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mercoledì 15 luglio 2020

grillo.it

Roma de mmerda
Città bella e zoccola
Tutta monnezza su monnezza
Che a Grillo ha dato la ricchezza
 
Da Farage a Zingaretti
È una politica da cretinetti
Ma altrove Grillo
Sarebbe un imbecille


Il voto al cesso

Il signor Cubeddu, democristiano tipico di Tivoli imprestato ai 5 Stelle, è stato eletto alla Camera dei Deputati con 17 voti di preferenza, e cinquemila 9schede bianche e nulle, all’uninominale. Ricontate le bianche e le nulle, con la vecchia maggioranza 5 Stelle-Lega, è risultato invece perdente, ampiamente. Vinceva una leghista.
Poi la maggioranza è cambiata, anche nella Giunta parlamentare elezioni, che ha avuto l’idea di rivedere lo scrutinio, di ricontrollare le schede. Non tutte, un 10 per cento. Non per altro, per un motivo nobile: controllare che non si fossero stati brogli, e quindi responsabilità penali. E il Tribunale prontamente ha risposto che il controllo non si può fare perché le schede elettorali erano archiviate nel bagno, il bagno si è allagato, e le schede non sono leggibili. Nemmeno il 10 per cento che la Giunta modesta chiedeva. Il ricalcolo delle bianche e le nulle è stato così messo da parte.
Un gioco delle parti. Ridicolo anche. Ma senza vergogna. Ci sono Parlamenti e Parlamenti, certo, ma un minimo di decenza dovrebbe essere obbligatoria per tutti.


Letture - 427

letterautore

Camilleri – Quanto il “vigatese” deve a Vincenzo Consolo, 1992, “Retablo”, la fantasia settecentesca dello scrittore milanese di Sant’Agata di Militello? Il linguaggio anzitutto: un misto di siciliano e italiano che non è siciliano e non è italiano, ma è significante sia in italiano che in dialetto. Fantasioso in Consolo, inventivo, una sorta di avventura nella lingua, e non formulistico né ripetitivo, come quello di Camilleri – come vuole la serialità. E significante (radicato) come linguaggio, non “inventato”. Da “Retablo” vengono probabilmente – o comunque ne ripetono alcuni caratteri fissi - in Camilleri: il servo buono e scemo, altrimenti inconcepibile quale agente di Polizia, seppure demansionato a piantone, il brigante giudizioso, il pastore solitario e primitivo ma sapiente, il protagonista osservatore più che agente.

Dante – Dante “profeta” è dimensione trascurata da qualche tempo - da ultimo vi si è esercitato Bruno Nardi, “Dante profeta”, Laterza, 1942 – Nardi è lo studioso che per primo in Italia ha esaminato i condizionamenti della cultura araba e del neoplatonismo in Dante, più che della scolastica, dell’aristotelismo. Ora è ripresa dal Centro Dantesco dei Frati Minori di Imola, con un convegno di cui Giuseppe Ledda ha redatto gli atti, “Poesia e profezia nell’opera  di Dante”. Profezie come visioni, allucinazioni, vendette - politiche per lo più, riguardanti la chiesa e il papato, da ghibellino.

In nota al “Fanciullino”, la poetica della poesia germinativa, spontanea, Pascoli spiega: “È superfluo aggiungere che per quanto non tutto nella Comedia sia poesia, e non tutta la poesia che v’è sia pura, per altro quel poema è nella sua concezione generale il più «poetico» dei poemi che al mondo sono e saranno. Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima che la contemplazione dell’invisibile, la peregrinazione per il mistero, il conversare e piangere e sdegnarsi e godere coi morti”.

Elefante – Impersonò l’Oriente nel Medio Evo, la bizzarria il fasto e il potere orientali. Come tale ne desiderò uno Carlo Magno, come narra ora il medievista Giuseppe Albertono in “L’elefante di Carlo Magno”. La vicenda era stata narrata alcuni decenni fa dallo storico di Pisa Michele Luzzatti. Nel 797 il futuro imperatore dei Romani (si farà coronare a Natale dell’800), inviò al califfo Harun al-Rashid, quello delle “Mille e una notte”, tre ambasciatori con alcuni doni, in cambio dei quali chiedeva un elefante. Quattro anni dopo, ai primi dell’801, sbarcarono a Pisa due messi del califfo e uno dell’emiro di Tunisi, el Abbassiya. I tre dovevano spiegare a Carlo Magno, che si trovava a Pavia, che uno dei suoi tre ambasciatori, Isaac Iudeus, stava per tornare via Africa con un elefante in dono. Isaac Iudeus sbarcherà a settembre a Portovenere, con l'elefante promesso. Che riuscirà a recapitare vivo, nel luglio 802, a Carlo Magno a Aquisgrana. 

Giallo d’autore – Marco Tullio Giordana porta in teatro i progetti matrimoniali di Werner Henze, gay professo e soddisfatto, con Ingeborg Bachmann, che ebbe molti amori, felici e infelici, con Uwe Johnson probabilmente, Celan a più riprese, il marito Max Frisch, Enzensberger, Reich-Ranicki, e alcuni altri. Erano coetanei, pressappoco, avevano scelto Roma (Henze infine Marino), erano amici, avevano la lingua in comune, collaboravano sul piano artistico, lei librettista di “Le cicale”, “L’idiota”,  “Il principe di Homburg”, “Il re cervo” (da Carlo Gozzi), lui compositore. Che altro manca? Giordana ha comprato, spiega a Emilia Costantini su “La Lettura”, da appassionato di auto d’epoca, una Maserati 3500 Gt tra i cui vecchi proprietari figurava Henze. Una macchina in disarmo, piena di robaccia, ripulendo la quale emergono le leltere d’amore tra Ingeborg e Henze. Non è l’unica sorpresa. Le lettere, scritte in tedesco, inglese, francese e italiano “operistico”, sono databili con difficoltà, perché scritte senza indicazione di tempo. Giordana con difficoltà le sistema. Senonché – non è finita – “le lettere originali mi furono rubate in casa”, spiega Giordana. E aggiunge, rendendosi conto dell’inverosimiglianza della cosa: “Un furto su commissione? Da parte di chi?”
Le lettere ritrovate, non datate, rubate, ne abbiamo già sentito. Però, una storia di grandi amori tra una poetessa dai molti amanti e un musicista gay professo, ammirati e amati nel moto teutonico, esuli a Roma, è geniale.

Italia – Il paese dei pini – un “logo Italia” sarebbe un pino solitario? Il “pino solitario” di Luciano Virgili e Giacomo Rondinella. Mandel’štam ha gli “italici pini solitari”, per dire la memoria felice, in un poemetto del 1923 molto nero, pessimista, “Chi trova un ferro di cavallo”.
L’italiano lo stesso poeta (“Compagna del Petrarca”), 1935, dice: “Compagna del Petrarca, del Tasso, dell’Ariosto;\ lingua del tutto assurda, lingua dolce-salata; e splendide gemellanze di quei suoni in combutta…”.
Nella “Conversazione su Dante”, Mandel’štam aveva anche scritto:”Splendida è la fama poetica dei vegliardi italiani, la loro giovane, ferina, voracità di armonia, la loro sensuale concupiscenza nei confronti della rima. Il disio  - “vegliardi” il curatore Remo Faccani intende “in quanto figli dell’«antichità culturale» dell’Italia”.
Per “lingua del tutto assurda” Mandel’stam intende, sempre in “Conversazione su Dante”, “il carattere puerile della fonetica italiana, la sua stupenda infantilità, la sua vicinanza al cinguettio dei bambini, un certo suo congenito dadaismo”.
Mandel’stam aveva debuttato con filastrocche per bambini e racconti per ragazzi.
In una delle ultimissime, brevi, composizioni, “Lo dirò in brutta copia, a fior di labbra”, Mandel’štam ricorda Leonardo, “L’ultima cena”: “E sotto il cielo dimentichiamo spesso\ - sotto un purgatoriale cielo effimero -\ che il felice deposito celeste\ è una mobile casa della vita”.
Il “purgatoriale cielo effimero” il curatore principe di Mandel’štam, M.L.Gasparov, assicura essere il refettorio di Santa Maria delle Grazie di Milano, che ospita l’affresco. Nello stesso giorno in cui scrisse questi versi, 9 marzo 1937, Mandel’štam ricordò in altro componimento, “Il cielo del cenacolo s’è invaghito del muro”, anche l’opera di Leonardo.

Napoli – È grigia, disse subito Walter Benjamin: “Impressioni di viaggio fantastiche hanno colorato la città. In realtà grigia: un grigio rosso e ocra, un bianco-grigio. È molto grigia nei confronti del cielo e del mare”. Così la vede anche Costanzo nella fiction Rai da “L’amica geniale” della Ferrante. Ma si vuole colorata. Coloratissima la fa la Rai, nelle serie napoletane dei napoletani, Carlei, “I bastardi di Pizzofalcone”, e Corsicato, “Vivi e lascia vivere”. Con Ozpetek, “Napoli velata”.

Naturalismo – È la bistecca di Italo Svevo: così Gicomo Debenedetti, che non l’amava, irride al naturalismo-verismo in un saggio su Federigo Tozzi - il suo primo dei tanti interventi su Tozzi, “Con gli occhi chiusi”, pubblicato nel 1963 sulla rivista “Aut Aut”, n. 70, ripreso nella prima raccolta postuma dei suoi saggi, 1970, “Il personaggio-uomo”: “Un noto epigramma di Svevo, cinico solo in apparenza, dice: «Non è tanto che io goda di mangiarmi la bistecca, quanto del fatto che io la mangio e gli altri no». L’arte naturalista postulava un pubblico di mangiatori di bistecche”.  

letterautore@antiit.eu

Santa Sofia – “ci sono moschee ben vive”

“E il ramo a frastagli dell’acero
si bagna in angoli curvi,
e screziate farfalle si lasciano
trasporre in disegni sui muri.
Ci sono moschee ben vive,
e forse – l’ho appena intuito –
noi siamo una Haghia Sophia
dal numero d’occhi infinito”.
Osip Mandel’štam, nov. 1933-genn. 1934 (trad. Remo Faccani)
Il componimento è dedicato a Santa Sofia di Costantinopoli, il cui “nome domestico”, quello in uso tra il poeta e la moglie, è alla greca, Hagia Sophia. Il commentatore M.L.Gasparov spiega che il tema è la “raffigurazione della cupola vivente” della basilica, per cui è “vivo” anche l’adattamento della basilica a moschea. Ai mosaici dei serafini e cherubini che ornano le vele si riferirebbero gli “occhi” innumerevoli del tempio, della fede come conoscenza, ecumenica.
Osip Mandel’štam, Ottanta poesie 
  


martedì 14 luglio 2020

Sorella Sofia

Erdogan, il compagno di spuntini

Di Berlusconi, di Trump e di Putin

Che il velo e la mordacchia

ha imposto alla Turchia

al Profeta ora dedica

la Santa Sofia,

in omaggio a quale massoneria


Problemi di base di fede - 579

spock

“Si può essere santi senza Dio”. A.Camus, “La peste”?

 

“La fede non sa e perciò crede”, Umberto Galimberti?

 

“«Verità di fede» è una contraddizione in termini, perché la verità «sa» mentre la fede «crede» proprio perché «non sa»”, id.?

 

“La fede non è determinata dall’evidenza del contenuto o dal ragionamento, ma da un fattore sterno: la volontà”, san Tommaso d’Aquino?

 

“A differenza dal sapere, la fede riduce in schiavitù ogni intelletto, per cui l’intelletto, di fronte alla fede, è inquieto, anzi in uno stato di infermità e di grande timore e tremore”, id.?

 

“Chi crede la fede verità assoluta non è un credente ma un militante della fede”, Karl Jaspers?

 

Larvatus prodeo”, la divisa di Descartes, procedo mascherato, o Larvatus pro Deo, mascherato per Dio”, Jean-Noël Schifano?


spock@antiit.eu

Poeta al tempo di Stalin

“Ogni messa a morte, con lui, è una lieta\ cuccagna e un largo torace di osseta”: un distico conclusivo, del breve componimento “Viviamo senza più avvertire sotto di noi il paese”, che l’autore giudica debole - “è un finale scadente, ha qualcosa di cvetaeviano” - ma abbastanza per meritargli, novembre 1934, la polizia segreta in casa di notte, l’arresto, e il confino, fino alla morte quattro anni dopo. Del distico finale Mandel’štam aveva peraltro scritto una variante “non autorizzata” che faceva: “Ogni messa a morte con lui è una cuccagna\ ed è un largo culo di georgiano”. Lui è Stalin. Era solo l’ultimo di molti epiteti: “il montanaro del Cremlino”, “tozze dita come vermi”, “occhiacci di blatta”, attorniato da “mezzi uomini”, “una marmaglia di gerarchi dal collo sottile”.
Anche osseta si voleva offensivo: “In Unione Sovietica, e soprattutto in Georgia, era diffusa la «leggenda»  che la famiglia di Stalin fosse originaria dell’Ossezia”, minuscola etnia evidentemente non onorevole, “tanto più che il vero cognome di Iosif Stalin, Ďugašvili, ha il significato letterale di ‘figlio di osseta’” (Remo Faccani). E comunque non c’erano dubbi: cresciuto  “socialista rivoluzionario”, al punto che la famiglia per evitargli guai lo mandò a studiare a Parigi, dove seguì le lezioni di Bédier e Bergson, ma liberale in politica, per quello che la politica contava per lui, convinto della rivoluzione borghese del 1917 ma non di quella leninista, Mandel’štan aveva vissuto libero per la protezione di Lunacarskij prima e di Bucharin dopo - nonché, da ultimo, di Pasternak, confidente di Stalin. Ma sempre nelle ristrettezze (non gli davano casa), al punto da tentare una volta anche il suicidio.  
Una raccolta come divisa in due parti. Di prima del 1920, approssimativamente, e dopo. La seconda parte “politica”: sempre lirica ma amara, originata dagli eventi. Testimonianza ennesima, se ce ne fosse bisogno, della durezza del regime sovietico. Una prima parte invece lirica nel senso più ristretto, dei lirici greci (anche, un po’, Pindaro), sebbene senza musica – se non, probabilmente, le armonie verbali. Classica, immersa nella mitologia – le figure, i luoghi, le immagini – greca e romana. Al modo come essa era stata rigenerata nel Tre-Quattrocento: gli stessi dei, eroi, vicende, quasi fossero la culla naturale della poesia. Con molta Italia, che sarà la passione della seconda vita di Mandel’štam, da reietto politico come Dante, immerso nella lettura della “Divina commedia” in originale: Venezia, Roma, Petrarca, Tasso, Ariosto, la lingua, l’Adriatico, i pini.
Una lirica, quella di questa antologia, non originale: né i temi – tramonti, mare, templi, la storia – né i versi. Se non, bizzarramente, per lo spirito “haikù” che trapela - nella forma allungata, del “tanka”: dell’impressione visiva, olfattiva, sensitiva, su una tela in qualche misura ragionata benché allusiva. Una impressione che il curatore conferma, non escludendo, filologicamente, una conoscenza diretta della lirica giapponese nel gruppo di poeti con i quali Mandel’štam era cresciuto e si rapportava.
La scelta è riprodotta in originale, a fronte della traduzione. Un complesso lavoro di Remo Faccani, che tenta una traduzione “sperimentale”, prosodicamente a specchio della scrittura originale:  “reinventa” in traduzione “le forme del testo russo”. Componimento per componimento, documentando copiosamente il lavoro svolto, fino a raddoppiare la consistenza del volume. Con un apparato storico e filologico anch’esso poderoso. E una nota bio-bibliografica ricchissima di informazioni. Prima dell’esilio familiare a Parigi, Mandel’štam aveva frequentato il liceo sperimentale privato del principe Tenišev. Lo stesso che frequenterà qualche anno dopo Nabokov, che ne ha scritto. Tra i professori Gipsius.
Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, Einaudi,pp. 277 € 16


lunedì 13 luglio 2020

Erdogan, il mercante di immigrati

Arrivano bastimenti carichi di contagiati, dalla Turchia. Non per caso: la navigazione è lunga ma la direzione precisa - la rotta è vecchia di millenni, quella che ha portato alla Magna Grecia, la traccia jonica. E non con pietas, ma come sfida.
La Turchia è occhiutissima, quella di Erdogan ancora di più: non c’è movimento in Turchia, sia pure lo spostamento della macchina da un parcheggio all’altro, che sfugga alla polizia. Non si parte dalla Turchia di nascosto o per caso.
Il presidente turco ha fatto dell’immigrazione un caso dichiarato di politica, di mercanteggiamento. Apre e chiude le frontiere all’immigrazione irregolare con assoluto cinismo, per calcolo – a niente contano gli obblighi di diritto internazionale.
Erdogan, soprannominato il Sultano, lo è in ogni senso. Come quello che si ritiene legibus solutus, senza legge, e che disprezza ogni altro. Specie in Europa, confrontandosi con i Conte e i Di Maio. Dove il pezzo forte è Merkel, ed è tutto dire, che finanzia lautamente (fa finanziare da noi e gli altri europei) Erdogan per quello che Erdogan dovrebbe comunque fare in base al diritto. Gli accordi Merkel-Erdogan sull’immigrazione sono immorali e impolitici. E questa è tutta la questione.  


Secondi pensieri - 425

zeulig

Auschwitz - Il contestato Adorno di Auschwitz, “scrivere una poesia dopo Auschwitz è da barbari” (“Nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben ist barbarisch”), già Hölderlin se lo chiedeva un secolo e mezzo prima:“Che ce ne facciamo dei poeti (wozu Dichter) nel tempo del bisogno?”- peggio nell’origina: a che i poeti (wozu Dichter). È verso di Hölderlin in un’elegia piana, “Pane e vino”, per niente apocalittica. Che Heidegger legge come poesia della fine della poesia, dopo la fine di Dio. Di un poeta che continuò a poetare anche nella follia, lunga più della sua vita attiva.
 
Corpo -  “Il corpo è uno dei nomi dell’anima, e non il più indecente”, Marcel Arland, “Où le corps se partage”.
 
L’immortalità Quevedo, che pure è un antisensista, vuole nell’atto. Quello lì, proprio, alla tedesca: l’atto generativo, o anche soltanto godereccio. Una kantiana cosa-in-sé che fosse la copula. Anticipando Schopenhauer: “La copula sta al mondo come la parola sta all’enigma”. Che è fatto per essere sciolto, tramite la parola, e dunque il mondo è fatto per l’atto. Sostenere l’immortalità attraverso la materia non è male.
 
Il corpo è lo spirito è Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”. E anche Mach, lo scienziato, “L’analisi delle sensazioni e il rapporto tra fisico e psichico”, che dice suo “principio guida” il “completo parallelismo tra ambito fisico e psichico”. E anzi lo trova comunque  valido: “Questo principio è quasi ovvio, ma può essere posto come principio euristico anche senza il sostegno di questa concezione di base”. Oppure Raffaello, come Rozanov lo vide: “Il corpo è l’origine dello spirito”.
 
Disincanto - “La stagione del disincanto non nasce con Weber e il Novecento, ma con Alberti, Machiavelli e Guicciardini, i quali gettano sull’uomo uno sguardo tragico e senza illusioni”: Michele Ciliberto sintetizza a Gnoli sul “Robinson”, 11 luglio, le sue riflessioni su Machiavelli, da ultimo in “Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia”. È così – anche se Ciliberto ne ricava una revisione radicale dell’Umanesimo, come di un’età di crisi senza soluzione: “Sull’Umanesimo è a lungo prevalsa l’immagine di un’epoca armoniosa e serena; in realtà è stato il tempo di una lunga crisi”. Una crisi storica, “che ha cambiato il ruolo e la funzione della storia d’Italia nella storia del mondo”. Perché, va aggiunto, l’Italia cristallizzò nei principati, frazionalmente, divisivamente – ma, poi, i principati sono la “gloria” storica dell’Italia, in Burckhardt e non solo. Ma anche, va ancora aggiunto, in una storia che non sia solo cesarismo e imperialismo: si può dire l’Umanesimo la grande età dell’intellighentsia – tanto grande che ha generato equivoci per secoli, l’illuminismo compreso e l’impegno sovietico. 
È un’epoca di crisi ricomponibile: di ricerca per superare la crisi – che culmina per esempio nel
disincanto. Diverso dalla crisi come stato stazionario, come liquido amniotico e insieme corpo vivente, quale si mostra oggi, da decenni.
 
La stessa Riforma, che è un movimento politico e non religioso (la religione rimane nell’essenza la medesima),  è solo divisiva. Critica nel senso della crisi persistente, che alimenta per scopi politici, essenzialmente di principi e principati – di chi si appropria che cosa. È importante situare Weber nell’ambito germanico,e quindi di una certa storia delle religioni, ma è più importante situare queste religioni.
 
Identità - “La più antica tentazione proteica dell’uomo, quella della molteplicità”: Romain Gary, montando l’impostura del suo alter ego “Émile Ajar”, la mette al centro del capolavoro del presunto “Ajar”, “La vita davanti a sé”. Mettendo in scena una sorta di doppio, che chiama Momo dal Momus esiodeo, il piccolo dio del sarcasmo: un giovane arabo che non avendo padre né madre s’inventa la sua propria vita.
 
Io - L’“io indivisibile” è capace da solo di contrapporsi all’universo infinito.“Tutto questo mondo visibile non è che un impercettibile segmento dell’ampio cerchio della natura…Nessuna idea le si avvicina. Abbiamo voglia di gonfiare le nostre immaginazioni al di là degli spazi immaginabili; non riusciamo che a generare atomi, in paragone alla realtà delle cose”. È parte del pensiero di Pascal n. 72, “Sproporzione dell’uomo”.  Il mondo “è una sfera il cui centro è dappertutto, la circonferenza in nessun luogo”. La nostra ragione è poca: “Se la nostra vista si ferma lì, l’immaginazione deve procedere oltre;  e si stancherà prima lei d’immaginare che la vita di darle esca”.
L’uomo è incapace di verità, ma lo sa; è il piccolo-grande uomo di Pascal.
Nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo.
I “Pensieri” in qualche modo sempre si riconnettono a Dio – esistenza, natura, etc.- ma in forza dell’io.
 
Marx – Si può dire l’ultimo platonico – platonista. Non in amore, in politica: fautore della filosofia (rivoltata, ma pur sempre filosofia, completa, totale) in politica: della soluzione definitiva e quasi finale.
 
Possesso – Giacomo Debenedetti ne irride l’idea (nel saggio “Con gli occhi chiusi”, in “Il personaggio-uomo”), per irridere il naturalismo in letteratura – che legge solo in Zola, non per esempio in Balzac – ricorrendo a Proust, là dove “in un episodio amoroso della «Recherche», dice che la parola possesso è assurda, mitologizza qualche cosa di impossibile”. E le mille pagine di Proust su Albert-Albertine, sulla gelosia?
Il possesso del critico è l’avarizia - che Debenedetti etichetta di capitalismo, era l’aria dell’epoca, anni 1960, ma più esatto sarebbe del collezionista - anche se Chatwin, “Utz”, ha reso il collezionista simpatico. Ma il possesso esiste, anche mentale, per gelosia, misantropia, ipocondria – non c’è altra ratio nei tanti delitti che si succedono in suo nome, dove non c’entra l’avarizia o il capitalismo del critico Debenedetti. Ed è aggressivo, seppure si presenti come difesa.  

Riconoscenza - “I benefici ci sono graditi finché crediamo di poterli contraccambiare, ma se superano questa capacità, la riconoscenza si muta in odio” (Tito Livio, “Annali”, IV, 18). È normale, è spontanea, la domanda di aiuto nel bisogno. Altrettanto normale, spontanea, si riterrebbe  la riconoscenza quando l’aiuto è concesso, specie se risolutivo. Ma la somma degli aiuti costruisce ugualmente una torre di risentimenti: di constatazione reiterata, insistente, delle proprie insufficienze o incapacità, dell’altrui abbondanza, se non abilità, della serenità o comunque delle scarse angosce altrui a petto delle proprie, del destino avverso. 
 
Stasi - È combattimento – guerra civile – in Agamben. È stasi metafisica in Campanella. Le parole in filosofia sono inattendibili.
La filosofia è fatta per rovesciare il senso delle parole? Da qualche tempo sì, è l’unica forma di conoscenza, benché circolare, da gioco dell’oca.  

zeulig@antiit.eu

Il futuro di Santa Sophia

Hagia Sophia, qui destinò il Signore
popoli e re a fermarsi. Ché dal cielo
la tua cupola (dice un testimone)
pende come fissata a una catena.
 
E ai secoli diede esempio Giustiniano,
quando Artemide Efesia, per degli dei stranieri,
accettò di lasciarsi carpire il verde marmo
di centosette delle sue colonne.
 
Ma che pensava il generoso artefice,
quando, sublime d’anima e talento,
in te dispose le absidi e le esedre,
additandogli oriente ed occidente?
 
Bello il tempio in un liquido universo,
un trionfo di luce le quaranta finestre,
e sulle vele ai piedi della cupola
belli più d’ogni cosa - quattro arcangeli.
 
E quel sapiente, sferico edificio
Oltre popoli ed ere avrà futuro,
e il singhiozzo alto dei serafini
non curverà le ombrose dorature”.
 
Mandel’štam evoca più volte nei suoi componimenti la “Cupola”, che Serena Vitale dice una “parola-tema” e associa alla “cupola di Hagia Sophia (la basilica della Divina Sapienza di Costantinopoli”. In questa poesia, del 1912, il riferimento è diretto – la traduzione è di Remo Faccani.
Osip Mandel’štam,
Hagia Sophia


domenica 12 luglio 2020

Le opere della corruzione

Il governo ha nominato, intende nominare, tutti commissari alle opere pubbliche, 130 pare. Molte di esse non al primo commissariamento, evidentemente senza esito, se sono ancora da fare. Cambiare le regole degli appalti pubblici invece no.
Non si cambiano le regole in omaggio alla legalità, si dice. Argomento ridicolo, dal momento che si nominano dei commissari straordinari. No, è questione di sottogoverno. Di governo cioè attraverso la corruzione. Per ogni appalto bisogna meritare politicamente con il vincitore, e anche con i perdenti. I quali potranno fare ricorso all’infinito, e farsi pagare il potere di ricatto, o comunque ottenere compensazioni in altri appalti.
Il peggio del peggio: la corruzione al quadrato, senza l’opera pubblica. La corruzione per la corruzione. Anche il vincitore può fare ricorso, per rivalutare i costi etc. O la corruzione al cubo, considerando che i commissari sono gli stessi dirigenti ministeriali che rendono impossibili le opere pubbliche.
La Funzione Pubblica come fucina del malaffare. All’insegna della protezione della legalità. Ci vuole ingegno per arrivarci. Con coperture evidentemente estese, mediatiche e giudiziarie. Ma è il segno di un imputridimento insanabile? È agitato ora – l’imbroglio della legalità – dai duri e puri del nuovismo
.


Ombre - 521

Più pensioni che buste paga, conteggia la Cgia-Mestre per questo mese di luglio, il primo della ripresa dell’attività dopo la quarantena. È l’inizio della fine, ma non si dice.
 
L’allenatore del Bologna Mihajlovic lamenta, a tre quarti del campionato, un record storico di espulsioni e ammonizioni:quattro e 93 - di cui sei, quindi in tre casi, hanno portato a espulsione. Per una squadra, lamenta, che non è di picchiatori, e nemmeno di mestieranti – è la più giovane del campionato. Mihajlovich essendo serbo forse non sa che la giustizia non esiste, nemmeno nello sport - non in Italia.
 
L’economia sommersa De Rita la scopre a Prato, spiega al “Venerdì di Repubblica”, nel 1969: tutti avevano un secondo lavoro, col telaio nel sottoscala, ricco di tasse non pagate. Ma era la materia vent’anni prima della serie “Il Calzolaio di Vigevano”, la trilogia narrativa di Mastronardi  – tutti facevano scarpe nel sottoscala a Vigevano. Bisognerebbe  dare il governo ai narrarori, ne sanno di più? No, ma dicono che il re è nudo, se lo è.
 
Gianni Mura ricattato per anni da un suo beneficato. Non ricattato, minacciato. Nemmeno tanto credibilmente, da un mezzo pazzo. Che bastava comunque denunciare, non avrebbe potuto fare male. La paura è inspiegabile?
 
Berlusconi col Pd: Romano Prodi non ha paura di scandalizzare la platea di “Repubblica” per lanciare la sua candidatura al Quirinale. Ma, dopo trenta o quarant’anni di abusi, referendari, giudiziari e giornalistici, dell’ex compromesso storico contro l’ex cavaliere, proporlo a salvatore del partito Democratico?
 
Si sono pagate mazzette perfino per fornire i “nuovi distintivi di grado” in uso nelle forze armate da tre anni. Affari per una ventina di milioni. Si potrebbe dire: niente. Ma si capisce perché s’inventano nuove carriere, cambiando magari solo i nomi, o inventandosi posizioni intermedie: così si fanno i “nuovi distintivi di grado”.
 
Si moltiplicano i “commissari” alle opere pubbliche nell’ultimo decreto del governo. Con osanna generali. L’ultima trovata dei grandi burocrati, quelli che ostacolano comunque le opere pubbliche, per avere incarichi in cui guadagnano molto di più senza dover fare nulla, nemmeno andare in ufficio la mattina: nominarsi commissari. Che, se va bene, l’opera si realizza. Sennò, chi se ne frega. Molte delle opere sono al secondo e terzo commissariamento.
 
Tra i tanti, c’è un commissario anche per la Tirrenica. S’intende per Tirrenica l’autostrada Roma-Genova, che risulta un’arteria “europea”, il corridoio E 24, ma nel (lungo) tratto toscano della Maremma attende da sessant’anni il via libera. I sindaci si oppongono, cavillando sull’ambiente e sui cm. quadrati. Ma in realtà per poter sfruttare il traffico di passaggio sull’Aurelia con le grasse multe per eccesso di velocità. Non per la sicurezza - l’Aurelia ha il record di morti su strada, ma non per la velocità: la banca multe hanno costruito variando i limiti di velocità ogni poche decine di metri, con i rilevatori nei punti dove la confusione è massima. Confidando anche nel giudice di pace di Orbetello, che dà sempre comunque ragione ai Comuni.
 
“Il Messaggero” paga i collaboratori online 7 euro - 9 se l’articolo è corredato da video. Giornalismo?


Senza futuro

“I quarantenni di oggi hanno mancato il tempo di ogni rivoluzione”, è il principio, e la fine. Peggio, “abitano il proprio presente con la sensazione di non potervi davvero risiedere, infragiliti”. Oggi, un’elezione generale, in cui un italiano su tre ha votato Grillo, e uno su due ha votato Grillo e Salvini, e una crisi pandemica dopo, sicuramente più vero di cinque anni fa: storicizzato, il futuro “interiore” è più appannato che mai. Ma più che altro si direbbe vittima della crisi dello Stato sociale, per effetto della crisi demografica e della globalizzazione, che da trent’anni scuotono l’Occidente – lo stesso che le ha volute (architettate, imposte), per meglio guadagnare, rosicando il  lavoro, la scuola, la sanità, le pensioni.
Molto Murgia parla di immigrazione. Tra ius soli e ius sanguinis, che comunque, spiega, sono divisivi - solo un po’ meno del nessun ius per il migrante. Mentre una scelta di condivisione vuole auspicabile, nel bisogno reciproco – una scelta da “capitani contagiosi”. Il primo e il terzo capitolo sono in successione logica, “Cittadini di un mondo scelto” e “Capitani contagiosi”. Si appartiene alla comunità per “autoriconoscimento”. 
L’identità come co-appartenenza, si può aggiungere agli argomenti di Murgia, è filosofia di Heidegger. Ma l’immigrazione non è tutto – e in uno Stato bene ordinato non sarebbe problema insolubile e divisivo. L’identità è in crisi in nuce, alla radice. Nella confusione della generazione – in teoria – al potere: tanta buona volontà e tanta debolezza. “Abitare la democrazia”, al centro della riflessione di Murgia, è più problematico. Molti “buoni esempi”, qua e là per il mondo, di urbanistica come di “autorealizzazione” sociale - vuole dire qualcosa? Nella ormai vecchia strategia delle microrealizzazioni – che, certo, non fanno male (ma quanto bene?).
Un pamphlet buono, propositivo, che avrebbe meritato più fortuna. Rispecchia la confusione, lo smarrimento anche, della Generazione X, gli oggi quaranta-cinquantenni: una generazione di buoni, cresciuta per distanziamento dalle follie terroristiche, di fine utopismo, che ne hanno circoscritto e indebolito le potenzialità. Per di più, figli dei baby boomers, di “quelli del Sessantotto”. A loro volta figli dei “ricostruttori”: una seconda generazione come tutte energica e energivora, incontenibile e rapace, che molto ha seminato - in buona parte ora abortito - e tutto si è preso. Una generazione X quindi assennata ma sbalestrata, di passaggio. Generatrice perplessa, per la prima volta nella storia, tra ambiente, risorse, animalismo e ogni sorta di paure, degli Y o Millennials  (Millennial Generation, o Echo boomers, o Net Generation) - quelli che navigano imprudenti, incoscienti, o solo prigionieri, sulle sabbie mobili della rete. 
“Ogni generazione ricomincia il percorso in proprio”, e occorre solo ripetere, “ripetere all’infinito”, è buona ricetta di Michela Murgia. Con in più un po’, perché no, di giudizio critico: bisogna riprendere l’uso della storia – siamo fatti più di quanto non ci facciamo, ma non del tutto. Della storia grande, quella micro è solo di nicchie, salvagenti, scappatoie.
Michela Murgia, Futuro interiore, Einaudi, pp. € 12


sabato 11 luglio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (430)

Giuseppe Leuzzi

Tra i cimeli di Joe Bonanno nella biografia del figlio Bill scritta da Gay Talese, “Onora tuo padre”, c’è, ancora nell’edizione tascabile degli anni 1990, la foto del capomafia con Bernardo Mattarella, il padre del presidente. Con questa didascalia: “Potente ministro del governo italiano, nativo di Castellammare del Golfo e amico d’infanzia di Joe”. Bernardo Mattarella si era querelato contro gli autori dell’autobografia di Joe Bonanno, successiva di un decennio a questa del figlio Bill, pubblicata nel 1971.

Nella mattutina retata di mafiosi per i tg e i giornali radio, il 25 giugno finisce in carcere Giorgio De Stefano.Che di suo fa Giorgio Condello Sibio, come figlio della madre, ma da grande si sarebbe unito ai fratelli di sangue paterno, figli di Paolino, un boss di Reggio ucciso nel 1985 in una guerra di mafia. Giorgio vive nello show-business. Ha a Milano un ristorante per calciatori e vip. È compagno di Silvia Provvedi, cantante, influencer e ex di Fabrizio Corona. Noto come Malefix. Per aver fatto gli auguri alla fidanzata un paio d’anni fa con la scritta “Buon compleanno Principessa. Malefix”, portata da un aereo sopra Cinecittà. Ma questa non è in Italia la normalità?

Il mondo è narrazione
Si vedono inglesi accalcati gli uni sugli altri nelle pallide spiagge, e a Liverpool per lo scudetto.
Nel paese cioè che ha il record di morti in Europa per il virus. Gli italiani sono diventati disciplinati mentre gli inglesi costumati delle file si scatenano a contagiarsi reciprocamente? È così, ma non cambia nulla: conta la narrazione, e quella degli inglesi è epica. Si amano. Anche nella morte, si potrà ora dire.
 
Similmente la Toscana, che ha la narrazione forse più positiva: regione di grande bellezza, oltre che di tesori culturali, e per questo virtualmente bene amministrata, nella sanità, nella viabilità, nell’igiene, nella protezione paesaggistica e ambientale. Cose tutte non vere e non vere per chi la frequenta: Firenze è una panineria, genere squallido, e rumorosa, anche sporca, per una movida che più becera non si imagina – ed è il solo atto di vivenza della città. Ma la fama, il “discorso su”, la narrazione sono coriacei, indistruttibili.
 
L’economia sommersa, tutta produttività e niente tasse, De Rita spiega a Concetto Vecchio sul “Venerdì di Repubblica” di averla “scoperta” a Prato, nel 1969: “Tutti avevano un secondo lavoro, se non un terzo… C’era un’evasione fiscale spaventosa”. Ma era già nel “Calzolaio di Vigevano” di Mastronardi un decennio buono prima. “Molti avevano un telaio nel sottoscala”, spiega De Rita. Anche gli “scarpari” di Vigevano. Il lavoro in nero e l’economia sommersa non erano – non sono – del Sud, ma le etichette vi si sono appiccicate e questo è tutta la storia.

I banditi (di passo) dell’autostrada
Tra i 130 commissari alle 130 opere pubbliche urgenti previsti dal decreto “Semplificazioni” del governo per reagire alla crisi economica indotta dal coronavirus ce n’è anche uno per la “Tirrenica”. Tirrenica è l’autostrada Civitavecchia-Livorno, che attende da sessant’anni. Questo del governo Conte non è il primo commissario straordinario all’opera, altri due o tre sono stati nomionati. Uno si chiamava Antonio Bargone. Un altro Giorgio Fiorenza. Uno specialissimo commissario all’opera si dichiarò un ministro dei governi Berlusconi, prima all’Ambiente poi ai Trasporti, di Orbetello, il ragionier Altero Matteoli , ex Msi, ex An, poi Popolo delle Libertà e Forza Italia. Che però è morto quattro anni fa proprio in un incidente stradale sull’Aurelia, e proprio vicino Capalbio, la capitale del no alla Tirrenica.

Si dice che l’autostrada non si fa perché i ricchi possidenti di Capalbio si oppongono. In realtà si oppone la Maremma, i Comuni della Maremma: nessuno può fare nulla perché i Comuni si oppongono. Non si oppongono, il Pd, il partito al governo, non lo consente. Cavillano: i governi intanto cadono, le legislature chiudono, i fondi allocati vanno perduti, e la solfa ricomincia di nuova.
I sindaci si oppongono in teoria per motivi ambientali: l’autostrada inquina eccetera. Ma l’inquinamento c’è uguale, anzi peggiore, sull’Aurelia serpeggiante, un  po’ a doppia corsia un po’ no. Si oppongono perché utilizzano l’Aurelia come cassa. Grazie alle multe per eccesso di velocità, da eredi dei vecchi banditi di passo, ora per il buongoverno.
Nei sessant’anni due brevi tratti si sono fatti, per una ventina di km., fuori Maremma: nel livornese, da Livorno a Rosignao, e nel viterbese, da Civitavecchia a Tarquinia. Sul tratto di Aurelia da Tarquinia a Grosseto Sud, un’ottantina di km., sono stati contati oltre 700 segnali stradali, di cui 150 circa di variazione della velocità massima consentita.  

Napoli
Scrive un lettore al giornale che periodicamente ritorna a Napoli, e non ci vede nulla di quanto scrivono i giornali.Vede una città operosa, e all’interno molte grazie. Vecchie strade, vecchi palazzi, vecchi monumenti, e nuove costruzioni, ingegnose, ardite, colorate, rifacimenti, ristrutturazioni, ammodernamenti. Perfino pulizia, che in Italia è rara. Con gente dappertutto garbata nel tratto, colloquiale, coinvolta e coinvolgente. Non disperata, disadattata. Un paradiso, senza diavoli?
 
Al tempo di Bach, aveva quattro conservatori di musica.
 
Era capitale della musica ancora per Stendhal, primo Ottocento. Che il teatro San Carlo dice “un colpo di Stato”, per aver legato il popolo al re.
 
“Non a caso da qui sono partiti i maestri di Plauto, non a caso l’opera buffa è nata qui”, Riccardo Pazzaglia, “Partenopeo in esilio”, 90.
 
Era famosa nel Cinquecento per il gran numero di cavalli delle sue scuderie. Fino ad Agnano, che ha saputo chiudere, con tutta la lotteria.
 
La vera “radice ebraica mediterranea” Ernst Bernhard nella “Mitobiografia” dice la città. Dove la gente mangia cipolla e parla con le mani, come gli ebrei, un tempo.
Ognuno ci trova, si direbbe, quello che ci cerca: uan città metanorfica, meglio caleidoscopica.
 
Senza citarlo, probabilmente senza conoscerlo, Riccardo Pazzaglia volgarizza il pensiero di Alfred-Sohn Rethel su Napoli, nel saggio “L’ideale dello sfascio” - Das Ideal des Kaputten. Über neapolitanische Technik”: “Nacqui in una città, in un rione, in un fabbricato e in una casa dove attorno a me non c’era niente che fosse nuovo, tutto era già antico, vecchio e rotto. Ma anche riaggiustato con molta abilità e fantasia”.
Pazzaglia ci aggiunge di suo l’autoconvinzione: “Anzi, per tutti gli anni dell’infanzia, fui convinto che tutto il resto del mondo fosse sosì: aggiustato, rattoppato, rammendato, tenuto insieme con filo di ferro, spago, chiodi arrugginiti”.
 
Una scena sohnretheliana di Napoli è in Goethe, che nella città inghirlandata di salsicce per il carnevale, vede una ventina di ragazzi seduti in cerchio, sopra le gambe piegate, con le mani aperte stese a terra, immobili e in silenzio. Non disperdevano il calore: erano seduti sul cerchione di una grande ruota, che il fabbro aveva appena saldato.
 
“Una volta, a Napoli, il tassista, che passava clamorosamente col rosso, ricevette una strombazzata da un’auto”, ricorda Maurizio Ferraris su “la Repubblica” (“Adorno vide Napoli e non morì”), “che passava regolarmente con il verde. Il tassista commentò: se ne approfitta perché ha ragione”. Ferraris si spiega così che “Napoli abbia sempre esercitato una così forte attrazione sui filosofi”. Soprattutto su quelli “venuti da Nord”, come lui stesso.
 
Lo stesso Ferraris si ritrova a girare per Napoli “infastidito come un leghista di una volta” ma pure “sottomesso a una realtà più profodna infinitamente più antiche” della sua. “Nelle insensate processioni della Madonna dell’Arco” rivede “le usanze delle fratrie greche che nessun cristianesimo è riuscito ad addomesticare. Nelle donne grassissime e panterate che girano in moto come se le ruote facessero parte del loro corpo riappare il Pantheon pittoresco” – il Pantheon, ricorda, “era bianco e composto solo per i gentiluomini della Virginia del diciottesimo secolo”.   

leuzzi@antiit.eu

La depressione, che ridere

Schopenhauer non c’entra, se non come cappello a un nonsense ioneschiano, prolisso. Tra un filosofo, sua moglie e un amico che si scrivono e scrivono alla psichiatra. La quale da ultimo risponde ai tre con un apologo, che sembrerebbe di fastidio verso gli importuni e forse vuole solo dire che la stupidità è contagiosa. Una satira, della depressione – e della psicoterapia.
Pensato probabilmente per il teatro, di cui Reza è specialista, il racconto è di un non-evento, o delle turbe borghesi sulla depressione. Ingrossate dal fantasma di Althusser, il filosofo per definizione, che ha finito per strangolare la moglie, per nessun motivo. Ma il tutto in filigrana, sottile anche troppo. Appesantito dall’etnicismo: tutto è ebraico, i nomi, le cose, i riferimenti, Spinoza compreso - oltre che lo Schopenhauer del titolo, “la slitta di Schopenhauer”, non c’entra nemmeno Spinoza, di cui il filosofo è specialista e di cui quindi si parla. Una satira coraggiosa? Un dispetto?
Yasmina Reza, Dans la luge de Schopenhauer, Folio, pp. 77 € 5

 


venerdì 10 luglio 2020

Senza governo non c’è Parlamento

Il governo Conte in stallo, ormai da mesi, ripropone il problema dei governi parlamentari. Che il Parlamento costruisce, a prescindere dalle elezioni.
Il governo Conte, di centro-sinistra dopo essere stato di centro-destra, serve solo a non mandare a casa il Parlamento, evento temutissimo dai parlamentari. Non ha altra funzione, a parte i proclami senza seguito. Potrebbe darsela? Con questa maggioranza parlamentare evidentemente no.
I governi parlamentari sono irresponsabili? Il problema si pone per la posizione, più volte ribadita, di rispetto della “volontà del Parlamento” da parte di Mattarella. Altri presidenti hanno trovato vie d’uscita, con indirizzi politici, motral suasion, avvertimenti ai gruppi parlamentari.
Dei Parlamenti nelle istituzioni resta vero che essi sono il popolo. Non c’è dubbio. Anche quando il popolo è bestia. Non c’è dubbio che questo Parlamento sia rappresentativo. Anzi, è specchio troppo fedele, magnifica l’immagine che riflette. Ma la democrazia ha bisogno di indirizzi.


Berlusconi perché no, o dell’opinione pubblica

Berlusconi col partito Democratico? Al netto delle ambizioni di Romano Prodi al Quirinale, per le quali i voti di Berlusconi sono utili e anzi necessari, l’ipotesi è una delle infinite possibilità della politica. Non è peraltro un fatto nuovo, Berlusconi ha già fatto da ruota di scorta al Pd: al governo Napolitano-Monti dapprima e poi, tramite Verdini, a Renzi e Gentiloni. La novità è lo spiazzamento dei media: la proposta di Prodi al forum online di “la Repubblica”, che ha quarant’anni, poco meno, di antiberlusconismo quotidiano.
Una conferma che l’opinione pubblica non esiste – si fa e si disfa, “si mena”, direbbe Machiavelli, a piacimento. La coerenza va adattata, la politica è flessibile, ma ci sono dei limiti, se non altro di gusto.


Quel che va bene a Volkswagen va bene all’Europa

Quel che va bene alla Germania va bene all’Europa: Angela Merkel questo non l’ha detto, ma è con questo vecchio detto americano alle orecchie, con riguardo alla General Motors, che ha pensato il programma del suo semestre di coordinamento europeo. Pensato forse no, è un riflesso condizionato. Comunque, in questi termini lo ha presentato al vertice europeo.
Affari in libertà con la Cina – la Cina è il più grande mercato di Volkswagen. E con Putin la faccia dell’arme, ma non per la Germania, che raddoppia gli acquisti di gas. Il Fondo europeo Recovery Angela Merkel ridimensiona a 500 miliardi, mentre la burocrazia europea insiste sui 750, ma si sa già come finirà.
Poca fantasia è stata sempre addebitata a Merkel. Ma non senza un fine.


Appalti, fisco, abusi (179)

A un anno, poco più, dall’uscita prevista del Tesoro dal capitale, Monte dei Paschi non ha un acquirente - c’era Ubi, resta Bpm, che però non ne vuole sapere. Né il Tesoro può cedere il suo 68 per cento, costato 6,9 miliardi nel 2017, per 1,2 miliardi, quanto la quota vale oggi in Borsa. Il risanamento della gestione, se c’è, non ridà smalto a Siena, non cancella la zavorra, vecchia e nuova.
 
Unicredit accende un prestito obbligazionario da un miliardo con Cassa Depositi e Prestiti, dopo aver condotto la battaglia obliqua fatto contro i 5 miliardi di Cdp a Fca, assistita da Intesa. Mentre Intesa annuncia una disponibilità di 10 miliardi per il finanziamento delle pmi. Tra i due grandi gruppi bancari la differenza è solo di comunicazione? 
 
Roma e il Lazio, la città e la regione peggio amministrate fra le città e le regioni ricche, esigono il doppio di addizionali Irpef rispetto a Milano e alla Lombardia – o alla Toscana. L’addizionale Irpef regionale è per il Lazio, a tutti i livelli di reddito, il doppio della Lombardia (amministrazione di destra) e della Toscana (amminsitrazione di sinistra).
 
Roma, con l’addizionale comunale allo 0,9 per cento, e esenzione solo per reddito fino a 12 mila euro, esige mediamente il doppio di Milano, che ha esenzione fino a 27 mila euro, e tariffe scaglionate per i livelli di reddito successivo, fino a un massimo dello 0,70 per cento. Benché il reddito medio a Roma sia due terzi di quello milanese.


Dio è il racconto di Dio

La memoria “di Dio come oggetto, e Dio come soggetto”. Le due cose, ricordarsi di Dio e che Dio si ricordi di noi, sono in dialettica costante. In antico, nel tempio c’erano gli “svegliatori”, che ogni mattina aprivano la giornata col salmo: “Perché dormi? Svegliati”. Rivolto a Dio, e agli uomini.
Dio è il racconto di Dio - di Dio come oggetto, si direbbe, e di Dio come soggetto.
Il “racconto di Dio” è “il rapporto con Lui. In tutt’e due i sensi: stare a sentire Dio che si racconta e pregare Dio che stia a sentire noi che gli raccontiamo. Questa è la condizione fondamentale di ogni fede”.
Piano, arguto, un altro concetto di Dio. Per l’ebraismo, ma anche per il cristianesimo. In ebraico “il concetto di storia si pensa e si esprime” come memoria, “come una sequenza di generazioni che ricevono ciascuna dalle precedenti e trasmettono ciascuna alla seguente”. Nella storia biblica, ebraica, “la stella polare è il ricordo (Zachor)”. Storia è ricordare, se ne parla “in termini di toledot (generazione)”, “di contro al concetto greco-latino di historia, che viene da indagare”. O della “storia come genealogia” – “nella coscienza ebraica, anche nella mia, la passione per le genealogia è dominante”. L’esigenza è “conservare il nome”: questo resta, per altre cose non si vive comunque abbastanza.
Una delle ultime conferenze di De Benedetti, biblista, teologo, non fondamentalista, anzi “un po’ marrano” (“a chi mi chiede se sono ebreo o cristiano, io risponde secondo i giorni: sono cristiano la domenica, ed ebreo… tutti gli altri giorni”), con arguzia e profondità, semplice sempre. Pdb è uno dei bersagli delle mascalzonate (“incarrighiane”) di U.Eco, col quale condivise per molti anni il lavoro redazionale alla Bompiani: “Non si sa mai se PDB\ quando parla piano piano\ è ortodosso oppur marrano:\ lui è fatto un po’ così!”
A cura e con una concettosa introduzione di Francesca Nodari. E una nota bio-bibliografica.
Paolo De Benedetti, La memoria di Dio, Mimesis, pp. 53 € 5


giovedì 9 luglio 2020

Cronache dell’altro mondo – 67

Wall Street ha chiuso il miglior trimestre degli ultimi venti anni, malgrado la recessione senza precedenti storici provocata dal coronavirus - e col rischio di un nuovo lockdown. Gli indici sono a livelli storici record.
Tesla, 500 mila auto vendute, vale in Borsa il doppio di Toyota, il primo produttore mondiale di automobili, 10 milioni di auto.
Una sola giornata di aumenti in Borsa di Tesla vale da sola tutta la quotazione di Fca.
Tre giornate di incrementi di Tesla in Borsa valgono più della quotazione di Gm, Ford e Fca messe assieme.
Amazon quota 3 mila euro – per una sola azione.
Le azioni più ambite, che quotano rispettivamente 3.000 e 1.500 euro, Amazon e Tesla, sono soprattutto ricercate da “un elevatissimo numero di piccoli azionisti”.
Rocco Commisso, imprenditore americano di successo nato a Siderno, Reggio Calabria, era fiducioso che il suo nome sarebbe apparso una volta sul “New York Times”, annota Massimo Basile su “la Repubblica-Firenze”. In aspetto lusinghiero: come l’interprete dell’American Dream, quello che dal nulla ha creato un’impresa da 5 miliardi, ha fatto donazioni, ha salvato il Cosmos, la squadra di calcio di New York, e ha salvato e finanzia la Fiorentina. Ma sul giornale ambito è finito come l’allocco di un sagace, ammiratissimo, macedone, agente di “molti dei giocatori slavi arrivati alla Fiorentina”, che ora vuole da lui molti soldi, a vario titolo. Un articolo, quello del “NYT”, scritto per conto del sagace agente, Fali Ramadani, con disprezzo di Commisso. Forse nemmeno a pagamento.


La paglia in autostrada

Sono le 13,50, è un’ora e mezzo che siamo fermi sull’autosrada Roma-Civitavecchia, tra Ladispoli e Santa Severa. Siamo stati chiusi in macchina un’ora e mezza, il sole brucia, con l’aria condizionata accesa. Il sito Autostrade dice che si è formata una coda di 3 km. – diceva un’ora fa, poi non è stato aggiornato - indietro verso Ladispoli, e di 2 km. in direzione opposta, da Santa Severa – che è vicina un paio di km., chi ci arriva avrà fatto in tempo a uscire, e continuare sull’Aurelia.
Una sosta lunga non si sa perché. Un incidente, si dice. Una nuvoletta ristagna sull’autostrada un po’ più avanti, starà bruciando una macchina, un camion, forse, una cisterna. Una cisterna no, il fumo sarebbe denso. I molti che sono scesi per fotografare la scena tornano incerti, non si vede granché. Un’ambulanza è arrivata da una mezz’ora a passo lento, indecisa, e si è fermata sul lato destro, davanti a noi. Un’altra più piccola e mobile, di una Misercordia locale, è sopraggiunta con più voglia di fare, l’autista è smanioso, scende dal mezzo, parla con l’altra ambulanza, va avanti, torna indietro, telefona. Ma non cambia nulla. Anche da una volante della Polizia, che pure è arrivata lentamente, perplessa, felpata, un poliziotto è sceso, robusto, sudato, che ha dato un’occhiata e si è attaccato al cellulare, col quale va avanti e indietro, concitato, nervoso, finché non scompare dal nostro campo visivo, camminando e parlando, dietro le nostre spalle.
Una terza ambulanza infine arriva col lampeggiatore, rallenta, accelera, e se Dio vuole scompare, non si è nemmeno consultata con le altre due: risolveranno l’incidente, si spera, avranno risolto. Ma non succede niente, sono ora le 14. Se non che il poliziotto Grande Parlatore torna di corsa, col cellulare sempre attaccato all’orecchio che tenta di spegnere correndo, s’infila nella volante, loro partono, e anche noi, infine, lentamente, defluiamo.
La nuvola è proprio davanti a noi, lo spazio di poche macchine. Deviata dal vento sulla nostra corsia, proviene dall’altra, da uno di due camion caricati a balle di fieno che ha preso fuoco. Senza fiamma, fumiga, lentamente, dal di dentro, come da dentro la pancia. La paglia, che non si vede più in campagna, in autostrada. Le balle di paglia. Un camion di balle, affastellate. L'autostrada ferma, il nastro della velocità. nel sole di mezzogiorno. Nella luce che insonora, il tempo lento, all'ora meridiana. 
Se non che tre km. di fila, ma ora probabilmente tredici, dietro di noi, e due sull’altra corsia, quindici km, o anche solo cinque, di coda coi motori accesi quanto fa di ossido di carbonio, con polveri sottili, nell’aria? Più del fumo svogliato della paglia.


Sotto Lady Chatterley la misoginia

Un ultimo sprazzo della vecchia Inghilterra, in chiave sempre “Lady Chatterley”, marchio di fabbrica di D.H.Lawrence. Una vecchia canonica, a Papplewick, come dire a Sgurgola Marsicana, un pastore abbandonato dalla moglie, la Madre tirannica, “Mater”, la sorella arcigna, e due figlie educate nel continente, che ai vent’anni non sanno che fare. Finché lei, la più piccola, non incontra lui, lo zingaro calderaro - nel film che ne è stato tratto è Franco Nero.
Meglio una vita da zingaro che nella canonica di un piccolo paese: il tema è romantico. Ed è il fondo di D.H.Lawrence, trasparente in questo che è il suo ultimo romanzo, 1926, pubblicato postumo. Non una grande storia, se non per mettere in chiaro l’autore: il suo fondo misogino, accanto a quello sociale – il migliore, oltre che maschio, è povero. E per il razzismo diffuso un secolo fa: la vicina giovanile, che divorzia dal marito e convive con l’innamorato prima del divorzio, contro la quale il bonario vicario-padre ritiene necessario uscire dall’iperuranio e proibire ogni contatto, la svergognata, è “l’Ebrea”.    
D.H.Lawrence, La vergine e lo zingaro