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mercoledì 26 giugno 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (396)

Giuseppe Leuzzi


“Napoli non è solo violenza, è anche santità”, così il papa in visita rincuora i napoletani. Dalla stessa distanza dell’editorialista infastidito – Napoli non è “solo” violenza?

Avevamo lasciato Vittorio Pisani perseguito quattro anni fa dai giudici partenopei, e sospeso dal servizio, per avere arrestato i capi della camorra casalese, lo ritroviamo vice-capo dei servizi segreti. La polizia non teme i giudici, neanche napoletani.

Camilleri dice, “Come la penso”, 49, “il cosiddetto brigantaggio”, per un motivo: “Dico cosiddetto perché uno specchietto riassuntivo  del fenomeno, emanato ufficialmente dal comando militare di Gaeta, reca i seguenti dati concernenti il periodo 1861-64: briganti fucilati e uccisi, 5.212, arrestati, 5044; presentatisi, 3,597”. Semplice. Briganti?

“Il generale dalla Chiesa”, insiste Camilleri a proposito del brigantaggio, “concludeva un suo proclama che incitava a distruggere le abitazioni contadine con queste parole: «Tanto, dentro, vi troverete più fucili che pane»”.
C’era già un generale dalla Chiesa in missione al Sud,

L’ideologo del nazionalismo russo e dell’Eurasia Aleksandr Dugin, invitato all’università di Messina per un convegno e in un’aula del consiglio regionale a Reggio Calabria per un conferenza, è ospite sgradito e viene cancellato. “È l’ideologo di Putin” è l’accusa. E quand’anche fosse – non lo è, Putin pensa ad altro, ma quand’anche? Si ripetono al Sud ingigantendole le stracche parole d’ordine nazionali. Di un politicamente corretto peraltro confuso – Dugin da Messina è passato a Udine, a discutere con Noam Chomsky, Diego Fusaro, Edoardo Sylos Labini, roba seria.

“A ognuno dei suoi compleanni celebrava un piccolo servizio funebre alla propria memoria, perché non avrebbe potuto essere morto, dopotutto?” È fantasia di Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, 25. Molto meglio l’onomastico, se non altro non è funereo.

Sgarbi difende Feltri, che ha rubato la scena a Camilleri in ospedale dicendo: “Mi dispiace se muore. Mi consolerò pensando che Montalbano non i romperà più i coglioni”. Sgarbi lo trova “prudente e misurato”. Lo difende sul “Giornale”, che è stato a lungo diretto da Feltri, ma lo dice “prudente” ironicamente. Intanto rubando la scena a Feltri e a Camilleri.

Feltri aveva a corrispondente dalla Calabria Antonio Delfino. Che ne era un ammiratore, benché lo sapesse leghista. È che Feltri gli pubblicava tutte le corrispondenze, e senza metterlo in coda, per settimane e mesi. “Mi ha fatto guadagnare 400 copie in Calabria”, Feltri complimenta Totò nella presentazione che ha voluto fare a un suo libro. Che in una regione che non legge in effetti erano tante. Il giornalista vive di copia.

Sud immaginario e Sud reale
Nella prefazione 1962 a “Un re senza distrazioni”, 1947, Jean Giono spiegava di avere creato un Sud immaginario per molti suoi romanzi, di cui si era fatto “un piano completo” fin dal 1937. Una ventina di titoli, tra i quali, poi realizzati, oltre a “Un re senza distrazioni”, “Noè”, “Le anime forti”, “I grandi sentieri”, “Le Moulin de Pologne”, “L’Iris de Suse”. Con questa idea. “Si trattava per me di comporre le cronache, o la cronaca, cioè tutto il passato di aneddoti e ricordi, di questo «Sud immaginario», di cui avevo, con i miei romanzi precedenti, composto la geografia e i caratteri. Dico «Sud immaginario» e non Provenza pura e semplice…. Ho creato in tutti i sensi i paesi e i personaggi dei miei romanzi”.
Il Mezzogiorno invece, il Sud italiano, è sempre stato “realista”, da Verga, De Roberto e Alvaro, a Domenico Rea, Scotellaro, Sciascia, etc, la lista è lunga. Il Sud di Giono la Provenza, era il luogo im cui Giono stava benissimo, e se lo riservava per sé, per i romanzi inventandosene uno. Il Sud nostrano è invece “denunciato”, in vario modo rifiutato. Si capisce che vada “n’arreri”. 

Mafia indistruttibile
“Maxiblitz all’alba, centinaia di arresti e scacco matto alla camorra”, “Il Mattino” di oggi dà i titoli ai giornali radio. Ma ogni mattina da alcuni anni il giornale radio è aperto dai Carabinieri, qualche volta intervallati dalla Guardia di Finanza o dalla Polizia, con una retata di mafiosi. Venti-trenta arresti in media ogni mattina. Nel foggiano, nel leccese, nel napoletano, e dappertutto in Calabria e in Sicilia, con propaggini al Nord, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria.
Mettiamo due anni. A venti arresti ogni mattina sono oltre settemila. A trenta oltre diecimila. Su tre anni sono ventidue e trentatré mila. Ma quanti sono questi mafiosi? E dove li mettono?
Gli arresti sono scaglionati: una retata ogni mattina. C’è un ordine nel crimine? Nell’informazione?
E prendere un mafioso quando fa il mafioso e importuna il “territorio”, la società, la gente, la terrorizza? Quando vende droga, appicca il fuoco, spara contro il portone, le finestre, le gomme, fa un’estorsione, ha “bisogno di 500 euro subito”, compra e vende armi da guerra? Non se ne potrebbe fare lo stesso un annuncio la mattina? Senza aspettare, cioè, venti, trenta anni di soprusi.

Mafia onnipotente
Sotto titoli roboanti, “Da Gioia Tauro ai porti del Nord fiumi di cocaina”, “Passa dalla ‘ndrangheta il fiume europeo della cocaina”, si arresta Emanuele Cosentino, o Gaetano Tomaselli, o altro illustre latitante, tutti “Pablo Escobar gioiese”, inteso di Gioia Tauro, il paese di Arlacchi, si legge poi di 53 kg. sequestrati al porto di Gioia Tauro, o 144 kg. al porto di Genova. Cioè di niente. Sulla base di una testimonianza di un pentito mai prima sentito, che tiene in piedi con le sue rivelazioni un’intera Procura Antimafia calabrese. Un pentito che si vuole tramite con i “Colombiani”, i quali, dice,  “trovavano la merce, e la possibilità di fare la salita là in Argentina” – la “salita” cioè l’uscita in castigliano, l’imbarco. Ma “là in Argentina”, che è un po’ distante dalla Colombia?
Si fa molto credito al delitto nei media, perché, si ritiene, fa vendere. Non è vero, ma è quello che pensano i direttori. È lo stesso per i giudici e le polizie? La ‘ndrangheta prospera per un rapporto dei servizi segreti dieci o quindici anni fa che, in un anno di magra del crimine internazionale, la dichiaravano l’associazione a delinquere più ricca e pericolosa del mondo. Non è vero, e dunque a che pro dirlo – a parte l’esigenza per i servizi segreti di giustificare lo stipendio?
Perché dire che il porto di Gioia Tauro è il punto d’ingresso della droga in Europa, quando non è vero e si sa che non è vero - le intercettazioni dicono Gioia Tauto non sicuro, cioè controlalto dalle dogane? A parte il fatto che è facile controllare gli arrivi, e se non si fanno i controlli è perché ci sono connivenze, e queste sono, all’evidenza, più facili e comuni a Rotterdam, e anche a Anversa. Magnificando il crimine, ben oltre la sua dimensione e “qualità”, si allerta la vigilanza oppure non la si indebolisce?    

Il Sud è (solo) depresso
I giornali locali, in Sicilia e in Calabria, impongono teppismi, attentati, furti, litigi, “ladri di ferro sulla passerella dei disabili”, agrumeti e oliveti a rischio, se non c’è il baco non c’è mercato… Il carattere meridionale si ritiene allegro, ma perché è depressivo – o non si leggono i giornali (il Sud non legge) per questo, perché sono deprimenti?
Se non c’è crimine, il Sud non c’è, non si ritrova. Si restituiscono il Café de Paris e altri locali romani rinomati a un Alvaro di Sinopoli in Calabria. Dice che non c’entrava con la ‘ndrangheta. Dopo quindici anni. La notizia è una non notizia.
Lo stesso di Chiara Rizzo, moglie di Matacena, un imprenditore di Reggio Calabria diventato parlamentare di Berlusconi e quindi inviso all’allora Procuratore capo Pignatone, buon Democratico. È stata assolta, dopo sei anni: non ha rubato, non ha trafugato soldi, ne aveva molti ma erano suoi. La cosa non fa notizia. La cronaca può essere solo nera.


leuzzi@antiit.eu

A Grillo l’Oscar del malaffare

Ha detto no, personalmente, e il no ha imposto alla Raggi, all’Olimpiade a Roma. Tutta spesata dal Cio. Mentre ha detto si a Cortina-Milano, per impianti da finanziare per un quarto con le tasse. in aree di montagna già eccessivamente antropizzate.
“Vittoria del M5S, dei lombardi, degli italiani” è il manifesto online della ditta Casaleggio-Grillo per l’Olimpiade invernale 2026. E quindi è chiaro che si tratta di appalti: se non li governa, Grillo non li vuole, e al contrario vuole appalti anche in danno.
A Roma, che l’Olimpiade avrebbe rigenerato, nella viabilità e nella riqualificazione delle periferie, peraltro meglio attrezzate di qualsiasi altra città italiana, venne apposta per dire no. E subito dopo venne apposta per far dire sì al progetto “stadio” dell’As Roma, un enorme complesso immobiliare, per il quale tutti sono finiti dentro. Tutti i manutengoli di Grillo, di lui personalmente il potere giudiziario ha rispetto - Grillo è certamente un uomo di rispetto.

Di Maio superstar fa il pinocchietto

“Nessuno ha evidenziato che il progetto di Roma era a spese dei romani. Quello di Milano non prevede un solo euro da parte della città”. È il contrario, ma Di Maio non ha difficoltà a dire bugie.  
Ne ha dette di Taranto, della Tav, dei “navigatori”, una in più non cambia. Si vede anche da come parla, senza riflettere: un pinocchietto.
Assimilarlo a Pinocchio è improprio, è semplicemente un ragazzotto napoletano sfaccendato e facondo, niente immaginazione. Ma da napoletano verace pensa di potersele permettere tutte, il mondo è stupido. Anche perché, anche questo è vero, fa ricche le tv. Gratis: a parlare non si fa pagare.
Per essere bugiardo, d’altra parte, lo è in tutto. “Siamo alle solite”, lamenta dopo l’Olimpiade a Milano e Cortina, di cui i suoi nemici Sala e Zaia vorrebbero la privativa, “tutto il sistema è contro di noi”. Mentre è vero il contrario: i media pendono da lui, nessuno evidenzia la sua evidente bugia sull’Olimpiade di Roma, né la Rai né Sky, né la stessa Mediaset.
Che un pinocchietto così spudorato abbia catturato tantissimi buoni voti, di italiani che in buona coscienza volevano cambiare la politica, dice quanto gravi sono le colpe dei media, dell’informazione.

Il rifiuto della morte

“Il mio odio della morte procede dalla perpetua coscienza che ne ho; mi meraviglio di poter vivere così”. Questa è una delle prime riflessioni del 1946, a guerra finita e non ancora ricominciata, come guerra fredda. Perché: “La schiavitù della morte è il nocciolo di ogni schiavitù e, se questa schiavitù non fosse riconosciuta, nessuno accetterebbe di sottomettervisi”. In tempi di eugenetica e di buone morti in Svizzera, una voce controcorrente – ma, certo, postuma.
In “La lingua salvata”, primo volume dell’autobiografia, Canetti spiega l’origine della sua ossessione con la morte. Ha sette anni, gioca in cortile con altri bambini, e la madre si affaccia dal balcone urlando: “Stai lì a giocare e tuo padre è morto, tuo padre è morto”. A trentun’anni, di infarto. “È come se dalla morte improvvisa di mio padre io fossi rimasto lo stesso”, spiegherà: “La morte, che si annida in me da allora, mi ha improntato di sé, e io non posso sbarazzarmene”.
Non ci riuscirà nemmeno scrivendone, tutta la vita. Un terzo delle carte postume finora sfogliate di Canetti ha come tema la morte. Trascritte, le note sulla morte sarebbero circa duemila cartelle dattiloscrite. Questa raccolta è un estratto. In parte messo a punto dallo stesso Canetti in vari progetti di “libro contro la morte”, da “nemico della morte”. Anche sotto forma di romanzo , “Il nemico contro la morte”. Certo che questo fosse il “suo” libro: “È ancora il mio libro per antonomasia. Riuscirò finalmente a scriverlo tutto d’un fiato”? A partire dal 1942, spinto anche dagli eccidi della guerra. programmò un dossier specifico, col titolo “Libro contro la morte”, di pensieri vaghi.  Di cui pubblicherà una parte, circa 170 pagine dattiloscritte, in “La provincia dell’uomo”, 1973. E varie note includerà in altre pubblicazioni - di cui il curatore, Peter von Matt, dà qui conto. Per un totale di un decimo delle note manoscritte. Questa raccolta, per due terzi inedita, organizzata editorialmente, tenta di venire incontro al desiderio dell’autore.
L’ossessione si presenta in forma di rifiuto. Canetti si vuole “corazzato” contro la morte, nell’autobiografia e anche qui. A  proposito di Nietzsche annota nel 1948 che non lo teme: “Nietzsche non sarà mai pericoloso per me perché c’è in me, al di là di ogni morale, un sentimento di una forza smisurata, il sentimento inespugnabile del carattere sacro della vita, di ogni vita, senza eccezione”.
Non un massimario. Rare le battute aforistiche. “Non voglio odiare, odio l’odio”. Dell’ipocondriaco - massima afflizione con il massimo di egoismo: “Nessuno gli sopravviverà; perché tutti quelli che l’hanno sopportato sono morti”. Della mistica fiamminga Antoniette Bourignon: “Se muoio, sarà contro la volontà di Dio”. Non una grande lettura, se non per la vena grottesca. Curiosamente espressa in inglese, invece che in tedesco. Il boia di Parigi che ha le sue ghigliottine distrutte dai bombardamenti. Il matrimonio combinato in Cina tra i figli morti, che Marco Polo testimonia. La serva di Fröhlich nel diario di Grillparzer, che pensa di ridare calore al padre stecchito composto sul letto dormendogli accanto. I naufraghi cinesi che puntano a evitare la deportazione dal Canada protestandosi morti e reincarnati canadesi. Gli aborigeni che in Australia fanno morire un ferito succhiandone il respiro per rinvigorirsi.
Annotazioni come vengono, osservazioni, baluginii estemporanei, qualche riflessione. Secondo questo programma della prima ora, il 15 febbraio 1942: “Ho deciso oggi di annotare i miei pensieri contro la morte come il caso me li porta, nel disordine e senza sottoporli a un piano costrittivo” . Ma sotto questo proposito: “Soprattutto non diventare più comprensibile, non morire”, la morte come appiattimento dell’autore.
Non una grande lettura. Di pensieri anche vani. “Il nome come prima ma segreta morte”. “Tutti gli artisti sono i cannibali dei loro antenati”. “Non c’è sofferenza che non sia preferibile alla morte”. La morte è nuda? “Maledetto sia colui che l’ha dichiarata nuda, il sacro era la sua parure; finché restò drappeggiata in questa parure gli uomini, questi eterni assassini, potevano vivere tranquilli”.
Elias Canetti, Libro contro la morte, Adelphi, pp. 393 € 18

martedì 25 giugno 2019

Ombre - 468


L’ esame di “maturità” a quiz. Lo smantellamento dell’Italia comincia dagli intellettuali, perché tali sono, quelli che hanno distrutto e distruggono l’università e la scuola ormai da vent’anni, dal ministro Berlinguer. Con la scusa di modernizzarla.

L’Olimpiade invernale, dice Conte,, che ha schierato diplomazia e “ aiuti allo sviluppo” per la candidatura, “è un’occasione per il paese”. Detto da chi non ha voluto l’Olimpiade vera, subito, un investimento che avrebbe rifatto Roma – e l’ha ridotta invece a porcile. È l’ambiguità del “nuovo”: supponenza, confusione, stupidità.

Si rimesta la minestra attorno a un quadro (non bello) di recente attribuzione a Velasquez, che ritrae Olimpia Maidalchini Pamphili, la “Pimpaccia”, che governava Roma nel primo Seicento, quando papa era suo cognato Giovani Battista, da lei fatto eleggere col nome di Innocenzo X. Ma si sente ancora il bisogno di farla amante del papa, cosa che lei non era. L’anticlericalismo è ancora un valore? O non è il femminismo anti femminista – quello per cui una donna non sa e non può fare niente se non dandola?

C’è una ragione per cui lo spread è salito, e poi è sceso, restando immutate le condizioni e le prospettive del debito? No, non c’è. C’è per concertazione tra gli speculatori – senza concertazione non ci può essere un movimento deciso , in un senso o nell’altro, al rialzo o al ribasso, dello spread.

È anche possibile – è probabile – che all’origine dello spread sia l’antenna al Quirinale. Che sapeva della decisione di Napolitano di liquidare Berlusconi. E sa della decisione di Mattarella di non liquidare Conte. È possibile che e cose vadano così.? Sì.

Una “information operation” russa ha utilizzato account e documenti falsi. Secondo il Digital Forensic Reserach Lab dell’Usa Atlantic Council, “in almeno sei lingue” per alimentare screzi e rotture fra alleati occidentali, specie tra gli Stati Uniti e la Germania con il Regno Unito. Putin ha “eletto” Trump, per dividere l’Occidente? È più che logico: il complotto non ha mai fine.

Si vota a Istanbul come se in Turchia ci fosse la democrazia, una costituzione. In un paese dove i giornali vengono chiusi e i giornalisti condannati, senza nemmeno accuse. Si è rivotato in realtà. la prima  elezione sfavorevole a Erodogan essendo stata cancellata dalla giustizia di regime. Perché tanto rispetto per Erdogan?

Dopo la riconferrnata vittoria a Istanbul del candidato anti-Erdogan, il “Corriere della sera” chiede a un politologo turco cacciato due anni fa dall’università dallo stesso Erdogan senza un motivo: “Come mai il presidente ha commesso l’errore di chiedere una nuova elezione a Istanbul?”. Così, come se invalidare un’elezione fosse ovvia pratica democratica. È solo questione di logge?

Vanta un comunismo a prova di declino con “la Repubblica” Barbara d’Urso, la vedette della tv leggera berlusconiana: “Ho votato sempre Pci, adoravo Berlinguer, il padre dei miei figli era di Rifondazione, ero pazza di Bertinotti”. La cosa si spiega.

L’entrata in funzione della nuova legge sulle intercettazioni, già rinviata dai garantisti al governo di tre mesi, al 31 marzo, col decreto milleproroghe, e poi al 31 agosto con la legge di bilancio, è ora posposta al 31 dicembre coll decreto sicurezza. Garantisti di Travaglio, il dominus  delle intercettazioni?

Si moltiplicano tra i giovani a Roma, in discoteca e fuori, le coltellate e i colpi proibiti, calci nelle parti molli, testate, bottigliate in testa. Era questa la cronaca di Roma di About, centocinquant’anni fa, all’uscita dei romani dalle cantine. C’è una resilience dei modi d’essere, o mentalità, più forte delle leggi, l’alfabetizzazione, la globalizzazione. 

Il classico egualitario e sradicato

Che bisogno c’è di dire l’“Odissea” un classico? Perché Tayari Jones è afroamericana. E non collega l’“Odissea” a una cultura, benché l’America si voglia ancora Occidente, con cupole e campidogli, e le università, di cui lei ha buon ricordo, coltivino le humanities greco-romane, il pensiero, la storia, il diritto, la poesia. La sua “Odissea” è un libro di avventure, nel quale si è imbattuta come lettura obbligatoria a cinque anni - cacciata dalla maestra perché troppo precoce per la seconda elementare, fu salvata dalla scuola materna dal preside, che la confinò in una sorta di limbo per un anno, con Omero lettura obbligatoria, una riduzione in prosa per ragazzi.
L’autrice di “Un matrimonio americano” propone questa idea del classico: una lettura per tutti. Lo identifica come un museo, su scalinate di marmo che conducono a colonne monumentali, ma vorrebbe – immagina, non costa – che fossero “distribuiti in giro per il mondo, alla ricerca del proprio destino tra i popoli della terra, avvolti in anonimi fogli di carta da pacchi, senza alcun riferimento storico o letterario”. Il “classic” sradicato insomma, Odisseo come Robinson Crusoe.
C’era una volta la cultura che si voleva tradizione e radici, storia, filologia, che ora si riduce a curiosità. E ringraziare, la lettura si potrebbe benissimo limitare al bestseller. O a facebook, instagram, whattpad. Dopo la scuola, certo, per tenere i bambini mentre i genitori lavorano, con un programma di alfabetizzazione, minimo.  
Tayari Jones, Perché l’Odissea è il mio classico, Festival Letterature di Massenzio

lunedì 24 giugno 2019

Problemi di base olimpici - 491

spock


L’Olimpiade è “un’occasione per il paese” a Milano, e a Roma invece non lo fu?

Roma che sarebbe stata dieci volte più illustre e conveniente – il Cio paga tre quarti degli investimenti?

È solo questione di appalti?

Qual è la speculazione buona, quella che paga Grillo?

O Grillo lo fa gratis?

Come lo stadio della Roma?


spock@antiit.eu

Il giallo dell'occhio clinico


“Holmes, Dupin, Peirce” è il sottotiolo, di una collettanea, con saggi di Bonfantini, Caprettini, Ginzburg, Harrowitz, Hintikka, Proni, Rehder, Truzzi e Umiker-Sebeok, oltre che di Eco e Thomas Sebeok. La semiologia del giallo, che non è semplice.
Il titolo, spiega Eco in apertura, allude al “Segno dei quattro”, fanoso racconto di Sherlock Holmes, e al Castello delle triadi incrociate. Che Sebeok spiega in aperture: “I numeri magici e i suoni persuasivi” di Congreve, specie il tre e i multipli di tre, “tormentarono alcuni dei vittoriani più brillanti”. Per esempio Conan Doyle. Ma anche il professor Peirce, il logico matematico americano. Non una novità: “Lo stile di pensiero numerologico è stato applicato a lungo e estesamente, almeno a partire da Pitagora” – si risparmiano i “triadici” qui elencati (chi non lo è stato?). Ma Peirce ci innestò la semiotica, la scienza dei segni. Introducendo, accanto ai due procedimenti classici della conoscenza, induzione e deduzione, l’abduzione.
L’abduzione sarebbe l’intuito – Sherlock Holmes. I semiologi dicono di no, e lo stesso Peirce. Che però non va oltre “questo singolare istinto di indovinare bene”. O una “strana insalata… I cui elementi fondamentali sono la sua infondatezza, al sua onnipresenza e la sua attendibilità”. Thomas Sebeok e Jean Umiker-Sebeok aprono la raccolta con l’aneddoto di Peirce che ritrova a New York l’orologio, la catena e il cappotto che gli sono stati rubati, sfidando con l’intuito tutte le polizie, pubbliche e private.
L’abduzione, detta anche “retroduzione” o “inferenza ipotetica”, è propriamente il lavoro per ipotesi. Il metodo scientifico. Una forma di sintesi, la dice Eco, diversa dalla deduzione e dall’induzione, per inventare il futuro, tra i tanti possibili. È il “metodo” del giallo, e della diagnostica , compreso il vecchio occhio clinico. Deduzione e induzione Eco dice anche “travestimenti retorici espositivi” dell’unico meccanismo della scoperta, l’abduzione.
Una forma di volgarizzazione di Peirce e la semiotica. Non ristampata, in trent’anni. La disciplina stessa forse si è spenta, con Eco e Sebeok. Siamo in territorio infido, dove molto si può dire – male non fa. Lo stesso della “Poe-etica”, di Lacan e Derrida. Superbo, ma anche diminutivo: come fare con Sherlock Holmes la “fenomenologia di Mike Bongiorno” restando sotto il personaggio, il quale resta svettante e sfuggente. E tuttavia, quali che siano i destini della semiotica, e a dispetto della spessa concettosità di alcune esposizioni, una raccolta di saggi che si rincorre gustosa, le incommestibili “logiche” alternandosi con spunti di grande effetto, dalla numerologia alle “corna, zoccoli, scarpe” con cui Eco ipostatizza i “tre tipi di abduzione” – quali non è necessario esercitarsi a riconoscere, la logica è esercizio fine a se stesso. Di Ginzburg è qui il primo nucleo di “Spie. Radici di un paradigma indiziario”.
Umberto Eco-Thomas A. Sebeok (a cura di), Il segno dei tre

domenica 23 giugno 2019

Assicurazioni


Alcide esce dalla macelleria scuotendo la testa. I loro prodotti, dice, sono troppo sofisticati per essere venduti a gente incolta. Ma Ernesto non ci rinuncia. Salta fuori dalla decapottabile. Con un cenno del capo invita sor Mario, il macellaio, nel retro, la grande cella frigorifera con i quarti appesi. Spiega che la pensione e il vitalizio convengono perché sono inattaccabili: se anche sua moglie scoprisse le sue fraschette non potrebbe metterci le mani sopra. Il macellaio obietta che a sua moglie non gliene frega nulla, e che comunque non sa nulla. Ernesto gli fa capire che potrebbe non essere così: troppi malintenzionati in giro, fregnoni, avvocaticchi, le stesse ragazze, che hanno interesse a rovinare un onest’uomo, e lui ha due figlie oltre alla moglie.

- È come essere accerchiati – spiega - ma l’autostrada è libera. Bisogna lasciarsi sempre delle vie di fuga aperte. - Sor Mario capisce e sottoscrive le polizze. Ernesto lo consola: dopotutto ha fatto un affare. E si prende l’ammirazione di Alcide.



La mano forte del soldato italiano


La guerra inutile, anche se ideale. Un lamento per i caduti senza storia della guerra di Spagna, sul fronte giusto, repubblicano, democratico, nel quale Orwell aveva militato, che è anche un lamento contro la guerra, ogni guerra. Tanto idealismo, tanta generosità, che la stretta di mano del proletario italiano volontario in Spagna trasmettono, non meritano la morte, la sfida della morte. Di uno che “era nato sapendo già quello che io avevo imparato\ dai libri, e lentamente”. Una stretta che è iniezione di coraggio, di vita: “Al tuono dei cannoni\  oh, che pace ho conosciuto in quei giorni!”.
Il “soldato italiano” di cui alle prima pagine di “Omaggio alla Catalogna”, ritorna negli appunti successivi, “Looking back on the Spanish War”, 1943, come una delle due immagini che la guerra automaticamente genera in Orwell. Una è l’ospedale di Merida, “l’altro ricordo è del miliziano italiano che mi strinse la mano al corpo di guardia, il giorno in cui mi arruolai nella milizia. Ho scritto di quest’uomo all’inizio del mio libro sulla guerra di Spagna (“Omaggio ala Catalogna”, n.d.r.) e non voglio ripetermi. Quando ricordo – oh, quanto vividamente! – la sua uniforme trasandata e la sua faccia fiera, patetica, innocente, le complesse questioni della guerra sembrano svanire e vedo chiaramente che non c’era comunque alcun dubbio su chi aveva ragione. Malgrado i giochetti politici e le bugie giornalistiche, il punto centrale della guerra era il tentativo di gente come lui di guadagnarsi una vita innocente che sapevano essere loro diritto per nascita. È difficile pensare alla probabile fine di questo specifico essere umano senza varie dosi di amarezza. Quando l’ho incontrato alla caserma Lenin era probabilmente un trockista o un anarchico, e nelle speciali condizioni di questi anni le persone come lui quando non sono uccise dalla Gestapo sono di solito uccise dalla Gpu”, la polizia politica staliniana.
Per questo la poesia è stata sommersa nel rifiuto – che perdura – di Orwell antibolscevico. Anche se storicamente fondato: nella guerra di Spagna i comunisti di Togliatti andavano al fronte contro le forze reazionarie come contro gli “altri” socialisti. Orwell era fiducioso che la poesia avrebbe superato questo rifiuto: “La faccia di quest’uomo, che ho visto per uno-due minuti, mi rimane come una sorta di promemoria visivo di per che cosa la guerra si faceva. Simbolizza per me il fiore della classe lavoratrice europea, tormentata dalle polizie di tutti i paesi, gli stessi che riempiono le fosse comuni dei campi di battaglia in Spagna e imputridiscono ora, a milioni, nei campi di lavoro forzati”.
George Orwell, The Italian soldier shook my hand

sabato 22 giugno 2019

Il Texas perderà Trump – il Muro


Un candidato democratico ben calibrato potrebbe battere l’anno prossimo Trump proprio nello Stato repubblicano per eccellenza, il Texas. Al voto di metà legislatura sette mesi fa il senatore repubblicano uscente Ted Cruz ha sconfitto il candidato democratico Beto O’ Rourke per soli 2 punti e mezzo. In uno Stato dove tradizionalmente il partito Repubblicano conta su sei voti su dieci – ed è arrivato anche, con Bush jr nel 2004, a tre su quattro.
La presidenza Trump si è messa in urto con una serie di interessi texani. I proprietari terrieri, e le aziende agricole e agropecuarie delle aree di confine in primo luogo, ostili al Muro che Trump vuole costruire. Che romperebbe gli equilibri ecosistemici, e deprezzerebbe comunque le aree. Tutto il Texas inoltre ha relazioni privilegiate con il Messico, suo primo e di gran lunga maggiore partner commerciale. 
Il Texas, 29 milioni di abitanti, è la seconda economia americana dopo la California, 39 milioni di abitanti. E dispone di 38 voti elettorali alle presidenziali, o Grandi Elettori, molto meno dei 58 della California, ma decisivi se diventasse uno Stato oscillante. È anche lo Stato americano che più esporta, 264 miliardi di dollari nel 2018, contro i 172 della California. Anche verso il Messico. È infatti il primo staio agroindustriale, e con la componente forse maggiore dei settori elettronica, automotive (fabbriche Toyota), e aerospaziale.
Alle primarie del 2016 tutti i giornali texani erano, benché schierati pro Repubbicani, contro Trump.

Neri e ispanici decidono il presidente Usa


Dal 2008, la prima elezione di Obama, la scelta delle minoranze nera e ispanica è decisiva negli Usa, alle primarie e al voto presidenziale. Sono il voto “marginale”, che fa oscillare la vittoria verso questo o quel blocco politico tradizionale.
Il voto minoritario non è però “strutturato”. La partecipazione al voto sia dei neri che degli ispanici oscilla fortemente. Per motivazioni non individuate. Il voto nero afroamericano si è mobilitato sempre per Obama, sia alle primarie 2008 che alle presidenziali 2008 e 2012. Ma non per Hillary Clinton. Non alle presidenziali (la percentuale di astensione è stata forte tra gli afroamericani al Nord), mentre era stato decisivo per lei alle primarie, contro Sanders che invece aveva solo il voto dei bianchi.
Alle presidenziali Hillary Clinton, dando per scontato il sostegno nero al Nord, si è mobilitata per gli ispanici, a New York e al Sud, Texas e stati limitrofi. Ma il voto nero si è astenuto. Le due minoranze, benché omogenee dal punto di vista socio-economico, sono in concorrenza su base etnica.
I deputati afroamericani sono decisivi per la maggioranza Democratica alla Camera dei Rappresentanti, 53 su 235 deputati – la maggioranza è di 218.

I figli al supermercato


Una novella tutta al femminile, su una clinca di lusso create da investitori ardimentosi e avidi  per la produzione di figli in surroga. Con molto razzismo sottostante. Quale si presume dell’avida finanza – Ramos è un’americana di origine filippina  ex redattrice di “The Economist” a Londra e poi banchiera d’investimento. Ma anche tra donne.
Me You, giovane imprenditrice cinese laureata alla Harvard Business School, gestisce la clinica in un’ottica di “sviluppo”: più nascite, più care. Con madri possibilmente “non nere”, che incentiva meglio. Non cattiva: alla fine prenderà una filippina, madre surrogata per bisogno che però non è riuscita a risolvere il suo problema, come bambinaia di suo figlio, fornendola di un alloggio dove potrà crescere la sua propria figlia senza doversi più “affittare”.
Un “caso” più che un racconto, anche se diversi destini femminili si intersecano. Di uno squallido supermercato della generazione umana, benché costoso. Proposto come un caso di “lotta di classe femminile”, nel ventre della donna. Ma attraente come una sorta di futuro tra noi, o di un’umanità comunque prossima futura, dei ricchi che si pagano i figli. Una “Guerra dei mondi” autogena, per disseccamento.  
Joanne Ramos, The Farm, Bloomsbury, pp. 336 € 14,55

venerdì 21 giugno 2019

La Lega dei prefetti


La bocciatura della Corte costituzionale rivela che il capo della Lega, Salvini, voleva delegare tutti i poteri ai prefetti. In deroga. Dalla stessa costituzione.
Salvini è il capo di un partito che era nato all’insegna del decentramento. Proprio contro il potere dei prefetti. Istituzione post-unitaria, di fine 1861, che sostituiva i governatori – autonomi, locali – delle province richiamandosi a Napoleone. Una funzione quindi virtuosa per definizione. Se non che il prefetto napoleonico è solo il braccio locale del potere, e l’istituzione finì male già a fine Ottocento, come braccio “armato” di Crispi e di Giolitti, i presidenti del consiglio più ambiziosi, poi sotto Mussolini, e infine con le Madonne alle prime elezioni repubblicane.
La Lega delle autonomie è di fatto quella del centralismo – del potere. Non è una novità: prima che con Salvini, aveva già privilegiato il ministero dell’Interno, cui i prefetti fanno capo, con Maroni. Il decentramento intendendo solo come una riserva di appalti, sanità, energia, ambiente, i settori ricchi. È un problema della Lega, anche se la coerenza qualche virtù in politica ce l’ha. Ma è una Lega che avalla e anzi patrocina una funzione autoreferente del corpo amministrativo: i prefetti lavorano per il potere delle prefetture. Sostituirli ai sindaci sarebbe stato un delitto doppio per questo. Più che per il Capo del dicastero, le prefetture lavorano per il proprio tornaconto: gli incarichi (sono commissari di tutto, dopo avere tutto commissariato), gli appalti (attraverso i non-appalti, arma totale), e i “non possumus”, “non licet”, e altri artifici burocratici – del fare attraverso il non-fare.  

La strada dei cattivi pensieri

“La spiaggia di Falesà non esiste. Quella di Campo di Mare sì”. Ai settanta verso gli ottanta non ci si può più illudere. E Pecoraro, che di professione e mente è architetto, anzi no, storico dell’arte, lo spiega in dettaglio sotto forma di progetto, “avendo tempo libero, di ricostruzione/restituzione, storica e non” del suo quartiere romano, “lo Stradone” che sale dal Vaticano.
Una “storia geografica”, del “Quadrante”, detto anche Valle Aurelia o dell’Inferno, su per il monte di Argilla, nella parte denominata la Sacca, abitata da uomini  e donne che “veramente credevano in un mondo diverso e comunista”,  che ha fabbricato Roma, antica e moderna, per lo più a opera di architetti e artigiani ticinesi, con le sue fornaci, toponimo ancora resistente anche se il forno Hoffmann & Lich , “tra la fine del Diciannovesimo Secolo e l’inizio del Ventesimo, quando giù tra le colline di argilla si erano insediate una cinquantina di fornaci”, le mise fuori gioco. Poi anche Hoffmann è finito abbandonato, il foratino avendo preso il posto del mattone. Nella “grande macchia d’olio che chiamano la Città di Dio” – di olio esausto?
Una storia edilizia? Un (lungo) sbocco di malumore. Al tempo dei bilanci, ma non saggi, non rassegnati cioè, anzi piuttosto incattiviti: “Ho fallito anche nella carriera impiegatizia, oltre che nei rapporti affettivi, nel riprodurmi, nel convivere, nel matrimonio, nel tradire, nell’essere tradito, nella lotta alla blattella germanica, in tutto. Adesso sono in pensione. Faccio un cazzo”. È l’occupazione  del “tempo libero” del pensionato, che ne ha molto, il racconto “dell’osservazione diretta dei fenomeni esodomestici, della micro-storia evenemenziale sotto casa”. Opera di “uno dei tanti piccolo borghesi intellettuali falliti”. Cioè scontento di sé? Statisticamente è tutta piccolo borghese l’umanità urbana - e anche quella di paese, iperconessa anch’essa. Intervallata da sapide annotazioni alla Verdone di cose viste\sentite.
Una costruzione originale. Seppure in selfie, col grand’angolo, col fisheye e tutto. Politicamente ipercorretto. Con la nostalgia\rivendicazione dell’essere comunista – la deriva socialista essendo finita in “un mesetto di carcere”, per essere passato contemporaneamente al ministero tra “quelli che prendono i soldi”. Anche quando il Partito vuole il borgo distrutto con le ruspe per costruirci i palazzoni popolari. Con Lenin onnipresente, di fronte, di profilo, e anche di dietro, guardandone la nuca - con masse di anarchici che nelle papaline fornaci lo attendono, anche se non lo conoscono, nelle due ore che il futuro bolscevico ha passato a Roma, fra un treno e l’altro. Ma poi non si capisce: di Lenin si ricorda che il “socialista Mussolini” definì “come «l’unico capace di fare una rivoluzione in Italia», previsione avveratasi”, due cose non vere. E dello Stradone si pone il dubbio se non sia “l’allestimento scenico di un reality a bassa intensità”, la solita vita che imita l’arte.
Una storia in agrodolce, si sorride – anche di Lenin, che il nemico Bogdanov ha battuto agli scacchi, ai bagni di Tiberio, a Capri. Con alcuni repertori. Il “falso” iniziale – che  farebbe crollare di like la stessa facebook, patria dei falsi. Roma “città di turisti”, eccetera. L’essere anziano. Un po' di voyeurismo, con la storia immancabile del rapporto in chat - che in chat viene meglio. E brevi incisi d’autore. La “mistica” dello sfasciacarrozze, delle micro-macro ammaccature. Il trotto rallentato del pensionato “con microcane”. Il figlio mancato, altra  sintesi svetoniana del presente a futura memoria (“prima avevo da lavorare, poi Clara aveva da lavorare, poi ero depresso, poi non avevo una lira, poi ho divorziato, poi ero ancora depresso, poi avevo ancora da lavorare, poi non avevo fidanzate, poi la galera….” – qui si sarebbe voluto sapere di più). La chimica del tramezzino, che rimanda a “diner con distributore di benzina a margine di strada americana che corre su prateria sconfinata”. Passando per il caffè di palazzata, “privo di qualità”, anche il luogo, oltre che la miscela, “come moltissimi bar della Città di Dio”. Aspettando che sulla via Olimpica passi - la domenica pomeriggio? il sabato sera? -  ‘a Squadaa, sul torpedone lampeggiante, sotto scorta vigile.
Una filippica piana, ma senza vie di fuga. Senza risparmiarsi-ci nulla: l’università come intrigo, il Maestro, il naufragio “nella stanza di un Ministero”, ai Lavori Pubblici, vincitore di concorso, addetto ai contatti con le Belle Arti, “con le dottoresse della Soprintendenza – tra le persone più ottuse del Pianeta”. Hombre del Partido, anti-americano il giusto.
Tutto vero, probabilmente. Eccetto che per la sabbia - ma è un errore comune: quella che la pioggia lascia sulle macchine non è “del grande deserto africano”, è della nube o fungo di polveri e gas che da decenni sovrasta immobile la Città di Dio – arrivandoci dal Sud all’imbrunire, all’altezza di Monte Porzio, quando si comincia a scendere, la nuvola di smog si vede immota sulla città, di cui segue con precisione millimetrica i contorni.
Notevole la fascetta editoriale: “La descrizione del nostro tempo più acuta, impietosa ed esilarante che avrete forse mai letto”. Eccetto che per il “nostro”: di chi? Il day-to-day del pensionato è una scommessa, rischiosa, rasentando le lettere dei romani (pensionati) a Paolo Conti o al “Messaggero”. Di una vita facile che si fa difficile, uscendo ogni mattina a confrontarsi con tutte le cose che non vanno, che sono tutte. Ce n’è anche per se stesso. Se non nelle forme del razzismo, sessismo e conformismo, in quelle del disincanto. Tutto vero, perché no, ma con un appunto, anche qui: chi è conformista? Lo scrittore no, è combattivo – o: si fa sempre in tempo a disperare. Specie Pecoraro, che fatti i settant’anni vuole raccontare un altro racconto, inedito anche come genere, anomalo, sulla scia del primo, “La vita in tempo di pace”.
La breve nota rimanda a una bibliografia tecno-storica-architettonica. Un epilogo la precede per dire che nei cinque anni di stesura del libro il terreno vago “attorno al rudere del vecchio Hoffmann è entrato in una fase di intense modificazione: costruiscono una singolarità commerciale”. Costruiscono un centro commerciale – naturalmente con restauro del vecchio Hoffmann, che sarà “centro culturale”, eccetera. E lo studioso dell’arte riemerge dalla pensione: “I centri commerciali sono la nuova agorà della città”.

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie, pp. 446 € 18  

giovedì 20 giugno 2019

Problemi di base culturali - 490

spock


Con la cultura non si mangia, non molto?

Non bene?

Ma senza cultura si mangia?

Le bacche per esempio?

E il pane?

La paura del nuovo non sarà un nuovo che fa paura?

spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (36)

Il gruppo editoriale Condé Nast (“Vogue”, “Vanity Fair, “Glamour” e altre riviste di svago) dà lezioni di socialismo: quale è buono e quale no. Dal punto di vista del socialismo.
Crolla il consenso ai Repubblicani nell’ultraconservatore Texas. A causa del Muro di Trump, contro gli immigrati e a difesa dal Messico. Sono contro il Muro i proprietari terrieri lungo il confine col Messico, di fattorie, di allevamenti, e anche gli sceriffi. Mentre il Messico è considerato ed è il maggiore mercato per tutto il Texas.
Ogni dodici minuti si uccide un americano – 48 mila sarebbero i suicidi nel 2018. Non è la cifra più alta, in percentuale della popolazione, altri paesi detengono questo record. Ma il tasso d’incremento annuo è molto elevato nel Millennio. Ed è un numero di morti, in un solo anno, più grande dei soldati americani morti in guerra nel Medio oriente tra il 2001 e il 2018, in Afghanistan e in Iraq. I morti per suicidio sono ora due volte e mezzo il numero degli omicidi, che pure negli Usa è elevato. I suicidi aumentano dappertutto – eccetto che in Nevada, che però aveva già un tasso di suicidi elevato, fuori e attorno alle case da gioco. 

Lou con Dio, e senza Nietzsche

“L’esperienza di Dio” è la prima “esperienza di vita” di questo “schizzo di alcuni ricordi”, che Lou Andreas-Salomé ha redatto frettolosamente sui settant’anni, poco prima della morte – legandoli a Ernst Pfeiffer, l’amico che l’accudiva. Che partono dunque seriosi. È una storia personale che la psicoanalista Lou crea di se stessa. Alla “perdita” di Dio – non della divinità o del senso religioso delle cose -  ci arriva a ritroso, per “la difficoltà che provavo a sentirmi a mio agio nel reale – nell’«assenza di Dio»”, ma senza perdersi.
Una serie di ricordi tutti targati “esperienza”. Assortiti nella edizione francese da un lungo testo su Rilke, sulla loro storia, da uno breve su Andreas, suo marito, da due scritti altrimenti noti sui rapporti con Freud, e da un ricordo di vita familiare, prima e dopo la guerra, col professore Andreas, l’uomo con cui aveva concluso il matrimonio “bianco”.
“L’esperienza di Dio” che apre la raccolta viene legata a “una forte regressione infantile e a un desiderio di attardarsi nell’infanzia”. Una “esperienza” che però l’ha segnata e la segna. Ad essa è legato il suo primo grande amore, prima che per Paul Rée e per Rilke: per il pastore olandese, luterano riformato, sposato, Gillot. Lei stessa lo ribadisce, con l’aneddoto del versetto delle Scritture, I.Thess., 4,11, “Fatevi un impegno di vivere in pace, di occuparvi delle cose vostre e lavorare con le vostre mani”. Uno dei 52 versetti, uno a settimana, appesi a calendario in un telaio di legno sopra il suo letto di bambina, il versetto privilegiato, che l’ha seguita tutta la vita, con tutto il calendario e il telaio. Vanamente modificato da Nietzsche, che “volle sostituirlo con la frase di Goethe, «Perdere l’abitudine della mezza misura per vivere risolutamente nella totalità, nella pienezza e nella bellezza»”.
Non sono ricordi innocenti, Lou Andreas-Salomé andrebbe riletta, alla luce della “esperienza di Dio”. Filosofa e teologa si dice in queste tarde note, non psicoanalista, e le due passioni lega alla “esperienza di Dio”: “Ciò che mi ha più attirato verso gli esseri – i morti come i vivi – che si sono interamente consacrati a questo genere di riflessioni, sono gli esseri stessi. Avevano voglia di esprimerlo con una moderazione tutta filosofica, si vedeva bene che, in un senso per così dire dinamico, Dio era stata la loro prima e ultima esperienza”. Che sembra abusivo, e lo è, di Democrito per esempio, di Lucrezio. Ma di Nietzsche è certamente vero, è come lei scrive, p.84, “natura religiosa”.
È Dio, divenuto “invisibile”, “scomparso”, che determina tutte le “esperienze” nelle quali Lou Andreas-Salomé espone i capitoli del suo “sguardo” retroattivo o ricordo: “esperienza di Dio”, “dell’amore” (per Gillot), “della famiglia”, “della Russia” (Rilke), “dell’amicizia”. Una “forma di fede” che Lou chiama “rispetto”: “Contro ogni logica, devo confessare che qualsiasi forma di fede, anche la più assurda, sarebbe preferibile al fatto che l’umanità perda ogni rispetto”.
Lo stile è diretto, la scrittura conversativa, quasi rispondesse a interlocuzioni, a domande che essa stessa si pone. Nietzsche si segnala per la quasi assenza. A parte la goffaggine, mista di superiorità e egocentrismo, nel proporre un paio di volte matrimoni inconsulti. E il rilievo, che i biografi trascurano, che nelle lettere da Messina Nietzsche mostra di covare le allucinazioni che esploderanno a Torino. Un ridimensionamento da non trascurare, di Nietzsche uomo, naturalmente riconoscendone la grandezza di pensatore, oltre che del bizzarro rapporto personale – sono liquidate con freddezza, in poche battute, le incongrue proposte di matrimonio. 
L’edizione francese ricalca quella originale di Ernst Pfeiffer, molto più estesa dell’edizione italiana. Con un ricchissimo apparato di note, le prefazioni dello stesso Pfeiffer alle prime tre edizioni, che si sono venute arricchendo di nuovi materiali, e l’inclusione di altri scritti correlati, per il rapporto con Rilke e per quello con Freud.
Andreas-Salomé,  Sguardo sulla mia vita, SE, pp. 204 € 22
Ma vie. Esquisse de quelques souvenirs, Puf, pp. 315 € 13