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giovedì 25 aprile 2019

Letture - 382

letterautore


Atridi – La classica Grecia ha un panteon sanguinario. In esso, benché tutto crudelissimo, gli Atridi riescono perfino a distinguersi, secondo Pavese perfido, per l’influsso di Artemide “arcadica e marina”. Nel paragrafo a loro dedicato nei “Dialoghi con Leucò”, “In famglia”, Pavese fa dire a Castore in stringente sintesi: “È una famiglia che in passato si mangiavano fra di loro. Cominciando da Tantalo, che ha imbandito il figliolo…”. O dal “sacrificio dell’atride Ifigenia, tentato dal padre”.

Entusiasta – È “Dio in noi” nell’etimo greco costruito da Madame de Staël. E da Lord Shaftesbury, il Sociable Enthu­siast autore della Lettera sull'entusiasmo, fautore della libertà di scherzo sotto il titolo Sensus Communis, nipote dell’omonimo Lord Cancelliere feroce antipapista —, un Dio che non è tragi­co, non è ingiusto, non è vendicativo, e si compiace della fran­chezza.

È anche il fanatico – il settario. Monsignor Knox ha posto sotto il titolo Enthusiasm, “termine trito, peggiorativo, normalmente malinteso”, il suo ponderoso studio sulle sette, quel fenomeno per cui “un ecces­so di carità” minaccia l’unità, quando una cricca, un’élite di uo­mini e (più importanti) di donne cristiane si prefiggono di vive­re una vita meno mondana dei loro vicini, di essere più ricettivi all'indirizzo (sentito personalmente, vi assicureranno) dello Spirito Santo”.
Lo studio di Knox, che entusiasmò i prelati del Concilio Vaticano II, deriva da John Locke, segretario del Lord Shaftesbury cancelliere: una lettura deviata del termine, vicina al fa­natismo. L’ambivalenza è riprodotta anche da Kant - di cui Herder diceva che fu “lo Shaftesbury della Germania” - nel periodo in cui Kant professa­va lo stile popolare, ma che nella sua anglofilia volle evidente­mente far posto anche a Locke.
Madame de Stl, che su que­sto tema conclude la bibbia del romanticismo, “Della Germania”, la vede dall’altro lato: “Il genio e l’immaginazione hanno anch’essi bisogno che si curi un po’ la loro felicità in questo mon­do. L’entusiasmo ci fa sentire l’interesse e la bellezza di ogni cosa. Inebria l’animo di felicità e lo rafforza nella disgrazia. Gli scrittori senza entusiasmo non conoscono, della carriera lettera­ria, che le critiche, le rivalità, le gelosie”. Con qualche contrad­dizione: sarebbe un connotato tedesco — “l’entusiasmo (è) la qualità veramente distintiva della lingua germanica’ ’ — portato dallo spirito di sistema. E almeno una controindicazione: “Por­ta in generale alla tendenza contemplativa che nuoce all’azione: i tedeschi ne sono una prova”.

Eroi – “Hanno tutti avuto guai dalle donne”, nota Pavese nei “Dialoghi con Leucò” (“Gli Argonauti”), ed è vero. Dall’“Iliade” in qua, per non dire delle tragedie. E forse è il segreto di Penelope, della qualche attrattiva che mantiene benché non per avvenenza o fascino: per essere paciosa, non iraconda, non minacciosa.

Filippo de Filippi – Chi era costui? Gertrude Bell lo cita come persona conosciuta scrivendo all’amica Valentine Chirol il 6 febbraio 1913: “Ho abbandonato il piano Asia Centrale e l’ho scritto a Filippi”. Georgina Howell, in “A woman in Arabia”, un abbozzo di biografia di G. Bell, definisce De Filippi così, con “Nature” e la “Encyclopedia Britannica: “Cavaliere Filippo de Filippi, autore di molte pubblicazioni in italiano, inglese, tedesco, aveva invitato Gertrude a unirsi a lui nella spedizione scientifica al Karakorum nel 1913-1914. Nel 1928 divenne segretario generale dell’International Geographical Union”.
Il Dizionario degli italiani Treccani non lo cita, benché De Filippi ne sia stato redattore, per la parte viaggi e avventure. Il “cavaliere” c’è invece in wikipedia in inglese – molto accorciato nella versione italiana. Fu medico, professore alle università di Bologna e Genova, e poi geografo, altrettanto professionale e accademico, scalatore, esploratore. Fu cavaliere nell’ordinamento inglese: a Londra aveva sposato nel 1901, a 32 anni, la poetessa Caroline Fitzgerald, e a Londra ritornò nel 1917, a dirigere per due anni l’ufficio italiano di propaganda e informazione.  Già famoso come scalatore alpino, nel 1897 aveva organizzato col duca degli Abruzzi una spedizione in Alaska, dove scalarono per primi il Saint Elias. Nel 1903 aveva esplorato il Turkestan, passando per il Caucaso. Scrisse di una spedizione, cui non aveva preso parte, del duca degli Abruzzi sui monti Ruwenzori, alla frontiera tra Uganda e Congo. Nel 1909 col duca degli Abruzzi esplorò la catena del Karakorum. La spedizione cui di riferisce Gertrude Bell è del 1913-14, nell’Asia Centrale, Baltistan, Ladakh e Xinjiang: De Flipi ne ricavò un’opera in 17 volumi, su tutti gli aspetti della regione, etnologici, antropologici, topografici, geologici. In particolare, la spedizione determinò che il ghiaccio Rimo è stato lo spartiacque dell’Asia Centrale.

Greco – È stato a lungo sinonimo di levantino – ingegnoso, imbroglione. Anche in ambienti colti. Di Teseo che, “di ritorno da Creta, finse di dimenticare sull’albero le nere vele segno di lutto, e così suo padre credendolo morto si precipitò in mare e gli lasciò il regno”, Pavese dice (“Dialoghi con Leucò”): “Ciò è molto greco”.

Primo Levi – Sua madre e la madre di Vittorio Foa erano cugine. Nel 1942, ricorda Anna Foa in “La famiglia F.”, quando in carcere ebbe dai suoi la notizia della morte del padre di Primo, Vittorio Foa scrisse loro di Primo e della sua sorella Anna Maria, “i cugini botticelliani, angeli senza ali, coi soliti incerti confini tra l’angelicità e la mediocrità. Esiste un fondato sospetto che nel paradiso terrestre gli angeli  andassero a quattro gambe… Ricordo Anna Maria bambina, era riconoscibile una doppia possibilità di sviluppo: o in una inverosimile scialbezza o in una singolarissima spirituale originalità: le probabilità sembravano allora addensarsi sulla prima ipotesi. Il ragazzo era allora troppo timido, ma sono passati tanti anni. Per Anna Maria si realizzò la  seconda ipotesi”. Uscito dal carcere un anno dopo, a fine agosto 1943, Foa corteggiò Anna Maria vivacemente. Poi si legò con Lisa Giua, staffetta partigiana. Ma per gli ottanta anni di Anna Maria le manderà ottanta rose rosse.

Meschino – Meglio ancora alla siciliana, mischin(u), molto usato da Camilleri, è letteralmente arabo, del Nord Africa e del Levante. In questa pronuncia Gertrude Bell lo rileva in un episodio di “The Desert and the Sown”, il viaggio in Siria e in Palestina, con la corretta definizione: “Una parola che copre ogni forma di leggero disprezzo, da quella che si applica alla povertà onesta, fino a, attraverso la stupidità, i primi stadi di debolezza mentale”.
Ora in disuso – eccetto che nel “Giudice meschino”, il trittico thriller di Mimmo Gangemi.

Migranti – In “Profezia”, la poesia a forma di croce, del “Libro della croce” (poi nella raccolta  “Poesia in forma di rosa”), Pasolini profetizza gli sbarchi dalla Libia. Nel quadro di “Alì dagli occhi azzurri”, la storia che poi svilupperà e che gli è stata raccontata, spiega nella dedica di “Profezia”, da Sartre. “La grazia del sapere\ è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa”, Pasolini a un certo punto riflette, dopo avere messo “il contadino calabrese” in sintonia e in urto con “l’operaio di Milano”. E poi decide per il vento del Sud, si direbbe: “Alì dagli Occhi Azzurri\ uno dei tanti figli di figli,\ scenderà da Algeri, su navi\ a vela e a remi. Saranno\ con lui migliaia di uomini\ coi corpicini e gi occhi\ di poveri cani dei padri\ sulle barche varate nei Regn della Fame. Porteranno con sé i bambini…..\ Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,\ a milioni, vestiti di stracci\ asiatici, e di camice americane.\ Subito i Calabresi diranno\ da malandrini a malandrini: «Ecco i vecchi fratelli,\ coi figli e il pane e formaggio»!\ Da Crotone o Palmi saliranno\ a Napoli, e da lì a Barcellona,\ a Salonicco e a Marsiglia,\  nelle Città della Malavita.\ Anime e angeli, topi e pidocchi,\ col germe della Storia Antica,\ voleranno davanti alle willaye”.   

Occidente – “Per gi antichi l’Occidente – si pensi all’ «Odissea» - era il paese dei morti”, C. Pavese, “Dialoghi con Leucò”.

Odisseo – È l’uomo solo. Non ha amici né compagni all’assedio di Troia, dove pure è un re. E nel lungo ritorno non ha affetti né interessi, se non, alla fine, per un cane, il figlio e la moglie.


letterautore@antiit.eu

Bambini alla discarica

Un racconto morale, sulla necessità per i genitori di prendersi cura dei figli. Con un lieto fine. Ma ossessivo, perfino violento. Di infanzie abbandonate di periferia, in una periferia del mondo, come in una discarica, da una discarica all’altra, tra senzatettto, sans papiers o immigrati clandestini, rifugiati di varie guerre, si menziona la Siria, bambine date in sposa e violate a undici anni, piccolo furti, piccolo trucchi, e trafficanti di adozioni e di documenti.
Labaki fa tirare alla fine una morale in tribunale, dove il protagonista, forse dodicenne forse quindicenne, condannato per aver accoltellato il marito stupratore della sorellina data in matrimonio, trascina i genitori: vuole fargli causa perché lo hanno messo al mondo. Ma l’apologo, insistito, è crudo. Con alcuni non detti anche ingiusti. L’ambiente cristiano – non si vedono barbe né veli. Che però nel mondo arabo non è alla barbarie che si vede nel film, stupidità, ignoranza. Beirut - il luogo non è detto ma si sa che è la capitale libanese. In estrema povertà, ma Beirut non è una città di 2-3 milioni di abitanti sulla quale gravitano altrettanti rifugiati, siriani, palestinesi e di altrove, la metà della popolazione del Libano? E non è crudele con gli immigrati, o meno che altri apesi più ricchi e meno affollati. Il contesto non è necessario? Sì, in un’opera d’arte. In un apologo. In una denuncia.
Un favolello amaro. L’impressione che Labaki lascia è della zingara che chiede l’elemosina col lattante in braccio addormentato tra gli stracci: di una forzatura. Tra pietà e ripulsa. Lavorando con i bambini è facile, ma è anche giusto?
Nadine Labaki, Cafarnao


mercoledì 24 aprile 2019

La giustizia politica è buona e fa bene - Cronache dell’altro mondo (34)

“Robert Mueller ha intralciato la sua propria indagine tanto quanto Trump”, “The Nation”. Se non è zuppa è pan bagnato. Un giudice che non condanna è un complice, logica ferrea. In questo caso un corrotto e un corruttore: chissà dove questo giudice ha preso i soldi o le convenienze di cui fare mercimonio, e che gliene viene, ma questo non importa, l’americano ci crede.
S’interrogano il partito Democratico, specie le donne neo-elette alla Camera dei Rappresentanti, in pose da modelle, e i media nella quasi totalità, sulla convenienza di mandare Trump a giudizio per “ostruzione alla giustizia” (in Italia “intralcio alla giustizia”, art. 377 c.p.: “Chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria”, testimoni, consulenti, esperti…) sulla base del rapporto del Procuratore speciale per il Russiagate, Mueller. Non sulla possibilità, sulla convenienza. Si interrogano non sull’evidenza che il rapporto Mueller possa dare di intralcio alla gustizia. No: s’interrogano se la messa in stato d’accusa di Trump abbia l’effetto di indebolirlo politicamente oppure, al contrario, di mobilitare i suoi elettori, se ne ha. Non se ne discute in sede politica, si sa come la politica funziona, tra i ricatti, ma di pubblica opinione, come un argomento etico, di giustizia morale.
Perfino peggiore è la soluzione: la cosa migliore, si dice, si dice liberamente, sarebbe di mettere Trump sotto accusa in prossimità del voto voto presidenziale di novembre 2010. Che il presidente degli Stati Uniti abbia commesso un delitto, o non l’abbia commesso, è cosa secondaria. La giustizia politica è il peggiore dei misfatti di regime, si definisca questo pure democratico. Ma in America si reputa normale e anche doverosa – è il “cioccolatte” Perugina del cav. grand’uff. duce Mussolini, che era buono e faceva bene.
Chiede il “New Yorker”, rivista culturale di gran nome, se gli influencer, “da Shakespeare a Instagram”, non ci abbiano “per secoli costretti ad ammettere una scomoda verità. Non siamo interamente auto-determinati né autocentrati”. Bella scoperta – qualcuno al “New Yorker” pensava di esserlo?
E Instagram come Shakespeare?

La Cina tra noi

In occasione della visita di Xi a Roma, e dell’accordo sul piano cinese di investimenti infrastrutturali, detti alla Marco Polo della Via della Seta, la Germania e la Francia hanno lamentato pubblicamente la condotta italiana, come quella che ha minato la posizione europea. Ma in realtà l’Italia viene molto dietro la Germania, la Gran Bretagna, la stessa Francia, l’Olanda, il Belgio, negli affari con la Cina.
In Italia, in occasione della visita di Xi, si sono contati 168 investimenti cinesi, per un totale di 13 miliardi, per un fatturato complessivo analogo, di 13 miliardi. Ma, all’infuori di Pirelli (un investimento da 7,3 miliardi), i maggiori investimenti sono stati nell’Inter e, sfortunato, nel Milan. Il resto è poca cosa: piccole aziende, o piccole quote, non dirimenti, in Fca, Tim, Enel, Generali, Ansaldo Energia, Terna, Cdp Reti, Berio, Krizia, Esaote.
In Gran Bretagna gli investimenti sono stati 227, in Germania 225. In Francia, Olanda e Belgio gli investimenti sono stati dello stesso ordine di quelli in Italia, rispettivamente 89, 82 e 78. Ma di grande portata: il porto di Rotterdam e quello di Zeebrugge. Più i porti del Pireo, di Bilbao e di Valencia. In Gran Bretagna l’interesse cinese è sull’aeroporto di Heathrow, in Germania su quello di Francoforte.
In totale, la Cina ha effettuato 678 investimenti in Europa, 360 dei quali con l’acquisizione del controllo o della totalità dell’impresa.

La semiologia tribale dell’odio

Si può dire anche, a proposito della semiologia tribale del professor Grasso
che essa è, in questa epoca social, un test-case da semiologia dello hater – l’odiatore mediatico. Non si vede altra ragione della sua intemperanza contro Caressa, per una partita che non ha visto.
Il cronista sportivo di Sky deve tenere alti gli ascolti, che in una partita Juventus-Ajax sono inevitabilmente juventini. Gli stessi che Sky ha sponsorizzato per anni. E poi ha provato a recuperare uno per uno, dopo la batosta di Calciopoli – salvo, fatta la retata con l’esclusiva Champions quest’anno, passare le partite di cartello di questa squadra a Dazn, piattaforma creata apposta, per un altro abbonamento (di questo non un cenno dal semiologo tv: troppo volgare, il business è volgare?). Dunque, non è con Caressa che ce l’ha, e non solleva un problema di deontologia cronachistica: parla male del cronista per (non poter) parlare male della Juventus, da torinista.
Il professore sembra uno di quei tifosi della Roma – il romanista è il “tifoso deluso” tipo – writer compulsivo che si consola sui muri e i portoni con “Magica Roma!”, dopo aver scritto sul cassonetto “Sede Juventus”. Uno che crede che la sua squadra non vince, specie con la Juventus, da tempo immemorabile, una sola vittoria in venticinque anni di derby, perché gli arbitri non glielo consentono, non perché non fa gol - una specie di Simone Inzaghi della semiologia.

Come (non) si perseguivano i rapimenti di persona

“Aveva infranto le regole tribali ed era stato messo ai margini”. O come (non) funzionano le questure. A Perugia dove Aurelio Zen, che in polizia pensava di fare il poliziotto, è stato mandato nella solita missione-punizione per un capriccio di sottogoverno. Un giallo anomalo, le colpe accumulandosi dalla parte degli inquirenti. Con in più, siamo in Umbria, il Pci – il romanzo è del 1988, è la vigilia, ma il Pci non se ne è accorto, fa manifesti,  agita i giudici, dirige le indagini.
Un giallo a scatole cinesi. Su un rapimento di persona. Non escluso il falso rapimento alla Sindona. Che s’impone probabile più che possibile, dato che le polizie non fanno indagini ma attaccano il chiodo, dove vuole il padrone. Tanto più per un rapimento, affare di denari e danarosi, finto o vero che sia – chi ha i soldi paghi.
I topi non fanno il nido, ma nelle polizie ci riescono. Ci voleva un autore non italiano per dire quello che tutti sanno, che l’apparato repressivo italiano non ha nulla delle polizie di tutto il mondo, del concetto di polizia.  Burocrati al meglio, piccoli, l’uno contro l’altro armati. “Nove sequestri di persona su dieci non venivano comunque risolti”, le famiglie pagavano e la cosa finiva lì. Un disservizio servito dalla “informazione” giudiziaria, dai topi di questura: “Le rivalità all’interno delle questure generalmente assicurano che un evento destinato a danneggiare la reputazione di qualcuno sia riportato dalla stampa locale”.
Non un “nido” in realtà, ma un “ammasso di topi”, come spiega il testo a un certo punto. Un viluppo di topi che s’intrecciano con le code, vivendo in spazi ristretti, al punto di non potersi divincolare, e così formano una unica mostruosa “creatura”. Ci voleva uno straniero pure per raccontare le tecniche e le tattiche dei rapimenti di persona, che hanno flagellato l’Italia impunemente per un trentennio buono a fine Novecento, a decine, centinaia, ogni anno. In una sorta di condivisione universale del crimine - “I criminali hanno le stesse aspirazioni delle altre persone. Ecco perché diventano criminali”.
Michael Dibdin. Nido di topi, Passigli, remainders, pp. 334, ril. € 7,75

martedì 23 aprile 2019

Il mondo com'è (372)

astolfo


Armeni – Il massacro degli armeni, popolazione cattolica, in Turchia divenne parte dela secna politica turca nell’instabilità introdotta nel regime ottomano dai Giovani Turchi, il movimento liberale costituzionale turco che nel 1908 riuscirà a imporsi al sultano Abdul Hamid II. Dapprima in una sorta di free for all, di licenza dall’ordine e la legge, poi in reazione al movimento liberale, con l’appoggio delle autorità militari. Nel’autunno del 1907 nelle città di Konya, Mersin, Adana, pogrom s’improvvisarono violenti, con l’assassinio di centinaia di armeni. Il vice-console inglese a Konya, Doughty-Wylie, un tenente colonnello eroe di guerra in Sud Africa (guerra boera) e in Cina (ribellione di Tientsin), raccolse una posse di militari turchi per pacificare le folle inferocite – fu per questo decorato, da re Edoardo e dal sultano.
Ma era stato il sultano, lo steso Abdul Hamid II, a indicare negli armeni i nemici del popolo, fin dal suo accesso al trono, nel 1876. Promuovendo poi, negli anni 1890, una serie di pogrom sanguinosi, con diecine di migliaia di morti, forse duecentomila. Con il costituzionalismo restaurato dai Giovani Turchi, la comunità armena, forte in Cilicia, cominciò a organizzarsi politicamente. Ma il colpo di coda del sultano l’anno seguente, col sostegno dei generali, portò alla distruzione della comunità di Adana, con almeno 20 mila morti accertati, e forse 30 mila – più un migliaio di assiri. Per mano della popolazione più che dei militari.  

Femminismo contro femminista – Il suffragio femminile, di cui furono avvocate radicali in Inghilterra a cavaliere del 1900 le suffragette di Emmeline e Christabel Pankhurst, queste fino al terrorismo, e le suffragiste, trovò resistenze anche tra femministe convinte come Florence Nightingale e Getrude Bell. Il suffragio femminile in sé, non il suffragio universale, come da lì a poco si comincerà a richiedere.
La limitazione era argomentata sulla base delle leggi vigenti, in materia di proprietà, e sul principio del voto responsabile. A questo presupposto obbedivano le leggi che legavano il voto al censo: la presunzione era che il censo garantisse un minimo di acculturazione, necessario per esprimere un voto libero e motivato. Su questo presupposto il voto era stato gradualmente esteso in Inghilterra dal 1832, dal primo Reform Bill, al 1884 da mezzo milione a cinque milioni di elettori. Un quarto della popolazione maschile del reame.
Le leggi sulla proprietà passavano i beni della donna al marito in caso di matrimonio. Essendo tre quarti della popolazione maschile, o lavoratrice, esclusa dal voto, l’argomento era inoltre che non si poteva duplicare la platea elettorale estendendo il voto alle donne, sempre nell’ottica del voto con conoscenza di causa e responsabile. Anche il voto limitato alle donne non sposate allo stesso modo che agli uomini, sulla base del censo, veniva contestato: si sarebbe aperta la strada a persone non necessariamente responsabili, quali casalinghe nubili o vedove, e donne autonome ma di poca virtù.
Due donne eminenti, molto intraprendenti in proprio, Florence Nightingale e Gertrude Bell, di famiglie importanti - la prima di grandi proprietari terrieri, la seconda di grandi industriali – ma liberali, lettori di John Stuart Mill, convinti dell’uguaglianza di genere, si dichiararono contro il voto alle donne. Inferma e ritirata la seconda parte della sua vita, Florence Nightingale (chiamata Florence perché nacque con i genitori in vacanza a Firenze; la sorella minore, che nascerà a Napoli, sarà chiamata Parthenope) rifiutò di sottoscrivere i manifesti di Pankhurst e anche le attività più limitate delle suffragiste. Gertrude Bell, che successivamente nel Medio Oriente ottomano e post-ottomano sarà personalità estremamente libera con incarichi da statista, aderì alla Anti-Suffrage League promossa nel 1909 da una ventina di “pairesses”, nobildonne mogli di membri della camera dei Lord, e fu probabilmente l’attivista principale dietro la raccolta di 250 mila firme contro il voto alle donne che la Lega riuscì a produrre all’esordio.

Germania – Fu dominante per un secolo, dalla Restaurazione post-napoleonica a dopo la prima guerra mondiale, alla repubblica di Weimar. Nella cultura prima che - e più che - nella politica. “Epoca fulgidissima”, attesta Croce nella “Storia d’Europa nel secolo decimonono” e nell’articolo-saggio “La Germania che abbiamo amata”, 1936. Ma non predestinata, aggiunge, né opera specifica della Germania, o solo del popolo tedesco, “tanto è vero che passò” – “passò come l’Ellade di Pericle, l’Italia del Rinascimento, la Francia di Luigi XIV”, ma passò. Esito anche di una certa dipendenza, nota lo steso germanofilo Croce, ricevendosi questa idea della Germania guida come “pia credulità e superstizione che tutto quello che i tedeschi continuavano a scrivere avesse una serietà e una profondità che non si ritrovava nei libri delle altre lingue”.

Populismo – È di sinistra più – e prima – che di destra. Di molti movimenti popolari russi a fine Ottocento. E degli analoghi americani tra fine Ottocento e primo Novecento. Anti-establishment e anche anarcoidi, anti-Stato. Lo è stato in Europa di recente, prima che deflagrasse a destra con la Lega in Italia e movimenti analoghi in Olanda, Inghilterra, Spagna, Grecia: con i primi anni del governo greco di Tsipras, quelli del suo ministro delle Finanze Varoufakis.

Populismo monetario – Viene da sinistra la Moderna teoria monetaria, Mmt l’acronico americano, ossia la spesa pubblica senza limiti, per i poveri e per investimenti, o  del debito\spesa senza limiti, se non l’autonoma decisione dello Stato. La moneta considerando solo uno strumento politico.
La teoria è di origine americana. Ma è stata proposta per ora solo in Europa. Dal ministro delle Finanze del primo governo Tsipras, all’epoca della quasi insolvenza, Yannis Varoufakis. Che era a sua volta consigliato da James K. Galbraith, un economista dell’università del Texas, figlio del Galbraith della “società affluente” e del complesso militare-industriale, nonché ambasciatore in India. Con Galbraith Varoufakis era arrivato, nel momento più duro della tratativa con Bruxelles e col Fondo monetario internazionale, a ipotizzare una moneta parallela all’euro, la “nuova dracma”, con la quale alleviare i tagli drastici della spesa imposti dagli accordi internazionali. Posizioni analoghe, di deficit spending a domanda, sostennero alcuni consiglieri di Sanders nella campagna per le primarie democratiche che perse contro Hillary Clinton nel 2016, e da alcuni esponenti nuovi del partito Democratico Usa, specie dalla neo deputata Alexandria Ocasio-Cortez – la partigiana del tacco 12.
Elaborata in Germana sul finire dell’Ottocento da Georg Friedrich Knapp, un economista cosiddetto “padre” della “scuola cartalista”, in opposizione alla “scuola metallista”, della moneta stampata a volontà dallo Stato per i suoi bisogni, senza alcuni limite sterno, di riserve auree o altrimenti metalliche a cui rapportarsi, la teoria fu presa sul serio nella fase in quel secolo di prolungata deflazione. Di debolezza dell’economia, dei consumi, della produzione. Ebbe una ripresa subito dopo il  crac del 1929. Poi è stata accantonata.
Di poco peso ora in Europa, è invece al centro del dibattito negli Stati Uniti. Sempre a opera della sinistra politica, che oppone la Mmt alla politica “di destra” delle riduzioni fiscali. Sia da parte dei politici democratici al carro di Sanders sia, paradossalmente, da parte degli economisti di sinistra suoi critici. Tra essi l’economista premio Nobel Paul Krugman, due ex capoeconomisti del Fondo monetario internazionale, Kenneth Rogoff e (ai tempi dell’austerità stringentissima, sull’Italia, la Grecia, eccetera) Olivier Blanchard, e Larry Summers, l’economista che fu ministro del Tesoro di Clinton, rettore di Harvard, capoeconmista di Obama. Che non sponsorizzano apertamente la Mmt, anzi la dicono superficiale, ma le danno il merito di opporsi ai “bisbetici del deficit” (Krugman), ai “fondamentalisti dell’austerità” (Summers).

Westminster – Ovestmistero? Il romanziere Dominique Fernandez trae questa dizione da Benvenuto Cellini, nella parte dei “Ricordi” in cui rifiuta l’invito a Londra dello scultore Pietro Torrigiano, che cercava un aiuto per i tanti lavori che il re d’Inghilterra Enrico VIII gli commissionava – da ultimo un sarcofago per se stesso. Torrigiano, dice Cellini nel romanzo di Fernandez, “La société du mystère”, era venuto a Firenze per convincerlo ad “arricchire di sculture in bronzo quella tomba, nell’abbazia di Ovestmistero, dove interrano i loro re”.


astofo@antiit.eu

La domatrice delle tribù, alla nascita del nazionalismo arabo


“Le tribù della Mesopotamia”, uno dei paper  per il manuale “The Arabs in Mesopotamia”, a uso dei funzionari inglesi, sulle tribù irachene, all’ingrosso e al dettaglio, è quello che ci manca per la Libia di oggi. Anche per l’Iraq dopo la guerra a Saddam Hussein. Dettagliato, tribù per tribù, fattuale, realistico e acuto, come tutti i suoi scritti, preciso nei riferimenti, tutti veritieri e non inventati  - come T.E.Lawrence ha voluto dire di molti suoi scritti. Ancora oggi valido per l’Iraq, nella professione sunnita o sciita dei vari gruppi tribali. “I Sabei” altro capitolo a seguire, è valido e utile ancora oggi. Ma, soprattutto, sull’un tema e sull’altro, le tribù e i Sabei, nulla si sa oggi, un secolo dopo, più di quanto sapeva Gertrude, anzi non se ne sa nulla: l’Europa ha da tempo finito di scoprire il mondo, anzi in questo come in tutto il vasto mondo delle conoscenzse si pensa “nata imparata”.
Segue, in questa antologia, la “Review of the civil administration of Mesopotamia”. Come l’Iraq fu ricostruito dopo la liberazione dai turchi nel 1917. Quello che non è stato fatto, nemmeno tentato, in Iraq dopo l’abbattimento di Saddam Hussein – in Libia dopo Gheddafi: ricostruzione materiale, ricostituzione dell’amministrazione, eliminando la corruzione endemica, quindi con un guadagno, del fisco, della sanità, della scuola, delle forze di sicurezza, creazione di uno Stato unitario. Proprio così: in pochi mesi, ascoltando a facendo valere le intenzioni di tutte le tribù, una per una, un referendum vero, per una creazione nuova per loro, uno Stato. Con un re a capo – un re straniero, eletto: un miracolo. Nel mezzo avendo superato un  jihad, anti-britannico, anti-europeo, in tutto l’Iraq. Nel 1919 la produzione era quattro volte quella sotto amministrazione ottomana prima della guerra, le entrate fiscali dieci volte.
Gertrude Bell non ha la fama di T.E.Lawrence – non ha avuto un “creatore” analogo, il giornalista Lowell Thomas, che gli costruì una vita da eroe vivente, e lo propagandò in tutto il mondo. Ma con lui ha condiviso l’Ufficio arabo al Cairo dal 1915 in poi, per indurre gli arabi alla guerra contro i turchi. La mente vera della sollevazione araba, 1915-1917, e di Londra nel mondo arabo dopo la fine della guerra, che a differenza di Lawrence seppe portare sulla scena internazionale. In un percorso meno eroicizzante ma solido e di senso politico - che sarebbe stato molto più produttivo di quello che poi è stato se fosse stato seguito ovunque alla dissoluzione dell’impero ottomano. Lawrence non protesse e non difese a Versailles il principe Feisal, al seguito del quale aveva fatto la cavalcata liberatoria in Siria: la Siria fu passata alla Francia, Feisal fu lasciato solo in albergo, con la sola assistenza di Gertrude Bell, che invece ne farà il re, eletto, dell’Iraq, il primo Stato arabo indipendente, uno appositamente costruito per abituare gli arabi alla concezione dello Stato e all’indipendenza, gli arabi dell’area più tribale – insieme a quella libica.
Si dice Gertrude Bell perché è stata un personaggio eccezionale. Ma era la Gran Bretagna allora ad avere un occhio coloniale moderno: aperto, costruttivo, conciliatorio (la storia del colonialismo non è univoca, andrà rifatta). Era ancora il tempo in cui l’imperialismo poteva essere liberatore. Nella jihad del 1920 del futuro Iraq Londra – cioè Churchill, ministro dele Colonie - mandò a Baghdad un paleo colonialista, A.T.Wilson, che con le maniere forti stroncò il fenomeno. Ma già a fine anno lo sostituiva col vecchio governatore Percy Cox, di cui Gertrude Belle era aiuto e mentore. E in pochi mesi si ebbe un regno, costituzionale, con un parlamento e un governo.
L’antologia ha qualche testo utile di G. Bell, ma è è di fatto una sorta di autobiografia, che Georgina Howell ha costruito con gli scritti e, soprattutto, con le lettere della sua eroina. La parola non è un’esagerazione. Benché protetta dalla fortuna familiare, di grandi industriali metallurgici, Gertrude fece tutto da sola: laureata a Oxford nel 1888, a vent’anni, viaggiatrice un paio di volte in giro per il mondo, poi in Persia e nel deserto, siriano e arabico, con carovane da lei organizzate e gestite – “Gli scritti della regina del deserto” è il sottotitolo -, scalatrice dei quattromila delle Alpi, compreso il Cervino, o allora di vie non praticate, sette cime vergini in due settimane, con alcune “prime” ancora negli annali, scrittrice, archeologa, fotografa, la migliore arabista della sua epoca, innamorata infelice almeno un paio di volte, specialmente la seconda, poco meno che cinquantenne, femminista anti-femminista, infine letteralmente creatrice dell’Iraq, dalla politica tribale all’archeologia, fondatrice e curatrice del museo di Baghdad (quello dal quale 15 mila pezzi saranno rubati nel 2003), prima di morire nel 1926. Una biografia dal vero che sembra un romanzo. Qualche volta depressa, ma sempre combattiva, minuta, 1,64, e femminile, occhi verdi, capelli ramati, curata anche nel Quarto Vuoto, ma agile, attenta, studiosa, una forte mente politica in un mondo tutto maschile, non solo quello arabo – dagli arabi anzi per questo ammirata, e sempre onorata. Al culmine dell’età degli esploratori, barbuti e incontestabili, una donna. Intraprendente e informata, più che presuntiva. Intelligente. Costruttiva.
Gertrude Bell, A woman in Arabia, Penguin Classics, pp. XLV + 272 € 9,80

lunedì 22 aprile 2019

La libertà è nel Burkina Faso - Stupidario classifiche

L’Italia è al 43mo posto per libertà di stampa – Reporters sans frontières. Un anno fa era al 52mo, quindi ha migliorato molto in un anno. Sarà stato merito del governo Conte?

Ma in quanto a libertà di opinione l’Italia, sempre nel rapporto della ong francese, è in compagnia del Botswana e delle isole Tonga.

L’Italia è preceduta, in fatto di libertà di stampa, otre che da tutta l’Europa, da Suriname, Samoa, Uruguay, nonché da molti campioni della libertà in Africa, continente delle democrazie a vita (si vota sempre la stessa persona): Namibia, Capo Verde, Ghana, Sud Africa, Burkina Faso – ex Alto Volta, reduce dal quasi trentennale governo del capitano Blaise Compaoré, dopo una decina di colpi di stato militari, compreso quello dello stesso Compaoré, che ha assassinato il capitano-presidente Thomas Sankara, suo amico da una vita.

Gli  Stati Uniti invece fanno peggio dell’Italia, al 48mo posto: quasi non hanno libertà di stampa.
Nei soliti Botswana e le isole Tonga, ma anche in Romania, c’è più libertà che negli Usa.

La libertà di stampa c’è solo in Norvegia, Finlandia e Svezia. Poi Olanda, Danimarca, Svizzera, Nuova  Zelanda e Giamaica – anche la Giamaica si è spostata verso i poli?

In Italia c’è poca libertà di stampa, spiega Reporters sans frontières, perché c’è la mafia, e c’è il fascismo.

Il Russiagate è americano – cronache dell’altro mondo (33)


Il Russiagate ha messo in difficoltà i russi, quelli emigrati negli Usa. Masha Gessen, una russa emigrata che scrive ogni giorno contro Trump e contro Putin, si dice stranita sul “New Yorker”, il giornale molto anti-Trump, di cui è colonna: “Sono stati due strani anni e mezzo”, dall’inizio del Russiagate: “Molti di noi che scriviamo della Russia professionalmente, o che siamo russi, abbiamo faticato a inquadrare quello che sappiamo con la narrativa del caso. In questa narrativa, la Russia ha messo in opera un’operazione sofisticata e audace di sovversione delle elezioni americane, per installare un presidente di sua scelta – ha riuscito un golpe. Lo si dica all’americano medio liberal, si avrà un cenno di consenso. Lo si dica al russo medio liberal, si otterrà una fragorosa risata. I russi sanno che il loro Stato non ha la competenza per montare un sabotaggio sofisticato, che il Cremlino fu più sorpreso dall’elezione di Trump dello stesso candidato, e che le relazioni russo americane sono al loro punto peggiore dal culmine della guerra fredda”.

Ponti di gioventù


Le “avventure” di cinque ragazzi, fratelli e sorelle. In epoca non lontana ma remota, gli anni 1970. Una rivisitazione entusiastica di una di loro, di picarismi innocenti, per quanto, come capita ai ragazzi, speso rischiosi. Senza altro costrutto che la gioia del ricordare gioioso. Soffuso però, involontariamente, di nostalgia: “Quando mamma aveva trent’anni c’eravamo tutti e cinque e avevamo un pulmini Fiat 850”. Una mamma di trent’anni aveva cinque figli.
Cioè: la scrittura è femminile, come usava dire, ma il narratore ha nome Matteo. Perché: “Noi siamo stati una delle prime generazioni che è cresciuta senza un senso preciso di dove andare”. La generazione del Sessantotto non ha dato orientamenti ai suoi figli, non stabili, non prefissati: “Non ci veniva dato un modello”. Non si insegnava, non si correggeva: “Non c’era neanche la chiara divisione maschio-femmina e noi da piccoli eravamo un po’ maschiacci”.
Titolo fortunato. Già un anno fa ne è uscito un altro, genere fantasy, autore Ezio Amadini. E altri, chissà, certo, di Giò Ponti et al. - “costruttori di ponti” sono in questa stagione i migranti del papa.
Zita ha molti interessi e anche la rivista online cronacheletterarie.
Tiziana Zita, I costruttori di ponti, amazon, pp. 229 € 10

domenica 21 aprile 2019

L’ora del comico in Ucraina


Ucraina saldamente europea, a giudizio dei nostri analisti politici, anche nelle mani del comico Zelenko. Dopo quelle di Timoshenko, la bionda della rivoluzione arancione, condannata per molteplici reati, e del presidente uscente Poroshenko, al centro di troppi imbrogli. Non che l’intermezzo filo-russo tra i due sia stato migliore. Il famoso Yanukovich filo-Putin era infatti un anti-Putin, ma non per questo meno corrotto degli altri: era stato in prigione prima per delitti comuni, ed è ricercato dopo – avendo lasciato a Kiev un palazzo di marmi, cristalli, scaloni e sculture d’oro.
L’Ucraina, per conto della quale la Ue combatte una guerra commerciale costosa con la Russia, si conferma al voto un paese al meglio complesso. Cosa il comico Zelenko potrà cambiare nessuno lo sa, anche se ha avuto tre voti su quattro, un plebiscito. Di fatto è un paese abbondantemente russo, quindi con le caratteristiche culturali-politiche russe, limitative. Lo è etnicamente per metà, e linguisticamente e religiosamente per l’altra metà, anche se alcuni vescovi provano a staccarsi dal patriarcato di Mosca - pensano di avere vita migliore tra i laiconi di Bruxelles?

Usa-Cina non può fallire

Perché non può fallire la trattativa fra Trump e Xi? Per l’asimmetria dell’interscambio che ha portato alla trattativa stessa. Che Trump ha minacciato e imposto e la Cina ha accettato: non per una sudditanza politica, o militare, ma per le ragioni stesse del mercato.
La Cina è stata nel 2017, quando Trump ha lanciato l’offensiva, il primo partner commerciale americano, con un interscambio di 636 miliardi di dollari. Ma così sbilanciato: primo fornitore, con 506 miliardi e solo terzo mercato di sbocco, per appena 130 miliardi (erano molto maggiori importatori dagli Usa il Canada, 282 miliardi, e il Messico, sui 200). Un disavanzo in forte crescita, dell’8,1 per cento nel 2017.
La trattativa è continuamente aggiornata solo perché Trump vuole includere anche l’apertura cinese ai servizi finanziari, finora esclusi. Uno sviluppo che anche soggetti europei, in Italia Intesa, seguono con interesse: la possibilità per banche, banche d’affari, assicurazioni, e altri soggetti finanziari di operare nello sterminato mercato cinese.

Appalti, fisco, abusi (151)

Si fanno i conti della recente pronuncia della giurisdizione europea contro i criteri restrittivi imposti da Bruxelles e Francoforte agli assetti patrimoniali delle banche italiane, e cioè al calcolo estensivo degli npl, i crediti incagliati, e alla conseguente svendita, e non se ne viene a capo: il danno è di molti miliardi. Oltre alla perdita “reputazionale”. Soprattutto se nel conto, oltre agli effetti del fallimento Tercas, si mettono le jugulazioni subite dal Monte dei Paschi di Siena. 

Né il governo né la Banca d’Italia sono intenzionati a rivalersi in sede giurisdizionale dopo la sentenza della Corte europea, e il danno tanto più per questo si fa incalcolabile. Non ci sono gli strumenti per rivalersi? Il danno è nuovo, senza precedenti, gli strumenti nuovi vanno –andrebbero – elaborati. Naturalmente se cè la volontà.

Si dà per fatto il passaggio all’auto elettrica. Piani d’investimento colossali si annunciano, per orizzonti ravvicinati, a cinque-dieci anni. Magnificando l’accelerazione, 0-100, e la potenza degli elettrici. Ma non si dice a che costo unitario per mezzo, con quanta autonomia per ricarica, con quale organizzazione di ricarica, con quali effetti reali sull’ambiente, mettendo nel conto delle emissioni anche la produzione moltiplicata di elettricità, e lo smaltimento delle batterie esauste. Ora come ora, è solo una operazione commerciale, per ravvivare le vendite. 

Per ridurre i tempi dì ricarica a un minutaggio non molto superiore a quello del rifornimento di carburante, ci vorranno colonnine della potenza di 400-450 kW. Non ci sono oggi batterie in grado di alimentarsi a questa potenza elevata.

Non ci sono del resto nemmeno colonnine di potenza inferiore: quelle interurbane non ci sono di fatto, quelle (poche) urbane in esercizio sono già fuori uso. Le ricariche si fanno in garage, trenta ore per duecento km., il percorso medio giornaliero di un taxi - la categoria di utilizzo che più è dotata di propulsioni elettriche.

Mozart è diverso

Curiosa edizione dell’incompiuta da parte di Ton Koopman. Che integra le parti mancanti con “pezzi” di Michael Haydn, il fratello minore di Franz Joseph. Mozart concepì la Messa come offerta musicale ai numi: per la guarigione della fidanzata Konstanze, e per ottenere dall’irascibile arcivescovo padrone e dall’autoritario padre il consenso al Salvo sposarsi, con Konstanze prontamente guarita, senza consenso il giorno prima degli incontri previsti, e abbandonare poi l’offerta a metà, senza più riprenderla negli otto anni successivi – il progetto è del 1783, Mozart muore 1791. Con la solita noncuranza avendo liquidato l’opera con una “prima” nella chiesa di san Pietro a Salisburgo, rimpolpata di vecchie sue musiche sacre.
Volendo rieditare la composizione, Koopman, topo d’archivio, l’ha integrata per i pezzi mancanti. Non con le vecchie musiche del giovanissimo Mozart, delle quali non si hanno i riferimenti, ma con una messa di Michael Haydn, della quale lo sposo esaudito avrebbe avuto conoscenza nell’archivio della stessa chiesa, in quanto Michael vi esercitava quale maestro di cappella. E ne ha fatto un’esecuzione di sua grandissima soddisfazione – non stava in sé dalla gioia. Con l’ausilio di una superimpegnata orchestra di Santa Cecilia, e con un cast d’eccezione, sopratutto le parti femminili, le soprano Roberta Mameli e Magia Grazia Schiavo, regine del revival tardo barocco. Ma con uno strano effetto all’ascolto: che era sensibile uno stacco tra le parti di Mozart e le altre. Le scuole e i canoni non sono tutto, né la parte migliore, dell’opera d’arte, musica compresa. O: c’è un’anima. Mozart è diverso, l’Autore è sempre un altro.
W.A.Mozart, Messa in do minore per soli, coro e orchestra, K 427, Accademia Nazionale di Santa Cecilia

sabato 20 aprile 2019

Più Usa in Cina, più subordinata la Ue


Ci sarà più Europa o più America in Cina al termine dei negoziati che Trump ha aperto con Pechino? Più America, è inevitabile. È il senso vero dei lamenti europei sul protezionismo di Trump, e il lato debole dell’Europa. Verso la Cina e verso gli Stati Uniti.
La trattativa è a tre, in realtà, con l’Europa terzo incomodo silente. Ma dipendente. E dalla Cina forse più che dagli Usa – la Grmania sicuramente, e quindi economie come qualla italiana.
La triangolazione la Ue ha impostato classicamente, col documento delle “quattro Cine” con cui confrontarsi:  un partner commerciale, un partner negoziale, un concorrente, un rivale. Un po’ alla maniera cinese, ma dottrinale, e forse solo burocratica: il documento dice solo che l’Europa non ha una leva nel rapporto con Pechino.
A meno di un fallimento tra Usa e Cina, improbabile perché nessuno dei due lo vuole,  il mercato cinese sarà inevitabilmente più aperto alle importazioni dagli Stati Uniti, e aperto infine, dopo vari sotterfugi, ala “industria finanziaria” americana, banche, banche d’affari, assicurazioni eccetera.A danno, evidentemente, dell’Europa, che ha un’offerta, di merci e servizi, analoga e concorrente a quella americana.
L’Europa è in ulteriore difficoltà per aver concesso alla Cina in passato libertà totale d’investimento. Anche nelle infrastrutture. Al contrario degli Stati Uniti. La presenza cinese in Europa è diventata in pocchissimi anni, la più importante presenza straniera. Dopo quella americana, ma con questa in ritiro (General Motors, Ford eccetera), mentre quella cinese è in ascesa rapidissima e sostanziale. Dall’acquisto della Pirelli al rilancio della Volvo e al 10 per cento di Deutsche Bank.

Classe operaia fuori mercato con l’auto elettrica


Con l’elettrico sparisce il metalmeccanico. Il settore di punta dei paesi industrializzati, in Europa e le Americhe, sia per il valore della produzione che per l’occupazione e quindi la distribuzione del reddito.
Sono cifre rispettabili che vanno a sparire. L’Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, calcola 3,4 milioni di addetti nel vecchio continente. Più qualche milione di meccanici, addetti alle riparazioni. Quattro milioni di addetti che avranno poco o niente da fare. Sono – erano nel 2016 – 935 mila in Germania, 213 mila in Francia, 184 mila in Polonia, 172 mila in Romania, 168 mila nella Repubblica Ceca, 162 mila in Italia, 155 in Gran Bretagna, 152 mila in Spagna, 93 mila in Ungheria, 72 mila in Slovacchia.
Secondo il sindacato tedesco, il motore elettrico ridurrà l’occupazione dell’80-90 per cento. L’industria automobilistica è meno radicale, ma dà lo stesso riduzioni importanti. La Volkswagen del 30 per cento nell’insieme. L’Acea del 60 per cento nei comparti powertrain (propulsione e trasmissione), ricambi, manutenzione.
In Italia le regioni più colpite sarebbero Lucania e Molise. Non molto in valori assoluti, avendo 8 mila e 2.800 occupati rispettivamente, ma sì come quota dell’occupazione complessiva, il 36 e il 24 per cento. In Germania potrebbe finire la leadership economica del Sud: della Svevia (Mercedes, Porsche), con 150 mila addetti, e della Baviera (Audi, Bmw), con 150 mila – il 28 per cento dell’occupazione complessiva in entrambe le regioni.

Il futuro dell’Italia era al confino


Roberto Bui fa di Ventotene, il confino mussoliniano dei politici, il laboratorio del futuro. Ingegnoso, e ben prospettato.
I personaggi sono tanti, c’era solo da pescare, Mussolini avendo concentrato sull’isola l’intelligenza della nazione: socialisti, anarchici, utopisti, europeisti, futuri partigiani promotori della Repubblica, tutti di carattere e capacità. Il ragionamento è semplice: nell’isola incuba il futuro, mentre l’Italia sonnecchia torpida. Col rischio melassa, ma il plot sa rinvigorire il tutto.   
Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, pp. 344 € 18,50

venerdì 19 aprile 2019

La semiologia tribale del professor Grasso

La telecronaca di Juventus-Ajax del romanista Caressa e dellinterista Bergomi, che cercano come tutti i telecronisti di tenere alto lo share, la partecipazione degli spettatori (juventini), disturba il professor Aldo Grasso, che professa la semiologia dell’informazione e scrive cose così:
Mentre Caressa e Bergomi non hanno fatto che sottolineare l’intraprendenza dell’Ajax e la confusione Juventus. Il professore non ha seguito la telecronaca?
Il professore decreta anche, a proposito di Juventus-Ajax: “Il rigore non c’era”. Mentre c’era – ce n’erano due - e si vede. Lo hanno visto tutti. Eccetto lui: dunque non ha seguito la telecronaca che censura.  
Il professor Grasso ce l’ha con Caressa in realtà per la precedente telecronaca, di Juventus-Atlético Madrid, una partita che effettivamente è stata combattuta su livelli epici. E questo lo disturba, perché è torinista. Ma è anche piemontese, non può dire male di una squadra di Torino, e l’odio lo scarica sul telecronista.
Il torinista in questo caso è subito ripreso e rilanciato dal “Napolista” – che così si rifà oggi dell’ennesima sconfitta del Napoli (sottinteso: la colpa è di Caressa). È la semiologia tribale, del calcio e della comunicazione.   

Rallenta la Cina, si ferma la Germania

Il rallentamento dell’economia tedesca – e di quella italiana al carro tedesco – è l’esito del rallentamento dell’economia cinese, ormai da un anno e mezzo. Con uno sfasamento di due trimestri, il rallentamento cinese si è tradotto nel rallentamento tedesco. Che ora si aggrava: in attesa dello sblocco dell’impasse sino-americano, l’economia tedesca potrebbe non crescere quest’anno.
La Germania ha con la Cina un interscambio commerciale di 180-200 miliardi di dollari. Tre volte quello dell’Italia. Più dell’interscambio con gli Stati Uniti, 160 miliardi nel 2018. Huawei, di cui (in teoria) si contesta la primazia nel nuovo sviluppo della telefonia mobile, il G 5, in quanto azienda di Stato cinese, è da anni stabilmente insediata in Germania, con laboratori di ricerca e centri di produzione. Duisburg, dove Xi è stato in visita già cinque ani fa, è da quasi dieci anni l’hub ferroviario della Cina in Europa: l’80 per cento del traffico ferroviario della Cina con l’Europa fa capo allo scalo tedesco.
La Cina è il secondo centro di produzione di Volkswagen-Audi, per un investimento che in quindici  anni ha superato i 15 miliardi. E dovrebbe raddoppiarsi nel decennio fino al 2018 per la produzione di almeno 12 milioni di vetture elettriche e di un rete diffusa di colonnine di ricarica. La Cina è anche il maggior mercato di vendita Volkswagen. Bmw, per dare un’idea dell’impegno, ha investito in una fabbrica in Cina quattro miliardi di dollari, la Basf dieci.

Dietro Putin Khomeini - cronache dell’altro mondo (32)

C’è stato Khomeini prima di Putin, e Reagan prima di Trump, un attore sconosciuto più outsider del miliardario spaccone. Il rapporto Mueller, “c’è stata interferenza ma non collusione”, da parte di Putin e i suoi hacker, riporta alla memoria il 4 novembre 1980, con Teheran in festa, malgrado la guerra sanguinosa in corso cn l’Iraq, perché uno sconosciuto candidato repubblicano, Reagan, un attore fallito, aveva sconfitto il presidente in carica Carter. Khomeini festeggiò il voto come una sua vittoria: i cinquantadue impiegati e funzionari tenuti in ostaggio, con un aiutino di Allah quando Carter aveva tentato di liberarli con gli elicotteri, ne avevano causato al sconfitta. Poi Reagan fu più duro ancora di Trump: licenziò, liquidò il settore pubblico, si fece fare gli scioperi più lunghi della storia, fece la guerra a Grenada, che forse non esiste, e ed è finito venerato, un dio nell’olimpo americano. C’è una logica nella democrazia Usa che sfugge a ogni logica.
La deputata somala naturalizzata americana Ilhan Omar, che appena eletta derubrica i terroristi dell’11 settembre  a “persone che hanmo fatto delle cose”, è attaccata da Trump con un video, in cui lei stessa viene accostata alle immagini dell’11 settembre. Scandalo. Scandalo perché Trump ha risposto a Omar. Il mondo dev’essere filo-islamico, e pazienza, ma filo-somalo?
Trump fa mettere sotto inchiesta il capo dell’Fbi, per avere avviato tre anni fa, durante la campagna elettorale 2016 per la presidenza, voci e ipotesi poi confluite nel Russiagatae. Il capo dell’Fbi è un repubblicano, autorizzato all’inchiesta dai giudici di sorveglianza, anche loro repubblicani. Repubblicani anti-Trump, che volevano bloccarne la nomination alle primarie? L’America è nata prima della Dc.

Giovani, siate giovani

Un’esortazione pasquale ai giovani. Ma pasquale per caso: non nel segno della resurrezione, il mistero della festa. Una predica lunga e grigia, forse in omaggio al sinodo che a ottobre il papa ha convocato sui giovani oggi – “Esortazione apostolica postsinodale ai giovani e a tutto il popolo di Dio” è il sottotitolo. Raccogliendo i suggerimenti, dice, del sinodo. Che però non si vedono: una pastorale religiosa che è solo etica, e perfino laica, poveramente, scolastica. .
Gaetano Piccolo nella presentazione ha contato 58 volte la parola cuore, una ogni tre pagine. Cristo vivente è l’amico, quello che fa la strada assieme a noi. Perché ciò che è vivo si muove, contro l’inerzia e la rassegnazione. Come se i ragazzi mancassero di amicizia, e di iniziativa – il papa, o il sinodo, li crede veramente bamboccioni?
Si comincia con una modesta rassegna di tutti i giovani delle Scritture: David,  Salomone giovane. Cristo giovane, la chiesa giovane, la giovane Maria, le ragazze di Nazaret, i santi Giovanni, Sebastiano, Domenico Savio – con la notabile esclusione di san Luigi Gonzaga, e di santa Maria Goretti. Come incitamento a non abbattersi, se la scuola è difficile, il lavoro è difficile, i genitori sono difficili, la società è difficile. Una predica povera, di sociologia minore e minuta, da paleo maestro di scuola. “Siate buoni”, diceva Filippo Neri, “se potete”, il papa toglie l’inciso arguto, e dice: “Siate giovani”. Perché no.
Francesco, dal vivo, è vispo ed estroso. Ma quando fa il papa si camuffa: oltre che col francescanesimo, si copre coi predicozzi. Voleva veramente “aggiornarsi”, e aggironare la chiesa sui giovani? Ci vuole studio.
Francesco, Christus vivit, Paoline, pp. 188 € 2,50