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martedì 21 maggio 2019

Secondi pensieri - 386

zeulig


Alberi – Tronchi solidi ma di natura femminea? È ipotesi del giovane Pirandello, in una breve poesia del “Taccuino segreto” (p.199): “Fusti d’acacia giovane, di dense\ chiome, indolenti al vento s’abbandonano\  che par debba spezzarli; e invece godono\ femmineamente di sentirsi aprire\ e scomporre così le chiome, e volgono\ il vento elastici flessibili\ in moto d’onda, in vortice di nuvole…”.
È l’aspetto forse più singolare (identificativo) della specie. Assente nel repertorio che Alain Corbin ne ha redatto, “La douceur de l’ombre. L’arbre, source d’émotion de l’Antiquité a nos Jours” -dell’albero mezzo di scrittura:
http://www.antiit.com/2015/05/quante-emozioni-sotto-lalbero.html?m=0  “nonché scrittura esso stesso: testimone fisico e metafisico, degli eventi naturali e della stessa storia, come e forse più dei mammiferi, per quanto intelligenti e memoriali. Metamorfico, metempsicotico, durevole. L’idea più approssimata nel reale alla resurrezione e all’eterno”:  “L’albero evoca più la rigenerazione-resurrezione che la morte”.

Decadenza – Si accompagna all’attivismo, alla febbrilità. Paul Veyne, “Le «Leggi» di Platone e la realtà”,  stabilisce che la filosofia e la storia antiche legano il vitalismo alla decadenza. E l’antinomia lega alla consistenza vacua dello stile di vita occidentale: “Il volontarismo pervade tutto ciò che la società greca e romana vuole essere. Esiste un’osses­sione greco-romana della virilità. I Greci e i Romani, quando hanno l’incubo del crollo definitivo delle città, sognano questa catastrofe come una decomposizione dei muscoli sociali. E di se stessi che hanno paura. E gli oppositori si comportano in mo­do analogo. Da Platone a san Girolamo ci sono stati uomini che si sentivano in esilio nella società reale, della quale avvertivano il cattivo funzionamento: trascorrevano giornate tristi”.

Dio – È artigiano, è pensato come tale. Lo scopre Wittgenstein nel diario di Skjolden (in “Movimenti del pensiero”), a conclusione di lunghe pagine di riflessione in tema: “È curioso che si dica che Dio ha creato il mondo e non: Dio crea continuamente il mondo” Si risponde: “Si viene fuorviati dalla similitudine dell’artigiano”, che fa la scarpa, un lavoro compiuto, che dura per qualche tempo. Mentre la creazione non può che essere continua: “Perché mai deve essere più grande il miracolo che il mondo  ha iniziato a essere, rispetto al fatto che continui a essere?” E: “Se si pensa Dio come creatore, la conservazione dell’universo non deve essere un miracolo altrettanto grande della sua creazione - anzi non sono entrambe una cosa sola?” .

Identità – È di fatto molteplice, non singolare. Per Pirandello e, oggi, Jumpha Lahiri – l’identità è materia letteraria? Sì, si rispondeva von Hofmannstahl già un secolo fa, poco meno, nel 1926, a scongiuro contro il rozzo nazionalismo etnico. Singolarizza per decisione o scelta, ma è in sé composita. Per il singolo e per l’insieme. Sul piano psicologico ma anche materiale, compreso il linguistico – si parla e si scrive in molteplici maniere la stessa lingua. Si vuole unitaria-univoca per opposizione, sempre sul piano sia psicologico che sociale, ma subito dopo si fraziona o divide. È un coacervo, di dati e anche di pulsioni – quindi instabile.

È riferimento dilagante in opposizione all’insicurezza: un baluardo, ma semplificato, come rimedio a uno stato febbrile, morboso, per eventi improvvisi e ingovernati. È – può essere – quindi terapeutica, una sorta di autoanalisi, come di chi va  dallo psicoterapeuta per “ricostituirsi” – un ricostituente. Ma instabile, come è delle analisi terapeutiche - preconcetta, avventurosa, anche limitativa. Oppure è una parola d’ordine, un chivalà. E quindi un progetto politico.
L’esistenza non si circoscrive, e in sé non si finalizza. Se non appunto come strumento, come accorgimento a un fine pratico, immediato, selettivo. .     

Inferno – Nasce come diga al crimine. Nella sintesi di Cicerone all’ultima delle “Catilinarie”: “C. Cesare ritiene che gli dei immortali non abbiano creato la morte come castigo ma come legge di natura e riposo dalle fati­che e dai dolori, e perciò i saggi non l’hanno affrontata con rilut­tanza, i forti spesso persino con gioia; la prigione, al contrario, e tanto più quella a vita, è stata inventata come castigo eccezionale per i delitti più esecrandi. E questa la ragione per la quale i nostri padri, al fine di infondere terrore ai malviventi durante la vita, vollero che dopo la morte i malvagi soffrissero supplizi sempiter­ni, poiché sapevano o che se non ve ne fossero stati la morte in sé non faceva paura”.

Marxismo democratico – Trascurato dagli studi per un secolo ormai, prima dalla censura del Diamat, il comunismo sovietico, poi, da Praga al crollo del Muro, dalla censura di ogni comunismo, ha avuto negli anni 1930 un minimo diritto di cittadinanza. In antitesi ai fascismi. A opera specialmente di un comunista viennese, Otto Maschl, che negli ani 1930, in fuga dalla Mosca staliniana a Parigi, adotterà lo pseudonimo di Lucien Laurat, e finirà per scrivere durante l’occupazione tedesca per riviste collaborazioniste. Gli studi di Laurat sulla proposta di Rosa Luxemburg – riuniti in inglese nel 1940 sotto il titolo “Marxism and Democracy”, non tradotti in italiano (né se ne trova traccia in Althusser, Bobbio, Colletti e altri che hanno indagato nella stessa direzione) – vanno oltre la critica del leninismo, alla quale Luxemburg è confinata, per aprire alla funzione di governo e all’interattività istituzioni-pubblico: la democrazia cresce dall’interazione tra le forze di governo che non si concepiscono come semplici detentrici del potere, e le masse che via via la stessa funzione di governo illumina e convoglia alla gestione collettiva.

Postmoderno – Si prolunga nella citazione di citazioni. Prolifera, estenuato, nel Millennio, dopo ave governato fine Novecento.  Nelle arti figurative, al cinema e in letteratura, replicando il pastiche in serie. il rifacimento di rifacimenti. Il postmoderno propriamente detto si dilettava di citazioni, ora si è alla citazione di citazioni. Si parodia Sergio Leone, che parodiava il western americano. Si rifà, si riscrive, il modello è la copia.

Progresso – Non è una freccia, si sa, ma non è nemmeno una marcia in avanti. Anzi, è più una melassa. Non necessariamente in surplace, ma pasticciato e da sceverare – una melassa di buono e cattivo. È una scelta, del giudizio, non una cosa o un fatto. Qualsiai novità (miglioramento, sviluppo) è suscettibile di applicazione dannosa o retrograda. Di più e peggio avviene (è possibile) in materia umanistica: di dritti, politici e no, di doveri, di male, di bene, di giusto e ingiusto, opportuno e inopportuno.


zeulig@antiit.eu

Festa per Leonardo

Per il cinquecentenario una festa, un volume da sfogliare con beneficio dell’occhio e della mente. Con i contributi di Cacciari, autore ora di un “Saggio sull’umanesimo. La mente inquieta”, e Sgarbi. E il recupero di articoli d’epoca dei settimanali Rizzoli, di quando il giornalismo era cosa seria, insieme con elaborati nuovi. Facendo strame del “Codice da Vinci” naturalmente, che pure ha reso miliardari Dan Brown e i suoi editori – Leonardo “tira” molto.
Le “macchine” celebrate non funzionano, scopriva Franco Bordieri su “L’Europeo” nel 1983 – ma le idee sono tutte buone, il principio del (mancato) funzionamento. Alcune ancora da inventare, come “la città sull’acqua”, che i nuovi Navigli, spiega Salvatore Gianella, potrebbero realizzare a Milano. Un uomo di visione. Un poeta della scienza, inventore ardito, fantasioso  – compresi gli esperimenti di pitture (affreschi) a perdere. 
Un genio solitario, da bambino, figlio non voluto, e poi sempre, dappertutto dove visse, a Firenze, Roma, Milano, Parigi. Stranamente insensibile al fascino del sesso, scopriva Emilio Radius nel 1952, sempre su “L’Europeo”: “Dipingeva maschi grotteschi e signore trascendenti”, asessuate – “ma nei suoi magnifici ritratti femminili si riflette un’infinita tenerezza”.
Utile la guida di Valeria Palumbo e Luca Zanini, sui luoghi di Leonardo: posti tutti per qualche verso affascinanti.
“Oggi”, I segreti di Leonardo, pp.122 ill. € 4,90

lunedì 20 maggio 2019

I dolori di Grillo

Si assiste allo spettacolo di Grillo in teatro con disagio. Non fa ridere, e già per questo è malinconico. Lo è suo malgrado probabilmente. E per motivi suoi probabilmente. Ma è come se anche lui fosse sbalordito dalla realtà che stiamo vivendo, che è quella che lui ha creato, coi “vaffa” e con la rete. Un mondo volgare, di piccoli arrivisti. Superficiali, incapaci, corrotti.
Uno che vive a Roma subisce a ogni passo tanta pochezza come un pugno nell’occhio, senza difesa possibile.  Imposta da una ragazza forse più incapace che cattiva, che comunque presiede senza scrupoli una banda di malfattori. Piccoli, rubano le migliaia non i milioni, ma sfrontati:  gli sfioramenti sullo stadio dell’As Roma, e sugli altri impianti o attività dello sport, le carriere dei vigili urbani (ora hanno più pensione se fanno più multe…), gli speculatori dei bassi e i piani terra, a favore dei quali si decretano a raffica nefaste isole pedonali. In un’atmosfera di ladrocinio concitato.
Fuori dalla fogna mefitica della sindacatura capitolina, se uno riesce ad alzare lo sguardo, non trova se non piccoli maneggioni di una vecchissima politica. Che si fanno belli sperperando il denaro pubblico: sussidi, pensioni, posti. I contribuenti – le gente che alvora – gravando per questo di nuove tasse e altri debiti. Non un euro di investimento, non un programma, nemmeno una promessa. Piccola gente, piccolo Grillo.

L’anno del Napoli

Se sono già partite le scommesse per l’anno prossimo, è facile vincere, anche se alla parità: sarà l’anno del Napoli - basta che la squadra non venga smantellata in estate. Tutte le altre concorrenti si sono smantellate da sole, nel nome del calcio-business. Ridotto alla rincorsa ai veti o quaranta milioni di quota nelle coppe europee. E alla compravendita degli atleti, per lucrare sulle fatturazioni, sulle  commissioni a osservatori, agenti e promotori.
Si smantellano la Roma, l’Inter e il Milan. Si smantella la Juventus, che pure vinceva senza sforzo. Allenatori nuovi, moduli nuovi,  giocatori nuovi, c’è nel calcio la stessa corsa insensata al “nuovo” che ha portato al voto politico l’anno scorso. Al non sperimentato, al meglio vergine. Basta che non sia vecchio, anche se funziona.

Il calcio aziendale

Lacrime finte ancora ieri a Torino attorno alla Juventus, col padrone Agnelli da un lato, l’allenatore Allegri dall’altro, la squadra, sempre furba, di ipocrisia quasi luciferina, e i tifosi, che avevano pagato per poter piangere. Di un calcio cioè che è solo, quando lo è, un business. Piccolo, micragnoso. Almeno nell’accezione torinese - o più probabilmente italiana, confluendo questo tipo di sport nello stato nazionale di derelizione.
Si dice il calcio sempre più aziendale, come lo vuole Agnelli. Ma allora con una diferenza. Che in Italia l’aziendalismo si vuole ed è micragnoso, ragionieristico – salvo sforare i bilanci, come lo stesso Agnelli fa, lui di centinaia di milioni. Non sa investire, non sa creare. E distrugge anzi il patrimonio. Non sa creare miti, o sogni, che sono la vera materia dello sport, dell’agonismo.
Altrove questo potenziale è al contrario sostenuto – si chiama marketing, ma allora intelligente. È il caso soprattutto delle squadre britanniche, che hanno un seguito enorme, con ricadute cospicue  sui bilanci, in Asia, fra le grandi masse, ma anche in Africa e perfino in America Latina. Cosa di cui il calcio italiano non si cura. Ha saputo creare dei miti in passato, ma a sua insaputa, e ora nel calcio ragionieristico è solo applicato a distruggerlo.
Il Milan aveva un enorme seguito con i tre olandesi e Sacchi e non ha saputo stabilizzarlo, non se ne è curato. La Juventus, che ha “creato” John Charles, Boniperti, Platini, lo aveva in Del Piero, popolarissimo in Asia, e l’ha cacciato – Del Piero come altri benchmark, Buffon, Pirlo, oggi Allegri.

L’Italia ignorante

Lo studio di Pagnoncelli sull’“Italia ignorante”, anzi stupida, è stato criticato da questo sito venerdì come incompleto. Nella parte fondamentale: chi è il sarto, che taglia l’abito di questa Italia fuori misura? Meglio ancora: chi è il maestro di questa “classe” di ignoranti? Sottolineando il ruolo mancato o fuorviante dei media, che sono poi i veicoli dell’opinione pubblica: televisione, giornali, sondaggi, libri, che indirizzano l’opinione fingendo di esprimerla -  “obiettivamente”: ipocrisia solo italiana, ma indistruttibile.
Una semplice mancanza si potrebbe aggiungere che rileva e sconquassa la buona opinione che Pagnoncelli e i media danno di se stessi: l’assenza di ogni criterio di giudizio, che non sia pregiudizio. Media che hanno dato un contributo sostanziale, continuano a darlo, allo squartamento, al disossamento, dell’Italia. Con la lotta alla corruzione nel nome di più corrotti – affaristi, giudici. Alla casta nel nome degli intoccabili – giornalisti, giudici. Alla libertà d’opinione nel nome  dell’antifascismo. Perfino all’antimafia, non si può dire nel nome della mafia ma praticamente sì.
Fanno la morale, pontefici della pubblica opinione, personaggi che hanno mandato un avviso di garanzia falso a Berlusconi alla vigilia di un impegno internazionale.  E poi mille, o duemila, plotoni della Guardia di Finanza, a giorni alterni, a perquisirlo. Difendere Berlusconi è difficile, ma l’Italia che lo avversa è migliore? Berlusconi è stato solo un falso scopo, come si dice in artiglieria: puntare un obiettivo per tirare altrove, sull’opinione pubblica., sul voto degli italiani.
Il falso scopo
Siamo vissuti per venticinque e passa anni, trenta ormai, nell’inganno. A opera di chi? Dei “migliori” giornali e giornalisti, e dei migliori giudici: della migliore opinione pubblica. Di chi è la colpa?   
Pagnoncelli forse non ricorda, ma non ci vuole molta memoria. Tutto è cominciato con l’avvento di Mani Pulite, che ha segnato il passaggio dell’Italia sotto la ferula di Milano, i suoi affarucci, al coperto dei suoi editori. A opera di giudici fascisti, o picisti, o corrotti, non ce n’era uno buono – ce n’era uno perfino dei servizi segreti. Sotto la guida di un andreottiano. Uno, il più invadente e milanesizzato di tutti, aveva appartamenti in comodato in centro città dalle banche per i suoi cari. E si era fatto “prestare” cento milioni da un indagato che aveva mandato in prigione – al quale li aveva  restituiti, diceva, in biglietti, in una scatola da scarpe. Una banda che decretò colpevoli di corruzione solo i socialisti, i liberali e i repubblicani, con la Dc non andreottiana.
Si dice una giustizia politica ma è farle un complimento, anche se la giustizia politica è il vero fascismo. È una giustizia corrotta, anche nel senso proprio: dei soldi, delle carriere, dei posti.
Non c’è stata più verità da allora. Ma che colpa ne ha l’Italia?

I dolori del non più giovane Pedro

Almodovar rinasce, dopo una lunga afasia, tra crisi creativa e ipocondria, che deriva verso la depressione. In una sorta di racconto di formazione, alla Werther, che però non è il Pedro giovane ma quello maturo.
Non Almodovar, è Banderas che rinasce. Che però tutto lascia supporre sia lo stesso Almodoar, compresa la sopravvivenza col tiro di eroina. Esce dal guscio finalmente con un paio di amici, che s’incaricano di metterne in scena l’ultimo atto, e con i ricordi della madre e quindi dell’infanzia, incluso il primo desiderio sessuale che lo invade bambino al punto da stordirlo.  Resusciterà con un copione, che intitola “Il desiderio” – “La legge del desiderio” è il primo film, trent’anni fa, della trilogia selfie di Almodovar, che questo dovrebbe aver concluso.
Il consueto melodramma di Almodovar, con meno scherzi e più malinconia, e resurrezione finale. Un racconto lineare, gradevole.  Scandito questa volta senza scarti né agudezas. Il personaggio, dice Almodovar presentando il film, che è tutto suo, ne è anche soggettista e sceneggiatore, è in realtà Banderas, che se ne è impadronito e lo ha imposto, giorno per giorno, sul set e allo stesso autore. È verosimile. Banderas gioca il personaggio curiosamente col solo sguardo, tra spento e sottilmente ironico.
Come Moretti
Altrettanto curiosi sono, per uno spettatore italiano, i calchi. Sul fondo di una canzone di Mina 21961, “Come sinfonia”. Penelope Cruz, la madre giovane del protagonista, è in tutto Sofia Loren - eccetto che nella presenza fisica. Mentre Nanni Moretti è dappertutto, specie con “Caro Dario” e “Mia madre”. Ultimi di una serie di calchi, vicendevoli?, di due registi quasi coetanei (sì come autori di film), che vanno forse in parallelo, ma Moretti con più autonomia: il “gruppo” (gli amici-attori, a lungo trademark di Moretti), le fisse, l’amicizia, l’infanzia, la solitudine nella grande rete, convulsa, dei rapporti umani e di lavoro, al limite della misantropia. In un racconto sempre in soggettiva - si dice oggi del selfie per sintesi, con un termine in voga, ma la soggettiva è semrpe stata la loro forma espressiva. Anche il tono narrativo è similare, semiserio. E lo schema evocativo: la scoperta (lo sguardo da bambino), l’intromettenza nelle vite degli altri – i coprotagomisti e gli stessi spettatori - e gli sdegni teatrali.
Pedro Almodovar, Dolor y Gloria

domenica 19 maggio 2019

Il mondo com'è (375)

astolfo


Agenti russe – Si moltiplicano le gentildonne russe che traggono eminenti occidentali, politici o affaristi, a mali passi: Anna Chapman, Maria Butina, Natalia Veselnitskaja. Generalmente, in questi ultimi anni, negli Stati Uniti. Ora anche alle Baleari, dove una “Aljana Makharova” ha sputtanato mezzo governo austriaco. Generalmente bionde, ma non necessariamente: Chapman è “la rossa”, Veselnitskaja è mora. Ma non sono una novità, dame russe hanno infioretto il Novecento, a Londra, Berlino e Parigi, in proprio o accanto a personaggi illustri, negli anni del sovietismo. In quegli nni, però, non con gli uomini d’affari, le relazioni d’affari erano interrotte, ma con gli intellettuali.
Le agenti più famose sono state Christa Wolf a Berlino Est e Julia Kristeva in Bulgaria e a Parigi - moglie di Philippe Sollers e animatrice di “L’Infini”, la rivista dell’editore Gallimard. Mentre resta da accertare il ruolo di Elsa Triolet, moglie di Aragon e scrittrice in proprio - Triolet per un precedente matrimonio, di suo Elsa Kagan, sorella di Lilja Brik.
Lilja Brik fu una collaboratrice stretta di Stalin, una allumeuse addetta alla sorveglianza di Majakovskij e altri letterati. Majakovskij fu sempre sorvegliatissimo. Nei movimenti, e anche negli innamoramenti. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York decise di recarsi a Parigi e rimettersi col poeta, Lilja l’anticipò, promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata.
Catturata presto dai servizi russi, come Lilja Brik, e come lei molto influente fu la baronessa Budber, Marja Ignat’evna Zakrevskaja detta “Moura”. Alle calcagna come segretaria di Gor’kij a Sorrento, di cui, al momento del rientro nell’Urss, trafugherà gli archivi. Poi sposa a Londra, con lo stesso incarico, di H.G.Wells.
Fu probabile sposa-spia la moglie di Artur London, il leader comunista cecoslovacco coinvolto nel 1952 nei processi a Praga – poi riabilitato. E si sospetta pure la moglie del filosofo Lukáks – che pure le faceva l’amore ogni giorno, metodico, dopo pranzo. La sposa spia (anche la fidanzata spia è quasi un trademark sovietico. Molto chiacchierata è stata pure “gala”, Elena Dmitrievna Ianovna D’jakonova, moglie o amante di Paul Éluard, il poeta, di Max Ernst e di Dalì.
La figura dell’“infiltrata” è a volte mediata: una non-russa manovrata da un agente russo. È il caso della moglie dello scrittore tedesco Uwe Johnson, Elisabeth, che lo portò al suicidio: la moglie lo tradiva nel senso che lo spiava, riferendone a un agente cecoslovacco che agiva per conto del Kgb russo.

Birra\vino – Fanno le due Europa, più che la differenza fra Europa latina e Europa nordica. Il Medio Evo tedesco da primato, di Alberto Magno e Hildegarda, le cattedrali e i mistici, Adamo di Brema, Ugo di san Vittore, Wolfram di Eschenbach, Cesario di Heisterbach, era della Germania del vino. Della Mosella, che Ausonio ha cantato, il poeta di Bordeaux. La Mosella è, era, la Germania più romanizzata, col Sud Tirolo ora italiano: ci facevano il vino - si fa poesia col vino, si filosofa con la birra? Vandelberto, abate di Prün, sempre area del vino, versificò il calendario, come Francis Jammes.
L’Europa che non trova radici ne avrebbe due consolidate, per mentalità e linguaggi, l’area del vino e quella della birra. Prima delle monarchie e degli Stati nazional-monarchici, la vite univa Francia e Germania.

Paolo Rumiz, “Il filo infinito”, 67, mescola i due piani: “Il cristianesimo conquistò il mondo anche col vino, e naturalmente con la birra”. La birra è diventata cosa del Nord perché il luppolo è più resistente ai freddi della vite. Ma, insiste, Rumiz, anch’essa viene dal Sud: “La birra non è affatto cosa del Nord, la storia è tutta diversa”. La birra “sbarca in Europa attraverso la Calabria, grazie ai monaci copti d’Egitto, risale la Penisola dall’abbazia di san Francesco da Paola che ne aveva codificato la ricetta, segue la dorsale appenninica. Inonda la Padania lasciando tracce di schiuma sui baffoni dei Longobardi, per poi valicare le Alpi e dissetare le masse carolingie a est e a ovest del Reno, diventare Oktoberfest tra i tedeschi…” .

Bosnia - Il Reggimento di Fanteria Bosniaca, col fez, portò a lungo rovine su tutto il fronte italiano, dalle Dolomiti all’Isonzo.

Demografia – Non si fanno figli in Italia da mezzo secolo, per effetto della “riforma” fiscale, la legge Visentini. Che la famiglia ha disintegrato e abbattuto. Al suo varo, la famiglia italiana si calcolò che veniva a pagare sul reddito un’imposta che era tredici volte quella della famiglia tedesca, e sette volte quella francese.
La riforma che porta il nome del laico Visentini fu tuttavia varata e anzi promossa, nel 1974, dalla Democrazia Cristiana allora in auge, col governo Moro-La Malfa. E dal Vaticano. Che, via la Corte Costituzionale da loro espressa, hanno stabilito essere l’individuo e non la famiglia l’unità patrimoniale. Un passo gigantesco contro il matrimonio. Si apriva anche la corsa alle separazioni, e ai patti matrimoniali ostativi.
Una riforma che costituisce anche un caso per la polemica sul capitalismo: se l’individuo è privilegiato in ambito protestante o non di più in ambito cattolico.

Nestoriani – Cristiani ormai praticamente scomparsi, per persecuzioni, emigrazione, più o meno forzata, e stallo demografico, dalla Siria e dall’Iraq. Dove erano una comunità di alcuni milioni di fedeli un secolo fa, legalmente riconosciuta e politicamente rappresentata, ora ridotti a 1-1,1 milioni. Dei quali 600 mila o poco più caldei e 5-600 mila assiri. Osteggiati da tutti, arabi, persiani, turchi e curdi, e dispersi: in India i più (si ritrovano nel famoso romanzo di Arundhati Roy, “Il Dio delle piccole cose”), e nel Nord America, fra Stati Uniti e Canada.
Organizzati come una tribù, avevano a capo un arcivescovo ereditario, il Catholicos. Mar Shi’mun XXIII, terz’ultimo arcivescovo in carica, lo divenne un secolo fa, nel 1920, a undici anni. Succedeva a uno zio ucciso durante il genocidio assiro in Turchia. Ma presto fu espulso dall’Iraq, nel 1933. Si rifugiò a Cipro, dapprima, e nel 1940 negli Stati Uniti. Dove è stato assassinato nel 1975, da un correligionario per dissidi tribali.
Il successore dell’ultimo Mar Shi’mun è stato eletto. Anch’esso però appartenente a una linea ereditaria di vescovi-patriarchi, i Dinkha: Mar Dinkha IV, vescovo di Urmia e poi arcivescovo di Teheran. A Dinkha IV, morto nel 2015, è succeduto il metropolita di Baghdad Mar Gewargis III - mar è siriaco classico per “signore”, in uso per i santi e i vescovi.
Nella versione caldea, sono particolarmente devoti della Madonna. Sotto il titolo, spesso,Nostra Signora della Buona Morte.

Russia - “La Russia ha bisogno di perestrojka e di glasnost” è di Alessandro Herzen, metà Ottocento.
astolfo@antiit.eu

L'impero delle donne

Una mostra itinerante di grande successo, a Parigi e nelle capitali dellEst. Su un imperatore romano un po stinto, anche se allargò è stabilizzò l'impero, specie le Gallie. È dotò Roma, oltre che Lione, la sua città, di acquedotti e edifici pubblici.
Una sorta di controcontestazione sulla direttrice Torino-Lione? I curatori sono gente d'arte, ma lironia è nei fatti: molto di buono può venire da Lione... La mostra è in realtà sulle donne che attorniarono Claudio, tutte per qualche verso eccezionali: Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia è il sottotitolo.
Claudio imperatore, Museo dell'Ara Pacis, Roma

sabato 18 maggio 2019

Problemi di base - 487

spock


Perché il laicismo ha a cuore – si fa per dire – solo il cristianesimo?

L’islam è moneta corrente?

“L’algoritmo nasce maschilista”, “Sette”?

“La povertà si sconfigge dando potere alle donne”, Melinda Gates?

“Le donne hanno un marcia in più, e sono più organizzate”, Carlotta Giorgi, madre di cinque figli, ricercatrice, capo di una équipe di sole donne?.

I giustizialisti più accaniti sono in Italia militanti contro la pena di morte - i boia contro la pena di morte?

L’alternativa è Salvini o Di Maio?


spock@antiit.eu

Arriva l’orda, spalanchiamo le porte

“L’intolleranza più tremenda è quella dei poveri, che sono le prime vittime della differenza. Non c’è razzismo tra i ricchi. I ricchi hanno prodotto, se mai, le dottrine del razzismo; ma i poveri ne producono la pratica, ben più pericolosa”. Tutto vero e non: i ricchi alla Eco forse non sono razzisti, mentre i poveri-poveri hanno altro cui pensare – e la “differenza” non si penserebbe che faccia vittime, piace più che impaurire. Eco sa sollevare la questione, acuto come sempre e bonario, ma confuso. Apocalittico e integrato.
Quattro interventi sono qui raccolti. Due scritti apparsi nella raccolta del 1997, “Cinque scritti morali” (“Quando entra in scena l’altro” e “Migrazioni, tolleranza e intollerabile”, sulle “migrazioni nel terzo millennio”), e due conferenze pronunciate all’estero e non tradotte. Quella di Nimega, il 7 maggio 2012, alla premiazione con la medaglia commemorative della pace di Nimega, intesa come primo trattato di pace europeo, nel 1678-79, una serie di trattati in realtà, dove Eco fu presentato come “vero europeo” dal sindaco Dijkstra, fa una utile distinzione, importante, tra immigrazione e migrazione. Quella di individui, che accettano e fanno proprie le regole del paese che li accoglie, questa di orde o popoli, che fanno l’opposto, “radicalmente trasformano la cultura del territorio che hanno invaso”.
Sul che fare invece subentra la confusione. Nel caso dell’Europa al volgere del Millennio, Eco il fenomeno dice di migrazione: “Il Terzo Mondo bussa alle porte dell’Europa, e entrerà anche se l’Europa non è d’accordo”. L’Europa sarà presto “un continente multirazziale”. Una tesi contestabile, sul piano demografico e territoriale, ma possibile. Subito poi però confonde i piani, dell’analista (storico, demografo, demologo) col profeta o politico. Col paraocchi del politicamente corretto. “Nei prossimi anni ogni città europea sarà come New York o come alcuni paesi latino americani”. Cioè mista, di differenti popoli e culture, che “coabitano sulla base di alcune leggi in comune e di una comune lingua franca, che ogni gruppo parla insufficientemente bene”, ma ognuno separato dagli altri. Si direbbe un’analisi negativa. Tanto più che le orde porteranno fondamentalismi: “Nel corso di un tale processo di migrazione gli europei dovranno fronteggiare nuove forme di fondamentalismo, espresso da differenti culture e religione”. Ma non c’è rimedio. Il rimedio è di accettare tutto, divisioni, fondamentalismi e dispetti reciproci. Assurdo - New York funziona in un paese integrato, altro che se integrato: identitario.
Sempre in questa conferenza, Eco introduce – senza citare Popper – il problema dei limiti alla tolleranza che Popper ha posto in “La società aperta e i suoi nemici”: se l’intolleranza sia da tollerare. L’intolleranza dice naturale: “L’intolleranza ha radici biologiche”, negli animali si esprime come territorialità, nel bambino è spontanea, eccetera. La tolleranza va insegnata, se non come accettazione, almeno come conoscenza della differenza. Ma con un limite. Anzi due. La tolleranza non si estende all’intolleranza. E non deve finire in relativismo: tolleranza “non significa che dobbiamo accettare ogni visione del mondo e fare del relativismo etico la nuova religione europea”.  Senza limiti però all’immigrazione, o migrazione.  
A Eco piacevano i manifesti, l’intervento giorno per giorno, l’impegno intellettuale. E l’uso dei suoi scritti come manifesti -  questi sul razzismo dopo quelli sul fascismo “eterno” - non gli sarebbe dispiaciuto. Ma allora come giornalismo di retroguardia, da talk-show: parole semplici, temi semplificati. Col vezzo, benché fosse conciliante di natura, all’opportunismo che ne deriva – molcire il pubblico. Al secondo punto del breve scritto sulle “migrazioni del terzo millennio”, un intervento a un convegno francese, dice – diceva a marzo del 1997: “Trovo più pericolosa l’intolleranza della Lega italiana che quella del Front National di Le Pen. Le Pen ha ancora dietro di sé dei chierici che hanno tradito, mentre Bossi non ha nulla, salvo pulsioni selvagge”. Ma Bossi, ora Salvini, non aveva e ha dietro Milano e la Lombardia – mentre Le Pen padre era razzista professo?
Umberto Eco, Migrazioni e intolleranza, La Nave di Teseo, pp. 71 € 7

venerdì 17 maggio 2019

Presenze

Le presenze sono conformazioni massicce, ingombranti. Cumuli che si gonfiano, fanno valanga, e la realtà spingono verso il rigurgito. Ma ci sono presenze sottili, nervature, che non avvertite fanno la realtà.

L’ignoranza degli italiani e il maestro Pagnoncelli

Pagnoncelli prende le misura dell’opinione pubblica. Cosa vede l’opinione pubblica, dove va l’opinione pubblica sono i due temi del suo saggio. In Italia, beninteso. La risposta è che non va da nessuna parte, ignorante e incontinente. Se non a cozzare su montagne di scemenze e bugie, che ingurgita bulimica e scriteriata.
Quanti sono gli immigrati, quanti i bamboccioni, quanti i disoccupati, o gli obesi. Peggio per le cose più remote: la crescita, o decrescita, demografica, le donne in politica, le connessioni a internet, l’andamento del pil, cioè della ricchezza. Su qualsiasi cosa le idee sono strampalate. Non c’è fatto o evento che gli italiani sappiano, o perlomeno percepiscano, nella misura e nel modo giusti. Fin nella pratica della religioni sono confusi, e naturalmente sulla vita nei campi, che ancora ci sono.
Gli italiani sono incompetenti e stupidi. Non c’è cosa su cui abbiano una mezza idea giusta. Credono a qualsiasi cosa, e preferibilmente a quella sbagliata. Superano perfino gli americani nella credulità. Questa la sintesi di Pagnoncclli nel risvolto: “Un’indagine condotta in 33 Paesi su un campione di oltre 25 mila individui consente di misurare le percezioni dei cittadini su aspetti sociali, demografici ed economici. Le discrepanze tra percezione e realtà consentono di creare un «indice di ignoranza» che classifica i Paesi in relazione allo scollamento tra percezione e realtà. E l’Italia questa volta vince, è il primo paese del mondo, il più credulone di tutti, prima degli Stati Uniti, per credenza nelle cose sbagliate”.
Non è vero, ma ammettiamo che sia vero. Manca l’essenziale: il perché, uno qualsiasi. La realtà su misura degli italiani” è il sottotitolo. E il sarto? Manca il sarto, in questa disamina dell’opinione pubblica. Meritoria perché il tema da noi è negletto, la nostra scienza politica è al riguardo cieca o sdegnosa. A differenza che in altri paesi, negli Stati Uniti a partire da Walter Lippmann un secolo fa, e in Germania da Heidegger, Marcuse, Habermas. Ma poi Pagnoncelli non fa passi avanti, e anzi ne fa curiosamente a gambero, più di uno.
Opinione pubblica
Si può dire l’opinione pubblica ciò che l’elettore sa e pensa. È in questo senso che essa è la cerniera della vita democratica. Ne è il fulcro, ciò che le dà senso e forza. È per questo che è necessario sapere chi la conforma, come e per quali esiti, su quali presupposti. La sua formazione è il problema fondamentale dell’opinione pubblica.
Trascurare la formazione dell’opinione riporta Pagnoncelli alla stessa soglia dei nostri scienziati politici. I quali non vi si cimentano per un motivo non segreto: nessuno si vuole “inimicare” i media. Perché una critica dell’opinione pubblica sarebbe – dovrebbe essere – una critica dei media, non dei lettori\spettatori, che ne sono le vittime. Gli italiani non sanno, perché non sanno dove sapere. Anche ammettendo che l’opinione pubblica sia la “gestione del consenso”, come vuole Pagnoncelli.
La cosa curiosa è che Pagnoncelli, pure sensibile e simpatico, è contestabile sul suo stesso terreno. Gli italiani sono volubili, dice. Sono contraddittori – vogliono una cosa e il contrario. E queste sono facezie sociologiche. Che forse fanno giornalismo, ma non buono. È il limite dei giornalisti di complemento. Quelli che, come Pagnoncelli, scrivono per i giornali come specialisti, e quindi si ritengono autorevoli, senza però i vincoli redazionali che soli fanno il buon giornalismo: l’accuratezza, l’affidabilità, le fonti sicure. Vive di sondaggi, e non ci dice che la risposta è a metà nella domanda. Se uno mi domanda: la popolazione carceraria in Italia è di immigrati al 30, al 50 o al 70 per cento, e io rispondo al 50, sono un cretino (sono al 40)? Ed è uno scandalo che gli immigrati siano detti in Italia uno su quattro mentre sono uno su dieci, se il sondaggio si fa tra la popolazione urbana, specie quella che lavora e quindi prende i mezzi pubblici? E perché la discrepanza sarebbe segno di razzismo, ignoranza, stupidità?
Sindrome leghista
Il mite Pagnoncelli è severo, incattivito. Succede a Milano, la sociologia vi è molto soggettiva – la sindrome leghista. Del resto, si capisce chiaro benché non detto, è col suo compaesano Salvini che ce l’ha. Nell’ambito della faida ambrosiana, si può rilevare che s’intende l’opinione pubblica un’interazione di obiettivi e convincimenti con segno positivo, per un di più e non un meno, di libertà e opportunità. Ma è anche vero che il populismo, che invece marcia in senso contrario, viene incontro ad aspettative frustrate, non le suscita né le stimola. Non sono Grillo o Salvini che mettono in discussione l’euro e l’Europa, sono l’euro e l’Europa che suscitano e alimentano i Grillo e i Salvini, almeno per questo aspetto. Non è Trump che mette in discussione la globalizzazione, è la globalizzazione che mette in discussione se stessa, avendo suscitato per metà del mondo, lo stesso Occidente che l’ha promossa, un arretramento del livello di vita, e anche del reddito, della stragrande maggioranza della sua popolazione, un impoverimento generale, con pratiche in troppi casi non regolari, di protezionismi mascherati e di dumping. Per non dire degli effetti collaterali, sempre della globalizzazione, che sempre la stragrande maggioranza finisce per pagare, direttamente o indirettamente: i carissimi raid finanziari, ora anche sulle banche, le superretribuzioni di tutte le posizioni costituite, manageriali e istituzionali (in Italia alcune migliaia di posizioni nella Funzione Pubblica), l’impunità del crimine economico, e quindi la corruzione endemica, sistemica.

Fin qui la filippica di Pagnoncelli si può dire cosa loro, di Milano. Il più però resta da fare, nel suo ambito di ricerche.
L’italiano in realtà è molto critico. Si può anche dire troppo. E più smagato dei suoi concittadini europei, molto di più, troppo. Pagnoncelli è mai stato, col suo sondaggio a 14, in Germania, in Olanda, in Belgio, nella stessa Francia sorella? I media vi sono un minimo più informativi. E ci sono ancora partiti che mediano i media. Ma l’“opinione pubblica” come la intende lui, i mood e i sentiment dell’“uomo della strada”?  
Adesso conta la vociferazione? Sì. Dell’italiano razzista. Mentre non lo è – Pagnoncelli è stato in Germania, etc., fuori Chiasso? Pur non essendo stato preparato al bisogno di immigrazione, da una parte (migranti) e dall’altra (Sistema Italia). E pur essendo agli inizi e per due decenni, quando l’immigrazione ha preso piede in Italia, esposto alla parte peggiore di questa: prostituzione, femminile e maschile, spaccio e, nell’accezione migliore, commercio ambulante abusivo, magari di prodotti di Napoli, oltre ai galeotti balcanici liberati dal comunismo, in Albania, Bosnia, Serbia e altrove.
L’italiano non sopravvaluta i bamboccioni – qualche ministro sì, ma non l’“italiano medio”. E emigra volentieri, anche solo per curiosità o per uscire dalla famiglia – fa una “fuga di cervelli” quando serve a fare cronaca di (bella) gioventù che prospera a Manchester o Düsseldorf, o altro paradiso transalpino. Ma è inutile rivedere il tutto, della vociferazione purtroppo Pagnoncelli è parte.
Nando Pagnoncclli, La penisola che non c’è, Mondadori, pp. 128, ril. € 17

giovedì 16 maggio 2019

Ombre - 463


Naturalmente è solo casuale, anzi dovuta, la moltiplicazione di inchieste giudiziarie prima del voto. Di Roma ora, oltre che di Milano, e della Corte dei Conti. Di quest’ultima anzi un utile risveglio, poiché per il resto del tempo sonnecchia, sopra i suoi lauti stipendi.
E naturalmente non è un caso che arresti e “avvisi di garanzia” siano a carico della destra, perché è la destra che è corrotta. Ora. A febbraio del 2018 era corrotto il Pd.

C’è però una differenza oggi: niente inchieste sui 5 Stelle al governo. E quelle aperte, con ipotesi di reato solide e semmai ritardatarie, messe a dormire. E qui una ragione c’è: bisogna preparare un governo del Pd con i 5 Stelle. I giudici sono equilibrati e vogliono questo, un governo 5 Stelle-Pd.

Il centro-sinistra che si prepara non sarà a guida grillina, come tocca per i numeri in Parlamento? Ma con Di Maio presidente del consiglio la corsia è riservata al Pd per l’eutanasia, i giudici non hanno giudizio.


Tre arresti a Legnano, di sindaco, vice-sindaco e capo degli imprenditori, per l’assunzione di una figlia, che peraltro ne aveva i titoli, in un paese in cui gli assassini restano a piede libero, dice chiaro di che giustizia si tratta. Dirla politica, che pure è un’infamia, è un complimento.

Uno vede, frastornato dai processi politici, la giudice sostituta procuratrice di Legnano, fresca di parrucchiere, visagiste, manicure, che si recita allo specchio, e se era tentato da Salvini ma aveva riserve, le scioglie inavvertitamente, all’istante, anche malgrado se stesso. I giudici sono come Scalfari, dove s’attaccano la pianta muore.

Rai 1 riesce a immiserire pure la festa per la Coppa Italia, di cui ha pagato l’esclusiva, con una storia di rigore, se c’era o non c’era. Di cui non interessa nulla a nessuno. Con Paolo Rossi, l’unico atleta in studio, in un angolo, smarrito, dopo vani tentativi di parlare di calcio. È il solito raiume, una malattia, una perversione?

Quelli che hanno eliminato nelle competizioni la Juventus hanno poi fatto una brutta fine, l’Atalanta ora dopo l’Ajax. Succede nello sport, si dice. Ma è lo schema e l’effetto del Davide contro Golia: l’avversario preminente e dominante moltiplica le energie – intelligenza, volontà, applicazione.

La ministra Trenta, ex Alleanza Nazionale ora 5 Stelle, ex capitano pro forma dell’Esercito (una contabile col grado di capitano), e per questo ministra della Difesa, si complimenta con la Marina per un intervento che la Marina non ha fatto. La ministra corre sul web come è d’obbligo per il suo partito? Corre da sola? Non ha un-a segretario-a che faccia una telefonata? E quando va alla Nato?

Pagnoncelli mette l’Italia al primo posto, tra i quattordici migliori paesi occidentali, quanto a stupidità. In un libro, “L’Italia che non c’è”, di cui confida il succo al “Corriere della sera”. “Coltiviamo,”, dice, “idee o numeri falsi su povertà, crimine e immigrati”. Ma chi pianta il seme? L’opinione pubblica non si forma, viene formata – Pagnoncelli non se lo chiede, il giornale  nemmeno.

Un cardinale nel seminterrato di uno stabile occupato per dissigillare i contatori della luce è una bella notizia. La disobbedienza civile fatta dai potenti. È proprio un caso di “non c’è più religione”.

Lo stabile occupato che il cardinale libera è di fronte a san Giovanni in Laterano. Ospita 400 persone, organizzate con molti esercizi pubblici: discoteca, ristorante, birrificio, teatro falegnameria. E ha da tempo in programma un rave. Non è che non può, non vuole pagare la bolletta.  

Non applaudiva uno su venti nella platea di Santa Cecilia sabato al concerto. Benché con l’orchestra in spolvero, e col maestro Pappano suonasse una violinista bella, brava e famosa, Lisa Batiashvili. Al primo tempo. Al secondo tempo, la “Sheherazade” galoppante di Rimsky-Korsakov, la platea si è sciolta, un delirio. È che il primo tempo Pappano ha introdotto con una dedica ai diritti civili, “forte anche dell’esperienza di migrazione della mia famiglia”, e a “chi non ha”.

Le platee a Roma sono parche: a teatro a ai concerti applaude al più uno su cinque, quando proprio la soddisfazione è massima. Ma il silenzio al primo tempo del concerto, sabato a Santa Cecilia, appena coperto dalle gallerie, era fragoroso.

Tiepido perfino al primo tempo il ringraziamento al bis. Al quale Pappano ha impegnato anche l’orchestra, insieme con Lisa Batiashvili, per un buonissimo, toccante, movimento, detto “Lamento per la pace”, della “Sinfonia dal Nuovo Mondo”.

“Sono un cittadino interessato al lavoro, al verde, alla sicurezza. Auspico che la mia città generi ricchezza da investire in infrastrutture e servizi”. L’avvocato James Pallotta, proprietario assenteista dell’ As Roma, lancia questo tweet-bombing dei romanisti sul Campidoglio per “lo stadio subito”. Nel mentre che smobilita la squadra. Pallotta è unicamente interessato al business stadio.

Tweet e tweet-bombing saranno stati approntati per Pallotta a Madison Avenue, da apposita agenzia di pubblicità, ma per lo stadio della Roma sono agli arresti in molti, anche dei 5 Stelle: E la stessa sindaca Raggi è sotto inchiesta – ha disposto da sola la variante che sarà necessaria per rendere edificabile l'area agricola, senza sentire il consiglio comunale. A Roma tutto è possibile?

La Fiat vende Magneti Marelli e, invece di destinare il ricavato a investimenti, per esempio nell’elettrico, nel quale è indietro, paga un superdividendo straordinario. Essenzialmente all’azionista Exor, cioè alla “famiglia” Agnelli. Marchionne sarà stato un parentesi, torna la vecchia Fiat dell’Avvocato, costruttrice di automobili obbligata, ma unicamente interessata a “fare il dividendo”.

Lisistrata si sacrifica contro la guerra

Con Aristofane si ride, in allegria, anche sboccata, e “Lisistrata” è considerata il massimo della risata grassa: lo sciopero delle donne “che non la danno”.  A Siracusa Elisabetta Pozzi e Tullio  Solenghi propongono invece un Aristofane semiserio, che lo sciopero delle donne muove non goliardicamente ma su un fondo e con sensibilità politica: un manifesto contro la guerra. Le donne non vogliono avere rapporti perché non vogliono fare figli, che poi andranno alla guerra.
Lisistrata convoca in Atene le donne di tutte le città coinvolte nella guerra del Peloponneso, comprese le spartane arcinemiche. E insieme non si mettono a “mostrarla”, ma occupano l’Acropoli, il posto del potere, e sottraggono il tesoro della Lega attica, cioè il finanziamento della guerra. Uno sviluppo più ovvio che sorprendente: Aristotele ha trent’anni e avrà visto molti coetanei finiti in guerra, se lui stesso non ha rischiato.
Riletto in questa ottica in effetti è un Aristofane senza lati oscuri, convincente sempre. Si ride, ma per un motivo non scurrile. È più come fregare i signori della guerra che non gli uomini, i mariti, i compagni occasionali. Sullo stesso tema una commedia all men li vedrebbe intenti al sabotaggio, contro un’arma decisiva, magari con un’altra arma decisiva. Qui invece il rovesciamento è radicale, senza timori né tremori, senza suspense: niente più figli per la guerra.
In effetti, se le donne non fanno l’amore non fanno più figli, e allora chi fa la guerra? Sempre nel presupposto che siano gli uomini  a fare la guerra – e i mafiosi, i killer, gli uxoricidi, i pedofili, eccetera. In “Lisistrata” questo non c’è, Aristofane non è un femminista, né un maschio in disarmo. E comunque non considera il piacere un fatto maschile, come vuole il neo beghinismo – non priva le donne del piacere. Ma disinnesca la fabbrica delle guerre, una provocazione radicale.

Riletto oggi, nel mentre che lo “sciopero della f…” è materia di attricette del #metoo, la solita americanata, Aristofane un po’ accascia. Vivere nel 2019, invece che nell’Atene del V secolo a.C., per quale colpa, che male uno ha fatto? Peggio: il progresso è una melassa, non è lineare – non è una freccia, non è nemmeno una marcia avanti.
Aristofane, Lisistrata

mercoledì 15 maggio 2019

Stupidario classifiche

Italia al primo posto fra quattordici paesi occidentali (europei più Usa) “nell’indice di ignoranza”, Nando Pagnoncelli, “La penisola che non c’è”: ha idee false su povertà, crimine, immigrati (troppi poveri, troppi crimini, troppi immigrati), così il sondaggista sintetizza sul “Corriere della sera” il libro in uscita.
Italiani più stupidi? O non informati male?

Italia penultima nella Ue per quote di laureati, e quarta per abbandoni scolastici -  Eurostat.

L’Italia è il paese europeo con la maggiore quota di emigrazione intellettuale (cioè di laureati) – sempre Eurostat. 
Bruxelles è esposta a Nord.

L’Italia è “il paese dell’Europa occidentale più diffidente verso islamici e immigrati”, Pew Research Center, secondo “La Lettura”.
Ma il direttore del Pew Reserach Center dice alla stessa “Lettura” che no: “Il risultato varia a seconda delle domande. In Italia come altrove c’è una pluralità di opinioni. La maggioranza degli italiani rigetta gli stereotipi anti-islamici. Inoltre molti italiani non esprimono un senso di superiorità culturale, come avviene in altri Paesi”.

Parodia al quadrato del western

Si dovrebbe ridere, ma non viene. Due fratelli – che si chiamano “sorelle” (“The Sisters Brothers” è il titolo, gioco di parole sorelle-fratelli) – spietati killer sono  inviati da un fantomatico Commodoro dell’Oregon a eliminare questo e quello. Ora un idealista di Washington che fa coppia con un chimico, alla ricerca dell’oro in California. Girovagano così dall’Oregon alla bassa California. Finché non trovano di meglio che tornare a casa e far fuori il Commodoro. Che però è morto di suo. Finiscono allora a farsi coccolare dalla mamma, con un letto soffice, il bagno caldo  e il cibo cucinato.
Due ore di niente. Seppure col patrocinio di molti illustri produttori-promotori, tra essi i fratelli Dardenne, e col plauso unanime dei critici. Audiard ha fatto un film alla Leone: fa cioè la parodia della parodia del western. Con un pizzico di Bud Spencer e Terence Hll, il tipo fisico del voluminoso-giudizioso e del magro-piantagrane, e azioni pirotecniche (pistole che rimbombano come cannoni, sparatorie notturne come fuochi dartificio). Con fondali sempre alla Leone, di cartapesta, a Oriolo Romano e dintorni – qui il deserto di Tabernas nelle Sierre andaluse.
Jacques Audiard, I fratelli Sisters