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lunedì 28 settembre 2020

Letture - 434

letterautore


Capuana
– Della famiglia dei notabili di Minèo in provincia di Catania, appassionato e inventivo fotografo, come sarà Zola in Francia, le prime macchine fotografiche costruendosi da sé, giovane unitario e garibadino, animatore dopo l’unità del caffè fiorentino dell’epoca, il caffè Michelangelo, con Telemaco Signorini, Aleardi, Prati, Capponi, Nencioni, critico teatrale della “Nazione”, quindi di nuovo a Minèo, ispettore scolastico, sindaco, animatore, poi a Milano, chiamato da Verga, critico letterario e teatrale del “Corriere della sera”, andando e tornando da Minèo per sfuggire l’inverno milanese, che il suo fisico non sopporta, viaggi di due e re giorni, quindi a Roma direttore del “Fanfulla della domenica”, supplemento letterario, dove pubblica per primo Pirandello, che personalmente ha indirizzato dalla giovanile vocazione di poeta alla prosa, mediatore di Zola in Italia, che invita a Roma nel 1895, facendolo incontrare con Verga, infine di nuovo in Sicilia, professore di Stilistica all’università di Catania, scrittore di molti romanzi, dalla vena arguta per ragazzi e adulti, fu costante amante della giovane serva di famiglia, Beppa Sansone, alla quale scriveva lettere appassionate in dialetto, che l’amico d’infanzia Corrado Guzzanti (un bisavolo?) le leggeva, e con la quale fece una mezza dozzina di figli, che lasciava in orfanotrofio, a Caltagirone.
A 69 anni, sette prima di morire, sposerà – testimone Verga - Adelaide Bernardini, che undici anni prima, ventenne e col morbo di scrivere, aveva tentato il suicidio, e Capuana impietosito aveva preso come bibliotecaria.  
 
Cognomi – Il catalogo è fisso, non ce ne sono più di nuovi. In tutte le specie di formazioni note – che possiamo sintetizzare con Bonaviri in un suo excursus sui soprannomi (prefazione a Luigi Capuana, “Scurpiddu”, ed. Bur): “Un po’ tutti i cognomi (che danno origine alla scienza dell’antroponimìa),derivano da soprannomi indicanti un carattere corporeo, o un aspetto morale del portatore; o possono avere anche estrazione etnica o religiosa; o possono nascere da toponimi, o nomi di regioni e città; o, infine, riportano nomi dei genitori (patronimici e matronimici).
Non ci sono più soprannomi, e quindi non ci sono cognomi nuovi? O il catalogo è fisso da quando è stata creata l’anagrafe?


Umberto Eco – Non ha un solo riferimento tedesco. Ha scritto tanto, narrativa, filosofia, giornalismo ma senza mai un riferimento alla onnipresente Kultur  tedesca. Kant nel titolo dei saggi filosofici, in cui contesta, di striscio, Heidegger, ponendo il problema del realismo. Nemmeno di Marx fa il nome, pur professando politicamente la Sinistra, e anche trinariciuto sotto l’arguzia, con i tanti “manifesti” di protesta. Non ha in riferimento tedesco quindi di proposito.
 
Gary-Malaparte – Alcuni capitoli di “Educazione europea” , il romanzo d’esordio, hanno un flair distintamente “malapartiano” – alla Malaparte di “Kaputt”, del realismo irreale. Due in particolare, sul finale, aggiunti alla storia: il 29, dei tedeschi congelati, e il 31, dei corvi, tedeschi e russi, che  filosofeggiano sui cadaveri.  Il sarcasmo sulla guerra era nell’aria? Gary era un poliglotta. Fra gli pseudonimi adottati per i primi romanzi c’ anche un Fosco Sinibaldi. Pilota dell’aviazione francese (col grado di caporale, non essendo un francese etnico), nel 1940 aveva raggiunto Londra per unirsi a De Gaulle. Fu pilota combattente in molte missioni, anche contro obiettivi italiani, e finì la guerra col grado, nel marzo 1945, di capitano. A gennaio aveva visto “Educazione europea”, il romanzo della resistenza polacca – anche ai russi - pubblicato in Francia. Dove Malaparte era autore apprezzato - aveva scritto anche in francese.
La scrittura di “Kaputt”  Malaparte data da agosto 1941 (Pessianka, in Ucraina) al settembre 1943 (Capri). Il libro fu pubblicato a Napoli, da Casella, nel settembre 1944, con successo: ebbe più edizioni , la seconda reca un finito di stampare il 15 febbraio 1945. Preceduto nel 1943 da “Il Volga nasce in Europa”, narrazione della guerra sugli stessi temi che poi saranno di “Kaputt”.  
 
Gotico – “È un divertimento, non una necessità” - Sartre in Italia, a Venezia specialmente (“La regina Albemarle o l’ultimo turista”).
 
Joyce – Dannunziano lo dice Eco, con Richard Ellmann – come non averci pensato? Eco lo dice concionando su fuoco e fianna al festival La Milanesiana nel 2008 (ora in “Costruire il nemico”), con citazioni. “Ispirato proprio dal «Fuoco» d annunziano, che aveva letto e amato, ecco il massimo teorico dell’epifania, James Joyce”. “Per epifania intendeva Stefano una improvvisa manifestazione spirituale”, «Stephen Hero»”, Eco ricorda. E ancora: “La parola ‘fuoco’ ritorna nel «Portrait» 59 volte, ‘fiamma’ e ‘fiammeggiante’ 35 volte, per non dire di termini associati come ‘radiosità’ o ‘splendore’”. Analoghe dice ancora le sensazioni per la Foscarina e Stelio Effrena, e per Stephen Dedalus, con citazioni da “Il fuoco” e dal “Portrait”.
 
Pirandello – Diventa narratore in età, dopo un’adolescenza e una prima giovinezza da poeta. A venticinque ani, quando viene presentato a Capuana, che ne legge i componimenti e, senza criticarlo, gli consiglia la prosa.
Due anni dopo, alle nozze Piandello-Portulano Capuana presenta in dono la plaquette  di poesie “Istantanee” – era un fotografo appassionato e capace.
 
Romanzo – “Il genere della totalità che moltiplica il senso della vita”, W. Pedullà, “Il pallone di stoffa”, 71.
 
Tintoretto – “Un regista moderno” lo vuole Sartre in vacanza a Venezia nel settembre 1951. Nelle lunghissime note su Venezia, quasi un libro “La regina Albemarle o l’ultimo turista”), buona parte delle riflessioni sono su Tintoretto – con qualche sbavatura: “Non è ancora l’opera comique di Raffaello”, nota a proposito del “teatro” del veneziano, come se fosse un precursore.
Poi però lo farà Seicento, copernicano, galileiano, pre-einsteiniano: “Col Tintoretto la terra gira ma, di colpo, l’uomo è perduto nello spazio”. Lo assilla un problema: “Il suo problema è come mettere tutto l’uomo in un quadro. Problema moderno. È il passaggio dallo spazio-concetto di Leibniz allo spazio kantiano”.
 
Trump - Sarà l’“americano rurale” la sua base elettorale, il pilastro del primo uomo d’affari, di denari, a capo degli Stati Uniti? L’americano rurale di Kerouac, “Il libro degli schizzi”, p. 165, dei vagabondaggi per l’America dei primi anni 1950 (niente è cambiato?): “L’Americano rurale\ è l’Americano più forte\ perché vicino alla con-\ dizione dei Fellaheen” – il fellah, contadino egiziano, Kerouac aveva eletto e idealizzato nell’americano povero e puro, di campagna o anche di periferia.
 
Verga – La lingua di Verga Bonaviri trova dolcemente musicale” nell’introduzione a Luigi Capuana, “Scurpiddu”, Bur: “Nata dalle tante stratificazioni d’umori e di lingua del popolo siciliano”.


letterautore@antiit.eu

Un papa laico - e comunista?

Fa senso legge un “Espresso” dedicato al papa. Sotto un titolo evangelico, certo, “Fuori i mercanti dal tempio”. Inteso: scacciati dal papa. È il papa Franceso un papa laico, consacrato dal  settimanale anti-Vaticano, dopo avere a sua volta consacrato Scalfari, massone professo?
Laico non si sa – in Argentina c’è confusione in proposito - ma comunista sì. Comunista nel senso proprio, politico, del partito Comunista, che oggi come oggi esiste solo in Cina. Papa Francesco non riceve il segetario di Stato americano Pompeo, perché il governo Trump è anti-Cina. Non ha ricevuto il cardinale di Hong-Kong Zen, che era venuto a Roma per perorare la nomina di un vescovo a Hong-Kong, sede vacante da un anno e mezzo. Non nomina il vescovo di Hong-Kong per non dispiacere al partito Comunista Cinese.
Non ha speso una parola nei sermoni domenicali, e neppure in privato, per Hong-Kong in rivolta contro gli statuti polizieschi di Pechino, anche se la città conta molti cattolici. Anzi, i manifestanti di Hong-Kong per la libertà ha assimialto in conferenza stampa ai gilet gialli francesi, dei casseurs. E a chi gli ha obiettato che la Francia non è la Cina, che rispetta i manifestanti, ha risposto per una volta laconico: “La repressione c’è anche in Francia”. Anche questo fa impressione, un papa comunista, oggi, nel 2020.

Un’altra vita con Paolo Conte

Una rimpatriata. Una celebrazione di Conte, poeta, musicista, pittore (immaginista). Malinconica – “vedere tutto il tempo che è passato mi mette un po’ di malinconia” si dice lui stesso. Ma non per fatto personale: è un altro mondo, appena pochi decenni fa, Conte come De André, Modugno, Jannacci, un’altra canzone, un’altra musica. Solo diversa? Un fatto geenrazionale? No: musica, e poesia, a fronte del nulla, con tutti i suoi likes e followers.
Semplice, anche. “Mah, l’autobiografia serve, marginalmente. Asti è una città particolare. Non ha poeti. Siamo per le tragedie. Comporre canzoni è come fare il cinema, i luoghi sono importanti, ma servono gli sguardi, i tempi giusti, i sorrisi”. Con tanta musica naturalmente, dei primissimi interpreti di Conte, il ragazzo Celentano e Enzo Jannacci, Caterina Caselli, Milva, e di Conte passato e presente, e in giro per il mondo,  a Parigi in particolare, nei tanti concerti, compreso l’ultimissimo a luglio, e al San Carlo di Napoli. E tante testimonianze.  
Giorgio Verdelli, Paolo Conte – via con me

domenica 27 settembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (437)

Giuseppe Leuzzi

Conrad ha “il tipo del giovanotto italiano del Meridione”, nel racconto napoletano “patetico” del “Gruppo di sei”, “Il Conde – Vedi Napoli e poi muori”: “Carnagione chiara e pallida, labbra rosse,  baffetti neri e neri occhi liquidi, così meravigliosamente espressivi nella tenerezza e nel cipiglio”. Di uno che riserva sorprese, camorriste.
 
Trovando sul tavolo di Carlo Levi a Roma nel 1951 due caciocavalli in forma di “statuette di cavalli”, Sartre chiede: “Sono africani? Etruschi?” “Sono formaggi”, risponde Levi, “me li mandano dalla Calabria”.Sartre:  “Si direbbe gres”. Levi: “Più si scende al sud e più i cibi si avvicinano ala pietra o al legno morto. Per forza: bisogna conservarli a lungo”.
Il Nord non fa conserve, o allora di porcellana? È lo stesso Levi del “Cristo s’è fermato a Eboli”. Bisogna reinterpretarlo?
 
“Diminutivi e vezzeggiativi”, Mimmo, Mico o Mimì, Nino, Totò, ‘Ntoni o Ninì, Sasà, Pepè, Rorò o Nanà, “per evitare di chiamare qualcuno Domenico, Antonio, Salvatore, Giuseppe o Fortunato”, Walter Pedullà riconduce allo “stato infantile caro alle madri” (nelle “memorie di un nonagenario” in uscita, “Il pallone di stoffa”, 71-72) – con quei Mimì, Sasà, Nanà e Pepè non si invecchia mai”,
 
Se l’Africa fosse stata in Europa
La fotografa americana Maxine Helfman ha avuto l’idea di sostituire volti neri a una serie di ritratti fiamminghi del Seicento – il tipo del viso contornato da “cornette” (copricapi con le ali), gorgiere o soggoli, merletti, candidi sulla veste rigorosamente nera - sotto il titolo “Historical Correction”. Come a dire che sarebbe stata un’altra storia se le africane e gli africani in Europa o in America fossero stati commercianti o baroni invece che schiavi. Ma la cosa non si presenta bene, i visi africani sul “nero spagnolo” (americano in realtà, la nuova tintura veniva dal Nuovo Mondo), che trine e merletti candidi non ravvivano, anzi scuriscono. Gli africani probabilmente si sarebero vestiti colorati, nonostante la Controriforma o il puritanesimo.
La storia naturalmente non si rifà, ma anche a ipotizzarla diversa, bisogna ipotizzare, quela è, l’Africa diversa dall’Europa, il nero diverso dal bianco. Senza contare che “l’Africa ha più storie e più geografie”, come Igiaba Scego scrive sul settimanale “D”, a commento della collezione di Helfman -  “e anche gli afrodiscendenti partecipano a questa molteplicità di storie”.
Mettersi nelle scarpe, sulle orme, degli altri, i più ricchi, fortunati, intelligenti, potenti, è una cosa buona e cattiva. Se è un camuffamento. Per essere bisogna solo affermarsi: Anche differenziandosi – differenziarsi è più produttivo, per esempio oggi. È la chiave – e il problema – delle teorie dello sviluppo. Nei mercati come nelle culture: integrarsi al meglio ma non cancellarsi, copiare ma non dssolversi, aggiungere e, se possibile, senza diminuirsi.  
 
La fame a Gerace
Presentando il libro della sua vacanza con tre amiche in Turchia, “Quel tipo di donna”, Valeria Parrella ricorda che la madre di una di loro “insegnava in un istituto magistrale di un paesino della Calabria. Un giorno, per l’apertura della Upim di Crotone, organizzò un’uscita della classe: nessuna delle ragazze aveva mai visto un grande magazzino. Un’altra volta le porta a Taormina, e loro s’incantano davanti alla scala mobile, anche quella mai vista prima nella vita”.
Fatta la tara della “Calabria” dei napoletani, l’aneddoto è verosimile. Fra i quaranta e i cinquanta, a giudicare dalla foto, le amiche in viaggio, l’aneddoto si riferisce ai tardi anni 1960-primi 1970. Cinquant’anni fa, appena. Riguarda ragazze fra i 14 e i 18 anni. E l’istituto magistrale non poteva essere che di Crotone (ora l’hanno chiuso), non di un paesino: non c’erano scuole superiori nei paesi, nemmeno le medie. Crotone era già un “polo chimico” (anche questo chiuso, inquinava). E s’intitolava un premio letterario rinomato, con Debenedetti e tutta l’intellighentsia Pci. Che però erano mondi a parte. Ora Crotone ha l’aeroporto, molto turismo, molta inventiva, anche ambientale, molte produzioni agroindustriali, e gioca in serie A.
Anche Pasquale Clemente, un amico ora morto, aveva un ricordo analogo, di un altro luogo dello Jonio, il versante calabrese ora in spolvero ma povero e semiabbandonato non molti anni fa. Insegnava materie tecniche nella scuola media di recente istituzione a Gerace. E ricordava classi cenciose, benché pulite, e smagrite, di ragazzi che spesso si addormentavano, come sfiniti. Un giorno che si era portato in classe un pane, un “pane di grano”, di due chili, come allora usava, cotto a legna da un formaio locale, che al nostro paese non si faceva più, vide che i ragazzi lo guatavano, e propose una pausa: “Assaggiamo questo pane, se è vero pane di grano”. “Fu divorato”, ricordava, “senza vergogna”. Lo rifece con le altre due classi, e diventò un’abitudine, di cui nessuno si vergognava. La scuola media obbligatoria è stata istituita a fine 1962, il ricordo di Pasqaule era quindi degli anni anni a metà del 1960. Oggi, ma già da alcuni decenni, Gerace è un borgo d’arte, restaurato, rinnovato, e uno dei posti più prosperi, oltre che meglio tenuti e più belli, dello Jonio e dela Calabria.
La geografia economica è mutevole, anche in breve periodo, basta l’impegno, anche poco – e l’ingegno, certo.
 
L’Italia va vista dal Sud
Il modo giusto per conoscere l’Italia è – come questa rubrica da tempo sottintende - dal Sud. Arrivare dal Sud è la raccomandazione di Ernst Bloch in uno scritto poco conosciuto dei suoi tanti sull’Italia, dove viaggiò spesso negli anni 1920 - una parte di questo scritto è stata tradotta in “Dadapolis”, l’antologia di opinioni su Napoli voluta e stampata dagli editori tedeschi una trentina di anni fa come omaggio all’Italia ospite della fiera del libro di Francoforte.  
“Si “scende” in Italia, dalle Alpi, questo non va bene”, esordisce il filosofo: “Si visita questo Paese in modo sbagliato. Portandosi dietro desideri e immagini fuorvianti, o perlomeno unilaterali. Sicché molto dela vita italiana finisce per sfuggire”. Perché  l’Italia non è “classica”, come in Europa si pensa, e al Sud questo è evidente: “Nel Sud non esiste soltanto la misura classica, che esso sembra peraltro non stimare troppo”. Gli uomini e le stesse cose. “Non solo l’animale uomo che lì fiorisce così variopinto si oppone alla nobile semplicità e alla composta grandezza”,  che si presumono della classicità, ma anche le cose: “Non tutte le cose vi riposano ferme nella luce, nella loro bella forma antica e ben definite in ogni parte”. Ovuqnue eccessi, eccezioni, sregolatezze - quello che si sa, che si legge, in parte anche si vive.
A meno che la classicità non sia quella costruita in epoca umanistica e rinascimentale – che potrebbe avere preso, molto o poco, dalle pratiche e le forme d’oltralpe, iperboree. Che sia come l’architettura e la statuaria greche, che erano dipinte e variopinte, non così semplici, levigate, serene come il museo ora le rappreenta.
 
Il senso della mafia
Conrad, benché di poca esperienza in Italia, e di quasi nessuna del Sud, ma uno che ha vissuto, prima di scrivere, dà nel racconto napoletano “patetico”, “Il Conde”, il senso vero della amfia, del suo impatto, della sua forza dissolutrice – perché la mafia è dissolutrice, checché ne dicano i suoi tanti aedi millennial. Il cachet proprio della prepotenza mafiosa, dietro le sociologie da caserma, dell’omerta,àil familismo, la vendetta, il giuramento, il “santino”: è la prepotenza.
Conrad non lo dice ma lo racconta. Un gentiluomo del Nord che per ragioni di salute e convenienza sverna a Napoi, felice nella sua modesta routine di uomo senza problemi, una persona pregevole e gradevole sotto tutti gli aspetti, ha una brutta avventura una sera, che passeggia sovrappensiero, acoltando la banda che suona nei giardini pubblici, alla Villa Nazionale. Viene derubato con  la minaccia di un coltello da un giovanotto azzimato, un viso sconosciuto che aveva notato al ristorante dell’albergo, e il sigarettaio gli ha sussurrato di passaggio essere un camorrista. Di fatto non viene derubato, poiché non ha soldi con sé, non ha gioielli addosso, a l’orologio porta di poco conto. Ma l’umiliazione lo sopraffà, l’aggressione senza risposta possibile. “Da quanto potei capire”, dice il narratore di Conrad, “era disgustato di se stesso. Non già del suo contegno. .. No, non era questo. Egli non provava vergogna. Era nauseato dall’idea di essere stato vittima di tanto disprezzo, più che del furto in se stesso. La sua tranquillità era stata empiamente profanata. La sua lieta, serena visione del mondo, che l’aveva accompagnato per tutta la vita, era stata sfigurata”.
Lo sconforto contagia pure il narratore: “In quell’oltraggio premeditato vi era una sfrenata insolenza che sgomentò me pure”. L’oltraggio premeditato. E la sfrenata insolenza.
 
Calabria
Partono dalla Turchia, curdi, iraniani, iracheni, afghani, e arrivano tra Roccella Jonica e Crotone, la vecchia rotta della magna Grecia, molti in barca a vela. La Magna Grecia, le migrazioni, furono disegnate dalle correnti, dai venti.
 
Satireggiando Salvini, Michele Serra scrive oggi sull’“Espresso”: “Ora la sua leadership viene messa in discussione perfino nelle sezioni leghiste dell’Aspromonte, fino a pchi mesi fa una sua roccaforte, ora devotissime a Zaia”. Che è vero, la roccaforte: il capo della Lega è senatore della Calabria – Zaia non si sa, per ora siamo al “chi è questo?”
 
I migranti arrivano dalla Turchia in Calabria, tra Roccella e Crotone, non in minor numero che a Lampedusa, non con più sicurezza - invece dei gommoni vecchie barche a vela – e non senza infezioni contagiose. Accolti in strutture piccole e  minime, ognuna delle quali con problemi di contagi indotti dagli arrivi. Con pochi rimedi, né per la prevenzione – nessuno va a trattare la questione in Turchia – né per l’accoglienza: la Calabria è come se non esistesse. Un mondo che non sa comunicare, e non sa contare, farsi valere.

“La cosa terribile della Calabria è l’invidia, è tremenda”, diceva un anno fa a Patrizia Capua , “le Repubblica” (16 giugno 2019), Eleonora Acton, la nobildonna di Cannavà, borgo di Rizziconi, nell’agro di Gioia Tauro, dove ha sede l’azienda agricola di famiglia, 300 ettari, che lei a lungo ha gestito, col marito Pierluigi Taccone. Zona di ‘ndrangheta, da cui si è dovuta salvare con un lungo soggiorno a Napoli,  e il marito ha faticato a fronteggiare. Ma l’invidia è più distruttiva.
 
La Regione Calabria, di centro-destra, appalta a Gabriele Muccino un documentario promozionale per il turismo al costo di 1,7 milioni – cifra paperoniana. Muccino si vuole di sinistra ma accetta volentieri. Bisogna punire la dabbenaggine?.
 
Reggio si scopre con sorpresa una delle città in cui si legge di più, si leggono libri. Scesa in un anno dal 51.mo posto, fra le città capoluogo, al 37mo.

Lombardo, Lombardi  è il cognome più ricorrente in Calabria dopo quelli greci, e Morabito, che è arabo.
 
S’intendono Platì, San Luca, paesi che non riescono a farsi un sindaco, di sequestri di persona e ogni altro traffico sporco, di ‘ndrangheta e di spaccio, come due centri chiusi, cupi, remoti. Invece guardano il mare da cui distano pochi minuti, e raggiungono agevolmente, San Luca in macchina una decina di minuti al più, a piedi un’ora e mezza, Plati il doppio, su tratturi e strade semplici e quasi in rettilineo, senza scoscendimenti, lungo i torrenti. Non è la geografia che fa le “razze”, i “caratteri originari” della Enciclopedia Einaudi.
 
Era “calasebrella” il terziglio, gioco di carte comune nelle osterie e ritrovi popolari in tutta Italia a fine Ottocento – variante del tresette a tre giocatori. Fucini la mette al centro della lite tra amici del racconto “La pipa di Batone” (“Veglie di Neri”).
 
Si organizza in Calabria un Cammino Basiliano, sulle orme del vecchio ordine monastico greco-otordosso rifugiatosi nella penisola nel VII secolo, per sfuggire all’iconoclastia di Bisanzio. Sulla traccia del Camino de Compostela (Santiago) e altri itinerari di escursone religiosi – la via Francigena, per esempio, che stenta a decollare da un cinquantennio ormai, la via dei pellegrini dal Centro Europa verso Roma. Con questa presentazione: “Il Cammino Basiliano – 1.040 km da Rocca Imperiale a Reggio Calabria , 77 tappe, 149 borghi – permetterà di conoscere monasteri, chiese e fortezze orientali, che evocano le atmosfere del Monte Athos, dell'Armenia, della Siria e della Turchia, e castelli, chiese e monasteri latini, al punto che al visitatore sembrerà di trovarsi in Germania, Framcia, Belgio, Spagna, o in Inghilterra”. Niente di meno.
 
Si scoprono ora ovunque “chiese” (rovine) bizantine. Dopo la scoperta, con trentanni di ritardo, malgrado le tante rappresentazioni che della cosa sono state fatte dove si decide, che ci sono fondi europei per le civiltà minori. Senza però progettare o comunque mettere in moto i fondi europei: si scoprono i tanti sant’Elia disseminati nella penisola col gusto dell’antichista. Una volta stabilito che il sito è bizantino, la soddisfazione è colma.
 
Quando in Grecia scoprirono, negli anni 1980, i fondi europei per il recupero culturale, i mille santi e chioschi bizantini abbandonati per il paese furono recuperati e rinnovati. In non più di cinque anni. C’è Grecia e Grecia? O l’eredita della Magna Grecia è infetta?
 
“Testa di calabrisi” ricorre ancora nei racconti di Camilleri, per esempio ne “La confessione”, anche se “Vigata” è agli antipodi (siciliani) dalla Calabria, per dire testardo, cocciuto.
 
Il “Tirreno cosentino”, bei paesi e belle spiagge, da Maratea a Diamante, il primo a dotarsi di infrastruttire moderne di accoglienza, fin dagli anni 1960, auspice il Gran Referente dell’area, Giacomo Mancini, alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari, secondo case a gogò, festival estivi e invernali, non decolla. Tavole rotonde. Piani. Recriminazioni. Poi si scopre che un anno – cinque di fatto, un’estate dopo l’altra – è ostaggio di introvabili bidoni velenosi inabissati dalla ‘ndrangheta. Un anno soffre di cattivi odori. Un anno le acque in mare di colpo si sporcano. Un tesoro sterile, se non buttato via. Mentre si sa, ma non si dice, che un Comune trova più semplice scaricare i liquami a mare. E che la rete dei depuratori è “disomogenea” - un depuratore non può supplire all’altro, quando ha problemi tecnici o è in sovraccarico. Programmare è impossibile in Calabria, mettere d’accordo, anche solo due interlocutori?

leuzzi@antiit.eu

 


Appalti, fisco, abusi (186)

Nel “settembre nero” di Borsa, che si è mangiata una buona metà della ripresa estiva dei mercati azionari, il ribasso medio è un trend che attraversa un’altalena di rimbalzi. Per tutti i  titolo eccetto uno, Unicredit. Era a 8,31 a inizio mese, è a 6,74 (cioè a metà della quotazione ante coronavirus) , per sfilacciamento costante. I titoli bancari, come gli industriali, vanno anch’essi in altalena in Borsa, un giorno superrialzi, un giorno superribassi. Intesa, Bpm, Bper, Mediobanca scendno e salgono,  eccetto Unicredit. Anche se non è cambiato nulla – a parte il passaggio indolore del piano esuberi, che avrebbe dovuto favorire il titolo. I conti sono gli stessi, i piani pure, Unicredit deve passare di mano? In svendita?
 
Da un anno ormai, abbondante, si dà in vigore il rebate fiscale sugli acquisti con carta di credito. Mentre invece non c’è niente, solo chiacchiere.
E perché non un rebate con i pagamenti bancomat – se la misura è di polizia, la tracciabilità, per chi compra e per chi vende? Lavoriamo per le banche, commercianti, acquirenti e fisco, uniti nella lotta?
 
Fuoco di sbarramento coordinato contro il presidente dell’Inps che osa aumentarsi lo stipendio da 62 mila euro, lordi, una sorta di soglia di povertà dirigenziale, lo stipendio di un dirigente di prima nomina, un terzo di quello dei suoi 40 (quaranta) direttori generali, a 150 mila. Uno scandalo? Un attacco all’Inps?
L’Inps è il maggior assicuratore italiano, di gran lunga – anche nel ramo vita. L’attacco viene dai giornali di Exor e di Mediobanca.
 
La richiesta periodica dei dati personali, ogni due anni, per dire che “io sono io”, in banca, all’assicurazione, con le carte di credito, “ai fini dell’antiriciclaggio” è una sciocchezza, e tutti lo sanno. È un sopruso, in quanto obbliga a perdere ore e giorni, oltre che attenzione, ora imponendo anche la pec, per dichiarazioni che nessuno utilizzerà mai – quando non uno spreco di carte, specie in banca, dove raccolgono queste assicurazioni in montagne che nessuno, anche volendolo, potrà consultare mai (anche perché non vengono archiviate). Senza contare che uno è sempre se stesso, finché vive.
Si impongono queste vessazioni, nel nome dell’antiriciclaggio antimafia per non fare i controlli veri?

Camilleri novelliere

L’innocenza vince nel primo racconto. Nelle forme estreme: la ragazza orfana e ingenua, il ragazzo che ha bisogno del “sostegno”. C’è chi scommette su di essa, e ne organizza lo sfruttamento, ma non c’è partita: i semplici vincono.
Alla Don Camillo e Peppone il secondo. Con un Camilleri che tradisce sbadato le professioni di fede politicamente corrette: l’“opposizione” trinariciuta non ci fa bella figura – invoca pratiche magiche, si affida al vescovo.
Camilleri prova, nella raccolta da cui i due racconti sono tratti, “Le vichinghe volanti e altre storie d’amore di Vigata”, tutte le corde della tradizione novellistica.
Vale quanto questo sito evidenziava all’uscita della raccolta nel 2015: “L’affabulazione viene meglio a Camilleri in dialetto, rispetto a quella su temi analoghi finora esercitata in lingua nei romanzetti di costume. Con un effetto doppio. Il rinvio indiretto, il dialetto risuonando come un arcaismo, al Tre-Quattrocento, quando la narrazione non aveva messo le mutande, e il toscano-volgare era ancora dialettale. E la costituzione, attorno all’aneddoto lubrico, di un piccolo mondo chiuso, di caratteri diversi e quindi interessanti benché di vite inutili”.
Andrea Camilleri, L’asta
I fantasmi
, la Repubblica, gratuiti col quotidiano

sabato 26 settembre 2020

Ombre - 531

“Comincia a prendere forma uno dei pilastri della riforma fiscale”, annuncia trionfante “Il Sole 24 Ore”, “il taglio delle detrazioni”. Cioè: la riforma è un amento delle tasse.
 
Due pagine oggi di “Repubblica” e un ex philosophe scomodato per un giovane afghano che non ha fatto niente, porta solo il mone di suo padre, che venti anni fa era famoso, quando fu sconfitto a ucciso dai Talebani. Non succede niente nel mondo?
 
“Ahmad Massud, figlio del comandante Ahmed”, recita su “la Repubblica” la didascalia in calce alla foto che correda l’incontro tra l’ex philosophe e il giovane afghano. Come se fossero due nomi diversi, in un  lingua che non cristallizzato le vocali, ha suoni vocalici, per trascrizioni che variano dall’inglese Ahmad all’italiano, Ahmed.
 
È un po’ assurdo, fra i tanti problemi veri, e anche ridicolo, il battage giudiziario sul calciatore Suarez promosso a Perugia in italiano. Possibile che i giudici siano così ridicoli? E la Guardia di Finanza, che non cessa di acquisire “prove”?  Non ha altro da fare?
Ora, il palazzo di Giustizia a Perugia ci vuole, la Procura, perché deve fare i processi ai giudici di Roma. Ma un comando della Guardia di Finanza, se tutti sono onesti a Perugia, e timorati di Dio?
 
Forse il problema è il Capo della Procura di Perugia: il dottor Cantone è un napoletano che, naturalmente, non ha il senso del ridicolo, ma di suo va veloce. Per farlo Procuratore Capo il Csm ha sovvertito tutte le regole – poi si dice che la colpa era di Palamara.
 
Il Pd respira, dopo il crollo alle politiche del 2018. Ma ha perso molto rispetto alle regionali dl 2015. Specialmente in Toscana (poco meno del 35 per cento contro il quasi 46) e nelle Marche (da 35  al 25 pe cento), dopo aver perso l‘Umbria. Perfino nell’exploit De Luca in Campania, la lista Pd è scesa dal 19,4 al 6,9 per cento. L’antipolitica morde ancora, ma fa specie che sia così ampia nell’elettorato Pd.
 
Da un mese almeno, se non da due, siamo bombardati da pagine di inchieste penali sulla Lega, a Milano, a Genova e in ogni dove, con accuse ogni giorno diverse, e mai un passo avanti: un’incolpazione. Come è possibile?
L’unica certezza di tutte queste inchieste è un pentito. Uno che è stato arrestato perché ricattava i commercialisti della Lega.
 
Le chiese che non “si” incendiano, la Francia le svende ai fratelli in massoneria, per farci baretti e pied-à-terre. Nel mentre che vuole chiudere le frontiere e lamenta invasioni islamiche. È curioso come anche la Francia, che critica la rabbia iconoclasta americana, abbia tanta voglia di privarsi della storia.
 
A Napoli la famiglia della vittima è costretta a pagare le spese processuali, 17 mila euro. L’assassina risulta nullatenente all’Agenzia delle Entrate, benché figlia di un potente boss di camorra. E il giudice vuole i soldi dalla famiglia della vittima invece che da quella dell’assassina. Il giudice, non la camorra.
E l’Agenzia delle Entrate, è collusa oppure è stupida?
Non sono casi di concorso esterno in associazione mafiosa?
 
La Costituzione all’art.15 dice: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione è inviolabile”. Inviolabile dice, e non lo dice spesso – cinque volte. E i diritti inviolabili, dicono i giuristi, sono “assoluti”, garantiti cioè contro chiunque, compreso lo Stato, e “indisponibili”, validi cioè in qualunque condizione, sia pure sotto tortura. Ma l’unica riforma della Giustizia che in Italia si è potuta fare, la riforma Bonafede, prevede proprio questo, la violabilità dei diritti fondamentali: basta fare gli Ulisse della situazione, furbi, e infilare un trojan horse, un captatore informatico, un dispositivo di intercettazione, nelle comunicazioni del Nemico. Si ricorderà questo mese di settembre per questa Grande Riforma.
 
Una simile Grande Riforma è stata emanata dal giudice grillino Bonafede per decreto-legge. Le riforme per decreto le faceva Mussolini, ma questa è stata avallata da Mattarella, che non vi ha trovato nulla da eccepire. Ora, a casa di Mattarella sicuramente no, ma un trojan a casa di Grillo siamo sicuri che non sia necessario?
Quando i trojan entreranno a casa e sui cellulari dei giornalisti sarà un macello – un giornalista è o non è un chiacchierone?.
 
Il decreto-legge Bonafede che introduce lo Stato di polizia non può essere mussoliniano: prima che lo promulgasse Mattarella lo ha votato il partito Democratico. Sarà un nuova forma di democrazia, come dice Grillo – la democrazia è vecchia, bisogna rinnovarla?
 
Il vincitore del Tour, Pogacar, è parte di una squadra tutta gestita, in ogni incombenza, da personaggi squalificati o condannati per doping. Ma questo lo veniamo a sapere, con le date, le accuse e le condanne, dal “New York Times”. Non c’è più “L’Équipe”, non c’è la “Gazzetta dello Sport”? Ci sono, ma si riempiono ogni giorno di che?
 
Arriva in ristorate l’idrosommelier, annuncia “Il Sole 24 Ore” trionfante – aprendo una campagna per l’upgrading, l’aumento di costo, delle minerali. E avremo al ristorante la carta delle acque con quelle dei vini. Parte dell’ecobusiness e parte no. Sembra di sognare, pagare l’acqua al ristorante, e ora pagarla pure cara.
 
Italia per una volta virtuosa nelle classifiche internazionali: il rapporto Fao “Global Forest resources assessment” calcola 11,4 milioni d ettari di boschi e foreste, il 40 pe cento del territorio. Con un limite: la metà delle superficie forestata è “privata e spesso mal tenuta”. No, mal tenuti sono molti boschi della ex Forestale, soprattutto nell’Appennino.

Notturno notturno

Presentato con grandi ambizioni per nascondere un flop? Immagini di recupero, molte anche di repertorio o propaganda, nel Kurdistan iracheno, della guerra contro l’Is (il lamento della madre per il figlio morto, il plotone delle miliziane, il carcere dei terroristi islamici, la scuola, i disegni e i ricordi delle violenza attraverso i bambini). Mixate con una sola scena a soggetto, del giovane caravaggesco che vive di espedienti, e con minute cartoline di viaggio, l’attraversamento dei fiumi mesopotomaci, anche a guado, il traffico alla frontiera siro-libanese. Un mondo piatto, fangoso. Di cieli bassi e luce grigia. Tra Iraq, Siria, Libano, i luoghi menzionati, un mondo di squallore, apatico.
Curvato nel montaggio sulla politica, e allora confuso? Non pacifista. Non antinazionalista: scandito in capitoli di confine, evita i confini “giusti”, divisori, bellicosi, quelli con la Turchia per esempio. E arriva tardi nella guerra all’Is.
Lo spettatore ne media un mondo senza respiro. Senza nemmeno anima. Mentre è un mondo di montagne e non piatto, alla frontiera siro-libanese, nel Kurdistan. E di coraggio, nel Curdistan e non solo – la frontiera con il Libano è stata passata da oltre due milioni di siriani, quanto l’intera popolazione del Libano.
Gianfranco Rosi,
Notturno

venerdì 25 settembre 2020

Democomiche

Democrazia diretta, da Grillo?
Quando è in trance o quando è brillo?
 

Briganti di passo sull’Aurelia

Sull’Aurelia, che alterna ogni poche centinaia di metri il limite di velocità tra 50, 70 e 90, al km. 174 + 500 località Rispescia direzione Roma il limite passa da 110, dalla velocissima circonvallazione di Grosseto, a 70. Al km. 174 + 640 il sindaco di Grosseto Vivarelli Colonna apposta i Vigili, che così possono multare tutti i quelli che transitano. Multarli di grosso, perché tra 70 e 110 la velocità è eccessiva per ben 40 km. Con decurtazione dei punti patente, e altri soprusi: spese esagerate di notifica, privazione del diritto alla riduzione del 30 per cento dell’ammenda attraverso furbesche procedure di notifica.
Ora, il grossetano si sa che è terra di banditi di passo, hanno infestato per qualche millennio la via Francigena. I dannati dell’Aurelia soprattutto lo sanno: vivono di soprusi, e non c’è rimedio. I sindaci impediscono da cinquant’anni per questo, per tassare gli automobilisti non residenziali, l’autostrada. Ma perché farli anche pubblici ufficiali, dargli il potere di comminare sanzioni, oltre a estorcere il pizzo?
E l’Anas, un ente statale? L’Aurelia alterna ogni pochi metri il limite di velocità, come ogni altra strada ex statale o provinciale, da un paio d’anni retrocesse all’Anas, per l’appalto delle paline. Uno dei (non) pochi rivoli di guadagno supplementare per la dirigenza della nota azienda statale. Sulla cinquantina di km. da Garavicchio alla circonvallazione di Grosseto ci saranno un migliaio di paline – che e leggerle anche solo in minima parte uno va subito fuori strada. Duemila nei due versi.     

 

I nemici degli italiani

I nemici siamo noi. Siamo il prodotto di secoli di invasioni, siamo quello che gli invasori via via sono stati, stratificazioni, l’Italia è sempre stata occupata, dalla fine dell’impero romano. Sottinteso: così va il mondo, non dobbiamo preoccuparci se una nuova invasione si prospettasse?
Un paradosso. Le occupazioni possono essere benefiche. L’Italia lo sa, che è stata occupata e anche occupatrice. Con beneficio tutto sommato, oltre che dell’Italia, della Gallia, la Germania, la Spagna, l’Inghilterra, la Romania eccetera, e di tutto il Medio Oriente, Nord Africa compreso, nonché della ex Dalmazia, di Cipro e di Creta, delle isole joniche, e fino al Dodecaneso dopo l’impero ottomano, specialmente Rodi. L’imperialismo ha le sue ragioni, per quanto “straccione”.
Ma è un errore. È un errore storico proporre ogni invasione come una fine della storia, dopodiché, dopo qualche tempo, una nuova ricomincia, è ricominciata. Dove? Non nella storia, nemmeno in quella dell’Italia. E c’è un dovere di difesa, morale e anche democratico, popolare – la linea è comunque sempre quella: “Graecia capta ferum victorem cepit”, che il nuovo impari dal vecchio, almeno un poco.
Amedeo Feniello-Alessandro Vanoli, I nemici degli italiani, Laterza, pp. 113 € 10

giovedì 24 settembre 2020

Al muro del sant’Eustachio

Una ragazza mussulmana prende il caffè con cornetto al Sant’Eustachio su uno degli alti tabouret ora in uso, contro il muro accanto all’entrata. L’immagine riportando del grande caffè pasticceria dietro l’università ad Algeri, città allora francofona, nel 1973, di una signora giovanile che vi aveva portato i nipoti, riducedone l’irruenza fino a farli stare seduti al tavolino, intento ognuno al suo gelato, e alla fine ne aveva preso uno anche per sé, golosa, si era alzata, e lo aveva degustato rivolta al muro.
La ragazza sarà francese? Il Sant’Eustachio è il caffè rinomato di Roma vicino all’area francese, San Luigi dei Franecsi, il Centro cuturale, la libreria Stendhal, e per questo famoso anche in Francia, ai tavolini si sentono mormorii francesi. Sarà sola? Potrebbe essere il giovane ventruto con due ragazzi seduti al tavolino sotto il marciapiedi un suo familiare? Dev’essere mussulmana, è affardellata dalla testa ai piedi, benché faccia ancora molto caldo. Che sia giovane non si può sapere, si suppone vista l’irruenza con cui affronta la colazione.

Appalti, fisco, abusi (185)

Il Monte dei Paschi è appetibile per la consolidata presenza in Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia, più alcune posizioni redditizie al Sud, in Sicilia, Campania, Calabria, Abruzzo. Ma il Tesoro non risce a vendere il Monte dei Paschi perché oberato da carichi pendenti a non finire – il petitum dei vari aventi causa si valuta sui 10 miliardi. Un buco colossale, in aggiunta ai 20 miliardi di aumenti di capitale già divorati, a partire dal 2008. Con un deficit nuovamente di capitale già sui 3 miliardi – la valutazione minima, di Mediobanca che deve collocare Mps, è di un miliardo e mezzo. Un buco senza fondo?
 
Mps ha impoverito la Fondazione, e un centinaio di migliaia di risparmiatori. Senza che mai la Consob o la Banca d’Italia, a ogni aumento di capitalle, esprimessero la minima avvertenza.
 
Un buco colossale, al Monte dei Paschi, che non è l’errore di una gestione ma l’accumulo di parecchi “errori”, a partire dal 2007. Tutti degli anni in cui alla Banca d’Italia vigilante era Draghi. Che non vigilava oppure chiudeva un occhio?
Per gli affarucci del partito “abbiamo una banca”, l’ex Pci?
È per questo che Fazio, il predecessore di Draghi, fu cacciato nel 2005 con (finta) ignominia? Dai giudici del partito “abbiamo una banca”.
 
In molti ospedali, per esempio al Policlinico di Roma, non tutte le cliniche hano riaperto ai controli e alle visite specialistiche ambulatoriali dopo la chiusura – la maggior parte non ha riaperto. Si possono però fare controlli e visite nelle cliniche dove i primari e gli specialisti ricevono privatamente. Il coronavirus è indubbiamente selettivo, molto.

La felicità in Sicilia nella povertà

Un bambino abbandonato, “magro e sfilato come uno stecchino”, donde il soprannome, cresce ingegnoso e felice nella ricca masseria dove è stato preso a guardiano dei tacchini. Inventivo, pratico, in pace col mondo, costruendosi il futuro – fino al salto nella vita propria, nella vita tumultuosa dei treni e delle navi, coscritto bersagliere.
Un  racconto di formazione felice, che si fa leggere. Lungo ma con penna lieve, semplice, scorrevole, Per “un’eco, sia pure affievolita”, si poponeva Capuana dedicando il racconto a Michele La Spina, pittore siciliano operante a Roma, “della mite poesia di Teocrito non spenta ancora nelle nostre campagne siciliane – Bonaviri fa di Teofrasto, nell’introduzione, addirittura un “poeta siculo ellenico”… Gratuito come è ogni racconto, ma senza una parola di troppo.
La fotografia di un Faunetto abbozzato da La Spina, “non finito e polveroso” nello studio del pittore a via Margutta, ha ispirato via via il racconto – Capuana era un fanatico della fotografia. Ma è un ritorno a casa in realtà. Il tormentato Capuana ambienta la storia sotto la natìa Minéo, nella “vallata chiusa della montuosa catena dell’Arcùra”, spiega Bonaviri nell’introduzione, dove ancora oggi s’incontra rudere la grande masseria di famiglia, che aveva visto lo scrittore nascere e crescere. Minèo la nota editoriale dice “Parnaso siciliano” – “a Minèo i poeti a cento a cento”. Un’altra Sicilia, un altro mondo. Certo più gradevole, ma forse anche più vero di questo, ora deprecato  - e, se non altro per questo, deprecabile.
Luigi Capuana, Scurpiddu, Bur, remainders, pp. 171 € 4




mercoledì 23 settembre 2020

Il problema è Salvini

Il centro-destra non cresce più, anzi è andato sotto ai sondaggi. Per il problema del dopo-Berlusconi: con quale leader? Con le Europee l’anno scorso la leadership è passata a Salvini, che con la Lega è andato poco sotto il 40 per cento, con molti voti anche nel Centro-Sud. Sembrò un risultato straordinario, che avrebbe fatto della Lega la nuova Dc, il nuovo Grande Centro. Che era poi l’ambizione dichiarata di Bossi, il creatore della Lega, al suo primo voto nazionale, nel 1994: cacciare la Dc, prenderne il posto. Ma Salvini non è Bossi, per temperamento e per cultura. Ha gestito la leadership in questo anno e mezzo fino a dimezzare i consensi al suo partito. Creando malumori, nell’elettorato, e all’interno della coalizione.
I candidati del centro-destra  in Puglia e in Toscana, che erano dati dai sondaggi testa a testa col Pd al governo, non sono andati oltre il 40 per cento. I salviniani hanno boicottato Fitto in Puglia, e i berlusconiani la leghista Ceccardi in Toscana – è andata in minoranza perfino al suo paese, Pontassieve, di cui è anche stata sindaco.
Potrebbero avere pesato gli scandali giudiziari a carico della Lega che sono stati aperti in varie sedi sui giornali alla vigilia del voto. Ma non è il tipo di azione che impensierisce l’elettore leghista, che vota principalmente contro. Di più potrebbe avere pesato la sterilità della politica di Salvini dopo le Europee. Fuori dal governo. Senza un progetto, o una proposta forte di qualche tipo. Logorato sulla immigrazone, e sul risentiimento.
L’effetto è diffuso nel suo stesso partito e tra gli alleati. Che si sentono maggioranza nel Paese e probabilmente lo sono (crisi economica, lavoro, pensioni, immigrazione, governano anche quindici regioni su venti, e molte città (anche Roma e Milano, virtualmente), ma non sfondano. Troppi errori in poco più di un anno

Sartre in Italia, di cattivo umore n po’ gaio

“Il turista è un uomo di risentimenti. Uccide”. Ma la cosa non è così drammatica, è un libro di viaggio.
Esumati e annotati da Arlette Elkaïm-Sartre, figlia adottiva e titolare dell’eredità intellettuale, sono i materiali del libro sull’Italia che Sartre coltivò a lungo nel primo dopoguerra, e poi non completò – o forse sì: un manoscritto esisteva, che non si trova. “Frammenti” è il sottotitolo, che Arlette ha collazionato in quattro gruppi: Napoli, Capri, Roma, Venezia. Questa molto estesa, una prima stesura di un saggio, benché un po’ erratico, fra prime impressioni, idiosincrasie personali, accensioni improvvise. Su Napoli due pagine, stereotipe. Sette su Capri, senza riserve, anzi sorprese ed entusiaste, memore probabilmente di un precedente soggiorno, nel 1934, in compagnia di Simone de Beauvoir – questa vacanza italiana è invece in compagnia di Michelle Vian, la moglie di Boris (e a Roma anche, nota Arlette, di J.-L.Bost: Jacques Laurent Bost, giornalista, era amico di Sartre e amante di Simone de Beauvoir).
È un viaggio di vacanza - dopo il lavoro impegnativo su Genet. Che Sartre prova a elaborare da  turista controvoglia. Questo probabilmente è stato uno dei progetti: fare il “viaggio in Italia”, eponimo del turismo, come un baedeker anti-turismo. Segue comunque le tracce scontate, le immagini già note di ogni luogo, Napoli, Capri e Venezia, dove entra citando “Barrès e Thomas Mann, “la morte a Venezia”. Solo di Roma dà tratti personali, originali – per un senso suo della storia, probabilmente, poiché mostra sempre un italiano incerto, che non gli deve avere facilitato il contatto con i luoghi.
Uno svago? “Viva la letteratura disimpegnata”, scriveva qualche tempo dopo il viaggio alla compagna Michelle: “Tornando, mi rimetto alla deliziosa, alla buona Italia”. La curatrice dà più peso al progetto, ricordando che Sartre lo disse anche “la «Nausea» della mia maturità”. Nel senso, spiega Arlette, che “il Turista come Roquentin cerca il segreto delle cose”. Nella “Nausea” la Contingenza, qui il Tempo, “uno dei grandi temi di queste pagine”. Ultimo, dice ancora la curatrice nella premessa, come “ultimo cacciatore di sogno, di bellezza o di senso, ultimo e incerto rampollo di una stirpe che passa per Montaigne, Chateaubriand e Valéry Larbaud. È infine il testimone della fine della Storia – decadenza della Borghesia e Rivoluzione o fine dell’umanità con la bomba atomica” – ma la storia allora non finiva, semmai culminava.
La regina Albemarle del titolo la curatrice prospetta immaginaria patrona interiore, irrelata al nome storico - la contea o ducato di Albemarle, nome latino e inglese di Aumale in Normandia. Ma forse “ultimo” sta solo per turista fuori stagione, quando la stagione è finita – allora a ottobre era finita.
Il modello sembrano essere gli “Städtebilder” di Walter Benjamin, le sue fortunate immagini di città, a partire da Napoli “porosa”. Perciò forse questo Sartre bizzarro – ma come suole perentorio: niente del fluido, ipotetico, suggerito e suggestionante, di Benjamin. Gli interni romani dice “vuoti”. È contro “il verticale”, le città vorrebbe piatte. Ma nulla di memorabile, a parte il desiderio di entrare nei luoghi, d’immedesimarvisi. A Venezia come se si avesse sempre vissuto. Ci ha anche pensato al suicidio, crede di ricordare, una notte del 1934, nel primo viaggio, in compagnia di Simone de Beauvoir. Ma, appunto, non si libera di se stesso. Il compito si limita a svolgere facendo di Venezia una “Amsterdam del Sud”, oltre che di Napoli una città di gaglioffi. O in lodi sperticare: “Il mondo veneziano è finito e illimitato come l’universo di Einstein”. Quando non è riduttivo, sempre di Venezia, “Questo labirinto per lumache, che conserva le sue misure e le sue velicità del XVImo secolo”. Imbronciato spesso. Anche per altri motivi. Il teorico, appena sei anni prima, dell’impegno, così lo irride a Venezia: “Tutti militano oggi, è la regola: ho visto vecchie carcasse sfinite reimpegnarsi per dieci anni  nell’«Arte per l’Arte» per militare contro l’«Arte impegnata». Si è militante o miliziano o militare” – è l’effetto compagnia della  divertente Michelle? Anche un po’ stufo. Ma a Venezia si ricorda di essere stato felice. E a Roma “leggero”, così si dice da Venezia: “Ebbene sì: a Roma ero più leggero. Meno colpevole. Roma può anche essere deliziosa e mai mi stanca”.
Un libro – un viaggio? – confuso, instabile. Del turista che si nega. Ma, di più, di Sartre. Che ha immagine monolitica, ma era di suo confuso e instabile, quasi di programma – la variegata dispersa produzione ha pure un senso, di teatro, narrativa, filosofia, reportages, politica, vita sociale, memorialistica. Uno che gli piaceva andare a cento allora – lo nota anche qui, nella morta Venezia: “È la ragione che fa New York, città così dura per tanti aspetti, malgrado tutto rassicurante: vi si vive a cento all’ora”. Così almeno la vede, per poi dire: “Che follia mi ha infilato, proprio me, saltando da Nizza (a prendere Michelle, n.d.r.) a Roma in aereo, da Roma a Venezia in treno rapido, tutto vibrante ancora della mia velocità, che follia mi ha infilato in questo labirinto per lumache…”.
Un po’ anche stregato – dalla compagnia? dal ricordo? dalla città? “A Roma, in mezzo alla commedia, ero io stesso commediante. A Venezia, in mezzo a un miraggio, mi sento miraggio io stesso”. Nel passo contro l’impegno proseguiva: “E in questa società militare, il cittadino non sa fare a meno di queste eccitazioni leggere e costanti, di queste irritazioni superficiali il cui compito è di mantenerlo in un cattivo umore un po’ gaio”.   
Jean-Paul Sartre,
La regina Abemarle o l’ultimo turista, Il Saggiatore, pp.189 € 21
 

martedì 22 settembre 2020

“Signora mia!” al potere

A Roma solo Centro Storico-Prati e Parioli-San Lorenzo hanno votato NO. Quelli che pensano, la vecchia classe dirigente. Ma Roma è delle periferie: è tutto sì a Tor Sapienza, al Prenestino, al Tiburtino e, purtroppo, alla Garbatella. È l’odio del “potente”, che si esprime contro il Parlamento, dei “vaffanculisti”, queli che non pagano le tasse e nemmeno il contributo al partito.  Si vogliono i 5 Stelle sbandati, ma la loro pancia è sempre piena, il livore non ragiona. A Tor Bella Monaca e Torre Angela hanno votato in pochi ma tutti per il sì, tre su quattro.
Sono periferie privilegiate, privilegiatissime (si veda l’analogo a Milano, Torno, Londra, Parigi…). Nell’edilizia, nei trasporti, nei servizi: sanità, verde, spazzatura, scuole – nuove e  nuovissime. Ma sempre a lamentarsi: “Rubbeno, signora mia!”. Quelli, quelle, che postano sorci e maiali quando non “sono al governo”, e ora che “sono al governo” li fanno scomparire mentre invece ora circolano veramente, vivi. Quella della “Raggi forever”, l’insipienza della presunzione. E quasi tutti-e non hanno mai pagato una tassa, non sanno cos’è. L’antipolitica è feroce, una bestia selvaggia.

Appalti, fisco, abusi (184)

Lo Stato ha una convenzione per la corrispondenza con le Poste, che però sono anche una banca. La commistione tra i due servizi crea enormi disservizi sul lato corrispondenza, invii e ritiri – un pratica bancaria non prende secondi o minuti, ma decine di minuti e anche ore. I due servizi andrebbero separati, se non nei locali nella ripartizione degli sportelli. Le Poste sono o dovrebbero essere un servizio e non una condanna per l’utente.
 
La regola è chiara: “Il presente plico deve essere consegnato possibilmente al destinatario. Se questi è assente può essere consegnato a persona di famiglia che conviva anche temporaneamente con il destinatario o a persona addetta alla casa o al servizio di essa, purché il consegnatario non sia manifestamente afflitto da malattia mentale e non abbia età inferiore ai quattordici anni. In mancanza delle persone suindicate il plico può essere consegnato al portiere dello stabile o a persona che, vincolata da rapporto continuativo, è tenuta alla consegna della posta al destinatario”. Cioè, è impossibile non consegnare la raccomandata. Ma il postino non lo fa: suona solo una volta, e il più delle volte nemmeno – il secondo lavoro urge. L’Antitrust ha multato Poste Italiane per questo, ma di poco – niente rispetto ai danni che Poste provoca.
 
La succitata è la regola della “Notificazione degli atti giudiziari\amministrativi”. Una regola importante, perché dalla consegna, dai termini, discendono conseguenze importanti, di valori, scadenze, obblighi. La mancata consegna a domicilio in particolare annulla, quatro volte su cinque, la riduzione di legge del 30 per cento dell’ammenda pagata entro i cinque giorni dalla notifica (la raccomandata non consegnata risulta “notificata” dopo qualche giorno).
 
Una raccomandata costa sei euro alla Posta – e non viene consegnata. E tre euro, anche meno, con uno spedizioniere – che la consegna. Ma non ha valore legale: gli atti giudiziari\amministrativi (le multe) devono viaggiare con le Poste.
Perché gli “atti giudiziari\amministrativi” devono viaggiare con Poste Italiane? È il costo di Poste Italiane alla base dell'abnorme costo di notifica delle multe, 15 euro, trentamila lire?.
 
Unico tra i servizi pubblici, dalla chiesa al bar, l’ufficio postale è sbarrato agli utenti. Che devono aspettare fuori, e non dentro, come sarebbe e dovrebbe essere possibile, col dovuto distanziamento. Ora che comincia a piovere e vengono i malanni, immobili in piedi per ore sotto l’acqua, Poste Italiane sono passibili di denuncia. Ma nessuna associazione dei consumatori lo fa: la protezione è totale.
 
Oltre che con gli uffici sbarrati, Poste Italiane lavora con personale ridotto, del 30 per cento: sono aperti quattro sportelli – quando sono aperti – su sei, sei su dieci negli uffici più grandi. Lavorano comodamente da remoto, a non consegnare la Posta?

Il Sud Europa trae pochi benefici dall’euro

Un miracolo di generosità e onestà – e un caso rincuorante di buona vecchia politica, che non ha paura degli isterismi alla “signora mia!” (“Pietà non l’è morta”, non ancora, in qualche posto dell’Europa, anche se, certo, bisogna rifarsi ai canti della Resistenza, semi-clandestini). Un appello aggiornato alla solidarietà europea per la ricostruzione dopo il crollo del 2020. Un appello del presidente della Banca centrale d’Olanda. Argomentato e appassionato. Contro l’apparente logica dei “frugali”, Olanda compresa, che recalcitrano ai vincoli di solidarietà.
Il cinquantenne governatore, a capo della banca centrale da dieci anni, forse l’ultimo socialista, spiega a lungo, sornione e documentato, con foto e diagrammi, come le economie con conti pubblici forti alla nascita dell’euro vent’anni fa, compresa l’olandese, si sono avvantaggiate dell’euro. Mentre per le economie allora indebitate, come quella italiana, il cambio rigido ha implicato degli svantaggi. Di costo unitario del debito comparativamente aggravato. E di produttività comparata necessariamente arrancante, non potendosi più giovare dell’adeguamento del cambio  – Klaas dice “molti svantaggi”. Per questo motivo, sottintende, se non per un moto di solidarietà, conviene “emergere dalla crisi più forti insieme”, il titolo che ha voluto dare alla alla cosiddetta lectio HG Schoo, la conferenza annuale che si tiene a Amsterdam in memoria del pedagogista e giornalista Hendrik Jan Schoo.
Il primo ausilio visivo che Knot mostra è la nave dei migranti. Il secondo è un grafico dei benefici annui dell’euro per ogni paese: si parte dal Lussemburgo, con 20 mila euro, poi l’Irlanda, con 15 mila, e poi Olanda, Belgio, Austria, Danimarca “tra 6.000 e 10.000 euro ogni anno” – per l’Italia si scende sui 2-3.000. “Anche se mettiamo nel conto il contributo olandese al bilancio europeo, ci sono ancora vantaggi sostanziosi di benessere per l’Olanda”. Moltiplicati dal cambio: un euro è nato come duemila lire, e pari a un fiorino, mentre prima dell’euro ci volevano due, tre e anche sei fiorini per mille lire. Un anti-euro non saprebbe dire meglio, ma Knot sa farne un punto di forza pro-Europa.
I paesi del Sud Europa hanno troppo debito – è il quarto grafico? Ce l’avevano prima dell’euro, e per quanto abbiano rimediato con sacrifici (le cosiddette riforme, e per l’Italia un bilancio primario,  al netto degli interessi sul debito, ogni anno da quasi trent’anni in attivo) sono sempre in difficoltà. D’altra parte, spiega sorridendo, “gli italiani hanno una bella espressione per questo: «se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola»” - in italiano. La realtà è questa e bisogna fronteggiarla al meglio – bisognava ridurre il debito prima dell’euro.
Al centro della presentazione il quinto sussidio visivo: la copertina del settimanale “EW-Elsevier Magazine” (il settimanale che Schoo portò al successo…) di fine maggio, che fece scandalo in Italia, “Non un centesimo in più per l’Europa meridionale!”, con la coppia olandese che fatica e quella italiana sdraiata al sole all’ora dell’aperitivo. Che Knot presenta con questo commento: “L’Europa meridionale trae relativamente poco beneficio dall’euro”. Non c’è ragione al risentimento: “Se mettiamo in dubbio l’etica del lavoro degli italiani, un paese dove il lavoratore medio lavora quasi 300 ore all’anno in più dell’olandese”, la deriva è pericolosa per gli stessi olandesi.
Disponibile in inglese sul sito della Banca centrale olandese – con traduzione simultanea in italiano.
Klaas Knot, Emerging from the crisis stronger together
https://www.dnb.nl/nieuws/nieuwsoverzicht-en-archief/speeches-2020/dnb389989.jsp