Cerca nel blog

martedì 23 aprile 2019

Il mondo com'è (372)

astolfo


Armeni – Il massacro degli armeni, popolazione cattolica, in Turchia divenne parte dela secna politica turca nell’instabilità introdotta nel regime ottomano dai Giovani Turchi, il movimento liberale costituzionale turco che nel 1908 riuscirà a imporsi al sultano Abdul Hamid II. Dapprima in una sorta di free for all, di licenza dall’ordine e la legge, poi in reazione al movimento liberale, con l’appoggio delle autorità militari. Nel’autunno del 1907 nelle città di Konya, Mersin, Adana, pogrom s’improvvisarono violenti, con l’assassinio di centinaia di armeni. Il vice-console inglese a Konya, Doughty-Wylie, un tenente colonnello eroe di guerra in Sud Africa (guerra boera) e in Cina (ribellione di Tientsin), raccolse una posse di militari turchi per pacificare le folle inferocite – fu per questo decorato, da re Edoardo e dal sultano.
Ma era stato il sultano, lo steso Abdul Hamid II, a indicare negli armeni i nemici del popolo, fin dal suo accesso al trono, nel 1876. Promuovendo poi, negli anni 1890, una serie di pogrom sanguinosi, con diecine di migliaia di morti, forse duecentomila. Con il costituzionalismo restaurato dai Giovani Turchi, la comunità armena, forte in Cilicia, cominciò a organizzarsi politicamente. Ma il colpo di coda del sultano l’anno seguente, col sostegno dei generali, portò alla distruzione della comunità di Adana, con almeno 20 mila morti accertati, e forse 30 mila – più un migliaio di assiri. Per mano della popolazione più che dei militari.  

Femminismo contro femminista – Il suffragio femminile, di cui furono avvocate radicali in Inghilterra a cavaliere del 1900 le suffragette di Emmeline e Christabel Pankhurst, queste fino al terrorismo, e le suffragiste, trovò resistenze anche tra femministe convinte come Florence Nightingale e Getrude Bell. Il suffragio femminile in sé, non il suffragio universale, come da lì a poco si comincerà a richiedere.
La limitazione era argomentata sulla base delle leggi vigenti, in materia di proprietà, e sul principio del voto responsabile. A questo presupposto obbedivano le leggi che legavano il voto al censo: la presunzione era che il censo garantisse un minimo di acculturazione, necessario per esprimere un voto libero e motivato. Su questo presupposto il voto era stato gradualmente esteso in Inghilterra dal 1832, dal primo Reform Bill, al 1884 da mezzo milione a cinque milioni di elettori. Un quarto della popolazione maschile del reame.
Le leggi sulla proprietà passavano i beni della donna al marito in caso di matrimonio. Essendo tre quarti della popolazione maschile, o lavoratrice, esclusa dal voto, l’argomento era inoltre che non si poteva duplicare la platea elettorale estendendo il voto alle donne, sempre nell’ottica del voto con conoscenza di causa e responsabile. Anche il voto limitato alle donne non sposate allo stesso modo che agli uomini, sulla base del censo, veniva contestato: si sarebbe aperta la strada a persone non necessariamente responsabili, quali casalinghe nubili o vedove, e donne autonome ma di poca virtù.
Due donne eminenti, molto intraprendenti in proprio, Florence Nightingale e Gertrude Bell, di famiglie importanti - la prima di grandi proprietari terrieri, la seconda di grandi industriali – ma liberali, lettori di John Stuart Mill, convinti dell’uguaglianza di genere, si dichiararono contro il voto alle donne. Inferma e ritirata la seconda parte della sua vita, Florence Nightingale (chiamata Florence perché nacque con i genitori in vacanza a Firenze; la sorella minore, che nascerà a Napoli, sarà chiamata Parthenope) rifiutò di sottoscrivere i manifesti di Pankhurst e anche le attività più limitate delle suffragiste. Gertrude Bell, che successivamente nel Medio Oriente ottomano e post-ottomano sarà personalità estremamente libera con incarichi da statista, aderì alla Anti-Suffrage League promossa nel 1909 da una ventina di “pairesses”, nobildonne mogli di membri della camera dei Lord, e fu probabilmente l’attivista principale dietro la raccolta di 250 mila firme contro il voto alle donne che la Lega riuscì a produrre all’esordio.

Germania – Fu dominante per un secolo, dalla Restaurazione post-napoleonica a dopo la prima guerra mondiale, alla repubblica di Weimar. Nella cultura prima che - e più che - nella politica. “Epoca fulgidissima”, attesta Croce nella “Storia d’Europa nel secolo decimonono” e nell’articolo-saggio “La Germania che abbiamo amata”, 1936. Ma non predestinata, aggiunge, né opera specifica della Germania, o solo del popolo tedesco, “tanto è vero che passò” – “passò come l’Ellade di Pericle, l’Italia del Rinascimento, la Francia di Luigi XIV”, ma passò. Esito anche di una certa dipendenza, nota lo steso germanofilo Croce, ricevendosi questa idea della Germania guida come “pia credulità e superstizione che tutto quello che i tedeschi continuavano a scrivere avesse una serietà e una profondità che non si ritrovava nei libri delle altre lingue”.

Populismo – È di sinistra più – e prima – che di destra. Di molti movimenti popolari russi a fine Ottocento. E degli analoghi americani tra fine Ottocento e primo Novecento. Anti-establishment e anche anarcoidi, anti-Stato. Lo è stato in Europa di recente, prima che deflagrasse a destra con la Lega in Italia e movimenti analoghi in Olanda, Inghilterra, Spagna, Grecia: con i primi anni del governo greco di Tsipras, quelli del suo ministro delle Finanze Varoufakis.

Populismo monetario – Viene da sinistra la Moderna teoria monetaria, Mmt l’acronico americano, ossia la spesa pubblica senza limiti, per i poveri e per investimenti, o  del debito\spesa senza limiti, se non l’autonoma decisione dello Stato. La moneta considerando solo uno strumento politico.
La teoria è di origine americana. Ma è stata proposta per ora solo in Europa. Dal ministro delle Finanze del primo governo Tsipras, all’epoca della quasi insolvenza, Yannis Varoufakis. Che era a sua volta consigliato da James K. Galbraith, un economista dell’università del Texas, figlio del Galbraith della “società affluente” e del complesso militare-industriale, nonché ambasciatore in India. Con Galbraith Varoufakis era arrivato, nel momento più duro della tratativa con Bruxelles e col Fondo monetario internazionale, a ipotizzare una moneta parallela all’euro, la “nuova dracma”, con la quale alleviare i tagli drastici della spesa imposti dagli accordi internazionali. Posizioni analoghe, di deficit spending a domanda, sostennero alcuni consiglieri di Sanders nella campagna per le primarie democratiche che perse contro Hillary Clinton nel 2016, e da alcuni esponenti nuovi del partito Democratico Usa, specie dalla neo deputata Alexandria Ocasio-Cortez – la partigiana del tacco 12.
Elaborata in Germana sul finire dell’Ottocento da Georg Friedrich Knapp, un economista cosiddetto “padre” della “scuola cartalista”, in opposizione alla “scuola metallista”, della moneta stampata a volontà dallo Stato per i suoi bisogni, senza alcuni limite sterno, di riserve auree o altrimenti metalliche a cui rapportarsi, la teoria fu presa sul serio nella fase in quel secolo di prolungata deflazione. Di debolezza dell’economia, dei consumi, della produzione. Ebbe una ripresa subito dopo il  crac del 1929. Poi è stata accantonata.
Di poco peso ora in Europa, è invece al centro del dibattito negli Stati Uniti. Sempre a opera della sinistra politica, che oppone la Mmt alla politica “di destra” delle riduzioni fiscali. Sia da parte dei politici democratici al carro di Sanders sia, paradossalmente, da parte degli economisti di sinistra suoi critici. Tra essi l’economista premio Nobel Paul Krugman, due ex capoeconomisti del Fondo monetario internazionale, Kenneth Rogoff e (ai tempi dell’austerità stringentissima, sull’Italia, la Grecia, eccetera) Olivier Blanchard, e Larry Summers, l’economista che fu ministro del Tesoro di Clinton, rettore di Harvard, capoeconmista di Obama. Che non sponsorizzano apertamente la Mmt, anzi la dicono superficiale, ma le danno il merito di opporsi ai “bisbetici del deficit” (Krugman), ai “fondamentalisti dell’austerità” (Summers).

Westminster – Ovestmistero? Il romanziere Dominique Fernandez trae questa dizione da Benvenuto Cellini, nella parte dei “Ricordi” in cui rifiuta l’invito a Londra dello scultore Pietro Torrigiano, che cercava un aiuto per i tanti lavori che il re d’Inghilterra Enrico VIII gli commissionava – da ultimo un sarcofago per se stesso. Torrigiano, dice Cellini nel romanzo di Fernandez, “La société du mystère”, era venuto a Firenze per convincerlo ad “arricchire di sculture in bronzo quella tomba, nell’abbazia di Ovestmistero, dove interrano i loro re”.


astofo@antiit.eu

La domatrice delle tribù, alla nascita del nazionalismo arabo


“Le tribù della Mesopotamia”, uno dei paper  per il manuale “The Arabs in Mesopotamia”, a uso dei funzionari inglesi, sulle tribù irachene, all’ingrosso e al dettaglio, è quello che ci manca per la Libia di oggi. Anche per l’Iraq dopo la guerra a Saddam Hussein. Dettagliato, tribù per tribù, fattuale, realistico e acuto, come tutti i suoi scritti, preciso nei riferimenti, tutti veritieri e non inventati  - come T.E.Lawrence ha voluto dire di molti suoi scritti. Ancora oggi valido per l’Iraq, nella professione sunnita o sciita dei vari gruppi tribali. “I Sabei” altro capitolo a seguire, è valido e utile ancora oggi. Ma, soprattutto, sull’un tema e sull’altro, le tribù e i Sabei, nulla si sa oggi, un secolo dopo, più di quanto sapeva Gertrude, anzi non se ne sa nulla: l’Europa ha da tempo finito di scoprire il mondo, anzi in questo come in tutto il vasto mondo delle conoscenzse si pensa “nata imparata”.
Segue, in questa antologia, la “Review of the civil administration of Mesopotamia”. Come l’Iraq fu ricostruito dopo la liberazione dai turchi nel 1917. Quello che non è stato fatto, nemmeno tentato, in Iraq dopo l’abbattimento di Saddam Hussein – in Libia dopo Gheddafi: ricostruzione materiale, ricostituzione dell’amministrazione, eliminando la corruzione endemica, quindi con un guadagno, del fisco, della sanità, della scuola, delle forze di sicurezza, creazione di uno Stato unitario. Proprio così: in pochi mesi, ascoltando a facendo valere le intenzioni di tutte le tribù, una per una, un referendum vero, per una creazione nuova per loro, uno Stato. Con un re a capo – un re straniero, eletto: un miracolo. Nel mezzo avendo superato un  jihad, anti-britannico, anti-europeo, in tutto l’Iraq. Nel 1919 la produzione era quattro volte quella sotto amministrazione ottomana prima della guerra, le entrate fiscali dieci volte.
Gertrude Bell non ha la fama di T.E.Lawrence – non ha avuto un “creatore” analogo, il giornalista Lowell Thomas, che gli costruì una vita da eroe vivente, e lo propagandò in tutto il mondo. Ma con lui ha condiviso l’Ufficio arabo al Cairo dal 1915 in poi, per indurre gli arabi alla guerra contro i turchi. La mente vera della sollevazione araba, 1915-1917, e di Londra nel mondo arabo dopo la fine della guerra, che a differenza di Lawrence seppe portare sulla scena internazionale. In un percorso meno eroicizzante ma solido e di senso politico - che sarebbe stato molto più produttivo di quello che poi è stato se fosse stato seguito ovunque alla dissoluzione dell’impero ottomano. Lawrence non protesse e non difese a Versailles il principe Feisal, al seguito del quale aveva fatto la cavalcata liberatoria in Siria: la Siria fu passata alla Francia, Feisal fu lasciato solo in albergo, con la sola assistenza di Gertrude Bell, che invece ne farà il re, eletto, dell’Iraq, il primo Stato arabo indipendente, uno appositamente costruito per abituare gli arabi alla concezione dello Stato e all’indipendenza, gli arabi dell’area più tribale – insieme a quella libica.
Si dice Gertrude Bell perché è stata un personaggio eccezionale. Ma era la Gran Bretagna allora ad avere un occhio coloniale moderno: aperto, costruttivo, conciliatorio (la storia del colonialismo non è univoca, andrà rifatta). Era ancora il tempo in cui l’imperialismo poteva essere liberatore. Nella jihad del 1920 del futuro Iraq Londra – cioè Churchill, ministro dele Colonie - mandò a Baghdad un paleo colonialista, A.T.Wilson, che con le maniere forti stroncò il fenomeno. Ma già a fine anno lo sostituiva col vecchio governatore Percy Cox, di cui Gertrude Belle era aiuto e mentore. E in pochi mesi si ebbe un regno, costituzionale, con un parlamento e un governo.
L’antologia ha qualche testo utile di G. Bell, ma è è di fatto una sorta di autobiografia, che Georgina Howell ha costruito con gli scritti e, soprattutto, con le lettere della sua eroina. La parola non è un’esagerazione. Benché protetta dalla fortuna familiare, di grandi industriali metallurgici, Gertrude fece tutto da sola: laureata a Oxford nel 1888, a vent’anni, viaggiatrice un paio di volte in giro per il mondo, poi in Persia e nel deserto, siriano e arabico, con carovane da lei organizzate e gestite – “Gli scritti della regina del deserto” è il sottotitolo -, scalatrice dei quattromila delle Alpi, compreso il Cervino, o allora di vie non praticate, sette cime vergini in due settimane, con alcune “prime” ancora negli annali, scrittrice, archeologa, fotografa, la migliore arabista della sua epoca, innamorata infelice almeno un paio di volte, specialmente la seconda, poco meno che cinquantenne, femminista anti-femminista, infine letteralmente creatrice dell’Iraq, dalla politica tribale all’archeologia, fondatrice e curatrice del museo di Baghdad (quello dal quale 15 mila pezzi saranno rubati nel 2003), prima di morire nel 1926. Una biografia dal vero che sembra un romanzo. Qualche volta depressa, ma sempre combattiva, minuta, 1,64, e femminile, occhi verdi, capelli ramati, curata anche nel Quarto Vuoto, ma agile, attenta, studiosa, una forte mente politica in un mondo tutto maschile, non solo quello arabo – dagli arabi anzi per questo ammirata, e sempre onorata. Al culmine dell’età degli esploratori, barbuti e incontestabili, una donna. Intraprendente e informata, più che presuntiva. Intelligente. Costruttiva.
Gertrude Bell, A woman in Arabia, Penguin Classics, pp. XLV + 272 € 9,80

lunedì 22 aprile 2019

La libertà è nel Burkina Faso - Stupidario classifiche

L’Italia è al 43mo posto per libertà di stampa – Reporters sans frontières. Un anno fa era al 52mo, quindi ha migliorato molto in un anno. Sarà stato merito del governo Conte?

Ma in quanto a libertà di opinione l’Italia, sempre nel rapporto della ong francese, è in compagnia del Botswana e delle isole Tonga.

L’Italia è preceduta, in fatto di libertà di stampa, otre che da tutta l’Europa, da Suriname, Samoa, Uruguay, nonché da molti campioni della libertà in Africa, continente delle democrazie a vita (si vota sempre la stessa persona): Namibia, Capo Verde, Ghana, Sud Africa, Burkina Faso – ex Alto Volta, reduce dal quasi trentennale governo del capitano Blaise Compaoré, dopo una decina di colpi di stato militari, compreso quello dello stesso Compaoré, che ha assassinato il capitano-presidente Thomas Sankara, suo amico da una vita.

Gli  Stati Uniti invece fanno peggio dell’Italia, al 48mo posto: quasi non hanno libertà di stampa.
Nei soliti Botswana e le isole Tonga, ma anche in Romania, c’è più libertà che negli Usa.

La libertà di stampa c’è solo in Norvegia, Finlandia e Svezia. Poi Olanda, Danimarca, Svizzera, Nuova  Zelanda e Giamaica – anche la Giamaica si è spostata verso i poli?

In Italia c’è poca libertà di stampa, spiega Reporters sans frontières, perché c’è la mafia, e c’è il fascismo.

Il Russiagate è americano – cronache dell’altro mondo (33)


Il Russiagate ha messo in difficoltà i russi, quelli emigrati negli Usa. Masha Gessen, una russa emigrata che scrive ogni giorno contro Trump e contro Putin, si dice stranita sul “New Yorker”, il giornale molto anti-Trump, di cui è colonna: “Sono stati due strani anni e mezzo”, dall’inizio del Russiagate: “Molti di noi che scriviamo della Russia professionalmente, o che siamo russi, abbiamo faticato a inquadrare quello che sappiamo con la narrativa del caso. In questa narrativa, la Russia ha messo in opera un’operazione sofisticata e audace di sovversione delle elezioni americane, per installare un presidente di sua scelta – ha riuscito un golpe. Lo si dica all’americano medio liberal, si avrà un cenno di consenso. Lo si dica al russo medio liberal, si otterrà una fragorosa risata. I russi sanno che il loro Stato non ha la competenza per montare un sabotaggio sofisticato, che il Cremlino fu più sorpreso dall’elezione di Trump dello stesso candidato, e che le relazioni russo americane sono al loro punto peggiore dal culmine della guerra fredda”.

Ponti di gioventù


Le “avventure” di cinque ragazzi, fratelli e sorelle. In epoca non lontana ma remota, gli anni 1970. Una rivisitazione entusiastica di una di loro, di picarismi innocenti, per quanto, come capita ai ragazzi, speso rischiosi. Senza altro costrutto che la gioia del ricordare gioioso. Soffuso però, involontariamente, di nostalgia: “Quando mamma aveva trent’anni c’eravamo tutti e cinque e avevamo un pulmini Fiat 850”. Una mamma di trent’anni aveva cinque figli.
Cioè: la scrittura è femminile, come usava dire, ma il narratore ha nome Matteo. Perché: “Noi siamo stati una delle prime generazioni che è cresciuta senza un senso preciso di dove andare”. La generazione del Sessantotto non ha dato orientamenti ai suoi figli, non stabili, non prefissati: “Non ci veniva dato un modello”. Non si insegnava, non si correggeva: “Non c’era neanche la chiara divisione maschio-femmina e noi da piccoli eravamo un po’ maschiacci”.
Titolo fortunato. Già un anno fa ne è uscito un altro, genere fantasy, autore Ezio Amadini. E altri, chissà, certo, di Giò Ponti et al. - “costruttori di ponti” sono in questa stagione i migranti del papa.
Zita ha molti interessi e anche la rivista online cronacheletterarie.
Tiziana Zita, I costruttori di ponti, amazon, pp. 229 € 10

domenica 21 aprile 2019

L’ora del comico in Ucraina


Ucraina saldamente europea, a giudizio dei nostri analisti politici, anche nelle mani del comico Zelenko. Dopo quelle di Timoshenko, la bionda della rivoluzione arancione, condannata per molteplici reati, e del presidente uscente Poroshenko, al centro di troppi imbrogli. Non che l’intermezzo filo-russo tra i due sia stato migliore. Il famoso Yanukovich filo-Putin era infatti un anti-Putin, ma non per questo meno corrotto degli altri: era stato in prigione prima per delitti comuni, ed è ricercato dopo – avendo lasciato a Kiev un palazzo di marmi, cristalli, scaloni e sculture d’oro.
L’Ucraina, per conto della quale la Ue combatte una guerra commerciale costosa con la Russia, si conferma al voto un paese al meglio complesso. Cosa il comico Zelenko potrà cambiare nessuno lo sa, anche se ha avuto tre voti su quattro, un plebiscito. Di fatto è un paese abbondantemente russo, quindi con le caratteristiche culturali-politiche russe, limitative. Lo è etnicamente per metà, e linguisticamente e religiosamente per l’altra metà, anche se alcuni vescovi provano a staccarsi dal patriarcato di Mosca - pensano di avere vita migliore tra i laiconi di Bruxelles?

Usa-Cina non può fallire

Perché non può fallire la trattativa fra Trump e Xi? Per l’asimmetria dell’interscambio che ha portato alla trattativa stessa. Che Trump ha minacciato e imposto e la Cina ha accettato: non per una sudditanza politica, o militare, ma per le ragioni stesse del mercato.
La Cina è stata nel 2017, quando Trump ha lanciato l’offensiva, il primo partner commerciale americano, con un interscambio di 636 miliardi di dollari. Ma così sbilanciato: primo fornitore, con 506 miliardi e solo terzo mercato di sbocco, per appena 130 miliardi (erano molto maggiori importatori dagli Usa il Canada, 282 miliardi, e il Messico, sui 200). Un disavanzo in forte crescita, dell’8,1 per cento nel 2017.
La trattativa è continuamente aggiornata solo perché Trump vuole includere anche l’apertura cinese ai servizi finanziari, finora esclusi. Uno sviluppo che anche soggetti europei, in Italia Intesa, seguono con interesse: la possibilità per banche, banche d’affari, assicurazioni, e altri soggetti finanziari di operare nello sterminato mercato cinese.

Appalti, fisco, abusi (151)

Si fanno i conti della recente pronuncia della giurisdizione europea contro i criteri restrittivi imposti da Bruxelles e Francoforte agli assetti patrimoniali delle banche italiane, e cioè al calcolo estensivo degli npl, i crediti incagliati, e alla conseguente svendita, e non se ne viene a capo: il danno è di molti miliardi. Oltre alla perdita “reputazionale”. Soprattutto se nel conto, oltre agli effetti del fallimento Tercas, si mettono le jugulazioni subite dal Monte dei Paschi di Siena. 

Né il governo né la Banca d’Italia sono intenzionati a rivalersi in sede giurisdizionale dopo la sentenza della Corte europea, e il danno tanto più per questo si fa incalcolabile. Non ci sono gli strumenti per rivalersi? Il danno è nuovo, senza precedenti, gli strumenti nuovi vanno –andrebbero – elaborati. Naturalmente se cè la volontà.

Si dà per fatto il passaggio all’auto elettrica. Piani d’investimento colossali si annunciano, per orizzonti ravvicinati, a cinque-dieci anni. Magnificando l’accelerazione, 0-100, e la potenza degli elettrici. Ma non si dice a che costo unitario per mezzo, con quanta autonomia per ricarica, con quale organizzazione di ricarica, con quali effetti reali sull’ambiente, mettendo nel conto delle emissioni anche la produzione moltiplicata di elettricità, e lo smaltimento delle batterie esauste. Ora come ora, è solo una operazione commerciale, per ravvivare le vendite. 

Per ridurre i tempi dì ricarica a un minutaggio non molto superiore a quello del rifornimento di carburante, ci vorranno colonnine della potenza di 400-450 kW. Non ci sono oggi batterie in grado di alimentarsi a questa potenza elevata.

Non ci sono del resto nemmeno colonnine di potenza inferiore: quelle interurbane non ci sono di fatto, quelle (poche) urbane in esercizio sono già fuori uso. Le ricariche si fanno in garage, trenta ore per duecento km., il percorso medio giornaliero di un taxi - la categoria di utilizzo che più è dotata di propulsioni elettriche.

Mozart è diverso

Curiosa edizione dell’incompiuta da parte di Ton Koopman. Che integra le parti mancanti con “pezzi” di Michael Haydn, il fratello minore di Franz Joseph. Mozart concepì la Messa come offerta musicale ai numi: per la guarigione della fidanzata Konstanze, e per ottenere dall’irascibile arcivescovo padrone e dall’autoritario padre il consenso al Salvo sposarsi, con Konstanze prontamente guarita, senza consenso il giorno prima degli incontri previsti, e abbandonare poi l’offerta a metà, senza più riprenderla negli otto anni successivi – il progetto è del 1783, Mozart muore 1791. Con la solita noncuranza avendo liquidato l’opera con una “prima” nella chiesa di san Pietro a Salisburgo, rimpolpata di vecchie sue musiche sacre.
Volendo rieditare la composizione, Koopman, topo d’archivio, l’ha integrata per i pezzi mancanti. Non con le vecchie musiche del giovanissimo Mozart, delle quali non si hanno i riferimenti, ma con una messa di Michael Haydn, della quale lo sposo esaudito avrebbe avuto conoscenza nell’archivio della stessa chiesa, in quanto Michael vi esercitava quale maestro di cappella. E ne ha fatto un’esecuzione di sua grandissima soddisfazione – non stava in sé dalla gioia. Con l’ausilio di una superimpegnata orchestra di Santa Cecilia, e con un cast d’eccezione, sopratutto le parti femminili, le soprano Roberta Mameli e Magia Grazia Schiavo, regine del revival tardo barocco. Ma con uno strano effetto all’ascolto: che era sensibile uno stacco tra le parti di Mozart e le altre. Le scuole e i canoni non sono tutto, né la parte migliore, dell’opera d’arte, musica compresa. O: c’è un’anima. Mozart è diverso, l’Autore è sempre un altro.
W.A.Mozart, Messa in do minore per soli, coro e orchestra, K 427, Accademia Nazionale di Santa Cecilia

sabato 20 aprile 2019

Più Usa in Cina, più subordinata la Ue


Ci sarà più Europa o più America in Cina al termine dei negoziati che Trump ha aperto con Pechino? Più America, è inevitabile. È il senso vero dei lamenti europei sul protezionismo di Trump, e il lato debole dell’Europa. Verso la Cina e verso gli Stati Uniti.
La trattativa è a tre, in realtà, con l’Europa terzo incomodo silente. Ma dipendente. E dalla Cina forse più che dagli Usa – la Grmania sicuramente, e quindi economie come qualla italiana.
La triangolazione la Ue ha impostato classicamente, col documento delle “quattro Cine” con cui confrontarsi:  un partner commerciale, un partner negoziale, un concorrente, un rivale. Un po’ alla maniera cinese, ma dottrinale, e forse solo burocratica: il documento dice solo che l’Europa non ha una leva nel rapporto con Pechino.
A meno di un fallimento tra Usa e Cina, improbabile perché nessuno dei due lo vuole,  il mercato cinese sarà inevitabilmente più aperto alle importazioni dagli Stati Uniti, e aperto infine, dopo vari sotterfugi, ala “industria finanziaria” americana, banche, banche d’affari, assicurazioni eccetera.A danno, evidentemente, dell’Europa, che ha un’offerta, di merci e servizi, analoga e concorrente a quella americana.
L’Europa è in ulteriore difficoltà per aver concesso alla Cina in passato libertà totale d’investimento. Anche nelle infrastrutture. Al contrario degli Stati Uniti. La presenza cinese in Europa è diventata in pocchissimi anni, la più importante presenza straniera. Dopo quella americana, ma con questa in ritiro (General Motors, Ford eccetera), mentre quella cinese è in ascesa rapidissima e sostanziale. Dall’acquisto della Pirelli al rilancio della Volvo e al 10 per cento di Deutsche Bank.

Classe operaia fuori mercato con l’auto elettrica


Con l’elettrico sparisce il metalmeccanico. Il settore di punta dei paesi industrializzati, in Europa e le Americhe, sia per il valore della produzione che per l’occupazione e quindi la distribuzione del reddito.
Sono cifre rispettabili che vanno a sparire. L’Acea, l’associazione europea dei costruttori di auto, calcola 3,4 milioni di addetti nel vecchio continente. Più qualche milione di meccanici, addetti alle riparazioni. Quattro milioni di addetti che avranno poco o niente da fare. Sono – erano nel 2016 – 935 mila in Germania, 213 mila in Francia, 184 mila in Polonia, 172 mila in Romania, 168 mila nella Repubblica Ceca, 162 mila in Italia, 155 in Gran Bretagna, 152 mila in Spagna, 93 mila in Ungheria, 72 mila in Slovacchia.
Secondo il sindacato tedesco, il motore elettrico ridurrà l’occupazione dell’80-90 per cento. L’industria automobilistica è meno radicale, ma dà lo stesso riduzioni importanti. La Volkswagen del 30 per cento nell’insieme. L’Acea del 60 per cento nei comparti powertrain (propulsione e trasmissione), ricambi, manutenzione.
In Italia le regioni più colpite sarebbero Lucania e Molise. Non molto in valori assoluti, avendo 8 mila e 2.800 occupati rispettivamente, ma sì come quota dell’occupazione complessiva, il 36 e il 24 per cento. In Germania potrebbe finire la leadership economica del Sud: della Svevia (Mercedes, Porsche), con 150 mila addetti, e della Baviera (Audi, Bmw), con 150 mila – il 28 per cento dell’occupazione complessiva in entrambe le regioni.

Il futuro dell’Italia era al confino


Roberto Bui fa di Ventotene, il confino mussoliniano dei politici, il laboratorio del futuro. Ingegnoso, e ben prospettato.
I personaggi sono tanti, c’era solo da pescare, Mussolini avendo concentrato sull’isola l’intelligenza della nazione: socialisti, anarchici, utopisti, europeisti, futuri partigiani promotori della Repubblica, tutti di carattere e capacità. Il ragionamento è semplice: nell’isola incuba il futuro, mentre l’Italia sonnecchia torpida. Col rischio melassa, ma il plot sa rinvigorire il tutto.   
Wu Ming 1, La macchina del vento, Einaudi, pp. 344 € 18,50

venerdì 19 aprile 2019

La semiologia tribale del professor Grasso

La telecronaca di Juventus-Ajax del romanista Caressa e dellinterista Bergomi, che cercano come tutti i telecronisti di tenere alto lo share, la partecipazione degli spettatori (juventini), disturba il professor Aldo Grasso, che professa la semiologia dell’informazione e scrive cose così:
Mentre Caressa e Bergomi non hanno fatto che sottolineare l’intraprendenza dell’Ajax e la confusione Juventus. Il professore non ha seguito la telecronaca?
Il professore decreta anche, a proposito di Juventus-Ajax: “Il rigore non c’era”. Mentre c’era – ce n’erano due - e si vede. Lo hanno visto tutti. Eccetto lui: dunque non ha seguito la telecronaca che censura.  
Il professor Grasso ce l’ha con Caressa in realtà per la precedente telecronaca, di Juventus-Atlético Madrid, una partita che effettivamente è stata combattuta su livelli epici. E questo lo disturba, perché è torinista. Ma è anche piemontese, non può dire male di una squadra di Torino, e l’odio lo scarica sul telecronista.
Il torinista in questo caso è subito ripreso e rilanciato dal “Napolista” – che così si rifà oggi dell’ennesima sconfitta del Napoli (sottinteso: la colpa è di Caressa). È la semiologia tribale, del calcio e della comunicazione.   

Rallenta la Cina, si ferma la Germania

Il rallentamento dell’economia tedesca – e di quella italiana al carro tedesco – è l’esito del rallentamento dell’economia cinese, ormai da un anno e mezzo. Con uno sfasamento di due trimestri, il rallentamento cinese si è tradotto nel rallentamento tedesco. Che ora si aggrava: in attesa dello sblocco dell’impasse sino-americano, l’economia tedesca potrebbe non crescere quest’anno.
La Germania ha con la Cina un interscambio commerciale di 180-200 miliardi di dollari. Tre volte quello dell’Italia. Più dell’interscambio con gli Stati Uniti, 160 miliardi nel 2018. Huawei, di cui (in teoria) si contesta la primazia nel nuovo sviluppo della telefonia mobile, il G 5, in quanto azienda di Stato cinese, è da anni stabilmente insediata in Germania, con laboratori di ricerca e centri di produzione. Duisburg, dove Xi è stato in visita già cinque ani fa, è da quasi dieci anni l’hub ferroviario della Cina in Europa: l’80 per cento del traffico ferroviario della Cina con l’Europa fa capo allo scalo tedesco.
La Cina è il secondo centro di produzione di Volkswagen-Audi, per un investimento che in quindici  anni ha superato i 15 miliardi. E dovrebbe raddoppiarsi nel decennio fino al 2018 per la produzione di almeno 12 milioni di vetture elettriche e di un rete diffusa di colonnine di ricarica. La Cina è anche il maggior mercato di vendita Volkswagen. Bmw, per dare un’idea dell’impegno, ha investito in una fabbrica in Cina quattro miliardi di dollari, la Basf dieci.

Dietro Putin Khomeini - cronache dell’altro mondo (32)

C’è stato Khomeini prima di Putin, e Reagan prima di Trump, un attore sconosciuto più outsider del miliardario spaccone. Il rapporto Mueller, “c’è stata interferenza ma non collusione”, da parte di Putin e i suoi hacker, riporta alla memoria il 4 novembre 1980, con Teheran in festa, malgrado la guerra sanguinosa in corso cn l’Iraq, perché uno sconosciuto candidato repubblicano, Reagan, un attore fallito, aveva sconfitto il presidente in carica Carter. Khomeini festeggiò il voto come una sua vittoria: i cinquantadue impiegati e funzionari tenuti in ostaggio, con un aiutino di Allah quando Carter aveva tentato di liberarli con gli elicotteri, ne avevano causato al sconfitta. Poi Reagan fu più duro ancora di Trump: licenziò, liquidò il settore pubblico, si fece fare gli scioperi più lunghi della storia, fece la guerra a Grenada, che forse non esiste, e ed è finito venerato, un dio nell’olimpo americano. C’è una logica nella democrazia Usa che sfugge a ogni logica.
La deputata somala naturalizzata americana Ilhan Omar, che appena eletta derubrica i terroristi dell’11 settembre  a “persone che hanmo fatto delle cose”, è attaccata da Trump con un video, in cui lei stessa viene accostata alle immagini dell’11 settembre. Scandalo. Scandalo perché Trump ha risposto a Omar. Il mondo dev’essere filo-islamico, e pazienza, ma filo-somalo?
Trump fa mettere sotto inchiesta il capo dell’Fbi, per avere avviato tre anni fa, durante la campagna elettorale 2016 per la presidenza, voci e ipotesi poi confluite nel Russiagatae. Il capo dell’Fbi è un repubblicano, autorizzato all’inchiesta dai giudici di sorveglianza, anche loro repubblicani. Repubblicani anti-Trump, che volevano bloccarne la nomination alle primarie? L’America è nata prima della Dc.

Giovani, siate giovani

Un’esortazione pasquale ai giovani. Ma pasquale per caso: non nel segno della resurrezione, il mistero della festa. Una predica lunga e grigia, forse in omaggio al sinodo che a ottobre il papa ha convocato sui giovani oggi – “Esortazione apostolica postsinodale ai giovani e a tutto il popolo di Dio” è il sottotitolo. Raccogliendo i suggerimenti, dice, del sinodo. Che però non si vedono: una pastorale religiosa che è solo etica, e perfino laica, poveramente, scolastica. .
Gaetano Piccolo nella presentazione ha contato 58 volte la parola cuore, una ogni tre pagine. Cristo vivente è l’amico, quello che fa la strada assieme a noi. Perché ciò che è vivo si muove, contro l’inerzia e la rassegnazione. Come se i ragazzi mancassero di amicizia, e di iniziativa – il papa, o il sinodo, li crede veramente bamboccioni?
Si comincia con una modesta rassegna di tutti i giovani delle Scritture: David,  Salomone giovane. Cristo giovane, la chiesa giovane, la giovane Maria, le ragazze di Nazaret, i santi Giovanni, Sebastiano, Domenico Savio – con la notabile esclusione di san Luigi Gonzaga, e di santa Maria Goretti. Come incitamento a non abbattersi, se la scuola è difficile, il lavoro è difficile, i genitori sono difficili, la società è difficile. Una predica povera, di sociologia minore e minuta, da paleo maestro di scuola. “Siate buoni”, diceva Filippo Neri, “se potete”, il papa toglie l’inciso arguto, e dice: “Siate giovani”. Perché no.
Francesco, dal vivo, è vispo ed estroso. Ma quando fa il papa si camuffa: oltre che col francescanesimo, si copre coi predicozzi. Voleva veramente “aggiornarsi”, e aggironare la chiesa sui giovani? Ci vuole studio.
Francesco, Christus vivit, Paoline, pp. 188 € 2,50

giovedì 18 aprile 2019

Pasqua non di resurrezione

Si fa in solitudine il giro delle sette chiese a Trastevere il giovedì santo. Non s’incontra nessuno a San Francesco a Ripa, a santa Cecilia e a san Crisogono. Letteralmente nessuno. La basilica di Santa Maria si anima per due gruppi di turisti, che rapidi fanno le foto ed escono. Le Santa Maria, dell’Orto, della Scala e dei Sette Dolori, sono chiuse.
Usavano i Sepolcri in chiesa il giovedì santo, ma non ce n’è più traccia. Pavimenti a cera, sedie ordinate, e nient’altro. 
Il silenzio è anche totale, nemmeno campanelli, né campane - l’unico suon si avverte a mezzogiorno, la cannonata dal Gianicolo, sorda.
Che la penitenza non sia stata anticipata dal venerdì? Wikipedia dice di no. Forse la Pasqua non c’è più neanch’essa: era la festa della Resurrezione, mito (mistero) centrale di ogni fede.
Fuori del lavaggio dei piedi, non c’è più religione.

Ma anche il lavaggio, lo fa solo il papa, e giusto per la tv.

Ombre - 459


“E liberaci dalla vita eterna amen”: la pagana “Repubblica” celebre con Silvia Ronchey la Pasqua: “Secondo l’uomo che predicò in Galilea, e che le fonti chiamano Gesù…”. Un giornale del 1819? 

Commovente è invece la stessa “la Repubblica” che fa pagine e petizioni perché radio Radicale non sia chiusa. Il giornale che più di tutti ha tradito e avversato tutto ciò che la radio e il partito Radicale hanno rappresentato – giusto la smorfia che la sola parola provocava in Berlinguer.

Salvini che critica Raggi sembra quello che spara sull’ambulanza. Ma cosa c’è dentro l’ambulanza Roma? La metro più chiusa che aperta, sporcizia attorno ai cassonetti che nessuno svuota, sui marciapiedi e ovunque, dipendenti comunali allo sbando, vigili, uscieri, impiegati, più menefreghisti dell’immaginabile. E le famose buche. Con la pretesa di farsi pagare dall’erario alcuni miliardi di debito, senza nemmeno uno straccio di buoni propositi.

È sorprendente la finta ingenuità della sindaca. È sorprendente che sia creduta: la tigna sullo stadio non dice nulla, e la ferocia nel governo del sottogoverno? I 5 Stelle tacciono. Sapranno che non c’è nulla da salvare. Tanti criticano, ma il silenzio del partito che governa la capitale è fragoroso.

“La Var è solo tecnica, che può falsare la vita”. “La Var è un  moltiplicatore di arbitri, non un taglio”. “Più rallenti un’azione e più la cambi”. Mario Sconcerti infine, il decano dei giornalisti sportivi, capisce di che si tratta. Non c’è nemmeno bisogno di rallentare o accelerare, qualsiasi modesto regista tv cambia l’azione con l’illuminazione e il taglio. Ma il giornalismo dei “paglietti” è invincibile: si guarda “La Domenica Sportiva” e viene da soffocare. Stupidità non è. Oppure sì?

Non c’è più vita, c’è la carriera
Non c’è più dialogo, c’è il social
Non c’è più speranza, c’è l’odio
Né la curiosità o il desiderio
La timidezza è scomparsa c’è la forza
E sapere non importa, basta ghignare
Minacciare, insultare, starnazzare
Non c’è più ieri né domani, c’è l’oggi
sterile, cui mogi ci assoggettiamo.

In un mese l’Inps di Tridico, il neo presidente 5 Stelle, ha ricevuto  800 mila domande di reddito di cittadinanza, ne ha esaminate 640 mila, ne ha accolto il 75 per cento, 480 mila, le pagherà a fine aprile. In tempo per le elezioni europee il mese dopo - più 200 mila domande che verranno vagliate sempre per fine mese, saltando feste e ponti. Un miracolo. Bisogna fare elezioni per far lavorare l’Inps. Oppure distribuire soldi, magari con la scusa della povertà.

“I titoli azionari non apprezzano i governi più attivi dal punto di vista legislativo, in quanto possono cambiare le regole e creare vincitori e vinti (ciò scoraggia la propensione al rischio). Lo stallo, invece, riduce questo rischio e favorisce l’inerzia governativa a beneficio dei titoli azionari. Come sta succedendo in Italia in questo momento”, Ken Fisher, presidente di Fisher Investments, “Il Sole 24 Ore”.
Brutale ma sincero: il segreto del governo minimo, o instabile, comunque “in stallo”  – la contro-governabilità, direbbero Carl Schmitt e il professor Miglio paleo leghista.

Alonso e Vettel hanno vinto molto, anche con team di terz’ordine. Poi, alla Ferrari, non hanno vinto nulla. Ci sarà un motivo.

 “Sono fragile”, confida Louis Garrel, marito di alcune mogli importanti, e regista fi film anche di successo: “Ci sono giorni in cui mi sembra di averla inventata io, l’ansia”.

Dopo gli esercizi spirituali di modesti, per quanto giganteschi, politici del Sud Sudan in guerra fra di loro, il papa si butta a baciarne i piedi. Si butta per modo di dire, ha problemi a piegarsi, peggio  a rialzarsi. Sembra uno sketch comico, e lo è: non c’è bisogno dell’anticlericalismo, provvede il francescanesimo finto del papa gesuita.
I politici sudanesi sono capataz di eserciti del nulla, che si combattono per nulla – non c’è niente per cui combattere nel  Sud Sudan: guerrieri duri e puri.

I politici del bacio di Francesco sono i giganti nubiani che Leni Riefenstahl, la regista del nazismo,  amava immortalare. Sulla regista attempata il loro fascino si può capire. Ma sul papa Franncesco, che visto la domenica di persona in piazza san Pietro è vispo e contento, nient’affatto preoccupato?

Inquinamento da carte e cartoni? Sembrerebbe impensabile ma a Roma c’è. Carta e cartoni, il materiale più facilmente e da lungo tempo riciclato, si raccolgono a Roma ogni due, tre mesi, dopo aver svolazzato fuori dai cassonetti, per strada, sui marciapiedi, dentro gli androni. Non inquinano propriamente, non sprigionano sostanze malefiche, ma marciscono e sporcano. A opera dell’appaltatore (ong? cooperativa?) che si è sostituito a Mafia Capitale, dopo averla denunciata.
Ci saranno anche questi appalti nello scontro tra la sindaca e Bagnacani, amministratore delegato, ex, di Ama?

Giulia Bongiorno , avvocato di celebri assoluzioni, già deputato di Alleanza Nazionale, ora senatore della Lega, può dichiarare a “la Repubblica: “Non sono una donna di destra”. Ha anche imposto il controllo dei dipendenti pubblici con le impronte digitali: una misura di libertà.

La storia identitaria


Figlia di Vittorio Foa e di Lisa Giua, Anna Foa è storica dell’ebraismo, in Europa e in Italia, nonché di Giordano Bruno e altri eretici. Dopo che, di famiglia laica e non ebraica, se non per l’ascendenza paterna, ha deciso di “recuperare l’ebraismo”, nella forma sionista, anche in Israele, per qualche tempo patria d’elezione. Qui fa una memoria familiare minuta, a volte inviluppata. Ma di personalità  anche forti. Dello zio Renzo soprattutto, il fratello maggiore della madre, allegro, scanzonato, anarchico, che sfugge a Mussolini passando in sci in Francia, e poi muore nella guerra di Spagna, forse nella liquidazione comunista degli anarchici. Del padre Vittorio naturalmente, resistente sanguigno e longevo – col futuro suocero, il professore di chimica Michele Giua, si ebbe da Mussolini le condanne al carcere più dure, quindici anni l’uno (per il professore ne erano stati richiesti ventidue). Per aver detto qualcosa ma fatto niente – la storia vera del fascismo che “ha fatto cose buone” va riscritta, l’Italia si perdona facilmente.
Un racconto molto identitario, come è dei nuovissimi selfie, poco storicizzati. Anche se propone casi di identità fallate. Leo Levi, il musicologo klezmer, che in carcere aggrava la posizione di Vittorio Foa, è anche l’animatore a Torino di un gruppo sionista, cui partecipa entusiasta la zia Anna, sorella maggiore di Vittorio: traditore in tutto. La stessa zia Anna che, brillantissima al liceo, viene tolta dalla scuola perché ha rifiutato il matrimonio proposto dai genitori. E lascia sfuggente invece il ritratto della madre, Lisa Giua Foa, forse il personaggio più poliedrico. Una che a diciott’anni va a scalare il Cervino, contro il divieto dei genitori, che si fa scaricare dal treno le armi di cui è staffetta per la Resistenza da un soldato tedesco, che lavora con Togliatti a “Rinascita”, che scrive in russo e in inglese, che capisce prima degli altri, e senza bisogno dell’Ungheria, cosa non va nel Pci.
Anna Foa, La famiglia F., Laterza, pp.175 €16

mercoledì 17 aprile 2019

Secondi pensieri (382)

zeulig


Cultura di massa - Lungo il percorso per visitare San Pietro, un flusso ininterrotto di visitatori che entra dalla porta sinistra ed esce dalla destra, dopo l’uscita incontra una mostra a ingresso gratuito, su un dipinto di Leonardo, molto segnalata, con striscioni e teleri giganti. Ma pochissimi entrano, il genere insegnanti, in pensione. Nemmeno per dare un occhiata, vedere di che si tratta. La cultura di massa non esiste, è l’incultura?
Il turismo è ben cultura di massa. E porta a scoprire nuove realtà, anche se in modo superficiale, limitato. O non piuttosto ne è la curvatura? La sterilizzazione della naturale curiosità, oltre i limiti della propria conoscenza.
Leonardo è comunque un nome. Ma non un nome da social, e dunque non esiste. La cultura di massa è una limitazione della cultura, non una frontiera che comunque si apre, sia pure per uno spiraglio.

Eternità – Non ha prima né dopo. È l’immortalità che Pavese fa declinare a Calipso in “Dialoghi con Leucò”: “Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante”. Con un sottinteso, però, di speranza – fiducia, serenità: “Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va?”, Calipso chiude le obiezioni di Odisseo.

Identitità – leghismo, sovranismo - L’insorgenza è identitaria – non da ora, ma ora dilagante, “giustificata”. In un filone chiuso, esclusivista. Accorto, “furbo”, tra i lombardi, quasi un partita di dare e avere. Ingenuo, ridicolo, tra i veneti, nella forma e nella sostanza – con le targhe stradali doppiate in dialetto, che è il più italiano dei dialetti.
C’è un ritorno del nazionalismo ottocentesco, cessati i vincoli unitari del dopoguerra, della guerra fredda, dei blocchi. Nel senso della ricostituzione di una consistenza etnica, propria. È l’appropriazione della tensione terzomondista, della riqualificazione dei reietti, sulla scia dell’“Orfeo nero” di Sartre, e di Frantz Fanon: i subaltern studies, le afroamericane “radici”, l’ebraismo sionista, divisivo, impositivo, il cosmopolitismo critico di Jumpa Lahiri (La nuova terra” – “Unaccustomode Earth”) - che trova pratica in Italia, nell’adozione dell’italiano, lingua marginale ma forse neutra, da parte di molti scrittori stranieri. Ma più cauto (circospetto) politicamente: la deriva leghista (esclusivista), il veteronazionalismo sionista, catalano, albanese, fiammingo. Dell’identità come isola, affermazione esclusiva e impositiva, imperialista. Anche attiva, e comunque passiva: solidarietà identitaria oltre ogni limite,assortita di jngoismo e degli otto-novecenteschi primati.   

Quotidianeità – Il peso dell’ananke è in funzione inversa dell’attività. Dei carcerati. Dei pensionati, della sindrome da depressione. Si fanno tante più cose indigeste, inutili (la burocrazia), irritanti, faticose, in tanta maggiore quantità e e minore perso o fatica quanto più si è impegnati in un’attività necessaria (il lavoro, l’impegno), se non soddisfacente. Con tanta più leggerezza.
È uno degli effetti della prigione, nelle memorie che se ne leggono. E delle vecchiaie. È il paradosso eleatico di Achille e la tartaruga, della freccia del tempo al ralenti.

Sessantotto – Un movimento borghese, da tutti i punti di vista. Una contestazione borghese della borghesia.
Un’autorivoluzione? Centripeta, introspettiva. Nel senso del tutto è permesso, e tutto è buono e tutto è giusto sì. Ma non tutto: il politicamente corretto è il suo esito. Una rivoluzione perbenista, anche nella trasgressione, ludica, lirica (nel senso proprio: cantata).

Statue – Sono oggetto di passione erotica, sotto l’estetica. Una passione nella quale s’intersecano due filoni tematici del pensiero debole, arrivato cioè alla conclusione che la filosofia, essendo narrazione, è fantasia (passione, gioco, paura, sogno, bugia): quello erotico, forma parossistica della curiosità secondo la no­ta formula “senza erotismo niente pensiero”; quello antiqua­rio, o culto delle pietre, della cartapecora, delle rovine — accu­mulate ai piedi dell’angelo nel quadro di Paul Klee, ma anche senza angeli —, che è al centro dell’ultrametafisica: l’essere ac­cade, è cioè in briciole, e ne abbiamo illustrazioni celebri a ope­ra di Elias Canetti, il cui stimato sinologo professor Peter Kien non ama tanto i libri come quando vanno a fuoco, e di Bruce Chatwin, con quell’imprevedibile Utz il cui amore per le sta­tuette di ceramica si realizza quando può distruggerle. Marcel Schwob fa dire all’Attore di “Spìcilège” che l’amore riguarda non essere umani ma statue e marionette: allo stesso modo di don Chisciotte, il quale pretendeva che le marionette di maestro Pe­dro fossero vive, gli uomini vivrebbero l’amore come uno spet­tacolo. Altre intersezioni di questi due vettori danno la filoso­fia del bovarismo di Jules de Gaultier e Georges Palante (una certa dose d’intelligenza provoca nell’animale umano un’eb­brezza speciale, per cui il mondo delle idee è il mondo dell’amo­re libero) e la teoria di J.K. Huysmans secondo la quale non esi­stono corpi nudi ma corpi svestiti dall’occhio umano — una de­riva dell’idealismo.

Le statue sono a metà fra le ombre e la realtà nell’apologo plato­nico della caverna. Sono le ombre di statue. O di marionette, dipende dalla traduzione - la filologia è ardua: appena un decen­nio prima dei fatti narrati l’accusa di traduzione errata aveva valso alla Sorbona la condanna a morte al tipografo platonista Etienne Dolet, ex allievo di Pomponazzi a Padova. Insom­ma il cinematografo odierno. Sono la “Statue ìntérìeure” di Fran­cis Jacob, “scolpita fin dall’infanzia” e “modellata per tutta la vita”, una sorta di angelo custode severo: sarà di pietra il Commendatore che terrorizza don Giovanni, e l’amante che sghignazza dalla tomba nel racconto di Ann Radcliffe. “Ave della nostra conoscenza”, mobili e immobili, “mani piene di terra e terra piena di mani”, o anche “zoccolo duro del lieve desiderio, nel profondissimo delirio di Michel Serres, “Statues”, le statue sono le cose, grandi assenti della storia, della lingua, della filosofia e della scienza umane, precedono la lingua, de­marcano l’ominità (paletti della storia?), testimoniano una tri­plice stabilizzazione, del soggetto con l’oggetto e la morte, le nostre idee vengono dagli idoli, lo dice la parola stessa, e infatti ne rimbalzano, come dei revenants“menhir, dolmen, crom­lech, cairn, piramide, pietre tombali, casse da morto che mima­no mia mamma la Terra, oggetti muti, statue sollevate o fanta­smi in piedi, risuscitati dalla cassa nera, quando si rompe il co­perchio che abbiamo creduto di abbassare per sempre, cippi, ef­figi di marmo, granito o gesso, rame o bronzo, acciaio, allumi­nio, materiale composito, piene, dense, pesanti, immobili, mas­se segnaposto indifferenti al tempo, bucate, trapanate, cave, ri­divenute scatole, vuote, leggere, bianche, mobili, motori auto­mobili che errano nel tempo indifferenti ai luoghi, portando i vivi”.

Sono manifestazioni di manierismo, sostiene Piero Camporesi: “L’erotismo barocco, ben sapendo che la costanza era ‘folle virtù’, coltivava un’inclinazione feticista per l’oggetto immobi­le, silenzioso, immutabile”. Simmel dice invece che le statue sono figure “concrete ideali”, ossia “l’idea di una vita determi­nata resa concreta”, ma che per questo danno l’idea di una “so­litudine infinita”.

L’amore ideale scende talvolta deliberatamente all’amore di sé. Francisco Quevedo, poeta massiccio e chiacchierone, imma­gina un uomo che si delizia in un bagno di polvere di marmo e diventa statua. Di Pigmalione si racconta una versione in cui l’artista s’innamora dell’opera sua, una statua d’Afrodite – poi chiamata Galatea, nel Settecento.

Uguaglianza – Non c’è niente di più iniquo che il trattamento uguale di persone diverse”, Thomas Jefferson.

Wieland, Cristoph Martin – Svanito nella memoria è questo raro illumini­sta tedesco, uscito perdente dallo scontro con il romanticismo e con le sette segrete - per questo in ombra? Conciliava ragione e natura. E ragione e immaginazione: “Sembra curioso che due inclinazioni tra loro così contraddittorie come l’attrazione per il meraviglioso e l’amore per la verità siano ugualmente naturali, ugualmente essenziali per gli uomini, ep­pure è così”.


zeulig@antiit.eu

Il clandestino in me

Un’autoanalisi. Un esercizio in scorticatura – usava. In un mondo estremo – una sorta di non luogo, nel remoto Burgenland austriaco, che l’Ungheria reclama (in parte lo ebbe, un secolo fa, alla spartizione dell’impero austro-ungarico, con un referendum, organizzato dalle truppe di occupazione alleate, che erano italiane). E poi è subito Frankenstein. Un nulla che decide tutto dalla sua inconsistenza.
Il protagonista innominato vi converge, alla ricerca, dice, delle radici familiari che però non cerca e probabilmente non ci sono,  e ci sta come in un deserto, benché comodamente in pensione.Tra incubi ingovernabili. Ma con un nulla di fatto. Un’esercitazione, come quando al campo militare si fa bum con la bcca. Senza vittime: una sorta di esame di coscienza – si chiamava così, c’era ancora il catechismo – a 25 anni. L’età di Tamaro quando lo scrisse. Proiettandosi in un innominato lui? Una carrellata in soggettiva, allo specchio.
Con molto senno, sul lato magisteriale. “La grazia del pensiero infantile” (pensiero?). “Io sono un clandestino” – che però non è una bella parola, è vittimisitica, con i clandestini veri in mezzo. “Il sentimento della morte mi accompagna da sempre”. Subito prima è stato un bambino turbato di “”scorgere sotto il frastuono le trame sottilissime della solitudine”.  Un bambino che finge di “di essere un bambino, più per delicatezza che per ipocrisia”. Proponendosi, sempre bambino, di “ignorare le bassezze del destino”. Preoccupandosi subito dopo “perché in vita non ho avuto mai la capacità di definirmi, o forse non l’ho fatto soltanto per vigliaccheria”.
Nella formula del romanzo di formazione, ma apodittico, non incerto o ansioso: “Il sole, trasversalmente, tagliava ogni figura”… Lo salva l’onomastico, invece del barbaro compleanno – “il regalo”, il vecchio oggetto familiare, “è dell’onomastico”.
È l’esordio di Susanna Tamaro, allora ventireenne, regista neo diplomata a Cinecittà. Che però non trovò editori, benché sponsorizzata da Claudio Magris per ragioni tribali. Poi venne il debutto con “Vai dove ti porta il cuore”. Il recupero viene adesso che Tamaro non scrive più. Per aficionados, per completare la raccolta.
Susanna Tamaro, Illmitz, Bompiani, remainders, pp. 124 € 4,20