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martedì 19 marzo 2019

Problemi di base femministi - 478

spock


Dunque, le donne corrono più degli uomini, più resistenti?

E arrivano prima?

Fanno anche più gol?

Ma perché nascondersi dietro i presidenti, Sarkozy, Macron?

A quando la ginecologia invece dell’antropologia?

O sarà una gineco-antropologia – il genere non è eliminabile?

E l’alta moda per gli uomini?

spock@antiit.eu

Allo scrittore fa bene la pittura


Un lungo saggio autobiografico dello scrittore marocchino accompagna i suoi dipinti. Ghirigori perlopiù, decorativi. “Ut pictura poësis”, la sintesi di Orazio, la poesia è un quadro, si è fatta ricorrente per molti scrittori nel Novecento: Breton, Cocteau, Michaud, Adonis, Barthes, Kundera, Pasolini, Testori, Buzzati, e Ernesto Sabato, che per dipingere cessò di scrivere. L’inverso è pure vero, ma qualche anno fa, di Michelangelo per esempio, e di Leonardo – di più recente c’è solo Toti Scialoja, filastrocche. Ben Jelloun fa di più: ha scritto anche di arte, di Mitoraj, Rotella, Guccione, de Conciliis, sui quali riproduce qui alcuni contributi critici.

Ben Jelloun è sempre stato attratto dalle arti plastiche, che ha praticato parallelamente alla scrittura, ma senza progetto né ambizione. Per il gusto, e per lunga frequentazione  dei “musei”: di Picasso in particolare e di Giacometti. Ma di più si dice attratto dalla musica. Dal jazz, la passione da adolescente che non lo ha mai abbandonato. Che ritma, dice, la sua scrittura – della pittura non si può dire, sono divertimenti: “Il jazz è presente nel ritmo delle mie frasi. Solo io sono in grado di individuarlo”.
Tahar Ben Jelloun, Ecrire, peindre, Il Cigno GG Edizioni p. 96, ill., sip

lunedì 18 marzo 2019

L’Europa coda dell’Asia


L’Europa è un’appendice dell’Asia. Basta guardare l’atlante. E ripassare la storia: per spostamenti successivi si è formata alla deriva dell’Asia, via Indukush e Mesopotamia – con un po’ di Africa aS ud, lungo il Nilo e l’Egitto.
Torna con la Via della Seta l’Europa coda dell’Asia? C’è indubbia la fascinazione che la Cina esercita, il mercato del millennio, la patria dell’arricchitevi. Per tutta l’Europa, non soltanto per Di Maio e Conte. Angela Merkel vi fa, vi ha fatto per una decade, un pellegrinaggio ogni anno. Macron, al solito, ha tentato di imitarla. Vendere a un milione e trecentomila persone, mediamente ricche, è attrazione irresistibile – il Grande Mercato occidentale è meno della metà. E il governo cinese, benché comunista, ha settemila anni di storia del saperci fare, avvolgente ma non ingombrante.
La Cina è un paese comunista, e questo non potrà non risentirsi. Non farà il secolo: non si possono arricchire le persone e tenerle con la museruola.Anche la motorizzazione di massa è insostenibile, una macchina per famiglia, o due macchine. Nella globalizzazione non sarà maestre e padrona, ea lungo. E senza la globalizzazione ancora meno. 

Ombre - 455

James Ellroy è Tolstòj. Anzi no, è Dostoevskij. Lui si schermisce: “Non li ho mai letti”. Ma Gianni Santucci e “La Lettura” insistono, in quattro illustratissime pagine, un tributo mai pagato dal settimanale. È in uscita un nuovo Ellroy? Con quale editore? E perché non Tolstòj e Dostoevskij insieme, cosa costa?

“Mangia bene. Ridi spesso. Ama molto”. A Gaggi sul “Corriere della sera” così Lawrence Ferlinghetti, il poeta centenario di San Francisco, “declina il suo catechismo, in italiano”. Ferlinghetti, orfano del padre prima ancora di nascere, cresciuto in adozione da una famiglia francofona, ha la sua filosofia di vita in italiano, semplice.

Il bonus fedeltà di Enelpremia per il consumo di gas si è trasformato in bolletta in addebito. Per errore, certo. Ma poiché le utilities energetiche si occupano solo di fatturazioni, che ci stanno a fare? Le liberalizzazioni hanno solo moltiplicato i soprusi.

L’aggravio del “buono fedeltà” Enel non è riscontrabile in bolletta – ammesso che uno abbia la pazienza e il tempo  per decifrarla, ce ne vuole in quantità. Viene alla voce: “Altre partite non soggette a Iva”. Il vero problema è il mancato indirizzo (semplicità, obbligo di chiarezza, fatturazione di consumi e non di medie presunte) dell’Autorità di Regolazione. Altro (grave) onere della liberalizzazione: un’Autorità che costa centinaia di milioni l’anno, per far fare migliori affari ai traffichini del mercato.

Una signora rumena derubata dell’auto a Vicenza e uccisa da due veneti: non sarà tutto teatro per denigrare Salvini, e i leghisti? Una donna rumena con la Mercedes, figurarsi.

Tre giudici donne hanno assolto in appello in Ancona un peruviano accusato da una giovane connazionale di stupro. Stupore dei giornali per bene, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, Il Fatto”: come si permettono? E invio di ispettori governativi per indagare sulle tre giudici. È inutile fare i processi, basta l’accusa.

A Genova la pena all’uxoricida è dimezzata. Anche qui da una giudice donna. Con il consenso della pubblica accusa, altra giudice donna. Forse il problema dell’uxoricidio va affrontato, più che con le pene severe, con un po’ di cultura, di coppia e matrimoniale.

Si lottizza a Roma il Parco Tintoretto, quello che avrebbe dovuto essere il Parco Tintoretto, nel Piano Regolatore. Si costruiscono venti edifici, di cui due a undici piani, e un viale autostrada a quattro corsie. Due lottizzazioni, il “parco” Tintoretto e lo stadio della Roma, saranno le uniche due realizzazioni di Raggi e Grillo a Roma. Per caso?

Le due lottizzazioni 5 Stelle  Roma fanno capo a Parnasi, un costruttore che è già in carcere per altre vicende. Ma non per questo la Procura s’indigna né s’inquieta. Il capo non si muove, Pignatone, perché non ci trova una mafia, il suo vice, Ielo, altrimenti inflessibile, si dev’essere distratto. O stanno preparando la discesa in politica, anche loro salvatori della patria? Con Grillo?

Il governo tedesco nazionalizza di fatto il settore bancario, fondendo Commerzbank, di cui è azionista di riferimento per un precedente salvataggio, con Deutsche Bank. Escludendo il bail-in. E anche la Vigilanza Bce, altrimenti occhiuta e perfino violenta in casi del genere – per esempio col Monte dei Paschi.

“L’Italia è una delle più grandi economie del mondo e destinataria di grandi investimenti. L’approvazione del Bri (Belt and Road Initiative - o Investment - cinese, “la via della seta”, n.d.r) conferisce legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non porterà alcun beneficio alla popolazione americana”. È il monito del Consiglio per la Sicurezza Usa l’altro sabato. Non si può dire che non sia chiaro.

Il monito del Consiglio Usa è anche veritiero. I “grandi investimenti” internazionali in Italia ci sono. L’“approccio predatorio cinese” pure. Ma sarà l’Italia “una delle più grandi economie del mondo?

Amore e alcol, le pene dello scrittore Usa


“In vita mia ne ho viste di cose. Una volta stavo andando a casa d mia madre per fermarmi qualche giorno, ma appena misi il piede sull’ultimo scalino, do un’occhiata e le vedo che stava sul divano a sbaciucchiarsi con un tizio. Era estate, la porta era aperta e il televisore a colori acceso.  Mia madre ha sessantacinque ani e si sente sola”. Racconti di caccia e pesca, tra ami e fucili. Di case roulette. E di alcol e solitudine. Nello stesso racconto della mamma, “lontano, un altro uomo cresce i miei figli, e va a letto con la moglie, la mia moglie”.
Carver ha volto questa antologia di saggi, poesie e racconti quando infine ebbe successo, nel 1984, con “Cattedrale”. L’alcol è l’unica concessione alla bio standard, ma in questo caso non senza motivo. Non l’unica, c’è anche il solito “Mestiere di scrivere”, inevitabile in America dove da sempre scrivere è materia d’insegnamento. Ma con la pretesa di non fare autobiografismo.
“Non sono uno scrittore autobiografico” proclama subito  – l’ultimo? E “minimale”, genere di cui la critica lo ha eletto eponimo? Neanche. Forse perché “non possiedo il tipo di memoria capace di far rivivere intere conversazioni, complete di tutti  gesti, tutte le sfumature del discorso reale; e non posso neanche ricordare l’arredamento di alcuna delle stanze nelle quali ho passato del tempo….”.
Un autore minimalista senza dubbio, che si diminuisce, e per questo amabile. Nonché autobiografico, uno dei primi se non il primo, che qui comincia col racconto del padre, e continua con quello di sé. Ma non per questo meno amabile: non è bugiardo, è diminutivo. Disteso, gli short cuts per cui è famoso li ha riposti, il fraseggio è semplice, grammaticale.
Il come fare dice di avere appreso da Flannery O’Connor. Di cominmciare: da una frase, un’immagine, un personaggio, una cosa. Senza uno schema prestabilito. Che non sembra una buona ricetta, mettersi a scrivere senza sapere cosa si vuole dire. Ma anche questo confluisce alla gradevolezza del personaggio, oltre che dello scrittore. L’altra influenza rivendicata è del professore di scrittura, quando Carver è infine riuscito a frequentarne una, secondaria, John Gardner,  di cui scrive un lungo ricordo, scrittore sfortunato ma ottimo insegnante e editore. Oltre che – come è consueto per gli scrittori americani degli anni 1950-1960, di Gordon Lish, mitico caporedattore per la letteratura a “Esquire”, mensile per soli uomini.
Il ritratto di Gardner completa il memoir. Segue una scelta di poesie prosastiche, minimalissime. Con alcuni racconti inediti in volume, tra cui quello della madre con l’amichetto. Tutti peraltro in vario modo del genere selfie. “Voi non sapete che cos’è l’amore” è una lunga serata in poesia con Charles Bukowsky. Della comune dipedendenza – e prosa? – dall’alcol.
Non sapevo niente, ma almeno sapevo di non sapere niente” è l’altro tema del composito memoir. Lettore compulsivo e disordinato ma ignorante. Lui e la moglie, due ragazzi ignoranti di famiglie ignoranti, che avrebbero voluto fare il liceo ma si disperdono in mestierucoli, anche perché hanno già fatto due figli. Mestierucoli veri, non quelli con cui usa infiocchettare le bio americane delle persone illlustri. A vent’anni senze scuola, senza mestiere, senza casa, e con due figli. Alla moglie è dedicato “Le pietre azzurre”, il racconto in versi di Flaubert che scrive una scena d’amore tra Emma e Rodolphe masturbandosi – che spiega la cosa camminando sulla spiaggia al suo “amico chiacchierone Ed Goncourt, mentre si godono “un sigaro e una bella veduta di Jersey”: “L’amore non c’entra per niente”. Lo scrittore Americano è (solitamente) iperletterato.
Raymond Carver, Voi non sapete cose’è l’amore, minimum fax, remainders, pp.345 € 7,50

domenica 17 marzo 2019

Appalti, fisco, abusi (149)


Avirex manda per due giorni insistente, ogni pochi minuti, la sua offerta utimativa di sicurezza digitale. Dopodiché, non sottoscrivendo l’offerta, si viene privati della connessione internet per una buona mezza giornata. Le segnalazioni all’Autorità per la Comunicazione e alla Polizia postale sono inutili. .

Il governo vara, 2010, una legge per favorire il “rientro dei cervelli” - per invogliare i ricercatori a tornare a lavorare in Italia - con una tassazione di favore del reddito. L’Agenzia delle Entrate si studia come eludere il fondamento e l’articolato della legge, e pretendere l’imposta progressiva sul reddito. Non subito, dopo qualche anno. Con multe e interessi.

L’Agenzia dele Entrate non tartassa i ricercatori rientrati col beneficio della legge del 2010 con un rivalsa unica. Ciò avrebbe potuto favorire na procedura unica di ricorso. Per rendere più ardui ricorsi usa mille varianti – locali, settoriali, per livelli di reddito. Non c’è praticamente ingiunzione uguale a un’altra. La Funzione Pubblica  non è incapace, è malata.

Si promuovono supersconti sulle forniture di luce e gas sulla “materia energia”. Che prende il 2 per cento della bolletta. La liberalizzazione delle forniture energetiche avrà distribuito ur’immensa ricchezza dal monopolista pubblico a una miriade di fornitori di servizi - essenzialemnte eid rendicontazione. Ma ha reso la scelta difficile agli utenti. E ha rincarato in misura incalcolabile il costo del kWh e del mc.

Si viaggia la domenica da Salerno a Roma con più mezzi pesanti in autostrada che in un giorno feriale. Con le tante eccezioni al divieto di circolazione dei mezzi pesanti che si sono cumulate, da e per le “isole maggiori”, gli “interporti”, l’estero, anche i Tir trovano più comodo viaggiare la domenica.

Lo schiavo rinnegato che fu ammiraglio turco


Come “un giovane calabrese del Cinquecento, brutto, tignoso, rapito e fatto schiavo”, Gian Luigi Galeni, dai turchi, fece in Turchia una carriera vertiginosa, diventando l’ammiraglio in capo dopo la sconfitta di Lepanto, e fino alla morte nel 1595, di settantacinque abnni. Il terrore dei cristiani, che aveva rinnegato. “Kalige Alì”, Alì la spade, oppure “Kilic Alì”, Alì la sciabole. Dopo essere stato rinominato in turco Uluds Ali, Alì il tignoso. Ciconte seglie di chiamarlo Occhialì, fra i tanti nomi turcheschi che di lui circolavano nel Mediterraneo, una dozzina.
Ricostruisce dopo Lepanto – dove era stato l’unico a  battersi calorosamente, avendo di fronte Gianandrea Doria - la flotta in due anni, equipaggiandola anche con carene corazzate e molti cannoni. A tal fine adibendo un quartiere, di calafati e arsenale militare, cui verrà dato in suo omaggio il nome di Nuova Calabria. E riscatta presto la marineria turca impossessandosi di Tunisi, sottratta agli spagnoli, e di Algeri.
“Storia e leggende del calabrese Occhialì, cristiano e rinnegato che divenne re”, questa di Ciconte è una sorta di apologia. È vantato anche per avere avuto tremila schiavi, cristiani, tanti quanti il sultano. Perché li trattava bene, etc. - li “trattava con umanità”, avrebbe detto Cervantes, che però non lo conobbe, per sentito dire? Schiavi naturalmente presi in razzie. Protesse i cristiani dal colera. Insomma, un benefattore. Gli si accredita anche la galanteria: quando catturò piratescamente Emanuele Filiberto, duca di Savoia, non chiese un riscatto ma solo di poter omaggiare la duchessa sua moglie, Margherita, sorella del re di Francia. Sarà.
Ciconte sommarizza la vecchia storia dell rinnegato ammiraglio scritta di Gustavo Valente, 1961, per le edizioni Ceschina, Con qualche svarione – “arabo” per turco. Ma con rapida sintesi del contest, della grande politica dell’epoca. Quella fallimentare della Spagna imperiale, e quella riuscita di papa Pio V, cui si accodò Venezia, minacciata e vinta a Cipro. Evoca anche, incidentalmente, le depredazioni in massa dei cristiani, specie donne e ragazzi, per il mercato degli schiavi, con una politica costante di pirateria, una guerra di corsa incessante. Ma con discutibile  autocensura: non c’era l’analogo in Europa, le scorrerie e un mercato di schiavi turchi e saraceni. Mentre se furono molti i cristiani rinnegati, bisogna anche dire che furono molti gli islamici convertiti. Lo storico dà solo conto che il flagello di una regione tutta coste come la Calabria erano i turchi alla pari con i terremoti.
C’è troppa confusione, la storia del Mediterraneo è da rifare, per quanto concerne il rapporto fra islam e cristianità - Braudel non si poneva in questa ottica - fra Nord e Sud del mare..
Enzo Ciconte, Il Grande Ammiraglio, Rubbettino, pp. 93 € 10

sabato 16 marzo 2019

Secondi pensieri - 380

zeulig


Occidente\Oriente – È la semplificazione – politica, storica – meno congruente, e anche meno consistente. Serve – è servita – a sintetizzare il dominio europeo sul Terzo mondo, su Africa, Asia e America Latina, ma a prezzo di semplificazioni eccessive e anche sbagliate. In rispetto agli altri mondi con cui l’Occidente era in contatto ma anche al suo interno.

L’Occidente è l’Europa. E il Nord America? Sì, gli Stati Uniti sono costituzionalmente un paese “occidentale”. Ma non sono l’Europa – la stessa radice “anglosassone”, di cui De Gaulle bollava Stati Uniti e Gran Bretagna, ha pochi punti di contatto.
E l’Oriente? Tanto individualista il cinese e la Cina, anarcoide, tanto gerarchizzato il giapponese,  mentalmente prima che istituzionalmente.

La differenziazione non è occidentale. Non solo occidentale, e probabilmente non inizialmente occidentale. C’è un Occidente ben fermo in Oriente, irriducibile. Specie in Giappone – la scrittrice belga Amélie Nothomb, giapponese di formazione, viene sempre rimproverata a Tokyo in quanto “occidentale” la volta che prende impiego in una multinazionale – “Lei si comporta bassamente come gli altri Occidentali”, “questo pragmatismo odioso è degno di un Occidentale”.
In Giappone l’Occidente è una “creazione” aliena già dal Seicento. In India lo è ancora presso gli scrittori anglo-indiani del tardo Novecento, e gli stessi immigrati di seconda e terza generazione in Gran Bretagna che vi hanno fatto fortuna. C’è l’“Occidente” alieno anche in un paese che ha adottato tutto dell’Occidente, la Corea del Sud, dalla politica corrotta ai giudici politici.

Si pensa l’Oriente come “fatto”, dettato, costruito, limitato, dall’Occidente. Forse per inavvertito traslato dall’“orientalismo” come disciplina che Edward Said condanna. Mentre l’Oriente sta per sé, immune spesso e sempre in antitesi dal e con l’Occidente. Anche come stile di vita l’Occidente non è dominante o impositivo – se non per i diritti umani. “Il Bianco suda”, “il Bianco puzza”, il bianco è immondo, sono pregiudizi orientali, dell’islam compreso, da Tokyo a Nuakshott. Con la tranquilla coscienza della superiorità morale e civile – igienica, estetica, spirituale. Il rimprovero è semmai che l’Occidente non impone uno stile di vita igienico, ecocompatibile.
C’è un Oriente, multiplo, anche questo è vero, ma tenuto unito proprio dalla differenziazione dall’Occidente. Che non è esistenza unanime, uniforme. Né proclamazione di minoranza contro una maggioranza dominante: è, è stato, ben consistente, e naturalmente “superiore”. Nel mondo islamico come in quello induista, e nell’Estremo Oriente. In Giappone, in Cina, e perfino in Corea - il paese che ha adottato tutto dell’Occidente, dal marketing alla corruzione, e allo scandalismo.

D’altronde, in attesa di rivedere la storia del’imperialismo fuori dalla vecchia logica dei due blocchi, o alla vecchia luce del marxismo-leninismo, la disgrazia dell’Oriente non si può dire una storia di imperialismo. L’Oriente diventa vittima del’Occidente dopo essere stato vittima di se stesso, dopo essere imploso, in più punti, ricorrenti. In tutti i suoi gorghi, centri di potere e d’interesse: Persia, India, Cina, Africa - Nord Africa e Africa a Sud del Sahara. La potenza europea è la ciliegia amara su una torta marcia – e non per mancanza di capitali, o di tecniche, o di “mezzi” umani. Ancora a fine Ottocento, al culmine dell’imperialismo, la grande massa dell’umanità non era toccata dal progresso, il demone dell’imperialismo, e statisticamente si poteva anzi dire che il proprio del umanità era la staticità e non lo sviluppo – che è cosa recente, anche se già contestata.

Referendum – È strumento antidemocratico, il sì o il no senza intermediazione politica, alla mercé dei gruppi di potere o d’influenza. L’opinione pubblica è più che mai instabile, e anzi volatile. I referendum sono più che mai antidemocratici. Incanalando la volontà generale entro le tracce di minoranze di minoranze, le élites. Modernamente intellettuali invece che di censo o di potere, ma sempre ristrette e maneggione. Hanno però per i costituzionalisti timidi valore di vangelo, la “volontà popolare” dell’ondivago Rousseau.
L’opinione è al limite un effetto immagine, o di slogan. Comunque di gestione dei mezzi di comunicazione: la volontà generale è più che mai espressione dei media. Che hanno un padrone, hanno a cuore solo l’affare, e come obiettivo di escludere la politica.
La politica ha peraltro perso la funzione di mediare. Non nel senso democratico, di spuntare le punte estreme, le minoranze assolutiste. Non ci sono più corpi intermedi né istanze sociali o culturali a mediare i vari interessi nell’ambito di una collettività più ampia. Nazionale o, nel caso, continentale.

Storia – Lucien Febre la vuole arte, e scienza, del passato e del presente. Un ramo della scienza delle comunicazioni, aggiunge Lévi-Strauss, per il quale “in ogni società la comunicazione ha luogo a tre livelli: scambio di beni e servizi, scambio di messaggi, scambio delle donne”.
La ricostruzione a opera dell’uomo, la diceva ancora Febvre. Ma benché mutevole e vuota la dice già vecchissima, tanto vecchia che se ne avverte a ogni passo la stanchezza.

Il suo punto di vista, per questo pessimista, è quello di Febvre, storico materialista: “La nostra civiltà è, nella sua essenza e nelle sue origini, una civiltà di storici. La religione che ne esprime gli aspetti fondamentali, il cristianesimo, è davvero, anch’essa, una religione di storici. «Io credo in Gesù Cristo, che nacque da Maria Vergine, fu crocifisso sot-to Ponzio Pilato, e risuscitò dai morti il terzo giorno»: ecco una religione datata. Non si è cristiani se non si pone se stessi, e insieme le società, le civiltà, gli imperi, fra la caduta, punto di partenza, e il giudizio, punto di arrivo di tutto quel che vive su questa terra. Il che significa inquadrare se stessi e inquadrare il mondo nella durata; dunque nella storia”.

Virtù – Si è persa – con l’onore, la coerenza o lealtà, e altri traslati. Ancora in uso nel Novecento. Virtù che, secondo Shamlù, il poeta persiano, è tale per effetto della radice -rt, come diritto, arte. Ne beneficia pure la fortuna, cui il Rinascimento attribuì virtù e verità. Per un po’ s’era perduta: a virtute s’appella in Dante il solito bugiardo Ulisse. Machiavelli, l’allegro furioso del vivere libero, virtù dice insieme golpe e lione, il bene può giovarsi del male. Come nella Bibbia: i buoni sono puri come colomba e furbi come serpente. Per il molle celta Hutcheson il senso della virtù è innato: la virtù “è la maggiore felicità per il maggior numero di persone”. Ma è dote solo dell’uomo, Kant ha scoperto, la natura non c’entra: “La virtù è ciò che nessun altro che l’uomo stesso può donarsi o togliersi”, la natura dell’epoca, ora c’è il dna.
Gnomico è Pavese in proposito: “Non abbiamo che questa virtù: cominciare\ogni giorno la vita”. Che intitola “Fine della fantasia”.
Miss Anscombe, “l’Unico uomo” della cerchia di Wittgenstein,  l’ha riscoperta, la virtù, e la fa sodale della verità. Ma la verità, dice Lacan, è bugiarda.

I radicali secondo Rousseau sono imitativi, e dunque la virtù ha qualcosa di duro dentro - Mallarmé invece dà la virtù al fonema st-: “In molte lingue indica stabilità e franchezza, durezza, massa, insomma incitazione”, in stronzo per esempio? o stupido, stinto, stanco. E non sarà tr- il vizio? Il treno, o destra e sinistra. Ma questa solo in italiano. Inglese, francese, tedesco e spagnolo fanno la destra virtuosa, su base -rt, e la sinistra smarriscono tra farfugli e sibili. Bisogna dunque essere di destra? Certo, la sinistra è ambigua. È ipocrita, quindi stupida. E infida, per chi non concepisce l’amicizia a danno degli altri. La complicità a danno degli altri non è solidarietà di classe, è mafia, quello che i carabinieri per non lavorare chiamano omertà, oberandone, chissà perché, i meridionali. (Ma chi è chi, se non si può – non si poteva, quando c’erano i comunisti - neppure andare al bar con un comunista se non complottando, ai danni propri, di compagni, di amici? Chiedendo il contrario di ciò che si vuole. Soffocante pettegolezzo, dov’era l’allegria? La destra invece pratica la lealtà - borghese, sì, beneducata, ah!).

zeulig@antiit.eu

L’Orlando Furioso veniva dall’Aspromonte


I canti XIII e XX di una volgarizzazione quattrocentesca della “Chanson d’Aspremont”. Da Carmelina Siclari, studiosa (unica) della “Chanson”, reperita per caso alla Biblioteca Estense a Ferrara. Dove, deduce, Ariosto l’ha letta. Molti studiosi, fra essi Pio Rajna, “Le fonti dell’Orlando Furioso”, d° largo peso alla “Canzone d’Aspromonte”. E del resto molti sono i rinvii, di nomi e episodi. Stessa anche la metrica, l’ottonario cantabile.
Scarfò locupleta i due canti con un docufilm di una trentina di scene. Sullo sfondo del vero Aspromonte, di boschi, vallate, spuntoni, sorgenti, torrenti. Un’idea patrocinata dal Parco Nazionale Aspromonte, singolarmente intesa a recuperare alla montagna, sommersa dalle cronache criminali, la sua dimensione storica: religiosa, avventurosa, di peculiare estetica.   
Carmelina Siclari-Giovanni Scarfò, La canzone d’Aspromonte, La Città del Sole, pp. 99 + cd € 15

venerdì 15 marzo 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (390)

Giuseppe Leuzzi


Nell’Ottocento il malaffare era detto camorra. Nel Novecento mafia. Ora ‘ndrangheta. E nel 2100? Urge innovare, l’Italia non può perdere il primato.

Perché il Sud sarebbe profondo?

La corsa del Sud all’indietro
Nell’atlante del pil pro capite regionale 2017, che Eurostat ha approntato, l’Italia scompare dalle regioni più ricche. La regione più ricca, Bolzano, con un indice 143 di pil pro capite rispetto alla media Ue 28, viene a una trentina di posti da Londra Centrale, la più ricca (626 per cento della media Ue 28…).
L’Italia ricca, ex quinta o quarta potenza economica negli anni 1980, è nella parte inferiore della media europea. Mentre sono ai primi posti zone fino a ieri poverissime: Praga è al 187 per cento della media Ue, Bratislava al 179, Varsavia al 152.
Solo undici delle 21 regioni italiane, considerando Trento e Bolzano divise economicamente, hanno un pil superiore alla media Ue, e non di molto: Bolzano appunto (143), Lombardia (128), Trento (122), Valle d’Aosta e Emilia Romagna (119), Veneto (112), Lazio (111), Liguria (107), Friuli-Venezia Giulia (104), Toscana (103), Piemonte (102).
Marche (91 per cento), Umbria (83) e tutto il Sud sono sotto. Anche notevolmente sotto: Abruzzo (83), Basilicata (71), Sardegna (69), Molise (67), Campania e Puglia (62), Sicilia (59), Calabria (58).
Ma c’è di peggio: il Sud è arretrato rispetto all’anno 2000. E anche di molto. Non tutto il Sud: Abruzzo, Molise e Basilicata hanno migliorato, seppure di poco. La Sardegna invece è passata dall’86 per cento della media Ue al 69, la Puglia dal 79 al 62, la Sicilia dal 75 al 69, la Campania dal 73 al 62, e la Calabria dl 72 al 58.
Questo mentre tutto il resto dell’Europa è migliorato. L’area più povera nel 2000 della (futura) Ue a 28, Yugozapaden in Bulgaria, la regione attorno a Sofia, con un pil pro capite di solo il 37 per cento della media, è ora al 79 per cento. Il Portogallo, la Polonia, Cipro, la Lituania sono paesi tutti con un pil pro capite superiore a quello delle regioni meridionali italiane.
L’impoverimento è certificato anche dalla Confindustria. Che ha calcolato l’apporto della Sicilia al pil nazionale nel 1951 al 12 per cento, e oggi al 5,1.
Il dato statistico non dà le ragioni, si limita a fotografare la situazione. Ma un dato statistico è già indicativo: la scarsa o nulla competività, dell’Italia in generale e di più del Sud. Un dato sempre Eurostat, “European Regional Competitiveness Index”, summa di dati settoriali affinati, istituzioni, digitalizzazione, normative, etc. nella sua ultima edizione, 2016, vede le regioni italiane molto indietro, anche le più ricche. La più competitiva, la Lombardia, è al 143mo posto, su 284 regioni. Seguita da Liguria (146), Piemonte (152), Veneto (169). Le regioni meridionali si classificano tutte tra le ultime: Basilicata (226), Campania e Sardegna (228), Puglia (233), Calabria (235), Sicilia (237).  

Milano
I capitali cinesi sì, brache calate, quelli arabi no. La Cina può comprare quello che vuole, anche il Milan, anche senza capitali, l’Arabia Saudita che i soldi ce li ha, no, né una quota della Scala né una quota del Milan. C’è differenza tra la Cina comunista e l’Arabia patrimoniale? No, in entrambi i paesi si eliminano gli oppositori. Ma la Cina ha una lunga storia, l’Arabia viene dal deserto: Milano vuole improsarsi coi quattro quarti.

In qualsiasi altro mondo l’analisi costi-benefici di Marco Ponti e i suoi associati sul traforo Torino-Lione sarebbe stata spernacchiata per quello che è: una montagna di sciocchezze, messe insieme per fare soldi come consulenti, e magari assicurarsi una carriera politica gratis, da pseudo-scienziati in realtà associati in consulenze. Per cui sulla Torino-Lione fanno i calcoli per il no se il committente è per il no (Grillo) e, negli stessi giorni, per il sì se il committente è per il sì (la Commissione Ue). Roba da Pulcinella. Ma è Milano, seriosa, molto: Ponti è milanese, è un architetto, è un professore del Politecnico, è inattaccabile. Pensare e un Ponti napoletano…

Il professor Ponti, per essere milanese, e poi del Politecnico, può dire che col traforo Torino-Lione lo Stato ci rimetterebbe miliardi di mancate  accise sui carburanti, per l’abbattimento del traffico di Tir su e giù per le Alpi. Milano pretende anche di prenderci in giro seriamente.

Il contributo politico di Milano, da Mussolini alla Lega, prima Lombarda e ora nazionale, passando per Mani Pulite, è aggressivo e deleterio. Ora scopre che, dopo venticinque anni di governo lombardo, da Berlusconi a Monti e Salvini, la stessa Lombardia non è più tra le regioni ricche d’Europa – e con essa tutta l’Italia, già quarta potenza economica mondiale negli anni 1980, è trascinata al ribasso. Ma la colpa, dice, è del Sud, che la azzoppa – senza del quale, però, consumatore passivo, sarebbe comunque la più ricca in Italia?

La “nuova ricchezza” esibita da Roberto Formigoni, ora condannato, è certamente personale ma anche sintomatica. È di uno che non ha mai lavorato, quindi in questo poco milanese, ma è anche un politico di professione, quindi impersona un certo modo di fare politica, in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, l'esibizione della ricchezza. Un modo di fare politica votato dai milanesi, e anche molto votato.

Micalizzi, nome e genitori siciliani, emigrati alla periferia di Milano, è un fotoreporter milanese ora che è, suo malgrado, celebre, ferito a un occhio in un teatro di guerra. Coraggio, sprezzo del pericolo, vittima della violenza, etc., e una carriera illustre ne fanno un eroe milanese. Come è giusto che sia. Ma se in Siria fosse finito dentro per caso, per droga, per terrorismo, sarebbe stato siciliano? Senza dubbio.

La Scala continua ad avere vuoti perché gli spettacoli evidentemente non sono graditi – in gran parte sono riciclati. Ma continua ad imputare i vuoti ai dipendenti infedeli della biglietteria, che dirotterebbero i ticket verso il bagarinaggio: i vuoti sarebbero la conseguenza dei prezzi maggiorati dei bagarini. Ingegnoso – mai imputarsi una colpa.

I dipendenti della biglietteria della Scala licenziati perché infedeli vincono via via i ricorsi. Ma non chiedono il reintegro: preferiscono starne fuori.

Anche la pedofilia a Milano è speciale – Milano non è pedofila. “Vivevo in oratorio”, confessa un giovane di 22 anni, di Rozzano, dove fu violentato da don Galli, oggi condannato, il giorno della condanna di papa Francesco al concistoro contro la pedofilia appositamente convocato a Roma, “dopo quella notte ho cercato di morire” – quattro volte. I genitori lo dissero al parroco, che lo disse al vicario episcopale. Che era allora, 2011, mons. Delpini, l’attuale arcivescovo di Milano. “Don Galli fu spostato a Legnano”, continua il giovane, “dove aveva quattro oratori anziché uno”.

Bassetti, il ministro che vuole gli insegnanti del Sud sfaticati, un insegnante di Educazione Fisica fatto ministro per meriti leghisti, è anche uno che va a casa due volte a settimana, 70 volte in trentatré settimana, “in missione”. Non che tenga riunioni, a Milano o dove abita, a Somma Lombardo in provincia di Varese, ma per “grattare” qualcosa alle casse dello Stato.

Si fa attendere un mese e mezzo sul”Corriere della sera” un articolo di Marco Demarco sulle bizzarrie del dualismo Nord-Sud, divario culturale più che economico – di fatto, a parità del potere d’acquisto, tenuto cioè conto del diverso costo della vita. Scritto all’indomani di un articolo  analogo di Marco Fortis sul “Sole 24 Ore”, che Demarco cita ripetutamente, viene pubblicato il 22 febbraio: il Sud non esiste, si direbbe a Roma.

La mafia dei comuni mafiosi
Si sciolgono per mafia i consigli comunali eletti senza dare le motivazioni. Come invece sembrerebbe giusto e anzi doveroso. Verso i cittadini che li hanno eletti – sarebbe utile sapere chi e come ha profittato del consenso elettorale per fini di delinquenza. Verso l’opinione pubblica in generale: sapere che c’è una vigilanza accurata, precisa nelle contestazioni. Verso l’istituzione in sé: lo Stato che protegge il cittadino contro chi lo ha ingannato. Invece no, gli atti, se ci sono, sono segreti.
Da otto mesi il Tar del Lazio attende dal ministero dell’Interno gli atti che hanno portato allo scioglimento del Comune di Scilla, uno dei tanti adottati dal Prefetto di Reggio Calabria, che i Comuni di mafia sembra prenderli a strascico. Il sindaco dimesso, Pasquale Ciccone, ha fatto ricorso amministrativo avverso il decreto di scioglimento, unitamente alla sua giunta e a due dei consiglieri. A luglio del 2018 il Tar del Lazio, adito dai ricorrenti, ha disposto l’acquisizione in copia degli atti istruttori che avevano portato al decreto di scioglimento, “fatte salve le ragioni di riservatezza” eccetera. Non li ha ottenuti. Un mese fa ha reiterato la richiesta. Senza esito.
Si sciolgono le amministrazioni comunali mafiose con metodi mafiosi. Si sa che è un business ambito dai funzionari prefettizi, gli stessi che predispongono gli scioglimenti. Si sono perfino moltiplicati per tre il commissariamento anche di Comuni piccoli e minimi – per il grave pericolo della mafia, si sa: Comuni di due-tremila abitanti hanno tre commissari. Altrove sarebbero in conflitto d’interessi. Ma l’antimafia prevale. Dopodiché si fanno un anno e mezzo da commissari, con auto blu, autista, e una settimana lavorativa di tre giorni, poche ore la mattina, pagandosi il doppio per non lavorare - il compito dei commissari è di bloccare qualsiasi attività dei Comuni.
Nella provincia di Reggio, dove quasi tutti i Comuni sono commissariati, i funzionari prefettizi del capoluogo non bastano, vengono ora da Catanzaro, Vibo Valentia, Cosenza, qualcuno perfino da Crotone. Viaggi lunghissimi, una grossa fatica.

Resta una curiosità – che sia anche del sindaco Ciccone non esime: perché ai commissariamenti per mafia non seguono processi?
E un constatazione: che gli apparati repressivi non sanno fare altro che mandare al confino, a capriccio - il vecchio vizio, ora anche redditizio. Forse peer questo non ci salvano dalle mafie. Che sono serie, non sono ballettomani burocratici.

leuzzi@antiit.eu

Grande Fratello Italia


Spettacolo Juventus-Atletico Madrid sul campo e spettacolo su Sky: Caressa e Bergomi, il romanista e l’interista per antonomasia, come dire gli antijuventini per costituzione, hanno tenuto incollato il pubblico alla tv per due ore abbondanti. Perché un evento sportivo va partecipato, come avviene per quelli che vanno allo stadio, pagando caro e con spostamenti difficili, non analizzato col bilancino, come ci impone la Rai avvocatesca della “Domenica Sportiva”.
L’entusiasmo ha indispettito il web. Furibondo. Anche quello juventino. Specie con Caressa ma anche con Bergomi. Se non c’è ingiuria e bestemmia non c’è spettacolo? Si dice il web, che rinfocola gli hater, gli spurga il fiele. Ma forse è solo l’Italia, incattivita. O ignorante: non sa pensare, e quindi parlare, in altro modo che al “Grande Fratello”, o “Isola dei famosi” che sia: liti, spintoni, e turpitudini, a chi “fa” il più cattivo. Con la lacrime, naturalmente, finte, e l’obolo pronto per terremoti e disabili – tanto chi se ne frega, per due euro...  

Chi si ricorda dell'internazionalismo


Ai primi di marzo del 1919 si teneva a Mosca una riunione di esponenti politici di mezza Europa di area socialista, che avrebbero dato vita all’Internazionale Comunista, o Terza Internazionale, di cui quella riunione sarebbe stata il primo Congresso. Diciannove partiti e “organizzazioni rivoluzionarie” parteciparono, dal 2 al 4 marzo. In quella che era la capitale della nuova Russia sovietica. Molti proveniente da paesi in fermento: Germania, Austria, Ungheria, Polonia, Finlandia, Bulgaria – nessuno dall’Italia. Che tutti confluiranno presto in regimi autoritari  di destra.
Essendo l’Internazionale Comunista, questo spiega il silenzio dei media, è un non-evento. Ma anche degli studi storici? E senza nessuna nostalgia, neanche una lacrima? Un’eccezione curiosa in una cultura ridotta a celebrazioni di centenari, cinquantenari, anche quarantenari, di Pasolini per esempio, di puro passatempo, per non saper che fare.
Il silenzio sulla nascita dell’internazionalismo è però una conferma, ulteriore: non solo la sinistra politica è sradicata, anche il passato. Lo sradicamento della storia è sicura certificazione del nazionalismo – dell’autoaffermazione, o sovranismo come si vuoole chiamare. Non nuovo e anzi vecchio, e disastroso.

Il romanzo di Lalla in figure


Un semplice ottimo catalogo omaggio, di una mostra romana in onore di Lalla Romano, pittrice e scrittrice – “Romanzo di figure” viene da uno dei suoi tanti libri di fotografia. Di quando Roma aveva un dipartimento Cultura, 2001, un altro mondo – sembra impossibile ma c’è stato, appena
Ieri. Con fotografie, quadri e libri, di versi, racconti, romanzi. Dalle foto col padre, Roberto Romano, 1904-1914, ai quattro album fotografici che pubblicò con Einaudi dopo il successo letterario, “Lettura di un’immagine”, “Romanzo di figure”, “Nuovo romanzo di figure”, “Ritorno a ponte Stura”, alla collaborazione finale con Antonio Ria.
“Io dipingo sempre mentre guardo, allo stesso modo scrivo sempre”.   
Romanzo di figure, Casa delle Letterature


giovedì 14 marzo 2019

Tante scuse alla Cina


In parallelo con il culto della personalità, del nuovo Grande Timoniere Xi Jinping, si è sviluppata in Cina un politica di assertiveness internazionale. Sotto traccia sul piano militare, ma robusta e anzi virulenta su quello economico e dell’immagine. Con investimenti ovunque e in tutti i settori, specialmente qualificati come investimenti “nazionali”: autorizzati dal governo, in settori e aree che il governo stesso individua. E con una politica di immagine incondizionata: la Cina ha ragione. Generosa, ma le redini tenendo strette.
Una politica che ultimamente si è espressa con la richiesta insistita e formale di scuse a molte multinazionali: Mercedes, Delta, Qantas, Marriott, Zara (abbigliamento), Medtronic (strumentazione medica). E con l’autocensura imposta ad alcune case editrici  occidentali, per quanto influenti.
La Mercedes si è dovuta scusare più volte, e in termini esageratamente umili, per avere usato come by-line pubblicitario per un suo modello su Instagram (che peraltro in Cina è proibito), una frase del Dalai Lama – “guarda da tutti gli angoli, ci vedrai meglio”. Le linee aeree per avere una destinazione Taiwan separata dalla Cina. La catena alberghiera – anch’essa tenuta a ripetute scuse, anch’essa con le formule “fiorite” di omaggio alla Cina che sono in uso nella propaganda cinese – per avere rappresentato in un dépliant con colori diversi – diversi da quello della Cina – il Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao. Ci sono tabù in Cina che non bisogna nemmeno nominare: il Tibet, col Dalai Lama, Taiwan, gli statuti speciali di Hong Kong e Macao.
Uno studio di due organizzazioni tedesche di ricerca politica, il Mercator Institute for China Studies, e il Global Public Policy Institute, sulla “politica attiva di influenza” della Cina, elenca una serie di imposizioni di questo tipo in Sud Africa e in Australia – “Authoritarian Advance: responding to China’s growing political influence in Europe” (un lavoro di gruppo, con la specialista italiana della Cina, Lucrezia Poggetti). Nonché di interferenze nelle politiche europee, attraverso la Grecia dell’austerità, e l’Ungheria di Orbàn. Un anno fa Orbàn ha bloccato una lettera di denuncia da parte della Ue delle torture cui erano sottoposti in Cina alcuni avvocati impegnati sul fronte dei diritti umani. A giugno è stata la Grecia di Tsipras a bloccare una dichiarazione del Consiglio europeo per i Diritti Umani contro la Cina. Due casi senza precedenti nella Ue.
In Sud Africa Pechino ha mobilitato la popolazione locale di origine cinese contro la visita di Lobsang Sangay, capo del governo tibetano in esilio. In Australia il governo cinese ha ottenuto dalla Allen & Unwin la cancellazione di un libro in uscita,  “Silent Invasion”, del professore di Etica Pubblica e leader dei Verdi Clive Hamilton, contro le interferenze cinesi nella vita politica e intellettuale. In Inghilterra Pechino ha ottenuto dalla Cambridge University Press la cancellazione dalla consultazione online di 315 saggi  del suo trimestrale “China Quarterly”, per evitare l’oscuramento del sito in Cina. Innumerevoli sono i tagli e le censure che i big della rete, Apple, Google, Facebook, etc., si sono imposti su richiesta di Pechino.

Niente Brexit, siamo inglesi

Dunque, è subito chiaro: Londra conferma, senza più ipocrisia, di puntare a un rinvio della fuoriuscita dalla Ue. Per ottenere qualche concessione di più – magari presentando un nuovo governo, più oltranzista o minaccioso di Theresa May. O anche, novità da non scartare, per avviare un ripensamento, se, dovendo partecipare fra due mesi alle elezioni europee, troverà un elettorato a grande maggioranza partecipe.
La novità è relativa, già da tempo l’opinione non era più per la Brexit. Da quasi due anni, dall’assassinio della giovane parlamentare laburista Jo Cox, uccisa a rivoltellate e coltellate da un nazionalista perché europeista schierata. I sondaggi subito rovesciarono le intenzioni di voto, dal 6-4 a favore dell’uscita a 6-4 a favore della permanenza. Un ribaltamento immediato, senza altri fatti nuovi, né ripensamenti o ragionamenti politici: d’istinto. Poi i conservatori si sono serviti della Brexir per le loro faide di partito.

L'infanzia travestita di donna Marella


I ricordi d’infanzia e dell’adolescenza. Nelle ville e i palazzi di Firenze, Bressanone, Roma, Ankara, Istanbul, Lugano, e Roma di nuovo. Prima di?
Ricordi di genitori molto innamorati e molto assenti, Filippo e Margaret, americana del Wisconsin, e delle nonne, i fratelli Carlo e Nicola, lo zio Adolfo con la moglie Anna Visconti di Modrone, sorella maggiore di Luchino, molto personale di servizio, e personaggi dai nomi interessanti, che s’incontrano nelle varie capitali al seguito del padre diplomatico.
Una prima tranche forse, benché tarda, 2015, di un ciclo di ricordi. Curata da Roberto Calasso, ma curiosamente priva di spessore – di aneddoti, personaggi “seguiti”, atmosfere. Si nominano Ugo La Malfa, i von Papen, i Visconti, ma in una sorta di name dropping – cui donna Marella è di proposito aliena. Gocà è “go to the car”, la formula speditiva con cui Margaret, “col solito desiderio di liberarsi di noi”, licenziò Marella e Carlo una volta che l’assediavano travestiti e chiedevano “ora che dobbiamo fare” 
Marella Agnelli, La signora Gocà, Adelphi, pp. 236 € 12

mercoledì 13 marzo 2019

Londra mercanteggia

Brexit non è un dramma, è una farsa. Un dramma sarebbe se fosse sancita la separazione netta, senza un accordo con Bruxelles. Ma per ora la separazione è una trattativa farsa. Con un governo che va a Bruxelles, ottiene una virgola di più e i conservatori che ai Comuni danno pollice verso. Contro il loro governo, conservatore. 
Facendo anche i conti – i conservatori, una parte dei conservatori – con la loro leader, la premier Theresa May.
Questo è un aspetto che la politica italiana conosce: i conservatori copiano le faide Dc  - o i Dc copiavano, copiano ancora in sede Pd, le faide tory. Sull’accordo con l’Unione Europea, che non può non esserci, gli inglesi fanno invece rilanci al buio, nel gergo del poker: drammatizzare per vincere la mano. Con una grande differenza rispetto alla prassi democristiana: che un governo sfiduciato si dimetteva, perfino Renzi lo ha fatto, mentre May ne incassa in serie restando al suo posto - prassi di che costituzione? 
May resta al suo posto per ottenere un rinvio del termine ultimo. Per tornare a trattare e ottenere qualcosa di più. Magari facendosi sostituire sa un altro premier, anche solo un po’ sbruffone - Johnson. Oppure per ottenerla lo stesso, nel caso che la scadenza del 29 sia rinviabile.
C'è molta riverenza nelle nostre cronache per quanto avviene a londra. Ma la politica inglese è sempre stata del suk.

Antidemocratica la laurea per tutti

Le industrie e gli affari vogliono le lauree magistrali – il 70 per cento dei manager assume laureati a cinque anni. Non c’era da dubitarne, all’industria e negli affari serve gente formata, non diplomati, reduci da un esamificio, da una sorta di scuola dell’obbligo universitaria – un titolo non si nega a nessuno. Cade l’ultima maschera dell’infausta riforma universitaria di vent’anni fa, del ministro Berlinguer, mascherata da democratizzazione dell’università, con accessi liberi e “politiche del non-abbandono”, cioè il tutti promossi. Una “riforma” che Moratti e Gelmini, patrone dell’università privata, non hanno fatto che aggravare, “esecutrici volenterose”: il danno della “riforma” è mirato all’università pubblica, per aprire il business, quello sì molto anglosassone, dell’università di mercato, dai trenta ai centomila euro, l’anno – con finanziamenti bancari agli studi, etc, la solita economia del debito.
Cade con i manager una delle tante maschere. L’altra, altrettanto radicale tra le tante, è l’abbandono delle humanities per un presunto percorso pratico di studi, presunto modello vincente anglo-sassone. Per cui all’università non si impara un mestiere e non si impara a imparare: niente. Con grave danno dei ragazzi e delle famiglie, illuse. Con gravi restrizioni alle classi meno abbienti, quelle che non hanno i libri in casa. Che non sapranno nulla di storia né di geografia, cioè non sapranno nulla.


Cronache dell’altro mondo 28

Si contestano le carte a una candidata presidenziale democratica, la senatrice della California Kàmala  Harris, in quanto nera a metà, o non abbastanza nera. Nel presupposto che sia di origine giamaicana. E quindi di una negritudine inferiore a quella degli afro-americani, cioè nordamericani. Contestano la senatrice i neri americani – afroamericani. Ma Kàmala Harris è in realtà americana-americana, nata in California. E di origine semmai asioamericana: suo padre era nato in Giamaica, ma sua madre era indiana, una tamil di Madras, oggi Chennai. Niente di più americano della senatrice Harris, Procuratrice distrettuale di San Francisco, e poi Procuratrice Generale della California, prima di accedere al Congresso, una delle due senatrici della California, che ha vinto tutto con largo margine nel 2016, primarie e consultazione elettorale.
Il giudice costituzionale Clarence Thomas è giunto a ritenere la libertà di stampa un diritto “estremista”. Un “estremista” dice per questo anche James Madison, il padre dela Costituzione ameircana – uno dei padri. Thomas, un afroamericano, il secondo afroamericano nominato alla Suprema Corte americana, dove siede da quasi trent’anni, nominato nel 1991, a soli 43 anni, da George Bush, il repubblicano liberale che fu presidente dopo Reagan e prima di Clinton,  è il membro più longevo, se non di maggiore esperienza, della Corte.
Dopo due anni l’inchiesta speciale sul Russiagate si avvia a conclusione. Pare senza nulla di fatto. Si spiega così che i media americani, che sul Russiagate – l’elezione di Trump da parte di Putin – ci puntavano, ora puntano il Procuratore speciale Mueller, fino a ieri incensato. Da una parte. Dall’altra invece lo salvano, in quanto ha comunque scardinato una corte di affaristi attorno a Trump. Come se Trumpp non fosse un uomo d’affari, su piazza, e in piena attività. La stampa è libera in America di dire sciocchezze.

Contro i preti, omofobi omosessuali


Una “inchiesta” boomerang. Pur marciando su un terreno sicuro, la pedofilia, e dall’effetto scontato, la condanna. Che si dà cioè la zappa sui piedi, per quanto impossibile sia in tema di violenza sui minori.
Un’inchiesta sconvolgente sulla comunità gay più numerosa e potente al mondo: il Vaticano”, annuncia la fascetta, “Un caso editoriale che scuoterà la Chiesa cattolica”. Effetto di ricerche durate quattro anni, assicura l’autore. Col contributo di “decine di cardinali, centinaia di preti”. Con indagini in ben trenta paesi. E con l’obiettivo di “salvare” papa Francesco dagli intrighi omosessuali in Vaticano, terra di lupi. Ma Francesco non è un papa che condanna la pedofilia ma vuole salvare l’omosessualità?
Non è l’unica incongruenza dell’arringa – un atto di accusa più che una indagine. Che finisce per somigliare troppo a quello che si sospetta sia: un fendente anticlericale, benché prolisso, al passo con le cause per Danni alla moda in America. Una serie di fendenti. A destra, contro la pedofilia dei preti. E a manca, contro l’omosessualità dei preti, mentre si ritiene giusta e santa l’omosessualità in generale. In realtà contro il celibato dei preti, vecchio pane dei mangiapreti. Una delle vecchie diatribe anticlericali aggiornata alla crociata in uso. 
Un libro voluminoso, monocorde: la misoginia dei preti. Sotto la cappella Sistina, “una delle scene più grandiose della cultura gay, popolata di corpi virili e circondata dagli Ignudi”, porporati e prelati si riuniscono in conclave e concistoro per meglio farsi i giovani, e i meno giovani. Mentre si professano omofobi, della peggiore specie. Niente si salva tra i preti, già dal seminario.
Una pubblicazione anticlericale, nella tradizione francese. Nella tradizione della massoneria francese. Che usa farsi forte di questo o quel papa – la vecchia tradizione di Avignone. Qui del papa regnante. Sotto il cui ombrello si pone in esergo: “Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto: in tanti casi una doppia vita”, papa Francesco. E il libro anzi presenta come una difesa del papa contro l’opposizione del Vaticano, il papa argentino riducendo a “utile idiota” dell’anticlericalismo.
L’effetto, bizzarro, è di riconciliare col clero – le parrocchie, le funzioni, la comunità, la socialità. E allentare la pressione becera dell’omosessualità, minoranza molto aggressiva. La stranezza è doppia se si ha riguardo all’editore: che ci fa Feltrinelli qui, l’editrice che protegge e promuove le minoranze? In una diatriba forsennata contro i “froci” – “Esiste una regola non scritta che si applica quasi sempre a Sodoma: più un prelato è omofobo, più è probabile che sia lui stesso omosessuale”.
Frédéric Martel, Sodoma, Feltrinelli, pp. 555 € 24