Cerca nel blog

giovedì 21 marzo 2019

Potevano non sapere – il segreto di Pulcinella


Dell’avvocato di sapeva. Dell’assessore Berdini pure, che si era dimesso per questo. Però non si diceva – poco, solo di Berdini, che però, vista la mala parata, si è eclissato. La “stampa”, che volentieri è scandalistica, si è fermata a Roma, al Campidoglio. Fascino della sindaca? Interessi dei padroni immobiliaristi - padroni dei giornali? Traffico delle influenze – posti, consulenze, bella gioventù?
Sapeva naturalmente la sindaca: lo sapeva come tutti, se non d’ufficio – altrimenti che ci sta a fare? E sapeva Di Maio, che casca dal pero: un capo partito e vice capo di governo che non sapeva nulla dell’appalto, dell’unico appalto, del suo partito, la cosa non depone a suo favore.
Ora si sa che Camillo Mezzacapo non era il mediatore, solo il collettore. Mediatore è un studio di ben altro spessore. Con contatti al più alto livello con la dirigenza della Roma e col vecchio vertice 5 Stelle – ma davvero il capo dei 5 Stelle è Di Maio? Ma non si dice. In attesa che la Procura faccia un passo avanti?
Questo è lo snodo principale dell’affare stadio: oltre che il non sapere, va segnalata nel caso la caduta improvvisa del brocardo ambrosiano “non poteva non sapere”, che tanta giustizia ha mietuto in Italia. Specie a opera, appunto, della Procura di Milano, quando si trattava di abbattere l’autonomia del politico. Nella quale brillava proprio Ielo, oggi Procuratore della corruzione a Roma. Che infine, sapendolo tutti, non ha potuto non denunciare il Campidoglio. Ma proteggendo appunto Raggi e Di Maio: loro “possono non sapere” – nonché Grillo, che è all’origine dell’affare.
L’opera distruttrice dell’antipolitica non è completata? Che altro vuole dall’Italia che ha disossato?

Renzi alla corte di Francia


Parte da Parigi l’attacco di Renzi a Zingaretti. A ogni ipotesi di rilancio del Pd, che pure è ancora il suo partito. Non c’è un fronte antisovranista che Macron possa organizzare, da Tsipras agli spagnoli, il voto europeo sarà dappertutto nazionale. E comunque Renzi non rappresenta nulla, altro che se stesso. Si è fatto vedere a Parigi solo per dispetto.
Renzi dice di averlo detto a Zingaretti, ma il suo viaggio a Parigi, alla corte di Macron, è un siluro, un inizio di scalzamento. Macron è un politico di destra, e non rappresenta nulla per l’Italia, nulla di buono. Nell’immaginario italiano, per l’elettore: il riflesso condizionato a sinistra è anti-Macron. Il tipo francese che rinfocola disagi e astio fuori dall’esagono, non soltanto in Italia. Ipocrita: ributta gli africani su Ventimiglia col manganello mentre si finge samaritano soccorritore contro il governo italiano. Presuntuoso: s’immagina grande leader mondiale, con Xi, con Trump, con Putin, con i sauditi, con Angela Merkel, che abbozzano ironici per contenerne l’invadenza. Subdolo: cerca, con incontri, vertici, conferenze, e con manomissioni militari che non sono un segreto per nessuno, di impadronirsi della Libia, contro ogni interesse italiano. Sabota gli investimenti italiani in Francia.
Renzi a Parigi personalmente non ottiene nulla – fare il cortigiano di Macron non lo aiuta, tanto più per il suo pessimo francese, ridicolo. Ma ottiene di danneggiare il Pd.
Lo scopo lui stesso manifesta col parallelo siluro sulla politica delle frontiere sicure – in arte militare si direbbe un fuoco di sbarramento: non contro un obiettivo ma per marcare il terreno e preparare l’offensiva. Contro gli accordi di Minniti in Libia proponendo la politica delle porte aperte di Matteo Orfini. La politica di Orfini… - di Orfini?
L’attacco a Minniti è espediente. Minniti – che pure è stato sottosegretario di Renzi alla Sicurezza - in qualche modo aveva limitato gli sbarchi. La “dottrina Orfini” finge di credere alle narrazioni di lager e torture in Libia a carico dei poveri baldi africani, ma giusto per far capire che il Pd è il partito delle porte aperte. Per non farlo votare.
Forse Renzi non è un politico, benché Scalfari lo benedicesse la domenica. O è uno perfido. Magari si accontenta di raccogliere il Pd al 10 per cento a maggio dopo il voto, invece del 20 che cominciava a prospettarsi.

Europa iperprotezionista, mercantile

La più protezionista è l’Europa. Anzi peggio, mercantilista: ogni paese dell’Unione lavora al proprio vantaggio a danno di altri. Si può comprare dappertutto e investire, negli Usa meglio che ovunque in Europa, anche in Cina, perfino in Russia, ma non in Germania o in Francia.
Non c’è un investimento italiano in Francia che sia andato a buon fine, dai Quattro Condottieri favoleggiati negli anni 1980, Agnelli, De Benedetti, Gardini, Berlusconi, agli accordi recenti tra Fincantieri e Stx, e tra Essilor e Luxottica. Sempre la parte francese lavora per sabotare gli accordi sottoscritti quando ne aveva bisogno, sempre il governo francese sostiene il sabotaggio, sempre Bruxelles sostiene Parigi.
In Germania gli investimenti semplicemente non si possono fare. Se si eccettua Triumph Adler, una società di macchine da scrivere fallita, che fu rifilata a De Benedetti, per le cure inutili di Franco Tatò – un’operazione ridicola. Chi ci ha provato è stato respinto senza scuse. Dai governi -  socialdemocratici e cristiano-democratici ugualmente - non dagli azionisti. Dalla Continental (Pirelli) a Commerzbank (Generali), e Opel. Opel nel 2009 non poté essere rilevata dalla Fiat, Angela Merkel non volle, General Motors ha dovuto sostenere altri otto anni di perdite, finché Peugeot, partner accettabile a Merkel per il finto sostegno alla politica francese di grandeur, si è fatta sotto due anni fa per rilevarla. 
Unica acquisizione italiana in Germania la Hypovereinsbank, la banca della Baviera, che Profumo comprò al suo solito al galoppo nel 2005 per Unicredit. Era una banca semifallita, per la quale il gruppo milanese ha dovuto spendere più di un patrimonio. Fino alla radicale ristrutturazione dei successori di Profumo dieci anni dopo, con la chiusura di metà degli sportelli. Una cessione che fu un affare per i soci bavaresi: nel 2005 la quasi totalità degli azionisti votò per la fusione, mettendosi al sicuro in tasca cinque azioni Unicredit contro una Hypovereinsbank.
Francia e Germania hanno potuto invece comprare liberamente in Italia: banche, grande  distribuzione, meccanica, chimica, agroalimentare, qualsiasi cosa. Solo Alfa Romeo è sfuggita, che Volkswagen voleva assolutamente, aveva pure due grandi firme a sostenerla, Massimo Mucchetti e Oscar Giannino - ma solo perché c’era Marchionne, che sapeva negoziare.

Il tradimento della borghesia è antico

Una storia del meridionalismo un po’ invecchiata – “La questione meridionale da Cavour a Gramsci” è il sottotitolo. Della dozzina di ampi capitoli che la compongono, per quasi seicento pagine, monografie su singoli autori-personaggi, alcuni sono sorpassati, per vari motivi: Turiello, Napoleone Colajanni, Ciccotti, lo stesso finale, “La conclusione rivoluzionaria del meridionalismo. Dorso e Gramsci”. Il lungo saggio su Salvemini, un centinaio di pagine, è più testimonianza della passione politica di Salvadori. Ma gli altri sono eccellenti, e praticamente nuovi, specie i saggi sui conservatori progressisti: Pasquale Villari, Franchetti, Sonnino, figure che l’inglese chiana high tory, conservatori intelligenti, economisti e sociologi politici realisti, per quanto reazionari di programma. Più un’eccellente trattazione ancora vergine, che andrebbe ripresa col leghismo, “L’interpretazione razzistica dell’inferiorità meridionale” – Orano, Niceforo, Lombroso, Sergi.
L’impianto anche resta valido: l’Italia arranca, e il Sud con essa, per il liberalismo asfittico, dall’unità al fascismo. Che di quel liberalismo è l’esito, non la negazione: “Il liberalismo italiano si sviluppò nel dominio incondizionato della borghesia… Liberalismo e fascismo, che veduti in chiave meramente ideologica si contrappongono in antitesi invincibile, si legano logicamente”. Impianto ribadito a ogni passo. Di Giustino Fortunato - che ricorda empaticamente, benché contestandogli, coi dati, l’“abbaglio” sulla “buona economia” borbonica – riporta in più punti il bon mot che Nino Valeri ha registrato: “Il fascismo non è una rivoluzione, il fascismo è una rivelazione”.  Fortunato per questo anche di fatto, sembra dirlo Salvadori: “Vivrà abbastanza da individuare l’anima reazionaria della borghesia italiana”.
Questa tesi era contestata ancora prima che fosse formulata così ampiamente, già negli anni 1950 – “Il mito del buongoverno” è del 1960. E poi da Spadolini, Rosario Romeo, Galli della Loggia, e altri estimatori del giolittismo, se non del trasformismo – “purché si governi”. Ma è fuori di dubbio che il liberalismo è in Italia sempre asfittico. Anche dopo ottant’anni di repubblica. Figlio dell’unificazione rapace e della manomorta, dell’appropriazione facile e indebita di ogni bene , ecclesiastico come meridionale – il concetto di pubblico in Italia è molto privato. E perciò poco produttivo economicamente, e per niente riproduttivo politicamente. La tesi di Croce nella “Storia d’Italia”, che Salvadori contesta, seppure rispettosamete (fa contestare da Salvemini e altri), del “non possiamo non dirci liberali”, o del progresso in democrazia, è agli occhi di tutti puro idealismo.  
Massimo L. Salvadori, Il mito del buongoverno.

mercoledì 20 marzo 2019

La Corte europea sconfessa la Bce

Si chiama in causa Vestager, la commissaria Ue alla Concorrenza, per il crac imposto alle banche italiane nel 2014. Solo alle banche italiane. Ma la decisione di Bruxelles di considerare aiuto di Stato l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi, e quindi di impedirlo (il Fondo interbancario serve proprio per questo…), si è basato sulle analisi e le decisioni di Francoforte, della Vigilanza Bce, della Bce.
Di questo non si parla nei giornali oggi. Per i quali del resto, se si eccettuano i quotidiani economici, “Sole 24 Ore” e “Milano Finanza”, la notizia del giorno è una non notizia – l’Italia è tutta felicemente attaccata allo sbarco degli africani a Lampedusa: “la Repubblica”, “la Stampa” e il resto del gruppo De Benedetti la trascurano in prima, il “Corriere della sera” ne fa un richiamo minimo. Non si può parlare male di Draghi, ma bisogna sapere che l’Italia è stata jugulata, solo l’Italia, anche se sotto la mano della direttrice alla Vigilanza di Draghi, una signora francese di nessuna qualità.
Il ricorso di Renzi e Padoan alla Corte europea è stato firmato anche dalla Banca d’Italia. Ma è la Banca d’Italia che aveva sottoscritto la regolamentazione del bail-in (paghino azionisti, obbligazionisti e depositanti), assurda prima che tragica, e che in nessun altro posto si sono sognati di applicare fuori che in Italia.  

Sulle banche l’Europa è un verminaio

Per fare l’Europa bancaria si chiedono patrimonializzazioni e accorpamenti. Che l’Italia ha fatto e fa. Mentre la Germania, per dirne una, non ci pensa - la fusione in corso tra Deutsche e Commerzbank si fa per evitare due fallimenti.
La Germania è anche contro l’unione bancaria, e quindi è solo conseguente. Ma si può applicare una regolamentazione stringente a un solo paese dell’Unione, e non agli altri? La Germania ha speso sui 300 miliardi per salvare le sue banche, senza fare “aiuto di Stato”: Vestager o chi per lei non se ne è accorta. E si guarda bene dal fare le “riforme di struttura” che riempiono “la stampa” italiana: ha sempre, come aveva, 385 casse di risparmio e 875 banche cooperative.
Oggi, in occasione della pronuncia della Corte europea, si legge qualcosa di tutto questo - poco. Che però, pur essendo ben noto, è solitamente taciuto. Può darsi per inesperienza o incapacità, ma è ipotesi implausibile: il diverso trattamento di Bruxelles è l’evidenza.

Grillo progettista

Il no all’Olimpiade e il sì allo stadio dell’As Roma sono opera di Grillo. Sono stati voluti e decisi da lui, che per questo in entrambi i casi è stato a Roma a imporre la decisione alla sindaca Raggi.
È il curioso – il mistero – della questione. Perché no all’Olimpiade, che avrebbe portato a Roma investimenti miliardari, e sì a un progetto immobiliare che comporterà per il Comune e lo Stato solo spese.
Allora Grillo era per statuto il “fondatore” dei 5 Stelle, e il suo intervento si spiega così. Ma non se ne ricorda un altro altrettanto deciso e decisivo in materie altre che che l’immobiliare. A Roma. Nel campo sportivo.
Ha Grillo consiglieri romani? Attivi nell’immobiliare? Sotto forma di eventi sportivi? A titolo gratuito?

Gli stadi immobiliari

Si chiamano stadi ma sono progetti immobiliari. Quello della Roma, a Tor di Valle, dopo quello della Fiorentina al Castello. Che tanti strascichi giudiziari hanno comportato, a Firenze a carico dell’amministrazione (ex) Pci, quella prima di Renzi - il progetto ha dodici anni di vita. A Roma a carico dei 5 Stelle: l’avvocato Lanzalone, De Vito, e altri - e non è finita.
Novanta ettari da “valorizzare” a Firenze, molto meno a Roma, ma con cubature enormi, inizialmente anche con due grattacieli. È per questo che non si fanno stadi moderni, come “la stampa” sportiva lamenta: non è facile autorizzare grandi speculazioni, con oneri di urbanizzazione (strade eccetera) a carico dei Comuni. A Torino, dove non c’era la “valorizzazione” immobiliare, lo stadio è stato fatto.
L’immobiliare è prevalente, non c’è un vero interesse dei tifosi, e quindi dei club calcistici in sé. Tor di Valle è molto più scomodo per i romanisti dell’Olimpico, Castello ancora peggio per i viola, rispetto al Franchi. È di interesse delle proprietà, Della Valle a Firenze, e James Pallotta, il manager di hedge fund incongruo padrone della Roma.   

Heidegger zen

“Il circolo si fa vizioso e il rebus si complica”. A un certo punto Leonardo Vittorio Arena, lo studioso zen dello Zen che cura la pubblicazione, s’impazientisce, pure lui. Al termine di una lunga disamina di un breve colloquio fra l’accademico germanista di Tokyo Tezuka e Heidegger, a fine marzo 1954, a Friburgo. Per vedere se si poteva estendere a Heidegger anche Budda, con le derivate zen – zen  nipponiche. E magari arrivare a una sintesi heideggeriana di Oriente e Occidente.
Heidegger ci prende gusto - essere il dio anche dell’Oriente, perché no. E tempesta l’intervistatore di domande, facendone poi tesoro nel saggio “Da un colloquio nell’ascolto del linguaggio”, in “In cammino verso il linguaggio”. Saggio che Arena propiende sia una autoconfessione più che un dialogo, un rimirarsi allo specchio, un selfie.
Questa edizioncina colma il vuoto aperto dal dialogo heideggeriano col Giapponese riportando la versione che del “dialogo” aveva trascritto Tezuka. Ma sappiamo già che Heidegger ci aveva rinunciato, dalla famosa intervista “postuma” a “Der Spiegel”, “Ormai solo un dio ci potrà salvare”: “Per cambiare modo di pensare è necessario l’aiuto della tradizione europea e di una sua riappropriazione. Il pensiero viene modificato solo da quel pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione”. In particolare, “esso non può aver luogo tramite l’assunzione del buddismo zen o di altre esperienze orientali del mondo” – “supposto che la casa dell’essere sia la stessa per il Giappone e per l’Europa…”, conclude Arena sardonico.
Il punto è, benché Arena lo complichi in rompicapo, se sensibilità e logica si apparentino. Cui si arriva da “Rashomon”, il film - la sola conoscenza che Heidegger manifesta del Giappone. Che è tratto, spiega Tezuka, da un racconto di Akutagawa. Il quale lo scrisse sotto l’influsso di Browning, del poema narrative “L’anello e il libro”: il fatto (un omicidio) spiegato da testimonianze contrastanti.
Singolare che un’ora con Heidegger abbia prodotto tanta filosofia, e tanti guasti. Tezuka era un germanista e quindi il colloquio non ha avuto bisogno di interpreti, ma un’ora? Per dirimere Oriente da Occidnete. “Alcuni filosofi giapponesi dicono che Heidegger si è spinto avanti”, attesta Arena, “rispeto ai suoi colleghi occidentali, nella comprensione dello Zen, ma non è penetrato a fondo nello stesso tessuto dello Zen”. Per aver visto “Rashomon”? Tra l’altro perdendosi l’inquadratura principale, quella di cui Tezuk e Arena fanno lunga trattazione. Di “una mano posata, nella quale si fa presente … la realtà di uno sfiorare che rimane infinitamente lontano  da ogni toccare” (Tezuka), Con commento di Arena: “La mano dell’attore, in «Rashomon», non è neanche in primo piano, e ciò le conferisce un valore Zen superiore, suggerendo analoghe concentrazioni nonsensical”.
Nonsense , insomma. Beh, può essere divertente.
Tomio Tezuka, Un’ora con Heidegger, Mimesis, pp. 70 € 5,90  

martedì 19 marzo 2019

Problemi di base femministi - 478

spock


Dunque, le donne corrono più degli uomini, più resistenti?

E arrivano prima?

Fanno anche più gol?

Ma perché nascondersi dietro i presidenti, Sarkozy, Macron?

A quando la ginecologia invece dell’antropologia?

O sarà una gineco-antropologia – il genere non è eliminabile?

E l’alta moda per gli uomini?

spock@antiit.eu

Allo scrittore fa bene la pittura


Un lungo saggio autobiografico dello scrittore marocchino accompagna i suoi dipinti. Ghirigori perlopiù, decorativi. “Ut pictura poësis”, la sintesi di Orazio, la poesia è un quadro, si è fatta ricorrente per molti scrittori nel Novecento: Breton, Cocteau, Michaud, Adonis, Barthes, Kundera, Pasolini, Testori, Buzzati, e Ernesto Sabato, che per dipingere cessò di scrivere. L’inverso è pure vero, ma qualche anno fa, di Michelangelo per esempio, e di Leonardo – di più recente c’è solo Toti Scialoja, filastrocche. Ben Jelloun fa di più: ha scritto anche di arte, di Mitoraj, Rotella, Guccione, de Conciliis, sui quali riproduce qui alcuni contributi critici.

Ben Jelloun è sempre stato attratto dalle arti plastiche, che ha praticato parallelamente alla scrittura, ma senza progetto né ambizione. Per il gusto, e per lunga frequentazione  dei “musei”: di Picasso in particolare e di Giacometti. Ma di più si dice attratto dalla musica. Dal jazz, la passione da adolescente che non lo ha mai abbandonato. Che ritma, dice, la sua scrittura – della pittura non si può dire, sono divertimenti: “Il jazz è presente nel ritmo delle mie frasi. Solo io sono in grado di individuarlo”.
Tahar Ben Jelloun, Ecrire, peindre, Il Cigno GG Edizioni p. 96, ill., sip

lunedì 18 marzo 2019

L’Europa coda dell’Asia


L’Europa è un’appendice dell’Asia. Basta guardare l’atlante. E ripassare la storia: per spostamenti successivi si è formata alla deriva dell’Asia, via Indukush e Mesopotamia – con un po’ di Africa aS ud, lungo il Nilo e l’Egitto.
Torna con la Via della Seta l’Europa coda dell’Asia? C’è indubbia la fascinazione che la Cina esercita, il mercato del millennio, la patria dell’arricchitevi. Per tutta l’Europa, non soltanto per Di Maio e Conte. Angela Merkel vi fa, vi ha fatto per una decade, un pellegrinaggio ogni anno. Macron, al solito, ha tentato di imitarla. Vendere a un milione e trecentomila persone, mediamente ricche, è attrazione irresistibile – il Grande Mercato occidentale è meno della metà. E il governo cinese, benché comunista, ha settemila anni di storia del saperci fare, avvolgente ma non ingombrante.
La Cina è un paese comunista, e questo non potrà non risentirsi. Non farà il secolo: non si possono arricchire le persone e tenerle con la museruola.Anche la motorizzazione di massa è insostenibile, una macchina per famiglia, o due macchine. Nella globalizzazione non sarà maestre e padrona, ea lungo. E senza la globalizzazione ancora meno. 

Ombre - 455

James Ellroy è Tolstòj. Anzi no, è Dostoevskij. Lui si schermisce: “Non li ho mai letti”. Ma Gianni Santucci e “La Lettura” insistono, in quattro illustratissime pagine, un tributo mai pagato dal settimanale. È in uscita un nuovo Ellroy? Con quale editore? E perché non Tolstòj e Dostoevskij insieme, cosa costa?

“Mangia bene. Ridi spesso. Ama molto”. A Gaggi sul “Corriere della sera” così Lawrence Ferlinghetti, il poeta centenario di San Francisco, “declina il suo catechismo, in italiano”. Ferlinghetti, orfano del padre prima ancora di nascere, cresciuto in adozione da una famiglia francofona, ha la sua filosofia di vita in italiano, semplice.

Il bonus fedeltà di Enelpremia per il consumo di gas si è trasformato in bolletta in addebito. Per errore, certo. Ma poiché le utilities energetiche si occupano solo di fatturazioni, che ci stanno a fare? Le liberalizzazioni hanno solo moltiplicato i soprusi.

L’aggravio del “buono fedeltà” Enel non è riscontrabile in bolletta – ammesso che uno abbia la pazienza e il tempo  per decifrarla, ce ne vuole in quantità. Viene alla voce: “Altre partite non soggette a Iva”. Il vero problema è il mancato indirizzo (semplicità, obbligo di chiarezza, fatturazione di consumi e non di medie presunte) dell’Autorità di Regolazione. Altro (grave) onere della liberalizzazione: un’Autorità che costa centinaia di milioni l’anno, per far fare migliori affari ai traffichini del mercato.

Una signora rumena derubata dell’auto a Vicenza e uccisa da due veneti: non sarà tutto teatro per denigrare Salvini, e i leghisti? Una donna rumena con la Mercedes, figurarsi.

Tre giudici donne hanno assolto in appello in Ancona un peruviano accusato da una giovane connazionale di stupro. Stupore dei giornali per bene, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, Il Fatto”: come si permettono? E invio di ispettori governativi per indagare sulle tre giudici. È inutile fare i processi, basta l’accusa.

A Genova la pena all’uxoricida è dimezzata. Anche qui da una giudice donna. Con il consenso della pubblica accusa, altra giudice donna. Forse il problema dell’uxoricidio va affrontato, più che con le pene severe, con un po’ di cultura, di coppia e matrimoniale.

Si lottizza a Roma il Parco Tintoretto, quello che avrebbe dovuto essere il Parco Tintoretto, nel Piano Regolatore. Si costruiscono venti edifici, di cui due a undici piani, e un viale autostrada a quattro corsie. Due lottizzazioni, il “parco” Tintoretto e lo stadio della Roma, saranno le uniche due realizzazioni di Raggi e Grillo a Roma. Per caso?

Le due lottizzazioni 5 Stelle  Roma fanno capo a Parnasi, un costruttore che è già in carcere per altre vicende. Ma non per questo la Procura s’indigna né s’inquieta. Il capo non si muove, Pignatone, perché non ci trova una mafia, il suo vice, Ielo, altrimenti inflessibile, si dev’essere distratto. O stanno preparando la discesa in politica, anche loro salvatori della patria? Con Grillo?

Il governo tedesco nazionalizza di fatto il settore bancario, fondendo Commerzbank, di cui è azionista di riferimento per un precedente salvataggio, con Deutsche Bank. Escludendo il bail-in. E anche la Vigilanza Bce, altrimenti occhiuta e perfino violenta in casi del genere – per esempio col Monte dei Paschi.

“L’Italia è una delle più grandi economie del mondo e destinataria di grandi investimenti. L’approvazione del Bri (Belt and Road Initiative - o Investment - cinese, “la via della seta”, n.d.r) conferisce legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non porterà alcun beneficio alla popolazione americana”. È il monito del Consiglio per la Sicurezza Usa l’altro sabato. Non si può dire che non sia chiaro.

Il monito del Consiglio Usa è anche veritiero. I “grandi investimenti” internazionali in Italia ci sono. L’“approccio predatorio cinese” pure. Ma sarà l’Italia “una delle più grandi economie del mondo?

Amore e alcol, le pene dello scrittore Usa


“In vita mia ne ho viste di cose. Una volta stavo andando a casa d mia madre per fermarmi qualche giorno, ma appena misi il piede sull’ultimo scalino, do un’occhiata e le vedo che stava sul divano a sbaciucchiarsi con un tizio. Era estate, la porta era aperta e il televisore a colori acceso.  Mia madre ha sessantacinque ani e si sente sola”. Racconti di caccia e pesca, tra ami e fucili. Di case roulette. E di alcol e solitudine. Nello stesso racconto della mamma, “lontano, un altro uomo cresce i miei figli, e va a letto con la moglie, la mia moglie”.
Carver ha volto questa antologia di saggi, poesie e racconti quando infine ebbe successo, nel 1984, con “Cattedrale”. L’alcol è l’unica concessione alla bio standard, ma in questo caso non senza motivo. Non l’unica, c’è anche il solito “Mestiere di scrivere”, inevitabile in America dove da sempre scrivere è materia d’insegnamento. Ma con la pretesa di non fare autobiografismo.
“Non sono uno scrittore autobiografico” proclama subito  – l’ultimo? E “minimale”, genere di cui la critica lo ha eletto eponimo? Neanche. Forse perché “non possiedo il tipo di memoria capace di far rivivere intere conversazioni, complete di tutti  gesti, tutte le sfumature del discorso reale; e non posso neanche ricordare l’arredamento di alcuna delle stanze nelle quali ho passato del tempo….”.
Un autore minimalista senza dubbio, che si diminuisce, e per questo amabile. Nonché autobiografico, uno dei primi se non il primo, che qui comincia col racconto del padre, e continua con quello di sé. Ma non per questo meno amabile: non è bugiardo, è diminutivo. Disteso, gli short cuts per cui è famoso li ha riposti, il fraseggio è semplice, grammaticale.
Il come fare dice di avere appreso da Flannery O’Connor. Di cominmciare: da una frase, un’immagine, un personaggio, una cosa. Senza uno schema prestabilito. Che non sembra una buona ricetta, mettersi a scrivere senza sapere cosa si vuole dire. Ma anche questo confluisce alla gradevolezza del personaggio, oltre che dello scrittore. L’altra influenza rivendicata è del professore di scrittura, quando Carver è infine riuscito a frequentarne una, secondaria, John Gardner,  di cui scrive un lungo ricordo, scrittore sfortunato ma ottimo insegnante e editore. Oltre che – come è consueto per gli scrittori americani degli anni 1950-1960, di Gordon Lish, mitico caporedattore per la letteratura a “Esquire”, mensile per soli uomini.
Il ritratto di Gardner completa il memoir. Segue una scelta di poesie prosastiche, minimalissime. Con alcuni racconti inediti in volume, tra cui quello della madre con l’amichetto. Tutti peraltro in vario modo del genere selfie. “Voi non sapete che cos’è l’amore” è una lunga serata in poesia con Charles Bukowsky. Della comune dipedendenza – e prosa? – dall’alcol.
Non sapevo niente, ma almeno sapevo di non sapere niente” è l’altro tema del composito memoir. Lettore compulsivo e disordinato ma ignorante. Lui e la moglie, due ragazzi ignoranti di famiglie ignoranti, che avrebbero voluto fare il liceo ma si disperdono in mestierucoli, anche perché hanno già fatto due figli. Mestierucoli veri, non quelli con cui usa infiocchettare le bio americane delle persone illlustri. A vent’anni senze scuola, senza mestiere, senza casa, e con due figli. Alla moglie è dedicato “Le pietre azzurre”, il racconto in versi di Flaubert che scrive una scena d’amore tra Emma e Rodolphe masturbandosi – che spiega la cosa camminando sulla spiaggia al suo “amico chiacchierone Ed Goncourt, mentre si godono “un sigaro e una bella veduta di Jersey”: “L’amore non c’entra per niente”. Lo scrittore Americano è (solitamente) iperletterato.
Raymond Carver, Voi non sapete cose’è l’amore, minimum fax, remainders, pp.345 € 7,50

domenica 17 marzo 2019

Appalti, fisco, abusi (149)


Avirex manda per due giorni insistente, ogni pochi minuti, la sua offerta utimativa di sicurezza digitale. Dopodiché, non sottoscrivendo l’offerta, si viene privati della connessione internet per una buona mezza giornata. Le segnalazioni all’Autorità per la Comunicazione e alla Polizia postale sono inutili. .

Il governo vara, 2010, una legge per favorire il “rientro dei cervelli” - per invogliare i ricercatori a tornare a lavorare in Italia - con una tassazione di favore del reddito. L’Agenzia delle Entrate si studia come eludere il fondamento e l’articolato della legge, e pretendere l’imposta progressiva sul reddito. Non subito, dopo qualche anno. Con multe e interessi.

L’Agenzia dele Entrate non tartassa i ricercatori rientrati col beneficio della legge del 2010 con un rivalsa unica. Ciò avrebbe potuto favorire na procedura unica di ricorso. Per rendere più ardui ricorsi usa mille varianti – locali, settoriali, per livelli di reddito. Non c’è praticamente ingiunzione uguale a un’altra. La Funzione Pubblica  non è incapace, è malata.

Si promuovono supersconti sulle forniture di luce e gas sulla “materia energia”. Che prende il 2 per cento della bolletta. La liberalizzazione delle forniture energetiche avrà distribuito ur’immensa ricchezza dal monopolista pubblico a una miriade di fornitori di servizi - essenzialemnte eid rendicontazione. Ma ha reso la scelta difficile agli utenti. E ha rincarato in misura incalcolabile il costo del kWh e del mc.

Si viaggia la domenica da Salerno a Roma con più mezzi pesanti in autostrada che in un giorno feriale. Con le tante eccezioni al divieto di circolazione dei mezzi pesanti che si sono cumulate, da e per le “isole maggiori”, gli “interporti”, l’estero, anche i Tir trovano più comodo viaggiare la domenica.

Lo schiavo rinnegato che fu ammiraglio turco


Come “un giovane calabrese del Cinquecento, brutto, tignoso, rapito e fatto schiavo”, Gian Luigi Galeni, dai turchi, fece in Turchia una carriera vertiginosa, diventando l’ammiraglio in capo dopo la sconfitta di Lepanto, e fino alla morte nel 1595, di settantacinque abnni. Il terrore dei cristiani, che aveva rinnegato. “Kalige Alì”, Alì la spade, oppure “Kilic Alì”, Alì la sciabole. Dopo essere stato rinominato in turco Uluds Ali, Alì il tignoso. Ciconte seglie di chiamarlo Occhialì, fra i tanti nomi turcheschi che di lui circolavano nel Mediterraneo, una dozzina.
Ricostruisce dopo Lepanto – dove era stato l’unico a  battersi calorosamente, avendo di fronte Gianandrea Doria - la flotta in due anni, equipaggiandola anche con carene corazzate e molti cannoni. A tal fine adibendo un quartiere, di calafati e arsenale militare, cui verrà dato in suo omaggio il nome di Nuova Calabria. E riscatta presto la marineria turca impossessandosi di Tunisi, sottratta agli spagnoli, e di Algeri.
“Storia e leggende del calabrese Occhialì, cristiano e rinnegato che divenne re”, questa di Ciconte è una sorta di apologia. È vantato anche per avere avuto tremila schiavi, cristiani, tanti quanti il sultano. Perché li trattava bene, etc. - li “trattava con umanità”, avrebbe detto Cervantes, che però non lo conobbe, per sentito dire? Schiavi naturalmente presi in razzie. Protesse i cristiani dal colera. Insomma, un benefattore. Gli si accredita anche la galanteria: quando catturò piratescamente Emanuele Filiberto, duca di Savoia, non chiese un riscatto ma solo di poter omaggiare la duchessa sua moglie, Margherita, sorella del re di Francia. Sarà.
Ciconte sommarizza la vecchia storia dell rinnegato ammiraglio scritta di Gustavo Valente, 1961, per le edizioni Ceschina, Con qualche svarione – “arabo” per turco. Ma con rapida sintesi del contest, della grande politica dell’epoca. Quella fallimentare della Spagna imperiale, e quella riuscita di papa Pio V, cui si accodò Venezia, minacciata e vinta a Cipro. Evoca anche, incidentalmente, le depredazioni in massa dei cristiani, specie donne e ragazzi, per il mercato degli schiavi, con una politica costante di pirateria, una guerra di corsa incessante. Ma con discutibile  autocensura: non c’era l’analogo in Europa, le scorrerie e un mercato di schiavi turchi e saraceni. Mentre se furono molti i cristiani rinnegati, bisogna anche dire che furono molti gli islamici convertiti. Lo storico dà solo conto che il flagello di una regione tutta coste come la Calabria erano i turchi alla pari con i terremoti.
C’è troppa confusione, la storia del Mediterraneo è da rifare, per quanto concerne il rapporto fra islam e cristianità - Braudel non si poneva in questa ottica - fra Nord e Sud del mare..
Enzo Ciconte, Il Grande Ammiraglio, Rubbettino, pp. 93 € 10

sabato 16 marzo 2019

Secondi pensieri - 380

zeulig


Occidente\Oriente – È la semplificazione – politica, storica – meno congruente, e anche meno consistente. Serve – è servita – a sintetizzare il dominio europeo sul Terzo mondo, su Africa, Asia e America Latina, ma a prezzo di semplificazioni eccessive e anche sbagliate. In rispetto agli altri mondi con cui l’Occidente era in contatto ma anche al suo interno.

L’Occidente è l’Europa. E il Nord America? Sì, gli Stati Uniti sono costituzionalmente un paese “occidentale”. Ma non sono l’Europa – la stessa radice “anglosassone”, di cui De Gaulle bollava Stati Uniti e Gran Bretagna, ha pochi punti di contatto.
E l’Oriente? Tanto individualista il cinese e la Cina, anarcoide, tanto gerarchizzato il giapponese,  mentalmente prima che istituzionalmente.

La differenziazione non è occidentale. Non solo occidentale, e probabilmente non inizialmente occidentale. C’è un Occidente ben fermo in Oriente, irriducibile. Specie in Giappone – la scrittrice belga Amélie Nothomb, giapponese di formazione, viene sempre rimproverata a Tokyo in quanto “occidentale” la volta che prende impiego in una multinazionale – “Lei si comporta bassamente come gli altri Occidentali”, “questo pragmatismo odioso è degno di un Occidentale”.
In Giappone l’Occidente è una “creazione” aliena già dal Seicento. In India lo è ancora presso gli scrittori anglo-indiani del tardo Novecento, e gli stessi immigrati di seconda e terza generazione in Gran Bretagna che vi hanno fatto fortuna. C’è l’“Occidente” alieno anche in un paese che ha adottato tutto dell’Occidente, la Corea del Sud, dalla politica corrotta ai giudici politici.

Si pensa l’Oriente come “fatto”, dettato, costruito, limitato, dall’Occidente. Forse per inavvertito traslato dall’“orientalismo” come disciplina che Edward Said condanna. Mentre l’Oriente sta per sé, immune spesso e sempre in antitesi dal e con l’Occidente. Anche come stile di vita l’Occidente non è dominante o impositivo – se non per i diritti umani. “Il Bianco suda”, “il Bianco puzza”, il bianco è immondo, sono pregiudizi orientali, dell’islam compreso, da Tokyo a Nuakshott. Con la tranquilla coscienza della superiorità morale e civile – igienica, estetica, spirituale. Il rimprovero è semmai che l’Occidente non impone uno stile di vita igienico, ecocompatibile.
C’è un Oriente, multiplo, anche questo è vero, ma tenuto unito proprio dalla differenziazione dall’Occidente. Che non è esistenza unanime, uniforme. Né proclamazione di minoranza contro una maggioranza dominante: è, è stato, ben consistente, e naturalmente “superiore”. Nel mondo islamico come in quello induista, e nell’Estremo Oriente. In Giappone, in Cina, e perfino in Corea - il paese che ha adottato tutto dell’Occidente, dal marketing alla corruzione, e allo scandalismo.

D’altronde, in attesa di rivedere la storia del’imperialismo fuori dalla vecchia logica dei due blocchi, o alla vecchia luce del marxismo-leninismo, la disgrazia dell’Oriente non si può dire una storia di imperialismo. L’Oriente diventa vittima del’Occidente dopo essere stato vittima di se stesso, dopo essere imploso, in più punti, ricorrenti. In tutti i suoi gorghi, centri di potere e d’interesse: Persia, India, Cina, Africa - Nord Africa e Africa a Sud del Sahara. La potenza europea è la ciliegia amara su una torta marcia – e non per mancanza di capitali, o di tecniche, o di “mezzi” umani. Ancora a fine Ottocento, al culmine dell’imperialismo, la grande massa dell’umanità non era toccata dal progresso, il demone dell’imperialismo, e statisticamente si poteva anzi dire che il proprio del umanità era la staticità e non lo sviluppo – che è cosa recente, anche se già contestata.

Referendum – È strumento antidemocratico, il sì o il no senza intermediazione politica, alla mercé dei gruppi di potere o d’influenza. L’opinione pubblica è più che mai instabile, e anzi volatile. I referendum sono più che mai antidemocratici. Incanalando la volontà generale entro le tracce di minoranze di minoranze, le élites. Modernamente intellettuali invece che di censo o di potere, ma sempre ristrette e maneggione. Hanno però per i costituzionalisti timidi valore di vangelo, la “volontà popolare” dell’ondivago Rousseau.
L’opinione è al limite un effetto immagine, o di slogan. Comunque di gestione dei mezzi di comunicazione: la volontà generale è più che mai espressione dei media. Che hanno un padrone, hanno a cuore solo l’affare, e come obiettivo di escludere la politica.
La politica ha peraltro perso la funzione di mediare. Non nel senso democratico, di spuntare le punte estreme, le minoranze assolutiste. Non ci sono più corpi intermedi né istanze sociali o culturali a mediare i vari interessi nell’ambito di una collettività più ampia. Nazionale o, nel caso, continentale.

Storia – Lucien Febre la vuole arte, e scienza, del passato e del presente. Un ramo della scienza delle comunicazioni, aggiunge Lévi-Strauss, per il quale “in ogni società la comunicazione ha luogo a tre livelli: scambio di beni e servizi, scambio di messaggi, scambio delle donne”.
La ricostruzione a opera dell’uomo, la diceva ancora Febvre. Ma benché mutevole e vuota la dice già vecchissima, tanto vecchia che se ne avverte a ogni passo la stanchezza.

Il suo punto di vista, per questo pessimista, è quello di Febvre, storico materialista: “La nostra civiltà è, nella sua essenza e nelle sue origini, una civiltà di storici. La religione che ne esprime gli aspetti fondamentali, il cristianesimo, è davvero, anch’essa, una religione di storici. «Io credo in Gesù Cristo, che nacque da Maria Vergine, fu crocifisso sot-to Ponzio Pilato, e risuscitò dai morti il terzo giorno»: ecco una religione datata. Non si è cristiani se non si pone se stessi, e insieme le società, le civiltà, gli imperi, fra la caduta, punto di partenza, e il giudizio, punto di arrivo di tutto quel che vive su questa terra. Il che significa inquadrare se stessi e inquadrare il mondo nella durata; dunque nella storia”.

Virtù – Si è persa – con l’onore, la coerenza o lealtà, e altri traslati. Ancora in uso nel Novecento. Virtù che, secondo Shamlù, il poeta persiano, è tale per effetto della radice -rt, come diritto, arte. Ne beneficia pure la fortuna, cui il Rinascimento attribuì virtù e verità. Per un po’ s’era perduta: a virtute s’appella in Dante il solito bugiardo Ulisse. Machiavelli, l’allegro furioso del vivere libero, virtù dice insieme golpe e lione, il bene può giovarsi del male. Come nella Bibbia: i buoni sono puri come colomba e furbi come serpente. Per il molle celta Hutcheson il senso della virtù è innato: la virtù “è la maggiore felicità per il maggior numero di persone”. Ma è dote solo dell’uomo, Kant ha scoperto, la natura non c’entra: “La virtù è ciò che nessun altro che l’uomo stesso può donarsi o togliersi”, la natura dell’epoca, ora c’è il dna.
Gnomico è Pavese in proposito: “Non abbiamo che questa virtù: cominciare\ogni giorno la vita”. Che intitola “Fine della fantasia”.
Miss Anscombe, “l’Unico uomo” della cerchia di Wittgenstein,  l’ha riscoperta, la virtù, e la fa sodale della verità. Ma la verità, dice Lacan, è bugiarda.

I radicali secondo Rousseau sono imitativi, e dunque la virtù ha qualcosa di duro dentro - Mallarmé invece dà la virtù al fonema st-: “In molte lingue indica stabilità e franchezza, durezza, massa, insomma incitazione”, in stronzo per esempio? o stupido, stinto, stanco. E non sarà tr- il vizio? Il treno, o destra e sinistra. Ma questa solo in italiano. Inglese, francese, tedesco e spagnolo fanno la destra virtuosa, su base -rt, e la sinistra smarriscono tra farfugli e sibili. Bisogna dunque essere di destra? Certo, la sinistra è ambigua. È ipocrita, quindi stupida. E infida, per chi non concepisce l’amicizia a danno degli altri. La complicità a danno degli altri non è solidarietà di classe, è mafia, quello che i carabinieri per non lavorare chiamano omertà, oberandone, chissà perché, i meridionali. (Ma chi è chi, se non si può – non si poteva, quando c’erano i comunisti - neppure andare al bar con un comunista se non complottando, ai danni propri, di compagni, di amici? Chiedendo il contrario di ciò che si vuole. Soffocante pettegolezzo, dov’era l’allegria? La destra invece pratica la lealtà - borghese, sì, beneducata, ah!).

zeulig@antiit.eu

L’Orlando Furioso veniva dall’Aspromonte


I canti XIII e XX di una volgarizzazione quattrocentesca della “Chanson d’Aspremont”. Da Carmelina Siclari, studiosa (unica) della “Chanson”, reperita per caso alla Biblioteca Estense a Ferrara. Dove, deduce, Ariosto l’ha letta. Molti studiosi, fra essi Pio Rajna, “Le fonti dell’Orlando Furioso”, d° largo peso alla “Canzone d’Aspromonte”. E del resto molti sono i rinvii, di nomi e episodi. Stessa anche la metrica, l’ottonario cantabile.
Scarfò locupleta i due canti con un docufilm di una trentina di scene. Sullo sfondo del vero Aspromonte, di boschi, vallate, spuntoni, sorgenti, torrenti. Un’idea patrocinata dal Parco Nazionale Aspromonte, singolarmente intesa a recuperare alla montagna, sommersa dalle cronache criminali, la sua dimensione storica: religiosa, avventurosa, di peculiare estetica.   
Carmelina Siclari-Giovanni Scarfò, La canzone d’Aspromonte, La Città del Sole, pp. 99 + cd € 15

venerdì 15 marzo 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (390)

Giuseppe Leuzzi


Nell’Ottocento il malaffare era detto camorra. Nel Novecento mafia. Ora ‘ndrangheta. E nel 2100? Urge innovare, l’Italia non può perdere il primato.

Perché il Sud sarebbe profondo?

La corsa del Sud all’indietro
Nell’atlante del pil pro capite regionale 2017, che Eurostat ha approntato, l’Italia scompare dalle regioni più ricche. La regione più ricca, Bolzano, con un indice 143 di pil pro capite rispetto alla media Ue 28, viene a una trentina di posti da Londra Centrale, la più ricca (626 per cento della media Ue 28…).
L’Italia ricca, ex quinta o quarta potenza economica negli anni 1980, è nella parte inferiore della media europea. Mentre sono ai primi posti zone fino a ieri poverissime: Praga è al 187 per cento della media Ue, Bratislava al 179, Varsavia al 152.
Solo undici delle 21 regioni italiane, considerando Trento e Bolzano divise economicamente, hanno un pil superiore alla media Ue, e non di molto: Bolzano appunto (143), Lombardia (128), Trento (122), Valle d’Aosta e Emilia Romagna (119), Veneto (112), Lazio (111), Liguria (107), Friuli-Venezia Giulia (104), Toscana (103), Piemonte (102).
Marche (91 per cento), Umbria (83) e tutto il Sud sono sotto. Anche notevolmente sotto: Abruzzo (83), Basilicata (71), Sardegna (69), Molise (67), Campania e Puglia (62), Sicilia (59), Calabria (58).
Ma c’è di peggio: il Sud è arretrato rispetto all’anno 2000. E anche di molto. Non tutto il Sud: Abruzzo, Molise e Basilicata hanno migliorato, seppure di poco. La Sardegna invece è passata dall’86 per cento della media Ue al 69, la Puglia dal 79 al 62, la Sicilia dal 75 al 69, la Campania dal 73 al 62, e la Calabria dl 72 al 58.
Questo mentre tutto il resto dell’Europa è migliorato. L’area più povera nel 2000 della (futura) Ue a 28, Yugozapaden in Bulgaria, la regione attorno a Sofia, con un pil pro capite di solo il 37 per cento della media, è ora al 79 per cento. Il Portogallo, la Polonia, Cipro, la Lituania sono paesi tutti con un pil pro capite superiore a quello delle regioni meridionali italiane.
L’impoverimento è certificato anche dalla Confindustria. Che ha calcolato l’apporto della Sicilia al pil nazionale nel 1951 al 12 per cento, e oggi al 5,1.
Il dato statistico non dà le ragioni, si limita a fotografare la situazione. Ma un dato statistico è già indicativo: la scarsa o nulla competività, dell’Italia in generale e di più del Sud. Un dato sempre Eurostat, “European Regional Competitiveness Index”, summa di dati settoriali affinati, istituzioni, digitalizzazione, normative, etc. nella sua ultima edizione, 2016, vede le regioni italiane molto indietro, anche le più ricche. La più competitiva, la Lombardia, è al 143mo posto, su 284 regioni. Seguita da Liguria (146), Piemonte (152), Veneto (169). Le regioni meridionali si classificano tutte tra le ultime: Basilicata (226), Campania e Sardegna (228), Puglia (233), Calabria (235), Sicilia (237).  

Milano
I capitali cinesi sì, brache calate, quelli arabi no. La Cina può comprare quello che vuole, anche il Milan, anche senza capitali, l’Arabia Saudita che i soldi ce li ha, no, né una quota della Scala né una quota del Milan. C’è differenza tra la Cina comunista e l’Arabia patrimoniale? No, in entrambi i paesi si eliminano gli oppositori. Ma la Cina ha una lunga storia, l’Arabia viene dal deserto: Milano vuole improsarsi coi quattro quarti.

In qualsiasi altro mondo l’analisi costi-benefici di Marco Ponti e i suoi associati sul traforo Torino-Lione sarebbe stata spernacchiata per quello che è: una montagna di sciocchezze, messe insieme per fare soldi come consulenti, e magari assicurarsi una carriera politica gratis, da pseudo-scienziati in realtà associati in consulenze. Per cui sulla Torino-Lione fanno i calcoli per il no se il committente è per il no (Grillo) e, negli stessi giorni, per il sì se il committente è per il sì (la Commissione Ue). Roba da Pulcinella. Ma è Milano, seriosa, molto: Ponti è milanese, è un architetto, è un professore del Politecnico, è inattaccabile. Pensare e un Ponti napoletano…

Il professor Ponti, per essere milanese, e poi del Politecnico, può dire che col traforo Torino-Lione lo Stato ci rimetterebbe miliardi di mancate  accise sui carburanti, per l’abbattimento del traffico di Tir su e giù per le Alpi. Milano pretende anche di prenderci in giro seriamente.

Il contributo politico di Milano, da Mussolini alla Lega, prima Lombarda e ora nazionale, passando per Mani Pulite, è aggressivo e deleterio. Ora scopre che, dopo venticinque anni di governo lombardo, da Berlusconi a Monti e Salvini, la stessa Lombardia non è più tra le regioni ricche d’Europa – e con essa tutta l’Italia, già quarta potenza economica mondiale negli anni 1980, è trascinata al ribasso. Ma la colpa, dice, è del Sud, che la azzoppa – senza del quale, però, consumatore passivo, sarebbe comunque la più ricca in Italia?

La “nuova ricchezza” esibita da Roberto Formigoni, ora condannato, è certamente personale ma anche sintomatica. È di uno che non ha mai lavorato, quindi in questo poco milanese, ma è anche un politico di professione, quindi impersona un certo modo di fare politica, in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, l'esibizione della ricchezza. Un modo di fare politica votato dai milanesi, e anche molto votato.

Micalizzi, nome e genitori siciliani, emigrati alla periferia di Milano, è un fotoreporter milanese ora che è, suo malgrado, celebre, ferito a un occhio in un teatro di guerra. Coraggio, sprezzo del pericolo, vittima della violenza, etc., e una carriera illustre ne fanno un eroe milanese. Come è giusto che sia. Ma se in Siria fosse finito dentro per caso, per droga, per terrorismo, sarebbe stato siciliano? Senza dubbio.

La Scala continua ad avere vuoti perché gli spettacoli evidentemente non sono graditi – in gran parte sono riciclati. Ma continua ad imputare i vuoti ai dipendenti infedeli della biglietteria, che dirotterebbero i ticket verso il bagarinaggio: i vuoti sarebbero la conseguenza dei prezzi maggiorati dei bagarini. Ingegnoso – mai imputarsi una colpa.

I dipendenti della biglietteria della Scala licenziati perché infedeli vincono via via i ricorsi. Ma non chiedono il reintegro: preferiscono starne fuori.

Anche la pedofilia a Milano è speciale – Milano non è pedofila. “Vivevo in oratorio”, confessa un giovane di 22 anni, di Rozzano, dove fu violentato da don Galli, oggi condannato, il giorno della condanna di papa Francesco al concistoro contro la pedofilia appositamente convocato a Roma, “dopo quella notte ho cercato di morire” – quattro volte. I genitori lo dissero al parroco, che lo disse al vicario episcopale. Che era allora, 2011, mons. Delpini, l’attuale arcivescovo di Milano. “Don Galli fu spostato a Legnano”, continua il giovane, “dove aveva quattro oratori anziché uno”.

Bassetti, il ministro che vuole gli insegnanti del Sud sfaticati, un insegnante di Educazione Fisica fatto ministro per meriti leghisti, è anche uno che va a casa due volte a settimana, 70 volte in trentatré settimana, “in missione”. Non che tenga riunioni, a Milano o dove abita, a Somma Lombardo in provincia di Varese, ma per “grattare” qualcosa alle casse dello Stato.

Si fa attendere un mese e mezzo sul”Corriere della sera” un articolo di Marco Demarco sulle bizzarrie del dualismo Nord-Sud, divario culturale più che economico – di fatto, a parità del potere d’acquisto, tenuto cioè conto del diverso costo della vita. Scritto all’indomani di un articolo  analogo di Marco Fortis sul “Sole 24 Ore”, che Demarco cita ripetutamente, viene pubblicato il 22 febbraio: il Sud non esiste, si direbbe a Roma.

La mafia dei comuni mafiosi
Si sciolgono per mafia i consigli comunali eletti senza dare le motivazioni. Come invece sembrerebbe giusto e anzi doveroso. Verso i cittadini che li hanno eletti – sarebbe utile sapere chi e come ha profittato del consenso elettorale per fini di delinquenza. Verso l’opinione pubblica in generale: sapere che c’è una vigilanza accurata, precisa nelle contestazioni. Verso l’istituzione in sé: lo Stato che protegge il cittadino contro chi lo ha ingannato. Invece no, gli atti, se ci sono, sono segreti.
Da otto mesi il Tar del Lazio attende dal ministero dell’Interno gli atti che hanno portato allo scioglimento del Comune di Scilla, uno dei tanti adottati dal Prefetto di Reggio Calabria, che i Comuni di mafia sembra prenderli a strascico. Il sindaco dimesso, Pasquale Ciccone, ha fatto ricorso amministrativo avverso il decreto di scioglimento, unitamente alla sua giunta e a due dei consiglieri. A luglio del 2018 il Tar del Lazio, adito dai ricorrenti, ha disposto l’acquisizione in copia degli atti istruttori che avevano portato al decreto di scioglimento, “fatte salve le ragioni di riservatezza” eccetera. Non li ha ottenuti. Un mese fa ha reiterato la richiesta. Senza esito.
Si sciolgono le amministrazioni comunali mafiose con metodi mafiosi. Si sa che è un business ambito dai funzionari prefettizi, gli stessi che predispongono gli scioglimenti. Si sono perfino moltiplicati per tre il commissariamento anche di Comuni piccoli e minimi – per il grave pericolo della mafia, si sa: Comuni di due-tremila abitanti hanno tre commissari. Altrove sarebbero in conflitto d’interessi. Ma l’antimafia prevale. Dopodiché si fanno un anno e mezzo da commissari, con auto blu, autista, e una settimana lavorativa di tre giorni, poche ore la mattina, pagandosi il doppio per non lavorare - il compito dei commissari è di bloccare qualsiasi attività dei Comuni.
Nella provincia di Reggio, dove quasi tutti i Comuni sono commissariati, i funzionari prefettizi del capoluogo non bastano, vengono ora da Catanzaro, Vibo Valentia, Cosenza, qualcuno perfino da Crotone. Viaggi lunghissimi, una grossa fatica.

Resta una curiosità – che sia anche del sindaco Ciccone non esime: perché ai commissariamenti per mafia non seguono processi?
E un constatazione: che gli apparati repressivi non sanno fare altro che mandare al confino, a capriccio - il vecchio vizio, ora anche redditizio. Forse peer questo non ci salvano dalle mafie. Che sono serie, non sono ballettomani burocratici.

leuzzi@antiit.eu

Grande Fratello Italia


Spettacolo Juventus-Atletico Madrid sul campo e spettacolo su Sky: Caressa e Bergomi, il romanista e l’interista per antonomasia, come dire gli antijuventini per costituzione, hanno tenuto incollato il pubblico alla tv per due ore abbondanti. Perché un evento sportivo va partecipato, come avviene per quelli che vanno allo stadio, pagando caro e con spostamenti difficili, non analizzato col bilancino, come ci impone la Rai avvocatesca della “Domenica Sportiva”.
L’entusiasmo ha indispettito il web. Furibondo. Anche quello juventino. Specie con Caressa ma anche con Bergomi. Se non c’è ingiuria e bestemmia non c’è spettacolo? Si dice il web, che rinfocola gli hater, gli spurga il fiele. Ma forse è solo l’Italia, incattivita. O ignorante: non sa pensare, e quindi parlare, in altro modo che al “Grande Fratello”, o “Isola dei famosi” che sia: liti, spintoni, e turpitudini, a chi “fa” il più cattivo. Con la lacrime, naturalmente, finte, e l’obolo pronto per terremoti e disabili – tanto chi se ne frega, per due euro...  

Chi si ricorda dell'internazionalismo


Ai primi di marzo del 1919 si teneva a Mosca una riunione di esponenti politici di mezza Europa di area socialista, che avrebbero dato vita all’Internazionale Comunista, o Terza Internazionale, di cui quella riunione sarebbe stata il primo Congresso. Diciannove partiti e “organizzazioni rivoluzionarie” parteciparono, dal 2 al 4 marzo. In quella che era la capitale della nuova Russia sovietica. Molti proveniente da paesi in fermento: Germania, Austria, Ungheria, Polonia, Finlandia, Bulgaria – nessuno dall’Italia. Che tutti confluiranno presto in regimi autoritari  di destra.
Essendo l’Internazionale Comunista, questo spiega il silenzio dei media, è un non-evento. Ma anche degli studi storici? E senza nessuna nostalgia, neanche una lacrima? Un’eccezione curiosa in una cultura ridotta a celebrazioni di centenari, cinquantenari, anche quarantenari, di Pasolini per esempio, di puro passatempo, per non saper che fare.
Il silenzio sulla nascita dell’internazionalismo è però una conferma, ulteriore: non solo la sinistra politica è sradicata, anche il passato. Lo sradicamento della storia è sicura certificazione del nazionalismo – dell’autoaffermazione, o sovranismo come si vuoole chiamare. Non nuovo e anzi vecchio, e disastroso.

Il romanzo di Lalla in figure


Un semplice ottimo catalogo omaggio, di una mostra romana in onore di Lalla Romano, pittrice e scrittrice – “Romanzo di figure” viene da uno dei suoi tanti libri di fotografia. Di quando Roma aveva un dipartimento Cultura, 2001, un altro mondo – sembra impossibile ma c’è stato, appena
Ieri. Con fotografie, quadri e libri, di versi, racconti, romanzi. Dalle foto col padre, Roberto Romano, 1904-1914, ai quattro album fotografici che pubblicò con Einaudi dopo il successo letterario, “Lettura di un’immagine”, “Romanzo di figure”, “Nuovo romanzo di figure”, “Ritorno a ponte Stura”, alla collaborazione finale con Antonio Ria.
“Io dipingo sempre mentre guardo, allo stesso modo scrivo sempre”.   
Romanzo di figure, Casa delle Letterature