Il patto di bilancio non convince e potrebbe finire come la costituzione europea, un impegno presto dimenticato. Senza referendum, al solo passaggio parlamentare, per l’approvazione del trattato e poi per le necessarie modifiche costituzionali. Il numero dei favorevoli è superato dai contrari. Se è scontato il sì in Italia e Spagna, e negli altri paesi sotto tutela, Grecia, Portogallo, Irlanda, oltre che in Germania e Francia, il sì dei Parlamenti degli altri paesi resta in dubbio.
I no probabili sono già una diecina. In Polonia e in Danimarca l’opinione è nettamente contro, e i partiti non potranno non tenerne conto. In alcuni dei satelliti di Berlino sono gli stessi governi che hanno sottoscritto l’impegno ad avere forti dubbi: Finlandia, Slovacchia, Lussemburgo, Ungheria, Slovenia, e perfino in Austria. In aggiunta al no britannico e ceco, un numero maggiore dei sì.
martedì 31 gennaio 2012
Le primarie burletta
Le contemporanee primarie americane per la scelta del candidato repubblicano alla Casa Bianca mostrano nuda l’indigenza delle primarie adottate dal partito Democratico. In alcuni casi risolte goliardicamente, da giovanotti che hanno mobilitato gli amici, Vendola, Renzi, senza idee, senza programmi, senza prospettive. È questa l’unica novità delle primarie all’italiana: che tutti si ritengono capipopolo, anche i ragazzetti delle medie, e si propongono e si candidano. Non uno spettacolo gradevole – neppure sotto l’aspetto mobilitazione: sono ragazzi che si candidano a tempo perso.
Normalmente le primarie sono i vecchi congressi all’epoca della post-sezione, dove al posto delle mozioni si presentano delle candidature. Sulle quali poi i potentati intermedi e minori si schierano con liste di appoggio. Le liste a cui si iscrivono i ragazzi in migliaia. Col potere di scelta immutato dei vecchi federali.
A Roma si arriva al caso limite. Di Veltroni che candida Gasbarra a capo partito provinciale, ma vede i suoi simpatizzanti esclusi, o ridotti al minimo, nella lista di appoggio, dal federale in carica.
Un a sorta di nemesi: Veltroni, che le ha inventate, è fallito proprio sulle primarie, indigesto a tutti i potentati locali ai quali voleva invece imporre il vecchio centralismo democratico. La società? Le idee? Le candidature reali, di personaggi di spessore? Le primarie americane servono a “forrnare” i candidati, non a divertirli.
Normalmente le primarie sono i vecchi congressi all’epoca della post-sezione, dove al posto delle mozioni si presentano delle candidature. Sulle quali poi i potentati intermedi e minori si schierano con liste di appoggio. Le liste a cui si iscrivono i ragazzi in migliaia. Col potere di scelta immutato dei vecchi federali.
A Roma si arriva al caso limite. Di Veltroni che candida Gasbarra a capo partito provinciale, ma vede i suoi simpatizzanti esclusi, o ridotti al minimo, nella lista di appoggio, dal federale in carica.
Un a sorta di nemesi: Veltroni, che le ha inventate, è fallito proprio sulle primarie, indigesto a tutti i potentati locali ai quali voleva invece imporre il vecchio centralismo democratico. La società? Le idee? Le candidature reali, di personaggi di spessore? Le primarie americane servono a “forrnare” i candidati, non a divertirli.
lunedì 30 gennaio 2012
La “Divina Commedia” è ubuesca
È la riedizione rivista e ampliata dello studio del 1998, che si segnalava per la completezza e la vivacità nella brevità. E per l’ipotesi dello studioso che la “Commedia” si rilegge perché “teatrale”, benché affollata di cinquecento e rotti personaggi – per molti aspetti in effetti ubuesca.
Nino Borsellino, Ritratto di Dante, Laterza, pp. 164 € 9
Nino Borsellino, Ritratto di Dante, Laterza, pp. 164 € 9
Ombre - 117
Dopo quattro anni non si fa il processo a Ottaviano Del Turco, carcerato in isolamento dal Procuratore di Pescare Trifuoggi come ladro e concussore, per prove, a suo dire, schiaccianti. Trifuoggi è come il suo protettore Fini, che non sa che fare?
Come Fini, questo Trifuoggi non ce lo fanno più vedere: non inaugura più niente, nemmeno l’anno giudiziario? E allora: si sarà ridotto pure lui lo stipendio, come Fini?
Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone inaugura l’anno giudiziario assicurando che la mafia è imbattibile: nella sua provincia, dice, nei paesi di 10-15 mila abitanti, si contano 3-400 affiliati ai “locali di ‘ndrangheta”. Che per una ventina di Comuni di quelle dimensioni fanno ottomila killer. Cinquantamila coi familiari stretti, fiancheggiatori obbligati.
Ha un barlume, il Procuratore, che possa essere troppo, e aggiunge: “Numero che probabilmente ora si raggiunge con difficoltà in una città come Palermo” Compresi nei 3-400 quelli della Procura di Palermo che lo ostracizzarono, minacciando di mandarlo sotto processo?
Si ripubblicano in Germania le lettere di Jacob Taubes e Carl Schmitt, uno scambio in effetti appassionante tra l’ebreo e ebraista rettore della Freie Universität di Berlino nel 1968 e l’insigne giurista che nel 1933 sostenne Hitler. Giulio Busi ne fa sul “Sole” domenica una lunga trattazione. Senza nemmeno menzionare l’antologia di Taubes “In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt” pubblicata quindici anni fa e sempre ristampata, in italiano, da Elettra Stimilli, studiosa italiana. Snobismo – al “Sole” leggono solo il tedesco? Provincialismo?
Calderoli e Brunetta lamentano che sulle liberalizzazioni e la semplificazione normativa Napolitano impedì loro il decreto. È vero.
La lamentela è ripresa unicamente dal “Sole 24 Ore”, e dai giornali berlusconiani. Censura?
La Sinfonia n. 10 di Šostakovič, composta nel 1953 dopo la morte di Stalin, è presentata a Roma, a Santa Cecilia, come “antistaliniana”. Arrigo Quattrocchi ricorda che Solomon Volkov, raccogliendo le confidenze del compositore in “Testimonianze”, gli da dire di avere imperniato la sinfonia “su Stalin e sul periodo staliniano”. Un accenno che sembra critico. Ma la sinfonia è un epicedio e un inno, specie il secondo movimento, che sarebbe il ritratto musicale di Stalin.
La destalinizzazione arriverà un paio d’anni dopo, per le esigenze del “disgelo” (il disarmo).
“Oggi” saluta Monti giovedì come quello che ha prosciugato la tv dal presenzialismo di Berlusconi. Con le cifre dell’Osservatorio di Pavia. La sera dopo Monti prende otto minuti al Tg 1 per (non) spiegare cosa il consiglio dei ministri ha fatto. Molto prima, e ben di più del tempo dedicato dallo stesso tg al terremoto al Nord.
Milano scaccia Milano – e qual è la moneta buona e quella cattiva?
La stessa sera di Monti il Tg 1, dopo il terremoto al Nord, un minuto e mezzo, fa Casini a Beirut, un minuto. Farà Casini un Grande Centro fra cristiani e mussulmani? Non si è capito bene cosa ci facesse.
“Oro nero nel paradiso verde”: un giacimento di petrolio è stato scoperto in Ecuador sotto una foresta che presenta “il massimo di biodiversità del mondo”, annuncia “L’Espresso”. Che denuncia la minaccia dello scempio con una serie di foto di estrema povertà indios Waorani confinati nella foresta, e di abbandono della foresta stessa.
Il governo dell’Ecuador ha proposto un baratto all’Occidente, soldi in cambio della rinuncia a sfruttare il giacimento, scrive ancora il settimanale. E aggiunge: “Molte star di Hollywood hanno aderito”. Cinismo?
L’investimento nella Cassa Depositi e Prestiti ha reso alle Fondazioni ex bancarie tra il 2004 e il 2010 il 13 per cento l’anno. Un’esagerazione. Un investimento avversato furiosamente dalle Fondazioni, per prima la Cariplo di Guzzetti di Banca Intesa, perché pensava di dover cedere una qualche unghia del suo parrocchialissimo potere. Il no delle Fondazioni fu all’origine dell’allontanamento di Tremonti dal governo nel 2004.
Le “fondazioni del vescovo” si fecero confortare da ben due sentenze del giudice costituzionale Zagrebelsky. Che da “Repubblica” fa il maestro di democrazia e civiltà.
Come Fini, questo Trifuoggi non ce lo fanno più vedere: non inaugura più niente, nemmeno l’anno giudiziario? E allora: si sarà ridotto pure lui lo stipendio, come Fini?
Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone inaugura l’anno giudiziario assicurando che la mafia è imbattibile: nella sua provincia, dice, nei paesi di 10-15 mila abitanti, si contano 3-400 affiliati ai “locali di ‘ndrangheta”. Che per una ventina di Comuni di quelle dimensioni fanno ottomila killer. Cinquantamila coi familiari stretti, fiancheggiatori obbligati.
Ha un barlume, il Procuratore, che possa essere troppo, e aggiunge: “Numero che probabilmente ora si raggiunge con difficoltà in una città come Palermo” Compresi nei 3-400 quelli della Procura di Palermo che lo ostracizzarono, minacciando di mandarlo sotto processo?
Si ripubblicano in Germania le lettere di Jacob Taubes e Carl Schmitt, uno scambio in effetti appassionante tra l’ebreo e ebraista rettore della Freie Universität di Berlino nel 1968 e l’insigne giurista che nel 1933 sostenne Hitler. Giulio Busi ne fa sul “Sole” domenica una lunga trattazione. Senza nemmeno menzionare l’antologia di Taubes “In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt” pubblicata quindici anni fa e sempre ristampata, in italiano, da Elettra Stimilli, studiosa italiana. Snobismo – al “Sole” leggono solo il tedesco? Provincialismo?
Calderoli e Brunetta lamentano che sulle liberalizzazioni e la semplificazione normativa Napolitano impedì loro il decreto. È vero.
La lamentela è ripresa unicamente dal “Sole 24 Ore”, e dai giornali berlusconiani. Censura?
La Sinfonia n. 10 di Šostakovič, composta nel 1953 dopo la morte di Stalin, è presentata a Roma, a Santa Cecilia, come “antistaliniana”. Arrigo Quattrocchi ricorda che Solomon Volkov, raccogliendo le confidenze del compositore in “Testimonianze”, gli da dire di avere imperniato la sinfonia “su Stalin e sul periodo staliniano”. Un accenno che sembra critico. Ma la sinfonia è un epicedio e un inno, specie il secondo movimento, che sarebbe il ritratto musicale di Stalin.
La destalinizzazione arriverà un paio d’anni dopo, per le esigenze del “disgelo” (il disarmo).
“Oggi” saluta Monti giovedì come quello che ha prosciugato la tv dal presenzialismo di Berlusconi. Con le cifre dell’Osservatorio di Pavia. La sera dopo Monti prende otto minuti al Tg 1 per (non) spiegare cosa il consiglio dei ministri ha fatto. Molto prima, e ben di più del tempo dedicato dallo stesso tg al terremoto al Nord.
Milano scaccia Milano – e qual è la moneta buona e quella cattiva?
La stessa sera di Monti il Tg 1, dopo il terremoto al Nord, un minuto e mezzo, fa Casini a Beirut, un minuto. Farà Casini un Grande Centro fra cristiani e mussulmani? Non si è capito bene cosa ci facesse.
“Oro nero nel paradiso verde”: un giacimento di petrolio è stato scoperto in Ecuador sotto una foresta che presenta “il massimo di biodiversità del mondo”, annuncia “L’Espresso”. Che denuncia la minaccia dello scempio con una serie di foto di estrema povertà indios Waorani confinati nella foresta, e di abbandono della foresta stessa.
Il governo dell’Ecuador ha proposto un baratto all’Occidente, soldi in cambio della rinuncia a sfruttare il giacimento, scrive ancora il settimanale. E aggiunge: “Molte star di Hollywood hanno aderito”. Cinismo?
L’investimento nella Cassa Depositi e Prestiti ha reso alle Fondazioni ex bancarie tra il 2004 e il 2010 il 13 per cento l’anno. Un’esagerazione. Un investimento avversato furiosamente dalle Fondazioni, per prima la Cariplo di Guzzetti di Banca Intesa, perché pensava di dover cedere una qualche unghia del suo parrocchialissimo potere. Il no delle Fondazioni fu all’origine dell’allontanamento di Tremonti dal governo nel 2004.
Le “fondazioni del vescovo” si fecero confortare da ben due sentenze del giudice costituzionale Zagrebelsky. Che da “Repubblica” fa il maestro di democrazia e civiltà.
domenica 29 gennaio 2012
I professori chiudono l’università pubblica
Da Luigi Berlinguer e De Mauro a Monti, in dodici anni all’inizio del Duemila l’università viene smantellata. A opera degli stessi professori. Nonché vati autoimmuni del popolo e del progresso, volgarmente detti cattocomunisti - Monti non è comunista ma cattolico sì (l’ultimo dei Berlinguer del resto, non essendo più comunista, come il professor De Mauro, non si sa cos’è). Interpreti insomma della società civile e del futuro dell’Italia.
Abolire l’obbligo dello studio, come fecero Berlinguer e De Mauro, ha ridotto all’istante le università a esamifici, di quart’ordine - un ponte all’analfabetismo di ritorno. Che s’inventano sciocchi corsi di studio per attrarre iscritti, e tutti gli iscritti promuovono indistintamente per stare su nelle valutazioni. Abolire la laurea, l’incentivo a fare una buona tesi, è abolire l’università, con ogni stimolo residuo a imparare qualcosa, sia pure a scrivere in italiano. Tanto più quando si vuole contemporaneamente che, pur auspicando la scuola pubblica (al cattocomunismo è inerente l’ipocrisia), l’università sia pagata. Pagare per che? Il popolo non è scemo – si potrebbe dire “non è giavazziano”.
Si abolisce la laurea per spuntare le unghie alla burocrazia, esultano gli aedi di Monti. Ma l’ing. dott. prof. Profumo, ministro dell’Istruzione nonché presidente del Cnr, non vuole introdurre l’esame di ammissione all’università? Un altro, con relative commissioni, scartoffie eccetera. È il merito, si pretende. “L’eccellenza non è certificata dal voto”, può ora ghignare beffardo Giavazzi da Boston, c’è chi si diverte così, dopo dodici anni di riforma. No, l’eccellenza sarà certificata dalle banche, dai soldi spesi ogni anno per il diritto allo studio, 12 mila euro alla Bocconi. Oltre che il governo delle banche, Napolitano ci imporrà anche l’università delle banche?
Cosa c’entra il cattocomunismo? Siamo giunti al paradosso (ma è uno scandalo) che due ministre dichiaratamente privatizzanti e solo laureate, Moratti e Gelmini, hanno ricostruito l’università pubblica riparando ai maggiori guasti di Berlinguer-De Mauro: postifici, esami barzelletta, insegnamenti burla. E dandole infine risorse adeguate e un assetto giuridico praticabile. Arriva il rettore prof. dott. ing. Profumo, dal Politecnico di Torino e dalla presidenza del Cnr, e non solo non molla la presidenza ma, d’accordo col professor Monti e l’altra dozzina di professori del governo di Napolitano, abolisce la laurea.
L’università è fatta di ricerca e di studio. Per la ricerca, si dice, non ci sono soldi, e pazienza, ce ne sono in abbondanza oltralpe. Lo studio ora vedrà all’opera diecine di migliaia di professori che non avranno nulla da insegnare perché non ci saranno studenti che vogliano imparare. Senza valore la laurea non è un obbligo, farla al meglio cioè.
Abolire l’obbligo dello studio, come fecero Berlinguer e De Mauro, ha ridotto all’istante le università a esamifici, di quart’ordine - un ponte all’analfabetismo di ritorno. Che s’inventano sciocchi corsi di studio per attrarre iscritti, e tutti gli iscritti promuovono indistintamente per stare su nelle valutazioni. Abolire la laurea, l’incentivo a fare una buona tesi, è abolire l’università, con ogni stimolo residuo a imparare qualcosa, sia pure a scrivere in italiano. Tanto più quando si vuole contemporaneamente che, pur auspicando la scuola pubblica (al cattocomunismo è inerente l’ipocrisia), l’università sia pagata. Pagare per che? Il popolo non è scemo – si potrebbe dire “non è giavazziano”.
Si abolisce la laurea per spuntare le unghie alla burocrazia, esultano gli aedi di Monti. Ma l’ing. dott. prof. Profumo, ministro dell’Istruzione nonché presidente del Cnr, non vuole introdurre l’esame di ammissione all’università? Un altro, con relative commissioni, scartoffie eccetera. È il merito, si pretende. “L’eccellenza non è certificata dal voto”, può ora ghignare beffardo Giavazzi da Boston, c’è chi si diverte così, dopo dodici anni di riforma. No, l’eccellenza sarà certificata dalle banche, dai soldi spesi ogni anno per il diritto allo studio, 12 mila euro alla Bocconi. Oltre che il governo delle banche, Napolitano ci imporrà anche l’università delle banche?
Cosa c’entra il cattocomunismo? Siamo giunti al paradosso (ma è uno scandalo) che due ministre dichiaratamente privatizzanti e solo laureate, Moratti e Gelmini, hanno ricostruito l’università pubblica riparando ai maggiori guasti di Berlinguer-De Mauro: postifici, esami barzelletta, insegnamenti burla. E dandole infine risorse adeguate e un assetto giuridico praticabile. Arriva il rettore prof. dott. ing. Profumo, dal Politecnico di Torino e dalla presidenza del Cnr, e non solo non molla la presidenza ma, d’accordo col professor Monti e l’altra dozzina di professori del governo di Napolitano, abolisce la laurea.
L’università è fatta di ricerca e di studio. Per la ricerca, si dice, non ci sono soldi, e pazienza, ce ne sono in abbondanza oltralpe. Lo studio ora vedrà all’opera diecine di migliaia di professori che non avranno nulla da insegnare perché non ci saranno studenti che vogliano imparare. Senza valore la laurea non è un obbligo, farla al meglio cioè.
Scalfaro, il golpista costituzionale
Il Quirinale è un luogo del tutto anomalo, per l’elezione, la durata, e l’irresponsabilità politica. E questa natura incostituzionale ha subito mostrato con la seconda presidenza, quella di Gronchi, Tambroni compreso, e poi con Segni. Questa anomalia Scalfaro l’ha resa illegale con una chiara deriva golpista. Nell’unico modo in cui un golpe si può attuare oggi in una democrazia, attraverso la giustizia e la stampa (i “padroni del vapore”).
Scalfaro muore da eroe di una certa sinistra perché è stato antiberlusconiano e antileghista. C’è da riflettere quindi al di là di Scalfaro, se un conservatore professo muore icona della sinistra, un giudice pio che comminò la pena di morte a un disertore nel 1943, se non già sotto la Rsi. Ma personalmente ha operato con violenza contro le istituzioni. Ha sciolto due Parlamenti. Ha inventato i governi del presidente. Ha avallato e in molti casi patrocinato la giustizia politica. E ha infine svuotato un movimento democratico forte, consolidato negli anni e in numerosi referendum, per la semplificazione (democratizzazione) della politica e l’autonomia del governo eletto.
Con protervia Scalfaro ha voluto mantenere l’Italia, caso unico fra le democrazia, nell’ingovernabilità. Con conseguenze negative enormi: politiche, costituzionali ed economiche. Lo storico dirà che si deve a quest’uomo in misura prevalente la crisi feroce che nel 1994-95 portò alla cancellazione di un milione e settecentomila posti di lavoro, un’enormità. E in buona misura, per la parte italiana, l’ingovernabilità della crisi in corso da tre anni.
Questo in aggiunta agli errori politici. La Lega, per esempio, in mani sue sarebbe diventata una forza eversiva – fu disinnescata dal Procuratore di Verona Papalia, un meridionale nel feudo leghista, e politicamente da Berlusconi. O il micragnoso “Non ci sto”, mentre avallava la peggiore giustizia politica. E imponeva suoi ministri della Giustizia – come dimenticare l’indimenticabile Mancuso nel suo governo Dini? O i ribaltoni, il bonapartismo delle zie.
I ribaltoni, sette governi in nove anni, in regime elettorale uninominale, avrebbero dovuto essere nella sua “visione”, e in gran parte sono stati, di mano sua, sovrapposti al Parlamento. Si ritenne sconfitto per aver dovuto nominare D’Alema a capo del governo nel 1998 (“il 40 per cento degli italiani pensa ancora che i comunisti mangiano i bambini e un altro 40 per cento ha ancora in casa l’altarino di Stalin”, così ragionava l’uomo), di cui sabotò con asprezza la Bicamerale, il tentativo di innovare la Costituzione, e poi Amato.
Se ha abolito la festa delle forze armate il 4 novembre e ha svuotato il 2 giugno, la festa della Repubblica, è per una visione personalissima del potere. Di uno che rinnega le origini meridionali, e biascica preci alla Madonna, fermando la scorta a ogni chiesa che incontra – ma più a quella del Gesù, che protegge come si sa ultimamente i democristiani. Un asceta dichiarato che pretese nel 1971 la promozione retroattiva agli altri gradi della magistratura, con doppio stipendio fino al 1993, e con doppia liquidazione. Lui che ne era fuori dal 1946, dalla Costituente: un “padre della patria”, certo – di quelli che “la Costituzione è nostra”.
Scalfaro muore da eroe di una certa sinistra perché è stato antiberlusconiano e antileghista. C’è da riflettere quindi al di là di Scalfaro, se un conservatore professo muore icona della sinistra, un giudice pio che comminò la pena di morte a un disertore nel 1943, se non già sotto la Rsi. Ma personalmente ha operato con violenza contro le istituzioni. Ha sciolto due Parlamenti. Ha inventato i governi del presidente. Ha avallato e in molti casi patrocinato la giustizia politica. E ha infine svuotato un movimento democratico forte, consolidato negli anni e in numerosi referendum, per la semplificazione (democratizzazione) della politica e l’autonomia del governo eletto.
Con protervia Scalfaro ha voluto mantenere l’Italia, caso unico fra le democrazia, nell’ingovernabilità. Con conseguenze negative enormi: politiche, costituzionali ed economiche. Lo storico dirà che si deve a quest’uomo in misura prevalente la crisi feroce che nel 1994-95 portò alla cancellazione di un milione e settecentomila posti di lavoro, un’enormità. E in buona misura, per la parte italiana, l’ingovernabilità della crisi in corso da tre anni.
Questo in aggiunta agli errori politici. La Lega, per esempio, in mani sue sarebbe diventata una forza eversiva – fu disinnescata dal Procuratore di Verona Papalia, un meridionale nel feudo leghista, e politicamente da Berlusconi. O il micragnoso “Non ci sto”, mentre avallava la peggiore giustizia politica. E imponeva suoi ministri della Giustizia – come dimenticare l’indimenticabile Mancuso nel suo governo Dini? O i ribaltoni, il bonapartismo delle zie.
I ribaltoni, sette governi in nove anni, in regime elettorale uninominale, avrebbero dovuto essere nella sua “visione”, e in gran parte sono stati, di mano sua, sovrapposti al Parlamento. Si ritenne sconfitto per aver dovuto nominare D’Alema a capo del governo nel 1998 (“il 40 per cento degli italiani pensa ancora che i comunisti mangiano i bambini e un altro 40 per cento ha ancora in casa l’altarino di Stalin”, così ragionava l’uomo), di cui sabotò con asprezza la Bicamerale, il tentativo di innovare la Costituzione, e poi Amato.
Se ha abolito la festa delle forze armate il 4 novembre e ha svuotato il 2 giugno, la festa della Repubblica, è per una visione personalissima del potere. Di uno che rinnega le origini meridionali, e biascica preci alla Madonna, fermando la scorta a ogni chiesa che incontra – ma più a quella del Gesù, che protegge come si sa ultimamente i democristiani. Un asceta dichiarato che pretese nel 1971 la promozione retroattiva agli altri gradi della magistratura, con doppio stipendio fino al 1993, e con doppia liquidazione. Lui che ne era fuori dal 1946, dalla Costituente: un “padre della patria”, certo – di quelli che “la Costituzione è nostra”.
Il senso dell’onore di Scalfaro
Già il 9 maggio 1999, per la sua uscita da Quirinale, si poteva scrivere di Scalfaro:
“Gli anni Novanta, quelli della presidenza Scalfaro, saranno stati nel senso più elevato gli anni della “filotimia”, l’amore dell’onore, che nella Grecia antica insospettiva Tucidide e amareggiava Pindaro. “Uomini troppo presi a coltivare la passione per l'onore”, scrisse il poeta, “seminano nelle città una ben visibile angoscia”. Lo storico, che pure, come Aristotele, poneva nell’onore il fine della politica, ironicamente ricorre alla filotimia per spiegare le tattiche dei tiranni successori di Pericle: l’amore dell'onore angoscia quando è maschera della lotta per il potere.
Alla fine del settennato di Scalfaro la politica è opaca e, se possibile, più corrotta. I cittadini danno volentieri l’8 per mille alle chiese, non danno la metà della modica cifra alla politica, ai partiti che rappresentano l’unica loro possibilità di contare nella vita pubblica. E si è dovuto ripristinare il loro finanziamento d’autorità. Dopo tre elezioni disinvoltamente ribaltate e diecine di referendum senza seguito anche l'ultima illusione democratica, l’esercizio libero del voto, è crollata.
Sparito è anche il senso della giustizia, secondo i suoi più autorevoli esponenti. Come sempre nei casi di licenza, lo strapotere concesso all’ordine giudiziario ne ha favorito le espressioni peggiori, moltiplicandone i limiti e bruciandone gli strumenti. Sarà inevitabile introdurre una qualche forma di controllo sulle Procure, dopo i tanti processi abborracciati o politici. E circoscrivere l’uso dei “pentiti”, benché siano stati e siano utili contro la mafia. La giustizia civile si definisce da sé, i tempi medi di un procedimento essendo raddoppiati nei sette anni di “Mani Pulite” da cinque a dieci anni.
Di questa deriva Scalfaro darà il nome alla storia per esserne anche artefice. Il Quirinale è un luogo privilegiato della politica. Il presidente è eletto dalle Camere ma resta in carica sette anni, inattaccabile, e ha il potere di sciogliere lo stesso Parlamento, nonché di nominare il capo del governo e di gestire, nel senso più ampio del termine, l’ordine giudiziario, di cui presiede il Csm. Ha anche i segni esteriori del potere: il palazzo sterminato del Quirinale, oltre 900 dipendenti diretti, più del doppio della corona britannica, e un bilancio sei volte maggiore dell'Eliseo, la presidenza della grandeur francese.
L’“Economist” definisce Scalfaro amabilmente nel commiato “una governante non necessaria”. Ma nessun presidente, neppure il peggior Gronchi, ha usato come lui del potere…”
“Gli anni Novanta, quelli della presidenza Scalfaro, saranno stati nel senso più elevato gli anni della “filotimia”, l’amore dell’onore, che nella Grecia antica insospettiva Tucidide e amareggiava Pindaro. “Uomini troppo presi a coltivare la passione per l'onore”, scrisse il poeta, “seminano nelle città una ben visibile angoscia”. Lo storico, che pure, come Aristotele, poneva nell’onore il fine della politica, ironicamente ricorre alla filotimia per spiegare le tattiche dei tiranni successori di Pericle: l’amore dell'onore angoscia quando è maschera della lotta per il potere.
Alla fine del settennato di Scalfaro la politica è opaca e, se possibile, più corrotta. I cittadini danno volentieri l’8 per mille alle chiese, non danno la metà della modica cifra alla politica, ai partiti che rappresentano l’unica loro possibilità di contare nella vita pubblica. E si è dovuto ripristinare il loro finanziamento d’autorità. Dopo tre elezioni disinvoltamente ribaltate e diecine di referendum senza seguito anche l'ultima illusione democratica, l’esercizio libero del voto, è crollata.
Sparito è anche il senso della giustizia, secondo i suoi più autorevoli esponenti. Come sempre nei casi di licenza, lo strapotere concesso all’ordine giudiziario ne ha favorito le espressioni peggiori, moltiplicandone i limiti e bruciandone gli strumenti. Sarà inevitabile introdurre una qualche forma di controllo sulle Procure, dopo i tanti processi abborracciati o politici. E circoscrivere l’uso dei “pentiti”, benché siano stati e siano utili contro la mafia. La giustizia civile si definisce da sé, i tempi medi di un procedimento essendo raddoppiati nei sette anni di “Mani Pulite” da cinque a dieci anni.
Di questa deriva Scalfaro darà il nome alla storia per esserne anche artefice. Il Quirinale è un luogo privilegiato della politica. Il presidente è eletto dalle Camere ma resta in carica sette anni, inattaccabile, e ha il potere di sciogliere lo stesso Parlamento, nonché di nominare il capo del governo e di gestire, nel senso più ampio del termine, l’ordine giudiziario, di cui presiede il Csm. Ha anche i segni esteriori del potere: il palazzo sterminato del Quirinale, oltre 900 dipendenti diretti, più del doppio della corona britannica, e un bilancio sei volte maggiore dell'Eliseo, la presidenza della grandeur francese.
L’“Economist” definisce Scalfaro amabilmente nel commiato “una governante non necessaria”. Ma nessun presidente, neppure il peggior Gronchi, ha usato come lui del potere…”
sabato 28 gennaio 2012
L’ottimo scrittore Svevo
L’“ultima sigaretta”, il funerale, la suocera e la cognata, l’uomo, il maschio, che si vuole incapace: tutti i temi di “Zeno” sono in queste prose occasionali, molto buttate lì.
Ciò che fa la “Coscienza di Zeno” non sono i temi, che tanto divertono i critici: non si ride per le situazioni. Le quali non sono indispensabili, si può raccontare tutto, e quelle di “Zeno” non sono specialmente ghiotte. È la scrittura, malgrado i tanti appunti mossi alla sua lingua, che dà corpo e sapore a Svevo.
Italo Svevo, Lettere per la fidanzata
Ciò che fa la “Coscienza di Zeno” non sono i temi, che tanto divertono i critici: non si ride per le situazioni. Le quali non sono indispensabili, si può raccontare tutto, e quelle di “Zeno” non sono specialmente ghiotte. È la scrittura, malgrado i tanti appunti mossi alla sua lingua, che dà corpo e sapore a Svevo.
Italo Svevo, Lettere per la fidanzata
Secondi pensieri - (89)
zeulig
Coppia – È nozione non determinata, e dunque da approfondire. Implica intuitivamente, confusamente, un rapporto egualitario ed esclusivo, una sorta di immedesimazione totale. Ancorata però ad ancora più fragili connotati d’epoca: l’uguaglianza come presupposto e non come obiettivo, quasi concorrenziale, o la sessualità di preferenza all’amicizia come fattore d’unione – una sessualità che però, per quanto spinta, non implica la confidenza, l’abbandono reciproco. E l’intimità intesa come asocialità – all’opposto cioè della famiglia borghese di cui è filiazione, che la famiglia asserviva alla socialità. A metà Ottocento le famiglie misero le tendine alle finestre, un secolo dopo le hanno chiuse.
La coppia è più che altro l’effetto della rendita urbana. Il peso schiacciante del metro quadro nell’economia ha ridotto gli spazi vitali. La coppia è un adattamento al bicamere. Ma anche il bicamere pesa: la più parte dei rapporti di coppia si rompe nei primi cinque anni, quando il mutuo è più oneroso e sconvolge gli stili di vita. È così che la coppia ha ceduto ai singoli, con la monocamera.
Corpo – “Noi non possiamo liberarci dal corpo”, stabilì san Gregorio Palamas, apostolo della vera fede, ortodossa. L’Oriente non ha nudi, l’Oriente dell’Occidente, ma ha il corpo. Se non fosse ritenuto blasfemo si potrebbe anzi dire il corpo l’esicasmo della materia, preghiera laica. A Oriente Dio non sta fuori dal mondo. E il corpo non si limita a subire passivo la divinizzazione, ma vi partecipa. “È esicasta”, aveva spiegato Giovanni Climaco, l’autore del “Κλίμαχ του Παραδείςου”, Scala del Paradiso, “chi cerca di catturare nel corpo l’incorporeo”. Il segreto è l’accettazione del corpo, che sarà classico ma è vivo in quanto è ortodosso. L’esilaramento è tutto qui. Nell’αυτεξυςια, direbbe Palamas: divinizzarsi, autonomizzarsi, pensare diverso, libero.
Il santo prefigura, volendo, l’“Io corporale” di Norman Brown – certo come lui misconoscendo, e come Marcuse, la centralità operaia, della classe, del corpo sociale. Esicasmo è la preghiera assidua, ritmata dal respiro, intesa ad assicurare l’εςιχια, la serenità d’animo. E il corpo è il canto vivente, l’armonia delle sfere. È Spinoza, l’unità del corpo e della conoscenza.
Contro il fondamentalismo ortodosso, Barlaam da Seminara pretese autonomia per il sapere “esterno”, esterno alla fede, sulla base dei Vangeli e di san Paolo. Ma agli esicasti rimproverava di voler mantenere l’intelletto nel corpo. Fu facile a Palamas obiettare che il corpo non è l’opposto dell’anima, e anzi deve avere “una natura conforme a essa”. E che, Dio essendosi incarnato, i doni dello Spirito Santo passano per il corpo, le mani, gli occhi, la lingua.
La resurrezione della carne è venuta prima, tra gli stessi padri del cristianesimo, dell’immortalità dell’anima, tardo recupero platonico. È l’Eterno Ritorno. Che è detto mito e non lo è: è il corpo che non vuole morire. Proprio il corpo, rimasto alla meccanica e destinato per questo a morire, per usura o disfunzione. Il corpo informe anche quando è bello, “gettato lì” direbbe Heidegger, alla rinfusa, interiora, vene, pelle, le stesse ossa e i muscoli che poi si organizzano e lo tengono in piedi, ha volontà coriacea. Sempre in Russia, prima della rivoluzione ma in ambito già materialista, il filosofo F.N. Fëdorov ne progettò la ricostituzione, in quello che Majakovskij chiamerà l’Istituto delle resurrezioni.
Lou Salomé il corpo lega allo spirito, e l’uomo fa così creatore. Filosofia ineccepibile: il corpo racconta meglio l’anima, anche degli artisti. Come l’Elisa di Pietro il Venerabile, “donna tutta e veramente filosofica”. Nietzsche per questo disse Lou “superiore agli altri uomini”, come se lei ne fosse uno.
Il corpo, Lou chiarisce a Freud, le donne lo sanno, “l’essere corporeo, che separa la cosa dalla cosa, la persona dalla persona, sta nel «segreto manifesto» di essere per eccellenza il principio di unificazione dei processi interni e esterni: il nostro corpo non è nient’altro che la parte di esteriorità più vicina a noi, inseparabile dalla nostra intimità, dall’identità; ma noi ne siamo anche staccati, al punto che dobbiamo imparare a conoscerlo, a studiarlo dall’esterno come ogni altro oggetto”.
Uno spettacolo: il corpo “è al crocevia delle pulsioni che ci fanno rompere l’isolamento, per collegarci a tutte le cose, nell’universale parentela dei corpi, come se l’universale parentela si conservasse nel nostro essere fisico, il ricordo primitivo della comune identità, di cui le pulsioni amorose che ci gettano l’uno contro l’altro sarebbero le vestigia”. Hobbes non approverebbe, ma è bello pensarlo. “D’altra parte, si sviluppa in ognuno un’ostilità nei confronti del corpo a seguito della resistenza che oppone la tendenza all’io proprio”. Insomma, c’è “un rapporto equivoco con l’essere corporeo”.
Domenica – La scomparsa della domenica sancisce e nello stesso tempo altera la successione del tempo. Dei suoi diversi usi e quindi della sua sacralità. Che è connessa all’impiego del tempo insieme alla sua scansione, nelle stagioni, negli anni, nelle epoche. Esclude, con la religiosità, una scansione psichicamente evolutiva del tempo, comunque ritmata. Ora il tempo è amorfo – i giorni sono uguali.
La scomparsa della domenica nel week-end è tema degli anni 1930 – di Jünger per esempio. Della polemica anti-massificazione. Il week-end – la disperante Wochenende di Jünger – era ben una conquista sociale di massa, liberando in tutto o in parte anche il sabato, ma áncora l’attività, e quindi la scansione del tempo, a un’ininterrotta operosità, anche se di diverso genere: è una seconda occupazione, è sempre lavoro, è sempre feriale. A differenza della domenica, il week-end è un affaccendarsi – una clausewitziana continuazione del lavoro con altri mezzi.
La religiosità della domenica è perdita minore. Era stata sancita dal concilio Lateranense del 1212, con l’obbligo della messa, e della confessione obbligatoria a Pasqua. Ma la religiosità non ha massa, non ha tempo, l’abolizione della domenica non la colpisce: si applica ad altri tempi, luoghi, divinità – si applica dove vuole. Il tempo no, non si recupera. Nel senso che resta uniforme, poco o niente significante, nel week-end come nei giorni lavorativi.
Matrimonio – È una “forma naturale”, essendosi sempre praticato , in modalità variate.
È in crisi nella sua forma ultima, il matrimonio d’amore. Il cui fondamento e carattere è l’attrazione reciproca e anche l’affettuosità, se non il rispetto reciproco e l’amicizia, un legame comunque volontario e alla pari. Il matrimonio d’amore naufraga oggi con la sua più intensa o intimistica espressione, il rapporto di coppia.
Il matrimonio d’amore è una forma borghese. Della tarda borghesia, quando ha preso a negarsi. Tra le altre coperture, la borghesia ha adottato l’amore. Il matrimonio d’amore finisce quindi con la borghesia. La quale non è un dato negativo ma storico – borghese equivale più o meno a europeo. Finisce con l’Europa, occidentale, laica, illuminista.
Relativismo – Discende dallo scientismo. Fin nelle sue applicazioni minute, per esempio i disturbi della personalità di Newton. Dei quali di dice indifferentemente che fossero l’effetto della sindrome di Asperger (una forma di autismo), o dell’attaccamento disturbato alla madre, o della solita omosessualità latente, o dei suoi esperimenti alchemici, i suffumigi tra i quali passava le giornate. Della sindrome di Asperger si rendono vittime molti fisici peraltro, Einstein per primo, Marie Curie, Paul Dirac, Henry Cavendish, che prese il testimone da Newton. Oltre a Michelangelo, Wittgenstein e altre personalità “strane”.
Di Galileo. troppo solido per essere sezionato come vuole il freudismo, s’intende ora che non fosse né devoto né pio. S’intende a suo vanto. Mentre lo era, devoto e pio, come tutti i credenti, senza metro.
Silenzio – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Ezra Pound. È tema ricorrente della predicazione di Benedetto XVI. Si celebrava di san Giuseppe, di cui non si tramanda una sola parola. È l’ambizione dei mistici: il loro colloquio è col silenzio: “Dov’è silenzio è la voce di dio”.
Costeggia il silenzio di Dio? che però è l’abominazione.
zeulig@antiit.eu
Coppia – È nozione non determinata, e dunque da approfondire. Implica intuitivamente, confusamente, un rapporto egualitario ed esclusivo, una sorta di immedesimazione totale. Ancorata però ad ancora più fragili connotati d’epoca: l’uguaglianza come presupposto e non come obiettivo, quasi concorrenziale, o la sessualità di preferenza all’amicizia come fattore d’unione – una sessualità che però, per quanto spinta, non implica la confidenza, l’abbandono reciproco. E l’intimità intesa come asocialità – all’opposto cioè della famiglia borghese di cui è filiazione, che la famiglia asserviva alla socialità. A metà Ottocento le famiglie misero le tendine alle finestre, un secolo dopo le hanno chiuse.
La coppia è più che altro l’effetto della rendita urbana. Il peso schiacciante del metro quadro nell’economia ha ridotto gli spazi vitali. La coppia è un adattamento al bicamere. Ma anche il bicamere pesa: la più parte dei rapporti di coppia si rompe nei primi cinque anni, quando il mutuo è più oneroso e sconvolge gli stili di vita. È così che la coppia ha ceduto ai singoli, con la monocamera.
Corpo – “Noi non possiamo liberarci dal corpo”, stabilì san Gregorio Palamas, apostolo della vera fede, ortodossa. L’Oriente non ha nudi, l’Oriente dell’Occidente, ma ha il corpo. Se non fosse ritenuto blasfemo si potrebbe anzi dire il corpo l’esicasmo della materia, preghiera laica. A Oriente Dio non sta fuori dal mondo. E il corpo non si limita a subire passivo la divinizzazione, ma vi partecipa. “È esicasta”, aveva spiegato Giovanni Climaco, l’autore del “Κλίμαχ του Παραδείςου”, Scala del Paradiso, “chi cerca di catturare nel corpo l’incorporeo”. Il segreto è l’accettazione del corpo, che sarà classico ma è vivo in quanto è ortodosso. L’esilaramento è tutto qui. Nell’αυτεξυςια, direbbe Palamas: divinizzarsi, autonomizzarsi, pensare diverso, libero.
Il santo prefigura, volendo, l’“Io corporale” di Norman Brown – certo come lui misconoscendo, e come Marcuse, la centralità operaia, della classe, del corpo sociale. Esicasmo è la preghiera assidua, ritmata dal respiro, intesa ad assicurare l’εςιχια, la serenità d’animo. E il corpo è il canto vivente, l’armonia delle sfere. È Spinoza, l’unità del corpo e della conoscenza.
Contro il fondamentalismo ortodosso, Barlaam da Seminara pretese autonomia per il sapere “esterno”, esterno alla fede, sulla base dei Vangeli e di san Paolo. Ma agli esicasti rimproverava di voler mantenere l’intelletto nel corpo. Fu facile a Palamas obiettare che il corpo non è l’opposto dell’anima, e anzi deve avere “una natura conforme a essa”. E che, Dio essendosi incarnato, i doni dello Spirito Santo passano per il corpo, le mani, gli occhi, la lingua.
La resurrezione della carne è venuta prima, tra gli stessi padri del cristianesimo, dell’immortalità dell’anima, tardo recupero platonico. È l’Eterno Ritorno. Che è detto mito e non lo è: è il corpo che non vuole morire. Proprio il corpo, rimasto alla meccanica e destinato per questo a morire, per usura o disfunzione. Il corpo informe anche quando è bello, “gettato lì” direbbe Heidegger, alla rinfusa, interiora, vene, pelle, le stesse ossa e i muscoli che poi si organizzano e lo tengono in piedi, ha volontà coriacea. Sempre in Russia, prima della rivoluzione ma in ambito già materialista, il filosofo F.N. Fëdorov ne progettò la ricostituzione, in quello che Majakovskij chiamerà l’Istituto delle resurrezioni.
Lou Salomé il corpo lega allo spirito, e l’uomo fa così creatore. Filosofia ineccepibile: il corpo racconta meglio l’anima, anche degli artisti. Come l’Elisa di Pietro il Venerabile, “donna tutta e veramente filosofica”. Nietzsche per questo disse Lou “superiore agli altri uomini”, come se lei ne fosse uno.
Il corpo, Lou chiarisce a Freud, le donne lo sanno, “l’essere corporeo, che separa la cosa dalla cosa, la persona dalla persona, sta nel «segreto manifesto» di essere per eccellenza il principio di unificazione dei processi interni e esterni: il nostro corpo non è nient’altro che la parte di esteriorità più vicina a noi, inseparabile dalla nostra intimità, dall’identità; ma noi ne siamo anche staccati, al punto che dobbiamo imparare a conoscerlo, a studiarlo dall’esterno come ogni altro oggetto”.
Uno spettacolo: il corpo “è al crocevia delle pulsioni che ci fanno rompere l’isolamento, per collegarci a tutte le cose, nell’universale parentela dei corpi, come se l’universale parentela si conservasse nel nostro essere fisico, il ricordo primitivo della comune identità, di cui le pulsioni amorose che ci gettano l’uno contro l’altro sarebbero le vestigia”. Hobbes non approverebbe, ma è bello pensarlo. “D’altra parte, si sviluppa in ognuno un’ostilità nei confronti del corpo a seguito della resistenza che oppone la tendenza all’io proprio”. Insomma, c’è “un rapporto equivoco con l’essere corporeo”.
Domenica – La scomparsa della domenica sancisce e nello stesso tempo altera la successione del tempo. Dei suoi diversi usi e quindi della sua sacralità. Che è connessa all’impiego del tempo insieme alla sua scansione, nelle stagioni, negli anni, nelle epoche. Esclude, con la religiosità, una scansione psichicamente evolutiva del tempo, comunque ritmata. Ora il tempo è amorfo – i giorni sono uguali.
La scomparsa della domenica nel week-end è tema degli anni 1930 – di Jünger per esempio. Della polemica anti-massificazione. Il week-end – la disperante Wochenende di Jünger – era ben una conquista sociale di massa, liberando in tutto o in parte anche il sabato, ma áncora l’attività, e quindi la scansione del tempo, a un’ininterrotta operosità, anche se di diverso genere: è una seconda occupazione, è sempre lavoro, è sempre feriale. A differenza della domenica, il week-end è un affaccendarsi – una clausewitziana continuazione del lavoro con altri mezzi.
La religiosità della domenica è perdita minore. Era stata sancita dal concilio Lateranense del 1212, con l’obbligo della messa, e della confessione obbligatoria a Pasqua. Ma la religiosità non ha massa, non ha tempo, l’abolizione della domenica non la colpisce: si applica ad altri tempi, luoghi, divinità – si applica dove vuole. Il tempo no, non si recupera. Nel senso che resta uniforme, poco o niente significante, nel week-end come nei giorni lavorativi.
Matrimonio – È una “forma naturale”, essendosi sempre praticato , in modalità variate.
È in crisi nella sua forma ultima, il matrimonio d’amore. Il cui fondamento e carattere è l’attrazione reciproca e anche l’affettuosità, se non il rispetto reciproco e l’amicizia, un legame comunque volontario e alla pari. Il matrimonio d’amore naufraga oggi con la sua più intensa o intimistica espressione, il rapporto di coppia.
Il matrimonio d’amore è una forma borghese. Della tarda borghesia, quando ha preso a negarsi. Tra le altre coperture, la borghesia ha adottato l’amore. Il matrimonio d’amore finisce quindi con la borghesia. La quale non è un dato negativo ma storico – borghese equivale più o meno a europeo. Finisce con l’Europa, occidentale, laica, illuminista.
Relativismo – Discende dallo scientismo. Fin nelle sue applicazioni minute, per esempio i disturbi della personalità di Newton. Dei quali di dice indifferentemente che fossero l’effetto della sindrome di Asperger (una forma di autismo), o dell’attaccamento disturbato alla madre, o della solita omosessualità latente, o dei suoi esperimenti alchemici, i suffumigi tra i quali passava le giornate. Della sindrome di Asperger si rendono vittime molti fisici peraltro, Einstein per primo, Marie Curie, Paul Dirac, Henry Cavendish, che prese il testimone da Newton. Oltre a Michelangelo, Wittgenstein e altre personalità “strane”.
Di Galileo. troppo solido per essere sezionato come vuole il freudismo, s’intende ora che non fosse né devoto né pio. S’intende a suo vanto. Mentre lo era, devoto e pio, come tutti i credenti, senza metro.
Silenzio – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Ezra Pound. È tema ricorrente della predicazione di Benedetto XVI. Si celebrava di san Giuseppe, di cui non si tramanda una sola parola. È l’ambizione dei mistici: il loro colloquio è col silenzio: “Dov’è silenzio è la voce di dio”.
Costeggia il silenzio di Dio? che però è l’abominazione.
zeulig@antiit.eu
venerdì 27 gennaio 2012
L’ordine dei Casamonica
Si scoprono a Roma i Casamonica, una potente famiglia di rom sinti provenienti dall’Abruzzo che da tempo controllano e tengono in soggezione gli affari dell’area sud-orientale della città. Straricchi, stravaganti e straviolenti, attivi nei furti, nella droga e nel pizzo. Noti da alcuni decenni a tutta la città – il romanzo di Astolfo, “Vorrei andarmene ma non so dove”, in via di pubblicazione, ne tratteggia così un momento di splendore trentasette anni fa: “La cresima della principessa Casamonica s’è tenuta, la figlia del re degli zingari. Ha officiato il cardinale Casaroli. A San Giovanni in Laterano. Si è quindi formato un corteo per Villa Miani, il cardinale in carrozza bombata, con fregi e volute, molto barocca, trainata da sei cavalli bardati su per i tornanti del monte Mario, seguita da Bentley, Rolls Royce e Cadillac. La madre della cresimanda Il Tempo fotografa in scarpine rivestite d’oro, con fiocchetti d’oro fino”.
Solo i carabinieri non lo sapevano? E la Guardia di Finanza? Erano fra i mille contribuenti più ricchi di Roma? Fra i primi centomila? Pagavano qualche tassa, magari il bollo auto delle Ferrari e le Maserati? O è vero quello che si è altrettanto sempre saputo, che il clan manteneva l’ordine nel malaffare? Assicurandosi un occhio benevolo della giustizia in cambio della collaborazione nei casi eccellenti (terrorismo, grande violenza, furti a personalità)? Il ruolo a cui la mafia ambirebbe, di agente dell’ordine.
Solo i carabinieri non lo sapevano? E la Guardia di Finanza? Erano fra i mille contribuenti più ricchi di Roma? Fra i primi centomila? Pagavano qualche tassa, magari il bollo auto delle Ferrari e le Maserati? O è vero quello che si è altrettanto sempre saputo, che il clan manteneva l’ordine nel malaffare? Assicurandosi un occhio benevolo della giustizia in cambio della collaborazione nei casi eccellenti (terrorismo, grande violenza, furti a personalità)? Il ruolo a cui la mafia ambirebbe, di agente dell’ordine.
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (115)
Giuseppe Leuzzi
Sky proietta “Qualunquemente”, il film di un anno fa con cui il comico Abanese, di Olginate in provincia di Lecco, trasporta il suo affarista Cetto La Qualunque in Calabria, lo fa diventare latitante e assassino, autore delle più efferate deturpazioni ambientali, nonché evasore totale, poligamo, spergiuro e stupido, e per questo sindaco del suo paese. Sky fa pagare agli abbonati anche gli ultimissimi nomi in coda alla pellicola, e si scopre così che “Qualunquemente” è finanziato dalla Rai, e dalla Calabria, anzi dalla Calabria Film Commission. Senza tangente?
Uno che parlò male di Garibaldi ci fu: il militare repubblicano Carlo Pisacane. Che doveva comandare la difesa di Roma e restò esterrefatto dalle improvvisazioni e le vanaglorie del futuro generalissimo. Lo scrisse in “La guerra combattuta in Italia nel 1848-1949”, e pubblicò la critica, in Svizzera, nel 1951.
Anche la principessa di Belgiojoso trovò che i triumviri a Roma faceva “minchionerie molte e varie”, come scrisse ai suoi corrispondenti. Roma le sembra la Cina: “Il popolo è lasciato allo scuro di tutto, al che si rassegna… Incapacità, stoltezza, debolezza e vanagloria furente, ecco ciò che regna in Roma”
Spulciando i bollettini di guerra per ricostruire i fatti della Brigata Catanzaro nella Grande Guerra, se ne trovano molti di questo contenuto, di quello del 25 agosto 1917: “Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni da noi conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci. Negl’incessanti combattimenti si distinsero per arditezza e tenacia le Brigate Salerno (89° - 90°), Catanzaro (141° -142°) e Murge (259° e 260°)”. I padani erano in licenza?
Ponente ha il Sud, e scirocco o levante, mai la tramontana. Per questo le idee non sono chiare?
Calabria
“La canzone di gesta “Aspromonte” propone il progetto storico, politico ed insieme geopolitico, dei Carolingi prima e dei Normanni poi, dell’unità storica e geopolitica dell’Europa”, argomenta su “Calabria Sconosciuta”, n.132 Carmelina Sicari che ne è studiosa – l’unica. Niente di meno. Ma non senza argomenti.
Corrado Tumiati, ufficiale medico nella Grande Guerra in forza alla terza Armata, di cui si pubblica “Zaino di sanità”, raccolta di racconti, ha tra i personaggi il muratore poeta calabrese Esco Silvestri, caporale nel 142mo Reggimento Fanteria – che col 141mo costituiva la Brigata Catanzaro. È il suo compagno migliore, brillante e pratico.
La raccolta di Tumiati ha tre racconti a soggetto calabrese. Uno, “Errori”, ricorda la rivolta della Brigata Catanzaro, la notte fra il 15 e il 16 luglio, a Santa Maria La Loggia. Mentre veniva predisposta per l’XIma battaglia carsica dell’Isonzo, detta di Bainsizza (la XIIma sarà detta di Caporetto). Dopo che ininterrottamente per due anni aveva partecipato alle dieci precedenti. A Castelnuovo, Bosco Cappuccio, Oslavia, sul monte Mosciagh, durissimo, sul Cengio, sul San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log. Non per punizione, anzi con grandi elogi e medaglie al merito. Dopo Caporetto la Brigata Catanzaro combatté sul Pria Forà, in Val d'Astico e in Val d'Astico e in Val Posina. Sempre con impegno, e anche con successo: un mese dopo la rivolta la Brigata Catanzaro veniva nuovamente elogiata.
I Ruffo di Calabria, cioè di Scilla, e i Ruffo di Bagnara, quelli del cardinale sanfedista, furono eminenti collezionisti d’arte nel Sei-Settecento. Di raccolte soprattutto di quadri, di qualità, disperse senza traccia nell’Ottocento per via dei terremoti, delle necessità familiari, e del carsismo della storia. La cosa è ora ignota, come le storie di altre grandi famiglie della regione, i Carafa, i Sanseverino.
Non che le cose non si sappiano. Ferdinando Ruffo trae affascinanti tracce da una rapida “consultazione dell’imponente documentazione della famiglia, conservata all’Archiviio Storico di Napoli, e di quella affidata al Sistema Bibliotecario Telematico di Bovalino”. Don Antonio Ruffo di Bagnara principe di Scaletta – sposato in Sicilia e in certo modo nell’isola adottato – fu committente tra gli altri di Rembrandt e Artemisia Gentileschi. Della quale fu pure “protettore negli ultimi e difficili anni di vita”. Nonché collezionista ricercato di Rubens, Breugel, Mattia Preti, Pussin, Borgonone, Salvator Rosa. Il cardinale Tommaso, sempre del ramo di Bagnara, zio del cardinale sanfedista Fabrizio, fu committente appassionata tra Ferrara e Ravenna, legato da stretto rapporto di amicizia con Vivaldi.
I Ruffo di Calabria lasciarono a Scilla una collezione di oltre 1.500 tele. Con opere di Rafaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La collezione fu avviata tra il Sei e il Settecento dal principe Tiberio. O così è da arguire, poiché non si ha documentazione del suo avvio, mentre il lascito di Tiberio al figlio Guglielmo è dettagliato. Tiberio lasciava 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita a 1.500 tele.
C’erano in Calabria quattro teatri d’opera a metà Ottocento. Quello di Catanzaro aveva una stagione di otto mesi, con dieci rappresentazioni. Nel 1845 mise in scena Donizetti, Pacini, Paisiello e Verdi, tra gli altri.
C’era alla stessa epoca un Collegio universitario Italo Greco a San Demetrio Corone.
Quando Giuseppe Musolino fu processato la seconda volta, a Lucca, dopo che era diventato il “Brigante Musolino” universalmente famoso (vendette alcune sue poesie al “Correre della sera”, Pascoli poetò la sua cattura), il perito psichiatrico si diffuse sulla inferiorità etnica dei calabresi in genere.
Lui si difese con questi argomenti: “Eppoi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia”.
Nicola Misasi, scrittore calabrese, sul “Corriere di Napoli” lo disse “un volgarissimo birbante sudicio e puzzolente, ... un assassino feroce, rozzo, senza nessuna educazione, che a mala pena sa scombiccherare qualche lettera mezza in italiano e mezza in dialetto di spropositi”.
C’è anche la categoria “entusiasmo di calabrese”. Ricorre nei ricordi di Gianfranco Contini, premessi al “Baudelaire” di Giovanni Macchia: negli anni 1930 il dr. Cosco, funzionario ministeriale, assolveva “con entusiasmo di calabrese” all’assegnazione delle borse di studio all’estero.
Un discorso non vi è mai preciso, né compiuto. Prevale la fuga (riserbo, complessità, assolutizzazione) adolescenziale. L’indefinitezza (il rinvio) per l’eccessivo impegno. Inconcludente.
Le famiglie Licastro e Alvaro sono impegnate a Palmi, a luglio, in una strenua lotta pe l’onore delle figlie. Una delle quali ha avuto alla maturità un voto più alto dell’altra. Da qui ricorsi, invalidazioni e quant’altro. I capifamiglia sono infatti le massime autorità del locale foro penale. Dove trattano quotidianamente affari di mafia e sangue, a volte truculenti. Sublime leggerezza?
Democrazia come governo dei nullatenenti, quale che sia il loro numero. È l’ultima definizione di democrazia che Aristotele dà negli otto libri della “Politica”, ed è la ragione per cui finisce per criticarla. In piccolo, è quello che succede nella regione dagli anni 1960, da quando si è assorbita la novità, e il potenziale, del suffragio universale.
Cortina si è scandalizzata per essere stata perquisita dagli agenti del fisco a Capodanno. Ma su questo abbiamo la priorità. L’incursione era stata provata a Palmi, anche se lì la stagione dura solo due settimane a Ferragosto, e per lo più sulla spiaggia libera, con gran consumo, sì, ma di caffè e ghiaccioli:
Sky proietta “Qualunquemente”, il film di un anno fa con cui il comico Abanese, di Olginate in provincia di Lecco, trasporta il suo affarista Cetto La Qualunque in Calabria, lo fa diventare latitante e assassino, autore delle più efferate deturpazioni ambientali, nonché evasore totale, poligamo, spergiuro e stupido, e per questo sindaco del suo paese. Sky fa pagare agli abbonati anche gli ultimissimi nomi in coda alla pellicola, e si scopre così che “Qualunquemente” è finanziato dalla Rai, e dalla Calabria, anzi dalla Calabria Film Commission. Senza tangente?
Uno che parlò male di Garibaldi ci fu: il militare repubblicano Carlo Pisacane. Che doveva comandare la difesa di Roma e restò esterrefatto dalle improvvisazioni e le vanaglorie del futuro generalissimo. Lo scrisse in “La guerra combattuta in Italia nel 1848-1949”, e pubblicò la critica, in Svizzera, nel 1951.
Anche la principessa di Belgiojoso trovò che i triumviri a Roma faceva “minchionerie molte e varie”, come scrisse ai suoi corrispondenti. Roma le sembra la Cina: “Il popolo è lasciato allo scuro di tutto, al che si rassegna… Incapacità, stoltezza, debolezza e vanagloria furente, ecco ciò che regna in Roma”
Spulciando i bollettini di guerra per ricostruire i fatti della Brigata Catanzaro nella Grande Guerra, se ne trovano molti di questo contenuto, di quello del 25 agosto 1917: “Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni da noi conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci. Negl’incessanti combattimenti si distinsero per arditezza e tenacia le Brigate Salerno (89° - 90°), Catanzaro (141° -142°) e Murge (259° e 260°)”. I padani erano in licenza?
Ponente ha il Sud, e scirocco o levante, mai la tramontana. Per questo le idee non sono chiare?
Calabria
“La canzone di gesta “Aspromonte” propone il progetto storico, politico ed insieme geopolitico, dei Carolingi prima e dei Normanni poi, dell’unità storica e geopolitica dell’Europa”, argomenta su “Calabria Sconosciuta”, n.132 Carmelina Sicari che ne è studiosa – l’unica. Niente di meno. Ma non senza argomenti.
Corrado Tumiati, ufficiale medico nella Grande Guerra in forza alla terza Armata, di cui si pubblica “Zaino di sanità”, raccolta di racconti, ha tra i personaggi il muratore poeta calabrese Esco Silvestri, caporale nel 142mo Reggimento Fanteria – che col 141mo costituiva la Brigata Catanzaro. È il suo compagno migliore, brillante e pratico.
La raccolta di Tumiati ha tre racconti a soggetto calabrese. Uno, “Errori”, ricorda la rivolta della Brigata Catanzaro, la notte fra il 15 e il 16 luglio, a Santa Maria La Loggia. Mentre veniva predisposta per l’XIma battaglia carsica dell’Isonzo, detta di Bainsizza (la XIIma sarà detta di Caporetto). Dopo che ininterrottamente per due anni aveva partecipato alle dieci precedenti. A Castelnuovo, Bosco Cappuccio, Oslavia, sul monte Mosciagh, durissimo, sul Cengio, sul San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log. Non per punizione, anzi con grandi elogi e medaglie al merito. Dopo Caporetto la Brigata Catanzaro combatté sul Pria Forà, in Val d'Astico e in Val d'Astico e in Val Posina. Sempre con impegno, e anche con successo: un mese dopo la rivolta la Brigata Catanzaro veniva nuovamente elogiata.
I Ruffo di Calabria, cioè di Scilla, e i Ruffo di Bagnara, quelli del cardinale sanfedista, furono eminenti collezionisti d’arte nel Sei-Settecento. Di raccolte soprattutto di quadri, di qualità, disperse senza traccia nell’Ottocento per via dei terremoti, delle necessità familiari, e del carsismo della storia. La cosa è ora ignota, come le storie di altre grandi famiglie della regione, i Carafa, i Sanseverino.
Non che le cose non si sappiano. Ferdinando Ruffo trae affascinanti tracce da una rapida “consultazione dell’imponente documentazione della famiglia, conservata all’Archiviio Storico di Napoli, e di quella affidata al Sistema Bibliotecario Telematico di Bovalino”. Don Antonio Ruffo di Bagnara principe di Scaletta – sposato in Sicilia e in certo modo nell’isola adottato – fu committente tra gli altri di Rembrandt e Artemisia Gentileschi. Della quale fu pure “protettore negli ultimi e difficili anni di vita”. Nonché collezionista ricercato di Rubens, Breugel, Mattia Preti, Pussin, Borgonone, Salvator Rosa. Il cardinale Tommaso, sempre del ramo di Bagnara, zio del cardinale sanfedista Fabrizio, fu committente appassionata tra Ferrara e Ravenna, legato da stretto rapporto di amicizia con Vivaldi.
I Ruffo di Calabria lasciarono a Scilla una collezione di oltre 1.500 tele. Con opere di Rafaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La collezione fu avviata tra il Sei e il Settecento dal principe Tiberio. O così è da arguire, poiché non si ha documentazione del suo avvio, mentre il lascito di Tiberio al figlio Guglielmo è dettagliato. Tiberio lasciava 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita a 1.500 tele.
C’erano in Calabria quattro teatri d’opera a metà Ottocento. Quello di Catanzaro aveva una stagione di otto mesi, con dieci rappresentazioni. Nel 1845 mise in scena Donizetti, Pacini, Paisiello e Verdi, tra gli altri.
C’era alla stessa epoca un Collegio universitario Italo Greco a San Demetrio Corone.
Quando Giuseppe Musolino fu processato la seconda volta, a Lucca, dopo che era diventato il “Brigante Musolino” universalmente famoso (vendette alcune sue poesie al “Correre della sera”, Pascoli poetò la sua cattura), il perito psichiatrico si diffuse sulla inferiorità etnica dei calabresi in genere.
Lui si difese con questi argomenti: “Eppoi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia”.
Nicola Misasi, scrittore calabrese, sul “Corriere di Napoli” lo disse “un volgarissimo birbante sudicio e puzzolente, ... un assassino feroce, rozzo, senza nessuna educazione, che a mala pena sa scombiccherare qualche lettera mezza in italiano e mezza in dialetto di spropositi”.
C’è anche la categoria “entusiasmo di calabrese”. Ricorre nei ricordi di Gianfranco Contini, premessi al “Baudelaire” di Giovanni Macchia: negli anni 1930 il dr. Cosco, funzionario ministeriale, assolveva “con entusiasmo di calabrese” all’assegnazione delle borse di studio all’estero.
Un discorso non vi è mai preciso, né compiuto. Prevale la fuga (riserbo, complessità, assolutizzazione) adolescenziale. L’indefinitezza (il rinvio) per l’eccessivo impegno. Inconcludente.
Le famiglie Licastro e Alvaro sono impegnate a Palmi, a luglio, in una strenua lotta pe l’onore delle figlie. Una delle quali ha avuto alla maturità un voto più alto dell’altra. Da qui ricorsi, invalidazioni e quant’altro. I capifamiglia sono infatti le massime autorità del locale foro penale. Dove trattano quotidianamente affari di mafia e sangue, a volte truculenti. Sublime leggerezza?
Democrazia come governo dei nullatenenti, quale che sia il loro numero. È l’ultima definizione di democrazia che Aristotele dà negli otto libri della “Politica”, ed è la ragione per cui finisce per criticarla. In piccolo, è quello che succede nella regione dagli anni 1960, da quando si è assorbita la novità, e il potenziale, del suffragio universale.
Cortina si è scandalizzata per essere stata perquisita dagli agenti del fisco a Capodanno. Ma su questo abbiamo la priorità. L’incursione era stata provata a Palmi, anche se lì la stagione dura solo due settimane a Ferragosto, e per lo più sulla spiaggia libera, con gran consumo, sì, ma di caffè e ghiaccioli:
L’ottimo italiano Svevo
È il romanzo di Angelina, del gioco a sedurre più scoperto, perfino triviale. Incredibilmente italiano – fa senso leggerlo con le due scritture a fronte, la seconda per rispondere al’accusa di scarsa conoscenza dell’italiano. O mediterraneo: un gioco perpetuo di furbizia, fino al ridicolo. La scrittura, sì, non è manzoniana (ma Manzoni è italiano? Senza passione, nemmeno quella della rettitudine), non è distillata. Ma la letteratura c’è tutta, il mondo si muove. In una Trieste incredibilmente italiana, pur dopo un secolo di Austria: ci arriva lo scirocco.
Italo Svevo, Senilità
Italo Svevo, Senilità
giovedì 26 gennaio 2012
Se il classico è “classico”
Settis definisce il classico come “classico”, cioè un non-concetto, approssimato, falso.
Sarà uno scherzo, per quello che si vuole “misura di tutte le cose”? Da classicista stanco.
Salvatore Settis, Futuro del “classico”
Sarà uno scherzo, per quello che si vuole “misura di tutte le cose”? Da classicista stanco.
Salvatore Settis, Futuro del “classico”
Letture - 84
letterautore
Calvino – “La molle Luna” è una “cosmicomica” inedita, pubblicata un anno dopo la raccolta, su “La Fiera Letteraria” del 27 gennaio 1966. Sulla Luna satellite della Terra che a un certo punto si sfilaccia e bombarda il suo pianeta. Una cosmicomica fredda, come tutto il filone fantascientifico di Calvino: troppo poco sf per i cultori, molto meno coinvolgente degli “abusatori del genere”, alla Ballard.
Una comparazione con Queneau naturalmente non è possibile, ma quanta creatività reale, di fantasia e linguaggio, nello scrittore francese e nell’Oulipo, di cui pure Calvino si dilettava. Al meglio Calvino è un narratore “storico”, per la vena politica che lo ingombrava. Benché sempre su toni non drammatici, poco coinvolgenti. Anche la trilogia fiabesca è di testa.
Dante – È narratore. Teodolinda Barolini, “La Commedia senza Dio. Dante e la creazione di una realtà virtuale” (in originale “The Undivine Comedy. Detheologizing Dante”) prende in parola le pretese di Dante alla verità profetica e, senza intaccare le sue ambizioni e preoccupazioni teologiche, smonta l’ermeneutica che lo stesso Dante ci ha costruito sopra. In termini psicanalitici le sue sovradeterminazioni. Una sorta di sala degli specchi che ne “determina” la lettura. La studiosa di Princeton ne estrae le tecniche della narratività della “Commedia”, il segreto dell’attrazione sempre rinnovata.
Senza gli strumenti linguistici, è quello che fanno i più recenti traduttori della “Commedia”, e in francese Jacqueline Risset, proponendo la “Commedia” tal quale, senza gli apparati. Già Risset aveva proposto un limpido “Dante scrittore” nel 1986.
Dante ha del resto esordito con un romanzo autobiografico, a meno di trent’anni, la “Vita Nuova”.
Si può cioè anche dire il protonarratore italiano, la “Vita nova” costituendo il modello per cui il romanzo italiano sarà asfittico. Un modello tanto più impositivo in quanto è riuscito. Autobiografico già dall’adolescenza, e ben scritto, anche se non rima, forzatamente minimalistico e sentimentale, tutto centrato sull’amore, indirizzato quindi a un segmento dl pubblico, quello femminile. Dante è Dante, ma – o per ciò stesso - il tema resterà imposto dello sdolcinamento di sé, l’infinita autocommiserazione, l’ipocondria.
Barolini e Risset voglino Dante narratore con la “Divina commedia”, ma questa ha agito in Europa. In Italia, trascurata la “Commedia” da Petrarca, il modello è la “Vita nova”.
Della umana commedia si vuole artefice, protagonista e critico (giudice). Dante e Shakespeare, l’incongruo parallelo delle storie comparate della letteratura e di Harold Bloom, viene buono in questo senso. Tra il Superego dantesco e l’effacement del Bardo, un Superautore di cui si dubita l’esistenza. Lo stesso Bloom lo dice: “Shakespeare è ciascuno e nessuno, Dante è Dante” – Shakespeare “ciascuno e nessuno”?
Profeta e messia del suo (nuovo) mondo. Un altro, dopo la Bibbia e i Vangeli, dice d’acchito Borsellino, “Ritratto di Dante”: “L’io dantesco, vale a dire la coscienza della sua individualità, s’impone con un rilievo che non ha confronti nella letteratura mondiale”. Per un’ambizione senza confronti: “Dante si fa giudice di se stesso, degli altri, del potere religioso e politico”, perché si è assunto un compito radicale: “Dante ha conferito alla sua poesia il valore di una terza «scrittura», di un terzo testamento, dopo il vecchio e il nuovo della Bibbia, per di più esteso a tutti gli aspetti della società umana, civile oltre che religiosa”.
Fiaba – È cerebrale. Ma vuole ingenuità.
È cerebrale anche la più bislacca: è costruita per essere bislacca, per quest’altra verità. La “morfologia della fiaba” lascia presupporre un accumulo occasionale. Ma si tratta pur sempre della fiaba registrata, contestualizzata, decostruita – tutte le raccolte di fiabe devono esserlo.
Pasolini – “La passione secondo san Matteo” Gianroberto Scarcia dice “opera comica” (“Poesia dell’islam”). Coerentemente, le tante tragedie scritte o filmate, mitiche, leggendarie, sacre, inclusi “Teorema” e perfino “Salò”, sarebbero un non-Pasolini. Che non può essere. Il classico e il mitico sono una via di fuga dal mondo, ostentata. Sono forzature, logiche e passionali – artificiose. Ma nel culto dell’immagine. Come per i grandi pittori: il senso è nella pittura e non nel soggetto, che viene con la contemporaneità, secondo domanda (mercato) – quanti soggetti sacri non sono opera di bari, ubriaconi, assassini, stupratori.
Nell’intervista (postuma) in tv con Biagi, per la trasmissione “Terza B, facciamo l’appello”, Pasolini si nega: “La tv è un medium di massa. E il medium di massa non può che mortificarci o alienarci”. Però ci va. Per dire che in tv non si è liberi di dire, ma l’essenziale l’ha detto.
Lo stesso Biagi fa una puntata falsa della sua trasmissione. Poiché gli ex compagni di classe sono quelli del liceo di Bologna, e Biagi sa che il ricordo non può essere genuino, tutti sapendo che il ragazzo Pasolini “indicò” il compagno di liceo e amico personale Sergio Telmon alla polizia fascista. Non per la proverbiale “ipocrisia”galantomistica di Biagi. Pasolini ha sempre vissuto questa ambiguità, non traumaticamente.
“Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di «Terza B: facciamo l’appello», trasmissione di Enzo Biagi”, è uno degli ultimi ricordi di Italo Moscati, scritto per il sito Pasolini.net: “Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che coinvolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di «Lotta Continua». Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio”. Per l’ovvio mercato del lutto. La prima battuta di Pasolini fu, ricorda Moscati (ma l’intervista è su tutti i siti) che ritrovare i compagni non era gradevole, che la situazione creata nello studio era “brutta, falsa”.
Pound – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Pound. La stessa Mary ha spiegato che il silenzio di Pound era anche un modo, secondo la legge americana (non rispondendo, cioè), di professarsi innocente.
Sogni - Un primo uso letterario è in Dante da Maiano, che a interpretare un sogni invita Dante Alighieri e altri poeti giovani. Ai quali sottoponeva il suo sogno come “visione”. Tutto costruito cioè, il sogno e, ovviamente, le letture degli amici.
Traduzione - È l’incrocio delle culture, quindi la valvola della cultura stessa, che chiusa deperisce. È recezione di un altro nel proprio, e a questo fine addomestica – può addomesticare – l’originale. Il maggior traduttore italiano è anche ottimo, benché trascurato, poeta: Foscolo. Come romantico, per imporre il suo vero, e come nazionalista ossia vero “traduttore”, sensale tra le culture.
Se ne parla molto, in fondo, perché Croce ha detto la traduzione impossibile. Ma aveva ragione anche lui. Ridurla a veicolo di comunicazione gli dà ragione doppiamente.
È assimilazione. L’opera straniera ha necessariamente una sua estraneità linguistica, in più della personalità dell’autore.
Il linguista Gianfranco Folena nel 1973, “Volgarizzare e tradurre”, Carlo Carena classicista e George Steiner “Dopo Babele”, 1975, hanno sistemato la questione richiamandosi a san Gerolamo, patrono della categoria: senso da senso e non parola per parola. Ma riconoscevano che dagli anni 1940, cioè dall’avvento della linguistica in materia, la questione era stata molto complicata. Con che risultato? Linguisticamente non si può tradurre “Aprile è il più crudele dei mesi” nel Sud-Est asiatico, dove aprile è la stagione dei monsoni, non nel senso di T.S.Eliot, o “Il Principe” in swahili: la mediazione culturale è ineliminabile.
Vent’anni fa si teneva un convengo a Trieste in cui i traduttori venivano chiamati “traslocatori di parole” (“In difesa dei traslocatori di parole”).
letterautore@antiit.eu
Calvino – “La molle Luna” è una “cosmicomica” inedita, pubblicata un anno dopo la raccolta, su “La Fiera Letteraria” del 27 gennaio 1966. Sulla Luna satellite della Terra che a un certo punto si sfilaccia e bombarda il suo pianeta. Una cosmicomica fredda, come tutto il filone fantascientifico di Calvino: troppo poco sf per i cultori, molto meno coinvolgente degli “abusatori del genere”, alla Ballard.
Una comparazione con Queneau naturalmente non è possibile, ma quanta creatività reale, di fantasia e linguaggio, nello scrittore francese e nell’Oulipo, di cui pure Calvino si dilettava. Al meglio Calvino è un narratore “storico”, per la vena politica che lo ingombrava. Benché sempre su toni non drammatici, poco coinvolgenti. Anche la trilogia fiabesca è di testa.
Dante – È narratore. Teodolinda Barolini, “La Commedia senza Dio. Dante e la creazione di una realtà virtuale” (in originale “The Undivine Comedy. Detheologizing Dante”) prende in parola le pretese di Dante alla verità profetica e, senza intaccare le sue ambizioni e preoccupazioni teologiche, smonta l’ermeneutica che lo stesso Dante ci ha costruito sopra. In termini psicanalitici le sue sovradeterminazioni. Una sorta di sala degli specchi che ne “determina” la lettura. La studiosa di Princeton ne estrae le tecniche della narratività della “Commedia”, il segreto dell’attrazione sempre rinnovata.
Senza gli strumenti linguistici, è quello che fanno i più recenti traduttori della “Commedia”, e in francese Jacqueline Risset, proponendo la “Commedia” tal quale, senza gli apparati. Già Risset aveva proposto un limpido “Dante scrittore” nel 1986.
Dante ha del resto esordito con un romanzo autobiografico, a meno di trent’anni, la “Vita Nuova”.
Si può cioè anche dire il protonarratore italiano, la “Vita nova” costituendo il modello per cui il romanzo italiano sarà asfittico. Un modello tanto più impositivo in quanto è riuscito. Autobiografico già dall’adolescenza, e ben scritto, anche se non rima, forzatamente minimalistico e sentimentale, tutto centrato sull’amore, indirizzato quindi a un segmento dl pubblico, quello femminile. Dante è Dante, ma – o per ciò stesso - il tema resterà imposto dello sdolcinamento di sé, l’infinita autocommiserazione, l’ipocondria.
Barolini e Risset voglino Dante narratore con la “Divina commedia”, ma questa ha agito in Europa. In Italia, trascurata la “Commedia” da Petrarca, il modello è la “Vita nova”.
Della umana commedia si vuole artefice, protagonista e critico (giudice). Dante e Shakespeare, l’incongruo parallelo delle storie comparate della letteratura e di Harold Bloom, viene buono in questo senso. Tra il Superego dantesco e l’effacement del Bardo, un Superautore di cui si dubita l’esistenza. Lo stesso Bloom lo dice: “Shakespeare è ciascuno e nessuno, Dante è Dante” – Shakespeare “ciascuno e nessuno”?
Profeta e messia del suo (nuovo) mondo. Un altro, dopo la Bibbia e i Vangeli, dice d’acchito Borsellino, “Ritratto di Dante”: “L’io dantesco, vale a dire la coscienza della sua individualità, s’impone con un rilievo che non ha confronti nella letteratura mondiale”. Per un’ambizione senza confronti: “Dante si fa giudice di se stesso, degli altri, del potere religioso e politico”, perché si è assunto un compito radicale: “Dante ha conferito alla sua poesia il valore di una terza «scrittura», di un terzo testamento, dopo il vecchio e il nuovo della Bibbia, per di più esteso a tutti gli aspetti della società umana, civile oltre che religiosa”.
Fiaba – È cerebrale. Ma vuole ingenuità.
È cerebrale anche la più bislacca: è costruita per essere bislacca, per quest’altra verità. La “morfologia della fiaba” lascia presupporre un accumulo occasionale. Ma si tratta pur sempre della fiaba registrata, contestualizzata, decostruita – tutte le raccolte di fiabe devono esserlo.
Pasolini – “La passione secondo san Matteo” Gianroberto Scarcia dice “opera comica” (“Poesia dell’islam”). Coerentemente, le tante tragedie scritte o filmate, mitiche, leggendarie, sacre, inclusi “Teorema” e perfino “Salò”, sarebbero un non-Pasolini. Che non può essere. Il classico e il mitico sono una via di fuga dal mondo, ostentata. Sono forzature, logiche e passionali – artificiose. Ma nel culto dell’immagine. Come per i grandi pittori: il senso è nella pittura e non nel soggetto, che viene con la contemporaneità, secondo domanda (mercato) – quanti soggetti sacri non sono opera di bari, ubriaconi, assassini, stupratori.
Nell’intervista (postuma) in tv con Biagi, per la trasmissione “Terza B, facciamo l’appello”, Pasolini si nega: “La tv è un medium di massa. E il medium di massa non può che mortificarci o alienarci”. Però ci va. Per dire che in tv non si è liberi di dire, ma l’essenziale l’ha detto.
Lo stesso Biagi fa una puntata falsa della sua trasmissione. Poiché gli ex compagni di classe sono quelli del liceo di Bologna, e Biagi sa che il ricordo non può essere genuino, tutti sapendo che il ragazzo Pasolini “indicò” il compagno di liceo e amico personale Sergio Telmon alla polizia fascista. Non per la proverbiale “ipocrisia”galantomistica di Biagi. Pasolini ha sempre vissuto questa ambiguità, non traumaticamente.
“Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di «Terza B: facciamo l’appello», trasmissione di Enzo Biagi”, è uno degli ultimi ricordi di Italo Moscati, scritto per il sito Pasolini.net: “Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che coinvolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di «Lotta Continua». Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio”. Per l’ovvio mercato del lutto. La prima battuta di Pasolini fu, ricorda Moscati (ma l’intervista è su tutti i siti) che ritrovare i compagni non era gradevole, che la situazione creata nello studio era “brutta, falsa”.
Pound – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Pound. La stessa Mary ha spiegato che il silenzio di Pound era anche un modo, secondo la legge americana (non rispondendo, cioè), di professarsi innocente.
Sogni - Un primo uso letterario è in Dante da Maiano, che a interpretare un sogni invita Dante Alighieri e altri poeti giovani. Ai quali sottoponeva il suo sogno come “visione”. Tutto costruito cioè, il sogno e, ovviamente, le letture degli amici.
Traduzione - È l’incrocio delle culture, quindi la valvola della cultura stessa, che chiusa deperisce. È recezione di un altro nel proprio, e a questo fine addomestica – può addomesticare – l’originale. Il maggior traduttore italiano è anche ottimo, benché trascurato, poeta: Foscolo. Come romantico, per imporre il suo vero, e come nazionalista ossia vero “traduttore”, sensale tra le culture.
Se ne parla molto, in fondo, perché Croce ha detto la traduzione impossibile. Ma aveva ragione anche lui. Ridurla a veicolo di comunicazione gli dà ragione doppiamente.
È assimilazione. L’opera straniera ha necessariamente una sua estraneità linguistica, in più della personalità dell’autore.
Il linguista Gianfranco Folena nel 1973, “Volgarizzare e tradurre”, Carlo Carena classicista e George Steiner “Dopo Babele”, 1975, hanno sistemato la questione richiamandosi a san Gerolamo, patrono della categoria: senso da senso e non parola per parola. Ma riconoscevano che dagli anni 1940, cioè dall’avvento della linguistica in materia, la questione era stata molto complicata. Con che risultato? Linguisticamente non si può tradurre “Aprile è il più crudele dei mesi” nel Sud-Est asiatico, dove aprile è la stagione dei monsoni, non nel senso di T.S.Eliot, o “Il Principe” in swahili: la mediazione culturale è ineliminabile.
Vent’anni fa si teneva un convengo a Trieste in cui i traduttori venivano chiamati “traslocatori di parole” (“In difesa dei traslocatori di parole”).
letterautore@antiit.eu
mercoledì 25 gennaio 2012
Il terremoto di Bertolaso
Scriveva questo sito domenica: “Breve, chiara lettera di Bertolaso al “Corriere della sera” su quanto non è stato fatto per prevenire il naufragio dalla “Concordia” e poi per rimediare. A quando la prossima incolpazione - che fanno i giudici, dormono?”. Presto fatto, ieri i giudici dell’Aquila hanno provveduto. L’incolpazione è semplice: Bertolaso ha provocato il terremoto.
Non l’hanno fatto subito perché lunedì i magistrati non lavorano.
E chi ha fatto il terremoto a Milano? Questo Bertolaso, bisogna tenerlo d’occhio.
Non l’hanno fatto subito perché lunedì i magistrati non lavorano.
E chi ha fatto il terremoto a Milano? Questo Bertolaso, bisogna tenerlo d’occhio.
Pound catto-confuciano
L’introduzione di Mary de Rachewiltz, sette paginette mozzafiato, molto poundiane, rendono impossibile ogni ragionamento critico sul filo conduttore di Colombo, di un “cattolicesimo pagano” in Pound. Anzi, di un “miglior” cattolicesimo sradicato dalla Bibbia e dall’ebraismo e radicato nel politeismo greco-romano. Con l’ausilio di Harold Bloom, del suo “Gesù e Yahvé, e dell’intervista ad Amy Rosenthal con cui Bloom lo presentò al pubblico italiano, sul “Foglio” del 24 dicembre 2005 (“Jahvé contro Jahvé”). Nonché dei tre saggi del filosofo polacco Tadeusz Zieliński raccolti nel 1924 in Francia sotto il titolo “La sibylle : trois essais sur la religion antique et le Christianisme” – una rielaborazione della tesi che Zieliński aveva elaborato a cavallo del secolo, pubblicate a Firenze prima della guerra col titolo “L’antico e noi. Otto letture”, a cura della Società italiana per la diffusione e l’incoraggiamento degli studi classici. Ma prima ancora, andrebbe forse aggiunto, di Marcione, a quanto è possibile arguire dalle ricostruzioni degli eresiarchi e dalla notevolissima, benché non tradotta, interpretazione di Adolf von Harnack, il teologo editore del Codice Purpureo dei Vangeli di Rossano, “Marcion: Das Evangelium vom fremden Gott. Eine Monographie zur Geschichte der Grundlegung der katholischen Kirche”.
Anche il Silenzio del Poeta per quasi trent’anni dopo la guerra Mary riporta, con le parole del priore di San Giorgio Maggiore all’interramento, alla “Voce di Dio”. Pound crebbe con la Bibbia, Mary ricorda ancora opportunamente, la cui pratica era estensiva in famiglia e per tradizione paterna. Ma dal 1906, a 21 anni, borsista a Madrid per la tesi su Lope de Vega che non finirà, visse a contatto col cattolicesimo. E il cattolicesimo poi confonderà, annota la stessa Mary de Rachewiltz nell’intervista che chiude il volume, nel suo specialissimo panteismo confuciano: “Di neo paganesimo si può parlare in quanto Pound non credeva che Dio (“il Dio vero”) fosse monopolio di un popolo o di una religione soltanto. E non riteneva necessario – anzi era contrario agli dei e agli idoli”.
Il “cattolicesimo pagano” in Pound Colombo media da Caterina Ricciardi, che su questa commistione collazionò vent’anni fa gli articoli di Pound per la pagina culturale del “Meridiano di Roma”, nella raccolta intitolata “Idee fondamentali”. E l’ha poi rielaborata nel recente “Ezra Pound. Ghiande di luce”. Colombo la consolida di molteplici tracce. La conoscenza, anche di prima mano, che Pound aveva della patristica e della filosofia medievale, da Scoto Eriugena ai Catari e a Duns Scoto e Riccardo di San Vittore. Una distinta propensione al neoplatonismo e alla gnosi, compreso il ritorno agli “idoli” di Gemisto Pletone. La dottrina sociale della chiesa, molto attenta all’interesse abusivo e all’usura, al feticcio denaro, che entusiasmò Pound per tutti gli anni 1930 e dopo. L’immedesimazione con i fenomeni naturali, della sessualità umana, della fertilità della terra – che attirò a lui, tra gli altri, Pasolini.
In Zieliński, da cui Pound avrebbe mediato negli anni 1920 l’ascendenza pagana del cristianesimo, Colombo s’è imbattuto in uno dei primi “Radiodiscorsi” bellici di Pound all’Eiar, poi Rai – di cui egli stesso ha proposto una scelta nel 1998. In appendice Colombo propone il quadro sinottico della dottrina dell’amore di Riccardo di San Vittore, che Pound s’era costruito in latino e in inglese, e alcuni “inediti”: le sue lettere in italiano a mons. Pietro Pisani e a don Tullio Calcagno, e “Un appunto confuciano per padre Vath”, il cappellano cattolico del capo d’internamento militare di Pisa, che gli aveva dato in lettura il “Catholic Prayer Book” d’ordinanza”. Qui Pound sintetizza con chiarezza il suo catto-confuciansimo.
Andrea Colombo, Il Dio di Ezra Pound, Edizioni Ares pp. 168 € 14
Anche il Silenzio del Poeta per quasi trent’anni dopo la guerra Mary riporta, con le parole del priore di San Giorgio Maggiore all’interramento, alla “Voce di Dio”. Pound crebbe con la Bibbia, Mary ricorda ancora opportunamente, la cui pratica era estensiva in famiglia e per tradizione paterna. Ma dal 1906, a 21 anni, borsista a Madrid per la tesi su Lope de Vega che non finirà, visse a contatto col cattolicesimo. E il cattolicesimo poi confonderà, annota la stessa Mary de Rachewiltz nell’intervista che chiude il volume, nel suo specialissimo panteismo confuciano: “Di neo paganesimo si può parlare in quanto Pound non credeva che Dio (“il Dio vero”) fosse monopolio di un popolo o di una religione soltanto. E non riteneva necessario – anzi era contrario agli dei e agli idoli”.
Il “cattolicesimo pagano” in Pound Colombo media da Caterina Ricciardi, che su questa commistione collazionò vent’anni fa gli articoli di Pound per la pagina culturale del “Meridiano di Roma”, nella raccolta intitolata “Idee fondamentali”. E l’ha poi rielaborata nel recente “Ezra Pound. Ghiande di luce”. Colombo la consolida di molteplici tracce. La conoscenza, anche di prima mano, che Pound aveva della patristica e della filosofia medievale, da Scoto Eriugena ai Catari e a Duns Scoto e Riccardo di San Vittore. Una distinta propensione al neoplatonismo e alla gnosi, compreso il ritorno agli “idoli” di Gemisto Pletone. La dottrina sociale della chiesa, molto attenta all’interesse abusivo e all’usura, al feticcio denaro, che entusiasmò Pound per tutti gli anni 1930 e dopo. L’immedesimazione con i fenomeni naturali, della sessualità umana, della fertilità della terra – che attirò a lui, tra gli altri, Pasolini.
In Zieliński, da cui Pound avrebbe mediato negli anni 1920 l’ascendenza pagana del cristianesimo, Colombo s’è imbattuto in uno dei primi “Radiodiscorsi” bellici di Pound all’Eiar, poi Rai – di cui egli stesso ha proposto una scelta nel 1998. In appendice Colombo propone il quadro sinottico della dottrina dell’amore di Riccardo di San Vittore, che Pound s’era costruito in latino e in inglese, e alcuni “inediti”: le sue lettere in italiano a mons. Pietro Pisani e a don Tullio Calcagno, e “Un appunto confuciano per padre Vath”, il cappellano cattolico del capo d’internamento militare di Pisa, che gli aveva dato in lettura il “Catholic Prayer Book” d’ordinanza”. Qui Pound sintetizza con chiarezza il suo catto-confuciansimo.
Andrea Colombo, Il Dio di Ezra Pound, Edizioni Ares pp. 168 € 14
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