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domenica 14 aprile 2024

Ombre - 715

La Procura di Milano deve derubricare l’accusa a Santanché di bancarotta fraudolenta – dato che la bancarotta non c’è stata. In compenso l’accusa di falso in bilancio. Poi dice che non c’è giustizia. E che non è tempestiva – dopo Bari.
 
Si colpisce a Bari il “mercato delle influenze”, delle giunte di sinistra al governo al Comune e alla Regione, mentre da Roma arriva un’inchiesta amministrativa sulla tenuta delle giunte contro gli adescamenti mafiosi. Una coincidenza? Le Procure della Repubblica, benché indipendenti dal governo, hanno bisogno di un governo di sostegno – o anche dell’opposizione: di un partito qualsiasi.
 
Si scrive infine dei borseggi in metropolitana perché una rom borseggiatrice a Roma è finita all’ospedale, “vittima di una vendetta fra bande rom” – pestata benché incinta al nono mese. “Striscia la notizia” documenta i borseggi in metropolitana praticamente ogni giorno – anche se non dev’essere facile mimetizzarsi, con microfoni e videocamere, e cogliere l’attimo del borseggio. Solo le forze dell’ordine non li vedono.
 
La rom pestata a Roma dai concorrenti in borseggio, 40 anni, ha partorito all’ospedale il suo tredicesimo figlio: si fanno figli per non essere perseguibili, secondo la legge italiana. Meri Secic, questo il nome della donna, è stata arrestata nel 2017, ma su mandato austriaco. In Italia aveva accumulato all’epoca, benché immigrata solo da un paio d’anni, condanne per 19 anni di carcere, ma non era perseguibile perché madre di undici figli. Questo non si ricorda, anche se i media prediligono il crimine. Perché fare finta che i rom non ci siano?
 
La Procura di Vienna non aveva avuto di questi problemi – nel senso che ci vedeva e interveniva. La richiesta di estradizione del 2017 documentava con un elenco di 358 furti. Suddivisi per tipologia - in tre gruppi, di 152, 105, 101 episodi. La donna inserendo nell’attività di una banda cui si addebitavano esattamente 2.034 reati.
 
L’Ecofin, il consiglio dei ministri dell’Economia europei, vara una norma che costringe le famiglie italiane, tutte più o meno proprietarie della casa d’abitazione, a indebitarsi a vita, e nell’insieme distruggerà l’Italia come la conosciamo, come si è costruita nei secoli, aggravando l’abbandono dei vecchi centri – l’Italia è il Paese in Europa, e forse al mondo, che tiene in vita più case vecchie, centenarie (i cosiddetti “borghi”, che si vantano presso l’Unesco). Ma questo non è un tema. Se non perché il governo italiano di destra ha votato contro, contro l’Europa green. È tutta stupidità?
 
Mezza pagina sul “Corriere della sera” per dire che il governo conservatore inglese di Sunak è alla frutta perché il miliardario premier si è presentato a un’intervista con ai piedi “le amatissime Samba”. Le Samba, di Adidas, sono “le scarpe del momento” – “sono state chiamate «le sneaker definitive del nostro tempo», le portano Kate Mosse, Rihanna, sono «le scarpe ufficiali della stagione”. Ma, dopo che le indossate il premier, le vendite sono crollate. Gli inglesi sono deficienti, o che – povera politica estera?
 
Si gioca Real Madrid-Manchester City per la Champions, e l’allenatore degli inglesi, lo spagnolo Guardiola, avverte: “Affrontare il Real Madrid è sempre difficile. Parliamo di un club eccezionale che può controllare molte cose in questa competizione”. È vero, non può perdere, anche quando non gioca.
 
L’Inter fa tre punti all’ultimo secondo. La Juventus ne perde due all’ultimo secondo. I commenti? Un grande club, irraggiungibile – anche se è stato eliminato presto dalla Champions. L’altro un club alla rovina. Poi si dice che il giornale è inutile – il tifo ognun se lo fa da sé.
 
Juventus-Fiorentina finisce 1-0 per i torinesi, si apre “La Domenica Sportiva” subito dopo, si annuncia con enfasi Grande Ospite Cassano, ma non era semi-analfabeta?, il quale apre un fuoco interminabile di epiteti ingiuriosi contro il club vincitore: “Non sa, non fa, non esiste…”. Gli fa da spalla Adani, altro calciatore di poco conto che ora è maestro di calcio. E Panatta, più vanitoso di quando non si tagliava i capelli, a Cassano liscia il sedere per farselo leccare a sua volta. A suo modo uno spettacolo. Ma da vomito, su Rai 1?
Panatta con Cassano, come sono finiti in basso i Parioli!
 

La prima volta di tutte

Nel repertorio della sua vita personale, di isolamento, amori, abbandoni, gioie e fatiche di vivere, attraverso cui sa far rivivere gli anni, le epoche, questo tardo progetto narrativo, Ernaux racconta in avvio, per molti anni annotato ma non scritto, la riporta ai 18 anni, all’estate del 1958. C’è la guerra d’Algeria, De Gaulle torna al potere, Pelé è campione del mondo, Charly Gaul del Tour, D alida canta “Mon Histoire c’est l’histoire d’un amour”. La neo maestra ha un incarico di istitutrice in una colonia estiva, tre mesi di bambini e di sole, e fatalmente l’amore. Fisico, la prima esperienza. Cui è pronta e non. Da liceale singolare a Rouen, isolata, o forse no, ma così si ritiene, non per essere troppo brava ma per sentirsi emarginata, socialmente.
Un racconto rinviato, ma il solo di cui abbia desiderio, bisogno, in tarda età, “non luminoso, né nuovo, ancora meno felice, ma vitale, capace di farmi vivere al di là del tempo”. Dopo aver provato a “dimenticarla, quella ragazza: dimenticarla veramente, cioè non avere più voglia di scrivere di lei”. Finché il ricordo non si rivela risolutore: “Che sia sola a ricordare, come credo, m’incanta. Come di un potere sovrano. Una superiorità definitiva su di loro, gli altri dell’estate 58, che mi è stata tramandata dalla vergogna dei desideri, dei miei sogni insensati per le strade di Rouen, del sangue seccato a diciotto anni come quello di una vecchia”. E ancora: “La grande memoria della vergogna, più minuziosa, più intrattabile di qualsiasi altra. Questa memoria che è insomma il dono speciale della vergogna”.
Un racconto come tutto di questa scrittrice, in punta di penna, mortificante e esilarante, di lettura.
L’ultima opera, 2016, prossima agli ottant’anni, prima dei grandi premi che l’hanno consacrata internazionalmente. Premio Yourcenar curiosamente prima del Nobel, per una scrittura tematicamente all’opposto di Yourcenar, un viaggio attorno a se stessa, contro il silenzio assoluto attorno a se stessa in cui Yourcenar si era blindata. Trasfigurato nel contesto, nella storia di tutti: una storia di storie, l’epoca vissuta nell’esperienza personale.
Annie Ernaux, Memoria di ragazza, L’Orma, pp. 160 € 18

sabato 13 aprile 2024

Cronache dell’altro mondo - asocial (265)

“Tra il 2020 e il 2019 il tasso di depressione e ansia negli Stati Uniti è aumentato di più del 50 per cento.
“Il tasso di suicidi fra gli adolescenti è aumentato del 48 per cento, per le ragazze tra i 10 e i 14 anni del 131 per cento.
“Ci sono innumerevoli linee di sviluppo preoccupanti, tutte con con forti collegamenti all’uso dei social emdia”.
All’improvviso nel 2023 varie iniziative politiche sono state avviate per limitare l’impatto dei social media sui più giovani. Gli interssati, la generazione Z, non parlano, anche se il dibattito è ampio negli Stati Uniti. Ma “l’anno scorso l’università di Chicago ha pubblicato i primi risultati di una ricerca dalla quale riulta che il 57 per cento degli studenti universitari che sono utenti attivi di Instagram “preferirebbero vivere in un mondo senza la piattaforma”,
(“The Nation”).

Contro l’obesità mentale

Si nutre il corpo, “esagerando: colazione, pranzo, cena, the, spuntino di mezzanotte e tisana prima di andare a letto”, e perché non la mente? Molto breve ma sempre paradossale il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, “Lewis Carroll”. Non è facile, “nutrire la mente” sembra cosa ovvia e invece è rischiosa: ci vorrebbe un cibo leggero e insieme nutriente, e cosa succede? Tra astinenza totale e “mente obesa” - “continuiamo a ingurgitare romanzi poco salutari, ancora e ancora, pur sapendo che risveglieranno la solita serie di sintomi depressivi, svogliatezza, malessere esistenziale”. E qui non c’è bicarbonato di sodio che aiuti. È questione anche di corretta mescolanza di nutrimenti. E, ancora, di “corretto intervallo fra un pasto e l’altro, e masticare bene prima di ingoiare”.
Brani non sintetizzabili, solo da leggere. Di arguzie, filanti, sorprendenti – genere si direbbe molto inglese, che Stevenson praticherà con gusto, Beerbohm, Chesterston, Orwell, “Nutrire la mente” è il più breve ma il più pieno di curiosità. Il più lungo è “Il nuovo campanile di Oxford”, in originale “The New Belfry of Christ Church” – il college di Oxford dove il futuro reverendo entrò studente e ci restò tutta la vita, coinquilino della famiglia del decano Liddell: il nuovo manufatto è sottoposto a triplice sillogismo di condanna, in “barbara”, in “celarent” e in “festino”, nonché a processo “amletico”, e variamente ridotto a “un quadrangolo”, un cubo, un dado, un incubo per i residenti di fronte, del Christ Church.
Tre testi brevi, inediti in Italia - il terzo, “Wilhelm von Schmitz”, è una satira del giovane poeta romantico, pseudonimo tedesco in carattere, che corona il suo sogno d’amore al pub, con la servente. Fra i tanti poco noti, anche lasciati inediti, del reverendo. Di tempi e temi diversi ma inequivocabilmente “carrolliani”. Verbali, tutti parola. Anche in traduzione, per un esercizio divertito e divertente di Giuliana Bendelli, l’anglista della Cattolica – ma più specificamente irlandesista, allenata alla fantasia verbale, da Swift a Joyce. Notevole exploit traduttivo, notevole grafica della piccola pubblicazione.
Lewis Carroll, Il nuovo campanile di Oxford
, Lemma Press, pp. 91 € 9,50

venerdì 12 aprile 2024

Problemi di base bellicosi bis - 799

 spock


“L’odio è paura”, Edgar Wallace?
 
Si fa la guerra perché non si sa fare la pace?
 
S i fa la guerra perché si ha paura della pace?
 
“Il senso della distinzione tra una violenza legittima e una illegittima non è affatto evidente”, W. Benjamin?
 
“Non serve – non basta – la distinzione tra fini giusti (la legittima difesa, p.es.) e fini ingiusti”, id.?
 
È un fatto che la violenza, che il diritto attuale, in tutti i campi dell’azione, tenta di sottrarre all’individuo, costituisce ancora una minaccia e, anche vinta, continua a risvegliare le simpatia della folla contro il diritto”, id.?

spock@antiit.eu

Germania nucleare

“Proprio perché la bomba atomica è così terribile, si dovrebbe evitare che solo i nemici ne dispongano”. È il tema – nelle parole un mese fa della “Süddeutsche Zeitung”, il quotidiano di Monaco di orientamento socialdemocratico - che alimenta un dibattito sempre più animato in Germania. Un dibattito nato sulla convinzione generale che gli Stati Uniti, con Trump o con qualsiasi altro presidente, non intendano più garantire il presidio nucleare dell’Europa. Dando per scontato che la bomba francese non sarebbe d’aiuto: “Nessun capo di Stato fracese sacrificherebbe Parigi per difendere Vilnius o Berlino”. In un teatro bellico ridotto, quale sarebbe quello europeo, solo la protezione intercontinentale si penserebbe efficace, o allora nazionale.
L’opinione, nel dibattito, è ora prevalentemente per il no. Ma sono solo poche settimane che se ne parla. E il presidente della Cdu, Friedrich Merz, che se si votasse oggi sarebbe il nuovo cancelliere, non esclude nulla. Alla “Franfurter Allgemeine Sonntagszeitung”, il “Corriere della sera” tedesco, che gli poneva il quesito (“se necessario, la Germania dovrebbe pensare ad avere anche armi nucleari?”), ha risposto: “Due anni fa non avremmo potuto immaginare di cosa avremmo parlato oggi. E non possiamo immaginare oggi di cosa  dovremo parlare domani”.
Merz non ha escluso la possibilità. Ma la Germania sembra compatta piuttosto nell’incremento del riarmo convenzionale. Il settimanale filosocialista “Die Zeit”, contrarissimo al nucleare, si dice a favore di un aumento della spesa militare al 2 per cento del pil, e anche di più, anche al costo di una riduzione della spesa sociale.

Cronache dell’altro mondo – etnogiudiziarie (264)

O.J.Simpson, il campione di football americano ora morto, a 76 anni, era stato condannato nel 2008 a 31 anni per rapina a mano armata, ma ne aveva scontati nove.
Da giovane proclamava suo ideale “le bianche californiane”, si scoloriva la pelle, e prendeva lezioni di dizione, diceva, “per non sembrare un nero”. Aveva sposato in seconde nozze nel 1985 una bionda californiana, Nicole Brown, con la quale aveva fatto due figli, malgrado le ripetute confessate infedeltà, e dalla quale aveva divorziato nel 1992.
Nel giugno 1994, dopo l’assassinio nella ex casa coniugale della ex moglie, Nicole Brown, e di un cameriere del bar vicino casa che le aveva riportato gli occhiali dimenticati sul bancone, convocato dalla Polizia con l’accusa di duplice omicidio, inscenò per le strade di Los Angeles, una lunga fuga in automobile, inseguito dalle volanti lampeggianti a sirene spiegate, da elicotteri, e dalle videocamere in diretta. Al processo, dopo nove mesi, la giuria lo assolse, benché la colpevolezza fosse provata.
Una giurata, afroamericana, dichiarò all’epoca: “Abbiamo fatto la cosa giusta”. Un’altra giurata spiegò: “Noi neri non vogliamo O.J. in prigione, né ci interessa sapere se è colpevole, perché se facciamo il conto totale delle vittime siamo sempre noi a pagare. Bisogna fare attenzione a buttare giù i simboli, anche se sono violenti, prepotenti, assassini. Perché vorrebbe dire non avere più la possibilità di sognare un futuro”.

L'infelicità della stupidità

Un sogno irraggiungibile, naturalmente, la felicità Anche se ricercata con amore, da una sorella per il fratello più giovane, e forse più incapace. Ma Ramazzotti, al debutto come regista, riesce a farne una storia non scontata – per un racconto che ha anche sceneggiato, insieme con Isabella Cecchi e Alessandra Guidi.
Intanto l’ambientazione, il mondo dei piccoli trucchi e le tante illusioni dei poveracci, tanto furbi quanto fiduciosi. Senza privarsi di mettere in scena le limitazioni personali. A partire dal ruolo che si è scelto per sé, della truccatrice cinematografica imbambolata dal set. Nel ruolo dell’amante in età della giovane truccatrice ingenua, Sergio Rubini fa da cartina di tornasole dell’insieme, coatto perché stupido.
Un racconto didascalico, scorretto politicamente il giusto, oltre che gradevole.
Micaela Ramazzotti,
Felicità, Sky Cinema, Now

giovedì 11 aprile 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (556)

Giuseppe Leuzzi


Trent’anni fa, quando l’Istat registrava per la prima volta il calo demografico nazionale, l’entità del calo era ammortizzata dalla prolificità del Sud – rispetto, p.es., alle quasi zero nascite di Genova o Trieste. Ma subito poi la ripresa delle migrazioni interne ha ridotto la natalità al Sud rapidamente, al punto che dieci-dodici anni più tardi, nel 2006 per l’esattezza, l’Istat documentava una natalità al Sud, come macro-regione, più bassa del Centro e del Nord. Cosa è cambiato? La prospettiva: i venti-trentenni hanno la prospettiva al Sud o dell’emigrazione, che comporta molti costi, oppure della “restanza”, alla Vito Teti, ma senza prospettive. Non tali da consentire di avere dei figli.
 
Si colpisce all’improvviso a Bari il “mercato delle influenze”, della politica, delle giunte di sinistra al Comune e alla Regione – probabilmente perché a Roma c’è un governo di destra. Perché “all’improvviso”? Perché a Bari è notorio, come in Sicilia e in Calabria, e a Napoli, la politica non c’è all’infuori del “mercato” – il mercato della politica è normale, è la normalità della politica. E della sua poca rilevanza.
  
Antropologia del Sud
Andrea Zavattini, fotografo, figlio di Cesare, iniziò l’attività per caso, nel 1952, al seguito di Ernesto De Martino. “Lo conobbi nella nostra casa romana”, racconta ad Antonio Gnoli su “Robinson”: “Avendo saputo che ero interessato alla fotografia mi invitò a unirmi a lui e al suo gruppo per un viaggio di studio al Sud”. Non fu una grande esperienza (“Come fu il vostro rapporto?” “Abbastanza inesistente. Venni lasciato a me stesso”). Ma di una cosa Zavattini jr. ebbe chiara percezione.
“Dopo tante esitazioni”, ricorda, “la scelta cadde su Tricarico, il paese di Rocco Scotellaro. De Martino alloggiò nella casa dei genitori di Scotellaro, dove qualche anno prima aveva dormito anche Fosco Maraini….”. E alla domanda successiva, “che cosa rappresentava Tricarico per De Martino”, riponde netto: “Doveva simboleggiare il Sud. L’inizio di un altrove segnato dai tratti primigeni di una società «autentica», rituale, premoderna. Quel che trovò fu un mondo di inaudita durezza abitato da vinti, un mondo dove era stata cancellata la speranza. Nel cercare le radici di una storia antica trovò dolore e solitudine. Era il muto racconto di gente che non aveva più voce a colpirlo, a smuovere i sensi di colpa dell’intellettuale che improvvisamente scopriva tutta la sua impotenza”.
Scopriva il Sud, che per un napoletano è terra incognita. Il Sud in realtà è sfuggito a De Martino - che l’antropologia ricorda per tre cose, non le spedizioni al Sud.
 
Il Sud vuole lo Stato
Gaetano Salvemini, come storico, insieme al suo maestro Pasquale Villari, e come polemista politico all’origine della “questione meridionale”, da sempre critico dei Savoia, dell’unificazione-annessione, e dei governi”sabaudi”, fino a Giolitti, l’anno stesso in cui, dopo le bastonature squadriste subite da Gobetti, decideva di esiliarsi, contribuiva con un lungo saggio a un volume collettaneo organizzato dall’università di Padova, sull’unità d’Italia, nell’ambito di un progetto di storia dell’Europa (L’italia politica nel secolo XIX, in L’Europa nel secolo XIX, 1mo vol., a cura di Donato Donati, Filippo Carli, Padova 1925, pp. 323-401), in cui poneva considerazioni di altro tipo: “Ma ci si lamenta dei piemontesi. Ma cosa dovevano fare i piemontesi?, arrivavano in un Meridione dove non c’erano strade, non c’erano acquedotti, non c’erano scuole, dove la piccola e media borghesia erano talmente deboli che potevano essere protette soltanto da un forte esercito e da uno Stato moderno”.
Un concetto - la salvezza attraverso lo Stato - che già aveva abbozzato nel 1922, introducendo la sua antologia “Le più belle pagine di Carlo Cattaneo”, l’amato (fino alla svolta mazziniana, sempre repubblicana ma unitaria) federalista: l’ipotesi federalista non poteva fare l’unità, l’unità si poteva solo con un sistema politico e istituzionale accentrato, sul modello francese. Per la ragione che il Nord avrebbe potuto, sì, permettersi forme di autogoverno, avendo una borghesia numerosa, attiva e florida, mentre al Sud l’arretratezza economica e sociale, il legittimismo clericale, il brigantaggio – e persino l’orientamento hegeliano prevalente nei gruppi liberali e patriottici – spingevano verso, e forse necessitavano, uno Stato centralista. Non solo, anche monarchico, non più repubblicano quale Salvemini aveva postulato fino ad allora.
 
L’antimafia paga
Il giudice Luca Tescaroli, di Adria, in provincia di Rovigo, ora Procuratore di Prato, aveva fatto l’agognato balzo in carriera, dopo trent’anni, vice-Procuratore a Firenze, nel 2018 grazie
 all’“interessamento” di Luca Palamara, l’aggiusta-carriere dei giudici al Csm, ora radiato dai ruoli. Era stato variamente bocciato in precedenza, allora si rivolse a Palamara, e il Csm lo designò all’unanimità.

Il neo Procuratore non era stato promosso prima, spiegò a Perugia, al processo contro Palamara, perché vittima dei poteri occulti: “Avevo gestito determinati procedimenti particolarmente sensibili che avevano inciso nei confronti dei detentori del potere”. Questi poteri occulti erano la la mafia. Che però poi non gli ha impedito di arrivare al vertice a 59 anni, fatto insolito nella magistratura.
A Firenze il giudice Tescaroli ha coordinato l’indagine su Kata, la bambina peruviana “scomparsa” il 10 giugno, riuscendo a non combinare nulla. In compenso ha “lavorato” sei anni per dimostrare che Berlusconi e Dell’Utri hanno organizzato le stragi del 1993, a Roma, Firenze e  Milano. E una fallita allo stadio Olimpico di Roma a gennaio del 1994 (Roma-Udinese? Roma-Genoa? non si sa ancora bene, il vangelo qui è Spatuzza, che ha molti assassinii, almeno un centinaio, ma poca memoria, dipende dai giudici). Come li abbiano organizzati non si sa. Il motivo invece è certo: “Per indebolire il governo Ciampi”, dice il giudice Tescaroli, e per “diffondere il panico e la paura tra i cittadini, in modo da favorire l’affermazione del progetto politico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”. Cioè di Forza Italia, che doveva sostituire Ciampi.
Ogni paio di mesi in questi anni il giudice Tescaroli ha confidato a un suo cronista una pagina sulle “nuove carte” che, insomma, stanno per arrivare, e accusano Dell’Utri e accusavano Berlusconi. E nessuno ha osato dirgli niente. Anzi, carriera fatta.
 
Le assicurazioni “napolitane”
Lamenta un lettore di Napoli, Elia Molfini, sul “Corriere della sera”, che le assicurazioni gli fanno pagare le polizze auto “tre o quattro volte in più rispetto ai milanesi, torinesi, genovesi, etc.”, giustificando il sovraccarico “con un maggior numero di sinistri al Sud”. Obbietta giustamente che “la reponsabilità deve essere individuale”. Ma il fatto non è questo: è che a Napoli tutto concorre, chi denncia un sinistro, l’agente assicuratore, e il perito, per “dividere” il maggior risarcimento possibile. Come dire: “Denunciate, l’assicurazione pagherà”.
È Napoli, si dice. Ma le compagnie di assicurazione, che sono lombarde, torinesi e da qualche tempo bolognesi, stanno al gioco. Tanto, poi si rifanno, imponendo polizze tre e quattro volte la “perizia”.
Sembra impossibile, tanta corruzione, ma è così: due ricorsi all’Ivass contro l’imputazione di incidenti “napoletani” mai avvenuti, da parte di assicurazione primaria, se non la più grande nel ramo danni, hanno dato esito negativo: la compagnia ha preso le parti di agenzia e perito.
Sembra impossibile – va contro l’interesse della compagnia – ma è così. È anche una sorta di tassazione che mette l’assicurato nell’impossibilità di cambiare compagnia, perché nel registro nazionale della classe di merito risulterà di sinistrosità elevata, mentre la compagnia della “pastetta” può non tenerne conto. “Napolitane” sono le assicurazioni, che non sono di Napoli.
 
Cronache della differenza: Milano
È curioso leggere sul “Corriere della sera”, un giornale che alle elezioni si dichiara per il Pd, l’entusiasmo per Sinner, Jacobs, Iapichino, Howe, Mahmood, non per il loro atletismo o la loro  musicalità (e la fatica e l’applicazione oltre alla genialità), ma perché “portano in alto il tricolore”. Milano ingorda non si perde nulla: si vuole progressista e ruba la scena anche a Meloni.
 
Celebra Radetsky, che per ogni aspetto si considererebbe un nemico, e manda deserto il ricordo ogni anno dele Cinque Giornate, che si penserebe ne abbiano fatto la gloria. In fondo è provinciale, voleva solo essere la periferia dell’impero.
 
Sulle Cinque Giornate, che fecero centinaia di morti, ricchi e poveri, e molte donne, ha fatto un film Dario Argento, con Adriano Celentano. Un romano con un pugliese.
 
“Cristina di Belgioioso, la nobildonna milanese tra le cui braccia spirò Goffredo Mameli, parlava con accento napoletano”, Alzo Cazzullo. Magari sarà vero: si vergognava di essere milanese?
 
“L’Ottocento a Milano fu grandioso”, sempre Cazzullo sul “Corriere della sera”. Ma “paradossalmente ha custodito di più la memoria del Risorgmento Roma, dal teatro al cinema, da Rugantino al film di Magni” – Roma dove “nell’Ottocento non accadde quasi nulla”, a parte “la preziosa ma effimera Repubblica”.
 
Il maggiore studioso di Carlo Cattaneo nel Novecento,  l’ideologo lombardo del federalismo, dela democazia diffusa, è stato e resta un meridionale, Gaetano Salvemini, di Molfetta.
 
“Il contributo statale che Roma riceve per il trasporto pubblico locale”, lamenta il sindaco Gualtieri, “è tra i più bassi in Italia in proporzione alla superficie, 85 euro per cittadino contro i 191 di Milano”. Che bisogno c’è dell’autonomia differenziata? Alla Lega non basta mai.
 
Però, la denuncia del sindaco di Roma Gualtieri è un giornale di Milano che la raccoglie, “Il Sole 24 Ore”. C’è intelligenza nella prepotenza, l’egemonia non nasce dal nulla.
 
Negò prima e oscurò dopo, per oltre un secolo, la “Storia della colonna infame”, benché opera storica di autore considerevole e considerato - e appendice (omessa) del Romanzo Nazionale. Qui non si poteva nemmeno dare la colpa alla Spagna.
 
La polemica è vecchia di quasi trent’anni, per la ripresa nel 1996, il 7 dicembre, in apertura di stagione alla Scala, dell’“Armide” di Gluck, l’opera preferita dal compositore ma non popolare, basata sulla “Gerusalemme liberata”. Il “Times” di Londra si disse scandalizzato nella corrispondenza per il costo: “Hanno speso in una rappresentazione gli interi bilanci annuali del Covent Garden e del Coliseum”. La Scala si difese: “I bilanci chiudono in pareggio dal 1984”. Il giornale ribatté: con 78 miliardi dello Stato, più del doppio del Covent Garden, che ci fa una stagione, tra opere, balletti e concerti, di 300 giorni, contro i 50 scarsi della Scala.
 
All’epoca le polemiche erano violente contro il porto di Gioia Tauro, “inventato”, cioè interamente scavato in mare. Ma l’autostrada del Fréjus, 96 km., era costata 4 mila miliardi di lire. Quattro volte più dei 5 km. di banchine attrezzate del porto canale di Gioia Tauro.
 
Ogni giorno un pezzo forte del “Corriere della sera” contro i fratelli Elkann – che non si riesce a leggere, scontato l’odio della madre per questi tre figli, ma questo si sa da anni. Rei? Ma non si sa ancora, non di che cosa. Odio degli Elkann per il salvataggio del gruppo “la Repubblica” – ma non è un relitto, da diritto della navigazione? Odio degli Elkann ebrei? Impossibile. No, è solo che gli Elkann non fanno affari a Milano. Ne fanno molti, e danarosi, ma altrove: a Amsterdam, a New York, in Asia perfino, ma non a Milano. Che ha spogliato da quarant’anni Torino di tutto, banche, tecnologie, potere politico, ma evidentemente non del tutto.
 
Niente mafia, niente caporalato a Milano per il gruppo Armani, che fa lavorare le borse da 1.800 euro per 75 euro di costo, da un opificio cinese di Lombardia, con poca igiene, stipato di maestri cinesi di taglio e cucito pagati quattro ore per dieci di lavoro. 


“L’emissione complessiva di CO2 continua ad aumentare, però Pechino spesso ha un’aria meno inquinata di Milano” – Federico Rampini, “Corriere della sera”.

leuzzi@antiit.eu

La sessuazione del mondo

Per i più, anche per i più pensosi, il corpo è quello dei sensi, della trasgressione, del millenario peccato per il confessionale, e peggio, ancora fino a qualche anno fa, dell’innominabile sesso, riproduttivo e non, roba da sottacere. Del peccato. La scoperta del corpo, della materialità era già avvenuta con Spinoza, ben chiara e anche ben detta – anche se, pure lui, un po’ al confessionale, in appendice all’“Etica”, alla seconda appendice. Poi, per altri percorsi, rilanciata o riscoperta da Nietzsche, uno dei tanti razzi della sua pirotecnia.
Il lettore qui ci arriva a metà percorso. Prima Stimilli lo induce a liberarsi dell’insidia persuasiva della teleologia, del percorso umano ordinato a un fine, libero e insieme razionale, ragionevole. Anche se, epitomizzato nella coscienza di sé dell’“uomo bianco”, del caucasico, dell’europeo, un po’ supponente, e conquistatore-dominatore – “la tua libertà è la mia”. Il razionalismo ultimo, della “Scuola di Francoforte”, della “dialettica della ragione”, collegando ad Aristotele, e poi a Kant – con la coda soprannumeraria di Hegel, del tutto va bene, madama la marchesa, tutto essendo stato ordinato, “sistemato”. Una larga sinossi, preceduta da due avvertenze.
Una è programmatica: individuare, ”portare alla luce”, il ruolo che svolgono i “mezzi” nel discorso filosofico, non necessariamente finalistico. Il come è anche presto detto: “L’ipotesi è che tale concetto rinvii al problema e al campo di esperienze che si origina dalla relazione con il corpo, dalla sessuazione del mondo”. Che sembra ovvio, infine, ma non è semplice: è “processo complesso e mai definitivo”, per un’ardua razionalizzazione, concettualizzazione, “come ambito di un predominio perpetrato e sostanzialmente rimosso”. “Dominio” suonerebbe più appropriato, ma il senso è chiaro. Rimosso si sa perché: “È il luogo di insorgenza di differenze anatomiche e sociali, di razza e di classe, di sesso e di genere”, per cui il “discorso” resta “fondamentalmente teso a oscurare i corpi”. Troppe concrezioni nel tempo, in assenza di un’anamnesi, come avviene di ogni tabù.
La seconda avvertenza è un’evidenza. La scoperta nel 1856 del primo esemplare di Uomo di Neanderthal, la rivelazione di un essere ancora “sottosviluppato”, allora si poteva ancora dire, che però usava utensili umani - “troppo umani” per uno la cui scatola cerebrale era “una sfida per l’umanità”, nella sintesi recente di Leroi-Gourhan, “Il gesto e la parola”. Cioè che non avrebbe dovuto essere in grado di concepire, di realizzare, nonché di capire come utilizzarli.
Questo tre anni prima del Darwin canonico, de “L’origine della specie”, ma il canone era già “darwiniano”, positivista, evoluzionista. Oppure che aveva realizzato dei “mezzi” per cui il suo cervello non era adatto - termine darwiniano.
“Per un nuova politica dei corpi”, come da sottotitolo, si direbbe “vasto programma”. E invece è di più, è per molti aspetti la fondazione di un nuovo percorso, perché, ignobile dictu, il corpo, la materialità, è trascurata dalla filosofia. Anche da quella “naturale” - quella dei filosofi “meridionali”, direbbe Biagio De Giovanni, Campanella, Bruno, Telesio, Vico. Solo recentemente avviata, di sbieco, tangenzialmente a ricerche storiche, da Foucault.
Semplificando, la rimozione è come dice Anna Bravo, la storica: “Corpo = vergogna”. Col sottinteso “donna = sprovvedutezza” - al meglio, o altrimenti esibizione-stranezza-svagatezza. La rimozione è cioè del femminile in specie, del corpo che è invece il motore dell’umanità.
Un’appendice s’imporrebbe evidente, che Stimilli ci risparmia: la rimozione della fisicità, del corpo, va – è andata - in parallelo con la filosofia genere maschile, anche se maneggiata da donne.  
Stimilli dapprima sottopone a dissezione l’idea di scopo, di finalizzazione o finalismo, - la teleologia. A favore della pluralità delle possibilità. Che sono, si direbbe, la libertà, ma in quanto occasioni (inciampi, stimoli) per la ragione, per l’esercizio del giudizio, e quindi della scelta, tra una gamma molto più vasta di possibilità – della libertà. Per una comprensione anche più allargata della vita, e quindi della verità della storia.
Un progetto, un trattato in realtà, che origina dal progetto di “Politica” di W. Benjamin, 1921, poi non sviluppato, “Sulla critica della violenza”: liberare la politica dal nesso senso-scopo (ma: “liberare” la politica?). Una ricerca a un fine anche pratico, per l’editore, nella “nuova sessuazione del mondo” – ammesso che sia nuova, e che sia in atto (certo, in Cina, in India non si espongono più le neonate, però….). E per l’autrice, per uscire dal vacuum politico – o dallo svuotamento della politica tradizionale, montesquieuviana – le “visioni” ci sono, manca il “senso”, quello illuministico, della razionalità\organizzazione del cosmo. Per ridare “senso” alla politica – “più che un recupero di fini perduti, decisiva è una indagine sui mezzi”.
Elettra Stimilli, Filosofia dei mezzi
, Neri Pozza, pp. 223 € 18

martedì 9 aprile 2024

Secondi pensieri - 532

zeulig


Democrazia – È espansiva, fino allo spreco, e per questo trionfa. L’ordine è repressivo-recessivo, consuma meno.
 
La cosa, volendolo, si sa da tempo. Erodoto sa che la democrazia è l’opera di un’oligarchia, insomma una banda, che “prese il popolo nella sua clientela, o meglio eterìa”. Ecco perché ci vuole la rivoluzione, per fare la democrazia democratica. La libertà. Che è borghese: è ordinata in un progetto. E progressista, secondo una logica cioè costruttiva, di accumulo.
La democrazia di massa è cosa totalitaria, roba da megafono agli incroci, con adunate, labari e slogan, l’opposto della civiltà, questo lo sapevano pure in Germania, alla scuola di Francoforte.

Freud – Un pasticcione? Un cattivone? “La padronanza degli istinti diventa opera propria dell’individuo: autonomia”. Dlin, dlin, dlin! (campanello d’allarme). “La libertà è una forma di dominio”. Amen! Esegeta della rivoluzione, Marcuse ne ha detta con Freud la messa, e tutti mandato a casa.
Nodo della teoria freudiana degli istinti è il dominio, ecco perché le rivoluzioni s’incartano. Poco male, si penserebbe, l’istinto va educato. E invece no: da sempre l’individuo riproduce dal suo seno il dominio, e questa partenogenesi alimenta la conservazione. È quanto Freud insegna. Peggio: “La libertà individuale non è un beneficio per la civiltà”. E “più la civiltà progredisce, più si restringe la libertà”. D’un colpo solo il Doktor si eleva, austriaco e ebreo, all’empireo dei Grandi Spiriti tedeschi che si posero reazionari a maestri dell’umanità corrotta - Furio Jesi lo spiega in “Germania segreta”. E non è tutto: l’infelicità sta nella libertà, il dominio nell’autonomia, la reazione nel progresso. Bisogna dunque stare in carcere per essere liberi, in servitù per essere padroni, sugli alberi per fare la rivoluzione.
“Il principio non repressivo del progresso è, in un senso decisivo, conservatore”: Marcuse ha fatto l’analisi alla rivoluzione e ha scoperto che non c’è niente da fare, “gli istinti sono conservatori”. Lo schema è semplice, articolato in due fasi che tornano costanti. La rivoluzione vince. Allora determinate forze la spingono all’estremo. Con un segnale forte: l’occasione di finirla con la storia – economia, progresso – e l’attesa del nuovo mondo. Freud insegna alla rivoluzione il perfetto harakiri.
 
Si dice la fine della storia pensiero utopico, ma è una paraculata. A questo punto infatti il dominio è interiorizzato, restaurato, estremizzato. E la rivoluzione è sradicata. Si può scusare Freud, tutto è in lui repressione, per via della dittatura del padre e del suo assassinio, che ne perpetua il dominio. Uomo coraggioso, perfino temerario, con “Mosè e il monoteismo” sradica perfino la purezza della razza, e amabile, ma casinista. Scopre l’inconscio che era stato già scoperto da Janet. E non sa che le parole non sono inoffensive, dopo avere inventato le parole ponte e le decomposizioni significative – dal francese déconner, sbarellare? Marcuse ne conosce il trucco: “Della natura dell’eros Freud mise sempre in rilievo il carattere amorale e asociale, anzi antimorale e antisociale”.
Il Doktor è pure autoritario: “Il programma che il principio del piacere impone, di essere cioè felici, non può essere attuato”. Meglio allora, se Platone è impossibile, la libertà come costrizione morale di Kant, o del confessore: il controllo dell’istinto quale condizione di libertà. È idealista ma ben detto. La disciplina e la rinuncia aprono spazi alla libertà, nella cella del monaco e fuori, danno più piacere che non la merda di Freud. Il quale si giustifica con l’aver visto che “il progresso della civiltà ha portato il senso di colpa a gradi d’intensità a malapena tollerabili”. Non aveva gli occhiali? Ma è lecito liberare l’istinto, è un dovere e non un peccato.
 
Libertà – Alla Scuola di Francoforte Marcuse fece la scoperta che “la civiltà deriva dal piacere”. Che è in Platone, nelle “Leggi” totalitarie: “In guerra non c’è divertimento né nulla da imparare”, c’è da “respingere i nemici” e “imparare a vivere divertendosi, con giochi, sacrifici agli dei, canti, danze”. Ma a Freud non piace.
Imparare a divertirsi, questa è la libertà, che non è dominio. Ci fu invece una fioritura in Francia di manuali sull’onanismo, prima dell’‘89 e del ‘48. Non si è cantato per caso nel ‘68.


NeofascismoIl saluto romano, gli eia eia alalà, vincere e vinceremo, le celebrazioni dei propri “caduti”, in camicia nera e con i gagliardetti patacca, è di più: è anche l’esito-rimasuglio di un vecchio neofascismo, vecchio ormai di ottant’anni, che vive nel cultp dei morti: si dice nostalgico, ma di poche, limitate, nostalgie, la camicia nera, il casino, il militarismo per burla.
Nei fatti, in Italia, la coreografia fascista non è neo, è proprio fascismo: è prerogativa di ceti popolari che si direbbero piccolo borghesi, ma sono generalmente commercianti, artigiani e operai, non impiegatizi. Esemplificati dalle tifoserie sportive. Lunedì gruppi di tifosi della Lazio si sono recati a Monaco di Baviera, al costo di alcune centinaia di euro, per cantare nella “birreria di Hitler”, l’Hofbraühaus, col saluto hitleriano e per concludere l’urlo fascista “me ne frego” - cori insistititi, da ubriachi, che hanno obbligato la polizia a interenire. Sabato i tifosi della Rma si sono esibiti in treno con un inno della sqaudra”, “Nell’As Roma non ci sono ebrei”. Presentato e commentato poi come “una goliardata, un momento di svago”. Per il derby, laziali e romanisti s insultato reciprocamente come “ebrei”.
Cori, saluti e atteggiamenti comuni a molte tifoserie “in trasferta” – fuori casa, domesticità, mogli, genitori: il fascismo è un modo per passare il tempo della festa. Per ricaricarsi anche, prima del match per timorte della sconfitta, dopo per prolungare la vittoria. Come se il fascismo fosse un elisir del popolo.
E la violenza? Fascismo è violenza, senza più
Ma con una funzione politica attiva: è un neofascismo – la nostalgia – che sterilizza l’antifascismo. Lo reduce, comprime, condensa, in un passato anch’esso “inesistente”, non più attivo – se non al modo dei tifosi “in trasferta”. E in nessun modo cercato, nemmeno nelle forme della nostalgia (un comunista non celebrerà mai i fratelli Rosselli – non celebra oggi nemmeno Matteotti, che il vezzo dele ricorrenze e gli storici ripropongono). In questo senso ha funzione politica attiva.
 
Storia- “Una caratteristica piacevole della storia è che essa si ripete” – Getrude Stein, “Le guerre che ho visto”, 112.
 
È anche bello non avere storia – il “ducunt fata volentem, nolentem trahunt”, di Cleante-Epitteto-Seneca: chi vuole compie il suo destino, chi no lo stesso, va al traino. È bello essere infanti, o anche non essere nati. Ma c’è confusione. “Dove va il passato quando diventa passato, e dov’è il passato?” è uno dei problemi di Wittgenstein. Mentre è qui, lo sanno tutti che il passato non passa, che siamo accumuli, concrezioni, sorite più o meno coscienti, noi e il tempo, che si pavoneggia tra passato, presente e futuro – benché presenza poco filosofica, questo essere presente, che si risolve nel napoletano gliommero.
 
È vero che la memoria è ordine. I pazzi si coordinano, ragionano cioè, ma non ricordano, e quindi eccedono, o ripetitivi o vaghi. Ed è regola proustiana che solo il ricordo involontario dia all’artista materia per l’opera – allo storico per la memoria. Per il noto precetto di Bergson: “Ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto fin dalla prima infanzia è sempre là, chino sul presente che va ad aggiungervisi, e preme contro la porta della coscienza che vorrebbe lasciarlo fuori”. E perché la memoria sa scegliere meglio, è l’autore più rifinito. Ma resta un passato di mistero.
 
La storia a volte è impossibile. “La storia svisa l’uomo: lo coglie nella dispersione, nella estrinsicità, non coglie ciò che lui è, il suo non essere ancora”, il filosofo Banfi avverte. Bisogna dunque fare a meno della storia, o dell’uomo? Senza contare che ci aspetta un Hitler II, se quello vero non c’è stato – se la consolazione è per Gertrude Stein che la storia si ripete.
 
È Clio, cioè è quella che chiude, sorride Savinio. Da klion, chiudere: chiude il passato, fissa la storia. La storia è un mattone messo sopra. O così piacerebbe agli storici.
 
Tempo - Il problema è stabilire cos’è il presente-per-il-futuro. Si insiste a valutare il tempo in termini di progresso, e viceversa. Per cui il tempo in città, minimizzato rispetto al tempo in villa, si dice più intenso e produttivo perché il progresso è urbano e non agreste. Il tempo si vuole in crescita: una curva che sale all’infinito, il progresso nel quale il presente si an-nulla. Il passato se ne sta lì accucciato e il presente è incompiuto. In questa corsa in avanti l’attesa, l’adempimento, la soddisfazione, o la pausa e la pace, diventano rinunce religiose, superstizione, animalismo. Ma si ve-de che è un trucco, sia per il terzomondista, che crescita e sviluppo affliggono, che per ogni altro.
 
Verità - La Verità scoperta dal Tempo, nel Seicento, è vana rincorsa – se non tema pittorico che  consente d’accostare committenti vegliardi a rosse in carne.

zeulig@antiit.eu

Lo Sputtanamento Globale (della sinistra) cinquant’anni f a

Una raccolta, la prima di molte altre, di interventi sparsi su settimanali e quotidiani, operata da Eco cinquant’anni fa, nel 1973, “che hanno come tema comune aspetti del costume italiano”, culturale e non – “con qualche sguardo sua aspetti del costume internazionale”. In realtà, inconsciamente?, il primo di una serie di testi agguerriti contro la pratica (italiana) del giornalismo, la deriva del giornalismo. Anche di quello allora più titolato, Piero Ottone, che aveva spostato il “Corriere della sera” verso il Pci e insieme, mirabile dictu, verso la “rivoluzione”, appellandosi alla “obiettività”. L’obiettività è un tema che Eco riprenderà spesso, da studioso, dei segni e della comunicazione - senza e sito, non pratico. Ma la ripetitività mostra il suo sincero disagio verso l’Italia della “doppia” verità”, anche se non confessato, non a se stesso - mai una critica a sinistra (alla sinistra politica, per il resto no, ce n’è anche per “i reazionari di sinistra”, quelli che poi diventeranno in Usa i radical chic).
Con conclusioni anche contestabili, se non per la polemica implicita, non detta, contro Ottone, vecchio liberale finto pcista, dovendo fare del “Corriere della sera”” il giornale del “compromesso storico” (sostituendo “Paese Sera” come giornale fiancheggiatore, a nessun costo per il Pci): “Il giornalista non ha un dovere di obiettività, ha un dovere di testimonianza”. La critica sui vezzi della sinistra in Italia è però implacabile.  “I modi della moda culturale”, uno dei primi elzeviri della raccolta, apre un filone interminabile. Un po’ gli tiene testa la curiosità, sempre forte in Eco, per il sottobosco della letteratura, le riviste come “Il pungolo verde” di Campobasso o “La disfida” di Corato, per le poetesse che hanno sempre cognomi doppi – mentre i poeti maschi vanno spesso col “De”- De Robertis, De Romanis.
L’informazione sarà stata la passione dominante di Eco, la comunicazione, e il suo principale tema di riflessione e di svago. La prima e più lunga sezione del volume, un terzo delle pagine, “Italia nostra”, gira anch’essa, più che sui “costumi”, sull’informazione, Dall’“Aralado di sant’Antonio” a McLuhan. La stampa agiografica lo alluzza molto, specie la disamina della messaggistica “per grazia ricevuta”, i differenti formulari.
Il tono è contro, ma con juicio, salottiero. “Il gioco dell’occupazione” è un editoriale anonimo scritto per “Quindici”, n.11, nel 1968, contro la mania delle “occupazioni”, dopo l’occupazione della Triennale di Milano. Nel numero successivo Sanguineti e Davico Bonino gli rispondono “Vietato vietare”. Eco risponde a sua volta alla contestazione con tredici pagine, “Vietando s’impara” - in cui molto si argomenta con un  avvocato Dominuco, “vecchio anarchico inquieto”, difensore di Cavallero, un gangster pluriassassino, artefice della tecnica che Eco chiama dello “Sputtanamento Globale” – della sinistra, cioè, ma senza dirlo, sempre girandoci intorno.
Il tono prevalente si direbbe semiserio. Mentre “il povero pescasserolese (Coce. N.d.r.) proprio non ne aveva azzeccata una”. O “la ‘Renovatio Diaboli’” operata da Paolo VI, “quel diavolo di un uomo”. Valpreda è il Franci del “Cuore”: anche se non lancia palle di neve, sicuramente “lo metteranno all’Ergastolo”. E “chi sono i grandi reazionari dei nostri giorni? L’ultimo Joyce per esempio”, per via del tempo (della storia) circolare - “con l’altro grande reazionario, Nietzsche, quello che “curvo è il sentiero dell’eternità” e “il Centro è dappertutto”. E analogamente Borges. Ma anche Hegel. “un grande pensatore reazionario”, maestro di tutti i sovversivi. Per non dire di Dante, “grandissimo reazionario se mai ve ne furono”. Insomma, i reazionari in libertà, per parafrasare lo stesso Eco, quando ancora non era filosofo. La noterella “Il pettegolezzo come virtù politica” rivaluta paradossalmente le donne in politica, da cui sono tenute in soggezione per il vetero motivo che la dona è pettegola, e quindi non ha la necessaria riservatezza. C’è già anche, in un lampo, la tecnica dello Sfruttamento Globale”, quando ancora la globalizzazione era di tipo dichiaratamente imperialista, con le multinazionali, angloamericane.
La lettura di questa prima collettanea del poligrafo in fieri Eco si rifà tutto sommato con profitto dopo cinquant’anni. Da profeta nel deserto? Debole? Superficiale? Sbagliato? A volte no. “I mezzi di massa non trasportano ideologia, sono essi stessi ideologia”. Un’arma sensibile. Eco la critica, ma riconosce che “ciò che conta è il bombardamento graduale e uniforme dell’informazione, dove i contenuti diversi si livellano e perdono le loro differenze”. Virtù e vizi non si pareggiano, se non altro perché hanno diversa durata: le virtù possono morire all’improvviso, i vizi si riproducono, infestanti – si direbbero immortali, per la nostra concezione del tempo vivibile.
Un Eco anche eretico, a volta. Nella sezione “L’uomo nero”, sulle destre politiche in Italia, si evoca “il gran reazionario Spinoza”. Spinoza, l’uomo prima che il filosofo della libertà di pensiero? Ma poi per chiarire che, “buono, dolce e perseguitato che fu”, si batteva sì per la libertà, ma “non perché dalla discussione dovesse nascere un mondo diverso”, la rivoluzione. Teorico e pratico del Gruppo 63, l’avanguardia letteraria, mette anche in berlina “l’accademismo del Gruppo 63”. Uno dei pochi a capire all’epoca, 1967, il semiologo canadese Marshall McLuhan, che aveva capito i media, i mezzi d’informazione, prima di internet e dei social: “Come ha suggerito il Professor McLuhan l’informazione non è più uno strumento per produrre beni economici, ma è diventato esso stesso il principale dei beni. La Comunicazione si è trasformata in industria pesante”. Mentre in precedenza, in una satira feroce scritta per “Quindici”, n. 5, 15 ottobre-15 novembre 1967, in forma di recensione di Sedlmayr, “Perdita del centro” (1948) e di McLuhan, “Gli strumenti del comunicare” (qui omessa, ma che riprenderà nella raccolta successiva, “Dalla periferia dell’impero”, lo stronca, come uno che “offre brani da citare per un marxista cinese che voglia mettere sotto accusa la nostra società, e argomenti dimostrativi per un teorico dell’ottimismo neocapitalista” – o è ambigua la semiotica? Poi molto sull’attualità. Il “televisionaro”. Il pettegolezzo come virtù politica… Svaghi intelligenti – sul solco scalfariano all’“Espresso” delle “vacanze intelligenti”.
Evidenze e misteri della ideologia italiana, il sottotitolo della riedizione, non aiuta - ideologia italiana? L’impianto ironico, scherzoso, dell’Eco minisaggista diverte ma non aiuta. C’era già una “letteratura” polemica, di interventi brevi e minimi, portata ai fasti, se non inventata. da Malaparte con i “Battibechi”. Eco la pratica con naturalezza. Adattandola al modello avviato da Roland Barthes nel 1957 con le “Mitologie”, la raccolta di divagazioni pubblicate negli anni 1964-1966 sul settimanale “Les Lettres Nouvelles”, il settimanale di Maurice Nadeau. Malaparte e Barthes di cui Eco non fa menzione.
Test per lo più scritti per “L’Espresso”. Alcuni per “Quindici”, il quindicinale della cosiddetta neo-avanguardia, il Gruppo 63. Con incursioni sul “Girono”, “Il Manifesto” “Paese Sera”. Testi riuniti per capitoli contenutistici: il Gruppo 63, l’Italia (“Italia Nostra”), la destra, compresi “I reazionari di sinistra”, il kitsch, allora concetto e termine di moda, l’avanguardia letteraria, di cui Eco è stato aedo e becchino – poi. figurarsi, col dumasiano “Il nome della rosa” - e un gruppo più marcatamente rolandbarthesiano, “I segni e i miti”.  
Umberto Eco,
Il costume di casa
, La Nave di Teseo, pp. 448 € 18

lunedì 8 aprile 2024

La politica è l’antipolitica

Quanto vale un voto? 50 euro. O una bombola del gas – ma qui non si capisce: la bombola, che costa meno di 50 euro, procura in cambio anche i voti degli amici del figlio….
È la Puglia, si dice, si pensa. Il Sud. Gente fuori dallo Stato, ancora “napoletani”. Ma due italiani su cinque non sono andati a votare ultimamente, in tutta Italia. Valutano cioè il voto meno di 50 euro.
Anche l’astensione è zavorrata dal Sud, da emigrati che mantengono la residenza. Ma anche il Nord latita: rispetto al 2018 ha fatto mancare un 10-12 per cento del voto.
Il film che ha segnato il 2023, “C’è ancora domani”, di Paola Cortellesi, sul diritto di voto alle donne nel 1946, si chiude con questa bella frase: “Stringiamo le schede come biglietti d’amore”. C’è voluto poco perché tanto amore scemasse. E senza traumi: è la politica stessa che disamora?

Problemi di base stupidi bis - 798

spock

La negazione della stupidità è una delle grandi colpe della contemporaneità: ha reso la vita – già gaudiosa – impossibile agli stupidi?

 La stupidità si vendica contagiando gli abolizionisti: psicologi, analisti, anime buone?

 “La bestia”, bête in francese, “non è soggetta alla stupidità”, bêtise, Gilles Deleuze?.

 “La ‘Ricerca’ di Proust è un’interminabile galleria di stupidi”, Gianfranco Marrone?

 La guerra è stupida – Gertrude Stein?

 Stupido da stupore – quindi all’origine della filosofia?

 

spock@antiit.eu

Il calore umano scalda il ghiaccio – e la montagna si ripopola

Un maestro, stanco di (non) insegnare a bambini disattenti al cellulare, estranei, irrispettosi, con genitori ingombranti e anche violenti, chiede il trasferimento in una sede disagiata che nessuno vuole, uno dei paesini che si svuotano sull’Appennino, in Abruzzo, nella Marsica. Nell’inverno interminabile sotto la neve fitta, anche se ravvivato dai lupi in branco, perfino dai cervi – un’orsa perfino s’intravvede, con gli orsetti. Un’avventura. C’è anche da salvare la scuoletta, che va chiusa se non raggiunge il numero minimo di dieci bambini – si rimedierà con i bambini di immigrati e di profughi ucraini.
Milani ripete, sulla neve, il miracolo di “Benvenuti al Sud”, di Luca Miniero, l’altro dominus della commedia all’italiana, il clash di culture, tra il forestiero e i locali, di linguaggi e riti diversi. Un racconto semplice nel registro dell’avventura, piena di atmosfere. Grazie anche alla misura dei due protagonisti, che resistono alla tentazione di fare i comici brillanti, per cui sono famosi, Albanese e Virginia Raffaele – basta i linguaggi vocali, i suoni. Con l’idea pagante di avere comprimari i locali, gente comune di Viletta Barrea e di Pescasseroli. Specie i bambini della scuola – da cui Milani sa estrarre., con luci, inquadrature, tempi, mille sfumature, di personalità, interessi, e ancora una volta linguaggi.
Si direbbe il racconto dei linguaggi. Curati anche nelle sfumature. Albanese arriva con l’italiano lombardo. Raffaele, vice-preside di una scuola elementare di un sola classe di pochi bambini, è sempre sul ciglio di quella che si prende sul serio e anche no. Con un solo errore: in montagna non si cammina con le mani in tasca, specie d’inverno – fa freddo ma non si va sul ghiaccio con le mani infilate nel giaccone.
Riccardo Milani,
Un mondo a parte

domenica 7 aprile 2024

La guerra è europea

La Russia non è un nemico americano. Non c’è paura, non è più la Russia che minacciava la proprietà, non interessa all’opinione. Sui media la guerra c’è poco o niente – le cronache, rare e distanti, per lo più sceneggiano confidenze dei vari servizi di intelligence. Sui social è assente. La guerra non c’è neanche nella campagna elettorale. In Congresso c’è stallo sui finanziamenti. Ma non perché i Repubblicani mettono in difficoltà la presidenza Biden: molti Repubblicani sono a favore, molti Democratici sono contro.
Biden ha fatto molto per sostenere l’Ucraina. Il pacchetto di aiuti inceppato al Congresso ammonta a 60 miliardi di dollari. Ma nei due anni passati gli aiuti militari Usa hanno ammontato quasi al doppio, 110 miliardi. E una dozzina di gruppi militari, americani soprattutto e inglesi, con i francesi, secondo il “New York Times”, hanno operato da una decina d’anni, dopo l’annessione russa della Crimea, in territorio ucraino, per gestire l’armamento Nato più sofisticato.
La tela di fondo è comunque chiara. L’America First, di Biden più che di Trump, è stata assertiva, allargando il fossato con la Cina in campo economico e militare, e con l’Europa, con la Russia ma anche con la Ue, ancora più profondamente in entrambi i campi.
La sfida alla Russia viene da lontano, dalle presidenze Bush jr., e poi con Obama. Per un canone evidentemente nazionale, bi-partisan. Per iniziativa diretta americana, tenendo poco conto degli alleati Nato, cioè dell’Europa. Se non con i paesi dell’Est europeo invitati alla Nato, Polonia, Romania, i Baltici. La pace post-sovietica è durata poco. Ma per un disegno di confronto-contenimento (containment-confrontation)di cui fa le spese l’Europa, più che la Russia, contro cui in teoria è diretto.

Il mondo torna piramidale, o fine del multilateralismo

L’accerchiamento della Russia (prima che Mosca capovolgesse la manovra assediando l’Ucraina - ci provasse) è la fine del multilateralismo. Della dottrina americana degli ultimi cinquant’anni, dal tempo di Kissinger, che ne è stato sempre il teorico e il primo applicatore, e più dopo il crollo del sovietismo.  Della diplomazia invece della guerra. E di un ordine mondiale garantito dagli interessi convergenti di potenze localizzate. Tra queste un polo europeo - seppure sempre all’interno della Nato, dell’alleanza atlantica.
Il ritorno bellicoso degli Stati Uniti - di Bush jr., e poi di Biden più che di Obama - in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia in questi primi anni 2000 si poteva assumere un argine al terrorismo islamico. L’allargamento della Nato fin sotto Mosca e San Pietroburgo è un abbandono del multilateralismo. Anche a rischio di alienare la Russia, a fianco della Cina – che è l’antagonista “storico” (del momento) della strategia americana. La triarchia potrebbe diventare una diarchia, Usa contro Cina e Russia – benché un asse Russia-Cina sia improbabile, per la storia, per la politica, e anche per l’economia.
Il crollo dell’Urss aveva lasciato gli Usa unica grande potenza. La globalizzazione ha fatto emergere la Cina. L’allargamento della Nato ha costretto la Russia a darsi un assetto e un’economia di guerra. Una forma ristretta di multilateralismo, se si vuole, che non è più però quello di Kissinger, una forma non costosa e non violenta di controllare l’assetto del mondo – del multilateralismo come assetto armonioso della pax americana sola al mondo.

Ombre - 714

“Mi chiedo cosa sia successo all’inventiva americana: nel 1944 per il D -Day costruimmo un molo in due giorni, adesso a Gaza ci vogliono settimane”, Michael Walzer – D-Day è in angloamericano il giorno di un’operazione militare decisiva, nel 1944 lo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944.
 
Il “Corriere della sera-Roma” riesce a fare la cronaca delle condanne per il fallito progetto di stadio della As Roma a Tor di Valle senza mai dire che i condannati erano del Pd, sia il costruttore che il referente, il presidente del consiglio municipale, e dei 5 Stelle, il “consigliori”. Evidenziando in foto dei personaggi della Lega che non c’entrano. Senza malizia, è solo incapacità o stupidità?
 
Nelle due pagine sui voti comprati a Bari e provincia, lo stesso giornale lo stesso giorno, coi suoi maggiori nomi delle cronache politiche, prima di spiegare e denunciare nomi e fatti, evoca Tatarella, un parlamentare di destra del tempo del Msi, quindi di trenta-quarant’anni fa, e della sua teoria dell’“armonia”. Ma questo Tatarella non è masi stato colpevole di nessun voto comprato. Sono giornalisti e giornali di sinistra o sono amici del giaguaro?
 
A Torino un dirigente pubblico, a 85 anni, esponente de Pd, Salvatore Gallo, col figlio consigliere comunale o regionale del Pd, incriminato per frode elettorale, è presentato dallo sesso giornale, “Corriere della sera”, come “socialista amico di Craxi”. Il quale è morto 25 anni fa, o 24, solitario in Tunisia. Preceduto dal partito Socialista di un decennio. Ma non era morto anche il Pci, quello della la “doppia verità” – o tripla, o quadrupla?
 
La guerra in Ucraina va avanti con annunci di perdite gravi, navi, aerei, e soprattutto uomini, della Russia, e perdite minime dell’Ucraina, malgrado i bombardamenti massicci russi, che fanno una-due vittime al giorno. Mentre l’Ucraina si dice inerme, a meno di nuove forniture belliche. Sarà un errore di gestione delle “notizie di guerra”. Gestione che non si fa a Kiev ma nella City e a Madison Avenue. Amici del giaguaro anche qui, a pagamento?
 
Su 206 indagini avviate dalla Procura europea, 179 riguardano il nostro Paese”. Per ben sei miliardi, un decimo o poco meno dei fondi europei (Pnrr) erogati. L’Italia è più corrotta – il solo paese corrotto nella Ue? Possibile. Ma perché i controlli arrivano a babbo morto – la Guardia di Finanza ci arriva dopo che ci è arrivata l’Antitruffa Ue, pochi funzionari?
 
È curioso un papa come Bergoglio, che si professa umile e amorevole e ha nominato cento cardinali (99 per l’esattezza), numero abnorme, in soli dieci anni, spettegola coi giornalisti, condanna (Bertone, Ganswein, i capi dei vescovi italiani eccetto il suo, Zuppi), e spettacolarizza qualsiasi cosa faccia. “Professarsi”, poi, quanta supponenza – l’umile è, non si professa.
 
È straordinario vivere col papa argentino il trionfo del gossip, come la chiacchiera veniva chiamata a fine Novecento, prima dei social. Con giornalisti di fiducia, e anche in discorsi pubblici. Il gossip, che ha ucciso il giornalismo, dissolverà anche la chiesa?
 
Si pubblicano le richieste specifiche dell’Antitrust europeo a Ita-Lufthansa, e si conferma la prima lettura: la Commissione, cioè la commissaria Vestager, fa di Ita, una compagnia già fallita due o tre volte, una supercompany, se per fondersi con Lufthansa deve abbandonare 39 collegamenti. Per caso, i più proficui – o gli unici proficui.
 
Si dice: fondendosi con Lufthansa, si creano per Ita posizioni monopolistiche. Che però, per caso?, non si sono create nelle precedenti fusioni in Lufthansa, della ex Swissair (Swiss), della vecchia Sabena (Brussels Airlines), di Austrian Airlines. di Eurowings, di Air Dolomiti.


Curioso, si sono moltiplicati in queste Pasqua anticipata i segni di anticlericalismo in Europa, in area culturale “germanica” (anglosassoni, scandinavi, tedeschi), Passioni, Resurrezioni, veglie, e di celebrazione invece del Ramadan, in spazi pubblici, a spese pubbliche, luminarie, festoni, pranzi serali, perfino sospensioni delle partite di calcio post-tramonto per consentir e agli atleti islamici di rifocillarsi. Un caso, un disegno, e di che natura? La religione al servizio di che?  

 


Una festa del cinema nel Polesine pulp

Un pulp nel Polesine, un crescendo di violenza. Che non ha girato in sala, il genere non è popolare. Invece nasce da un’idea semplice e geniale. E ha immagini indelebili.
L’idea è collocare una famiglia rumena di bracconieri della pesca nel Danubio, latitanti, nel delta aggrovigliato del Po. Al servizio di un oste, che li sfrutta perché semiclandestini. Mentre ospita nei suoi locali la locale associazione a protezione del delta. Che periodicamente vi si riunisce, constatando e denunciando la presenza di questi irregolari della pesca.
Restano le immagini del delta senza la poesia d’obbligo: un acquitrino, una palude, di mangrovie, o arbusti del tipo mediterraneo altrettanto intricati, chiuso, cupo, senza orizzonte. Di Alessandro Borghi, il fratello giovane della famiglia rumena, che crea un mondo col solo volto, e pochi monosillabi. Della carpa da un quintale. Della “festa” per la carpa da un quintale con vodca a fiumi. Della violenza degli umili.   
Michele Vannucci,
Delta
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