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domenica 22 ottobre 2017

Problemi di base di coppia - 364

spock

E tutti gli Oscar che Weinstein ha fatto ottenere, anche alle attrici?

Che penserà Carla Bruni ora di Trump, si morderà le dita?

Carla Bruni ha poi sposato Sarkozy, ma ora che non è più presidente?

C’erano una volta i principi azzurri, ci sono ora i presidenti?

Perché nessuna sposa Mattarella – è vedovo?

I candidati devono dichiarare i redditi, e perché non gli amori?

Bisogna abolire il celibato dei preti per aprire nuove carriere coniugali?

Un papa sposabile non aprirebbe una gara di virtù?

spock@antiit.eu

Secondi pensieri - 323

zeulig

Complotto – È una forma giuridica, quindi definita, per una tipologia criminale che richiede una concertazione: corruzione, estorsione, traffici illeciti (droga, azzardo, contrabbando), controllo del mercato (quote, prezzi, appalti). È l’associazione a delinquere. Una forma giuridica che, come tutte le forme giuridiche, tende a estendersi indistintamente, se non definita e vigilata.
La legislazione tende ad ampliarla, ma come lavandosene le mani. Generalizzandosi, infatti, la forma diventata indistinguibile e “improbabile” – i processi da qualche tempo, dopo la prima novità, tendono a restringerne la portata.
È la psicosi del complotto che porta allo svuotamento del diritto, della forma giuridica? Ma dopo che il diritto ha stabilizzato la psicosi. È stato il problema in particolare dell’antimafia, e ora è dell’anticorruzione: le norme indistinte diventano inapplicabili, esse stesse parte del problema criminale, del “complotto” o associazione.

Conoscenza – Rafforza l’ignoranza nel mentre che la aggredisce. È una sorta di scultura del non finito, insieme confusa e precisa, attorno al corpaccione della realtà. Una gulliveriana, nelle vesti dei lillipuziani che si affaccendano sul gigantesco Gulliver. Gigantesco in rapporto alla loro piccolezza di formichine.

Contemporaneo – Si vuole di un classico, a suo maggiore onore, che sia sempre attuale, in ogni epoca e a ogni latitudine. Mentre forse la specificità è miglior titolo. Nel quadro magari di una questione generale sempre viva - la giustizia, la fedeltà, la passione (o la spassionatezza),  ogni nostra questione aperta. Una soluzione originale, e adeguata allo scopo. Che non può essere sempre e ovunque uguale.

Fatto – “Scartiamo tutti i fatti!”: quando Rousseau avvia l’indagine sull’origine dell’ineguaglianza, parte con questo proclama. Dopodiché, con sciolta dialettica, deduce ciò che ha dovuto essere.

Morte - “La morte e la bellezza sono due cose profonde\ che contengono tanta ombra e tanto cielo da dirsi\ due sorelle ugualmente terribili e feconde\ che dividono lo stesso enigma e il segreto”, secondo Victor Hugo. Che però sa che non è vero – si è guardato dal vivere in conformità, sfuggiva la sofferenza. Se non nel senso di Borges: “La bellezza è fatalità più che la morte”. Von Platen l’aveva già detto, ma in senso opposto: “Chi guarda la bellezza con gli occhi si è già consegnato alla morte”.
È tema (materia) che non si esorcizza, per quanti “voli pindarici” vi si possano fantasticare sopra. La morte è reale.

Nudo – A lungo si privilegiò nei simboli cristiani l’Incarnazione rispetto alla Morte, fino al Rinascimento, che per questo è pieno di dipinti osceni della Madonna col Bambino. E nella teologia dell’Umanesimo, il secolo che preparò la Riforma – che la chiesa si fece poi cancellare dalla polemica luterana. Il corpo non mente. Si dice, ed è vero: tutto nella materia rinvia all’immateriale.
Michelangelo combinò l’una nell’altra, la vita e la morte. Senza turpitudine: il primo significato teologico del nudo è l’origine, la creazione. Nell’aspetto d’amore e innocenza che si associa al momento seminale, sia nel creatore che nel creato. Di una volontà che si perfeziona generando fragilità e vulnerabilità. Questo per i cristiani, che san Girolamo vuole “nudi a seguire il Cristo nudo”.
Ma c’è un che di compiaciuto, in questo amore di se stessi indifesi, e la cosa è sospetta.

Progresso - Si procede stando immobili. Si vive bene se si sta qui ora. Si diventa immortali, almeno prima che morte non sopraggiunga - e si fa buona storia. Ma non coinvolti, non del tutto: è l’esserci e il non esserci di Amleto. Che vive il presente, e anche il futuro – lo presuppone.
È tema di Jünger, che quella del proscritto, del latitante, è la condizione per eccellenza dell’uomo.

Reale – È la ratio dell’evento. Del destino, ora impronunciabile - ci sia una coppia di Barcellona che decide di festeggiare l’anniversario di matrimonio da soli, senza i figli, di festeggiarlo a Firenze, città che amano, nei pressi di Santa Croce, il loro monumento affettivo, e una mattina, mentre ci passano davanti, lui decide di entrare un momento per una sua particolare devozione, e mentre attinge con le dita al fonte battesimale per segnarsi con l’acqua benedetta è colpito in pieno da un cornicione staccatosi a trenta metri di altezza, da un a struttura appena restaurata, questo è un evento e non il destino.

 “Il mondo e la vita sono uno”, Wittgenstein stabilisce. E: “Io sono il mio mondo” - o stabilisce che “il mondo è indipendente dalla mia volontà”? Spinoza deve averlo pensato - che avrebbe vissuto opportunamente un secolo dopo nella Polonia hassidica, invece che a smerigliare occhiali per tristi calvinisti, la quale estraeva Dio da ogni aspetto della vita, la danza inclusa, e il vino, rimediando al terribilismo inetto della Bibbia. Al coperto l’ha detto: “L’uomo genera Dio tra le ombre”.
Wittgenstein ha l’agilità del ninja, ora c’è ora non più, ombra molto reale, e contro l’irriverente Popper si ridusse a brandire attizzatoi, come un personaggio di Jack London.

Wittgenstein aveva problemi a descrivere l’aroma del caffè. Problemi non di parole ma di contorni, di delimitare i confini della cosa. Che vuol dire stabilire delle regole. Sarebbe scavare sabbia, spiega Bateson, perché i contorni ci vincono: mentre delimitano la cosa, la occultano. E finisce, conclude arguto Contardo Calligaris, che la cornice conta più del quadro. Senza contare che mettere in cornice si fa, nei ritratti e in letteratura, per i defunti. Bene, Marx avrebbe detto rovesciamento della cosa. Wittgenstein nella sua prima incarnazione pensò di avere dissolto la filo-sofia, la sua inclusa. Per questo si mise a fare il geometra, e il maestro rurale. È per questo che è simpatico, a uno così non si può obiettare niente.
È più spesso una fuga dal reale reale, che resta la morte.

Quello storico è alla decadenza e alla morte. Non si parlava mai della morte, non in letteratura, neppure nelle trincee, o nei lager, e sembrava buona norma, ora si fa con diletto. La crisi è coltivata, è l’ansia del ricco per l’erosione delle rendite: pesa più degli infarti, i tumori, gli incidenti, le epidemie. Non per carità, al contrario, è buttare il modo infetto addosso all’interlocutore, una cosa da untori. Il destino è anche sociale, e delle epoche storiche: sembra che, cessando il bisogno, si sia perduto il giudizio, e ogni stimolo al lavoro ben fatto. Le formazioni sociali sono vuote, e non per mancanza di volontà, è come cantare col naso. Di tale banalizzazione sono specchio la letteratura e la filosofia, gonfie di falsità: melasse, concettismi, oltraggi, tutto coltivato e insulso.

Sospetto – È la cultura dell’Occidente: l’interrogazione, ma non ingenua. Nella scienza come nella filosofia: si invera l’esito scagliando anatemi. C’è un bisogno di sospettare. A  fini conoscitivi, ma anche (auto)distruttivi. E quindi terapeutico o debilitativo?
Non è una questione di misura – di dove e come fermare il dubbio. È di impianto: indagare per abbattere (astio, odio, per quanto giustificato), magari divertendosi, o premiando il proprio ingegno, oppure per individuare e costruire?

Storia – È una constatazione d’ignoranza. Incolmabile. Tutta la conoscenza lo è, nel momento stesso che apre qualche porta o squarcia qualche velo. Ma dello storico è il metodo scientifico, operativo.

È labile? Tutto nell’uomo lo è, e nella storia – nell’uomo in forma di storia? Si trova nei Salmi che “la morte non conosce memoria”. Ed è invece al contrario che funziona, anche a non credere alla resurrezione. È che la Bibbia è a volte anticristiana.

zeulig@antiit.eu 

Raccontare l’incomunicabile

“L’uomo seduto nel corridoio”, “L’uomo atlantico”, “La malattia della morte”: i tre testi, usciti separatamente, sono stati poi riuniti come testi segreti perché in effetti lo sono. Rosella Postorino, che ha volute ritradurli, ne propone un senso, ma semrpe ponendoli “al confine del linguaggio”.  Sono testi significativi forse solo alla scrittura, cioè nell’originale francese, dove hanno un loro segreto. Sarebbero dialoghi non detti, di pensieri o immagini, o sguardi, vellicazioni, di arti o parti disgiunte. Unico riconoscibile il fondale, di acqua: l’Atlantico, oppure un altro mare non detto (il Tirreno al Magra?), oppure la foce del fiume. A formare una “comunità negativa, una comunità di coloro che non hanno comunità”, ne scrisse Blanchot, riprendendo una frase di Bataille.
Bataille-Blanchot-Duras, o dell’indicibile? Il terzo racconto in particolare, “La malattia della morte” Blanchot giudicava “perfetto” – irracontabile. Erano anni in cui si “scriveva”, si sperimentava. Duras è una patita della scrittura – fece polemiche celebri contro i non-scrittori, per es. Sartre, mentre vantava gli “scrittori” Blanchot, Bataille. Si volle fuori della sperimentazione a lei contemporanea in Francia, della cosiddetta École du regard, della scrittura denotativa, ma sempre sperimentò in proprio, anche in teatro e al cinema, con “scrittura” fortemente connotativa.
Forme di sperimentazione molto soggettive, quasi personali. Erano anche gli anni della incomunicabilità, rivendicata più che sofferta.
Marguerite Duras, Testi segreti, Nonostante, pp. 126 € 15

sabato 21 ottobre 2017

Ombre - 387

Due pagine di “La Lettura” e Massimo Gaggi sul complotto di Putin, la vecchia disinformacija: “Gli hacker russi all’assalto dell’American Dream”. Documentatissime. Ma, e gli hacker americani all’assalto della Russia? O sono incorporati nell’informacija?
Il complotto informato sa necessariamente di complotto.

Le forze siriane sostenute dagli Usa hanno liberato Raqqa dal dominio Is distruggendo la città. E subito l’America protesta perché “un nuovo capitolo si aggiunto alla tecniche di guerra americane, che non contemplano la distruzione totale del nemico” – “The Atlantic”. Peggio: i rifugiati siriani vengono deportati perché sospetti di collusione con lo Stato islamico.

Non c’è guerra giusta. O l’America non sa, non vuole, fare le guerre.

“Quel turista morto in Santa Croce e l’arte che dobbiamo proteggere” – “la Repubblica”. I turisti invece no?

Si contesta l’opportunità della mozione Pd sulla Banca d’Italia. Che però tenta solo di non farsi fregare dalle mozioni analoghe dei 5 Stelle, la Lega e Sinistra Italiana già in discussione. Su fati peraltro no discussi, né incerti.


La mozione Pd contro Visco è ricalcata su “la Repubblica”, le critiche che il quotidiano ex di Scalfari è venuto facendo in questi mesi e anni. Ma il quotidiano prende posizione contro la mozione, e contro Renzi che l’ha voluta. Non nei contenuti, che Andrea Greco ha ribadito, ma sulla opportunità, i retroscena, gli odi e le mire private. Contro Renzi. Ci vuole sempre un cinghiale cui dare la caccia, per sentirsi vivi?  

A Valeria Khadja Collina, madre di un terrorista dell’Is morto a Londra con le sue otto vittime,  pubblicano un libro per farle dire che suo figlio era bello e buono, e lei mi avrebbe sospettato. Nel lancio del libro su “la Repubblica” spiega che il figlio aveva in camera e su facebook insegne e testi dell’Is, teste mozzate, etc. Con l’islam di queste donne va una diversa concezione del buono?

Juventus-Sporting Lisbona si gioca a una sola porta, quella portoghese. La squadra torinese fa due gol e una dozzina di quasi-gol. Ma “la Repubblica” le riempie di 5 in pagella il giorno dopo. Mentre alla squadra avversaria dà una mezza sufficienza. È sempre De Benedetti contro gli Agnelli?
Il “Corriere della sera” fa le stesse pagelle, peggiorate – peggiori per gli juventini, migliori per i portoghesi. È Cairo (Torino) contro l’altro club cittadino? E l’informazione?

“A Manhattan”, dove si fa l’opinione pubblica Usa, dice ad Angelo Aquaro sul “Robinson” il direttore della progressista “New York Review of Books”, Ian Buruma, “la gente è acculturata, ha un buon lavoro e non ha mai incontrato in vita sua un elettore di Trump. I democratici non si sono neppure degnati di fare campagna elettorale nel Midwest, così sicuri che là avrebbero vinto”. Che opinione e che democrazia, di che partito Democratico? 

“Alla conferenza di pace di Parigi”, dopo la guerra, nota Claudio Magris sul “Corriere della sera”, mentre De Gasperi onesto e dignitoso riconosceva “come tutto fosse contro di lui quale rappresentante dell’Italia, l’Austria veniva onorata quale vittima del nazismo e dell’annessione, l’Anschluss”. Già, uno non ci pensa: il nazismo sceso dal cielo.
Un’assoluzione anzi, anzi una glorificazione, senza nemmeno confessione. La cosa è molto o poco cattolica? 

Fa più senso Harvey Weinstein o il numero delle attrici che si sono lasciate fare, quaranta finora - ma lo chauffeur del produttore americano a Cannes dice che mancano “tutte le francesi”?
Si denuncia dopo venti e trent’anni per un amarcord?

Non è il solo lato strano del mostro Weinstein. “In America, dove ho vissuto a lungo”, dice Maria Grazia Cucinotta, fondatrice e animatrice di “Vite senza paura”, contro le violenze sessuali, “gli uomini sono terrorizzati dalla denunce”, ce ne sono che ”evitano di prendere l’ascensore da soli con una donna”. Weinstein no.

Weinstein era un grande provveditore di Oscar, alle attrici e anche agli attori e ai registi: sapeva corteggiare i votanti, e le votanti. Se ne chiederà ora la revoca, come si fa per i titoli dei dopati?

E Trump in tutto questo? Solo una si trova, che ai bennati non piace. Sarà difficile eguagliare il ridicolo di Clinton, ma una buona donna sarebbe un grimaldello migliore di Putin per scardinare l’inverosimile Trump. Carla Bruni per esempio, sua vecchia fiamma, perché non si presta’

Berlusconi può dire Davigo “un concentrato di odio, invidia e rabbia”. Senza obiezioni. Non dai colleghi magistrati, che lo conosceranno bene. Gli storici pure tacciono, loro sono prudenti.

Valentino Magliaro, venticinque anni, studi tecnici conclusi tardi e male, tre università in quattro anni, con un solo esame, non passato, e “mille esperienze” di nessuno spessore, è il “leader civico” italiano eletto alla Fondazione Obama. Che per questo lo ha invitato a Chicago. La sindrome 5 Stelle – non studiare, non lavorare - dunque ha contagiato l’America. Si comincia a capire che abbiano votato Trump.

Magliaro programmerà la scuola del futuro – la sta già programmando: una scuola in cui non ci sarà bisogno di studiare. Non c’è già?

La rivoluzione francese tradì la democrazia

La Francia è l’unico paese che favorisce l’indipendenza degli altri popoli. Come a dire: ma non la sua. Quanto la democrazia deve all’ingenuità del Necker,  del Mills (John Mills, il primo traduttore in francese della “Cyclopaedia or an universal dictionary of arts and sciences”, ispiratore della più celebere “Enciclipedia” illuminista)? Quanto il Terzo Stato deve a Mirabeau, respinto dai nobili, e a Siyès, respinto dal clero - con Fouché, prefetto del collegio degli Oratoriani.
Un Manzoni pieno di sorprese, ma impubblicabile. Perché non finito? Molto controcorrente nella sua epoca, gli anni 1860. Ma poi anche dopo: è una critica della rivoluzione dell’Ottantanove. I curatore dell’unica edizione del saggio, nel 1940, intitolato “Storia incompiuta della rivoluzione francese”, Gian Franco Grechi, doveva premettere: “L’Opera qui pubblicata è una delle meno fortunate del Manzoni”. Ma per un motivo preciso, che si può condividere anche in epoca non fascista, specie dopo il riesame della rivoluzione stessa in occasione del bicentenario. Nuoce all’opera “l’inequivocabilità del giudizio negativo” sula rivoluzione.
È una difficiltà che lo stesso Manzoni si prospettava poco dopo l’inizio, seppure nella triplice ipocrita negazione: “Non possiamo non preedere che questo scritto si troverà a fronte d’opinioni contrarie”. Per lo stesso motivo forse non portava il saggio a conclusion, benché ci abbia lavorato per una dozzina d’anni – o perché era tenue il raffronto con la “rivoluzione italiana del 1859” del progetto originario (il titolo di lavorazione è “”La rivoluzione francese del 1798 e  la rivoluzione italiana del 1859. Osservazioni comparative”), di cui si trovano trace trascurtabili tracce. Lo stesso curator dice il titolo “Soria incomplete” un falso sorico, poiché “non è un lavoro propriamente storico”. E invece lo è. Anche fondato, non più scandaloso, dopo le revisitazioni e gli approfondimenti con esito revisionistico di François Furet per il bicenteneraio trent’anni fa.
È un libro datato. Il revisionismo fu d’obbligo per gli high tories alla Restaurazione – Chateuabriand aveva già un “Essai sur les revolutions”. Manzoni provvederà tardi, ma ci pensava evidentemente da tempo, accumulava materiali. Un po’ don Abbondio forse, non avendo il coraggio di esporsi, lo farà al coperto della “rivoluzione italiana del 1859”, di cui poi si dimentica. E tuttavia per tantissime cose ancora nuovo. Per i particolari di varie vicende. E di più per gli aspetti costituzionali o giuridici, che la rivoluzione calpestò liberamente. Sul concetto di legittimità, degli atti e delle istituzioni. E su quello dei diritti, compreso quello di libertà. Nel suo piccolo e praticamente inedito anticipando Rawls, e le basi etiche del diritto.
La storiografia di fine Ottocento, primi del Novecento concorde rifiutò l’opera alla sua prima fugace apparizione nelle opera complete. Su base liberale. Salvemini e Omodeo la ignorarono del tutto nelle loro storie della rivoluzione. Salvatorelli la cita in tre righe nella “Storia del pensiero politico italiano dal 1700 al 1870”, giusto per dirla “senile requisitoria legalistica”. Croce aveva giudicato “assurdo” il giudizio in “termini giuridici” di una rivoluzione. Ma si fa leggere.
Tra i conservatori Manzoni era e resta il più laico e democratico. Molto legato, anzi, alla democrazia, al di là delle convenienze liberali, dei ceti proprietari. Tra i cattolici forse neanche i più progressisti, Rosmini e Balbo, si spinsero come lui per la democrazia pura e semplice, anche in questa incompiuta. Ed è “francese”, abbastanza per essere considerato non sciovinista, non uno prevenuto. Lo era di formazione (studi, frequentazioni) e  di gusto. Ebbe e mantenne buoni contatti dopo il ritorno da Parigi, scrisse in francese. E aveva grande equilibrio politico, e capacità di analisi. I temi storici che solleva nel saggio sono molti. La scusa dei tiranni. La servità volontaria. Gli scalmanti spettatori dell’assembela del Terzo stato che diventano il “popolo”. “L’arbitrio che usurpa un potere supremo, o crea un dispotismo o apre la strada a una serie indefinite di altri arbitrii; e né l’uno né l’altro è libertà”. Molto se ne potrebbe citare.
Molto e in dettaglio critica i protagonisti occulti della rivoluzione, in più fasi: Mirabeau, Fouché, Bailly, nonché “la metafisica dell’abate Sieyès”. Sono due dei maggiori latifondisti, Noailles e d’Aguillon, che propongono l’abolizione di tutte le servitù. La dichiarazione dei diritti in America è politica (parità fra i popoli, fra gli Stati) in Francia è filosofica:”Quella di Filadelfia era una soluzione, quella di Versailles, con le stesse parole, poneva il problema”.
Molta saggezza politica vi è dispensata. Buona per conoscere meglio Manzoni, se non per la storia delle idee. “Qualche volta le parole sono più difficili e intrattabili delle cose”. “L’antilogia conduce facilmente all’antifrasi”, quando ci si agita troppo. “Nei tempi moderni, e in un vasto Stato, la ragione d’essere del dispotismo non è in un recinto fiancheggiato da torri e circondato da fosse, ma nelle circostanze che dispongono gli animi a subirlo e qualche volta a desiderarne uno, per sottarsi a uno peggiore o alla licenza. Che non è, come le definiscono molti, l’eccesso della libertà, ma una pessima specie di sdspotismo: quello, cioè, dei facinorosi sugli uomini onesti e pacifici”. “In tempi di rivoluzione (intendo sempre una rivoluzione che distrugge un governo senza sostituirgliene un altro), ogni atto politico non può che essere rivoluzionario, cioè il resultato di una forza che prevalga, in un dato momento, indipendentemente da leggi o istituzioni”.
Alessandro Manzoni, Storia della rivoluzione francese

venerdì 20 ottobre 2017

Letture - 320

letterautore

Cattolicesimo romano – In un passo semiserio dei suoi ricordi di vita in campagna, da ragazzo, “Boyhood”, J.M.Coetzee, invitato a scuola a scegliere fra tre appartenenze religiose, Cristiano, Cattolico Romano, Ebreo, lui di famiglia senza religione, dice Cattolico Romano. Per un motivo preciso, non sapendo di  religione: gli piaceva il romano. Cattolico romano era per lui Orazio – a dieci anni, in una scuola rurale, ma non importa (queste memorie in tarda età sono sempre approssimative). Era, dice, la difesa del ponte Sublicio, sopra il Tevere, “il fiume sacro”, dalle “orde etrusche” - e, un po’ alla rinfusa, Leonida e gli Spartani che tengono il passo alle Termopili, Orlando che tiene il passo contro i Saraceni. L’eroismo era romano. Mentre i (pochi) veri cattolici della scuola lo deridono, spiegando che non è così: essere cattolico significa andare al catechismo il venerdì, confessarsi e comunicarsi la domenica.

Nelle memoria Graham Greene ricorda un incontro a un ricevimento in Francia con l’allora cardinale Montini, che s’imporporò alla presentazione, e poi confessò eccitato e confuso il suo orgoglio di fare la conoscenza dell’autore de “Il potere e la Gloria”. Il romanzo di cui è protagonista un prete ubriacone e molestatore in Messico, che però trova la forza di sacrificarsi per i suoi parrocchiani, che vogliono da lui, malgrado tutto, la somministrazione dei sacramenti, durante la guerra “cristera”, del governo massone contro i religiosi e i praticanti. Greene obietta: “Mi fa piacere. Ma il libro è stato messo all’Indice”. E il future Paolo VI: “Ma lei che è cattolico dà importanza a queste cose?”.
Uno dei primi gesti di Montini papa sarà l’abolizione dell’Indice dei libri proibiti.

Complotto – È tema d’innumerevoli film, la storia come cospirazione. Forse il tema più diffuso: si presta a suspense e sorprese. Si può capire che sia la chiave dell’opinione pubblica contemporanea, specie sul web incontrollato e incontrollabile. Ma è anche il filo dei maggiori bestseller librari – capofila Dan Brown, recordman di vendite. Un prodotto per antonomasia per gente che pensa. E più lungo è, più è apprezzato.
Ha successo anche sotto forma critica. Con Eco per esempio: “Il pendolo di Foucault” ha forse avuto più successo de “Il nome della rosa”, e comunque è più citato. Eco ha reiterato il genere con “Il cimitero di Praga”. Entrambi piuttosto noiosi, tanto la critica vi è scoperta. E tuttavia letti e riletti.
  
Dante – Contemporaneo, è titolo di merito o di demerito? Potrebbe voler dire superficiale, adattabile a ogni situazione ovunque. Miglior titolo sarebbe approfondito, o acuto, e giusto. Uno che del suo tempo sapeva vedere buono e cattivo. E da questo sapeva tirarsi fuori, e anche combatterlo. Lasciando ai posteri non la contemporaneità, ma la valutazione che, in solitario, è riuscito a inquadrare un problema, e a darli plausibile soluzione – “giusta”. Nelle condanne e nelle promozioni, nelle pene e nei benefici. Passando perfino sopra (Brunetto Latini) con evidenza alle simpatie.

Uno studioso di diritto pubblico. Un antesignano della materia, col “De Monarchia”. Lo proclamava Hans Kelsen, il giurista del Novecento, nel suo primo libro post-laurea, a 24 anni,  nel 1905, “Lo Stato in Dante”, di cui ora si fa la tradUzione, 100 anni dopo. È dallo scritto su Dante, tentato e concluso da Kelsen contro il consiglio del professore con cui preparava il dottorato, che si inizia la carriera di Kelsen come massimo studioso di diritto pubblico del Novecento.

“Per me, dissi, l’ «Inferno» è assolutamente mostruoso, il «Purgatorio» equivoco, e il «Paradiso» noioso”: lo dice Goethe celiando, però un lettore di best-seller direbbe altrimenti? Fatta salva la difficoltà espressiva, per esempio nella traduzione francese d Jacqueline Risset, al contrario, la trilogia ha molto ritmo, con effetto di suspense.
Goethe lo dice nel “Viaggio” di se stesso nel secondo soggiorno a Roma, a uno dei tanti ricevimenti ai quali veniva convitato, dove “si davano convegno, oltre i commercianti d’oggetti d’arte, anche certi letterati che qui vanno in costume di abate”, racconta. Che si fanno una punta di spiegare come e quanto gli stranieri non possano capire i poeti italiani. A uno di questi, “giovane e intelligente gentiluomo”, alla fine Goethe sfinito decide di dare ragione.

Ecfrasi – La figura della retorica greca, della descrizione inserita in un racconto, più o meno in forma di digressione, sospendendone lo sviluppo, è stata ripres modernamente da Fénelon, “Dialoghi sull’eloquenza”. A proposito della poesia che è anche pittura – “ut pictura poesis”: “Dipingere è non soltanto descrivere le cose, ma rappresentarne le circostanze in maniera così viva e così sensibile che lo spettatore s’immagina quasi di vederle”.

Filosofia tedesca – Si diceva “obscurum per obscurius” in Francia, il tardo latinismo inventato a metà Ottocento dalla Royal Society di Londra, in polemica con la pretesa tedesca alla vera filosofia, che Descartes e gli illuministi riduceva – riduce - a pensatori superficiali. Riprendendo la polemica, nota Furio Diaz in “Voltaire storico”, 303-304, che gli storici tedeschi montarono contro Voltaire storico. E fuori di polemica?
Möser, Hamann, Winckelmann, Herder, dice Diaz, sostennero contro Voltaire che la ricchezza e la vitalità della storia non possono essere individuate e analizzate che dallo spirito tedesco, più profondo di quello francese perché la Germania continua a vivere sotto l’influsso delle grandi forze spirituali del suo passato. È argomento filosofico?

Islam – Voltaire lo apprezza, in antitesi al cristianesimo che disprezza  - malgrado i tanti riferimenti blasfemi, nei poemi e nei racconti, a Maometto? La “Correspondance litéraire” del bavarese Melchiorre Grimm lo poteva satireggiare in questi termini, a Capodanno del 1754: “Le malelingue dicono che l’autore andrà a farsi circoncidere a Costantinopoli,, e che questo sarà la fine del suo romanzo”. L’“autore” è Voltaire, riconosciuto autore di una “Sintesi di storia universale” appena pubblicata anonima a Amsterdam, che inizia criticando gli storici di corte: “Gli storici, simili in questo ai re, sacrificano il genere umano a un solo uomo”. Nonché antimonarchico, Voltaire è presentato anche, attraverso i suoi scritti, come anticristiano e favorevole a maomettani.

letterautore@antiit.eu

Maria piange il Figlio, il lettore pure

Un’“Affruntata”, il rito della Settimana Santa – Maria rimprovera il figlio in croce. Ma d’autore, verbosissimo.
Colm Tóibín, Il lamento di Maria, Bompiani, pp. 99, ril. € 15

giovedì 19 ottobre 2017

Ma la Banca d’Italia non c’è

È subito scaduta a pettegolezzo - la vendetta di Renzi, anzi di Boschi - ma l’autorevolezza della Banca d’Italia non è questione da poco. Ed è semplice: ultimamente si è dissolta.
Si sono avuti fallimenti di banche che si potevano evitare. Per cattiva gestione, cioè, in misura perfino macroscopica, visibilissima. A fronte dei quali aumenti di capitale miliardari sono stati autorizzati, invece di interventi preventivi o sanzionatori tempestivi. A Siena due volte e a Vicenza, per perdite altrettanto miliardarie dei risparmiatori - 30 miliardi è una somma per difetto.
Si è introdotto il bail-in nel 2014, la Banca d’Italia volenterosa esecutrice, senza darne avviso ai risparmiatori, se non a danno intervenuto, e da essi pagato, due anni dopo. L’informazione e l’educazione sono compito della Banca d’Italia.
Si sono lasciati gonfiare i crediti inesigibili, non-performing loans, mentre anche qui la metastasi si poteva disinnescare, con cartolarizzazioni tempestive, anno per anno.
La vigilanza sul debito pubblico non è compito della Banca d’Italia. Ma la Banca d’Italia in precedenza se ne è sempre occupata, con autorevolezza, nelle “Considerazioni finali” annuali e con ogni mezzo, in virtù della moral suasion che tutti le riconoscono. Il debito è sempre cresciuto in questi anni, senza giustificazione alcuna se non lo sperpero: i tassi sono stati bassi, le entrate in aumento malgrado la crisi, gli investimenti pubblici tagliati, comprese l’istruzione e la ricerca. Nel silenzio.
Il confronto internazionale è da vertigine. Veniamo da un quinquennio in cui, escluso l’ultimo anno, il presidente della Bundesbank e il ministro del Tesoro tedesco hanno a settimane alterne attaccato pubblicamente il debito e le banche italiane. La Banca d’Italia è come se non ci fosse stata. Nemmeno per dare loro ragione.
Le critiche pubbliche dei responsabili monetari tedeschi sono irrituali e anche in certo senso illegali (aggiotaggio): bene o male facciamo parte di un sistema monetario unito, in cui tutti possono dire tutto, ci sono luoghi e occasioni per questo, non le conferenze stampa. Ma se i tedeschi possono seminare panico perché i tempi e l’etica sono cambiati, perché la Banca d’Italia tace?
Su questo versante molto ci sarebbe da osservare. Quante banche tedesche, o anche francesi (o britanniche o americane, per dire le patrie del liberismo puro), sono state pagate dai risparmiatori? Come ha dovuto fare chi aveva messo i suoi risparmi in ben sette banche italiane, anche grandi, Mps e le venete? Bisogna saperci anche fare, oltre che ossequiare le ideologie.
Questo è il punto più discutibile, ma più sensibile. La Banca d’Italia ha il compito di proteggere il risparmio. Non lo ha fatto, in vari modi. Dire speculatori gli azionisti e gli obbligazionisti delle banche fallite è stupido, oltre che disonesto – con questa Banca d’Italia come si ricapitalizzeranno le banche?
Dire che la Banca d’Italia non c’è non si può. Ma è come se non ci fosse. Non per il versante buono.

Debito insostenibile, e più con la ripresa

Una donazione del papa Francesco, delle ricchezze della chiesa, per salvare l’Italia, suggeriva questo sito qualche giorno fa. Una manomorta in forma di donazione. Come dire: solo un miracolo ci può salvare.
Come venire a capo del debito pubblico, che si mangia di soli interessi tutto quello che l’Italia risparmia ogni anno, e qualcosa di più – stiamo intaccando il capitale? Se ne viene a capo con un accorgimento contabile. L’ennesimo quest’anno, come ogni anno dal 1992: la Nota di aggiornamento del governo al Documento di Economia e Finanza promette che il pil aumenterà al galoppo, l’inflazione ritornerà, e la bestia è domata. Ma sapendo tutti, per primi gli autori della Nota, che il debito aumenterà l’anno prossimo, per il semplice costo del debito stesso, e ancora l’anno successivo.
Stiamo intaccando il capitale
Un debito che produce solo costi viene tagliato in ogni bilancio, del buon padre di famiglia o del buon manager, anche a costo di un sacrificio iniziale. Solo in Italia viene alimentato – magari sostenendo di no. Per arricchire i prestatori, non c’è altra ratio.
Indietro non si può trnare. Alla sbadata adesione all’euro senza ripulire il debito, tra Ciampi, Draghi e Prodi. Quando un consolidamento del debito sarebbe stato necessario, come lo faceva il Belgio. Ma agire bisogna, il debito affonda l’Italia. Per il semplice fatto di essere, anche se da anni non viene alimentatoda nuove spese, lo sbilancio non c’è. Il debito pregresso. Che anche oggi, con i tassi ai minimi costa.
Spesa per interessi sul debito pubblico, in miliardi
                             2007   2008   2009  2010  2011  2012  2013  2014  2015  2016
Italia                     76,6     80,4    69,2   68,8   76,4   83,5   77,5   74,3   68,4   66,5
Germania              66,9    68,4    64,9    63,8   62,3  63,0    56,0   51,9   47,2  43,3
Francia                  50,9    56,1    46,5    47,6   53,6  53,8    48,1   46,5   44,4  41,9
Gran Bretagna       48,4     43,0   31,7    52,9   59,6   59,7    58,4   60,8   60,4  58,3
Spagna                  16,8     17,2   18,3    20,2   26,3   30,9    35,6   36,0   33,2  31,3

Il debito cioè va molto male pur andando molto bene: paga interessi mai così bassi. I quali infatti  non dureranno: vogliono tutti che l’inflazione salga almeno al 2 per cento, e quindi anche gli interessi. Andrà peggio per il semplice fatto dell’esistenza della massa del debito. Come nel 2012, quando sempre con i tassi ai minimi, il costo fu di 83 miliardi. L’Italia paga per interessi la più alta percentuale del suo pil in Europa, più della disastrata Greci – 4 per cento nel 2016, contro 3,2. La media Ue è del 2,1 per cento. La Spagna paga (2016) il 2,8 per cento del pil, la Gran Bretagna il 2,5, la Francia l’1,9, la Germania l’1,4 – pur avendo avuto fino al 2011 un debito in assoluto maggiore di quello italiano.
Tasse e tagli non bastano più
Non ridurre il debito costringe a nuovo debito. È la mano perversa che riduce l’Italia sempre con l’acqua alla gola, indietro in tutti gli indici positivi dell’economia, con l’ansia addosso del fallimento.Anche ora che c’è un minimo di ripresa: tutto il beneficio, la crescita annua, non basta a pagare gli interessi sul debito. Hanno preso 66 miliardi e mezzo nel 2016, ne prenderanno 70 quest’anno. Meno del record di 83 miliardi e mezzo pagati nel 2012, ma pur semrpe un serpente che si morde la coda.
Venticinque anni di bilanci pubblici in attivo, cioè di nuove tasse e di tagli alla spesa, non sono bastati a ridurre il debito: ogni no l’attivo dev’essere magggiore, le restrizioni alla spesa, solo per pagare gli interessi sul debito. Una jugulazione che – non si ripeterà mai abbastanza - non può che accrescersi con l’inevitabile rimbalzo dei tassi, se solo la ripresa si consoliderà e i consumi torneranno a crescere, come è giusto auspicare.
Una qualche forma di consolidamento, necessario venticinque anni, all’adesione all’euro, è ora solo indispensabile. Questo sito ne ha segnalato più volte l’urgenza, che col tempo non si è dissolta ma aggravata:
http://www.antiit.com/2009/03/consolidare-il-debito.html
http://www.antiit.com/2015/03/la-vera-riforma-e-del-debito.html
Come il Kazakistan
Il consolidamento non è un dramma. Molte forme se ne possono ipotizzare, che riducano l’impegno dello Stato in forma di capitale senza sconquassi. In cambio di sgravi fiscali – meglio se futuri. In cambio di una migliore remunerazione – meglio se a termine. In cambio di ogni altro bene che non sia debito: una quota di un fondo immobiliare, una quota di un fondo di azienze pubbliche (la Germania elimina un quarto del suo debito attraverso gli attivi della sua Cdp, il Kreditanstalt für Wiederbau).
L’alternativa non c’è. C’è anche poco da lavorare per il window dressing, per abbellire il debito, con le Note aggiuntive e altrettali. Essendo il debito italiano oggetto privilegiato della speculazione. Anche per la debolezza della politica iotaliana, sotto i colpi del carrierismo dei giudici. E del ritornato democristianesimo, dei bla-bla-umpa. Il debito della Spagna, un paese che ha dovuto rifarsi  un’elezione per ché non riusciva a darsi un governo, ed è sull’orlo della dissoluzione, ha rating più favorevole di quello italiano. Anche il debito ungherese è molto più sicuro dell’italiano – l’Italia è al livello della Romania, del Marocco e del Kazakistan.

Amore di mamma, con cricket

Tutto sua madre. Contro un padre che – o per questo – annega nei debiti e nell’alcol, anche lui reduce di guerra. Sembra la storia di Pasolini, la mamma anche lei è maestra, ma senza il tragico. Racconti corretti, senza santificazioni né deprecazioni. I primi di una trilogia autobiografica, “Scene di vita di provincia”. Tutti centrati sull’io-lui. Che però non ha emozioni, eccettuata la madre.
Ricordi stinti, da letterato, che lasciano vedere la tessitura. Distaccati, di uno  non coinvolto. Benché parli del Sud Africa attorno al 1950, quando l’aparthed si instaurava, scena si pensa drammatica. Scritti tardi, mentre era in procinto di passare dal Sud Africa all’Austrialia. Dopo una vita nell’insegnanento in America. Apolide anche di fatto.
O forse si leggono male per l’eccesso di selfie in questi venti anni dalla loro pubblicazione. Specie degli autori da bambino - l’infanza piace a Coetzee, l’ultimo romanzo lo ha chiamato, da ateo professo, “L’infanzia di Gesù”, ma forse se l’è dimenticata. Qui poi con molto cricket, altrettanto noioso.
Questa potrebbe essere una chiave, l’infazia noiosa. Una sorta di giustialismo anti-selfie. Ma Coetzee è serio. E così deve essere: si leggono questi ricordi perché l’autore è un Nobel, e firma tutte le buone cause - anche contro il governo australiano ora che si è fatto cittadino australiano, che bisogna fare per vivere, bene.
J.M.Coetzee, Infanzia. Scene di vita di provincia, Einaudi, pp. 169 € 11,36

mercoledì 18 ottobre 2017

Il mondo com'è (320)

astolfo

Maometto –  È intrattabile. Inafferrabile perché è della storia, per fatti e detti, e uomo del Libro, il profeta. Intrattabile anche di fatto, e non solo per gli “infedeli”: lo storico che vi si avventurasse, sia pure a fini agiografici, è passibile di interdetto mortale.

Militari Usa – Hanno sempre avuto un ruolo politico nella più grande e più solida democrazia del mondo, quella americana, a cominciare da Washington. Il generale Mattis ministro della Difesa, il più solido ministro del volatile Trump, il ministro per la sicurezza nazionale H.R. McMaster, e il capo di gabinetto John Kelly, l’unico che sia riuscito finora a dare una linea e un ruolo alla Casa Bianca dopo Obama, i generali al potere non sono una novità.. Generali sono sempre stati al vertice politico degli Stati Uniti, alla Casa bianca: il generale Zachary Taylor a metà Ottocento, il generale Franklin Pierce qualche anno dopo, il comandante generale Ulysses Grant, e Esenhower un secolo dopo. Che nel suo commiato dopo otto anni di presidenza, il 17 gennaio 1961, trasmesso per radio e televisione, mise in guardia il “popolo americano” sull’invadenza del “complesso militare-industriale”, l’intreccio di interessi fra industrie militari, politici dei luoghi dove le fabbriche di armamenti operavano, e gerarchie delle forze armate.
Fra i tanti che sono stati ministri, chiamati per chiara fama, il più famoso è il generale Marshall, organizzatore e stratega delle forze armate americane in guerra, e poi come segretario di Stato (ministro degli Esteri), nel 1947, del piano di ricostruzione dell’Europa che porta il suo nome. Fra i più recenti si ricordano, con lo stesso incarico, il generale Alexander Haig, nominato dal primo Reagan, e il generale Colin Powell segretario di Stato di Bush jr.

Roma – Già il filologo classico Arnold J. Toynbee l’aveva cancellata dalla storia della civiltà, nel lavoro ventennale in dieci volumi “A study of History”. Le civiltà di Toynbee jr., al modo di Spengler, nascono da una “risposta” a una “sfida”, quella dell’ambiente fisico e storico, e si articolano in una fase di sviluppo e una di decadenza. Ne analizza una ventina - ventuno esattamente, con la “minoica”, che allora, prima della decifrazione delle tavole d Cnosso, si pensava distinta da quella ellenica - ma esclude che ce ne sia stata una romana. Ne ha una “andina”, una “yucateca”, e una generica “di Estremo Oriente, figlia della giapponese”, ma non una romana. Che dice nata morta nel quinto secolo a.C..Non al modo dei filosofi, di quelli che dicono la vita una pausa tra il niente e il niente. Lo dice “storicamente” – in antipatia a Gibbon, è vero. Nell’Europa occidentale la civiltà si sviluppa dopo il 700 d.C. Prima ci fu solo una “civiltà ellenistica”. Il  secolo di Augusto è una “raddrizzamento”, quello degli Antonini una “estate di san Martino”. L’antipatia verso la capitale – che pure è la città più amata dagli italiani, gli indicatori sono su questo concordi – è di vecchia data.

Tribù – Ritorna il tribalismo, in Catalogna, nel Lombardo-Veneto. Incerto, l’ordine essendo globale, ma puntiglioso. Se ne osserva anche la materialità al cinema, se si va a vedere il film di Jonas Carpignano “A ciambra”, su una tribù di zingari nei pressi di Gioia Tauro – la vita quotidiana all’interno della tribù, e nelle sue relazioni all’esterno, con gli “italiani” e con i  “marocchini” (gli africani), che anche loro si ritengono e si comportano come tribù: la tribù, che divide, unisce.

La storia si può anche dire storia di tribù, ristrette o larghe. L’identità di lingua e di cultura, una volta configurata, è indistruttibile, imprime macchie indelebili, anche per il richiamo al sangue, non stereotipo. La nazione è come la foresta, organata, di varie specie o tribù, forme semplici il clan e la famiglia.
Il tribalismo è uscito dalla storia mezzo secolo fa, con la decolonizzazione. La tribù essendo invasiva in Africa e nel sub-continente asiatico, e quindi connotativa in contrasto con l’ordine globale, non in regola col politicamente corretto - non si fanno affari in Africa e non si governa se non per clan e tribù, la lingua è tribale, le iniziazioni, i segreti, la tribù è vena viva, si attiva in ogni circostanza. Ma non è cancellato. Mappe si possono ora produrre di molte etnie sulla difensiva qua e là in Europa, il continente che si riteneva il più detribalizzato. Ma più che per il fatto politico resta forte nella psicologia e nei comportamenti: nel linguaggio, sia della lingua che della mentalità, nella socialità, nell’identità.
Molte costanti si ritrovano intatte dai vecchi studi. La cosa non è cattiva, e fa luce: Omero si scriveva in antico “per città”, Alessandria così lo catalogava. Ma anche: ogni tribù è nemica, specie se contigua.

La tribù nei fatti smantella la razza. È il fatto tribale religioso che tormenta l’Irlanda, non quello etnico. Ottantacinque musicisti in quindici generazioni di Bach non è un fatto di razza teutonica, non c’è un Dna nazionale della musica, ma di ascendenze familiari. O i Melani di Pistoia, sette musicisti su nove fratelli, dal maggiore Jacopo, autore della “Tancia”, la prima opera buffa, al minore Alessandro, che musicò il primo don Giovanni, “L’Empio pentito”. O i sette Scarlatti, sorelle, fratelli, figli e nipoti di Alessandro.
Storicamente si può sostenere che il razzismo nasce quando si conculca il tribalismo. Nasce nel 1492 in Spagna, dopo la conversione imposta agli ebrei: non contando più la professione religiosa, per distinguere gli ebrei si compilarono Libri Verdi sulla limpieza de sangre.

Essendo un fattore di divisione, la tribù può esserlo anche di soggezione. Un secolo e mezzo fa al toscano Bandi il dialetto siciliano pareva “africanissimo”, mentre i fratelli Visconti Venosta, in giro nel Regno borbonico, erano presi per inglesi perché parlavano italiano. Negli studi di Tullio De Mauro, il linguista morto ultimamente, un dialetto calabrolucano è più distante da un dialetto lombardo che dal rumeno - un calabrolucano potrebbe, quindi, trovarsi di casa a Bucarest?

In swahili tribù si dice cabila.

La storia è tribale. Lo era nella sintesi di Margaret Mead, l’antropologa, ancora negli anni 1970: “Il 99 per cento del tempo della storia umana lo abbiamo vissuto in tribù. Solo in tempo di guerra, o al tempo nostro, in cui c’è l’equivalente psicologico della guerra, prevale la famiglia nucleare, perché è l’unità più mobile, in grado di assicurare la sopravvivenza della specie. Ma per il pieno sviluppo dello spirito umano abbiamo bisogno di gruppi, le tribù”.
La tribù è un fatto e una logica: è via di mezzo tra l’etnocentrismo, o assimilazione, e il relativismo culturale. Si lega alla terra e al sangue, ma più alla storia, e smantella il conflitto quale si configura oggi, tra Nord e Sud. Compreso il razzismo antirazzista di Sartre e Frantz Fanon, che non si sa dove finisce - i peggiori nemici dei neri sono oggi neri, in Congo, Nigeria, Liberia, Haiti, calabresi i peggiori nemici dei calabresi.

Adottata da Londra come organo di governo nelle colonie, con la “indirect rule”, la tribù si è data anche connotati posticci, folkloristici: “Gli europei erano convinti che gli africani appartenessero alle tribù”, spiega John Iliffe in “The Invention of Tradition”, “gli africani costruirono le tribù cui appartenere”. Un po’ come oggi nel Lombardo-Veneto, ma con più applicazione.
Ma lo storico del Tanganyika – oggi Tanzania - non può nascondere il fatto tribale.

astolfo@antiit.eu 

Un comunista nell’America di Trump

Gli Usa c’entrano nel libro: il protagonista, comunista deluso dalla politica, fine anni 1950, è un ex emigrato in America. Emigrato politico, da combattente per la Repubblica in Spagna, dopo la vittoria di Franco – nell’Italia fascista il ritorno gli era impedito Non è questa però la ragione della traduzione ora a New York, in controtendenza nell’America di Trump, de “Il comunista” di Morselli, il più voluminoso dei suoi tanti romanzi postumi, il doppio degli altri. Per le cure dell’italianista Frederika Randall, presentato dalla scrittrice Elizabeth McKenzie, edito dalla prestigiosa “New York Review of Books”. È riletto come il romanzo della perdita della fede: deputato per il Pci negli anni 1950, è deluso dal rapporto di Kruscev sulla dittatura di Stalin, dagli opportunisti e profittatori dentro e fuori del Partito, e poi da ciò che vede in Unione Sovietica, e isolato nel partito perché legato sentimentalmente a una donna sposata. I noti limiti del Pci, di cui allora (Morselli scrisse “Il comunista” nel 1964-65, un quarto di secolo prima della caduta delle illusioni) non si poteva parlare. Walter Ferranini, è questo il suo nome, è sempre un comunista, ma il Parito non è più la sua vita o la sua casa – e forse non lo è mai stata: è come non essere ancora anti a cinquant’anni.
Letto in italiano in Italia è un po’ il romanzo dell’antipolitica di questi anni. Niente si salva: se non è corrotta o opportunista, la politica è debole, inafferabile, al più burocratica. C’è anche la “casta”, cinquant’anni prima. Modesta: la Camera dei Deputati è “verbosa, borghese e superflua”. In un paese già allora irretito nelle chiacchiere: “In Italia la gente vive di chiacchiere, si consuma in chiacchiere. Tutto finisce in chiacchiere, che razza di paese”.
Ferranini è il paleo comunista, puro e duro: 45 anni, operaio, autodidatta, militante di Spagna, fuoriuscito in America, autodidatta, scientista, appassionato di Darwin quanto di Marx, manager. Ha anche scritto un saggio, “Lavoro, mondo fisico, alienazione” e questo lo ha messo in posizione “deviazionista” nel Partito: il lavoro è maledetto, il lavoro non riscatta e non si riscatta. Non è un’idea peregrina – Morselli, narratore-pensatore, filosofo di formazione, rielabora senza dirlo il famoso saggio di Rensi, “Contro il lavoro”. Il lavoro è: 1) “Una condizione universale e insopprimibile”, 2) Senza riscatto: “È una schiavitù, si è sempre saputo”, e “la schiavitù del lavoro rimane”, anche senza sfruttamento, “in quanto necessità fisica”. Col lavoro “rimane la sofferenza, che è il suo aspetto soggettivo”.
Moravia pubblica il saggio di Ferranini nella finzione. Calvino rifiuterà il romanzo di Morselli nella realtà. Nel modo peggiore, lodandolo. Gli scrisse una lunga lettera, autografa, il 5 ottobre 1965, molto elogiativa, ma con la premessa che a lui i romanzi politici non piacciono: “La lettura dei manoscritti è un lavoro suppletivo, ed è anche un lavoro - devo dirglielo subito - che, quando si tratta di romanzi politici, faccio senza nessuna speranza…. Gran parte del mio giudizio è basato su questo a-priori”. Di fatto poi il romanzo gli è piaciuto: “Ci ho preso gusto e mi ci sono arrabbiato, non rimpiango il tempo che ho impiegato a leggerlo, posso dire che mi ha mosso pensieri e ci ho imparato”. Ma non lo pubblicherà. Non per l’a-priori - che non ha messo in atto, per esempio, con Fenoglio. Una riserva è probabilmente decisiva: “Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all'interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere”. Sono vere invece per il rilettore di oggi. Le uniche vere, quella americane ed emiliane – Ferranini è esemplare anche in questo: è emiliano - sono di maniera.
Alla rilettura questo Comunista” prende solo a tratti, molto è roba inutile. Ma sono proprio i tratti i politici, se appena appena si è sensibili alla politica. Una politica triste, di ubbie e preconcetti, fra trattorie dal vino acido e pensioni che sanno di chiuso. Togliatti è Maccagni, altri personaggi sono a chiave. Ferranini negli Usa anticipa pure l’altro Walter, Veltroni: “Qui c’è l’efficiency. Lo riconosce anche il grande Stalin. Nel libro «Principi del leninismo» dice: “Lo spirito rivoluzionario russo deve unirsi alla organizzazione americana”. Se non che l’organizzazione è del Partito, ed è l’unica cosa che il Partito sa fare: “La Curia (come la chiama Maccagni) brava gente occupatissima a tenere su la baracca, a mandare avanti il tesseramento, l’organizzazione, la stampa, le ispezioni…”. La linea è dettata da qualche russo – “Vinicenko dice…”. Le cooperative sono “scimmie del capitalismo”.
Nel suo stile piano, Morselli ha pure già l’ecologia. Ferranini prova a uscire dal pantano romano tornando dalla moglie che ha lasciato negli Usa. Dove però non si ritrova, ma apprezza che si rispettino gli alberi, lasciandoli invecchiare e anzi coltivandoli, invece di abbatterli come in Italia.
È anche – sembra impossibile – l’unico romanzo sul Pci, che pure tanto è stato, è, nell’anima degli scrittori italiani. Dopo Calvino, Morselli propose il romanzo a Cesarano, che era del Pci e ne era stato espulso. Giorgio Cesarano era alla Rizzoli, e gli fece un contatto. Poi Cesarano fu licenziato, e il contratto fu disatteso. Nel 1975 Cesarano si ucciderà, due anni dopo Morselli, uno prima dell’uscita de “Il Comunista” nel 1976. Il quarto libro postumo pubblicato in due anni, per il successo istantaneo dello scrittore inedito dopo morto.
Guido Morselli, The Comnunist, The New York Review of Books, pp. 324. $ 12

martedì 17 ottobre 2017

La Dottrina del Ritiro Americano

Trump ritaglia gli Usa, fuori dal mondo - ormai una dottrina se ne può ricavare, un progetto. Il presidente dealmaker si avvia a chiudere il primo anno di governo degli Usa rompendo piuttosto gli accordi, senza concluderne di nuovi, nemmeno uno. Uno solo ne ha fatto, per la venduta multimiliardaria all’Arabia Saudita di un arsenale, ma non è sicuro. I suoi primi dieci mesi ha caratterizzato per la denuncia degli impegni in atto, come se volesse ritagliare gli Usa fuori dal mondo.
Fuori dall’Unesco, dagli accordi di Parigi sul clima, dal Ttp e dal Tpp, gli accordi transatlantico e transapacifico per il libero scambio. Mezzo fuori dalla Nato, contestando agli europei il mancato adempimento degli impegni di spesa, dal Nafta, l’accordo di libero scambio con Canada e Messico, dall’accordo di libera circolazione con Cuba, e  dall’accordo con l’Iran sul nucleare.
Non è una novità, gli Usa ogni tanto denunciano gli impegni internazionali. Reagan aveva già abbandonato l’Unesco – vi era tornato Bush jr. Barack Obama ha rinegoziato molti accordi commerciali conclusi da Bush jr., in America Latina e con la Corea del Sud. Ma Trump ne ha fatto una sorta di teorema, la Dottrina del Ritiro.

Problemi di base calcistici - 363

spock

Perché gli africani sono bravi al football, anche al basket, e non al rugby – “nel rugby devi pensare veloce” (J.M.Coetzee)?

Due pali la Roma, due la Juventus e il Napoli in gol su assist immancabile del romanista De Rossi: San Gennaro?

Insigne e Immobile come se non ci fossero: Macedonia e Albania sono più forti di Roma e Juventus?

Perché Insigne gioca sempre molto bene nel Napoli e male nella Nazionale?

Cento reti di Insigne e solo tre in Nazionale, al Liechtenstein e in amichevole?

Perché la Juventus destabilizza il suo allenatore Allegri magnificando gli allenatori avversari?

Uno per tutti o tutti per uno - è Dybala che deve far vincere la Juventus o la squadra tagliarseli per Dybala?

Perché la Juventus si vende i giocatori migliori e li rimpiazza con schiappe?

Perché si comprano tanti giocatori che poi non giocano, e si rivendono con perdite, per la società?

spock@antiit.eu

La filosofia di Voltaire senza storia

Ci sono dunque tanti volteriani in Italia, da meritarsi un impegnativo Millennio per le sue divagazioni di storia, invece di un più comodo tascabile – un Millennio, certo, dopo Chateaubriand, “Memorie d’oltretomba” (una forma di compensazione?). A un certo punto Voltaire, polemista, poeta, drammaturgo, narratore, philosophe, si fece storico. Anche come autore è stato storico, specie in teatro: una quarantina di tragedie scrisse e una ventina di commedie tutte di soggetto storico. Ma con questo “Saggio” ha mirato proprio alla storia.
Contro le religioni, con l’aiuto dei frati
Non da ricercatore, Voltaire lavorava sulle opere degli altri, essenzialmente un paio di voluminose compilazioni di contemporanei. Da analista della storia - al modo come sarà più famosamente Hegel, anche se non altrettanto sistematore. Vuole inventare la storia come disciplina, e per questo la rifà, anche di posti remoti e per lui reconditi, come la Cina e l’India. Da un punto di vista che non sarà più escludibile: è lui che teorizza e applica la filosofia della storia che poi farà alluvione.  
Scrive il “Saggio” a più riprese, lungo la sua seconda vita. Lo inizia attorno al 1740, lo riedita fino al 1775, e notevoli variazioni lascia per l’edizione finale postuma. Il saggio trasformando in racconto, che per questo forse ancora si legge. Non è possible fare la filosofia della storia, si dice a un certo punto, senza raccontarla. E dalle 12 pagine di progetto arriva alle 1.200, un capitoletto dietro l’altro per quasi duecento. Era anche l’epoca delle “storie universali”, di ecclesiatici, don Calmet, l’abate Lambert, e non, Puffendorf, e di organizzazioni – la coeva “Storia universale” inglese in 46 volumi, in-quarto.
Anche la “filosofia” è particolare. Un saggio, “Filosofia della storia”, diventa “Discorso preliminare” al “Saggio” che ora si riedita. Non la filosofia della storia quale comunemente si intende con l’idealismo, tedesco e italiano, da Hegel in poi, ma un senso, una interpretazione degli eventi storici. Un filo conduttore dell’opera c’è: è il principio di razionalità, contro i fanatismi e le religioni. Ma una buona parte dell’“opera empia” l’irreligioso Voltaire prepare e redasse nel monastero di Sénones, presso Plombières, ospite dell’abate Calmet, storico innovatore, con l’aiuto dei frati solleciti – la coerenza non è un valore.
Il filo del “Saggio” Furio Diaz trovava, 1958, “Voltaire storico”, in un “istoricismo progressista”. Questo non è vero. Voltaire afferra “la natura degli uomini” dai loro costumi, dalle abitudini. Da ciò che fanno, non da un principio astratto: “L’istinto, più che la ragione, conduce il genere umano”. Una linea di ricerca che era stata quella di Vico, “Principi di una scienza nuova”, 1725 – che però Voltaire non conosce, non direttamente. Il suo ancoraggio è a Bossuet, “Discorso sulla storia universale”, il primo a fiosofare sulla storia. Comincia anche la sua narrazione, nel progetto iniziale, da Carlo Magno perché lì Bossuet si era fermato.
Le riedizioni successive lo assolvono per la ancora scarsa diffusione delle conoscenze nel Settecento, specie geografiche ed etnografiche – l’età era ancora della scoperta. Gli accreditano l’apertura di nuovi filoni interpretativi su molte vicende. Di criteri nuovi anche di valutazione. Ma non è un’opera storica. Non nel senso di opere successive, Gibbon, Michelet, “Declino e caduta dell’impero romano”, “La rivoluzione francese”, che a questo Voltaire in qualche modo si rifanno, scientificamente sorpassate ma sempre godibili, perciò anche istruttive.
La storia è verosimile
Molto Voltaire si basa sul verosimile. Inverosimile che i turchi abbiano offerto la corona al re francese Luigi, benché santo: era prigioniero e infedele. Con qualche aporia. Inverosimile che Richelieu, amante di Marion Delorme, abbia raccomandato morendo la castità a Luigi XIII. E perché no? Anzi, è verosimile il contrario. Non è il solo caso, la verosimiglianza è traditrice. Questa di Voltaire di più, poiché il vero e la natura sono dell’Europa, nel Settecento. Meglio: della Francia, anzi di Parigi, nel Settecento – il “Capitolo delle arti”, architrave del primo progetto, è l’elogio del teatro in Francia sotto Luigi XIII. E si basa su un solo fondamento, il testo scritto. Anche recenziore, ma scritto: la storia si scrive sui libri. Monumenti, credenze, tradizioni?
Molto lo storico trascura anche la sua contemporaneità, se vera più che verosimile. La prima pubblicazione del “Saggio”, pirata, a Amsterdam, a fine 1753, sotto il titolo “Abregé de l’histoire universelle”, gli aliena le simpatie dei sovrani europei, Luigi XV, Federico II di Prussia, le zarine, Maria-Teresa d’Austria. Voltaire passa per un nemico delle teste coronate e forse un regicida, avendo scritto alle prime righe: “Gli storici, simili in questo ai re, sacrificano il genere umano a un solo uomo”. Che era vero, e la cosa più giusta dello storico Voltaire. Ma non piacque ai sovrani protettori, e Voltaire fece ammenda, sconfessando la pubblicazione e tagliando successivamente il riferimento.
Mentre Voltaire scriveva la prima redazione del “Saggio”, si combatteva la Guerra dei Sette Anni. La primissima guerra mondiale, secondo Churchill. Combattuta in mezza Europa, in India e nelle Americhe. Con Federico II I prima linea, alleato della Gran Bretagna, con la quale ne uscì vincitore, potenza continentale. Mentre la Francia si ridimensionava sensibilemente: non era più la prima potenza coloniale, la Gran Bretagna la soverchiava in Nord America, in India e nel commercio col Sud America, e una grande Potenza ostile era sorta nel continente, sul fianco Est, la Prussia. Ma di questo riassetto secolare non c’è ombra, neanche delle poste in gioco.
Il buonsenso non difetta. Non c’è civiltà senza lavoro: lo spirito si raffina nel benessere materiale. E il benessere collettivo viene con la pace tra gli Stati. Più spesso ci azzecca sulla religione, che detesta – l’impostura. L’ebraismo non va separato dal Medio Oriente: deve molto all’Egitto, e in un secondo momento al dualismo iraniano, di Satana e i demoni. Intuisce, anche se non ne sapeva molto, il peso dell’India, e della Cina, le forme religiose comprese. Il senso pratico coglie del misticismo dei costruttori di fede, quale Ignazio di Loyola – dei santi: “L’entusiasmo comincia sempre la costruzione, l’abilità la complete”.
Riletto, però, al tempo della globalizzazione, e comunque del rifiuto dell’eurocentrismo, il “Saggio” sconfina a volte nel ridicolo. Non c’è razionalità, costume, norma che non sia quella europea del Settecento, dei Lumi. Nessun accenno di comparazione, quali gli storici sono abituati a fare dal tempo di Erodoto. Con quel rifiuto apriori del vero, specie se strano, non confacente. Anche sbrigativo: nonché non cercare o verificare le prove, non è necessario leggere tutti i libri, Voltaire compila le sue vaste conoscenze sui pochi centoni che gli inquadrano la verosimiglianza.
Il popolo è bestia
Storia d’autore, si potrebbe dire. Il procedimento è quello teatrale – Voltaire soprattutto si riteneva grande autore di teatro: della rappresentazione. Prendere gli elementi di un evento, personaggi, moventi, ambizioni, e farli interagire. D’autore anche nel senso di che cosa pensava Voltaire, di Carlo Magno, delle crociate, di Maometto. Da un punto di vista molto personale, quello di un Autore soverchiante, in Francia, a Parigi, a metà Settecento. Scritto con disinvoltura. Il controllo delle fonti, effettuato da René Pomeau nel 1962 su alcuni saggi, quattro gruppi di circa 150 pagine l’uno, ha riscontrato un numero limitato di riferimenti falsi (nove in tutto, su 380), ma un numero abbastanza elevato, 61, di citazioni modificate, inesatte o non rintracciabili (inesistenti).
Voltaire tratta di tutto, e risolve svelto le questioni: lo “spirito degli uomini” (il mentale, la volizione), la religione, il clima, i governi. Manca l’economia, anche se Voltaire sa che “ci sono state tante rivolzioni nel commercio che negli Stati”. E la democrazia: degli Stati non entra nel merito, nella forma di governo, monarchia, repubblica, democrazia, aristocrazia. C’è solo il potere, da una parte, e dall’altra il libero cittadino – intellettuale. Il popolo è bestia – qui Diaz sbagliava: “Il volgare è in ogni paese feroce”, credulo, vile.  La storia più spesso è “quella di alcuni capitani barbari che si disputavano coi vescovi il dominio su servi imbecilli”. Al popolo mancano singolarmente “la ragione e il coraggio”. Che sono virtù “poco condivise” ma al popolo mancano del tutto: vuole essere “divertito e ingannato”, non vuole altro. Un buon tiranno è meglio: “Non si è quasi mai”, a proposito di Enrco il Navigatore, “fatto niente di grande nel mondo che per il genio e la fermezza di un solo uomo che lotta contro i pregiudizi della moltitudine”.
Il Millennio è curato da Domenico Felice, lo studioso di Filoofis dell ìuniversitòà di Bologna.

Voltaire, Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, Einaudi Millenni, 2 voll., pp. CLIV-1830, ill., ril. € 150