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lunedì 20 gennaio 2020

Recessione (84)

A  Roma “nel 2010 le bancarelle erano 1.830, oggi sono 5.120”, “Corriere della sera-Roma”. Quelle legali. Un abuso? Una necessità, per chi vende e per chi compra.

Per il dodicesimo anno consecutivo l’Europa è l’unica grande area economica a crescita zero, o poco più – a fronte del 2-3 per cento degli Stati Uniti e del 6-9 per cento della Cina.

Nel terzo trimestre 2019 il pil è cresciuto nell’eurozona dello 0,2 per cento rispetto al trimestre aprile-giugno. In Italia e in Germania è cresciuto dello 0,1 per cento.

Il pil tedesco cresce nel 2019 dello 0,6 per cento, cioè non cresce. La produzione industriale è diminuita del 3,6 per cento.

Il pil italiano è previsto crescere nel 2019 dello 0,1 per cento. Cioè non cresce – lo 0,1 è effetto di artifici contabili, e comunque in termini economici significa stagnazione.

La cassa integrazione autorizzata è aumentata nel 2019 del 20,45 per cento rispetto al 2018.
La cassa integrazione straordinaria (prodroma al licenziamento) è aumentata di un terzo, il 33,4 per cento, per una platea di circa 60 mila lavoratori.
L’esborso Inps nell’intero anno per sussidi all’occupazione è stato di poco meno di dieci miliardi, 9,5 – “Il Sole 24 Ore”

Cronache dell’altro mondo - (52)

I morti per abuso di farmaci sono ogni anno negli Stati Uniti 70-80 mila.
Più della metà dei morti per abuso di farmaci, esattamente 47 mila 600 nel 2017, è stata causata  dagli oppioidi - 130 morti mediamente al giorno, uno ogni undici minuti.
Cause sono in corso contro le tre maggiori aziende fornitrici di oppioidi, Johnson & Johnson, Purdue Pharma, e l’israeliana Teva, per “pressioni sui medici” perché prescrivessero oppioidi. Di fatto, il dolore è proibito in America, nella psicologia nazionale e nella professione medica. Per preveniro o lenirlo sono in libera vendita oppioidi a base di ossicodone e altri sostituti sintetici della morfina – con potenza due e tre volte superiore, e assuefazione quindi più rapida.
Gli oppioidi debbono essere prescritti, perché se il paziente può provare che non è stato trattato con abbastanza antidolorifici, la sua assicurazione può non pagare l’ospedale. Un’assicurazione per la morte.
 “Weinstein chiude decine di cause civili con i soldi delle assicurazioni” - le cause che gli hanno in tentato le donne abusate. “Senza ammettere le violenze”. L’onore è salvo, di Weinstein e delle abusate. Le tasche degli avvocati a percentuale piene.
La deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez, democratica (“eroina dell’estrema sinistra” per “la Repubblica”), tacco 12, è contro la schedatura delle bande giovanili che tormentano New York: poiché molti sono i sudamericani, sarebbe una misura razzista.

L’amore è puro

Una stracca coppia gay è ravvivata da due ragazzi affidati loro da un’amica, che ha problemi di salute. Con un che di autobiografico: anche il regista ora si prende cura di due ragazzi, che la sorella gli ha affidato (ai tre dedica il film).
Özpetek ama il melodramma, alla Almodovar. Ma con un pizzico di crudeltà. Il suo mondo lgbtq, che resterà uno spaccato della realtà contemporanea, corredato anche qui del contorno del casamento (condominio), con la comare commentatrice, un marito qui assente, da Alzheimer, e altre situazioni di vita vissuta ma sempre caratterizzata, gira attorno a un connubio gay di sesso e gelosie. Quello che una volta si diceva isteria. Più le maschere da Mucca Assassina, il vecchio cabaret gay del suo quartiere, il Testaccio. I ragazzi vi introducono le emozioni.
Ferzan Özpetek, La dea fortuna

domenica 19 gennaio 2020

La guerra è tra sunniti, contro la Fratellanza Mussulmana


La guerra civile in Libia è ormai una guerra di Egitto, Emirati e Arabia Saudita contro il Qatar e la Turchia, due regimi vicini alla Fratellanza Mussulmana. Un passo più in là dell’embargo imposto due anni e mezzo fa da Egitto, Emirati, Arabia Saudita e Bahrein al Qatar, accusandolo di “terrorismo”.
Una faida tra opposti islamismi. Non però per motivi religiosi: tutti i paesi coinvolti nell’embargo e in Libia, negli opposti schieramenti, fanno capo al mainstream dell’islam, quello sunnita – eccetto Bahrein, a maggioranza sciita. Egitto, Emirati e Arabia Saudita sono in guerra perché temono politicamente il sunnismo della Fratellanza Mussulmana.
La Fratellanza è una formazione politica in qualche modo democratica, e quindi la più prossima alla sovversione. I regimi patrimoniali e monocratici la temono più del terrorismo, proprio perché vicina sul piano dottrinale e rituale ai propri credenti, alla massa dei credenti in Egitto, Emirati e Arabia Saudita.
Una sorta di guerra civile interna al sunnismo. Il rais dell’Egitto, il generale Al Sisi, ha rovesciato il regime, eletto, della Fratellanza Mussulmana. La politica saudita opera quasi esclusivamente per evitarne la formazione, con l’affrettata, anche se limitata, modernizzazione.

Conte levantino a Berlino

Con garbo e diligenza la Germania ha organizzato infine un vertice mondiale sulla Libia. Senza possibile risultato, poiché i due contendenti per il potere in Libia, l’eletto Serraj e l’autoeletto “maresciallo” Haftar, sono solo i paraventi di due schieramenti islamici opposti, quello Turchia-Qatar, o della Fratellanza Musulmana, e il fronte Egitto-Emirati-Arabia Saudita. Una situazione alla “Lawrence d’Arabia”. Aggravata dal fatto che sia Serraj che Haftar devono comunque fare capo alle tribù.
L’Europa a questo punto può poco o niente. Come Serraj ha spiegato: “Non ha affrontato le sfide in Libia, sebbene alcuni paesi abbiano relazioni speciali con la Libia, e anche se siamo vicini e abbiamo molto interessi comuni”. Ma può alleviare le ostilità con la cooperazione economica.
Il vertice tedesco si segnala per la professionalità soprattutto rispetto a quello organizzato di nascosto da tutti da Macron a Parigi nel maggio 2018. Con la firma di una pace che nessuno dei due contendenti libici pensava di onorare e ha onorato. Mentre l’Italia di Conte si distingue per aver voluto sacrificare il suo ambasciatore a Tripoli, Perrone, reo di aver gestito gli interessi italiani con acume, e di essere quindi inviso ad Haftar. E per gli abbracci esibiti, calorosi, ripetuti per  le tv, di Conte ad Haftar. Un Haftar ritroso. Una scena di levantinismo. Esilarante, non ci fosse la guerra civile di mezzo: fare il levantino con un levantino nato?
Haftar è stato di molte bandiere.  Anche spia una ventina di anni fa della Cia, che gli fece avere la cittadinanza americana, contro Gheddafi.

Il tradimento è delle istituzioni

Evocare la Dc eterna, come su questo sito giovedì 16, è equivoco e non serve a nulla. È il malaffare che domina incontestato. Tra le istituzioni peggio che nella politica che tutti invece contestano. E nelle istituzioni più venerate, dalla cosiddetta opinione pubblica - i media. Specie il giudiziario, che si pone al di sopra della legge.
Il Csm dà scandalo, senza colpa. Da ultimo con le divisioni nettamente politiche sulle sue nomine. Il Parlamento sopravvive di furbizie procedurali, giusto per l’opinine pubblica (un po’ di fumo agli elettori), e di trasformismi costanti, ormai una regola – ogni legislatura fa un nuovo record di cambi di partito. La Corte Costuzionale, che nel 1)81-92 impose il sistema elttorale amgioritariao, ora impone invece quelo proporzionale. Per un qualche riferimento alla Costituzione? Non se ne cura. Senza nemmeno il rispetto dei precedenti, che in diritto fa legge.  

La giustizia è una strega


Una rievocazione che sembra una premonizione, della “follia” giudiziaria che di lì a poco si sarebbe abbattuta sull’Italia. Sciascia recupera, nel 1985, al cap. XXXI dei “Promessi sposi”, il caso di una innominata strega che il protofisico Settala “coooperò a far torturare. Tanagliare, bruciare come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa strani dolori di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei”. Fino a portarla a confessare, a confessarsi strega. Il paradigma che sarà ripreso a Milano pochi anni dopo. Compresa la pubblica opinione da Sciascia assimilata, sempre con Manzoni, alla “pubblica follia”.
Ludovico Settala Manzoni riconosce persona eminente di studi e rispettabile di carattere. Rappresentandolo, “poco meno che ottuagenario”, impegnato contro la peste, ammirato “per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri”. Anche lui vittima della pubblica follia – “l’opinione di quello che i poeti chiamavano volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico”: “Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno  gente, gridando essere lui il capo di coloro che volevano per forza esserci la peste”. Il protofisico fu salvato dai suoi portantini. Ma per diventare il responsabile della persecuzione e la morte della “strega” Caterina Medici.
Se ne può fare un caso della Provvidenza un po’ confusa. Manzoni, e Sciascia con lui, ne denunciano i pessimi effetti nella vita pubblica.
Sciascia recupera il nome della “infelice sventurata”, in un complicato rimando a Pietro Verri, “Storia di Milano”, e ai suoi litigiosi – come è d’uso nelle lettere – editori postumi. E ne ricostruisce dai pochi indizi la vita e la morte. Dopo aver dato un altro colpo “profetico” a uno dei cardini della  caccia politica alle streghe che si sarebbe scatenata, nella stessa Milano, qualche anno dopo: tacere gli errori.
Il caso della povera Caterina Medici Sciascia racconta soprattutto in polemica con la giustizia. Si ripubblica probabilmente per mere strategie commerciali, ma è sempre di attualità.
Leonardo Sciascia, La strega e il capitano, Adelphi, pp. 84 € 15

sabato 18 gennaio 2020

Ombre - 496


Per avallare la Consulta Dc che disdice quello che aveva detto nel 1991, “la Repubblica” schiera non il suo costituzionalista, Ainis, ma il romano avvocato professore Massimo Luciani. Questo sito arguiva giovedì che “la legge è democristiana”, inossidabilmente, ed è probabile.

Può anche essere una soluzione: in tempi procellosi meglio ancorarsi alla chiesa, stabile. Lo fa perfino Scalfari, a confessa ogni poche settimane col papa argentino. Dandone conto nello stesso giovedì della Consulta. In tema di clima, ma è un falso scopo.

Era improbabile che Salvini vincesse in Emilia-Romagna. Ora qualche possibilità ce l’ha: la Consulta ha azzerato il potere propositivo delle Regioni, che pure è costituzionale, e dichiaratamente voluto punire Salvini. Che altro favore poteva fargli?

L’attuale Consulta, un po’ dichiaratamente sacrestana, dice no al maggioritario – “richiesta abnorme” - mentre lo aveva solennemente battezzato nel 1992. È vero che la liturgia si aggiorna ogni giorno, ma anche la giurisprudenza? La Dc è immortale?
Per il male sì: ora e sempre è per i governicchi di coalizione, improvvisati, con “responsabili” e “gruppi autonomi”.

Col patrocinio del meticciato il papa sembra avallare e anzi patrocinare, in colloquio con Scalfari su “la Repubblica”, la Conquista, gli europei in America. Naturalmente non è così- e poi questo papa è anti-yanqui . Il papa vuole solo “aggiornare” la chiesa. Di che si parla oggi? Di immigrazione. Bene, tutti immigrati. Facile così, fare il papa.

Stride, nello scontato “siamo tutti fratelli” del papa, l’ignoranza persistente, quasi voluta, dell’Africa e degli africani. Oggetti, sì, assolutamente, di carità: africani, siete tutti noi. Ma, poi, chi sono gli africani e cosa è l’Africa? Un’ignoranza – o indifferenza - che per un missionario è blasfema.

Succede, dovendosi affidare ai notiziari tv, di finire per non sopportare quelli Rai, che i primi dieci minuti, anche quindici, li dedicano a Conte e Di Maio. Con contorno, per riempire il buco, di ministri e sottosegretari degli stessi. Invece, dice “la Repubblica”, i tg Rai sono “pieni di Salvini”. Perché dire bugie, per aiutare Salvini – certo, contro le apparenze?

Dice “la Repubblica” che è l’AgCom a denunciare l’invadenza di Salvini sui tg. Invece l’AgCom, l’autorità di vigilanza sul mercato delle comunicazioni, non lo dice. Il lettore “la Repubblica” vuole fesso? Lo vuole difensore di Salvini? Meglio non leggere?

“Non esiste alcuno Stato in Libia”, premette il ministro degli Esteri di Putin, Lavrov. E per questo Putin combatte per Haftar: per “restaurare lo Stato”. Con le bombe.

Questo Haftar, dice Cremonesi sul Corriere della sera”, è l’autonominato generale di Gheddafi e poi governatore della Cirenaica. Dove, spiega, “sono stati decine gli attivisti per i diritti civili uccisi o desaparecidos”. Forse per questo lui lo ha intervistato tre volte in due anni sul “Corriere della sera”.

Haftar, il generale di Gheddafi, è anche cittadino americano. Proprio così, dal 1990. È facendo affidamento su di lui che Hillary Clinton mise a morte il suo ambasciatore a Tripoli nel 2012. Inviandolo a incontrarlo a Bengasi, la capitale della Cirenaica. Dove fu accolto col mitra.

L’“angelo di Hitler” muore suicida

Una giovane muore per un colpo di pistola ai polmoni. Suicidio? Omicidio? La morte non è immediata, avviene per dissanguamento. Il suicidio maldestro è l’opzione più ovvia. Ma la giovane si chiama Angelika “Geli” Raubal, ed è figlia di Angela Hitler, la sorellastra di Adolf. Del fondatore cioè e capo del partito Nazionalsocialista, che a quella data di settembre 1931 vanta successi elettorali in serie. La morte avviene in casa dello zio, che Geli abita da due anni.
Siamo a Monaco, al Sud della Germania, sotto il Föhn, lo scirocco delle Alpi. E il commissario della polizia criminale, Siegfried Sauer, subito può predire guai. Che si tratti di omicidio – ordinato da chi, per quale motivo, passionale o, peggio, politico? O di suicidio, perché bisogna trovare lettere o testimonianze, e gestirle con cautela. Adolf è tutore della ragazza, orfana di padre, su istanza della madre, dal 1923. E da qualche tempo non se ne separa. Dapprima la porta in giro nelle campagne elettorali, accompagnata dalla madre. Poi, quando la ragazza decide di studiare a Monaco, medicina, o canto, oppure danza, la prende in casa con sé – e dopo morta le creerà attorno un mito. Quanto basta per irrobustire i timori del commissario.
Un romanzo che si annuncia già venduto in mezzo mondo. Parte della “umanizzazione di Hitler”, in atto da qualche tempo. Dell’uomo prima del dittatore. Che la politica ha scoperto tardi, a trent’anni. Sull’onda semplice del risentimento dopo la sconfitta: contro i vincitori, i traditori (il colpo alla schiena), gli ebrei – per l’antisemitismo di cui Vienna lo ha contagiato negli anni di bohème. Le ultime biografie analizzano la storia e il carattere dell’uomo. I narratori la sua vita quotidiana e passionale - Eva Braun, Magda Goebbels, le assaggiatrici, l’architettura. La ventitreenne Geli, piacente e allegrona, di cui Hitler si farà fare dopo la morte ritratti per ogni casa o ufficio, era accudita come una figlia o figlioccia? Era la sua amante, magari rifiutata?
Con una bibliografia, e l’indice dei nomi – dei personaggi, ma tutti hanno nomi reali. “Che cos’è la verità?”, chiede Massimi alla fine. Una è l’inchiesta, “aperta il sabato mattina, chiusa il sabato pomeriggio, riaperta il lunedì mattina, richiusa il lunedì pomeriggio”. Un caso acclarato, di suicidio? Ma no… - che gusto ci sarebbe? Ma il racconto è onesto, anche se lungo, del caso giudiziario.
Fabiano Massimi, L’angelo di Monaco, Longanesi, pp. 493 € 18

venerdì 17 gennaio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (414)

Giuseppe Leuzzi
Ripercorrendo l’infanzia in Austria negli anni 1950, a Griffen in Carinzia, il Nobel Handke descrive così la vita di paese: “In alcune famiglie capitava, per esempio, che l’unica terrina della casa si usasse di notte come pitale e il giorno dopo per impastare la farina”. La cosa suona inventata – Handke allora, quando ne ha scritto, faceva lo sperimentalista, e quindi doveva épater le bourgeois, scandalizzare. Ma vuole dire la povertà.
La Carinzia, un parte della Carnia, mezzo milione di persone in parte di lingua slovena, è oggi ricca, 38 mila euro il pil pro capite - pari a quello della Lombardia, il più alto in Italia. La povertà, anche l’abiezione, non preclude il benessere. Basta che l’aria sia buona.

“La metamorfosi classica naturalizza, il rito cristiano umanizza”, spiega Carlo Ossola in “Dopo la gloria”. Bisognerebbe spiegarlo ai vescovi urtati dal “paganesimo”: ciò che è pagano e ciò che non lo è – nelle processioni e nei riti in genere. Sanzionabile forse, ma come ignoranza, superstizione, ma umana e cristiana.

In “Comizi d’amore” il film documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, girato nel 1962 con la mano sinistra mentre percorreva l’Italia alla ricerca dei luoghi dove ambientare “Il Vangelo secondo Matteo”, Pasolini condanna “la furberia e l’arte degli arrangiarsi”, che dice “l’unica filosofia italiana”. E salva il Sud, in questi termini: “Il Sud è vecchio ma è intatto. Guai alle svergognate, guai ai cornuti, guai a chi non sa ammazzare per onore. Sono leggi di gente povera, ma reale”. Un complimento?

Pasolini ha scritto molto del Sud, ma non che si ricordi. È del Sud come dei suoi viaggi, in Africa, in India, di cui pure ha scritto: niente di interessante. Ma sul Sud non è solo: la materia sfugge. Non per ostilità, da una parte o dall’altra, per incuria, come di uno straccio da cucina. Il Sud è terra incognita, in casa, questo il suo pregio, e da maneggiare senza cura, nessun obbligo.
Nessuno scriverebbe un libro o monterebbe un film sul Friuli, avendoci fatto un giretto. Presumendo di saperlo meglio dei friulani.

Fa senso rivedere su Rai 1 l’avvocato Coppi – impersonato da un attore somigliante, che comunque la scheda del film individua come “Avvocato Coppi” - ne “Il traditore”, il film di Bellocchio su Tommaso Buscetta, demolire la testimonianza, benché fondata, del pentito contro Andreotti. Lo fa in base ai verbali del processo, ed è come se riconoscesse l’accusa fondata, ma non comprovabile. Dovrebbe illustrare l’abilità del controversista, ma è come se si dicesse correo – anche senza colpa.

“La decapitazione sistematica e feroce di tutti i vertici istituzionali. Una terribile ecatombe di politici, magistrati, funzionari di Polizia, ufficiali dei Carabinieri, giornalisti, uomini della società civile”. Così Caselli sintetizza sul “Corriere della sera” “gli anni Settanta-Ottanta”, quando “i corleonesi di Totò Riina puntavano ad una egemonia totalizzante”. E ne trae la conclusione che la politica è infetta e lo Stato pure. O non semmai incapace di reagire? Riina non era Mandrake, e anzi un uomo da poco. Tanti politici furono vittime di Riina per quale motivo allora? Tanti magistrati e poliziotti – lo Stato – pure: per quale motivo?
Caselli sa quello che tutti sanno ma ha il vezzo della propaganda. Pro bono di chi? E poi, vittime dei Riina furono anche donne, più qualche bambino. Con semplici poliziotti e carabinieri, in gran numero.

Emigrazione istruita e d’impresa
Il grosso dell’emigrazione italiana, prevalentemente giovanile, il 18 per cento, è partito nel 2018  dalla Lombardia, che conta dieci milioni di abitanti. La Sicilia e il Veneto, che contano cinque milioni di abitanti per regione, vengono al secondo e terzo posto, con il 10 e il 9 per cento rispettivamente della nuova emigrazione. L’emigrazione non va col reddito ma con l’intraprendenza.
È un’emigrazione per lo più istruita: tre su quattro dei nuovi emigranti hanno il diploma di scuola superiore. Ma non sono grandi numeri, a meno dei rimpatri: mel decennio 1999-2008 sono emigrati 428 mila italiani, e ne sono rimpatriati 380 mila. Ma sono in forte crescita dopo la crisi del 2007-2008: nel decennio successivo le emigrazioni sono quasi raddoppiate, 816 mila, mentre i rimpatri sono perfino diminuiti rispetto al decennio precedente, in tutto 333 mila.
I tassi di emigrazione per l’estero più bassi, in rapporto alla popolazione, sono delle regioni meridionali: Campania, Puglia e Basilicata – 1,3 per mille abitanti. Sicilia e Abruzzo si pongono un gradino più sopra, con un 2,4 per 1.000 abitanti.

Messina, fasti e miseria
Solo notizie meste da alcuni anni, o forse decenni: ruberie e mafie, piccole e meno piccole. Da Messina, città a lungo illustre, e solo illustre, che in Sicilia è – era – un po’ un’eccezione. La storia va così, ondeggia, ha cicli. Ma Messina ha fatto un salto, e non sembra aver toccato il fondo. Vi si raccolse la crociata del 1192, che riunì i regnanti d’Europa. Quattrocentocinquanta anni fa, poco meno, fu la base dove don Giovani d’Austria raccolse le flotte cristiane per la battaglia di Lepanto. Ora è un pontile d’approdo dei ferries da e per il continente.
Il futuro cardinale Bembo, nonché futuro amante di Lucrezia Borgia, il normalizzatore della lingua, dal 1492 al 1494 studiò il greco a Messina, con il famoso ellenista Costantino Lascaris (1434-1493). Vi si recò con l’amico e condiscepolo Angelo Gabriele. Arrivarono a Messina il 4 maggio 1492. Restò per sempre memore del suo soggiorno siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo la corrispondenza con letterati messinesi, fra i quali il Mauricolo (1494-1575) e la presenza del fedelissimo amico e segretario Cola Bruno (1480-1542), che lo aveva seguito e gli stette vicino per tutta la vita. Tornato a Venezia, collaborò con Manuzio per la pubblicazione nel 1495 della grammatica greca di Lascaris, Erotemata, che con Gabriele avevano portato da Messina.
Mark Twain, in crociera nel 1867, arriva alle due di notte allo Stretto di Messina, d’inverno, ma “il chiaro di luna”, scrive, “era così brillante che l’Italia da un lato e la Sicilia dall’altro si vedevano così distintamente come se non fossero separate che dalla larghezza di una strada”. La cittadona oggi informe dei ferries Twain dice fiabesca: “La città di Messina, di un bianco di latte, stellata e scintillante di lampioni, era uno spettacolo fatato”.
Fa grande caso Dumas nelle sue opere più tarde - specialmente ne “I garibaldini”, dove lo ritrova tra i sobborghi marinari (allora) di Messina, dai nomi beneauguranti di Paradico, Pace, Contemplazione - del capitano Arena, persona e personaggio del suo romanzo di viaggio “Lo speronare”, un messinese, insieme col giovane militare francese esule De Flotte: un siciliano dal “volto buono, sempre sereno, anche nella tempesta”.
Antonello non vi fu fiore solitario – anche se questo non si studia. Commissionò Caravaggio. Ospitò nel Seicento la grande collezione – la più grande probabilmente d’Europa – del principe Ruffo della Scaletta, un calabrese dei conti di Scilla sposato a Messina. I Ruffo furono grandi collezionisti: lasciarono a Scilla, la casa madre, oltre 1.500 tele. Con opere di Raffaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La collezione fu avviata dal principe Tiberio. Che alla morte lasciò al figlio Guglielmo 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita a 1.500 tele. Aveva cominciato don Antonio Ruffo di Bagnara principe di Scaletta – dal nome di un feudo messinese della moglie. Committente tra i tanti di Rembrandt e Artemisia Gentileschi, che protesse alla triste fine. Collezionista di Rubens, Breugel, Mattia Preti, Poussin, Borgognone, Salvator Rosa.
La città è stata luogo privilegiato delle lettere. Eco forse delle prime Crociate, alcune partirono dal suo porto anche prima del 1192, e dei poemi che le accompagnarono. A partire da Boccaccio, con la novella “Lisabetta da Messina”. Con ripetuti riferimenti di Bandello e Shakespeare. Anche di Molière. In un apologo Diderot elogia “un calzolaio di Messina”, che del laboratorio fa corte di giustizia. Schiller ha una “Sposa di Messina”. Vittorini “Le donne di Messina”. Fino all’“Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, 1975 – qui finisce la storia.
“Eufemio da Messina” è opera – una tragedia – di Silvio Pellico prima della prigione: Eufemio, turmarca della flotta bizantina, accusato per gelosia di avere sposato una monaca, si ribella e finisce dal sultano di Tunisi. Nietzsche ha “Gli idilli di Messina”. Nietzsche a un certo punto s’imbarcò a Genova, come Colombo proclamandosi Liberator Generis Humanorum, su un cargo per Messina, dove sbarcò in barella, mezzo morto, per decretarla, come già Sorrento e poi Roma, sua città ideale: “Questa Messina è proprio fatta per me”.
È “patria dei barbieri” per Soldati, della rasatura a mano libera. Più spesso torna nella letteratura tedesca, Schiller appunto, Goethe, Jünger, Lenz, etc.: per essere stata forse patria di Evemero, per il quale gli uomini sono dei, o luogo di raccolta di crociate e flotte, che sempre portò buono ai cristiani, o perché si pronuncia facile. Per molti era toponimo succedaneo, per chi andava a Taormina, per i quadri viventi di von Gloeden, e non aveva ha il coraggio.
Fu l’ultima ad arrendersi ai Savoia, dopo Gaeta, il 13 marzo 1861. Ma era stata la prima a sollevarsi nel 1848. Emerson ricorda che “in un giorno di pioggia tutte le vie si accesero di ombrelli rossi”. Era stata la città che per prima aveva chiesto la Costituzione nel ’48, finendo per dare il nome al Re Bomba, Ferdinando II delle Due Sicilie, che la distrusse per due terzi, raccapricciando l’Europa.
Pascoli, che ci abitò con la sorella Mariù, per segnarvi all’università. ne mantenne ricordo ottimo: “Io ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”, scriverà qualche anno dopo, il 10 luglio 1910 a Ludovico Fulci – deputato radicale di Messina per vent’anni, mazziniano, docente di Diritto Penale.
De Amicis vi iniziò la breve carriera militare, sottotenente. 
Nietzsche a Messina, dopo il mal di mare, nel lungo viaggio da Genova su un mercantile a vela di cui era il solo passeggero, doveva passarci la vita o almeno un anno. Resistette solo pochi giorni, tre settimane esatte, dal 30 marzo al 21 aprile 1982, ma bastanti per comporre “Gli idilli di Messina”. Se ne allontanò avvilito dallo scirocco, ma qualche settimana dopo, l’8 maggio, da Locarno scriverà a Rée: “Ancora scirocco intorno a me, il mio grande amico, anche in senso metaforico; ma alla fine penso sempre: senza lo scirocco sarei a Messina”.
Pochi mesi prima della morte, nell’inverno 1881-1882, Wagner aveva risieduto a Palermo, con Cosima e le figlie, mentre componeva il “Parsifal” - una cui prima stesura avrebbe debuttato a Bayreuth in estate. Finito il soggiorno, passò da Messina, negli stessi giorni in cui c’era Nietzsche. Arrivò l’11 aprile, preceduto da un annuncio sulla “Gazzetta di Messina”. Ci passò due notti. Passeggiò per la città, visitando il Duomo. Mentre Cosima e le figlie visitavano il monastero di san Gregorio per il polittico di Antonello – secondo Paul Rée “la seconda figlia (Blandine?) si sarebbe fidanzata con un conte siciliano”. Che faceva Nietzsche in quei giorni, nell’albergo in piazza Duomo dove era sceso, dove sicuramente ci sarà stata eccitazione per la visita del compositore molto illustre? Non si sa. Ma dieci giorni dopo lasciò la “città del destino”: è stato lo sciocco oppure Wagner invadente di chiara fama ad allontanarlo?
Curioso è anche che la guida alla Sicilia del console tedesco a Messina, August Scheneegans, che onorò Wagner al passaggio, faccia posto, luogo per luogo, alle citazioni o altre forme di interesse di autori tedeschi, e per Messina si limiti a citare Goethe (“Nausicaa” nel “Viaggio in Italia”) e Schiller (“La sposa di Messina”), ma non l’autore degli “Idilli”, che pure era stato in città nel suo consolato. Messina non era la città del destino, Nietzsche stesso lo confessa alla partenza. Scrivendo a Gast ai primi di marzo lo spiega senza lo scirocco: Nausicaa lo attira, “un idillio con le danze e tutto lo splendore meridionale di quelli che vivono al mare”, ma “alla fine del mese vado alla fine del mondo: se lei sapesse dov’è!”.
Il “larario” di Heius a Messina, attesta Cicerone, la collezione domestica di immagini votive, aveva un Cupido di Prassitele, un Ercole di Mirone, e due Cnephorae, le “portatrici di cesto” (dell’abbondanza) nelle processioni greche. Messina ebbe anche una delle prime università italiane. È messinese Giuseppe Sergi, fine folklorista (1841-1936), cui si deve la scoperta che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. L’ultimo guizzo ha avuto con Stefano D’Arrigo, negli anni della signora Carlyle. Successivamente Ceronetti diventò “corrispondente dal Piemonte” della “Gazzetta del Sud”, il giornale di Messina, per il quale ventenne si spacciò per giovane antropologo, discepolo o parente di Lévi-Strauss – “non mi credettero, ma feci lo stesso molte corrispondenze”.
Ma qualcosa era nell’aria. “Vista dal ferry boat che attraversa lo Stretto dal continente, Messina appare una piccola città portuale ragionevolmente prospera, con alcuni grandi moderni palazzi di uffici, soprattutto banche, sul lungomare, e con ville graziose di media grandezza distribuite sulle colline dietro la città. L’impressione è falsa. Messina è di fatto una città morta”. È la silhouette che della città disegna Margaret Carlyle, “The Awakening of Southern Italy”, 1962. Avendoci vissuto in quegli anni per fare le scuole, non si può che testimoniarlo: era città gradevole. Che fosse morta però non si vedeva. Sarà accertato qualche anno dopo, quando la città e la gloriosa università riusciranno anche a imbruttirsi, nello squallore. La storia come freccia può andare al rovescio.

leuzzi@antiit.eu

Viene da sinistra il vento di poppa al populismo

Avviene negli Stati Uniti e avviene anche in Italia, che il vento della destra sia sospinto dalla sinistra. Che la destra vinca o marci in testa non per proposte proprie ma per le manchevolezze della sinistra.
Negli Stati Uniti il partito Democratico si avvia alle primarie per la presidenza senza una sola idea politica, solo con l’impeachment di Trump. Sapendo che verrà bocciato, dai numeri al Senato che giudica, e dai suoi stessi testimoni, funzionari o avvocati falliti o infedeli. Che l’accusa ha più probabilità di diventare un boomerang. Di un presidente discutibile rischiando di fare un martire.
In Italia non si contano, tra “la Repubblica”, ufficialmente paladina della sinistra, e la Corte Costituzionale, chiaramente confessionale, gli assist e le palle alzate per Salvini. Trasformandolo, al voto in Emilia-Romagna, da sicuro perdente in possibile vincitore. E con una politica dell’immigrazione per la quale non una mezza idea alternativa si oppone a Salvini, eccetto l’accoglienza caritativa.  
Col vento in poppa da sinistra si vede che va la destra, ora di Salvini, anche per la propensione a “strambare”, perdere la direzione.

Se la democrazia fa danni

Votano fra dieci giorni la regione più ricca e quella più povera, l’Emilia-Romagna e la Calabria (l’Emilia-Romagna non è la più ricca in termini di pil o reddito disponibile, ma è quella in cui sono più alte l’aspettativa e la qualità della vita, e migliore l’istruzione e l’innovazione). Entrambe  amministrate dalla sinistra. Ma due mondi agli antipodi.
In crescita costante l’Emilia-Romagna, in decrescita la Calabria, “la regione più povera d’Italia”, e con la peggiore qualità della vita (scuola, sanità, servizi). Non lo era a bocce ferme. Cioè nel dopoguerra, prima della Repubblica – fino agli anni 1950, prima che la Repubblica dispiegasse i suoi effetti perversi, corruzione (sottogoverno) e malavita. Lo testimoniano le statistiche storiche, e i residui borghesi o classe dirigente sparsi per l’Italia, professionali e manageriali.
Un caso, la Calabria, di democrazia che impoverisce. Un caso di studio, che nessuno studia.

Compiti in classe Sellerio

Un esercizio a rischio, la stucchevolezza del compito in classe, anche se da primi della classe. Ma qualche racconto si anima in proprio. Timm soprattutto, che si diverte in scioltezza con Tabucchi – con Pessoa – presente\assente a Lisbona.
Sellerio festeggia i cinquanta anni della sua collana madre con dieci storie dei suoi autori, a partire da Camilleri - la cui ultima storia è però rimasta incompiuta. Una raccolta di racconti su racconti. Ogni autore ha scelto un’opera della collana, e sul titolo, o sul tema, ha imbastito un racconto originale.
Manzini ha scelto Bontempelli, “La scacchiera davanti allo specchio”, un racconto per giovanissimi, su cui celebra la fine del teatro, anche lui divertendosi. Del teatro che faceva pubblico e opinione - il pubblico non manca, anzi si è moltiplicato, manca l’opinione: la critica, il peso specifico (i capi servizio spettacoli nei media fanno fatica a tenerne conto). Giménez Bartlett mette insieme Penelope Fitzgerald, “La libreria”, e la chefmania. Calaciura ha scelto Sciascia, “L’affaire Moro” – in realtà la novella “Il treno ha fischiato” di Pirandello (presenza singolarmente impalpabile nel catalogo Sellerio), di Sciascia è l’aneddoto finale, della psicosi indotta dal “terribilismo” brigatista. Alajmo rifà “Luisa Adorno”, la nuora toscana che racconta la famiglia siciliana nella quale è entrata. Molesini ha un “artista killer” alla Max Aub – anche questo basato su un fatto vero: la ricca vecchietta che lascia erede il cane. Camarrone racconta con Dovlatov, “La valigia”, la grande emigrazione sovietica verso la miseria a New York, un trasloco allo Zen di Palermo, Zona Espansione Nord - roba d’architetti, come tutto il degrado democratico, ma questo dobbiamo saperlo noi: allo Zen 2, disprezzato dallo Zen 1, “con la lapa  senza tettuccio dello zio Antonio”, la motocarrozzetta Ape. Un bozzetto, ma impertinente politicamente, un po
Decisamente impertinente Attanasio, che rievoca con Manzoni una caccia all’untore in Sicilia nel primo Ottocento. Un racconto storico alla Sciascia, con tanto di bibliografia, in aggiunta ai ringraziamenti. Ma perché l’argomento è sensibile: si tratta della “irresponsabile malafede di impreparatissimi e supponenti liberali”. La caccia all’untore è opera dei liberali siracusani del 1820-21, che per alimentare la rivolta isolana contro i Borboni di Napoli dissero la minaccia di colera opera degli stessi regnanti, tramite un agente straniero. Un girovago che proponeva il cosmorama, con la giovanissima moglie a la figlioletta. Non i soli morti linciati o lapidate della cinque giorni siracusana. La rievocazione dello scandalo precedendo con un rinfrescante con Platen, il poeta dimenticato, forse perché scelse di vivere nel Regno.
Fontana va sul filosofico, col “Dell’imperfezione” di Greimas - ma in senso ironico? si muore come si deve, di vecchiaia, inamabili, e si muore andando incontro alla felicità.  
AA.VV., Cinquanta in blu, Sellerio, pp. 378 € 15

giovedì 16 gennaio 2020

La Repubbliche cambiano, la legge è democristiana

1992, la Consulta autorizza il referendum sulla legge elettorale maggioritaria promosso da Segni. 2020, la Consulta boccia il referendum elettorale maggioritario proposto dalla Lega.
In giurisprudenza, specie costituzionale, contano i precedenti: una volta legge sempre legge. Cosa è cambiato? 
Il fatto è che non è cambiata: la Corte Costituzionale è sempre la stessa, a trent’anni, quasi, e due Repubbliche di distanza. È democristiana.
La legge è democristiana.

Secondi pensieri - 407

zeulig
Filioque – La divisione tra le due fedi cattoliche, la latina e la ortodossa, nasce dalla questione teologica, tuttora interminata, dopo dieci secoli, quasi undici, sul “Filioque” nel “Credo”, la preghiera più universale e tradizionale (mai cambiata). Se lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio – dal Padre attraverso il Figlio – oppure se procede unicamente dal Padre (monocratismo). Ma della divisione teologica è rimasto poco, le due chiese procedono separate per motivi politici: le organizzazioni patriarcali sedute sul “Filioque”. Soprattutto quella di Mosca: il patriarcato vi è saldo presidio della nazione russa.

Meticciato – “C’è sempre stato”, sostiene papa Bergoglio con Scalfari oggi su “la Repubblica”: “Si tratta di popoli che cercano in giro nel mondo luoghi e società in grado di ospitarli e addirittura di trasformarli in cittadini del paese nel quale sono arrivati. Probabilmente ad avere moglie e figli in quel paese”. Questo è probabile, ed è all’origine di molti felici incroci creoli e di altro tipo. Ma probabilmente gli indiani d’America, del Nord e del Sud, non sono stati felici di meticciarsi con i conquistatori. O le varie tribù europee con gli unni, e poi con  mongoli.
Quella del papa (del papa in sintonia con Scalfari) è probabilmente una posizione politica, sul tema oggi politico dell’immigrazione irregolare clandestina. Il meticciato è la condizione umana, giacché non esistono popoli o razze “pure”: si nasce per mescolanza di generi, e si vive per mescolanza di famiglie e di etnie. Ma il meticciato, la convivenza pacifica e perfino amorevole tra famiglie e etnie, non giustifica la conquista. Che sia coloniale e imperiale, oppure nata dal bisogno, come probabilmente era degli unni e dei mongoli. Scatta allora, e prevale nel diritto internazionale, l’autodifesa. Sempre sul piano pratico, effettuale.

Mito – Non sarebbe oggi la scienza? Santillana opinava famosamente che il mito è un primo linguaggio scientifico. Primissimo, di origine preistorica, e quindi il primo linguaggio, quando ancora l’alfabetizzazione, nonché il calcolo, erano da venire. Linguaggio scientifico in quanto era una prima elaborazione o idea del cosmo, nonché di “strumenti” di misurazione. La scienza di oggi alimenta miti, dall’intelligenza artificiale al bosone di Higgs, “il quanto di dio”.

Modernità – “Da Racine a Baudelaire, è la nascita di una modernità in cui il Male, prima che colpa, è coscienza di sé”, Carlo Ossola, “Dopo la gloria”, 60.

Poesia – Come la musica, è arte codificata e disciplinata. Dagli inizi. Fin nel mezzo o quarto di sillaba, o fiato. Oppure\eppure arte di sorpresa. Continua, rinnovabile. Per “fiati”, per biscrome e semibiscrome.

Povertà – Uscita fuori perimetro della sociologia – l’ultimo saggio è quello di Ernesto Rossi, 1945 (o forse quello di  Vincenzo Paglia, il curato di Santa Maria in Trastevere ora vescovo di Terni, 1994, aggiornato nel 2014) – dopo il boom postbellico, e quello ancora in corso della globalizzazione. Secondo gli auspici e gli indirizzi progressivi di crescita costante raccolti nel 1944 nella Dichiarazione di Filadelfia (della Ilo, International Labour Organisation dell’Onu): “La povertà, ovunque esista, costituisce un pericolo per la prosperità di tutti”.
Scomparsa in quanto non più condizione endemica o maggioritaria, ma residuale  - si veda da ultimo il “reddito di cittadinanza” governativo italiano, che non è un esercizio di sopravvivenza ma di accorgimento, e anche furberia, legale. Rientra nell’apostolato del papa Francesco, ma più come un fatto politico, a otto secoli di distanza da san Francesco - il vecchio topos della “fame nel mondo” creato da Madison Avenue, anche se senza i “bambini denutriti”. E più in  forma quasi metafisica nella lettura di Carlo Ossola, “Dopo la gloria”, del Cristo nel povero. Del povero immagine di Dio. Della povertà in senso traslato, dell’uomo nudo.
L’uomo nudo è più, o meno, rispettoso della condizione umana? Perché l’uomo dovrebbe essere povero? Di idee? Di forze? Perché indifeso? Ma allora scoraggiato… - che è la vecchia polemica anti-pauperismo.
È l’ideologia della crisi. Nel “never had it so good” – del “never had it so good”. Nel bisogno non sarebbe altra cosa? L’ottica non si rovescerebbe, come è avvenuto, nella riflessione e nella legislazione, fino a non molti decenni fa?

Jaspers ricorda (“La questione della Colpa”) che “un eminente analista” gli disse nell’estate del ‘33: “L’ascesa di Hitler è il maggior atto psicoterapeutico della storia”. Era probabilmente, per di più, un ebreo, ma questo qui non importa. “Questo uso sbagliato di psicologia, psicoterapia, psicoanalisi e il modo a esso collegato di pensare, sono un’epidemia del mondo occidentale”, spiega Jaspers, “a causa della quale innumerevoli uomini sembrano andare in rovina come esseri umani dal punto di vista esistenziale”.

La decadenza nutre pensieri tristi. Una sorta di oblomovismo spengleriano – è pure vero che occidentale è decadente, sono etimologicamente sinonimi.

Sermone – È d’improvviso genere rispettato e quasi richiesto, nel dopo-Suleimani a Teheran – rispettato e richiesto in Italia. I media compunti hanno proposto ayatollah e ministri degli ayatollah che sermoneggiano, come è loro uso. Uso della loro condizione e forse natura, essenzialmente politica, in armi. Escludono vendette e non fanno valere piani militari - che pure ogni giorno applicano implacabili - ma il popolo, le coscienze, l’umanità, le fedi, la pace.
Ce n’è bisogno - del sermone? Evidentemente sì. Ma solo su un piano esotico, come se gli ayatollah fossero fuori dai giochi politici e di guerra – mentre non sono che questo, si sa, ma questo è un altro discorso.
Altre autorità di stampo religioso che parlassero di politica negli stessi termini non sarebbero risentiti come predicatori, insopportabili?
Non è il sermone che ritorna, ma l’odio-di-sé. Perfino in forma di sermone. La voluttà della fine -  Santo Mazzarino l’ha rilevata da storico nella lunga lenta decadenza dell’impero romano. Si amano i critici nelle epoche di decadenza, quando si ha paura di guardarsi attorno.

Sessantotto – Anno fatidico perché composto da sesso, santo e due volte quattro, il numero quadrato o della perfezione?

zeulig@antiit.eu

Cartagine un mito, ma non per tutti

Una mostra bellissima. Ben disposta, ben architettata. Piena di reperti che non è altrimenti possibile vedere, inviati da Ibiza e Beirut soprattutto, e da Malta, Tunisi, Pantelleria, vari siti sardi, Ischia, Pantelleria. Illustrata da didascalie tanto semplici alla lettura quanto straordinariamente centrate e complete. Con ausili video per una volta efficaci invece che tonitruanti e imbonitori. La prima grande mostra – strano ma è così – che si organizza su Cartagine e i Fenici. Ma impossibile da vedere, a meno di molto impegno e caparbietà.
Il sito della mostra dà l’accesso a via Vecchia Salara (basilica Santi Cosma e Damiano) e invece l’accesso è al Colosseo. Nel cafarnao del Colosseo, che uno magari non vorrebbe vedere. Col biglietto (giustamente carissimo) del Colosseo. E con la coda sterminata del Colosseo. Si provi a fare il biglietto online, è praticamente impossibile – anche lo 060608 comunale per le “attività culturali” sa poco della mostra (due risponditrici su tre non sapevano nemmeno che ci fosse). Per accedere alla mostra non ci sono indicazioni, bisogna rifarsi agli addetti alla sorveglianza – molti dei quali la ignorano. La parte centrale della mostra è al secondo piano del Colosseo: un corridoio aperto, gelido. Cui si accede per una sessantina di gradini da trenta centimetri l’uno – l’ascensore è in un angolo remoto, e riservato agli invalidi.
La mostra è ideata e organizzata dalla stessa direttrice del Colosseo, Alfonsina Russo. E come è possible, una mostra per non essere vista? Per aumentare il numero degli ingressi al Colosseo - e battere infine il Louvre? Improbabile – in due ore di mostra si saranno fermate a dare un’occhiata non più di una dozzina di persone.
Per limitare i danni ci si può far bastare il corridoio dei venti del Colosseo, dove è esposto praticamente tutto. La mostra prosegue nel Foro, al tempio di Romolo e alla Rampa imperiale, ma se ne può fare a meno - nel Foro non ci sono indicazioni, e i sorveglianti ne sanno poco o niente.
Il tempio di Romolo espone reperti romani… Li espone perché trovati a Pantelleria, ma più per suonare l’inno d’ordinanza all’uguaglianza, con cui i belli-e-buoni della Repubblica si conquistano il paradiso: che Europa e Africa pari sono, nel grembo del Mediterraneo. Come no, ma non diciamolo agli africani - quante guerre non si fecero, Roma e Cartagine.   
Carthago. Il mito immortale, Parco archeologico del Colosseo, Roma

mercoledì 15 gennaio 2020

Il Nuovo Ordine di Trump

I dati confermano la bontà dell’accordo Usa-Cina dopo la piccola guerra commerciale dei dazi degli ultimi anni. Nel 2019 la Cina ha registrato un surplus nella bilancia commerciale con l’estero di 424 miliardi di dollari, abnorme come sempre, ma in aumento, in un anno di guerra dei dazi con gli Usa, di ben il 21 per cento.
Un exploit incomparabile. Anche perché ottenuto malgrado una forte diminuzione del surplus verso gli Stati Uniti, il maggiore mercato cinese, dell’8,5 per ceto a 295 miliardi. Trump aveva ragione, e la Cina con l’accordo di oggi lo riconosce.
C’è un riallineamento delle correnti di scambio e delle regole della globalizzazione, avviato da Trump come primo suo atto tre anni fa. Delle regole della Wto, organizzazione mondiale del commercio. E dell’interscambio fra Stati Uniti e Cina.
Il riallineamento tocca ora l’Europa. Che invece non attacca e non si difende.


L’Europa disunita

Indirettamente,  il Nuovo Ordine di Trump si farà anche fra Stati Uniti e Unione Europea. Indirettamente, in quanto presumere un’Europa unita, comunque in grado di decidere, è utopistico. Non ne ha le istituzioni, e anche sul piano politico le convergenze ha poche e labili.
Un punto debole è già emerso, che si aggraverà già quest’anno: non c’è più, o non ci sarà, la Wto a proteggere i vari paesi, anche piccoli, con le regole. Bisognerà procedere per trattati o accordi. Questo è uno degli aspetti per i quali la Ue si è fatta, che però latita del tutto: non solo non c’è un coordinamento delle politiche commerciali europee, ma nemmeno una tentativo o un’idea di coordinamento. Se Trump tasserà le auto tedesche, che farà la Francia, che non esporta auto negli Usa? O se bloccherà, magari per ragioni sanitarie, il prosciutto e il parmigiano, che farà la Germania?

Il mondo non va all'ora di Londra

Il principe Harry ha scelto il Canada, ma vi sarà trattato da commoner: dovrà guadagnarsi da vivere. Mentre l’Australia brucia. Anche figurativamente, non è più tempo di Commonwealth, di “anglosfera” come si recita nel vangelo della Brexit. La Gran Bretagna esce dalla Ue tra due settimane, e non ha altro dove andare. Resterà In mezzo al mare, anche in senso figurato.
Non è un’ipotesi naturalmente un futuro agropecuario, quello che ha determinato la Brexit, di una Terra di Mezzo alla Tolkien: la gran Bretagna, l’Inghilterra specialmente, è sempre stata importatrice di prodotti alimentari – e potrebbe essere peggio se l’Inghilterra resterà nell’Unione sola col Galles, senza Scozia e senza Ulster. Né si può farne una Grande Singapore, o Singapore Globale: con la finanza non si mangia, non in sessanta milioni. Tanto meno oggi che l’ordinamento globale si riassesta su base multilaterale per grandi aree, sotto la diarchia Stati Uniti-Cina.
La Gran Bretagna da sola, se resterà unita, è poco più dell’Italia: nelle stime del Fondo monetario internazionale per il 2018 ha un pil attorno ai 3 mila miliardi di dollari – l’Italia è ferma da tempo a 2.400. In termini di pil, vale un settimo o poco più degli S tati Uniti, un sesto della Cina, un quinto della Ue. Vale quanto la Francia – la Germania è una volta e mezza la Gran Bretagna.

Il silenzio è assordante fra Parigi e Berlino

Forse nascosta dalla fatuità italiana, è l’Europa che balbetta, in Libia come sull’Iran, e sul riassestamento della globalizzazione imposto da Trump. L’asse franco-tedesco che si ritiene la guida del continente di fatto non esiste, su nessuno dei tempi sul tappeto: la difesa (Libia, Ucraina, Iraq, cioè Iran), il commercio internazionale, le istituzioni.  Tra Macron e Merkel, pure grandi parlatori, è sceso il silenzio, assordante.
Macron ha consentito il governo-lampo tedesco a Bruxelles, sotto Ursula von der Leyen, salvo vedersi poi contestate e anche respingere i suoi candidati.  La sua proposta di difesa comune, la Iniziativa europea di intervento (Iei), è stata firmata da Merkel, e lì abbandonata: la Germania non vule impegni esterni, e si ritiene difesa dagli Sati Uniti, anche con Trump. Macron tassa i monopolisti Usa della rete ma vuole Huawei per il 5G, Merkel non vorrebbe.  Per non  dire della Libia, o del negoziato commerciale con Trump.

Povera madre del figlio Nobel

“Dalla beatitudine dell’orrore la beatitudine del ricordo”. Un esercizio crudo in pietas, quindi falso. Sulla madre da poco morta, cinquantenne, suicida. Una dissezione fredda: la costruzione, si sente, di un caso letterario – quarta o quinta uscita dell’allora scandalistico (avanguardistico) Handke, austriaco di campagna, in Carinzia, per maggiore effetto trapiantato a Berlino.
Il 10 aprile 1938, domenica delle Palme dei buoni cattolici austriaci, “il giubilo sembrava non conoscere confini”, all’Anschluss con la Germania hitleriana. Comincia così, con una professione antinazista, il racconto della madre morta, di quando era una ragazzetta: “«Eravamo molto eccitati», raccontava la mamma”. E non si riprenderà: è una sciocca, e perdente. Inafferrabile, una vita non vita.
Una vita che è un pretesto per divagazioni dello scrittore sperimentale – diverso. Poco significanti, non conseguenti: evocazioni. E una strana compassione, in forma di rimbrotto. Costante, perenne. In qualsiasi istante di vita di una donna che, in pochi anni, le aveva passate tutte, ragazza di campagna, Hitler, l’emigrazione, un figlio con uno sposato, Berlino nella sconfitta, che presto diventa Berlino Est, il ritorno al paesello in Austria, un marito presto trascurato, due o tre altri figli, aborti, etilismo del marito, emicranie soffocanti di lei, e botte, sue e del marito. Una storia non esemplare, e non particolare. Sociale, sociologica. Finita la lettura, uno pensa: povera donna, avere avuto un figlio scrittore, ammirato e premio Nobel, così anaffettivo – un pezzo di legno, parlante, un pinocchietto, selvatico.
La narrazione per estraniazione era, e sarà, il segno di Handke, e c’è poco da dire, può non piacere ma gli ha meritato il Nobel. Il personaggio – la madre – è ben definito e sicuramente resta nela memoria, ma per la freddezza che la circonda. Donna avventurosa, che ha lasciato ragazza la campagna per Vienna e la Germania, ha lavorato, si è sempre innamorata, anche se di uomini sbagliati, ha fatto tre o quattro figli, che ha cresciuti, e finisce preda di nevralgie indomabili. Non accudita dai figli, Handke è uno, che la ricorda senza un segno di affetto. La storia si può riassumere così, in senso buono. Ma per rispetto.
Handke è uno dei tanti austriaci grandi e grandissimi scrittori  della finis Austriae che non sono in pace con se stessi, Musil, Th. Bernhard, Jellinek, Ransmayr – Bachmann si salva tedeschizzandosi,  il compleso di colpa annegando nella storia (o nel rapporto con Celan). Nella storia impietosa della madre Handke carica il passato personale della donna, che tutto fa apparire coraggiosa, avventurosa, con quello generazionale dell’Austria. La madre persona dice del resto di aver scoperto solo poco prima che morisse, in una improvvisata estiva, quando la trova discinta sul letto: “Come in uno zoo, giaceva lì davanti a me l’abbandono animalesco fatto carne”. La madre che scopre – all’animalesco segue “l’idiozia della sua vita”- è l’effetto di questa veduta, dell’occhio del figlio.
La storia il racconto finisce per essere dell’insensibilità attorno a lei, del figlio compreso: “Temeva di perdere la ragione. In fretta, prima che fosse troppo tardi, scrisse ancora qualche lettera d’addio”. Senza risposta. È strana, ma sa scrivere lunghe lettere. Senza eco.
Peter Handke, Infelicità senza desideri, Garzanti, pp. 84 € 12

martedì 14 gennaio 2020

La coperta iraniana è corta

All’improvviso gli ayatollah si sono trovati soli, e disarmati. La politica imperiale non regge di fronte ai problemi interni - un paese di cento milioni di persone che si agitano per il pane. Dopo aver speso sui 10-12 miliardi di dollari negli ultimi otto anni per la predominio nel Medio Oriente: la guerra nello Yemen, la guerra in Siria, la dotazione annuale degli Hezbollah in Libano, la sovvenzione di Hamas, La dotazione dei famelici gruppi sciiti in Iraq. Senza contare l’isolamento.
L’appoggio di Putin, determinante in Siria, non sarà mai un’alleanza. La Russia non è un partner, se non per l’aspetto militare. Ma per questo stesso motivo è temuta a Teheran, oggi come sempre. Può essere solo un falso scopo, o una bandiera da spendere nella politica mediorientale, e nulla più. Un rapporto per ora di reciproca convenienza in Siria, che può rompersi già negli sviluppi dei piani nucleari.
Lo stesso peraltro è lo stato degli affari visto da Mosca. Putin non doterà mai Teheran della Bomba. E nella politica mediorientale punta non da ora sull’islam sunnita, il primo nemico degli ayatollah, dalla Turchia alla stessa Arabia Saudita. In Siria ha bloccato e sconfitto la sovversione animata e finanziata dall’Arabia Saudita, ma da ultimo, quando la guerra civile era in stallo, e solo come carta da visita nei riguardi degli stessi sauditi, Putin non ha nessun interesse da far valere nella stabilizzazione in corso a Damasco.
Morto Suleimani, lo stratega della guerra per procura nel “Crescente sciita”, Iraq, Siria, Libano, Bahrein, perfino in Arabia Saudita, tra gli ayatollah torna forte il partito di chi non vuole avventure. E in prospettiva anche una onorevole convivenza col Grande Satana l’America.

Putin nel pantano

All’improvviso la “presenza” russa in Libia finisce nel nulla. Col rifiuto di Haftar, ma di più se Haftar dovesse vincere, imprevedibile, incontrollabile. Come già in Siria, dove Putin ha vinto la guerra per Assad, senza beneficio. L’exploit siriano ha spalancato a Mosca le porte nel mondo arabo, ma nello stesso tempo ha caratteristicamente drizzato molte antenne - in quel mondo la politica funziona così: il successo entusiasma, e allarma.
Ha fatto presto Putin a trovarsi impantanato nel deserto, non solo in Libia: non c’è politica di grande potenza con il mondo arabo, se non per attrazioni remote. E quelle, oggi come ieri, sono occidentali: l’attrazione è dei mercati ricchi e avanzati, di finanza facile.
Putin ha seguito passo passo la decisione di Obama e Hillary Clinton di retrenchment dal Medio Oriente, rafforzata da Trump. Sostituendosi in tutti gli spazi lasciati liberi. Dapprima in Turchia, poi in Siria, da ultimo in Libia. Ha tentato approcci anche verso l’Arabia Saudita e verso Israele. Una espansione diplomatica, che non costa. Forte se necessario di forniture militari avanzate, l’unico settore in cui la Russia è concorrente paritario con gli Usa – forniture che sono in realtà un mercato chiuso, di vendite senza concorrenti, e questo suscita risentimenti più che gratitudine (succedeva pure al tempo dell’Unione Sovietica: “ i compagni russi ci sfruttano”). Ma altro non ci trova.
La “presenza nel Mediterraneo” è residuo ottocentesco. Oggi solo costoso. E sul piano economico non ci sono prospettive, a parte la vendita di armi: su petrolio e gas i due mondi sono concorrenti, mentre la tecnologia e i bond il mondo arabo trova sempre oltre Atlantico.