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sabato 22 aprile 2017

Ombre - 363

La cosa più triste dell’attentato agli Champs-Elysées è, dopo l’attentato, la pronuncia.  Fra Rai, Mediaset, Sky non si trova praticamente giornalista che li dica giusti.

Sky Tg ha quattro vetrine per le notizie del giorno. Ma nessuna ha aperto per Gentiloni alla Casa Bianca – come ce l’aveva per Angela Trump. Il giornalismo del provincialismo.
Una visita dove pure si è decisa una mossa che potrebbe essere risolutiva per pacificare la Libia.

Questo sito ha denunciato l’introduzione di una tassa di 180 euro l’anno per la luce nelle case non di residenza, a favore delle compagnie di settore:
Silenzio dell’Autorità per l’Energia, che la nuova tassa ha deciso.
Protesta un lettore del “Corriere della sera”, ma nella rubrica delle lettere. Un pizzo di 180 euro alle società elettriche non è una notizia.

“la Repubblica” dibatte per due ampie pagine, con numerosi volenterosi, compresi quelli che non lo hanno letto, se lo scrittore Walter Siti sia un cinico, un opportunista, un pornografo, uno scandalista, un profittatore, un pedofilo, e altre cose del genere. Ma come un omaggio. Che Siti si prende: “Ah sì, don Milani non era un pedofilo? Mi scuso”.
Siti è simpatico, ma lo dice lui stesso che ha perso al memoria.

Siti licenzia il suo romanzo sacerdotale confessando di avere costruito il personaggio “dall’esterno”, non avendo “il dono della fede”. Non è il solo, anzi oggi è una vague, quella del laico che si pasce di religione, vedi il papa con Scalfari. Una misericordia, o compassione, originale

La compassione al Jockey Club? È un altro modo, in effetti, di essere gesuiti. Anche da laici. Ma non è la vecchia buona borghesia?

Telecronaca peana al Barcellona in Barcellona-Juventus. Un po’ per il complesso dell’Italietta, anche con la Spagna – le pagelle sono quasi migliori per il Barcellona, che ha perso. Ma di più evidentemente – Berlusconi bada ai conti - perché gli 11 milioni di Canale 5 erano per due terzi, diciamo tre quinti, anti-juventini: tifosi di Roma, Inter, Milan, Napoli, Fiorentina che gufavano. Non c’è altro paese in Europa con odi campanilistici così acuti.

Peana anche di inviati e corrispondenti al pubblico del Camp Nou, i tifosi del Barcellona: sportivi, fantastici, eccetera. Che invece per tutta la gara hanno cantato “Italia es una mafia”. In castigliano e non in catalano perché si capisse meglio. E alla fine hanno applaudito sportivamente i loro, non i vincitori.

“I gabbiani hanno fatto fuori le rondini e le colombe, ora attaccano i topi”: “Il Messaggero” li mostra all’opera a Villa Pamphili a Roma. Avere i gabbiani per scacciare le rondini?

Questo Marroni della Consip sarebbe un coglione? Uno che, andato giulivo per dichiarazioni spontanee, s’è fatto intrappolare da inquirenti napoletani: volevano che dicesse male di babbo Renzi e lui l’ha detto. Ma alla Consip non ce l’ha messo Renzi? Un ingegnere il cui unico titolo è di essere di Castelnuovo Berardenga, “nel Chianti senese”, come specifica il curriculum.

Renzi alla maratonina di Prato, per lanciare a destra e manca ai favoriti una qualche battuta che giustifichi il Tg 1. Sembrava impossibile, ma è quasi peggio delle sue allocuzioni in inglese. Possibile cioè che sia così mediocre? E il Tg 1, non h altro da fare?

Lavora spregiudicato l’abitro Kassai per far vincere gli spagnoli contro i tedeschi.
Altrettanto freddo che Trump con Angela Merkel. Un ungherese. Una signora. Non c’è che l’Italia che tema la Germania.

Però, questo Kassai è il pupillo di Collina, il designatore degli arbitri Uefa, l’arbitro più chiacchierato di tutti i tempi – si sponsorizzava con Opel, che sponsorizzava il Milan, e ora lavora per le Federazione arbitri dell’Ucraina. Tutto regolare.

Si penserebbe che tutto divida la chiesa e il Vaticano da Grillo: l’Europa, gli immigrati, l’aborto, l’eutanasia, le vaccinazioni…. E invece lo inseguono – smentiscono ma lo coccolano. Per opportunismo. Per conformismo – questa chiesa è proprio “relativistica”, direbbe il papa emerito Benedetto.

Di mezzo magari, nel rapprochement Vaticano-Grillo, ci sono solo le licenze per le trasformazioni dei conventi disabitati in alberghi a Roma. Solo, cioè quanto basta alla chiesa?

Non c’era dubbio, vedendo “Report”,  e di più rivedendolo in streaming, che puntava sull’allarmismo vaccini. Però il direttore lo nega: ho invitato questo e quello, non sono voluti venire, ho chiesto pareri, non me li hanno dati…. Mentre la trasmissione è fatta sul ritmo, i toni di voce, i tagli delle immagini. Anche con procedure volgari – il “bersaglio” viene sempre sfigurato. Si direbbe che Ranucci faccia televisione senza saperlo.

Poi magari si scoprirà che Ranucci è un furbo. È stato messo lì dal Pd. Ma si copre col vincitore atteso, Beppe Grillo, nemico dei vaccini.
Magari Ranucci è un Pd “popolare”, un pio cattolico, e si allinea con i vescovi.
Il problema dell’Italia è tutto qui, che è ferma al 1948: opportunista.

Commoventi le corrispondenze da Istanbul di Rai 1 e Sky, con corredo dell’inviato del “Fatto”, a caldo sul referendum-plebiscito di Erdogan. Come se il voto fosse stato libero, prima ancora che lo spoglio e il conteggio, con le piazze proibite, i giornalisti carcerati, i giudici licenziati. Stupidità non è.

La Rai non sa ancora ki-ka-tzé quest Trump. E ha a New York ben due corrispondenti o  inviate. Perché sono donne? Perché è la Rai? Siamo in guerra con l’America? Ancora, dopo 28 anni da quando ci siamo arresi?

Gentiloni subito twitta: “Tutti orgogliosi della Ferrari”. Un’altra cultura, in effetti, da quella di Trump. Ma ha vinto la Ferrari oppure Vettel?

Lo scandalo è che non non c’è scandalo

Trecentosettanta pagine di niente, si arriva alla fine senza un palpito: il prete pedofilo represso non quaglia.  Se ne parla per lo scandalo, che però non c’è, nemmeno quello.
La storia si dice mediata da Gide, “Corydon”, e Dostoevskij, “I demoni”, ma non è vero, nessuna tensione. Con un’assurda dedica a don Milani, che Siti, si vede, non la letto. Un pateracchio.
Quando non fa Busi, o White, Siti non carbura – già lo “Strega” cinque anni fa, “Resistere non serve a niente”, era fuffa. È probabilmente l’ultimo – con Cohn-Bendit – a professare la pederastia, un paio di battute non se le evita, ma non osa.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 371 € 20

venerdì 21 aprile 2017

Appalti, fisco, abusi (103)

Il conto corrente base che si introduce, “gratuito per i più poveri”, è “obbligatorio” per le banche ma anche per i percettori di reddito, inclusi i pensionati sociali. È una procedura semplificata a favore dell’Inps, che i pensionati pagano, anche “i più poveri”. Sarà per essi senza canone, ma non senza costi. Costano i boli naturalmente e costano le scritture (operazioni). Pochi euro al mese, un furto con destrezza.

Mezzogiorno di Pasquetta a piazza Santa Maria in Trastevere a Roma. Una macchina dei Carabinieri che perlustra il quartiere si ferma accanto a una giocoliera coi cerchi, privilegiata da famiglie e bambini. Cioè la ferma. Segue almeno un quarto d’ora di trattazioni concitate – la scena è insostenibile oltre, e poi la piazza è piena di mendicanti, per lo più rom, insistenti.

A Genova un ragazzo è multato dai Carabinieri di 10 mila euro, con iscrizione al casellario giudiziale, per avere orinato su un cumulo di immondizie, in un vicolo chiuso. È la sicurezza? È il controllo del territorio? È meglio che lavorare?

Per coprire una cunetta di scolo con un marciapiedi in via Garibaldi a Roma, d’accesso al centralissimo Gianicolo, strada chiusa per cantiere per 300 giorni. La ricopertura è di cm.80 di larghezza per 40 m. di lunghezza.

Questo sito ha denunciato l’introduzione di una tassa di 180 euro l’anno per la fornitura di elettricità alle case non di residenza, a favore delle compagnie di settore:
Silenzio dell’Autorità per l’Energia, che la nuova tassa ha deciso. Ora protesta un lettore del “Corriere della sera”, ma nella rubrica delle lettere. È normale un pizzo di 180 euro alle società elettriche.

La fede al tempo della miscredenza

“Se c’è una cosa tremenda a scrivere quando si è cristiani è che per te la realtà suprema è l’Incarnazione, la realtà presente è l’Incarnazione, e all’Incarnazione non ci crede nessuno; nessuno dei tuoi lettori, cioè. I miei lettori sono quelli convinti che Dio sia morto”. È la prima o seconda, tra quelle qui collazionate, delle trecento lettere che Flannery O’Connor scrisse ad “A.” nei suo ultimi dieci ani, a partire dal 1955. Lettere di fede e solitudine, a amici, letterati, critici. Molto dirette, decise (lei dice “umoristiche”), e molto sole, malgrado la rete di simpatie.
La simpatia andava alla sua scrittura, innovativa, e al personaggio. Una scrittrice famosa poco più che ventenne, isolata nela Georgia allora remota, cattolica in un mondo “religioso” ma ostile,  anticonformista per ogni aspetto, compresa l’assenza di ogni pulsione sessuale, e malata presto incurabile, di un lupus ereditario che la isola e la condurrà a morte poco prima dei quarant’anni. Parlava con un “pesante acento gerogiano”, ricordano i suoi compagni alla scuola di scrittura dell’Iowa University, al punto da rendersi incomprensibile.  Ha vissuto, presto orfana del padre, che avrebbe voluto fare lo scrittore, con la madre in una fattoria che questa ha ereditato a Milledgevile, la cittadina che ospita il manicomio statale della Georgia. Con rare incursioni al Nord, a New York (una cena memorabile è raccontata in casa di Mary McCarthy) e nelle università che la invitano. Occupa il tempo nlla fattoria allevando oche e pavoni. La madre, che le sopravviverà, è presenza costante della sua corrispondenza e con i rari visitatori, di vedute sempre in qualche modo anticonformiste per essere reazionarie. Ma di equilibrio inconsueto sulla questione allora dominante in Georgia, il rapporto con i neri, lavoranti, vicini.
Le lettere ad “A.”, la maggior parte di questa raccolta (gliene scrisse circa trecento in otto anni, lunghe), sono singolarmente sottili e confidenziali, aperte. E corpose, fertili di giudizio. Singolarmente perché “A.”  è Elizabeth “Betty” Hester, impiegata in un ufficio crediti di Atlanta, che scrive racconti e poesie, che non pubblica, soggetta a crisi religiose, di adesione e poi di ripulsa, dopo essere stata congedata “con disonore” dall’Aviazione, per pratiche lesbiche. Morirà nel 1998, di 75 anni, 34 dopo Flannery, suicida. Le due corrispondenti erano coetanee, Betty maggiore di due anni. Aveva cercato Flannery dopo aver letto alcuni suuoi racconti. “A.” andrà spesso a trovarla ala fattoria. La corrispdnenza con “A.” è anche unutile esposizione-esegesi dei suoi propri racconti e romanzi, nonché ella sua attività di conferenziera e giornalista.
La raccolta si può dire delle lettere ad “A.”, con contorno di missive sparse ai Fitzgerald, Robert e Sally, gli amici forse più intimi e costanti, presso i quali ha abitato, che ritrova anche in Italia, quando afronta il pellegrinaggio a san Pietro – e poi a Lourdes. Con Robert Lowell, suo collega a Yaddo, dove O’Connor fu accettata nel 1948, a 23 anni, come writer in residence, insieme con Alfred Kazin e Elisabeth Hardiwick. Con Katherine Ann Porter, Elizabeth Bishop, “i Gossett”. Con contorno di Marshall McLuhan giovane. E di Claudio Golier in un gustoso episodio, in visita alla fattoria e invitato a cena. Con altri letterati di minore nome, consociuti in precedenza all’università dell’Iowa, ai corsi di scrittura – dove veniva consigliato, a scuola di racconto, “Guerra” di Pirandello, insieme col “Lamento” di Cechov. Con letture disparate, ma semrpe di gusto preciso. Entusiasta di Nabokov, “I bastardi” e altro, perplessa su Pasternak. E sui beat: “Certe volte il loro picocl mondo bohémien è di un sentimentalismo ributtante”.
C’è anche Reagan. “Una produzione diretta da Ronald Regan (?)” compra i diritti di un suo racconto. Per un adattamento tv nel quale “forse R.R. interpreterà” il ruolo principale. Reagan lavorava in quegli anni anni per una seriet tv detta General Electric Theater, sulla Cbs, per la quale presentò 235 episodi, in 35 dei quali recitò. Il racconto acquistato dalla prodzuone è “La vita che salvi può essere la tua”. Lo sceneggiato poi si fa e va in onda, con grande successo locale, di amici, parenti e conoscenti. Ma non è dato sapere se Reagan si è limitato a presentarlo o ci ha recitato.
Un altro Sud
Flannery O’Conor è la scrittrice di un altro Sud. Dieci anni appena dopo “Via col vento”. Coeva di Faulkner, che apprezzava, e di Tennessee Wiliams e Carson McCullers che invece detestava – come tutte le specie di “intellettuali”, Mary McCarthy che l’ha invitata a cena, il “New Yorker”, etc.: contro l’”intellettuale” ha molte feroci battute, “intellettuale” è per lei sinonimo di fake. A Tennesseee Wiliams e McCullers addebita un Sud di cliché, anche se diverso da “Via colvento” . E di un altro mondo all’interno del Sud: il cattolicesimo che inalbera a ogni riga è un modo d’essere marginale al Sud dell’epoca. Savannah e la Georgia erano creazione di episcopali e luterani. Quindi di battisti e metodisti. I cattolici erano esclusi dagli statuti cittadini fino a fine Settecento. Poi considerati presenza aliena, come gli ebrei, e una delle tante sette, non riformata e non itinerante.
 “A.” l’ha cercata mentre avviava un percorso per entrare nella Chiesa – che abbandonerà cinque anni dopo. Flannery sarà per procura sua madrina di cresima. A. le pone con  insistenza il dubbio che non sia una “fassista”. Flannery ribatte che A. non è una “smidollata” ma una “romantica”. Con questa corrispondente, presto diventata amica in carne e ossa, dopo ripetute sue visite, che si penserebbe la più remota per ogni aspetto, Flannery stabilisce il rapporto più proficuo. Fino a
concederle: “Forse hai ragione tu a dire che l’uomo è una donna incompleta”.
“A.” vivendo a Atlanta, con accesso a più fornite biblioteche, Flannery comincia a legere: Walter Ong, il gesuita, amico di “A.”, Guardini, Teilhard de Chardin, Simone Weil - fino a possederne incredula, in dono in prestito, i corposi “Quaderni” – Edith Stein, che però non si traduce. Con “A.”  matura molte delle convinzioni personali in materia di religione che la caratterizzano, eretica e insieme dommatica. Alla luce della generale incredulità. “Incarnazione a parte, il concetto stesso dell’esistenza di Dio non sodisfa più sul piano emotivo un gran numero di persone, ma non per questo Dio cessa di esistere. Sartre trova Dio in sommo grado insoddisfacente sul piano emotivo e così la magior parte de miei amici di statura inferiore alla sua”. Ma “la verità non cambia” sul filo delle nostre emozioni. Succede anche ai santi, di trovare a volte la verità rivelata “detestabile, emotivamente molesta, totalmente ripugnan te”. È quella che si chiama “la notte oscura dell’anima” nei processi di beatificazione: “Al momento il mondo intero sembra attraversare una notte oscura dell’anima”. Del resto, “non si capisce perché gli effetti della redenzione debbano risultare evidenti quando non lo sono quasi mai”. A John Hawkes, lo scrittore sperimentale, spiega: “Il mio tema è sempre il conflitto fra l’attrazione per il sacro e una miscredenza nei suoi confronti che si respira con l’aria del tempo. Credere è sempre difficile, ma tanto più lo è al giorno d’oggi”
Tra Omero e umore
Inizialmente confessa poche letture. Anzi solo quelle dell’enciclopedia per ragazzi, sui miti gerci e romani, e “The Humerous tales of E.A.Poe”, a metà tra Omero e umore (qui tradotto “I racconti umorosi”). Rifiutando, qusto si sa dalle annotazioni che ha lasciato sulle sue copie, “Alice” e “Pinocchio” – sul risguardo di “Georgina finds Herslef”, di Shirley Watkins, si trova scritto: “Questo è il peggior libro che ho mai letto dopo ‘Pinnochio’”(sic)”. Un umorimo bislacco privilegiando, in queste annotazioni di Poe giornalista, che in effetti può essere la sua stesa cifra di lettura più coprente. La stessa Simone Weil, nella quale un po’ si riconosce, dice “comica e tragica”. Un’alegra impertinenza la sorregge per tutti gli anni coperti dalla racoclta, dal 1952 al 1964, quando è già semi immobilizzata. Sui pavoni e le oche. Sulla madre, battutista inarrivanle – nel viaggio a Roma e Lourdes “la preoccupazione di mia madre è dove trovare acqua potable da qwuelle aprti”. Sui lavoranti nell’azienda agricola della madre, neri e bianchi, tutti con qualche rotella fuori posto. “Io parto da un punto di vista comico”, scrive a John Hawkes, “indipendentemente da come lo risolvo”.,
Un’edizione che si avvale di una robusta introduzione di Ottavio Fatica. Ma senza, inspiegabilmente (nella raccolta originale c’è), un notizia dei corrispondenti – Flannery O’Connor è proprio sola.
Flannery O’Connor, Sola a presidiare la fortezza, minimum fax, pp. 269 € 12

giovedì 20 aprile 2017

Letture - 300

letterautore

Aneddoto - “Gli aneddoti sono il passaporto di ogni morale e l’anti-narcotico di tutti i libri”, Balzac, “Fisiologia del matrimonio”, 29. Danno licenza di creare, più sveltamente che col ragionamento.

Arabesco - L’arabesco è la forma più antica e originaria della fantasia umana” - Fr.Schlegel. Da superare, quindi.

Barocco – È parente del romantico - A.Huxley, “Along the Road”. Barocco e romantico sono espressioni naturali della commedia: Aristotele, Rabelais, Nashe, Balzac, Dickens, Rowlandson, Goya, Doré, Daumier. Solo in mano a geni, Marlowe, Shakespare, Michelangelo, Rubens, il barocco ha effetti credibili.
In epoca più tarda l’effetto è grottesco: si tenta di esprimere il tragico con uno stile essenzialmente comico.

Beat - A Calvino non piacevano, troppo sporchi. È andato fino in America a vederli, e sempre non gli piacquero. Niente poesia, diceva, niente scrittura, Ginsberg, Kerouac, Ferlingehtti… I danni del partito sommando al borghese perbenismo.
Ma è vero che sono iperletterati. Troppo. E parlano sempre di sé. Della loro modesta bohème di provincia. Inventata. Truccata – non si esce dalle droghe. Nemmeno dall’alcol. Fanno letteratura freudiana senza saperlo, come in “In Treatment”.
Solo Ginsberg ha dirazzato, via religione. Col fake orientalismo di moda – fake perché Budda sarebbe la negazione dell’individualismo. Kerouac ci ha tentato - Kerouac che aveva a disposizione un  fondo cattolico, e l’ha lasciato intonso. 

Benedetto  XVI – Il papa “emerito” (pensionato) ha fatto lunedì i 90 anni, con altri quattro libri a lui dedicati, scrive Giuliano Vigini su “La Lettura”. È stato un fenomeno editoriale, attesta ancora Vigini, alimentando “un’imponente biblioteca, anche oggi editorialmente più che cospicua, visto che in commercio figurano ancora 586 titoli (420 testi e 166 saggi)”, suoi - libri, antologie, saggi, interviste - o a lui dedicati.

Berecche e la guerra – Il racconto “Guerra” di Pirandello, la cui letura dice utilissima per se stessa, è raccomandato da Flannery O’Connor ad altro scrittore esordiente, Ben Griffith, che le ha mandato da leggere un racconto, in termini molto calorosi nel 1955. Calorosi soprattutto per lei, una scrittrice che pretendeva di avere letto poco e pochissimo. Lo aveva letto in “Understanding Fiction”, un libro-manuale di scrittura dei tardi anni 1940, autori Cleanth Broks e R.P.Warren: “Leggendo il suo racconto, me ne son venuti subito in mente altri due che secondo me dovrebbe leggere prima di cominciare a riscrivere questo. La lettura dei due racconti è tata per me un aiuto prezioso e credo lo sarebbe anche per lei”.
O’Connor intende probabilmente il racconto “Berecche e la guerra”, datato “Roma, fine del 1914, principio del 1915”, ma pubblicato nel 1919. In cui Pirandello “un uomo di studio educato, come tanti allora, alla tedesca, specialmente nelle discipline storiche e filologiche”. Uno come lui insomma. E che, come lui stesso, abita in una traversa remota della via Nomentana, un po’ credendosi anzi tedesco: “La Germania, durante il lungo periodo dell’alleanza, era diventata per questi tali, non solo spiritualmente ma anche sentimentalmente, nell’intimo della loro vita, la patria ideale”. Non solo: “Vantava Federico Berecche, fino a pochi giorni fa, la sua origine tedesca, chiaramente dimostrata, oltre che dalla quadrata corporatura, dal pelame rossiccia e dagli occhi ceruli, anche dal cognome Berecche, corrotta pronunzia, a suo credere, d'un nome prettamente tedesco”.
Ma l’identificazione è soprattutto nell’autoanalisi, dell’Italiano tipicamente infatuato della Germania: “Lì tappato nel suo studio, che nessuno lo vede, Berecche si sente voltare il cuore in petto al ricordo di ciò ch’egli intendeva per metodo tedesco, al tempo dei suoi studii, al ricordo delle sodisfazioni ineffabili che esso gli dava quando con gli occhi stanchi della faticosa paziente interpretazione dei testi e dei documenti, ma con la coscienza tranquilla e sicura d’aver tenuto conto di tutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla, di non aver trascurato nessuna ricerca utile e necessaria, palpeggiava, la sera, rincasando dalle biblioteche, là sul tavolino da studio, il tesoro dei suoi schedarii voluminosi. E tanto più si sente sanguinare il cuore, in quanto ora avverte con sordo livore, che per le sodisfazioni che gli dava quel metodo egli, sotto sotto, commetteva la vigliaccheria di non dare ascolto a una certa voce segreta della sua ragione insorgente contro alcune affermazioni tedesche, che offendevano in lui non soltanto la logica ma anche, in fondo in fondo, il suo sentimento latino: l'affermazione, per esempio, che ai Romani mancasse il dono della poesia; e, accanto a questa affermazione, la dimostrazione che poi fosse leggendaria tutta la prima storia di Roma. Ora, o l'una cosa o l'altra. Se leggendaria, cioè finta, quella storia, come negare il dono della poesia?” La Germania infine vedendo come un corpaccione spento: “Goethe, Schiller, e prima Lessing, e poi Kant, Hegel... Ah, quand’era piccola, quando ancora non era, la Germania, questi giganti! E ora, gigante, ecco qua, s’è buttata, pancia a terra, con le mani afferrate sotto il petto e un gomito qua, sul Belgio e in Francia, l'altro là su la Russia in Polonia: - Smovetemi, se siete capaci!”

Céline – “In Céline, se ben ricordo, ho sentito che nel suo sentimento della vita c’era profondità morale – o meglio, è quello che ha fatto sentire a me la sua opera” – cioè “Il viaggio” (Flannery O’Connor, “Sola a presidiare la fortezza, 106

Dialetto – È il presupposto di un miglior uso della lingua?  Keats, che scrive una delle forme più pure dell’inglese, parlava cockney. Flannery O’Connor, che ha molto sveltito l’angloamericano, con un accento della Georgia che sopra Washington la rendeva spesso incomprensibile.

Dostoevskij – “L’Idiota” come simbolo del Cristo è ipotesi già di Romano Guardini (numero autunnale di “Cross Currents”, saggio di R.Guardini, dicembre 1956 – call)

Gambe – Quelle delle donne hanno sostituito ogni altro richiamo. Per la novità, arguisce Lernet-Holenia per bocca di un personaggio di “Marte in Ariete”: “Perché una volta le donne non avevano certo gambe così graziose” – non avevano gambe. E porta a esempio l’Afrodite di Cirene, la statua adrianea copia di una copia di Prassitele, che abbelliva la sala Ottagona del’ex Planetario di Roma, ora restituita alla Libia. È una statua acefala, con poco petto, e tutta gambe, “che si ha ragione di supporre la famosa Anadiomene, creata da Apelle prendendo a modello un’amante di Alessandro Magno”, dice lo scrittore. Ma concludendo: “Le gambe di questa divina creatura non sono bellissime”.
Attraverso il suo personaggio, l’italianista e latinista Lernet-Holenia arguisce che anche le gambe di Elena, o di Frine, o di Procri “abbiano lasciato a desiderare: “Purtropoo era questo lo stile dell’epoca. Anche Alcibiade e Antinoo, del resto, difficilmente riusciamo a immaginarli in stivali da cavallerizzo”.

Giacobino – Esisteva prima della rivoluzione francese. È predicatore in Piron.

Henry James – Si direbbe antifemminista: l’autore di tanti personaggi femminili deprivava la “giovane donna del futuro” di ogni sensibilità in tema di mistero o di maniere.
La perplessità è della maniera – della “bravura”. Ma come di uno che non avesse mai avuto tentazioni, che in effetti non gli si conoscono.

Tacito – “In Tacito muoiono tutti avvelenati o suicidi”, Flannery O’Connor, “Sola a presidiare la fortezza”, 180. Ed è vero.

Viaggio “Finché non sarai partito non potrai neanche tornare”, Alexander Lernet-Holenia, “Marte in Ariete”.

letterautore@antiit.eu


Contro tutto è contro niente

Il titolo è invogliante. L’argomento pure: l’immigrazione. Ma è l’ennesima esercitazione contro Berlusconi, che è tutto il male - cioè non lo è. Nemmeno brillante: l’immigrazione resta dov’era, la Lega purtroppo pure.
Furio Colombo, Contro la Lega, Laterza, pp. 144 € 9

mercoledì 19 aprile 2017

Problemi di base italici - 323

spock

Com’è possibile vaccinare la Rai?

Grillo ancora non ha vinto e la chiesa è già allineata, a Pasqua: è l’erede di Cristo, o di Pilato?

La Repubblica non è l’erede dello Stato pontificio più che del Piemonte?

Il super derby Inter-Milan si gioca a mezzogiorno, ora indigesta, per farlo vedere ai cinesi: Milano all’ora di Pechino sarebbe meglio o peggio di quella impermeabile leghista?

Però, l’eutanasia per la Rai non sarebbe opportuna? Certo, i vescovi obietterebbero

Marroni si aggirano sull’Italia: sono quelli di Renzi, o di uno che gli stava sui?

E perché bisogna salvare Renzi da se stesso

spock@antiit.eu

Quando la Germania era pia

Ildegarda di Bingen è la santa non santificata del dodicesimo secolo, badessa, poetessa, profetessa, musicista, veggente, medico naturalista (“La medicina di santa Ildegarda” è tuttora un best-seller delle edizioni Mediterranee), rigida amministratrice, consigliera di papi, cardinali e vescovi. Il titolo attrae, la storia è invece una storiaccia, di liti, agguati e morti colpose, tra conventi - opportunamente tra un convento di monaci euno di monache. Noske non si spreca. Con molto rigaggio superfluo, come richiede il genere. Ma veloce – aiutato probabilmente dalla traduttrice Anna Carbone, con un tedesco scorrevole come tutte le altre lingue invece che imbalsamato. E col beneficio naturalmente della protagonista – anche se qui alla fine in veste di deuteragonista: il personaggio vero è il cattivo, un abate tanto inverosimile quanto reale.
“La luce che vedo non è limitata nello spazio, è più brillante di una nuvola che porta il sole, la chiamo Riflesso della Luce della Vita”, dice Ildegarda. Essa stessa una visione, la longeva operosa monaca, badessa e girovaga, malgrado l’obbligo regolamentare alla Stabilitas Loci, consigliera di quattro papi, due imperatori, Barbarossa incluso, il re d’Inghilterra Henri II, Bernardo di Chiaravalle, e di margravi, vescovi, abati, ai quali scriveva dettando, a monaci esperti di latino. Che, devoti, ne trascrissero gli inni, farciti di lancinanti verghe, copule, amplessi, amplessatori, di poesia odiernamente scabrosa nel repertorio di Rémy de Gourmont: “Oh virga ac diadema\purpure Regis”, invoca per la Madonna, o verga e corona\purpurea del Re. Nonché le opere di edificazione, un bestiario di sorprendente bizzarria, e un inferno non turbato da vendette. Di cui pure non mancarono occasioni alla fondatrice di conventi, colpita d’interdetto alla soglia della morte, per gelosia, e per la debolezza dell’intima amica Riccarda von Stade, che la tradì – Noske non dice tutto, ma ne lascia varie tracce.
Era epoca di forte pietà. Venerata era stata lungo il Reno la santa Vigefortis, la Crocifissa barbuta. Ildegarda, donna santa benché voluttuosa e aspra, impose a penitenza il Sacro Cuore di Gesù, pugnalato, sanguinante, purulento, materia dei primi venerdì del mese e le orride novene della buona morte, che il santo Francesco di Sales rinverdirà e la vergine Maria di Alacocque consacrerà. L’anello da san Bernardo inviato alla santa recava inciso: “Mi piace soffrire”. Ma l’epoca ebbe pure culto profondo dello Spirito, invocato nei suoi sette doni, primo di tutti l’intelligenza.
La “Prophetissa teutonica” Ildegarda era la decima figlia, e fu per questo data in decima dai genitori alla chiesa. Ciò avveniva un secolo dopo il Mille, la Germania allora era pia, e il Reno, la via dei soldati romani, era via dei preti, possesso dei vescovi di San Gallo, Costanza, Basilea, Strasburgo, Spira, Worms, Magonza, Treviri e Colonia, provincia domenicana da Basilea a Rotterdam. I luoghi a lungo furono fertili di molteplici beatitudini, Gela, Jutta, Lioba, la deliziosa autrice di lettere a san Bonifazio di Crediton, Guda, Gisella, la dolce figlia di Brömser, il castello che domina il Ginger Loch, sotto l’ala vigile del vescovo di Magonza, oggi museo del vino, Adelaide, moglie, madre e nonna dei tre Ottone, Herrade, Ildegarda, Iltrude, la penitente di papa Eugenio, Taulero il sognatore, Tommaso da Kempis, Heinrich Seuse, il “Suso”, Gerardus Magnus, e Meister Eckart naturalmente.
Ci sono professioni che innalzano lo spirito. Fu amministratore di Saxonia o Teutonica, una provincia di quarantasette conventi femminili, nonché maestro di teologia, Meister Eckhart. Ildegarda rinnovò la santità. La chiesa, non riuscendo a portarne a termine, per gli intralci burocratici tedeschi, la causa di canonizzazione, la iscrisse d’autorità nel Martyrologium Romanum.
Noske, pochi studi di italianistica e storia, e molti mestieri avventizi, prima di “fare lo scrittore” a 40 anni, esperienza chiusa dalla morte precoce a 57, autore di una lunga e fortunata serie di gialli e noir per la stessa Emons di Colonia, avrebbe meritato di essere proposto con qualche titolo più riuscito. Questo sfrutta il personaggio, ma lo riduce a una lotta conventuale di potere e soldi, poco attraente. Con vescovi imbelli e papi non da meno. Tutavia, il richiamo resta forte, la personalità di Ildegarda trascinante.
Edgar Noske, Il caso Ildegarda, Emons, pp. 279 € 12,50

martedì 18 aprile 2017

Secondi pensieri - 303

zeulig

Adamismo – Si direbbe il segno dell’epoca, l’essere nati ieri.
La condizione anche, malgrado la diffusione e la simultaneità dell’informazione, l’obbligo scolastico, l’alfabetizzazione di massa.

Borderline – Figura della psicologia. Ma anche della storia, l’interdisciplina, la verità (filosofia), la serietà (di atti e comportamenti).

Carattere – È definito e indefinito – complesso, in formazione, in deperimento, anche sfilacciato. Da cuore pascaliano.
Stendhal crede nella “realtà” dei caratteri. Solo Stendhal - “dopo” Balzac: “Per Stendhal il cuore umano è un solido dalle linee plastiche e rigide” (Ortega y Gasset, “Lettera alla Nrf” su Proust).

Corrispondenza – Il legame che Baudelaire pone tra la natura e lo spirito nel sonetto con questo titolo che ha introdotto in quarta posizione nella raccolta “I fiori del male”, 1857 (“La natura è un tempio dove pilastri viventi\ lasciano talvolta sfuggire confuse parole;\ L’uomo vi passa attraverso foreste di simboli…”) argomenta per una conoscenza poetica più che analitica. Inapplicabile evidentemente al sapere scientifico, che più propriamente vive questa relazione, e a quello logico. Ma è un legame che, non sostitutivo, tuttavia consente un di più di applicazione e forme dell’analisi.

Heidegger – La madre del racconto “Good Country People” (1955) di Flannery O’Connor, quando va a leggere un brano di Heidegger che la figlia laureata in filosofia ha sottolineato ci trova “un malefico incantesimo in gibberish”, di parole senza senso. La madre è una che fatica a rendersi conto che la sua bambina ha tremt’anni e da venti è senza un gamba – né ha mai capito che la figlia studiasse la filosofia. E la figlia è una che alla maggiore età la prima cosa che ha fatto è stata di cambiarsi il nome all’anagrafe, da Joy in Hulga, “il nome più brutto del mondo”. Ma “gibberish” non è male – Adorno dirà “inautentico”.

Malinconia – Ritorna in forma depressiva la malattia-non malattia che consuma. Che i monaci nel deserto scoprirono come acedia, tenendone il conto giorno dopo giorno, il demone delle ore vuote. Dei loro fantasmi si ricorda solo la lussuria, ma secondo san Gregorio l’acedia, o malinconia, è peggio: è fatta di malicia, rancor, pusillanimitas, desperatio, torpor, evagatio mentis.
I malinconici saranno geniali, ma sono inaffidabili, con loro bisogna andare con le mutande di latta, spiega Ildegarda, la santa di Bingen: “I malinconici hanno le ossa grandi con poco midollo, che è tanto ardente da renderli incontinenti con le donne come le vipere”. Equini, li chiama, “sono libidinosi come gli asini”.
È gente che avrebbe bisogno di sfottere il prossimo per poterlo odiare. I “malinconici puri” di Campanella, un frate con molti figli, “ogni moto li offende, e si ritirano e pensano assai”.

Matrimonio – “Quando ci sei dentro, scopri che è l’inizio, non la fine, della lotta per far agire l’amore”, Flannery O’Connor, “Sola a presidiare la fortezza”, 82.
Scritto alla corrispondente più assidua e intima “A.”, da poco dismessa dall’Aviazione per “condotta immorale” – pratiche lesbiche.  

Memoria - E’ Proust, il “tempo ritrovato”, o memoria involontaria. È Freud, la memoria indirizzata. È l’attualità, piena di selfie e ritrovamenti (facebook), anche i più inutili. È al prezzo della cancellazione di sé, della memoria stessa? Difficile immaginare un’età che se ne priva più di quella contemporanea, dove non esiste già più nemmeno l’ieri.
Venendo del resto, malgrado la guerra (le guerre), da Musil, l’inutilità dell’agire. E dalla “Montagna magica”, un continuo contrappuntistico, come impossibilità del ragionamento - forse soltanto un basso continuo. Senza più critica, faticosa e inutile.

Morte – È l’unico evento cui tutti sono obbligati, tutti gli esseri viventi. Il più comune e il meno interessante.
Non è nemmeno un atto, è una condizione.

Ordinario – Avviene, per abitudine, ripetitività, e quindi è semplice. Scontata. Irrilevante anche, una realtà che non è reale, pur essendo costante e comune. È invece la più difficile a ricostituire: per esempio a narrare. Quando cioè va architettata, vicenda di personaggi comuni in situazioni ordinarie.
Si può raccontare senza scarti? Senza l’eccezionalità? O c’è un’individualità – bizzarria, non-uniformità – anche nell’ordinario?
Lo scarto, la trovata, in realtà non garantisce, e fatti eccezionali possono riuscire in interessanti – ordinari.

Ordine – È più libero un “ritorno all’ordine”? A fronte, evidentemente, di un’anarchia insoddisfacente – che distrugge risorse invece di produrne.
Ma è nel ritorno all’ordine che l’anarchia insoddisfacente di oggi si produce. Nella restrizione, all’infinitamente piccolo, del punto di osservazione della scienza contemporanea, o della complessità. L’infinitamente grande dell’astrofisica, della della geometria dei bordi, della biologia, dei sistemi complessi (il traffico, il clima, la Borsa, i materiali) vuole ancora essere compreso, non regolato – così com’è è piuttosto l’“album” di Wittgenstein: immagini che si rimescolano e ricompongono, in una o più storie.
Il più disordinato è oggi il “sistema” scientifico: secondo principio della termodinamica, indeterminazione e entropia, teoria del caos, universi paralleli. Col problema: l’universo è in espansione (ottimismo, progressismo, razionalità, tecnica) o si ritira? E’ in espansione, lo si sa da Hubble, ma può sempre crollare, perché, in fondo, non può che essere chiuso.

Realismo – “Quanto al fatto che Gesù sia un realista: se non era Dio non era un realista, ma solo un bugiardo, e la crocefissione un atto di giustizia”, Flannery O’Connor, “Sola a presidiare la fortezza”, 80. La religione è realista?
La storia è realista? È un fatto di azioni e reazioni, anche omissive, anche inconsulte. Ma a che effetto? Il reale non è finalizzato (modellabile): sornione (abile), deborda.

Rivoluzione – In sezione grafica monta: entusiasmo, fantasia, liberazione. Poi ristagna: si estende, a macchia d’olio, a operai, casalinghe, ragazzetti ignoranti, e ogni altro materiale inerte della storia. Ma nel movimento demografico monta pure la stupidità, a livello della rivoluzione, e si slarga. Per poi subire un crollo verticale, quando la stupidità prende possesso dell’intellighenzia, per conformismo, pigrizia, incapacità, superbia.

Storia – Si direbbe anamorfica, o astigmatica: vista da un occhio parziale, che getta sulla sezione uno sguardo da posizione eccentrica. Per l’io narrante, per quanto lo storico si leghi ai documenti.  

Testo - L’irrisorietà (povertà) dell’erudizione (filologia) che sistema (impone) il testo esemplare. E  una sola modalità di espressione, del testo ordinato secondo regole di espressione, sue proprie, della scrittura, e dell’autore, degli anni dell’autore o del secolo, del genere eccetera. L’irrisorietà della verità, ridotta a testo canonico. Il “testo” è una regola.

zeulig@antiit.eu

La mistica ecclesiastica del corpo

Un repertorio, l’unico ancora esistente, di una letteratura vivacissima. Rimosso perché la chiesa, che ne è depositaria, e più sarebbe interessata a valorizzarlo, è ancora infognata nel moralismo sessuale,  delle mutande e delle tendine alle finestre. Il miglior sequenziario della raccolta ha un monaco Godeschalk, un monaco dell’anno Mille, pieno di tenerezza per la Maddalena. “Tu l’ami”, dice Godeschalk al Figlio della Vergine che non sdegna le carezze della peccatrice, “affinché essa sia bella”. I sequenziari, che Tommaso da Kempis sublimerà, erano peptalk di sacrestia, di chi, ragazzi e monaci, non ricordava le parole ma ne traeva coraggio.
È un repertorio odiernamente a volte scabroso. “Oh virga ac diadema\purpure Regis”, invoca la santa Ildegarda per la Madonna, o verga e corona\ purpurea del Re. L’Hortus Deliciarum della badessa Herrade si bea di vermi, rospi e serpenti. In una vita perennemente pubblica, cui gli stessi imperatori e i vescovi erano soggetti, penitenze incluse per ogni sorta di reato, che così si dichiarava, comprese la pedicazione e l’irrumatio.
La troppa bellezza allarga il campo fino a renderlo inafferrabile. Roba da “Pange, lingua, gloriosi corporis mysterium”, piangere il mistero del corpo glorioso, se non fosse sacrilegio. O cantarne le lodi con Ulrich Stöcklins di Rottach: “Castitatis in tenorem\ Plasma gignit plasmatorem”, nella castità la forma genera il suo formatore, “haec est virgo non irrigata, sed Dei gratia florigera”, la vergine non irrigata fiorisce per grazia di Dio - secondo i monaci anche Dio desidera la Madonna. L’erotismo è già dell’avvocato bordolese Ausonio, IV secolo, il quale, poeta neoterico maestro di san Paolino di Nola – che è di Bordeaux – e a Treviri di Graziano, il figlio dell’imperatore Valentiniano I, scrisse il verso del mistero cartesiano, “sic et non”, sì e no, carmi nuziali in cui dettaglia come fare la festa alla sposa, cantici alla schiava germanica Bissula, e un poemetto perfino commosso, “Mosella”, dopo un viaggio da Bingen a Treviri – in onore del vino, più robusto che sul Reno o in Franconia.
È un repertorio di poesia transalpina. Senza frontiere, che si traversano ignari: prima degli Stati la vite univa Francia e Germania. L’Europa che non trova radici ne avrebbe due consolidate, per mentalità e linguaggi, l’area del vino e quella della birra. La vite ha prevalso, il vino che accende la lettura: lasciva est nobis pagina, vita proba”, canta Ausonio, il poeta bordolese della Mosella. La Mosella è la Germania più romanizzata - col Sud Tirolo ora italiano: ci facevano il vino. Si fa poesia col vino, si filosofa con la birra? Vandelberto, abate di Prün, sempre area del vino, versificò il calendario, come Francis Jammes.
Ma è ben tedesca, non si può non dirla tale, la tradizione più fertile, poi soffocata da Lutero e l’antilatinità. La Liebfrauenkirche reca sempre la quartina: “Quum divus Marcus Paschabit\et Antonius pentecostabit\et Iohannis Corpus dabit\totus mundus lacrimabit”. Quando la Pasqua viene per san Marco, che in Italia è la Liberazione, la Pentecoste porta a sant’Antonio, il Corpus Domini a san Giovanni, e al mondo tutto lacrime. Il Medio Evo tedesco è ben di tutti – ed è da primato, quello sì: Alberto Magno e Hildegarda, le cattedrali e i mistici, Adamo di Brema, Ugo di san Vittore, Wolfram di Eschenbach, Cesario di Heisterbach. Cesario scoprì il demone dei refusi, Tivillo. A Zell si coltivava il lattucario, che ha l’effetto dell’oppio. Valfredo Strabone, abate di Fulda, in anni calamitosi si diletta all’elogio della cucurbita scrivendone a Grimaldo, abate di San Gallo. Il gallico Orienzio, vescovo della guascona Auch, consola: “La nostra fine non ammette fine, la morte, che ci fa morire, muore perennemente. Per l’eterno moto l’uomo vivrà in perpetuo”. Il tutto mescolato con un Borgognone septipes, da Gourmot scovato nel repertorio di Sidonio Apollinare, che il Calonghi legge alto sette piedi, cioè smisurato. E altre meraviglie.
La sorpresa maggiore è lo stesso Gourmont. Qui erudito, ma a Parigi nel Fine Secolo protagonista della scena letteraria, con i simbolisti Huysmans e Mallarmé, fondatore di riviste (con Jarry, con Gide) e case editrici (Mercure de France), confidente, consulente letterario e patrono di molte disinibite autrici, come Rachilde, e altre del moderno Lgbt. A Natalie Clifford Barney, amore tardivo impudico, scrisse rinomate “Lettere all’Amazzone”. E si volle autore di una “Fisica dell’amore”, malgrado un lupus deformante lo imbruttisse e lo tenesse al chiuso. Aveva sposato Berthe de Courrière, famosa modella, legataria dello scultore Clésinger, che lo accudì generosa fino alla morte, ispiratrice di “Sixtine”, il romanzo più famoso di Gourmont, destinataria di roventi “Lettere a Sixstine” pubblicate postume.
La riedizione è stata curata dal poeta torinese Roberto Rossi Testa - una delle sue ultime cose. Che la fa seguire da un capitolo di “A ritroso” di Huysmans, nel quale è questione di libri latini della decadenza. Ma Huysmans, il vecchio amico di Gourmont che fece professione di “decadentismo”, è fuori linea – Gourmont recluso non ne parlerà più bene all’abate Mugnier, il dagospia del primo Novecento.
È il latino di chiesa – di questo si tratta – minato dalla decadenza politica? Gourmont non lo pesa, né lo mette in classifica. Ma ci trova molta ottima storia. Per esempio dietro il “Dies irae” di Tommaso da Celano. E dietro lo “Stabat mater” di Jacopone. Un contributo notevolissimo dando anche alla storia letteraria cisalpina, italiana, nella lunga tradizione che traccia di cui lo sbocco è appunto in Jacopone, e nel frate minore che scrisse le vite di san Francesco e di santa Chiara. Del “Dies irae”, il giorno del terrore di fronte alla morte, trova il motivo nel libro biblico del profeta Sofonia – quello dei “contro”: i Giudei idolatri, i Filistei, Moab e Ammon, l’Etiopia e l’Assiria, e Gerusalemme.  
Rémy de Gourmont, Latino mistico, Aragno, pp. XV + 348 € 18

lunedì 17 aprile 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (323)

Giuseppe Leuzzi

“Sgravi al Sud, perché costano tanto e fanno anche danni”, è la perorazione di Alberto Brambilla sul “Corriere della sera Economia”. Che lo presenta come “Presidente Itinerari Previdenziali”, istituzione inesistente, evitando di dire che è stato al governo, sottosegretario o vice-ministro, con la Lega.
L’argomento che è gli sgravi contributivi – di questo si tratta – vanno bene al Nord ma non al Sud.

L’ulivo “sogno della marina” dice Gadda (“I nuovi borghi della Sicilia rurale”, 1941, ora in “I Littoriali del Lavoro”).

“L’umiltà è una virtù per la quale il Sud non brilla”, Flannery O’Connor (“Sola a presidiare la fortezza”, 108).

È il Sud condizione e modo di essere a tutte le latitudini?
In un articolo giornalistico, il futuro semiologo Marshall McLuhan dei “mezzi del comunicare” (de “il mezzo è il messaggio”) trova nel febbraio 1954 che al Sud degli Stati Uniti “le convenzioni  diventano una condizione per la sopravvivenza”. La scrittrice georgiana Flannery O’Connor è colpita da questa osservazione, “per quanto è vera”. Ma ormai, dice, è “fuori contesto”: “Ormai al Sud quel poco che rimane delle convenzioni è morto e sepolto”.
Rimane il colore. Ma “il colore locale è veleno”.

Si va al Nord nella polvere, nel romanzo di guerra Lernet-Holenia “Marte in Ariete”. Il reggimento muove da Vienna per invadere la Polonia nel settembre 1939, e la sola nota rimarchevole è questa: “Qui cominciava la regione della polvere. Da qui si estendeva fino all’Ungheria e, attraverso la Polonia e l’immensa Russia”, fino “all’altro capo dell’Asia, dove la terra si rituffa nel mare”.
L’Asia finisce alle Alpi (e al Reno?).

Gadda in Sicilia
Gadda, mandato in Sicilia dalla “Nuova Antologia” e “Le Vie d’Italia”  a gennaio del 1941 per celebrare le bonifiche, di cui il regime andava fiero, vi rifà in breve e con acume la teoria del feudo e dell’abbandono, legandola come’è più giusto ai territori desertici e non al cattivo feudatario (la sua analisi si può leggere nella raccolta di testi giornalistici recuperati dalla filologa Manuela Bertone in “I Littoriali del Lavoro”): “Vasti pianori assolati, privi di corsi d’acqua e scarsi di circolazione idrica subumale”, e per di più insalubri, da cui il contadino rifugge, ritirandosi nel villaggio, e più distante meglio.
“In realtà il latifondo di Sicilia è legato a una fattispecie complessa. E devesi anzitutto individuare, entro il raduno delle cause, la natura dei terreni che andarono a costituir feudo”. E giù in una sola pagine tutti gli estremi della complessità, quale non si trovavano e non si troveranno negli scrittori siciliani che volevano conoscere la loro terra, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, lo stesso Sciascia che ci abitava.
I terreni sono argillosi, “d’argille di molto più compatte e fosforiche di quel che non risulti alla marra ed al seme la duna quaternaria dell’agro pometino o dei calanchi appenninici fra Toscana e Romagna”. Per metà. “Per l’altra metà sono terreni di medio impasto, atti quindi alle semine e alle colture cerealicole”. Non intensive cioè. Questo è solo l’inizio del “raduno delle cause”. Nove, paragrafate, annotazioni spiegano come, su questi terreni, la colture si sono impoverite. E come si sono organate attorno al gabelloto, l’intermediario “che affitta dal principe a conto proprio per subaffittare ai coloni o talvolta per cedere a lavoro”.
Il feudo è il deserto
Non un sistema feudale – non nel senso del feudo inteso come sfruttamento. Ma una divisione della povertà, tra una proprietà remota e di pochi mezzi, una campagna di poveri e poverissimi, fittavoli, coloni, bracciati, e il gabelloto. Una figura che giusto Gadda vede nella sua “complessità”: “Il disinteresse del principe lontano, la pazienza dei poveri sembra abbia consentito alla specie «gabelloto»  configurarsi in alcune dimensioni non del tutto o non sempre encomiabili nelle distrette di una contingenza assai ardua. Del resto sono uomini esperti del vivere e figli in certo modo della durezza, dotati molte volte di capacità direttive, conoscitori della terra, pratici del mestiere (mestieraccio) nonché dell’ambiente, che portano su di sé la rampogna dei pochi e assenti, e la rancuna dei molti e presenti, e affaticati, in un’economia affaticata”. Anche molto ben scritto, malgrado ristrette e rancune: esatto.
En passant, testimone di un’altra civiltà pubblica, benché fascista. “Otto borghi sono stati costruiti in un anno”. E: “In un anno di lavoro 2507 case coloniche sono state costruite e si aprono oggi a ricevere i lavoratori della terra. Trecento sono in costruzione”. Negli “otto borghi rurali”, creati in “ognuna delle otto (ma erano già nove, n.d.r.) province di Sicilia”, sorgono “la chiesa parrocchiale con l’abitazione del parroco; la scuola con le abitazioni delle maestre;  la delegazione della podesteria per i servizi di Stato civile; la sede del Fascio e delle organizzazioni dipendenti; la collettoria postale, con telegrafo e telefono; la stazione dei Reali carabinieri con gli alloggi; la Casa di sanità, ove avranno a risiedere il medico chirurgo, la levatrice, un assistente sanitario; dov’è allogata la farmacia, dov’è un posto di medicazione, e alcune camere di degenza; una locanda con alloggi, una rivendita di generi vari; e botteghe per artigiani e relativi quartieri: e ancora gli uffici dell’Ente per la colonizzazione con la Casa del personale”.
Il tutto commissionato ad architetti siciliani: Mendolia, Caracciolo, Marino, Marletta, Baratta, Manetti-Cusa, Gramignani, Epifanio. “Perché i nuovi aspetti dell’edilizia rustica aderissero «ab auctore» al clima, al colore, al genio dell’isola, pur nei modi e nelle forme onde suole estrinsecarsi il disegno «funzionalistico» del nostro tempo”. Con risultati encomiabili - non era ancora tempo di leghismo, l’apprezzamento di Gadda, ripetuto più volte, qui fila sincero - “in forme che segnano un «optimum : delle possibilità scenografica e pittorica, come presso la cubale Trapani, a Borgo Fazio, di Epifanio, o nel montano Borgo Giuliano, di Baratta, in provincia di Messina”. Un pezzo vivo, “antico e nuovo”, di “storia mediterranea”: “Davvero le forme han corrisposto, per felicità intera e nativa, all’aspettazione ed alla fede. Ho veduto  i raduni bianchi dei cubi nella immensità della terra, quasi gregge portatovi da Geometria: e una limpida disciplina di masse, riquadri, diedri, gradi; e li avviva una grazia semplice, un’opportunità dell’atto, una speranza. E mi parvero già custoditi dal senno: non nati dall’arbitrio tetro, come può accadere a chi ha matita tra mano da fare i rettangoli, e soltanto matita. E vi erano brevi, puri portici: tinti alla calce i volti, i pilastri: e a sfondo il sereno. Archi a sesto, campiti di turchese…”. E le ombre nel cortile, “come ore”.

Lo scrittore del Sud
“Mi irrita sempre mortalmente la gente che del Sud” non sa niente, “e forte di tanta ignoranza consiglia agli scrittori del Sud di andarsene e di dimenticare il mito. Ma quale mito?”, protesta Flannery O’Connor, la scrittrice americana della Georgia, con la sua amica di penna “A.” (le lettere sono raccolte in “Sola a presidiare la fortezza”, l’angustia si propone alla p. 169 ). “Se sei uno scrittore”, continua, “ed è il Sud che conosci, è di quello che scrivi, giudicando a seconda di come giudichi te stesso. Forse è un bene e una necessità allontanarsi fisicamente per un po’,  ma questo non significa assolutamente fuggire”. Non ce n’è bisogno, e niente lo impone.
Non senza giudizio: “Questo non vuol dire che quanto il Sud ti offre sia sufficiente, o che abbia un’importanza altro che pratica: fornisce un contesto, un idioma e così via”. Il resto, cioè tutto, però bisogna mettercelo. “Si potrebbe discutere all’infinito dei vantaggi e degli svantaggi  di essere uno scrittore del Sud, ma resta il fatto che se lo sei, lo sei”.
Il Sud come mondo a parte, ovunque.
È anche vero, la stessa O’Connor ha già scritto ad altro corrispondente, che “la gente del Sud non conosce minimamente la propria letteratura a meno di non aver frequentato un’università del Nord”. E perciò vittima di cliché, malgrado la sua alterità.
Flannery O’Connor detesta Tennessee Williams e Carson McCullers, due degli scrittori del Sud più in auge ai suoi anni, perché addebita loro un Sud di maniera – “intellettuale”. Il suo è in effetti più reale, ancorato: l’abbandono (triturazione) della tradizione, l’erosione a catena di un mondo, che, comico e tragico, mite e violento, ne prepara uno più debole, e un rapporto col Nord di reciproca estraneità, quando non è di volonteroso asservimento.  

leuzzi@antiit.eu

L’amore lampo nella guerra

L’innamoramento di un conte cinquantenne richiamato in guerra, con una bella sconosciuta, dalla quale è separato dagli eventi al momento del compimento. Inframezzato da considerazioni sulla vita, la morte, le gambe delle donne, il sogno, lo spiritismo, la vertigine. Ma col lieto fine: la guerra scoppia, il conte tenente la conclude presto, subito ferito, con un’altra bella sconosciuta, che è la vera innamorata di prima. Un’esercitazione, questo romanzo più famoso di Lernet-Holenia, su realtà “altre”, e tuttavia scorrevole, non di genere: fantasy e cronaca mescola con misura, con sapienza - è l’arte in cui eccelleva il “maestro” di Lernet-Holenia, Leo Perutz.
È la cronaca dell’attacco del 1939, contro “l’infelice, vinta, distrutta, Polonia”, per una suspense e una sorpresa finale del tutto gratuita eppure pratica, realistica. Il latinista e italianista Lernet-Holenia sa come far giocare i dislivelli tra cronaca, passione o infatuazione, e uso di mondo, con la piccola morale o semiologia quotidiana (vita, morte, gioco, amori, stivali, cavalli). In un racconto realistico metafisico, tra destino e azione, sogno e realtà, e identità falsate – rubate, artefatte, disorientate.  
Tra battute e pensose riflessioni. “Non ci sarebbe nulla di più sconfortante di una donna per bene”. “Non è che a tutti i costi debba mettere in pratica le sue potenzialità, però deve averle”. Molto latino, anche di mezza pagina, non tradotto. Per una vicenda in larga parte autobiografica.  Come il suo tenente Wallmoden anche Lernet-Holenia, rientrato a Vienna da un lungo viaggio, viene subito mobilitato, partecipa all’invasione della Polonia, al secondo giorno di guerra è ferito e smobilitato, e finisce in una villa abbandonata con una bella sconosciuta, che sarà, in circostanze di poco mutate, la sua moglie.  
Lernet-Holenia è portato a esempio della “emigrazione interna” nel Terzo Reich, degli intellettuali che si opponevano nell’intimo. Ma si può dire un caso unico, perlomeno in Austria. Né qualificante: “Marte in Ariete” fu sequestrato dopo la pubblicazione, come romanzo di guerra non patriottico, ma l’autore, rivedibile al servizio militare, visse per tutta la guerra comodamente imboscato a Berlino, e anzi ricco, di sceneggiature e film. 
L’amore nella guerra lampo, o l’amore lampo nella guerra, Lernet-Holenia ci avrebbe resistito? Ma sui fantasmi ci sa fare.
Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete

domenica 16 aprile 2017

Problemi di base papali - 322

spock

Il papa è depresso o ci fa?

O è sempre Moretti, la chiesa si conforma?

Moretti di “Habemus papam”, o quello del “mi si nota di più se”?

Che dice il concilio di un papa depresso?

Venne Cristo per i carcerati e i barboni, per gli altri?

Perché la resistenza in Vaticano è reazionaria? In reazione a cosa?

Perché la carità andrebbe a spese della speranza?

E della fede?

spock@antiit.eu

La storia che non si fa dell’infamia

Si ricorda Pasternak perché gli eredi hanno reso pubbliche foto e film dei funerali. Non si può non evocarne per l’occasione la morte.
La notizia del decesso fu data a carattere minuti, un necrologio tra i tanti, sulla “Literaturnaya Gazeta”, in stile burocratico, dalla cassa mutua degli scrittori. Ciononostante ci fu folla a Peredelkino, il villaggio per artisti dove Pasternak viveva, per il funerale. E molto lavoro per i tanti agenti segreti e poliziotti.
Passati due mesi, Olga-Lara fu arrestata. Altri due mesi, e fu arrestata Irina Pasternak, la figlia. Olga, la protagonista di “Živago”, fu condannata a otto anni di prigione.
Una storia che non si fa. Di infamie senza fine.

Lingua di legno e Muro dei media

Un convoglio di settantacinque bus e venti ambulanze, un carico di cinquemila sciiti, in attesa da 24 ore a un posto di blocco di Al Qaeda (dovevano rientrare nei loro quartieri, ai sensi di una tregua stipulata dalla stessa Al Qaeda), è attaccato con un pick-up imbottito di esplosivo. I morti contati sono 126, molti operatori umanitari, i feriti alcune centinaia- Una strage, “di cui ancora non si riesce ad accertare la responsabilità” (“Sole-24 Ore”).
Il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un si riarma nuclearmente, con missili intercontinentali. Trump reagisce mandando la flotta, dopo che Obama per otto anni ha fatto finta di nulla. “Trump manda le navi ma non ha una strategia. Contro Pyongyang servono russi e cinesi”(“Corriere della sera”). Che sono quelli che hanno dato alla Corea del Nord, un paese fatto di niente, tecnologia e materiali per l’atomica e per i missili intercontinentali. Gratuitamente. Contravvenendo anche alla sanzioni internazionali imposte in sede Onu, col consenso di Russia e Cina, alla Corea del Nord.
Kim Jong-Un, un giovanotto di 33 anni, è diventato dittatore in Corea del Nord a 26 anni per diritto familiare, una dinastia stabilita dal nonno Kim Il-Sung. È un buffoncelo, con i suoi missili di cartapesta. Ma è un comunista duro e puro. Liquidatore di molti, compresi i familiari. Spende tutto in armamento atomico dichiaratamente per distruggere la Corea del Sud e gli Stati Uniti. Ma neanche questo si può sapere. Il Muro non è mai caduto in Italia, non nei media: la lingua di legno è inconvertibile.

L’amore, anche a letto, è sacrificio di sé

Nel romanzo di ambiente isolano, che la scrittrice sarda Milena Agus ha pubblicato nel 2006, traslato in Provenza, Garcia innesta una storia di amour fou. La follia della donna sola e ribelle del romanzo viene avvolta in una storia di amore isterico, dal quale ricaverà un figlio, che si costruisce nel sanatorio dove è ricoverata per una calcolosi. Un amore di cui vivrà per molti lunghi anni, venti o poco meno: non disfa la valigia uscendo dal sanatorio, aspettando un cenno per ricongiungersi con l’amato, e gli scrive appassionate lettere. Interviene poi risolutore un meccanismo di sliding doors, e sapremo che in realtà la notte d’amore furibondo, dopo tanti anni di frigidità, che la fa sognare l’ha avuta col marito.
Il marito è d’occasione: un manovale trovato dalla madre non amata, muto più che ciarliero, col quale la folle d’amore ha stipulato un matrimonio in bianco. Sarà lui a liberarla dalla follia, rivelandosi  saggio e innamorato – “volevo che tu vivessi”.
Una storia non facile. Cui tuttavia gli attori, specie le parti femminili, Marion Cotillard in testa, danno scorrevolezza.
In tempo di femminicidi, una storia diversa. Diversa da quella di Agus anche per un non velato antifemminismo – o di un femminismo della diversità, non omofobo.
Nicole Garcia, Mal di pietre