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martedì 20 febbraio 2018

L’opinione pubblica spia

I media americani hanno mutato le regole dell’opinione pubblica. Non più dibattiti aperti, con idee, fatti e sostenitori pubblici. Ma interferenze, intercettazioni, indiscrezioni. Di personaggi ombra. Dei servizi segreti.
Gli scandali si susseguono, uno al giorno, senza mai un esito, e anzi subito dimenticati il giorno successivo: servono solo a rintuzzare la concorrenza. Roba da “Novella 2000”, ha scritto questo sito, ma qui si tratta delle istituzioni, non di attricette in cerca di notorietà. E gli scandali sono per lo più opera di spie dei tanti servizi americani di sicurezza, una ventina di agenzie di cui alcune molto grandi, l’Fbi, la Cia, la Nsa. Per traffici coperti, di varia antura: politici, di affari, di cordate burocratiche.
Altrove, in qualsiai democrazia, le spie che attaccano le istituzioni, senza prove, e senza motivo se non di parte, si imputerebbero di tradimento e verrebbero perlomeno dismesse. Negli Usa vegono celebrate, e contese tra i media.
Non basta: questi spioni diventano eroi della libertà di stampa, e della sinistra politica che di quella libertà si ritiene paladina esclusiva. Una sinistra ben sinistra, se si basa sulle spie, personaggi e ruoli costituzionalmente inaffidabili.
La storia dell’opinione pubblica ha subito molti alti e bassi. Basti pensare alle capacità manipolatorie dei regimi fascisti tra le due guerre, e del regime sovietico fino a trent’anni fa. O alle propagande di guerra. Ma che i nemici tradizionale della libertà di opinione, la segretezza, i poteri surrettizi,  diventassero la bandiera della libertà di opinione, e della buona coscienza democratica, questa è una novità. Glaciale.
Tanto più che il fatto può non essere una novità. Si ascolta nella colonna sonora originale di “The Post”, il film sui “Pentagon Papers” e il “Washington Post”, sulla libertà di stampa, la voce di Nixon per varie occorrenze – intemperanze ma anche semplici comunicazioni – nel 1969: il presidente americano eletto era intercettato. Dalle sue polizie, segrete e non.

I servizi non servono

La prima minaccia alla sicurezza dell’Italia, secondo i servizi segreti italiani, sono gli hacker di Mosca. Non si crederebbe, ma questa è la relazione del Sis, Sistema Informazioni per la Sicurezza, al Parlamento.
Quando Mosca interferiva (comandava) in Italia attarverso il Pci, nessuna obiezione. Ora i servizi segreti ci dicono assediati dalle spie di Putin, attraverso la rete. Q uesti hacker ci pungono, la rete è come le vespe?
Dalla Cia in giù, con l’Fbi, e la Nsa, il Sis è in buona compagnia – il prefetto Pansa può dormire tranquillo, se era stato svegliato. Anche con l’MI 5 britannico – ma le spie inglesi si sa che si divertono.
Però, perché non risparmiare i miliardi spesi per servizi che non servono a nulla? Non sanno nemmeno leggere i giornali. Chiuderli e mettere i soldi in un fondo per il progresso del’umanità: università, ospedali, magari anche strade senza buche. Si divertirebbero di più gli stessi agenti segreti: sempre in diaria, a spese nostre, ma per fare qualcosa. Sarebbe anche un sistemna difensivo migliore, molto, se il popolo bue diventasse un millimetro meno dipendente dalle scemenze.

Parigi e Madrid al servizio di Berlino

L’asse franco-tedesco è solido perché è tedesco, si sa. Ma è opportuno ricordarlo, si fronte alle chiacchiere risorgenti di un asse latino – mediterraneo, meridionale.
Il ministro spagnolo De Guindos scontenta tutti alla Bce, come vice-Draghi. È il cavallo senatore, un non banchiere in banca, ma Merkel lo ha voluto, col succube Macron, e tanto è bastato: De Guindos farà l’Almunia della Bce, l’altro spagnolo diventato immortale come “tedesco di complemento” a lungo nella Commissione di Bruxelles. L’Europa funziona così, con i quisling.
De Guindos fa da battistrada a una Bce di nuovo franco-tedesca, cioè saldamente tedesca. Dopo di lui entreranno al comando il presidente della Bundesbank Weidmann, ex ragazzo di bottega di Angela Merkel, e una signora francese, in omaggio alle quote rosa del femminista Macron, e all’asse franco-tedesco.
Non c’è altra linea a Bruxelles e Francoforte. Latina, mediterranea, del Sud. C’è Berlino, con cui la Francia latina si accorda. E a cui la Spagna latina si presta servizievole. Non ci sono due maniere di essere nella Ue, solo in asse con Berlino.

Quanto è ricco l’online a Napoli

Novecento ore di “girato”, sui De luca, meno quelle di sonno, fanno due mesi di girato ininterrotto. Questa è la sola buona notizia. Un operatore in America, dove queste cose sono pubbliche, costa 200 euro al giorno, per otto ore. Due operatori al giorno, per le sedici ore da svegli, 400 dollari. Ammettiamo che a Napoli si paghino la metà, la città è piena di operatori disoccupati, fanno 12 mila dollari. Non è molto ma non è poco – i siti pagano i giornalisti 20 euro al giorno, quando li pagano. Poi c’è il camorrista assoldato, che gira l’Italia e fa incontri segreti, qualche migliaio di euro anche lui li avrà voluti. Come rimborso spese, certo, l’informazione è sacra, è l’anima della democrazia. Questo è il solo aspetto consolante della vicenda:  un sito online che fa soldi. Una grande notizia.
Poi, cominciano le brutte. 900 ore di “girato” per incastrare De Luca o i suoi figli sono una trappola lungamente tesa al partito Democratico, in chiave elettorale. Dalla destra fascista. Perché Fanpage, il sito che ha realizzato l’impresa, è di sinistra: sue colonne sono Sandro Ruotolo, ex “Manifesto”, e Diego Fusaro, il filosofo di cui sono indimenticati i dialoghi con Valentina Nappi, altra filosofa di “Micromega”. E chi si ritrova a paladino? Il capo degli incorruttibili di sinistra, Grasso – l’indimenticabile Ingroia resuscitato, un po’ più florido, e senza barba. Ma nasce e si colloca a destra.
Di destra dichiarata sono del resto i giudici che hanno ispirato il lungo girato, Woodcock e Carrano. Poi si dice che il fascismo e morto - si potrebbe allertare “Chi l’ha visto?” Woodcock e Carrano naturalmente non sono fascisti, oggi è proibito, ma di quelle parti lì. Noti a Napoli per usare le maniere forti negli interrogatori, come usavano gli sbirri. Con la famosa Arma di Carabinieri napoletani, da Auricchio a Scafarto.

La riscossa del Sud, sceneggiata

La vicenda Fanpage oggi si direbbe telenovela, modernamente. Del resto Napoli è metropoli anche futuristica, tra ricerca scientifica e arti applicate. Ma niente avventure: è la sceneggiata napoletana, vecchio folklore.
Per quanto, essere governati da Di Maio, Fanpage, con camorristi al seguito, seppure pentiti, Woodcock e De Magistris sarà pure un’avventura. La riscossa del Sud, altro che Masaniello.
Di Maio “un giovanotto che si mette in tasca 15 mila euro al mese e parla contro la casta offendendo la dignità di chi la vita se la suda con il suo lavoro” è © del “cinghiale” De Luca padre. Ma: obiezioni?

Quando la donna americana si liberò

Una sceneggiatura robustissima, una regia attenta alle virgole, un interpretazione sempre in tono, di tutti. L’allucinato(rio) McNamara, lo schivo Ellsberg, che divulgherà le carte della guerra americana al Vietnam (“Pentagon Papers”), i familiari, consiglieri e avvocati di Katharine Graham, che la morte del marito ha proiettato a presiedere l’impero editoriale del “Washington Post”.
È la storia di lei, Katharine Graham, che non sa nulla di affari ma dopo il suicidio del marito depresso deve imparare presto e bene. Tratta probabilmente dalla biografia che Carol Felsenthal le ha dedicato nel 1999, “Power, Privilege, and The Post: The Katharine Graham Story”, non citata però nei crediti.  Altrettanto ben contestualizzata. Con la storia spiacevole della stampa americama degli anni 1960, tanto più procace in quanto gli Stati Unit non curano la storia, non la loro: da pappa e ciccia col potere, nei ranch, nelle penthouse, alla Casa Bianca, a denunciatori del potere stesso. Con la rivoluzione della donna americana negli anni Sessanta: da casalinga devota al marito e alle mondanità, a imprenditrice coraggiosa, di se stessa e del patrimonio. È il primo film Usa in cui si vede come vivono i ricchi americani - non i riccastri di tanta Hollywood, i veri ricchi. Con l’implosione del potere politico, sempre più chiuso su se stesso. Aggredito peraltro in forme confinanti con lo spionaggio – Daniel Ellsberg non è eroicizzato, è il dipendente che la schizofrenia del suo capo (McNamara) ha turbato. Tutto confortante, non il solito “arrivano i nostri”
Un romanzone. Di bei caratteri, forti, stagliati. Ben recitati, cioè – in origjnale Meryl Streep modula perfino al voce come la presumibile Katharine Graham della storia, a volte malinconica, più spesso svagata, e quando necessario tagliente. Tom Hanks è il Ben Bradlee della storia. Direttore del “Washington Post” determinato ad avere con qualsiasi mezzo i “Pentagon Papers”, le carte che il “New York Tmes” ha già avuto. Con tutti i sottintesi, che lo spettatore non è tenuto a sapere ma che sono parte del personaggio: spia della Cia, manipolatore di carte, probable manipolatore di destini (i coniugi Rosenberg, mandati alla sedia elettrica con prove dubbie come spie di Mosca, il primo Russiagate).
Steven Spielberg, The Post

lunedì 19 febbraio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (355)

Giuseppe Leuzzi

Emanuele Felice, il professore di Pescara autore  della “Storia economica della felicità”, si chiede preoccupato su “la Repubblica” “se il Sud tradisce il Pd” alle elezioni. Perché, cos’è il Pd per il Sud, a parte il malgoverno? Anche in quest’ultimo anno, dopo la batosta del Sud al Pd sulla riforma costituzionale: niente ravvedimento.

Sotto accusa a Napoli un paio di politici del Pd, legati al presidente del regione De Luca: un figlio, almeno uno, e collaboratori vari. Per non avere denunciato chi offriva loro tangenti per smaltire i rifiuti.  Chi offriva le tangenti è un pentito di camorra, pagato per attirare in trappola i De Luca. Tutto inventato: Napoli supera se stessa. Se tirasse la fantasia fuori dalla ignominia?

Il docufilm Rai 1 su De André riporta ala memoria il processo ai suoi rapitori in Sardegna. Dove gli organizzatori, un veterinario di Grosseto, un farmacista e il macellaio locali se la cavarono con poco o niente, essendosi professati “pentiti” – la legge con i benefici era ds poco in vigore – mentre  i poveracci che avevano eseguito il rapimento e organizzato la lunga custodia ebbero dagli otto ai dieci anni.

Il rapimento De André in Sardegna dimostrò che , se si voleva, l’Anonima Sequestri non era poi anonima ed era battibile: bastava cercare i rapiti. Mentre in Calabria poté prosperare ancora per vent’anni.

Briganti in Abruzzo, un sogno
Si proiettava in Francia nel 1925 – J. Roth ne riferisce in un articolo della raccolta “Nella Francia meridionale” (ora in “Al bistrot dopo mezzanotte”) – un film, “I lupi rossi”, in cui i cattivi erano briganti abruzzesi. Roth l’ha visto a Marsiglia, in un cinema di fronte al porto, e così racconta il film. “Hanno rapito Margot, una bella giovane, e l’hanno nascosta in una torre alta e irraggiungibile”. Non naturalmente per l’eroe, “un giovane ardimentoso di nome Cesare”. Che strappa anche l’ammirazione dei briganti. E degli spettatori ma in modo particolare: “Non riscuote solo l’applauso dei lupi rossi, ma anche quello degli spettatori, che sognano ardentemente di essere briganti in Abruzzo”. Non senza un perché.
Il film è visto otto volte in un giorno, dalle dieci di mattina a mezzanotte, specie dalle mamme coi bambini – il cinema è più fresco che la casa, i bambini non pagano, e “ogni spettatrice ha almeno quattro figli”. Ma anche i mariti portuali, la sera, rifocillati e ripuliti, non se ne privano, “con il desiderio nel cuore di essere un brigante in Abruzzo”, anche loro – “Una caverna di briganti in Abruzzo è ancora più romantica di un porto”.
È l’antica dialettica Nord-Sud. O non è la dialettica montagna-mare – chi sta in montagna vuole il mare, e viceversa, si chiede lo scrittore? “Vorrei sapere se i briganti abruzzesi si guardano un film sui lupi di mare diMarsiglia”.

Il mondo di mezzo
Joseph Roth scopre il Sud a Lione: “Dopo aver attraversato una galleria, ci si ritrova in un mondo meridionale”. Ma il cambiamento, “in modo repentino”, intende radicale: “Pendii scoscesi, rocce solcate da fenditure che ne svelano la struttura di pietra, verde più intenso, vapore tenue, azzurro pallido, un celeste più forte, deciso…. I contorni di tutte le cose sono più netti, l’aria è immobile, le sue onde hanno smesso di accarezzare i corpi solidi. Ciascuno ha margini immutabili. Niente oscilla più. In tutto vi è una sicurezza assoluta, come se le cose avessero maggiore conoscenza di sé e della propria posizione nel mondo. Qui vien meno ogni dubbio. Qui non si intuisce. Si sa”. Fa molto caldo anche a Lione, 35 gradi, “eppure le strade e la gente  non sono pigre e stanche, ma serene e animate”.
Ripensandoci, in un articolo successivo (poi pubblicato nella raccolta “Le città bianche”, ora in “Al bistrot dopo mezzanotte”), Lione appare allo scrittore austriaco “al confine tra il Nord e il Sud dell’Europa”. In un incontro ferace: “È una città di mezzo. Fedele alla serietà e alla determinazione settentrionali non meno che alla spontaneità del Mezzogiorno, è una città alacre e sorridente”. La vivacità è meridionale, ma la città sa combinare i due capi: “Il giorno feriale è faticoso e la domenica festosa e animata. Tutti dimostrano una solerzia straordinaria nel non fare nulla. Fanno festa con infaticabile zelo”.
Il Sud J.Roth identifica con la socialità: “Come si amano gli indifesi, i bambini, i deboli! Nessun grido, nessuna percossa, nessun pianto”.Che al sociologia nordica muterà presto invece in “familismo amorale”.

La scoperta di Bisanzio
Il Sud è molto bizantino. Ma si scopre a poco a poco. Negli anni 1970 ancora non si sapeva. Gli studi più occidentali dl bizantinismo si facevano ancora a Belgrado, in Serbia. Negli anni Ottanta del secolo Novecento la Calabria ha preso a farne la scoperta, una piccola parte dela Calabria, sulla punta, da Reggio andando verso Bova. Sulla scia della Grecia, che furiosamente riscopriva il bizantinismo, in funzione anti-Macedonia e anti-Bulgaria, insomma anti-slava. E per accedere ai fondi europei cospicui per le culture da salvare.
In Italia si cominciava a farne qualche studio all’università della Lucania – c’è una università della Lucania? Ma di Silvia Ronchey, che a Roma cominciava a occuparsene, si diceva solo che era figlia  di Alberto Ronchey. Finché, ai primi del millennio, improvvisamente, anche la Sicilia si è riscoperta bizantina. Tutto quello che era evidente, i mosaici a Palermo, la Madonna di Tindari, i conventi basiliani, il rito greco, la toponomastica, gli anni in cui Costante II volle la capitale dell’impero a Siracusa invece che a Costantinopoli, è stato riscoperto. Sull’esempio dei (piccoli) comuni grecanici di Reggio Calabria, dei fondi europei.

Autobio
Sciascia, che ha dell’infanzia un’immagine negativa, “un’età triste, dura soverchiata da prepotenze e tirannie”, ne dà un quadro ambivalente “nella società siciliana”: “I bambini sono oggetto di una specie di idolatria e tiranneggiano intere famiglie e vicinati”. Un giudizio che bilancia col ricordo opposto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nei “Racconti”. Nel racconto “I luoghi della mia prima infanzia” l’autore del “Gattopardo” si commuove alla rilettura di “Henry Brulard”, il selfie di Stendhal, salvo che in un punto: “Lui interpreta la sua infanzia come un tempo in cui subì tirannia e prepotenza. Per me l’infanzia è un paradiso perduto. Tutti erano buoni con me, ero il re della casa”. In piccolo, il ricordo è uguale, anche se non in Sicilia – e non personale, privilegiato, tutti eravamo re della casa e tutti erano buoni con noi, i compagni di età e di quartiere, e gli adulti. L’infanzia è – era – protetta. Lo era anche quando usavano gli schiaffi. 
Non di scuola – la sola che Sciascia esercita - la memoria dell’infanzia è di un’avventura senza fine, fino alle ombre sotto il letto e forse anche nel sonno. E quasi un impegno, di invenzioni, trovate, scorribande, con compagnie sempre presenti, seppure polimorfe e oggi invisibili (se non ai richiami: “Ti ricordi?....). Oggi il mondo è un altro, i bambini stanno al chiuso in casa, quando escono da scuola. I bambini stanno sempre al chiuso, controllati. Un tempo no. Nemmeno la mattina, quando c’era scuola: si poteva anche non andare a scuola, e la scuola era comunque  un posto vivace. Giusto il pomeriggio, quando papà era in casa, che imponeva un riposo di due ore, passate a smaniare. Alle elementari, se il maestro non era preciso all’ora il segno era che un supplente sarebbe venuto, e allora la classe unanime si metteva in vacanza, senza mai problemi. Al ginnasio in collegio il martedì, quattro re di lettere più una di religione, se il tempo era bello si andava a giocare al calcio sul campo dell’Arsenalmessina, dietro il porto.
La scuola divoratrice di oggi, sotto le insegne del dover essere, era impensabile. Vecchie generazioni imprevidenti? La scuola è tutto è un sostituto di che - un Ersatz di quali colpe (poiché di colpa si tratta)? O si può fare una pedagogia punitiva.

leuzzi@antiit.com 

Il fascino segreto di Hitler

Titolo originale “L’assaggiatrice”, mutato forse in traduzione per l’uscita in contemporanea di un romanzo con tema analogo di Rosella Postorino, “La assaggiatrici”. È la storia di una giovane donna profuga nel 1943 sulle Alpi, dove trova lavoro nel gruppo di donne che assaggiano i cibi destianti a Hitler, per evitare che sia avvelenato. Magda è la cittadina qualunque che, per questa strana occupazione, viene a conoscere i segreti del Reich, e vivrà una serie di avventure. Una sorta di “vita quotidiana” del Rerzo Reich, la storia vissuta dal basso. Da donne quasi di servizio – perché solo assaggiatrici donne? Gli ingredienti sono molti, insicurezza, paura, amore, terrore, resistenza, suicidio, fascino del male, vendetta, dalla parte del bene e dalla parte del male. Mescolati con abilità.
Una non storia in realtà. Ben congegnata, tra  intrighi, vendette, colpa e sensi di colpa. Un altro escamotage per sfruttare il fascino demoniaco del Terzo Reich, che tanti lettori golosi ha - magari sotto la specie dell’antinazismo. Marta è accudita, al matrimonio con un membro segreto della Resistenza, ma anche dopo, da Hitler con Eva Braun solleciti. Hitler non è cattivo, è solo uno che si autosuggestiona. I tedeschi, bontà loro, lo credono un visionario.
L’autore l’ditore lo fa maschio – “V.S.Alexander è un appassionato studioso di storia con un forte interesse per la musica e per le arti visive” Ma lo indirizza sulla scrittura al femminile, di Shirley Jackson, narratrice di fantasmi, Daphne du Maurier e le sorelle Brontë - un’altra “Elena Ferrante”?  
V.S.Alexander, Al servizio di Adolf Hitler, Newton Compton pp. 348, ril. € 9,90

domenica 18 febbraio 2018

L’elogio del trash

Si sa che i critici non leggono i libri, senza infamia, troppa fatica. Ma i film? Due ore al massimo, seduti comodi. Senza occhiali e con le mani libere. In compagnia, di belle figliole alle prime - ci ambivano prima di #metoo. O se - poiché - un film è prodotto industriale, la critica è solo una promozione, come di una vettura nuova, un prosciutto, un vino?
Non basta. Come si giunge a promuovere capolavoro uno zuppo trash, “La forma dell’acqua”? Girato come tale, a tutta velocità, e poi proposto come film d’Autore, da Cineteca, da Oscar. Al festival di Venezia, impegnato a premiare una produzione americana, questione di geoeconomia, che per questo s’è data per giuria un’armata Brancaleone, plasmabile, attorno alla presidente Annette Bening, attrice americana di seconda fascia: Ildikó Enyedi, Michel Franco, Rebecca Hall, Anna Mouglalis, David Stratton, Jasmine Trinca, Edgar Wright e Yonfan. Anche così, è una meraviglia che il capolavoro sia uscito,per quanto da impegni presi.  
L’unico che mostra di aver visto il film premiato è Francesco Boille, forse perché ne scrive su “Internazionale”, giornale senza soldi: “Il film di Guillermo del Toro a cui è stato assegnato il Leone d’oro è una simpatica fesseria ma nulla più”.
I grandi media marciano coperti e allineati:
“Geniale Del Toro in «La forma dell’acqua» (Ferzetti)
“La ricchezza del mito si sottrae alla miseria della Storia” (Escobar), quattro stelle su cinque
“Il film di Guillermo De Toro è una  romanticissima storia d’amore” (“La Stampa”)
“Una favola noir subacquea che è anche un omaggio alla forza immaginifica del cinema” (Battocletti)
“La forza del film è un amore per il cinema che, anziché risultare cerebrale dà sostanza alle emozioni, e senso allo stile” (Morreale).
“Una versione di «La bella e la bestia» piacevolmente pop, infarcita di citazioni cinefile e vivifiata da un sorprendente soffio romantico (non sprovvisto di erotismo)” (Mereghetti)
Un esito “alla grande, mescolando lo straordinario con il banale, la magia con la quotidianità, il drmma con il musical, spingendo al massimo l’acceleratore del romanticismo, grazie anche a un’ambientazione malinconica e struggente” (Montini).
Poi dice che la gente non va al cinema.
Salvatores, Oscar a sorpresa nel 1992, col suo terzo film, “Mediterraneo”, si chiede arguto su “La Lettura” se gli otto o novemila giurati Oscar dei cinque continenti vedano i film selezionati, e in che lingua. Lui vinse contro “Lanterne rosse” di Zhang Yimou, nettamente favorito, ma “alle conferenze stampa”, ricorda, “capii che del film cinese non avevano capito nulla, credevano fosse un documentario sull’architettura, le tegole”. Ricorda anche Clint Eastwood in giuria con lui a Cannes: “Su «Caro diario» disse che pensava fosse un documentario su un regista italiano scomparso”. È vero che al cinema ci si può addormentare.
Indirettamente, Salvatores introduce anche per il suo film il fantasma di Weinstein, che con gli Oscar ci ha sempre saputo fare.

J. Roth fa i conti coi germanisti

Il titolo è derivato dall’abitudine dello scrittore di bere, spesso da solo, tardi, che lo stroncherà – “una sensazione di sicurezza e smarrimento al tempo stesso mi trattiene qui”. Ma a Parigi, seppure in esilio, volontario, dalla Germania, che da buon austriaco sempre temeva, già dal 1925, ci stava volentieri. Benché dal 1926 senza più lo stipendio da corrispondente della “Frankfurter”, il quotidiano preferendone uno che coprisse anche la politica – e mandò un filonazista, Friedrich Sieburg. Questo è il suo omaggio alla Francia, che lo rispetta e lui ama.
Il volume si compone delle due raccolte note, “Le città bianche” e “Nella Francia meridionale”. Con un  saggio su Clemenceau, alcune recensioni, e note varie, compresa quella del titolo – “il bistrot dove sono solito sedere ogni notte dopo mezzanotte…” Entrambe le raccolte sono sulla Francia meridionale. “Le città bianche” rifà la prima, la approfondisce, più riflessiva, meno raccontata. Meno fresca. Le traduzioni, quattro o cinque diverse per i vari segmenti della raccolta, non aiutano: non sono “rothiane” – semplici – e troppo spesso non congruenti. Ma la forza delle argomentazioni sovrasta la sciatteria della presentazione.  
Sono pagine di scoperta, e di immaginazione, ma malinconiche. Con pezzi straordinari, specie nella prima raccolta, di entusiasmo genuino – “l’amore mantiene giovani”. A Vienne lo spettacolo della morte. A Nîmes il toro personaggio della corrida. Marsiglia quando era una “città di navi”. O le scuole d’estate, come sono belle. Una Costa Azzurra “di carta” – da scrittori inglesi, più F.S.Fitzgerald. E, al Nord, l’odore della guerra, dopo otto anni, a Saint-Quentin. Il ritratto di Drumont vivacissimo, l’antisemita, e di Benanos, biografo corrivo di Drumont nel dimenticato “La Grande Peur des bien.-pensants”. Il ricordo di Sacco e Vanzertti, il giorno dela loro esecuzione, nel “paese delle illimitate disumanità”.
Una profonda pagina sull’essere tedesco introduce “Le città bianche”. Assortita da una sull’“anima tedesca”, roba da germanisti, da non tedeschi, che sono soliti “conoscere” ma non “capire” – solo gli austriaci capsicono la Germania, perché parlano la stessa lingua. La Germania Roth prospetta come un “recinto”. Ordinato, definito, e per questo insoddisfacente: “È tipico di un mondo limitato guardare con sospetto tutto ciò che non può essere definito”. Detto da cittadino del mondo: “Non vado più all’«estero». Tutt’al più io vado nel «nuovo»”.
“Si perde una patria dopo l’altra” nota a un certo punto, per rivoluzioni, nazionalismi, cacce alle streghe. Ma senza rassegnazione: la raccolta è una puntigliosa contestazione del “Mito dell’anima tedesca”, questo il titolo dela riflessione specifica. Una creazione da germanisti, quelli che “vanno a Bayreuth”, alla Germania che la Germania prepara secondo le loro attese, che ben conosce e sfrutta: i luoghi comuni dell ‘ impulso f austiano” e della “spinta nordica”.  Roth non è l’apatride, uno sradicato, un ebreo errante. Era molto radicato – anche troppo, nei romanzi. Ma – e per questo – a disagio. Profondo, polemico. “Il simbolismo prussiano è così di bassa lega”, è la conclusione, “quanto grande è l’ingenuità romantica degli europei occidentali. Lo spirito meccanizzato, il «rigido addestramento» prussiano si sono messi la gualdrappa della mitologia germanica. E, come usa dre con espressione non nordica ma calzante, quello che chiamiamo «mondo europeo» ci è cascato”.
Un’altra pagina da antologia, nella stessa raccolta è sulla sua generazione. Quella risucchiata dalla guerra, che l’ha combattuta e ne è stato vinto – come tutti in quella guerra, non solo chi l’ha persa. Il suo è lo sguardo più acuto, ancora dopo un secolo, su quella carneficina: “Noi siamo i morti resuscitati”.

Joseph Roth, Al bistrot dopo la mezzanotte, Adelphi, pp. 301  € 19

sabato 17 febbraio 2018

Ombre - 404

L’assessore veneto a Roma Colomban, come già i milanesi Minenna e Raineri, l’architetto Berdini e un’altra mezza dozzina di nome minore, qualcuno anche romano,  assessori dimissionari o dimissionati nelle giunta 5 Stelle al Campidoglio, va per giornali criticando la sindaca Raggi e il grillismo. Ma chi ce li ha messi l’, Colomban, Berdini, Minenna, Raineri e tutti gli altri – una dozzina di poltrone girevoli in un anno e mezzo?

Grande pubblicità e molti mezzi alla Rai per il docufilm su De André. E poi lo si fa parlare, per sei ore, forse sette, con un noioso accento romanesco. Accanto ai soliti blala indistinguibili delle parti femminili, per le quali contano le forme, per le inevitabili scene di letto, e non la dizione. La Rai che fa tanto cinema, aiuta il cinema oppure lo seppellisce?

La marijuana è ora, fatta la legge, miracolosa. Al PalaCavicchi a Roma se ne presentano “le infinite e ancora in gran parte sconosciute proprietà”. La cannabis cura e previene i tumori e i disturbi alimentari. È utile per la prevenzione e la cura delle malattie infantili. È adatta alle costruzioni antisismiche e energeticamente efficienti. Favorisce la bonifica naturale dei terreni inquinati. La panacea.

Il Grande Giornalista Michael Wolff s’inventa l’obiettivo di concorrere per non vincere - “Poter raccogliere tutti i frutti dell’essere quasi arrivato alla presidenza” – l’obiettivo di Trump. Che quindi non è stato eletto dagli americani, ma dal caso.
Wolff è giornalista di “The Hollywood Reporter” e “GQ”, quotati per i pettegolezzi: più solenni meglio si vendono. Ma il “Corriere della sera” gli monta un “dialogo” con i milanesi.

Quando gioca la Juventus in Champions League, Mediaset, che ne ha i diritti, non la fa vedere in chiaro, benché la squadra torinese vanti un tifoso su tre, e nemmeno in highlight, non programma il solito “speciale Champions League”. Meglio tagliarseli, pur di non dare soddisfazione agli Agnelli.
Il capitalismo all’italiana si fa così: quando Berlusconi era a Palazzo Chigi propagandava le vetture tedesche.

Procede implacabile il surplus commerciale tedesco, per un totale di 262 miliardi secondo il governo, che la Bundesbank ricalcola (beni e servizi) in 292 miliardi. Un riaggiustamento è escluso – non uno pilotato, che il presidente della Bundesbank Weidmann definisce “esercizio futile”.

Il direttore del museo Egizio a Torino, Christian Greco, fa lo sconto agli arabi, spiega a Paolo Griseri di “la Repubblica”, “come gesto di dialogo: portare qui i migranti serve a integrarli”. Certo. E gli altri africani? E gli altri asiatici? La verità è che il direttore si è confuso: gli egiziani non sono arabi, solo parlano l’arabo, e a nessun arabo viene in mente che i faraoni sono storia sua.

Gli arabi son anche suscettibili, che si ignori la storia loro, confondendoli. Greco, che si è fatto un curriculum da scrittore americano – insegnante, maître d’hotel, guida al museo di Ostenda - poteva anche farsi una gita al Cairo. Da curatore della parte egizia del museo di Leida, quale in realtà è stato per molti anni.

Arriva Erdogan, Roma si chiude in suo onore, il Vaticano schiera le sue donne per la first lady turca, poi la coppia torna a Ankara e fa sequestrare una nave appoggio dell’Eni, con un atto di pirateria. Silenzio. Nemmeno panico: silenzio. Possibile che l’Europa non sappia riconoscere il linguaggio islamico, del pugno duro e della faccia feroce? Dopo mille e cinquecento anni.

C’è molto rispetto per Erdogan, anche se imprigiona i giornalisti. E per la Turchia parte della Nato, anche se lavora con Putin, invade isole greche, uccide i curdi siriani alleati degli Stati Uniti, si annette il gas di Cipro - tra l’altro contro gli interessi italiani, che hanno condotto le ricerche, con forti investimenti. Che cos’è la Nato?

Scalfari evoca domenica su “la Repubblica” il caso Piccardi, che divise e subito dopo affossò il partito Radicale, dei liberali di sinistra. Per dire che il “caso Macerata” può affossare ora il Pd. Ma non dice come. “La Repubblica” apre con “Le piazze della sinistra - «No ai nuovi fascismi»”. Senza una sola riga in due pagine per stigmatizzare la “guerriglia” a Macerata e a Piacenza. Che tutti hanno visto in televisione. La sinistra scendeva in piazza per Berlusconi? 

Giovedì non è un giorno della settimana

Giovedì è il nome – un giorno dela settimana – che il poeta Gabriel Syme riceve nel gruppo anarchico a cui un amico lo ha convitato. Se non è stato lui a farsi cooptare, perché Syme non è quello che apare.
Non è la sola falsa identità: Chesterston prende di petto quest stratagemma del gener e gialo e si diverte a moltiplicarlo. Un racconto scopiettane, quindi, di sorprese continue: travestimenti, smascheramenti, i seguimenti a profusioe. Poco serio, più sul genere pastiche, di ironia sul giallo. Ma avvincente, se non convicente.
Le considerazioni che lo segnano non sono da meno, il racconto è uno degli aforismari più pingui di Chesterston – qui non c’è ancora il Risolutore, padre Brown. “Quel giovanotto non era un poeta, ma certo un poema”. “I ladri rispettano la proprietà”, la desiderano, “i filosofi la detestano”. “I bigami rispettano il matrimonio, i filosofi lo disprezzano”. “La dinamite non è soltanto il nostro strumento migliore ma il nostro miglior simbolo. È un simbolo perfetto per noi, come l’incenso delle preghiere per i cristiani. Si dilata, scoppia e si espande, e per questo solo disrugge: così il pensiero distrugge soltanto perché si espande. Il cervello dell’uomo è una bomba!”. “Il corso di un dialogo non può essere predetto da una sola delle due parti”. “Il buddismo non è una fede, è un dubbio”. “I poveri sono ribelli ma non sono anarchici: hann più interesse di tutti che ci sia un governo che funzioni”. “Gli aristocratici sono stati sempre anarchici”. Il terrorista è “un vero pessimista moderno”.
Con una serie di consigli agli utenti, e agli aspiranti. L’mitazione è migliore del reale – piace di più. L’uomo d’ordine è più estremista dell’estremista. Il travestimento perfetto suscita sospetto. Le informazioni si prendono da chiunque, tranne che aaal fonte: dai giornali, dai commercianti, dalle serve, ma non dai diretti interesstai.
Gilbert K. Chesterston, L’uomo che fu giovedì, Bompiani, pp. IX-227 € 10
Lindau, pp. 248, ill. € 21

venerdì 16 febbraio 2018

Secondi pensieri - 335

zeulig

Decostruzione – Teoricamente è un processo interminabile, poiché procede inevitabile con la decostruzione della decostruzione. Del procedimento stesso, non dei temi e eventi oggetto della decostruzione. Essendo un procedimento, non ancorato a principio o presupposti. Della stessa natura della logica. Non lo è cioè al modo della celebre “Incoerenza dell’incoerenza” (“Destructio  destructionis philosophorum”) con cui Averroé contestò Al Ghazzali, “L’incoerenza dei filosofi” (“Destructio philosophorum”). Che nel caso riguardava un fatto preciso, l’incompatibilità (o compatibilità, secondo Averroè) di Aristotele, e della filosofia in genere, con il “Corano”.

Dio – Creazione superbamente fantastica. Si può dire la fantasia dell’intelletto all’opera.

Europa – Universale la prospetta Joseph Roth in uno sfogo passionale subito dopo avere optato per l’esilio anticipato a Parigi dalla Germania già demoniaca nel 1925 – in vari luoghi di “Le città bianche”. Confuso ma articolato: cattolica, laica, ebraica. Buona a tutto, quello che ci può essere di buono nel consorzio umano. Ad Avignone, la più “bianca” di tutte le “città bianche”, Roth vede l’Europa sapiente tra paganesimo, ebraismo e cristianesimo, tra Oriente e Occidente, tra passato e presente, in un orizzonte armoniosamente conchiuso, confuso – auspicando: “Un giorno il mondo avrà l’aspetto di Avignone?”
È un auspicio, e un’utopia, comune a molti dopo la Grande Guerra, la prima “guerra civile” europea. Nel quadro di un’umanità universale, transnazionale - “la grande e potente tradizione culturale dellEuropa antica e medievale Con lo sguardo più acuto sulla generazione – la propria – e sul mondo perduti nella guerra. Ma in Roth con un segno preciso, nell’alveo del cattolicesimo. A Parigi l’assimilazione, il sogno e la promessa dell’Ottocento contro cui Gershom Scholem protestava già ruvido col suo amico Benjamin, e più protesterà da Israele, appare a Roth diversa che a Berlino o Vienna, e anzi ideale. Un mondo senza nazionalismo né militarismo. Al cattolicesimo punta come “forza unificatrice dell’Occidente” ma anche come fede, benché in un quadro transconfessionale.
“Ciò che è riuscito a realizzare il cattolicesimo europeo”, concludeva Roth, “quale grandiosa mescolanza di razze, quale miscuglio colorito delle più disparate linfe vitali”. Senza “tediose uniformità”: “Ogni persona porta nel proprio sangue cinque diverse razze, antiche e recenti, e ognii individuo è un mondo che ha origine in cinque diversi continenti. Ognuno capisce tutti gli altri e la comunità è libera, non costringe nessuno a comportarsi in un determinato modo. Ecco qual ì il grado più alto di assimilazione: ognuno resti com’è, diverso dagli altri, straniero rispetto ad essi, se qui vuole sentirsi  casa propria. Un giorno il mondo avrà l’aspetto di Avignone?”

Sullo sfondo prospettando un ‘inculturazione ragionata: “Che timore ridicolo hanno le nazioni, e perfino le nazioni in cui si vanta una mentalità europea, se credono che questa o quella «peculiarità» possa andare perduta e che dalla colorita varietà degli esseri umani possa scaturire una poltiglia grigiastra! Gli uomini non sono dei colori, e il mondo non è una tavolozza. Quanto più numerosi sono gli incroci, tanto più nette resteranno le peculiarità”. Un “mondo meraviglioso” prospettando, “in cui ogni singolo rappresenterà l’intero”. 

Guerra – È – si combatte come con la – religione. È l’argomento di Simone Weil al generale De Gaulle a Londra – che non volle ascoltarla – per proporre un corpo di “infermiere di prima linea”: “Simili formazioni procedono necessariamente da un’ispirazione religiosa”. Allo stesso modo delle SS con l’“eroismo della brutalità”, i parà e gli altri gruppi scelti di Hitler: “Non nel senso dell’adesione a una Chiesa determinata, in un senso assai più difficile da definire ma al quale solo questa parola è adatta. Ci sono circostanze in cui tale ispirazione costituisce un fattore di vittoria più rilevante di quelli militari in senso stretto”. Hitler vinceva perché sapeva quanto il fattore morale è decisivo nella guerra ideologica: “Non che l’hitlerismo meriti il nome di religione. Ma è senza dubbio un surrogato di religione, e questa è una delle cause principali della sua forza”. Avere soldati “animati da una diversa ispirazione rispetto alla massa dell’esercito, un’ispirazione che somiglia a una fede”.
Simone Weil proponeva le infermiere di prima linea suggestionata dall’osservazione di Joë Bousquet, cui in guerra il tenente Louis Houdard, un gesuita, aveva dato una sola consegna, non attardarsi sui feriti: “Il soldato che combatte non deve fermarsi a sentire i lamenti d’un soldato che muore”. Il soldato non vede la battaglia, la battaglia è un dovere che egli esegue senza pensarci, è questa la sua grandezza, e la sua carica morale, argomentava Bousquet: “Il soldato che attacca è parte della grande battaglia che con stupore vede formarsi, il suo dovere è la sua immaginazione, egli ne è preda e non può disporre di sé. Parlare con un moribondo lo riporta a se stesso e decompone la volontà che l’evento aveva generato in lui. Non è più parte dell’impresa. La pietà, la paura fanno nascere una coscienza. A un uomo che ha da temere solo la morte, non si deve imporre la visione dell’agonia”. Niente logica in guerra, niente spiegazioni, solo fede.
Simone Weil conveniva con Bousquet: “La guerra è l’irrealtà stessa”. Ma, aggiungeva, “conoscere la realtà della guerra è armonia pitagorica, unità dei contrari, è la pienezza della conoscenza del reale”. La guerra argomentando come una forma del sacro.
Non la logica Amico\Nemico, ma il suo modo d’essere: implica una tridimensionalità, benché minima, che turba gli assetti. È qui il senso vero della politica come chiesa: la politica come guerra. Che oggi si combatte con la testa. Con la propaganda e, in campo, con le tattiche: chi mette in gioco se stesso ne deriva autorità morale e valore bellico, seppure perdente. È il recupero a fini bellici della potenza creativa della fede. La quale non è che immaginazione: la fede è grande creatrice, nei mistici come nel fante straccione napoleonico.

Memoria - “Aveva così cattiva memoria che si dimenticò che aveva cattiva memoria e si ricordò tutto” è un aforisma (greguerìa) di Ramon Gomez de la Serna. Ma la memoria è inaffidabile – maliziosa anche.

Omosessualità – Ritorna, esaurita la liberazione o parità, nell’ambito del narcisismo. Soddisfacente, esaustivo, positivo se vissuto nelle forme dell’amicizia-convivenza amorosa, insoddisfacente se rinchiuso in quella sessuale. Del narcisismo nella forma del sé medesimo. O della “confusione” cui  René Girard accenna tra il “desiderio dello stesso” e il “desiderio del diverso”. Pur protestando (“Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”) una “falsa differenza tra l’erotismo omosessuale e l’erotismo eterosessuale”.
Anche nell’erotismo eterosessuale, è l’argomento di Girard Jean-MichelOughourlian e Guy Lefort,   si può discernere una componente omosessuale: “I partner dei due sessi vi giocano, l’uno per l’altro, il ruolo di modello e di rivale tanto quanto di oggetto”. Con l’esempio poi classico di Proust: “La metamorfosi dell’oggetto eterosessuale in rivale produce effetti molto analoghi alla metamorfosi del rivale in oggetto. È su questo parallelismo che si basa Proust per pensare che si può trascrivere un’esperienza omosessuale in termini eterosessuali, senza tradire la verità dell’uno o dell’altro desiderio. È lui, è evidente, che ha ragione contro tutti quelli che, sia per esecrarlo sia al contrario per esaltarlo, vorrebbero fare dell’omosessualità una specie di essenza”. Nell’accoppiamento omosessuale si vive la differenza, ma in un eros dominato dal desiderio della somiglianza-identità.
Narcisismo è concetto recente, freudiano, ma mitografia antica, originaria.

Gay è termine storicizzabile, di Filadelfia, primi anni 1950, con una dimensione militante. L’atto di nascita del movimento si fa ascendere al saggio “The Furtive Fraternity” pubblicato da Gaeton Fonzi sul mensile “Philadelphia”, sulla comunità “gay” della città. Il mondo omosessuale si distingue dal movimento gay, dei diritti.
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Opinione pubblica – È passiva, catatonica. Ha bisogno di stimoli per svegliarsi, e per indirizzarsi. Di maestri e di prontuari.
Può reagire imprevedibile a uno stimolo, ma anche allora seguendo altre tracce segnate. Non mai in autonomia.

Orrore delle cose – Sindrome probabilmente comune, ma misconosciuta. Borges la denuncia di Chesterston:  “La sua opera, contro la sua volontà, lo testimonia: paragona le piante di un giardino ad animali incatenati, il marmo a una luce lunare solidificata, l’oro a un rogo congelato e la notte a una nube più vasta del mondo e a un mostro fatto di occhi”. Ma in chiave in tutta evidenza  autoreferente. Anche Savinio mostra in molti frammenti l’orrore degli oggetti, che figura animati, mobili, invadenti.

Puritanesimo – È l’avvocato del peccato, benché ne sia – si atteggi, si mostri – pubblico accusatore. Di tutti i peccati possibili, essendo all’origine il peccato per eccellenza, dell’orgoglio.
Il puritano assolutizza il peccato. Lo erige, lo monumentalizza. E alla fine se ne fa invadere e abbattere. È un distruttore, non un conservatore.

Raro è il caso di Karen Blixen, “Il pranzo di Babette” (festino in realtà), che si vuole ironico e a lieto fine – il buon cibo non fa male all’anima. Il puritano non può nutrire sentimenti: inclinazioni, passioni, semplici desideri. È quindi retrattile, in questa vigile crescente rinuncia. Fino all’isolamento e allo spegnimento, per un atto di orgoglio. Insensato per di più.

zeulig@antiit.eu

Oscar al sadismo

Il capolavoro sarà stato della promozione, vendere il film alle giurie di Venezia e degli Oscar - è anche il film più visto in pre-view, un privilegio che scalda i cuori, negli Usa e in Europa.
Un concentrato dei film di serie B, di cui il regista è specialista: sangue, violenza, catastrofi, sporcizia, bruttezza, dei luoghi e dei personaggi. Qui con un barlume di umanità in sottofondo, conculcata. Sadismo e masochismo, niente favola per il mostro.
Un film di citazioni, tardo esercizio postmoderno, nel 2018? Ma allora beffardo: una punizione, per due interminabili ore – sembra di sentire il ghigno del regista. E manca pure l’aria, benché nelle provvide sale del signor Ferrero – ghignante, anche lui?
Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua

giovedì 15 febbraio 2018

Gli Usa potrebbero lasciare la Wto

I dazi anti-dumping di Trump su alcune importazioni sono limitati – il più grosso colpisce i pneumatici speciali per grandi macchinari. Ma non è per questo che Pechino non ha risposto, se non con blande rimostranze. Il nodo dei rapporti Usa-Cina è più grosso, e riguarda i giudizi nei contenziosi commerciali che la Wto, World Trade Organization, pronuncia da qualche tempo a favore di Pechino. Un nodo non visibile ma cruciale.
Ora la Wto si deve pronunciare sulla denuncia di Pechino contro gli Usa e la Ue per non aver rispettato l’impegno a concedere alla Cina entro il 2016, come da impegni presi, lo status di “economia di mercato”. Se, come si teme, il giudizio sarà favorevole a Pechino, gli Usa potrebbero alsciare la Wto. Senza pregiudizio per il libero scambio, ma con indubbio effetto protezionistico. .  
Contro la Wto eretta a Corte Suprema del commercio mondiale ha protestato a più riprese Obama, e Trump non è stato da meno, da subito. L’organizzazione ginevrina del commercio mondiale ha un Dispute Settlement Body, organo di risoluzione delle controversie, e un Appellate Body, una sorta di corte d’appello sulle prime decisioni. La Wto e i due corpi giudiziari sono stati concepiti e orientati da Washington,  ma da un decennio non c’è modo per l’industria americana di proteggersi dall’aggressività cinese: tutti i procedimenti aperti a Ginevra, o quasi tutti, si sono conclusi a favore di Pechino. 

Ma Trump fa politica

Il rimbalzo di Trump nei sondaggi di popolarità non si spiega – i media americani non se lo spiegano. Forse per l’ossessione Trump. Mentre è spiegabile con l’azione di governo, se non con la personalità dell’uomo. Un’azione di tutto rispetto: di fatto il presidente affarista mostra senso politico.
Se ha adottato l’aspetto del bulldog e del bulldozer, lo avrà fatto a ragion veduta. Il giro di vite sull’immigrazione clandestina, la riforma fiscale, il budget espansivo, il piano infrastrutture, e le denunce a catena dei tanti accordi internazionali ai quali gli Usa si erano piegati per senso di responsabilità, per primo quello con l’Iran, sono un cospicuo programma di governo. E pagano: i settori affrontati da Trump evolvono favorevomente per gli Usa.

Gli investimenti rientrano e si moltiplicano. L’immigrazione illegale è crollata. La Cina, obiettivo dei provvedimenti protezionistici, non protesta – non ha di che, poiché fa dumping, ancorché protetta dalla Wto. La riforma fiscale, denunciata dai più come una riforma per i ricchi, è, guardando alle cifre e ai dispositivi, a favore della piccola borghesia, compresi i salariati con lavori multipli, che si vedono ridurre le aliquote di circa dieci punti. Nessun dubbio che l'Iran ha usato l'accordo sul nucleare e i soldi di Obama pet farsi le guerre in Siria e Yemen.

Trumpatia

Si può seguire la presidenza Trump come la seguono i media americani. Sui servizi segreti che in continuazione fanno rivelazioni ma non sanno spiare niente – da tre anni aggrappati al Russiagate, un’autocertificazione della propria incapacità. Sulla non adeguatezza di questo o quel collaboratore. Sul trumpismo del ragazzo killer in Florida. O su accuse sublimi tipo “Trump bara al golf”, le rivelazioni del caddy. “Alana”, una prostituta cinquantenne, ci ha fatto l’amore, giura, etc.
Questo sito richiamava ieri “Novella 2000”, e “Novella” non ha mai fatto male a nessuno. Ma, a una riflessione, si resta basiti: questa è l’opinione pubblica di riferimento, che guida il mondo libero. Mentre Trump marcia come un trattore, governando e sgovernando a destra e a manca.
L’ultima piega di questa ossessione, nelle ultime ore, è di appaiare la presidenza Trump alla presidenza Clinton. Per quale motivo? Perché l’economia corre, oggi come allora. E perché la Casa Bianca era organizzata-disorganizzata come oggi con Trump. Una vendetta contro Hillary Clinton, che ha perso una sfida vinta?
Riesaminare l’era Clinton o della globalizzazione selvaggia sarebbe opportuno, ma per astio?

Appalti, fisco, abusi (115)

Le analisi di routine, del sange, delle urine, costano con l’Asl di solo ticket più di quanto costano le analisi stesse in un laboratorio privato qualsiasi senza il sistema sanitario.

Il costo elevato delle analisi è quello dei laboratori pubblici, ospedalieri e non, delle stesse Asl. Il sistema sanitario nazionale fa pagare dunque una tassa enorme – il ticket – per la sua inefficienza.

Lo stesso costo  riconosciuto dalle Asl ai laboratori pubblici è riconosciuto ai laboratori di analisi privati convenzionati. Che però preferisocono lavorare fuoi convenzione, privatamente, per non  dover aspettare un anno o due il pagamento dell’analisi – mentre devono versare il il ticket subito alla Regione. Se non fosse per la sua inefficienza, lo Stato pagherebbe a un qualsiasi operatore privato più del doppio del prezzo di un’analisi.

Il Monte dei Paschi è da tempo oggetto di speculazione ribassista. Violenta. Di chi puntava qualche anno fa a  far saltare l’euro con la fuoriuscita dell’Italia, premendo sulla crisi bancaria. Complice la Bce, la Vigilanza di Danièle Nouy. E di chi, da un sei mesi, punta a comprarselo. Acquisti e vendite fuori misura, per procedure, quantità, tempi. Rilevabili, documentabili. Ma non dalla Consob. C’è voluto l’esposto, documentato, di un forte azionista, il fondo londinese ByBrook Capital, perché la Consob si muovesse. Ma senza esito.

Ci sono i contatori elettronici con lettura a distanza, pagati dagli utenti, ora anche per il gas, ma le utilities fatturano a calcolo. Non sul consumo annuo diviso per dodici, ma sul consumo del picco. Il che per le seconde case – un terzo delle utenze - significa fatturare a dicembre, quando nessuno le abita, i consumi di agosto. Una truffa. Nell’inerzia dell’Autorità per l’Energia.

Sulla fatturazione a calcolo, le utilities sono tenute periodicamente – sarebbero tenute – alla fatturazione reale, su lettura. Ma il calcolo dei rimborsi non è mai speculare alla fatturazione: tot kWh, o mc, tot euro. Qualcosa resta impigliato in una delle dodici voci di costo.

Una bolletta che ha dodici voci di costo è un’anomalia, indizio sicuro di truffa: non è controllabile. Questo non avviene per il telefono, mentre è pratica corrente per la luce e il gas. Perché diverse sono le Autorità di controllo?

Poesia narrativa

Due poeti speciali: Robert Lowell (1917-1977), recuperato da Massimo Bacigalpo e Francesco Rognoni, e Jesper Svenbro (1943), tradotto e presentato da Maria Cristina Lombardi. Di poesia narrativa entrambi – sarà il segno della poesia del secondo Novecento. Entrambi con esperienze italiane, Lowell nel 1950-52, lo svedese ai suoi trent’anni, quando aveva deciso di stabilirsi a Roma – poi optando per Parigi. Entrambi legati alla classicità – Svenbro più su lato mitico. L’“aristocratico bostoniano” Lowell discorsivo, Svenbor, filologo, quasi aulico.
Completano il nmero un ampio ripescaggio di Alberto Bevilacqua poeta, a opera di Alessandro Moscé. E un ampio ricordo di John Montague, il poeta irlandese morto a Nizza un anno fa a 87 anni, del suo amico Alessandro Gentili.
Poesia, febbraio, pp. 80 € 5

mercoledì 14 febbraio 2018

L’insostenibile leggerezza dei media Usa

Leggendo l’ammirata stampa Usa alla luce del caso Trump si resta di gesso: è “Novella 2000”. Il “New York Times”, la Cnn, la “Washington Post,” perfino l’indigeribile “Wall Street Journal”,  sono un’edizione americana di “Novella 2000”. Che perlomeno ha le “prove” delle foto.
È “Novella 2000” il Russiagate. Fb, Cia e Nsa continuano a denunciarlo da tre-quattro anni, senza mai adottare una difesa, e senza mai neppure scoprire un nemico preciso, almeno uno fra i tanti da cui si dicono assediati. Altrove non ci crederebbe più nessuno, in America fanno legge. L’immigrazione illegale: gli Usa ne hanno avuto nei quasi vent’anni del Duemila più del doppio che l’Europa – che ha una popolazione più del doppio di quella americana. Tutti vogliono limitarla e regolarla, ma chi ci prova è un criminale – l’immigrazione è un totem del politicamente corretto.Con la vecchia tentazione sempre della caccia alle streghe. Ora in chiave maschile, ma sempre come illecito sessuale.

L’invasione cinese

La Cina non punta gli Usa, punta l’Europa. Con gli Stati Uniti va verso una coabitazione, o meglio una cogestione. Dei commerci e probabilmente, in un futuro non  remoto, degli equibri strategici di potenza. Sull’Europa punta forte, in tutti i settori, a partire dalle infrastrutture: porti, flotte ferrovie, autostrade, la Cassa Depositi e Prestiti. Senza riguardi – il cinese è cerimonioso ma deciso.
L’Iniziativa 16+1, o China-Ceec (Central and Eastern European Countries) - nell’ambito del progetto Via della Seta per legare la Cina all’Europa con le infrastrutture, marittime, ferroviarie, stradali - vede la Cina collaborare direttamente con i 16 apesi dell’Est europeo ex Jugosalvia e ex Unione Sovietica (ma non la Russia, nemmeno l’Ucraina). Undici dei sedici fanno parte dell’Unione Europea, ma il rapporto di Pechino è bilaterale con i apesi interessati.
Gli investimenti sono pealtro diversificati, nei 16 e in tutta Europa. In tutti i settori, anche nell’industria e nella finanza. Comprese le squadre di calcio,  anch’esse rientrano in una strategia, con i diritti tv (MediaPro) per il calcio spnagolo e quello italiano, la metà del continente – con la moneta inconvertibile, ogni investimento all’estero deve essere autorizzato.

Problemi di base filosofici - 398

spock

È impensabile che Dio, essere molto saggio, abbia messo un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo nero” (Montesquieu)?

“Il negro è pelandrone, vagabondo, negligente, indolente e di costumi dissoluti” (Linneo)?

“Il nero può sviluppare certe capacità proprie delle persone, come il pappagallo riesce a dire alcune parole” (Hume).

Sono le cose colpevoli – c‘era in Grecia, al tempo di Pericle, un tribunale che giudicava le cose, il coltello, il bastone?

Kant, seguendo “il signor Hume”, ci sfida “a trovare un solo esempio di negro dotato di talento”: si può deluderlo?

Amato Kant, è lui o non è lui il discepolo sempre del maestro Pangloss, al secolo Christian Wolff, il metafisico, che con la progettata Filosofia per dame fu l’anima dell’Europa?

spock@antiit.eu

Perfetto è il racconto del nulla

Il “racconto perfetto” – da Montale a Tondelli, giudizio univoco. “Perfetto” è il racconto perché non si giova di nulla, né amori (o violenze) né sparizioni, né agnizioni, e tutto il contrario dell’eroismo: la vita quotidiana di due vechi senza passione, un prevosto e una lavandaia. In chiave realista, ma non “neo”: Ivan Tassi, che ha curato l’edizione Diabasis, vi trova specchiato un senso autobiografico d’inutilità della vita. Una vena esplorata anche altrove, per esempio da Jean Giono in “Les âmes fortes”, 1950, ma qui con più verve – la vita dietro il nulla.
Anche gli altri suoi racconti, raccolti postumi in brevi antologie, sono prose che rotolano, all’apparenza senza un centro, una storia, un personaggio, un aneddoto. Curiosamente analoghe a quella del contemporaneo Fenoglio – che però narrava di guerra, resistenza, eroismi, antieroismi, destini alti.  
L’edizione Diabasis porta le tre redazioni del racconto. A cui “Silvio D’Arzo” (Ezio Comparoni), reggiano, classe 1920, ha lavorato a partire dal 1947, rimaggiandolo e anche riscrivendolo. Nel 1948 lo pubblicò, firmandolo “Sandro Nedi”, col titolo “Io prete e la vecchia Zelinda”. Che è la sintesi del racconto. Nel 1952 lo ripubblicò, rivisto, col nome “Silvio D’Arzo”, e il titolo “Casa d’altri”. Poi lo riscrisse, senza pubblicarlo – uscirà postumo nel 2002, ricostruito sulle sue carte.
Silvio D’Arzo, Casa d’altri Diabasis, pp. 144 € 15
Consulta, pp. 116 € 15