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lunedì 22 luglio 2019

Letture - 391

letterautore


Accattonaggio – Si è raddoppiato, o triplicato, nelle città e sulle spiagge: a quello professionale dei rom è stato aggiunto da qualche anno quello dei giovani africani. La presenza che forse determina la divisione sull’accoglienza, tra i favorevoli a tutti i costi e gli oppositori. Walter Benjamin, che l’aveva trovato con sorpresa a Mosca nel 1926, anche insistente sui tram, notava forse il giusto di questa presenza. “È assai raro vedere gente che dà qualcosa. L’accattonaggio ha perso il suo presupposto più importante, la cattiva coscienza sociale, che apre le borse molto più della compassione”. La cattiva coscienza era eliminata a Mosca dall’egualitarismo sovietico. E ora? 

Balzac - “Questo grande reazionario che è non di meno la pietra angolare di tutte le modernità letterarie e sociologiche”, Bertrand Leclair, “Petit éloge de la paternité”. La stessa conclusione già turbava Italo Calvino, quando lo incluse nella “sua” collezione dei Centopagine – quindici anni di lavoro, dal 1970 al 1985.    

Brexit – È un fatto di costipazione, che dà cattivo carattere? “I nativi dell’India, sia Indù che Musulmani”, spiegava a fine Ottocento Richard F. Burton, “s9no abituati ad andare di corpo due volte al giorno, mattina e sera. Questo potrebbe forse spiegare la loro mitezza e tolleranza, perché «’est la constipation qui rend l’homme rigoureux». Dall’ottobre 1831, anno dell’epidemia di colera in poi, gli Inglesi sono un popolo molto diverso dai propri avi, che erano sempre costipati”. Per l’influenza, suggerisce l’orientalista traduttore delle “Mille e una notte”, degli anglo-indiani – da intendersi inglesi dell’India (allora erano più numerosi degli anglo-indiani di oggi, termine che connota gli indiani emigrati in Inghilterra): “Gli Anglo-Indiani condividono questa opinione sul bari fajar, il nome storpiato dato alla liberazione del corpo di prima mattina”.

Camilleri – È quello che non si dice, i film di Montalbano? Le moltissime celebrazioni in morte, il “Robinson” con uno speciale di ben sedici articoli-saggio, non ricordano mai che Camilleri è diventato Camilleri con i film – i libri d Montalbano essendo impervi alla lettura per i non siculo-calabresi, e i siculo-calabersi leggono poco. Dovuti all’intraprendenza di Carlo Degli Esposti (il titolare della casa di produzione Palomar) che comprò i diritti e seppe venderli alla Rai – alla Rai 2, la rete ex socialista, che allora, in regime di centro-sinistra, era “in appalto” al centro-destra, ma di fatto era e restava il serbatoio innovativo o di prova dell’emittente pubblico. E naturalmente al regista Sironi, che ha dato ai film l’impronta, specie nelle prime serie, risparmiose ma non tanto, di bellezza e lusso, nelle ambientazioni, nelle recitazioni, nelle sceneggiature.

Cassola – “Camilleri non è Cassola, per fortuna”: stimolato da Gnoli su Camilleri, a dirne che pensa da ex Grippo ’63, l’avanguardia (abortita) degli anni 1960. Angelo Guglielmi, che nella lunga intervista mostra di non apprezzare molto Camilleri, se la cava con una battuta. Che però insinua il contrario di quanto dice: Cassola resta – come Bassani, altra vittima del Gruppo ’63 – Camilleri forse.

Democrazia – “Letteraria e linguistica” la trova Contini – “Il linguaggio di Pascoli” – in Manzoni: “Conferisce dignità di rappresentazione ad anime e situazioni in tutto neglette fin qui, e adotta un tono assolutamente inedito ed elementi linguistici assolutamente inediti a incarnare la presa di coscienza di questa nuova voce”. Così poi sarà il Verga “rusticano”. E Pascoli, “con la sua democrazia sotto l’uomo”.

Durezza - Imposta a una generazione di scrittori da Hemingway? È l’idea di Romain Gary nel reportage “I tesori del mar Rosso”: “La durezza è alla moda dopo Hemingway, e le lacrime, queste non si fanno più”. Di cui Hemingway e poi lo stesso Gary saranno vittime – all’età dell’impotenza, curiosamente ridotta a impotenza sessuale, per di più a causa dell’alcol. In Italia, si direbbe, Malaparte – che non beveva, e per questo non si suicidò? Ma Malaparte esordiva in contemporanea con Hemingway, e altrettanto giovane, “La rivolta dei santi maledetti” è contemporanea alla gestazione di “Addio alle armi”.

Einstein – Era la moglie, Mileva Marič – la prima moglie? È forse inevitabile che occorresse anche per la scienza il luogo comune ultimamente di tanta letteratura - T.S. Eliot è la moglie, etc… Ad ogni buon conto il Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiavano, vuole dare un risarcimento a Mileva, conferendole alla memoria la laurea che le negò a fine Ottocento, come ricercatrice di prim’ordine di fisica matematica. Lui però, il marito padre della fisica odierna, era di tutt’altro parere, come la sua famiglia di origine: la trattava malissimo, benché avessero fatto insieme tre figli, e la divorziò con disonore.

Falsi – Sono il prodotto delle expertises. Quando Annalisa Cima confezionò il falso Montale nel 1996, “Diario Postumo”, falso per evidenti modalità di scrittura e chiavi di lettura, testuali e di contesto, ebbe avalli autorevoli, di Maria Corti, Bettarini, Zanzotto tra i tanti.
Impotenza – Deriva dalla “debolezza di cuore” secondo Richard F. Burton, l’orientalista. Che si manifesta con gli arti freddi, soprattutto i piedi: “Lo sapevano i Romani, che descrivevano come uno dei suoi sintomi i piedi freddi”. È per indurla, secondo Burton, che “san Francesco e i suoi fraticelli andavano scalzi”.

Islam – Ha ricordi tutti felici di Tunisi Claudia Cardinale con Battistini sul “Corriere della sera” . Forse dettati dall’età, ottant’anni. Ma un riscontro è preciso: “Sa che ancora alla Goulette”, l’avamporto di Tunisi, “fanno ancora le processioni con la Madonna, e partecipano anche gli islamici?”

Padri e figli – Bertrand Leclair ha l’idea, a proposito di paternità (“Petit éloge de la paternité”) di dire l’Ottocento letteratura dei padri “(l’immenso Hugo dispiegato su tutta la mappa dei generi letterari)”, e il Novecento, dopo la “Lettera al padre” di Kafka, dei figli. Si può dire anche dell’Italia, seppure senza la quinta rigida del secolo. L’Ottocentio domina Manzoni con Carducci. Con Leopardi in condizione d’inferiorità, “figlio” per eccellenza, un secolo prima di Kafka - anche se De Sanctis ne conosceva e apprezzava l’opera. Il Novecento è preceduto e aperto da D’Annunzio e Pascoli, due “figli” evidenti, per molteplici aspetti, storici, psicologici, d’ispirazione, e si popola di Svevo, Gadda, Savinio, Calvino, Pasolini, Soldati, Arbasino, tutti “figli” dichiarati o evidenti. Resta da decidere Pirandello, un padre racalcitrante, che sempre si sarebbe voluto figlio, anche in vecchiaia.
Un po’ come in Russia? Qui Tolstoj da una parte, ma in contemporanea con Gogol, un “figlio”, e poi, dall'altra, Dostoevskij. Seguito da Majakovskij, Blok, Esenin, Cvetaeva, tutti figli per ogni aspetto, Achmatova, Mandel’stam, e fino a Pasternak.
L’America è invece ambivalente. Non si saprebbe ascrivere ai padri Melville o Dickinson. O ai figli il primo Novecento: Faulkner, Steinbeck, Dos Passos. Mentre lo è sicuramente il Novecento di Hemingway, insieme al “figlio” dichiarato Scott Fitzgerald, e nel dopoguerra Kerouac, Ginsberg e l’affollamento beat, e le molte poetesse, Plath, Sexton, et al.
  
“L’istinto paterno non era che la continuazione dell’istinto amoroso”, Soldati usa l’imperfetto già nel 1957, a conclusione de “Il torrente”, uno dei racconti poi confluiti in “La messa dei villeggianti”: “Era l’amore stesso alla vita, il bisogno di seguitare a vivere, di correre, di scorrere: come il torrente”.


Pasolini – Il poeta e saggista, anche giornalista, del quotidiano, si direbbe una reincarnazione di Pascoli. Di cui ripete gli interessi, le situazioni , e perfino gli eventi di vita. Per filiazione diretta – le poesie friulane sono i suoi “Canti di Castelvecchio” e i “Nuovi poemetti”. E via Attilio Bertolucci, suo mentore a Roma, pascoliano forse incognito, ma fervido. Questo per la parte “seria” di Pasolini. Che di suo coltivava la provocazione, da personaggio, compiaciuto malgrado tutto. 

letterautore@antiit.eu

Il genio e l'avidità

Il genio è maledetto - il genio è assoluto, non tollera i ripensamenti. Tema importante, dove un po’ il genio di Faletti si perde, tra insonnie e immaginazioni. Che forse sono flashback – se non più inquietanti flashforward. Ma l’ansia creata dall’incertezza non fa buon giallo, che ogni cosa vuole che sia se stessa. Malgrado il fascino di Mykonos, dove buona parte della narrazione si ambienta, un esotico un po’ casereccio. 
Il filo è semplice: gli uomini, i maschi, non sono, come dovrebbero, “forti e sprezzanti e vincitori”, e “la vita è questo costante inseguirsi senza prendersi mai”, perché “nessuno ama o insegue mai la persona giusta”. Ma inafferrabile. A metà percorso per fortuna si riscatta, in virtù della avidità: la vendetta è  travolgente.
Faletti ha fatto di meglio, anche in questa serie di racconti che si pubblica postuma. Qui tenta l’horror - cI può stare, c’è a chi piace – ma un po’ di forza. Mentre Mykonos, che prende metà narrazione, era forse un altro racconto.
Giorgio Faletti, Una gomma e una matita, La Nazione-QN, pp. 247 € 4,90

domenica 21 luglio 2019

La giustizia delle vaiasse

Muore con osanna unanime il giudice Borrelli, l’uomo che inventò e impose la giustizia politica, il più turpe dei delitti – carpisce la fiducia e non è punibile. L’organizzatore della più feroce caccia alle streghe da quando le streghe non esistono più. Dalla quale lasciava fuori, con ritaglio millimetrico, il Pci e gli andreottiani. Oltre che Milano, la città di tutti gli intrallazzi.
Una perfomance che ripetè alla giustizia sportiva. Tenendo fuori con cura l’Inter, perché Moratti contava nella Milano che conta. Sempre con lo stesso manipolo di fedeli esecutori nella polizia giudiziaria, scelti nella Guardia di Finanza – gli stessi con i quali aveva disposto migliaia di perquisizioni, a nessun fine se non spettacolare.   
Inutile ripercorrerne i fasti. L’uso di un giudice, Di Pietro, che confessava (sul “Corriere della sera”) di avere intascato cento milioni da un suo inquisito e di averglieli restituiti in una scatola da scarpe.  Salvo liquidare – senza più l’andreottiana prudenza – a male parole lo stesso quando pensò di mettersi con Berlusconi invece di perseguirlo. Il concilio quotidiano con Scalfaro, col falso avviso di reato a Berlusconi alla vigilia del congresso internazionale sulla criminalità. Le “guerre per gli spazi” che la sua Procura alimentò per quasi un decennio nel palazzo di Giustizia di Milano – fino ad avere il doppio dei cessi dei Tribunali e delle Corti d’assise e d’appello messe assieme.
Un uomo che ha distrutto la politica, e ha distrutto anche la magistratura. Passata dal fascismo degli ermellini al basso intrigo, da napolatene vaiasse.

Il mondo com'è (377)

astolfo

Beduini – Erano “beduini” (“badawi” in inglese) nell’Ottocento i semi-nomadi del Nord Africa, tra il deserto occidentale dell’Egitto e il Sahara tunisino. Grosso modo i libici di oggi, in prevalenza arabi. L’arabista Burton in “L’Oriente islamico” ne faceva negli anni 1880 un quadro molto negativo: “Il Badawi di bassa lega è un traditore nato, che considera la lealtà una cosa stravagante o una forma di codardia. Unisce la crudeltà del gatto alla selvatichezza del lupo e non c’è giuramento o generosità che lo vincoli”.
Curiosamente, Burton ricordava che così il beduino era già descritto nel racconto immaginario di viaggio del Trecento che la letteratura inglese registra sotto il nome fittizio di “John Mandeville”: “Gli arabi detti beduini o ascopardi sono malvagi, sleali, di natura maledetta”.  

Bhang –Nome d’uso della canapa indiana, oggi marijuana, a lungo in Africa. Le “truppe cammellate” inglesi, francesi, italiane, erano autorizzate a farne uso liberamente – a farne uso con gli animali, per evitare o ridurre gli effetti della stanchezza.
La presunta origine della parola ne attesterebbe un suo molto antico. Dal “nepente” di Omero, il preparato di canapa sarebbe passato a chiamarsi Nibandji tra i copti, i cristiani d’Egitto. Da cui la contrazione Bhang.
L’uso della canapa indiana a fini inebrianti si vuole peraltro attestata da Erodoto, presso gli abitanti della Scizia, il territorio a Nord e a Est del mar Nero, nelle cerimonie religiose: facevano bruciare semi e foglie della canapa indiana e ne aspiravano il fumo. Lo stesso uso si rilevava a fine Ottocento tra i Boscimani del Sud Africa.   

Complotto – Romain Gary, combattente della Resistenza in Francia, diplomatico e scrittore, lo dice il dato caratterizzante del Novecento -. “Les trésors de la Mer Rouge”, p. 89: “Mai un secolo, nemmeno nel Medio Evo, ha tanto creduto alle potenze oscure quanto il nostro. A questo bisogno di credere alla ragione nascosta, a una chiave universale, e di credervi non importa a che prezzo, fosse pure quello della propria dannazione, non rispondono più i sabba delle streghe, ma quello delle polizie segrete”.

Imperialismo – È ambivalente: costrittivo e liberatorio, sfruttatore e produttivo, distruttivo e costruttivo, modernizzatore. Gramsci lo nota a proposito di Kipling, in una nota dal carcere (“Quaderno 3 (XX) § (146): “Potrebbe, l’opera di Kipling, servire per criticare una certa società che pretende di essere qualcosa senza avere elaborato in sé la morale civica corrispondente, anzi avendo un modo di essere contraddittorio coi fini che verbalmente si pone. D’altronde, la morale di Kipling è imperialista solo in quanto è legata strettamente a una ben determinata realtà storica. Ma si possono estrarre da essa immagini di potente immediatezza per ogni gruppo sociale che lotti per la potenza politica. La «capacità di bruciare dentro di sé il proprio fumo stando a bocca chiusa», ha un valore non solo per gli imperialisti inglesi”.

Inferno – Ce n’era uno freddo per i popoli del deserto, recepito dall’islam, spiega Richard F. Burton, “L’Oriente islamico”, p. 44: “Molto saggiamente, i musulmani hanno un inferno caldo, e un inferno freddo. Questo è chiamato Zamharir (freddo intenso) o Al-Barahut, nome derivato da quello di un pozzo nello Hadramaut”.

Italiani – Quelli di D’Azeglio non sono quello che si dice - “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”. L’ex presidente del consiglio sabaudo delle leggi Siccardi, contro il foro e le immunità ecclesiastiche, era pessimista e, si direbbe, antitaliano. In privato ma non tanto, se così ne scriveva alla moglie, che gli rimproverava l’intrattabilità: “Beata te che vedi Italia e Italiani in rosa. Non vorrei levarti l’illusione, ma bisogna pure che ti domandi se, assimilandoli agli inglesi e ai francesi, hai pensato alla loro storia, e alla nostra”. Al meglio li assimilava ai greci – che allora avevano fama di pastori e banditi di passo: “Meno la guerra d’indipendenza, i poeti, i letterati, gli artisti – in tutto, appena un paio di secoli – per il resto guerra civile, giogo straniero, servitù sempre! Per essere gente di molto talento, poco giudizio, meno carattere, vana, quindi invidiosa e incapace di sacrificio senza una platea che gli applaudisce”. Sembra l’Italia che vota social.

Kamikaze – “Questi “umili” potentati dell’islam”, notava Canetti nel 1989, ai primi kamikaze, allora in Palestina, “che trovano del tutto naturale votare qualcuno alla morte, commettono così facendo il sacrilegio che denunciano quotidianamente come il peggiore, e cioè si dichiarano eguali a Dio. Disponendo a loro piacimento della morte, usurpano molto semplicemente il suo potere”.

Leggi razziali – Furono applicate con più durezza e immediatezza che le analoghe leggi tedesche di Norimberga del 1936. Le prime leggi, del 5 settembre 1938, furono applicate immediatamente nel’insegnamento, con l’allontanamento di tutti gli insegnanti, fino all’università, e di tutti gli allievi, dalle elementari all’università, dalle scuole statali. Senza preavviso né transizione, dal giorno all’indomani. Lo stesso nelle Forze Armate – come in ogni altro ambito della Funzione Pubblica. Con qualche caso di suicidio. Nell’esercito si ricorda il colonnello di fanteria Giorgio Morpurgo, volontario di Spagna col contingente italiano, che all’annuncio dell’esonero subito dopo le leggi del 5 settembre, a guerra praticamente finita, avanzò disarmato verso il fronte nemico finché non fu abbattuto da una raffica di mitragliatrice.

Malthusianesimo – Il controllo o riduzione della popolazione è stato sempre praticato. Spesso con l’eliminazione dei neonati, soprattutto se femmine – pratica, questa, documentata all’Onu ancora in anni recenti in Cina, in India, e in alcune tribù arabe. Licurgo a Sparta aveva proibito la procreazione senza la previa approvazione  dello Stato – Licurgo forse non è esistito, ma la “legge di Licurgo” sì.
La liquidazione delle figlie era diffusa anche nell’antica Grecia. L’epigrammista Posidippo, del III secolo a.C., lamenta in un distico: “Un uomo, per quanto povero, non espone il figlio maschio,\ ma, anche se ricco, non tiene con sé la figlia femmina”.


Sfioramenti – Il “sistema” proposto dagli incogniti russi al Savoini di Lombardia-Russia e ai suoi soci “avvocati d’affari”, all’hotel Metropol di Mosca, che fu l’albergo del Kgb quando Mosca era la capitale dell’Unione Sovietica, ricalca il vecchio modello delle tangenti, dette allora “sfioramenti”, che l’Eni pagava sulle forniture di petrolio e gas dall’Urss a beneficio del Pcus, il partito Comunista sovietico, su conti anonimi svizzeri in disponibilità del Pci. A essi attingevano fiduciari non dipendenti dal Pci. Da ultimo, si ritiene, Primo Greganti. E forse, per il prosciugamento dei conti dopo il crollo dell’Urss nel 1991, due fratelli eccellenti, di Occhetto e di Veltroni. Quest’ultimo, Valerio Veltroni, poco credibile perché inaffidabile (è al centro di varie operazioni dubbie, in Toscana e altrove, da ultimo quale amministratore dello stabile di San Lorenzo a Roma occupato dagli spacciatori che hanno violentato e ucciso la ragazza Desirée – implicato ma mai inquisito), anche se fu tramite di 200 miliardi di lire nella liquidazione del Pci.

astolfo@antiit.eu

Abuso d’autore


Una trama improbabile. Una suspense forzata, di flashback al limite dell’incomprensibile. Un compitino sui bimbi in pericolo – non si sfugge, sono vent’anni, da quando Niccolò Ammanniti fece centro con “Io non ho paura”. Ma De Giovanni non ne ha voglia, e il lettore ancora meno – specie ora, che l’abuso sul minore si rivela un business.
Maurizio De Giovanni, Sara al tramonto, Corriere della sera, pp. 361 € 7,90

sabato 20 luglio 2019

La scoperta della Nigeria


Si scopre, dopo cinquant’anni, che c’è in Italia una mafia nigeriana attiva. Nella prostituzione, nello spaccio al minuto, nel traffico di uomini, soggetti a pizzo e soprusi, e nel commercio ambulante, sulle spiagge, nella aree turistiche e attorno ai mercatini. Lo scopre la Procura di Bologna in Emilia, Lombardia e Pimonte – non in Toscana, non nel Lazio,dove pure è più fiorente. Grazie a un pentito. Che ha fatto scoprire pure la “bibbia dei clan, un libro di regole e rituali”, dicono gli inquirenti soddisfatti.
Se non è scritto, confessato da un pentito, il crimine non esiste? Lo spaccio è pubblico, con giovani che vi sono avviati magari per non avere pagato – non si paga mai abbastanza - il viaggio cosiddetto della disperazione. I boss nigeriani dello spaccio minuto sono noti a tutti i grossisti calabro-siculi del settore, pagatori inappuntabili, ma non alla polizia. Così come quelli del commercio ambulante a tutti i grossisti campani. La prostituzione è pubblica da almeno mezzo secolo. Con un traffico ben noto agli abitanti di Prati a Roma, a via Terenzio, al consolato nigeriano, di documentazioni virtuose per le donne. E un arrolamento pubblico, con tanto di avvisi commerciali, a Kano e in altre città nigeriane, documentato dalla stampa americana.
Ma come fa – qualche aspetto ancora non è conosciuto – una mafia nigeriana a prosperare in Italia, paese non finitimo e anzi lontano qualche migliaio di miglia? Dove si arriva solo con l’aereo e col visto regolare? Questo si saprà fra cinquant’anni, che c’è un commercio di visti?

L’Occidente perduto tra Africa e Arabia


Uno stravagante straordinario reportage dal mar Rosso, tra Gibuti, il deserto sassoso che fungeva da colonia francese, “ora chiamata più discretamente territorio degli Afar e degli Issa”, due popolazioni (le ex tribù) che aspettano soltanto la partenza dei militari francesi per accopparsi, e l’Arabia “deserta”, ancora nel 1970. Popolato da personaggi e eventi talmente veri - specie quelli crudeli, alla Malaparte, di cui Gary visibilmente indossa le scarpe - da riuscire inverosimili. A partire dal governatore, Dominique Ponchardier, collaboratore della prima ora e confidente di De Gaulle, uomo della Resistenza tutto d’un pezzo, cui i gollisti traditori dell’Oas hanno trucidato un figlio, forse due, e il fratello ammiraglio, già ambasciatore in Bolivia, dove aveva “salvato Régis Debray da un’esecuzione sommaria «durante un tentativo di fuga»”, nonché prodigo alimentatore della Série Noire, la collana classica dei gialli in Francia, per la quale ha inventato e imposto due parole chiave, “gorilla” e “barbouze”, il confidente mascherato. Compreso l’irriducibile parà fascistone dell’Oas, la cui ricerca è all’origine dello sbarco di Gary nella colonia: un “pazzo” sempre fanatico che Ponchardier ospita. Non i soli, il reportage è una fioritura di persone e eventi normali-eccezionali. Fino al golpe dell’odierno sultano dell’Oman Qabus contro il suo proprio padre, che non voleva nessuna modernità.
L’esito è un inno bizzarro ai benefici del colonialismo. Non difficile, visto il poi, l’esito delle indipendenze: “L’avventura colonialista vive qui, a titolo postumo, uno straordinario momento di autenticità…”. Dove i punti di sospensione segnano l’incredulità del resistente Gary. Conducendolo poi alla correzione, alla critica del colonialismo: se l’Africa inciampa o scivola, è che l’Europa non vi ha posto alcun fondamento - il che non è nemmeno vero, e quindi Gary può oscillare tra ciò che vede e i principi. Insomma, sempre alla Malaparte, lasciando insoluta, e anzi pompando, l’ambiguità, etica, politica e storica.
La crudeltà, nel traffico di esseri umani, vi è raccapricciante. Un arabo-eritreo dell’Asmara, che ora pacioso nella sua città “intrattiene una bettola”, è stato capitano di “un dhow a vele brune bruciato all’improvviso all’avvicinamento dei doganieri francesi, mentre l’equipaggio si salvava a remi”, lasciando “a bordo i resti calcinati di venti ragazzine somale che trasportava verso i bordelli di Suez e di Alessandria”. Ma, poi, la ricerca del “soldato perduto”, l’ammutinato Oas, il nazionalismo colonialista e razzista che Gary e Ponchardier esecrano, si tramuta in un elogio. Con l’elogio del “pied noir”, il francese d’Algeria irriducibile nazionalista, che si spende nell’impossibile colonia come cooperante tra gli intrattabili indigeni. Con molte verità peraltro. C’è perfino il vezzo degli inviati ai fronti di guerra  di farsi sequestrare dai nemici, per poterla poi raccontare meglio.
Sul mar Rosso Gary trasporta il Golfo Persico di prima del diluvio cinquant’anni fa, e anche meno, nel 1970, prima della triplicazione del prezzo del petrolio nel 1973. Fra ignudi subacquei alla ricerca dei rubini, smeraldi, diamanti che Ibn Saud, il fondatore del regno saudita, aveva fatto disperdere in mare perché li raccolga l’amato figlio premorto, il primogenito. E panciuti dhows che contrabbandavano l’oro di cui gli indiani sono ingordi - gli “sceicchi” più ricchi e prodigali, di Dubai, del Qatar, sono ex contrabbandieri, ancora negli anni 1970. Mentre Ben Tamur, il sultano dell’Oman spodestato dagli inglesi col figlio Qabus nel 1970, era uno che si opponeva a ogni modernizzazione, compresa la luce elettrica. Con un po’ di malinconia, già in questo avventuroso viaggio - nello Yemen sempre in guerra civile con la moto, in solitario. Ricordando gli “antenati ebrei” altrove rimossi. Da “collezionista d’anime” – “titolo bizzarro” che il “New York Times” ha voluto dargli.
Romain Gary, Les trésors de la mer Rouge, Folio, pp. 123 € 2

venerdì 19 luglio 2019

Ayatollah kamikaze

È come se gli iperpolitici ayatollah avessero scelto la via del “sacrificio”. Il blocco di Hormuz, che la Marina iraniana provoca da alcune settimane, con incendi, abbordaggi, e ora il sequestro della petroliera britannica, lo possono attuare agevolmente le marine angloaamericane. E danneggerà solo l’Iran, bloccandone le esportazioni. L’Arabia Saudita e gli emirati della penisola arabica hanno altri sbocchi.
Gli ayatollah agiscono anche nell’isolamento. Sono soli nella guerra nello Yemen contro l’Arabia Saudita. Mentre Putin, che ne ha favorito lo sviluppo nucleare, e ne è stato l’alleato decisivo in Siria contro l’Arabia Saudita, ha poi sviluppato varie intese nella penisola arabica, e ha interesse alla ripresa dei contatti con gli Stati Uniti – ha salvato l’Iran in Siria per riprendere un contatto con gli Stati Uniti – per il rinnovo degli accordi sul nucleare e per la rimozione delle sanzioni.
Gli ayatollah possono avere svilupapto gli attacchi nello Stretto per costringere Trump a un accordo, dopo la sua denuncia del trattato nucleare e l’inasprimento delle sanzioni. Puntando sulle remore del governo americano a un’azione militare con la campagna elettorale già aperta. Ma la rendono inevitabile. E gli angloamericani hanno la potenza, marittima e aerea, per fare molto male all’Iran, senza dover arrivare a invasioni disastrose come in Iraq o Afghanistan: un paese di grandi agglomerati urbani è facile obiettivo aereo, e comunque un paese di 90 milioni di abitanti non può reggere al blocco navale.

Il Millennio sticazzi


“Alzi la mano chi davvero ha mai letto un suo libro”, è il garbato omaggio di Grillo a Camilleri: “Io mai. Tutto in dialetto, non si capisce un cazzo… “. Applausi. Di un pubblico piuttosto senile, in campagna nella bassa emiliana, con molti vuoti, e più che altro rassegnato. Ad applaudire appena sente “un cazzo”. Malinconia del comico. Ma Grillo non è solo.
“Buongiorno un cazzo” è la cover per cellulari più riprodotta, in vari colori e sfumature di colore, al banco delle cover nei grandi Carrefour 24h. Che vorrà dire?
I libri del genere young adult sono praticamente tutto  “un cazzo” e “sticazzi” – il best-seller “gesuitico” di Einaudi “A volte ritorno”, sul ritorno di Gesù in terra, ne è un tripudio. Non si capisce in che senso, è un intercalare privo di senso, specie ora che la funzione dell’organo è desueta. La terminologia cazzesca è peraltro più spesso di autrici, influencer o scrittrici in erba. Sembra un segno di dislessia.
O è un intercalare per non sapere che dire. Una volta si bestemmiava, ora che non ci sono più i santi, si fa coprofilia, o una qualche forma di parafilia parassessuale. Ma anche l’organo in questione non ha più una funzione, e dunque?
È l’esito dell’analfabetismo di ritorno a scuola, se un terzo dei licenziati non capisce l’italiano? Sarà un millennio di carestia linguistica, nell’affluenza delle cose.

Roma vittima del Pd


“Quando scoppiò la polemica inventata sulla Panda rossa”, spiega Ignazio Marino, l’ex sindaco di Roma, a Sabelli Fioretti sul “Venerdì di Repubblica”, “si presentò in Campidoglio, accompagnato da Raggi e Di Maio, uno dei più spietati nemici, il grillino Marcello De Vito, con delle arance: secondo loro dovevo andare in galera”. In galera è invece il probo De Vito.
Pensare che Roma ha votato Raggi con le “carte” dei vigili urbani, in guerra contro Marino perché ne aveva denunciato l’assenteismo totale a fine anno con certificati medici falsi. Erano loro che informavano Raggi. Loro e i fratelli Marra. Anche loro finiti male. Roma sarà eterna, però.
Ma i vigili non avrebbero potuto nulla senza il Pd: un partito talmente corrotto a Roma da andare dal notaio, tutti i diciannove consiglieri comunali concordi, e dimettersi per costringere Marino alle dimissioni. Aizzati da un candidato vicesindaco, che Marino non nominò, Mirko Coratti, che è anche lui in prigione, condannato.
E non è finita. “Sono 11 anni che il Pd è all’opposizione a Roma”, spiega Marino: “Opposizione moderata ad Alemanno. Opposizione violenta contro di me. Di nuovo opposizione moderata alla Raggi”. I vigili urbani, e la stessa Raggi, contano poco. Roma è vittima del Pd.


Il latino in noi


Una rilettura piacevole - appuntita ma non saccente - di autori, testi, riferimenti anche minimi o occasionali, della latinità, anche cristiana. All’insegna di dieci parole caratteristiche, del latino e del nostro mondo: ars, signum, modus…. Per quello che si sa – il ritornello “il latino non è una lingua morta” (malgrado la chiesa di Roma) - ma senza revanscismi, su un presupposto semplice: la storia non muore. 
Gardini, italianista in cattedra a Oxford, ma di suo latinista, curatore di Ovidio, Marco Aurelio, Catullo (e anglista in Italia, traduttore di Hughes e Dickinson), aveva cominciato, spiega, dedicandosi alla parole “più rappresentative della mentalità latina (pietas, furor, decorunm, ius, fas, gravitas ecc.)” ma poi ha optato per “dieci parole di origine latina che avessero una storia avventurosa e coinvolgente”.
Un lavoro in difesa e a promozione del vocabolario, inteso a ravvivare l’interesse alle parole. Si direbbe il giapponese smarrito nella giungla che continua una guerra da tempo persa e finita, ma Gardini fa “come se”, e il lettore pure – c’è sempre tempo per aprire le finestre.
Nicola Gardini, Le dieci parole latine che raccontano il nostro mondo, la Repubblica, pp. 205 € 9,90


giovedì 18 luglio 2019

Ombre - 471


Brancola il “governo del nuovo” fra quanto di più vieto della pratica politica: vertici, controvertici, rinvii, attacchi reciproci, contraattacchi. Forse è questo che piace agli italiani – qua do hano avuro qualche governo che governava, da Craxi a Renzi, lo hanno liquidato.

I servizi italiani, Aise e Aisi, da tempo “monitoravano”, cioè spiavano Savoini e la sua Lombardia-Russia. A questo punto si capiscono le intercettazioni del Savoini stesso al Metropol: le ha fatte uno dei due “finanzieri internazionali” italiani che lo accompagnavano, agenti dei servizi italiani – o c’era un terzo, dice “la Repubblica”. Ma dare le intercettazioni a Buzzfeed, dopo averci provato con “l’Espresso”? Qual è la funzione dei servizi segreti?”

E il ministro dell’Interno, i servizi segreti devono proteggerlo o ricattarlo? E per conto di chi e che cosa?
Perché i servizi segreti italiani sono infetti, da almeno un cinquantennio? A quale istituzione o politica obbediscono?

Ma, poi, chiunque può fare mercato delle intercettazioni. Che vengono affidate, documentano Milena Gabanelli e Mario Gerevini sul “Corriere della sera”, a una miriade di operatori anche minimi - una società è costituita dalla sola moglie di un poliziotto. Senza un albo, o altro attestato di garanzia.

 “Conte: «Possibili danni all’Italia dopo il tradimento della Lega alla Ue»”: così “la Repubblica” titola Conte che risponde all’invito di Scalfari a lasciare Salvini per il Pd. Conte non lo scrive nella lettera, e quindi potrà smentire. Ma difficilmente potrà continuare a governare con la Lega. E d’altra parte non può essere il presidente di un governo 5 Stelle-Pd.
Conte non è una cima? “La Repubblica” fa solo bordello?  

“Migranti prigionieri nei container”. “A Mentone, detenuti illegalmente, in prefabbricati di 15 mq. Senza cibo né acqua”. “La polizia falsifica i documenti per riportare in Italia anche i minori” – è sempre “la Repubblica”.
A Mentone in Francia. Da dove si impartiscono lezioni di umanità per Carola, la Sea Watch e altri “gesti umanitari”.

“La Repubblica”, che regolarmente denuncia deportazioni di immigrati, dalla Germana, dall’Olanda, dalla Francia, con trattamenti inumani, monta poi gli appelli umanitari di Berlino, di Parigi, di un cattivissimo ministro olandese, contro Salvini e la politica di contenimento dell’immigrazione selvaggia. È sempre tanto peggio tanto meglio.

Prima oscurata con lo spray nero, poi asportata la targa: “Vietato l’ingresso agli ebrei e agli omosessuali”, all’ingresso del Museo della Città di Livorno. Una “provocazione” di Ruth Beraha. Che aveva anche un prezzo – l’artista ne stava completando la donazione al Museo. Oscurata da chi la pensava un residuo antisemita. Asportata dagli antisemiti?

I giudici di Firenze, Tribunale e Appello, decidono che una persona accusata ingiustamente di essere il mostro di Firenze e già assolta, possa essere presentato in un film come uno dei sospettabili. C’è il diritto di calunnia?

“Macché austerity”, calcola su “L’Economia” Alberto Brambilla, ex sottosegretario leghista al Welfare, in dieci anni abbiamo fatto 553 miliardi di nuovi debiti”. Che non sono diventati 642 perché “grazie alla cura Draghi (alla Bce, n.d.r.) abbiamo risparmiato 89 miliardi sugli interessi del debito pubblico”. Come che la si guardi, l’Italia dà l’impressione di galleggiare a stento. Era una potenza economica non molti anni fa.

Si fa un’asta da Sotheby di sneakers, scarpe di plastica, di serie. Con prezzi base da 20 e 30 mila dollari – una Nike da 70 mila. L’asta si tiene online. Così non si sente la puzza.

Le sneakers all’asta. Il papà che uccide sé e i suoi figli per farsi un video a cento all’ora. Le attrici facili, anche porno, che si pretendono vergini immacolate. Il Millennio ha già fatto vent’anni ma continua a screditarsi – immaturità non è.     

Una “grande truffa” il Bahrein lamenta, con mandato di arresto internazionale, su una fornitura di sabbia, pagata e mai arrivata. Vendere sabbia al Bahrein, un semideserto.

Dunque, spiega “la Repubblica” con larga messe di casi, siamo in piena “guerra della sabbia”: come l’oro, non proprio ma quasi, è altrettanto contesa. Sarà la stagione dunque del Sahara, e dei beduini.

I grillini, dopo averci provato con al fiera del libro, passano a Milano il salone dell’automobile. Siccome sono molto votati, non si può obiettare. Ma propongono solo di “tagliarseli”. A Torno, come a Livorno e a Roma, dove sono votati. Senza essere francescani – anzi, a santo Grillo dovendo ottimi stipendi politici, con annessi vitalizi, senza dei quali sarebbero ridotti alle mense caritatevoli. 

Tre milioni e mezzo di cause in sospeso, calcola E ugenio Occorsio su “Affari&Finanza”. Ma di questo la giustizia non si occupa. E non si può nemmeno darne la colpa al Sud – “non è vero che il Sud è più lento”, documenta Occorsio.
È proprio la giustizia che “non esiste”, come si dice a Roma.

Un giovane duramente handicappato viene lasciato morire in Francia. Una forma discreta – ipocrita – di eutanasia. La “buona morte” è uno degli addebiti più gravi a Hitler, prima della Soluzione Finale, ma l’Europa non ha mai cessato di praticarla. Le buone nascite, di razze selezionate, di Hitler in Scandinavia. Le buone morti in Germania, dove da almeno trent’anni chi ha più di 75 anni si opera di tumore solo se ricco – privatamente.

Finisce male la Capitana Carola, che porta in tribunale Salvini: “Toglietegli i social”. Finisce cioè tra gli avvocaticchi.
Era iniziata male: è difficile strappare alla gente la generosità e l’accoglienza e farne un business, sotto il velo politico. Una privativa delle ong, di giovanotti in cerca di un soldo, con l’avventura.

Con umorismo involontario il “Sottovuoto” di Massimo Bucchi esce sul “Venerdì di Repubblica” sulle intercettazioni, in contemporanea col Metropol di Mosca e la trappola alla Lega – ma la contemporaneità non è casuale, è sempre tempo d’intercettazioni. Un “Sottovuoto” che Massimo saggio conclude. “Arrestate meno, ma arrestate tutti”..

Haftar assedia Tripoli armato da Macron, attraverso i sauditi. La cosa, che tutti sanno, non si dice. Mentre a Bengasi, il feudo di Haftar, torna il terrorismo. Davvero non c’è limite al peggio. Non in Europa, in questa  Europa.

“Buoni per incartare il pesce, pulire i vetri o raccogliere le deiezioni canine”, i giornali secondo il blog romano di 5 Stelle. Non una novità, Casaleggio deve guadagnare con la rete, e quindi giù i media. La novità è il rispetto con cui i media trattano 5 Stelle, fenomeno soltanto mediatico.

“Tempo di alluvioni, tutti gli stronzi vengono a galla”, è detto meridionale che si può applicare senza residui ai 5 Stelle. Venuti da non si sa dove. Se avevano un senso gli attacchi di Grillo, uomo di esperienza, comico, a caccia sempre di visibilità, sono ridicoli tra i 5 Stelle romani, che di cacca hanno coperto la città. Ma tanto più ridicoli sono chi dà loro credito, cioè i media – i 5 Stelle senza i media sarebbero quello che sono, le Ciccioline dei due ultimi Parlamenti.

“Di solito, le città portuali arabe avevano due porte”, attesta Richard F.Burton (“L’Oriente islamico”, 32). Che venivano “accuratamente chiuse” il venerdì alla preghiera di mezzogiorno, “perché, secondo una credenza, i cristiani insorgeranno contro i musulmani proprio nel corso delle orazioni, in una ripetizione dei Vespri siciliani”. Bisogna dirlo a Salvini – o al papa?
Certo, confondere i Vespri non suona bene: li vuole antiarabi Burton, o l’islam?

La natura (non) ritorna con Pascoli

Non si ristampa più Pascoli ed è un peccato. Perché il suo mondo, rifiutato come “decadente” e \o provinciale, invece regge. Poetico e non patetico. Specie in clima ecologico, di re-mitizzazione della natura. E perché il Professore non è ingenuo come si vorrebbe, ma linguista acuto e ricercatore accanito.
In questi poemetti, che svolge in contemporanea con quelli che confluiranno nei “Canti di Castelvecchio”, segue e rivive la vita di villaggio, e di una singola famiglia nel villaggio, quella a lui più vicina, dei fratelli Rosa “dalle bianche braccia” e dalla treccia bionda, Viola, Nando, Dore, della loro vecchia madre, e di Rigo, che arriva per gli innesti e poi sposa Dora, nonché dei loro figli. Un mondo semplice e chiuso, come quello del vecchio Hebel, “l’amico di casa” della Foresta Nera. Senza però non ha nulla della “poetica del fanciullino” nella quale si vorrebbe liquidare un poeta vigoroso, che ha sempre faticato per vivere, orfano bambino, che completa gli studi a singhiozzo, quando racimola una borsa di studio, socialista agitatore, linguista acuto, di straordinaria vigoria, nonché di acume. Famoso per le medaglie d’oro che vinceva a man bassa con i poemi in latino a Amsterdam, ma per nulla accademico, e sempre pronto a rimettersi in gioco. Soprattutto poeta, applicato alla lingua. Qui, e nei “Canti di Castelvecchio”, ai gerghi della Garfagaana, dove infine era riuscito a comprare case e podere, a Castelvecchio di Barga.
Un mondo contadino, a volte elevato a lirismo puro – “Fa, quando s’apre, un fiore più rumore” dell’amore muto di Rigo per Rosa. Poesie sparse, che tuttavia compongono un poemetto familiare, di Rigo e Rosa. Nel ritmo lento della campagna. Con poche interpolazioni, sul tema caratteristico della migrazione: “Il naufrago”, il poemetto “Gli emigranti nella Luna”. 
Un altro mondo, la Garfagnana, un’altra lingua, la stessa vita, lo stesso Pascoli. Che la trasmutazione qui ha voluto linguistica, per una più piena sua identificazione,  un’immedesimazione, col mondo da lui scelto: la campagna remota, assonnata, sul Serchio. Un linguaggio che gli è stato rimproverato come artefatto. Ma è il toscano doc che suona bozzettistico, un italiano artefatto.   
Un Pascoli nel solco del Manzoni democratico, che del remoto borgo nella remota Garfagnana fa il Paradiso Ritrovato. Una raccolta anche di scuola, di recupero linguistico – la dedica è “Ai miei scolari\ di Matera Massa Livorno Messina Pisa Bologna”. Un aspetto di Pascoli trascurato, che si è confrontato con almeno quattro mondi linguisticamente diversi, radicalmente: la Romagna natia e poi Bologna, Matera e Messina, una Toscana che è tre Toscane, finitime ma irriducibili,Massa, Livorno e Pisa, e poi la Lucchesia, e in Lucchesia la Garfagnana d’elezione. Di un poeta che è personaggio egli stesso, e uno complesso, nell’adolescenza, in gioventù, nella famiglia, negli studi, erratici per la povertà sopravvenuta, nel magistero. Per una biografia di vita e intellettuale atipica, e perciò banalizzata (semplificata, evitata) – all’opposto di quella che si è voluto invece sulfurea, anormale, da poeta maledetto, del suo epigono Pasolini, una sorta di figlio o erede, che ne rivive tutti i tratti.   
L’ultima edizione di questi “Poemetti”, negli Oscar nel 1968 – il 1968 era un anno in cui si potevano vendere come tascabili di successo poemi e poemetti – a cura di Anna Maria Moroni mette in rilievo l’operazione linguistica. Di Pascoli sperimentatore di un nuovo strumento espressivo, il dialetto – nella fattispecie il vernacolo di Castelvecchio. Un’operazione evidente alla lettura. Che però non si ripropone.
Il pregiudizio è robusto. Anche nell’edizione di cinquant’anni fa Pascoli risultava indigesto. Perfino alla critica più congeniale, di cui l’Oscar offre un florilegio. Di Emilio Cecchi toscano. Del Renato Serra che sapeva di Europa. Di Gianfranco Contini appassionato filologo e anzi glottologo, he così lo liquidava: “Si tratta di scendere a un livello subumano ed estraneo alla storia…” - che non dice quello che dice: Contini non può credere subumano un contadino, e un eventuale subumano estraneo alla storia (con la S?); ma sì che Contini non amava Pascoli, pur stravedendo per Pasolini, di Pascoli evidente epigono. 

Giovanni Pascoli, Nuovi poemetti


mercoledì 17 luglio 2019

La mafia di Montalbano, un problema secondario


Il primo Montalbano, “La forma dell’acqua”, pubblicato nel 1994.scritto probabilmente nel 1992, o prima, era contemporaneo delle stragi di Mafia, che insanguinavano da vent’anni Palermo, e la Sicilia. Esrese nel 1993 a Firemze, Milano e Roma. In un’assurda escalation, a nessun fine. Assurdamente impunite, come se Riina, personaggio di nessuna qualità a parte la crudeltà, fosse Napoleone. Un quadro raffigurando, col contributo compiaciuto della pubblicistica, isolana e nazionale, d’invincibilità della mafia, con il Terzo Livello, il complotto politico-mafioso, l’irredimibilità della Sicilia e aree limitrofe.
Il grande merito di Camilleri-Montalbano per chi vive al Sud, e la prima ragione del suo successo, è di aver rimesso la mafia al suo posto. È l’unico scrittore ad averlo fatto percepire, come lo percepiscono le popolazioni che ne subiscono la delittuosità. Con una distinzione netta fra “noi” e “loro”, nel linguaggio, nella considerazione, nella considerazione e proiezione sociale.
Per Momtalbano come per ogni meridionale le mafie non sono un problema e non si legano alla società. Sono scarti, un mondo a parte, che si rigenera trucidandosi. Usate, questo sì, da certa politica. Anch’essa però connotata e infetta, isolata nel vivere comune.

Secondi pensieri - 390

zeulig


Anti-Freud – La fronda più radicale è psicoanalitica, cioè fondamentalmente freudiana, che storicizza Freud, nella “famiglia borghese”. Si può cominciare da Lacan,1938, “I complessi familiari”, che la psicoanalisi di Freud dice nata “dal declino della funzione paterna nella società occidentale”.  La stessa notazione sarà di Horkheimer quattro anni dopo, che scrive a Leo Lowenthal: “È giustamente la decadenza della vita familiare borghese che permise alla sua teoria (di Freud, n.d.r.) di pervenire al nuovo stadio che appare in “Al di là del principio di piacere” e negli scritti che seguono”. Concetto che Deleuze ha ripreso con Guattari in “L’Anti-Edipo”:  “Il primo torto della psicoanalisi è di fare come se le cose cominciassero col bambino”.
“L’Anti-Edipo” non attacca la psicoanalisi ma “l’edipianismo freudiano”. Che appare tardi in Freud, per poi assorbirlo totalmente.

Immagini – Il divieto è legato alla necessità di contrastare l’adorazione degli idoli, nell’islam come nell’ebraismo. Così anche nel cristianesimo ortodosso greco, residuo dell’iconoclastia: le statue non sono ammesse in chiesa, solo le icone. Ma a Istanbul, dopo la conquista, tutti i sultani si sono fatti immortalare. Per il, “Corano”, nel Giorno del Giudizio gli autori di immagini avranno l’ordine di animarle.  

Inferno – È caldo perché è nato nel deserto – dalla Gehenna, la gola rovente nel deserto a est di Gerusalemme. A lungo si pensò a un inferno freddo, ghiacciato, per i popoli del Nord, che altrimenti, nel caso di un inferno caldo, non avrebbero avuto la paura che l’inferno deve incutere. Nell’evangelizzazione dell’Islanda, l’inferno fu presentato come luogo ghiacciato – ma presto da Roma giunse il divieto di questo adattamento – l’evangelizzazione dell’Islanda fu accelerata dall’eruzione del vulcano Eldgja, che tra la primavera del 939 e l’autunno del 941 coprì l’isola di uno strato di almeno venti centimetri di lava, un evento che viene ricordato anche dai cantastorie del tempo come un castigo di Dio.

Indizio – Non è “prova” di razionalità , non alla maniera di Prosperi e Ginzburg. In alcune legislazioni non è ammesso. La giustizia mussulmana lo ritiene – riteneva? - fonte di abusi, scontando l’inventività del soggetto – privilegiando la confessione, anche con bastonatura.

Interdizioni – Quelle religiose sono opera più delle chiese che dei testi sacri di riferimento. Il “Corano” non proibisce l’alcol. Né le immagini. Mentre proibisce il canto.

Paternità – Una funzione che si mette in dubbio, come creatività e anche fisicamente, a partire dalla “morte di dio”. Ridotta a “finzione legale” da Joyce (“Ulisse”), e quindi Lacan. La funzione parentale, genitoriale, più che quella paterna propriamente detta o maschile, cui si va associando anche la maternità - l’utero in affitto o maternità surrogata è solo un inizio.
Cinquant’anni fa se ne dibatteva la funzione anche nell’arte, specie in letteratura - la paternità-creatività. Allora in funzione rivoluzionaria (egualitaria). Ma oggi, in pino riflusso, di commercializzazione spinta della vita associata e della stessa psicologia, riflessione compresa? Oggi la negazione risponde all’uguaglianza del materialismo. All’indifferenza, alla funzione parentale come ai generi, e a ogni qualità distintiva.

Peccato – È nozione molto relativa. Ed è infernale solo per i cristiani - se non solo per i cristiani cattolici. Altrove redimibile. Non c’è molto inferno per i mussulmani, o i buddisti.
È nozione anche storica, relativa nel tempo – si veda l’evoluzione radicale e improvvisa di secoli di sessuofobia cattolica, del peccato a carattere o di natura sessuale.

Religione – Si sostanzia di totem. Il sacerdozio per primo, in tutte le sue forme, anche in quelle non sacramentali o puramente magisteriali. Che non è, non dovrebbe essere, una condizione sciamanica o magica – eccezionale. Ma lo è, perfino nella chiesa cristiana, che è nata e si è sviluppata democratica, eletta dal basso e non “eletta”, privilegiata.
I sacramenti ne codificano questa aspirazione. Creando “entità” autonome. Una forma di relativizzazione del sacro che si vuole assoluta – assolutizzante.  

Riso – È delle lingue vocaliche? È la tesi di Richard F. Burton (“L’Oriente islamico”, 135): “Secondo me, la risata di cuore ha il suono delle vocali a e o. Le altre vocali si addicono alle risate più leggere”. Le lingue consonantiche non ridono: “Gli arabi raramente mostrano i denti in una risata”.

Suicidio – la testimonianza di un suicida, una lettura, una memoria, funziona come un vaccino? Canetti, che tutta la vita inseguì il progetto di negare la morte, nella miriade di appunti raccolti come “Il libro contro la morte”, lo dice di Cesare Pavese, di cui ha appena ultimato la lettura de “Il mestiere di vivere”, il diario. “Nessuno vorrebbe suicidarsi perché lui l’ha fatto”, il diario non preparando la fine, non parlandone. “E tuttavia, quando ho voluto morire l’altra notte, nela mia umiliazione estrema, è il suo diario che ho aperto, e lui è morto per me. È difficile crederlo: con la sua morte, il sono nato oggi un’altra volta. Questo processo misterioso si farebbe decrittare: ma io non voglio farlo. Non voglio occuparne. Voglio passarlo sotto silenzio”.


zeulig@antiit.eu

La rivincita dei bambini


Una trama complicata (poco risolta) in quest’ultima opera narrativa del Nobel 1993, in difesa dei bambini, coartati dagli orchi ma anche dai genitori. Con una partenza però fulminante, di quadri e tempi. Si viene introdotti con una sinfonia di motivi magistrale, tutta sull’andante con moto: il nero-bianco che rifiuta il nero-nero (la madre rifiuta la figlia, le rifiuta anche solo un contatto a pelle); il Grande Amore che finisce così, “non sei il mio tipo”; la moda (la bellezza) del Nero-Nero; la maestra condannata per sevizie che non ha commesso.
“God help the child” è il titolo giusto, l’originale – le parole che chiudono il libro: “I bambini, che Dio li aiuti!” Meglio ancora il titolo che Morrison avrebbe voluto, “The wrath of the children”, furore e infanzia.
In alcune storie, come quella della maestra, Morrison rasenta il “j’accuse”, l’indignazione: la bambina nera-nera fa condannare la maestra per avere una carezza dalla madre nera-bianca benpensante. Di repertorio gli orchi, uno perfino assassino seriale.
La storia – una c’è, di un amore negato e infine, tra le morti, recuperato - un po’ si disperde, malgrado il brio della traduzione, di Silvia Fornasiero. Ma l’impressione resta forte delle violenze sui bambini. Anche per essere tutte storie di donne – i violentatori sono poco curati.
Toni Morrison, Prima i bambini,  Pickwick, pp. 218 € 9.90

martedì 16 luglio 2019

Il calcio scommesse


Che ne sarebbe di una società che ha più debiti che fatturato? Che sarebbe dichiarata fallita. A meno di una robusta ricapitalizzazione.
Sarà il caso della Juventus, se non va alla finale di Champions League 2019-2020. Un club che per di più è quotato in Borsa. Quindi soggetto ai controlli Consob, oltre che Uefa – il cui fair play si limita a un rapporto debito-fatturato uguale a 1.
Non è un caso isolato. Il club torinese si muove all’unisono con gli altri club europei titolati, che da un paio d’anni spendono cifre enormi nelle campagne acquisti, e negli ingaggi stellari. Ma con alcune differenze. I club inglesi e il Paris Saint Germain spendono i soldi degli “sceicchi”, cioè di soggetti che possono usare liberamente le risorse dei loro Stati - Stati “patrimoniali”, cioè familiari. Mentre i due club spagnoli titolati e spendaccioni sono stau dotati dalle municipalità di Madrid e Barcellona di una solido patrimonio immobiliare, dagli stessi club consolidato negli anni, attorno ai grandi stadi di proprietà,  e possono contare su una plaeta di finanziatori ancora vecchio stile, mecenatesco. Mentre per la Juventus è dubbio che il socio di riferimento, la Exor di John Elkann, rimetterà mano al portafogli, come ha già fatto tre anni fa.
Il club torinese chiude il bilancio 2018-2019  con un fatturato di 409 milioni. Con un costo del personale di ben 319 milioni, fra i primi tre più prodigali club europei. E un debito che a fine 2018 era di 309 milioni, e a fine 2019 sarà di almeno altrettanto che il fatturato. Per gli acquisti già effettuati - il solo De Ligt per 70 milioni, più 10 al procuratore del calciatore, Raiola - e quelli in coda, Icardi o Chiesa, e Pogba. Acquisti che potrebbero portare il monte ingaggi, i costi del solo personale, a superare il fatturato. E  quindi a nuovo debito. Una scommessa, puntando alla finale di Champions, che garantirà entrate Uefa per 100 milioni - mentre fermandosi ai quarti, come nella passata stagione, i premi Uefa si riducono a 35 milioni.
Nel 2018-2019 i premi Uefa distribuiti nelle varie fasi della Champions sono ammontati in totale a due miliardi. Nella prossima stagione potrebbero aumentare del 50 per cento, a tre miliardi. Ma bisognerà vincerli. I 100 milioni complessivi di Champions per chi arriva alla finale tengono già conto di questo ipotetico aumento – nella stagione conclusa si sono fermati a 70 milioni.

La cura del dolore


“Così come il filosofo impara a a essere-per-la-morte, tutti noi dovremmo imparare a essere-per-il-dolore, ad alfabetizzarci rispetto a esso”. Il dolore fisico ha rimedi, quello morale no, quello che si presenta di volta in volta come nostalgia, melanconia, rimpianto, rimorso, angoscia”, per cui “una complessa filosofia “ si è sviluppata fin dall’antichità sul tema”.
Eco ne ripercorre le tracce, da Eschilo a Höderlin, Hegel, Schopenhauer e  Nietzsche. Passando per la redenzione attraverso il dolore, nella Passione e il cristianesimo dei martiri. E il “rovesciamento” in epoca romantica, per cui il detto dell’“Ecclesiaste”, “qui auget scientiam, auget et dolorem”, si trasforma in “qui auget dolorem, auget et scientiam, chi aumenta il proprio dolore aumenta anche la conoscenza” – “Con Fichte, Hölderlin, Hegel e Schelling nasce l’incontro tra la filosofia e il tragico, tra la conoscenza serena e il dolore tormentato”. Senza più illusioni.
È il testo di una lectio magistralis del 2014, alla cerimonia per la consegna dei diplomi annuali dell’ Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa, quella della “buona morte”, o “cura del dolore”, a Bologna. Un testo sereno – Eco rinuncia per una volta all’arguzia. Con un rilievo pratico, nella forma del consenso informato: “La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza” - protegge, in qualche maniera: “Sapendo cosa stiamo subendo, vi sappiamo resistere meglio”.   
Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, Asmepa, pp. 48 € 5