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venerdì 18 ottobre 2019

Problemi di base anagrafici - 514

spock


Togliere il voto a Grillo, settant’anni?

E la parola?

Grillo è stanco di votare?

E di recitare?

Si può dire tutto?

Di che stiamo parlando?

Verba volant?

Bisogna che ci siano i comici?


spock@antiit.eu

Letture - 400

letterautore


Austria-Vienna – Il paradiso dei mitteleuropei è rifiutato dai suoi Autori, il Nobel Handke e il Nobel-di-tutti Bernhard , come già da Ingeborg Bachmann. Anche l’altra Nobel, Jelinek, non è tenera. Handke e Bernhard si può supporre per motivi personali: entrambi illegittimi, nati da madri nubili con uomini sposati. Entrambi cresciuti con un patrigno, con la sola autorità paterna, a distanza, del nonno materno. Bachmann e Bernhard in polemica col tiepido antinazismo austriaco, bollato come nazismo. Handke, di madre slovena, arrivato al punto di coltivare lo slavismo, almeno fino ala guerra contro la Serbia, a preferenza della germanesimo. Bachmann e Handke hanno scelto di vivere fuori dell’Austria, Bernhard in continua polemica.

Auto elettrica – Gadda si diverte, scrivendo nel 1931, su una vecchia foto del principe di Galles, il futuro Edoardo VII, che all’Expo di Parigi nel 1900 “siede pieno di bonomia in una elefantesca carcassona ad accumulatori, che doveva certo raggiungere i 12 km. orari”. Velocità ritenuta temeraria.

Balzac – Ha 2.060 personaggi, secondo un “Répertoire de la Comédie Humaine” di Cerfberr e Christophe, citato in Pierre Abraham, “Créatures chez Balzac”, che qualche anno dopo prendeva le misure dell’autore sotto tutti i possibili aspetti scientifici – statistici, psicologici, etici, eccetera.

Burgess – Ha tradotto in italiano Joyce, “Finnegans Wake”, ha cominciato a tradurlo, insieme con la moglie Liana. Ne diede l’annuncio alla rivista “American Scholar” nel numero Inverno 1971-72: “Il nostro titolo di lavorazione, a proposito, è pHorbiCEtta: forbicetta significa «earwig»; si possono vedere le iniziali di Humphrey Chimpden Earwicker saltare fuori dalla parola in tutto o in parte”; si rivolge al mondo – orbi; è insieme papa e insetto”. 
Qualche anno dopo, 1975-77, Burgess collaborerà con Zeffirelli per “Gesù di Nazaret”. 
La Fondazione Burgess conserva una traduzione in italiano di 11 pagine. Una col titolo,  “pHorbiCEtta. James Joyce”, manoscritto e illustrato da Burgess, e forse dal figlio Andrew. Quattro pagine di prova di traduzione manoscritte, che corrispondono alla pagina 70 di “A shorter Finnegans Wake”, col dattiloscritto della stessa prova di traduzione, con una correzione autografa. Una pagina di traduzione provvisoria, corrispondente alla prima pagina del romanzo, con correzioni manoscritte di Burgess. Cinque righe di traduzione della prima pagina, con correzioni manoscritte di Liana Burgess e Anthony Burgess.  

Dialetto – Ha dato i migliori risultati nella prosa novecentesca con scrittori di cui non era la lingua madre, il romanesco di Gadda e Pasolini. Mentre il napoletano Eduardo italianizza. E il Pirandello siciliano è stato presto desueto – Camilleri non fa testo, il suo “siciliano” è legato a personaggi caratterizzati del ciclo Montalbano.  
Gadda nel 1954 faceva della pratica naturale del dialetto la condizione della sua riuscita letteraria. Recensendo l’“Hypnerotomachia Poliphili” del “trevigiano Francesco Colonna, frate, il tipo di umanista claustrale”, “una sorta d macchinone allegorico-fantastico-sensorio di una rara stoltezza,  redatto in un italiano-latino-greco della più strana qualità, nato dalla solitudine e dalla follia letteraria”: “La prosa del dissennato umanista perviene (involontariamente?)  ai confini della maccheronea e del grottesco…. Ci mostra in quale «impasse» è venuto a cacciarsi lo scrittore da tavolino che vuole inventare una lingua su documenti letterari senza tener conto della realtà realmente linguacciuta  di Padania, o di Toscana, o di Napoli”. 

Diritti – Verdi ebbe un anticipo di un milione di euro per “Otello”, mantenendo per sé i diritti d’autore – da documenti di Casa Ricordi esposti a New York, alla mostra “Verdi” alla Morgan Library and Museum.
Manzoni “ha fatto meno soldi di Moravia e Pasolini e Germi e Fellini”, secondo un indispettito Gadda (ne scrisse in tal senso a Citati il 26 luglio 1960). Indispettito contro Moravia che aveva diminuito Manzoni presentandolo nei Millenni Einaudi. “Il Manzoni era un signore, malato d nervi, un po’ fissato sulla cioccolata…come conservatore ha fatto meno soldi….”.

Fenici – Sono sconosciuti a Roma. Negli stessi luoghi, il Colosseo e il Foro Romano, dove una insistente pubblicità dice che sono celebrati in una grande mostra. La richiesta d’informazioni a due addetti all’informazione del Foro Romano, perfetti nelle divise, compiti al tratto, non due coatti rivestiti, sul dove la mostra annunciata fosse visitabile ha prodotto sguardi smarriti e non so. Non meglio è andata allo 060606, il centralino di informazioni di Roma Capitale, solitamente servizievole. Allo 060608, il centralino di Roma Capitale per gli spettacoli e “gli eventi”, uguale incertezza. Dissipata all’ultimo, per caso, per aver detto “Ma sì, i Fenici, i Cartaginesi”. L’operatrice si è allora illuminata: “Allora lei intende la mostra Carthago”.
Scontato che l’operatore pubblico è pagato per non lavorare, però: non deve avere la terza media?

Finnegans Wake – Fu subito indovinelli e sciarade. Mentre era ancora in mente a Joyce. Già nel 1929, mentre la scrittura era agli inizi, più programmatica che realizzata, il riferimento era a un “work in progress”, si pubblicava una corposa raccolta di saggi esplicativi, col debutto nelle lettere di Samuel Beckett. Non spessa, una ottantina di pagine, ma dal titolo finneganiano, “Our Exagmination round his factification for incamination of Work in progress”, e si avvaleva di una diecina di contributi. Tra essi quelli di William Carlos Williams, Eugene Jolas, Marcel Brion, Robert McAlmond – si segnalava per l’assenza Pound, ostetrico e mallevadore dell’“Ulisse”.
Beckett apre la raccolta con otto pagine sulle influenze italiane maturate da Joyce: “Dante… Bruno. Vico… Joyce”.

Il volume, tradotto nel 1964 da Francesco Saba Sardi, con una prefazione di Sylvia Beach, era stato già segnalato da Eco nel 1962, con la parodia “My exagmination round his factification for incamination to reduplication with ridecolation of a portrait of the artist as Manzoni”, in cui fa attribuire “I promessi sposi” a Joyce – che ha poi incluso in “Diario minimo”.

Generazione X - Lamenta Scurati sul “Corriere della sera” “l’infecondità” della sua generazione, di quaranta-cinquantenni, la Generazione X, oggi “padri senza figli”. Curioso lamento in contemporanea col ritorno dei padri contro i figli, Del Vecchio e De Benedetti. Dopo il ritorno, qualche tempo prima, di Luciano Benetton e del poi defunto Caprotti. Di padri che si sono riprese le aziende che avevano legato ai figli. Troppi casi per essere “casi”: l’Italia è un Paese bloccato, anche generazionalmente. Non per colpa dei vecchi, dato che al ritorno sono migliori dei giovani.

Giallo  - “La Lettura” si dedica al giallo. Con cinque giallisti di fama, De Giovanni, Lucarelli, Lagercranz, Fiona Barton, Michael Connelly. Che sottolineano ognuno una ragione del successo di pubblico di questo genere, in Italia a lungo marginale. Ma nessuno che dica quella probabilmente più importante: la “popolarità” dei personaggi, più che gli intrecci, anche morbosi, o gli inquirenti, anche di peso, come Montalbano o Maigret. È il successo tv che lo dice: i gialli sono visti da “tutti”. Perché fanno partecipare “tutti”, la portinaia e il bifolco, il drogato e la ragazza pia. Si dice il realismo del giallo un realismo nuovo, non il “naturalismo” fine Ottocento, alla Zola, alla Verga. Ma in una vena ordinaria, della quotidianeità. Epico di fatto, ma dei piccoli e ignorati.  

Nievo – Gadda ne era conoscitore e estimatore, che lo apparenta più volte a Stendhal, nelle recensioni dei primi anni 1930 ora raccolte in “Divagazioni e garbuglio”. Recensendo il cugino Piero Gadda, gli trova (ironicamente) patrons Stendhal e Nievo, “i quali non sono così lontani fra di loro, almeno se si pensi a certo Stendhal della ‘Certosa’”. Per poi dire che Piero “va avanti benissimo per conto suo”, senza scomodare Stendhal, e senza Nievo: “Né il Nievo gli ha prestato la sua prosa robusta, elegantissima e classica, polposa e icastica, ma forse un po’ del suo tono e del suo clima, e di quel brio così dolcemente umano e satirico a un tempo,e di quella così chiara aura come chi dicesse una luce d’Italia, malinconica e serena oltre il migrare delle tempeste”.

Stendhal – “Livio e Cesare sono stendhaliani più che uno non pensi”, C.E.Gadda (“Divagazioni e garbuglio”, 60-61). Anche se “il senso tragico ed ossessivo della morte e dello scannamento vi domina (jam ad necem pervenerant) e quell’altro del presente volere, opposto al destino”.

letterautore@antiit.eu

Enciclopedia del populismo

Un libro di Scienza Politica infine “sul pezzo”: che dice di cosa parliamo. Sulla rivista “Trasgressioni”, che ha fondato e anima, Tarchi ha promosso una serie di saggi sui tanti aspetti del populismo: la storia, le tipologie, gli esiti. E soprattutto sul rapporto con la democrazia, di cui è espressione, la si voglia pure esasperata.
Un’indagine vasta e critica, benché vista da una posizione culturale che al populismo di questi anni 2010 ha dato avvio. Contestatrice di un assetto sociopolitico insoddisfacente dopo la fine delle ideologie – dopo la caduta del bolscevismo. Con contributi di provenienza varia, geografica, linguistica e politica.
La destra non è populista, spiega Tarchi, che al “Cesare Alfieri” di Firenze ha la cattedra che Sartori ha illustrato. Cioè lo è anche, ma il populismo non la esaurisce. Né il populismo si risolve nella destra.
Non una soluzione, ma un’indicazione - la politica non è una soluzione. Per chi fa politica e per chi si limita a votare. Di più per chi la commenta, che spesso non sa di che parla.
Marco Tarchi (a cura di), Anatomia del populismo, Diana Edizioni, pp. 365 € 19

giovedì 17 ottobre 2019

Il deserto di Trump

Non si capisce perché Trump si ritira dal Medio Oriente? Perché è desertico, come dice lui – “lì c’è abbastanza sabbia per tutti, per giocarci”? Oppure sì, si capisce: in politica estera, e soprattutto nelle strategie militari, tutto è calcolato. Ma non si sa. È calcolato da da chi? Dal Dipartimento di Stato, dal Pentagono, dalla Cia? Nel quadro di quale politica? Nemmeno ai “volenterosi” di tante coalizioni americane per il Medio Oriente, dal Libano all’Afghanistan, passando per la Somalia, viene dato un cenno di spiegazione.
In altre circostanze si sarebbe parlato di onore  disonore. Gli Stati Uniti, che hanno schierato i Curdi contro Assad e contro i terroristi islamici, ora li abbandonano. Trump non tiene in conto il concetto di onore, che pure vale in politica estera - la parola data, la fiducia reciproca - e pazienza. Ma dovrebbe nella sua etica sapere che i compagni di merende non sono affidabili. Ora sta tutto con Erdogan - garantisce ai Curdi cinque giorni di tregua, ma per ritirarsi dalle aree che hanno sempre abitato e che Erdogan vuole. Ma che cambiale ha su Erdogan, parlando in termini di diplomazia degli affari, che Erdogan è tenuto a pagare? Non ne ha.
Dice: i Curdi sono comunisti. Mah. Trump è ignorante, ma stupido non è
Ruhollah Zam, un oppositore degli ayatollah, in esilio in Francia, è indotto dai servizi segreti francesi, che lo proteggevano, a recarsi in Iraq, per finire in una trappola dei servizi segreti iraniani. Un favore, si dice, agli ayatollah per ottenere il rilascio di alcuni francesi arrestati in Iran per spionaggio. Il ricatto funziona, dunque.
Ma il khomeinismo è già passato per i servizi segreti francesi: l’oscuro ayatollah Khomeiny fu fatto arrivare in Francia, dopo una vita anonima in Iraq, e da lì montato mediaticamente fino ad abbattere lo scià, troppo filoamericano.
Nei rapporti con l’islam, cioè col Medio Oriente, qualcosa sfugge sempre: sono affari esoterici?
Anche l’abbandono del Medio Oriente alla Russia di Putin sfugge a ogni considerazione politica. A un Putin che invece si vuole bersaglio di sanzioni e boicottaggi. La politica estera non va per caso, è sempre analizzata e pesata. Perché dobbiamo boicottare la Russia, le nostre esportazioni in Russia, e regalarle mezzo Medio Oriente – Iran, Siria, Iraq – tra l’altro pieno di petrolio?
Resta un mistero anche l’alleanza stretta degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita, ora anche militare. Non c’è sabbia anche lì? Per non dire dei regimi patrimoniali, che nella penisola arabica si tengono nel Duemila come gli analoghi feudi in Europa coi Normanni qualche secolo fa. Creando castelli. Ma non più stabili dei regimi militar-teocratici che Trump abbandona.

Secondi pensieri - 398

zeulig


Gesù – È figura popolare nell’intellettualità asiatica, anche tra i non credenti. Come figura storica e come parte delle religioni asiatiche. Mentre perde terreno nell’intellettualità occidentale. È motore del “progresso”, della costruzione della storia?  V. Ian Johnson, “The Eastern Jesus”, in “The New York Review of Books”, 24 ottobre,
In India da lungo tempo nei commentatori religiosi – oltre che, va aggiunto, nella persistenza del culto nestoriano in Kerala di cui in Arundhati Roy, “Il Dio delle piccole cose”. .In Corea del Sud e in Giappone come adesione popolare al cristianesimo nella fase postbellica di occidentalizzazione. E ora soprattutto in Cina, proprio fra gli Han, i cinesi-cinesi, il 92 per cento della popolazione, purché entro i limiti posti dal regime: adesione al Partito, disciplina, patriottismo, eccetera.  Con adattamenti altrove della figura di Cristo. Specie in India, dove viene spogliato della nascita virginale, nonché di comportamenti non-etici, quali mangiare la carne e il pesce.
È il motore del “progresso”, della storia-che-si-fa, prometeica?
Contemporaneamente è figura che si perde - stinge, evapora, si dimentica – in Occidente. In quello che si considerava il suo Occidente. 
È questo dellOccidente un affrancamento? Una involuzione? Stinge nell’intellettualità. Che per altro non brilla in questa fase in Occidente – ristagna, la mente come l’economia.

Masochismo - Il masochismo è la forma più dura di sadismo, inscalfibile. Un complesso di colpa che non ha complesso di colpa. O: dove il complesso di colpa si esprime – si esercita, infierisce -  liberamente, senza complessi, senza freni.

Nuovo – È il must di ogni bene intenzionato. Disfarsi del vecchio, pensare e agire “nuovo” – nuovo ha sostituto rivoluzione e rivoluzionario. Ma è approssimato, una mozione della volizione, senza più. Mentre resta vero che “pensare con chiarezza è il primo necessario passo verso la rigenerazione politica”, di G.Orwell, “La politica e la lingua inglese”.

Paternità – In desuetudine perché ingiusta? Nel rapporto padri-figli, secondo il detto notarile “le mort saisit le vif”, il morto entra in possesso del vivo, attraverso i beni che gli trasmette – e attraverso la memoria.
La maternità svolge questo ruolo in vita, con i figli maschi e – nell’antitesi – con le femmine.

Patriottismo – Non è reazionario: è argomentazione di Orwell in guerra, nel 1941, “Il leone e l’Unicorno”, ma con valenza più ampia. V. p.85. “Nessun rivoluzionario è mai stato un internazionalista”, scopre Orwell: l’internazionalismo della rivoluzione francese era imperialista. Lo stesso il bolscevismo, che sotto l’ombrello dell’internazionalismo schiavizzò mezza Europa. O del partito Comunista cinese, dal Tibet a Hong-Kong.
“Il patriottismo non ha niente a che fare col conservatorismo”, è l’argomento di Orwell: “è di fatto l’opposto del conservatorismo, poiché è la devozione a qualcosa che cambia in continuazione e tuttavia è sentito come misticamente lo stesso. È il ponte tra il futuro e il passato. Nessun rivoluzionario è mai stato internazionalista”.

Selfie – “Nevo narra Nevo, che romanzo!”, è entusiasta Piperno dell’ultimo libro del romanziere israeliano. La vita - presunta ovvio, propria o altrui , nel vecchio genere della biografia ora passato alle immagini (docufilm) – come romanzo. Narrazione. Storytelling. Parte dello “storione familiare” freudiano. Ma con una prospettiva accorciata, semplificata: Non l’occhio-memoria di uno su un  altro, ma su se stesso. Con un’accresciuta dunque implausibilità. La plausibilità è quella romanz-ata-esca, ma poi?
Niente mi sembra danneggi per sempre il ricordo di un uomo più dell’autocompiaciemnto. Anche quando si presenta nelle vesti della modestia” è riflessione di Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 39.

Storia – “La storiografia, seppur la confortino pergamene e decretali, brevi e brevetti, ceralacche e diplomi, è pur sempre una attività dello spirito: la pelle della pecora diplomatica, o il sasso della stele di Lione non impediscono Eràto di esser musa”, C.E.Gadda, “Divagazioni e garbuglio”, 101.
Ib.:”La storiografia presuppone una memoria, una percezione del nostro essere di genti o famiglie umane, che sia vasta e profonda al possibile. Dobbiamo vederci e sentirci consecuzione vivente di chi ha vissuto. E talora alcuno di nostra gente, quando si chiama Livio o Vergilio, rivive e risogna nell’attimo quella che è stata la tragica figurazione della storia”.
Id. p. 145: “Il senso del passato, inteso come necessario supporto della nostra efimera contribuzione  alla conoscenza, si manifesta operante negli spiriti più alti”: Platone, Virgilio, Dante, Michelangelo. Mentre “il verboso epinicio del futuro, per converso,  esplode come trombone in fiera e petardo dalla pseudo-epilessia  del dipoi accademico Filippo Tommaso Marinetti. Pim pùm pàm!” – “il futuro è garentito al limone”.
La storia è sedimentazione. Il futuro invece opinabile: tra il fuoco d’artificio e la trenodia – si è volentieri negromantici sul futuro. È una forma di scongiuro?

Tempo – C.E.Gadda ha “il ruminante tempo”, “Divagazioni e garbuglio”, 129.

Umanesimo – Si tende a farne, con intento celebrativo, un momento storico, meglio se italiano (nazionale), di cambiamento di ottica, dal celeste e soprannaturale, o religioso, al terreno e l’umano, ma altrettanto celestiale, dominato da impulsi di pace e di giustizia – dalla virtù. In identificazione con l’“Occidente”. In antitesi  con la modernizzazione benché anch’essa “occidentale” : il balzo in avanti, la tecnologia, l’indistinto o amorfo planetario, finanche di un postumano – di un Prometeo autodistruttivo. Mentre è un sostrato, il lievito attivo di ogni palingenesi, sia pure distruttiva – quanta distruzione nell’umanesimo classico, dei secoli successivi al Quattrocento, dell’umanesimo storico, fino a oggi, alle vecchie, vecchissime e sempre rinnovate guerre di religione.


zeulig@antiit.eu

Le visioni di Poe


Dei “Marginalia” che oggi farebbero una fama e una carriera. Diminutivi, come era nel carattere schivo di Poe – “il nonsense è il senso essenziale della Nota a margine”. Prose giornalistiche – recensioni e elzeviri - come note a margine, di una vasta biblioteca. Che Poe non possedeva, ma ne aveva la cultura.
Scriveva le note per bisogno, e anche per il piacere di “vedere con chiarezza il meccanismo di qualunque opera d’arte”. Con la chiave, forse, dei “terrori” narrativi per cui è famoso, quando spiega la sua capacità di memorizzare le “visioni” tra sonno e veglia, I sogni, la parte dei sogni, che si ricordano: “Sono in grado di passare di soprassalto da quel punto alla veglia – e di trasferire in tal modo il punto stesso nel regno della memoria – di trasmetterne le impressioni, o più esattamente le rimembranze, a una situazione ove io possa esaminarle con occhio analitico” – altrove annota: “Dal volume della Disperazione, rilegato in ferro”. 
Pasolini teneva un taccuino a portata di mano per segnare le “visioni” ai risvegli notturni. Lovecraft non mancava di segnarsi gli incubi. Poe riusciva a fissare le immagini che si accavvalano al punto del risveglio, del “sonno attivo o paradossale”, i cinque-quindici minuti della “fase Rem”, rapid eye movement.
È l’edizione Theoria del 1994, con la stessa traduzione, di Cristiana Mennella,  e con la sempre suggestiva “nota al margine” di Ottavio Fatica. Di cui in questo sito un suggerimento per la riedizione, due anni e mezzo fa:
Poe è letterato di sterminata erudizione e intuizione, in entrambe le “due culture”. È ben lui l’autore anche di “Eureka”, il poema in prosa che Valéry poteva dire ancipatore della teoria della relatività. A torto, ma a ragione era ben nel solco di quello che sarà il darwinismo, con annessa teoria del Big-Bang, del mondo che ha un iniziio e che è in evoluzione. Questi marginalia sono divaganti ma bien pondus.  
Edgar Allan Poe, Marginalia, Adelphi, pp.249 € 14

mercoledì 16 ottobre 2019

Problemi di base finali - 513

spock


“Perché gli uomini si aspettano in generale una fine del mondo” Kant?

“E, quand’anche si conceda loro questo, perché proprio una fine accompagnata (per la gran parte del genere umano) dal terrore”, Kant?”

Se la fine non ci fosse, sarebbe un dramma (teatro) senza senso, Kant?

Il terrore che accompagna questa certezza viene dall’opinione che la storia sia essa stessa senza senso, Kant?

È la storia senza senso?

Ma dove altro è il senso, se non glielo diamo noi?

La fine è sempre terribile, Kant?

Sperare è difficile, Kant?


spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (41)

Una serie di mostre si tiene a New York sul complottismo, quanto piace in America.
GoFundMe, il più grande sito di sottoscrizioni volontarie online, ha raccolto nel 2017, l’ultimo anno di cui dà i numeri, oltre 5 miliardi di dollari.  Attraverso sottoscrizioni molteplici, per ogni bisogno o evento, che in media non raccolgono duemila dollari ognuna. La richiesta di aiuto incontra mediamente la sottoscrizione di un paio di dozzine di donatori.
La maggiore raccolta singola di fondi su internet è stata per il muro al confine col Messico: 25 milioni a fine 2017.
 Licking è il nuovo hashtag social. Farsi leccare in viso dal cane - come da sua ambizione, ambizione di tutti i cani - è stata la (pre)occupazione estiva del celebrato “New Yorker”, il settimanale degli americani intelligenti. Che l’ha risolta rovesciandola: se e perché non leccare il cane - dato che farsi leccare dal cane è considerato pericoloso per la salute - con i relativi benefici, e il nessun costo, non affettivo.
Trump che abbandona l’alleato curdo, d’accordo con la Turchia, per facilitarne l’aggressione, è il minor titolo di obbrobrio nei media americani, pure tanto determinati contro il presidente in carica.
I media americani all’unisono criticano e tampinano Trump dove i servizi segreti vogliono, sulla Russia e ora sull’Ucraina. Non su altre possibili colpe, o torti, pure più facili da indagare: affari, tasse, stalking.

Gadda filologo beffardo

A Roma “oggi, senza la macchina è difficile vivere, ed io vivo difficilmente”. È il tenore di queste prose “disperse” fra i giornali, qualcuna ancora nei cassetti: recensioni di libri per lo più, e articoli, appunti. Sapide, lepide. Senza macchina sarà un pretesto per farsi imbarcare dagli amici – Parise ci ha scritto sopra pagine lepidissime, sapidissime – gratis, sempre con le note apprensioni per la velocità. Ma, certo, la macchina è un disturbo ai nervi, specie le serrande dei “garages” e “boxes”, nonché dei regolari, che partono invariabilmente alle cinque di mattina, Gadda dice alle tre, sbattendo lo sportello e dando rumorosamente gas – all’epoca non c’era l’accensione elettronica. 
Un Gadda com’era, colto e goliardico. Pettegolo il giusto - senza compiacimenti: dei trasporti della regina Anna, lultima Stuart, p
l'amica di Sarah Jennings poi duchessa di Marlborouh, e, a un giro del cuore, di Abigail Hill, poi lady Masham: due donne  politiche, sapeva prima della Favorita, il film di successo questo inverno di Yorgos Lanthimos. Di cultura robusta e approfondito uso di mondo, o esperienza, ma – per questo – leggero e giovanile, non il cumenda sulfureo, un po’ bolso, dei tardi agiografi. Un quarantenne che inizia una nuova vita, lontano dalla carriera di ingegnere e dalle cure familiari. Nel bisogno: lo pensa, lo reitera (collaborerà per questo nel dopoguerra, cinquantenne, anche col “Popolo”, il giornale della Dc, Leone Piccioni non potendogli proporre altro di “alimentare”). Con un’esperienza però, di mondi, di mondo, unitamente a quella della guerra al fronte e della prigionia, incomparabile con la domesticità dei nuovi compagni di merende ai caffè letterari. Per non dire della formazione, filosofica e letteraria prima che tecnica e scientifica, nei suoi piani di gioventù, anch’essa al di sopra della media, molto.
Ben cosciente di sé, del capitale accumulato: “Il convoluto Eraclito di via San Simpliciano”, il domicilio milanese, si fa dire da Pasquali. E della propria debolezza: recensendo nel 1946 i “Pensieri” di Devoto s’illumina al § 6 del cap. “Antefatto”, “Capri espiatori”,  “di cui particolarmente ringrazio l’Autore”, che “lumeggia la psicosi dell’addebitamento di colpa, il meccanismo di formazione dei miti (erroneamente) punitivi in seno alla collettività stanca, delirante, malata”.  
L’apologia manzoniana che apre la raccolta un po’ allontana: cerebrale, impositiva. Ma presto si riprende, già con le semplici recensioni giornalistiche, di Morand (“1900”), Arland (“Essais critiques”), il cugino Piero, Pierre Abraham, uno statistico di Balzac, pretesti al gaddismo puro – “Il modo dei modi è un mistero dei misteri, non meno che la causa delle cause”. Ironico e anzi beffardo volentieri, per la forza della logica – della cosa denudata, del dire senza già detto. Un volume perfino un po’ troppo denso.
Pieno di cose, naturalmente. Che riverberano sul fenomeno Gadda. C’è già nel 1932 la Brianza triste della “Cognizione del dolore”, nella recensione al cugino, eletto antifrastiscamente,  cioè ridotto, a cultore della Brianza (p.62): “Come specialista in fatto di Brianza intendo ed apprezzo quel pacato e malinconico lirismo gaddiano, che di là dai dolci pioppi d’Eupili avvolge il grigiore del Resegone”, con “la trombetta degli usseri nei chiari mattini” della caserma, “fragorosamente contrappuntato dalle campanone simplicianone”che interrompevano il sonno – “disciogliendosi ne’ loro sproloquî i bei sogni filosofici di mia primavera, fiorita di calcolo differenziale”.  Con una passione filologica dichiarata. Su Carlo Porta, riedito infine con acribia filologica da Isella. Su Goethe e il “Faust”: Goethe è uno Shakespeare infelice nel “Faust”, enfatico, di testa, e Gadda lo mostra leggendo in parallelo l’“Amleto”. Sulla lirica e metrica di Catullo, di pregno o coltivatissimo sedimento filologico: nell’ambientazione politica, del poeta come anticesariano preveggente, nello studio ritmico, e “per la religiosa catarsi del carme 34 (che inspira il Carmen saeculare di Orazio)”.  Sulle traduzioni in genere, su quelle del “Faust" e su quella di Manacorda. Su simbolo e allegoria. Sul senso religioso.
Con giudizi anche affilati. Non umorali, Gadda è professionale anche nelle recensioni: avvedute e spiegate. Di Quasimodo traduttore di Catullo in versi liberi, operazione che in privato dice “uno spasso!”, (p. 503), si limita a concludere: “Siamo grati al poeta del poetico esperimento”. Su Montale ritorna un paio di volte, superelogiativo (ma Montale era riservato nei suoi confronti, nota Liliana Orlandi, che ha curato la raccolta), come su Manzoni (la  seconda in polemica con Moravia) e su Bacchelli, incuriosito e forse irretito dal romanzo storico. Amichevole e lucido. Per “l’Aldo” soprattutto, Palazzeschi. Per Angioletti, suo nume tutelare in una lunga serie di occasioni, fino all’impiego provvidenziale, risolutivo, in Rai. E per Pasquali: amico e estimatore, l’autorevole filologo classico, che ama e apprezza la conversazione di Gadda come Gadda la sua, e lo conosce anche bene, se gli scrive, nel 1933: “Se una volta nella sua vita riuscisse a conseguire serenità e gioia, a esser meno malcontento almeno di sé…”.  Saldo cristiano, con Rensi e il suo “umanesimo cristiano”, secondo dopoguerra. Anche ottimo reporter, minuzioso, inventivo: la visita di palazzo Braschi, nella lunga epifania dell’“Aldo”, è una sorpresa dietro l’altra. O la visita ai “Quartieri suburbani”, 1955, per la “Civiltà delle macchine”. Anche serioso: gli è capitato di fare il relatore a un premio di poesia, Le Grazie, nel 1949, assegnato a Parronchi – ne approfitta per l’ennesima filippica contro Foscolo, in cui incarna il trombonismo dell’Ottocento, ma non si evita, qua e là, di apprezzarlo, per esempio come traduttore. Qualcosa ha da dire anche su Berto, Ungaretti in Spagna, Machiavelli comico, alcuni pittori (De Chirico, De Pisis, Crivelli - Il cetriolo del Crivelli, sì, col doppio senso). Perfino sulla questione Nord-Sud, da lombardista pre-leghista - senza la volgarità.
Liliana Orlando, che con Isella e Clelia Martignoni aveva raccolto trentanni fa per Garzanti in due volumi Saggi, giornali e favole” di Gadda già sistemati e pubblicati dallautore, facilita la lettura - e un po’ anche la rianima – con nutrienti note di contestualizzazione, lavorando sulla corrispondenza, le testimonianze, gli appunti, per lo più inediti.     
Carlo Emilio Gadda, Divagazioni e garbuglio, Adelphi, pp. 554 € 26

martedì 15 ottobre 2019

De Benedetti, il ritorno

De Benedetti che fa un’opa sull’azienda dei figli, l’editrice del gruppo La Repubblica-L’Espresso, merita la rilettura di un breve ritratto abbozzato su questo sito il 17 giugno 2011 - in parallelo con Berlusconi quando i due duellavano, due ex immobiliaristi. Anche per valutare i possibili sviluppi.

venerdì 17 giugno 2011I due duellanti – De Benedetti vs. Berlusconi
La sfida continua nei media. Anche in politica, per la verità. Con identico schema, se ci si rifà alla cosiddetta Prima Repubblica, quando gli schieramenti avevano senso. Dc con appoggio socialista Berlusconi, Dc con appoggio comunista De Benedetti. Berlusconi tra Andreotti (tenne fermo il governo contro la dimissione di cinque o sei ministri demitiani contro Berlusconi…) e Forlani, De Benedetti con De Mita - che impose a Scalfari e Caracciolo, quanto di più penitenziale per i due high tories - e Prodi.
In politica in astratto non c’è gara, De Benedetti non corre. Non personalmente. Persegue però con determinazione, da almeno trent’anni, il disegno di fare un centro-sinistra a guida centrista, che, bisogna concedergli, non è facile. È stato aiutato da Prodi in affari, nelle dismissioni Iri, e ha aiutato Prodi nelle vittorie elettorali – con un contributo che lui ritiene determinante, e probabilmente lo è stato. Ma essendo fortemente prevenuto contro gli ex Pci, D’Alema soprattutto e alla fine anche Veltroni, si trova sempre a metà strada. Una rivincita è ora dietro l’angolo, con la candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica fra due anni, alla quale De Benedetti è attivamente impegnato e che lo sparigliamento di Fini e Casini rende possibile – ma gli resta da convincere Bossi e, sotto sotto, anche Di Pietro.
La sfida vera tra duellanti resta però nei media. Non tanto sulla questione della proprietà. La controversia Cir-Fininvest è stata riaperta dal giudice, De Benedetti ne è rimasto sorpreso quanto Berlusconi. Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro. 
In materia di affari i due non si fanno fregare. La gara è sull’idea: su chi è migliore notabile - editore, padrone occhiuto di giornali e giornalisti, innovatore, padre della patria.
Berlusconi si conferma nelle ultime due consultazioni elettorali, per i Comuni e i referendum, irrimediabilmente antimedia: non capisce nemmeno i segnali evidenti. Pur facendosi forte dei suoi sondaggi. Conferma cioè che è un fenomeno politico antimediatico, e questo potrebbe addurre a suo vantaggio: che è al di fuori dell’opinione pubblica, o populismo che dir si voglia. È padrone dei media, di una parte consistente di essi, ma non li usa o non li sa usare. Per fare soldi sì ma non per fare opinione. E quando l’opinione è netta non la cavalca: si potrebbe dirlo un uomo di principi invece che un opportunista.
Particolarmente significativa è l’insensibilità che Berlusconi esibisce sulla sconfitta di Milano, che è a tutti gli effetti una catastrofe. Anche perché il sindaco e la giunta sono stati i migliori degli ultimi vent’anni. Anche Napoli è una sconfitta, che era una città già conquistata e senza difese. Berlusconi ha capitalizzato sulla voglia di cambiare, di rompere con la morsa del compromesso, e degli interessi costituiti che il compromesso difende. Ma non ha saputo cambiare, e forse non poteva perché il paese non glielo consente – che ora se ne fa beffe. Il paese che è da vent’anni nient’altro che Milano, la sua città, l’establishment di Milano, la parte “migliore”, l’arcivescovado e le banche, che ora rincorrono scopertamente l’ipotesi neoguelfa, della nuova Dc. Il re dei media è il più grande Antipatico e Antipatizzante che sia stato dato vedere in tv – non fosse per l’aspetto burla che la sua maschera sottintende ma non è vero.
È pur vero che Berlusconi re dei media lo è: lui lo pensa, lo vuole. La verità è dunque doppia. E ha un doppio fondo nascosto. Uno è che Berlusconi non fa l’opinione, ma si lascia fare dall’opinione – non fa l’agenda ma la recepisce. L’altro è che si lascia fare da un’opinione contraria – apparentemente contraria? È l’opposizione, non il supposto re dei media, che fa l’agenda in Italia. Quasi ogni giorno con rinnovata verve, e sempre ultimativa: il Grande Centro di Fini e Casini, quello di Montezemolo e Della Valle, quello di Tabacci e Montezemolo, la sfiducia, Zappadu, le minorenni, le escort, il lodo Mondadori, la Carfagna, la Mussolini, e i tanti ministri che gli fanno le scarpe, Alfano, Tremonti, Gianni Letta. Quasi mai un tema è imposto da Berlusconi. Che al contrario non se ne fa scappare nessuno dell’opposizione.
Volendo razionalizzare, questa opinione gli è contraria solo in apparenza: gli consente cioè di governare non governando. Che nel suo caso vuol dire impedire la funzione di governo: catturarlo, farselo prigioniero, per impedirne il funzionamento. Ci sono delle cose che vanno, che sono sempre andate nei suoi due governi – il primo gli fu impedito da Scalfaro. L’adeguamento dei conti pubblici ai parametri dell’euro, per esempio, della stabilità monetaria. La lotta alla mafia, condotta con freddezza, come un dover essere, come deve uno Stato. Il contrasto dell’immigrazione clandestina, che è un malaffare prima che un’opera di carità come dicono i monsignori. Qualcuno (per esempio D’Alema, Napolitano) potrebbe aggiungervi le guerre, la risposta pronta agli appelli degli Stati uniti. Anche la legge Biagi, ma già suo malgrado, e forse senza nemmeno sapere di che si trattava (di stabilizzare il lavoro precario). Ma tutte le cose di cui l’Italia aveva e ha bisogno, che sempre promette, non le ha mai avviate: la giustizia, una delle massime diseconomie dell’Italia; un fisco almeno semplificato, dato che non si può ridurlo; una legge sulla concorrenza che apra un po’ il mercato, alla legalità e gli investimenti esteri; le opere pubbliche (la Milano-Lione, l’Alta Velocità con la Svizzera, il Ponte sullo Stretto, la variante di valico); le leggi sulla bioetica.
Ma sui media come business, la televisione, i giornali, i libri, Berlusconi non ha sbagliato mai un colpo. Mentre è sui media che De Benedetti più soffre di stare indietro a Berlusconi. Senza gelosia: ha offerto a Berlusconi di fare parte dell’ambizioso progetto CdbWebTech, e Berlusconi si lasciò sedurre dall’idea d fare soldi con la rete – salvo defilarsi saggiamente al momento di metterci i soldi veri (fece al rivale un elegante portage pubblicitario). Berlusconi è riuscito in tutto, sa fare perfino i periodici, che per De Benedetti e gli altri editori sono zavorra. Ma soprattutto ha avuto la sua idea: la pubblicità. Un mercato che ha “creato” (trent’anni fa lo portò in pochi mesi da mille a diecimila miliardi l’anno), facendolo fruttare sugli “spazi” gratuiti delle frequenze e dell’Auditel.
De Benedetti, che poteva aver trovato la sua idea nella telefonia mobile, viste le applicazioni che essa oggi consente, anche nel mercato pubblicitario, non ha resistito alla tentazione del superguadagno immediato. Poi, sono ormai una dozzina d’anni, ha puntato sul web. S’informa, anticipa, investe (poco), dapprima con Kataweb, di cui voleva fare una delle famose start-up dot.com, ma non ci riuscì, poi con CdbWebtech, anch’essa virtualmente fallita, ora con “Repubblica” online. Con i tanti progetti di far pagare la lettura, ma coi soli (magri) introiti della pubblicità. E una serie di stati di crisi che hanno minacciato l’integrità patrimoniale dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.
E' attesa ad horas – è in ritardo già di un paio di mesi – la decisione della Corte d’appello di Milano sul processo Cir-Fininvest per la Mondadori. Si sa già che la sentenza non sarà decisiva, e che la partita sarà decisa in Cassazione, quindi fuori di Milano. Come si sa che la Corte d’Appello non darà ragione alla Fininvest, pur riducendo la penale rispetto al primo grado, quando il giudice monocratico le comminò un’ammenda di 750 milioni di euro – alla corte d’Appello è stato “autorevolmente” suggerito (la giustizia a Milano e in Italia si fa così) di ridurre la penale di 250 milioni. Non sarà dunque l’ultimo atto, e probabilmente nemmeno il penultimo, di un “mano a mano” come si diceva nelle corride, di una sfida di bravura fra Berlusconi (Fininvest) e De Benedetti (Cir). Che si rispettano personalmente, ma se le danno senza esclusione di colpi da cinquant’anni, non appena possono. Con De Benedetti, bisogna dire, che rincorre Berlusconi, finora più bravo e più fortunato – più ricco non si sa, essendo De Benedetti da tempo residente fiscalmente in Svizzera.
Sembrano diversi, ma molto hanno in comune. La ripubblicazione recente di Mandeville, “La favola delle api”, il teorico dei “vizi privati pubbliche virtù”, con prefazione di Carlo De Benedetti, meglio sarebbe attagliata, si è detto, a Silvio Berlusconi. Coetanei, De Benedetti del 1934, Berlusconi del 1936, figli di famiglie di media fortuna, l’hanno tentata in proprio comprando e vendendo immobili, la tappa tradizionale per chi ha talento ma non capitali, negli anni del boom. Con pari successo. Poi però Berlusconi le ha indovinate tutte o quasi, De Benedetti le ha fallite tutte o quasi.

Berlusconi s’è fatto imprenditore, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità, infine nell’editoria, tre settori dove ha sempre guadagnato – non ha mai licenziato nessuno (il che, nelle logiche milanesi, è un caso unico e forse un miracolo). Carlo De Benedetti pure è partito con l’immobiliare – comprare la mattina a dieci e rivendere nel pomeriggio a cento. Nel 1972 col fratello Franco rilevò l’immobiliare Gilardini, che fu trasformata in holding, di attività soprattutto automotive. Fu un successo, che portò Carlo alla guida degli industriali piemontesi nel 1975 e nel 1976 in Fiat, con una quota in cambio del gruppo Gilardini, e l’incarico di amministratore delegato – i rapporti erano buoni con gli Agnelli, di cui i De Benedetti erano stati inquilini a lungo, e per l’amicizia di Carlo col coetaneo Umberto, compagni di scuola al ginnasio. Poi passò alla finanza, con esiti alterni. Ha fallito la scalata a Société Générale, alla Sme e a Mondadori, nonché alla Fiat, l’episodio forse più increscioso, dove già in novanta giorni era riuscito a operare contro gli Agnelli che l’avevano nominato amministratore delegato – e per questo era stato licenziato bruscamente. Dove è riuscito c’è l’ombra dell’usura: nel Banco Ambrosiano di Calvi, e nell’acquisto del gruppo L’Espresso-Repubblica, con evizione di Scalfari. O della speculazione: l’acquisto-vendita di Buitoni, e l’acquisto-vendita di Omnitel-Vodafone - qui a ottimo prezzo, con un guadagno netto in pochi mesi di tredicimila miliardi di lire del 1996, ma la licenza Omnitel aveva avuto con una serie d’incontri, anche conviviali, con Berlusconi e i suoi collaboratori a palazzo Chigi sul finire del 1994, qualche giorno prima di “segarlo” con i suoi giornali. Dappertutto De Benedetti ha seminato licenziamenti, e quando ha tentato l’imprenditoria, alla Olivetti, è finito addirittura in un fallimento.



Il complotto

Succede di scrivere un blog in cui si parla di ebrei e di massoni. Blogger si rifiuta di pubblicarlo. Dopo vari tentativi si scopre che non c’è più la linea. E non è possibile ristabilire il contatto.Non fuzniona neppure il cellulare, dando segnali bizzarri - sei offline, ma anche non registrato sulla rete. 
Il sito è stato appena visitato da Israele con duemila contatti in un giorno, più di tutti i contatti di questo sito povero. L’incursione è periodica di origine israeliana, e la cosa quindi si fa inquietante. 
Non funziona neanche il telefono fisso, se non i numeri locali: non si può chiamare fuori dalla piccola comunità nella quale si risiede. Questo dentro casa. Il cellulare fuori casa prende, anche sul terrazzo. Quindi non è il campo. C’è tutto per un complotto – il complotto “giudaico-massonico”?
Ma uscendo si scopre che la piccola comunità non è nuova a improvvise interruzioni del collegamento internet. 

Ombre - 483

De Benedetti dopo Caprotti, Luciano Benetton, Del Vecchio: i (vecchi) padri si riprendono le  aziende che avevano legato ai figli.Troppi casi per essere “casi”: l’Italia è un paese bloccato, anche generazionalmente. Non per colpa dei vecchi, dato che al ritorno sono meglio dei giovani.
È un mutamento culturale, di specie?

Putin che interviene in Siria, “al posto degli americani”, per salvare i Curdi da Erdogan dice tutto su America First e sulla Nato.  Che si tiene salda con la Turchia e quindi con una dittatura. Anche in questa guerra di aggressione, pura, senza alcuna giustificazione.

L’Occidente fa ancora gruppo con le sanzioni, a carico di Putin, di questo e di quello, ma in nome di che?

S’impone all’emozione popolare un atleta kenyano che ha corso la maratona sotto le due ore. Una corsa spettacolo, nulla di sportivo, con squadre di “lepri” alternate, disposte ad ali davanti al maratoneta, per tagliargli l’aria, con pause e accelerazioni cronometrate in anticipo. Organizzata da una ditta mediatica, a fini promozionali – abbondantemente pagata dalla pubblicità.

Si fanno festival, meeting, met-up e sit-in come assise politiche, di partito. Del dibattito come comizio, imbonitore. È la modernità del mercato, del commercio – della politica come qualcosa d a vendere. Ma senza dichiarazioni di conformità, valori nutrizionali, indicazioni di provenienza, con fatturazioni e Iva pagata: un commercio fraudolento.

A difesa di Bibbiano, del “sistema” degli affidi forzosi, Michele Sera porta “la notizia che il Tribunale dei minori di Bologna, dopo un’indagine interna, ha accertato di avere respinto in 85 casi su 100 la richiesta di affido avanzata dagli assistenti sociali della Val d’Esa”. Cioè, ha confermato che il sistema esisteva.

Erdogan usa in Siria, contro i curdi siriani, i ribelli a Assad. La democrazia è difficile in Medio Oriente.

Il sunnita Erdogan mobilita in Siria i “ribelli” sunniti contro il regime alauita-sciita. Il Medio Oriente è anche semplice, basta non parlare di democrazia. Le guerre vi sono tribali. Come dice Trump.

In un paese candidato alla Unione Europa, la Trchia, il regime del popolo dà la caccia al curdo, carcera i giornalisti, impone il velo alle donne, che non lo usavano da tre generazioni. Sarà pure un governo democratico, cioè eletto. Ma di una concezione democratica aliena.

“Materassi in chiesa per 250 migranti, L’accoglienza secondo don Biancalani”, il parroco di Pistoia. Per il quale il problema dell’accoglienza sono i materassi.
La chiesa, che sa tutto dell’Africa e dei migranti, nonché del business dell’accoglienza, non potrebbe contribuire a un po’ di verità?

Coi letti a castello in chiesa, “molti parrocchiani”, dice don Biancalani, “se ne sono andati”. Forse era stanco di confessare. Sempre le solite turpitudini – avrà voluto cambiare campana.

Saldo il governo giallorosso appena varato a Roma, che si autocelebra. Eccetto che nel Lazio, dove c’è Roma, e i 5 Stell

e vorrebbero sfiduciare Zingaretti, il segretario del Pd che è anche presidente della Regione e non ha maggioranza.

Una Marystella Polanco, che dopo aver prosperato sul babbeo Berlusconi prospera con la Procura di Milano, a corto di argomenti spiega che anche Putin era parte delle “cene eleganti” di Arcore. La Procura di Milano come la signora Polanco, questa sì è giustizia.

Non si può celebrare Leonardo a Parigi: i giudici del Veneto stabiliscono che non si può prestare al Louvre un disegno di Leonardo, in cambio l’anno venturo del prestito di un Raffaello. Sono giudici autarchici.
Che c’entrano i giudici con Leonardo?

Si è “scoperto” infine, grazie alle Iene, quello che a Roma tutti sanno da un paio d’anni, che gli appaltatori della raccolta dell’immondizia non raccolgono l’immondizia. I media romani, che ci tengono informati su ogni nuovo carretto dei Tredicine, nn se n’erano accorti.

Appaltatori dell’Ama, l’azienda municipale dei rifiuti a Roma, sono le quattro ditte che, avendo perso l’appalto nel 2013 a favore di Buzzi e le cooperative della 29 giugno, lo avevano denunciato per corruzione. Trovando corrivo il capo della Procura di Roma, il siciliano Pignatone, che non vedeva l’ora di far sbarcare la mafia nella capitale. 

Si annunciano a Malta accordi sugli immigrati che si sa che, a Berlino e Vienna, non saranno onorati. Tutto pur di non andare a fondo sull’immigrazione forzata dell’Africa. Che pire non è lontana. La politica si accontenta di rituali, I media pure, questo governo è il loro. Ma pure i vescovi: per il vecchio vezzo dell’ipocrisia?

I sentimenti lasciati alle scene

Racconto autunnale, sommesso, dell’autunno della vita, di una Grande Attrice. Che per la pubblicazione delle sue memorie vuole rivedere la figlia che non ha mai accudito. Mentre gira un film in cui recita la parte della nonna – sempre estranea – in una vicenda di tre generazioni.
Un film anche sulla solitudine – egotismo – dell’attore. La Grande Attrice è una che, quando si lascia andare ai ricordi con la figlia, si impedisce di “sprecare un’emozione”, le emozioni vanno tenute in serbo per la recitazione. Ma niente di speciale, nemmeno in questo.
La stessa scenografia è contenuta: un set cinematografico minuscolo, e due o tre ambienti domestici. Ma è il modo di raccontare di Kore-eta, “il Cechov” del cinema. Accattivante.
Il regista giapponese, invitato costante al festival di Cannes, ha voluto reciprocare con un film girato a Parigi, e un tributo a Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Ma le parti femminili più vivaci sono delle cointerpreti, le “figlie” del film-dentro-il-film, Clémentine Grenier e Manon Clavel.
In originale è “La verité”, lo stesso titolo del celeberrimo film di Clouzot con Brigitte Bardot nel 1960. Ma è tutt’altro genere: sceneggiato dallo stesso Kore-eta come una commedia borghese da teatro boulevardier. Molto parlato, con molti caratteristi.
Hirokazu Kore-eta, Le verità

lunedì 14 ottobre 2019

Il mondo com'è (385)

astolfo

Classe media – Va alla sparizione, si va assottigliando, è la conclusione apparentemente evidente, ovvia, delle analisi della società post-industriale. Ma vale ancora l’analisi che Orwell ne faceva nel 1940-41, in “Il leone e l’unicorno: socialismo e il genio inglese”, a proposito dell’Inghilterra in guerra: molti tratti sì riscontrano oggi, benché in altro contesto tecnico e nazionale (globale). Gli argomenti sono essenzialmente uno: la classe media cresce col miglioramento tecnico, anche se a reddito in calo. “Per quanto ingiustamente una società si organizzi, di certi miglioramenti non può che beneficiare l’intera comunità, perché molti beni sono necessariamente tenuti in comune” – a quel tempo le strade, l’elettricità, l’acqua potabile, la polizia. Come oggi potrebbero essere il wi-fi, e gli stessi social.

Etiopia – Il Nobel per la pace ad Abiy ha fatto fiorire numerose apologie dell’Etiopia, una sorta di paradiso in erra. Proiettato a un futuro immediato di grande potenza. Con i soldi della Cina, eccetera. Mentre è uno dei paesi più problematici della problematica Africa. Con una popolazione cresciuta di colpo da 35 milioni, ancora nel 1985, a 110. Non molto unita - ora non più che ai tempi in cui l’Italia vi si era introdotta - con novanta lingue diverse. Con comunicazioni disagevoli. Al centro dell’area più povera e disastrata dell’Africa: Somalia, Eritrea, Gibuti, Sudan, Sud Sudan – con l’esclusione del Kenya, paese con cui ha però pochi o nulli contatti. L’alfabetizzazione, malgrado fosse al centro del governo militare-comunista del Derg, 1975-1990, è ferma al 40 per cento. Il pil pro capite, a 800 dollari, la pone dietro perfino all’impoverita Eritrea del dittatore Afewerki.
Abiy, ch viene dai servii segreti, propone anche l’immagine di un’Etiopia verde, nella quale personalmente ha piantato milioni di alberi. M l’Etiopia, dove peraltro per fattori climatici la vegetazione stenta, è da tempo minacciata dalla deforestazione: si brucia per coltivare, e si taglia per le esigenze domestiche.

Globalizzazione – Ha rivoluzionato il mondo, moltiplicando il reddito, e linquinamento. In breve tempo, nei trent’anni da Tienamnen, 1987. Dall’apertura Usa alle esportazioni cinesi, malgrado l’ordinamento comunista e totalitario della Repubblica popolare. Per accordi automaticamente estesi all’India e a ogni altra zona produttrice del globo. 
Dal 1990 al 2018 l’Onu certifica una riduzione della “povertà assoluta” dal 40 al 10 per cento della popolazione mondiale. Con una crescita del 20 percento dell’età media – per effetto del crollo della mortalità infantile. È parallelamente esploso anche l’inquinamento, malgrado il contenimento dei rifiuti e delle emissioni di CO2 negli Stati Uniti e in Europa, che erano i maggiori responsabili delleffetto serra. Nei trent’anni l’economia americana è raddoppiata di valore, ma le emissioni nocive si sono ridotte del 10 per cento. L’Europa le ha ridotte del 20 per cento. La Cina le ha moltiplicate per cinque, ed è oggi il maggiore inquinatore del mondo, di gran lunga, più di Europa e Stati Uniti messi assieme. La più grossa concentrazione di plastiche in mare è nel Pacifico. E il maggiore sversamento è di reti di pescatori: la Cina ne scarica per 3,5 milioni di tonnellate, l’Indonesia 1,3, e a seguire le Filippine e il Vietnam. Lungo le coste americane questi sversamenti hanno ammontato a 0,7 milioni di tonnellate. Nel Mediterraneo il maggior sversatore di reti da pesca è l’Egitto, con 0.4 milioni di tonnellate. Dei dieci fiumi maggiori inquinatori, di plastiche e rifiuti solidi, e di sostanze liquide, otto sono asiatici. Più il Nilo e il Niger.

Miracolo nazista – Fascismo e nazismo, due casi riusciti di programmazione dell’economia li dice Orwell, in “Il leone e l’unicorno”, il saggio del 1941 in cui celebra la resistenza inglese e prospetta il socialismo come carta vincente nella stessa guerra. Vincente, a suo parere, se prende dall’Italia e dalla Germania la sostanziale nazionalizzazione dell’economia. In cui la proprietà resta privata ma l’istituzione pubblica è prevalente, e anzi risolutiva. Il nazifascismo è “irreconciliabilmente diverso” dal socialismo: questo “da per scontata l’uguaglianza dei diritti umani”, all’opposto del nazifascismo, “la forza dirigente dietro il movimento nazista è la convinzione dell’ineguaglianza umana”. Ma la sua “è una forma di capitalismo che prende a prestito dal socialismo le caratteristiche che lo rendono efficiente”. E non dispersivo. “La proprietà non è mai stata abolita, ci sono padroni e lavoratori”, ma “lo Stato è in controllo di tutto: controlla investimenti, materie prime, tassi d’interesse, orari lavorativi, salari. A capo delle fabbriche c’è sempre il padrone, ma agli effetti pratici è ridotto allo status di manager”.
In particolare in Germania, nella Germania allora di Hitler, e in un’economia di guerra, “ognuno è in effetti un dipendente pubblico, anche se i salari variano molto. L’efficienza di un tale sistema, l’eliminazione degli sprechi e dei colli di bottiglia, è ovvia. In sette anni ha messo su la più potente macchina da guerra che il mondo abbia conosciuto”.

Patto Hitler-Stalin – Ebbe parte rilevante nella vittoria della Germania nei primi due anni della seconda guerra mondiale. Fino a che Hitler non decise di attaccare l’Unione Sovietica, con l’Operazione Barbarossa il 22 giugno del 1941.
Non influì nella cosiddetta Battaglia d’Inghilterra, luglio-novembre 1941, nella quale Hitler ebbe dalla sua solo l’opinione conservatrice inglese, una parte di essa, che però si tenne salda nella posizione nazionale, di difesa sotto l’attacco. Ma non le classi lavoratrici, per l’inesistenza in Gran Bretagna di un partito Comunista. Questo fu il caso invece nel continente, in Belgio, in Olanda, e soprattutto in Francia: la guerra fu sentita come un conflitto di classe più che nazionale, in un primo momento, prima del’occupazione. In Francia la condiscendenza perdurò a lungo dopo l’occupazione – che in un primo tempo fu blanda.
In Francia il partito Comunista aveva attuato un sabotaggio passivo dello sforzo di guerra, che fu perduta in poco tempo. A giugno 1940 la Francia aveva già capitolato, costringendo le truppe inglese a una difficilissima ritira tata da Dunkerque. Dopo una drôle de guerre , una guerra per finta. E subì il primo anno di occupazione senza opporre resistenza. Il patto Ribbentrop-Molotov “L’Umanité”, il giornale del partito Comunista francese, aveva salutato in rosso a tutta pagina: “Hitler et Staline sauvent la paix”.
Si ragionava anche in Europa tra 1940 e 1941, a partire da Parigi, sulle debolezze della democrazia, anche in confronto al totalitarismo. Sul presupposto che la società nazista non fosse peggiore di quella capitalistica. E che la vittoria contro Hitler, ammesso che la Gran Bretagna riuscisse in questa impresa impossibile, sarebbe stata la vittoria dei ricchi e potenti - l’impero britannico, i Lord, la City. 

Ucraina – La lotta civile in corso da ormai cinque anni è di opposte corruzioni più che di fazioni: nessun governo, anche quelli voluti dalle varie rivoluzioni, “arancione”, di Mejdan, eccetera, dopo la liberazione dall’Urss è andato esente da corruzione in grande stile.
L’Ucraina è miseria e alcolismo in molte narrazioni storiche. E di politica intesa come corruzione, in grande stile, da una parte (ucraina propriamente detta) e dall’altra (russa). Miseria e alcolismo trovavano i soldati italiani che combattevano sotto la bandiera austro-ungarica nel 1914. Lo stesso ci ha trovato Paolo Rumiz un secolo dopo (“Come cavalli che dormono in piedi”), attratto dalla rivolta di piazza Mejdan a Kiev nel 2014: solo le donne lavorano, gli uomini bevono, fanno politica e rubano, “che è per loro la stessa cosa”.


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