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domenica 25 agosto 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (401)

Giuseppe Leuzzi


Un ponte Morandi collega il centro di Catanzaro, 300 metri di altezza, con la “Strada dei due Mari, l’istmo Lamezia-Squillace, con una campata centrale ad arco che ha una luce di 230 m.. Alquanto ardito. E già in là con gli anni, ne ha 58.  Ma nessuno se ne preoccupa: il Sud ha fiducia nell’Italia.

Nelle tre serie professioniste di basket in questa stagione settanta atleti sono siciliani o calabresi. Il Sud è cresciuto.

Il duello Merckx-Gimondi era tema di discussione naturalmente anche al Sud, parliamo di cinquant’anni fa, quando si parlava di ciclìsmo probabilmente più che della Juventus oggi, pro e contro. Di discussione pubblica, al bar o sul marciapiedi in ombra. Ma la prevalenza era schiacciante per Merckx – “come lui nessuno”, per forza, eleganza, etc.. Siamo per il più forte, altri fattori non ci emozionano, essere Davide, essere italiano, essere sfortunato (un ciclista che corre negli anni di Merckx…)

Roberto Napoletano tampina sul “Quotidiano del Sud” da lui fondato le magagne del Nord: opere incompiute, sprechi, false eccellenze e primati, malasanità, ruberie. Rovescia sul Nord i “sudismi\sadismi” di questa rubrica, l’uso del Nord di sparlare del Sud, comunque. Ma non persuade. Fissare su un giornale a stampa le manchevolezze del Nord lascia il tempo che trova. Oppure non convince Napoletano, che ha diretto a lungo “Il Sole 24 Ore”, il giornale di Milano, senza correzioni – non che le magagne non si vedessero – e ne è uscito male, sotto processo. Ma probabilmente dire male comune mezzo gaudio non porta a nulla: una buona predica vuole un buon pulpito.

I celti in Sicilia
“Il gallo-italico è il risultato della fusione del latino volgare con le lingue celtiche – germaniche e francesi”, dice oggi il giornale in una breve didascalia: “In Sicilia ci sono alcune comunità che lo parlano fin dai tempi del Medioevo: Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina, Aidone (Enna), San Fratello e Novara di Sicilia (Messina)”. Che tutti insieme fanno 50 mila abitanti, non pochi – i compagni di scuola di San Fratello a Messina veramente non lo parlavano, benché si giocasse e si chiacchierasse in dialetto, ma questo non vuol dire.
Il problema è che non se ne sa più di tanto: i celti in Sicilia? Il giornale, “la Repubblica-Palermo”, voleva belle foto del paese di Aidone, in provincia di Enna, s’è imbattuta nel gallo-italico, e non dice di più. L’Spl, il comitato per la Salvaguardia dei Patrimoni Linguistici, si occupa di altro, della linea alpina, o Rimini-La Spezia. La Treccani non ci fa caso. Wikipedia sveltamente riporta i celti in Sicilia ai Normanni: “La formazione di queste isole linguistiche alloglotte in Sicilia risale al periodo normanno, in cui gli Altavilla favorirono un processo di latinizzazione della Sicilia incoraggiando una politica d’immigrazione delle loro gentes, francese (normanni e provenzali) e dell’Italia settentrionale (detti lombardi ma in realtà prevalentemente piemontesi e liguri) con la concessione di terre e privilegi”. O anche per la sopravvivenza di usi linguistici longobardi – ma i Longobardi non furono in Sicilia.
Il Sud è senza storia. Della Magna Grecia si sa ma perché ha interessato altri, tedeschi, francesi.  

La Chiesa pagana
Se tra i portantini della statua, della Madonna o del santo, ci sono pregiudicati salta la processione. È successo ad Aquaro in Calabria per la processione di san Rocco. È successo in molti posti in Calabria, ma ad Aquaro l’interdizione ha colpito una devozione radicata ed estesa, ci sono anche famiglie di emigrati, in Canada e Australia, che tornano apposta per un voto a san Rocco – a san Rocco di Aquaro.
Il giornale dice che è successo in base alle “disposizioni del Questore e del Vescovo per evitare strumentalizzazioni”. Di chi? Degli ex carcerati? E poi non bastava dirlo prima? Se un ex carcerato non ha diritto di andare in chiesa, ci sarà pure in qualche legge, ma bisogna farlo sapere. La lista era peraltro stata comunicata alle Autorità per tempo, si potevano defalcare i nomi indigesti e poi fare la processione con nomi buoni.
La verità è che le processioni non piacciono. Ai vescovi di questo pontificato: “Sono paganesimo”, hanno detto e scritto. Prima hanno tirato fuori gli inchini ai mafiosi, per quanto incredibile e assurda scusa. Ora i portantini pregiudicati.
La questione non si può trattare laicamente – non si può sottrarre ai vescovi il magistero religioso. Ma un’obiezione è ovvia: cos’è paganesimo? Questi vescovi sono gente un po’ strana, perché a questo punto anche la messa è pagana. E il battesimo, il sacerdozio – se non è paganesimo il sacerdozio... I riti hanno un senso oppure, se sono pagani, lo sono tutti. Si può pensare la processione per come la si vive – la vive chi non è vescovo o carabiniere: un modo di ritrovarsi e un momento di raccoglimento, sia pure passeggiando e cantando invece che in ginocchio. Si incontrano dappertutto, anche fuori dalle chiese, persone molto devote, sinceramente, per bisogno emotivo o per pietà, che si segnano alle edicole, portano fiori, si inginocchiano: come dirle pagane, cioè nemiche? per quale vangelo? le edicole non sono paganesimo, e le statue?
Questi vescovi però un problema pongono: la pensano come i Carabinieri. Meglio fuffa che niente. Prendere i mafiosi no, nell’atto che delinquono. Farli signori del mondo, e anche delle processioni (a quando le messe?) sì. Allineati e coperti.

Al Senato, al dibattito sulle dimissioni di Conte, il senatore 5 Stelle Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, rimprovera in questi termini Salvini per lostentazione di simboli religiosi: “In terra di Calabria ostentare il rosario, votarsi alla Madonna, dove c'è il santuario cui la ‘ndrangheta ha deciso di consegnarsi, significa mandare messaggi”. 
Assurdo, che Polsi, a questo si riferiva il senatore, il santuario con maggiore continuità di culto in Europa, sia della ‘ndrangheta. Lo dicono i Carabinieri - lo dicevano, ora non più – ma non è un buon motivo per crederci. Un presidente dell’antimafia poi - l’antropologia e la storia ne sanno (molto) di più. È uno dei modi con cui le antimafie fanno più bene che male alle mafie, rendendole soprannaturali o quasi, e le loro vittime dei cretini che cantano in processione.
Ma Morra, come si vede, è in buona compagnia.

Il Sud buono è al Nord
Di ritorno dalla Polonia, dove è stato nel 2014 sulle tracce degli italiani austro-ungarici morti nella guerra del ’14-’18 in Galizia, Paolo Rumiz lascia “il sole” per trovare in Italia “freddo, miseria, marciume di nubi” - “Come cavalli che dormono in piedi”, 151: “Il mondo sembrava capovolto per imperscrutabili motivi, il Mediterraneo era emigrato a nord e il Baltico era sceso a sud”.
La geografia è mobile. È anch’essa mentale, psicologica. Alla Polonia evidentemente, seppure verso i Carpazi, riesce di essere solare e cristallina, l’Adriatico è invece grigiore, il Sud non riesce ad avere lo stimolo produttivo, creativo, del Nord.
Di ritorno dalla Polonia, a Rumiz vengono rubati sul Freccarossa Napoli-Roma in prima classe gli appunti del viaggio in Galizia: “Rubati. Tutti. Collezione completa, impacchettata con un elastico giallo”. Per essersi assopito pochi minuti, dopo essersi assicurato che lo zainetto fosse sul vano portabagagli sopra la sua testa: “Dentro c’erano il computer, le chiavi di casa, e due mappe di viaggio fatte a mano, costate mesi di alvoro. Ma soprattutto le note, preziosissime, del viaggio in Polonia”. Un furto consueto, scopre quando infine scova alla stazione Termini il remoto ufficio della Polfer per la denuncia. Senza che la polizia faccia nulla per prevenirlo. O Trenitalia: “Nella valanga di prescrizioni e avvertimenti inutili che ti sono inflitti da Trenitalia, non c’è un «fate attenzione ai vostri bagagli»”.
Verrebbe da dire che il borseggio fa parte del Napoli-Roma, dell’offerta Trenitalia. Ma è solo l’abitudine al sopruso. Si dice degli arabi che sono apatici e rasseganti. E delle polizie italiane?
Mentre fa la denuncia allo stanco agente di Polizia, a Rumiz viene in mente l’attraversamento dei Carpazi “di notte, su un vecchio treno malfamato di emigranti e zingari – un treno così povero che aveva il nomignolo di «Foame», cioè fame – senza essere rapinato, e anzi, con una compagnia di donne, adulti e bambini che protessero il mio sonno e condivisero il cibo con me”.


leuzzi@antiit.eu

La Beresina di Balzac

Balzac sulle tracce di Ossian. Mitigato da W.Scott e Fenimore Cooper. Tra l’amore fantasmatico e l’avventura. Nella specie della ritirata della Beresina. Che poi lo prende per metà buona del lungo  racconto. Concepita e pubblicata un decennio prima della Waterloo di Stendhal, “La certosa di Parma”. Senza sconti per l’ingloriosa Armée, benché anche lui, come Stendhal, fosse fervente napoleonico.
Un racconto bizzarro. Di un ufficiale che ritrova, andando a caccia con un amico, la donna di cui si era invaghito alla Beresina, la giovane moglie arcinobile di un rimbambito generale, contessa e conte de Vandières, ora demente e per questo allontanata in campagna. Affidata a uno zio medico, nella speranza che trovi qualche rimedio. L’incontro porta al ricordo della rotta alla Beresina.
Un racconto terribile, senza riguardi. Nelle masse sconvolte in ritirata “si uccideva  per non essere uccisi”, per un niente, un tascapane, una briciola. L’Armée è una “massa di miserabili”, ladri, crudeli, selvaggi. i uccidono i cavalli per rosolarli, e si nuore di indigestione. Si affondano, per voler passare per primi, le chiatte e i pontoni appena apprestati dai genieri - che sono morti per la eroica fatica.
La catastrofe umana della ritirata dalla Russia Balzac riprenderà anche ne “Il medico di campagna”. Ma qui non convince. Dettagliato e ripetitivo, ma mai dramamatico. Per lui per primo, che inizialmente sottotitolò il racconto “Ricordi soldateschi”, poi lo incluse tra le “Études philosophiques”, appellandosi alla sua curiosità di vecchia data per la psichiatria, le sue pieghe e i suoi rimedi. Puntando sulla follia della giovane contessa salvata, poche pagine, invece che sulle lunghe pagine della rotta. Dentro le quali il conte e la contessa solo appaiono incongrui, per non dire ridicoli. Mentre negli anni intercorsi tra la rotta e il ritrovamento la contessa è solo detta “trascinata, per due anni, al seguito dell’esercito, pupattola di un mucchio di miserabili”.
Che pensarne? Balzac è sempre molto tirato via – si legge per questo, un socio-psicologo all’ingrosso? Uno studio, se proprio lo si vuole, del modo di scrivere di Balzac, un selfie critico.    
Honoré de Balzac, Addio, Rubbettino, pp. 100 € 7

sabato 24 agosto 2019

Letture - 394

letterautore


Albinati – Su “La Lettura” confessa l’autore de “La scuola cattolica”, pagine 1.294: “La traduzione inglese del mio romanzo mi ha indotto a ricominciarlo. A pagina 600 volevo mollarlo, poi ho provato orgoglio”. È il parere, curiosamente, pubblicato lo stesso giorno, del critico del “New Yorker” Paul Elie, che recensisce la traduzione: “Il romanzo gratuitamente lungo di Edoardo Albinati ….”. Elie ne fa peraltro un test di genere, così cominciando la critica: “Un lunghissimo romanzo come quello di Edoardo Albinati ci complica il senso di cosa sia un romanzo. Oltre mille pagine, qualcosa come un milione di parole: un romanzo così fa sembrare “Ulisse” poca cosa” – Elie non è ben disposto e continua con le contestazioni, tra le quali una spesso dimenticata: “Il romanzo lunghissimo è ancora più gratuito in italiano che in inglese” - la nota tesi di Jumpha Lahiri (e di Calvino) che l’italiano ha adottato l’arte del racconto (“no Cervantes, no Richardson or Fielding, no Dumas or Hugo”.

Mitteleuropa – Una nostalgia controversa, almeno fra trentini e triestini. Quinto Antonelli, “I dimenticati della Grande Guerra”, che al Museo storico del Trentino tiene l’archivio della scrittura popolare, sa di che si trattava: c’era l’istruzione obbligatoria ma nel Trentino dominava la pellagra, e l’età meda era di 33 anni. In Galizia, area non piccola, c’erano solo ignoranza e miseria. Ognuno aveva diritto ai documenti nella sua lingua, ma la lingua era un ghetto: comandavano austriaci e ungheresi. E comandavano duro. C’era la censura politica. C’era il clericalismo. C’era un razzismo pronunciato, specie nell’esercito, contro gli italianofoni, e anche contro i boemi e gli sloveni.
Paolo Rumiz, che in “Come cavali che dormono in piedi”, soccombe anch’egli al mito, ne ha una nostalgia anch’essa ambivalente. C’erano i grandi treni, per Vienna, per Budapest, che adesso non ci sono più – non sono grandi capitali, non attraggono traffico. Ma sa che era un mondo diviso, e gerarchico. Viaggiando col “berretto di foggia militare austriaca, buono per la pioggia”, sa “che non è facile da portare. In patria già mi guardano come un «austriacante» anti-italiano. In Francia mi prenderebbero per un filotedesco e in Germania per un italiano originale. In Ucraina rischierò di essere preso per un nazionalista antirusso, una testa calda pronta a menar le mani, e in Serbia, se ci andrò, potrei anche diventare un nazista e sollecitare reazioni «partigiane»”. A Divača (Divaccia), “la porta dell’Europa”, dove è salito commosso per prendere il treno da Capodistria, “non c’è niente e nessuno”.

Randaccio - È nome non raro – Livia Randaccio è giornalista, Roberto Randaccio pittore, etc. È anche il nome di un “pittore italiano” di uno dei racconti di Miss Marple di Agatha Christie. Che potrebbe averlo mediato da D’Annunzio: “Gabriele D’Annunzio porge omaggio alla salma dell’eroico Maggiore Randaccio” è la copertina della “Domenica del Corriere dell’1 giugno 1917. Giovane irrendetista, morto in guerra con l’esercito italiano. Per Rumiz, “Come cavalli che dormono in piedi”, è “uno che D’Annunzio manda a morire per tesserci su un elzeviro”.

Scrivere – È solitudine, e follia per Marguerite Duras, “Scrivere”. Che si rifà a Blanchot: “Ha la follia che gira attorno a lui. La follia che è anche la morte” – mentre Bataille “ne è al riparo” (“perché Bataille era al riparo del pensiero libero, folle? Non saprei”).

Ungheria – Terra di poeti, morti. Si direbbe leggendo Gianni Toti, il saggio che premette a Miklós Radnóti. “Ero fiore sono diventato radice”. Morti prematuramente, cioè, spesso di morte violenta. Lo stesso Radnóti è morto a 35 anni, fucilato nella ritirata del settembre 1944 dai tedeschi per i quali faceva il lavoro forzato in un lager. “Una fine tragica è sorte comune a molti poeti, scrittori e artisti ungheresi”, premette Toti. Attila József è morto suicida, a 32 anni. “Il primo martire intellettuale, l’italiano San Gherardo, vescovo di Csanad, diffusore della prima poesia ungherese, fu trucidato dai pagani ungheresi. Il poeta umanista Janus Pannonius morì fuggendo davanti ai mercenari di Mattia Corvino. Balint Balassi, il primo grande poeta in lingua nazionale, morì da soldato sotto le mura di Esztergom alla fine del Cinquecento”. E così via: Miklós Zrinyi nel Seicento. “Nel Settecento il poeta giacobino Lázlo Szentjóby Szabó morì in carcere”, mentre altri, Ferenc Kazinczy e Jànos Batsány, furono carcerati, nello Spielberg e a Kufstein. “Il poeta nazionale Sándor Petófi morì sul campo di battaglia trafitto dalla lancia di un cosacco; il grande prosatore riformatore István Széchenyi si suicidò nel 1860 in un manicomio austriaco”. Morirono giovani nel secondo Ottocento “il primo scrittore populista, il contadino Mihály Tácsics”, di fame, e di malattia o suicidio Gyula Reviczky, Jenó Komjathy, Endre Ady, Árpad Tóth, Gyula Juhász, Attila József, Arthur Elek. Della seconda guerra mondiale furono vittime Miklós Randnóti, e “un’intera generazione di poeti e scrittori ungheresi, da György Bálint ad Antal Szerb, da Gábor Halázs a György Saközy”.

Yiddish - È nato come lingua delle comunità ebraiche centro-orientali, è divenuto la lingua degli ebrei orientali, dell’aallora Galizia e Lodomiria, capitale Leopoli, oggi Polonia e Ucraina, e della Russia. Una lingua tedesca, il segno più tangibile dell’integrazione delle stesse comunità nella nazione germanica. Nel “Viaggio in Polonia”, che effettuò nel 1925, come inchiesta giornalistica tra gli ebrei polacchi, una comunità da cui lui stesso era originario, Alfred Döblin rimarca in più punti l’attaccamento allo yiddish. A Lublino racconta di una rivolta di piazza quando il governo della ricostituita Polonia, dopo due secoli di dominio tedesco-russo, chiede che almeno il presidente della comunità ebraica parli il polacco: gli ebrei ortodossi rivendicarono il diritto di parlare soltanto yiddish, cioè tedesco, e per questo interruppero i rapporti con i rappresentanti del governo di Varsavia, come se fossero una comunità allogena.
“Viaggio in Polonia” è, più che un reportage sul nuovo Stato, un viaggio di studio sugli ebrei in Polonia, che non piacque. È il libro di un medico, rivoluzionario, scrittore pienamente e solidamente tedesco. Dell’ebraismo polacco solo apprezza le comunità chassidiche, come una sorta di anticipazione della società rivoluzionaria.


letterautore@antiit.eu

I Feaci in Calabria

Si dà per scontata l’ipotesi più scontata tra gli specialisti: che le peregrinazioni di Ulisse si svolgono attorno alla Sicilia (Lestrigoni, Ade, Isola del Sole, Circe, Calipso, Scilla e Cariddi). Dopo un lunghissimo viaggio da Ilio a Cerigo, sopra Creta (Citera), a Gerba (Lotofagi), al capo settentrionale della piccola Sirte, sempre al Sud della Tunisia (Ciclopi), e a Malta (Eolo). Ma si risolve con un’ipotesi rivoluzionaria un problema altrimenti irrisolto. Ulisse attraversa Scilla e Cariddi, lo stretto di Messina, dapprima da Nord a Sud, e poi, naufrago, da Sud a Nord. Com’è che proseguendo torna a Itaca, grazie ai Feaci? Perché prosegue per via di terra. E da dove? Dall’istmo calabrese, dall’attuale golfo di Lamezia a Squillace sullo Jonio.
Sembra bizzarro, e qualcuno ancora lo contesta a Wolf. Che peraltro non è un grecista né un antichista, ma un medievista (ha insegnato a Heidelberg, membro del Max Planck Institut), e l’“Odissea” ha affrontato non da specialista ma da appassionato. Dalla prima lettura del poema, al liceo, e poi insieme col fratello maggiore Hans-Helmut, architetto. Specialista quest’ultimo, per passione e formazione, del mare: delle correnti e dei venti. Che da solo, avendo letto nel 1959 la traduzione in prosa dell’“Odissea” del classicista Wolfgang Schadewaldt, era giunto alla conclusione degli specialisti: “Se si seguono le correnti del mare e le direzioni dei venti menzionate da Omero, quello di Ulisse deve essere stato un viaggio intorno alla Sicilia” – “Sicilia e Calabria negli occhi di Omero” è il sottotitolo.
Armin  Wolf, che nel 1959 aveva 24 anni e si addottorava in Storia medievale, dai 17 anni, dalla prima lettura dell’“Odissea” a scuola, era perseguitato dall’idea che i poemi omerici non sono fiabeschi, come il professore voleva (il professore al liceo, Eduard Bornemann, poi professore di antichistica a Francoforte, era già autore di un commento all’“Odissea” per le scuole), ma storie note, che seguono percorsi identificabili. Armin pone allora al fratello il quesito che aveva posto al professor Bornemann: “Dove si trovava dunque il paese dei Feaci? Come ha potuto Ulisse prima esserte risospinto al di qua dello Stretto e poi essere condotto in patria dai Feaci senza passare per lo Stretto una terza volta?” E il fratello: “In quel momento Ulisse ha viaggiato via terra, a piedi, in Calabria”.
E così per nove anni i due fratelli hanno ponzato l’idea di “Ulisse in Calabria”, producendo alla fine una prima pubblicazione. Frutto del lavoro principalmente di Hans-Helmut, che documentò l’ipotesi con carte marine e carte isobariche, misure delle coordinate, calcoli tempo\distanze. La pubblicazione, pronta dal 1964, dovette aspettare quattro anni, ossia la raccolta di un congruo numero di pareri favorevoli, o non contrari, di antichisti in cattedra. Intanto Armin Wolf ebbe agio di fare i primi viaggi, finanziati dalla Fondazione Boehringer- Ingelheim, sull’asse Lamezia-Squillace (località dove poi è ritornato decine di volte e da alcuni decenni si è stabilito, la metà dell’anno), e a Itaca. La pubblicazione fece rumore, ma non conquistò il consenso accademico.
Questo si è costruito con le successive riedizioni, riviste in molti aspetti e ampliate – questa in  traduzione, tre volte più ampia della prima, è la sesta, pubblicata in Germania nel 2009. Già nl 1978, dieci anni dopo l’uscita di “Ulisse in Calabria”, Wolf veniva invitato a Bordeaux a confrontarsi con la “geografia” omerica di Victor Bérard, che risaliva agli anni 1920, e fu riconosciuta di maggiore obiettività. L’anno successive Wolf era invitato a parlare, da storico, alla Conferenza Internazionale della Cartografia, sul tema: “Omero aveva una carta geografica?”   
L’“Odissea” al Sud d’Italia è di Victor Bérard prima che di Armin Wolf,
Bérard, geografo della Marina e in cattedra a Parigi, notevole classicista, studioso in particolare della Magna Grecia, esordì nei primi anni 1900 con la contestazione di Samuel Butler, l’italianista inglese teorico di un Omero al femminile, “L’autrice dell’Odissea”. Butler si era invaghito di Trapani, al seguito degli inglesi industriali del Marsala, e ne aveva fatto Scheria, la terra di Nausicaa, e anche Itaca – Graves lo seguirà nel 1955, col romanzo “La figlia di Omero”, in cui l’autrice dell’“Odissea” non è ignota ma è Nausicaa, e lo è in quanto figlia. Contro questo Omero di fiaba Bérard debuttò criticando Butler, con due articoli nel 1902 nella “Revue des deux mondes”, i numeri del 15 maggio e dell’1 giugno. Nel 1924 portò a termine e pubblicò una traduzione rivoluzionaria, in prosa ritmica, dell’“Odissea”. Il cui successo lo indusse nei sette anni successivi a una prolifica produzione” omerica”. Per primi quattro volumi su “La Navigation d’Ulysse”. Circostanziati, e poi poco contestati. Dell’“Odissea” delineando una geografia che principalmente la situa nel Sud dell’Italia: Circe al Circeo, a sud di Roma, l’isola delle Sirene a Capri, Polifemo a Nisida, i Lestrigoni a Palau, sotto La Maddalena-Caprera-Santo Stefano, Cariddi e Scilla nello Stretto di Messina, l’isola di Eolo alle Eolie, l’isola del Sole identificando nella Sicilia.
Wolf va molto più in là. A Tiriolo, un paese appollaiato in alto, a cavaliere tra i due mari sull’istmo Lamezia-Squillace, al centro della Calabria, collocando Scheria, la terra amena dei Feaci. Che però erano un popolo di navigatori, “i navigatori gloriosi Feaci”, e avevano nomi di mare, a cominciare da Nausicaa, sotto il patronaggio di Poseidone:  Nausítoo, il re eponimo dei Feaci, che guidò per mare a Scheria in fuga dai Ciclopi, nonno di Nausicaa, la stessa Nausicaa, Pontònoo, e “i giovani, molti e valenti” del libro Ottavo,  Nautèo, Proreo, Ponteo, Toonte, e anche Euríalo, “il Naubolide, ch’era il più bello per aspetto e per corpo di tutti i Feaci”. È lo scoglio su cui Wolf più argomenta te per dare credibilità alla sua ipotesi - Poseidone del resto molto tardi fu dio del mare, prima era Poseidone Enosictono, dio dei terremoti.
L’edizione italiana è un regalo. Anche per i non appassionati. Ottimamente curata dall’editore, Massimo Tigani  Sava. La traduzione di Antonio De Caro è stata rivista dall’autore. Con un corredo fotografico aggiuntivo molto vasto dei luoghi in esame. Carte, mappe, itinerari prendono la metà della pubblicazione. Sewguita da una dettagliatissima “Storia dele localizzazioni”. Con un’estesa bibliografia. E dettagliati indici dei nomi e delle cose.  
Armin Moler, Ulisse in Calabria, Local Genius, pp. 412, ill. € 10

venerdì 23 agosto 2019

Problemi di base canini - 504

spock


Perché fare i fuochi d’artificio, se il cane li teme?

Perché far crescere gli alberi alti, obbligando il cane alla cervicale?

Perché i cani insistono ad annusare per terra, e leccare?

Perché non c’è un water per cani?

E un logopedista - perché i cani abbaiano e non parlano (a quando un Michelangelo per i cani, che dia loro la parola)?

Perché la tosse canina sarebbe asinina?

E il “cane bastonato”, con “la coda tra le gambe”, nella”vita da cani”, o “trattati da cani”, magari soli “come un cane”, o menando “il can per l’aia”: non c’è un delitto di anticanidismo?

I canarini non si tengono più, la gabbia è una tortura, e il cane in appartamento?


spock@antiit.eu

Terremoto con tsunami, tra Scilla e Cariddi

Tigani Serra ha riunito qui per le sue edizioni Local Genius le testimonianze e le memorie del terremoto del 1783, paragonabile per intensità e devastazioni a quello canonico di Lisbona nel 1755, che aveva alimentato tanta partecipe filosofia, da Voltaire a Adam Smith. Dal 5 febbraio al 28 marzo 1783 cinque scosse di terremoto distrussero duecento fra città, paesi e comunità della Calabria meridionale, dall’istmo Lamezia-Catanzaro a Capo Spartivento. Le ultime scosse coinvolsero pure il basso cosentino, e il crotonese.
I terremoti si produssero con boati spaventosi, crepe al suolo gigantesche, anche di molti metri, smottamenti di montagne e colline, alluvioni e sbarramenti di fiumi, con laghi improvvisati. Colline furono sbalzate intiere, coi casamenti e quanto altro sopra, fino a un quarto di miglio. La prima scossa, la notte del 5 febbraio, provocò anche uno tsunami nello stretto, su Scilla e Messina. Il conto delle vittime non è esatto, ma si avvicina alle centomila.
Il primo volume riporta la relazione postuma e molti materiali sul terremoto dell’economista Grimaldi. La relazione di Michele Torcia, archivista reale. Le riflessioni del monaco olivetano Michele Augusti, e di Nicola Zupo, accademico, professore di Medicina a Cosenza. Con le foto dei reperti architettonici e naturali ancora visibili dei terremoti del 1783. Il secondo volume collaziona gli scritti dell’ambasciatore inglese a Napoli, Hamilton, di Deodato de Dolomieu, il geologo francese che darà il nome alle Dolomiti,e dei filosofi e matematici calabresi Andrea Gallo e Vincenzo de Filippis – professore a Messina il primo, ministro della Repubblica Partenopea del 1799 il secondo, anche lui morto impiccato a Napoli.
Con le mappe delle località colpite dai cinque sisma, magnitudo, intensità, durata etc. Una vasta bibliografia. Indici dettagliati dei nomi e dei luoghi.   
Massimo Tigani Sava, Calabria 1783 il Terremoto, Loocal genius, voll. 2, pp. 215 + 310, ill., € 10 + 10

giovedì 22 agosto 2019

La fine dei cimiteri

Non muoiono molti di più ogni giorno. Ne muoiono di meno. La popolazione va a diminuire. E le morti di più, diminuiscono di più, perché l’aspettativa di vita si prolunga – siamo la prima lo la seconda popolazione più longeva al mondo. Ma nei cimiteri non c’è posto. Non nelle metropoli, a Roma per esempio, che eccelle anche in questa mancanza. Ma neppure nei paesi, che pure, si direbbe, non difettano di territorio vago, e hanno popolazioni che ogni dieci anni si dimezzano, si riempiono solo per i morti, per i tanti ritorni sollecitati dalle tombe – tornano pure dall’Australia e dal Canada. 
I Comuni non hanno terreni dove costruire tombe. E non hanno nemmeno loculi, se non con lunghe file d’attesa e a prezzi scoraggianti, per periodi sempre più corti.
Non è una delle tante imprevidenze delle amministrazioni. Dev’essere una politica, seppure non detta, di cui le imprese funebri si fanno dapprima portatori: l’incinerazione. Una fine che la Cina di Mao ha avviato e imposto - uno dei suoi punti di attrito più duri col mondo contadino e con la Cina profonda, fondata sulla famiglia. La cosa è andata avanti, e si studia ora una incinerazione a freddo: un po’ di corrente elettrica e il corpo scompare, senza più forni. Lo vuole anche la morale corrente, della cancellazione dell’umanità. E chissà, dei figli che non vogliono spendere per i genitori, uno spreco che altro? – normalmente sono i genitori che muoiono, gli zii, i  nonni.
Dove terreni sono disponibili, è anche vero, i prezzi a mq. di suolo edificabile sono da Piccadilly, o da Manhattan. E le costruzioni pure - benché tutte obbligatoriamente secondo modelli prestabiliti, e precostruiti, in omaggio a non si sa quale uguaglianza, roba in sé povera, solo mattoni e cemento. Uno sproposito – una forma di dissuasione – per non dire no. 
L’accumulazione attraverso la rendita urbana è il principio del capitalismo, ma nel caso dei morti vi si rinuncia. Per una ragione? Non dev’essere da poco – a parte il nichilismo che fa, pensa di fare, specie nei media, tanto cultura.
Non si vogliono più cimiteri, l’istituzione l’istituzione civile più lunga della storia, collante comunitario e reagente della memoria e della storia. Per un mondo provvisorio, senza passato.

L’erotismo di Chiara

Su una tela di fondo umoristica, molti registri. Anche il lirico, in tutti i sensi: nel racconto del titolo gli odori e gli umori portati dal vento sul lago, nella romanza del “Werther” di Massenet, “O soffio dell’april”, il miracolo di una voce ritrovata grazie all’amore. Con straordinarie mimesi. Di James Cain, “Il postino suona due volte” (“Il bombardino del signor Camillo”), di Pirandello (“Dal fondo della mia timidezza”), di Balzac (“Il pretendente Menado”). Col solito aneddoto del fascismo macchietta (“Il povero Turati”).
Una lettura benefica, di un narratore che ama raccontare. Basta l’incredibile erotismo de “Il bombardino”, tra una casalinga svizzera, che lava, stira, rammenda, e l’innocente sbarbatello perditempo figlio del padrone di casa al piano superiore. Chiara era cultore di Casanova, ma ne sapeva di più, in (molte) meno parole.
Piero Chiara, Ti sento, Giuditta, e altri racconti

mercoledì 21 agosto 2019

I neo-dem(ocristiani)

All’improvviso protagonisti della crisi diventarono Franceschini, Spadafora, Prodi, Renzi, Letta, Tabacci. Tutti ex, nostalgici, Dc - o dei suoi tronconi dopo lo sciogliete le fila di Martinazzoli nel 1994. Accomunati dai giornali, da “la Repubblica” a “Il Foglio”, nel comune grande desiderio di far rivivere in qualche modo la Dc. Perfino Berlusconi viene recuperato, perché fa parte de Popolari europei.
Sono tutti leader senza voti – lo stesso Renzi non suscita plebisciti. Non nel Centro-Nord, Roma compresa. La vera Dc, quella dei poteri decisivi e decisionali, in Veneto, in Lombardia e altrove, è per Salvini.
Sono anche leader vecchi che danno per scontata l’aggregazione dei 5 Stelle. I quali invece fino a ieri si volevano i cavalieri del nuovo. 
Per non dire degli insulti che gli stessi hanno avuto da Grillo fino a ieri. O dell’impeachment di Mattarella, la bandiera dei neo-dem(ocristiani), richiesto da Di Maio vice-capo del governo.  

Il mondo com'è (380)

astolfo


Guerra totale – Comincia con la Guerra dei Trent’anni – che ci concluderà nel 1648 col Trattato di Vestfalia, “pilastro dell’Europa moderna” (Kissinger). La Germania scese nel trentennio da 17 a 7 milioni di abitanti, tutti civili sterminati.
“Totale” si dice della guerra contemporanea, a partire dalla seconda guerra mondiale, che non seleziona gli obiettivi militari, non risparmia i civili, e anzi ne fa obiettivo dichiarato, specie con la guerra aerea e missilistica. In realtà si è sempre praticata. Come fenomeno di massa a partire appunto dalla Guerra dei Trent’anni, 1618-1648. Una guerra inizialmente di religione, tra cattolici e protestanti, continuata come guerra franco-asburgica – le potenze che via via patrocinarono i protestanti, la Danimarca e la Svezia, ebbero da subito il sostegno finanziario della Francia. Che con Luigi XIII diventerà un pilastro dichiarato del fronte Nord, in sostegno a Svezia a Olanda, intanto entrata in guerra, contro Vienna e Madrid. Col Trattato di Vestfalia la Francia si prendeva le regioni tedesche di Alsazia, Lorena, Verdun, Metz e Toul.

Hitler – Traccia trascurata dagli storici, Hitler trovò nella guerra del 1914-18, che bene o male aveva vissuto (combattuto) un antisemitismo molto violento. Lo rimarca incidentalmente lo scrittore Paolo Rumiz (“Come cavalli che dormono in piedi”, 112), a proposito dei cimiteri delle varie etnìe austro-ungariche sul fronte orientale – un mattatoio più devastante di quello franco-tedesco. Gli ebrei furono vittime di entrambi i fronti, austro-ungarico e russo, ma di quello con più ferocia: “Lo leggi già nel ’14, in quella tremenda estate (sul fronte orientale, n.d.r.) che è solo anteprima del massacro su scala industriale. Migliaia di contadini impiccati, in prevalenza ebrei, perché l’ebreo non prende partito ed è un diverso. Dunque spia per eccellenza. Tormenti inflitti da soldati russi, austroungarici, poi da polacchi e ucraini. Ma gli austriaci documentano meglio, stampano cartoline con gli infami appesi, e i bravi ragazzi se le portano a casa per mostrarle alle famiglie”.
Hitler nasce anche nelle faglie, nascoste, della Mitteleuropa (v.sotto), della violenza ordinaria nell’impero benevolente. Per esempio in Hašek, “Il buon soldato Sc’vèik”, 1912: “Degli hussari-honvéd se la spassavano con due ebrei polacchi, ai quali avevano rubato una gerla contenente acquavite, e ora, invece di pagali, allegri come pasque, li picchiavano sul muso, il che doveva essere loro consentito, dato che a due passi di distanza c’era il lro capitano il quale sorrideva compiaciuto”. Mentre, “dietro un magazzino, alcuni altri hussari-honvéd mettevano le mani sotto le sottane delle figliolette dagli occhi neri degli ebrei picchiati”.

Mitteleuropa - Le testimoniane di Emilio Stanta, triestino, e Alfonso Cazzolli, tipografo a Tione, entrambi arruolati nell’esercito austro-ungarico nella Grande Guerra, che Rumiz sintetizza in “Come cavalli che dormono in piedi”, 79-81, sono di crudeltà ordinaria fuori dell’ordinario. Ne fu vittima Georg Trakl, che a 27 anni, poche settimane dopo l’inizio della guerra, preferì togliersi la vita che essere complice di tanta crudeltà.
Spiega Rumiz, che pure ha nostalgia di Vienna: “In Galizia, nel ’14 e ’15, trionfano esecuzioni sommarie che diventano tanto più sommarie quanto più ci si avvicina al fronte e quanto più i signori ufficiali devono mascherare i loro fallimenti…. Orrori inflitti a presunti spioni  quasi sempre innocenti. Uomini strangolati appesi ai tigli, con sorridenti foto di gruppo, esecuzioni che talvolta sono garrote alla spagnola, che ti spezzano il collo contro il palo come Cesare Battisti, e se manca la corda si usa la cinghia dei pantaloni”.
Di Stanta Rumiz riporta la descrizione minuziosa di una “vittima del capestro austriaco”: “Corpo appeso all’albero in piazza, braccia distese e piedi scalzi, lingua nera che esce di una spanna, lì da tre giorni a puzzare per dare l’esempio”. Con “il particolare grottesco del saluto al morto, prescritto dal regolamento militare”. Cazzolli ha visto “paesi e città incenerite, uomini attaccati a piante, strangolati, donne contaminate a tutta forza, giovani contaminate, martirizzate ed infine legate ad una corda per ogni piede; le attaccavano ai rami di una pianta con la testa all’ingiù, le gambe larghe più che potevano…”

Hubert de Morpurgo – Un aviatore della Grande Guerra, dapprima per l’impero austroungarico, poi per l’Italia. In realtà in appoggio ai “corpi franchi” in Polonia contro la Russia sovietica. Passato al tennis, disputerà la coppa Davis per l’Italia per un dodicennio, ed è tuttora l’unico italiano ad avere vinto una medaglia olimpica nel tennis, con un bronzo alla semifinale di consolazione all’Olimpiade di Parigi nel 1924.
Di padre ebreo, triestino, barone, di madre inglese, era già nel 1911 in Gran Bretagna, dove faceva gli studi, il campione di tennis junior, a quindici anni. È anche l’unico italiano ad andare in finale a Wimbledon – nel doppio misto, con l’americana Elizabeth Ryan.

Una sorta di Internazionale italiana dell’Aviazione anti-bolscevica combatté con mezzi di fortuna nel 1920 in Polonia contro la Russia-Unione Sovietica. Messa su da Camillo Perini, nativo di Pola, pilota austroungarico nella Gande Guerre, e subito dopo, con altri avieri dell’impero disciolto, al fianco della rinata Polonia contro la Russia sovietica. È molto attivo, benché disponga di pochi velivoli, residuati di guerra. E contribuisce sostanziosamente alla guerra di Pilsudski contro i bolscevichi, respingendo i contingenti ucraini a Sud fino a Leopoli, con piccole bombe sganciate a mano.
È una Internazionale molto dandy, che oggi si direbbe di destra, che affiancò di fatto, oltre i polacchi di Pilsudski, anche le forze libere tedesche. Famoso in queste squadriglie improvvisate sarà Uberto di Morpurgo. Con altri italiani, Veniero De Pisa, Virgilio Mastrelli, forse anche Goffredo de Banfield, dandy viennese poi triestino. E con altri assi ex nemici, gli americani Cedric Fauntleroy, Glen Cook, George M. Crawford. Tutti posavano per foto molto curate, dentro giubbotti attillati, sotto cuffie in pelle e occhialoni sulla fronte. e cuffie

Patto Hitler-Stalin – Si passa come ogni anno sotto silenzio l’anniversario (dopodomani è l’ottantesimo) del patto Hitler-Stalin – o Ribbentrop-Molotov, i ministri degli Esteri dei due dittatori. In una cultura giornalistica che vive di anniversari, la cosa è curiosa. Perché quel patto è qualcosa di inimmaginabile, nel senso del mostruoso.
L’accordo fu concluso il 23 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione tedesca della Polonia che avvierà la seconda guerra mondiale. Il 17 settembre Stalin sarà già pronto a invadere la sua parte di Polonia – e ad eliminare (a differenza di Hitler!), gli ufficiali dell’esercito polacco nell’eccidio di Katyn pochi mesi dopo, dal 3 aprile al 19 maggio 1940.
L’accordo prevedeva, oltre alla spartizione della Polonia, l’annessione della Lituania alla Germania, e il controllo russo su Estonia, Lettonia e Finlandia. Con la consegna a Hitler dei comunisti tedeschi rifugiati a Mosca – consegna che avvenne. I piani furono poi con molta semplicità, di comune accordo, cambiati: la Lituania passò alla Russia, in cambio di una porzione più grande della Polonia alla Germania.
La tesi è ancora diffusa che Stalin fece il patto con Hitler per guadagnare tempo nella preparazione della guerra inevitabile con la Germania. Era la tesi sovietica, e non regge. Senza il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, Hitler avrebbe scatenato la guerra? La risposta è no. E fu Stalin a proporre il patto, divisione dell’Europa compresa. Il Patto fu un momento di verità e non un errore: l’Urss incamerò dopo le vittorie di Hitler più territori e popolazioni della Germania. Sarà poi Hitler a fare la guerra a Stalin, non Stalin a Hitler – a Hitler la facevano la Francia e la Gran Bretagna.
La questione è stata in evidenza in Germania quarant’anni fa, in un dibattito fra storici passato alla cronaca come Historikerstreit - in omaggio al metafisico Streit der Fakultät di Kant. Un dibattito accademico, ma minato dalla politica. Il fatto non era negato dalle parti in contesa, ma la colpa restava indigesta. Ernst Nolte, che l’aveva avviata,  è anticomunista, anche se dal punto di vista storico non ha torto. Il patto Hitler-Stalin durò quasi due anni. Improvvisato, ma non molto: il patto fu firmato il 23 agosto, l’1 settembre la Polonia è invasa da Hitler, il 17 da Stalin per la parte di sua competenza. Che subito dopo attacca la Finlandia. I piani militari non s’improvvisano.

astolfo@antiit.eu

Gialli amari

Racconti più sconclusionati del solito di Pepe Carvalho, l’investigatore inverosimile di Montalbán. Amari ma non convinti. A parte il solito paio di ricette: quelle invogliano – e magari sono vere.
In un paio di racconti Carvalho opera a Madrid invece che a Barcellona, ed è ancora peggio. Prado del Rey è la via Teulada spagnola, il delitto ha a che fare col business tv, e coinvolge naturalmente i politici (naturalmente socialisti), nelle solite storie di donne e di potere.
Nell’ultimo racconto i morti sono addirittura sette.
Curiosa la maniera di Montalbán col suo Carvalho: ha per amante una puttana, mangia bene ma da solo, dice le battute ma non per ridere. Come una maschera buttata in faccia al lettore – si dice all’industria editoriale, ma paga il lettore.
Manuel Vázquez Montalbán, Assassinio a Prado del Rey, Feltrinelli, pp. 157 € 7,50

martedì 20 agosto 2019

E adesso, povero Salvini

“Salvini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”, Conte ha detto, anche lui. Ma non è Togliatti: non c’è ironia nella sua disperazione, solo un elenco di cose che il suo governo ha fatto e, secondo lui, non doveva. Perché Salvini era ben parte del governo Conte, con gli immigrati, con le Open Arms armate in Europa contro l’Italia, con Trump, con Putin, con la Torino-Lione e quant’altro. 
Stranissimo l’addio di Conte in Senato, a parte le ironie contro Salvini. Politicamente è come dice Emma Bonino: “Le dissociazioni postume di Conte da Salvini non sono convincenti”. A meno che non voglia candidarsi per un governo alternativo a Salvini, che sembra una impudenza e una sciocchezza. 
Conte fu il notaio scelto per certificare il patto di governo tra 5 Stelle e Lega. Un onesto broker e non di più. Ha dismesso o tradito quella funzione e ora non ha più nulla da fare.
La crisi è politica - Conte centra di fatto poco. Il patto di governo su cui si basava il notaio Conte non ha funzionato. La Lega ha votato il programma dei 5 Stelle, i 5 Stelle non votano il programma della Lega.
Nella decantazione delle inevitabili consultazioni presidenziali, può pure darsi che 5 Stelle e Lega ritrovino l’accordo – in pratica facciano un rimpasto, liquidando Conte, una novità integrale. Più probabile è un accordo 5 Stelle-Pd, che hanno i numeri, anche se non hano la volontà politica – in partenza si bruciano politicamente entrambe le formazioni.
Non ci sono altre soluzioni. Impercorribile naturalmente la “Grande Coalizione” 5 Stelle-Pd-Berlusconi, sia pure sotto un presidente di garanzia, Draghi o un costituzionalista.
La decisione, in realtà, spetta a Salvini. Che può far saltare un accordo 5 Stelle-Pd. E anche il governo di garanzia, o decantazione.

Ombre - 475

Fanno impressione Prodi e Renzi ai piedi di Grillo. Per il dopo Conte – chi era costui? Ma, certo, la storia continua - la storia è fatta di novità (o è sempre lo stesso democristianesimo?)

Alla sua nave del cuore “Open Arms” la Spagna offre un porto, al diciassettesimo giorno di stallia, ad Algeciras, la Grande Canaria essendo inagibile per via d’incendi – più lontano c’è l’America. Gli statisti europei non mancano di umorismo, sono i giornali che fanno confusione.

“Una subcultura nata in un terreno comune”, denuncia il direttore de “L’Espresso” Damilano di Salvini, Meloni e Forza Italia: “Le reti Mediaset degli anni ’80 e ’90. E ora si combattono sulle ceneri del berlusconismo”. Mancando cioè l’essenziale di Salvini. E della Lega, che Berlusconi provò a domare, per molti anni riuscendoci, malgrado il tentativo di Scalfaro-Dini  di farlo più aggressivo.

Singolarmente assenti, nella lunga esecrazione di Salvini e Renzi da parte del direttore de “L’Espresso” i 5 Stelle e Grillo. Di vera cultura,loro, berlusconiana, cioè videocratica.

Berlusconi e il gruppo editoriale De Benedetti: l’Italia sta crollando ma c’è sempre e solo Berlusconi. Non sarà una questione d’invidia? L’invidia esiste. Specie tra chi guadagna poco, pur licenziando molto, e chi nello stesso settore molto, senza licenziare.

O il gruppo è l ‘“Amico del giaguaro”? “L’Espresso” scomoda sondaggisti e analisti per dire che Salvini alle elezioni “prenderebbe pieni poteri: avrebbe i seggi”, nientemeno, “per cambiare la costituzione senza referendum”. Il che non è vero: Salvini non ha i voti, e non può cambiare la costituzione. Ma allora che? Invogliare qualche indeciso (è la metà dell’elettorato, l’esercito degli astenuti) a votare contro Salvini? Oppure invogliarlo a mettersi con?

Bisogna aspettare “Il Sole 24 Ore” domenica per sapere che ci sono quattro crisi “serie” nel mondo: Hong Kong, dazi, Brexit e Iran – più la Libia naturalmente, il Kashmir, la Corea del Nord.  I maggiori quotidiani, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, continuano a sciorinare dieci e dodici pagine su Conte, Salvini e Di Maio. Che nessuno legge. Ogni giorno. Sembra impossibile, ma è così. Si fa per perdere sempre più copie?

La rassegna dei punti di crisi del “Sole” non menziona i migranti, Che effettivamente sono un problema solo in Itala. Solo nella lotta delle micragnose ong dell’accoglienza, per sfruttare meglio la povertà degli africani – poi abbandonati a elemosinare a ogni canto.

Campagna acquisti perfetta (normale) dell’Inter: calibrata, contenuta, utile. Confusionaria e perdente invece della Juventus. Che andrà alla terza giornata a zero punti o al massimo a un punto - il Parma segna sempre, questa Juventus becca sempre - e quindi finisce la stagione in partenza. La differenza è un manager.

Inutile chiedersi perché la Juventus ha cacciato Marotta, il nuovo manager dell’Inter. Per ravvivare il campionato? Fare un favore all’Inter dopo tanta inimicizia? Perdere finalmente il campionato? Sprecando tanti soldi e accendendo tanti debiti?

Ci vuole intelligenza anche nel calcio.

Edda Negri, bisnipote di Mussolini per parte di madre, è stata esclusa a Ferragosto dal facebook perché il 29 luglio aveva scritto: “Buon compleanno, nonno”. Facebook, quando vuole, scova anche le tracce più evanescenti – Mussolini, ammesso che sia impronunciabile, non figura in nessun posto. Ma allora, il Russiagate? Una delle tante zeppe per costringere l’Europa alla guerra fredda.

Nell’educazione civica bisognerebbe introdurre il rispetto degli altri, per primi degli africani. Un vero segretario del partito Democratico dovrebbe prima fare una full immersion, con esamino finale, sull’Africa, per non dire e non fare sciocchezze – al fondo razziste (buoniste razziste): l’Afriva merita anzitutto rispetto.

La spagnola Open Arms non aveva il permesso di entrare in acque spagnole ma ha fatto ricorso non al tribunale di Madrid ma di Roma per sbarcare i clandestini in Italia – solo in Italia. Dice che non c’è l’Europa: c’è, e fa la guerra a un partito italiano – per conto di un altro partito italiano, quello che aveva fatto gli accordi per sbarcare i clandestini tutti in Itala (con la “promessa” di una ripartizione).

Un caso Open Arms non sarebbe possibile in Francia o in Spagna, che pure finanziano la ong – per non dire della Germania, che però, se non altro, sta lontana sul Baltico. In Europa bisogna giocare in difesa, e questo è innaturale. Specie ora che siano tutti per Sarri e Giampaolo.

Poco più di 850 milioni di persone soffrono la fame, due miliardi di persone sono obese, o sovrappeso, un terzo del cibo finisce nell’immondizia - Intergovernmental Panel on Climate 
Change, organismo dell’Onu. Qualcosa non funziona nella civiltà dell’abbondanza.

Giallo postmoderno

Non tutto è come appare, ovvio. Ma nemmeno come si penserebbe che sia. Ci sono molte specie di delitti. E anche di decapitazioni – il titolo depista, il gatto non c’entra nulla.
Un racconto pubblicato nel 2012 ma presumibilmente del 1985 (si parla di sette anni dopo il rapimento di Moro). Sarebbe l’esordio del vice-questore Melis, che “Tuzzi” piattamente ricalca su Maigret - un esercizio postmoderno? 
Maigrettiano pure l’ambiente: i molti punti morti della “Milano da bere” di quegli anni – che si tentava di fare bere: i modi di dire, socialmente caratterizzati; i caratteri: la portiera, il.barista, l’industrialotto, l’automobilista. 
Hans Tuzzi, Un gatto alla finestra

lunedì 19 agosto 2019

Problemi di base marchionali - 503

spock


Sempre più solo a teatro, Grillo fa spettacolo da casa?

Un Grillo extraparlamentare?

Di sinistra o di destra?

Nella villa dei marchesi Ginori, vaffanculista di lusso?

Residenza secondaria, affittabile a quindicimila euro, a settimana?

Il marchese del Grillo, suona anche bene?

Prodi a Bruxelles, Grillo a palazzo Chigi, perché no, Balanzone e Capitan Spaventa - è Berlusconi?

Con Prodi, con Renzi, con Berlusconi, e con Bersani no - Grillo, ancora uno sforzo? 

spock@antiit.eu

Moby Dick a Reggio Calabria

Curvata sul (piccolo) collezionismo di reperti antichi, per motivi di opportunità logisgtica (la mostra è ospitata dal Museo Archeologico), in realtà la celebrazione di un personaggio che l’Italia ha dimenticato, e Reggio Calabria, la sua città, prima di essa, per i duecento anni della nascita. Vitrioli fu premio Amsterdam per la composizione poetica in latino a venticinque anni, nel 1845, alla prima edizione del certamen bandito dall’Accademia reale olandese. Coltivò poi la poesia, in latino e in lingua. In contatto epistolare con mezza Italia. Stimato molto da Pascoli – che arriverà alla prospiciente Messina proprio quando Vitrioli moriva, nel 1898. Autore, oltre che del poema vincitore a Amsterdam, di una raccolta di “Elegie latine”, che molto piacque a Caruducci, di una di “Epigrammi latini, con un saggio di epigrammi greci”, molti di essi satirici, e di “Veglie pompeiane”, vergate in un italiano cinquecentesco - ma purista, non maccheronico, alla Gadda.
Un dandy giovanilistico, di abbigliamento ricercato come Baudelaire, e come lui high tory, conservatore, anzi legittimista, innovativo, lo sguardo aperto, di sfida, che sarà di Rimbaud. Un classicista in epoca romantica, con la quale è in perpetua aspra rottura. In fama di eccentrico. Solitario. Il che è vero. Il matrimonio sciolse dopo pochi anni, alla morte del figlio che ne era nato. Vivrà solo, col fratello Tommaso, pittore (peraltro ottimo, nei quadri di famiglia che la mostra espone) con famiglia, usciva ogni giorno solo, chiuso in carrozza, non dava confidenza a nessuno. Ma non per misantropia: era in lite con la sua città, che non ne riconobbe l’esistenza.
Il legittimismo gli farà perdere gli incarichi di cui Ferdinando di Borbone l’aveva gratificato: bibliotecario della Biblioteca Civica reggina e Ispettore delle Antichità della Calabria Ultra. Ma poté continuare a vivere nel palazzo di famiglia, tre piani sulla centrale via Garibaldi, alcune sale del quale aveva fatto affrescare di soggetti classici e adibito a museo.
Antonino Zumbo registra nel catalogo “una sola apparizione pubblica, nel 1876, quando accompagna il carro funebre che trasporta la salma di Bellini all’imbarco per Catania”.
Molto religioso, educato dai gesuiti, politicamente non del tutto codino ma legittimista. Per questo in contrasto anche con le altre famiglie che contavano in città, compresi i Nava materni. In un epigramma, il XXX, “La costanza”, bolla i reggini di volubilità, che giubilano per l’espulsione dei gesuiti dal Regno nel 1767, per il loro ritorno nel 1851, e per Garibaldi nel 1860 e la nuova espulsione.
Impubblicato, se non per le “Opere scelte” del 1893. E per il poema di Amsterdam, “Xiphias”, il pesce spada, la caccia al pesce spada nello Stretto – il tema, in breve, e l’epos di “Moby Dick”, qualche anno prima di Melville. Un poemetto di 117 esametri in tre canti. Un’opera che Vitrioli rivedrà continuamente, nelle sette edizioni in vita e nell’ottava postuma. La caccia al pesce spada occupa il primo canto, con riferimenti a Polibio e Oppiano di Apamea, e a Nicola Partenio Giannettasio, gesuita napoletano del secondo Seicento. Con interventi delle divinità del mare, classiche e locali (Fata Morgana), e poi col trasporto della preda a riva e l’affissione di ex voto al tempio di Atena Tritonide. Il secondo canto è di Glauco e Scilla, che Circe per gelosia muta in mostro marino. Il terzo è una sorta di sagra del pesce spade: un banchetto popolare in spiaggia, con canti e memorie.
Uno dei suoi rarissimi viaggi aveva portato Vitrioli giovane a Pompei. È nel ricordo di questa visita che scrisse le “Veglie pompeiane”, nella lingua del cardinal Bembo – che era stato anche lui a Messina, a fine ‘400, per studiarvi il greco con Costantino Lascaris, e poi in corrispondenza con letterati locali, quali l’astronomo e storico Maurolico, e il suo ex segretario Niccolò Bruno: la fine della città raccontata da alcuni personaggi storici.
Diego Vitrioli. Un raffinato collezionista nella Calabria dell’Ottocento, Museo Archeologico Nazionale Reggio Calabria