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martedì 22 maggio 2018

La Repubblica Felice

“Alla fine degli studi era proibito cercar lavoro presentando un curriculum in quanto chi si loda si sbroda. Si incoraggiava la disoccupazione o il sottoimpiego (impara l’arte e mettila da parte)”.
La cuccagna era già opera di U. Eco dieci anni fa, in una Repubblica Felice che sembra una premonizione. In forma di “Utoppia”, con le due p, di una “Insula Perdita”, da lui ritrovata non dice dove. Basata sul “Principio Utopico Fondamentale” che il popolo ha sempre ragione – qui ancora nelle forme proverbiali.
Una Repubblica esilarante, prima che si avverasse. C’è anche il papa en travesti: “Era difficile riconoscere i sacerdoti perché l’abito non fa il monaco e questi uomini di Dio viaggiavano sempre sotto mentite spoglie”. In festa continua: “Si lavorava pochissimo, perché a ogni santo la sua festa, e pertanto esistevano 365 giorni giorni festivi all’anno”.
Non finirà bene: “Dopo pochi mesi dallo stabilimento di questa Repubblica Felice, ci si era resi accorti di come il Principio Utopico rendesse difficile la vita quotidiana”. In crisi l’agricoltura - “quando la pera è matura cade da sola”. E la falegnameria - “convinti che chiodo scaccia chiodo, si martellava senza costrutto”. Difficile la circolazione stradale, “assunto che chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non quel che trova”. In conclusione, dopo pochi giorni: “Il Legislatore, pensava che da cosa nascesse cosa, ma dal frutto si conosce l’albero e tutti i nodi vengono al pettine”.
La fine è malinconica, quanto l’avvio è stato trionfale: la Repubblica Felice del senno popolare è presto estinta, col “senno di poi” – “Averlo saputo prima che ogni legno ha il suo tarlo e ogni medaglia il suo rovescio”.
La profezia di Eco è una “recensione spuria” pubblicata in “Almanacco del bibliofilo”, 2007, sotto il titolo “Paese che va usanza che trovi” – ora in “Costruire il nemico”.

Problemi di base regali - 420

spock

È Meghan più nera o più bianca?

È più attrice o più innamorata?

Il brutto anatroccolo è Meghan o Harry?

Le  dame nere indossavano i cappellini della Regina, ma la Regina non cantava il gospel: è un incontro di culture?

Uno su due ha seguito in tv il matrimonio di Meghan, come uno su due ha votato Di Maio o Savini: c’è rapporto?

“L’altruismo è un altro modo di essere egoisti” (P.Sorrentino)?

“Il massimo bene è un nulla” (Calderon de la Barca)?

spock@antiit.eu

D’Annunzio per dannunziani

Una cosa Boulenger dice che oggi sembra nuova: “Ho sempre sussultato ascoltando Gabriele d'Annunzio parlare dell’Italia. Non è solo figlio ma anche amante del suo paese; e una bruciante e concentrata tenerezza sprizza da tutti i suoi pori”. Per il resto niente di che: noterelle di un secolo fa, di nessun interesse, nemmeno di curiosità. Ma si vede che D’Annunzio tira.
Molta Venezia, dove Boulenger si reca a incontrare D’Annzio in guerra – ma al Lido. Molto di maniera. E poi nella preparazione di Fiume, con le inevitabili “poesia del cielo e della terra”, e “l’arte che si fa azione”, insieme con l‘ ardore religioso, linfa di gioventù”, e “uno straordinario creatore di energia e bellezza”. Roba del genere: “Nel pieno del XX secolo, avevamo avuto la possibilità di vivere in una sorta di città santa delirante per la parola del suo profeta. Assistevamo a un’esaltazione mai vista, una vera frenesia patriottica di un intero popolo, cui ogni giorno il suo capo offriva il conforto dell’anima, l’aiuto morale, il viatico, si potrebbe quasi dire la comunione, in discorsi sempre nuovi, pronunciati in piazza o sul campo di addestramento, su una scalinata di un edificio o sul balcone del Palazzo”.
Dopo Venezia e Fiume Boulenger, che la Treccani dice “uomo sportivo, uno dei primi a introdurre lo sport in letteratura”, si fece un Ardito del Vate per il resto dei suoi anni. A Gardone D’Annuzio si fa trovare profumiere. E al francese che se ne stupisce spiega che disegna anche stoffe e vestiti: “Come si può parlare di frivolezza quando si tratta di ingentilire la vita?” D’Annunzio non era scienziato, e questo solo gli mancò. Per il genio universale.
La riedizione è a cura di Alex Pietrantoni, con una introduzione di Giordano Bruno Guerri.
Marcel Boulenger, Chez D’Annunzio, Odoya, pp. 150, ill. € 14

lunedì 21 maggio 2018

Il mondo com'è (342)

astolfo

Arabia Saudita – È - e resta malgrado le riforme - al centro dell’irredentismo o nazionalismo islamico. Non solo perché lo ha finanziato e finanzia. Ma per la sua stessa conformazione tribale, che ne configura l’isolamento e l’ostilità. L’islam in Arabia Saudita, che ne è il Luogo Santo per eccellenza, dà forte il senso di essere imploso, chiuso, irrancidito. Altrove è garbato, talvolta lezioso, sempre modesto. In Arabia Saudita, dove è stata fino a recente l’unica ragione di vita, prima del boom petrolifero, sembra acuirsi una sua intima schizofrenia. Che viene detta complesso d’inferiorità, con tutta l’acredine che questo comporta, nei confronti dell’Occidente dominatore, ritenuto solo più fortunato, ma la cui natura sembra diversa: è il rifiuto del mondo e insieme il desiderio di cavalcarlo, più accentuati entrambi che nel cristianesimo - l’Occidente, da cui gli arabi hanno ripreso tutto quello che non avevano o avevano perduto, la poesia e una qualche gioia di vivere, il sogno, la magia, il delirio, la filosofia, è semmai loro parte integrante.
Succede alle società tribali all’ora delle nazioni. Tanto più quando si erigono a difesa della tradizione, mentre solo coltivano l’esclusione, dell’infedele come di ogni altra tribù. Con cattiveria, con ferocia anche, il confine ravvicinato rende l’insicurezza permanente.

Bermuda, conferenza delle – Poco nota conferenza anglo-americana del 1943, che sancì una sorta di non intervento nelle politiche tedesche di sterminio. Fu ufficialmente una Conferenza sui Rifugiati. Organizzata dal Foreign Office britannico, sulla base di una proposta avanzata il 20 gennaio, a partire dal 19 aprile, con l’intento di coinvolgere gli Stati Uniti sul problema dei profughi dalla Germania e dai paesi occupati. I lavori si prolungarono fino al 30 aprile, chiudendosi con un nulla di fatto. Fu una conferenza governativa bilaterale, cui gli Usa parteciparono con una delegazione capeggiata dal presidente di Princeton, Harold Doss, e la Gran Bretagna con un sottosegretario agli Esteri, Richard Law. Le organizzazioni sioniste presentarono documenti e richieste. Ma furono ignorate. In realtà Stati Uniti e Gran Bretagna alla conferenza solo si occuparono di collaudare gli scambi di informazioni sulle proprie politiche e sui rispettivi rifugiati politici.

Lev Gumilëv – Figlio di Anna Achmatova, finì presto in Siberia, nel 1946. Vittima della relazione che la madre poco meno che sessantenne aveva allacciato a Mosca con Isaiah Berlin, tornato nella Mosca che aveva lasciato da ragazzo come giovane (trentacinquenne) diplomatico inglese, in realtà come spia -  le frequentazioni di Berlin inguaiarono anche Pasternak e Sacharov (ai vent’anni Achmatova, a Parigi in viaggio di nozze con Nikolaj Gumilëv, poeta, gli aveva preferito per più di una notte Modigliani, pittore fantasioso e latino). In realtà Gumilëv era già stato confinato, per via del padre e della madre – in totale si fece quattordici anni di Siberia. Ma ritornato a Mosca da quest’ultimo confino sarebbe diventato un teorico del nazionalismo russo, oggi caro a Putin. Nei suoi due aspetti, dell’Eurasia, e della Russia come polo d’attrazione etno-geografico.
Sui due temi Gumilëv aveva vedute storico-culturali più che politiche. Specie sull’Eurasia, che configurava come una funzione attiva, per dare senso storico a latitudini semidesertiche, ritenute senza storia. Sull’etnicità, di cui è il teorico, finiva invece per confluire nel nazionalismo panrusso. L’etnogenesi distingueva in ethnoi bene individuati, gruppi etnici distinti, e in suerethnoi, formazioni che superano le differenze etniche per comunanza di linguaggi, passionalità, e carisma. Del carisma elaborò una delle prime definizioni, come identificazione in un capo. Come moto dal basso verso l’alto, più che imposto dall’alto. Il carisma legandosi alla passionalità, la forma attiva di esercizio del carisma stesso, la costituzione di un superethnos si fa attorno a un capo.

Olocausto – A lungo non fu parte della guerra – e dopo la guerra della storia. L’obbrobrio del nemico è parte della guerra, e a un certo punto la resa incondizionata e la colpa collettiva emersero. Non lo sterminio, che pure si sapeva, non c’era bisogno d’inventarlo o simularlo. Jan Karski lo denunciò subito: il 10-12 agosto del ’42. Witold Pilecki, un ufficiale polacco della Resistenza, ne diede testimonianza scritta, e Karski fuoriuscito diligente ne fece parte ai capi religiosi e politici in Occidente. Il governo polacco in esilio già ne aveva dato prove. La resistenza polacca lo documentò nuovamente a ottobre del ’42. Le Nazioni Unite lo dettagliarono a dicembre. Il “New York Times” ne aveva riferito il 30 giugno e il 2 luglio. Nell’autunno del ‘42 c’erano state le prime condanne dei persecutori. L’eccidio degli ebrei fu insomma un segreto alla Poe, bene in vista.
Nelly Sachs sapeva nell’esilio a Stoccolma, nel ‘43, quando scrisse “il tuo corpo è fumo nell’aria”, l’epicedio per il “fidanzato morto”, il giovane che mai la amò. Malaparte, ospite gradito a Varsavia del “Re tedesco di Polonia” Hans Frank, lo diceva e lo scrisse nel ‘43, degli ebrei morti in massa, nel ghetto e fuori, per fame, impiccagione, mitra, dei vagoni piombati, delle ragazze ristrette nei postriboli. A fine ‘43 circolava in Svizzera un “Manuale del maggiore polacco”: uno studente di medicina, Jerzy Tabeau, evaso da Auschwitz, che vi stimava in mezzo milione gli ebrei già eliminati nei lager. Ma la consegna era del silenzio: i russi, che liberano Auschwitz a gennaio del ’45, ne parlano a maggio, senza menzionare gli ebrei.
Il disprezzo dell’ebreo era in Germania un fatto, prima di Hitler. Le bor-ghesie degli affari e dell’intelligenza erano in Germania antisemite. Non neutre, erano ostili: gli ebrei avevano il torto d’imitarle, invece di starse-ne tra gli stracci nel ghetto. E le masse: “Sì, parla bene, l’ebreo!”, dicevano gli operai nel ‘19 e gli altri compagni proletari di Werner Scholem, che era il loro candidato al Bundestag. Lo stesso Heidegger, i critici gli fanno torto: non è un democratico, ma pochi tedeschi lo sono – si pensi al socialismo tedesco. È colpevole nella misura in cui tutti i tedeschi sape-vano e dicono di non aver saputo. Il “Deutschland erwache!”, “Germania sveglia!” di Dietrich Eckhart, l’“amico paterno” del Mein Kampf, appuntato sui labari nazisti, era seguito da “Jude verrecke!”, crepi l’ebreo.

Wewelsburg – Fra le tante ricostruzioni più o meno veritiere degli influssi misterici sul nazismo, il castello di Wewelsburg rappresenta un dato sicuro, avendone dato conto in più punti Himmler nei cosiddetti “Diari” - specie alle pp. 188-89 dell’edizione italiana. Così come sonoc erte le propensioni misterico-mitiche dello stesso Himmler, uno dei maggiori collaboratori di Hitler, e a un certo punto quello con più poteri, di maggiore fiducia.
A Wewelsburg presso Paderborn, l’accampamento di Carlo Magno, Himmler teneva riunioni esoteriche. Jünger vi ha partecipato: inviarono Ernst Schäffer a cercare il Graal a Montségur, vicino Lourdes, e dal Dalai Lama.

astolfo@antiit.eu

Quel Proust è Debenedetti

“Un altro” nel senso di ancora uno, l’ennesimo. Ma il volumetto si segnala per l’introduzione di Eleonora Marangoni, l’autrice di “Proust. I colori del tempo”. Che finalmente fa uscire Debenedetti dall’indistinzione professorale. Con i ricordi familiari, di Water Pedula, di Moravia e di altri. Debenedetti figura scopritore di Proust in Italia, nel 1925. È inesatto: Corrado Alvaro lo aveva preceduto, traducendolo, e Lucio d’Ambra scrivendone. Ma è sicuramente il sistematore critico della “Recherche”, su cui non cessò di riflettere e di scrivere. Fino al lungo e denso “Rileggere Proust”, del 1946, pubblicato postumo in una raccolta di saggi proustiani con questo titolo. Marangoni e Sellerio ripescano qui la “Radiorecita su «Jean Santeuil», il primo incompiuto tentativo di romanzo di Proust, di cui si è appena pubblicata una nuova traduzione. Trasmessa dal Terzo Programma Rai l’1 ottobre 1952, stampata da Macchia col titolo “Radiorecita su Marcel Proust”.  Articolata per tre voci, una donna, il pubblico e un critico.
Debenedetti stesso era perplesso, presentando la pubblicazione, sull’opportunità di stampare un radiodramma – dove “le parole volano”. Ma, curiosamente, la pièce funziona come rappresentazione della critica, del mestiere di critico, più che di Proust: come si formano i giudizi. Del “Santeuil” si parla pochissimo, giusto per dire che Proust coltivava “il” romanzo da giovane.  
Giacomo Debenedetti, Un altro Proust, Sellerio, pp. 122 € 10

domenica 20 maggio 2018

Secondi pensieri - 346

zeulig

Civiltà – Si interpreta –propone come resa, all’insegna del compromesso. E della superiorità morale: la superiorità consistendo nell’accettare le condizioni esterne, i “diritti degli altri”. Sotto l’insegna del rifiuto dell’etnocentrismo. Luogo di mite rassegnazione e generosa disponibilità. E  del dialogo, in forma di confronto ma più di meticciato, di mescolanza.  Dopo una lunga storia in cui è stata conquista e resistenza.
Il rifiuto dell’etnocentrismo, la pretesa al suo rifiuto, è esso stesso etnocentrico – non condiviso,  non nei grandi numeri e non fuori dell’opportunismo. Ma in forma mediata, attraverso una cattiva conoscenza o memoria. Della storia e dei fini ultimi, a partire dalla sopravvivenza. Pretestuoso peraltro nella forma del non-scontro di civiltà. Con l’Occidente che si pretende fronte e luogo di pace, e quasi di non-violenza. E lo stesso l’islam.

Fake news – È di oggi ma viene da lontano: il Novecento è stato il secolo della falsificazione. Della storia, delle idee. Fino alla “falsificazione della falsificazione”. Per il fine che giustifica i mezzi – per l’ideale. Che però non si dice – il cinismo si imputa a Machiavelli, e questo basta. Ora siamo alla falsificazione esibita, e quasi propagandata. 
Si prenda la contesa con l’islam, di cui è il turno ora, nella contesa millenaria, di invadere l’Europa. L’islam – falso su falso – contesta come “cristiani” e anzi “crociati” europei che per lo più sono laici e atei.

Intellettuale – Categoria e persona da “chi l’ha visto”, sparita all’improvviso dacché era dominante, e in cattedra. È forse una chimera – l’intellettuale della “Repubblica” di Platone, il buon governante, per la forza delle idee-ideali. Ma non è mai stata attiva in democrazia. Nell’ambito delle politiche culturali sovietiche sì, del Comintern e del Cominform - per l’abilità anche propagandistica di Willi Münzenberg, che li organizzava.
È categoria più in auge in regimi politici monocratici, o oligopolistici. È categoria tipicamente, anche quando è critica, ancillare al potere.
Idealizzata nell’egemonia di Gramsci, è figura che invece conclude direttamente al populismo. A quello odierno, democratico (elettorale) e non fascistoide (squadracce): porta fatalmente al disincanto. E più quando si esercita liberamente, come funzione critica – ma nel caso italiano per volontà settaria di distruzione, di pregiudizio: si veda il coronamento di Rodotà come nume santo di Grillo.

È più spesso, anzi prevalentemente, esecutore – il “lacchè” del Cominform – e vittima. Della propaganda. Si vuole l’intellettualità – l’egemonia intellettuale – antagonista al populismo, in tutte le sue forme, anche quelle addomesticate del voto elettorale, e invece ne è la precondizione: la critica senza soluzione è eversiva. L’“egemonia” gramsciana in Italia, che per lunghi anni si è esercitata dentro il partito Comunista, ha condotto alla disintegrazione di ogni forma politica, con la cosiddetta “questione morale” a carico dei partiti (il Pci escluso….), e la riduzione della politica e delle istituzioni a “casta”, senza equilibrio critico. Salvo sposare acriticamente ogni ideologia vincente, da ultimo il liberismo.

Maturità – È l’afflizione a un certo punto di Jünger: “Ho trenta anni, ho fatto l’università, e non ho sostenuto la maturità”. Proprio così.  Non: “Sono stato bocciato”. Ma: “Non ho sostenuto”. E non licenza liceale ma maturità.
È un sogno “legato alla morte”, dice Jünger: “È il sogno delle vergini stolte, del cattivo pater familias, dell’uomo che ha sotterrato il suo talento”.
È sogno ricorrente, diffuso, cercare l’introvabile diploma di maturità, che una qualche autorità abbia richiesto, col dubbio serpeggiante che esso non esista, che l’esame non sia stato passato, anzi forse neppure dato, pur avendolo preparato, con impegno, che gli esiti successivi, l’università, la laurea eccetera, siano falsati in partenza, l’occupazione abusiva. Ma allora nel senso opposto a quello che gli dà Jünger: della maturità non raggiunta ma non per mancanza di applicazione, malgrado l’applicazione. Della maturità sfuggente, forse impossibile. L’inadeguatezza individuale di cui la psicoanalisi fa ora spreco si può dire della condizione umana.

Morte – È privativa, retrattile, nel suicidio, tanto più in quello assistito – anonimo, nascosto. È invece vocazione vitalista nell’ideologia “di destra”, o dell’esperienza, di qualsiasi esperienza. Che si fa – si  fatta quando c’era, nel Novecento - alfiera di morte, negli inni, nei nomi. Ma opera di vitalisti che se la spassa(va)no, inclusi Evola, il Tercio e Heidegger. La morte propugnando come sacrificio nobile o esperienza unica, tanto è inevitabile. Una medaglia, ma anche un corroborante.

Solo la morte è infaticabile, lo stesso istinto a procreare si stanca.

Padre – I padri nessuno se li fila. Tutto quello che fanno o dicono è dovuto e scontato, a meno che non sia da censurare. In epoca femminista e anche prima. Il loro posto è vuoto sulla sedia, anche quando ci poggiano il loro sedere. Sono una presenza dovuta, un fatto espediente. Ma poi i figli, e le figlie, sono come i padri li hanno fatti – naturali e non.

Riti – Si creano? Un Ritual Design Lab nella Silicon Valley, di designer “interattivi”, propone “rituali secolari”. Per organizzazioni o anche persone singole. Ha già un campionario, per le scelte  degli utenti. Ma lavora anche su commissione, in dialogo-…. con i clienti. Sono un linguaggio, sintetico. E anche istantaneo, dunque. Sono marchi.

Saggezza – Si dissolve nel momento in cui si condensa – è il meccanismo della “filosofia perenne” (a Heidegger non bastano 120 volumi di 500 pagine, più una dozzina di “Quadern neri”, e chissà quanta corrispondenza in arrivo, per definire un solo concetto).
L’indefinitezza è di tutti i concetti ideali, che sono mete retrograde – della felicità, della verità, del bene e del male. Ma nel caso della saggezza è soggetta a cornici contestuali. Che, nel mentre che la oggettivizzano – contornano, delimitano - in modo soddisfacente, la storicizzano, su presupposti variabili. Si vedano le raccolte di numerose saggezze di Schopenhauer, sull’amore, la f elicità etc., tratte dai “Supplementi” al “Mondo come volontà e rappresentazione” o ai “Parerga”, rispetto alla loro “fondazione” in Platone, in contesti non (immediatamente) storici. .

Storia – “Sterminio di oche”, Montale.

zeulig@antiit.eu

Non c’è Natale a Nazareth

Un film sommesso, sulla traccia del cinema iraniano. Nei dialoghi e le circostanze. Che sono una sola:  l’invito al matrimonio recapitato dal padre e dal fratello della sposa a parenti e amici. Un’occasione per incontrare tipologie umane e situazioni diverse,  seppure ordinarie. Recuperando linguaggi in via di sparizione, per anacoluti, sintesi, pause, silenzi. In una Nazareth in antifrasi col senso comune, cristiano, del luogo. Sono i giorni di Natale, ma polverosi e anonimi, se non per qualche Babbo Natale di pezza e un paio di alberelli di plastica dimenticati in salottino. In una città che è l’esatto opposto della memoria evangelica: palazzoni, ingorghi, liti per il traffico, sporcizia. Uno spettacolo di rassegnazione. Tra interlocutori quasi tutti in età.
Una prova di bravura: un film sul niente pieno di suggestioni. Compresa, sotto la rassegnazione, e per quanto stinta, una forte resistenza. Non detta ma incolmabile: non c’è amalgama con l’occupante. Che culmina nel dialogo finale tra il padre e il figlio: il padre lavora sotto l’occupazione, il figlio la rifiuta, ma il padre è rimasto a Nazareth, il figlio ha studiato e lavora in Italia. “I giovani vanno via”, è la constatazione del padre, e questo, intende, risolverà la questione. Il film, premiato dappertutto in Europa, in Italia a Roma e Firenze, è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero, ma non è stato ammesso in concorso.
È il terzo film in dieci anni della quarantenne regista palestinese – anche i precedenti hanno avuto lo stesso percorso agli Oscar. Tutt’e tre ambientati nei luoghi di origine, con lo stesso tema: il ritorno di una persona espatriata per studio, che non si trova  a suo agio sotto l’occupazione, e tuttavia non si vede estraneo – non trova tanto sconforto quanto voglia di essere. Un’esperienza che Jacir personalmente ha vissuto dopo gli studi in Europa e negli Usa, salvo essere espulsa dal governo israeliano dopo il primo film - e poi riammessa. Tutt’e tre innestati su aneddoti autobiografici. Wajid, dovere, l’usanza tra gli arabi cristiani che il matrimonio della figlia sia annunciato a parenti e amici personalmente dal padre e dal fratello maggiore, è stata vissuta dalla regista per il suo matrimonio: cinque giorni di partecipazioni, tra decine di caffé e liquorini - a cui lei però ha preteso di partecipare.
Annemarie Jacir, Wajib – Invito al matrimonio

sabato 19 maggio 2018

America Latina autoviolenta

Il Venezuela va a votare. È un paese impoverito e anzi affamato, ma non può votare che Maduro, che lo ha impoverito e affamato. C’è qualcosa che non funziona nel dna delle popolazioni latino-americane, dal Messico all’Argentina. Paesi tutti che hanno dei problemi, e non li risolvono, anzi li peggiorano.
Sono paesi come gli altri, terre di problemi e opportunità. Ampiamente europeizzati, quindi legati al mondo più ricco, fino a qualche tempo fa, e più “progredito” - civile, democratico, progredito. Alcuni sono parte dei Bric, quelli che stanno per farcela, a entrare nel gruppo dei paesi economicamente forti, a giungere a un reddito pro capite nella media dei paesi industrializzati. Prima l’Argentina, poi il Cile e il Brasile, ora il Perù. Ma senza un tessuto connettivo stabile.
Delle 50 città più violente al mondo, 42 sono in America Latina – 17 nel solo Brasile, 12 in Messico 5 in Venezuela, 3 in Colombia, 2 in Honduras, 1 in Guatemala e El Salvador – più la Giamaica. Si uccide per droga, per mafia, per la politica, e anche per niente. Con tassi altissimi, dal 5 all’11 per mille abitanti. La celebre Acapulco in Messico è la terza città al mondo per densità di assassinii, 107 per ogni 100 mila abitanti. La violencia si è perfino predicata in chiesa, seppure a fini “rivoluzionari”.
Non solo il Venezuela, o Cuba, o il Nicaragua non possono avere un governo liberamente eletto. In Brasile, sotto le apparenze, è la stessa cosa: i presidenti eletti vengono regolarmente rimossi, a favore di questo o quell’interesse. Mentre in Messico “regna” da sempre lo stesso partito, solo di nome Repubblicano. Il Perù non ha più da quasi cinquant’anni un presidente che non sia finito in prigione – dismessa la carica. Il Guatemala (ha già un comico a capo del governo) o la Bolivia non si governano meglio.
Della corruzione è vano parlare, tanto è diffusa.
Usava incolpare la “conquista”. Ma è un evento remoto. E dunque? Il sangue non c’entra, il razzismo non ha basi. Ma la razza c’è, è un dato: i popoli sono diversi. Per linguaggio o mentalità -  accumulo storico socializzato. Che ha evidenti riflessi nella fisiologia: emozioni, passioni, riflessi condizionati.  

La rivoluzione di Jünger rosso-bruna

Tre anni di scritture non decisive, rispetto ai sette anni del primo volume della accolta, 1919-1925. Ma molto produttivi, e prodromi al “Lavoratore”, l’identikit dell’uomo del Novecento – e anche del Millennio, finora – che chiuderà la decade.
Jünger è come lo dice Quirino Principe nella nota introduttiva: “Dotato del particolare eroismo intellettuale che sa e vuole schivare la mentitrice dialettica tra «tipo reazionario» e «tipo rivoluzionario» (tra «destra» e «sinistra» culturale), sospinto dal suo destino individuale verso la forma dell’Anarca, e destinato ad essere, anche in una guerra futura, il più disarmato degli eroi”. Anche se poi non lo è: è inerme, ma ben di destra, nazionalista e gerarchico.
In questi scritti, successivi a quelli della smobilitazione, della guerra, è critico costante delle forme politiche che la Repubblica va assumendo. Nazionalista a ogni passo, anche se cerca un “nuovo” nazionalismo, non solo militare. E una forma politica che sarà detta della Rivoluzione Conservatrice. Ma ben per uno “Stato nazionale, sociale, armato e gerarchicamente articolato”. Tra il bolscevismo, “misterioso dispiegamento di un nuovo sentimento universale a Est”, e “un nazionalismo rivoluzionario degli strati lavoratori e dell’intellighenzia”. Legati “misteriosamente”: “Viviamo il curioso paradosso di un bolscevismo nazionale e di un fascismo che ambisce scavalcare i confini tra le nazioni”. Un fatto “divertente” se si sa “pensare rinunciando ai pregiudizi”. Ma non strano: “Al di sotto della loro superficie si muove una grande forza comune”.
La Germania di Weimar Jünger vuole in concorrenza con l’Est – non è mai questione dell’Ovest, che resta il Nemico: “Dopo una chiarificazione attraverso la battaglia e dopo l’esclusione di quanto è assolutamente teoretico, utopico e inabile alla vita, verranno a costituirsi fronti comuni più ampi di quanto si possa finora immaginare”. Un fronte comune anti-occidentale, restando “orientato in senso nazionale, militaristico e imperialistico”. Il socialismo è “un importante campo del nostro pensiero”. Da qui la “fondazione del partito Nazionalsocialista, sorto per una profonda esigenza” – anche se ha già fatto “una mossa sbagliata  che ha prodotto un inspiegabile errore della Storia” (il putsch fallito).
Sono gli ultimi echi dell’ambivalenza rosso-bruna nel persistente tema nazionalistico-rivoluzionario della Germania di Weimar. Il nazionalismo, invece, sarà tema duraturo.  
“Privo della retorica bellicosa” dice Jünger Carlo Fruttero, ed è vero, è la sua specificità. Non odia il peggior nemico. Nel libro-rivelazione, “Nelle tempeste d’acciaio”, e dopo. Che però è vano angelicare: “Quanto meglio si osserva, tanto più si finisce per credere al comando misterioso e preveggente di una grandiosa  ragione biologica. È l’imperturbata forza vitale a costituire il vero spirito del popolo tedesco che sempre torna a manifestarsi… La nostra vita attuale è la prosecuzione della guerra con altri mezzi”. Per nulla pacifista: “Davvero siamo nati in una generazione di combattenti e la parola pace ha perso per noi il suo senso come pure – vorrei anche aggiungere – il suo fascino”.
Un gruppo di scritti curiosamente – effetto della datazione? – in antitesi col primo volume della raccolta, degli anni successivi alla guerra. Che si articolavano perfino in senso liberale. Di uno comunque non corrivo al revanscismo dominante e anzi saldo in uno sguardo pacifico sul mondo. L’effetto sconfitta si era già dissolto.
Ernst Jünger, Scritti politici e di guerra 1919-1933. Vol. II, 1926-1928, Libreria Editrice Goriziana, pp. 351 € 21

venerdì 18 maggio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (363)

Giuseppe Leuzzi

Primo Levi al Sud
A proposito delle “contine”, il sorteggio attraverso la conta che presiede(va) ai giochi infantili, Primo Levi le trova, nel repertorio “Children’s Games” di Iona e Roger Opie, “diffuse in tutto l’impero britannico” ma di origine non inglese ma gallese, e derivate dalla “serie dei numerali, probabilmente preceltica, che usavano in tempi remoti i mandriani del Galles unicamente per contare i capi di bestiame” (“L’internazionale dei bambini”, un articolo poi confluito nella raccolta “L’altrui mestiere”). E aggiunge: “A quanto pare, usavano quella, e non la numerazione ordinaria, a scopo apotropaico, affinché cioè gli spiriti del male non comprendessero”, e magari sottraessero “qualche bestia, per furto o malattia”.
Bidussa, Belpoliti, Federico Pianzola, Angela Di Fazio, Enrico Mattioda,  un po’ tutti gli innumerevoli studiosi che ne analizzano l’opera, sono attratti dai riferimenti in Primo Levi a questa funzione che si attribuisce a oggetti o formule di tenere a bada gli spiriti del male invidiosi. Altrove Levi ricorda che per vent’anni sulla porta d’ingresso della casa della vita, dei genitori prima e poi sua, insieme a un ferro di cavallo a scopo notoriamente apotropaico trovato dallo zio Corrado, ha penzolato da un chiodo una grossa chiave “di cui tutti avevano dimenticato la destinazione ma che nessuno osava gettare via”.
Da ultimo, scrivendo grato a Einaudi nel gennaio 1987, poco prima quindi del suicidio, che aveva manifestato l’intenzione di ristampare la raccolta “Vizio di forma”, cui Levi temeva ma era stata la meno fortunata di tutte le sue opere, spiegava scherzoso: “Quanto a «Ottima è l’acqua»”, un racconto fantascientifico della raccolta, “poco dopo la sua pubblicazione lo «Scientific American» ha riportato la notizia, di fonte sovietica, di una «poliacqua» viscosa e tossica, simile per molti versi a quella da me anticipata: per fortuna di tutti, le esperienze relative si sono dimostrate non riproducibili e tutto è finito in fumo. Mi lusinga il pensiero che questa mia lugubre invenzione abbia avuto un effetto retroattivo e apotropaico” – e continuava: “Si rassicuri quindi il lettore: l’acqua, magari inquinata, non diventerà mai viscosa, e tutti i mari conserveranno le loro onde”.
Nella cultura magno greca il riferimento non sarebbe stato una bizzarria – la cosa e il senso, se non la parola. Non lo è per Primo Levi, perché era persona colta, che apprezzava cioè la cultura e si coltivava. Lo è nell’Italia contemporanea, leghista di fatto prima che nel voto a Salvini.
Primo Levi il Sud lo pensava come “noi”. Nei racconti della prigionia e dell’odissea postbellica, in cui ha sempre gente del Sud come di un qualsiasi altro posto dell’Italia, e nelle divagazioni. Benché testimone dell’invasione di Torino da parte dei cafoni – un’invasione ben più problematica di quella dei “migranti” oggi. Mai una nota di sofferenza, eppure scrisse tanto, e di tutto, perché non ne soffriva. 
Nella stessa “Internazionale dei bambini” s’interroga sull’origine della parola “marsa!” con cui fino ai primi del Novecento in Piemonte i ragazzi chiedevano una pausa o la fine del gioco. Proponeva questa soluzione: “«Marsa», in arabo, è il porto, d’onde Marsala, Marsa Matruh e altri toponimi; è probabile che valga anche «riparo, asilo». Se così è, continuava, è un segnale che viene dal Sud. E si rivolgeva ai vecchi: “Per accertarlo, bisognerebbe che gli anziani che nell’infanzia hanno giocato a rimpiattino in Sicilia si sforzassero di ricordare come si chiedeva tregua al loro tempo e al loro paese. Li prego di farlo” – l’articolo si pubblicava su “La Stampa”.
Non ebbe risposta, ma non per altro - e questo è l’altro aspetto della storia: è che al Sud non si legge, non i vecchi e nemmeno i giovani loro nipoti, nemmeno Primo Levi.  

Inter-Lazio 2-0
È già tutto scritto? Nelle intenzioni sì, non c’è partita tra Lazio e Inter, che domani si giocano la Champions, l’accesso alla Champions – un passaggio di molti milioni.
Dovendo battere la Lazio all’ultimo goal, l’Inter mette sotto contratto il miglior difensore della squadra romana e deposita il contratto. È lo “stile ambrosiano”. A cui si piegano i regolamenti federali – si può comprare un calciatore del prossimo avversario che si vuole indebolire, comprarlo in corso d’opera, alla vigilia di una partita “decisiva”.
L’Inter lo ha già fatto, sempre con la Lazio, col calciatore Pandev, nel 2010. L’Inter, che allora dominava la Lega, aveva trattato due calciatori della Lazio, Ledesma e Pandev.  Quando la Lazio protestò, Ledesma non interessava più al club milanese, e la Lega Calcio lo lasciò alla Lazio. Lo stesso collegio arbitrale della Lega che invece decretava il passaggio gratuito di Pandev all’Inter. Perché Pandev serviva all’Inter per fare finalmente i gol.  Milano ha sempre ragione.

Milano città del pizzo
Milano piange Ligresti in morte, che non ha mai sopportato: Milano non ha cessato di attaccarlo in tutti i modi, sui giornali ambrosiani e in Procura: per essere socialista, e socialista di Craxi, oppure fascista, o democristiano, o curiale (la curia a Milano è grande proprietaria di aree), per essere un costruttore, oppure solo un venditore, per essere un giocatore d’azzardo, oppure solo uno fortunato, e raccomandato sempre, anche se a chi non si dice. Eccetto che sul lato sessuale, la Procura di Milano compiacente e le forze di polizia non hanno avuto requie contro il costruttore siciliano: il partito degli immobiliaristi è nutrito  e specialmente avido nella capitale morale d’Italia. Prima di Berlusconi Ligresti è stato quello con più visite intimidatorie della Finanza e dei Carabinieri.
Da Virgillito a Ligresti, non c’è stato siciliano che abbia fatto fortuna stabile a Milano nel dopoguerra – prima non vi si avventuravano. Neanche Cuccia, tutto sommato, benché siciliano solo a metà. E compresi i cavalieri del Lavoro catanesi, che arrivati nella Padania hanno perso tutto, rischiando perfino di passare per mafiosi.
Diverso il caso dei (pochi) imprenditori calabresi e napoletani che prosperano indisturbati. Si sono coperti associandosi a milanesi.
Milano è indubbiamente terra di opportunità - produce ricchezza. Ma vuole il pizzo.

La mafia dell’antimafia
Questo Montante sarà un mafioso e un corruttore, un mefistofele, un delinquente pericolosissimo. Ma le accuse, su “la Repubblica-Palermo” da quattro anni specialmente insistenti, e ora di Bianconi sul “Corriere della sera”, sembrano un copione comico:
“Montante protetto dai boss mafiosi”, senza dire chi, né come né quando – basta la parola. Il lavoro di cinque anni di una Procura che si occupa solo di lui, di questo signore. Di cui, non essendo riuscita in questi anni a dimostrare la mafiosità, il primo capo d’accusa, ora vuole l’anatema e l’ostracismo per spionaggio. 
Questa è la storia. Antonello Montante, industriale della bici e animatore dell’antimafia confindustriale,  in Sicilia e a Roma, quattro anni fa è stato imputato di associazione  mafiosa. Ora, caduta l’associazione, è imputato di ostacolo alle indagini. Doveva accettare l’imputazione?
Montante, animatore del Pd siciliano, e a questo titolo immortalato anche da Camilleri in un racconto, animatore della giunta Crocetta di sinistra, in carica fino a tutto il 2017, viene imputato insieme con l’ex presidente del Senato Schifani, ex-neo berlusconiano. I giudici aspettavano che Schifani tornasse da Berlusconi – si dice Schifani ma si intende Berlusconi? Berlusconi è l’unico mafioso in Sicilia da trent’anni a questa parte. Dapprima in combutta con Riina e Provenzano, e poi con Montante?
Certo, un’imputazione in Sicilia non si nega a nessuno, la giustizia è terribilista – non c’è la giustizia in Sicilia? A nessuno che sia in politica o in affari, gente che non spara.
La Procura di Caltanissetta è specialmente attiva, famosa per questo negli annali. Dal 1992 cerca l’Agenda Rossa di Borsellino. Che la stessa Procura ha visionato e archiviato nel 1992, subito dopo il massacro.

leuzzi@antiit.eu

Contro Roma prima della guerra, del 14-18

Un vero pamphlet. Nella lingua tagliente del Papini giovane ancora ai trent’anni. Che già aveva avuto modo di scagliarsi contro Roma, nota l’editore, in varie pubblicazioni: su “Critica e azione” nel febbraio 1908, su “La Voce” nel 1908-1909, sul “Leonardo” e le “Memorie d’Iddio” nel 1911, e l’anno successivo in “L’altra metà”. Di tutte fa un concentrato in questo testo, che fu letto a una seduta marinettiana, col titolo “Contro Roma e contro Benedetto Croce”, la sera del 21 febbraio 1913. A Roma. Al teatro dell’Opera, il teatro Costanzi. Una sfida, che non mancò di suscitare l’attesa reazione dei romani in sala – ma Papini poté leggere tutto il suo lungo intervento.
Un attacco alla “casta”, se si vuole, alla curia papale e alle cariche istituzionali. In toni leghisti: Roma è “brigantesca e corruttrice”, torpida, incapace d’innovazione e originalità, senza iniziativa né ingegno, né senso artistico, “l’Urbe di tutte le rettoriche”. Di fatto un esempio, consueto in Papini, nella tradizione toscana ma non solo, di polemica sterile. Se non a ingigantire il polemista. Che ben s’innestava nel polemismo futurista, del futuro Cav. Grand’Uff. F.T.Marinetti.  
La prima parte è diretta contro Roma. Una seconda contro i “cristianucci”. Una terza contro Croce. Di sottile effetto comico dopo un secolo.
Giovanni Papini, Contro Roma, Elliot, pp. 41 € 6

giovedì 17 maggio 2018

Ombre - 416

“Via la Fornero, sì alla flat tax, via i Btp in mano alla Bce. Riconvertire l’Ilva e stop ai cantieri Tav. Vola lo spread”. La stupidità esiste, si sa, ma un governo per fare bancarotta restava da vedere. Nemmeno fraudolenta, gli italiani ci credono. In buona fede?
È anche vero che il suicidio è la nuova frontiera, più nuova perfino di Di Maio e Salvini.

Trump sale nei sondaggi. Il dollaro si rafforza. Kim Jong-Un chiude il sito di sperimentazioni nucleari. Ma “la Repubblica” mantiene la trincea calda. Ecco Rampini trasformare le notizie buone in cattive:
Vorranno renderci Trump simpatico?

Gabanelli scopre che la rete idrica è un colabrodo: gli acquedotti si perdono per strada due litri su ogni cinque. Uno spreco, economico e fisico. In corso da decenni – gli acquedotti risalgono, i più nuovi, a dopo la guerra. Sette o otto anni dopo aver tuonato contro la “privatizzazione” dell’acqua -  bene primario, comune, inalienabile, il frasario salvanima - al referendum. La coerenza non è dei maestri?

L’America premia Ronan Farrow per avere denunciato le molestie sessuali, di Weinstein e altri. Cioè per avere scritto quello che tutti sanno. E molte praticavano, a ragione veduta. Compresa la madre del premiato, Mia Farrow, che dice di averlo fatto con Frank Sinatra, quando era sposata con Woody Allen. Di aver fatto Ronan.

A trent’anni Ronan Farrow, ora giornalista, è molto sperimentato: è stato avvocato e consulente governativo. Tutto per merito suo, naturalmente. Nonché testimone a vari processi contro Woody Allen per molestie a una delle sue sorelline. Processi conclusi con assoluzioni che per lui non contano. Ha pure cambiato nome per non portare quello del padre che la madre odia. Il puritanesimo è come la questione morale, nasconde i peccati.

Nel caso dei Farrow il puritanesimo fa di più. I suoi peccati li addossa agli altri. Che è un vecchio schema, del capro espiatorio. Ma bisogna saperlo.

La direttiva della Vigilanza bancaria della Bce ha buone probabilità di lasciare il sistema creditizio a secco: niente più prestiti. Ma come non detto, non interessa a nessuno.
“Banche, un miliardo di utili al mese”, scopre Stefano Righi per “L’Economia”. È poco, è troppo? Ma a spese della produzione. Anche del risparmio. 

Crozza con la parrucca sembra meno teatrale di Grillo al naturale.
Anche di Mauro Corona a “Cartabianca”. Il reale è satirico?

L’arbitro inglese di Real Madrid-Juventus ci ha messo un mese – mai successo, un tempo infinito - per stilare il referto della partita, con l’espulsione di Buffon e la squalifica? No, ha avuto problemi ad avere l’endorsement del Madrid, al quale lo ha chiesto tramite il quotidiano del club, “As”. Il Madrid temeva il ridicolo e ha chiesto tempo. 

La sindaca di Roma Raggi, che aveva debuttato privando Roma dell’Olimpiade, imbeccata da Grillo, ha poi autorizzato, imbeccata da Grillo, la speculazione attorno allo stadio dell’As Roma, e ora fa da sé: “Dobbiamo cambiare prospettiva rispetto alle grandi opere”, annuncia. O sarà stata imbeccata da Casaleggio, invece di Grillo, che per questo è venuto a Roma?

Raggi fa gli annunci progettuali quando Grillo o Casaleggio vengono a Roma. Di certe cose non si parla al telefono, tanto meno online.
Non sarà, ma è come se: il no all’Olimpiade per liberare a Roma gli affari 5 Stelle.

La sindaca Raggi, che si veste da sera la mattina, non si occupa della spazzatura, ha l’azienda dei trasporti pubblici al fallimento in tribunale, mentre i mezzi bruciano per strada, e lascia da due inverni le strade piene di buche e i marciapiedi sconnessi, è amata dai romani: ne son orgogliosi. Morale?


La sindaca Raggi sarà “tutti noi”, tutti quelli del “signora mia” che ora ci governano. Ma non ci sono altri romani? Roma non ha il senso del ridicolo – che vantava.


Di Roma non sappiamo che dire

Un libro leggero, di parole e di pensieri – l’editore curiosamente lo presenta “composto di realtà e di stereotipi”. Perché di Roma non si sa che dire? Respinge, non solo i lombardi, anche i meridionali. Che poi però vi si installano, comodi. Compresi gli editori Laterza.
Lo storico Vidotto ha avuto l’idea di rifare la collettanea, con lo stesso titolo, del 1975, che riuniva le divagazioni in tema dei primari scrittori dell’epoca, tutti di fuori Roma, eccetto Moravia e Bellezza, e tutti alla fine simpatetici. Lo stesso con questa compilazione: Dove i romani sono cinque, Magrelli, Trevi, Raimo, Di Paolo, Scego, e gli immigrati quattro, Lagioia, Culicchia, Ciabatti, Pascale. Ma tutti  più o meno a loro agio – eccetto Lagioia, che a Roma ci sta bene poiché ci vive ma gioca al malumone e la dice copia di Mumbai (va’ a  sapere cos’è Mumbai per lui – “una città indiana” probabilmente, ma non sarebbe razzista?). Non c’è critica, e non c’è amore.
Il fatto – il limite della breve antologia – è che non si sa che dire di Roma. Cioè: a Roma c’è molto da dire, da ridire. Ma non da censurare – è inutile: Roma è.
I testi qui riproposti del vecchio “Contro Roma”, di Montale, Moravia, Soldati, Piovene, Parise, Siciliano, La Capria, Maraini, Bellezza, perfino Giovannino Russo, fanno una (grossa) differenza.
AA.VV., Contro Roma, Laterza, pp. 215 € 16

mercoledì 16 maggio 2018

I cecchini di Gaza per gli ayatollah

I morti sono palestinesi, il beneficiario è l’Iran? Ultimo, unico, patrono islamico dei palestinesi.
Gli umori sono spenti nelle capitali arabe, dominate dall’islam sunnita, che è in guerra con l’Iran sciita, dal Cairo a Riad. Ma gli umori popolari che la diplomazie europee fiutano sono rabbiosi, e sono contro. Contro i loro governi, e quindi per l’islam di questi governi nemico, quello degli ayatollah. Erdogan esce dal silenzio sunnita perché è l’unico che in qualche modo dipende dal voto popolare.
I palestinesi di Gaza uccisi dai cecchini israeliani sono un monumento all’Iran. È il consenso univoco nelle capitali europee. Nel momento di una grossa perdita di peso internazionale degli ayatollah, dopo la denuncia americana dell’accordo sul nucleare e le sanzioni. Per la stessa precisione dei tiratori scelti israeliani - senza alcun danno, e contro avversari non armati.
Un monumento inciso in una memoria indelebile. La sovversione, che i sunniti hanno avuto libertà di inscenare nel mondo arabo al tempo di Obama, non sarebbe spenta anche se non si manifesta. Navigherebbe sotterranea. È un riflesso condizionato del mondo arabo - forse non  dell’Iran, il più vecchio potentato della storia, ma nel mondo arabo la vendetta è imprescindibile.
Più terrorismo è la risposta attesa. Non esclusa una vera primavera araba. Contro i regimi cioè che inscenarono quella del 2011.  

L’impero dei paglietta – l’America è un altro mondo 3

È arrivata al parossismo, è roba da “paglietta”, si direbbe a Napoli, da avvocaticchi facinorosi. Un avvocato, Mueller, nominato Procuratore Speciale sul presidente degli Stati Uniti. Da un avvocato che è vice-ministro della Giustizia. Che si pavoneggia per un anno e mezzo, e poi fa il suo atto d’accusa su un giornale nemico di Trump. Disponendo non una imputazione ma una trappola. Difesa a gran voce da tutti gli avvocati d’America, una moltitudine, come l’epitome della democrazia. Anzi della legalità, che è sempre materia di avvocati. E non c’è altra America: i media  sono schierati con la legalità, naturalmente. .
Un altro avvocato capo dell’Fbi che dopo essere stato dimesso dal presidente si vendica minacciandolo di segreti che non rivela? Sempre in America. Lo ricatta, ricatta il presidente? Scontrandosi con una coorte di avvocati consiglieri della Casa Bianca, ora anche l’ex sindaco di New York Giuliani. Dopo il famoso processo, anche qello lungo un paio d’anni, a Clinton, se si era fatto leccare da una stagista alla Casa Bianca, dove queste cose non si fanno, e in che misura. Si può riderne, ma sono gli Stati Uniti, hanno potere su di noi di vita o di morte.
Il tutto appeso a una Corte Costituzionale composta di avvocati. Che in nessun altro paese come negli Stati Uniti statuisce su tutto. Un bel Gruppo dei Sei, o degli Otto, o dei Dieci, di medievale memoria, tra Comuni e Principati – non inventato dal consulente di Grillo, il professore Della Cananea.
Il voto elettorale è un evento come un altro. Anche recente negli Stati Uniti: fino a qualche decennio fa bisognava pagare per votare – poco, da uno a cinque dollari, ma si pagava.
Decidono gli avvocati, con trucchi da avvocati, comprese ora le indiscrezioni pilotate. Per giudizi cioè preconfezionati.
L’America è un paese colpevolista, l’accusatore piace. Ci ha messo molto a fare una legge contro il linciaggio, ritenuto un diritto, una specie di “delitto d’onore”. Si dovette togliere il voto ai neri, dopo la guerra civile, per mettere un argine ai linciaggi. Nei cento anni fino al 1968 – nel 1969 una legge contro i crimini di odio fu passata – di duecento proposte di legge presentate contro il linciaggio, solo tre furono discusse, e solo alla Camera dei rappresentanti, mai al Senato. E ancora oggi non vuole controllare le vendite di armi.
È un mondo che si fa giustizia da sé. Fatto di vendicatori, ogni americano si ritiene in diritto di andare in giro sparando per “fare giustizia”. Ma in mano agli avvocati. Ora, il giustiziere western ancora ancora, ma il paglietta su tutto? Perché poi non se ne esce, il pagliettismo è contagioso.  
Noi del mondo libero ne siamo vittime in quanto da qualche tempo l’America avvocatizia ci assedia, nel nome della privacy. Con regolamenti di molte pagine a corpo minuscolo, illeggibili e comunque incomprensibili – fatti per le cause per danni, specie negli Usa diffusissima, con gli avvocati a percentuale – che dobbiamo sottoscrivere a ogni passo, a decine. Comprese le liberatorie ai siti di servizio internet. Nonchè ai “parla con noi” dei maggiori siti, google, facebook, etc., con miriadi di risposte precompilate che rimandano ad altre risposte, per la sola gioia degli avvocati che le compilano, e degli eventuali patrocinatori per danni, a percentuale.
Si capiscono in questa alluvione avvocatizia le ultime strane avventure a cui gli Usa ci hanno convitato. A liberare l’Afghanistan e l’Irak. E la Libia. A liberarli da che cosa? O l’Ucraina, che era ben liberata. Una logica imperiale tutta avvocatesca. Dell’imbroglio riuscito – insomma.
E si finisce per tifare Trump, presidente improbabile. Ma almeno diretto. Imbroglione per definizione, essendo stato una vita un uomo d’affari, un mediatore. Che fa figura di uomo retto – esplicito – nell’immondizia che erge a legge.

La bozza fascista

La bozza di governo messa a punto giovedì alle 9.30 e poi “superata”è punto per punto fascista. Modernamente popolare e elettorale, ma determinata, risolutiva. E centrata sul leader, che per il momento è sdoppiato.
Il governo sia controllato dai due partiti, attraverso un Politburo, un Comitato di conciliazione – nel fascismo, che non si può menzionare, era Gran Consiglio.
Manette per tutti: allungamento della prescrizione, manette agli evasori, inasprimento delle pene, più carceri e più tribunali, niente alternative al carcere.
Immigrati da respingere. Moschee da controllare.
L’Italia farà da sé. Fuori dall’euro (fuori dall’euro? e “quota 90”?). Niente sanzioni alla Russia. Missioni internazionali non di pace.

Reddito di cittadinanza a 800 euro – al Sud sono uno stipendio: tutti Lsu, i lavoratori socialmente utili diventano una professione. 
Tagliare il debito. Cominci la Bce tagliando 250 miliardi, di crediti – non poco, un quinto, poco meno, di tutto il debito. Poi patrimoniale.
Una bozza, non un diktat. E senza manganello. Anzi col consenso popolare – ma il fascismo è plebiscitario: un italiano su due vuole il governo della bozza. E niente, ancora, al confronto col Duce, la cui popolarità fu di nove su dieci e forse più. Ma è anche poco lo sforzo che Di Maio e Salvini ci hanno messo e ci mettono – sembrano sorpresi loro stessi per primi: il loro è proprio un consenso spontaneo.

In cerca della filosofia artificiale

“Devo puntare il nonno o il nipote?” Il pilota automatico, di fronte a questo imprevisto sulle strisce pedonali, non sa darsi una  risposta, perché il quesito non è stato programmato. Non farà peggio del pilota umano, posto che non abbia scelta non omicida. Ma, lo stesso, non è rassicurante: perché?
Kissinger non sa dire, non essendo dentro la tecnologia, tanto più per essere questa tecnologia in sviluppo costante. Ma ne fa una questione epocale: siamo nell’Età della Ragione, dopo l’Età della Religione, aperta dalla stampa nel Quattocento, e passiamo a un mondo basato su “macchine azionate da dati e algoritmi e non governate da norme etiche o filosofiche”. Pone dei quesiti. E arriva a conclusioni – il saggio non è lungo, otto cartelle, ma denso..
I quesiti sono di tre tipi. “La IA può raggiungere risultati non voluti”. È tema di fantascienza, ma “il pericolo che interpreti male le istruzioni per la sua inerente mancanza di contesto” è “probabile”. Inoltre, “arrivando a effetti non voluti, la IA può cambiare i processi di riflessione umani e i valori umani”. Né è senza rischi il fatto che “la IA vuole avere ragione”: “È questa insistenza pervicace ad avere ragione caratteristica della IA?” E in campo educativo, “vogliamo che i bambini imparino i valori attraverso algoritmi scollegati, o dobbiamo restringerne l’uso, e in che misura?”
Secondariamente, “se la IA apprende esponenzialmente più veloce che l’uomo, dobbiamo aspettarci che acceleri, anche esponenzialmente, il processo per prove ed errori con cui le decisioni umane generalmente si fanno, di fare errori più rapidamente e di maggiore grandezza di quelli che fanno gli umani”. In terzo luogo, concesso che la IA può raggiungere certe conclusioni più rapidamente dell’uomo, è però incapace di spiegarle. La cosa è disturbante perché “in certi campi – riconoscimento dei modelli, analisi dei big-data, gioco – le capacità della IA possono già avere sorpassato quelle umane”. Kissinger si è posto il problema della IA ascoltando una conferenza in cui si spiegava come un computer avesse vinto contro “Go”, “gioco più complesso degli scacchi, in cui ogni giocatore schiera 180 o 181 pezzi su un campo vuoto, che deve poi conquistare pezzo a pezzo”.
La conclusione è che la IA può aiutare poco i processi politici, per la sua “instabilità”, o insensibilità ai contesti, alla complessità. Sì per la enorme capacità di memorizzazione e compitazione, ma poco o niente per le decisioni: ha “cominciato a produrre” una “trasformazione della condizione umana”, ma i governi si limiteranno più probabilmente “ad accertarne le applicazioni in termini di sicurezza e intelligence”.
Le conclusioni sono un avvertimento ai tecnologi, di porsi I problemi che stanno creando. In sintesi: “L’Età della Ragione è cominciata con riflessioni essenzialmente filosofiche connesse a una nuova tecnologia”, la stampa mentre “il nostro periodo muove nella direzione opposta. Ha generato una tecnologia potenzialmente dominante in cerca di una filosofia che la guidi”.
Henry Kissinger, How the Enlightenment Ends”,“The Atlantic”, giugno, free online