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lunedì 9 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (411)

Giuseppe Leuzzi


Assunzione di netturbini per bando pubblico a Trani. Si presentano 113 per 13 assunzioni. I primi nove sono laureati, gli altri quattro diplomati. Sono tutti fra i 29 e i 39 anni: non riuscivano a trovare un’occupazione.

L’oliva bianca, l’antica leukolea di Caso, l’isola del Dodecaneso, si produce da sempre a Rossano in Calabria. Ma diventa una curiosità di mercato, una rarità a caro prezzo, ora che viene anche nel viterbese. Eppure Rossano non è un luogo remoto o abbandonato.

“Fui accolto come un meridionale”, Scalfari ricorda del suo ingresso al liceo Cassini di Sanremo nel 1938, dove sarà compagno di classe di Italo Calvino fino alla maturità nel 1943, “come un calabrese che era nato a Civitavecchia e arrivava da Roma. In questa confusione geografica qualcuno mi affibbiò il nomignolo «Napoli» che, in quella provincia del mondo, riassumeva tutto il Sud. Altrove mi avrebbero dato del terrone. E all’inizio tentarono pure di bullizzarmi. Come si dice oggi”.

È sempre corsa la voce che i servizi segreti tramino al Sud con le mafie, da ultimo nel processo in corso mafia-Stato. In un’intervista famosa col “Corriere della sera” in omaggio a Andreotti per i suoi novan’tanni, il 9 gennaio 2009, alla domanda “I rapporti della sua corrente con la mafia?”, Cossiga risponde, da esperto, quale si gloriava, dei servizi stessi; “Tutti i partiti in Sicilia hanno avuto rapporti con la mafia, anche i comunisti. E non sempre a fin di male: fu la mafia a consegnare allo Stato il bandito Giuliano. Una stagione che si chiude solo quando la mafia decide la linea stragista”.
È anche vero che i servizi vorrebbe che tutto il mondo sia “segreto” – non c’è più vantone delle spie.

A Roma il parroco, bresciano, celebra l’Immacolata, la Madonna della parrocchia, con la processione - con banda. E con i fuochi d’artificio – molti, molto rumorosi e colorati. L’ha instaurata, la processione non usava, e in pochi anni l’ha eletta a tradizione. In controtendenza con i vescovi del Sud, che in vece le processioni vorrebbero proibire, e spesso lo fanno.
Si dirà che il parroco di Roma non ha problemi di mafia. Chissà. Sicuramente non considera le processioni un rito pagano. Solo il Sud si rinnega.

Il silenzio del Sud
Il Sud è come inanimato. Non c’è il Sud. Se non per le mafie, che ci sono ma in larga parte sovrimposte. Comunque non totalizzati: non è vero e non è possibile. Altro il Sud non esprime, di altro non si occupa. Luogo obbligato di approdo dell’immigrazione di massa, gente che ambisce ale A lpi, al Reno, alla Senna, al Baltico, da un trentennio vive tragedie inconcepibili, di naufragi, e di difficili accoglienze. Ma non se ne occupa: i suoi scrittori non ne scrivono, i suoi registi non le rappresentano. Solo Gianni Amelio con “Lamerica”, ma sono già venticinque anni fa, e comunque con una storia non di morti, ma di fuga dalla povertà e il terrore.
Lo stesso di suo, delle cose sue. Ha produzioni di eccellenza, ma non sa o non suole parlarne. Fa studi e ricerche anche non male, con non poche ottime start-up, progetti remunerativi di idee più che di capitali, ma lo sanno in pochi, e comunque non fanno “Sud”. Il Sud non ha un’opinione, Non di se stesso e non di altri. Se non come accettazione passiva, o contestazione polemica – oltre la polemica non sa esprimersi.
È come afasico. Accetta ogni intervento, ogni modo d’essere, ogni opinione, anche falsa, si adegua, si adagia, massa amorfa di consumo di idee e merci, depilazioni e tatuaggi, barbe e teste rasate, spritz e apericene. Anche turismo culturale, perché no. Ciò che si dice fatalismo, o passività. Con contorno di araberie, islamismi eccetera, che sono cose di cui il Sud non ha idea. La sua è solo debolezza. Costituzionale, i pediatri dicevano una volta. È disappetente, e i tutori, anche non legali, purtroppo lo nutrono solo di storie di mafia, che non sono nutrienti, e a volta infette.

Nostos, o della stanzialità (di ritorno)
Le tasse di Monti, col depauperamento delle case di famiglia, le processioni dei Carabinieri e dei vescovi, lo sbancamento dei servizi locali da parte dello Stato cannibale, non cancellano i legami con le origini. L’alternativa casa o esilio, fisico o mentale, è la stessa che signore o suddito, padrone o schiavo: ha una sola risposta. Succede fisicamente, con lo spostamento della persona. Succede mentalmente, col cambiamento per esempio oggi vertiginoso degli strumenti del fare, generazionale e intragenerazionale, che crea, apre, si può dire a ogni passo nuovi territori di ansia, pericolo, paura, sfida, e insoddisfazione, con l’alluvionale progressione della società della conoscenza, che rapidamente ha portato allo stadio in cui uno si chiede: ma che ci sto a fare, questa non è casa mia, non mi serve, mi distrugge.
Il fenomeno è probabilmente accentuato nei periodi di incertezza o di crisi. Negli scorsi giorni, in singolare simultaneità, due testimonianze sono uscite di “ritorno” malgrado tutto. Di Eugenio Scalfari, che nel memoir intitolato “Grand Hotel Scalfari” si dichiara inconsultamente calabrese. E di Fulvio Lucisano, il produttore cinematografico, che ha voluto “Aspromonte. La terra degli ultimi”, il film di Mimmo Calopresti, una straziante rappresentazione dello sradicamento, e vi ha voluto impersonare l’ultima scena, del bambino ora vecchio di successo in qualche Canada o Australia, che ritorna al paese abbandonato in elicottero e ci ritrova la poesia. O è un fenomeno legato all’età, Scalfari essendo di 95 anni e Lucisano di 91.

Ricorda Scalfari, alla pagina 120: “La Calabria è una parte di me alla quale ho dato spazio, e alla quale ripenso adesso da vecchio, nella stagione della poesia, dell’«ora blu»”. Era il posto del padre, figura che ora Scalfari, in vecchiaia, rivaluta, doverlo rimosso.
Il forte senso delle origini, per la Calabria di Alvaro e ora di Scalfari, che mai ci furono, o quasi mai, e ci si trovarono male, è un complesso, un colpa. Come se l’aver seguito il proprio impulso, legittimo e costruttivo, non polemico o ostile, fosse una colpa. Non una mancanza, un abbandono colpevole.
 “Esistono alcuni scrittori o, meglio, alcuni uomini che non hanno mai viaggiato, ma ai quali il paesaggio della città natia, pur nella sua esiguità, ha dato il senso di ogni lontananza, viaggio e distacco”, Mario Soldati, “Viaggi di letterati” (in “Un viaggio a Lourdes”). C’è anche questa componente, di un arricchimento che tangenzialmente tocca il luogo natio, il nome o la fantasia del luogo.
Lo stesso per chi ha viaggiato e ritorna. Il ritorno è pur sempre un viaggio, un viaggio di ritorno – fisico o mentale. Ed è anch’esso una divagazione, un’odissea. Anzi, il viaggio s’intesse nel ritorno: il viaggio s’intesse con la nostalgia, e la riscoperta – la scoperta del già noto, in forma più o meno uguale, purché non stravolta.
Il ritorno è come il viaggio in uscita – “è lo stesso entusiasmo con cui abbraccio una bella donna”, dice Soldati: “È il piacere dell’evasione, della contraddizione. Il piacere profondo e vitale di cambiare, di espandersi oltre una famiglia, una classe, un paese, una razza”. Che c’è se c’è attaccamento: “Se uno non è attaccato ad una famiglia, classe, paese, razza, neanche godrà ad uscirne”.

Il ritorno rientra anche nella scoperta negli Stati Uniti delle “Radici”, vecchia ormai di mezzo secolo, a partire dal successo editoriale del romanzo così titolato di Haley, afroamericano, che le origini risaliva fino al villaggio tribale in Gambia da dove il “primo schiavo” della famiglia era partito. Un fenomeno consolidato, al punto da costituire un richiamo turistico di massa, e un mercato. Il terminale di Ellis Island è diventato un centro di documentazione visitatissimo, e la meta di vari eventi di pubblico a fondo culturale. Vari centri negli Stati Uniti si sono organizzati per attrarre il turismo genealogico, con centinaia di migliaia di visitatori, a pagamenti l’uno ogni anno. In questa direzione si sono indirizzate due docenti dell’università della Calabria a Cosenza, Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera, prospettando iniziative di richiamo e raccolte dati che ricostituiscano una qualche forma di collegamento degli emigrati con la terra d’origine.
Diverso è il nostos, il ritorno fisico o mentale, comunque una immedesimazione, anche nella diaspora continua, con le origini. Una pratica, anche da remoto, vitale: una sorta di cordone ombelicale che non si taglia e non si intende tagliare.

Il nostos è un pendolo. La storia non è fissa, non si ferma, ma per ciò stesso l’ancoraggio diventa indispensabile. Ogni creatura si orienta a casa, il luogo di nascita, il punto di origine su cui ogni specie fa risalire il suo essere – la mentalità, il linguaggio, le abitudini, i gusti. È il senso dalla saudade dei portoghesi, navigatori compulsivi, i trasmigratori per eccellenza. O delle tribù viarie, ittiche, che instancabili rifanno al cambio di stagione i lunghi viaggi da una “casa” all’altra. Ognuno ha un suo posto. Senza un proprio “posto”, “casa”, non c’è modo di esplorare terreni sconosciuti: senza i posti di riferimento siamo perduti. Lo ricordano indelebile gli uccelli, le specie più dotate di mobilità, nelle loro lunghissime, costanti, stagionali, peregrinazioni. Lo fanno le lente tartarughe di mare, che per deporre le uova ritrovano il posto dove sono nate. È un moto naturale, una sorta di pendolo: ogni forma di espulsione, sia pure voluta, e anche entusiasta, mette in moto il movimento opposto, il ritorno a casa, la ricerca di un’origine, dell’origine. Per quanto angusto, povero, abbandonato, è il posto in cui le speranze si sono schiuse.
Avviando un trattato in cui apparentemente si parla d’altro, “L’età del capitalismo di sorveglianza” - sul monopolismo dell’informazione che, dopo le prime promesse libertarie, ora ci opprime, dei due o tre soggetti che presidiano la rete internet - la sociologa di Harvard Shoshana Zuboff fa questa improvvisa dichiarazione, a proposito della falsa familiarità dei social: “ È casa dove conosciamo e siamo conosciuti, amiamo e siamo amati. Casa è padronanza, voce, relazione, e santuario: in parte libertà, parte fioritura, parte rifugio, parte prospettiva”.


leuzzi@antiit.eu

Il morbo della sinistra

Un secolo dopo l’Italia è la stessa, con gli stessi temi-problemi del primo dopoguerra. La raccolta è stata fatta senza difficoltà, dai “Quaderni del carcere” di Gramsci, il suo personale blog quotidiani nei lunghi anni di detenzione.
Siamo a una crisi di civiltà, la “civiltà dell’Illuminismo” – “la crisi dell’«Occidente»? Sì, ma non è un problema di soldi. Le crisi non sono soltanto “economiche”, maturano in un contesto depressivo, di sfiducia e incertezza, e lo alimentano. I “fenomeni morbosi” del titolo ne sono l’effetto e subito poi la causa: la nessuna autorevolezza della classe dirigente (gli “intellettuali”), lo scollamento con le esigenze delle masse, il disorientamento dei giovani, la sfiducia e l’incostanza generalizzate, o  fluttuazione – oggi 6 Stelle domani Sardine, dopodomani Salvini? Non manca il “problema islamico”, nelle due specie: la modernizzazione forzata (“il Cristianesimo ha impiegato nove secoli a evolversi e ad adattarsi, lo ha fatto a piccole tappe, etc.”), e del rispetto della tradizione – il richiamo è inevitabile “alla purezza dei primi testi religiosi contrapposta alla corruzione della gerarchia” (con citazione dei Wahabiti, nel cui seno si svilupperà il fondamentalismo odierno).
La borghesia sbanda. Ma sempre sbanda nel capitalismo – è avventuristica: “Lo sviluppo del capitalismo è stato una continua «crisi»”. Diverso è il caso presente – lungo a questo punto un secolo – che è quello della “crisi di autorità”. Non del potere economico ma degli “intellettuali”. Nome sotto cui Gramsci raccoglie la vecchia Funzione Pubblica: delle autorità costituzionali e istituzionali, e di chi comunque influenza l’opinione pubblica: letterati, artisti, comunicatori, religiosi, scienziati, pensatori.
E adesso? “Adesso”, secondo Donald Sassoon che così conclude la prefazione a questa piccola antologia, “il pensiero di Gramsci è più rilevante che mai visto che la sinistra è stata sconfitta in tutta Europa (c.vo d.r.)”. Si farebbe bene a “ritornare a Gramsci”, che significa “andare oltre Gramsci”: “Sviluppare nuove analisi e nuove politiche”, “smettere di rimpiangere il passato”, “cercare di inventare un futuro”. Elementare, direbbe un altro detective del futuro. 

Antonio Gramsci, Fenomeni morbosi, Garzanti, pp. 91 € 4,90


domenica 8 dicembre 2019

L’asse Israele-Arabia Saudita e il nuovo atlante mediorientale americano

Con Trump, ma già con Obama, Washington punta dritto su Israele nel Medio oriente, trascurando le altre variabili. Per primi i palestinesi, se non come questione di polizia interna, a Israele e ai regimi arabi confinanti. Puntando, con Israele, su un asse arabo anti-sovversione, e quindi antipalestinese: Egitto, Emirati (Abu Dhabi, Dubai), Arabia Saudita – con una coda sunnita, allungata alla Turchia.
Si trova il riscontro di questo riallineamento in Libia. Dove gli Usa non difendono il governo Serraj, il governo eletto e da loro patrocinato, contro Egitto, Arabia Saudita, e Turchia, che armano e sostengono il generale ribelle Haftar. Anche a costo di mettere in gioco, al confine italiano, la Russia, che ai tre paesi islamici e a Haftar fornisce gli operativi, sotto forma di consulenti militari - la stessa Russia che gli Stati Uniti impongono agli europei di sanzionare economicamente.
Si può liquidare il riallineamento come trumpiano, quindi soggetto agli umori, e alla durata, del presidente americano in carica. Ma è una strategia in atto da tempo. Con Trump il dipartimento di Stato ha rafforzato l’asse, già delineato con Obama, col governo  israeliano di Netanyahu – Obama è il primo presidente Usa che non ha proposto un piano di pace. Quasi un regime, il governo d Netanyahu, essendo durato per dieci anni, e ancora condizionante. Centrato sull’opzione, dominante in Israele anche fuori del governo, di cancellare la risoluzione dell’Onu del 1967, con Gerusalemme doppia capitale e il ritorno della Cisgiordania agli arabi.
Trump non è giunto a tanto, ma solo formalmente. Di fatto ha assegnato Gerusalemme a Israele, capitale esclusiva. E potrebbe ora accettare, sempre unilateralmente, l’annessione della Cisgiordania a Israele, come Netanyahu chiede.
Tra i due assi privilegiati, con Israele, e con la coalizione araba conservatrice, Washington è riuscita a creare anche un collegamento. Fino a ieri impensabile – impensabile che l’Arabia Saudita, depositaria dei luoghi santi islamici, accettasse Gerusalemme capitale di Israele, accettasse Israele, e cooperi oggi con Israele contro Assad. Questo collegamento il ministro degli Esteri israeliano  Katz esplicito ha spiegato a Roma, al MedForum, contro il regime siriano di Assad, sempre inviso ai principati arabi per motivi confessionali, e a Israele per la protezione che accorda ai palestinesi.
Quanto il riallineamento possa durare è incerto. I regimi della penisola arabica si presentano molto stabili, ma c’è incertezza su questo. E un cambio di regime non consente proiezioni, nemmeno ipotetiche. Ma più pesa l’evoluzione dell’Iran, il paese e il regime dominanti nell’area, con cui Washington ha tentato in un primo tempo di ristabilire il rapporto perduto con la caduta dello Scià. Più forte militarmente e più stabile socialmente che non le monarchie petrolifere.
Il riallineamento in atto però non trova riserve in America. Sono atti di forza unilaterali che il dipartimento di Stato ha promosso, profittando della “diplomazia brutale” di Trump. Ma senza mai una opposizione, in nessun ambito. Non di fatto e nemmeno formale.
  

Ma Tosca non combatte per la libertà

Una “Tosca” originale per l’apertura alla Scala, di Chailly e Livermore. Che è piaciuta al pubblico, forse per la sorpresa, ma con più di una forzatura. Meglio la ripresa della partitura originaria dell’opera, che poi Puccini rivide (ridusse) per molti aspetti, il numero dei personaggi e i passaggi, salvando solo le arie che la renderanno celebre. Il soggetto guadagna dal riacquisto, in particolare il piano astuto di Floria Tosca e la sua vendetta contro il tormentatore Scarpia, che uccide con pugnalate ripetute e anche con le mani, strangolandolo dopo morto. Tanta novità ha probabilmente spinto Livermore a strafare. Il dramma sentimentale verista – sessuale – avvolgendo in una scenografa monumentale, e in un sentito risorgimentale, di libertà. Che col dramma di amore infelice collimano poco e disturbano la ricezione, specie le arie celebri.
Gli interpreti assecondano bene Livernmore. Soprattutto Luca Salsi, il baritono che è un incredibile Scarpia, sempre nel tono giusto, nella dizione e nel canto, e Francesco Meli, il tenore Cavaradossi. Meno Netrebko, che non ha più il timbro scintillante di qualche anno fa, e si presenta gonfia, una “primadonna” vecchio stampo a cui il fisico veniva perdonato in virtù della voce, mentre oggi l’immagine è anch’essa preminente – e poi Tosca, come ha spiegato Raina Kabaiwanska a margine della serata, la Tosca per eccellenza, con oltre 400 impersonificazioni, è doppiamente primadonna, essendo una cantante di suo, che si presenta all’amato perseguitato Cavaradossi e al pubblico come una cantante capricciosa di successo.
La monumentalità del primo atto, che Livermore ha voluto nelle scene, nella recitazione, nei movimenti corali, si scontra con la semplicità del tema: mettere in salvo un amico che al tempo dell’occupazione napoleonica è passato col nemico, con Napoleone, seppure nel nome della Repubblica e la libertà. Con scene da giudizio finale mentre c’è solo una fuga dal carcere da proteggere. L’opera verista si vuole semplice, solo così colpisce. Nel secondo atto il motivo libertario viene sottolineato, che non c’è nell’originale: siamo nei giorni di Marengo, in cui Napoleone sconfigge gli imperiali, e quindi anche i Napoletani, e si riprenderà Roma, ma non si fa festa a Roma per questo. L’occupazione napoletana, di cui Scarpia è funzionario, non è stata maledetta a Roma, mentre quella napoleonica sì, essendo consistita in saccheggi e abusi, di Stato e della truppa, com’era d’uso per le armate rivoluzionarie francesi. 
I librettisti Illica e Giacosa, e lo stesso Puccini, si limitato ad accennare alla questione – siamo nel 1900, in clima ufficialmente ancora risorgimentale e anticlericale, ma senza illusioni.  Floria Tosca è una cantante innamorata, non un’eroina.
Giacomo Puccini, Tosca, Teatro alla Scala

sabato 7 dicembre 2019

Il mondo com'è (388)

astolfo


Barba – È segno di libertà, secondo la “Storia della barba”, alla voce “Barba”. Che la vuole anche in correlazione con la conoscenza: più barba più saggezza. Fu decorazione consueta tra gli ecclesiastici, papi compresi, ai tempi dell’esilio avignonese per la perduta libertà. Successivamente proscritta da Adriano V, in obbedienza al diritto canonico, barbis rasis per i preti, fu ripresa in segno di lutto nel secolo che seguì al sacco di Roma. In Oriente è sempre stata il segno della distinzione maschile e della saggezza.
II rigido papa Fieschi sarà contraddetto a fine Cinquecento dal cardinale Cesare Baronio, cresciuto dal 1557 all’ombra di Filippo Neri, che aveva adottato anche lui la barba in segno di lutto,  nell’Oratorio. Richiesto di una consulenza da Carlo Borromeo, Baronio stabilisce nel “De Clericorum Barbis”, sull’autorità di Ezechiele (“Sacerdotes caput suum non radunt”) c di una lunga serie di Padri, ai quali l’onore del mento conferiva un aspetto venerabile, che la barba è un segno di virilità, che distingue l’uomo dalla donna, e che “la barba è segno di buona salute”. Infatti, spiega il cardinale, “come l'albero senza fronde, la faccia abrasa appare deforme”.
Più vicino a Baronio e a Filippo Neri viene l’imperatore Giulia­no, autore di un “Misopogone, o il nemico della barba”, da intendere come barbosità, poi­ché l’apostata, glabro in carriera in obbedienza alla tradizione (l’uso romano non voleva la barba), si rifece pelosissimo appena incoronato — un rapporto rafforzato dal comune spirito ecumenico e dall’insofferenza per l’immagine pubblica e per la porpora.

La barba è vecchia materia di discordia. A un certo punto la barba ritornò rivoluzionaria anche fuori delle chiese. Per Marx il suo avvento segna la fine della borghesia: “La rivolta degli uomini moderni con la barba sta minando le basi su cui la borghesia focalizza la sua attenzione. La sua caduta e la vittoria della barba sono ugualmente inevitabili”.
Poi la borghesia ha vinto, ma imbarbarendosi. Mentre Marx il 28 aprile 1882 ad Algeri, dov’era in vacanza per risollevarsi dalla morte della moglie, è andato dal barbiere e si è fatto tagliare la barba. I ruoli della barba si sono invertiti?.

Bérillon – Coevo, tra Otto e Novecento, del criminologo quasi omologo, se non per una consonante, fu uno psichiatra francese, famoso per praticare l’ipnosi. E per avere individuato nella Grande Guerra la bromidrosi fetida, e la polichesia della “razza tedesca”. La polichesia è la quantità di cacca che si produce. Quella dei tedeschi Bérillon attestava abnorme: “I francesi si rendono conto di essere in territorio tedesco dalla dimensione degli stronzi”.
Aveva dei precedenti, sul vino puro, bevuto in moderate quantità: “L’uso moderato del vino naturale nuoce alla salute, se uno è artritico, degenerato, o sedentario. L’uso del vino puro esercita un’azione particolarmente dannosa sul carattere delle donne. Le rende irritabili e bisbetiche. È qui il punto di partenza di buon numero dei problemi nei matrimoni. C’è di certo una relazione tra l’uso del vino puro e molti dei dissensi coniugali che portano al divorzio”. Sfuggì forse in quanto astemio alla deportazione durante l’occupazione tedesca nella seconda guerra, e morirà a novant’anni nel 1848.

Bertillon – Ricorre nel film di Polanski sul caso Dreyfus, “L’ufficiale e la spia”, come l’esperto grafologo che avalla come autentiche, di mano di Dreyfus, le false scritture che vengono sottoposte alla sua perizia. E quando le scritture risultano di un altro ufficiale, non si rassegna: “Si vede che gli ebrei hanno imparato a copiare la grafia” dell’ufficiale spia.
La sua fu la “prova”, artatamente falsificata, del processo. Polanski ne fa una macchietta. Di fatto era un personaggio importante della criminologia all’epoca. Con una lunga esperienza alla questura di Parigi. E da una ventina d’anni prima del caso, dai primi anni 1870, creatore del primo laboratorio di analisi criminale, inventore delle foto segnaletiche, da allora utilizzate per la catalogazione dei criminali condannati, e dell’antropometro, un sistema di riconoscimento biometrico fondato su 14 misurazioni. Si sbagliò sul Dreyfus per professo e mai disconosciuto antisemitismo.
Alphonse Bertillon era figlio di uno statistico famoso e fratello minore di un demografo altrettanto famoso, Jacques, il precursore dello standard di classificazione delle malattie Icd (International Classification of Disease”), con un sistema, pubblicato nel 1893, denominato “Classificazione delle cause di morte Bertillon”. Al padre Louis-Alphonse, antropologo amico di Michelet, e poi demografo, risaliva una prima nomenclatura delle cause del tasso di mortalità.
Nonno materno di Alphonse e Jacques, i due fratelli, padre della madre Zoé, era Achille Guillard, al quale si fa ascendere la parola demografia e la relativa disciplina, o ambito di studi.  

Biki – La stilista di cui si celebrano i vent’anni della morte è nome d’arte di Elvira Bouyeure (sposata B.) Leonardi, figlia cioè di una sorella dei Crespi del “Corriere della sera”, industriali tessili. Quindi cugina di Giulia Maria Crespi, che negli anni Sessanta già gestiva il giornale. In qualità di vedova del conte Marco Paravicini, una bella figura di socialista, ex giovane della Resistenza, sposato nel 1953, morto in un incidente d’auto nel 1957, apprezzato al giornale per le sue qualità umane, più che da azionista. Nel 1961 Giulia Maria aveva bocciato la candidatura di Spadolini, direttore del “Resto del Carlino”, designato da Missiroli a succedergli alla direzione del “Corriere della sera” (Missiroli aveva voluto Spadolini praticante giornalista al “Messaggero” nel 1947, e ne 1953 lo aveva chiamato al “Corriere della sera” come editorialista). Nel 1968 invece chiamò Spadolini, per la mediazione del bel Giovanni Sartori, amico di famiglia del marito defunto.
Nel 1972 Biki entra nella storia del “Corriere della sera” vendendo la sua quota a Angelo Moratti, che si portava compratore per conto dell’Eni - del presidente dell’Eni Girotti, che voleva far contare la quota dell’Eni stesso in Montedison.
Nel 1961 Biki si era fatta nominare commendatore della Repubblica. Fu alla sua festa per la commenda che Missiroli apprese che Giulia Maria lo aveva liquidato.

Scisma d’Oriente – La divisione della chiesa dopo la separazione di Bisanzio fu più volte per essere superata, ma sempre fu impedita da questo o quell’interesse particolare. L’occasione migliore  per superarla fu la possibilità che un orientale diventasse papa, molto concreta nel Quattrocento con Bessarione. Glielo impedì la barba, secondo una tradizione aneddotica: i cardinali in conclave non la gradivano. Ma più concretamente la Francia, che non voleva dismettere il peso preponderante che aveva, anche dopo Avignone, sulla chiesa di Roma,  e giunse con ogni verosimiglianza ad avvelenare il possibile papa orientale.

Nel conclave di Callisto III, nel 1455, l’elezione di Bessarione fu bloccata da Alain de Coëtivy, cardinale d’Avignone. Nel 1472, narra Benedetto Orsini, vescovo di Alessio in Albania, nella “Verità essaminata”, “permise Iddio che il detto cardinale finisse in breve tempo la sua vita, con grandissimi dolori colici, e tutti l’altri suoi seguaci finirono con poca loro riputazione l’un dopo l’altro”: reduce da un’ambasceria al re di Francia Luigi XI, “s’ammalò in Torino, “con sospetto di veleno”, e a Ravenna morì. Lo stesso giorno e degli stessi sintomi del podestà veneziano di cui era l’ospite, Antonio Dandolo – che era sbarbato.  

astolfo@antiit.com

Manie d’autore

Uno sciocchezzaio d’autore: di manie, abitudini, pretese, fissazioni, frasi celebri di grandi scrittori. Un centinaio sono esplorati e “beccati” da Marías. Che ci ha lavorato in gioventù, negli anni di formazione – di grandi letture. Sui testi sacri, ma più su quelli di contorno: memorie e testimonianze di amici, parenti, conoscenti, lettere, biografie affidabili. Henry James fissato con le parole (prolisso, noioso), Mishima con l’igiene, Joyce con gli escrementi, Faulkner con i cavalli, Stevenson con i criminali, Thomas Mann con l’intestino. Conad Doyle difensore, a pugni, delle donne, Oscar Wilde e la mano molle.
Da Madame du Defand e Sterne in poi una galleria di tic, vezzi e disastri dei maggiori scrittori degli ultimi secoli, non spagnoli. Ritratti brevi, per aneddoti. Fino a Tomasi di Lampedsa e Nabokov. Non irrispettoso, curioso. Su Thomas Mann – l’uomo rispetto ai romanzi e ai saggi - ci sarebbe ben altro da ridire che non la semplice ipocondria. Jessie George Conrad, moglie di Joseph, ha questo complimento del marito per il suo libro di ricette: “Soltanto i libri di cucina posson considerarsi , dal punto di vista morale, al di sopra di ogni sospetto: il loro unico obiettivo concepibile non può essere che accrescere la felicità degli esseri umani”.
È la riedizione del 2004 dello stesso editore – la pubblicazione originale è del 1992.
Javier Marías, Vite scritte, Einaudi,  pp. 218 € 19

venerdì 6 dicembre 2019

Problemi di base arbitrali - 526

spock


Arbitrali

Perché i calciatori sputano e gli arbitri no?

Si fanno anche il segno della croce, tre volte: c’è in qualche setta, lo ordina la maga?

Oppure elevano le braccia al cielo, e torcono il collo: è calcio di paradiso?

Perché non è obbligatorio per gli arbitri aver giocato prima al calcio?

E per i giudici: che ne sanno del delitto, hanno solo superato il concorso?

Ci vuole pratica in ogni arte: perché la giustizia fa carriera senza?

Una vita da segnalinee: nessuno che ne faccia l’inno?


spock@antiit.eu

Se l’ebraismo è irriducibile

“Noi siamo un anacronismo… Questo non significa che dobbiamo sparire… Dobbiamo anzi con quello che c’è di sano, di vigoroso, nella nostra razza rinsanguare le sfibrate aristocrazie occidentali che hanno poi più ragioni di vivere perché hanno radici profonde nella terra, nella storia europea, mentre noi siamo nomadi…”. Al centro del romanzo, il ragionamento centrale, gattopardesco, dell’uomo d’affari ebreo di successo, già liberale, risorgimentale, ricevuto a corte, che decide di consacrare l’ascesa sociale con l’impenetrabile aristocrazia nera, per via di matrimonio, salvandola dalla miseria e col sacrificio della figlia. “I «Promessi sposi» dell’ebraismo otto-novecentesco”, secondo Alberto Cavaglion. Ma non esattamente. Forse come valore simbolico, ma non di contenuto o di prospettiva: non è un romanzo storico, il ritratto di una nazione, di un modo di essere (dei suoi modi di essere), ma di una vicenda particolare, e perfino speciale, in un momento specifico.  
Castelnuovo è uno degli ultimi, si potrebbe dire, prima del diluvio. Uno che non vive il dilemma, è italiano e basta. Uno che si è fatto da sé, come i più, lui in particolare, essendo stato abbandonato dal padre commerciante subito dopo la nascita. Tra mille mestieri avventizi. Veneziano di adozione, narratore infine prolifico, autore di una trentina di romanzi, di buon successo nel secondo Ottocento, apprezzato da Croce, “dilettoso narratore” ancora per Luigi Russo, poi eclissato, ristampato con questo romanzo negli Stati Uniti da Gabriella Romani - editor di Edith Bruck, italianista nelle università americane, ispirata dagli studi di Alberto Cavaglio - e recuperato infine anche nell’originale italiano dalla stessa Romani. “I Moncalvo” è una delle ultime opere di Castelnuovo, 1908, quando già era collaboratore apprezzato delle migliori riviste e introdotto negli ambienti letterari e editoriali milanesi. Il romanzo fu tradotto in inglese, francese, tedesco e russo. Castelnuovo morirà poco dopo, nel 1915, di settantasei anni. La sua fama durerà ancora un decennio – Romani attesta che alla Bbc dei primi tempi furono letti alcuni suoi racconti, nei programmi culturali serali, quindi dopo il 1922, anno di fondazione dell’emittente brtannica.
“I Moncalvo” si apprezza in effetti come nuovo, “dilettoso”, anche se vecchio di un secolo. E più per il tema, oggi come allora ambiguo. Ma esposto in dialoghi vivaci, e in tutte le sfaccettature che poi emergeranno tragiche. Due fratelli ebrei, un uomo d’affari molto ricco e un matematico molto rigido, vivono a Roma, nell’equivoco tra l’assimilazione, col passaggio dal ghetto ai Parioli e perfino, chissà, con l’ascesa alla più chiusa nobiltà nera, e l’antisemitismo nascente in Europa, con la consequenziale ipotesi sionista. Uno storione familiare, con l’eco inevitabile del coevo “I Buddenbrook” di Thomas Mann, 1901, che Castelnuovo può aver letto o di cui può aver saputo – la traduzione del romanzo tarderà ma la fama internazionale fu vasta all’uscita. O, più probabile, del genere narrativo in voga del secondo Ottocento italiano, “L’eredità Ferramonti, “I viceré”, et al.. In una con l’altro tema del romanzo, la delusione postrisorgimentale: la Rivoluzione Italiana, che aveva inebriato l’Europa, aveva fatto in fretta a deludere - Pirandello, oltre De Roberto, vi si cimenterà.
“I Moncalvo” è diverso nel suo genere perché lo storione non ruota sul tema economico o politico, ma su quello etnico. Sotto l’apparenza della religione, pretestuosa per i più. Dibattuto in molta letteratura fuori d’Italia, specie in Germania (tra i tanti Otto Weininger, Karl Kraus, che ebbe tra i collaboratori perfino Houston Stewart Chamberlain, il teorico dell’antisemitismo, Maximilian Harden, W. Benjamin con Scholem), e in Francia (Némirovsky su tutti). In Italia probabilmente solo con questo Castelnuovo – in Bassani non c’è la irriducibilità. Per l’antisemitismo montante, di cui ancora non si avverte la radicalità, dice Romani. O non parte di esso? Non una difesa pre-emptive, ma la radicalizzazione di una differenza? Tra il rifiuto, fino all’odio-di-sé di Theodor Lessing, e la glorificazione.
Matrimoni non d’amore e tra confessioni diverse si sono sempre fatti senza drammi. Anche tra cattolici e ebrei: la chiesa imponeva il battesimo dei coniugi e l’impegno al battesimo dei figli, ma non esercitava speciali inquisizioni al riguardo. Senza contare i tipi alla Mariannina, la vergine che si immola all’ascesa sociale, la quale ragiona di suo: “Se fossi in Turchia mi farei turca”. Cinica, si direbbe, ma poi no: la sua non è una vittoria, “vincere tutte le antipatie, tutti i pregiudizi”? La differenza è insorta in ambito limitato, europeo, e europeo occidentale. Per il nazionalismo che ha caratterizzato per un secolo abbondante, fino alla Germania di Hitler, questo particolare Occidente. Di cui l’ebraismo ha mediato, per il bene e per il male, i germi. Che inevitabilmente sfociano nell’etnicismo, anche se la razza è di difficile delimitazione, e comunque contrasta con i diritti di uguaglianza.
Il tema è come Pirandello lo denuderà presto nella novella “Un goj”, 1922: un Levi che ha mutato il nome in Catellani e “s’è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le più nere”, finisce in un groviglio di intolleranze. Qui il “gojsmo” non è rovesciato, come nel sarcastico Pirandello, ma viene implicato come differenziazione etnica. Proposto e sofferto da buoni ebrei, cittadini eccellenti, ma non osservanti - non frequentano le Scritture, che non praticano, e non celebrano le pie pratiche.
Enrico Castelnuovo, I Moncalvo, Interlinea, pp. 241 € 15

giovedì 5 dicembre 2019

Ombre - 490


Un Consorzio Universitario di Agrigento si è affidato a Mifsud, l’uomo del Russiagate, sedicente professore maltese, per creare una università euromediterranea. Sembra una bufala leghista contro il Sud, e invece è vero.

Mifsud non ha fatto niente, e si è speso 200 mila euro del Consorzio in tre anni tra viaggi, cene e telefonate – con cinque blackberry. Senza nessun controllo, solo ora, dopo due anni che è sparito.

La storia di Mifsud ad Agrigento è anche buona: un consorzio universitario che può dilapidare 200 mila euro per cene e telefonate di un “professore”. 
Sempre che il Consorzio non sia un’altra copertura dei servizi segreti – perché allora uno si dovrebbe chiedere: servizi a chi?

“Clima malato: tra i paesi con più vittime c’è anche l’Italia”. Al sesto posto per numero di decessi, poco meno di ventimila (19.947) nei venti anni 1999-2018, riconducibili a eventi naturali, temporali, alluvioni, esondazioni, terremoti. In realtà al dissesto idrogeologico, ai mancati interventi infrastrutturali, e all’edilizia obsoleta o non a norma. Ma questo non è ritenuto un delitto, nemmeno un errore, a fronte dell’effetto sera.  

Va il Pd al governo, l’unico partito che (forse) sa cosa succede nel mondo, e chiede di firmare il Mes senza ah né bah, si disinteressa della Libia, si disinteressa dell’immigrazione, non sa nulla della Cina, e non si occupa di Trump, dei dazi, della Nato. Ma l’Italia non è così provinciale, questa era la (vecchia) Dc.

Il pareggio del Sassuolo in casa della Juventus ha pagato un notevole 5.50. Con la vittoria – Sassuolo vinceva dopo la papera di Buffon, l’arciportiere - avrebbe pagato 9.50. Poi lo stesso Sassuolo in casa si è fatto beccare dal Perugia, squadra da poco tornata in serie B e nome solforoso di scandali di ogni tipo, compreso perfino Paolo Rossi. Tutto ok, siamo sicuri?
Non si scommette più: questa sì che è una notizia.

Nessuno spiega sui giornali, lasciamo stare le tv, cosa è esattamente il Mes e come funzionerà. Non sul “Corriere della sera”, non su “la Repubblica – nemmeno sul “Sole 24 Ore”. Benché la Banca d’Italia abbia esplicitato da tempo le riserve. E sia facile anche saperne di più attraverso le banche, che hanno addetti alla comunicazione molto attivi. Solo le beghe tra Conte e Salvini vengono illustrate. Che interessano a chi?

Roberto Perotti s’incarica su “la Repubblica” - tre giorni dopo il focoso dibattito parlamentare sul nulla - di spiegare il Mes. Dando addosso a Salvini: le cifre non sono quelle che dice il capo della Lega. Ma dandogli ragione: la ripartizione dei fondi ha favorito, potrebbe favorire, le banche tedesche. Ma in misura ridotta, intendiamoci, per alcuni miliardi. Cioè?
Perotti è un economista, non è un ingenuo. Forse nemmeno cattivo. È uno del Pd, confuso.

Convocato in audizione in Parlamento il governatore della Banca d’Italia Visco conferma il rischi che il Mes imponga una ristrutturazione del debito: “I benefici contenuti e incerti di un meccanismo per la ristrutturazione del debito vanno valutati a fronte del rischio enorme che si correrebbe introducendolo: il semplice annuncio di una tale misura potrebbe innescare una spirale perversa di aspettative di insolvenza, suscettibili di autoavverarsi”. Ciononostante, lo assolve. Senza cioè che nessuno, a Bruxelles o altrove, escluda la ristrutturazione del debito.

Mentre Visco parlava a Roma, il presidente dell’Eurogruppo Centeno a Bruxelles chiudeva la riunione dei ministri del Tesoro liquidando qualsiasi obiezione o interpretazione restrittiva del Mes: “l’accordo per il nuovo Mes è stato chiuso a giugno, e va firmato tra un mese”.

Visco ha detto anche di più. Ha lamentato la mancanza di “un disegno organico di completamento dell’unione monetaria”. E il mancato completamento dell’unione bancaria. Non riesce a collegare le due “mancanze” – che sono rifiuti espliciti, non dimenticanze, della Germania – con il Mes.

Flaubert da ridere

Tra Lourdes e Fatima, i pastori  “tutti stregoni. Hanno la specialità di parlare con la Santa Vergine”. L’asfalto “ha soppresso le rivoluzioni: impossibile fare le barricate”. Lo champagne “provoca l’erotismo della gente da poco. La Russia ne consuma più della Francia”.  L’ottimista è “equivalente di imbecille”.
Flaubert spurga, uno scemenzario lungo una vita, qualche volta anche faceto. Brune - “più calde che le bionde (v. bionde). Bionde - “Più Calde delle brune (V. Brune)”. Nere - “Più calde delle bianche (v. bionde  e brune)”. Crociate - “Sono state benefiche per Venezia”. Borsa - “Termometro dell’opinione pubblica”. Cigno – “Canta prima di morire”.  
Non granché – ci sarebbe di peggio, nella lingua che si parla e si scrive senza riflettere. Con le illustrazioni, di Giancarlo Ascaro e Pia Valentinis, un po’ meglio.
Queste edizione recupera uno scritto di Flaubert che spiega la raccolta come una “vendetta”. Contro la fatuità della conversazione, che si sviluppa per frasi fatte: “Un’apologia della trivialità umana”, ma “ironica e stridente”
Arbasino ne aveva fatto un aggiornamento-rivisitazione: le frasi fatte di oggi erano le stesse.
Gustave Flaubert, Dizionario illustrato dei luoghi comuni, Centauria, pp. 115 € 18

mercoledì 4 dicembre 2019

Ecobusiness – Verde marcio elettrico

Ci vuole il cobalto per le batterie a ioni di litio, a lunga durata, che è caro ed è estratto in Congo dai bambini. Questo si sa ormai da un lustro e forse due, ma non si rimedia.
Alle origini dell’auto elettrica è l’industria petrolifera. Con la crisi petrolifera del 1973, la guerra del Kippur e la paura del Medio Oriente, dove il petrolio si trova, nasce la teoria della fine delel fonti di energia fossili, e la Exxon-Chase Manhattan Bank (Rockefeller) lanciano le ricerche per l’auto elettrica.
Non bastano venti auto elettriche a compensare l’inquinamento prodotto da un Suv.
Le case automobilistiche che non non hanno modelli Suv sono fuori mercato.
Carlo Buontempo,  climatologo romano a capo della sezione Cambiamento Climatico del programma europeo Copernicus, che da cinque anni monitora la salute della terra con un sistema di satelliti, è contento di armare la sua barca a elettricità. Non a vela, sempre a motore, ma con 100 chili di batterie invece di un paio di litri di gasolio.
E come si produce l’elettricità? Le biomasse, la fonte alternativa (al petrolio) più diffusa – bruciare i materiali vegetali di risulta, e anche qualche albero, perché no, anche molti – accrescono le emissioni di CO2 rispetto ai combustibili fossili. In centrale e come pellet di legno. Si privilegiano semplicemente non contando le emissioni di CO2. E si moltiplicano grazie ai fortissimi incentivi per le fonti “rinnovabili”.
Il “tutto elettrico” è stato la politica francese, con Edf, allora monopolista, all’indomani della crisi del petrolio del 1973. Un modo per varare un gigantesco piano nucleare, con la costruzione di una trentina di centrali, oggi obsolete, eccetto che per il trattamento dei rifiuti – analogo programma italiano fu bloccato da un referendum.

Presi nella rete - i monopoli internet

“Finché al capitalismo di sorveglianza e ai suoi futuribili mercati comportamentali  si consente di prosperare, il possesso dei nuovi mezzi di modifica comportamentale eclissa il possesso dei mezzi di produzione come la fonte della ricchezza e del potere del capitale nel secolo ventunesimo”. Con accenti paleo marxisti, da vecchio partito Comunista, una requisitoria biblica, ma fondata sui principi  economici, della scienza economica. Anche perché il paleomarxismo è una forma estrema di liberalismo, il cui esito finale è l’anarchia, e non per caso la voluminosa ricerca è pubblicata in Italia, un’operazione editorialmente impegnativa, dall’università liberale per eccellenza.
L’approccio di Zuboff, la maggiore esperta di psicologia sociale, emerita a Harvard, alle promesse e allo stato di internet è anzitutto etico, cioè politico. Ma l’evidenza che porta è economica. È l’analisi pronta, intuitiva ma meticolosamente illustrata e provata, di come Amazon, Google e Instagram, Facebook e Tweet (doppiati in questi dicotto mesi dal licenziamento del volume dalle centrali cinesi, n.d.r.), tutte le forme del nuovo capitale della comunicazione, massificano l’individualizzazione dei consumi. Uno sviluppo che che ha poco o nulla dell’“inevitabilismo” tecnologico, e molto invece dell’“orientamento economico” di Max Weber, di una “azione economica”. Cioè di una politica gestionale, cui la tecnologia solo offre “i mezzi appropriati”. Per un meccanismo semplice già individuato da Durkheim, che la produzione (il capitale) si adatta alle “nuove condizioni di esistenza”che lo sviluppo tecnico viene via via creando, impadronendosene.
I monopoli della comunicazione se ne appropriano con la parcellizzazione della funzione di consumo, la singolarizzazione, e col tracciamento dei comportamenti e gli orientamenti più reconditi e le pulsioni. E si affermano, all’istante, per il bisogno dell’utente-consumatore di uscire  dal consume di massa: se ne appropriano l’esigenza, e la massificano. Con ramificazioni più sottili ed estese di ogni altro mercato mai esistito.
I comportamenti, una miniera
Questo lo vede ognuno. Internet è presto diventato, da pascolo di libertà, una minuziosa e gigantesca rete di controllo. Filosoficamente, o come sociologia della comunicazione, lo sviluppo è stato pensato da Marshall McLuhan, con “La galassia Gutenberg”, 1962, sul passaggio dall’oralità alla scrittura, e dal sociale o comunitario all’individuale, e con “Gli strumenti del comunicare”, 1972, sulla creazione del “villaggio globale”. La rete è presto evoluta nella forma del “Truman Show”, 1998, del villaggio globale chiuso in una bolla totalitaria.
Sono cadute pesto le prime-pie illusioni, che il mercato dell’informazione in rete, senza frontiere, avesse intriseca “una qualche forma interna di contenuto morale”, che essere “connesso” è “qualcosa di intrinsecamente sociale, innativamente inclusivo, o naturalmente tendente alla democratizzazione della conoscenza. La connessione digitale è ora un mezzo a scopi commerciali di altri”. A fini di profitto. Profittando di “eventi storici, quando l’apparato nazionale di sicurezza allarmato dagli attacchi dell’11 settembre fu portato ad alimentare, imitare, proteggere e appropriarsi le capacità emergenti del capitalismo di sorveglianza a scopo di conoscenza totale e per  la sua promessa di certezza”.
Un meccanismo subito esteso a tutta l’economia internet – a tutta l’economia, va aggiunto, la rete è un servo invadente. Non c’è un mercato, uno scambio, spiega Zuboff con serie interminabili di casi. Noi non siamo i clienti del capitalismo di sorveglianza, siamo la sua miniera, a cielo aperto. E non è solo questione di soldi, non di prendi i soldi e scappa: è un sistema che si viene costruendo sopra la società globale.
I nuovi poteri
Si è sviluppato a velocità utrasonica un “mercato”, il “capitalismo della sorveglianza”, che si impadronisce dei dati personali di ognuno e dei suoi comportamenti e li trasforma in dati di comportamento a fini commerciali. Per ora commerciali, ma già – Russiagate, Oxford Analytica e altre interferenze – politici, se non ancora di sistema: il big data come riserva di potere politico, per molti aspetti assoluto, incontrollabile cioè e inevitabie. Siamo già al controllo dei comportamenti economici o di consumo, si punta alle emozioni e alle voci, veicoli di promozione-indottrinamento.
 “Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” è il sottotitolo. Ambizioso programma, forse in funzione scaramantica – il futuro non sembra, come il presente, apocalittico. La stessa studiosa ha individuato, analizzato, sistematizzato tre diversi futuri nell’arco di trent’anni, o poco più, come lei stessa ricorda. Ora siamo nella fase in cui l’ingegnoso, benevolo, benefattore Google, che ci fa trovare tutto con un clic, mette a frutto plurimiliardario la conoscenza che con i clic si fa di noi. Cosa mangiamo, cosa compriamo, chi vediamo, dove abitiamo, per chi (presumibilmente) votiamo.”
“Già nel 2018 nel 1018 le presupposizioni della Società Informata erano via col vento”. Dove sono finite? “La Società Informata, come altri progetti visionari,immaginava un futuro digitale che potenzia gli individui a condurre una vita più reale e attiva”. È il contrario che è avvenuto: è “l’oscuramento del sogno digitale e la sua mutazione rapida in un vorace e del tutto nuovo progetto  commerciale che io chiamo capitalismo di sorveglianza... Dall’analisi al controllo e alla gestione”. Un affare colossale: “Alla fine del 2018 il mercato globale della «casa intelligente» era valutato a 36 miliardi di dollari, e si prevedeva che giungesse ai 151 miliardi nel 2023”.
Orwell, e Deleuze
È Orwell, “1984”, qui abbondantemente citato: i numeri dietro l’ideologia. E Deleuze, che Zuboff invece trascura, “Poscritto sulle società di controllo”, pubblicato prima in “L’autre Journal”, poi in “Pourparler”, 1990, che a seguire sulla “società dei consumi” e la “società dell’informazione” vedeva quella del controllo.
Siamo definitivamente nell’“età della sorveglianza”, o del controllo, occhiuto, invasivo, penetrante, costante? La dizione è già nel linguaggio comune americano, avendo rapidamente soppiantato quella di “età dell’Ict” o “dell’informazione”. Ed è oggi, non nel Sette-Ottocento di Foucault, la “vera società” della sorveglianza. Non della sorveglianza come atto punitivo, ma come atto comune, corrente, commerciale, “naturale”. Come la mente (l’amicizia, la parentela, gli interessi culturali, gli hobbies, il lavoro e il tempo libero, l’occupazione e lo svago, gli affetti e le passioni) è sfruttata per carpire dati. Un procedimento che a sua volta reagisce sulla mente, condizionandola, cambiandola, anche rapidamente, anche radicalmente. Un’architettura globale di sorveglianza. Non poliziesca, commerciale. Ma tale da indurre poi i comportamenti, in automatico o quasi, invece che sanzionarli. Ubiqua, altra novità, continuativa, senza soste. E invasiva, senza eccezioni o riguardi.
Liberale e libertaria contro il liberismo
La Bibbia del nuovo populismo. Del ritorno al rispetto dell’individuo e dei popoli, delle differenze. Non marxista negli esiti, non socialista: liberale e libertaria nell’impianto, di radicale condanna del liberismo – che come si sapeva quando l’economia politica era una scienza approda inevitabilmente al monopolismo, allo sfrutatmento intensivo e illimitato.
Zuboff riassume gli esiti della sua ricerca prima di cominciarne l’esposizione, all’ipotetica voce “Capitalismo di sorveglianza” di un nuovo dizionario. Con ben otto significati, altrettanti capi d’accusa in una teoria liberale del mercato, radicali. “Un nuovo ordine economico”, che fa dell’“esperienza umana la sua materia prima”. “Una logica economica parassitaria”, che la produzione di beni e servizi subordina “a una nuova architettura globale di modifica comportamentale”. Una “furfantesca mutazione del capitalismo, segnata da concentrazioni di ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti”. Una “economia di sorveglianza”. Una “minaccia alla natura umana”. L’origine di “un nuovo strumento di potere” sulla società e la “democrazia di mercato”. Un movimento “inteso a imporre un nuovo ordine collettivo basato sulla certezza totale”. “Un esproprio di cruciali diritti umani” come “un golpe dall’alto: il rovesciamento della sovranità popolare”.   
Uno scontro di due forme opposte di populismo, alla fine: quello liberale e quello liberistico, del popolo dei digitanti. Una conclusione che però Zuboff evita – la sua conclusione, “un golpe dall’alto”, è da terzomondismo, quando usava: dei frequenti, inevitabili?, colpi di mano che lo contrassegnavano, sotto questa o quella bandiera, popolare, democratica, socialista, eccetera, ma tutti di dittature, personali.
L’esposizione, appassionata, comincia dalla coda, dal futuro: se “il futuro digitale” non sarà “patria”, per i più, “o esilio”, se non saremo “operai o sudditi”, “padroni o schiavi”. Un Armageddon prospettando, il luogo dove i cattivi re, complici della Bestia, confluiscono per la guerra contro Dio. Un Behemot hobbesiano in chiave digitale.
Con un indice dettagliato dei vari capitoli, centocinquanta dense pagine di note, e un fitto indice dei nomi e le parole chiave.

martedì 3 dicembre 2019

Ecobusiness - verde marcio alimentare

Il consumo di carne (l’allevamento) è tra i principali colpevoli del cambiamento climatico. C’è la carne senza carne, di proteine vegetali. Riduce il colesterolo, e l’effetto serra, ma introduce più grassi, e più sodio e più calorie, e i tumori. Che altro? Si sostituisce il latte vegetale a quello animale. Consigliato come dietetico, il latte vegetale, che all’80 per cento è acqua, si vende a due volte, e anche quattro volte, il latte animale.
E questo è il meno. È evidente a tutti che la chimica nell’alimentazione ha moltiplicato le patologie, le specie e il numero – non c’è alimentazione  senza chimica, anche a coltivare personalmente l’orto e tenere il pollaio. Ma non è materia del forum Onu di Madrid.
Non c’è ricerca sugli effetti della chimica sulla salute. Cesare Maltoni, l’oncologo bolognese che si è dedicato a questi studi, analizzando la tossicità di oltre duecento sostanze chimiche, è un isolato e quasi una bizzarria, meritevole di un bio-doc, “Vivere che rischio”. La cancerogenesi dell’industria alimentare, che è il solo fattore certo della diffusione dei tumori, è materia non trattabile.

Una risata sul puritanesimo

Una risata sul puritanesimo Il Woody Allen delle origini. A quarant’anni da “Manhattan”, ci riprova – “senza monossido di carbonio non so vivere”. La metropoli per antonomasia facendo rivivere come un paese, tra incontri e visite occasionali, sorprendenti per le abitudini spersonalizzate del vivere cittadino, tra alti (grandi alberghi, grandi ricevimenti, il parco sontuoso) e bassi (marciapiedi, ombrelli, poker, compagni e compagne di scuola). E come ai vecchi tempi, da cabarettista e commediante, delizia con un seguito di battute.
Due ragazzi, che da un’università di provincia si fanno un un week-end a New York, sperimentano in poche ore, in un concatenarsi casuale di eventi, mezza America: il mondo del cinema, anche alternativo, quello del college, il Nord e il Sud, il democratico e il repubblicano, la ricchezza dei parvenus o Sogno Americano, dell’ebraismo compreso, l’alcol a ogni passo. Col parco e la pioggia che fanno di New York, dell’America, una bellezza malinconica.
Sui toni della malinconia, ma è un calcio di Allen al puritanesimo di ritorno negli Stati Uniti,  dall’Arizona desertica al college sperduto nelle nevi del New England. Che il film hanno non per caso messo all’indice, a partire dallo stesso produttore, Jeff Bezos di Amazon – il più grande sfruttatore di manodopera dal primo Ottocento: ci guadagna di più non facendo distribuire il film... Non cattivo ma feroce con la vergine americana.
Woody Allen, Un giorno di pioggia a New York