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giovedì 29 settembre 2022

Secondi pensieri - 494

zeulig

Bellezza – La bellezza certo è verità. Non solo per Platone, in senso filosofico cioè, o ma-tematico: la bellezza della formula, l’equazione, il teorema. Sospendono entrambe il vissuto, inevitabilmente mediocre, importuno, e danno un as-saggio di come potrebbe essere. L’assaggio è stato di sostanza cruda, acerba. C’è incidentale un bello illuminante in Rosenzweig, la filosofia a volte aiuta - Rosenzweig vi s’imbatte da apologeta della fede: è proprio vero che “il bello forma un ponte tra ideale e vita?”, si chiede, e si risponde che no, “assolutamente no”. Il bello sboccia nel canto. Appartiene al “regno delle ombre, con la sola differenza che è visibile”. Più in là non si va, a un certo punto l’estraneità dell’arte alla vita diventa taedium artis, “dove l’arte rappresenta ormai solo l’abbandono dell’arte”. Con le mutue estraneità: “La vita ha ciò che l’arte non ha, il gesto autentico”.

La bellezza secondo Wilde rivela tutto perché non esprime nulla.

Filosofia – Leopardi la voleva poesia – “Zibaldone”,  8 settembre 1823 (3383): “È tanto mirabile quanto vero, che la poesia la quale cerca per sua natura e proprietà il bello, e la filosofia ch’essenzialmente ricerca il vero, cioè la cosa più contraria al bello, sieno le facoltà le più affini tra loro, tanto che il vero poeta è sommamente disposto ad essere gran filosofo, e il vero filosofo ad es sere gran poeta, anzi né l’uno né l’altro non può essere nel genere suo né perfetto né grande, s’ei non partecipa più che mediocremente dell’altro genere” 

Non sembra. Ma in appunto precedente, 7 settembre 1821 (1651) è più persuasivo: “Quanto l’immaginazione contribuisce alla filosofia (ch’è pur sua nemica), e quanto sia vero che il poeta in diverse circostanze avria potuto essere gran filosofo, promotore di quella ragione ch’è micidiale al genere da lui professato, e viceversa il filosofo gran poeta”, osserva nella “facoltà e la vena delle similitudini”, anche “astrusissime e ingegnosissime”. Che è “facoltà d scoprire i rapporti fra le cose, anche i menomi, e i più lontani, anche delle cose che paiono le meno analoghe ec.”, che fa “tutto il filosofo”.

Giustizia - Noi gentili siamo legge a noi stessi, per via della coscienza. Che il senso morale ha prossimo, come il linguaggio, all’innatismo. Senza tavole del-la legge, o salmodia, o altre corazze orientali: la giustizia per un cristiano non è affare di legge ma di verità. Era così nella tradizione di Socrate, cioè di Platone, ma san Giovanni ne fa un precetto del Vangelo, 1, 17: “La legge fu data a Mosè, la verità e la grazia sono date con Gesù Cristo”. Per questo la legge è sempre insoddisfacente. Il male del resto è molto più dell’illegalità, assassinio incluso: il peso del crimine sarà del cinque, dieci per cento rispetto a tutto il male autoinflitto, a quello della natura, malattia inclusa, degli affetti, del lavoro, dell’invidia, della gelosia, dell’avarizia e di ogni altro peccato, e della prepotenza quotidiana, specie quella dei tutori dell’ordine, che vogliono essere sbirri.

Immortalità – È implicita nel senso (concetto) della vita. Ma anche nel suo modo di essere. L’esistente è costellato di morti, nessuno e niente vi sfugge, animato o inanimato, probabilmente anche il minerale, ma il mondo non muore. La scienza ha difficoltà a stabilire un inizio vita, come forma (procedimento) e come tempo, anche all’ingrosso, di milioni o miliardi di anni. È come se la vita scorresse a prescindere dalle vite singole, come un essere al di sopra o al di fuori dell’esistente, del mondo – dell’universo? C’è la morte, sempre, ma la vita la trascende.

Sartre - Stoico lo vuole Simone de Beauvoir. Nel “Ritratto di Jean-Paul Sartre”, il primo di una serie, quello che scrisse a fine 1945, sull’onda del successo dell’“esistenzialismo” nelle boîtes di Montparnasse, per la rivista americana “Harper’s Bazaar”, che lo pubblicò a gennaio del 1946, in occasione del viaggio di Sartre negli Stati Uniti (gennaio-aprile 1946), invitato per una serie di conferenze – un testo rimaneggiato dalla rivista, e ora ripubblicato nella stesura originale nei Livres de Poche, in calce a “Les Inséparables suivi de Malentendu à Moscou”): prima di scoprirla a Mosca, Sartre aveva cercato la libertà in America.

Sartre ha avuto due fasi, spiegava de Beauvoir nel 1946: una in cui celebrava la libertà “su un piano immaginario, come creatore di opere immaginarie”. E poi, dopo la riflessione indotta dalla guerra e dalla prigionia, “nel cuore stesso dell’uomo: in quanto coscienza, l’uomo evita d’impantanarsi nel dato, in quanto libertà, lo sorpassa per gettarsi verso l’avvenire” – “la creazione letteraria conserva il suo valore agli occhi di Sartre, ma come una delle manifestazioni possibili della sua libertà”. In questa nuova fase “sembra in effetti a Sartre, come un tempo ai vecchi stoici di cui ama la morale, che con questa ricerca”, in interiore homini (questo Sartre di de Beauvoir si direbbe piuttosto agostiniano), “l’uomo può sfuggire alle minacce di tutte quelle cose irriducibili, ostili, che non dipendono da noi”.

Lo stoicismo di Sartre de Beauvoir aveva una pagina prima rappresentato come “passione di libertà” – e non di libertinismo - nella vita quotidiana: “Rifiutava tutto ciò che avrebbe potuto appesantire la sua esistenza e radicarlo dentro la terra. Non si è sposato. Non ha mai posseduto nulla, né un mobile né un ninnolo, né un quadro, né un libro: abita in camere d’albergo, in cui non si non si trova neanche un esemplare delle sue opere e la cui indigenza sorprende spesso i visitatori; ha sempre speso il denaro a mano a mano che lo guadagnava, talvolta spesso prima”.

Lo stesso Sartre, però, qualche pagina prima de Beauvoir ha detto uomo di città, alieno e anzi ostile alla natura: “Sartre detesta la campagna, la proliferazione degli alberi, il brulichio degli insetti; sopporta al limite il mare orizzontale, la sabbia unita del deserto, la freddezza minerale delle alte montagne; ma non si sente veramente a proprio agio che nelle città, dentro un universo costruito e popolato da oggetti fabbricati. Non ama né il latte grezzo, né i vegetali freschi, né i crostacei, ma soltanto i cibi lavorati, e preferisce sempre la frutta in conserva, i pesci in scatola a un prodotto naturale”.     

Storia - Una verità storica è vera una sola volta, spiega Carl Schmitt, ma non è vero che la storia è unica: ogni storia è come dice Aristotele, imitazione di un’azione.

Verità – Può non essere verosimile e viceversa, si sa - la verosimiglianza è più spesso ingannevole, quando non è stratagemma, del genere romanzesco. Freud ne fa l’esperienza quando prova a costruire la verità di Mosè. Che tutte le prove, anche se poche, dicono essere un altro da quello della tradizione: “Si tratta di una tradizione che riposa su una (sola) fonte, che nessun altro conferma, fissata per iscritto probabilmente troppo tardi (rispetto all’epoca di Mosè, n.d.r.), piena in se stessa di contraddizioni, certamente rimaneggiata più volte e deformata sotto l’influenza di nuove tendenze, intimamente mescolata ai miti religiosi e nazionali di un popolo”. Un “personaggio grandioso” che sta su un sassolino - “niente di quello che di cui disponiamo sull’uomo Mosè potrebbe essere considerato come affidabile”, era la premessa, di una storia che Freud si accinge a compiere sotto forma di romanzo, la “vera storia” non essendo possibile. Ma Mosè c’è, c’è stato per millenni e tuttora vive. E dunque: la verità è del Mosè storico, cioè come è. Perché la storia non sarebbe la verità, per quanto “romanzata”? Se non ce n’è altra.

Ma non può essere di comodo, se è vero ciò che è creduto. Ci vuole un fondamento. È della verità come del mito, fino a una certa epoca, quando era creduto e faceva legge. La verità mitica non è male. Invece della verità assoluta - che, “per la verità”, non si ritrova in nessuna filosofia, nemmeno quella tedesca.

La verità sempre emerge, ha sue vene nervose e più spesso sottili, perfino involontarie, ma sempre fluisce e inavvertita sbocca, la storia si deve acconciare.

L’opposto della menzogna è sempre la verità, un po’, e la menzogna stessa - verum factum, verum fictum non è un refuso: la verità è all’origine finzione e invenzione, e senza non ha argomenti.


zeulig@antiit.eu

Tristi rinascite

Tristi vite da single: l’anziano medico lasciato dalla moglie, la giovanissima prostituta alla quale sia accompagna, la ragazzina a cui il ragazzo dei sogni si concede ma solo per provare il sesso, la madre sola della ragazzina, che collega le tre storie, che si scopre a nuova vita con un’amica di vecchia data.

Settembre è il mese della ripresa, della riapertura, dei progetti e i buoni propositi. delle nuove vite. Ma i racconti Steigergewalt, attrice e sceneggiatrice di successo, Nastro d’argento per il debutto alla regia, al suo primo film fa malinconici. Solo tristezza inducono nello spettatore, da vecchio cinema neorealista, o nuovo cinema asiatico.

Giulia Steigerwalt, Settembre, Sky Cinema

 

mercoledì 28 settembre 2022

Ecobusiness

Il mercato del fotovoltaico dipende dalla Cina, più di quanto il gas dipende (dipendeva) dalla Russia. L’Agenzia Internazionale per l’Energia di Parigi, Iea, calcola che oltre l’80 per cento dei processi mondiali di fabbricazione dei pannelli solari è cinese. Pur assorbendone per uso interno un po’ meno del 40 per cento. E la quota cinese l’Iea stima in aumento rapido, fino a poco sotto il 100 per cento al 2025.

È cinese – esito di investimenti cinesi – anche la produzione di pannelli solari in Malesia e Vietnam. Nel 202i la Cina ha esportato fotovoltaico per oltre 30 miliardi di dollari. Malesia e Vietnam hanno esportato per oltre 10 miliardi.

Sono cinesi i primi dieci fornitori di materiali e prodotti per i pannelli solari. È cinese anche, all’80 per cento, la produzione mondiale di polisilicio, l’elemento principale della cella.

Il primato cinese ha solide basi tecniche, oltre che economiche, di costi. Nell’ultimo decennio i costi di produzione sono stati abbattuti dell’80 per cento. E l’“intensità energetica” (consumo di elettricità) nel processo di lavorazione è stata dimezzata.

Ma i giacimenti di polisilicio si concentrano nelle aree cinesi occidentali dello Xinjiang e dello Jiangsu, dove la potenza elettrica necessaria alla lavorazione è per tre quarti da centrali a carbone.

Immacolata in pena, d’amore

Seconda, o terza serie, questa volta all’insegna del melenso. Del dolciastro, l’invaghimento della tempestosa Tataranni per il carabiniere, ora maresciallo, suo aiutante. Melenso, appunto. Il ritmo c’è, ma sul vuoto.

Le storie di Mariolina Venezia si distinguevano per i personaggi fuori dagli schemi: Tataranni furiosa, il marito quieto, la figlia, il Procuratore Capo, le amiche, le feste, le vacanze. Un po’ come l’ambiente, Matera, la Lucania, i tanti nomi e le scene di paesi e paesaggi sconosciuti, i dialetti, i cibi. La sceneggiatura di questa seconda o terza serie le fa rientrare invece nel solito schema Rai 1, delle pene. Delle pene d’amore nella fattispecie – nessuno perde il posto, nessuno ha un incidente invalidante, nessuno è povero, gli altri schemi del dolorismo buonista. Col lieto fine assicurato, ci si può scommettere con sicurezza. Ma, nel corso delle puntate, si annunciano con altrettanta certezza pene lunghe e noiose.

La bravura di Vanessa Scalera, la “Immacolata” che meglio di ogni altro interprete si era adeguata al ritmo e agli schemi sopra le righe, questa volta non basta. Anzi, ne è la prima vittima – più che decisa è perplessa, ma del ruolo che le fanno interpretare: la ruga verticale sulla fronte sembra doppia, o tripla, ne spegne il ghigno. Tanto più si apprezza a posteriori l’energia con cui aveva saputo creare un personaggio altrimenti poco credibile, impetuoso e avventato ma vincente. Con l’energia della migliore tradizione, di Isa Danieli o Concetta Barra nel classico di De Simone “La gatta cenerentola”, da “tarantata” – si ha voglia di parlare contro i gigioni e i mattatori ma l’attore ha sempre, deve avere, un che di tarantato, d’“invasato”, avevano ragione gli antichi greci che per primi lo sperimentarono. Ci vuole però una trama e un testo, situazioni e dialoghi credibili.

Francesco Amato, Imma Tataranni, Rai 1

martedì 27 settembre 2022

Appalti, fisco, abusi (223)

Monte dei Paschi ci riprova col raggruppamento, dopo quello che azzerò gli aumenti di capitale degli anni 2010, e subito si dimezza di valore. Non è una banca, un’azienda che fornisce denaro, come probabilmente Unicredit aveva capito, ma una che se lo divora. Ora con i soldi pubblici, cioè di tutti, azionisti involontari a perdere.

Si fa la patente, documento complesso, di più capacità, e che si usa giornalmente, per guidare e come documento di riconoscimento, in agenzia, in tutta semplicità – la mandano pure a casa – e a costo ridotto. Si fa il passaporto, documento semplice, coma la carta d’identità, in fila per ore al commissariato, sul marciapiedi, insieme con i richiedenti asilo e i lavoratori immigrati. Almeno due volte, per presentare la fotina e il pagamento, oneroso, e per ritirarlo. Il ministero dell’Interno ancora non sa che potrebbe farlo da remoto, e comunque da seduti. 

Cambiare banca si era detto che era semplice - qualche governo vantava una semplificazione, o la solita legge civetta (“entro dodici giorni lavorativi”). Invece è complicato, e soprattutto lungo, dai tre ai sei mesi. Provare per credere. Non soltanto per lo scoglio del trasferimento titoli – poiché le banche hanno fondi e assicurazioni proprie, o di propria scuderia. Non bisogna avere comunque fidi aperti. Nemmeno mutui, è meglio. E poi c’è il problema degli assegni, anche se ora in disuso.

Alla chiusura di un conto dopo trenta o quarant’anni la banca chiede il conto degli assegni non utilizzati - quelli che si cassano (si cassavano) perché superflui o rifiutati oppure errati. E come si fa? Semplice: si va al commissariato, dove il piantone ha un modulo prestampato, si scrivono le matrici degli assegni invalidati, il piantone mette um timbro, ed è fatta. A che serve? A far perdere mezza giornata.

Molto sesso, siamo imìnglesi

Truculenta (piccola) serie Bbc su due cugine che le provano tutte, abbracciandosi, sbracciandosi, bagnandosi, nude e vestite, polpose, in vasca, a letto, per terra, in campagna, in macchina. Insieme con squadroni di gentlemen, vestiti o anche nudi. E con madri in fuga con l’amante.

Un polpettone. Senza verosimiglianza storica, benché datato annti 1920-1930. E nemmeno caratteriale. Si può leggere come una libera fantasia di ragazze invece che dei soliti ragazzi, di fronte ai boyfriend, ai fidanzati, ai mariti, che però per lo più sono brutti brutti e in età.

Resta un tentativo “vediamo dove possiamo arrivare”. Di prendere il pubblico esagerando. Ma non propriamente porno. Oppure sì, pornosoft. Una miniserie molto gay probabilmente, chi lo sa - è un altro canone?

Il titolo è del romanzo di Nancy Mitford, del 1945. Che però è vestito, e molto vecchia Inghilterra.

Emily Mortimer, The Pursuit of Love, Sky Serie

Il mondo com'è (453)

astolfo

Francesco Bianchini – Astronomo, storico, archeologo, fra Sei e Settecento, veronese trapiantato a Roma, alla corte pontificia, in corrispondenza con Newton, Leibniz e gli scienziati europei dei suoi anni, ricordato solo dalle guide turistiche, come architetto della meridiana nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, e in poche righe da Francesco de Sanctis nella “Storia della letteratura”, è ora rivalutato in America, con la pubblicazione alla Oxford University Press di una ricerca dello storico emerito, quasi novantenne, John Lewis Heilbron, “The Incomparable Monsignor: Francesco Bianchini’s World of Science, History and Court Intrigue”. 

Servì sotto tre papi, protetto dal cardinale Ottoboni prima e poi dal re Giovanni V, il Gran Re del Portogallo - anche quando i rapporti di Lisbona col papa si deteriorarono. Scoprì e segnalò tre comete. Scoprì anche Pompei, i resti di Pompei – e molto altro a Roma: la domus Flavia, il planisfero egizio all’Aventino, il colombario di Livia Drusilla sulla via Appia. Studiò Venere: voleva rifare quanto Galileo aveva fatto con la luna un secolo prima, redigerne una mappa, e a tale scopo costruì vari telescopi giganti – il più lungo era di 24 metri, con una capacità di ingrandimento di 112. E su Venere si perdette – sul calcolo della distanza e anche sulla superficie.

Oriente – Se ne contesta la nozione, in quanto colonialista, ma parola e concetto sono del Cinquecento. C’è un Oriente creatura dell’Occidente, fumoso – quello dei viaggiatori e fumatori, da Pierre Loti, anche Flaubert, a Robert Byron e Bruce Chatwin, sintetizzato da Pessoa: “Cerco nell’oppio che consola\ un Oriente a oriente dell’Oriente”, una via di fuga. Ma alle origini era solo un dato di fatto, raccontato già da Marco Polo, nel Cinquecento mediato culturalmente da Guillaume Postel - un gesuita che nel 1553 si erigerà in difesa di Serveto, il negatore della Trinità bruciato dai calvinisti, nel nome della “fede ragionata”.  

Parola e concetto di Oriente risalgono a Guillaume Postel, 1510-1581, giovane professore a ventotto anni al Collège de France di ebraico, arabo e siriaco, nonché conoscitore di greco e latino. Dopo essere stato a ventisei in ambasceria a Costantinopoli, alla corte di Solimano il Magnifico, per conto di Francesco I, in veste d’interprete e collettore di testi classici, greci, arabi, ebraici - il “re cristianissimo” cercava un’alleanza con i turchi contro Carlo V, il “protettore della cristianità”. Degli astronomi arabi Postel fu preciso commentatore, facendo dubitare della conoscenza che si aveva di Copernico allora in Europa, se non dello stesso Copernico. Sagacia analoga applicherà all’Egitto, ed è quindi anche all’inizio dell’“orientalismo”. La “fede ragionata” e la “ricomposizione di tutte le cose” nella fede unita, per le quali Postel si batté tutta la vita, annegheranno poi nell’egittologia – nell’orientalismo come esotismo. Che sarà napoleonica per essere stata anch’essa di Postel, in quanto autore anche di una “Chiave di tutte le cose”, ossia dei tarocchi – l’Egitto del futuro imperatore era nelle carte.

 

Nel 1549, illustrando “La vera descrizione del Cairo”, la mappa stampata a Venezia da Matteo Pagano, Postel spiega, correttamente, che la città è turca più che araba, e che le Piramidi sono “mostri incoronati”, monumenti alla tirannide, non i granai di Giuseppe che si dicevano. Ma nella “Chiave di tutte le cose”, pubblicata prudentemente postuma, un secolo dopo, nel 1646, quando l’astrologia con Urbano VIII era in vigore, apre la città ai misteri.

Il Cairo costituisce da sempre un problema aperto per l’orientalismo. L’origine di questo Oriente è in Plutarco, che attribuisce a Iside l’istituzione dei misteri, grandi e piccoli, o verità esoteriche riservate agli iniziati, nonché in Erodoto, Platone, Apuleio e perfino in Aristotele. Una serie di finzioni ne germinò, culminata in Orapollo, l’autore dei “Hyerogliphica” che in realtà non sapeva nulla dei geroglifici. In epoca moderna l’origine è in Postel, che più di ogni altro pure ha affidabilmente tracciato le radici orientali, semitiche, di tanta cultura occidentale. E nell’Inquisizione, che processò Postel per le opere sulla fede unica, la “fede ragionata”, e sulla concordia religiosa, ma la natura cabalistica dell’Egitto, poi teosofica, lasciò invece incontestata. E fu l’Oriente taroccato, “la chiave di tutte le cose” - ma si direbbe meglio “la chiave delle cose nascoste”.

 

Postel non era un imbonitore, fu anzi uno studioso, dell’islam, le lingue semitiche, l’impero turco, Atene all’era di Pericle, l’unione delle fedi, il dialogo tra monoteisti, cattolici, riformati, mussulmani, ebrei. Ma a un certo punto ebbe le visioni. E costrinse sant’Ignazio a denunciarlo all’Inquisizione, e papa Paolo IV a rinchiuderlo, dannandolo ad infamiam amentiae, all’infamia della follia, e all’Indice. Il carcere gli fu aperto quando il papa morì nel ‘59, ma Postel si isolò nel priorato di Saint-Martin-des-Champs a Parigi, oggi sede del Conservatorio e del Museo arti e mestieri, dove morì nel 1581. Le visioni erano di una Madre Zuana o Giovanna, Vergine Veneziana, o Veronese, Mater Mundi, Nuova Eva, Donna santissima, Messia femmina, che si voleva incarnazione dello Spirito Santo: Postel scriveva per conto di lei, delle sue mistiche unioni.

Primo orientalista, a lungo il migliore, filologo solido, aveva debuttato a tredici anni come maestro di scuola al suo paese in Normandia. Poi decise di continuare gli studi, al collegio Santa Barba a Parigi, dove entrò domestico. A ventisei anni era parte dell’ambasceria di Francesco I a Costantinopoli. A ventotto anni professore al Collegio di Francia. Nell’occasione pubblicò in latino una “Introduzione ai caratteri alfabetici di dodici differenti lingue”, nella quale decritta le iscrizioni sulle monete della rivolta ebraica come ebraico scritto in caratteri samaritani. Insegnò a Parigi, Vienna, Roma, Venezia e altrove. A Parigi, le sue lezioni al collegio dei Lombardi richiamarono tale folla che dovette tenerne anche in cortile, da una finestra.

Delle opere riscattate in Oriente Postel editò gli astronomi arabi e la Cabala. Fu traduttore in latino dello “Zohar”, del “Sefer Yezirah”, del “Sefer ha-Bahir”, nonché illustratore dei significati cabalistici della menorah. Con aperture che avrebbero potuto eliminare alla radice le derive maschiliste della cabalistica, ma gli valsero l’ostilità di sant’Ignazio. L’inquisitore Archinto, cui il santo lo denunciò, lo assolse e l’ordinò prete, “a titolo di purezza, come erano gli apostoli”. Ignazio lo sottopose allora a una speciale commissione di tre giurati, i gesuiti Salmeron, Lhoost, Ugoletto, che lo dichiararono “soggetto a illusioni manifeste del demonio”. Postel aveva conosciuto Ignazio di Loyola quando questi era a Parigi, al collegio dei Lombardi. E aveva preso i voti di povertà, castità e obbedienza, quale novizio gesuita, a Roma, ripetendo il giuramento nelle sette chiese.

Filologo ineccepibile, Postel deriva tarocco dall’egiziano taro, strada reale, termine composto da tar, strada, e ros o rog, regale – da cui, forse, la Scala Reale del poker. Lo studioso individua anche un nesso fra tarocchi e cabala, tra i semi e gli elementi primordiali. Nello stesso anno, 1540, in cui si creava a Rouen la prima società dei maestri cartai. Che nel 1581, l’anno in cui Postel morì, diverrà arte riconosciuta all’interno della Corporazione arti e mestieri di Parigi, quella che avrà poi sede al boulevard Saint-Martin, e assoggettata a imposta di bollo. Ma semanticamente Postel collega gli Arcani Maggiori ai geroglifici del Libro di Toth, il dio della medicina. Geroglifici che ancora per secoli non saranno leggibili.

Regalità – È stata spesso a Londra esposta sulla picca, dopo la decapitazione, anche a distanza di tempo dalla morte. La “rivoluzione inglese” cominciò con la condanna a morte, il 27 gennaio 1649, del re Carlo I, per decapitazione. Olivier Cromwell, il suo nemico, permise che la testa fosse ricucita al corpo, e che dei funerali fossero celebrati, in forma privata. Il giudice, John Bradshaw, subì a sua volta un’esecuzione postuma: fu dissotterrato, impiccato, decapitato, e buttato in una fossa comune, mentre la testa restò a lungo esposta davanti a Westminster Hall, dove aveva celebrato il processo e inflitto la condanna a Carlo I.

Decapitato per tradimento Carlo I, il Parlamento, manovrato e intimidito da Cromwell, si rifiutò di incoronare Carlo II, e passò al regime repubblicano, sotto lo stesso Cromwell, che si nominò Lord Protettore, anche se non c’era erede al trono in minore età, da proteggere – nominerà erede suo figlio, alla coreana, di cui però non si tenne conto. Cromwell inseguì Carlo II per sei settimane, ma il pretendente riuscì a sfuggirgli, riparando in Francia.

Nel 1661, per l’anniversario della decapitazione di Carlo I la salma di Cromwell, morto nel 1658, fu sottoposta a “esecuzione postuma – hanged, drawn and quartered, impiccato, affogato e squartato: il corpo fu gettato in una fossa comune, la testa infilata su un palo ed esposta davanti a Westminster, peer venticinque giorni.

Cromwell liquidò con i Puritani la dinastia inglese più colta e munifica, e la stessa eredità di Shakespeare, distruggendone con cura il teatro – e con la censura occhiuta del suo segretario per le lettere in latino, il poeta John Milton, cavaliere dell’anticensura. Una sorta di Kim Il Sung, pure lui voleva lasciare la repubblica al figlio. Ma veloce, tutti i morti fece in soli quattro anni.  In Irlanda, che stava pacifica, per scacciare i cattolici fece 616 mila morti su un milione 466 mila persone. Li calcolò all’unità William Petty, medico al suo seguito, che divenne per questo computo baronetto e, secondo Marx, il padre dell’economia politica.   

 

La regalità inglese si è distinta per esecuzioni. Maria Stuart, regina a soli sei giorni di vita, educata a Parigi da Caterina dei Medici, era stata fatta decapitare da Elisabetta I sua cugina, dalla quale si era rifugiata, a 44 anni. Elisabetta poi morì nubile, e la corona passò al figlio di Maria, Giacomo Stuart, designato dalla stessa Elisabetta. Calo I Stuart, finito sul ceppo nel 1649, era il figlio di Giacomo.

Enrico VIII Tudor, “il più bel principe della cristianità”, 1,90 m., per ripudiare la moglie e sposare la ventenne Anna Bolena, fece decapitare il suo venerato cancelliere Thomas More, oggi santo, inventore e autore di utopia, la parola e il progetto, di una umanità in pace, accusandolo di tradimento. Era il 6 luglio 1535: la testa di More fu esposta al London Bridge per un mese.

Un anno dopo il re aitante fece decapitare Anna Bolena, accusandola di stregoneria, e di incesto con il fratello, per sposare la dama di corte Jane Seymour - ma la fece decapitare con una spada e non con l’accetta. La prima moglie Caterina invece non decapitò e nemmeno imprigionò, essendo essa principessa d’Aragona, figlia di Ferdinando “Il Cattolico” e Isabella di Castiglia, protetta da Carlo V.

Il 28 luglio 1540, il giorno in cui nel Surrey sposava la quinta moglie, Caterina Howard, alla Torre di Londra Enrico VIII faceva decapitare il suo nuovo Cancelliere fidato Thomas Crown. Due anni dopo anche Caterina finiva decapitata alla Torre di Londra.

La figlia ed erede di Enrico VIII, Mary Tudor, sarà “Maria la Sanguinaria”.

Caro III ha scelto come corona quella dei Tudor.

astolfo@antiit.eu

 

 


lunedì 26 settembre 2022

Ombre - 634

Meloni non fa tremare le Borse, che guadagnano – malgrado la continua caduta dei listini asiatici, “governati” dalla Cina, che moltiplica i problemi, l’edilizia, il credito, e ora la politica. Piazza Affari cresce, il debito (spread) non preoccupa.

Il post-Draghi parte bene. Ha vinto l’unico partito che era fuori del governo Draghi, questo è un fatto. E ha vinto nelle regioni più produttive dell’Italia.  

Nelle felicitazioni d’uso delle capitali al voto di ieri si distingue Bruxelles. Per una nota anonima, e fredda: “Speriamo in collaborazione costruttiva”. Come se Bruxelles fosse avulsa da Roma, o Roma non fosse Bruxelles. Ma forse non è solo questione di percezione: Bruxelles è questa, remota, anche poco intelligente, o furba. E ostile, non si sa perché.

Incide forse nell’albagia (insolenza?) di Bruxelles l’avversione di von der Leyen, come di tutta la Democrazia Cristiana europea, per lo slittamento a destra del suo elettorato, in Ungheria, in Polonia, ora in Italia, e presto forse in Spagna. In Germania invece il crollo Dc è andato a favore dei socialisti. Il futuro europeo è bipolare? 

Ma, poi, lo schieramento oggi è sempre quello che si ripete dal 1994: il centrodestra è sempre al 44 per cento. Prima attorno a Berlusconi, poi attorno a Salvini, ora con Meloni. In un certo senso, è disperato.

Meno 9 per cento, dunque, al voto, rispetto a quattro anni fa, quattro milioni e mezzo di elettori in più non hanno pensato a votare. Un popolo. Ma soprattutto al Sud. In Calabria appena il 50,80 per cento. In Sardegna il 53,17. In Campania il 53,27. In Puglia il 56,56.

In Sicilia ha votato il 57,35 per cento. Il centro-destra ha evitato l’en plein berlusconiano di due clamorose elezioni, essendosi affermati due 5 Stelle, e due di Cateno De Luca, il sindaco di Messina. 

5 Stelle primi in tutto il Sud: Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia – secondi in Sardegna e Abruzzo, dietro Meloni (in Sardegna per mezzo punto, poco più, dietro Fdi, 21,94 per cento contro 22,58, in Abruzzo 18,7 contro 27,2).

E se non ci fosse stato l’effetto reddito di cittadinanza al Sud, che ha portato al successo dei grillini Sicilia 1 e Sicilia 2, e a Napoli città, a che percentuali di astensione sarebbe arrivato il Sud? Ma questo non è materia di riflessione: nei comenti il Sud è sparito.

Al Sud il Pd è terzo, dietro Meloni, e dietro 5 Stelle. Cioè a poco.

Singolare la campagna del Pd al Sud, dove nessuno sa che cosa volesse e chi fosse – a parte l’asettico Letta, che ha fatto la campagna elettorale della non-campagna. De Luca a Napoli sapeva solo invettivare Meloni come “sora Cecioni”. A Bari il giudice Emiliano minacciava – minaccia? – di far “sputare sangue” a chi non avesse votato Pd. Non una grande politica.

Singolare corrispondenza fra i sondaggi e il voto. I sondaggi hanno perfezionato la tecnica di rilevazione e di interpretazione? Gli intervistati sanno o vogliono esprimersi con chiarezza? Ma nessuno sapeva dell’astensione, così massiccia. Non un “voto” di protesta quindi, quella si annuncia, ma di confusione: nessun partito in effetti ha detto qualcosa di preciso su cosa intende fare.

Nei salotti dei commenti al voto ieri sera e oggi, anche quelli di destra, c’è ignoranza di che cosa sia e cosa voglia il partito di Giorgia Meloni. Tutti sono versati sul Pd, qualcuno sui 5 Stelle, e basta. Non è ignoranza naturalmente, è disinformazione. Uno squilibrio perfino caricaturale dell’informazione, che sa ragionare solo nei termini del Pd – che non si sa quali siano. O forse sempre di “la Repubblica”, benché il giornale non convinca i suoi lettori: non c’è altro giornalismo in Italia.

C’è molta perplessità maschile, e anche femminile, di fronte a Giorgia Meloni. Degli stessi che hanno espresso ammirazione per la spregiudicatezza della prima ministra finlandese, in teoria in guerra con la Russia, nientemeno, ma occupata in balli, alcol e fumo, da mandare bellamente in onda. Un po’ per provincialismo, ma un po’ per l’albagia di chi fa opinione in Italia, che deve sempre essere un sopracciò – migliori anche del papa, vedi Scalfari.

E la premier inglese, ignorante ma tanto apprezzata, una sconosciuta e nemmeno capo di partito, designata da quattro signori in ombra?

La singolare conclusione di tanta saggezza è che Meloni ha vinto da sola, tipo vamp, senza partito. Mentre ha vinto ovunque, senza borsa delle elemosine, e nell’uninominale. Che richiede una peculiare conoscenza del voto locale. Così semplice.

 


L’amica geniale di Simone de Beauvoir

Il romanzo di una amicizia amorosa. infantile, poi adolescenziale, poi giovanile, fino alla morte dell’amica, a 22 anni. Un racconto più che un romanzo, una storia vera che de Beauvoir ha romanzato per minimi particolari, i nomi, i gruppi familiari. Del suo attaccamento con Élisabeth Lecoin, “Zaza”, coetanea e compagna di scuola: conversazioni, lettere, feste, sorelle, madri, padri, musi lunghi, tutto caratterizzato, senza artifici. E dell’amore, che lei stessa ha in più modi patrocinato, tra Zaza e il futuro filosofo Maurice Merleau-Ponty, suo grande amico negli studi universitari e dopo.

Un racconto rinfrescante di una storia vera. Piano e vivace, minimale e tuttavia sorprendente, per la sua semplicità. Scritto da Simone de Beauvoir all’indomani del suo primo successo, “I mandarini”, 1954, subito dopo il premio Goncourt. Che poi ha deciso di non pubblicare, ma lasciandolo come in bozze. Non avrebbe del resto potuto, essendo in vita i familiari di Zaza, che vi hanno grandi spazi, specie la madre, e Merleau-Ponty, che della scrittrice fu l’amico per eccellenza, ai vent’anni e dopo. Della vita “straordinaria” e la morte di Zaza scriverà ancora quattro anni dopo, nelle “Memoria di una ragazza perbene”, ma non è lo stesso racconto in prima persona, meravigliato, meravigliante, della bambina, poi della ragazza, poi della giovane Simone.

La presentazione di Sylvie Le Bon de Beauvoir, la compagna poi figlia adottiva di Simone ed esecutrice testamentaria, vuole farne una una storia di diritti lgbtq allora conculcati, un secolo fa. Ma fra le tante emozioni che Zaza suscita il sesso manca. Se ne discute poco, alla fine, per dire la cecità della chiesa: sia Zaza che Simone vengono da famiglie religiose, lo sono anche loro, a loro modo, e ragionando sui ragionamenti del cattolicissmo “Pascal”-Merleau-Ponty capiscono l’assurdità dell’ossessione contro la sessualità in tutte le sue forme, anche le più innocenti, un abbraccio, uno sfioramento, l’ossessione del corpo - non se lo dicono ma ne ragionano come di una psicosi, perfino isterica.

Una storia commovente. E insieme svelta, attraente. Un racconto che sembra la matrice o il canovaccio de “L’amica geniale”, come se Elena Ferrante l’avesse riprodotto tal quale, cambiando solo la scena e l’ambiente sociale, popolare invece che borghese, cattolico, inserito. Beauvoir si rivela pian piano grande narratrice, polimorfa, polivalente, un globo di cristalli luminosi riflettenti, piuttosto che la musa arcigna di filosofie pratiche dell’immagine prevalente.

Simone de Beauvoir, Le inseparabili, Ponte alle Grazie, pp. 208 € 15


domenica 25 settembre 2022

Ombre - 633

“Il dollaro forte spinge l’inflazione”. Se ne accorge infine “Il Sole 24 Ore”, nel colonnino di un rubrichista, Minenna: l’aumento anticipato ed elevato del tasso di sconto in America, per prevenire l’inflazione, concorre a causarla e gonfiarla in Europa. A quando una riflessione sull’evidenza che gli interessi di Europa e Stati Unti sono diversi e divisi? Anche prima della crisi ucraina. Dove solo l’Europa paga le sanzioni, mentre gli Stati Uniti se ne avvantaggiano, col rincaro degli idrocarburi, di cui sono esportatori, e il congelamento degli enormi asset russi in titoli e depositi americani.

“Finanza creativa, bolla distruttiva”: il colpo di verità è doppio del “Sole 24 Ore” questa domenica, ma confinato al supplemento cultura. Una riflessione dell’economista emerito Onado, che ha visto ora “La gande scommessa”, il vecchio film molto wallstreetiano contro la Wall Street della crisi bancaria. Degli alligatori sulla pelle del mondo, al coperto del mercato – il mercato è libertà…

La cosa era recentemente attualizzata dalle due serie italiane “I diavoli”, molto efficaci, sui nuovi pescecani “shortatori”, specie contro il debito italiano – passate invece sotto silenzio.

Si vota contemporaneamente in Brasile. E Wall Street si dichiara pronta a brindare alla vittoria della sinistra, di Lula. Mentre guarda con apprensione all’Italia, dove si prospetta una vittoria della destra. Un tempo il capitale era di destra, al tempo di Marx e anche dopo, ora è di sinistra.

È una fake news la “notizia” che il presidente cinese Xi è stato arrestato. Una goliardata, diffusa da cinesi espatriati, che non hanno altro modo per farsi intendere. Però in armonia col regime: si dimentica che Xi è il presidente della Cina in quanto è il controllore del partito Comunista. E i partiti comunisti regolarmente si “purgano”: l’abbattimento del capo è la prassi in questi regimi.

Lo stesso Xi non è emerso sfidando il presidente Hu Jintao – come questi si era affermato facendo fuori il suo pigmalione Jiang Zemin. Del resto, il sorridente Xi è un dittatore a tutti gli effetti: esercita la censura e la sorveglianza di massa, gestisce arresti e condanne, si è fatto presidente a vita, usa la mano forte contro Hong Kong, i cristiani (processa un cardinale di 97 anni), gli islamici e chi capita.

Nel mezzo di una tempesta social in Iran di donne che protestano per la violenza usata a una ragazza fermata perché non portava bene il velo, si produce venerdì una manifestazione di donne coperte di nero. Una manifestazione organizzata dal regime, si dice. Probabile. Ma i venerdì della “rivoluzione khomeinista” nel 1978 erano al 90 per cento di donne coperte di nero. E nel 1980, al “processo” al Majlis (Parlamento) ai cinquanta ostaggi presi all’ambasciata americana, il pubblico era di donne ammantate di nero. Ciò che vogliono le donne nell’islam resta oscuro, anche in un mondo di immensa cultura come l’Iran.

Il curioso di Berlusconi a “Porta a porta”, del “governo di gente perbene” di Putin a Kiev, non è l’enormità della cosa, ma il ghigno furbo di Berlusconi mentre la dice – “l’ho detta grossa abbastanza?” Non nuova, è anzi la sua cifra, del politico “Grande Comunicatore”. Possibile che la politica sia catturare l’attenzione? Con la violenza no, non più, non usa in regime elettorale, spaventerebbe, ma con quella verbale sì, e eccessiva?

Originale vigilia elettorale senza giudici in campo: nessuna denuncia, nessun arresto, nessuno scandalo. Si sono astenuti anche sui soldi di Putin. La riforma Cartabia li ha rinsaviti? O è la prospettiva della destra vincente, di tutti i sondaggi, che li fa sperare per il meglio, da vere eccellenze con l’ermellino, l’unico ordinamento dello Stato non defascistizzato, dopo settant’anni?

La sintesi del voto – da come il voto si prospetta – la fa Guccini: “Ma sì, proviamo anche questa. Ecco, gli italiani, dopo aver provato Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, vogliono provare Meoni”. Ma Guccini li vuole “innamoramenti di pancia, che sfioriscono presto”. E invece no, sono tentativi di ancoraggio, dopo che i giudici hanno distrutto gli assetti politici.

C’è una distinta visione dell’Italia al voto tra i media italiani e quelli stranieri. I media italiani, anche quelli di sinistra, non evocano il fascismo, il ritorno del fascismo - ha già avuto governi di destra, ed è sopravvissuta. Quelli stranieri, soprattutto inglesi e americani – ma ci ha provato anche “Le Monde” – non dicono altro: “Il ritorno del fascismo in Italia”.

È strano come nei media angloamericani non si riesca – non si voglia: corrispondenti scontenti o mediocri, Roma è una sede secondaria? – a mettere a fuoco l’Italia. Vanno va per frasi da decenni ritrite: mafia, Mussolini, il negozio sotto casa, la convivialità – che si possa stare a tavola due e tre ore. O è l’Italia che non si colloca bene nella globalizzazione, che è come gli anglosassoni l’hanno fatta, vuole uniformità Altrimenti, tra mafia e fascismo, non se ne esce: l’Italia resta strana, a voler essere buoni.

Però è vero che solo Tim Parks, cioè un inglese, benché venetizzato, e con l’ausilio della moglie Rita Baldassarre, a rifare la strada che fece Garibaldi in fuga con Anita dalla Repubblica Romana. Sentiero per sentiero, tappa per tapa, vedere come e dove il futuro Eroe dei Due Mondi dovette inguattarsi. Repubblica Romana, e che cos’è?

Nel successo planetario della giornata di esequie londinese della regina Elisabetta, 4 miliardi di persone sono date ai televisori nel mondo, l’auditel per la Gran Bretagna dà 28 milioni di spettatori. Che viene menzionato come un grande numero, ma su una popolazione di 68 milioni fa il 40 per cento, poco più. Molto meno di Sanremo, più o meno il pubblico di un Montalbano nuovo – quando se ne facevano.  

L’invenzione dell’Oriente, condannata dall’Inquisizione

L’opera postuma, meno scientifica ma più duratura, del cultore e inventore dell’orientalismo - dello studio della cultura, storia e filosofia dell’Oriente, che ora si vuole espellere come colonialista (nel Cinquecento? Oxford l’ha cancellato, ma l’università L’Orientale di Napoli non se ne vergogna). “Chiave delle cose nascoste nella costituzione del mondo per mezzo della quale sia nelle nozioni divine che in quelle umane lo spirito umano squarcerà il velo della verità eterna” è il sommario-sottotitolo degli editori – l’opera fu pubblicata postuma, nel 1646 (Postel è autore cinquecentesco, 1510-1581). Un concentrato dell’eclettismo di Postel, e della sua deriva esoterica una volta espulso dall’ordine dei gesuiti nel quale si era distinto.

Postel sopravvive così per la sua ricerca ermetica e iniziatica. Influenzata dall’ebraismo, “Zohar”, “Sfer Yetzirah”, di cui era stato il primo traduttore in latino. Dalla filosofia dell’occulto, nel filone più ampio dell’irrazionale. Ma era stato un grande umanista, l’“inventore” di quell’Oriente che ora si vorrebbe proscrivere come colonialista, il suo primo mediatore culturale, per la conoscenza dell’arabo e dell’ebraico. Ragazzo prodigio, maestro di scuola a tredici anni, professore di ebraico e di arabo a trenta al Collège de France. Processato da Ignazio di Loyola personalmente a un certo unto per la sua adesione alle discipline esoteriche studiate, ed espulso dall’ordine dei gesuiti – processato quindi dall’Inquisizione, non condannato ma con i libri confinati all’Indice.  

Guillaume Postel, La chiave di tutte le cose, Sebastiani, pp. 128 € 9

Gnosi, pp. 104 € 14


sabato 24 settembre 2022

Ecobusiness

Le “terre rare” non sono rare. Anzi, ce ne sono in abbondanza – come gli idrocarburi. Ma sono specialmente inquinanti, all’estrazione e alla raffinazione.

Sono in particolare il litio, il cobalto e la grafite (il gallio, il Germania, eccetera, sono diciassette), di cui la domanda dovrebbe quintuplicare nei piani della Unione Europea entro il 2030, e aumentare di sessanta volte (il litio) e di quindici (cobalto e grafite) entro il 2050.

L’Europa ha evitato gli inconvenienti della ricerca e produzione di terre rare ricorrendo alle importazioni, dal Congo, la Turchia, l’Australia, e soprattutto dalla Cina. Sono materiali necessari per l’auto elettrica, per la produzione delle batterie. E per le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici.

Attualmente l’Europa produce solo l’1 per cento delle batterie elettriche per le auto di nuova generazione, per il 65 per cento le importa dalla Cina. Con una dipendenza cioè nemmeno comparabile con quella, oggi sotto forte critica, dalla Russia per il gas naturale.

Woody Allen vs. Usa

“Sono molte le prove che attestano la verità della teoria secondo cui gli Stati Uniti si stanno rincretinendo”. L’ateo più celebre non si risparmia, da vecchio ebreo che ce l’ha con Dio, e con la patria. Ma non risparmia nemmeno gli ebrei, gli armeni, le donne, i poveri e i ricchi egualmente, e ogni scorta di scorrettezza. Praticamente ride e irride a tutto ciò che è americano, nel millennio. Ci sono pure, in tema di attualità, il duca e la duchessa di Windsor – gli zii che le celebrazioni in morte della regina Elisabetta hanno trascurato - visti in un interno.

Woody Allen ha già scontato col libro precedente, “A proposito di niente”, la censura. La censura totale: niente pubblicazione! Delle virtuose della Repubblica - compresa Cate Blanchett, diventata un’icona con lui in “Blue Jasmin” e poi tra le sue linciatrici, cui fa interpretare una “Cialtrona di Parma”. E si diverte. Nei testi ultimi. Altri riprende senza più, limitandosi a citare la rivista nei “ringraziamenti” editoriali, dal “New Yorker”, prima che il settimanale lo facesse furbescamente un pedofilo incestuoso, e lo proscrivesse.

La lettura è lieve, e sorridente - il fascione luttuoso della proscrizione è incombente. È scorretto vecchio stampo, con le barzellette etniche, compresi i jivaros che rinsecchiscono le teste dei nemici, e ne fanno ciondoli. E scorretto contemporaneo, con un fondo polemica. I nani, parola proibita, invece dei topi. La star che perde i follower perché discrimina gli animali a letto ritratta e se la fa con tutti, anche col merlo parlante – “dopo tutto, ci manca solo che qualche ornitologo mi dia della bacchettona”. La donna di ogni virtù - per molti particolari Diane Keaton, amica di sempre di Woody Allen - non può fare a meno delle orge.

I primi aneddoti sono semplici, tradizionali – la moglie inetta, il marito sciocco, il medico prverso. Il trasloco, faticoso, oneroso, con fallimento economico, per il capriccio della moglie. L’altra che il brownie al cioccolato fa diventare “un perfetto cubo di granito”.  Il biglietto della lotteria dimenticato dal chirurgo nella pancia del paziente.

Si ride poco. Soprattutto si apprezza l’ira poco compressa contro il conformismo Usa, oggi in veste democratica, di correttezza politica. Due racconti sono autobiografici. Il matrimonio da studente – presunto studente, in realtà bighellone – con una ragazza studiosa di filosofia. E “Crescere a Manhattan”, un’ode a Manhattan dietro l’innamoramento idillico con una ragazza dei quartieri alti, intelligente oltre che bella e ricca, sensibile, comprensiva, ma con vedute tutte sue, intrattabili, sul sesso. Con la solita spruzzatina di filosofia, e di Dio – di sarcasmi.

La traduzione di Roberto Pezzotta non solo ne rende godibili i riferimenti locali e i modi di dire anche in itaiano, ma dà a Allen scrittore perfino più ritmo. Con pochi refusi.

Woody Allen, Zero gravity, La nave di Teseo, pp.190 €19

venerdì 23 settembre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (504)

Giuseppe Leuzzi

La biografia di Carlo Levi, l’unica, di Gigliola De Donati e Sergio D’Amaro, lo nomina “Un torinese del Sud”, per le “cronache” da Eboli, i viaggi in Sicilia e Calabria (“Le parole sono pietre”), e il “Telero” che dipinse su richiesta di Mario Soldati per il centenario dell’unità, ora a Palazzo Lanfranchi di Matera, nel quale ha rappresentato la “questione meridionale”.

“Cristo s’è fermato a Eboli”, scritto dieci anni dopo il confine in Lucania e a fascismo già morto, è in realtà un racconto, e anzi un romanzo. È un documento di denuncia indirettamente, c’è molta, bizzarra, empatia fra lo scrittore e i suoi personaggi. Bizzarra per essere Levi torinese ed ebreo, molto distante dal Sud profondo e dalle piaghe cristiane.

 Sarà probabilmente la nota distintiva di questa campagna elettorale – se il voto andrà nel senso dei sondaggi: una battaglia per il voto al Sud considerato da tutti, indistintamente, come “voto di scambio”. Per un do ut des, anche senza la concorrenza esterna delle mafie. Come se il Sud fosse ancora come lo voleva Achille Laro a Napoli settant’anni fa: medicante. Nessun’altra proposta o progetto, solo un po’ di soldi, un po’ di più dei concorrenti.

Singolare anche l’assenza, da quarant’anni ormai, dalla Seconda Repubblica di tipo ambrosiano, di leader politici di qualche consistenza provenienti dal Sud. Non dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Campania, perfino dalla Basilicata, che ne erano state fertili in precedenza – Mattarella non fa testo, il presidente è “sradicato”. Nei quarant’anni di leghismo il Sud ha perso la parola.

 

La scoperta del Sud

La scoperta di essere del Sud - di essere diverso, inferiore, antipatico - è stata tarda, diciamo del 1980. Prima Milano era “tutti noi”, per un’identificazione totale: una meta, un faro. La scalfariana “capitale morale”, di cui sapevamo tutto, anche la programmazione del cinema Pasquirolo.

Personalmente, è stata forse di un anno prima, del 1979. Comunque, nitidamente, nel rifiuto di Giorgio Bocca di dialogare. In precedenza si era vissuti nel fastidio di sentirsi dire, a Londra e a Parigi, “lei non sembra italiano”. Si viveva, si viaggiava, facilmente, senza “bagaglio”. Poi subenterrà il “lei non sembra medidionale”, e non ci sarà più nulla da fare.

Il rifiuto si produsse nella redazione milanese. Malgrado la sollecitudine di Silvia Giacomoni, persona colta, di formazione cosmopolita, allora compagna o moglie di Bocca. Benché lui stesso si fosse distinto come ospite entusiasta di Giacomo Mancini, politico e grande notabile calabrese. Malgrado la notoria provenienza dall’Eni, dal settore estero dell’Eni, dove si parlava inglese e si girava il mondo, per analizzare le politiche locali - il mondo di sotto, il Terzo mondo.

La provenienza dall’Eni fu letta dapprima come causa dello sgarbo, il gruppo petrolifero si faceva in quei terribili anni 1970 della disinformazione (all’insegna della controinformazione….) il covo di ogni turpitudine. Ma allora anche Bocca veniva dall’Eni, dal “Giorno”. E sapeva che non era niente vero. Anche perché al “Giorno” era stato libero come non lo sarà più: l’Eni lo aveva lasciato libero di scrivere tutto quel che voleva e non gli ha mai chiesto un favore – come non lo sarà dopo, benché forse non lo abbia saputo, quando dovette appoggiare Ventriglia, De Mita, il Banco di Roma, e anche Andreotti. Di questo si può dare anche testimonianza personale, avendo dovuto respingere le lamentele contro i suoi servizi in due casi, la Russia di Breznev, e la Spagna di Franco che non moriva - del resto c’era poco da proteggere, contrariamente a quello che si pensa e si scrive: giusto dire quattro parole all’addetto culturale o stampa dell’ambasciata delegato alla protesta, che le sapeva estemporanee e d’occasione ma le scriveva compunto e chiudeva la pratica.

Il petrolio non c’entrava. Era l’humus leghista: Bocca era stato in Calabria e non gli era piaciuto niente, come poi tutto il Sud, quando Scalfari lo delegherà. Perché era sceso prevenuto. E Milano - di cui eravamo invaghiti - con lui, più non sopportava i meridionali. Sentiva suoni cupi, puzza d’aglio, e mani tese. Bossi non era emerso - si fingeva ancora studente universitario, a quarant’anni, benché marito e padre, e organizzava finte lauree. Ma l’humus era diffuso e fertile.

 

La formazione del Sud

Si prenda l’Italia dopo l’unità: è più o meno omogenea, quanto a produzione (pil) pro capite, nelle statistiche storiche della Svimez. Le statistiche allora non erano affinate, ma sono attendibili. Le tavole Svimez trovano conferma indiretta nei calcoli più attendibili, che lo storico dell’economia della Iulm Emanuele Felice sintetizza così: “All’Unità d’Italia il Pil del Mezzogiorno era circa l’80-90 per cento della media italiana; ovvero [...] fra il 75 e l’80 per cento di quello del Centro-Nord”.

È vent’anni dopo, con gli effetti delle prime leggi unitarie, che il divario si manifesta, nel 1880. E in poco tempo comincia la corsa all’indietro: a fine decade, 1890, il pil delle regioni meridionali è già cinque punti sotto quello del Centro-Nord. Poi è una valanga, negli “anni di Giolitti”, che molti storici vogliono i più proficui per l’Italia: trent’anni dopo, nel 1920, il divario era cresciuto al 75 per cento.

Nel 1940, dopo i vent’anni del fascismo, era al 57 per cento. E nell’immediato dopoguerra, fra oscillazioni anche ampie tra un anno e l’altro, scenderà al 52 per cento, anche meno, del 1960.

In tutta la storia unitaria il pil pro capite del Mezzogiorno è cresciuto sempre meno di quello del Centro-Nord. Con l’eccezione del quindicennio 1960-1974, che corrisponde politicamente al primo centro sinistra, Dc-Psi (una coalizione che aveva anche in posizione eminente politici di provenienza meridionale, Moro, Colombo, De Martino, Mancini), e finisce con la prima crisi energetica, le domeniche a piedi eccetera: risalì rapidamente al 61 per cento, e a questo livello si mantenne per tre-quattro anni – e ancora nel 1985. Successivamente il rapporto ha sempre ondeggiato sull’asse 57-59 per cento (più impressionante è il divario fra l’aera più ricca dell’Italia, il Nord-Ovest, 16 milioni di persone, 34 mila euro di pil pro capite nel 2020, e il Sud, isole comprese, 21 milioni di persone, 14 mila euro).

L'Italia del dopoguerra, la Repubblica, che ha posto il Meridione in agenda, anzi al centro dei piani di sviluppo, almeno inizialmente, si può dire che ha fatto bene al Sud, ma solo per un periodo breve, il quindicennio 1960-1974.

La lettura più comune di questo divario è che il Centro-Nord era già prima dell’unità - e ha consolidato poi l’apertura - sull’onda dello sviluppo europeo, come tecniche di produzione e penetrazione dei mercati, mentre il Sud se ne è tenuto fuori. Ma nel primo secolo della storia unitaria, dal 1860 fino alla fine della seconda guerra mondiale, il pil pro capite in termini reali ristagna per tutta l’Italia. Il Sud avvia la sua marcia del gambero all’interno di un’economia che non si espande come produttività e come distribuzione del reddito. È dal baratro del 1945 che l’Italia produttiva fa il Grande Balzo, costante e molto elevato, fino al 2010. Con il Sud che, come si è detto, ha trovato anch’esso una marcia in più, ma solo per un breve periodo – per un breve governo.

 

Sicilia

Si vuole, curiosamente, sempre speciale: diversa, imprevedibile, “traggediatrice”, perversa, eccetera. Per il bene e per il male, cioè. Anche nelle piccole cose. Ora si discute, discutono i siciliani, lo scrive Merlo su “la Repubblica”, se l’isola non ha “buttaniato” il capo dei 5 Stelle Conte, che nella campagna elettorale nell’isola è stato letteralmente osannato. Cioè non l’ha “sputtanato”, preso in giro, messo alla berlina.

Il voto, si sa, è imprevedibile. Ma è solo in Sicilia che Berlusconi fece l’en plein di tutti i seggi al voto: 61 eletti su 61 collegi. In due elezioni successive. Anche questo è unico. E anche imprevedibile, contro tutte le leggi della probabilità.  

“Il Consorzio Dop Sicilia”, per i vini, “nato nel 2012, ha una rappresentatività della filiera del 94 per cento”, spiega Laurent Bernard de la Gatinais, un signore bretone che persiede Assovini Sicilia: “Esiste un’altra regione in Italia con una coesione e dei numeri simili? Siamo un case history. La Sicilia è un case history”. Questa è certo una singolarità, la Sicilia dei vini, e il signore bretone che la presiede. Ma non se ne può dire (pensare) male, e quindi non “esiste”, come si dice a Roma.

Un siciliano su sette riceve il reddito di cittadinanza. Com’è possibile? Al diritto non c’è limite, all’applicazione delle leggi: l’ingegno non manca.

Il partito Democratico in Sicilia ha pensato di fare causa ai 5 Stelle per “violazione dell’applicazione della legge elettorale”. Cioè per avere deciso di andare alle elezioni da soli invece che col Pd. La fantasia al potere?

“La Repubblica-Palermo” si scandalizza: boom di domande nell’isola a Ferragosto per il “sostegno psicologico” – previsto dal decreto governativo di “ristori” del 25 luglio: 13 mila domande in due settimane. Ma non è ben inferiore al boom nazionale, 207 mila domande? In rapporto alla popolazione è lo 0,260 per mille contro lo 0,345.

Carlo Dionisotti ha, nella famosa sua “Geografia e storia della letteratura italiana”. La “Storia troiana”, in latino, di Guido delle Colonne (Guido Giudice), siciliano, che dice “fondamentale nella letteratura italiana del Duecento, e in Italia e in Europa per oltre due secoli”. Ma non c’è una via Guido Giudice a Palermo, nemmeno a Catania. C’è Guido delle Colonne, a Palermo, Messina, Gela e Roccalumera. Ma niente di più.

Oltre duemila operatori della formazione quest’anno non hanno ricevuto lo stipendio dalla Regione, e quando l’assessore si è impegnato a sbloccare gli stipendi, “le pratiche da completare per avviare i pagamenti sono rimaste bloccate perché il funzionario è partito per le ferie”. Non c’è rispetto per le regole più che in Sicilia – e nei siciliani dell’alta burocrazia nazionale, segretari, direttori generali, giudici. Delle regole del non fare.

leuzzi@antiit.eu

Musica vera in tv

Con i successi d’annata, dei buoni vecchi tempi, e un po’ di Brasile per finire, in duo, nel mezzo tanto jazz, tanta classica, e qualche verità semplice – ieri, in poche e precise parole, il concetto di empatia: il contatto che si stabiliva in antico tra attori e pubblico alle tragedie greche. Il tutto in venti-venticinque minuti. Niente in confronto alle serate interminabili dedicate dalle tv alle canzoni, che però lascia il segno, è musica vera.

Ogni sera sorprese, sempre rinnovate, in questo mini-show – minimo anche lo studio – ora al secondo anno. Ieri sera Sollima e Brunello in duo, violoncellisti scatenati, in due pezzi di grande difficoltà tecnica, e le improvvisazioni e i contrasti dei cantastorie toscani, che il pianista ha tirato fuori dal cilindro della sua vita fiorentina. Bravo anche negli stornelli: Bollani è un performer strepitoso, forte della maestria pianistica, talmente versatile da sembrare connaturata – non ha cinquant’anni ma ha cinquanta album, da solista (una quindicina con Enrico Rava). E una capacità strepitosa di far partecipare lo spettatore alla tecnica musicale - era un mondo fa che Rai 3, allora radio colta, aveva un maestro analogo, in Roman Vlad.

Stefano Bollani-Valentina Cenni, Via dei matti numero zero, Rai 3, RaiPlay