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venerdì 24 maggio 2019

Cronache dell’altro mondo (35)


Si discurte in America se e come fare la guerra all’Iran. Come se si potesse fare la guerra all’Iran. Tante università e tanti scienziati politici che ci danno lezione, non sanno dov’è e cosa è l’Iran.
Cinquanta psichiatri hanno dichiarato Trump pazzo.  Ma il ruolo e la metodologia della della psichiatria negli Usa è inquestone: cosa è la follia, e chi è il pazzo?
L’America benpensante si illude e si consola che sia stato Putin e eleggergli Trump. Che non è vero, e non poteva essere vero. Ma è vero che l’America ha condizionato molte elezioni altrove, per esempio in Italia. Più volte. Anche con molti soldi.
Michael Avenatti, un avvocato a percentuale, si era illustrato ricattando Trump per conto di una pornostar. Sull’onda del ricatto si era anche messo in lista per fare il presidente degli Stati Uniti – o almeno, in quella veste lo ha presentato il “Corriere della sera”. Ora si scopre quello che si sapeva, che è un truffatore. Con vari processi a carico, col rischio di 300 anni di carcere – che significano trecento anni di carcere?
Una delle truffe di cui Avenatti è accusato è essersi intascato 300 mila dollari dell’anticipo di una casa editrice alla sua assistita pornostar per le memorie. Le memorie di una pornostar, che è andata a letto con Trump, valgono milioni. Di solo anticipo.
La pornostar di Trump non è la prima, tutte le donne che hanno avuto un rapporto con un candidato presidenziale, poi lo ricattano. Il ricatto normalmente si conclude con una transazione: il ricattato paga. Ma questo estingue l’adulterio: cioè, se l’uomo paga l’amante o la prostituta per tacere, il matrimonio è salvo.
Il produttore Weinstein paga 44 milioni di dollari alle donne che lo hanno accusato di violenza carnale. La violenza non c’è stata perché la responsabilità penale è stata derubricata. L’uomo, grasso e piedipiatti, si vede anche male come stupratore. Semplicemente ha pagato due milioni ogni rapporto. E questa è tutta la morale.

La Buenos Aires di Borges


“Il tango, soprattutto la milonga, è un simbolo di felicità”. Una felicità che per Borges è durata tutta la vita. Una “Storia del tango” aveva già in “Evaristo Carriego”. Oltre a vari poemi su tanto e milonga. Qui sono raccolte quattro conferenze del 1965, a Buenos Aires, che però sono un omaggio principalmente alla città di fine Ottocento, che Borges non conobbe ma immagina e crea continuamente, qui e altrove. Per un proposito di argentinismo, o meglio di criollismo, di immedesimazione patriottica, maturato nel giovane Borges, spiega Tommaso Scarano, che ne cura l’edizione italiana, al ritorno dai viaggi di studio in Europa: “di un nazionalismo «popolare», autentico e ordinario”. E l’A rgentina nel mondo è, dice a un certo punto, “gaucho” e “tango”.
Conversazioni, qual Borges prediligeva e nelle quali eccelle, inesauribili, variegate. Racconti di racconti, di aneddoti, personaggi, luoghi e frasi famose. Sempre col gusto aneddotico, che allevia le digressioni. In cui si parla anche del tango. Ma per porre problemi più che soluzioni. Ha a che fare col gaucho? Improbabile, più col compadrito, guappo di città. Mafiosetto di città, dal coltello facile, per provare la sua superiorità. E sicuramente coi bordelli. Non è il popolo che inventa il tango, che anzi rifiuta. Poi i teppistelli lo portarono a Parigi, che lo adottò, e lo impose agli argentini – lo stesso Gardel era un Charles Gardet, di Tolosa. La parola resta misteriosa: suona africana, tango, ma non c’erano più negri in città a fine Ottocento.
La Buenos Aires d’antan su cui Borges più volentieri divaga è per lo più immaginaria, ma consistente. Nel quartiere genovese della Boca il tango si immalinconisce. Dopo essere stato criollo e rissoso.
Due lunghi poemi coronano le conferenze,  “El tango” e “Milonga de Jacinto Chiclana”. Che Piazolla ha musicato in occasione della pubblicazione delle conferenze in volume nel nel 2016, per i trentanni della morte di Borges – ma la musica di Piazzolla Borges non amava, lui era per il tango tradizionale.
Jorge Luis Borges, Il tango, Adelphi, pp. 170 € 14

giovedì 23 maggio 2019

Appalti, fisco, abusi (153)


Il Comune di Roma affitta 70 autobus in Israele. La Motorizzazione Civile ne rifiuta il collaudo, per gravi carenze. Il Comune di Roma li fa collaudare in Germania, dove la ditta che li affitta ha delle referenze - ma anche la Germania va con cautela, finora ne ha collaudati solo quattro. Tutto illegale, e anche costoso. Ma non colpevole per la giustizia.

Si fa una multa a Roma per divieto di sosta, passibile di riduzione del 30 per cento se si paga entro cinque giorni. Per evitare la riduzione i Vigili Urbani non lasciano avviso. La riduzione è per legge e quindi non la possono cancellare. Ma la gravano delle spese di notifica, che impongono in 14 euro. L’equivalente della riduzione.  È illegale ma è la “nuova” amministrazione.

Le pratiche pubbliche si chiudono normalmente con una tassa, un bollo. Che però non è disponibile nell’ufficio dove si tratta la pratica, al municipio, al catasto, alla asl. Bisogna andare da una tabaccheria vicina (ce n’è una anche al catasto, che a Roma è in campagna), comprare la marca da bollo, ritornare, rifare la fila, il più delle volte perdendo la priorità nella coda.

Questo per i bolli da decine di euro. Per quelli da uno-due euro si può invece pagare allo sportello. Non in contanti, col bancomat. Che non è possibile per ammontari più elevati.

Tim spinge, con email, lettere e telefonate, a passare alla fattura online. Che però non si legge. Bisogna entrare per leggerla in MyTim. Che da sempre è in rifacimento – “il servizio è momentaneamente sospeso” da sempre. Un’azienda che viene contesa benché venda servizi  onerosissimi e non abbia neanche un recapito – che Grillo poteva dichiarare fallita già dieci anni fa.

All’ospedale  (p.es. il Fatebefratelli all’Isola Tiberina a Roma) il telefono del Cup, del Centro unico prenotazioni, non risponde – risponde sempre occupato. Agli sportelli lo sanno: “Sì, non c’è personale per rispondere”. A Roma una prenotazione val bene mezza giornata di viaggio. Anche una giornata. In taxi perché non c’è parcheggio.

La mafia femmina

Rivisto su Rai 1 tal quale, senza le oleografie della Giornata della Legalità che l’avevano seppellito (oggi 23 maggio Mattarella decreta Giorno della Legalità, in memoria di Falcone, ma è una cosa diversa , è un thriller di fattura inconsueta per l’Italia. Nei ritmi: le accelerazioni, compresi gli inseguimenti, tesi ma credibili, le sorprese, le attese, le sorprese. Nel dialogato, semplice e caratterizzato, non di maniera. Nella recitazione, specie delle donne che ne sono in larga parte protagoniste, Marina Crialesi e Ester Pantano: sfrontate (piene di sé), furbe, iperconnesse, le vere custodi della legittimità mafiosa, il vero volto della violenza. Un piccolo classico, molto innovativo.
La sorpresa più grande è questa: il forte matriarcato dietro il frusto patriarcato, quale è scontato delle società arcaiche.
Enzo Monteleone, Duisburg, linea di sangue

mercoledì 22 maggio 2019

Letture - 385

letterautore


Aleppo – “Aleppo, che fu Oriente e oggi è soltanto decadenza”, era rovina già nel 1953. Tale la trovava Moravia, in una corrispondenza per il “Corriere della sera” che “7” ripubblica. Effetto dell’etnocentrismo? O non è ignoranza, è provincialismo. Moravia,che viaggiò molto, e di molti mondi scrisse, non ne ha scritto nulla di memorabile, solo luoghi comuni.

Filisteo – In disuso in questo dopoguerra, è concetto che ha accompagnato la cultura europea, specie tedesca, dal romanticismo alla guerra di Hitler – in disuso ma non disfenomenico, anzi in tutto collimante con le più contemporanee espressioni dell’opinione pubblica, le chat, i social, i blog. Persona di studi, e anche di cultura, ma rigido, non aggiornato, non disponibile. Misoneista in genere, ostile cioè al nuovo e al diverso, gretto, retrivo, lo dice la Treccani. Sta per borghese torpido e insieme pieno di sé, quello che ha sempre ragione anche se non sa di che.
Un termine emerso con la Restaurazione – i repertori linguistici storici lo attestano attorno al 1830 - a opera dei Brentano, Clemens e Bettina, e di von Arnim. Ma in senso restrittivo, per chi “non aveva scuole”. Dal  Philister del gergo goliardico tedesco, per chi non aveva studi universitari – essendo già allora l’ordinamento degli studi in Germania compartimentato, tra chi, alla fine della scuola dell’obbligo, proseguiva col ginnasio-liceo, e quindi con l’università, e chi invece andava a un mestiere, seppure supportato da un diploma, di scuola tecnica-commerciale. Oggetto – bersaglio – di molto Nietzsche furioso, dopo esserlo stato dei teorici del romanticismo. Nelle “Inattuali” e un po’ ovunque. 
Nella prima “Inattuale”, non spiegandosi il trionfalismo culturale per la vittoria sulla Francia, Nietzsche lamenta: “Com’è possibile che fra le persone colte di Germania regni la più grande contentezza, una contentezza che, dall’ultima guerra in poi, si mostra addirittura costantemente pronta e prorompere in un costante tripudio e a trasformarsi in trionfo?... Che genere di uomini dev’essere giunto a dominare in Germania…? Questo genere di uomini, voglio chiamarli per nome, sono i filistei colti”. Una figura di cui contesta “la potenza da supremo giudice” del paese.
Anche Hofmannstahl successivamente se ne lamenterà, segnatamente in una conferenza tenuta a Monaco nel 1926. All’università, ma come fulcro di un evento politico di larga eco. Lamentando con Nietzsche la sopravvenienza, a pochi anni dalla guerra perduta del 1914-18, di “tutto ciò che è sazio, fiacco, debole, ma, nella sua fiacchezza, tracotante e contento di sé: il filisteo colto tedesco”. Indignato che “un tale atteggiamento di tracotante sazietà dello spirito abbia potuto guadagnare terreno tra la maggioranza di quella grande tragica nazione”.

Film – “È qualcosa di molto simile a un sogno”, L. Wittgenstein, che ne andava pazzo, “Movimenti del pensiero”, 25: dei sogni alla Freud.

Italia tedesca – Nonché vilipenderla e vilificarla - su tutti Thomas Mann – la Germania letteraria più frequentemente vuole annettersi l’Italia. Sullo sfondo di Carlo Magno, degli Ottone, del Barbarossa e di Federico II di Svevia. Studi seri vogliono Dante tedesco, o comunque longobardo. E prima ancora vogliono tedesca la Scuola siciliana, l’isola essendo all’origine della poesia italiana, per l’influsso e l’opera di Federico II, il “secondo vento di soave” di Dante, di Svevia cioè o Germania, a Palermo. Altri studi vogliono il toscano una dialettizzazione del tedesco e non del latino, per via delle aspirate – ma allora, più propriamente, sarebbe tedesco il fiorentino. Perché sono “tedesche” pure parole chiave come “casa”.
Malaparte, che era tedesco, si voleva invece arcitaliano. Anche Goethe giovane si sarebbe voluto romano.

Leggere –“Leggere assorda la mia anima”, L. Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 40.

Lutero – “Lutero non era protestante”, L.Wittgenstein, id. 42.

Manzoni – Un realista. Ai “Promessi sposi” Hugo von Hofmannstahl nel 1927, nella prefazione alla riedizione tedesca del romanzo per il centenario, attribuisce un ruolo di ponte, o comunque intermedio, tra la “socievolezza” del mondo francese delle idee e l’anarchismo speculativo tedesco, trovandoci un fondo di giusto realismo. Nelle parole di Elena Raponi, la germanista, nel commento a “L’opera come spazio spirituale della nazione” dello stesso Hofmannstah, 1926: “Tra l’atteggiamento scettico e secolare dei Francesi da un lato, e l’ansia di interiorità e la tensione metafisica dei Tedeschi dall’altro, Hofmmanstahl sembra suggerire l’esistenza di una terza via, la possibilità di armonizzare e conciliare superficie e profondità, percezione del reale e istanza metafisica… Che egli avrebbe di lì a poco identificato in un’opera precisa della letteratura europea, «I Promessi Sposi» del Manzoni”. Al romanzo, notava Hofmmanstahl, i francesi avrebbero potuto obiettare la mancanza di pointe, i tedeschi di sentimenti intensi, “ma sotto questa ingenuità e quest’aria quasi quotidiana c’è una profondità molto grande e vera passione… Tutto è pieno di realtà,… in ogni impulso c’è una coscienza dei confini (come limiti non sociali, ma come posti da Dio), persino una gioia dei confini – ma intanto è in ogni attimo possibile un salto dei confini e un precipitare impetuoso verso l’infinito, addirittura verso Dio”.

In questi termini si può dire che Manzoni ha orientato tutta la narrativa italiana. Compresa quella apparentemente avulsa e singolare di Pirandello.
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Mare Africano – È in Pirandello, “Taccuino di Harvard”, appunti degli anni a cavaliere del 1900, il mare di Agrigento, oggi Canale di Sicilia - quello percorso dagli scafisti libici, fino a Lampedusa. Non tranquillo: i suoni del Mare Africano Pirandello registra come “mormorio”, “borbogliar”, “fragoreggiar”.

Remake – Non fa buoni film. Il genere si è moltiplicato, è un’industria, con i produttori indipendenti, e con le reti audiovisive, Hbo, Sky, Amazon, Netflix, per l’abbattimento dei costi in videoripresa, mentre si capitalizza sul titolo e sul precedente. Ma l’industria del remake è poco gradevole, quasi sempre deludente. Equivale alla copia che usava delle arti classiche, dei marmi, delle pitture. Magari oneste, ma non un altro originale. Il remake è invece dell’epoca dei multipli, dell’“oggetto d’arte”, dell’arte seriale. Cioè dell’artigiano, anche buono e ottimo. Ma della fine dell’estetica.

Selfie – “Niente mi sembra danneggi per sempre il ricordo di un uomo più dell’autocompiacimento. Anche quando si presenta nelle vesti della modestia”, Ludwig Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 39.

Ulisse – Immortalato da Omero e Dante, eroe modello della contemporaneità – di Joyce, e poi di Kavafis e Pavese, nonché di tutti i viaggiatori, sia pure in crociera - era un figuro, un intrigante truffaldino, un brutto ceffo, per di più assetato di sangue, una specie di Brusca, che fa uccidere i bambini come Astianatte, per chi ne scriveva nell’Atene classica, Pindaro, Sofocle, Euripide.
Due le odi di Pindaro, le “Nemee” VIII e IX, in cui Ulisse è preso a partito per il la contesa con Aiace. Nella “Nemea VIII” quale “principe di parole ingannevoli, ideatore di astuzie, insinuatore di subdole menzogne, sempre pronto ad aggredire gli uomini nobili e a esaltare quelli infami”. Rigettato da Socrate, che lo configura perno e ispiratore dei sofisti. Sofocle e Eschilo lo dicono “seme di Sisifo”, il Brusca del mito. È bugiardo e “tragediaturi” per Sofocle, nel “Filottete”. Euripide, che su Ulisse aveva dedicato una perduta tragedia, “Sisìfo”, lo fa carnefice di piccoli e indifesi, Astianatte, Ifigenia e le donne in genere, in più opere, “Troiane”, “Ecuba”, “Elena”.

La commedia lo faceva crapulone. Una commedia di cui resta il titolo lo vuole anche disertore , “Odisseo disertore".

letterautore@antiit.eu 

La patrimoniale c'è già, occulta

Bisogna pagare 400 euro al Comune per diritti di segreteria, oltre a fornire planimetria aggiornata di un “tecnico” accreditato al catasto, per poter ampliare un gabinetto in bagno doccia, con l’utilizzo dello stesso scarico. È il costo minimo della Segnalazione Certificata di Inizio Attività, per nessun servizio reso. Una tassa.
Qualsiasi riparazione in una casa o in appartamento, gli scoli, i discendenti, le grondaie, il tetto, i servizi, va fatta con una Scia, pagando cioè i diritti, oltre la pratica del “tecnico”. In aggiunta all’Imu, alla Tasi, alla ricchezza mobile, e alla stessa Tari, che è una tassa sull’immobile, disgiunta dai rifiuti prodotti.

La pensione si fa con le multe

La sindaca di Roma Raggi ha proposto un contratto ai Vigili Urbani in cui accumuleranno futeoribusta, validi anche per la pensione, con le multe: più multe stradali più pensione. Sembra incostituzionale, incentivare la tutela della legge e dei regolamenti, ma la sindaca non si pone problemi: nessuno a Roma glieli pone e i Vigili Urbani, ai quali deve la sorprendente elezione, hanno finalmente il prezzo dell’impegno profuso.
Grillo, o meglio Raggi, ha vinto a Roma come si ricorderà dopo il commissariamento del Comune, per l’azione severa di polizia svolta dai Vigili Urbani contro il sindaco in carica Marino. Lo trovarono infatti in delitto di parcheggio in zona vietata. Stabilendo per questo un fertile contatto, tramite i fratelli Marra, con la futura candidata 5 Stelle. Per una campagna che porterà Marino alle dimissioni.
Non bastando il parcheggio vietato, al dossier contro il sindaco Dem furono aggiunti gli scontrini personali caricati sulla carta di credito comunale, ma questo poi si dimostrò una bufala. Marino pretendeva che i Vigili, che hanno il record dell’assenteismo, lavorassero, ogni tanto, e il conflitto diventò insanabile. Finché Raggi non spuntò.

Non si ride se non c’è la guerra

L’allineamento, la simultaneità, il passo, la cadenza, tutte le sottigliezze dell’“addestramento formale”, delle giornate di noia della vita in caserma, a marciare avanti e indietro, quando fare i “dieci giri di campo!” in punizione erano un sollievo la mattina alla sette, specie con l’ora solare, per prepararsi a niente. Anche se dietro l’angolo c’è la morte. Dopo avere ucciso magari non si a chi e non si sa quanti. Tutte le stupidaggini della vecchia naja ci sono. Che assillano uno squadrone di piloti e navigatori, a rischio ogni pochi giorni, le missioni si moltiplicano, della pelle nei bombardamenti, Contro un’agguerrita antiaerea tedesca, da Roma a Bologna. In un’isola di Pianosa, trasformata in base aerea americana per la riconquista dell’Italia nel 1944, singolarmente affascinante. Ma non si ride. Non come il precedente del 1970, di Mike Nichols.
Ben fatto, anzi meglio fatto, ma non si ride. L’antimilitarismo si è dileguato forse con la naja, che mezza Italia non ha vissuto, e chi l’ha vissuta l’ha rimossa. Forse ci volevano interpreti-personaggio, riconoscibili – Nichols disponeva di Martin Balsam, Art Garfukel, Alan Arkin, Paula Prentiss, la stessa Olimpia Carlisi, Orson Welles, Jon Voight, Anthony Perkins, Martin Sheen.
O forse, più probabilmente, perché il tempo è alla crisi, ma di tipo ipocondriaco, di gentile mania depressiva, senza più il ricordo, e quindi il timore, della guerra. Forse per gustare i film contro la guerra, contro la burocrazia militare e gli imboscamenti, bisogna avere presente o temere una guerra reale, coi corpi spiaccicati. I capolavori del genere sono del decennio 1960-1970, da Tutti a casa” al “Catch-22” di Nichols – il ’70 è anche l’anno di Altman, “Mash”, Elliott Gould, Robert Duvall, Donald Sutherland.
George Clooney, Catch-22, Sky

martedì 21 maggio 2019

Secondi pensieri - 386

zeulig


Alberi – Tronchi solidi ma di natura femminea? È ipotesi del giovane Pirandello, in una breve poesia del “Taccuino segreto” (p.199): “Fusti d’acacia giovane, di dense\ chiome, indolenti al vento s’abbandonano\  che par debba spezzarli; e invece godono\ femmineamente di sentirsi aprire\ e scomporre così le chiome, e volgono\ il vento elastici flessibili\ in moto d’onda, in vortice di nuvole…”.
È l’aspetto forse più singolare (identificativo) della specie. Assente nel repertorio che Alain Corbin ne ha redatto, “La douceur de l’ombre. L’arbre, source d’émotion de l’Antiquité a nos Jours” -dell’albero mezzo di scrittura:
http://www.antiit.com/2015/05/quante-emozioni-sotto-lalbero.html?m=0  “nonché scrittura esso stesso: testimone fisico e metafisico, degli eventi naturali e della stessa storia, come e forse più dei mammiferi, per quanto intelligenti e memoriali. Metamorfico, metempsicotico, durevole. L’idea più approssimata nel reale alla resurrezione e all’eterno”:  “L’albero evoca più la rigenerazione-resurrezione che la morte”.

Decadenza – Si accompagna all’attivismo, alla febbrilità. Paul Veyne, “Le «Leggi» di Platone e la realtà”,  stabilisce che la filosofia e la storia antiche legano il vitalismo alla decadenza. E l’antinomia lega alla consistenza vacua dello stile di vita occidentale: “Il volontarismo pervade tutto ciò che la società greca e romana vuole essere. Esiste un’osses­sione greco-romana della virilità. I Greci e i Romani, quando hanno l’incubo del crollo definitivo delle città, sognano questa catastrofe come una decomposizione dei muscoli sociali. E di se stessi che hanno paura. E gli oppositori si comportano in mo­do analogo. Da Platone a san Girolamo ci sono stati uomini che si sentivano in esilio nella società reale, della quale avvertivano il cattivo funzionamento: trascorrevano giornate tristi”.

Dio – È artigiano, è pensato come tale. Lo scopre Wittgenstein nel diario di Skjolden (in “Movimenti del pensiero”), a conclusione di lunghe pagine di riflessione in tema: “È curioso che si dica che Dio ha creato il mondo e non: Dio crea continuamente il mondo” Si risponde: “Si viene fuorviati dalla similitudine dell’artigiano”, che fa la scarpa, un lavoro compiuto, che dura per qualche tempo. Mentre la creazione non può che essere continua: “Perché mai deve essere più grande il miracolo che il mondo  ha iniziato a essere, rispetto al fatto che continui a essere?” E: “Se si pensa Dio come creatore, la conservazione dell’universo non deve essere un miracolo altrettanto grande della sua creazione - anzi non sono entrambe una cosa sola?” .

Identità – È di fatto molteplice, non singolare. Per Pirandello e, oggi, Jumpha Lahiri – l’identità è materia letteraria? Sì, si rispondeva von Hofmannstahl già un secolo fa, poco meno, nel 1926, a scongiuro contro il rozzo nazionalismo etnico. Singolarizza per decisione o scelta, ma è in sé composita. Per il singolo e per l’insieme. Sul piano psicologico ma anche materiale, compreso il linguistico – si parla e si scrive in molteplici maniere la stessa lingua. Si vuole unitaria-univoca per opposizione, sempre sul piano sia psicologico che sociale, ma subito dopo si fraziona o divide. È un coacervo, di dati e anche di pulsioni – quindi instabile.

È riferimento dilagante in opposizione all’insicurezza: un baluardo, ma semplificato, come rimedio a uno stato febbrile, morboso, per eventi improvvisi e ingovernati. È – può essere – quindi terapeutica, una sorta di autoanalisi, come di chi va  dallo psicoterapeuta per “ricostituirsi” – un ricostituente. Ma instabile, come è delle analisi terapeutiche - preconcetta, avventurosa, anche limitativa. Oppure è una parola d’ordine, un chivalà. E quindi un progetto politico.
L’esistenza non si circoscrive, e in sé non si finalizza. Se non appunto come strumento, come accorgimento a un fine pratico, immediato, selettivo. .     

Inferno – Nasce come diga al crimine. Nella sintesi di Cicerone all’ultima delle “Catilinarie”: “C. Cesare ritiene che gli dei immortali non abbiano creato la morte come castigo ma come legge di natura e riposo dalle fati­che e dai dolori, e perciò i saggi non l’hanno affrontata con rilut­tanza, i forti spesso persino con gioia; la prigione, al contrario, e tanto più quella a vita, è stata inventata come castigo eccezionale per i delitti più esecrandi. E questa la ragione per la quale i nostri padri, al fine di infondere terrore ai malviventi durante la vita, vollero che dopo la morte i malvagi soffrissero supplizi sempiter­ni, poiché sapevano o che se non ve ne fossero stati la morte in sé non faceva paura”.

Marxismo democratico – Trascurato dagli studi per un secolo ormai, prima dalla censura del Diamat, il comunismo sovietico, poi, da Praga al crollo del Muro, dalla censura di ogni comunismo, ha avuto negli anni 1930 un minimo diritto di cittadinanza. In antitesi ai fascismi. A opera specialmente di un comunista viennese, Otto Maschl, che negli ani 1930, in fuga dalla Mosca staliniana a Parigi, adotterà lo pseudonimo di Lucien Laurat, e finirà per scrivere durante l’occupazione tedesca per riviste collaborazioniste. Gli studi di Laurat sulla proposta di Rosa Luxemburg – riuniti in inglese nel 1940 sotto il titolo “Marxism and Democracy”, non tradotti in italiano (né se ne trova traccia in Althusser, Bobbio, Colletti e altri che hanno indagato nella stessa direzione) – vanno oltre la critica del leninismo, alla quale Luxemburg è confinata, per aprire alla funzione di governo e all’interattività istituzioni-pubblico: la democrazia cresce dall’interazione tra le forze di governo che non si concepiscono come semplici detentrici del potere, e le masse che via via la stessa funzione di governo illumina e convoglia alla gestione collettiva.

Postmoderno – Si prolunga nella citazione di citazioni. Prolifera, estenuato, nel Millennio, dopo ave governato fine Novecento.  Nelle arti figurative, al cinema e in letteratura, replicando il pastiche in serie. il rifacimento di rifacimenti. Il postmoderno propriamente detto si dilettava di citazioni, ora si è alla citazione di citazioni. Si parodia Sergio Leone, che parodiava il western americano. Si rifà, si riscrive, il modello è la copia.

Progresso – Non è una freccia, si sa, ma non è nemmeno una marcia in avanti. Anzi, è più una melassa. Non necessariamente in surplace, ma pasticciato e da sceverare – una melassa di buono e cattivo. È una scelta, del giudizio, non una cosa o un fatto. Qualsiai novità (miglioramento, sviluppo) è suscettibile di applicazione dannosa o retrograda. Di più e peggio avviene (è possibile) in materia umanistica: di dritti, politici e no, di doveri, di male, di bene, di giusto e ingiusto, opportuno e inopportuno.


zeulig@antiit.eu

Festa per Leonardo

Per il cinquecentenario una festa, un volume da sfogliare con beneficio dell’occhio e della mente. Con i contributi di Cacciari, autore ora di un “Saggio sull’umanesimo. La mente inquieta”, e Sgarbi. E il recupero di articoli d’epoca dei settimanali Rizzoli, di quando il giornalismo era cosa seria, insieme con elaborati nuovi. Facendo strame del “Codice da Vinci” naturalmente, che pure ha reso miliardari Dan Brown e i suoi editori – Leonardo “tira” molto.
Le “macchine” celebrate non funzionano, scopriva Franco Bordieri su “L’Europeo” nel 1983 – ma le idee sono tutte buone, il principio del (mancato) funzionamento. Alcune ancora da inventare, come “la città sull’acqua”, che i nuovi Navigli, spiega Salvatore Gianella, potrebbero realizzare a Milano. Un uomo di visione. Un poeta della scienza, inventore ardito, fantasioso  – compresi gli esperimenti di pitture (affreschi) a perdere. 
Un genio solitario, da bambino, figlio non voluto, e poi sempre, dappertutto dove visse, a Firenze, Roma, Milano, Parigi. Stranamente insensibile al fascino del sesso, scopriva Emilio Radius nel 1952, sempre su “L’Europeo”: “Dipingeva maschi grotteschi e signore trascendenti”, asessuate – “ma nei suoi magnifici ritratti femminili si riflette un’infinita tenerezza”.
Utile la guida di Valeria Palumbo e Luca Zanini, sui luoghi di Leonardo: posti tutti per qualche verso affascinanti.
“Oggi”, I segreti di Leonardo, pp.122 ill. € 4,90

lunedì 20 maggio 2019

I dolori di Grillo

Si assiste allo spettacolo di Grillo in teatro con disagio. Non fa ridere, e già per questo è malinconico. Lo è suo malgrado probabilmente. E per motivi suoi probabilmente. Ma è come se anche lui fosse sbalordito dalla realtà che stiamo vivendo, che è quella che lui ha creato, coi “vaffa” e con la rete. Un mondo volgare, di piccoli arrivisti. Superficiali, incapaci, corrotti.
Uno che vive a Roma subisce a ogni passo tanta pochezza come un pugno nell’occhio, senza difesa possibile.  Imposta da una ragazza forse più incapace che cattiva, che comunque presiede senza scrupoli una banda di malfattori. Piccoli, rubano le migliaia non i milioni, ma sfrontati:  gli sfioramenti sullo stadio dell’As Roma, e sugli altri impianti o attività dello sport, le carriere dei vigili urbani (ora hanno più pensione se fanno più multe…), gli speculatori dei bassi e i piani terra, a favore dei quali si decretano a raffica nefaste isole pedonali. In un’atmosfera di ladrocinio concitato.
Fuori dalla fogna mefitica della sindacatura capitolina, se uno riesce ad alzare lo sguardo, non trova se non piccoli maneggioni di una vecchissima politica. Che si fanno belli sperperando il denaro pubblico: sussidi, pensioni, posti. I contribuenti – le gente che alvora – gravando per questo di nuove tasse e altri debiti. Non un euro di investimento, non un programma, nemmeno una promessa. Piccola gente, piccolo Grillo.

L’anno del Napoli

Se sono già partite le scommesse per l’anno prossimo, è facile vincere, anche se alla parità: sarà l’anno del Napoli - basta che la squadra non venga smantellata in estate. Tutte le altre concorrenti si sono smantellate da sole, nel nome del calcio-business. Ridotto alla rincorsa ai veti o quaranta milioni di quota nelle coppe europee. E alla compravendita degli atleti, per lucrare sulle fatturazioni, sulle  commissioni a osservatori, agenti e promotori.
Si smantellano la Roma, l’Inter e il Milan. Si smantella la Juventus, che pure vinceva senza sforzo. Allenatori nuovi, moduli nuovi,  giocatori nuovi, c’è nel calcio la stessa corsa insensata al “nuovo” che ha portato al voto politico l’anno scorso. Al non sperimentato, al meglio vergine. Basta che non sia vecchio, anche se funziona.

Il calcio aziendale

Lacrime finte ancora ieri a Torino attorno alla Juventus, col padrone Agnelli da un lato, l’allenatore Allegri dall’altro, la squadra, sempre furba, di ipocrisia quasi luciferina, e i tifosi, che avevano pagato per poter piangere. Di un calcio cioè che è solo, quando lo è, un business. Piccolo, micragnoso. Almeno nell’accezione torinese - o più probabilmente italiana, confluendo questo tipo di sport nello stato nazionale di derelizione.
Si dice il calcio sempre più aziendale, come lo vuole Agnelli. Ma allora con una diferenza. Che in Italia l’aziendalismo si vuole ed è micragnoso, ragionieristico – salvo sforare i bilanci, come lo stesso Agnelli fa, lui di centinaia di milioni. Non sa investire, non sa creare. E distrugge anzi il patrimonio. Non sa creare miti, o sogni, che sono la vera materia dello sport, dell’agonismo.
Altrove questo potenziale è al contrario sostenuto – si chiama marketing, ma allora intelligente. È il caso soprattutto delle squadre britanniche, che hanno un seguito enorme, con ricadute cospicue  sui bilanci, in Asia, fra le grandi masse, ma anche in Africa e perfino in America Latina. Cosa di cui il calcio italiano non si cura. Ha saputo creare dei miti in passato, ma a sua insaputa, e ora nel calcio ragionieristico è solo applicato a distruggerlo.
Il Milan aveva un enorme seguito con i tre olandesi e Sacchi e non ha saputo stabilizzarlo, non se ne è curato. La Juventus, che ha “creato” John Charles, Boniperti, Platini, lo aveva in Del Piero, popolarissimo in Asia, e l’ha cacciato – Del Piero come altri benchmark, Buffon, Pirlo, oggi Allegri.

L’Italia ignorante

Lo studio di Pagnoncelli sull’“Italia ignorante”, anzi stupida, è stato criticato da questo sito venerdì come incompleto. Nella parte fondamentale: chi è il sarto, che taglia l’abito di questa Italia fuori misura? Meglio ancora: chi è il maestro di questa “classe” di ignoranti? Sottolineando il ruolo mancato o fuorviante dei media, che sono poi i veicoli dell’opinione pubblica: televisione, giornali, sondaggi, libri, che indirizzano l’opinione fingendo di esprimerla -  “obiettivamente”: ipocrisia solo italiana, ma indistruttibile.
Una semplice mancanza si potrebbe aggiungere che rileva e sconquassa la buona opinione che Pagnoncelli e i media danno di se stessi: l’assenza di ogni criterio di giudizio, che non sia pregiudizio. Media che hanno dato un contributo sostanziale, continuano a darlo, allo squartamento, al disossamento, dell’Italia. Con la lotta alla corruzione nel nome di più corrotti – affaristi, giudici. Alla casta nel nome degli intoccabili – giornalisti, giudici. Alla libertà d’opinione nel nome  dell’antifascismo. Perfino all’antimafia, non si può dire nel nome della mafia ma praticamente sì.
Fanno la morale, pontefici della pubblica opinione, personaggi che hanno mandato un avviso di garanzia falso a Berlusconi alla vigilia di un impegno internazionale.  E poi mille, o duemila, plotoni della Guardia di Finanza, a giorni alterni, a perquisirlo. Difendere Berlusconi è difficile, ma l’Italia che lo avversa è migliore? Berlusconi è stato solo un falso scopo, come si dice in artiglieria: puntare un obiettivo per tirare altrove, sull’opinione pubblica., sul voto degli italiani.
Il falso scopo
Siamo vissuti per venticinque e passa anni, trenta ormai, nell’inganno. A opera di chi? Dei “migliori” giornali e giornalisti, e dei migliori giudici: della migliore opinione pubblica. Di chi è la colpa?   
Pagnoncelli forse non ricorda, ma non ci vuole molta memoria. Tutto è cominciato con l’avvento di Mani Pulite, che ha segnato il passaggio dell’Italia sotto la ferula di Milano, i suoi affarucci, al coperto dei suoi editori. A opera di giudici fascisti, o picisti, o corrotti, non ce n’era uno buono – ce n’era uno perfino dei servizi segreti. Sotto la guida di un andreottiano. Uno, il più invadente e milanesizzato di tutti, aveva appartamenti in comodato in centro città dalle banche per i suoi cari. E si era fatto “prestare” cento milioni da un indagato che aveva mandato in prigione – al quale li aveva  restituiti, diceva, in biglietti, in una scatola da scarpe. Una banda che decretò colpevoli di corruzione solo i socialisti, i liberali e i repubblicani, con la Dc non andreottiana.
Si dice una giustizia politica ma è farle un complimento, anche se la giustizia politica è il vero fascismo. È una giustizia corrotta, anche nel senso proprio: dei soldi, delle carriere, dei posti.
Non c’è stata più verità da allora. Ma che colpa ne ha l’Italia?

I dolori del non più giovane Pedro

Almodovar rinasce, dopo una lunga afasia, tra crisi creativa e ipocondria, che deriva verso la depressione. In una sorta di racconto di formazione, alla Werther, che però non è il Pedro giovane ma quello maturo.
Non Almodovar, è Banderas che rinasce. Che però tutto lascia supporre sia lo stesso Almodoar, compresa la sopravvivenza col tiro di eroina. Esce dal guscio finalmente con un paio di amici, che s’incaricano di metterne in scena l’ultimo atto, e con i ricordi della madre e quindi dell’infanzia, incluso il primo desiderio sessuale che lo invade bambino al punto da stordirlo.  Resusciterà con un copione, che intitola “Il desiderio” – “La legge del desiderio” è il primo film, trent’anni fa, della trilogia selfie di Almodovar, che questo dovrebbe aver concluso.
Il consueto melodramma di Almodovar, con meno scherzi e più malinconia, e resurrezione finale. Un racconto lineare, gradevole.  Scandito questa volta senza scarti né agudezas. Il personaggio, dice Almodovar presentando il film, che è tutto suo, ne è anche soggettista e sceneggiatore, è in realtà Banderas, che se ne è impadronito e lo ha imposto, giorno per giorno, sul set e allo stesso autore. È verosimile. Banderas gioca il personaggio curiosamente col solo sguardo, tra spento e sottilmente ironico.
Come Moretti
Altrettanto curiosi sono, per uno spettatore italiano, i calchi. Sul fondo di una canzone di Mina 21961, “Come sinfonia”. Penelope Cruz, la madre giovane del protagonista, è in tutto Sofia Loren - eccetto che nella presenza fisica. Mentre Nanni Moretti è dappertutto, specie con “Caro Dario” e “Mia madre”. Ultimi di una serie di calchi, vicendevoli?, di due registi quasi coetanei (sì come autori di film), che vanno forse in parallelo, ma Moretti con più autonomia: il “gruppo” (gli amici-attori, a lungo trademark di Moretti), le fisse, l’amicizia, l’infanzia, la solitudine nella grande rete, convulsa, dei rapporti umani e di lavoro, al limite della misantropia. In un racconto sempre in soggettiva - si dice oggi del selfie per sintesi, con un termine in voga, ma la soggettiva è semrpe stata la loro forma espressiva. Anche il tono narrativo è similare, semiserio. E lo schema evocativo: la scoperta (lo sguardo da bambino), l’intromettenza nelle vite degli altri – i coprotagomisti e gli stessi spettatori - e gli sdegni teatrali.
Pedro Almodovar, Dolor y Gloria

domenica 19 maggio 2019

Il mondo com'è (375)

astolfo


Agenti russe – Si moltiplicano le gentildonne russe che traggono eminenti occidentali, politici o affaristi, a mali passi: Anna Chapman, Maria Butina, Natalia Veselnitskaja. Generalmente, in questi ultimi anni, negli Stati Uniti. Ora anche alle Baleari, dove una “Aljana Makharova” ha sputtanato mezzo governo austriaco. Generalmente bionde, ma non necessariamente: Chapman è “la rossa”, Veselnitskaja è mora. Ma non sono una novità, dame russe hanno infioretto il Novecento, a Londra, Berlino e Parigi, in proprio o accanto a personaggi illustri, negli anni del sovietismo. In quegli nni, però, non con gli uomini d’affari, le relazioni d’affari erano interrotte, ma con gli intellettuali.
Le agenti più famose sono state Christa Wolf a Berlino Est e Julia Kristeva in Bulgaria e a Parigi - moglie di Philippe Sollers e animatrice di “L’Infini”, la rivista dell’editore Gallimard. Mentre resta da accertare il ruolo di Elsa Triolet, moglie di Aragon e scrittrice in proprio - Triolet per un precedente matrimonio, di suo Elsa Kagan, sorella di Lilja Brik.
Lilja Brik fu una collaboratrice stretta di Stalin, una allumeuse addetta alla sorveglianza di Majakovskij e altri letterati. Majakovskij fu sempre sorvegliatissimo. Nei movimenti, e anche negli innamoramenti. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York decise di recarsi a Parigi e rimettersi col poeta, Lilja l’anticipò, promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata.
Catturata presto dai servizi russi, come Lilja Brik, e come lei molto influente fu la baronessa Budber, Marja Ignat’evna Zakrevskaja detta “Moura”. Alle calcagna come segretaria di Gor’kij a Sorrento, di cui, al momento del rientro nell’Urss, trafugherà gli archivi. Poi sposa a Londra, con lo stesso incarico, di H.G.Wells.
Fu probabile sposa-spia la moglie di Artur London, il leader comunista cecoslovacco coinvolto nel 1952 nei processi a Praga – poi riabilitato. E si sospetta pure la moglie del filosofo Lukáks – che pure le faceva l’amore ogni giorno, metodico, dopo pranzo. La sposa spia (anche la fidanzata spia è quasi un trademark sovietico. Molto chiacchierata è stata pure “gala”, Elena Dmitrievna Ianovna D’jakonova, moglie o amante di Paul Éluard, il poeta, di Max Ernst e di Dalì.
La figura dell’“infiltrata” è a volte mediata: una non-russa manovrata da un agente russo. È il caso della moglie dello scrittore tedesco Uwe Johnson, Elisabeth, che lo portò al suicidio: la moglie lo tradiva nel senso che lo spiava, riferendone a un agente cecoslovacco che agiva per conto del Kgb russo.

Birra\vino – Fanno le due Europa, più che la differenza fra Europa latina e Europa nordica. Il Medio Evo tedesco da primato, di Alberto Magno e Hildegarda, le cattedrali e i mistici, Adamo di Brema, Ugo di san Vittore, Wolfram di Eschenbach, Cesario di Heisterbach, era della Germania del vino. Della Mosella, che Ausonio ha cantato, il poeta di Bordeaux. La Mosella è, era, la Germania più romanizzata, col Sud Tirolo ora italiano: ci facevano il vino - si fa poesia col vino, si filosofa con la birra? Vandelberto, abate di Prün, sempre area del vino, versificò il calendario, come Francis Jammes.
L’Europa che non trova radici ne avrebbe due consolidate, per mentalità e linguaggi, l’area del vino e quella della birra. Prima delle monarchie e degli Stati nazional-monarchici, la vite univa Francia e Germania.

Paolo Rumiz, “Il filo infinito”, 67, mescola i due piani: “Il cristianesimo conquistò il mondo anche col vino, e naturalmente con la birra”. La birra è diventata cosa del Nord perché il luppolo è più resistente ai freddi della vite. Ma, insiste, Rumiz, anch’essa viene dal Sud: “La birra non è affatto cosa del Nord, la storia è tutta diversa”. La birra “sbarca in Europa attraverso la Calabria, grazie ai monaci copti d’Egitto, risale la Penisola dall’abbazia di san Francesco da Paola che ne aveva codificato la ricetta, segue la dorsale appenninica. Inonda la Padania lasciando tracce di schiuma sui baffoni dei Longobardi, per poi valicare le Alpi e dissetare le masse carolingie a est e a ovest del Reno, diventare Oktoberfest tra i tedeschi…” .

Bosnia - Il Reggimento di Fanteria Bosniaca, col fez, portò a lungo rovine su tutto il fronte italiano, dalle Dolomiti all’Isonzo.

Demografia – Non si fanno figli in Italia da mezzo secolo, per effetto della “riforma” fiscale, la legge Visentini. Che la famiglia ha disintegrato e abbattuto. Al suo varo, la famiglia italiana si calcolò che veniva a pagare sul reddito un’imposta che era tredici volte quella della famiglia tedesca, e sette volte quella francese.
La riforma che porta il nome del laico Visentini fu tuttavia varata e anzi promossa, nel 1974, dalla Democrazia Cristiana allora in auge, col governo Moro-La Malfa. E dal Vaticano. Che, via la Corte Costituzionale da loro espressa, hanno stabilito essere l’individuo e non la famiglia l’unità patrimoniale. Un passo gigantesco contro il matrimonio. Si apriva anche la corsa alle separazioni, e ai patti matrimoniali ostativi.
Una riforma che costituisce anche un caso per la polemica sul capitalismo: se l’individuo è privilegiato in ambito protestante o non di più in ambito cattolico.

Nestoriani – Cristiani ormai praticamente scomparsi, per persecuzioni, emigrazione, più o meno forzata, e stallo demografico, dalla Siria e dall’Iraq. Dove erano una comunità di alcuni milioni di fedeli un secolo fa, legalmente riconosciuta e politicamente rappresentata, ora ridotti a 1-1,1 milioni. Dei quali 600 mila o poco più caldei e 5-600 mila assiri. Osteggiati da tutti, arabi, persiani, turchi e curdi, e dispersi: in India i più (si ritrovano nel famoso romanzo di Arundhati Roy, “Il Dio delle piccole cose”), e nel Nord America, fra Stati Uniti e Canada.
Organizzati come una tribù, avevano a capo un arcivescovo ereditario, il Catholicos. Mar Shi’mun XXIII, terz’ultimo arcivescovo in carica, lo divenne un secolo fa, nel 1920, a undici anni. Succedeva a uno zio ucciso durante il genocidio assiro in Turchia. Ma presto fu espulso dall’Iraq, nel 1933. Si rifugiò a Cipro, dapprima, e nel 1940 negli Stati Uniti. Dove è stato assassinato nel 1975, da un correligionario per dissidi tribali.
Il successore dell’ultimo Mar Shi’mun è stato eletto. Anch’esso però appartenente a una linea ereditaria di vescovi-patriarchi, i Dinkha: Mar Dinkha IV, vescovo di Urmia e poi arcivescovo di Teheran. A Dinkha IV, morto nel 2015, è succeduto il metropolita di Baghdad Mar Gewargis III - mar è siriaco classico per “signore”, in uso per i santi e i vescovi.
Nella versione caldea, sono particolarmente devoti della Madonna. Sotto il titolo, spesso,Nostra Signora della Buona Morte.

Russia - “La Russia ha bisogno di perestrojka e di glasnost” è di Alessandro Herzen, metà Ottocento.
astolfo@antiit.eu

L'impero delle donne

Una mostra itinerante di grande successo, a Parigi e nelle capitali dellEst. Su un imperatore romano un po stinto, anche se allargò è stabilizzò l'impero, specie le Gallie. È dotò Roma, oltre che Lione, la sua città, di acquedotti e edifici pubblici.
Una sorta di controcontestazione sulla direttrice Torino-Lione? I curatori sono gente d'arte, ma lironia è nei fatti: molto di buono può venire da Lione... La mostra è in realtà sulle donne che attorniarono Claudio, tutte per qualche verso eccezionali: Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia è il sottotitolo.
Claudio imperatore, Museo dell'Ara Pacis, Roma

sabato 18 maggio 2019

Problemi di base - 487

spock


Perché il laicismo ha a cuore – si fa per dire – solo il cristianesimo?

L’islam è moneta corrente?

“L’algoritmo nasce maschilista”, “Sette”?

“La povertà si sconfigge dando potere alle donne”, Melinda Gates?

“Le donne hanno un marcia in più, e sono più organizzate”, Carlotta Giorgi, madre di cinque figli, ricercatrice, capo di una équipe di sole donne?.

I giustizialisti più accaniti sono in Italia militanti contro la pena di morte - i boia contro la pena di morte?

L’alternativa è Salvini o Di Maio?


spock@antiit.eu

Arriva l’orda, spalanchiamo le porte

“L’intolleranza più tremenda è quella dei poveri, che sono le prime vittime della differenza. Non c’è razzismo tra i ricchi. I ricchi hanno prodotto, se mai, le dottrine del razzismo; ma i poveri ne producono la pratica, ben più pericolosa”. Tutto vero e non: i ricchi alla Eco forse non sono razzisti, mentre i poveri-poveri hanno altro cui pensare – e la “differenza” non si penserebbe che faccia vittime, piace più che impaurire. Eco sa sollevare la questione, acuto come sempre e bonario, ma confuso. Apocalittico e integrato.
Quattro interventi sono qui raccolti. Due scritti apparsi nella raccolta del 1997, “Cinque scritti morali” (“Quando entra in scena l’altro” e “Migrazioni, tolleranza e intollerabile”, sulle “migrazioni nel terzo millennio”), e due conferenze pronunciate all’estero e non tradotte. Quella di Nimega, il 7 maggio 2012, alla premiazione con la medaglia commemorative della pace di Nimega, intesa come primo trattato di pace europeo, nel 1678-79, una serie di trattati in realtà, dove Eco fu presentato come “vero europeo” dal sindaco Dijkstra, fa una utile distinzione, importante, tra immigrazione e migrazione. Quella di individui, che accettano e fanno proprie le regole del paese che li accoglie, questa di orde o popoli, che fanno l’opposto, “radicalmente trasformano la cultura del territorio che hanno invaso”.
Sul che fare invece subentra la confusione. Nel caso dell’Europa al volgere del Millennio, Eco il fenomeno dice di migrazione: “Il Terzo Mondo bussa alle porte dell’Europa, e entrerà anche se l’Europa non è d’accordo”. L’Europa sarà presto “un continente multirazziale”. Una tesi contestabile, sul piano demografico e territoriale, ma possibile. Subito poi però confonde i piani, dell’analista (storico, demografo, demologo) col profeta o politico. Col paraocchi del politicamente corretto. “Nei prossimi anni ogni città europea sarà come New York o come alcuni paesi latino americani”. Cioè mista, di differenti popoli e culture, che “coabitano sulla base di alcune leggi in comune e di una comune lingua franca, che ogni gruppo parla insufficientemente bene”, ma ognuno separato dagli altri. Si direbbe un’analisi negativa. Tanto più che le orde porteranno fondamentalismi: “Nel corso di un tale processo di migrazione gli europei dovranno fronteggiare nuove forme di fondamentalismo, espresso da differenti culture e religione”. Ma non c’è rimedio. Il rimedio è di accettare tutto, divisioni, fondamentalismi e dispetti reciproci. Assurdo - New York funziona in un paese integrato, altro che se integrato: identitario.
Sempre in questa conferenza, Eco introduce – senza citare Popper – il problema dei limiti alla tolleranza che Popper ha posto in “La società aperta e i suoi nemici”: se l’intolleranza sia da tollerare. L’intolleranza dice naturale: “L’intolleranza ha radici biologiche”, negli animali si esprime come territorialità, nel bambino è spontanea, eccetera. La tolleranza va insegnata, se non come accettazione, almeno come conoscenza della differenza. Ma con un limite. Anzi due. La tolleranza non si estende all’intolleranza. E non deve finire in relativismo: tolleranza “non significa che dobbiamo accettare ogni visione del mondo e fare del relativismo etico la nuova religione europea”.  Senza limiti però all’immigrazione, o migrazione.  
A Eco piacevano i manifesti, l’intervento giorno per giorno, l’impegno intellettuale. E l’uso dei suoi scritti come manifesti -  questi sul razzismo dopo quelli sul fascismo “eterno” - non gli sarebbe dispiaciuto. Ma allora come giornalismo di retroguardia, da talk-show: parole semplici, temi semplificati. Col vezzo, benché fosse conciliante di natura, all’opportunismo che ne deriva – molcire il pubblico. Al secondo punto del breve scritto sulle “migrazioni del terzo millennio”, un intervento a un convegno francese, dice – diceva a marzo del 1997: “Trovo più pericolosa l’intolleranza della Lega italiana che quella del Front National di Le Pen. Le Pen ha ancora dietro di sé dei chierici che hanno tradito, mentre Bossi non ha nulla, salvo pulsioni selvagge”. Ma Bossi, ora Salvini, non aveva e ha dietro Milano e la Lombardia – mentre Le Pen padre era razzista professo?
Umberto Eco, Migrazioni e intolleranza, La Nave di Teseo, pp. 71 € 7