renato Serra si ricomponeva presto filosoficamente, seppure amaro: “Noi dobbiamo amare e legarci, ma dobbiamo essere pronti a distaccarci senza cadere. E per non cadere, non c' è altro modo che svolgere in sé il senso dei doveri verso la vita. Altrimenti cosa resta? Il lurido suicidio o il lurido manicomio”. Filosofia confermata da Ruta qualche anno dopo: “Davanti a Croce era un trivio: uccidersi, impazzire o ammogliarsi. La casa vuota era intollerabile”.  Il 7 marzo 1914, a cinque mesi e mezzo dalla morte di Angelina, Croce ha già sposato Adele Rossi, una giovane torinese sbarcata a Napoli per preparare la tesi laurea, che ha frequentato palazzo Filomarino vivente ancora Angelina. Il cui ritratto rimarrà nella biblioteca.
 
astofo@antiit.eu

L’estremismo in Germania e la ezione di Berlusconi (Giolitti)

La vittoria di Afd nel remoto e marginale Sassonia-Anhalt è molto meno paurosa del bombastico, sconosciuto, rozzo e provinciale Bossi stravotato a Milano nel 1990, argomentava questo sito lunedì
http://www.antiit.com/2026/09/se-la-lega-fa-paura-in-germania.html
Non è l’unica differenza, tanto più per la Germania, tra la paura forgiata oggi e la sorpresa – alquanto distruttiva – del 1990. La differenza più grande sta nel recupero che dell’avventuroso, secessionista, razzista Bossi, e dei neofascisti del Msi, fece un altro lombardo, Berlusconi. Per un semplice fatto che già Craxi aveva intuito qualche ano prima: che con le estreme bisogna parlare, se sono in Parlamento – quella che nel gergo storico italiano si dice, solitamente in positivo, “politica giolittiana”: quattro anni dopo Bossi era un cane da governo.
La Germania, la Cdu-Csu soprattutto, la Democrazia Cristiana tedesca, ha provato a mettere fuorilegge un partito basandosi sui servizi segreti. Un’assurdità estromettere un partito dal Parlamento con i servizi segreti - ci sono leggi in materia, su fascismo e su nazismo, per il resto bisogna solo confrontarsi.
Altrove si fa finta di nulla. In Francia, da trenta o quarant’anni, la destra viene tenuta fuori dai governi, nazionali e locali, mettendo assieme al secondo turno tutto il resto, dalla sinistra alla destra concorrente. In Germania ci si è gingillati con i servizi segreti. In Italia Giolitti aveva segnato la via, dato che i socialisti erano lì da tempo, e numerosi, in Parlamento. Le destra è più indigesta? Berlusconi ha dimostrato di no.
La cosa curiosa è che, non solo le sinistre per motivi politici, anche storici “giolittiani” come Galli della Loggia, non hanno capito Berlusconi e parlano di “crisi delle democrazie”. In crisi non è la democrazia: si vota, e con le destre la partecipazione è sempre più elevata – cioè, si vota credendo al voto. La democrazia ci sta per dare la parola a tutti quanti. Entro limiti certo – di legge, costituzionali.
La Grande Paura di Afd, verrebbe da concludere, è solo una delle tante Grandi Paure di questa epoca di Grande Abbondanza, che non finisce di essere ingorda – per scaramanzia? ma tropo grassa lo è davvero.

Gli Usa non ce la fanno, l’Europa dovrà fare da sé

“La sicurezza nazionale è lo scopo primario del governo federale. Per gran parte della storia americana, la difesa ha rappresentato la maggior parte della spesa federale”. Ora le priorità sono cambiate, per il governo federale, e la difesa è una voce fra le tante. Di una spesa pubblica incomprimibile e in continua espasione. Fino ad accumulare deficit e debito impensabili.
Questa espansione, che è anche un limite alla elasticità della spesa, si è fatta mentre il mondo è cresciuto e si è rafforzato, anche minutamente. Mentre con il debito portato agli estremi limiti per tutti gli altri impegni federali, la difesa in America è diventata è un settore poco finanziato – molto al di sotto degli impegni “mondiali”.
Nel mezzo della guerra senza capo né coda con l’Iran, e alla viglia dell’11 settembre, il giornale fa il punto della preparedness militare degli Stati Uniti. Un altro conflitto mondiale non potrebbe essere combattuto dagli Stati Uniti da una posizione dominante.
Un conto dettagliato fa l’opinione editoriale degli impegni americani per la difesa. E in particolare delle basi all’estero. Che dovranno essere ridotte o cancellate, anche solo per motivi di bilancio. E la questione riguarderà in primo luogo e soprattutto l’Europa.
The Us cannot afford a major war. What if the war comes anyway?
, editoriale, 7 settembre, “The Washington Post”, in libera lettura, leggibile anche in italiano,
Gli Stati Uniti non possono permettersi una guerra di grandi proporzioni. E se, malgrado tutto, scoppiasse?

martedì 8 settembre 2026

Problemi di base pratici - 930

spock


Perché camminare sulla strada è più sicuro che sul marciapiedi?
 
Specialmente col bastone?
 
Perché i cantieri aprono e non chiudono?
 
Perché i pomodori sono immarcescibili, e le mele – c’è un anti-age anche per frutta e ortaggi?
 
Perché la frutta bella non ha sapore?
 
Perché la paletta del gelato si ricicla nell’organico - e il tappo di sughero?


spock@antiit.eu

Idillio amaro in campagna

“Andare verso la campagna” come “Andare verso il popolo” di Moravia nei “Racconti romani”: ci sono sorprese, non gradevoli. Anche in clima green. Specie per gli sprovveduti. Oggi come nel Sessantotto, quando “si andava” verso la Sabina o verso il Cilento, “tanto non costa nulla”, e c’era solo da faticare: pulire, raschiare, inchiodare, difendersi dai topi, e in qualche modo scaldarsi. Qui si aggiunge – siamo in Toscana? – la perfidia locale della multa per abusivismo, per avere sostituito le tavole rotte del pollaio con un paio nuove: fa ambiente, protetto, anche il rotto.
Insomma, fra aneddoti veri (la multa per abusivismo nel pollaio) e altri inventati (il carotaggio alla ricerca dell’acqua che pesca nel pozzo nero), un disastro: anche in campagna ci vuole giudizio (tutto funzionerà a meraviglia quando subentra una coppia che sa piantare i cocomeri, e poi farli crescere.
Mano leggera del regista di Mondaini e Vianello, e di Ficarra e Picone. E ruoli da protagonisti per Giulia Bevilacqua e Lastrico, ma su un’aneddotica poco inventiva. Con un ruolo burbero e simpatico per il burbero e simpatico Pennacchi. Il titolo echeggia "Benvenuti al Sud", ma la maga non scatta.
Meglio che in campagna, la libertà si conquisterà in barca. Sulla scia di Conrad.
Giambattista Avellino, Benvenuti in campagna, Sky Cinema

lunedì 7 settembre 2026

Se la Lega fa paura in Germania

Con Afd non rinasce il nazismo in Germania. È estremista ma non troppo, e in campo da tempo senza aver vinto niente, o quasi. Bossi al confronto, con appena un paio di anni di attività politica, in provincia, e un “programma”, una serie di uscite senza capo né coda, ben più radicali di Afd, “remigrazioni” e “fascismo” compresi, fu lanciato dalla Lombardia al voto nazionale del 1990, con quasi il 20 per cento dei suffragi. Dalla Lombardia. E in particolare da Milano. E per la capitale morale d’Italia da Milano 1, la circoscrizione degli intelletuali e dei ricchi.
Afd trionfa in Sassonia-Anhalt, un Land piccolo, con la popolazione più povera e più vecchia della Germania – dal 1989 si è emigrato in massa verso l’Ovest. Ha una capitale importante storicamente, Magdeburgo, ma solo due milioni di abitanti. Dei quali hanno votato 1,2 milioni. Mezzo milione dei quali, poco più, per Afd, la destra estrema. Da qui il giornalismo del panico: il nazismo è tornato.
Si può, bisogna, mettere la vittoria di Afd in Sassonia-Anhalt in quadro. Bossi aveva un “programma”, si fa per dire, molto più radicale, senza essere radicato, aveva voce da un paio d’anni, e come personaggio marginale e bislacco (Afd è in attività da un quindicennio, e strutturata come partito, dove si discute), quando nel 1990 la Lombardia, Milano, lo portarono al proscenio – e poi gli diedero, sempre Milano, anche se non più la Milano 1, ripetute sindacature. Una Lega Lombarda, non dei pochi e vecchi. Malgrado un “programma” da manicomio: la “Padania”, l’indipendenza della “Padania”, la secessione, il marco come moneta, le Camicie Verdi, l’ampolla di non si sa che.
Una Lega che fu subito adottata dal Tri-Veneto. Col “matrimonio” del Doge e altre scemenze. Nonché col vilipendio del Parlamento. Col professor Miglio, la Milano migliore, che argomentava placido: “Quando sbuco col treno su Firenze mi sento all’estero”.
La grande differenza è questa. Che Sassonia-Anhalt, anche con Afd, non potrà peggiorare, è proprio il buco del culo della Germania. Mentre Milano cosa ha avuto dalla Lega? Un quarto di secolo di barbaro provincialismo, oltre alle scemenze e agli odii – l’ha riscattata Moratti vent’anni fa, che non è lombarda.   
La Germania avrà bisogno di venticinque anni per capire di che è fatta Afd? È da dubitare.

Stop al russo a Odessa

“Una città a maggioranza russofona in Ucraina sta valutando il divieto della lingua nelle arti”, annuncia la Bbc (siamo di nuovo a Radio Londra…..). Non una città qualsiasi, Odessa, cioè cosmpolitismo, tradizioni, tolleranza: “Odessa, la terza città più grande dell’Ucraina, deciderà in settimana un controverso piano per “vietare la lingua russa nelle arti”.
“La proposta al vaglio dei consiglieri comunali mira ad inasprire le restrizioni già imposte dalla legislazione nazionale all’ingresso dei cittadini russi. La questione è particolarmente significativa perché Odessa è una città a stragrande maggioranza russofona, sebbene il divieto riguarderebbe solo gli spazi pubblici e l’uso quotidiano della lingua russa rimarrebbe inalterato.
“Per milioni di ucraini, il russo è la prima lingua, compresi molti soldati che difendono il paese nella guerra contro la Russia, anche se l’ucraino è l’unica lingua ufficiale. È parlato dalla maggioranza della popolazione, e alcuni lo considerano uno strumento di influenza russa.
“La proposta presentata a Odessa, città quotidianamente bersaglio di attacchi di droni e missili russi, prevede la completa interruzione di contenuti in lingua russa nella musica e nella letteratura, nelle strade, nei parchi, nelle istituzioni pubbliche e nei luoghi di spettacolo e artistici statali. Si raccomanda inoltre un divieto negli spazi privati.
“In una città famosa per scrittori e musicisti di lingua russa, la proposta ha suscitato forti reazioni. Il divieto si estenderebbe negli spazi pubblici anche alle vecchie canzoni di Odessa, pressoché universalmente conosciute in tutta la ex Unione Sovietica. Tutti i libri in lingua russa verrebbero rimossi dagli scaffali delle biblioteche pubbliche. Attualmente, possono essere esposti, ma non in posizione di rilievo”.
Non è una curiosità, è il cuore del problema: cancellare due o tre secoli di storia – il principio della storia che non va avanti ma guarda all’indietro, preposterous, assurdo, che tanti danno sta facendo in Medio Oriente (anche a Israele, che lo pratica). In Ucraina c’e già, con la presidenza Zelensky dal 2019, è all’origine della guerra e il cuore del problema – e lo è ancora nei paesi baltici, in Polonia, perfino in Romania (la Bessarabia, oggi Moldavia). Come già 35 anni fa nelle stragi tra gli slavi dell’ex Jugoslavia.
L’Europa all’ora degli slavi, di un tribalismo vivo e fervido, esclusivo, non sarà facile. Mentre si celebrano, ipocritamente?, gli accordi De Gasperi-Gruber, che vietarono la storia rivolta all’indietro – saggiamente: a quale indietro fermarsi, a quello del più forte? in quale momento?).

Cronache dell’altro mondo – socialiste di lusso (424)

Non c’è solo Alexandra Ocasio-Cortez arbitra dell’eleganza da sinistra. “La sezione newyorkese dei Democratic Socialists of America si trasferisce in una nuova lussuosa sede, mentre il «figlio di papà» Gustavo Gordillo e la sua compagna si assicurano lauti stipendi”, tuona implacabile il “New York Posti”, alfiere della destra nella città democratica, di proprietà di Murdoch: “Dalla misera sede storica nel Lower East Side, la sezione di New York dei Democratic Socialists of America passa in due nuovi uffici, di ottima collocazione, uno a Midtown e uno a Bed-Stuy. La presidente Grace Mausser ne ha dato la notizia ai compagni presentando il bilancio della sezione. Con la proposta al contempo di assegnare a lei, e al co-presidente Gustavo Gordillo, uno stipendio di 95 mila dolari.
“Il nuovo ufficio di Manhattan si trova in un edificio di 14 piani sulla West 35th Street a Hudson Yards, completo di portiere, sicurezza 24 ore su 24 e terrazza panoramica arredata. Con un costo di 15.000 dollari al mese, rappresenterà la seconda spesa mensile più ingente della sezione, dopo gli stipendi di Mausser e Gordillo. I loro nuovi proprietari di casa - la famiglia Chetrit - hanno dovuto affrontare numerose cause collettive promosse dagli inquilini di Brooklyn, per avere presumibilmente eluso le leggi sulla stabilizzazione degli affitti”.
Effetto del sindaco Mamdani, democratico socialista, argomenta il giornale, che mentre fa la guerra ai proprietari di immobili per gli affitti, non bada a spese per il suo. E contro il co-presidente Gordillo, punta di diamante dello schieramento pro-Palestina e anti-Israele, il quotidiano di Murdoch denuncia anche un tenore di vita milionario: nato ricco, vive in una casa dei suoi da un milione e mezzo di dollari a Brooklyn - una “casa a schiera” ma di due piani, “di quasi 200 metri quadrati, in un quartiere alberato in fase di riqualificazione a Bed-Stuy”.

Santa maternità - la Grande Madre Bruni Tedeschi

Un film sulla maternità, imprevista per lo più o casuale, negata, mortale (la madre muore dando alla luce la bambina), desiderata, mancata (sentita come mancanza). In un putiferio da vita ordinaria: famiglie allargate, anche a nonne e zie che non sano, e non gli interessa, oltre che a madri o padri che hanno anche figli ma è come se non lo avessero, e qualcuno che vorrebbe bene un figlio ma sbaglia sempre tutto, mentre il bambino o la bambina si lega a estranei simpatetici.
Un film femminile e femminista – i maschi sono mezzi personaggi, mediocri, perfino idioti. Ma tradizionale: un inno alla maternità, nel mentre che la si discute.
Un film un po’ sorprendente per la cinematografia francese, che si vuole all’ultimo grido, e un po’woke. Nelle corde della regista. E tagliato, quasi, sui modi di essere e di recitare, oltre che sul personaggio, di Valeria Bruni Tedeschi, la protagonista: donna di molta empatia, ma rassegnata ai “compagni” a tempo - “allora, ci rivediamo l’altro giovedì”. Che finisce per “sanare” tutte le situazioni – un ruolo cult, anche per l’espressione che trova giusta, a ogni inquadratura. Una santa. Ma materna, per istinto. Anche degli uomini adulti.
Carine Tardieu, L’Attachement
-La Tenerezza, Sky Cinema, Now