Cerca nel blog

mercoledì 25 aprile 2018

Problemi di base esistenziali - 415

spock

Credo juventutis decus non aberrare (Petrarca): lo spirito della giovinezza non può sbagliare?
E per questo che abbiamo eletto Di Maio?
Perché c’è bisogno di nemici?
Perché c’è bisogno d’essere folli?
E di crearsi reali immaginari?
Perché la gioia di vivere è per alcuni un’ombra, una minaccia intollerabile, un’aggressione?
Perché non morire di felicità invece che di odio?
Niente per me vale la vita (Achille)?
spock@antiit.eu

I Promessi sposi del Male

“I promessi sposi” come il romanzo del Male. Dal sopruso iniziale inflitto tramite don Abbondio a Renzo e Lucia, alle folle in tumulto a Milano, ai bravi, alla peste, e alle due digressioni, brevi romanzi per conto loro, sulla Monaca di Monza e sulla Colonna Infame, di cui si spiega così l’interpolazione.
Natoli parte dal commento di Manzoni all’ira di Renzo dopo che ha saputo che “il matrimonio non s’ha da fare” – lo stesso che Primo Levi ha ripreso ne “I sommersi e i salvati” - al secondo capitolo del romanzo: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi”. Il male è una catena, a cui i buoni e le buone volontà sono intrecciati e incatenati.
È una “lettura” che favorisce la lettura del romanzo. Anche se gli esempi attualizzati che Natoli porta soono diversivi. Gli scafisti non sono i monatti, non svolgono attività igienica e quindi morale, benché abietta, sono profittatori. I migranti non sono “un volgo disperso che nome non ha”: hanno nomi e cognomi e fanno capo a organizzazioni – malefiche, ma ben organizzate, e non segrete. Né la lettura che il saggio sottintende regge: non si può dire la Provvidenza del romanzo un invito alla ribellione, una chiamata all’azione. “I promessi sposi” non sono una tragedia, neppure un dramma. Sono un romanzo storico, e borghese:  il male è punito, il bene trionfa - c’è pure il perdono di Renzo al letto di don Rodrigo morente: il perdono cancella il Male?
È la lezione, riveduta e ampliata, tenuta da Natoli nell’ottobre 2015 all’universita milanese della Bicocca, nel quadro del progetto “Accidenti, Manzoni!” curato da Mario Barenghi. Il progetto impegna di anno in anno studiosi di varie discipline al commento di una citazione tratta casualmente dai “Promessi sposi”.
Salvatore Natoli, L’animo degli offesi e il contagio del male, Il Saggiatore, pp. 96 € 11

martedì 24 aprile 2018

Secondi pensieri - 343

zeulig

Amore - È sacrificale - il sacrificio è proprio dell’amore. È tragico: se divide annienta, se unisce crea disamore. È romantico. È barocco: barocco è il romanticismo eterno, del marchese von O. che convince l’amata a farsi uccidere da lui, che vuole morire - ed è l’autore, lo stesso Kleist del “Catechismo dei Tedeschi”, manifesto dell’odio.
Meschino, direbbe un siciliano, è troppo amato.

Goethe fa dire a Werther il caso della giovinetta bella e pura che s’innamora, e più non vede che l’amore e l’innamorato: “Dimentica il mondo intero, non ode, non vede, non sente che lui, non aspira che a lui, l’Unico”, e “va dritta allo scopo”. Grazie a “ripetute promesse, che coronano tutte le sue speranze, e ardite carezze che accendono il suo desiderio”, si dona. Per finire in “una morte annientatrice”: “Stende le braccia per cingere l’oggetto dei suoi desideri... e il suo amato l’abbandona”. Ma glielo fa dire un 12 di agosto, forse distratto dalla calura, il rifiuto rigenera.
Il problema non è l’altro, è l’idea dell’amore, che non può asservire.  

Anima - “Se l’anima è dotata”, dice Aristotele, “del genus del movimento, allora dev’esserle propria una determinata specie di movimento, volare, camminare, crescere, diminuire”. Altrimenti, senza la specie, “l’anima non è dotata di movimento”, o il movimento non ha anima. Questo è più probabile. Ma non c’è anima senza gli attributi – di conoscenza, di volizione?

Dio –Sarà in ogni luogo ma non all’inferno. E dunque?

Dormitio – Si dice della Vergine, dei santi. È la morte dei santi, dopo che hanno fatto i miracoli: il riposo è attitudine mentale, una piega intima della personalità. Si direbbe un’arte.
Ma c’è chi si affatica dormendo. E ci sono eroi e santi muti.

Guerra - Alla partenza per la guerra il cuore degli eroi è leggero. Dentro si portano se stessi, di fronte hanno il vuoto. Poi la violenza scaccia la leggerezza e riempie il vuoto, la consapevolezza di sé. Si diventa ciò che si fa, si uccide dopo essere morti.

Deserta è la natura, l’unico luogo dove la violenza si esercita con superbia, impunita. E la voluttà di distruggere: detta diabolicamente suprema capacità creativa, genera da millenni insoddisfazioni prima che sconfitte.
Di Sade, Hitler e Stalin non ce n’è mai abbastanza per riempire il vuoto, che la violenza stessa in realtà scava.

Linguaggio – La rete lo riduce e non espande, e lo devitalizza. In tre modi. Con l’innovazione costante, non di processo, ma di pura denominazione, presto soppiantata da una nuova, per ragioni di commercio più che di significanza: il linguaggio proprio della rete, sigle e gerghi compresi, è di obsolescenza rapidissima, anche annuale, anche meno che annuale. Ripetitività, e lo si vede nei commenti odiosi (hater) soprattutto, ma anche nei buoni-e-belli: non è un linguaggio ma un formulario. L’immagine: ormai la comunicazione nei social è orale e fotografica, non più scritta, articolata cioè – e quella orale va per formule, quella per immagini è puramente occasionale, non curata e spesso non significativa, o allora mimando gli emoji.

Libertà - “Meglio liberi che ricchi”, dice von Hayek, liberale Nobel tardivo - ipocrita forse precoce? O non direbbe, il liberale, che la libertà produce più ricchezza – e l’ingiustizia è più o meno uguale? Viene il sospetto che si è ricchi perché si è liberi. E vale perfino il contrario: più si produce ricchezza e più si è liberi, che si è liberi in quanto si è ricchi. La ricchezza certo non è tutto. Ma è niente?
Il liberismo si è imposto introducendo il sospetto che al mercato si trovino più grano, più viaggi, più atomiche, più medicine, più hot pants, e più cura.

Morte – La morte è giovane, per chi ha vissuto e vive. Si muore sempre troppo presto, anche nell’insignificanza, il rimpianto è talvolta giusto.

Nomi - Ogni cosa certo ha un segreto. I nomi stessi, le parole dette sono segreti che ognuno dà all’altro. A volte non nascondono nulla.

Tempo – È accelerato e approfondito (ristretto) da non molto – il tempo freccia. Con la possibilità di datare i reperti, anche preistorici. Con la scienza dell’universo. Con la perdita del senso religioso. Prima si viveva nel presente, passato e futuro si sollevavano in funzione di un pacifico presente.

Traduzione – Molta filosofia è equivocata in traduzione. Discussa, discutibile, ma irrelata con l’opera originaria. Dal greco, per esempio, di Platone molte lezioni è possibile trarre, non convergenti, dipende dalle traduzioni. Peggio ancora dal tedesco, che pure spesso è semplice - le vecchie traduzioni Laterza, di Kant, di Hegel, di lettura perfino incomprensibile o insignificante, oltre che traditrice.  Da Heidegger anche per difficoltà intrinseche (ma si sono fatte in pochi giorni le traduzioni dei voluminosi “Quaderni neri”). Molti sono gli equivoci a causa delle prime traduzioni, dal francese. “Sei zum Tode” per esempio diventato “Essere-per-la-morte”, mentre invece è “Essere verso la morte”.
Ma su questo aspetto Heidegger è il primo traduttore-traditore, in quanto appropriatore della terminologia greca. Nonché la metafisica, si preclude così pure la dialettica: dýnamis, enèrgheia, termini basici della dialettica, essendo stati ridotti nella tradizione latino-scolastica a potentia e actus, argomenta, ogni dialettica è resa impraticabile e inutile. Mentre non lo è.

zeulig@antiit.eu

L'ultima serenità fuori del cristianesimo

Il primo (1984) capriccio del musicista (festival barocco a Versailles), editore (Gallimard), cultore della tradizione giapponese e della classicità greca e romana, anche italianista, Guignard. Sorprendente e duraturo, si legge, infine tradotto, come se fosse nuovissimo. In forma di pastiche delle nipponiche “Note del guanciale”, o meglio di remake, senza cioè una intenzione ironica o scherzosa. Di un autore che sfida il “mito dell’originalità” – lo costeggia, ci vive dentro. Un diario tenuto su tavolette di legno da una dama romana cinquantenne, attorno all’anno 400.
Un personaggio e un diario fittizio – un mimotesto – sono pretesto a una storia vera benché inventata – un falso ipotesto. Nella quale i vagheggiamenti dell‘ultima patrizia in un mondo in decomposizione emergono da una affascinante “Vita di A.A.” che funge da introduzione. Un’operazione macchinosa a dscrivere, ma di rara felicità espressiva.
L’ipotesto è singolare, nuovissimo perché non frequentato, e verissimo. In cui il mimotesto viene immerso convincentemente tra san Girolamo e sant’Agostino, Galla Placidia e Ataulfo, Simmaco e Ambrogio, le invasioni e gli imperi, e la durezza cristiana. Un mondo caleidoscopico in poche pagine.
Del cristianesimo castrante Apronenia non si cura. Benché vissuta in “epoca pertanto prodigiosa in cui solo la risonanza dei nomi proprio a poco a poco trascritti nelle legende canoniche sembra gà terribile, spessa, coagulata, sorda, medievale, e come indistricabile dal tessuto stesso di una lingua che non è ancora, Didimo, Damaso, Ilario, e “perfino un Ambrosiaster” – lo pseudo-Ambrogio del commento a san Paolo. Ma non è una snobberia, le riesce naturale. È una sopravvissuta ma non lo sa.
I buxi di Apronenia, le tavolette di legno in cui si annotavano le occorrenze quotidiane, spese, crediti, debiti, nascite, morti, vagano nella migliore poesia latina, di Ovidio, Lucrezio, Marziale, anche Petronio. In salsa giapponese: si articolano come i primi componimenti poetici giapponesi, della compilazione Sōshi - con richiami scoperti alle “Note del guanciale” della scrittrice e dama di corte Sei Shōnagon, che ha vissuto a cavallo dell’anno Mille. Le note si richiamano come “Cose da fare”, “Cose di cui bisogna ricordarsi”, “Cose da non dimenticare”, “Cose che danno un sentimento di pace”, e, odori, detti, auspici, presagi, intervallate da haiku e kōan.

L’esito è un inno silenzioso pagano, non polemico, come modo d’essere, della serenità, dell’uomo – la gentildonna in questo caso – in pace con se stesso. Una narrazione tonificante in epoca di selfie, di dita nel naso. Immaginativa. E storica. 

Nell’ottica dell’autore anche un’opera di contestazione – Guignard viene dal 68, compagno di scuola di Conh-Bendit: del linguaggio. In un’intervista distesa con “Lire”, l’1 febbraio 1998, spiegava: “Se mi sono messo a lavorare sul mondo romano, è a causa del nazismo e dei suoi effetti di lunga durata…. È un po’ folle credere che ho il culto dell’antichità. Perché per esempio ho scritto «Le tavolette di bosso di Apronenia Avitia»? Perché l’indecenza e la crudezza d’espressione dei romani m’incantano molto più che il romanzo psicologico dell’Ottocento. Asservire intere masse è un potere che è nato nei mondi romani, che si è prolungati con la Chiesa cattolica, poi col rinnovo degli imperi, fino al secondo (terzo? - n.d.r.) Reich”..
Pascal Guignard, Le tavolette di bosso di Apronenia Avitia, Analogon, pp. 160 € 16

lunedì 23 aprile 2018

La scuola di scarico

Il bullo a scuola non è una novità, il professore remissivo sì. E questo quando impera il “tutto scuola”, dei figli che devono passare a scuola otto-dieci ore, più una o due ore di andate e ritorno, a cominciare dai primi mesi di vita. Figli, generazioni, senza infanzia, se non scolastica. Ma di che scuola, se non di scarico?
Il “tutti a scuola” si intende come a una guardiania: stiano lì invece che soli in casa, che non si può, o come si diceva una volta per la strada. Ridotta, svanita, la funzione formativa – disciplinare e pedagogica. È questa la novità.
Il bullismo c’è sempre stato tra i ragazzi. Caserme e università lo avevano anche istituzionalizzato – si sono dovute fare leggi contro il “nonnismo”. Ci sono sempre stati atti violenti anche a scuola, contro i più deboli – più piccoli, remissivi, handicappati. Nel libro “Cuore” e nella memoria di ognuno. Specie nell’adolescenza, ma anche prima, a partire dall’asilo, per problemi caratteriali, familiari, di formazione sociale. Ora c’è anche tra le ragazze – normale, è uno degli esiti del femminismo.
Puericultrici e insegnanti hanno sempre avuto come compito, oltre l’insegnamento, la vigilanza: contro liti e prevaricazioni – la vecchia disciplina. E dove il singolo educatore non ci riusciva, per inesperienza o debolezza di carattere, supplivano gli altri insegnanti e la scuola.
C’era anche un altro rapporto scuola-famiglia. Nel senso che la famiglia delegava la scuola con fiducia – salvo riprendersi il figlio e cambiare scuola se insoddisfatti. E non la contestava come è oggi l’uso. Nelle tante assemblee e nei social, di classe, d’istituto, di amicizie. Quando è chiaro, scontato, che la violenza del bambino-ragazzo riflette situazioni “difficili” all’interno della famiglia, nei rapporti tra i genitori e dei genitori con i figli, o tra i figli.
La scuola oggi è invece avulsa dalla sua funzione, da ogni funzione. Remota, burocratica, “collegiale”, indifferente, oggettivata in questionari assurdi – per evitare il Tar. Un mero soggetto burocratico che si amministra formalisticamente, in un’ottica di penuria: insegnanti vincolati a orari sovrumani, pon astrusi, invalsi altrettanto astrusi, carte e carte da riempire di nessun uso. Perfino le ore d’insegnamento sono ridotte, di insegnamento effettivo. Il preside è remotissimo, figura peraltro svanita, mero responsabile contabile. La pedagogia ridotta a interminabili consigli a catena, di classe, di disciplina, contabili, d’istituto, di distretto, di distaccamento, genitori, genitori-insegnanti.
Questo è l’effetto di una insorgenza democratica confusa. E di leggi che mirano a indebolire la scuola pubblica - è di questa che si parla. Anche da parte di governi che si dicono suoi protettori, per una cattiva digestione del verbo liberistico.
Questa presunta democrazia ha annullato il ruolo e la competenza magisteriali. Che forse però, almeno in parte, si sono autoeliminati, e questo spiega la sfida agli insegnanti. In una con lo scadimento di tutte le funzioni dell’Auctoritas nelle società amorfe (“liquide”), nell’inconsistenza-inesistenza.

Appalti, fisco, abusi (118)

Le banche continuano a vendere fondi che da tre anni hanno un andamento negativo – i più pregiati di essi: Arca, Anima, eccetera. Senza che nessuno lo dica,  lo segnali. Senza che la banca smetta di promuoverli.

Si abbia un’assicurazione sanitaria privata. Lo Stato consente che si portino in detrazione tutte le spese mediche incorse, anche quelle più onerose per le quali l’assicurazione si stipula, interventi chirurgici e ricoveri. Pur di non consentire di portare in detrazione l’assicurazione stessa.

Per un esame clinico gli ospedali laziali offrono una lista d’attesa di sei mesi col ticket. Il giorno dopo se a pagamento. La riforma Bindi del 1999 ha liquidato il Sistema Sanitario Nazionale, ma non si dice – non si può dire? Si deprecano le liste d’attesa, come se fossero calate dall’alto, mentre sono inerenti la “riforma”: la fine del SSN.

La riforma Bindi ha fatto anzi di peggio che liquidare l’assistenza sanitaria per tutti: ha liquidato l’ospedale pubblico. Tutti i primari ospedalieri operano ora privatamente. Mettono a frutto privatamente l’esperienza e i titoli maturati col (a spese del) servizio pubblico. Anche le energie e l’impegno centellinano nel servizio pubblico per una migliore performance privata. 

Il maestro dell'angoscia

Senza respiro, ogni pagina un nuovo allarme: Fatto di niente, spesso solo il tempo atmosferico, ma angoscioso. Sarà per questo che Savinio voleva Simenon “un Dostoevskij”, seppure “mancato”.
Lui di suo si voleva Gogol. In un’intervista con André Parinaud, che gli proponeva come modelli Balzac, Gogol e Dostoevskij, decideva rapido: “Certamente Gogol”. E di Gogol “le «Anime morte», senza dubbio, e soprattutto lo spirito creativo di Gogol, il suo modo di ricreare il mondo”. Lui stesso a seguire proponendo: “Come secondo padrino prenderei Cechov”.
Dunque, un po’ ci prende in giro, non è l’Autore che ci tormenta perché tormentato – a parte il fatto,  vero o inventato che sia, che non lasciava passare giorno senza una donna, meglio prostituta.
La storia è del plat pays di Jacques Brel, in tutte le stagioni un pantano. Di abiezione ordinaria. Per di più svolta in fiammingo, per dire una lingua incomprensibile – uno degli exploit della narrazione è di “tradurre” l’incomprensibile: tutto è torbido, ma non sappiamo cosa.
Georges Simenon, La casa sul canale, Adelphi, pp. 161 € 10

domenica 22 aprile 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (360)

Giuseppe Leuzzi

Due terzi dei deputati di Grillo vengono dal Sud. Cambierà qualcosa?

La donna del Sud: è calabrese la settantunenne Rosetta che a Roma controlla il “mercato” dei posteggiatori abusivi. I Carabinieri ci hanno messo qualche decennio a stanarla.

Franco Cordelli dichiara il teatro napoletano l’unico teatro italiano del Novecento - “La storia del teatro napoletano, ossia del teatro italiano del Novecento” (La Lettura). E cita nel’ordine: Viviani, Eduardo De Filippo, Peppino, Patroni Griffi, De Simone, Enzo Moscato e Mimmo Borrelli. Dimentica qualcuno, anche tra i napoletani, ma  non importa: è vero che a Napoli tutto è teatro. Anche la violenza.

Grande finezza di Salvini, il ragazzone sporchetto alla moda, che relega a spalla al Quirinale Berlusconi ottantenne. E uno che gli ha fatto da chaperon fino alla vittoria, ha salvato la sua Lega dal ridicolo nel 1994 – la Padania, l’ampolla del Po, i Serenissimi – e dalla scomparsa nel 2001, e gli ha insegnato come stare a tavola, se non a maneggiare la forchetta, al governo. Senza scandalo per nessuno. Molto milanese. 

Un processo per mafia fa sempre piacere, e una condanna ancora di più. Ma a Palermo si è processato per mafia negli ultimi cinque o sei anni solo lo Stato: alcuni ufficiali dei Carabinieri e alcuni ministri – oltre al solito Dell’Utri, non potendo incastrare Berlusconi. Non si sono state tangenti, estorsioni, minacce, attentati, assassinii a Palermo e provincia negli anni del processo, e questo dovrebbe dire la giustezza del processo stesso. O la stoltezza?

La storia si fa a Milano
Ferramonti in musica. È una foto ricordo di una cinquantina di personaggi europei della musica, in posa. Ben vestiti e curati. Gai, perfino sorridenti. Insieme risuscitati per uno spettacolo che si terrà il 26 a Lugano, in Svizzera. Ideato da Viviana Kasam, giornalista del “Corriere della sera”, sulla base delle ricerche di Raffaele Deluca, musicologo milanese.
Ferramonti è una località del comune di Tarsia, nella pianura cosentina verso Sibari, nota come denominazione di uno dei campi di internamento creati da Mussolini nel 1940 per gli ebrei e gli oppositori, cattolici, ortodossi, espulsi da tutta Europa dai tedeschi. Di Ferramonti la storia è più o meno nota – ricostruita da non calabresi. Molti aspetti, compresa la qualità dei confinati, il trattamento, la durezza del confino, forse relativo forse no, restano ancora da analizzare. Ma la Calabria non lo sa, lo sa la Svizzera, con Milano.
Lo spettacolo ticinese si intitola “Serata colorata”. Traduzione di “Bunter Abend”, come gli internati, di origine tedesca prevalentemente, o di cultura mitteleuropea, chiamavano i loro spettacoli musicali serali. Si articolerà sulle musiche nelle quali il coro e l’orchestra degli internati si erano un po’ specializzati, racconta Deluca a Enrico Parola su “La Lettura”: :Mozart, Brahms, Chopin, Schubert, il coro dei Pellegrino dal «Tannhäuser» di Wagner, e arie verdiane”. Anche composizioni originali, racconta sempre Deluca: “Cinque anni fa un’erede di Kurt Sommenfeld venne in Conservatorio a Milano  per regalare le oltre 300 partiture autografe del nonno, su alcune era riportato Ferramonti come luogo di composizione”. Altri musicisti di fama a Ferramonti: il baritono Paul Gorin, di Lipsia, figlio di ebrei russi, internato poco prima di due spettacoli nella stagione della Scala; il violinista viennese Isaac Thaler, “sodale di Berg e Schönberg”; il maestro Lav Mirski; il coro della sinagoga di Belgrado.
Gli internati della foto, vestiti impeccabilmente di grigio, in giacca e cravatta, esibiscono come strumento solo una fisarmonica. Ma il Vaticano, su richiesta di un frate mandato visitatore al campo, il cappuccino alsaziano Callisto Lopinot, mandò un armonium e un pianoforte a coda. “I violini”, ha ricostruito Deluca”, “furono fabbricati per riconoscenza da Nicola De Bonis, un liutaio di Bisignano”, altro centro cittadino, prossimo di Tarsia, “che soffriva di problemi gastrici e venne curato da un medico internato”.

I promessi sposi sono del Sud
Si fatica a leggere “I promessi sposi” perché ambientati in Lombardia, seppure del Seicento. Inevitabile Manzoni si sovrappone, l’ombra dell’artefice, cosmopolita, romantico, figlio e nipote d’illuministi, integri e intelligenti, celebri in tutta Europa, nobile, devoto, alla fede e alle buone cause, nella Milano repubblicana e libertaria del primo Ottocento, su una storia di soprusi, servitù e beghinaggio. Il romanzo sembra solo ovvio trasponendo, se si potesse, la vicenda nel Golfo di Napoli, invece che su quel ramo del lago di Como, o tra San Vito Lo Capo e lo Zingaro: è una storia di mafia. Renzo è la vittima, di cui non si tiene nemmeno conto. Senza altra difesa che fare a sua volta il male, che non sa fare. Tra buoni spiriti, anche pentiti, ma inefficaci. Un ordine pubblico inesistente - la Legge. E un destino comunque di sopraffazioni, fin nella stessa finale piccola concessione. 
Il male, si sa, è diabolico, a doppia faccia : intimorisce, ma affascina e contagia. È per questo più forte del bene, anche se non alla sommatoria finale – il mondo è un percorso di cicatrici, un Candido di qualsiasi epoca, e non solo al Sud, avrebbe problemi a passarci sopra. È per questo anche sotterraneo. Ma assume forme a volte spregiudicate e anzi esibite, spudorate: è allora che si fatica a sopportarlo. È il caso del Sud, e dei “Promessi Sposi”. Di cui Salvatore Natoli oggi, “L’animo degli offesi e il contagio del male”, mette in rilievo non l’aspetto consolatorio, che si insegna a scuola, ma la rappresentazione dell’arbitrio. Un romanzo del male, appunto, di mafie. Nell’assenza-insolvenza - è la stessa cosa - della Legge, la polizia, la politica, lo Stato, la Giustizia, si chiami come si vuole. È una vicenda di arbitrio, impunito, impunibile, a cui si accompagnano come sempre indigenza, malattia (peste), morte.
La cosa non è dirimente: Manzoni si celebra per altri versi, la storia è storia, il Seicento era il Seicento, e semmai il cronista, o lettore veloce, ne può inferire che il male non dura, neanche il male, come tutto che finisce. Ma serve a mettere in quadro il male oggi nel Sud.

Se la mafia sono i Carabinieri
Non si analizza la portata della condanna al processo Stato-mafia a Palermo, Come se fosse un’ubbia di un giudice inadeguato o prevenuto. Mentre è la sanzione per una parte dello Stato “sporca del sangue delle vittime delle stragi” di mafia: è questa la motivazione della condanna chiesta dal pm Vittorio Teresi.
Teresi giovane si ricorda per sfide pubbliche epiche con Agostino Cordova a Palmi, quando tutt’è due erano alla Procura di Palmi (Cordova ne era il capo), su chi dei due era stato favorito dalla ‘ndrangheta alla Tonnara, la spiaggia di Palmi. Per l’uso della barca o per la ristrutturazione di casa. Sfide aperte, sulla posta di “la Repubblica”.
Si tace anche sul capo di accusa. Leggermente variato nell’ultima redazione, ma sostanzialmente quello già giudicato con Calogero Mannino, che si sganciò dal baraccone del processo quinquennale  col rito abbreviato. Da leggere per credere.
La “trattativa” – la trattativa con la mafia, allora di Riina – è partita dopo l’assassinio di Salvo Lima. Mannino, ritenendosi secondo nella lista di Riina,  aprì una trattativa con Riina e Provenzano per rifondare il patto politico. Usando come mediatore Vito Ciancimino, l’ex Dc allora in libertà vigilata a Roma, a piazza di Spagna. Col patrocinio dei Carabinieri, grazie alla “risalente conoscenza” di Mannino col comandante del Ros dei Carabinieri, generale Subranni. Che ne incaricò il capo dei Ros a Palermo, colonnello Mori. Che si fece aiutare dal capitano De Donno. Un appeasement che convinse Riina, dice il capo d’accusa, della bontà delle stragi, e lo portò a quelle terribili del 1992, contro Falcone e poi contro Borsellino. Ma, contemporaneamente, ad abbandonare gli attentati contro Mannino e gli altri politici amici.
Poi successe che i Carabinieri riarrestarono Ciancimino, a fine 1992, e poco dopo anche Riina. E allora, dice il capo d’accusa, la trattativa ripartì con Provenzano da una parte e Dell’Utri dall’altra. Ma sempre nell’ottica di Riina, di trattare e insieme di fare stragi. Da qui quelle del 1993 ai Georgofili di Firenze e a Milano. Dell’Utri fu agganciato nell’ottica di asservirsi il futuro governo di Berlusconi. Che ancora non aveva fondato il suo partito e non ci pensava.
Questa la trama dello Stato-mafia. Il processo ha aggiunto altre ghirlande alla corona. La trasferta della corte d’assise in mondovisione, nella trepida attesa che Spatuzza, il killer teologo, snidasse Berlusconi in persona. O il “papello” di Ciancimino figlio, una storia alla Münchhausen – ma che pena i principi dei cronisti giudiziari al carro del giovanotto, avendolo conosciuto quando faceva passerella col padre, ex carcerato, da piazza di Spagna a San Lorenzo in Lucina per firmare dai Carabinieri.  

Tutto si può dire. Per esempio che Berlusconi fondò il suo partito nell’ottica della trattativa. Quando Provenzano agganciò Dell’Utri ancora non ci aveva pensato. Né sapeva che avrebbe sconfitto la “gloriosa macchina da guerra” dell’ex Pci di Occhetto. Ma, per esempio, non fu Provenzano a fargli vincere le elezioni? Perché no. Anzi, è storia più persuasiva dei settanta giorni frenetici di Mannino. 
Anzi anzi, questo potrebbe essere un terzo processo Stato-mafia, dopo Contrada e Mori. O l’ennesimo: non è infatti il primo processo della Procura di Palermo contro i Carabinieri. Dopo quello contro la Polizia, con l’arresto di Bruno Contrada, ora riabilitato, dopo venticinque anni di condanne palermitane.
Mori e De Donno non sono stati carcerati, e questo non si sa perché. Inoltre, sono stati assolti in almeno un altro paio di processi analoghi a Palermo, dopo molte traversie. Ma ora, col lodo Montalto, dopo cinque anni o sei di dibattimento, sono probabilmente a un quarto del loro venticinquennio di processi alla Contrada. Non è il solo esito dello Stato-mafia.
Un po’ come si vede sullo schermo “Il giovane Karl Marx”, che col “Manifesto dei comunisti” fece anche un monumento alla borghesia, l’atto d’accusa che il giudice Montalto ha recepito, aggravandolo, è anche un omaggio alla mafia. Lima fu assassinato il 12 marzo 1992. La strage di Capaci è del 25 maggio. In meno di due mesi e mezzo Mannino avvia una trattativa, suborna i Carabinieri, assolda Ciancimino (che, sia detto en passant, era un calibro molto più grosso di Mannino), si fa dire si o forse no da Riina, che però organizza e porta a effetto in poche ore attentati logisticamente e strumentalmente complicatissimi, anche per i peggiori servizi segreti: questo non succede nemmeno nei film d’azione. Le stragi di Capaci e via D’Amelio non si organizzano e si effettuano come pensano i giudici di Palermo.
Ma, poi, è possibile che non ci sia mafia a Palermo e dintorni, dopo Riina e Provenzano? Se i processi per mafia si fanno a polizia, Carabinieri, ministri, e Dell’Utri, in attesa di Berlusconi. È una commedia dei furbi? Si spera senza mazzette.

leuzzi@antiit.eu

Voglia di dandysmo

“À vaux l’eau”, nella corente, è l’antidoto a “À rebours”, controcorrente, che del piccolo impiegato Huysmans, piccolo seguace di Zola, aveva fatto repentinamente un autore di culto. Lì Huysmans nel 1884 aveva creato il cenobita delle essenze - Des Esseintes si chiama il suo personaggio unico. Uno che  vive in solitudine, al chiuso, le esperienze estetiche e spirituali più esclusive. Qui ritorna al suo proprio mondo, in un Folantin piccolo travet con sogni da dandy, perso nella “corrente” di una Parigi rumorosa, piacente, di successo. Un piccolo omaggio, non acceso, a Zola maestro riconosciuto – che l’aveva incluso col suo primo racconto nella silloge naturalista per eccellenza, “Le serate di Médan”.
In realtà “Nella corrente” viene prima di “Controcorrente”. È un racconto debole: introvevrso, marginale. Senza l’aura di scandalo che due anni dopo coronerà “Controcorrente”. Ma ha una sua dignità, di racconto realistico senza effetti speciali. In lina con Flaubert piuttosto, e con I fratelli Goncourt, e non con Zola. E come una sorta di lettera d’addio ai primi compagni d’avventura letteraria. Husyams-Des Esseintes sarà il capostipite se non il capofila della corrente opposta, il simbolismo, nella sua forma estrema, il decadentismo professo – il nichilismo estestico.
Ma l’aspetto storia letteraria conta poco, Huysmans viene dopo questo racconto. Dopo ancora sarà ancora un altro Huysmans, abbagliato da satanismo, misticismo, e infine piana religiosità, del tipo beghino. Ma dopo essersi fissato come eponimo del simbolismo. Con un curioso ritorno di attualità.
“Controcorrente” è stato a lungo il romanzo di formazione di mezza letteratura europea. Da subito, da Oscar Wilde, e fino al 1968, che ha spazzato via molti –ismi, compresi gli estetismi. D’Annunzio, al Vittoriale, viveva come Des Esseintes in “Controcorrente”: recluso nella misantropia estetica, nel culto delle cose.
Dopo mezzo secolo di oblio, Huysmans-Des Esseintes torna oggi in nuove traduzioni presso tutti gli editori, come classico del dandysmo, altra figura che si sarebbe detta perenta. C’è bisogno di dandysmo, di separazione dal basso mondo e triviale?
Fra i ritorni, oltre quello editoriale, ha fatto colpo la scelta di Houellebecq di fare di Husymans l’autore di riferimento del protagonista del suo ultimo romanzo. Di “Sottomissione”, la satira della debolezza dell’Occidente, tra complessi di colpa e buonismi. Ma non è lo Huysmans sodale di Zola, e neppure di Des Esseintes: è l’ultimo, quello che, riconvertito, sta bene solo in chiesa e nelle vicinanze. La sottomissione, ultima beffa, però argomentando come quella di  Dominique Aury nella “Storia d’O”: corporale, sessuale, perpetrata nello stesso palazzetto di Jean Paulhan, che la Aury assoggettava.
Joris-Karl Huysmans, Nella corrente. Edizioni di Clichy, pp. 112 € 8

sabato 21 aprile 2018

Ombre - 412

La guerra americana alla Russia si spinge a negare i visti ai ballerini del Bolshoi. C’è da piangere o da ridere?

Kim Jong-un lanciava  missili: titoli cubitali, guerra nucleare, paura. Kim Jong-un rinuncia ai missili, una non notizia. Per non fare un favore a Trump? La Corea è lontana? In effetti è lontana, molto.

Un mese e mezzo dalle elezioni e non una proposta di governo. Solo geometrie: con questo meno quello più qualcosa di quell’altro. Come fare una maggioranza di voto - tanto poi ognuno cambia casacca. È tutto qui il nuovo? Un cerimoniale, e il più vieto. Ed è celebrato.

Si celebra poco la sentenza di Palermo sullo Stato-mafia. Il giudice Alfredo Montalto ha sorpreso anche i colpevolisti, anche la pubblica accusa, e i giornali più schierati. Anche se ha offerto loro in preda qualcosa che i Pm non avevano osato: Berlusconi.

Nessun dubbio che Montalto avrebbe condannato. Con una giuria di donne da cui si è fatto circondare per immortalarle alle lettura della sentenza, fresche di parrucchiere, ma la giuria in Italia non conta. Mannino, per sfuggire a Montalto, ha scelto il rito abbreviato ed è stato assolto.

È sfuggito a Montalto il pesce grosso, Berlusconi, Che ha inseguito nei lunghi anni di dibattimento in vari modi. Memorabile la trasferta in mondovisione in onore di Spatuzza, il centomicida che ha visto la Madonna. Ha rimediato in extremis, reintroducendo in sentenza Dell’Utri, “ “limitatamente alle condotte contestate come commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi” - anche se il governo Berlusconi è venuto un anno dopo.

Il processo Stato-mafia è durato oltre cinque anni. Si può pensare che le sei persone della giuria popolare si siano fermate per sei anni? Che senso ha e che peso la giuria popolare nel processo italiano?

Un capo della Polizia destituito dal presidente eletto, che va in televisione, dopo un anno, a denunciare lo stesso presidente come un “capomafia”, complimentato dai media, non si era ancora visto. Ma gli Stati Uniti sono questo: si dicono puritani ma per fare bordello. Informazione? Opinione pubblica?

È singolare la campagna dei media americani contro Trump. Il “New Yorker” trova analogie fra Trump e il papa Francesco. “The Nation”, l’equivalente de “il Manifesto”, apre invece con Lutero: “Come Martin Luterò aprì la strada a Trump”. Si può essere anticlericali e antitrumpiani, ma questi fanno l’opinione pubblica mondiale.

Intervista a sorpresa del “Corriere della sera” a Vialli. Uno si chiede: perché, cosa è avvenuto? L’ex centravanti, che guadagna in Italia e paga le tasse a Londra, serve per dire che l’arbitro di Real Madrid-Juventus è ottimo: “È inglese, lo conosco e dico che è al di sopra di ogni sospetto”.  Se no la regina gli toglie la residenza?

Si ascoltano su Sky Vialli e Mauro, ora anche Del Piero, ex juventini, schierati, nell’equilibrio del tifo del piccolo schermo, a denigrare la loro ex squadra. Di cui sempre, a ogni partita, sottolineano qualche torto. Non li ha fatti guadagnare abbastanza?

Vialli e Mauro fanno impressione. Il centravanti perché la Juventus dovette difenderlo in un’astiosa polemica di Zeman che lo diceva drogato. Mauro perché è dirigente del club di golf di Alberto Agnelli e sua madre. L’astio come segno di indipendenza?

I dividendi distribuiti per il 2017 dalle maggiori 1.200 società mondiali Janus Henderson, la società britannica di consulenza finanziaria, calcola in 1.2452 miliardi di dollari. Dei quali un terzo va agli azionisti delle società americane: 438 miliardi. Agli azionisti delle società giapponesi vanno 70 miliardi, dell’area Asia-Pacifico 140, della Gran Bretagna 96, del’Europa 227. L’Europa, che ha una popolazione di 500 milioni di abitanti, contro  i 330 degli Usa, e un pil analogo, 19 mila miliardi di dollari, guadagna la metà.

Torna Marx in clandestinità

Un polpettone nostalgico. Di quando c’era la passione politica e si pagava anche cara, con proscrizioni e vite in affanno. Senza voli pindarici, e senza effetti d’immagine. L’obiettivo è ristretto sui visi e i busti dei personaggi, le luci brunite. La storia fluisce scolastica, tra Marx e Engles, con Bakunin, Proudhon, Ruge e altri socialisti di metà Ottocento. Senza promozione anche, né commerciale né critica – le critiche si limitano alle tramine. Che tuttavia incontra: il pubblico c’è, a ogni proiezione, ormai da un paio di settimane, a Roma in cinque sale, a Milano in tre.
La storia segue Marx in esilio a Parigi e a Bruxelles con la moglie Jenny von Westphalen, e una bimba, poi due, in strettezze di ogni tipo, sempre intento a chiarire il progetto politico. E Friedrich Enegls, uno dei tedeschi industriali del cotone a Manchester, in dissidio col padre, studioso dei fatti sociali, che si lega sempre più a Marx. Due anni di dibattiti, senza un finale – giusto una didascalia per annunciare il Quarantotto, la rivoluzione del 1848.
Perché questo film si fa vedere è il maggior motivo d’interesse. Tanto più che la vicenda è arcinota ai cultori della materia, comune a tutti i fuoriusciti di quegli anni, Mazzini eccetera. È un pubblico diviso. Tra persone in età, quindi presumibilmente nostalgiche. E ventenni. Non ci sono le età di mezzo. Questo può non voler dire nulla, le età di mezzo hanno anche poco tempo libero, forse non tanto per andare al cinema. Ma forse no: sono le generazioni perdute alla politica, quella che oggi dominano. Si vede “Il giovane Karl Marx” come al suo tempo si vivevano le Leghe, quasi clandestinamente.
Raoul Peck, Il giovane Karl Marx

venerdì 20 aprile 2018

Problemi di base critici - 414

spock

Il critico è Prometeo?

O promotore?

Gratis?

L’arte si è spostata sulla pubblicità?

Leggere oggi costa fatica, si fa prima a scrivere” (Giuliano Vigini)?

Sarà il Millennio senza lettere?

Se non si mangia non viene l’appetito, e se non si legge?

spock@antiit.eu

Quanto era mediocre il temibile Himmler

I documenti privati di casa Himmler furono trafugati nel 1945 da due soldati americani come preda di guerra. Una parte, subito riacquitata da un maggiore, fu da questi poi legata a un’università americana, e infine acquistata dagli archivi di Coblenza. Una parte è riemersa pochi anni fa a Tel Aviv, non in originale ma in microfilm. Sono letlere fra Himmler e la moglie Marga, un diario di Marga, il diario della figlia della coppia, Gudrun, tenuto dala mare, e pochi appunti. Le lettere sono qui riprodotte.
Materiali di nessun interesse specifico. Se non che Himmler e la moglie erano persone normali, ordinarie, in contatto costante, epistolare stanti gli impegni politici di lui, un organizzatore, sempre in trasferta. Anche nel quarto periodo della corrispondenza qui riproposto, 1939.1945, quando Himmler aveva una seconda famiglia, con la segretaria. “Mia cara, bella, “cattivissima” mogliettina d’oro” è il tono. Gli interessi minuti. Soprattutto quando i coniugi poterono permettersi una casa in campagna presso Monaco, il loro ideale. “Cuocere la marmellata di bacche di sambuco”, si scrivono di queste cose,”sbucciare i cornioli”, raccogliere le prugne e farne marmellata, imparare la “capponatura” dei galli – imparano su un gallo morto. Gli Himmler - lui si presenta al Bundestag, nella Navicella 1930, come “agronomo laureato” e pollicultore, “proprietario di un piccolo allevamento di volatili” -  vi avviarono una pollicoltura commerciale. Razzisti entrambi d’istinto e senza dubbi, in un orizzonte ristretto alla sola Germania, dove il diverso è l’ebreo – non ci sono eventi esterni, neanche nei sei anni della guerra. “Mio Dio, che faccia da «ebreo» ha il dott. Goebbels!”, lamenta lei in una delle prime lettere (“Caro signor Himmler”), “Se non fosse che sopra ha i capelli pettinati…”. Lui fra i tanti titoli privilegierà quello di Commissario del Reich per il consolidamento del corpo etnico. Nella Polonia soggiogata, a Zakopane, scopre i gorali, popolazione slava che però è “di origine germanica” e può essere “germanizzata”. Lei crocerossina in guerra in Polonia annota nel diario: “Questo popolo polacco non muore tantofacilmente di malattie contagiose: sono emunizzati (sic). Difficile da comprendere”.
Fu ciò che univa i due coniugi. Che sempre si congratulano di essere “nordici”, benché lui sia bavarese, ignominia in Prussia, e anche a Amburgo. Lui è pure devoto: “Non mi capita spesso di andare devotamente in chiesa,  ma vado sempre alla messa di Natale, soprattutto nella grandiosa cattedrale gotica”. Ed è di ambizioni marziali - si firma “lanzichenecco”. Benché gracile, di 65 kg., molto miope e dallo stomaco debole: in gioventù non era andato oltre il grado di capo squadriglia degli Artamani, una sorta di boy-scout bavaresi cresciuti. Lei “vista subito come una creatura molto energica”, così le scrive l’innamorato, lo vezzeggia mentre ancora gli dà il lei come “testa di mulo”. Nel 1939, a seconda famiglia avviata, Himmler emanò un “Ordine sulla procreazione dei figli”, di propaganda della bi-e trigamia, allo scopo di moltiplicare la razza, mantenendo l’unità patrimoniale nel primo matrimonio. La Germania nazista fu molto ordinaria.
L’apparato è però di tutto rispetto. Con l’inquadramento storico, lettera per lettera, evento per evento. Di personalità anche minori e minime. Con un repertorio biografco dettagliato dei nomi citati – eccetto che di Marga (è del 1893, lui è del 1900). E una bibliografia ampia. Un libro in realtà di Katrin Himmler, pronipote, e dello storico Michael Weildt.
Nell’ordinario dei due coniugi rientra il genocidio. Himmler non lo nasconde, scrivendo alla moglie. Neanche se ne vanta, è il suo lavoro. È l’unico elemento di rilievo storico che resta alla lettura: due persone ordinarie, razziste d’un pezzo, che ritengono normale lo sterminio del nemico, che lui organizza, fin dai prim esperimenti di morte a basso costo, coi gas di scarico dei camion. Lei infermiera, divorzata, più grande di lui di sette anni, poi occhiuta agricultrice, e in guerra di nuovo con la Croce Rossa tedesca. Lui emerso in una faticosa carriera di imbonitore, su e giù per la Germania per conto del partito nazista. Un  uomo senza qualità che diventa il capo di tutte le polizie, dopo essere stato l’organizzatore dei campi di concentramento a partire dal 1933, un
migliaio, e nel 1941, dopo l’attacco all’Unione Sovietica, dei campi di sterminio, di ebrei, russi, polacchi, zingari. Due persone normali e uguali, nella differenza: “Una mentalità prussiana da un lato”, constatano i curatori, “bavarese dall’altra; una confessione protestante per l’una, cattolica per l’altro”, ma buoni tedeschi, razzisti e rancorosi.
Un matrimonio banale che dà un altro spessore alla grande storia. I curatori lo ricordano: l’inquadramento di Katrin Himmler e Michael Wildt non lascia ombre sulla determinazione di Himmler a portare a effetto la Soluzione Finale, nel quadro dell’eliminazione di ogni elemento avverso. Per quanto riguarda gli ebrei, la decisione sarebbe stata presa al Wannsse il 20 gennaio 1942, ma di essa non ci sono documenti né altro tipo di prove. Il 4 e 6 ottobre 1943 è invece documentata la riunione dei vertici delle SS convocata da Himmler a Poznan, dove espose con chiarezza, con la richiesta del segreto,  la volontà di sterminio. Ribadendolo in almeno altre cinque occasioni, fino a giugno 1944.
Dire Himmler mediocre è il meno. Cultore di divinità e feste “germaniche”, Waralda o l’Antico, la Julfest, il solstizio d’inverno – la preparava lungamente. Teneva riunioni esoteriche nel castello di Wewelsbug a Paderborn, l’accampamento di Carlo Magno, Jünger vi ha partecipato: inviarono Ernst Schäffer a cercare il Graal a Montségur, vicino Lourdes, e dal Dalai Lama – il Graal lo cercherà, personalmente, anche a Montserrat, in Catalogna. Gli zingari volle morti quando si convinse che discendevano anch’essi dai goti e dai vandali, gli invincibili, che erano cioè suoi parenti stretti. Lui era piuttosto per i celti: organizzava in guerra nei paesi occupati la rivolta dei popoli celti. Curava lo sterminio nei dettagli, infuriandosi per i disservizi. Ad Auschwitz, per dire, invece dei tre convogli giornalieri previsti, un giorno non arrivava nulla e il giorno dopo ne arrivavano cinque, sei. L’inefficienza di Auschwitz portò allo sconforto Höss, che smarrì il cameratismo. Himmler glielo rimproverò: “Ad Auschwitz non c’è spirito di cameratismo”. Lui stesso però non mise mai ordine nello sterminio: le sue circolari si contraddicevano. Con Walter Darré, altro capo Artamano e razzista, fonderà l’Ahnenerbe Studiengesellschaft, la società delle SS per la ricerca degli avi. Con la quale arruolò duecento scienziati, per cercare, in missione spesata con amante, gli “ariani” nel mondo. Prima che nel Tibet l’archeologo Altheim li aveva trovati in Val Camonica, in compagnia della fotografa Erika Trautmann, donna che dava grandi soddisfazioni ai gerarchi nazisti. Concludendone che l’antica Roma era “ariana”, anche se ciò sconfessava Arminio. La coppia Altheim-Trautmann ripetè la vacanza in Siria, Iraq e Romania. Qui, trovandosi sul Mar Nero, propose di ripopolare di “ariani” la Crimea, ripulendola degli ebrei. Hitler vi destinò i tirolesi di Bolzano che avevano optato per la Germania nel ‘39, “i goti sopravvissuti alle glaciazioni”. Altri invece, nell’ottica di elevarsi in altezza come in Tibet, scoprirono gli “ariani” in Bolivia. Lui personalmente, in ferie per due settimane  a Taormina a fine 1937, tentò di annettersi la Sicilia in una coi Sudeti, avendo individuato un’origine tedesca dei locali flauti a zufolo, subito confortato da germanici istituti di ricerca, e da torme di neo antiquari, tra essi il fotografo locale, signor Galifi Crupi – trascurando, per la fretta, il fatto risolutivo: anche i siciliani mettono il verbo in coda. Si fatica a pensare che in paese gli abbia obbedito, abbia obbedito a Himmler. Lo sterminatore, ministro dell’Interno, capo delle SS e della Gestapo, capo dell’amministrazione dei territori occupati, era uno da poco e da ridere. Uno che si voleva la reincarnazione di Enrico I, detto “l’Uccellatore”, fondatore della nazione tedesca.  Di che derubricare la Storia. Era del resto apprezzatissimo in Italia, dagli Attolico e non solo: “È stato accolto in Italia con immensi onori”, registra Marga.
Fu mestatore tra i più attivi tra i collaboratori di Hitler. All’inizio del ’44 tentò di uccidere Speer, tramite il famigerato dottor Gebhardt che l’aveva in cura, suo fedelissimo e per questo a capo della più moderna struttura ospedaliera di Berlino. Nella primavera del 1945, a guerra perduta, fu tra i più attivi traditori di Hitler con gli Alleati. Cercò contatti con tutti: il capitano Payne Best, il barone Parrilli, il conte Bernadotte, il principe Fürstenberg. Poche settimane dopo essersi ascritto lo sterminio degli ebrei, un anno dopo l’agognata nomina a ministro dell’Interno, e dopo aver cercato per dieci anni la religione degli avi, della razza indo-germanica, ai suoi a fine 1944 consigliava: “Mettetevi in salvo! Nascondetevi nella Wehrmacht!”, meglio ancora nella Marina. Con Ley e altri persecutori pensavano di fare pace con gli ebrei. Pensavano di resuscitarli? Quando fu catturato si avvelenò per la vergogna – e il veleno gli fu fornito perché non parlasse.
Resta alla fine la sensazione della cronaca minuta di un disastro, spirituale e pratico, impensabile se non si fosse prodotto. Si progetta il “cambiamento di popolazione” della Polonia nel 1939, su ordine di Hitler. Himmler estende l’incarico alla Russia e all’Ucraina, subito dopo l’attacco: si trattava di costituire “un muro di sangue germanico” dal Baltico alla Crimea, spostando verso la Siberia 30 milioni di russi, polacchi, cechi e ucraini. E in parallelo di “ravvivare del sangue germanico” un 20 per cento di polacchi”germanizzabili”, un 35 per cento di ucraini, e un 25 per cento di bielorussi, seminando nei loro territori “contadini tedeschi armati”. Roba che perfino la figlia di Himmler, Gudrun, dodicenne, sapeva. Che la Russia non si poteva prendere, e al suo “papino” scriveva un mese dopo l’attacco, il 21 luglio 1941: “È spaventoso che facciamo guerra alla Russia. Erano comunque nostri alleati. La Russia è talmeeente grande; se attacchiamo tutta la Russia, la battaglia sarà molto difficile”.   

Heinrich Himmler, Il diario segreto, Newton Compton, pp. 378, ill. € 5


giovedì 19 aprile 2018

Letture - 342

letterautore

Femminista – G.K.Chesterston vede chiaramente già nel 1910 (“Cosa c’è di sbagliato nel mondo”) essere “chi disprezza le principali caratteristiche femminili”.

Giallo – Tutto all’improvviso è giallo, dalla Bibbia in poi. E l’Odissea, perché no? O l’Iliade, con la suspense dei duelli, i trucchi, i rapimenti di persona. Fruttero proclama “giallo” anche “I miserabili”, “Da una notte all’altra”, p. 93.

Greco – Nell’ironica difesa della public chool inglese  che considera all’origine dell’immoralità pubblica allora a Londra, e dell’ineffettualità della politica (è il tema centrale di “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, 1910) – Chesterston critica chi critica l’uso del greco nelle stesse scuole – “fa impazzire che, quando si attacca un’istituzione che realmente richiede una riforma, la si attacchi per i motivi sbagliati”: “Così molti oppositori delle public schools, immaginndosi molto democratici, si stremano in un attacco senza senso allo studio del greco”. Si può capire, aggiunge, “che il greco possa essere considerato inutile”, ma non antidemocratico: “Non capisco come possa essere considerato antidemocratico”. Non capsico, cioè, che i democratici in particolare si oppongano “all’insegnamento dell’alfabeto greco, che fu l’alfabeto della libertà”. In particolare, “perché i Radicali disprezzano il greco? In quella lingua è scritla la prima e, sa il cielo, la più eroica storia del partito Radicale. Perché il greco dovrebbe disgustare un democratico, quando la stessa parola democratico è greca?”.                                                                                               

Jünger – “Privo della retorica bellicosa”, nota Fruttero, ed è vero, è la sua specificità. Nel libro-rivelazione, “Nelle tempeste d’acciaio”, e dopo.

Kipling – “L’idealismo coloniale di Rhodes e Kipling” Chesterston menziona in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”) non sfavorevolmente. Non apprezzando l’imperialismo: “I coloni” dice “soprattutto cockneys (i londinesi poveri, n.d.r.) che hanno perduto la loro ultima musica delle cose reali”. Ma per Kipling è diverso: “Rudyard Kipling, uomo geniale benché decadente, ha lanciato su di loro un glamour immaginario, che sta già appassendo. Ma Kipling è, in un senso preciso e piuttosto sorprendente, l’eccezione che prova la regola. Perché ha immaginazione. Di una specie orientale e crudele, ma ce l’ha. E non perché è cresciuto in un paese nuovo, ma recisamente perché è cresciuto nel più vecchio paese sula terra. È radicato in un passato. Un passato asiatico. Non avrebbe mai potuto scrivere “Kabul River” se fosse nato a Melbourne”.

Licenziamenti – Riportano l’uomo alla condizione di schiavo. È una delle “scoperte” di G.K.Chesterston in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”: “Un pagano parlava di un padrone di dieci schiavi come un moderno parla di un uomo d’affari che licenzia dieci dipendenti: «È orribile, ma in che altro modo si può regolare la società?»”.

Olla podrida – Il Treccani registra la voce spagnola come :un “vivanda tipica, consistente in una minestra composta di carni varie, salsicce, lardo, legumi e spezie”, e cita Galilei, come di pietanza spagnola italianizzata: “Questo mi pare il medesimo che se altri chiamasse il pane corpo misto e corpo semplice l’ogliopotrida”. Un secondo significato registra come “mescolanza di cose eterogenee”. E cita Montale: “Gli acculturati i poeti i pazzi Le macchine gli affari le opinioni Quale nauseabonda olla podrida!”. Più tipica – ma non più ricorrente – ricorre in questo senso figurato. Ma va registrata (P. Englisch, “L’eros nella letteratura”, 273) anche una “Ollapotrida des durchgetribenen Fuchsmundi” di J.A. Stranitsky, “opera iena di spiritosaggini fecali e  sessuali”, pubblicata nel 1711. Stranitzky è stato un attore da commedia del’arte e burattinaio, nonché autore di teatro austriaco.

Parroco - È, secondo il Rocci, “chi è collocato presso il carro”: il paraninfo, il pronubo che accompagna gli sposi nel carro nuziale.

Populismo – “Che cosa c’è di così sbagliato nel distribuire terre gratuitamente ai poveri?”, domanda Rufo, il giovane di studio di Cicerone, nel romanzo di Robert Harris, “Conspirata”, 2009, il secondo della trilogia su Cicerone che prefigura in poche righe un quadro preciso del populismo, nella forma cui allora indulgeva Cesare per fondare la sua dittatura, “il quale, come tanti giovani, aveva simpatie populiste”: “Almeno, Cesare si preoccupa per loro”. “Si preoccupa per loro?”, obietta Cicerone, “Cesare non si preoccupa per nessuno, tranne che per se stesso! Credi davvero che Crasso, l’uomo più ricco di Roma, si preoccupi dei poveri? Vogliono distribuire la terra pubblica, e in ogni caso senza oneri a loro carico, per crearsi un esercito di sostenitori”. Quanto ai poveri questuanti, può obiettare Cicerone, “quello che vogliono è il cibo, non le fattorie”.

Sofri – Le Carrè l’aveva previsto, “La spia perfetta”, 514 – o no, Orwell prima di lui: ““Non hai letto Orwell? Non sai che questa è gente capace di riscrivere il tempo che ha fatto ieri?” “Lo so”, disse Pym”.

Unione Sovietica – È una parentesi vuota nella creatività russa. Le celebrazioni del centenario della rivoluzione d’Ottobre hanno inciampato in questo vuoto.  Settant’anni di niente in tutte le arti, e in poesia e in prosa. Ha raccolto una fervida tradizione innovativa e rivoluzionaria, e l’ha tacitata, quando non suicidata. I tanti insorgenti ha tacitato o proscritto, Mandel’stam, Achmatova, e poi Brodkij, Solgenitsin, lo stesso Pasternak. Malevič è arrestato, i suoi abbozzi e appunti distrutti. Šostakovich rinnegherà. Ejženstjn fu più boicottato che prodotto.  i compromessi col regime. c. In musica Šostakovic. Solo la critica fu rispettata, fino a Bachtin, soprattutto la corrente formalista:  Šklovskij, Propp, Jakobson, Osip Brik, Tynjanov, Ejchenbaum – perché non era letta?

Verga – Braudel, “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”, ha un Ibn Verga, scrittore spagnolo del ‘500, polemista contro gli ebrei. Wikipedia registra due Ibn Verga: Judah, del ‘400, e Solomon, del primo Cinquecento, entrambi ebrei, il primo apprezzato come giurista e cabalista, il secondo marrano, in un primo tempo, poi rifugiato in Turchia, che scrissero entrambi delle persecuzioni contro gli ebrei.

letterautore@antiit.eu

Il fascismo dell’amore

Un macigno della preistoria, anche se ci sono ancora principi che si fanno le cameriere, riedito dalla Biblioteca di via Senato qualche anno fa forse come classico dell’umorismo malgrado la cura editoriale (non un errore di stampa nelle lunghissime citazioni in latino, tedesco, francese). Più pesante di Schopenhauer, malgrado il poco peso specifico: “La donna è preda”, “l’antifemminismo del femminismo”, etc.
O è Rensi, benché perseguitato politico, il filosofo che manca del fascismo, più e meglio di Gentile? Autore di “Filosofia dell’autorità”, “Il demiurgo”, “Teoria e pratica della reazione politica”, ha filosofato prima di questo “breve saggio sulle disarmonie naturali”.
Giuseppe Rensi, Critica dell’amore, Biblioteca di via del Senato, remainders, pp. 161 € 4,90