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mercoledì 12 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo – il vaccino è americano (114)

A fine marzo la produzione di vaccini anti-covid veniva così contabilizzata: 229 milioni di dosi in Cina, 164 negli Stati Uniti, 125 in India, 110 nell’Unione Europea, 16 in Gran Bretagna.
La Cina ne  aveva destinati all’esportazione quasi la metà, il 48 per cento, l’India il 44 per cento, l’Unione Europea il 42 per cento. Si tratta in realtà di produzioni non “nazionali”, ma realizzate nelle varie aree in dipendenza dai siti produttivi di case farmaceutiche per lo più americane.
Gli Stati Uniti non hanno esportato nulla, non nella presidenza Trump né in quella Biden – anche in aprile e maggio non hanno esportato. E hanno assorbito una parte delle esportazioni degli altri paesi grandi produttori.
La proposta Biden di liberalizzare i brevetti sui vaccini anti-covid rientra in questa politica, d’incrementarne la produzione anche fuori degli Stati Uniti, dove si produce per l’esportazione e a basso costo, come la Cina e l’India.

Hemingway in cerca della felicità

Una riedizione de “Il vecchio e il mare”, Oscar Mondadori, a cura di Silvia Pareschi, comprende anche questa prima stesura del racconto che valse a Hemingway il Nobel nel 1954, venuta alla luce nel corso del 2020. Il settimanale anticipa il racconto, con la presentazione di Antonio Monda. È, in breve, “Il vecchio e il mare”. Una curiosità quindi. Ma speciale per il titolo. Che riecheggia il diritto costituzionale americano “alla felicità”, ma in Hemigway ha un senso: del bisogno della ricerca (pursuit, che è anche “caccia”), di un continuo stimolo o sfida.
Un racconto che inevitabilmente si lega al suicidio finale, ma sottolinea come nello stile di vita espansivo e quasi sbruffone dello scrittore diventato personaggio la malinconia fosse in agguato sin dagli anni della maturità, e forse dalla gioventù. Una testimonianza in chiave biografica, più che un documento per i futuri esercizi filologici. Ma pregnante: si legge il racconto sotto questo titolo con altro sentimento, come se il marlin impaniato fosse lo scrittore-pescatore.
Ernest Hemingway, La ricerca come felicità, “Robinson”, € 0,50

martedì 11 maggio 2021

Problemi di base asiatici - 637

spock


Bersaglio negli Usa sono ora gli asiatici, li ammazzano i neri e gli ispanici: nel nome dell’antirazzismo?
 
“Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”, Chloé Zao?
 
Ma si premiano solo film asiatici, a Venezia, a Cannes, e negli Usa agli Oscar: c’è un ordine, è un risarcimento?
 
Anche film americani, purché firmati da asiatici?
 
O è un trucco: si premiano film brutti per dire che non c’è niente di buono da aspettarsi dall’Asia?
 
Sarà Chloé la nuova potenza - la Cina che si fa americana?
 
Ma, aggravandosi il confronto, come fare a considerare “alieni nemici” tanti cinesi d’America, dove confinarli?

spock@antiit.eu

Oliver Twist rinasce divertente

Classificato giallo\drammatico, come si conviene a un classico, di Dickens poi, è di fatto mezzo “Ocean’s Eleven”, giallo per ridere, e mezzo Bud Spenser-Terence Hill, botte da orbi. O meglio un terzo e un terzo, in condivisione con Superman, si vola molto. Molto si fa con le tecnologie (si clonano i cellulari, si ascoltano da remoto, su una skyline londinese di grattacieli, luminosi, e quindi Dickens c’è poco, niente dolori, molti scherzi. Anche perché non c’è la questione sociale e la redenzione. Si ruba ai ladri, almeno nel furto in cui Oliver Twist si fa protagonista: il capobanda Fagin, che naturalmente non è più l’ebreo camorrista originario, ex mercante d’arte, si deve vendicare del suo ex socio, che l’ha derubato di tutto, e Twist, cresciuto con la mammina, quando ancora ce l’aveva, a musei e gallerie d’arte, fa del suo meglio.
Nulla a che vedere anche con i precedenti, David Neal, Carol Reed e Polanski. Cento minuti di spensieratezza, senza problemi. La scena e degli stunt, maschi e femmine, del  Fagin di Michael Caine, che fa Michael Caine, e del giovane Rafferty Law, figlio d’arte, che si direbbe, lui sì, l’incarnazione di Twist, sfacciato e onesto.
Martin Owen, Twist, Sky Cinema

lunedì 10 maggio 2021

Pechino sbarca nel Golfo

Gli Stati Uniti si ritirano dal Medio Oriente, la Cina prova, con cautela, a prenderne il posto. Su basi economiche (petrolio e sistema dei pagamenti) e non politiche, tanto meno militari. Ma con decisione, come è d’uso a Pechino: ogni scelta, dopo ponderazione, viene preparata e perseguita con ampia mobilitazione e determinazione.
Dalla “acquiescenza” con Washington nelle guerre di Bush jr. in Afghanistan e Iraq, Pechino è passata vent’anni dopo a un “patto” con l’Iran suscettibile, si fa sapere, di sviluppi militari.
Nel caso, la Cina riesce a tenere i piedi in due staffe, non abbandonando la relazione economica stretta avviata da un dodicennio con l’Arabia Saudita, da quando è il primo importatore di greggio del reame, prima degli Stati Uniti. Dopo la mancata protezione americana nell’attacco dei droni iraniani (yemeniti ma iraniani) del settembre 2019 che portò a dimezzare la produzione di petrolio, l’uomo forte di Riad, Mohammed bin Salman, è passato deciso con Pechino sulle questioni aperte dagli Stati Uniti, degli Uiguri del Sinkinag e di Hong Kong.
È presto per valutare l’esito di questa iniziativa cinese. Gli accordi col regime degli ayatollah  sono sempre incerti – non c’è a Teheran un sistema statale o di potere che garantisca continuità, ma gruppi di interessi in contrasto. Iran e Arabia Saudita si pongono inoltre difensori dell’islam, e la politica restrittiva di Pechino contro le minoranze islamiche potrebbe presto confliggere.
È certo invece il disimpegno americano. Il “retrenchment” militare è parte di un più generale disinteresse americano (Libia, Siria, e il ritiro dall’Afghanistan dopo l’abbandono sostanziale dell’Iraq). Biden mostra di voler sfidare Pechino su ogni fronte, ma non abbandona la politica di disimpegno dal Medio Oriente avviata dalle presidenze Obama, di cui era vice.

Liberateci dalle cronache giudiziarie 1 - Davigo

Un giudice, e uno per il quale tutti gli altri sono colpevoli, che passa documenti riservati a scopo di ricatto politico al presidente grillino della commissione Antimafia in un sottoscala del Consiglio Superiore della Magistratura non è una scena ridicola. È la scena di un crimine. Ma questo non si legge da nessuna parte – in attesa, certo, che “la giustizia faccia il suo corso” (quando, fra qualche anno, si sarà deciso chi dovrà occuparsene). I cronisti giudiziari non hanno il senso del ridicolo, e passi. Ma nemmeno quello della legge, o almeno del diritto.
E i loro giornali? Poi si dice che non hanno credito e nessuno li compra. Perché dovrebbe?

Liberateci dalle cronache giudiziarie 2 – le spie

Renzi che parla con lo spione Mancini nello spiazzo di un autogrill, senza maschera e a voce alta, tanto da imporsi a una gentile insegnante riservata, che aspetta im macchina paziente col suo papà che va e viene dal gabinetto perché ha la diarrea, e nel mentre fotografa tranquilla i due, che si lasciano fotografare, questo invece non è ridicolo e fa scandalo.
In effetti sì, lo scandalo c’è: la gentile e riservata insegnante, riprendendo l’autostrada col babbo ristabilito, nota che la macchina di uno la supera, quella dell’altro no. Segno, arguisce, che l’altro ha invertito la marcia . Segno che l’incontro non era casuale. Una spia di mestiere non ci sarebbe arrivata. – o sì?  
Certo, è possibile che l’altro sia messo a mangiare all’autogrill. Di questi tempi è semiproibito, ma avendo appetito si può sempre fare ai tavolinetti fuori.
Oppure è andata così: che i due facevano scena per farsi riprendere dall’insegnante col babbo, e quando gli strizzoni si sono allentati e lei è ripartita, anche loro hanno chiuso la scena.    .
Una insegnante eccezionale. Eroica, che sta al pezzo fredda benché il babbo abbia uno dei sintomi del covid. Capace di riconoscere lo spione Mancini, che non è un Fedez, uno su tutti i pizzi, né Sophia Loren. Brava poi a memorizzare le targhe delle macchine. E soprattutto a guidare attenta in autostrada, leggendo le targhe delle macchine che la sorpassavano.
È stata brava, certo, a guidare piano: così bisogna fare in autostrada, un po’ di sicurezza.
Che Rai, e che giornali! Che politica!
Ma, stando sulla corsia di destra, stretta fra i tir, ha controllato bene e tutte le targhe del continuo sorpassìo sulle due corsie esterne?
 

La scoperta dell'Italia

Un viaggio nella lentezza. “Impossibile, dirà qualcuno. Invece no. Provate a viaggiare da soli, senza navigatori, senza un passeggero accanto. Lontano dalle autostrade vi toccherà fare il punto quasi a ogni bivio. La mia andatura è, letteralmente, a singhiozzo. Sosta per controllare il radiatore, sosta per buttare giù due appunti, sosta per chiedere la strada,  sosta per controllare le carte, sosta per scattare una foto, Tranne un solo giorno, non ho mai superato la quantità  percorsa da una diligenza, un corriere Inca, o un messo a cavallo del sultano di Costantinopoli”.
È una vera e propria scoperta dell’Italia che Rumiz faceva una quindicina d’anni fa. Su una Topolino del 1955, come una volta si sarebbe fatto a dorso di mulo, invece che a cavallo: un viaggio nella lentezza. La scoperta dell’Italia nascosta, rimossa – “un Pianeta del Silenzio”. Come succede nelle famiglie che si vergognano di qualcosa. Della montagna: le Alpi e gli Appennini. Secondo un itinerario, affisso in esergo, dettagliato, come Rumiz usa prima di mettersi in moto, posto per posto, con dati e curiosità – “Ho un vizio, leggo carte geografiche e le imparo a memoria”.
Un viaggio fantastico nella realtà, le cose, le persone, gli eventi. Pieno anche di cose inconsuete e rare, e personaggi unici, ma narrazioni, immagini, annotazioni a ogni passo nuove e vecchie. Le “presenze”, soprattutto, sono sorprendenti. Annibale un po’ ovunque lungo l’Appennino. La Legio Tebea, di Egiziani che si ammutinarono allordine di uccidere i cristiani e si sparpagliarono per le Alpi – il loro capo, Maurizio, ha dato il nome a St. Moritz. Gli Apuani nel Sannio e i Sanniti nelle Apuane – dove peraltro si parla anche “antico tedesco”. Anche “un viaggio topografico a caccia di toponimi”, che sempre hanno qualcosa da raccontare.
Rumiz sa raccontare – far parlare – le cose. Gli Appennini “dai becchi inconfondibili chiamati «Pen» che migliaia di anni fa hanno dato il nome al tutto e ancora oggi danno il senso al tuo andare.  Monte Pènice, Penna, Pennino, Penne, Pennabilli, Pescopennataro. Li ritrovi dalla Liguria al Molise. Sono le boe di una regata transoceanica…” – e penisola, etc.. O i nomi. Bobbio apre la stura – fino a Babuška e Baba Yagà. O “eremo”: “Il greco dice già tutto. Erema: dolcemente, quietamente, tacitamente, lentamente. Eremazo: sono quieto, silenzioso, melanconico. Eremei: sto calmo, zitto, saldo, immobile”. Con “i fruscianti nomi etruschi – Viesci, Ruscio, Cascia, Pescio”.
L’Appennino è un mondo frastagliato. In pochi km quadrati tra Sarzana e Alessandria, Rumiz può trovare “discendenti da pirati arabi in fuga dai genovesi”, legnaioli, lanzichenecchi di un metro e ottanta reduci da razzie, fisionomie asiatiche, una “Rabbini, ex zona ebraica”, un villaggio “dove usano ancora l’alto tedesco”, “una caserma di dragoni che ha elevato di venti centimetri l’altezza media dei locali”, e “Badi, sul crinale parmense”, dove “perfino i cavalli rivendicano ascendenza unica”. Ma, poi, l’Appennino è la montagna dietro casa. Racconti quindi soprattutto di montagna. Di un cittadino, cosmopolita, che ama e sa raccontare la montagna. I luoghi, le persone. Negli nni si è fatte tute le montagne, dalla Slovenia a Arma di Taggia, da Cervino all’Aspromonte. Con uno speciale talento nell’ìndividuare e raccontare persone e casi eccezionali nell’attività ordinaria, quotidiana.
C’è la natura, sempre rappresentata in azione. C’è la geografia, la storia, e soprattutto l’antropia, l’ambiente umano. Dal vivo e nel ricordo, che qui e là ovunque riemerge. C’è il mito – c’è dappertutto. C’è molta storia. Diego De Castro. Il mondo occitano, l’“arcana cristallizzazione” da Saluzzo alla Catalogna. Di passaggio, microanalisi storiche, politiche, ambientali. Dei luoghi, di forte impatto, analitco e narrativo: la Slovenia, per esempio, Ugliancaldo, Vagli, la “variante di valico”, l’enorme buco sotto l’Appennino tra Bologna e Firenze, e la rovina del Mugello sovrastante. O i ritratti, Joerg Haider come Vinicio Capossela, e i tanti uomini della montagna,. Bonatti, Mauro Corona, Rigoni Stern. Kapuscinski. O Francesco Bider da Biella, un amico di Rumiz dal tempo si Sarajevo, “operaio tessile”, volontario di tutte le guerre, di tutte le spedizioni umanitarie per aiutare le vittime, con “barbone mesopotamico.
Un atlante, a futura memoria. “La devastazione del Piave, disidratato dalla sorgente”. La “Passione” di Erto, sotto la diga funerea del Vajont. “L’orticello veneto” e la nostalgia da spaesamento. Da incontri anche casuali Rumiz sa estrarre vite e storie “eccezionali”: misurate e meravigliate. I siciliani giovani che emigrano in “viaggio speciale”, andando in Germania a sostituire i manovali turchi nel periodo estivo, delle vacanze – vengono dall’agrigentino, in parallelo, il lettore è portato ad associare le immagini, col rassicurante “Montabano” della tv negli stessi anni. I “monti naviganti” sono una visione onirica, dormendo a Rocca Calascio, in Abruzzo. È il paesaggio domestico, infantile, casalingo, trasportato dal mare alla montagna: “Le cime galleggiano su uno strato di nubi fosforescenti, formano un perfetto arcipelago. Una somiglia a Curzola, un’altra a Mèleda, un’altra ancora a Brazza. Ma sì, l’Appennino è solo una Dalmazia senza il mare. Sognerò un transatlantico pieno di orchestrine, in viaggio tra neri promontori. L’epifania dei monti naviganti”.
È la scoperta del Sud forse più che della montagna. Delle Alpi si è detto tutto. Della variate di valico che ha distrutto mezzo Appennino tosco-emiliano pure. Restava da passare “il muro di Ancona” del comico Ferrini. Scoprire le Marche interne, il Molise, la Basilicata, un po’ di Calabria.
Con alcune curiosità d’autore. I suoi Slavi qui inquietano Rumiz. Che si trova il più spesso a pensare in termini di Dalmazia. La genealogia del liuto, dall’arabo Al Hud, uscio, cavità risonante, è un racconto.
Si riedita in economica un viaggio presto diventato un classico, la raccolta delle corrispondenze per  “la Repubblica” l’estate del 2006. Dell’Italia dimenticata e quasi cancellata dall’incuria e gli abbandoni – o dalla disattenzione? Con molte foto, pregnanti come il testo (purtroppo non ben riprodotte), di Monica Bulaj.
Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, pp. 343, ill. € 12

domenica 9 maggio 2021

Problemi di base - 636

spock


“La condanna non è una prova”, J. Giono?
 
“Niente di ciò che esce dall’uomo è frivolo agli occhi del filosofo”, Baudelaire?
 
“Il saggio non ride che tremando”, Joseph de Mastre?
 
“Il riso umano è intimamente legato all’accidente di una caduta antica, di una degradazione fisica e morale”, Baudelaire?
 
“Il comico è un elemento condannabile di origine diabolica”, Baudelaire?
 
“Dio ti ha dato due orecchie e una lingua perché tu ascolti più che parlare”, San Bernardino da Siena?


spock@antiit.eu

Roma, Italia, 2020, in festa con i morti

Un grottesco - in cui lo steso Pietro Castellitto si ritaglia il ruolo motore, uno dei ruoli motore, dell’assistente universitario sbrigativo, disilluso e licenziato che va a mettere una bomba alla tomba di Nietzsche, fotogrammi di inizio e fine del racconto - su Roma e l’Italia in questi anni 2020. Che con i sottotitoli al romanesco stretto, non più l’italiano del cinema, della Rai, ma un dialetto, sarebbe stato un pugno  nell’occhio ancora più violento, ma già così basta: tutti si divertono un mucchio, distruggendosi a vicenda, morendo anche.
Il racconto è delle vite parallele dei “bene”, ricchi, intellettuali, grandi professionisti, medici, registi, scrittori, avvocati, e degli ex borgatari degli “ahò?”, “signora mia!”, “ ‘a stronzo!”, ora al governo a Roma, armaioli, nazisti (Giorgio Montanini sembra il gemello di Giuliano Castellino, il capo di Forza Nuova a Roma, impressionante), trafficanti d’armi, che s’incontrano per un paio di casualità, una procurata dall’assistente sbrigativo in cerca della bomba per Nietzsche, e si divertono un sacco, in modi agghiaccianti, s’abboffano o s’ubriacano,  muoiono, si dilaniano anche, e non lo sanno.
Un Ettore Scola, “La famiglia”, “La terrazza”, con cattiveria questo esordio di Pietro Castellitto. Con un po’ di convinzione, in aggiunta al divertimento, con un po’ di misura, era un capolavoro. Resta un reperto d’epoca oltre che spettacolare. Coi ritmi giusti, cioè veloci, recitato da tutti come a scolpirsi, con ferocia si direbbe, mai rituali: Popolizio, Montanini, Gerardi, Marchioni, Cassini, Paone, il professore barone, Manuela Mandracchia, incredibile regista, e Anita Caprioli per la parte bene, le debuttanti Giulia Petrini e Liliana Fiorelli “le mogli” dei supergasati borgatari, Marzia Ubaldi, la mamma svanita. Raccontano pure gli esterni, la campagna di Lipsia in avvicinamento alla tomba di Nietzcshe, tutta Osta nei dettagli, bar, piazze, lungomari, pontili, e Fiumicino, col placido laghetto dei fenicotteri rosa a Cerveteri vittimizzato per le feste truculente con polgino di tiro dei nazicoatti.
Pietro Castellitto, I predatori, Sky Cinema

sabato 8 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo – dell’abbondanza (113)

Melinda Gates disperata per le infedeltà del marito Bill si rifugia con i figli, Jennifer, 25 anni, Rory, 22, e Phoebe, 19 anni, a Calivigny, isola di Grenada che la rete dice “in vendita” (ora in affitto), in cerca di un po’ di pace. Al costo di 132 mila dollari al giorno.
Ad aprile solo 266 mila i nuovi posti di lavoro, invece del milione atteso, come già a marzo. Mentre molte imprese denunciano difficoltà a reperire manodopera. Tra marzo e aprile sono entrati in funzione i nuovi “ristori” decisi del presidente Biden, 1.900 miliardi di dollari. “L’entità degli aiuti federali, sommata ai sussidi di disoccupazione normali, può raggiungere il 130 per cento dei salari per molti lavori manuali” – Federico Rampini, “la Repubblica”.
L’apertura di un sindacato nel centro Amazon di Bessemer in Alabama è stata bocciata dai lavoratori. Dei 5.800 dipendenti ha votato poco più della metà. Che a maggioranza, pur contando 500 voti annullati, con 1.789 no contro 738 sì, ha bocciato la proposta. Non è un caso unico: il sindacato è stato bocciato, negli Stati americani del Sud, anche negli stabilimenti Volkswagen, Mercedes, Nissan e Bosch.
Benché in uno Stato depresso, l’Alabama, e in un’area a forte disoccupazione, Amazon paga salari da 15 dollari l’ora.

Giono anticipa Fo, e Truman Capote

“Il presidente, l’assessore, i giudici, l’Avvocato generale, il procuratore sono uomini la cui onestà e dirittura non possono essere sospettati. Hanno la convinzione intima che l’Accusato è colpevole. Io dico che questa convinzione non mi ha convinto. Assassinio a parte, tutti sono d’accordo nel riconoscere che Gaston D…. è un grande carattere. Forse prepotente, cafone e crudele,  ma incontestabilmente coraggioso, fiero e intiero. Una ipocrisia molto fine, Rinascimento italiano. La Corte, i giudici vestiti di rosso, i gendarmi e i soldati non lo impressionano…”. In un processo di “parole” : Gaston D. conduce il processo “malgrado il suo vocabolario ristrettissimo (per tutt il tempo del dibattimento si è servito di trentacinque parole. Non una di più, le ho contate)”.
La cosa tormenta Giono, che la riprende più volte, è la sua chiave del processo - Giono anticipa Fo, tra chi ne poche parole e chi ne ha molte: “L’Accusato non ha che un vocabolario da trenta a trentacinque aprole, non di più (ho fatto il conto su tutte le frasi che ha pronunciato nel corso delle udienze).  Il Presidente, l’Avvocato generale, il procuratore, etc., hanno, per esprimersi, migliaia di parole”. E ancora: “Un Accusato che disponesse di un vocabolario di duemila parole sarebbe uscito più o meno indenne da questo processo. Se, in più, fosse stato dotato del dono della parola e di un po’ di arte del racconto, sarebbe assolto. Malgrado le confessioni. Ho chiesto se queste confessioni erano state riprodotte fedelmente nei verbali. Mi è stato risposto: Si, fedelmente. Li si è soltanto messi in francese”. Li si è “tradotti”.
Un “legal thriller” di campagna, di ex pastori ex servi. Gaston D., l’Accusato, che il processo vuole soltanto condannare, è “figliolo naturale di una serva che si diceva essere stata piemontese (padre sconosciuto), nato nella portineria di questo palazzo di giustizia dove ora lo si giudica”. Era la serva del portiere del palazzo. Della giuria, che non ha mai preso un appunto né posto una domanda, Giono si limita a dire, all’ultima riga: “Bisognerebbe anche poter parlare dei giurati”.
Un affare brutto, bruttissimo: una coppia inglese in gita nell’Alta Provenza e la loro bambina trucidati, in tempi diversi, nel campo dell’Accusato, Gaston Dominici, che a un certo punto confesserà di essere l’autore dei delitti, e sarà accusato da due figli e un nipote. L’accusato e un dei figli in udienza ritratteranno. Le nuore testimonieranno in favore dell’accusato. Nel nipote ventenne, anche lui uno dei sospettati dell’eccidio, che accusa il nonno Giono sconcertato vede la personificazione della bugia – cioè il nessun senso della verità, per cui non può dire che bugie.
Un processo sbagliato, impiantato male, condotto malissimo. “Un processo di parole, non c’è alcuna prova materiale, in un senso o nell’altro; non ci sono che parole”. Senza movente, non nel processo, e senza nemmeno una dinamica convincente. Con interrogatori in aula da teatro dell’assurdo. Gaston Dominici è quello che aveva ritrovato i cadaveri la mattina, che ne aveva avvertito la Gendarmeria. Sarà condannato a morte, ma la condanna sarà presto commutata (presidente Coty) in ergastolo, per le condizioni insolite del processo (non era convinta nemmeno la pubblica accusa), e poi (presidente De Gaulle, cinque anni e mezzo dopo la condanna) in grazia.  
Il resoconto di Giono è sempre vivo. Embrione del grande successo di Truman Capote, “A sangue freddo”. Il presidente ricorda i troppi presidenti impressionabili dei processi per il “mostro di Firenze”, dove si diceva tutto e insieme il contrario, la colpa era nelle facce.

Le “note” sono le quattro corrispondenze che Giono scrisse per la rivista “Arts”nel dicembre del 1954. Dopo il processo e la condanna a morte di Gaston Dominici.
Entrambe le edizioni sono corredate del “Saggio sul carattere dei personaggi”, che Giono pubblicò un anno dopo. Un repertorio di estremo interesse dell’Alta Provenza ai suoi anni, che si legge come un romanzo di ambiente. Il romanzo che non c’è dell’Alta Provenza com’era ancora sessant’anni fa, di caratteri tutti “originali” – nuovi, cioè veri. Molto lontana dalla Provenza urbana e costiera, e anzi a questo mondo chiusa, quasi ostile.
Jean Giono, Notes sur l’affaire Dominici, Folio, pp. 115 € 2
L’affaire Dominici
, Sellerio, pp. 132 € 8

venerdì 7 maggio 2021

Ombre - 561

Unicredit e Bpm dopo Intesa: le banche lavorano di meno, con i lockdown a catena, e guadagnano di più. Miracolo? La banca meno lavora e meno danni fa?

Intervista militante, incalzante, Zunino su “la Repubblica” la ministra dell’Università, la ex rettrice di Milano-Bicocca Maria Cristina Messa, sui concorsi universitari. Fare piazza pulita delle commissioni a ordinario. Ridurre o eliminare le autonomie degli atenei. Eliminare i localismi e i privilegi. Ma la ministra è cauta, e anzi, a leggerla tutta, dice il contrario: l’autonomia è buona e fa bene, i concorsi si fanno e si rifanno (“io l’ho fatto dieci volte”), il merito vince. “Adelante, con juicio”. O: il governo Draghi non è la rivoluzione.

 
Quale che sia la verità dell’affare Storari-Davigo, e della loggia coperta dell’avvocato Amara, la volgarità è alluvionale. Per lo squallore dei personaggi, delle loro motivazioni. Per l’equivoco avvocato, denunciatore seriale senza effetti. Per il rispetto dei media: non un solo commento critico. Per esempio sulle Procure, finora tre, che si contendono l’indagine.
 
E la “Loggia Ungheria”? Se c’è, va accertata. Perché, se non c’è, allora Amara va chiamato a rapporto.
 
L’avvocato Amara ha messo dentro la loggia Ungheria tutti - tutti quelli di cui ha sentito parlare. Gente di diritto soprattutto. Con qualche nome noto di massone, tipo Giancarlo Elia Valori. Il “Corriere della sera”, volendo dare la misura dell’avvocato, dice che alcuni sono morti da tempo. Tra questi l’attivissimo, in Corea (del Nord), Cina, etc., Valori. Non ci sono più santi?
 
“Da Mani pulite ai dossier misteriosi”: sullo stesso giornale Buccini, pure uno non succube, fa dell’intemperante giudice Davigo un pilastro della saggezza e della sapienza giuridica - aristocratica, lomellina. Il giudice ne ha dette tante,  e si sa come la pensa – “non esistono innocenti ma colpevoli ancora non scoperti” – ma è un animo nobile. Leggere per credere:
https://www.corriere.it/politica/21_maggio_06/davigo-mani-pulite-dossier-misteriosi-ascesa-caduta-duro-toghe-2484aff6-add9-11eb-a291-9e846c3a1f8f.shtml
   
Fa senso nella vicenda Storari-Davigo che persone che hanno fatto carriera su indagini e accuse inventate o sballate, siano presentati come vestali sacre del diritto e inflessibili – incorrotti, intemerati - ministri della legge. Magari capitalizzata ai talk-show e sui media devoti.
 
Fa pena il presidente della Repubblica Mattarella, nonché presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che per salvare l’onore della corporazione si appella alla memoria del giudice Livatino. Non c’è altro buon esempio che quella che la chiesa ha certificato.
 
Fa senso che il movimento 5 Stelle sia affidato a Conte, un democristiano naturaliter, che in queste settimane d’investitura ha lavorato da democristiano vero, doc. Il comico Grillo, cui si deve l’investitura, e i suoi followers, volevano solo sostituirsi ai democristiani.
Non hanno fatto altro in tutti questi anni, dopo che si sono sostituiti, che dare mance, e gestirle.
 
Gli assassini del brigadiere dei Carabinieri Cerciello sono stati condannati all’ergastolo, ma sono dei galantuomini. Si può leggere nella cronaca della sentenza sul “Corriere della sera”. Sono stati condannati, sì, ma:
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/21_maggio_05/omicidio-cerciello-sentenza-hjorth-elder-condannati-all-ergastolo-1c1320b0-ad83-11eb-a291-9e846c3a1f8f.shtml
Gli avvocati dei due assassini sono importanti? Sono confidenti apprezzati dei cronisti giudiziari? La famiglia di uno dei due lo è? I due saranno stati condannati per qualche motivo?

Ma quanto s’imparava al ginnasio

La scuola di una volta in un racconto corale. Un anno di vita a scuola, al ginnasio, tra quindicenni, tra interrogazioni, flirt e scrutini, e professori stanchi, tra concorsi a perdere e ritorni di fiamma, anche con ex allieve – senza scandalo, a Milano.
Forse non il romanzo della scuola, come si propone. Resta, nel fondo, il romanzo di Milano al tempo della “nebbia in val Padana”, della “efficiente superautorimessa” al gusto “di petrolio e affini”, e della campagne fiorite appena fuori città. Con gli amoretti, dei ragazzi e dei professori – a Musocco di preferenza (ma non è il luogo del cimitero?)..
Un libro che si è cercato, con qualche problema, e si è letto, per un qualche motivo – una segnalazione, un collegamento a interessi noti – che alla lettura non si scopre. Una cosa ben scritta, Corti era già all’epoca, 1966, filologa di lungo corso e molti meriti. Ma, alla fine, un raccontino allungato a trecento pagine. Un debutto – Corti ha all’attivo altri racconti più sostanziosi.
Però: quanto s’imparava al ginnasio-liceo di una volta, quando era l’unico veicolo per l’università e una professione. Maria Corti rimemora la sua esperieza d’insegnante, nel mentre che – come alcuni dei suoi personaggi – faceva i concorsi a cattedra universitaria. Con indulgenza, anzi con affetto. Per i “colleghi” e per gli studenti, qui ginnasiali, quindi sui quindici anni – dopo s’intravedono perticoni, un po’ curvi, rannuvolati. Con una vena anche satirica. “Scatola a sorpresa”, il viaggio a Roma al ministero di viale Trastevere, è un piccolo capolavoro. “Il ballo dei sapienti”, dei conferenzieri per conferenzieri, anche – ma più scontato.

Maria Corti, Il ballo dei sapienti

giovedì 6 maggio 2021

Problemi di base di Borsa - 635

spock

Nel giorno in cui emerge primo gruppo europeo, Stellantis perde a piazza Affari ben 4 punti, un record: c’è una ratio?
 
Banca Intesa annuncia utili record nei primi tre mesi, a 1,15 miliardi, “ai vertici del settore in Europa”, e niente, quotazione piatta?
 
Unicredit non fa niente, e sale in Borsa ogni giorno del 4 e del 5 per cento: in attesa della zavorra Mps che il Tesoro gli sta imponendo?
 
Si magnifica Acea vendendo cara l’acqua: di che vantarsi?
 
A.S. Roma si compra Mourinho, a caro prezzo, e sale in Borsa del 21, e poi del 10, per cento: ha vinto qualcosa?
 
È utile mettere i soldi in Borsa: per chi?


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Cinecittà a Hollywood-Corea

Una tranche-de-vie. Di una coppia giovane, immigrati coreani, “sessagisti” dei polli per dieci anni in California, che provano a cambiare vita e fortuna, mettendo a coltura un terreno abbandonato nel profondo Arkansas, tra “i bifolchi”, tutti in qualche modo suonati. Mettendosi a coltivare verdure “coreane”, cioè al gusto coreano. Non c’è l’acqua, bisogna trovarla. Ci vuole un trattore, quindi ci vuole un prestito. Il bambino ha problemi di cuore, quindi ci vogliono cure – ma qui tutto va bene. La nonna, svanita, causa catastrofi senza fine. La parrocchia non aiuta, gli altri parrocchiani sono e stanno peggio. Insomma, due ore di disgrazie. I grossisti che si erano impegnati a ritirare il raccolto si tirano indietro. La coppia decide di dividersi, ma poi forse no  - malgrado tutto, siamo ancora in chiave di American Dream.
Una copia - non in bella: è incredibile come il neo realismo sia rivissuto in Asia, soprattutto in Corea. Da asiatici però americani. Anzi, si professi il nuovo cinema americano, sempre in testa da qualche anno agli Oscar – dopo l’ondata  latina:  “Parasite”, “Nomadland”, questo “Minari”, il prezzemolo coreano. In chiave minimalista, sommessa. E della rassegnazione, senza sovversione: all’epoca dei disincanto, anzi della crisi. Ma strappalacrime, a effetto, e poco immaginativo – il neo realismo è “poetico”.
Lee Isaac Chung,
Minari