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lunedì 26 settembre 2016

Il bamboccione può poco

Interminabile il tormentone – da ultimo ieri su “la Repubblica”, con una prima pagina del demografo milanese Rosina, sui figli che, “anche con un lavoro”, non lasciano la casa dei genitori. Infiniti lutti creando alla demografia (non mettono su famiglia), e alla stesa economia (non mettono su casa). Con gli psicologismi di rito: l’incertezza, l’insicurezza, la crisi.
Trent’anni o più da quando De Rita impose il tema, e nessun passo avanti. Anzi, col gigantesco passo indietro di quando l’economista Tommaso Padoa Schioppa, ministro del Tesoro, portò la questione in Parlamento, forte di suoi figli che disse bamboccioni. Mentre la spiegazione è proprio  economica, ed è sotto gli occhi di tutti – questo minisito lo ha detto più volte: uno stipendio oggi non compra una casa. Neanche uno stipendio buono. Anche due stipendi hanno difficoltà a comprarla.
A parità di potere d’acquisto il reddito medio italiano è al livello di vent’anni fa, 1996, questo è un calcolo dell’Istat.
È come questo sito spiegava ultimamente: “Uno stipendio, un lavoro bastava fino a due generazioni fa per mantenere la famiglia, acquistare casa, cioè pagare il mutuo, e perfino risparmiare. Si facevano anche vacanze lunghe, non una settimanella scappa e fuggi. Oggi non bastano due stipendi, e comprare casa è affardellarsi per tutta la vita attiva. Il reddito è taglieggiato. La capacità di spesa è cronicamente ridotta, da un carovita tanto elevato quanto negato”
“La deflazione che si lamenta è solo statistica – “ufficiale”. È il gelo della spesa e degli investimenti, ma per effetto del carovita, non di un crollo dei prezzi. Dove questo si produce, per alcune materie prime, non riguarda le nostre economie – semmai ne è un effetto, è un effetto della domanda depressa”.

Grillo ha sempre ragione

Grillo si riprende a Palermo i 5 Stelle, che da movimento erano diventati un partito: “Sono io il capo politico”. Accantonando il direttorio, senza nemmeno nominarlo. Ma d’accordo con Davide Casaleggio, che non ha le ambizioni di guru che aveva il padre. Si sapeva http://www.antiit.com/2016/09/niente-direttorio-un-altro-assetto-per.html
ma non si diceva.
Grillo, sempre a Palermo, prende le distanze anche da Roma: “Decide la signora”. Dove la signora Raggi non riesce nemmeno a nominare i suoi assessori, a 100 giorni dall’elezione, ad avviare la sua giunta. E non trova dirigenti per le aziende pubbliche, se non i soliti ex di qualcosa pensionati: chi ha ambizioni si tiene lontano dalle aziende pubbliche romane, cioè dai capricci della sindaca, palesemente inadeguata.
A Palermo è anche il Grillo padre-padrone. Ipereccitato. Che straparla, a volte sconnesso, incomprensibile. In tv ora dà licenza di andarci a chiunque, ma a parlare “solo di programma”. Maestrino meticoloso. E vuole un nuovo regolamento, l’ennesimo, per le espulsioni: il movimento, che per natura è confuso e limaccioso, lui lo vuole puro.
Palermo è stato una scena aperta. Ma non per i media. Passati dalla guerra a Grillo al conformismo piatto – se non lo dice Grillo non è vero. L’ambizione è sempre servile.

Il Sud era ricco con gli arabi

Cinque secoli di storia, dall’attacco alla Sicilia tra l’Ottavo e il Nono secolo, dopo un primo approccio nel 652,  fino a metà Trecento. Un altro Mediterraneo, un altro Sud. Con un curioso effetto apologetico dell’islam, di tutto ciò che è arabo e musulmano. Ma forse è l’effetto dell’uso delle fonti arabe, molto più vasto che in altri studi. Che sono esse stesse molto ammirate dei mondi, musulmano e cristiano, che trovavano nel Sud Italia. Oppure – o anche – l’effetto della ripresa degli studi sui musulmani in Italia, fermi a Michele Amari, 130 anni fa. Con curiose anticipazioni peraltro degli schemi odierni. L’immigrazione invadente, dal Maghreb, dall’Africa, dalla Spagna, “in una situazione spesso di vera e propria emergenza umanitaria”, per epidemie carestie, scontri. Il jihad, costante, determinato, invasivo. L’invasione non si limitò al Sud: furono investire anche Roma e Ostia, nell’estate dell’846, il litorale toscano, la Liguria con l’Appennino e fino in Piemonte. Né mancano le lotte intestine, di potentati e tribali – non settarie o di confessione: a Palermo la Kalsa siita conviveva col Cassero sunnita. Ma con una differenza: le guerre etniche o religiose non hanno la precedenza – non sono più gravi: cruente, distruttive – di quelle dinastiche, oggi si direbbe nazionali.
Il jihad ha già invaso Roma
L’attacco a Roma ha un percorso istruttivo. Napoli ha chiamato in aiuto gli arabi di Sicilia contro i longobardi che la insidiavano. Gli stessi longobardi, poi, si dividono e chiamano gli arabi. Gli arabi dei contendenti longobardi alla fine si mettono insieme e marciano su Benevento, la capitale longobarda del Sud. E subito dopo, nell’agosto del’847, su Bari – vi costituiranno un emirato che durò vent’anni.
Principi e imperatori longobardi si distinguono per l’incapacità. Che gli arabi di Sicilia tenteranno di mettere a frutto. Un primo tentativo d’invasione della penisola è fermato nel 902 a Cosenza da un attacco ferale di diarrea del califfo Ibrahim. Nel 934-5 l’assedio è portato a Genova. Nel 950-52 di nuovo alla Calabria bizantina, conquistata. Ma per poco: il califfo omayyade si allea con i bizantini contro i fatimidi, gli arabo-berberi che dal Maghreb attaccavano l’Italia, e la flotta fatimide vieve distruttura di fronte a Reggio.
Alla sommatoria, dell’824 al 968 è un secolo è mezzo di razzie. Ma non è tanto alla storia miltare che Feniello è interessato. Più gli urge comunicare il senso di comunità che, malgrado le ostilità continue, comuni del resto al mondo cristiano, regnava in quei secoli. Di massima effervescenza al Sud. Attorno alle navi di A amalfi, e in rivoli dispersi: fu una stagione d’oro. Mai il Sud è stato così ricco, le relazioni di mercanti e viaggiori arabi, o arabizzati, e la profusa documentazione della Genitsa ebraica al Cairo, i minuziosi registri di commercio per più secoli a valiere dell’anno Mille, ne dicono solo meraviglie e lasciano intuire un’economia florida. Le sete si producono in Calabria per tutto il ricco mercato mediterrano, il lino a Napoli, grano e vino in Sicilia e in Puglia. Il fulgore si conclude con un mesto § “Da Nord del mondo a Sud d’Europa”. Da Nord del mondo mediterraneo, islamico – i cui dinari e tarì hanno soppiantato il solidus bizantino, il “dollaro del Mediterraneo”. Un mesto passaggio con la conquista latina, via Normanni.
Resta il quesito: perché il jihad sul Sud fallì, malgrado le fose dispiegate, mentre la conquista riuscì ai Normmani in poco tempo e con poche forse? Le risposte sono varie, che Feniello elenca. Ma eccettua la più probabile: la religione.
Un libro repertorio. Con molte illustrazioni a colori, e una serie di indici: una vastissima bibliografia, carte dettagliate storico-geografiche, i nomi.
Amedeo Feniello, Sotto il segno del leone, Laterza, pp.306, ill. € 13

domenica 25 settembre 2016

Il miracolo tedesco si chiama Eucken, o della produttività

Cosa vuole la Germania? Le risposte si affollano da un paio d’anni. La più semplice – articolata, comparata – rimanda a Walter Eucken, l’economista in voga negli anni 1930, teorico dell’Ordoliberalismus. Non all’economia sociale di mercato e a Ludwig Ehrard che ne fu il fautore, i soliti riferimenti, ma a un professore antikeynesiano.
Eucken fu antikeynesiano al punto di non nominare il rivale nella sua trattatistica, nemmeno per caso. Ma poi, benché morto nel 1950, negli scritti 1930-1945 pare che non menzioni neanche il nazismo: un macro-economista teorico, fuori dalla storia. La sua Ordnungspolitik non vuole la piena occupazione, non vuole cioè i sindacati, il potere sindacale. E non vuole investimenti pubblici e altri incentivi all’occupazione. Solo punta sulla competitività: sul miglioramento della produttività, del lavoro e del capitale. È da lui che discendono le cosiddette “riforme strutturali”. E sulla rigidità monetaria.
Due saggi recenti ne danno un quadro articolato,
Più semplice quello di Peter Bofinger, l’economista di Wurzburg che è tra i consiglieri economici del governo di Berlino:

Dalla Grande Depressione Keynes trasse l’insegnamento che una politica attiva della domanda era necessaria. Eucken non ne tenne conto, nel presupposto che una politica dell’occupazione conduce a un’economia pianificata. La Depressione, che Keynes imputava – come oggi si è  obbligati a fare – all’instabilità dell’economia di mercato, Eucken la attribuì a un’insufficiente flessibilità salariale e a un’inadeguata rigidità monetaria (ordo come ordinato, rigido): con prezzi e salari flessibili e un apprezzabile ordine monetario l’instabilità recede e si annulla.
È tutta qui la politica dei governi tedeschi dopo Kohl, del socialista Schröder e della democristiana Merkel: rigore di bilancio, stabilità dei prezzi, flessibilità salariale.
È qui il nodo afflittivo per i partner Ue. Che la Germania della Ordungspolitik condiziona anche attraverso la Banca centrale europea, quella di Draghi inclusa.
E un nodo che sembra ora costare caro ai partiti socialista e democristiani in Germania. La porta aperta all’immigrazione per alimentare la flessibilità salariale, e lo zero deficit sono più consoni all’ultraliberismo di Alternative für Deutschland, che ha soppiantato l’inetto partito Liberale – AfD vuole “controllare” l’immigrazione, l’ordine pubblico legando al’ordine monetario, non bloccarla. 

Come non cambiare le cose

Un strano libro, di uno che era sceso da Milano a Roma per tagliare la spesa, dopo un paio di settimane se n’è tornato a Milano senza cominciare, e vuole dare lezioni. Perotti è simpatico, ma è un maestro senza carisma, avendo avviato la “sindrome Raggi”, dei nominati a Roma, specie milanesi, che lasciano dopo avere accettato.
Come arriva al sottotitolo: “Perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)”, con che autorità? Forse “così difficile” intende “cominciare a farlo”? Tanto valeva risparmiarsi.
Tra le solite facezie di cui la spesa pubblica non è avara – dare all’ippica 200 milioni, etc. – e le solite rigidezze della burocrazia, simboleggiata in copertina da un lucchetto cacerario, Perotti non aggiunge nulla. La spesa pubblica va risanata? Questa è un’altra facezia – o rigidità? – tematica.
Nulla sulla qualità della spesa, altro che la solita filippica antikeynesiana. Come se fossimo ancora a Keynes, dismesso da almeno quarant’anni, da quando  è stata inventa(ria)ta la crisi fiscale dello stato. Nulla sull’imprescindibile consolidamento del debito pubblico, i cui costi sono la sola ragione della permanente crisi fiscale dello Stato Italiano - che non ha più niente per nessuno, altro che Keynes. Che altro può fare lo Stato, altro che produrre un saldo primario attivo da venticinque anni, al netto cioè del costo del debito? O il debito non si può toccare, perché le banche ci devono guadagnare?
Roberto Perotti, Status quo, Feltrinelli, pp. 208 € 16

sabato 24 settembre 2016

Per la vecchiaia ancora uno sforzo

“La vecchiaia è come l’esotismo: gli altri visti da lontano con gli occhi dell’ignorante. La vecchiaia non esiste”. L’antropologo non si risparmia alla fine la bacchettata del maestro. Ma non è così semplice come – convinto? – mostra di credere. La sua fine del resto non è una consolazione: “Che ce ne si rallegri o che lo si deplori – questa constatazione ha un lato crudele – bisogna ben ammetterlo: tutti muoiono giovani”.
L’indagine sul campo di Augé comincia e finisce con le vite dei gatti, che l’antropologo ha avuto modo di asseverare da ragazzo, e poi ripetutamete. Delle gatte: “Ognuna di esse ricominciava ogni volta la stessa avventura: le birichinate dei primi mesi, i privilegi della maturità, lo stesso progressivo affievolirsi delle forze e, sempre, la stessa serenità”. Ma, lui per primo lo sa bene, a differenza dei gatti, “il problema degli esseri umani” è che “hanno bisogno degli altri per vivere appieno”. E allora invecchiare è anche questo: “sperimentare nuobvi rapporti umani”. Un privilegio? È dubbio.
L’età è anche l’epoca dei ripensamenti – dei riesami. Delle porte girevoli: se avessi fatto, se avessi detto, se fossi stato, se avessi potuto, se non avessi. Nel lavoro, negli umori, nelle passioni, gli alberi che abbiamo piantato, o non abbiamo, la casa che abbiamo costruito, e l’altalena incessante degli affetti. Tutto vero, ognuno lo vede nel quotidiano, ma l’inventore dei “non-luoghi” non sembra avere scoperto l’età, o sennò di malavoglia.
Il grosso della trattazione è ananke, modo di essere, più o meno soddisfacente – in mezzo alla rivisitazione dei classici in argomento, che Augé privilegia, da Cicerone a Rousseau e Leiris, passando per Baudelaire, Benjamin, Zweig, Mauriac e Beauvoir: le malattie o il salutismo, le forze declinanti o le nuove energie, il pensionamento, la solitudine, la famiglia. Una raccolta umorale, rapsodica, non di ricerca. Se non per il saggio iniziale, dell’età ora sottoposta a giudizio, inteso come condanna, da parte del giovanilismo. Che al meglio la confina nell’inutilità, coi fervidi “Nonnino! Nonnina”. Rovesciando il veccchio cliché.
È così. Ma questo per la verità non da ora: dal Sessantotto. I cui protagonisti – i rovesciatori - sono ora i “nonnini”. Anche se, è giusto notarlo, il declivo si è irrigidito per l’allungamento dell’aspettativa di vita, in mezzo secolo molto cresciuta: “L’età avanzata è divenuta banale e ha perso la sua caratteristica di eccezionalità”. Non c’è più virtù nella vecchiaia, l’allungamento della vita l’ha resa anzi un epso. L’ha relegata, nota Augé, in “una sorta di casa di riposo semantica” – più spesso, va aggiunto, a opera dei più benevolenti, familiari, autorità.
Col tempo ci giochiamo, con l’età no, così Augé entra in argomento: “Il tempo è una libertà, l’età un vincolo” – è “la spunta minuziosa dei gironi che passano”. Ma no, esiste la dépense anche in età, il mancato calcolo, l’avventura, l’inizio. E la giovinezza non è quella degli anni. Che sola si rimpiange, secondo prassi. È invece la voglia di vivere. Che è effetto dell’esperienza di libertà, e dell’immaginazione. Per i Greci un tempo fuori del tempo, il kàiros che tutto tiene sospeso e quindi psosibile. È il coraggio, e l’avventura, dello spirito, se non delle gambe o del corpo - è non adagiarsi.
Marc Augé, La vecchiaia non esiste, Raffaello Cortina, pp. 104 € 11

Il mondo com'è (277)

astolfo

Avvenenza – È l’unico requisito per fare politica e giornalismo, le professioni della visibilità. Femminile più che maschile – ma i sono codici e una cosmetica anche per i maschi. Ma soprattutto giovanile. Non c’è più il corrispondente o inviato in età, un caratterista spesso della politica, che diceva cose memorabili, solo figurini. La stessa Rai nasconde quelle – e quelli – che ha in organico non più scintillanti. Lo stesso Grilo, dacché da contestatore è sceso o salito in politica si fa ritrarre nuotatore, alla maniera di Mussolini e Mao, improbabile motociclista (dove la mette la scorta?), e in macchina solo con una Panda, prima serie, e improbabile passeggiatore in spiaggia di prima mattina. Per non dire del papa. Politica e informazione vanno assottigliate, cose se si praticassero per caso, per grazia innata: l’esame lo passa l’avvenenza..

Birtherism – Un neologismo, “nascitismo”, per una vecchia pratica, per lo meno in politica: la questione che ora Trump dichiara chiusa è un classico della politica. La questione è di Obama, se è nato negli Usa, e se non  nato mussulmano. La questione “di chi sei figlio”: dell’ascendenza, e dell’identità allargata, familiare e tribale (nazionale). Di tanti re si sono sempre messi in dubbio le ascendenze reali, in Russia, in Francia, a Roma, se la vestale Rea Silvia fu la madre di Rea Silvia, e il padre fu Marte oppure uno stupratore, e fino a Mosè. Il momento chiave della regalità è sempre stato l’accertamento della legittimità dei discendenti-pretendenti.

Capitalismo – La crisi del capitalismo infine è arrivata, da dieci anni ormai, una delle tante peraltro, ma ha colpito la sinistra politica e ha rilanciato la destra. In Europa, in America ora con Trump, e probabilmente anche in Cina.

Eurasia – La cosa più importante al vertice cinese dei gruppo dei 20 è stata l’adesione del premier canadese Trudeau all’Asia Infrastructure Investment Bank cinese, Aiib. Dove ha trovato una compagnia già considerevole di una sessantina di Stati, molti di potenze economiche medie occidentali, malgrado le resistenze e le pressioni contrarie degli Usa: tutta l’Europa, Italia compresa, in qualità di membri fondatori, la Corea del Sud, l’Australia. In appena due anni, e in sfida aperta al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e all’Asian Development Bank creata dagli Stati Uniti nel 1966, la superbanca d’investimenti del governo cinese è divenuta la prima finanziatrice della “Via della Seta”, la nuove serie d’interconnessioni terrestri, tra l’Estremo Oriente e l’Europa, via Kazakistan e Russia.
Il presidente cinese Xi Jinpin lanciò l’Aiib nell’ottobre del 2014 dopo il rifiuto Usa di accrescere i diritti di voto della Cina nelle altre istituzioni finanziarie mondiali, Fmi, Banca Mondiale a Asian Development Bank – la Cina conta per il 4 per cento, gli Usa per il 18. E sulla base dei calcoli della stessa Asian Develpment Bank, che aveva calcolato nel 2010 in ottomila miliardi di dollari il fabbisogno asiatico per infrastrutture, circa 800 miliardi l’anno – di cui avrebbe finanziato l’1,5 per cento appena. Pechino ha dotato l’Aiib di un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, l’equivalente della Banca Mondiale, poco sotto quello dell’Asian Development Bank - tre volte il capitale del piano Marshall.
L’Aiib opera in tutta l’Asia, ma prevalentemente al rafforzamento degli assi viari, su strada e su rotaia, in direzione dell’Europa. Forte anche dell’accordo preventivo della Russia, che lavora a una Unione Doganale Eurasiatica.

Femminismo – Segna il passo da un secolo e mezzo, da quando si è “emancipato”. Diviso tra le suffragette, le pétroleuses, le “rosse” e il vecchio “femminino”, dell’eros – che Marientti voleva combattere: il genere dannunziano, della donna fatale. Gli argomenti sono gli stessi, le ambivalenze pure (essere più o meno donna), e l’insoddisfazione. Anche da quando, in Italia approssimativamente da mezzo secolo, le preclusioni sono cadute, nelle funzionalità, negli impieghi, nelle carriere, nella mentalità e nel diritto. È più un surplace che un marcia o un’invenzione. E anzi spesso marcia all’indietro. Per esempio tra le donne dell’islam, che l’orgoglio femminile e la pluralità no gender delle funzioni collocano meglio nella tradizione, cioè nella cancellazione pubblica di sé.  

Guerra lampo – Si accredita allo Stato maggiore tedesco, e ai generali Guderian, Rommel, etc. Ma la prima applicazione certificata è di Cesare,: la sua strategia era centrata sul movimento rapido delle legioni, a tappe forzate, s necessario senza sonno e senza cibo. Con questa tattica Cesare riuscì anche a performare – e vincere – guerre bifronti, che normalmente sono una cattiva strategia (vedi Hitler, con la guerra contemporaneamente alla Gran Bretagna, con gli Usa, e alla Russia): contro gli Elvezi, e poi indietro contro i Germani,che avevano approfittato della guerra agli Elvezi per sconfinare nuovamente nella Gallia .

Non-luogo – Il centro commerciale, le grandi stazioni e aerostazioni, le stazioni di servizio plurifunzionali, la categoria di Marc Augé è semanticamente l’utopia, il non-luogo (ou-topos). Un vuoto Ma ne ha anche il fascino, poiché l’utoia si può anche intendere un buon luogo (eu-topos).

Parricidio – “Odio l’Occidente e i gay”. Alla terza o quarta testimonianza di questo tipo dei motivi del terrorismo islamico negli Usa, da parte di chi si è sacrificato, nella sua vita o in quella dei genitori, per diventare americano e fortemente lo ha voluto, il terrorismo è una sorta di parricidio. L’immigrato nazionalizzato non è il soggetto passivo di una tratta ma quello attivo di un’immigrazione forzata, e l’assimilazione non è imposta, anzi viene concessa con difficoltà. Una rivolta non contro questo o quel genitore ma contro l’idea stessa del genitore, autoritario o permissivo che sia. Il cui sacrificio in vista dell’assimilazione viene assimilato al tradimento.
È l’anomali, e forse il cancro, di questa immigrazione: non c’è mai stato l’analogo nelle precedenti ondate migratorie. Tanto più per questo, che l’assimilazione ora è difficile e spesso non è concessa.

Proibizionismo – A Porquerolles non si può fumare all’aperto, solo in casa o al caffè. È per l’igiene o contro l’igiene?

Tribù – Roma non soltanto votava per tribù tutte le cariche, da edile in su, ma le leggi affidava al tribuno, loro espressione. Che legava al popolo, alle plebi.

astolfo@antiit.eu

venerdì 23 settembre 2016

Merkel saprofita

Non è teatrino politico, non del tutto, e non è sterile, la campagna di Renzi anti-Merkel sulle esportazioni tedesche. E non tanto perché infrangono uno dei soliti parametri di Maastricht. Ma per la ragione economica sottostante: la Germania beneficia delle politiche di sostegno alla domanda (politiche “keynesiane”) nelle economie fuori euro: Usa, Cina, Giappone, Gran Bretagna. Dove il debito è stato grandemente aumentato per questo.
Il fatto è assodato da tempo in Germania, da Peter Bofinger e altri economisti. La Germania segue una politica di rigore fiscale invece che anticrisi e anticongiunturale (keynesiana). E l’ha imposta attraverso Maastricht e il “fiscal compact” all’eurozona: niente sostegni alla domanda. Mentre con le “riforme di struttura” - cioè di desindacalizzazione - che essa ha effettuato dieci anni fa, ha molto migliorato la “produttività del lavoro”, diventando imbattibile sui prezzi all’export. È così la prima beneficiaria delle politiche della domanda, là dove essere sono state e sono praticate in funzione anticrisi dopo il 2007. Se tutti avessero fatto lo “zero spaccato” in bilancio di cui Berlino si gloria, avrebbe notato Keynes redivivo, a quest’ora saremmo tutti morti.
Si spiega così anche il paradosso che la Germania, che è la maggiore economia europea, e la terza  maggiore potenza economica del mondo, ha un peso delle esportazioni sul pil da piccola economia manifatturiera, o da paese del Terzo mondo esportatore di materie prime.
L’Italia invece, per la quale la Germania è la “grande economia”, come gli Usa e la Cina lo sono per la Germania, langue. Langue cioè doppiamente: per non poter praticare le politiche di sostegno della produzione, della domanda; e per non poter contare sulla domanda tedesca, o “grande tedesca”.
Anche questo Renzi mostra di aver capito, che si guarda attorno, agli Usa e dove capita. Ma non ci sono margini per la politica nel riassetto di un’economia – il Lombardo-Veneto è praticamente in simbiosi con la Baviera e la Svevia – o sono angusti, i tira-e-molla con Bruxelles sui vincoli di bilancio. Leconomia non va a bacchetta. Un’azione di riforma della Ue andrebbe invece avviata, non potendo essere dei paesi grandi come l’Italia delle piccole Germanie. E questo non si può fare con le polemiche: è la revisione dell’euro, o la sua disintegrazione.  

Secondi pensieri - 278

zeulig

Amore – È la felicità, qualche che ne sia la natura. È un transfert, sia pure su un fiore di campo , un oggetto – il collezionista – o un pet.

Anima   È sempre la psiché di Pindaro: “Non aspirare, anima cara, a una vita immortale, ma esaurisci il campo delle possibilità”.

“Platone ha chiamato anima del mondo ciò che Aristotele ha chiamato natura”, secondo l’Idiota del Cusano: “Suppongo che anima e natura siano Dio che compie tutto in tutto”. L’anima di Platone è quella “di un servo che conosce la mente del suo padrone ed esegue la sua volontà”, chiamandola scienza. “E quello che Platone ha chiamato scienza dell’anima del mondo, Aristotele ha voluto che fosse la sagacia della natura”.

Cicerone le riassume tutte nelle “Consolazioni”: “Che cos’è l’anima? Non è umida o ariosa o focosa o impastata di terra. Non c’è niente in questi elementi che spieghi il potere della memoria, mente o pensiero, che richiama il passato, prevede il futuro e capisce il presente. L’anima piuttosto deve essere ritenuta un quinto elemento – divino e quindi eterno”.

Dio - La sua morte, nel Settecento, porta con sé la rottura dell’intelleggibilità del reale. Più che con la miscredenza di due secoli prima, più radicalmente, più ordinaria cioè e senza residui – dubbi, crisi, colpe. Ma è una rottura dell’episteme, il consensus, benché si voglia il trionfo della ragione.
La quale vive allora del paradosso: un enunciato paradossale (ironia, estraniazione, critica) per un reale paradossale. Irragionevole in realtà: la logica del paradosso è fine a se stessa. Divertente, come farsi il solletico, e senza conseguenze, se non l’accatastamento.

La risposta se Dio esiste è nella domanda, argomenta Cusano: se ci si domanda se Dio è, si presuppone l’essere. È Heidegger scolastico – elementare, Watson!: Dio è la Presupposizione Assoluta, etc.
Ma, poi, Cusano pretendeva di pesare  il respiro.

Felicità –  “Nessun maggior dolore”, dice Dante, “che ricordarsi del tempo felice\ ne la miseria”. Non è il contrario? La miseria sarebbe totale senza nient’altro, almeno un ricordo.

Filosofia tedesca- Stendhal poteva essere ancora arguto, sulla “pseudo filosofia tedesca pazzesca fino al risibile”. Poi due secoli di pesanti mattoni, la filosofia per la filosofia..

Heidegger – L’università tedesca di Friburgo aveva una cattedra di Fenomenologia, intitolata cattedra Heidegger, “Heidegger Lehrstuhl”. Dopo la pubblicazione dei primi “Quaderni neri” e la conferma dell’antisemitismo di Heidegger, ha chiuso la posizione. Non l’ha intitolata a Husserl, che di Heidegger era stato il maestro e nell’insegnamento a Friburgo l’aveva preceduto, e si considera l’“inventore” della Fenomenologia. Husserl è ebreo.

“Così Lutero si travestì da apostolo Paolo”: Marx nel “Diciotto brumaio” lo dice delle rivoluzioni che si cercano nel passato, ma questo è Heidegger. Nel senso più nobile di Marx: “Il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna, ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando in essa si muove senza reminiscenze, dimenticando in essa la lingua d’origine”. Il Filosofo Secondo, dopo Platone, è dunque marxista, magari incognito. Benché antibolscevico – Marx non lo sarebbe stato?.
Si vuole Marx economista e agitatore e non filosofo. E invece lo è, sotto forma di Heidegger, il “primo” marxista: i tedeschi della rivoluzione conservatrice, che Marx abominavano, se ne sono appropriati i criteri e gli obiettivi, anche se solo in funzione antiliberale - Marx fu economista fantasioso, essendo autodidatta, e politico mediocre, litigioso, invidioso. Il nodo è il corpo, la materia, il mondo, la “tecnica”. È l’estraneità dell’essere qual è, materiale, che nutre la borghesia, e la fa ipocrita, cioè stupida.
Già in questo senso il nazismo è marxista, per essere biologico. Per la percezione del corpo in quanto eredità, sangue, passato che non passa, con tutto quello che ciò implica di fatale, quindi obbligato: un Diamat ematologico. Chiunque enunci un affrancamento dalla fisicità senza coinvolgerla è il nemico, tradisce e abiura.
E Heidegger? Lo stesso antiumanesimo che Heidegger dichiara è il Diamat. Con il popolo, e il popolare. L’insistenza sul völkisch, volumi di völkisch, il principio v., l’essenza v., lo spirito v., la voce v., la scuola v., la gioventù v., durante e dopo Hitler, e prima. Una riscrittura di Marx. Mimetizzata ovviamente: il Filosofo Bino, o Trino, considerando il suo agostinianesimo, si immagina in tuta mimetica, mani e viso al nerofumo, anfibi, ninja del popolo, che nottetempo semina di mine il campo ostile. Il bolscevismo è “una possibilità europea”, dice chiaro, è Europa, “l’emergere delle masse, l’industria, la tecnica, l’estinzione del cristianesimo”. Ne sa pure la natura, poiché è ereditaria: “Se il dominio della ragione come eguaglianza non è che la conseguenza del cristianesimo, e questo è fondamentalmente d’origine ebraica, il bolscevismo è di fatto ebraico, e il cristianesimo è anche esso fondamentalmente bolscevico!”. Una genealogia, ebraismo, cristianesimo, bolscevismo, lusinghiera o ingiuriosa? E perché?
La sua idea di filosofo è il santone, uno che mai sbaglia. Proprio come Marx: qui e là la mobilitazione è totale, si aderisce alla storia con tutto l’essere – Marx, l’“ebreo tedesco” di Bakunin: la Prima Internazionale fu rissosa.

Marx - Pensa come Napoleone più che come Hegel: semplifica la storia perché vuole farsene una – è Napoloene,  seppure con la ghigliottina di Robespierre. Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione, l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi del monolitismo. Che è come la Rivoluzione si presentò nel mondo, ma questo a opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica, si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della plebe a Parigi, il silenzio del popolo in Francia, le restaurazioni. Ci furono semmai tante rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non vuole dire nulla.
L’identificazione più sottile è quella individuata da Hannah Arendt: “Il pragmatismo, anche marxista e leninista, muove dal presupposto, comune a tutta la tradizione occidentale, che la realtà riveli all’uomo la verità, il totalitarismo presuppone solo la validità delle leggi del divenire”. Dell’esistere, senza leggi. Un’identificazione da intendersi, naturalmente, come sorpassamento. Le idealità e incertezze delle società fondate sulla volontà libera degli associati sono false e ostili. Ogni forma associativa, ogni appartenenza, che sia di tipo razionale e politico oppure consuetudinario e mistico, che non si fondi su una comunione fisica, d’interessi e di determinazioni materiali, è ostile. E tuttavia la mia verità è la verità – questo è vero di ogni filosofo, anche di quelli della non-verità, ma c’è modo. E deve fondare un mondo nuovo: la rivoluzione dei fatti discende dalla rivoluzione delle idee, a esse il mondo va conformato. La verità è conquistatrice. Gli uomini non sono inchiodati all’Ente nella soddisfazione dei bisogni vitali, non sono rassegnati.

Solitudine – La natura aborre la solitudine, si dice. E tuttavia la ricostituisce: il colloquio è anzitutto soliloquio – se è produttivo: se si capisce, si recepisce.

Viaggiare – Si fa in surplace, segnando il passo? Sì con l’Idiota del Cusano, con argomento non sofistico: “Il muovere è il passare da quiete in quiete, sicché non è altro che quiete ordinata, ossia quiete ordinate in serie”. Come il variare quotidiano, si può dire, del giorno e la notte, delle stazioni, della meteo, degli umori. “Il moto è l’esplicazione della quiete”, ancora l’Idiota, “perché nel moto non si trova altro che quiete”. Il moto interiore, non la traslazione fisica. 

zeulig@antiit.eu 

La liberazione femminista del desiderio

“Valentine de Saint-Point è una di quelle figure libere che fece agli inizi del Novecento l’emancipazione femminile e l’avanguardia artistica, ma di cui la storia cuturale non ha voluto riordare niente”, esordisce la presentazione. Non meritava? E invece sì. Nata nel 1875, pronipote di Lamartine, bella donna, viso modesto e fisico aggressivo, avida di esperienze, è la prima teorica e pratica dell’emancipazione femminile e dell’avanguardia artistica insieme, critica e concorrente del misogino Marinetti in fatto di futurismo. Tutto in lei è speciale: la “donna nuova” che Apollinaire delineava, l’epitome di può dire del primo Novecento, femminista, futurista.
La vita. È la “donna nuova” che chiedeva Apolinaire. Nata aristocratica, orfana di padre presto, si sposa a diciotto anni per uscire di casa, con un anziano professore che dopo quattro anni ha “la buona idea” di morire. Valentine allora, nata Anna Jeanne Valentine Marianne Desglans de Cessiat-Vercell (Vercell era il padre, i due “de” sono materni), prende il nome d’arte dal castello che il bisnonno Lamartine ha abitato, e dopo i canonci trecento giorni tradizionali di vedovaggio sposa un collega del defunto, Charles Dumont. Che indirizza alla carriera politica – Dumont sarà presto deputato, più volte, e negli anni 1930 ministro sei volte. Mentre lei si dà all’arte: posa per Mucha e Rodin, di cui diventa quasi una manager, dipinge lei stessa, apprezzata da Apollinaire al Salon des Indépendants, scrive e pubblica poesie e romanzi di tono antibovarysta, per la liberazione del desiderio nella donna, pratica il teatro e la danza, che vuole rinnovare, e dopo altri quattro anni accetta il divorzio per colpa – non va nemmeno all’udienza. Tanto più che è già legata in “unione libera” con Ricciotto Canudo, già orientalista a Firenze e teosofo a Roma, a Parigi teorico del “cerebralismo”, e poi del cinema come “settima arte”, oltre che editore, poeta e romanziere - il tipo del “se Parigi c’avesse lu mèri, sarebbe una picola Bèri”. La storia finirà dopo la guerra, da cui Canudo tornerà ferito, come Apollinaire, e come lui dopo qualche anno ne morirà, nel 1923, non prima però di essersi legato a una professoressa di francese, con la quale ha fatto una figlia e ha “regolarizzato la posizione”. Ma Valentine ha già cambiato scena: il desiderio ha lasciato posto allo spiritualismo. Crocerossina in guerra ne esce sopraffatta, e in licenza in Marocco si converte all’islam. Dopo la morte della madre e di Canudo decide di cambiare un’altra volta vita, e s’installa al Cairo, dove passerà i trent’anni fino alla morte nel 1953. Dapprima agitatrice politica, del nazionalismo arabo anti-occidentale,  per questo proscritta dall’ambasciata francese in Egitto. Poi, dopo l’incontro con Guénon, altro convertito, immersa nell’esoterismo..
L’arte. Poesie e romanzi non hanno lasciato il segno, ma sì la loro “materia”: la de-bovaryzzazione della donna, la liberazione femminile e femminista attraverso la diversità, attraverso il desiderio. Poligraga prolifica (Giovanni Lista nella biobibliografia che le dedica nei suoi vasti repertori del futurismo, elenca non meno di una cinquantina di opere a stampa - compresa una lezione universitaria, “La Femme dans la littérature italienne”), e attivista, sui giornali, con gli spettacoli, in giro per l’Europa e gli Usa, nelle università. Fu teorica e pratica della “metacoria”, il processo innovativo alla radice della danza moderna, con un rilievo non preponderante della musica – non più il balletto per musica. Coi veli e senza. In polemica con le star del momento, Loīe Fuller e Isadora Duncan al decino, Ida Rubinstein in ascesa, giunse fino al Metropolitan di New York – dove fu intervista da Djuna Barnes. Con l’obiettivo, anticipato nel “Teatro della donna”, una conferenza che tenne all’università popolare prigina “La Coopération des Idées” a fine 1912, di “elevare la danza al rango di arte moderna”. Un’arte che “non è soltanto il ritmo plastico sensualmente umano della musica, ma la danza creata, diretta cerebralmente, la danza che esprime un’idea, fissata nelle sue linee severe come la musica lo è nel numero del contrappunto” - ben nota per questo a Mario Verdone, “Drammaturgia e arte totale”. Se non ha fatto la storia del Novecento, ne è il paradigma.
“L’umanità è mediocre” è il suo “Manifesto dela donna futurista”. Che in esergo si rifà a Marinetti: “Noi vogliamo glorificare la guerra, la sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore degli anarchici, le belle idee che uccidono e il disprezzo della donna”. Quindi in opposizione a Marinetti – in teoria - su questo punto: Valentine ha buon gioco a rifarsi su Marinetti.e non ha bisogno di molte pagine. La brochure si assortisce di due appelli alla lussuria, e dei progetti di Teatro della Donna e di Metacoria, dottrinali e pratici.
In realtà, il manifesto femminista è combinato con Marinetti, spiega Lista nel suo ultimo denso repertorio, “Qu’est-ce que le futurisme?”. È Marinetti che pubblica il “Manifesto”, in contemporanea a Parigi e a Milano, il 25 marzo 1912, così come poi, a gennaio del 1913, il “Manifesto futurista della lussuria”. Dopo aver presieduto qualche giorno prima, l’8 marzo 2012, al debuto di Valentine poeta futurista  alla Casa dello studente a Parigi, con la conferenza “La femme et les lettres”, “condidandole molto probabilmente il ruolo di portabandiera dell’ «azione femminle» del movimento futurista”. Il “Manifesto” di Valentine è pronto in piochi giorni: “Proseguendo la sua strategia di comunicazione, Marinetti dà al manifesto il sottotiolo «Risposta a F.T.Marinetti» e pone lui stesso in esergo la sua frase ormai celebre sul «disprezzo della donna»””. Un disprezzo che egli stesso ha già corretto con l’opuscolo “Contro l’amore e il parlamentarismo” e nella sua rivista “Poesia”, con un “D’Annunzio futurista e il «disprezzo della donna»”, quest specificando mirato al sentimentalismo e l’idealismo in cui la letteratura avvolge la donna, e il leitmotiv tirannico dell’amore e dell’adulterio nelle lettere latine.
Valentine sta al gioco prendendo a partito Marinetti. Non vuole “spazi” né “diritti” ma libero sfogo alle energie. Sull’esempio di Caterina Sforza, le donne vuole “bestialmente amorose, che, dal Desiderio, consumano fino alla forza di rinnovarsi” – come nel romanzo di un paio d’anni prima che aveva titolato “Une femme e le désir”, una donne e il desiderio..
Jean-Paul Morel, che Valentine de Saint-Point ha esumato in questa brochure, la vuole “non futurista”, ma una che “si serve del metodo marinettiano per far passare le sue idee”. Quello che sarà il femminismo identitario: anche la differenza può dirsi femminista, l’orgoglio. Lista la mostra invece organica al movimento. Che però pone non nella lettera, ma nel rivolgimento del conformismo che si proponeva.
Valentine de Saint-Point, Manifeste de la femme futuriste, Mille-et-une-nuits, pp. 77 € 3

giovedì 22 settembre 2016

Letture - 274

letterautore

Gloria – “La gloria non dipende dallo sforzo, che è generalmente invisibile: dipende solo dalla messinscena”, Paul Valéry, “Ispirazioni mediterranee”. Necessita una messinscena, già a partire d Omero: il racconto eroico è in crescendo, costruito.

Io – È in effetti un mezzo comodo per narrare - e non perché lo vuole Stendhal. Anche se la terza persona, bisogna dire, protegge. Ma è pure vero che il punto di vista è la cosa di cui meno frega al lettore. E all’imputato, ma questo sbaglia.
Il grande egotista Stendhal era scultore, oltre che pittore e musicista, da dilettante. Mentre era cieco all’architettura: la geometria sta a sé, irriducibile al soggetto, all’affabulazione..

Liberazione sessuale – È la stessa da cento anni, omosessualità e multigender compresi. Dal futurismo, da “Lacerba”, da Italo Tavolato che su “Lacerba” pubblicava una “Glossa” al “Manifesto futurista della lussuria” e un “Elogio della prostituzione, e per le edizioni Lacerba il pamphlet “Contro la morale sessuale”. Tutto nel 1913. Per avocare la libertà sessuale e anche omosessuale: “La parte programmatica del manifesto”, scriveva nella “Glossa”, “si può riassumere in un’unica proposizione: Cessiamo di schernire il desiderio. La richiesta sembra umile. Ma non è così. Per tutti i suggestionati di morale cristiana il desiderio carnale è un peccato che si deve temere e odiare”, etc.. Mentre “il desiderio sessuale è di natura tanto molteplice e varia, che in pochi casi tende alla procreazione”. E ancora: “La macerazione della carne porta al sacrificio dell’intelletto, all’infiltrazione della libidine nello spirito, alla pansessualità” – “all’esasperazione erotica”. Fino a un conclusivo “Credo immoralista”: “Io credo…. Abbia l’uomo il diritto di amare chi vuole e come vuole; e credo, credo, credo che una sentina di vizi valga cento chiese e mille redazioni, credo che il coito sia azione intellettualmente e moralmente superiore alla creazione di una nuova etica…”.
Il futurismo peraltro, di cui Tavolato sarà tardo adepto, accettava l’omosessualità, in modo discreto con Palazzeschi e Guido Keller, polemico con Ernesto Michaelles “Thayat”, arista e gallerista (la “Casa Gialla” presso Firtenze, gestita col fratello Ruggero), il futurista degli oggetti d’arte e della moda.
Tavolato, che sarà personaggio ambiguo nel mondo letterario, sotto ricatto durante il fascismo e quindi spia di regime, per questo - e per il processo che gli fu intentato nel 1913 per gli articoli su “Lacerba” - soggetto del romanzo di Vassalli “L’alcova elettrica”, 1985, ventidue anni dopo la sua morte, era triestino di nascita e caprese di adozione, personaggio all’incrocio di più culture, e soprattutto di quella tedesca, con punti di contato con Wilhelm Reich.

Valentine de Saint-Point, che in opposizione - concordata - con Marinetti lanciava nel 1912 il “Manifesto della donna futurista” assortito da un “Manifesto della lussuria”, o del desiderio infine libero, tre rapporti matrimoniali all’attivo, incontrava nel 1917 a New York una simpatetica Djuna Barnes, che presiedeva all’omosessualità.

Plagio – Non se ne discute più, forse a ragione. È reato a difesa del diritto d’autore, ma il diritto d’autore è materia irta, e ambigua. È sempre stato un fatto. In musica più che in letteratura. Non si contano, diceva il regista Lucio Fulci, le scene di “Ossessione” che Visconti ha estratto dai film di Renoir, quasi un’esercitazione scolastica. O le scene della “Dolce Vita” tratte da “Vacanze romane”  che è un film d’evasione ma di William Wyler.

Roma – Recensendo “Dido & Aeneas” di Purcell all’Opera di Roma, Franco Cordelli se la prende con Enea, “ipocrita e detestabile” – in “Dido” più che nel libro IV dell’ “Eneide” di Virgilio: “Noi, cinici spettatori contemporanei, non gli crediamo”, spiega, noi piuttosto “crediamo che la civiltà sia fondata … sulla violenza”. La civiltà? No, Roma, l’impero romano: l’odio-di-sé è diffuso.
Sole – È molto trascurato come tema letterario. Come luce è di uso comune, specie nelal poesia, come illuminazione, ma non in  sé. “Il sole” che “introduce l’idea di onnipotenza eccelsa, l’idea d’ordine e d’unità generale della natura”, come lo vede Valéry – che però poco lui stesso ne poeta.
Stendhal - Parlava sempre di donne, e di molte scrisse. Ma nessuna memorabile, che gli annali celebrino, nessuna delle donne reali. E nessuna che lo ricordi, in memorie, lettere, pettegolezzi. Una volta confessò una passione per un uomo, un ufficiale russo, giovane, che ebbe vicino a teatro. Babilano del resto è impotente – l’aggettivo italiano, o quantomeno milanese, che spiega ai suoi amici francesi nelle lettere (“babilano” da san Babila, il luogo o il santo?). Tale era ritenuto Stendhal dagli amici parigini, tutti mediocri.
Se fosse un personaggio dei suoi romanzi sarebbe un gauche, maldestro e pure antipatico. Non amabile, nessuna storia lo vedrebbe attore, benché pieno di sé. “Nulla di più facile dello stile appassionato o di carattere”, diceva: “Nel primo devi fingere di desiderare, e nel secondo di credere certe cose”. Se ne intendeva, san Carlo Borromeo è il suo santo, che quando decise di santificarsi, era ancora ragazzo, si fece derivare da Buon Romeo e tale si firmava. Era insensibile alla pietra. I colori voleva soffici, le voci melodiose, le donne grandi. Non era curioso, si vede a Napoli – ammesso che ci sia stato: non si avvicinava, uno scrittore deve stare a distanza, è lo stratega.
Andava a teatro e rimaneva fino alla fine, opere insulse vedendo più volte, di cui trattava con gli amici e nel diario. Ma uscì al secondo atto di “Romeo e Giulietta”. E “Amleto” bollò “una sciocca commedia”: “Amleto è, scusate il termine, un coglione” – Stendhal scriveva il diario perché fosse letto. Poi dichiarerà sua Bibbia le pagine 23 e 26 di “Amleto”. Di quale edizione? Il carattere degli amati italiani trovava malinconico: “Le loro idee sulla felicità nascono in corpi biliosi, sovente con costipazione intestinale”. Nonché la lingua, che parlava e scrisse. “Una società molto nobile che non ha più passioni, eccetto la vanità, giunge a voler desiderare di non servirsi che di parole che non sono in uso ai bottegai e agli articoli in commercio. Purtroppo i bottegai, imitando il vaudeville e i giornali, arrivano ad avere un’idea di questo stile nobile, e lo copiano. La buona società s’affretta a cambiare le sue parole”, e così via, guasta è la radice dell’italiano: “Da qui, mi sembra, la decadenza della lingua, quando essa arriva non dalla conquista, ma dall’estrema civilizzazione”. Essa chi? Il console aveva le idee confuse. E sono i bottegai più stupidi dei nobili?  

Tipo donna – Valentine de Saint-Point lo vuole “materno”. L’autrice del “Manifesto della donna futurista”, 1912, e del “Manifesto della lussuria”, 1913, esamina in “Le Théâtre de la femme”, una conferenza natalizia per un’università popolare parigina, gli scrittoi più femministi, Maeterlinck, D’Annunzio, Ibsen a suo modo, che apprezza ma ritiene mancanti, e conclude: “Ma”, obietta, “la donna integrale, la donna complessa, tale e quale è veramente, tale e quale si complicherà ogni giorno di più: istintiva, intuitiva, insinuante, furba, volontaria – di una volontà femminile, più paziente che brutale -, sensibile – di una sensibilità  insieme più sveglia e più sana di quella dell’uomo -, coraggiosa – di un coraggio lento e durevole, è sopratutto, e al di là di tutto, materna”.

letterautore@antiit.eu

Il Sessantotto è nonno

“Appello alla corruzione dei giovani” è il sottotitolo: il filosofo della felicità qui e ora, “Libretto Rosso” di Mao nei suoi anni Sessanta, fa sua l’accusa che fu mossa a Socrate, alla scoperta della filosofia, che la filosofia corrompe i giovani. Ma adotta un passo sperimentale: parte dall’esperienza, le difficoltà dei suoi figli, impigliati nella caduta delle illusioni, e la ricettvità dei nipoti, che potrebbero essere pronti a una nuova conquista del cielo. Non una previsione, né un programma, giusto la constatazione che così non va. L’ennesima, ma incontestata: nessuno ne è contento, nemmeno chi sfrutta ilreale lo difende, il liberrismo avrà prodotto questa eccezionale unanimità. E quindi non c’è che da cambiare il mondo, oggi più che mai dopo la “caduta”, anche correndo dei rischi. I nipoti possono farlo, il mercato li ha liberati dai vincoli e le sudditanze.
Non un pamphlet, una riflessione. Ma una perorazione che è in realtà una rivendicazione. Gli anni 1960, della contestazione, ciò che è passato come Sessantotto, sono stati una rivoluzione bella e buona, piena di carica e di esiti innovativi, per le generazioni di quegli anni, di vitalità insorpassata, e  per l’esistente. Badiou non si fa colpa nemmeno di aver fatto dei figli che non hanno saputo o potuto essere all’altezza, con la stessa fame di vita, e si rivolge ai nipoti, sperando-proponendo di aizzarli. Al rifiuto: la voglia di fare comincia dal rifiuto dell’esistente. Se ci si adagia, anche se se ne contesta l’ideologia, è finita.
Badiou vede giusto. Oggi la contestazione sembra dilagante: Occupy Wall Street, Podemos, eccetera - contestano perfino gli squallidi twitterai di Grillo. Ma e una contestazione “nostalgica”, dice il filosofo, del welfare non più possibile. Non intransigente né innovativa. Sotto un giovanilismo che è una cappa, e anzi una prigione: un furbo surrogato. La “vera vita” è di Platone, nell’accezione che gli ha dato Rimbaud risuscitandola: il “poeta dell’adolescenza” già ne presentiva lo svuotamento – il giovanilismo è l’ideologia di un’adolescenza interminabile, di adulti mainichini passivi dello shopping: liberi di scegliere tra i consumi.
Alain Badiou,  La vera vita, Ponte alle Grazie, pp. 111 € 12

mercoledì 21 settembre 2016

Ombre - 334


“No all’Olimpiade, è da irresponsabili”. Annuncia il no Virginia Raggi, sindaca di Roma, dopo lunga attesa, come usavano una volta le donne, e sorride contenta di se stessa ai flash e alle telecamere. È contenta, si congratula, chi lo avrebbe detto, dire di no all’Olimpiade, non ne ingranava una e ora siede in Campidoglio.

Il consiglio comunale si convoca di martedì a Roma, per l’agio dei consiglieri, un po’ tardi. Ma stavolta ci sono tutti, si aspettano  nuovi assessori. Inno di Mameli. Un minuto di silenzio per un operaio morto sul lavoro. Un minuto per Ciampi. E la seduta si sospende: manca la sindaca Raggi, le cui comunicazioni sono all’ordine del giorno.

Quando la sindaca arriva il consiglio si riconvoca. Ma lei non dice nulla: “Stiamo cercando due assessori e li indicheremo nel più breve tempo possibile”. Non di più, e si immerge nell’iphone. Una consigliere d’opposizione la critica: “Non si governa via facebook”. Proprio mentre su facebook, nella sua bacheca, emerge un messaggio di Raggi.

Il consiglio comunale di Roma  discute delle dimissioni dell’assessore Minenna. E del suo successore De Dominicis dimissionato dalla sindaca Raggi tre giorni dopo averlo nominato. Lei non solleva la testa dall’iphone. Risponde per lei il presidente del consiglio De Vito.

Poteva mancare Palermo ai funerali di Ciampi? Subito i suoi giudici in prima fila fanno i titoli con un Ciampi convinto dello Stato-Mafia. Cioè, non propriamente: convinto che Riina tentasse un colpo di Stato, contro il suo governo. I giudici palermitani sono molto solerti, che (non) combattono la mafia grazie allo Stato-Mafia ormai da una ventina d’anni.

Riccado Iacona monta una meritoria “Presa diretta” sul miserevole stato della ricerca scientifica in Italia. Ma è solo un buttare le reti: il conduttore ha in mente solo un affondo contro Human Technopole,  il progetto del governo, che ne ha affidato il coordinamento all’Iit. A tutti consente di lamentare a profusione lo stato dell’arte. Ma alla fine, quando non può non far parare il direttore del’Iit, lo fa inquadrare imbruttito e lo interrompe.
È sempre Telekabul? Che non c’entra col comunismo, a questo punto, ma sì con la faziosità: il patrocinio mascherato di una posizione contro le altre. Perché mascherato, Zorro l’avrebbe fatto?

“Giovani occupati e più viaggi in metro, ecco come Milano supera Roma”: quasi commovete Sergio Rizzo sul “Corriere della sera” rimacina il peana a Milano, la vera capitale . Non solo, scopre addirittura che Milano è più ricca.
L’inconveniente è che Milano non ama i terroni, comunque  servizievoli, e solo si cura dei soldi, non delle capitali.

Buzzi? “Un dalemiano”. Finisce nello scurrile il processo di Pignatone per Mafia CapitaleL l’ex arcipotente dell’ex Pci Bettini non ha riguardi a dire la verità.
Certo, si potrebbe elevare a mafia il sottobosco politico. Ma allora anche le Procure.

Così per caso, commemorando Ciampi, Giuliano Amato dà un versione interamente diversa della fallimento della lira nel 1992, che ha avviato la crisi dell’Italia: la salutazione fu imposta dalla Bundesbank e non da Soros. In questi venticinque ani non ha avuto tempo per dirlo? E Ciampi?
Bisognerebbe imporre ai governanti di dire tutto subito, non possono mica fare come i pentiti, che parlano a babbo morto.

La Germania non solo ha sottoscritto il raddoppio del gasdotto con la Russia, ma ne ha avviato al costruzione, coinvolgendo per il passaggio della condotta la Finlandia, la Svezia e la Danimarca. Nel mentre che impegna la Ue alle sanzioni economiche contro la stessa Russia.

Le carceri libiche sono piene di africani emigranti clandestini verso l’Italia. In attesa di riscatto da parte dei familiari. Privati dei passaporti. Da parte di guardie che lavorano con gli scafisti. Se ne parla solo ora, solo su “Sette”. Solo grazie alle foto di Narciso Contreras, messicano, incaricato di documentare il business dalla fondazione Carmignac, che Édouard Carmignac, il titolare di Carmignac Gestion, ha creato nel 1989 a Porquerolles.
Tanti inviati per nulla? La Libia è così remota, che in Italia ne sappiamo così poco?

Valentino Talluto, trent’anni, sieropositivo, figlio di madre morta di Aids, ha avuto rapporti con centinaia di donne dal 2007, da quando l’ha saputo, infettandone “una trentina”, dice il giudice che lo vuole processare. Un centinaio nell’ultimo anno “di attività”, dice il giudice, “di venti e quarant’anni, studentesse e madri di famiglia”, non prostitute. È così facile? O bisogna essere malati?

Il giallo del successo

Il mistero è del successo travolgente. Di classifiche e di dotte pagelle, con stelle.
Certo, leggerlo è impegnativo, le pagine sono quasi 400, la sfida non è da poco.
Antonio Manzini, 7-7-2007, Sellerio, pp. 369 € 14

martedì 20 settembre 2016

Problemi di base - infertili (293)

spock

Record negativo ogni anno delle nascite: meno bocche da sfamare?

E meno culle?

Nel tempo anche meno bare e meno loculi al cimitero?

Non sarà un record positivo per il multigender?

O gli italiani non lo fanno più – solo per postarlo su facebook (l’Italia è il paese che usa meno gli anticoncezionali)?

Si troverà finalmente parcheggio?

Non sarà questa una causa della crisi: meno reparti maternità, meno asili e meno scuole, e meno consumatori?

spock@antiit.eu

Un frammento di Trieste nella galassia Sicilia

“Quasi ho pudore a scrivere poesia\ come fosse un lusso proibito\ ormai, alla mia vita.\ Ma ancora in me\ un ragazzino canta\ seppure esperto di fatiche e lotte”. Danio Dolci, chi era costui? Un poeta che si era fatto filantropo e combattente, fuori posto nell’Italia piatta del Millennio, dei social e i talk-show. Un santo laico dimenticato nell’Italia dei santi. Un poeta: “Son sempre stato poeta”  - che Mario Luzi pregiava. Silvio Perrella lo recupera.
Architetto e agitatore politico, Dolci fu in Sicilia dal 1952 alla morte nel 1997, animatore sociale e pedagogo. Uno studioso e un filantropo dei piccoli e afflitti, poveri e non, relitti dei riti morti del sociale. Per l’occhio penetrante, inconciliabile, del poeta. La poesia in senso proprio continuando a esercitare come vizio privato. Sui temi dapprima temperamentali, della natura idilliaca: le stagioni, le notti e i giorni, la vita che muore, che rinasce, il mare sempre, la libertà degli uccelli, la giovinezza, correre sulla spiaggia, fantasticare, il limone lunare – “una pianta vera, chiamata così dai contadini perché a ogni luna infiora e infrutta”. Poi il quotidiano prende il sopravvento, l‘ananke politica, di violenza perlopiù e squallore: sbirri ovunque, anche nei sogni, raid delle Forze dell’Ordine, aule di giustizia sorde, dove per fortuna hano totlo il crocefisso e la scritta ironica “la giustizia è uguale per tutti”, mafiosi diventati politici. E il lavoro sul campo, di agitatore e educatore, semplice e arduo, contrastato da “tutti”, eccetto i poveri inermi. Rassegnato a volte – “L’alba diventa un’ora\ che stenti a riconoscere nel grigio\ di ogni altra ora”. Gnomico: “Sono eguali due rondini\ se non sei rondine:\ due occhi eguali non esistono.\ Due alberi eguali non esistono,\ fiori eguali, due petali\ - due canti eguali,\ due toni.\ Due albe eguali non esistono,\ tramonti eguali, due stelle,\ ore eguali,\ attimi”. Sorpreso. Ma sempre, al fondo, giovanile, entusiasta se non spensierato¨”Una riunione è buona se alla fine\ uno non è più lui\ ed è più lui di prima”..
Danilo Dolci non fu molto amato, specie in Sicilia, dove pure con la sua pedagogia della interpeneterazione si può dire rinato (sposato a una vedova con cinque figli, ne ha avuti altri cinque), e alla fine restò isolato. Ma i suoi temi cinquant’anni fa sono quelli di oggi. Scuole crepate, dove ci sono. L’agricoltura stordita – “SI COMPRA CARO, SI VENDE PER NIENTE”. I tradimenti, troppi. E sbirri ovunque, non per la buona causa – “Non so più contare le denunce\ e i processi ridicoli che  arrivano\ ma pericolosi come il veleno”..
Resistette. ”Nel mio bisogno di poesia, gli uomini,\ la terra, l’acqua, sono diventati\ le mie parole”. L’impegno per la pace, che condivise con Capitini, lo portò a Hiroshima – e alla moderna Auschwitz dei Gastarbeier  in Germania, dove il giaciglio nella baracca di legno veniva fatto pagare dall’impresa, orario di lavoro 5\18. Ma finì deluso, nei limiti di questa raccolta, incattivito, la sensazione soffrendo di scavare sabbia – altro non gli si chiede più che l’ennesimo digiuno di protesta, per la secna: “grumo\ vagante di galassia”, un grumo triestino, da mare di scoglio, immerso nella calida spugnosa Sicilia, sommerso.
Molte le cose viste e i personaggi frequentati. Gente umile del luogo per lo più, di distinta dignità. I  cooperanti volontari, giovani e meno giovani, specie dal mondo tedesco. Alcuni nomi di scorcio: Capitini, Tono (Zancanaro?), Ernesto (Treccani?), il presidente eletto Leone, “un furbesco patrono dei amfiosi”. E Sciascia probabilmente, non nominato, non simpatetico – muto all’incontro: “Poiché stigmatizzava sulla stampa\ il non prendere partito,\ sono andato a trovarlo nella sua\ città, per domandargli notizie\ su un mafioso locale divenuto\ politico potente:\ e pure se involpito nella stori della sua terra,\ pure se aveva pubblicato lustri\ romanzi sulla mafia -\ un fatto, un solo dato, un accennare\ non gli è sortito dalla bocca triste”. La raccolta è nel complesso di poesia civile, o politica, sulla deriva di Pasolini, di prose infiammate – quattro dei cinque album che la compongono, “Voci di una galassia”, “Il limone lunare”, “Non sentite l’odore del fumo?”, “Sopra questo frammento di galassia” (il quinto è un ripescaggio di gioventù, “Ricercari”).
Nato nel retroterra giuliano da mare slovena e padre siciliano – allora si poteva, 1922 – Dolci è stato in Sicilia, dove poi ha sposato una vedova con cinque figli e ne ha avuti altri cinque, l’inventore del digiuno pubblico di massa, dello sciopero alla rovescia - farsi per esempio una strada necessaria - per il quale finì in carcere e all’esibizione in manette, e della prima radio privata nel 1971, Radio Partinico Libera. Molto attivo anche dopo il terremoto del Belice, 1968.
Negli ultimi tre decenni del Novecento fu soprattutto impegnato nella pedagogia della maieutica, l’approccio innovativo con cui si era presentato in Sicilia vent’anni prima: la trasmissione culturale come interrelazione, un dare e avere costante, con la cultura e le competenze locali, tradizionali, personali. Come mezzo migliore sia all’alfabetizzazione senza ritorno, sia alla “capacitazione” (empowerment) degli individui, specie degli “esclusi”. Ma fu più noto come autore di denunce famose – quella di Bernardo Mattarella gli valse una condanna (è il nome su cui l’innominato Sciascia rimase muto?). A cominciare dall’inchiesta su Palma di Montechiaro nel 1960, a trenta km. da Agrigento, scena del “Gattopardo” e feudo inerte di Tomasi di Lampedusa, l’autore del romanzo, dove la grande maggioranza dei 20 mila abitanti vivevano in casupole senza luce, accatastati, con gli animali doestici, il novanta per cento senza acqua corrente e l’86 per cento senza gabinetto. Era ieri.
Danilo Dolci, Poema umano, Mesogea, pp. 269 € 16