domenica 13 settembre 2026
Quando il terrorismo è una forma di guerra
Salman Rushdie è andato al processo contro Hedi Matar, il terrorista islamico cha ha provato ad assassinarlo quattro anni fa, e ne ha ricavato questa impressione, confida a Viviana Mazza su “La Lettura”: “Sembrava un cretino. Teneva gli occhi abbassati e prendeva appunti”.
All'ultimo respiro - un giorno in ospedale
Un’infermiera
seguita passo passo nel suo turno quotidiano (diurno) in un ospedale cantonale
(non grande cioè, ma dall’intensa attività) svizzero. Con alti e bassi, la
paziente che sta meglio di tutti, di umore e di fisico, con la quale è anche
possibile farsi una cantatina, che poi muore, o il paziente che a sette o otto
giorni dal ricovero ancora non è stato visitato dal dottore (che è una dottoressa,
arcgna) e si “autodimette”. Niente di che, giusto lo svolgimento delle normali
pratiche. Che però richiedono, anche le più semplici, complicate procedure –
anche soltanto aprire una scatola richiede sterilizzazioni, guanti, annotazioni,
eccetera.
Il film si propone
come di denuncia sociale, con la chiosa finale che anche nella ricca Svizzera
gli infermieri sono troppo pochi e tropo sfruttati. Ma su questi movimenti
rituali, frenetici, più che sul “caso”, cioè sull’ordinarietà della cura ospedaliera,
Volpe costruisce un meccanismo che inchioda – senza porre mente alla neutralità
del gesto, dell’evento. Un piccolo miracolo: si segue la vita ordinaria dell’infermiera
– che però è la bravissima Leonie Benesch, l’amburghese de “Il nastro bianco”, “La
sala professori”, “Lezioni di persiano” - come il Godard di “Fino all’ultimo respiro”.
Petra Volpe, L’ultimo
turno, Sky Cinema, Now
sabato 12 settembre 2026
Fondamenta fragili dell’Occidente in Medio Oriente
Gli Huthi, una tribù sciita yemenita,
che tengono testa all’armatissima Arabia Saudita, 35 o 40 milioni di abitanti, completa di cacciabombardieri,
da undici anni, e ora la sopravanzano, chiudendole il mar Rosso, epitomizzano
la fragilità delle fondamenta dell’Europa, e quindi dell’Occidente, basate
sugli idrocarburi della regione.
Gli Huthi (ri)propongono il problema di
cosa è terrorismo e cosa nazionalismo. E, meno in astratto, evidenziano le
fragilità del pilastro mediorientale dell’Occidente: le petromonarchie.
Queste fragilità sono un fatto, a cui
non si pone mente (all’evidenza solo negli Stati Uniti, per i quali non sono però
un fattore di crisi), ma ben visibile dietro la rutilanza con cui le petromonarchie
si sono ricoperte da mezzo secolo in qua, dalla triplicazione del prezzo del
petrolio nel 1973. Erano economie nomadi, pastorizia e contrabbando, con
qualche royalty petrolifera, si sono trasformate in Disneyland formato
gigante, inermi. Dai vecchi capi-tribù passando ai manager finanziari. Anche
accorti. Ma indifesi, e indifendibili. Tutti senza eccezione: Arabia Saudita,
Kuwait, Abu Dhabi, Dubai, Qatar, Bahrein, Oman.
Le petromonarchie si sono dotate di grattacieli,
marine, porti, aeroporti intercontinentali, fontane colorate e giardini lussureggianti
nel deserto, e hanno pagato il radicalismo islamico per risparmiarle, ma sono rimaste politicamente quello che erano: Stati patrimoniali,
volendo adottare la terminologia classica, di Max Weber. Ossia possedimenti
familiari, tribali. Di famiglie allargate alle varie tribù ma dietro le quali non
c’è nulla: non uno Stato - forze armate, giustizia, amministrazione, rappresentanza
politica, le “istituzioni”. Hanno tutto questo ma fittizio. E in guerra non
possono schierare un solo armato - uno vero, che combatta.
Cronache dell’altro mondo – pedofile (425)
Malgrado la multa milionaria per non avere protetto i ragazzi dall’uso
dei suoi social, Meta ha pubblicato ad agosto decine di annunci contenenti
materiale esplicito di abusi sessuali su minori generati dall’intelligenza artificiale.
Nonché immagini di minori accompagnate da dichiarazioni sessualmente suggestive.
Dopo la denuncia di “Wired” Meta ha eliminato circa 50 di questi annunci
da Facebook, Instagram e Threads. E afferma di aver implementato uno strumento
di intelligenza artificiale progettato per rilevare e bloccare tali annunci. Ma
in questa setimana sono stati rilevati centinaia di altri annunci di natura
simile.
Alcuni annunci, inclusi contenuti che ritraevano scene pornografiche con
minori, erano identici a quelli rimossi da Meta dopo la segnalazione iniziale
di “Wired”. Inoltre, è stato possibile identificare immagini di minori reali
tra i contenuti espliciti.
(“Wired”)
Se femmina è maschio
Un film del genere
teen, giovanilistico, con linguaggio svelto e intenso, nelle immagini e
nel parlato, nel ritmo. Un piccolo capolavoro filmico che Samani ha ricavato da
un racconto di Stuparich vecchio quasi di un secolo - che ha probabilmente accelerato,
al ritmo del tempo più che dell’età dei protagonisti, comunque irriflessivi.
Un racconto dell’adolescenza.
Un’adolescenza iconica: incerta e avventurosa, tradizionale e curiosa, e
veloce, tra lezioni, un poco, basket, bevute, fumate, un po’ di disco, niente
fanatismi, e bighellonaggi, tra Barcola e San Giusto, o il Revoltella. Di
maschi che non si fanno ombra di una femmina. Finché il maschilismo non irrompe
con la gelosia - l’appropriazione di un rapporto amichevole.
Un racconto di
genere? Il cameratismo al maschile ha la corda corta? Al fondo, il senso è
questo, di ruoli invertiti rispetto ai tradizionali maschile e femminile. Frederika,
svedese, che per semplificare si farà chiamare Fred, a Trieste col padre ingegnere
che vi è stato comandato dalla ditta, viene iscritta all’ultimo anno dell’Itis “Marie
Curie” – il racconto non è storico, è contemporaneo (e il “Marie Curie” un
omaggio alla coproduzione italo-francese - un ritorno al passato, che fu ricco
di molti buoni prodotti?) - in una sezione di soli maschi. Curiosità, dispetti,
e infine cameratismo, Fred si ritrova adottata da un gruppetto. Sbronze, fumo, passeggiate,
notti e giorni senza respiro. Con qualche turba e molta spensieratezza. Anche
se le idee sono confuse – solo Fred le ha chiare: farà architettura a Firenze. Ma
niente nodi, è l’età che vagheggia. Finché sull’amicizia non fa aggio la
gelosia. Fred, colpita ale spalle, ne uscirà vittoriosa, gli altri no, ma non c’è
una morale, non pesa.
Sotto un titolo
anonimo un racconto a forte personalità. Della regista e della interprete,
Stella Wendick, esordiente di enorme professionalità – scelta a Stoccolma, pare,
in audizione fra gli allievi di una scuola di recitazione ma già padrona, dello
schermo come del maschilismo, di Trieste, e perfino del triestino. Unico
inconveniente i novanta minuti di sottotitoli, poiché il parlato è l'inglese per interiezioni e un
triestino incomprensibile, l’uno più sintetico dell’altro, che scappano via a
velocità ultrasonica.
Laura Samani, Un
anno di scuola, Sky Cinema, Now
venerdì 11 settembre 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (642)
Giuseppe Leuzzi
Trovandosi sull’Aspromonte nell’estate 1971 o 1972, il
trekker scozzese James Maurice Scott va a pagare i suoi omaggi al “cippo
Garibaldi”. E lo trova “un campo di battaglia”: “jeep piene di carabinieri
armati dappertutto....”, e “un quartier generale con le antenne radio e tutto
il resto, mentre un elicottero ci girava intorno. Ero l’unico disarmato e non
in uniforme per diverse miglia”. Discreto, forse impaurito, Scott non chiede e
si eclissa. Ma la curiosità lo morde. Finché “un amico italiano che aveva letto
qualcosa al riguardo sul giornale” non gli svela il mistero: una soffiata diceva
che le mafie siciliana e calabrese avrebbero tenuto un summit sull’Aspromonte,
e i carabinieri si preparavano a “catturarli tutti”. Ma ala fine “non venne
preso nessuno”.
Se la frutta è meglio insapore
Un affascinante atlante grafico della produzione
regionale di frutta in Italia, approntato da “La Lettura” domenica 6 - a
corredo di considerazioni estetico-commerciali sul “tesoro italiano” che “sfida
la spinta all’omologazione” - che suddivide la produzione a macchie di colore
per macro-regioni, giallo per il Sud-Isole, verde per il Nord e pisello per il
Centro, dà il giallo preponderante – illuminante, come un grande sole.
È meridionale la produzione (recente) di frutta
tropicale, avocado e banana (il mango e la chirimoia-annona si possono
aggiungere). E quella naturalmente del fico d’India. Quasi tutta meridionale
(minime quantità per il Nord e per il Centro) quella di nespole (del Giappone e
comuni) e di fichi. Per tre quarti meridionali quella di pesche e albicocche,
ciliegie, melograni, mele cotogne. A metà meridionali la produzione di
nocipesche (nettarine) e prugne. E cachi. Ridotta la quota per le pere e per i,
kivi, sul 15-20 per cento. Ridottissima per le mele - quasi tutta la produzione
è al Nord.
Naturalmente non ci sono gli agrumi, che poi sono la frutta
di quasi metà dell’anno, che sono solo meridionali.
Si penserebbe tanta
abbondanza una rendita naturale. Rivalutata negli anni post-covid, con i prezzi dal fruttivendolo
raddoppiati. Di cui la maggiore incidenza del Sud, sempre in questo ultimo quinquennio, sul magro
incremento del pil nazionale potrebbe essere il segno.
Dunque, l’economia
meridionale ha una piccola leva, seppure di carattere naturalistico – o “primario”, come quelle
economie monoculturali, specializzate in produzioni primarie, di caffè, cacao, rame, carbone, petrolio
eccetera. Ma sempre è che tutte le produzioni di frutta, gli agrumi compresi, trovano il
cartiglio “Spagna” privilegiato, regolarmente, alla distribuzione: nei supermercati, in tutte le
catene, e anche dal fruttivendolo. Sebbene insapore.
Per antipatia verso il Sud?
È possibile. Di sicuro la mediazione (distribuzione, promozione) non è meridionale, è romagnola,
lombarda, fino a qualche tempo fa veneziana, e fa aggio sulla produzione e sulla qualità - e sulla
propaganda governativa del made in Italy. Su quella meridionale evidentemente con più
facilità, perché con maggiori “margini” commerciali – ce n’è per tutti.
Il leghismo viene dall’unità
James Maurice Scott, che ha voluto rifare nella terza
età per la seconda o terza volta nel 1971-1972 l’Appenino a piedi (ricavandone
un voluminoso resoconto, “A Walk among the Appennines”, pp. 1.000), pubblicato a
Londra l’1 gennaio 1973, è sorpreso in Calabria, oltre che dai carabinieri che
aspettavano i mafiosi siculo-calabresi al Cippo Garibaldi, dalla conversazione,
nell’albergo di un paese dell’Aspromonte, forse Delianuova forse Gambarie, intercorsa
con una coppia di torinesi.
Una conversazione
disimpegnata. Ma subito virata, senza nemmeno cattiveria, sullo spiacevole. “Raccontai loro che ero
stato trattato bene in Calabria. L’uomo mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono
falsi, pigri, disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”.
Era il Natale del 1971. Il
leghismo sboccerà, al cuore di Milano, la circoscrizione Milano 1, dei ricchi e intellettuali,
vent’anni dopo, ma era già nell’aria. È nell’unità d’Italia.
Compresa l’acquiescenza del Sud, che
anch’essa viene da lontano – dagli stessi patrioti del Sud che fecero l’unità, Crispi, Zanardelli,
etc..
Scott ne rileva il pattern subito
dopo, lo schema mentale, col Sud impersonato dal muto cameriere al ristorante: “Un meridionale sin
dalla cima dei capelli nero corvino fino alla punta dei piccoli piedi, rimase immobile vicino
tavolo, con l’aria offesa ma senza proferire parola”.
La battaglia di Seminara
La storia guarda all’indietro, nella figurazione ultima, dell’ultima
riflessione, di Walter Benjamin. Ma soprattutto, tropo spesso, la storia va all’indietro
– è la storia della decadenza, che sembra difficile fare (Santo Mazzarino ci si
è provato, dopo Gibbons, e pochi altri).
Capita di aggirarsi per Seminara, un borgo che tenta di tenersi in vita
con la produzione tradizionale delle ceramiche, ma in una atmosfera di
stanchezza, e quasi di abbandono. Unica gloria reclamabile, non reclamata, per stanchezza?, aver dato i natali ai genitori di Gianni Infantino. Borgo alle pendici dell’Aspromonte in Calabria,
nelle cronache storiche per molti aspetti, i monaci greci, basiliani, che tramandarono
molti classici, i due frati, Barlaam e Leonzio, che insegnarono il greco a
Petrarca e Boccaccio, le terracotta certo, qualche faida, famosa nella storia moderna
a lungo per la battaglia che prende il suo nome, la Battaglia di Seminara, dove
si decise il futuro del Sud. Niente di meno.
Organizzata dal
castello aragonese di Gerace, vide gli aragonesi, poi spagnoli, impegnati nella
ennesima ma decisiva battaglia, dove si sarebbe fatto uso per la prima volta di cannoni il 21aprile 1503 (di “battaglie di Seminara” un’altra
è ricordata, nel 1495, sempre tra francesi e aragonesi, poi spagnoli, sempre per
questioni dinastiche, ma quella decisiva è la successiva) contro i francesi che
da tempo rivendicavano la potestà sul regno, e massimamente dopo la discesa di
Carlo VIII, di funesto ricordo, nel 1498. I francesi vi furono sconfitti, e il
Regno di Napoli fu spagnolo, dal 1504 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si
autonomizzarono.
In epoca moderna la
città sarà poi feudo degli Spinelli, banchieri genovesi a cui la vicereggenza
di Napoli la cadette in cambio di crediti non onorati. Ma ancora al tempo di
Carlo V, di ritorno dalla spedizione vittoriosa in Tunisia contro i barbareschi,
l’imperatore sui cui possedimenti non tramontava mai il sole, vi ebbe un
celebrato trionfo, organizzato da Carlo Spinelli, il primo duca, il 3 novembre 1535
– una cerimonia che ora si prova a resuscitare ogni paio d’anni, mestamente,
con le coperte alle finestre come per le processioni, e falsi costumi d'epoca.
Cronache della differenza: Calabria
Il ponte sul Savuto, a Nocera Terinese, sul vecchio
percorso della SS 18, che portava a Roma, è ricostruito, dopo vent’anni
dall’alluvione. Una campata bassa, lunga una trentina di metri. E, ma allora,
per il Ponte sullo Stretto?
“La regione più autunnale d’Italia, dove certo
fioriscono anche i limoni, ma dominano gli ulivi, i castagni, la quercia e il ne,
anche se bastano venti muniti di camino per scendere dalla Montagna al mare e
ritrovare la palma, il banano, l’aloe e la magnolia” – Marina Valensise, “Il
sole sorge a Sud”.
A un certo punto il geologo “prussiano” Gerhard von Rath, nel suo giro
della Calabra nel 1871, si sorprende di quanti pensatori geniali vi sono nati
o vi hanno operato: Pitagora naturalmente, e Cassiodoro, Tommaso Campanella, e
pure Tommaso d’Aquino, che vi è nato. E ne tralascia alcuni, Gioacchino da
Fiore, Telesio.
Nessun cenno, nel roboante plebiscito per il candidato sindaco di
destra alle amministrative a Reggio, alla deficitaria, assenteista, incapace
gestione del sindaco uscente Falcomatà. Eletto per due volte in memoria del padre,
che era stato un buon sindaco. Digiuno di materia amministrativa, al punto da
essere stato a lungo commissariato. Inerte sulle cose da fare: la città ha le stesse
buche, allo stesso posto, da dieci anni. Ma inamovibile: era stato messo lì da
Renzi, dal vertice Pd, e quindi incontestabile.
È inimmaginabile l’abbandono della provincia, oltre che della città. La
provincia di Reggio, un tempo la più ricca e ammodernata della Calabria, sembra
ora una terra abbandonata: sporca, senza acqua, senza strade, sempre franate, perfino
senza segnaletica (agli incroci bisogna girare a memoria). Altro che storia,
se non di decadenza.
Vi si trova un’isola
linguistica occitana, a Guardia Piemontese, del francese d’oc. Che in
Italia si parla in aree finitime alla Savoia, nel cuneese, la Piccola Occitania
d’Italia. Vi trovarono rifugio a partire dal Trecento i valdesi, per sfuggire alle
persecuzioni dei papi avignonesi. Benché in odore di eresia (il 5 giugno del
1561 l’Inquisizione li volle impiccati, esposti sulle strade pubbliche, rei di eresia).
La regione Calabria è molto diversificata, ma ha diffusa e comune una religiosità
sempre accesa.
“Europa e Calabria”, bel titolo dei quotidiani “QN”
(“Nazione”, “Carlino", “Giorno”, mezza Italia) per lo studio dei fondali marini.
Per archeologia subacquea non solo, anche per il sicuro tesoro biologico. E chi
può criticarlo? È un progetto dell’Università della Calabria, facoltà d’Ingegneria
– che Bruxelles ha deciso di finanziare.
Tesoro è una parola chiave nella regione. Peccato che analoga
iniziativa una decina d’anni fa, per la creazione di cinque cinue o sei cinqune o sei parchi marini,
per la protezione e lo sviluppo della biologia subacquea, flora e fauna,
nessuno abbia più saputo niente.
La comunità grecanica, in Calabria (tra Pentedattilo e
Bova) e in Salento, è la più piccola fra le minoranze tutelate in Italia, con
appena 12 mila parlanti - il dato si deduce dall’atlante delle minoranze linguistiche
costruito da Carlo Vulpio su “La Lettura” il 9 agosto. Meno dei tabarchini, che
abitano un’isola della Sardegna, S an Pietro, non gande. Quanto basta per
un’illusione – la discendenza greca? E per un uso inutile dei fondi europei alle
minoranze: targhe stradali con doppio alfabeto che nessuno sa leggere, e corsi
di greco alle primarie che nessuno frequenta.
“James Talarico, una «favola»
calabrese alla Casa Bianca”, Maria Mancuso può titolare la sua column
sul “Giornale di Calabria”. Di una candidatura al Senato in Texas, che potrebbe
preludere alla nomination Democratica per le presidenziali del 2028. Una
carriera razzo. Grazie alla religiosità, che caratterizza la sua campagna
elettorale. Fattore primo del suo successo nei sondaggi (e nella raccolta fondi). Che Talarico, educato in seminario per risparmio, eredita dalla
famiglia calabrese, arguisce Mancuso. Mariologi o mafiosi?
leuzzi@antiit.eu
Esercitazioni in bello stile sull'11 settembre
C’è tutto, nei due
fascicoli con cui il “Corriere della sera” ha voluto ricordare come già 25 anni
fa era ridiventato il primo e più ambito giornale italiano, con le migliori firme.
C’è l’eco dell’11 settembre, dei cui 25 anni la ripubblicazione di Fallaci e
Terzani avrebbe dovuto essere testimonianza. In parte. Soprattutto ci sono due
Grandi Giornalisti in cattedra, entrambi fiorentini, entrambi quindi non c’è
altri che me. E scrittori, più o meno di lettura gradevole. Ma su un evento tanto
“storico” quanto inspiegato, di cui non si occupano di dirci nulla.
Inspiegato d’altronde,
sia detto tra le celebrazioni, l’11 settembre resta tuttora. Non si è fatto un
processo, non lo si chiede nemmeno. Anche se non fu opera di un gruppuscolo, di
fanatici. Non ci si impossessa in volo di quattro aerei di linea e si portano i
macchinoni su un punto preciso, un obiettivo piccolo, tutti “sensibili”, in
ambiente affollato, senza un addestramento di molte ore e molti mezzi. Uno dei
quattro, quello che doveva distruggere la Casa Bianca, non ce l’a fatta solo
per un difetto di sincronizzazioe, un errore nel timing.
Il primo fascicolo ripropone la sfuriata famosa di Fallaci contro islam e mussulmani, "La rabbia e l'orgoglio", e di Terzani dieci giorni dopo l'invito alla misericordia, "San Francesco e il Sultano" - o meglio alla tolleranza, il titolo esatto è "Il Sultano e San Francesco". Il secondo contiene quattro corrispondenze di Terzani dall'Afghanistan bombardato e poi invaso, e un'altra perorazione anti-mussulmana di Fallaci qualche anno dopo, 2005 "Il nemico che trattiamo da amico".
Terzani fa ancora il giornalista. Sul Pakistan tutto schierato con gli Usa (faciliterà l'eliminazione di Bin Laden - invece della cattura), ma "nel fondo estremamente ambiguo". O raffrontando l'albagia delle parrocchie di Firenze, dove si trovava casualmente, la domenica dopo l'11 settembre con le moschee, che "ogni venerdì tuonato, a volte delirando, ma con ciò legano i fedeli" - senza fare la tara del fanatismo. Mentre degli Usa descrive l'ospedale afghano, povero, bombardato per "un errore del computer". E si chiede, 2001, venticinque anni prima della guerra all'Iran: "Vogliamo anche noi partecipare alle uccisioni di stile israeliano di tutti quelli che la Cia deciderà?"
La cosa migliore dei fascicoli sono le due paginette introduttive di Ferruccio de Bortoli, direttore del quotidiano all'epoca, che vi tratteggia i caratteri e le bozze delle due Grandi Firme.
Oriana Fallaci-Tiziano Terzani, Il confronto, "Corriere della sera", pp. 61 + pp. 62, gratuiti col quotidiano
giovedì 10 settembre 2026
Merkel s’è mangiata la rendita, Germania (e Ue) a nudo
Molto sdegno e nessuna analisi, se non
di maniera, per il trionfo dell’estrema destra tedesca nella Sassonia-Anhalt.
Grande vittoria in un piccolo Land. Ma è anche vero che non viene per caso
o all’improvviso, è il culmine di un’ascesa politica ben annunciata: in soli
quindici anni, quindi eccezionale, fino al 27-28 per cento dell’opinione nazionale.
Chi ci prova a spiegarlo, oggi Mario Monti sul “Corriere dela sera”, arretra di
fronte al nome sacro di Merkel. Mentre la verità semplice è questa, che i quindici
anni trionfali di Merkel, all’insegna dell’egemonia tedesca (crisi bancaria, crisi
del debito, Ucraina, immigrazione, gas), hanno prodotto o moltiplicato i nazionalismi: Merkel
rideva anche della Francia, oltre che dell’Italia, governando con i “no” l’Europa,
o altrimenti con il troppo poco troppo tardi. Forte di una Germania che cinque
anni prima di lei, al tornante del millennio, era la malata d’Europa, con 5 milioni
di disoccupati, effetto della globalizzazione. E la verità, dietro la vittoria di Afd, è che ora torna a esserlo - dopo che
Merkel si è potuta giovare nei sui quindici anni delle leggi Hartz 2003-2005. Di un governo socialista, anche se se le fece disegnare da una commissione di “esperti”, che un Peter Hartz, manager
Volkswagen, presiedeva: praticamente la liberalizzazione del mercato del lavoro, per contrastare la globalizzazione-delocalizzazione. E che ora paga per questo - un partito socialista forte di 150 anni praticamente sparito.
Ora la stessa Germania si ribella a se
stessa. È come se. Perché la rendita dei quattro decreti Hartz non basta più e
bisogna intaccare il capitale. Spariti i socialisti, in via di sparizione i democristiani, altre politiche bisogna cercare.
In Germania come già in Europa. La produzione
ristagna, il reddito reale si riduce, e si minacciano guerre non si sa perché. Perché il voto dovrebbe essere entusiasta invece
che risentito?
L'ultima scoperta della Calabria, mezzo secolo fa
“Le gole calcaree
dell’Appennino sono un vero inferno”, è l’esordio, trovandosi ad attraversare il
massiccio del Pollino per finire il viaggio in Calabria: “Ti pare di vedere un pendio ininterrotto e
quando hai deciso di percorrerlo ti trovi la strada sbarrata da una gorgia di
300 metri, scavata da qualche misero torrentello”.
Scott, vecchia razza imperiale britannica, nato in Egitto, addestrato militarmente,
parte a 27 anni della spedizione britannica sull’Everest del 1933, è l’ultimo viaggiatore
a piedi per l’Appennino, di cui ha posto per primo nel 1973, alla seconda o
terza rivisitazione, il problema dell’abbandono oltre mezzo secolo fa – ultimo prima
di Rumiz, che però ha fatto uso di bici e 500.
Questo suo è l’ultimo,
probabilmente, più dettagliato, e veritiero al riscontro dell’esperienza (e
dell’introduzione di Francesco Bevilacqua, probabilmente il miglior scrittore vivente
di Calabria, nonché camminatore italiano dell’Appennino – forse anche lui dietro
a Rumiz, che però fa uso di bici e 500), racconto di viaggio fra i tanti in
Calabria. Alla pari, per insight e aneddotica, dei classici della scoperta
a piedi della regione, Craufurd Tait Ramage, 1828, Edward Lear, 1847, e Norman Douglas, 1914, tutti britannici. Malgrado la brevità. L’edizione
scorpora una cinquantina di pagine, le ultime, delle mille che compongono il racconto
del trekking-ricognizione di Scott, compiuto tra il 1971 e il 1972, a 65
anni, rigorosamente a piedi – il racconto, “A Walk along the Appennines”, mille
pagine a stampa, fu pubblicato con la data dell’1 gennaio 1973. Resocontando,
raccontando in verità, il passaggio attraverso Pollino, Sila, Serre, e Aspromonte.
Qui termina con la
“spuntata” all’alba, dopo una risalita di tre-quattro ore alla luce della luna,
l’alba sui “tre mari”. Che sono due in realtà, Ionio e Tirreno, ma dalla cuspide
del Montalto si vedono attorniare il piedone d’Italia nei giorni di chiarore,
con varie luminescenze: “Camminai su e giù, tremando dal freddo e attendendo l’alba”,
come tutti, “ma finalmente arrivò l’aurora, quando il sole sorge alle spalle”, volendo
voltagliele per guardare l’animato Tirreno, nella fantasmagoria mobile dello
spettro, “e le piccole isole di Lipari emergono cristalline, visibili nitidamente
per un attimo soltanto”, fenomeno di rifrangenza, mentre “tre vulcani” lentamente
emergono, Etna, Vulcano, Stromboli.
Una
viaggio-perlustrazione non disperante, di un mondo ancora vivo, non abbandonato.
Con una sintetica ma definitiva (argomentata) perorazione: “La Sila va considerata
parte degli Appennini” – “l’altipiano è decisamente alto per un territorio così
esteso. L’altezza media di quest’area di 1.200 miglia quadrate è di oltre quattromila
piedi”, ma è ben dentro l’Appennino. Con molti “personaggi” a tutto tondo, seppure
poco “appenninici” e per cenni: il ragazzo tra gli alti ulivi nella Piana di Gioia
Tauro che lo rinvia al fauno, o alla ninfa dei boschi, i boschi viventi per luci
e suoni di alti ulivi della stessa Piana, il compianto al balcone della donna cui
è appena morto il marito, la giunonica ostessa di Serra San Bruno, subito burbera
con lo straniero incomprensibile e subito poi intenerita alle lacrime, quando scopre
che può liberamente lamentare la sua vita.
E con qualcosa di
più pur nella rapidità. Nella nostra Delianuova, il paese più alto dell’Aspromonte,
commenta un’immagine sbiadita ma non cancellata di Mussolini su un muro con un:
“Non sono (i calabresi, n.d.r.) più fascisti di quanto lo siano nel resto d’Italia,
ma non credo che la Calabria avrebbe impiccato un uomo e la sua amante a testa
in giù come ha fatto l’illuminato Nord” (che lo aveva portato al potere, n.d.r.,
sottinteso) - “e non parlo certo di politica ma solo di buone maniere”. Per snidare
subito dopo in albergo, a Delianuova? a Gambarie?, “una giovane coppia di Torino”
con cui conversare: “Raccontai loro che ero stato trattato bene in Calabria. L’uomo
mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono falsi, pigri,
disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”. Il leghismo
sboccerà vent’anni dopo, ma era già nell’aria – è nell’unità d’Italia. Scott rileva
il pattern, lo schema mentale, subito dopo, col Sud muto cameriere, “un meridionale
sin dalla cima dei capelli…. Rimase immobile vicino al tavolo, con l’aria offesa
ma senza proferire parola”.
James Maurice Scott,
Sull’Appennino calabrese, Rubbettino, pp. 75, ril,. ill. € 7,90
mercoledì 9 settembre 2026
Il mondo com'è (500)
astolfo
Bafometto – Houellebecq, “Annientare”, pp. 427 segg., ne fa – ne fa fare a uno
specialista dei servizi segreti, che denomina Delano Durand – una biografia
quasi storica, fuori dalle dicerie che lo accompagnano, si accompagnano alla
parola: “Se vogliamo giocarcela pesante, direi che il nome data dal Medio Evo, e
che probabilmente è una deformazione di Maometto. Lo si ritrova per la prima
volta in una lettera di Anselmo di Ribemont, compagno di Goffredo di Buglione,
del 1089, in cui racconta l’assedio di Antiochia. Per i cavalieri cristiani del
Medio Evo i mussulmani non erano altro che adoratori del diavolo…. In breve, c’è
che Bafometto è stato in seguito adorato dai Templari, è d’altronde una delle
principali cause della distruzione
dell’ordine del Tempio, prima di essere rireso dai massoni di rito
scozzese, e in questo momento è molto popolare nei gruppi Extreme Metal e Death
Metal, principalmente norvegesi, è una vera star in quegli ambienti lì. Il
personaggio è piuttosto ambiguo, ha una testa di capro, ed è barbuto, ma nello
stesso tempo ha seni di donna”.
L’ultimo raccontato, e il più conosciuto, quello di Pierre Klossowski, è
un misto di magia e erotismo, trascendenza e perversione – dedicato a Michel
Foucault, opera del 1965 (ma wikipedia vuole he “la sua figura” aleggi “costantemente
nel romanzo ‘Il pendolo di Foucault’”, di U. Eco, 1988). Pierre Klossowski,
il fratello maggiore del più noto Balthus, Balthasar Klossowski, curava molto
questo modo di essere, del mistero, teatrale, che appariva ai concerti di Santa
Cecilia, tra 1969 e 1970, quando era all’Institut francese a Roma, in ampio tabarro,
cappellone a larga falda e occhiali scuri, in piedi su una qualche tribuna – la
sua opera, di cui “Il bafometto” considera il compimento, Deleuze dice “unità
di teologia e pornografìa... qualcosa che chiamerei pornologia superiore”.
Church of Euthanasia – La Chiesa dell’Eutanasia (CoE) è “una religione
e un’organizzazione ecologista radicale (deep ecology)”. Avviata
nel 1992 a Boston, nell’ex New England inglesizzante e puritano dei Padri
Fondatori, da Chris (Christine) Korda, una musicista elettronica e attivista
ambientale, e da Robert Kimberk, “pastore Kim”, si vuole insieme radicale e
tollerante: si è costituita per propagandare le virtù del suicidio. Ma è diventata
presto famosa, quattro anni dopo la nascita, alle elezioni presidenziali del 1996,
per aver e lanciato la candidatura di “Una Bomber”, Theodore Kaczynski – il
“matematico dotatissimo” delle biografie, auotore di una innovativa dimostrazione del “teorema di Wedderburn”, già
professore a Berkeley, che si era isolato in una capanna remota nel Montana,
dove fabbricava bombe artigianali che mandava a personalità a suo avviso implicate
nello sviluppo delle tecnologie (di cui anche lui, come già il filosofo tedesco
Heidegegr, diffidava), facendo nel complesso tre morti e una ventina di feriti,
prima di essere scoperto (condannato all’ergastolo, forse vi è morto).
La “chiesa” si dichiara “una fondazione educativa senza scopo di lucro
dedicata a ripristinare l’equilibrio tra gli esseri umani e le specie rimanenti
sulla Terra”. Da perseguire “attraverso una massiccia riduzione volontaria
della popolazione”.
Korda la vorrebbe “l’unica religione anti-umana al mondo”. All’insegna di
un unico comandamento, “non procreare” - con l’invito “salva il pianeta,
ucciditi”. Basato su quattro “pilastri”: il suicidio (“facoltativo ma
incoraggiato”), l’aboRto (“può essere necessario per evitare la
procreazione”), il cannibalismo (“obbligatorio se insisti a mangiare carne”,
ma solo se qualcuno è già morto) e la sodomia (qualsiasi atto
sessuale non destinato alla procreazione”).
Ad ogni buon conto, la chiesa propaganda la riduzione della popolazione
solo con mezzi volontari – rifiutando specificamente, che non si creino
equivoci, l’assassinio e l’eugenetica come mezzi per favorirla. E promuove l’ambientalismo
più radicale. Attiva sui social, non dà numeri sugli adepti.
Jena – Accanto alla Sassonia-Anhalt
oggi nelle cronache allarmate per avere aperto in Germania la strada all’estrema
destra politica, del partito Alternative fūr Deutschland, c’è la Turingia, che
per prima per la verità ha aperto la porta a Afd, giù due anni fa, col 33 per
cento del voto. E la Turingia è il Land di molta storia tedesca, e della
migliore, Erfurt, Weimar, illustrata da Goethe, e Jena. Da quest’ultima in particolare
– oggi amministrata peraltro da un Thomas Nitzsche, l’“ultimo dei Liberali”, in
Germania specie protetta (sono confluiti tutti in Afd). Che a fine Settcento “con la sua università
realizzò una chimica umana e intellettuale che non ebbe eguali nel resto della
Germania”, Alberto Rollo, appassionato e
narratore (“Le attitudini”) del primo romanticismo su “Robinson”, 6 settembre.
E influenzo al cuore, si può aggiungere, praticamente la indirizzò, la cultura
tedesca nell’Otto e Novecento. “La presenza di Schiller era una calamita
irresistibile per molti giovani”, ricorda Rollo: “Le lezioni accademiche di
Fichte ridisegnarono il ruolo fondamentale della filosofia. L’arrivo dei
fratelli Wilhelm e Friedrich Schlegel, con le rispettive compagne Caroline e
Dorothea, rivoluzionò il clima culturale. Friedrich fu amico di Novalis e tutti
frequentavano i fratelli von Humboldt prima che Alexander, il naturalista,
cominciasse a girare il mondo”. La rivista degli Schlegel, “Athenäum”, “nei due
anni d vita, tra il 1799 e il 1800, riassunse gli entusiasmi e il respiro
filosofico, poetico e scientifico di Jena. Fu un biennio fulminante.
Circoscritta fra Kant e Hegel, fra Schiller e Goethe, la grandezza di ‘Athenäum’
fu quella di un gruppo di anticonformisti che prese le distanze dagli eccessi
della rivoluzione francese e accese la rivoluzione del pensiero, non disgiunta
da quella spirituale e poetica. Era una banda estroversa, che s’aggirava per
strade, taverne, aule, controfilosofando (secondo il loro lessico comune).
C’era tanto erotismo tra quei giovani. Si dice che i figli non riconosciuti
siano stati molti, come gli intrecci amorosi e provocatori in casa Schlegel raccontati
nel romanzo ‘Lucinda’”. Senza dimenticare Schelling, per il quale l’autore di “Lucinde”
sarà lasciato dalla moglie Caroline – per sposare l’irresistibile Schelling.
Una ricostruzione un po’ maschilista, contraria allo spirito del primo romanticismo,
per larga parte influenzato da scrittrici e poetesse, dentro e fuori del
matrimonio. E manca lo spirito di Hölderlin, presenza capitale, del primo, e
del secondo e del terzo romanticismo, che a Tubinga era stato amico fraterno di
Hegel e Schelling. Mentre Novalis, altra presenza capitale a Jena, è solo citato
(della presenza di Novalis si può recuperare ciò che ne scrivemmo vent’anni fa nel
romanzo “La gioia del giorno”: “Novalis,
il poeta dei rapimenti che studiò da ingegnere, lascia freddi. Non per l’ingegneria:
un signore che s’innamora di una dodicenne, la quale a tredici anni s’ammala e
a quindici muore, la morte spesso non è simbolica, è storia indigeribile. Sarà
invidia, forse l’amore bambino soltanto esiste, poi è tattica. Di uno che, con
meno anni, godeva a Jena la compagnia di Schiller, Fichte, Schelling, von
Humboldt, talvolta Goethe”). Novalis, al secolo Friedrich von Hardenberg,
nobile, etereo, fidanzato a una tredicenne, nei cui occhi vedeva riflesso
l’azzurro del cielo, agli stati generali del romanticismo a Jena, da lui
elevati a “comitato di salute pubblica dell’universo”, promosse una gilda di mercanti
abbastanza ricchi da provvedere “ai fini generali della poesia”.
A Jena l’aria secca induceva a bere vino – il comunismo ha poi
dimenticato come si fa, come si fa il vino. Da Lipsia vi si trasferì Leibniz.
Hegel vi inventò la storia, l’anima del mondo” vedendovi a cavallo per le
strade della città, nelle sembianze di Napoleone – che però non era alto di statura.
Nietzsche vi fu tenuto coatto, dal
professor Binswanger inflessibile, benché suonasse il piano (Nietzsche), finché
non morì.
Prende il nome di Jena nelle storie della letteratura il primo
Romanticismo, detto anche “iniziale”. A Jena e fuori Jena, a Berlino e Francoforte, il primo
Romanticismo fu animato anche da scrittrici e poetesse. Da prime attrici, sul
proscenio, e non come figure di recupero. Tra esse eminenti Karoline von Günderrode (1780–1806), e Bettine von Arnim
Brentano, otre a Dorothea Veit Schlegel e Caroline Schlegel-Schelling.
Misasi - “Moro non amava
i giochi enigmistici”, afferma risoluto Bartezzaghi, per fare piazza pulita
delle ipotesi che le lettere di Moro dal carcere nascondessero messaggi
criptati. Un esercizio, ricorda, che Sciascia fece a vuoto. Mentre (almeno) un
indizio evidente c’è: un riferimento a Misasi (per Sismi) come quello che può
aiutare. L’on. Misasi era un Dc cosentino che si faceva crescere in sed e
nazionale per creare un’alternativa alla onnipresenza del socialista Mancini in
Calabria. Schivo, riservato, negli anni di De Mita avrà il suo massimo incarico
come segretario amministrativo della Dc).
Una indicazione
evidente, tanto è incongrua (incongrua la chiave Misasi in senso proprio,
riferita alla persona), che su questo sito avevamo messo in evidenza una
dozzina d’anni fa: “C’è un richiamo incongruo, nelle lettere dal carcere di
Moro, all’onorevole Misasi come uno capace di venire a capo del suo problema.
Misasi, poi con De Mita segretario amministrativo della Dc, era allora un
deputato calabrese, con qualche incarico pregresso di sottosegretario. Il suo
nome era palesemente un anagramma scoperto per il Sismi, il servizio di
controspionaggio militare. Un nome che apriva una pista. Tanto scoperta quanto
rifiutata e anzi in nessun modo praticata”.
Angelina Zampanelli – Benedetto
Croce visse per vent’anni, fino alla morte di lei, molto compianta, con
Angelina Zampanelli, sua amante (oggi si direbbe compagna) e musa. “More uxorio”,
come marito e moglie, anche se attenti a non procreare: nella stessa casa, lei
a titolo di padrona di casa, con gli amici e all’occhio dei conoscenti, insieme
anche nei frequenti viaggi. Angelina aveva 23 anni quando si incontrarono,
Benedetto 27, e già in qualche modo Croce. Era il 1893, e il luogo dell’incontro,
casuale, Salerno. Angelina era di famiglia modesta e di pochi studi, ma “bella,
alta, estroversa, e intelligente”. Romagnola, di Savignano.
Da allora e per
tutta la (sua breve) vita Angelina fu “Donna Nella” (in casa Angelinella) e “la
signora Croce”. Per tutti, conoscenti di Croce, colleghi, giornalisti politici,
frequentatori della casa, e del
pubblico, napoletano e non. Presenza specialmente apprezzata dai frequentatori
abituali di casa Croce, che variamente la citano: Di Giacomo, Giustino
Fortunato, Torraca, l’editore Ricciardi, Roberto Bracco, Michelangelo Schipa.
Seguì Croce nelle
sue varie abitazioni, dapprima a viale Elena, poi a via Atri, e negli ultimi suoi
due anni, dal 1911, a palazzo Filomarino. Viaggiavano anche insieme molto a Parigi,
a Firenze, in lunghe villeggiature in Romagna. “E poi in Abruzzo” - racconta Nello
Ajello , “Solo per amore”, su “la Repubblica” del 22 marzo 1994 – e a Perugia,
a Palermo (in casa dei Gentile), sul lago Maggiore, in Svizzera. Fuori di casa,
Angelina si conferma “vivace”, “fresca”, “allegra”, così come la descriverà più
tardi, rimpiangendola, il filosofo. Gentile, Prezzolini, Renato Serra saranno
variamente attratti dalla sua avvenenza priva di fatuità. Prezzolini la disse “donna
di imperiale bellezza”.
Fu una convivenza spensierata
e felice, durata fino alla morte di lei, nel 1913 – soffriva di cuore, i primi
sintomi si manifestarono nel 1905, e portarono a un rallentamento dei viaggi. E
un ricordo non macchiato dai pettegolezzi, dopo morte. Fausto Nicolini, primo biografo,
dettaglista, di Croce non la menziona nemmeno. Un altro crociano, Edmondo
Cione, ne ha scritto come di “un’antica attrice di café chantant”. Pettegolezzo
che sarà ripreso da Abbagnano nei “Ricordi di un filosofo”, “una sciantosa” – con
l’aggiunta, inventata, di un matrimonio in extremis (falsa notizia forse
trascritta da un altro filosofo che per primo l’aveva adombrata, Augusto Guzzo –
il quale, però, ammirava “donna Angelani”).
La verità del rapporto è stata ristabilita da Gennaro Ssso, in “Per invigilare
me stesso”, l’edizione dei “taccuini di lavoro” di Croce.
Nessun dubbio invece
sull’aspetto fisico, di grazie e bellezza. Che alcune fotografie e qualche ritratto
testimoniano. Uno, dipinto da Salvatore Postiglione, rimarrà nella biblioteca di
Croce a palazzo Filomarino anche dopo il suo matrimonio. Quando Angela si ammalò,
Croce ne soffrì – si sa da lettere e note di amici e conoscenti, preoccupati
per la sua stessa salute: Gentile, Prezzolini, Torraca, lo scrittore Enrico
Ruta - lo stato d’animo di Croce, testimonia Ruta, somiglia a un’“agonia”.
“Donna Nella” morì
a Raiano, in Abruzzo, dove l’aria si pensava che le giovasse. A 43 anni, di broncopolmonite con sopraggiunta pleurite. Croce
ne subì un crollo psicologico, secondo gli amici che lo frequentavano. Benedetto,
scrisse Ruta a Prezzolini, “il freddo loico, l’uomo che tiene una femmina per
igiene e per divertirsi come con un grazioso cagnolino, ha pianto con me tutte
le sue lacrime... Non ho mai visto un uomo che ama la sua donna con tale
passione”. Alla cugina Teresina, Croce confidava: “La ferita che mi si è aperta
nel cuore non si rimarginerà mai”.
Con Renato Serra si
ricomponeva presto filosoficamente, seppure amaro: “Noi dobbiamo amare e
legarci, ma dobbiamo essere pronti a distaccarci senza cadere. E per non
cadere, non c' è altro modo che svolgere in sé il senso dei doveri verso la
vita. Altrimenti cosa resta? Il lurido suicidio o il lurido manicomio”. Filosofia
confermata da Ruta qualche anno dopo: “Davanti a Croce era un trivio:
uccidersi, impazzire o ammogliarsi. La casa vuota era intollerabile”. Il 7 marzo 1914, a cinque mesi e mezzo dalla
morte di Angelina, Croce ha già sposato Adele Rossi, una giovane torinese sbarcata
a Napoli per preparare la tesi laurea, che ha frequentato palazzo Filomarino vivente
ancora Angelina. Il cui ritratto rimarrà nella biblioteca.
astofo@antiit.eu
L’estremismo in Germania e la ezione di Berlusconi (Giolitti)
La vittoria di Afd nel remoto e marginale
Sassonia-Anhalt è molto meno paurosa del bombastico, sconosciuto, rozzo e
provinciale Bossi stravotato a Milano nel 1990, argomentava questo sito lunedì
http://www.antiit.com/2026/09/se-la-lega-fa-paura-in-germania.html
Non è l’unica differenza, tanto più per
la Germania, tra la paura forgiata oggi e la sorpresa – alquanto distruttiva –
del 1990. La differenza più grande sta nel recupero che dell’avventuroso, secessionista,
razzista Bossi, e dei neofascisti del Msi, fece un altro lombardo, Berlusconi.
Per un semplice fatto che già Craxi aveva intuito qualche ano prima: che con le estreme
bisogna parlare, se sono in Parlamento – quella che nel gergo storico italiano
si dice, solitamente in positivo, “politica giolittiana”: quattro anni dopo
Bossi era un cane da governo.
La Germania, la Cdu-Csu soprattutto, la
Democrazia Cristiana tedesca, ha provato a mettere fuorilegge un partito
basandosi sui servizi segreti. Un’assurdità estromettere un partito dal Parlamento
con i servizi segreti - ci sono leggi in materia, su fascismo e su nazismo, per
il resto bisogna solo confrontarsi.
Altrove si fa finta di nulla. In Francia,
da trenta o quarant’anni, la destra viene tenuta fuori dai governi, nazionali e
locali, mettendo assieme al secondo turno tutto il resto, dalla sinistra alla destra
concorrente. In Germania ci si è gingillati con i servizi segreti. In Italia
Giolitti aveva segnato la via, dato che i socialisti erano lì da tempo, e numerosi,
in Parlamento. Le destra è più indigesta? Berlusconi ha dimostrato di no.
La cosa curiosa è che, non solo le
sinistre per motivi politici, anche storici “giolittiani” come Galli della
Loggia, non hanno capito Berlusconi e parlano di “crisi delle democrazie”. In
crisi non è la democrazia: si vota, e con le destre la partecipazione è sempre
più elevata – cioè, si vota credendo al voto. La democrazia ci sta per dare la parola a tutti quanti. Entro limiti certo – di legge, costituzionali.
La Grande Paura di Afd, verrebbe da
concludere, è solo una delle tante Grandi Paure di questa epoca di Grande
Abbondanza, che non finisce di essere ingorda – per scaramanzia? ma tropo
grassa lo è davvero.
Gli Usa non ce la fanno, l’Europa dovrà fare da sé
“La sicurezza
nazionale è lo scopo primario del governo federale. Per gran parte della
storia americana, la difesa ha rappresentato la maggior parte della spesa
federale”. Ora le priorità sono cambiate, per il governo federale, e la difesa
è una voce fra le tante. Di una spesa pubblica incomprimibile e in continua
espasione. Fino ad accumulare deficit e debito impensabili.
Questa espansione,
che è anche un limite alla elasticità della spesa, si è fatta mentre il mondo è cresciuto
e si è rafforzato, anche minutamente. Mentre con il debito portato agli estremi
limiti per tutti gli altri impegni federali, la difesa in America è diventata è
un settore poco finanziato – molto al di sotto degli impegni “mondiali”.
Nel mezzo della guerra
senza capo né coda con l’Iran, e alla viglia dell’11 settembre, il giornale fa
il punto della preparedness militare degli Stati Uniti. Un altro conflitto
mondiale non potrebbe essere combattuto dagli Stati Uniti da una posizione
dominante.
Un conto dettagliato
fa l’opinione editoriale degli impegni americani per la difesa. E in particolare
delle basi all’estero. Che dovranno essere ridotte o cancellate, anche solo per
motivi di bilancio. E la questione riguarderà in primo luogo e soprattutto l’Europa.
The Us cannot
afford a major war. What if the war comes anyway?, editoriale, 7
settembre, “The Washington Post”, in libera lettura, leggibile anche in italiano,
Gli Stati Uniti non possono permettersi una guerra di grandi proporzioni. E
se, malgrado tutto, scoppiasse?
martedì 8 settembre 2026
Problemi di base pratici - 930
spock
Perché
camminare sulla strada è più sicuro che sul marciapiedi?
Specialmente
col bastone?
Perché i
cantieri aprono e non chiudono?
Perché i pomodori
sono immarcescibili, e le mele – c’è un anti-age anche per frutta e ortaggi?
Perché la frutta
bella non ha sapore?
Perché la paletta
del gelato si ricicla nell’organico - e il tappo di sughero?
spock@antiit.eu
Idillio amaro in campagna
“Andare verso la
campagna” come “Andare verso il popolo” di Moravia nei “Racconti romani”: ci
sono sorprese, non gradevoli. Anche in clima green. Specie per gli sprovveduti.
Oggi come nel Sessantotto, quando “si andava” verso la Sabina o verso il Cilento,
“tanto non costa nulla”, e c’era solo da faticare: pulire, raschiare,
inchiodare, difendersi dai topi, e in qualche modo scaldarsi. Qui si aggiunge –
siamo in Toscana? – la perfidia locale della multa per abusivismo, per avere
sostituito le tavole rotte del pollaio con un paio nuove: fa ambiente, protetto,
anche il rotto.
Insomma, fra
aneddoti veri (la multa per abusivismo nel pollaio) e altri inventati (il
carotaggio alla ricerca dell’acqua che pesca nel pozzo nero), un disastro: anche
in campagna ci vuole giudizio (tutto funzionerà a meraviglia quando subentra una
coppia che sa piantare i cocomeri, e poi farli crescere.
Mano leggera del
regista di Mondaini e Vianello, e di Ficarra e Picone. E ruoli da protagonisti per
Giulia Bevilacqua e Lastrico, ma su un’aneddotica poco inventiva. Con un ruolo burbero
e simpatico per il burbero e simpatico Pennacchi. Il titolo echeggia "Benvenuti al Sud", ma la maga non scatta.
Meglio che in campagna,
la libertà si conquisterà in barca. Sulla scia di Conrad.
Giambattista Avellino,
Benvenuti in campagna, Sky Cinema
lunedì 7 settembre 2026
Se la Lega fa paura in Germania
Con Afd non rinasce il nazismo in Germania. È estremista ma non troppo, e in campo da tempo senza aver vinto niente, o quasi. Bossi al confronto, con appena un paio di anni di attività politica, in provincia, e un “programma”, una serie
di uscite senza capo né coda, ben più radicali di Afd, “remigrazioni” e “fascismo”
compresi, fu lanciato dalla Lombardia al voto nazionale del
1990, con quasi il 20 per cento dei suffragi. Dalla Lombardia. E in particolare da Milano. E per la capitale morale d’Italia
da Milano 1, la circoscrizione degli intelletuali e dei ricchi.
Afd trionfa in Sassonia-Anhalt, un Land
piccolo, con la popolazione più povera e più vecchia della Germania – dal 1989
si è emigrato in massa verso l’Ovest. Ha una capitale importante storicamente,
Magdeburgo, ma solo due milioni di abitanti. Dei quali hanno votato 1,2
milioni. Mezzo milione dei quali, poco più, per Afd, la destra estrema. Da qui
il giornalismo del panico: il nazismo è tornato.
Si può, bisogna, mettere la vittoria di
Afd in Sassonia-Anhalt in quadro. Bossi aveva un “programma”, si fa per dire, molto
più radicale, senza essere radicato, aveva voce da un paio d’anni, e come personaggio
marginale e bislacco (Afd è in attività da un quindicennio, e strutturata come partito,
dove si discute), quando nel 1990 la Lombardia, Milano, lo portarono al proscenio
– e poi gli diedero, sempre Milano, anche se non più la Milano 1, ripetute sindacature. Una Lega Lombarda, non
dei pochi e vecchi. Malgrado un “programma”
da manicomio: la “Padania”, l’indipendenza della “Padania”, la secessione, il marco come moneta,
le Camicie Verdi, l’ampolla di non si sa che.
Una Lega che fu subito adottata dal
Tri-Veneto. Col “matrimonio” del Doge e altre scemenze. Nonché col vilipendio del
Parlamento. Col professor Miglio, la Milano migliore, che argomentava placido: “Quando
sbuco col treno su Firenze mi sento all’estero”.
La grande differenza è questa. Che
Sassonia-Anhalt, anche con Afd, non potrà peggiorare, è proprio il buco del culo
della Germania. Mentre Milano cosa ha avuto dalla Lega? Un quarto di secolo di barbaro provincialismo,
oltre alle scemenze e agli odii – l’ha riscattata Moratti vent’anni fa, che non
è lombarda.
La Germania avrà bisogno di venticinque
anni per capire di che è fatta Afd? È da dubitare.
Stop al russo a Odessa
“Una città a maggioranza russofona in
Ucraina sta valutando il divieto della lingua nelle arti”, annuncia la Bbc
(siamo di nuovo a Radio Londra…..). Non una città qualsiasi, Odessa, cioè
cosmpolitismo, tradizioni, tolleranza: “Odessa, la terza città più grande dell’Ucraina,
deciderà in settimana un controverso piano per “vietare la lingua russa nelle
arti”.
“La proposta al vaglio dei consiglieri
comunali mira ad inasprire le restrizioni già imposte dalla legislazione
nazionale all’ingresso dei cittadini russi. La questione è particolarmente
significativa perché Odessa è una città a stragrande maggioranza russofona,
sebbene il divieto riguarderebbe solo gli spazi pubblici e l’uso quotidiano
della lingua russa rimarrebbe inalterato.
“Per milioni di ucraini, il russo è la
prima lingua, compresi molti soldati che difendono il paese nella guerra contro
la Russia, anche se l’ucraino è l’unica lingua ufficiale. È parlato dalla
maggioranza della popolazione, e alcuni lo considerano uno strumento di
influenza russa.
“La proposta presentata a Odessa, città
quotidianamente bersaglio di attacchi di droni e missili russi, prevede la
completa interruzione di contenuti in lingua russa nella musica e nella
letteratura, nelle strade, nei parchi, nelle istituzioni pubbliche e nei luoghi
di spettacolo e artistici statali. Si raccomanda inoltre un divieto negli spazi
privati.
“In una città famosa per scrittori e
musicisti di lingua russa, la proposta ha suscitato forti reazioni. Il divieto si estenderebbe negli spazi
pubblici anche alle vecchie canzoni di Odessa, pressoché universalmente
conosciute in tutta la ex Unione Sovietica. Tutti i libri in lingua russa
verrebbero rimossi dagli scaffali delle biblioteche pubbliche. Attualmente,
possono essere esposti, ma non in posizione di rilievo”.
Non è una curiosità, è il cuore del
problema: cancellare due o tre secoli di storia – il principio della storia che
non va avanti ma guarda all’indietro, preposterous, assurdo, che tanti
danno sta facendo in Medio Oriente (anche a Israele, che lo pratica). In Ucraina
c’e già, con la presidenza Zelensky dal 2019, è all’origine della guerra e il
cuore del problema – e lo è ancora nei paesi baltici, in Polonia, perfino in Romania
(la Bessarabia, oggi Moldavia). Come già 35 anni fa nelle stragi tra gli slavi
dell’ex Jugoslavia.
L’Europa all’ora degli slavi, di un
tribalismo vivo e fervido, esclusivo, non sarà facile. Mentre si celebrano, ipocritamente?,
gli accordi De Gasperi-Gruber, che vietarono la storia rivolta all’indietro – saggiamente:
a quale indietro fermarsi, a quello del più forte? in quale momento?).
Cronache dell’altro mondo – socialiste di lusso (424)
Non c’è solo Alexandra Ocasio-Cortez
arbitra dell’eleganza da sinistra. “La sezione newyorkese dei Democratic
Socialists of America si trasferisce in una nuova lussuosa sede, mentre il «figlio
di papà» Gustavo Gordillo e la sua compagna si assicurano lauti stipendi”,
tuona implacabile il “New York Posti”, alfiere della destra nella città
democratica, di proprietà di Murdoch: “Dalla misera sede storica nel Lower East
Side, la sezione di New York dei Democratic Socialists of America passa in due
nuovi uffici, di ottima collocazione, uno a Midtown e uno a Bed-Stuy. La
presidente Grace Mausser ne ha dato la notizia ai compagni presentando il
bilancio della sezione. Con la proposta al contempo di assegnare a lei, e al
co-presidente Gustavo Gordillo, uno stipendio di 95 mila dolari.
“Il nuovo ufficio di Manhattan si trova
in un edificio di 14 piani sulla West 35th Street a Hudson Yards, completo di
portiere, sicurezza 24 ore su 24 e terrazza panoramica arredata. Con un costo
di 15.000 dollari al mese, rappresenterà la seconda spesa mensile più ingente
della sezione, dopo gli stipendi di Mausser e Gordillo. I loro nuovi
proprietari di casa - la famiglia Chetrit - hanno dovuto affrontare numerose cause
collettive promosse dagli inquilini di Brooklyn, per avere presumibilmente
eluso le leggi sulla stabilizzazione degli affitti”.
Effetto del sindaco Mamdani, democratico socialista, argomenta il giornale, che mentre fa la guerra ai proprietari di
immobili per gli affitti, non bada a spese per il suo. E contro il
co-presidente Gordillo, punta di diamante dello schieramento pro-Palestina e
anti-Israele, il quotidiano di Murdoch denuncia anche un tenore di vita
milionario: nato ricco, vive in una casa dei suoi da un milione e mezzo di dollari
a Brooklyn - una “casa a schiera” ma di due piani, “di quasi 200 metri
quadrati, in un quartiere alberato in fase di riqualificazione a Bed-Stuy”.
Santa maternità - la Grande Madre Bruni Tedeschi
Un film sulla
maternità, imprevista per lo più o casuale, negata, mortale (la madre muore
dando alla luce la bambina), desiderata, mancata (sentita come mancanza). In un
putiferio da vita ordinaria: famiglie allargate, anche a nonne e zie che non sano,
e non gli interessa, oltre che a madri o padri che hanno anche figli ma è come
se non lo avessero, e qualcuno che vorrebbe bene un figlio ma sbaglia sempre
tutto, mentre il bambino o la bambina si lega a estranei simpatetici.
Un film femminile
e femminista – i maschi sono mezzi personaggi, mediocri, perfino idioti.
Ma tradizionale: un inno alla maternità, nel mentre che la si discute.
Un film un po’
sorprendente per la cinematografia francese, che si vuole all’ultimo grido, e
un po’woke. Nelle corde della regista. E tagliato, quasi, sui modi di
essere e di recitare, oltre che sul personaggio, di Valeria Bruni Tedeschi, la
protagonista: donna di molta empatia, ma rassegnata ai “compagni” a tempo - “allora,
ci rivediamo l’altro giovedì”. Che finisce per “sanare” tutte le situazioni – un
ruolo cult, anche per l’espressione che trova giusta, a ogni
inquadratura. Una santa. Ma materna, per istinto. Anche degli uomini adulti.
Carine Tardieu, L’Attachement-La
Tenerezza, Sky Cinema, Now
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