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venerdì 18 gennaio 2019

Il populismo viene da sinistra – 3


Lo stesso “eccezionalismo” americano (“perché in America non c’è un partito e un sindacato socialista”) già in Tocqueville, agli inizi di “La democrazia in America”, è il popolo. In quella che Tocqueville chiama la “costituzione sociale”: non l’insieme di norme e\o concessioni sovrimposte alla nazione, ma il modo stesso di vivere insieme di una nazione. La riserva di potere che ognuno si assume.
I “Federalist Papers” newyorchesi del 1788, di Hamilton, Madison e John Jay sull’accettazione della Costituzione americana, fanno espresso riferimento al populismo come forma di aggregazione politica. Tocqueville rileverà come l’individualismo, che è la forza della democrazia in America, sia anche il suo punto debole: atomizza il potere, si direbbe oggi, lasciando lindividuo solo di fatto di fronte allo Stato nelle grandi decisioni. La nozione dello Stato come di un mammut ostile finisce per generare passività di fronte alla burocrazia anche quando essa è imperfetta o improduttiva. In termini diversi, ma è l’analogo del populismo odierno in Europa, di fronte a “Bruxelles”, a “Roma ladrona”, ai “poteri forti”, ai “salotti buoni”. L’esclusione coltiva una rivalsa, non di per sé bene indirizzata.
Negli anni della guerra del Vietnam, questo fu il sentimento dominante in America. Della contestazione, giovanile, femminile, delle minoranze, per i diritti civili e contro l’estensione della guerra, e non solo: questo paradigma populista di sinistra fu motivo nazionale dominante. Anche se portò, dopo le presidenze democratiche di Kennedy e Lyndon Johnson, al voto massiccio per Nixon: un populismo di sinistra che trovava lo sbocco a destra. Si può dire del populismo che agisce - si aziona - per reazione.
Il populismo era stato acculato in America a destra nel dopoguerra, nella polarizzazione della guerra fredda, in parallelo con la “costruzione” di un tradizione costante, vecchia di due secoli e mezzo, di liberalismo politico. Ad essa veniva utile dire anti-americano il populismo dell’Otto-Novecento, fino ad assimilarlo al fascismo mussoliniano e facendone il prodromo del mccarthysmo. Lo storico Richard Hofstadter si è distinto in questa ricostruzione. Il populismo facendo retrogrado, xenofobo, antisemita, cospiratoriale. All’origine dell’“anti-intelettualismo nello stile di vita americano” e dello “stile paranoide della politica americana”. Ogni possibilità di risentimento popolare, del resto, era in quegli anni temuta come un’apertura al “comunismo”.
L’analisi di Hofstadter bizzarramente si conformava con la storia americana. Singolarizzando la minaccia populista, nell’intento di costruire una tradizione americana liberale forte di due secoli e mezzo, riportava però a galla elementi populisti trascurati di forte impatto nella vita nazionale. Di destra ma collegati alla tradizione culturale centrale, liberale o meno che sia stata. L’anti-cattolicesimo, per esempio, dominante fino alla seconda guerra, che escludeva dalla società civile molti immigrati europei - italiani, iberici, irlandesi, polacchi. Il razzismo, e la schiavitù mascherata, che conformavano le relazioni sociali in quasi la metà degli Stati Uniti, fino agli anni 1960 e oltre. La violenza politica, costante per tutto l’Ottocento, e anche, sebbene individuale e sporadica, per il Novecento – ma il “gioco sporco”, di minacce e ricatti, è costante e normale nella politica americana.
Queste le radici. Oggi, ovunque in Occidente la globalizzazione ha prodotto ineguaglianza massicce di reddito e condizione. È il lato oscuro della nostra storia, del Millennio, di cui non si parla. – il dumping sociale asiatico. Ristrutturazioni a catena, con ridimensionamenti del personale o demansionamenti, senza alternative. Le delocalizzazioni, con semplici e radicali chiusure di impianti – le case automobilistiche ne fanno a mezze dozzine, anche a dozzine. L’unico rimedio consistendo nel taglio di retribuzioni e garanzie sociali. Il mercato tedesco del lavoro che si porta a esempio delle “riforme” necessarie si alimenta con una marea di assistititi dalla carità pubblica, circa 10 milioni di persone.
In contemporanea, il prolungamento dell’aspettativa di vita di pari passo col progresso della medicina preventiva e terapeutica, ha prodotto masse di percettori di reddito fisso (pensioni) che inevitabilmente con gli anni si deprezza e porta comunque all’impoverimento. Anche per la simultanea introduzione del divieto di cumulo lavoro\pensione. 
La platea delle frustrazioni è in larga espansione, a ritmi elevati. Senza soluzioni né argini: l’impoverimento, senza possibilità di reazione, sembra ingovernabile. La frustrazione si scarica sulla politica quale mancanza di immaginazione e di risposte.
(fine)

Fantascientifico fra le donne


Venticinque anni dopo la prima traduzione, si ripropone questo terzo capiosaldo Vian targato “Vernon Sullivan”, pseudo traduttore dall’americano, il nome adottato dallo scrittore musicista per situarsi meglio nel pulp noir dominante, anche  Parigi nel dopoguerra, a stelle e strisce. Il primo fake, “Sputerò sulle vostre tombe”, era stato un successo e Vian ci riprova.  In chiave pornofantascientifica. Donne giovani e meno, dark e candide, tra amori interrotti e ininterrotti, sbirri corrotti, grigliate, e inseguimenti a Los Angeles labirintini, il suo giovane muscoloso vergine eroe non se ne perde una. Anche il lettore, benché il divertimento sia prolisso – Vian è solitamente conciso.
Gli editori Marcos y Marcos meritori ci riprovano periodicamente a radicare questo autore scintillante, ironico, satirico, un “bernesco” del Novecento, tra Sartre e Edith Piaf, il jazz, che praticava, e le moglie scambiate – Sartre gli fregò la sua. Che però non sembra rispondere al “genio” italiano, non più – ma è un problema, questo, per l’Italia, non per Vian: quantum mutata.
Boris Vian, E tutti i mostri saranno uccisi, Marcos y Marcos, pp. 217 € 17

giovedì 17 gennaio 2019

Problemi di base gialloverdi - 466

spock


Ora che dobbiamo essere anti-arabi ci tocca rinunciare alle arance?

E al petrolio?

Se si può fare il parlamentare a Roma comodamente, con decoro e ristoranti stellati, con settemila euro al mese, quanti ne restano ai 5 Stelle dopo il contributo alla Casaleggio Associati, perché pagargliene  quindicimila?

“Non sopporto la spettacolarizzazione”, diceva l’altro anno Salvini, che a Fiumicino ha montato uno spettacolo sullo sbarco di Battisti, “non bisogna esibire i catturati”:  non pensava che non lo avrebbero arrestato (la sua Lega ha ben rubato 49 milioni allo Stato)?

Salvini punisce le macchine italiane perché è anti-juventino?

O è sovranista filotedesco?

spock@antiit.eu

Il populismo viene da sinistra - 2


Anche sostanzialmente, si può vedere il populismo, in Francia, in Italia e in Polonia, come l’esito del fallimento della sinistra. Una reazione alla sinistra, ma per non avere saputo – o potuto – essere di sinistra. Non da ora, e non in misura irrilevante, le circoscrizioni operaie, della cintura parigina o del triangolo Lombardia-Veneto-Emilia votano Lega e ora anche 5 Stelle.
È l’esito della cosiddetta anti-politica, che ha imperversato ultimamente anche sul versante liberale. Sotto le forme surrettizie dell’anticasta e dell’anticorruzione. In Europa. Mentre in America la stessa polemica sta sortendo effetti contrari: ha portato alla politica molti giovani, alle ultime presidenziali, tradizionalmente lontani dal voto, e questo soprattutto per l’effetto Sanders alle primarie democratiche, il populista dichiarato di sinistra. Che però non nasconde simpatie socialiste – anche perché ora il socialismo non è più tabù, l’elemento fondante dell’“eccezionalismo americano”, e anzi se ne parla come di un’alternativa migliore all’individualismo. .
Lo storico americano Barry Eichengreen, analizzando “The Populist Temptation”, la fa risalire ai Ludditi della prima industrializzazione, alla socialdemocrazia tedesca post-unitaria, e ai partiti Populista e Greenback protagonisti elettorali nell’America di fine Ottocento. In aggiunta alla deriva razzista e demagogica rifluente che più caratterizza il populismo, dal Ku Klux Klan negli anni 1920 a Huey Long nel decennio successivo, e a vari altri personaggi, fino a Trump. Per una miscela “corrosiva” e “anti-intellettuale”, anti-specialisti, che sintetizza in: anti-elitismo, autoritarismo, nativismo, nazionalismo bellicoso, demagogia, distruzione. 
La spinta populista di sinistra lo stesso Eichengreen fa invece motore delle grandi riforme “conservatrici”, quella di Bismarck negli anni 1880-1990, e quella di Franklin Roosevelt negli anni 1930. Due esperienze in cui è stato l’establishment a farsi carico delle esigenze populiste, e a meglio esaurirle. Alle quali si potrebbe aggiungere qeulla, di destra dichiarata più che conservatrice, di George Wallace, il governatore Democratico dell’Alabama negli anni 1960-1980, che lottava per i poveri ma anche contro la desegregazione razziale.
C’è, evidente, una confusione di motivi e obiettivi nel populismo. Il nazionalismo per esempio, o sovranismo oggi, si scontra in Italia con leggi che favoriscono il lavoro e il prodotto stranieri, a parità di qualità, come nella legge contro le automobili italiane – contro le emissioni di anidride carbonica, ma di fatto mirate contro le auto prodotte in Italia. Più che di nazionalismo, di protezione degli interessi nazionali, il sovranismo è una forma di sciovinismo, di rabbia incontrollata e inconcludente. Il punto nodale è l’egualitarismo, puro e semplice: non a ognuno secondo  suoi meriti e i suoi bisogni, ma un po’ a tutti.
(continua)

Il balzo indietro della democrazia in Italia


Il rapporto annuale dell’ufficio studi del settimanale britannico sullo stato della democrazia nel mondo registra un’annata non buona – riflessa nel minaccioso il #metoo americano del titolo. I tre temi del sottotitolo, “political participation, protest and democracy” sono in regresso. Se 48 dei 165 paesi oggetto della ricerca hanno mostrato un miglioramento, contro 42 in peggioramento, la percentuale di chi vive “in qualche forma di democrazia” è diminuita di un punto e mezzo, al 47,7 pet cento, rispetto al 49,3 per cento del 2017. E di questo 47,7 per cento una percentuale minima, il 4,5, vive in condizioni di “democrazia piena” – in pratica la Germania e i suoi cari. Mentre “più di un terzo della popolazione mondiale vive sotto regimi autoritari, con una larga fetta rappresentata dalla Cina”.
L’Indice si basa su cinque categorie: processi elettorali e pluralismo, libertà civili, la funzione pubblica (governo, burocrazia), la partecipazione politica, la cultura politica. Per ognuna delle quali una serie di indicatori viene rilevata. Il punteggio complessivo assegna i 165 paesi oggetto della ricerca a uno di quattro “tipi di regime”: democrazia piena, democrazia imperfetta, regime ibrido (democratico e autoritario), regime autoritario.
L’Italia è il paese che fa il passo indietro più consistente, di 12 posizioni – dopo il Nicaragua e il Venezuela che arretrano di 17 posti. Era ventunesima, la prima dopo le democrazie piene, è scesa al trentatreesimo posto. Già classificata tra le democrazie imperfette, per il sistema giudiziario e carcerario, e per la complessità burocratica, è crollata per il voto di marzo: “Il crollo della fiducia nella politica tradizionale ha prodotto una clamorosa vittoria alle elezioni parlamentari di marzo del movimento anti-establishment 5 S telle (M5S) e dell’euroscettica anti-immigranti Lega, che hanno formato una coalizione che ha preso una posizione dura contro l’immigrazione”. Il giudizio politico è basato in più punti su quello di Michelle Bachelet, Commissario Onu per i Diritti Umani – che avrebbe avviato un’indagine Onu “sui crescenti attacchi contro i richiedenti asilo e la popolazione Roma” in Italia?
Tra i paesi europei, l’Italia condivide la posizione di “democrazia imperfetta” con la Francia, il Belgio, il Portogallo, la Grecia e Cipro. L’Austria, per la quale si registra un giudizio politico analogo a quello italiano, conserva inece lo stato di “democrazia piena”. Sono democrazie piene tutti gli altri paesi dell’Europa Occidentale, del vecchio ceppo linguistico germanico o sassone – più Malta e la Spagna (vandala?), ma dietro l’Austria. Democrazia imperfetta suona nell’indice Eiu “flawed democracy”: un “flawed index”?
The Economist Intelligence Unit, Democracy Index 2018: me too?, free online

mercoledì 16 gennaio 2019

Dove finisce l’Europa

Il giorno del no definitivo di Londra alla Ue è celebrato dalle Borse. Che però non celebrano il 4-1 di Westminster contro l’accordo sottoscritto dal governo May, ma la ripresa – ripresina, modesta, modestissima – di Wall Street nelle stesse ore del no ai Comuni. Mentre Bruxelles riconosceva infine, ma tortuosamente, che la politica di austerità è stata un errore – “una politica stupida” l’aveva detta Prodi già dieci anni fa, uno che se ne intende, già presidente della Commissione di Bruxelles.  Pechino invece annunciava di avere fatto germogliare il cotone sulla Luna in una coltura idroponica.
Quattro novità in un paio d’ore, che rendono la giornata di ieri sintomatica. Dell’irrilevanza di Londra per l’Europa. Dell’irrilevanza dell’Europa, appesa a uno zero virgola di Wall Street. Immemore della recessione in atto in Germania  per due trimestri ormai consecutivi. “Lu munnu va n’arreri, direbbe Domenico Tempio, poeta siciliano, in un buco nero. Mentre la storia, anticipazione del futuro, si fa altrove che in Europa.

Il comico senza senso del ridicolo


Un comico senza senso del ridicolo? Il sospetto su Grillo diventa certezza. Il giorno dopo essere stato deriso a Oxford, dai giovani della scuola parlamentare di quella università che l’avevano invitato, incuriositi dal-comico-che-rinnova-la-politica, fa criticare dai suoi sottopancia la Rai, la sua Rai, per “vilipendio delle istituzioni”. Nemmeno Andreotti era arrivato a tanto.
Il corpo del delitto è una trasmissione solo geniale di Rai 1, una commedia musicale intitolata “La Compagnia del Cigno”, girata attorno al conservatorio di Milano, con attori non professionisti tratti dai conservatori italiani, tutti bravi. Una serie anche promozionale: c’è da giurare che l’anno venturo le iscrizioni ai conservatori raddoppieranno e triplicheranno. Ma, come per ogni altra cosa di successo, Grillo vuole appropriarsene e lo fa alla Grillo, dispettoso: mobilitando i pentastellati dei conservatori che già si vedono onorevoli e ministri, a 15 mila al mese, e ben cinque parlamentari che i 15 mila già se li godono, che si vede non hanno altro da fare, per dire l’ottima serie “una rappresentazione distorta delle istituzioni musicali italiane”. Senza senza del ridicolo.
Che Grillo non ce l’abbia era già evidente nella incursione a Oxford. Ha deluso, e non se n’è accorto nemmeno – non si chiede il perché. Ma non sarà più lo stesso Grillo, strafottente: un settantenne deriso dai ventenni, un comico preso in giro, sono cose che traumatizzano. Verrebbe da compiangerlo, non avesse trapiantato la tante male piante, o nullità, al governo.

Il populismo viene da sinistra


Professato da destra, il populismo viene da sinistra. Nel sostrato politico e anche in event recenti. Mélenchon, leader della sinistra in Francia, è populista dichiarato. Era populista all’origine e per lungo tempo il movimento di Tsipras, che si volle importare anche in Italia, con la lista di Barbara Spinelli e Curzio Maltese. Specie nella fase Varoufakis – che in Italia continua ad avere audience.
La sistemazione politica è confusa perché il populismo non ha padri, curiosamente, benché sia la novità più diffusa, e temuta, in Europa e in Nord America. Dell’America latina è ritenuta la costituzione materiale, senza meno. Al punto da non menzionarla nemmeno, è scontata: la politica vi è ritenuta, e peraltro praticata, come un susseguirsi di soprassalti, da parte di questo o quel popolo, parte di popolo.
Si può dire un sentimento politico,  non un’ideologia. Secondo ricerche di sociopolitica avallate da Yascha Mounk, giovane scienziato politico tedesco-americano, in”The People vs. Democracy”, è il trend politico dominante, specie tra i più giovani, in mezza Europa (Gran Bretagna, Italia, Germania, Spagna, Norvegia, Polonia, Romani, Slovenia) - in America invece solo negli Usa, in Cile e in Uruguay. Mounk è contestato in America per quanto concerne gli Usa: alle presidenziali del 2016 molti più giovani hanno partecipato al voto, specie nelle primarie, che in ogni altra elezione in precedenza – è l’“effetto Sanders”, la sfida di Sanders a Hillary Clinton. Ma la vittoria di Trump, un outsider con molti handicap, dà ragione a Mounk, è la vittoria del populismo.
Un sentimento politico crescente, anche se non dominante, che però non si definisce, nonché non collocarsi politicamente tra conservazione e progresso. Non ci sono partiti o movimenti politici dichiaratamente populisti. Non c’è un linguaggio populista, un programma elettorale populista (niente per esempio di comparabile alla piattaforma politica populista negli Usa tra Otto e Novecento, molto robusta e definita), una internazionale populista, al parlamento di Bruxelles o altrove, una intellettualità, editoria, pubblicistica, populista. E non per un disegno di occultamento, dato che non si parla e non si discute di altro – e i più verbosi sono i populisti dichiarati, da Trump a Salvini. Non c’è un background culturale per l’indefinitezza del concetto e dei suoi contenuti.
Ma storicamente ha una sua fisionomia. Dei quattro ingredienti del neo populismo euro-americano, tre sono almeno di sinistra: la vittimizzazione rispetto ala globalizzazione, al deprezzamento del fattore lavoro sotto l’assalto delle economie di massa asiatiche, in proprio e per conto delle multinazionali, con la delocalizzazione e l’esternalizzazione delle produzioni, per la concorrenza imbattibile sul fattore lavoro; la critica della finanziarizzazione, alla quale la politica occidentale è sottomessa; le caste e la corruzione. Il quarto ingrediente, la vittimizzazione rispetto all’immigrazione africana e alla crescita dell’islam, può basarsi su un pregiudizio razzista, e quindi è ambivalente.
Il populismo non ha una dottrina (cultura) specifica. È una reazione, all’inefficienza di quella che oggi, con Thorstein Veblen si chiama la classe dirigente (la “classe agiata”), le élites di Gaetano Mosca a fine Ottocento. Ma era così già ai tempi dei Ciompi, e poi di Savonarola. È così nella storia. È anche lapalissiano: quando le cose non funzionano c’è una rivolta.
Storicamente la rivolta populista viene da sinistra: è la delusione a sinistra. È di questo tipo il successo relativo di Sanders contro Hillary Clinton nelle primarie Democratiche del 2016 – al punto da prospettare in America il socialismo, finora escluso dalla cultura Usa . Era la delusione anche di Mussolini e del fascismo sansepolcrista. Ora risorge sul mito della democrazia diretta, anche questo progressista – uno è uno. Che fa aggio sulla democrazia rappresentativa, che si dice formale e di fatto illiberale. Nonché sulla meritocrazia, presto rigettata in quanto elitista e quindi conservatrice. A favore delle “masse”, altro residuo della demagogia populista di sinistra – anche della destra, ma più a lungo re più recente della sinistra. Sul fondamento di Rousseau, cui il movimento di Casaleggio si richiama esplicito, sul fondamento del “Contratto sociale”: “Nel momento in cui un popolo si dà dei rappresentanti non è più libero, anzi non esiste più”. E il popolo è tutto: “Ogni legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona è nulla; non è una legge”. E “i deputati del popolo” non sono i suoi “rappresentanti”, non possono decidere nulla in sua vece – “non possono concludere nulla in modo definitivo”. Sono al più i suoi “commissari”.  
(continua)

I vegani, che terroristi


Un’occasione mancata, per una sceneggiatura erratica, goliardica, specie con la figura principale di Camilla, Carolina Crescentini, ipocondriaca psicopatica. Ma che soggetto, specie che novità per il rassegnato pubblico del made in Italy: un giallo grottesco.
Un’organizzazione terroristica vegana, al soldo di un guru. Contrastata da un colonnello dei Carabinieri da Comma 22 – questo era ancora da vedere, in Rai poi. Con molti attori al giusto limite, Bruschetta, Pesce, Assisi, Mario Cassini, Marco Cassini. Con un lieto fine pieno di sorprese a cascata.
In due o tre punti, per eccesso di Camilla-Crescentini, uno si dimentica di ridere. Ma che colpo di genio.
Fabrizio Costa, Non ho niente da perdere

martedì 15 gennaio 2019

Ombre - 447

Gli studenti fischiano a Oxford Beppe Grillo. Il comico italiano è sempre stato di difficile esportazione.

All’associazione degli studenti di Oxford che lo ha invitato per fare conoscenza della nuova politica italiana Grillo ha posto la condizione che i giornalisti non fossero ammessi all’incontro. Sapeva di non essere esportabile?

Susanna Tamaro vuole che uno dei suoi amati cani sia morto avvelenato da una polpetta avvelenata lanciatagli “dai cacciatori”. Come se “i cacciatori” non amassero i cani – mentre non amano che quelli. Tamaro è contro la caccia, e si spiega. Ma le buone intenzioni sono spesso lastricate male.  

Vendite e assistenza dei media, digitale e telefonia mobile, sono giovani e giovanilistiche. Tra ignoranza, approssimazioni, superficialità, e truffe vere e proprie. Con servizio sempre non collaborativo. Le nuove generazioni sono migliori delle vecchie? È colpa delle vecchie generazioni’

Grave scandalo, si gioca una partita in Arabia Saudita, dove le donne devono andare allo stadio separate. Ma prima di questa partita non ci potevano andare. Il progresso impone delle tappe.

Servono due allenatori di calcio, Dossena e Donadoni, per spiegare che questa è una novità in Arabia Saudita, che prima le donne non potevano andare alo stadio. Spiegano anche che prima, ancora vent’anni fa, in Arabia Saudita non c’erano nemmeno gli alberghi. Quello, insomma, che tutti sanno. Eccetto i media: per ignoranza, per ipocrisia?

Le donne vanno allo stadio in Arabia Saudita come i tifosi ospiti in Italia. In tribune separate. In Italia anche sotto buona scorta di polizia.

Sintetico, preciso, modesto, il principe Turki al Feisal, uno dei cugini al Seud che ora gestiscono  l’Arabia Saudita, presidente dell’Autorità sportiva, spiega a Tomaselli sul “Corriere della sera” il “grande lavoro che stiamo facendo” per migliorare la condizione femminile. Pregustando lo spot domani dell’immagine delle saudite allo stadio in Asia e in Africa, dove aspettano di vedere Rinaldo in Juventus–Milan. Buone intenzioni anche di Pistocchi, che ha sollevato l’ottima palla ai principi sauditi?

Pomicino scrive al “Corriere della sera” per dire che Andreotti ha fatto tutto: anche l’antimafia con Falcone, e l’anti-Reagan a protezione di Gheddafi. Lettera a cui il direttore Fontana non aggiunge una riga. Mentre l’anti-Reagan lo fece Craxi. E il carcere duro antimafia e Falcone a Roma alla direzione generale della Giustizia furono opera di Martelli. Ma dei socialisti, benché milanesi, nel giornali d Milano nemmeno l’ombra. Poi dice che c’è il populismo.

L’hacker dei politici tedeschi, un ragazzo, non si nega e non la fa lunga: “Mi facevano arrabbiare”. Scandalo dei media. Forse perché lo scandalo gli si sgonfia. Ma non c’è mai stato tanto rispetto, e tanta rimpianto, la politica che ora, dopo che l’hanno svilita. Non hanno altro da dire?

“L’Anticristo è venuto: è chi sarà a capo del web e controllerà l’intera umanità” - vescovo Kirill, patriarca russo della Chiesa ortodossa. Sarà cioè Putin, per venire incontro agli apocalittici americani?

Fra retribuzione netta e rimborsi spese, non tassabili, un parlamentare incassa 15 mila euro al mese. Sono sicuramente troppi – residui del “compromesso storico”, delle presidenze Ingrao e Violante. Tanto più oggi che non ci sono spese di partito, né di collegio elettorale, e la politica si riduce ai video. Ma la riduzione delle retribuzioni parlamentari non è, di fatto, in discussione.

Un governo della Lega, sia pure in compartecipazione, tassa le auto italiane, blocca il “corridoio italiano” verso l’Est (Tav), blocca le ricerche di petrolio, ha portato l’Italia in recessione, e dà elemosine agli elettori del Sud. La Lega, cioè il Lombardo-Veneto, la parte più produttiva dell’Italia. L’ideale è l’autocastrazione?

“L’undicesima edizione del Democracy Index mostra una partecipazione politica in aumento in quasi tutto il mondo”, così “The Economist Intelligence Unit”, il centro studi del settimanale, presenta la ricerca annuale sullo stato della democrazia nel mondo: “Benché chiaramente delusi dalle istituzioni politiche in essere, gli elettori hanno trasformato la rabbia in azione e sono andati a votare, o a protestare”. In particolare le donne. Conclusione? “Questo miglioramento avviene nel deterioramento della fiducia nella democrazia, evidente nel peggioramento della maggior parte delle voci dell’indice”. Che sono ben sessanta. Si vota per rabbia? È una forma di democrazia – di estensione della democrazia – o ne è il rigetto?

Il reale irrompe nel giallo – al Nomentano

Un caso scorretto. Irrispettoso, di tutte le regole del giallo – ma non della suspense. Il colpevole non c’è. Cioè c’è, ma non viene scoperto: c’è una “soluzione” (che ovviamente bisogna leggere). Non viene nemmeno cercato, se non con i tempi della burocrazia. L’inquirente – doppio, due ispettori amiconi, giovani come vuole la qualifica – soprattutto si diverte: fuma, beve, corteggia, fa l’amore.
Una sherlockholmesiana al rovescio. Understated, non dichiarata e anzi quasi partecipe, a maggior forza e gioia dellironia, una robusta parodia del giallo. La cosa, è noto, non ha funzionato, neanche nel caso migliore, i vari tentativi di John Dickson Carr sotto i vari pseudonimi, Carter Dickson, eccetera. Patrizia Licata ci riesce perché non lo dice - non lo dichiara - e quasi incidentalmente. Con la semplice rappresentazione dellordinario. Della gente e le situazioni comuni, quali fuori dalla letteratura non facciamo che incontrare - nonché viverci dentro, per quanto eroici ci rappresentiamo.
Per l’autrice un racconto ad handicap. Una sfida al genere: come smontarlo rimontandolo. Riuscita. Se gli indizi non portano a nulla, le testimonianze, gli interrogatori, gli appostamenti, i cellulari (mancano le intercettazioni…), la storia prende consistenza con la normalità. Che sarà la grande scoperta. Il quartiere familiare Trieste-Nomentano. Le ragazze: la liceale diciassettenne casinara, la ventenne che si cerca gli uomini, quella che lo fa, a tempo perso, per soldi. La birra. Le pasticche. Il fumo. Il bar equivoco. La bisca “clandestina”. La prostituzione d’alto bordo. Il matrimonio indissolubile.  Su una rete maschile, di compagni, amici, innamorati, partner, di una note, di un gioco, ispettori di polizia, evanescente.
Un racconto del mondo giovane, vergine all’apparato pedagogico di una o due generazioni fa, di genitori, maestri, amici. Incerto, indeciso, letargico. Di un’autrice che riequilibra il rapporto maschio\femmina nella narrazione. Senza rivincite: giovani ancora ai quarant’anni, cioè che non sanno ancora cosa faranno nella vita, gli uomini non sono violenti, nemmeno traditori, sono superficiali – come tutto.
Il giallo si vuole atteggiato. È un genere legato a criteri. Questo è allora il giallo del reale. In evidenza - come il primo giallo della storia del giallo, la lettere in evidenza di Poe che nessuno vedeva.
Patrizia Licata, Un caso irrisolto, Laurum, pp. 292 € 16

lunedì 14 gennaio 2019

Battisti si vuole non colpevole


Battisti in Italia potrebbe riservare sorprese. La sua difesa finora è stata che non ha ucciso nessuno, né partecipato a commandos di assassini. E che gli ergastoli gli furono inflitti in processi di cui non gli era stata data notizia, con avvocati difensori a lui sconosciuti, su testimonianze di pentiti che se la cavarono scaricando gli assassinii su di lui, emigrato in Francia. Il tutto su iniziativa dell’allora Procuratore a Milano Spataro.
La sua posizione fu spiegata dalla scrittrice francese Fred Vargas, autrice nel 2004 anche di un libro sul caso, “Toute la vérité sur l’affaire Battisti”, in prima pagina su “Le Monde” del 26/27 gennaio 2011, di cui questo sito (solo questo sito) aveva dato conto:
Vargas scriveva in risposta a Tabucchi, che il 16/17 gennaio aveva pubblicato su “Le Monde” un lungo atto d’accusa contro Battisti:
Questo il testo originale di F.Vargas su “Le Monde”:
Poche settimane dopo la polemica Tabucchi-Vargas su “Le Monde” un altro “Il caso Battisti” si pubblicava in Italia, questo colpevolista, a opera del giudice Turone, anch’egli della Procura di Milano.

Battisti e la Tav


Una curiosità del caso Battisti è il suo collegamento con la Tav, l’alta velocità ferroviaria Lione-Torino. Battisti era passato in Francia, dopo l’evasione dal carcere di Frosinone e la fuga in Messico, sotto la protezione del “lodo Mitterrand”, che escludeva l’estradizione per gli accusati di terrorismo che si dissociassero dalla lotta armata. Nel 2002, presidente in Francia Chirac, e presidente del consiglio in Italia Berlusconi, due governi di centrodestra, un’intesa fu trovata sull’estradizione di “alcuni” ex terroristi.
Chirac, saldamente alla presidenza dal 1995, non rigetta il lodo Mitterrand. Ma insiste, da europeista, perché l’Italia firmi subito il trattato per la Costituzione Europea, che la Convenzione Europea aveva redatto. La firma italiana voleva come forma di pressione indiretta sull’opinione francese, che si manifestava sempre più contraria – l’anno dopo, nel 2004, un referendum in Francia avrebbe mandato a picco il progetto di Costituzione.
È l’incontro in cui Berlusconi fa proprio il progetto di alta velocità Tav. Ma lega questo impegno, e la firma immediata del Trattato costituzionale, all’estradizione degli ex terroristi condannati in Italia. Chirac nicchia, ma un incontro è organizzato tra i ministri della Giustizia dei due paesi l’11 settembre dello stesso anno.
L’incontro non avrà sviluppi, Chirac non cede. Ma non su Battisti. Che a un certo punto, il 22 agosto 2004, lasciò la Francia er il Brasile. O perché insospettito dal mancato rilascio del passaporto  benché da tempo naturalizzato francese. Oppure perché, si disse, consigliato dalle stesse autorità francesi.

Milano è bella e balla

Un omaggio a Milano – come è ora di uso per la cinematografia, abbellire una città, un ambiente, per incassare i contributi regionali: non un’immagine sbiadita, e tutto è perfetto, una città da cartolina, c’è perfino il sole. Ma più alla musica: un primo tentativo di commedia musicale, seppure sotto la ferula dell’irascibile Alessio Boni. Completa di movimenti acrobatici, se non di danza. Credibile, gradevole. Con una curiosità.
Cotroneo ha selezionato i giovani interpreti, allievi del conservatorio Verdi nella fiction, tra 1.500 o 1.600 allievi dei conservatori di tutta Italia. Si suppone in base alla capacità tecnica, strumentistica, di ognuno, poiché la vicenda si snoda sotto le sempre difficili prove d’orchestra con l’incontentabile Boni. Ma sentendoli suonare dal vivo a “Domenica in”, sono migliori interpreti – migliori attori che musicisti: Cotroneo è ottimo regista, oltre che soggettista-sceneggiatore.
Ivan Cotroneo, La Compagnia del Cigno, Rai  Uno

domenica 13 gennaio 2019

Problemi di base digitali - 465

spock


Arrivano prima i vigilantes o prima i furti in casa?

Perché ogni nuovo Windows peggiora il precedente?

Perché google dà “insicura” la sua piattaforma blogger.com?

Il G-MAFIA americano (Google-Microsoft, Apple, Facebook, Instagram, Amazon) è più monopolista o più confusionario?

Vengono prima gli hacker o prima la cybersecurity?

Quanto hackeraggio è opera della cybersecurity?

Più sicurezza più insicurezza?

O è tutta colpa di Putin?

spock@antiit.eu

L’arte è la felicità


Dei tanti scritti di Briganti, collaboratore assiduo di rotocalchi e quotidiani, la storica dell’arte e sua biografa Laura Laureati ha scelto una serie di ritratti, di amici o artisti. Che sono racconti in sé.
Gli interessi di Briganti, allievo e assistente di Roberto Longhi a Firenze, professore di Arte Moderna e Contemporanea a Siena e a Roma, “conoscitore” e collaboratore di antiquari, sono molteplici. Partecipava ai dibattiti su leggi, leggine e regolamenti del mondo dell’arte. Fu molto amico e in qualche modo collaboratore di Argan, sindaco di Roma – qui ricordato, così come Carlo Ludovivo Ragghianti, altro storico dell’arte. E ciò malgrado una persona riservata, nel ritratto che a sua volta fa di Briganti nella prefazione Alvar Gonzáles-Palacios. Ma buon narratore. Fine ritrattista.
Di Pasolini, che non conobbe benché sia stato anche lui allievo di Longhi a Bologna, un lustro più tardi, testimonia in breve la vena pittorica, la “natura essenzialmente visiva” del suo racconto cinematografico. Interlocutore quotidiano di Federico Zeri, altro connoisseur  occhio d’aquila, felice attribuzionista, “passavano ora al telefono ogni mattina” (Laureati), ne scrive l’epicedio – del “conoscitore” non di Zeri, credendo poco nel “giudizio dei critici e, parallelamente, dei tecnici (cioè gli analisti scientifici)”. Un mondo opaco, anche sporco, quello delle attribuzioni, seminato di denaro, facendo brillante. Con Flaiano, e quindi di Flaiano in morte, analizzavano la vita di quartiere a Roma, così diversa nell’uno dall’altro – la differenza era, allora, tra via Giulia (Briganti) e il Tridente, via dei Greci, Babuino, piazza del popolo.
Tre ricordi sono dedicati a André Chastel, di cui Briganti era il riferimento in Italia. Una mezza dozzina i ritratti di artisti, Morandi amatissimo, da lui come da Longhi, Melotti, Chagall, Guttuso, Bacon. Una sorta di talismano della felicità, che viene dalla tranquillità d’animo.   
Giuliano Briganti, Affinità, Archinto, pp. 288, ill. € 17

sabato 12 gennaio 2019

I tecnici tradiscono

È fuori misura l’avventatezza e anche l’incompetenza di Marco Ponti, un ex professore di Economia Applicata al Politecnico di Milano che occupa la vecchiaia fungendo da consulente della Casaleggio Associati e di Toninelli. Uno che fa il ministro dei Trasporti e che ha nominato una commissione di suoi fedeli per decidere se (non) fare la Torino-Lione - ma non vuole neanche decidere che non la farà:
Di suo Ponti sette anni fa, al momento della pensione, non avendo ancora deciso cosa avrebbe fatto da grande, questa Tav la voleva fatta.
Non è una novità. I famosi “tecnici” che una non lontana campagna dei grandi media voleva al governo del Paese sono inattendibili: malati di protagonismo, incoerenti – e anche non alieni alla corruzione.
Un precedente illustre è quello del piano nucleare Donat Cattin del 1975.  Voluto da Ippolito, dominus del Cnen, appoggiato da Eugenio Peggio e tutto il Pci. Finché durò il compromesso storico coi governi Andreotti tutti i tecnici nucleari furono a favore. Poi, quando il Pc uscì dal governo, negli anni 1980 furono contro. Fino al referendum del 1987, quando il Pci, pur senza prendere posizione, sponsorizzò il no al nucleare.   
Ciò non impedì di sprecare ventimila miliardi di lire per una modesta centrale a Montalto di Castro, prima nucleare, poi convertita, poi ancora riconvertita. Un termoelettrico che sarebbe costato un decimo o poco più senza gli appalti successivi – il business degli appalti trova gli intellettuali sempre entusiasti. Per non dire del business ancora interminato del trattamento delle scorie dei pochi impianti andati in esercizio.

Per il giubileo del Millennio, per il quale il governo aveva stanziato a Roma ottomila miliardi, comprensivi della famosa-famigerata linea C della metro, Rutelli ne restituì la metà intonsi: non volle pensare in grande, gli appaltatori (i soliti noti) non erano pronti. Duemila miliardi li destinò al restauro delle piazze, in un migliaio di appalti e subappalti equamente suddivisi tra costruttori di destra e costruttori di sinistra, garanti le rispettive associazioni. Gli altri duemila li suddivise fra società di studio e consulenza quasi tutte appositamente formate, da ingegneri e architetti, per opere di arredo urbano e pulizia, dalla grattatine dei capperi sulle mure aureliane, che sono lunghe 19 km., aiuole in cemento armato che presto bisognò poi rimuovere, e un nugolo di imprese lapidee di pulitura monumenti. 

Le Mani Pulite di Riina


Il 13 gennaio 2002 si poteva scrivere:
“Mentana lega («Terra») involontariamente le stragi di Riina, 1992-1993, con Mani pulite. È più che un’ipotesi di romanzo: un mentecatto quale Riina, elevato a rango di capo dei capi, che si ritiene protetto dai comunisti, e trucida uno per uno i bersagli che gli solleva Leoluca Orlando. Il giudice avventizio Di Pietro, una carriera in Polizia che i biografi segnalano come caccia alle questurine, e che solo pochi mesi prima non scioperava, contro il sindacato dei magistrati, che singles out” gli avversari da abbattere: non la corruzione, gli avversari uno per uno, roba di sicura origine confidenziale, di servizi segreti. Per ottenere cosa? L’impunità, sia per i comunisti sia per i militari fedifraghi, golpisti o paramafiosi.
Non c’è bisogno d complotto. La congiura è nei fatti: Riina che attacca il governo che lo perseguita segnala a Milano, e alla Svizzera-Liechtenstein, che il governo è attaccabile. Oppure: Riina sa, alla maniera obliqua come va la scienza dei mafiosi, che il governo è sotto tiro – perché lo dice il suo referente Orlando in tv, ma non solo.”

Derrida marinista


Una guida per spiegare Derrida, che lo lascia, anzi lo mostra, incomprensibile. Inattaccabile, sfuggente. Lui per primo “indecidibile”: il decostruzionismo parte da se stesso. A volte (di)scorrevole, anche simpatico, “fulminante”, ma a nessun costrutto. Della filosofia come del marinismo, o concettualismo – o come le “preziose” di un secolo dopo in Francia: una costruzione che tanto più si apprezza quanto più si assottiglia, inconcludente, che parte o approda sempre a un concettino o agudeza, ornandolo di metafore continuate e altre figure retoriche. Appassionanti, forse, per un perito filologo, ma a nessun esito. Non di verità, se non che non c’è verità. Un po’ divertente, decostruire è divertente, ma poi non appassionante.  
Un granlavoro: decostruire (involontariamente?) Derrida è, sembra, esercizio facile, ma Collins ha filo da torcere.
Mayblin è il fumettista. Questo “Derrida” fa parte della serie “A Graphic Guide”, ideata a Londra da Richard  Appignanesi. Un tour de force spettacolare.
Jeff Collins-Bill Mayblin, Introducing Derrida, Icon Books, pp. 176, ill. € 7