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giovedì 21 giugno 2018

Trappolone Merkel


Molti sorrisi e molte trappole per il governo italiano, a Parigi e Berlino. Sull’immigrazione l’intesa franco-tedesca prevede un peggioramento degli accordi di Dublino, e non un miglioramento. Non la condivisione degli oneri dell’accoglienza fra tutti i i paesi membri, e non l’avvio di una politica volta a disinnescare l’ondata immigratoria. Sui bilanci Merkel propone, con l’avallo di Macron, il controllo surrettizio delle finanze nazionali da parte del Bundestag, del Parlamento tedesco. Attraverso un meccanismo semplice: portarli all’avallo dell’Esm, il fondo salvastati (Meccanismo europeo di stabilità). Gestito da politici e funzionari tedeschi, con la riserva di un potere di veto, e quindi decisionale unico, per la stessa Germania – la maggioranza nell’Esm è di almeno l’80 per cento, e la Germania ha un quota-diritto di voto del 27,15 per cento (anche la Francia ha un diritto di veto, con un contributo appena sopra il 20 per cento, 20,4: niente nasce per caso in Europa).  
Le trappole, a giudizio della Farnesina, nascono a Berlino, Parigi conta poco. Merkel, sotto pressione dalla destra del suo schieramento, deve portare a casa entrambi i provvedimenti ai vertici dei prossimi giorni. Pena la crisi di governo e la sua possibile giubilazione – dopo quasi vent’anni d’ininterrotto dominio, sul suo partito prima, la Cdu, e poi, dal 2006,.sul governo nazionale.
Il controllo dei bilanci nazionali da parte del Bundestag era al cuore della proposta di riassetto della governance europea dell’ex ministro delle Finanze Schäuble, della destra Cdu che si identifica con la Csu bavarese che ora condiziona Merkel. Schäuble è passato a settembre alla guida del Bundestag stesso.

Il mercato della fine dell’Italia


“In Italia si lavora troppo e si guadagna poco”, Domenico De Mas spiega brebe in un’intervista. Il fatto è semplice. E c’è anche un motivo, ma questo non si dice. Che si può riassumere nella legge che, forse, il governo della Corea del Sud adotterà. Per tagliare l’orario di lavoro settimanale, a 52 ore. Ora è di 68. E gli imprenditori si oppongono alla riduzione. Competizione?
La globalizzazione spiega tutto, ma ha effetti unicamente maltusiani. De Masi avrebbe  potuto aggiungere che non si vuole lavoro specializzato, meno che mai di ingegneri e altri laureati. E che la quarta o quinta potenza economica mondiale di trent’anni fa tra altri trent’anni sarà da Terzo mondo: non crea (distribuisce) reddito, non avrà più pensioni.
Sul “Corriere della sera” il presidente di Assolombatrda Bonomi è peraltro oggi preciso: “Tagliamo il cuneo fiscale. E dico di più: facciamolo solo alla componente lavoro. Così i soldi in più andranno  a finanziare la domanda interna”, Lapalissiano: se nessuno compra (può comprare), per chi si produce? Ma non lo è per il pensiero unico, media compresi. Di giornalisti che vengono pagati otto euro l’ora, anche sei.

Lenzuolate letali


Il governo ristabilisce la chiusura domenica dei negozi, e si scopre finalmente che non è vero che l’apertura ce l’imponeva l’Europa, in Europa i  negozi sono chiusi la domenica, in Germania, Francia, Belgio, Olanda, nella stessa Inghilterra. In questi paesi, si può aggiungere, è anche da tempo in atto un ritorno al commercio minuto, al negozietto sotto casa, come quello che meglio garantisce la qualità, e i prezzi.  E i prezzi.
Si scopre che le “lenzuolate di BersanI”, liberalizzazioni selvagge, delle licenze e degli orari, dopo avere rovinato centinaia di migliaia di famiglie, erano illiberali e anticonsumatori. Effetto della febbre liberistica, quella che ha probabilmente ammorbato e spento il Pd. Frutto forse di stupidità più che di corruzione, ma dagli effetti nefasti.
Non c’è invece ondata di ritorno sulla liberalizzazione dell’università decretata vent’anni fa da Luigi Berlinguer. La demolizione dell’università (pubblica) procede senza ripensamenti. A favore delle università private, che in vent’anni si sono moltiplicate, da quattro-cinque a un centinanio. Grazie anche alle gestioni Moratti e Gelmini, che però erano in sintonia con le loro posizioni politiche. L’università- l’università è quella pubblica, l’unica che fa ricerca – resta sempre quella handicappata da Berlinguer, dalla sinistra “liberistica”. Nessun investimento, e impossibilità di farne, finanziamenti unicamente privati, da brigare a cura dei ricercatori e docenti (è la loro occupazione principale), turn-over bloccato, dal 1999, quadri più che dimezzati, nell’insegnamento e nella ricerca.
Quos Deus perdere vult, dementat prius” è più che vero. Ma morto un partito se ne fa un altro, mentre la  punizione è irrimediabile per l’università e per l’Italia, Dio fa impazzire chi vuole perdere, ma quanti danni.

Eutanasia in ospedale

Si “scopre” in Gran Bretagna un War Memorial Hospital che aveva la funzione di far morire i ricoverati - tra 500 e mille tra il 1990 e il 2000. Facendo finta che non fosse una politica ma la colpa della dottoressa che materialmente prescriveva le dosi letali. C’era stata qualche denuncia ma tutte le indagini si erano chiuse senza colpe.
È la morte che non si dice, ma “buona morte”, eutanasia, delle persone non più produttive, o malformate. Praticata evidentemente con larghezza, anche se al coperto. Essendo parte della più vasta eugenetica, la “buona razza”, è per questo non più di riferimento, dopo Hitler. Ma non è dismessa: nei paesi scandinavi e in Svizzera è pratica corrente, senza problemi morali – quando la famiglia o gli aventi causa non si oppongono.
La “buona morte” è stata a lungo applicata, fino a recente, anche ufficialmente. Con l’aborto procurato (di figli deformi o comunque indesiderati, spesso le femmine). E in prospettiva, con la sterilizzazione. Delle donne prolifiche (referendum a Berna nel 1926), dei devianti, ladri o assassini (negli Usa dal 1907 fino al 1980), dei folli o minorati gravi (in Danimarca dal 1929, in Svezia dal 1935 al 1976).
I veterani di guerra sono anch’essi un costo,  previdenziale oltre che ospedaliero.
Abolire l’imperfezione dal mondo, la malattia, l’incapacità, il dolore, è richiamo inarrestabile. Nella scia di Darwin e dell’evoluzionismo povero, peraltro, l’eugenetica si configura come perfezionismo. Ma l’eutanasia branca dell’eugenetica, è brutta bestia, divorante.

Il capolavoro del recensore

Un romanzo ben congegnato, come i tanti altri dello scrittore spagnolo. Su come siamo e possiamo essere anche in una breve vita, diversi cioè, topos di Marías, romanziere prolifico, per quasi cinquant’anni ormai. Nel matrimonio, suo luogo da qualche tempo privilegiato, dello scrittore – tra una spagnola e un inglese, di Oxford, quindi destinato allo spionaggio.. Questo, a differenza di altri, complicato e estenuante.
Si segnala per l’anticipazione di Magris sul “Corriere della sera” il 3 maggio, che ne ha fatto lettura obbligata: “un capolavoro”, di “genio”, “grandiosa opera narrativa”, di “straordinario narratore, un grande in senso assoluto”. Per un intera lungo paginone.
Javier Marías, Berta Isla, Einaudi, pp. 488 € 20

mercoledì 20 giugno 2018

Contro la barbarie dal volto umano, torniamo a Ricardo

È Trump la febbre o il termometro, la causa o l’effetto? Gli stessi media che non accettano Trump danno informazioni che vanno nel senso di una presidenza non fortuita. Il potere d’acquisto dei lavoratori Usa, bianchi e neri, è in calo da 25 anni. Per i lavoratori bianchi sono in calo le stesse retribuzioni orarie. Nello stesso periodo la piramide della distribuzione del reddito è molto cresciuta in altezza, e in ampiezza alla base. Si registra ora anche un “gap di felicità”accentuato tra americani ricchi e americani poveri, negli ultimi venti anni. Con un “declino accentuato della salute mentale della classe lavoratrice bianca” – questo si legge in giornali programmaticamente anti-Trump. La piena occupazione è di lavori meniali, doppi e tripli per fare un paga. Si può convenire che le fasi di transizione comportano aggiustamenti dolorosi. Gli assetti stabili, di una o più generazioni, vengono rivoluzionati, e i benefici dei nuovi equilibri, seppure manifesti, tardano a assere assimilati (accettati, fatti propri). Sarebbe questo il caso: di una globalizzazione dell’economia che impone aggiustamenti salariali al ribasso per non perdere mercati, con un fenomeno migratorio di massa inteso a facilitare questi aggiustamenti. Ma i benefici dei nuovi equilibri non ci sono. Sono “manifesti” nel senso che questa transizione monopolizza anzitutto i sistemi informativi, depotenziandone la capacità critica. Ma non ci sono né per il reddito distribuito, né per il consumo (prezzi, qualità), e nemmeno per l’occupazione. Si dice: senza, sarebbe peggio. Senza i salari cedenti e senza l’immigrazione di massa. Ma è una minaccia facile – parte della “dottrina manifesta” della globalizzazione – e non provata. E comunque indigeribile a chi ne paga gli effetti. E si arriva al punto in cui le restrizioni di Trump all’immigrazione di massa e alle importazioni in dumping non sono vociferazioni di un presidente folle. Molto, forse tutto, di Trump è contestabile, ma il personaggio si fonda su esigenze reali. Ributtato dai media nella barbarie, è di fatto un reagente, la barbarie del pensiero unico o manifesto facendo emergere, che pure si vuole dal volto umano. Non c’è umanità nell’immigrazione di massa, che è stata aperta dalla globalizzazione, per il bisogno in Europa e negli Stati Uniti di manodopera a livelli “cinesi”. Non un progresso. Non un’evoluzione benefica. Per gli sessi migranti, anzitutto: sradicati per essere ributtati in una vita – due vite, contando quella dei figli – di niente. Peggio e anche molto peggio che il niente di casa, dove c’è conoscenza, per quanto nell’ignoranza, e solidarietà, benché tra poveri. Delle merci è difficile appassionarsi. Se gli americani pagheranno di più il cellulare Huawei, se con uno americano guadagneranno un dollaro in più al giorno. Non è per caso che in tanto “mercato” non si parla più, da tempo ormai, di David Ricardo, della fondamentale teoria dei vantaggi comparati che è la vera globalizzazone – in quest’epoca che celebra i decennali e i quinquennali di eminenti Nessuno si sono trascurati i 200 anni di questo fondamentale principio, 1817, totalmente, cioè non per caso.

Fisco, appalti, abusi (123)

La digitalizzazione al ministero dell’Interno (Viminale e prefetture) non ha semplificato le procedure ma le ha moltiplicate, rendendole spesso inaccessibili se non a professionisti. Con danno per il cittadino, in denaro e in tempo, che il più delle volte deve ricorrere a intermediari per la gestione delle pratiche (codici alfanumerici di 40-50 lettere….)

La digitalizzazione ha accresciuto all’Interno di poco meno di un terzo i costi del Personale, invece di ridurli come promesso. Per il personale nuovo e da riciclare.

Sono cresciuti all’Interno anche i costi per materiali e amministrativi, sempre a causa della digitalizzazione. Un portale centrale (SANA) si è costruito mostruoso, in cui vengono repertoriati ogni giorno milioni di documenti inutili, con costi di gestione (hardware, software, personale) non ancora quantificati ma dell’ordine del 30-50 per cento in più rispetto agli analoghi capitoli di spesa storici.

Le cento prefetture riproducono in scala il SANA. Che devono alimentare e dal quale devono venire alimentate, soprattutto nelle  procedure di incasso e esecutive.
 .
Fondi di investimento tutti perdenti, da due anni. Bollette della luce e del gas sempre più illeggibili. Il raddoppio del canone del telefono fisso – ormai da due anni. Stampa specializzata e gruppi consumeristici fanno a gara a tenere gli utenti-risparmiatori all’oscuro. Nonché non protestare, non informano neanche.

C’è ancora Di Pietro fra i destinatari del 2 x mille Irpef. E una Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Mentre non c’è il movimento 5 Stelle, che ha un terzo dell’elettorato.

Lo scrittore scrivano

Il racconto dell’uomo “che vorrrebbe identificarsi col nulla” – Calvino? Bartleby non il solo, è un topos  di metà Ottocento: c’è molto in Russia, in Gogol, Gonciarov, anche in Germania, l’uomo inutile e il Buonannulla, e un po’ nella Scapigliatura. E non è tanto l’umo che vorrebbe ma l’uomo che finisce per essere nulla. Melville lo fa, autoironico, da future impiegato delle dogane, con un pizzico di umorismo. Specie nel tormentone poi celebre, “preferirei di no”, che è la risposta standard di Bartleby all’avvocato che lo stipendia, sotto il busto di Cicerone.
Melville passa per autore segreto - “mistico e simbolico” secondo D.H.Lawrence - per via della balena. Ma è ben “americano”, per nulla metafisico. E si divertiva anche.  “Annichilito”, come disse a Hawthorne, dalla certezza che con i romanzi e i racconti non ce l’avrebbe mai fatta, dopo l’insuccesso di “The Confidence Man”, 1857, finendo per impiegarsi alla Dogana di New York, dal 1866 al 1885 – sei anni dopo morirà. Ma già “Moby Dick”, 1851, gli era stato fatale.
“Moby Dick” rimarrà dimenticato per settant’anni: come non essere ironici? “Bartleby” sarebbe piaciuto scriverlo a Ionesco. È uno dei tentativi di salvarsi dal naufragio di “Moby Dick”, nel 1853, prima dell’affondamento del 1857. Ironico nel senso che già l’autore si vede alla scrivania, addio sogni di gloria, con le mezze maniche.
Herman Melville, Bartleby lo scrivano e altri racconti, Bompiani, pp. 171 € 10

martedì 19 giugno 2018

Problemi di base parnassiani - 426

spock


Ma Parnasi non era a Roma un “immobiliarista di sinistra”?

Perché la sinistra si sente poco nelle intercettazioni, quasi nulla?

Perché anche il Vaticano è assente, proprietario delle aree migliori, con licenza attaccata, interlocutore privilegiato di Parnasi, et al.?

Pignatone è uomo pio, ma quanto pio?

Un buon giudice sa comprendere e perdonare, ma solo gli amici della parrocchietta?

È la politica che corrompe, o si diventa politici per farsi corrompere?

Che gara è questa, farsi politici per farsi corrompere?

spock@antiit.eu

Letture - 348

letterautore
Bici – Faceva male alle donne. Vernon Lee racconta, in “My bicycle and I”: “Negli anni 1890, i critici sostenevano che  le donne che montavano biciclette sarebbero finite più facilmente a  professare la prostituzione o il lesbianismo”.
Falsi – Si commissionavano pitture di false rovine in Europa dal Cinquecento fino all’inizio dell’Ottocento. Nel Settecento, segno di distinzione delle residenze magnatizie erano le false rovine in giardino.

Gadda – Ma il “Pasticciaccio” un assassino ce l’ha. Era uscito a puntate su “Letteratura” prima che in volume. Che non si dice per non “spogliare” la lettura. Ma non ha nulla a che fare con la versione definitiva, che si diverte a montare il giallo invece del noir, con falsi indizi praticamente a carico di ogni personaggio.

Hater - È la specie più antica di comunicatori. Attraverso invettive, maledizioni, fatture, invocazioni ostili, scongiuri, malie, magie, sortilegi, assortiti di filtri e pratiche magiche. Documentata nella letteratura mesopotamica e egiziana, prima ancora che in quella  greca e romana. I romani arrivarono a istituzionalizzare le maledizioni, con le “Defictionum Tabellae”, lamine di piombo sulle quali si incidevano incantesimi e maledizioni, con la certezza che essi avrebbero prodotto il male della persona indicata. Lamine cattive anche nel nome: si chiamavano tavole di “trafittura”: una volta scritte, si trafiggevano con chiodi o punteruoli, nelle parti da colpire della persona odiata. E si seppellivano nei cimiteri, o nei pressi dei sepolcri, come supplica agli dei infernali ad assumere la\e persona\e odiata\e,  per una morte fra i tormenti – ferite, malattie.

Germanico, secondo Tacito (“Annali”, II, 69), fu vittima dei malefici di oscuri nemici. Tutt’attorno al suo cadavere, racconta, “si trovarono anche, a terra e sulle mura, dei brani di cadavere sottratti alle tombe, delle formule magiche, delle imprecazioni, il nome di Germanico inciso su lamine di piombo, ceneri di corpo umano arso soltanto per metà e intrise di di sangue nero, e altri malefici, cui si attribuiva il potere di votare le anime alle divinità infernali”. Germanico morente non si spiegava il suo destino, e lo attribuì ad avvelenamento.  

Mefistofele – Assimilato al diavolo, come Satana, Belzebù, in realtà non lo è. È personaggio della cultura popolare tedesca del tardo Medioevo, e si definisce nella storia di Faust, pubblicata anonima  nel 1587.Verrà subito celebrato da Marlowe, e successivamente da Goethe. Ma come demonio intellettuale, che tenta e blandisce le sue vittime, senza più lo zolfo, il fuoco, le catene, l’arsenale demoniaco. È uomo di spirito che alletta più che obbligare.
Anche Mefistofele era all’origine un mostro, di sembianze animalesche, brutto a cattivo.

Presepe – È l’arnia. C’è anche in Virgilio, “Ignavum fucos pecus a presepi bus arcent Virgilio, Georgiche, IV, 168.
Questo Virgilio cita Rabelais, a proposito del problema di Eudemone, come si cacciano i monaci da ogni buona compagnia, "come le api cacciano i calabroni dai loro alveari”.

Rolling Stones – Gianni Rivera, il calciatore del Milan divenuto parlamentare Dc, chiese nel 1990 la cancellazione dei concerti dei Rolling Stones in calendario a Roma, Torino e Milano in quanto agenti del diavolo. I concerti si tennero regolarmente, alle date previste, a Roma e Torino. A San Siro invece si ebbero tre settimane di rinvii, per i motivi più diversi. E quando a fine luglio, il 25, il concerto doveva infine avere luogo, Mick Jagger si beccò una laringite acuta.
I Rolling Stones erano in fama di gruppo demoniaco dal 1970, da “Symphony for the Devil”.

Romanzo – È la;morte per Foucault: “Il romanzo è una morte; fa della vita un destino, del ricordo un atto utile, e della durata un tempo gestito e significativo”.

Spoon River – È modellato sull’“Antologia Palatina”. Edgar Lee Masters a un certo puto volle raccontare il suo paese. Pensò a un romanzo, poi, sulla traccia della “Antologia Palatina”, lo raccontò in poemetti. Tutti di eguale dimensioni e caratura. Per questo ambientandolo nel luogo più egualitario di tutti, il cimitero.

Viaggio – Non c’è una letteratura di viaggi in Italia, che pure l’ha inventata, con Marco Polo. Niente al confronto della letteratura francese  tedesca, inglese, americana, anche russa. Pasolini, Moravia si rileggono con raccapriccio. Anche Malaparte. Si salvano Alvaro, “I maestri del diluivo” e le corrispondenze dalla Germania, anche le corrispondenza dalla bonifica mussoliniana, e Gozzano sull’India.

letterautore@antiit.eu

Le sfumature dell’amore che non si dice

“Perché non desideriamo tutti, come inebriati da un eterno senso di avventura, «la bellezza della vita»?”. Un racconto vecchio e nuovo, di formazione e bohème – da quartieri alti. L’altro aspetto dell’amore, l’altra funzione: di turbamenti e trepidazioni, senza i furiosi assalti fisici che i romanzi impongono. Specialmente brutali nel filone gay, nel quale le infatuazioni che l’androgina Schwarzenbach racconta si collocano. È una rappresentazione, tra la provincia tedesca, Parigi, Berlino, Lugano, di adolescenze attardate, di amicizie febbrili, una rete di rapporti vaganti nelle varie sfumature oggi lgbt.
Un racconto seminale. Una serie multipla di esperienze gay. Formidabile per l’età dell’autrice, anche perché non repertoriate, senza precedenti. Solo allusi in molto decadentismo, da Huysmans a D’Annunzio, con O.Wilde e Th. Mann, e marginalizzati nel cachinno da Rachilde. Vissuti (ricreati)  da supporre di persona, per l’androginia che la distinse, felice prima della droga, e l’impazienza vorticosa di esperienze. Un libro cioè che dice anche probabilmente tutto, quello che importa, dell’autrice. Playful e non impegnata – non coltiverà mai un amore. Distaccata e non appassionata, forse il vulnus che la porterà alla deiezione di sé. E di un mondo, benché qui limitato a una bohème seletta, di musicisti, would-be, pittori, scultori, esteti alla Des Esseintes o alla Dorian Gray. Curiosamente trascurato, benché di Schwarzenbach si siano esplorati tutti i cassetti.
Ci sono pure i fratelli Mann, Klaus e Katia, qui Leon e Christina, nel loro rapporto esclusivo e nel patrocinio di Bernhard-Annemarie - e non sarà la Christina-Erika il riferimento della Christina-Annemarie di Elsa Mallart, La via crudeleIngombranti già all’epoca, e ineliminabili: “È innegabile che questi due individui (“Leon” e “Christina”, fratelli, n.d.r.) abbiano un talento e una bellezza straordinari; attraverso l'algida superiorità dei loro comportamenti e la loro malinconia sorda e intoccabile esercitano un potere e una forza d’attrazione del tutto fuori dall’ordinario”.
Una narrazione d’impeto forse più che un progetto, la prima della scrittrice svizzera - Annemarie Schwarzenbach lo scrisse ai vent’anni, lo pubblicò a ventitré. Ma, oltre che originale nell’impostazione della febbre erotica, denso di umori che sfoceranno in varie direzioni nella narrativa europea del secondo Novecento - e ancora di più, come pare, in questo primo Millennio.
Raccontata in prima e in terza persona, con improvvisi straniamenti, come poi si diranno con Brecht. Senza scansione in capitoli, un abbozzo di “flusso” orale – quale poi sarà sviluppato dal Bernhard narratore.
L’Orma recupera questo primo romanzo di Annemarie Schwarzenbach, 1931, a ventitrè anni, in una collana, Kreuzville, composizione o crasi di Kreuzberg e Belleville, delle Berlino e Parigi antagoniste o innovative, che molte radici mettono in germinazione del XXI secolo.

Annemarie Schwarzenbach, Gli amici di Bernhard, L’Orma, pp. 186 € 13


lunedì 18 giugno 2018

Fuori Merkel, torna Giamaica

C’è un revival di “Giamaica” in Germania, il governo giallo-nero-verde che fu la prima opzione dopo il voto di settembre? Molto lo fa supporre: la Csu, i democristiani di Baviera, avrebbero trovato una sponda solida nella Cdu, il partito di Angela Merkel, per spostare il governo verso destra, con l’avallo dei Verdi, e nello stesso tempo liberarsi della cancelliera.
Cdu e Csu concordano che la spinta dell’opinione verso destra va contrastata proponendosi, come sempre hanno fatto nei settant’anni di storia federale, garanti dell’ordine. Cosa che la Grande Coalizione con i socialisti, e la stessa Merkel, impedirebbero. Molti nella Cdu scalpitano inoltre per il dominio ininterrotto di Angela Merkel da ormai vent’anni. Da quando fece fuori Kohl e la vecchia guardia.
Le prese di posizione quotidiane di Seehofer e Dobrindt, i potenti ministri capi della Csu, per una politica di respingimenti accelerati degli immigrati non in regola si propone per evitare di perdere le elezioni bavaresi a settembre. Ma l’attacco viene fatto con misura, sapendo che la massa degli immigrati serve all’economia, e alla demografia (le non nascite sono un problema più grave in Germania di quanto lo siano in Italia). Da qui il rifiuto di un asse di questo tipo con l’Austria e l’Italia, come proposto da Vienna. In questo modo però impongono un difficile equilibrismo a Angela Merkel nel vertice europeo che vorrebbe convocare sul problema degli immigrati.
Con Conte, Merkel avrebbe concordato oggi il sostegno tedesco alla revisione degli accordi di Dublino. Ma ancora non ha deciso se abbandonare ogni riserva sulla politica della mano dura, dopo essere stata capofila della accoglienza indiscriminata. E comunque i Csu possono sempre dirsi insoddisfatti.
I Verdi sarebbero ora disponibili. Hanno dibattuto sul fallimento del “Giamaica”, da loro rifiutato per le pretese ultraliberistiche dei Liberali in materia di emissioni nocive e produzioni inquinanti. Un’intesa ritengono però ora possibile, lavorando su coefficienti e date. Il ministro dell’Ambiente è in Germania forse politicamente il più importante, per orientamento e spesa.

Problemi di base grilleschi - 425

spock

Perché Grillo tace?

Ha problemi alle corde vocali - ma in teatro lavora?

Non si diverte più a mandare ar gabbio gli indagati?

A quando qualche intercettazione di Grillo, sono così colorite?

A quando le frequentazioni romane di Grillo, con avvocati e uomini d’affari?

Neet italiani record, chi non studia e non lavora: è l’esempio dei grillini?

O non sarebbe Grillo un benefattore, uno che dà lavoro ai Neet?

Fare i politici è meglio che lavorare?

Abolire i vitalizi per dare via libera al mercato – chi vuole qualcosa paga?

spock@antiit.eu

Sotto il vestito niente

“Prima di andare avanti, senatore, sappia che io non porto biancheria intima”. Ma non c’è pornografia, questo avvertimento è già un eccesso, e non c’è nient’altro.
Marilyn è Marilyn Monroe, la notte è quella con John Kennedy, che i due idoli avrebbero passato insieme - o avrebbero dovuto, obblighi di personaggio. Su cui Ellroy e altri hanno scritto, per salvare la vittima Marilyn e affogare il prepotente presidente. Ma, specie Ellroy, con altra potenza di scrittura. La scrittrice francese retrocede l’incontro agli inizi di Kennedy, quando era senatore e maccarthysta, e non ne ottiene nulla, né prurito né indignazione.
Buono in tempi di #metoo: Reyes, che si è fatta una fama di pornoautrice, ne era invece precursora, con le cesoie.
Alina Reyes, Una notte con Marilyn, Meridiano Zero, remainders, pp. 44 € 3


domenica 17 giugno 2018

Il mondo com'e (345)

astolfo

“Che”  - Era dei Guevara  parenti dei Lynch, i latifondisti argentini irlandesi Il padre del Che, Ernesto Guevara Lynch,  era pronipote diretto dl  fondatore della dinastia, Patrick Lynch. La madre, Celia de la Serna,  di nobiltà spagnola.
Una curiosità emersa da poco è che era stato concepito prima del matrimonio. I genitori furono spostati dalle famiglie da Buenos Aires, dove vivevano, nella remota Misiones. E la data di nascita fu spostata dal 14 maggio al 14 giugno. Il Che era dunque un Toro e non un Gemelli. Il matrimonio, questa data è certa, era stato celebrato il 10 novembre dell'anno prima.


Eurasia – L’idea, dapprima confinata alla geografia più che alla politica, cominciò a penetrare nel nazionalismo russo, che da qualche decennio la fa rivivere, negli ani 1920-1930, a opera di Ivan Ilyin, il pensatore russo esiliato da Lenin nel 1922, come alternativa al bolscevismo. Ilyin, benché di formazione e di interessi europei, non guarda all’Occidente. Per il motivo che i suoi interessi, delle potenze che allora configuravano l’Occidente, Gran Bretagna, Germania, Francia, riteneva primariamente anti-russo e non anti-bolscevico. Finirà per argomentare una sorta di vigilia armata costante dell’Occidente contro la Russia – un motivo che oggi ritorna dominante nell’opinione russa. La Russia – l’impero russo – si sarebbe difesa meglio, secondo Ilyin, riconoscendosi o comunque professandosi entità geo-politica a sé, europea e asiatica, e per ciò stesso anche unica..

Fallo – Ha – aveva - funzione apotropaica, di scongiuro, contro le gelosie, il fascino (magherie, amuleti, formule…). Ciò è noto nelle credenze popolari,  attestato anche in antico. Varrone, “De lingua latina”, parla di una “oscena cosetta”, turpicula res quaedam, che si pone al collo dei bambini per difenderli dal malocchio e altri  malefici. Nelle bullae, i minuscoli sacchetti che le madri romane appendevano al collo dei figli maschi fino all’età della toga virile, c’era sempre un minuscolo fallo, insieme con altri amuleti. Le zingare lo portano tuttora, color carne – corallo - al collo insieme con la crocetta o la mezzaluna. Il corallo, per il colore e la consistenza, acquista lo stesso senso, anche se in forma di collanina, con o senza amuleti (cornetti, etc.). Anche la Madonna ne viene adornata in alcuni quadri del Quattrocento, il più celebre dei quail è la Madonna col Bambino di Antonello da Messina nel museo provinciale della città. La stessa funzione ha il fallo figurato, con uno o due dita. Per l’attribuzione alla sessualità maschile di un potere energetico.
Per questo motive il fallo esrercitava una funzione anche su eventi naturali o epidemie. Specie in campagna, per invocare la pioggia o per prevenire la carestia.  E in genere contro tutti i mali collettivi, opera del demonio. A questo titolo, in funzione di difesa o di augurio ce ne sono scolpiti sulla facciata dell’Annuziata a Sulmona, sui portali della basilica di San Cesidio a Trasacco (l’Aquila), sul muro della chiesa di sant’Antonio Abate a Città di Castello, nelle mura ciclopiche di Alatri – e fino a qualche tempo fa, prima che il parroco ne imponesse lo scalpellamento, su una delle porte di Ferentino.

Giovane Marx –Il film “taglia” Marx nel rapporto attorno ai trent’anni con Engels, spiazzando – da destra – luoghi comuni consistenti. Di cui fa una summa il “Che” Guevara in uno dei tanti appunti sparsi: “Marx, per quel che se ne sa, era e restò monogamo tutta la vita. Ma non pensò mai di fare in proposito dissertazioni morali. Anche se a volte insorgevano divergenze fra lui e Engels. C’è una lettera a Marx nella quale Engels protesta perché, avendo egli comunicato la morte della sua compagna, Marx invece di dirgli una parola di conforto gli risponde chiedendogli di non so che lavoro. La moglie di Marx, che pare fosse una vera militante, era però una piccolo borghese, o di piccola nobiltà tedesca, mentre Engels conviveva con la governante, o domestica. Visse con lei tutta la vita e quando essa morì per lui fu una tragedia. Vedete come anche in quel tempo un rivoluzionario avesse le sue debolezze, giacché non pensò mai di sposarla. Insomma, quando questa sua compagna morì, la moglie di Marx pensò che non fosse il caso di condolersi ufficialmente per la morte di una persona che non era la vera moglie del loro amico”.
Ma l’exemplo del Che stravolge la verità. A parte la conclusione che se ne dovrebbe trarre, che è opportuno che il padrone insidi la dipendente –comunque non inopportuno. La compagna di Engels non era una domestica. Né la moglie di Marx una casalinga inacidita: era donna e consorte amichevole e colta. Mentre è vero che Marx scopava con chi capitava – stantuffò perfino Lennchen, la tozza servetta di casa, tanto da farle un figlio. E che con Engels scantonava da questi temi, preferendo il witz, la politica, e le richieste di soldi.

Pacifico – Fu “scoperto” a caso. Da navigatori che scoprirono terre che non andavano cercando, e quando le avevano scoperte non le ritrovavano – erano gli anni in cui, non potendosi determinare la longitudine – e ciò si riuscì a fare con precisione solo nel primo Ottocento, si viaggiava con notevoli approssimazioni.

astolfo@antiit.com

La squadtra mistica

Un poemetto in 456 versi, elegiaco e caustico. Dello scrittore-regista fiorentino, in onore della squadra della sua infanzia, che “vince, vince sempre”… Vissuta in tutta Italia, nella provincia, come una unione mistica, un corpo sociale e non una squadra di calciatori, per questo declinata al maschile, “come la chiamavano i vecchi dalle mie parti, \che ora sono tutti morti”.
Un inno semplice, su un lampo geniale, la squadra blasonata facendo di chi non ha: “L’Juventus,
la luce di chi non ha luce,
l’orgoglio di chi non ha orgoglio,
la fede di chi si fida”.
È per questo che vince. Anche quando perde: “L’Juventus è una squadra di provincia,
è la squadra della provincia più grande del mondo, 
la squadra di provincia più forte del mondo;
è la squadra del tifo inconsapevole,
degli operai che tifano per il padrone,
dei poveri che pagano i lussi del ricco,
degli emigranti che vogliono rimanere italiani,
degli immigrati che vogliono diventarlo,
dei terroni che lavorano per la Savoia,
dei preti, dei montanari, dei marinai, dei poliziotti…”.
Sandro Veroneri,L’Juventus, free onli
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sabato 16 giugno 2018

Ombre - 420

Don Mazzi scrive a Corona, mezza pagina sul “Corriere della sera”, foto, titoloni: il fotografo, o quello che è, voleva entrare in una discoteca dove non era gradito, ubriaco o fumato. I giornali non hanno altro da dire. Ma questi preti? Quelli, poi, che lavorano con i soldi dello Stato?

L’Arabia Saudita ne becca cinque da una modesta  Russia sotto gli occhi di tutti, per l’apertura del Mondiale a Mosca. “Una gara di livello infimo” annunciava “la Repubblica”. Si capisce, l’Arabia Saudita è 67ma nel ranking Fifa. Ma non era di “livello infimo” nell’amichevole contro l’Italia - che rischiò pure di vincere: serviva a miracolare la nazionale di Mancini, che finalmente faceva a meno degli juventini.

Il giorno degli arresti per lo stadio dell’As Roma, la sindaca Raggi non va a spiegarsi in consiglio comunale, già convocato. Va da Vespa. Bisognerà costituzionalizzare la tv, il tribunale dee cause perse. Ma senza contraddittorio?

“Diversi da chi?” si chiedono sul “Fatto e “Il Tempo” Travaglio e Franco Bechis dei grillini. Perché dovrebbero esserlo, non sono attorno a noi? Tutti noi in Sicilia, in Puglia e a Napoli.

“Stadio della Roma, 9 arresti per corruzione. L’inchiesta tocca anche i 5 Stelle” – “Corriere della sera”. Di striscio? Controvoglia?

“Non l’ho scelto io. Neanche sapevo chi fosse. Casca dalle nuvole la sindaca di Roma Raggi a proposito dell’avvocato affarista che lei ha nominato a capo dell’Acea, la più grande azienda del Comune di Roma, terza o quarta utility energetica d’Italia. E magari è vero, non sa chi è Lanzalone.

Lanzalone non è uno qualunque. Ha lavorato per Grillo, è uomo di Casaleggio, ha incarichi professionali, manifesti e non, innumerevoli.

Kim e Trump, uno rosso e uno scuro, teste inverosimili, linguaggi incomprensibili, in un luogo remoto, sembrano usciti dal museo delle Cere – o modellati per entrarvi. Con lo stesso distacco che a museo, vengono guardati da lontano: curiosità. Non sono reali perché non sono sui social – ci sono poco.

Kim il comunista, Trump il capitalista, il Dittatore da tre generazioni e l’America First, sono anche i padroni di missili intercontinentali a testata nucleare. Ma sono sui social? No, poco. Se anche sparassero i loro missili gliene fregherebbe nulla a nessuno. La mutazione climatica è su facebook e dunque esiste, i missili no.

Luca Bergamo, pilastro dell’establishment democrat a Roma, ha coronato il so sogno con la sindaca grillina Raggi, facendosi nominare subito assessore e poi anche vicesindaco. Ma già martedì 12, non nascondendosi l’ennesimo flop elettorale, si è smarcato. E non erano arrivati gli arresti. Ma non si dimette. Fa la predica ai 5 Stelle contro Salvini. Nuova politica, vecchia?

L’ennesimo drammatico dibattito su “Acquarius” alla Rai, a “Cartabianca” su Rai 3, tra accuse all’Italia di cinismo, irresponsabilità e vomito, si svolge curiosamente, dovendo per qualche tempo togliere l’audio, fra le risate di Bianca Berlinguer, Mauro Corona e Marco Minniti. Sarà come dice lo scrittore dopo, a audio aperto, che in Italia siamo confusi, e si ride per le cose serie, si piange per le ridicole?
Ma è l’Italia confusa o il Raiume, l’idiozia della saccenteria?
Magari “Cartabianca” è una trasmissione comica.

Vince le amministrative il centro-destra, perde il Pd, a Terni, Siena, Pisa, Massa, Catania. L’esito è netto la notte stessa di domenica, il giorno del voto – oltre al previsto calo dei 5 Stelle ovunque nelle amministrative. Ma chi legge “la Repubblica” e “Corriere della sera” lunedì ha l’impressione che il Pd tenga, non ha vinto a Brescia, Trapani, e Ancona? Mentre per il centrodestra ha vinto Salvini, il volto brutto. Sarà per questo che il Pd dimagrisce, mangia bugie.

“Le cinque big tech company (americane) valgono in Borsa poco meno del pil del Germania”, calcola Maria Teresa Cometto su “L’Economia”. Che supereranno presto, avviandosi a un valore di Borsa  di un trilione - mille miliardi – di dollari. Apple l’ha superato, Amazon, Alphabet (Google) e Microsoft sono a 800 miliardi, Facebook a 550.

Polemizzano Annunziata e Fubini per la pubblicazione su “Huffington Post”, la testata online del gruppo De Benedetti che Annunziata dirige, del “piano B” del costituendo governo 5 Stelle-Lega, quello dell’uscita dall’euro, che scatenò una mini tempesta sui Bot e consentì a uno speculatore inglese, Alan Howard, giganteschi guadagni. Niente complotto, assicura Annunziata: il “piano B” è “arrivato effettivamente in busta chiusa e anonima, come è logico che sia trattandosi di documenti riservati, ma la fonte era conosciuta da me, di grande reputazione”. Nel mercato della speculazione?
Si pensa di no, ma i giornalisti a volte sono ingenui.

“Quando Trump dice che vuole vedere meno auto tedesche non sta parlando della prepotenza della Germania, ma anche della nostra industria, perché nelle auto tedesche l’80 dei componenti è italiano”, Boccia, presidente di Confindustria. Ogni tanto le cose si dicono.

Il presidente Conte pentastellato – o è leghista? – arriva in Canada con l’aereo di Stato. Polemiche: non erano i grillini contro gli aerei di Stato (anidride carbonica, eccetera)? Poteva arrivare in aereo di linea, scortato dai caccia di Stato – come quando arrivò al Quirinale in taxi, circondato dalle auto di scorta. Gli italiani hanno perduto anche il senso del ridicolo – il senso comune è il grillismo.

La superstizione unisce l’Europa

Una storia e uno specchio di tutte le superstizioni, probabilmente di tutte, insomma di alcune centinaia, per una cinquantina di tipologie diverse: fascino, con malocchio e jettatura, amuleti, astri, erbe magiche, etc.. Compresi i santi e l’arcobaleno – il divieto è tassativo di guardare l’arcobaleno, da Esiodo all’ebraismo del Medioevo.
Si fa presto a dire superstizione, basta un minimo di attenzione. In questa che è una delle sue ultime ricerche, venticinque anni fa, l’antropologo napoletano si diverte fin dall’introduzione a farla girare come una trottola, difesa e arma: del cristianesimo contro I pagani, poi contro i barbari, poi contro i “primitivi”; di Lutero e Calvino contro i cattolici; della chiesa contro le credenze popolari; dell’illuminismo contro la chiesa, e contro fantasia e immaginazione.
Un fenomeno senza patria: “Le superstizioni degli italiani” è il sottotitolo, ma la ricerca Di Nola non limita all’Italia. I dati trova “immersi in una circolarità che attraversa tutti i paesi del continente… Dietro queste credenze è sottesa certamente una koiné” non localistica, “che, già presente, almeno in parte, nel mondo tardoantico, si è venuta consolidando attraverso gli scambi e le migrazioni di simboli tipici del Medioevo”. La sinistra è cattiva e la destra buona a Napoli e Milano “così come su un territorio culturale molto esteso in tutte le culture indogermaniche”. O “i rischi” del gatto, “un superstizione presente dalla Finlandia alla Sicilia”. Con una serie di ipotesi esplicative, su questa come su alter credenze, che fanno il bello del libro. E naturalmente tante curiosità. San Martino protettore dei cornuti, o san Silvestro. L’ombrello aperto in casa. Il carro funebre vuoto…
“La fede nella jettatura rende jettati”: l’antropologo è contro per una ragione semplice. Le suggestioni non sono innocue, potendo “ingenerare, in chi vi crede, quasi una predisposizione a cercare occasioni negative e a farsi vittima di disgrazie, secondo le linee di tendenza inconsce autolesionistiche ben chiarite da Freud”.
L’esito è inquietante. Ma solo per chi ha concezione ferrea – ristretta – della ragione: tutto è possibile. L’apotropaismo è la prima difesa, la difesa contro i cattivi spiriti. Della superstizione non si può dire che sia una difesa, ha anche colpe, anche terribili, ma non senza ragione. Di Nola prova a trovarla? Di Nola è contro, ma non lo fa pesare.
Alfonso M. Di Nola, Lo specchio e l’olio, Laterza, remainders, pp. 147 € 4,25

venerdì 15 giugno 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (366)

Giuseppe Leuzzi


La cannabis light, annuncia trionfale “la Repubblica”, cresce a multipli di due e tre cifre. In pochi mesi di coltivazione libera fattura già 44 milioni, un’industria media. Non è molto, ma il pensiero di un enorme spreco solleva: migliaia di ore di volo, che si cumulano anche per la pensione come indennità speciale, per avvistare orti di pochi mq., lungo le fiumare calabresi. E centinaia di ragazzi in carcere, anche di adulti, coltivatori senza licenza. Perché la loro cannabis non è light. La cannabis light non fa male, dice la legge, l’altra sì.

Molti settentrionali dopo l’unità si radicarono al Sud, dove avevano fatto fortuna in affari, con matrimoni, figliolanze, notabilati. Molti liguri nella Sicilia occidentale, per esempio, tra Palermo, Trapani e Agrigento. Gli amalfitani a Gioia Tauro, intermediari di olio e vino, e poi commercianti al’in grosso e al minuto – ancora ne sono di grossi, gli Annunziata.

Il viaggio in Sicilia si faceva nel 1967 tra rare trattorie, dove solo gli spaghetti al pomodoro erano serviti, o alla bolognese, e bistecche ai ferri, con insalata verde, anche mista, e vino Chianti, dal fiasco. Ora “la Repubblica” può celebrare un “Rinascimento siciliano”: “Materie prime, pasticcerie e cantine d’eccellenza. Con un progetto molto ambizioso: dare a tutto il Sud la terza stella Michelin”. Non ci vuole molto, volendo.

De Amicis in Sicilia
De Amicis fu tenente dell’esercito a Girgenti durante il colera del 1867, scrive Sciascia in “Pirandello e la Sicilia”, 68. Ricordando che il colera la gente imputava al governo, come la fame. Che anzi “si riteneva ungesse di colera, a risolvere il problema economico, i poveri paesi dell’ex regno borbonico”.
Se non che non è vero, che De Amicis fosse di stanza in Sicilia, non al tempo del colera. Scrisse del colera, in un racconto, “L’esercito italiano durante il colera del 1867”, che aggiungerà in un secondo momento alla raccolta di bozzetti militari pubblicata nel 1868, “La vita militare”. Quando già aveva abbandonato la vita in caserma. Dopo un lungo tirocinio, al Collegio Militare Candellero di Torino dall’età di sedici anni, e poi all’Accademia di Modena: De Amicis si congedò dopo la sconfitta di Custoza, nel 1866.
Era stato in Sicilia, ma a Messina, e nel 1865, alla sua prima assegnazione appena uscito dall’Accademia, col grado di sottotenente. E il colera non sperimentò in nessun modo, non era già più militare. Ne diede conto a titolo di reportage, per quello che era stato, un’epidemia italiana, specie tra i contadini poveri, dalla Sicilia alla valle d’Aosta – che proporzionalmente contò più morti dell’isola. Il Sud può essere vittima della sua felicità inventiva, della sua voglia di narrare.
I deamicisiani ricordano un solo viaggio di De Amicis in Sicilia, nel 1906, da celebrità, su invito del poeta catanese Mario Rapisardi. Altra celebrità, seppure locale, ma in grado di oscurare Verga, il catanese veramente illustre. Indignando Sciascia, questa volta a ragione.

L’altro Sud
“Un altro Sud” censisce Raffaella Polato su “L’Economia”, di imprese che si segnalano per resilienza e innovazione”. Appena 37 sulle prime 500 censite in Italia. Su “un’area che è grande quanto mezza Penisola”.
Ma è vero che si possono fare affari al Sud, malgrado la cattiva politica, la pessima amministrazione, e le mafie: “Nel Mezzogiorno ci sono realtà che tra il 2010 e il 2016  hanno quintuplicato, sestuplicato, perfino decuplicato il giro d’affari”.
Il (piccolo) boom del Sud è dovuto a Fca, la Fiat-Chrysler. Con le Jeep di Melfi e le 500 di Pomigliano d’Arco. Ma è pure vero che Fca lavora soprattutto con le fabbriche meridionali, dopo avere smantellato mezzo Nord.
Tra le aziende eccellenti del Sud e in forte crescita due sono nel vibonese, a ridosso di Sant’Onofrio, la campagna che ha scandalizzato i media per l’assassinio del giovane immigrato. Sono la Caffo di Limbadi (Amaro del Capo”), che è diventata una multinazionale dopo essersi spostata dall’Etna nel vibonese. E la serie di piccole aziende del monte Poro, non abbastanza grandi per le “eccellenze” ma tutte esportatrici, del pecorino, il peperoncino, la ‘nduja, la cipolla dolce.

Meglio non giocare che al Napoli
Nel romanzo filosofico di Binet, “La settima funzione del linguaggio”, la rivoluzionaria napoletana Bianca spiega al protagonista che il Napoli è tropo povero, non può rivaleggiare con i migliori, nessun grande giocatore verrà mai a Napoli. Siamo nel 1980, Bianca non può sapere di Maradona. E si fa il caso del rifiuto di Paolo Rossi, appena squalificato per il “totonero”, le scommesse illegali. “Strano paese” commenta lui, Simon, professore-detective a caccia di U. Eco – provvisoriamente a Napoli, anche se forse non c’è mai stato, neanche come turista.
Ma Pippo Inzaghi farà peggio: preferirà non giocare un anno, piuttosto che passare dal Parma, allora neofita in serie A, al Napoli. Adesso, essendo il Napoli obiettivo di più di un allenatore, dà, non richiesto, un’altra versione: Quando ero calciatore fui vicinissimo al Napoli. Avevo già firmato per passare in azzurro, poi segnai un gol importante in Coppa delle Coppe e non mi lasciarono più partire”. Il procuratore aveva firmato per lui ma lui si rifiutò. Non giocò nel Parma per un anno, tanto era indispensabile. La stagione successiva fu ceduto all’Atalanta.

Sudismi\sadismi
Briatore, grillino entusiasta, non lo è di Roma, benché amministrata, si fa per dire, dai grillini. Alla “Zanzara” di Radio 24 dice breve: “Arrivare a Roma è più o meno come arrivare a Nairobi. Forse Nairobi è meglio di Roma”. Ma è un circolo vizioso, intende. Infatti prosegue: “Investire al Sud? Non ci sono le condizioni, non ci sono le infrastrutture. La gente non ha voglia, e chi ce l’aveva è andato via. Se adesso danno pure un reddito di cittadinanza questo mi sembra follia vera perché paghi la gente che sta sul divano. Sul divano ci sono già gratis, poi addirittura li paghi. Prenderanno il divano a due piazze”. Roma sarà anch’essa al Sud. Certo, il Kenya è talmente bene amministrato che si guadagna di più, molto, a fare l’albergatore. .

Galli della Loggia sul “Corriere della sera” chiede uno spazio domenica fra i commenti per tuonare “contro la vergogna dei nuovi schiavi del Mezzogiorno”. Ai nuovi ministri chiede di “impegnarsi a cambiare subito…. L’esistenza fatta di sfruttamento schiavistico e di abbrutimento umano in cui in vari luoghi del Mezzogiorno vivono migliaia di immigrati perlopiù africani”. Di quelli nei centri del Nord i nuovi ministri, si inferisce, non se ne devono occupare.
Galli del Loggia è uno storico, ma il Sud non gli va giù. In un decalogo contro la mafia che nel 1992 pubblicò su “La Stampa”, statuì da ultimo che “lo Stato deve rendere la vita impossibile come e più della mafia”. Tagliando l’acqua, l’elettricità, il telefono, e togliendo la patente.

Siculosciasciana
La Sicilia Sciascia ai suoi inizi voleva spagnola. Per motivi anche bizzarri: Pirandello è Garcia Lorca, o Machado. E perché, “se la Spagna è, come qualcuno ha detto, più che una nazione, un modo di essere, è un modo di essere anche la Sicilia, e il più vicino che si possa immaginare al modo di essere spagnolo”. Ma la Spagna non  sa nulla, o quasi, di questi modi di essere o genealogie. 

Un francese trova molto di sé in Sicilia. Gli inglesi pure, come è noto, tra armatori, vinai e lord. Anche il tedesco, perfino nella forma milanese. Ma uno spagnolo? Non c’è molta Sicilia in Spagna. Neanche poca.

Più tardi, 1988, tornando sulla Spagna con le foto di Scianna, Sciascia lo scopre: “Secoli di dominazione, in Sicilia, ma di libri spagnoli, nelle grandi biblioteche pubbliche e private dell’isola, pochissimi se ne trovano…. E tanta estraneità trova rispondenza in Spagna: non un solo spagnolo che, nei secoli in cui la Spagna ne fu padrona, abbia scritto un libro sulla Sicilia”.
Né su Napoli, né su Milano, si può aggiungere, non c’è in Spagna l’analogo di Chabod.

Sulla Spagna insomma Sciascia si pente, ma poi insiste. Dichiarando di avere “imparato tutto” nel 1938, o 1939, “la guerra di Spagna era da qualche mese finita”, sulle “Obras” di Ortega y Gasset, un volumone trovato su una bancarella, probabile preda di guerra di qualche “volontario” mussoliniano, col timbro di un circolo socialista di Saragozza. Ma lui stesso poi non vi si è in alcun modo applicato.

Nel problematico saggio sul “burgisi” (“Il «borghese» e il borghese”, ora in “Pirandello e la Sicilia”), il contadino mezzo ricco e  mezzo povero che dice l’esercito di riserva della mafia, Sciascia vuole – voleva negli anni1950 - i mafiosi in Sicilia “tutti cornuti” nel sentito popolare. In senso proprio, di accettazione del “vassallaggio sessuale delle popolazioni rurali nei riguardi del feudatario, del gabelloto, del soprastante (e anche dello sbirro e dell’usuraio), cui è da aggiungere l’aleatorio esercizio della patria potestà per le frequenti e lunghe assenze a causa del carcere e delle latitanze”. Quante corna, di feudatario, gabelloto, soprastante, sbirro, usuraio, con paternità comunque incerte, nemmeno il cervo le reggerebbe. La mafia è sempre stata una narrazione fertile, nel dopoguerra. Non c’è altro?
Ma, poi, in Sicilia non si scopava col pensiero, come voleva Brancati, e anche Sciascia?

In “Tramonto della cultura siciliana”, il saggio del 1915, Gentile è riduttivo: “Non è più distinguibile una cultura siciliana regionale (salvo che negli strati infimi che non hanno grande rilevanza storica)”. Per un motivo italianista: “Non c’è più, isolata e contrapposto al generale spirito italiano, un’anima siciliana”. Sciascia, che poi avrebbe cambiato parere, e anzi fatto dell’anima italiana un’anima siciliana (la “linea della palma” che sale invasiva), in una generale pessimistica disruptio dell’Italia tutta, lo contesta in “Pirandello e la Sicilia”. Ma per il fastidio che gli danno gli “strati infimi che non hanno grande rilevanza storica”.

Capuana invece queste stessi strati infimi nel 1892 aveva profetizzato grande marea –si legge in Sciascia, nella raccolta dii cose siciliane sotto il titolo “Pirandello e la Sicilia”. “Grande miniera” per lo scrittore: “il basso popolo delle cittaduzze, dei paesotti, dei villaggi”. Così è, è stato a partire dagli anni 1950: marea incontenibile, da Montelepre a Corleone, Alcamo, Castelvetrano. E più questo “cittaduzze” si modernizzano e si arricchiscono, più la marea sembra dilatarsi, e più aggressiva e ostile, invece che soddisfatta o contenta.

Scrivendo di Verga, del “Mastro don Gesualdo”, a un certo punto D.H.Lawrence fa una digressione sugli uomini siciliani: “Presi uno per uno, gli uomini hanno qualcosa della noncuranza ardita dei greci. È quando sono insieme come cittadini che diventano gretti”.
Un rebus? Nemmeno Sciascia ne viene a capo.

“Girgenti è una Spoon River italiana”, decreta Sciascia all’improvviso, analizzando la città di Pirandello, alla quale trova sempre mille difetti, e su questa stessa mancanza di compassione leggendo il poema americano (“Pirandello e la Sicilia”, 42). “La somiglianza tra Girgenti e Spoon River” vuole per questo: “Luoghi di «diuturno servaggio in un mondo senza musica», di «piccoli poveri uomini feroci»,di conflitti tra vita e forma, tra personaggi e creature”. Diversi solo perché “c’è la Bibbia dietro Lee Masters e Gorgia dietro Pirandello”.

A Catania si scrivono romanzi, a Palermo no. È vero, lo nota Sciascia palando del poeta scurrile catanese Domenico Tempio (“Pirandello e la Sicilia”). Anche ad Agrigento, però: tra Pirandello, lo stesso Sciascia (della provincia di Caltanissetta ma proiettato su Agrigento) e Camilleri.
A Palermo Sciascia non censiva Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo” gli era antipatico. Per motivi politici, di classe.

Il comico e il tragico Sciascia (sempre in “Pirandelo e la Sicilia) vuole distinti a Catania, Val Demone, “dove gli arabi non riuscirono a penetrare con sicurezza”, e indistinti invece ad Agrigento, “Val di Mazara, dove furono sicuri nei secoli della loro dominazione”. Ad Agrigento comico e tragico giocano “costantemente quel dialettico e indissolubile contrasto da cui si genera il moderno sentimento che denominiamo umorismo”. 
Agrigento, cioè Pirandello, Camilleri. Un “umorismo” che non sa non essere dialettale.

La mafia, di cui molto ha scritto, nel 1957 Sciascia antropologizza nell’emigrazione, recensendo “La mafia” del giornalista americano Ed Reid, e “Questa mafia” del maggiore Renato Candida. Come un dato ineluttabile, frutto di lingua, mentalità, storia, fame arretrata, subordinazione, sfruttamento, una Sicilia americanizzata intramontabile. Se non che dopo nemmeno dieci anni, dopo il deciso intervento di Bob Kennedy, quella mafia era debellata. La trilogia di Coppola negli anni 1970, “Il Padrino”, è un fogliettone storico.

“Renato Candida è stato un generale italiano”, recita recisa wikipedia: “A lui si è ispirato Leonardo Sciascia nel descrivere la figura del Capitano Bellodi, il protagonista de «Il giorno della civetta»”. Sciascia scrive a lungo di Candida e del suo libro senza mai dire che è un ufficiale dei Carabinieri in servizio effettivo. Però non ne avallò mai l’identificazione col suo capitano Bellodi, anzi piuttosto la negava.


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