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martedì 11 agosto 2020

Italia indifendibile

Sosteneva qualche decennio fa, poco prima della caduta di Mosca, il generale Cappuzzo arguto, che era stato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ed era diventato senatore beato, goriziano eletto ad Alcamo, sotto la provvida ala democristiana di Calogero Mannino, che i russi arrivavano in un’ora e mezza a Bologna, il tempo di farsi l’autostrada con i carri armati. Come a dire che la Difesa era inutile? Non proprio, ma nella sostanza sì.
L’ex ministro della Difesa Taviani, si sa ora, sosteneva negli anni 1950 e 1960 che la sola difesa possibile era … in Calabria. Approssimativamente, è da immaginare, Taviani non lo dice, non nelle carte desecretate finora, tra Lamezia e Catanzaro. Non c’era da pensare nemmeno alla Linea Gotica - chissà perché si chiama Linea Gotica la difesa naturale, ad arco, degli Appennini sotto la Pianura Padana, tra la Romagna e le Apuane, forse perché così la chiamavano i tedeschi di fronte all’avanzata Alleata. Niente, Taviani, reputato uno dei migliori, se non altro perché non rubava, si pensava salvo, forse, solo in Calabria, l’ultimo pezzo della Calabria. Una fuga senza fine.
Non sono aneddoti, è la maniera d’intendere la politica estera e della difesa: affidiamoci al più forte, che stiamo lì a elucubrare. Non della Seconda o Terza Repubblica, della primissima.
C’è scandalo che gli Esteri siano finiti a Di Maio, totale incompetente otre che ignorante. Ma perché, prima che cos’erano?

La Juventus, palla al piede Fca – perché Roma e Milano non comprano Fiat

Vivendo a Roma,dove il parcheggio è difficile, ci si meraviglia spesso di non trovare macchine Fiat o Jeep in giro: una su sette, una su otto. Muovendosi in città, affiancati dai taxi, l’impressione è perfino che ci siano meno auto italiane che Toyota. È Roma un mercato esterofilo? Non c’è ragione per presumerlo. Sono le altre macchine migliori o più convenienti?
Fca mantiene malgrado tutto una quota di mercato in Italia poco sotto a un terzo. A Roma è a un quinto, o sotto. Come a Milano del resto, e in Lombardia, dove le statistiche Unrae danno il gruppo italiano sotto il 20 per cento. I due mercati più ricchi.
E se fosse un mercato anti-Juventus? Quello romano e qello lombardo, i due mercati più numerosi e ricchi? Che la Juventus sia una liability per il gruppo Exor, al finanziaria degli Agnelli, là dove vende beni di consumo, come le automobili, è un’ipotesi da esplorare – alla luce anche del malcontento societario per la cattiva gestione del club sportivo che questo sito ipotizzava domenica. Tanto più se è vero, come è vero, che si sono fatti fuochi d’artificio per la sconfitta della Juventus al secondo turno di Champions League.

Problemi di base cinesi, giornalistici - 585

spock


Duecento agenti in tenuta anti-sommossa per arrestare un giornalista a Hong-Kong?
 
Il presidente Xi erige un monumento al giornalismo?
 
O è un avviso ai cattivi, ancorché giornalisti?
 
La democrazia è popolare se bene ordinata, cioè ordinata?
 
E perché non si salverebbe la libertà d’informazione arrestando i giornalisti?
 
Tutti collusi con potenza straniera gli abitanti di Hong Kong, cittadini britannici in petto - sono 7 milioni e 1/2?
 
Pechino ha carceri abbastanza?


spock@antiit.eu

Il pensiero postumo è su misura

Un saggio del 2009, ripreso online, che riesamina il problema del Nietzsche postumo. In una con le “Considerazioni” (i “Quaderni neri”?) lasciate da Heidegger. Due Naschlass differenti: il lascito di Nietzsche riordinato, di fatto scritto, da vari cultori della materia, quello di Haedegger lasciato da lui bene ordinato in vista con disposizioni accurate per la pubblicazione postuma.
Il lascito di Nietzsche, composto di gran numero di frammenti, è importante per il volume “La Volontà di Potenza”. Un’opera composita, per mano di numerosi specialisti, o gruppi di specialisti che si sono succeduti, o perché allontanati-inseriti da Elisabeth Foster-Nietzsche, la temibile sorella, negli anni successivi alla morte di Nietzsche, dal partito Nazista negli anni 1930, da editori vari, scaduti i diritti, a partire dagli anni 1970. O perché non più in sintonia col progetto. Che ha avuto almeno tre edizioni diverse. 
Nel 1935 anche Heidegger fu associato all’edizione dell’opera postuma di Nietzsche, l’ennesimo tentativo. Avviato nel 1933 dal partito Nazista, con una équipe dirette da Walter Otto, che nel 1935 invitò Heidegger a farne parte – con Hans Heyse e Max Oehler, due nazisti professi, filosofo il primo e uomo di mano nazista nelle università, cugino di Elisabeth e segretario dell’archivio Nietzsche il secondo.
La riedizione non fu fatta. Ma Heidegger poté osservare da vicino, nota Babich, come si tratta un Nachlass - non rassicurante? Né si conosce il contributo di Heidegger. Ma è questo anche il tempo in cui avvia le sue riflessioni e il corso su Nietzsche. Del quale, a proposito dell’opera postuma, sostiene sia che non si può conoscere Nietzsche senza il Nachlass, sia che giudicare o analizzare Nietzsche dalla raccolta “La volontà di potenza” è fuorviante. Una via probabilmente obliqua, molto heideggeriana, di dire che il trattamento di Nietzsche sulla linea Elisabeth-Hitler era fuorviante, in chiave cioè nazionalistica.
Un saggio che propone però, indirettamente, un altro motivo di incertezza: le querelles tra studiosi. Ognuno ritenendosi più nietzscheano degli altri, più aderente al modello, più veritiero, eccetera. Una quarta, o quinta, edizione della “Volontà di potenza”, quella di Colli e Montanari, Babich per esempio liquida in fretta come “ritenuta inadeguata dagli specialisti”, e il dubbio che si tratti di una critica concorrenziale è ingualcibile.
Su Heidegger, che invece ha predisposto l’eredità, il ragionamento è differente. Babich intende probabilmente riferirsi ai “Quaderni neri”, anche se il suo scritto risulta del 2009, e non si sa se rivisto. Fa riferimento infatti a generiche “Considérations”, che altro non possono essere se non le “Riflessioni” e Annotazioni” , Überlegungen e Anmerkungen, che prendono 23 dei “Quaderni neri”, o l’insieme di essi, i restanti dieci avendo titoli analoghi, “cenni”, “questioni provvisorie” – come a dire: quaderni composti distrattamente, non rivisti, all’umore del momento, non serialmente. Di questi quaderni Heidegger ha disposto la pubblicazione al completamento dell’Edizione completa di tutte le opere. Probabilmente considerandoli poco rilevanti, se non per gli studiosi: non per il suo pensiero ma per la probabile, anzi certa, ermeneutica heideggeriana. E infatti: la pubblicazione dei quaderni, anticipata perché l’opera omnia va per le lunghe, troppo costosa, si è rivelata un succès de scandale niente male. Mentre con Nietzsche il problema rimane aperto: si può dire ci sia un Nietzsche per ciascuno dei suoi ermeneuti, Babich compresa.
Babich, poligrafa americana che ha studiato in Germania, a Lovanio e a Tours (università Rabelais), allieva di Gadamer, collaboratrice di Taubes e Feyerabend, ha fondato nel 1996 e continua a pubblicare un “New Nietzsche Studies” – sulla traccia, dice, del “The New Nietzsche”, un collazione di saggi pubblicata nel 1984 da David Blair Aallison.
Babette Babich, Le sort du Nachlass: le problème de l’oeuvre posthume, Academia.edu, online

lunedì 10 agosto 2020

Problemi di base esteri, della Farnesina - 584

spock


É  il Libano una parte della Libia?
 
O è viceversa?
 
Meglio chiedere a Di Battista, lui ci sarà stato?
 
C’è sempre tanto da imparare?
 
E la Cina da che parte sta, che pure è tanto grande?
 
E gli africani, dice che sono dei bianchi anneriti?
 
Viaggiare negli Usa non piace per via dell’inglese, bisogna sapere l’inglese?
 
Il mandarino invece è semplice, ha anche in bel colore?


spock@antiit.eu

L’epidemia memetica

 “Epidemie di memi” è il primo capitolo. Non letali come il coronavirus, ma ugualmente contagiosi. “Genetica e virologia di idee, credenze e mode” è il sottotitolo – la virologia è dappertutto, come il vecchio occhio di Dio. È un po’ “Dungeons&Dragons”, ma serioso. Una “Strategia&Tattica” mirata: “Il gioco è semplice: persuadere, influenzare, convincere”, senza che nessuno se ne accorga.
Il meme è concezione recente, coniato e utilizzato dall’etologo superdarwinista e principe dell’ateismo Richard Dawkins soprattutto nella sua crociata dalla pia Oxford contro Dio e le fedi, ma è subito entrato nell’Oxford Dictionary, già negli ani 1990: “Un elemento di una cultura che può considerarsi trasmesso da mezzi non-genetici, in particolare dall’imitazione”. Prima di Dawkins l’antropologo americano F .T.Cloak, “Is a Cultural Ethology possibile?”, 1975, prospettava dei “corpuscoli di cultura”, che si insinuano nella mente e si comportano da padroni o “simbionti”, servi padroni. Un saprofitismo culturale, si potrebbe dirlo. Dawkins subito poi, ne “Il gene egoista”, 1976, ribaltò l’evoluzione dalla specie al gene, all’insiemistica del gene, la più piccola porzione del dna. Il ribaltone doppiando, all’ultimo capitolo, con l’idea di un protagonista dell’evoluzione anche culturale, del livello dei geni, e altrettanto invisibile e insidioso, il meme: “Io credo che un nuovo tipo di replicatore sia emerso di recente proprio su questo pianeta. Ce l’abbiamo davanti, ancora nell sua infanzia, ancora goffamente alla deriva, nel suo brodo primordiale ma già soggetto a mutamenti evolutivi a un ritmo tale da lasciare il vecchio gene indietro senza fiato”.
Fantascienza, ma quanto reale: internet era già attivo, seppure sprimentalmente, e presto sarebbero arrivati i social, i riproduttori illimitati. Non astrusa: “Esempi di memi sono melodie, idee, mode, frasi, maniere di modellare avvisi o costruire archi”. L’arte, cioè, è antica. Ma evolutiva: “Esiste un’analogia”, può sintetizzare Ianneo, “tra evoluzione memetica ed evoluzione genetica” - che lo stesso Dawkins aveva intanto già sistematizzato, in “Viruses of the Mind”, 1993.
Un libro di vent’anni fa, che non ha bisogno di aggiornamento, la realtà era tal quale già nel 1999, o si poteva intravedere possedendo certi strumenti: “La rete rappresenta una società fluida e non gerarchica, dove esistono degli eroi ma non dei capi, dove ancora ognuno è libero di sparare i suoi virus in pasto agli altri”. Molteplici, già a fine Novecento, gli “esempi di  e contagi comportamentali e mentali che si verificano quotidianamente sotto gli occhi di tutti”.
Virus informatici, biologici e mentali. Prodotti “in evoluzione progressiva”. “Nuovi «mutanti» (sia random che progettati dagli uomini”, notava Dawkins nel 1993, “più abil nel diffondersi saranno sempre più numerosi, e si aiuteranno mutuamente, “come fanno  geni”. Replicatori darwiniani e, insieme, agenti patogeni. L’imitazione, “alla base della stessa etimologia del meme”, ne è il motore. Incontrollabile, non c’è quarantena possibile – “gli sternuti mentali si propagano con enorme facilità”. Portatori le religioni, le sette, le leggende metropolitane, il sovraccarico d’informazione”. I memi sono “perfetti venditori ambulanti”, importuni, nonché “trasformisti inimitabili e camaleonti raffinatissimi”, ma simpatici. “I media costituiscono l’habitat principale dei virus mentali del Duemila”.
La memetica, dunque, una scienza dei virus mentali. Non molto di più se ne è saputo da allora, non di carattere scientifico.ma una nuova discipina è nata. E questo è solo l’inizio: “Un’ipotesi ai suoi albori”, la dice Ianneo. Un dottore di ricerca di Filosofia allora a Tor Vergata, esperto di Intelligenza Artificiale, che un po’ teme i memi un po’ ci spera – oggi professando nel Marketing Virale e nelle Campagne Pubblicitarie Innovative. Un visionario anche lui, che espandeva convinto il verbo. Pur cauteloso, mettendo in continuazione in guardia. Benché ancora, fine Novecento, non esistessero facebook, quello specchio universale delle smorfie, con instagram, tiktok, e ogni altra espressione di vanità, twitter, hater, fake news, influencer – si può leggere “meme” anche come me-me, l’io über alles, la vanità dilagante, che si pensa padrona del mondo ed è solo contagiata.
Francesco Ianneo, Meme, Castelvecchi, pp.223 € 9

domenica 9 agosto 2020

Ombre - 525

C’è sempre in Champions l’arbitro Čakir per far vincere le squadre spagnole con uno o più gol irregolari. Era specializzato nel Real Madrid, ora anche col Barcellona - contro il Napoli. Senza errore. Per decisione chiara di far vincere una squadra invece che un’altra. Tutto per caso naturalmente, la designazione e l’errore che non è errore.
 
Le agenzie americane d’informazione  - di spionaggio e controspionaggio - non  si applicano a prevenire attacchi ostili, ma da analizzare il “voto” delle potenze estere nelle elezioni nazionale. Ora registrano chi sta per Trump (Russia) e chi per Biden (Cina). Curioso per una democrazia, ma è quello che avviene in America. Dove peraltro le agenzie di spionaggio sono sedici.
 
Lo hanno fatto nel 2016, quando denunciarono la Russian connection, provocando poi il Russiagate, il processo ai rapporti Trump-Putin, e il nulla di fatto. Cioè, sono agenzie politiche, politicizzate, pro o contro questo e quello politico americano. Il direttore del National Counterintelligence and Security Center, che coordina le sedici agenzie di spionaggio, si limita a registrare gli attacchi della Russia a Biden e della Cina a Trump. Un notaio.
 
C’è un presidente di Commissione alla Camera, quella che si occupa dei fondi europei, che ha la licenza media, ha quasi quarant’anni, e non ha mai lavorato. Un deputato alla seconda legislatura. È di 5 Stelle naturalmente, e fedelissimo del ministro vice-presidente Di Maio - un altro che non ha mai lavorato. Questo presidente di Commissione, Battelli, ligure, è stato eletto nel 2013 avendo ottenuto alle primarie del suo partito 90 preferenze – novanta.
Caligola voleva il suo cavallo senatore e console, Grillo, democratico, si è affidato alle primarie.
 
Cinque parlamentari e un conduttore tv, partive Iva, chiedono all’Inps il bonus da mille euro disposto dal governo a partire dal mese di marzo per compensare la forzata inattività, e lo ottengono. Nei tempi, naturalmente, senza ritardi. Ma di loro non ci danno i nomi, l’Inps è su questo riservato.
 
Si sono fatti fuochi d’artificio per l’uscita della Juventus dalla Champions League. A Roma e in molti altri posti, anche piccoli paesi, anche a più riprese. Cioè: i fuochi erano stati preparati per “il caso che”, incomodo e spesa inclusi. Un paese di odiatori - tutto fila, dalla politica all’informazione ai social e al tifo.
 
“Nell’ex caserma di Treviso, la struttura che ospita i profughi, il più grosso focolaio d’Italia”. Sabato gli infetti erano 246 su 300. “Non hanno voluto essere divisi”, quando i primi casi si sono manifestati.
La cultura dell’’accoglienza non sa delle diversità, non le concepisce o le rifiuta. È una cultura povera, si direbbe parrocchiale - ma una volta i parroci dovevano essere abili, navigatori.
Condanna i rifugiati nel mentre che pretende di aiutarli.
 
970, non uno, novecentosettanta, labari della Marcia su Roma mussoliniana sono stati rubati all’Archivio di Stato a Roma. Lasciamo stare che si possano trafugare mille oggetti voluminosi dal’Archivio di Stato così facilmente. Ma c’è una domanda, c’è un mercato di questi ricordini. A ottan’tanni dalla caduta miserevole di Mussolini, sconfitto e abbandonato, dopo avere distrutto l’Italia. Che paese è l’Italia, novista?

Felicita e morte - Camilleri triste

La solita vicenda grassa, della donna che solo quello propone e fa, dal finale triste: la felicità è la morte.
I racconti che “la Repubblica” viene regalando ai lettori in ricordo di Camilleri, estratti da varie raccolte (questo dall’ultima, “Gran Circo Taddei”) confermano per curiosa coincidenza la forte impressione fatta dai “Montalbano”: del commissario come “fascistone”, come ha usato dire per qualche decennio in Sicilia dopo la guerra per dire il vecchio notabile o gentiluomo: il tipo onesto e bene intenzionato ma “faccio tutto io”, ovviamente scapolo.
Andrea Camilleri, Un giro in giostra, La Repubblica, pp. 47, gratuito col giornale

sabato 8 agosto 2020

Gestione Agnelli al capolinea

Lo spettro della bancarotta, dopo la disastrosa serie di passi falsi quest’anno: la Juventus, la squadra di calcio più vincente d’Italia, si ritrova a fine corsa 2019-2020 sempre fortemente indebitata, malgrado l’aumento di capitale da 300 milioni – di cui il 63,77 per cento, cioè 191 milioni, a carico Exor. Senza più le entrate di Champions League sulle quali faceva affidamento, essendone uscita agli ottavi. Senza le pur minime entrate della Supercoppa e della Coppa Italia. Con ricavi in calo malgrado il più che raddoppio dello sponsor commerciale, sempre Exor, attraverso Fca (Jeep), da 17 a 42 milioni l’anno. E malgrado l’incremento a 51 milioni l’anno (fino al 2027) dello sponsor tecnico Adidas.
La bancarotta finanziaria non è all’orizzonte ma quella societaria probabilmente sì. L’azionista Exor, John Elkann, è vistosamente assente dalle ultime vicende, e Alberto Agnelli, suo fiduciario per il calcio, potrebbe avere concluso la sua esperienza, benché capofila del secondo ramo della Famiglia, quello di Umberto suo padre. Ha costruito una squadra molto costosa e senz’anima, squilibrata in tutti i reparti, e nella stessa gestione tecnica, con un management team di sua fiducia palesemente inadeguato.
Nulla di tutto questo è stato detto, non ufficialmente, a Torino e dintorni. Ma i silenzi nella Famiglia Agnelli parlano.
Pirlo, con tutta la simpatia, non risolve - anzi, potrebbe far perdere al club pure il solo titolo di questo 2020, il campionato. Il problema non e tecnico, i conti sono pesanti. Ingaggi per 147 milioni l’anno, netti – lordi, cioè a carico del club, 251 milioni. Un bilancio da tre anni in perdita: nel 2018 per venti milioni, nel 2019 per quaranta, nel primo semestre del 2019-2010, al 31 dicembre 2019, per 50,6 milioni – un rosso che sicuramente aumenterà nel secondo semestre, per i mancati introiti da stadio e i minori incassi d’immagine. In calo sia i ricavi da stadio sia quelli tv. Mentre il merchandising, fertile per tutti in Asia, è in stallo. I debiti, già vicini al mezzo miliardo, per ridurre i quali era stato deliberato l’aumento di capitale monstre, sono tornati a risalire, dai 327 milioni di fine 2019 a, probabilmente, 350. Il debito, malgrado l’aumento di capitale, resta superiore al patrimonio (276 milioni a fine dicembre) e al fatturato.

La politica mediterranea (se) la fa Macron

Per decenni si è discusso a Bruxelles di una politica mediterranea della Ue. Fino ai primi anni 1990,  alla presidenza della Commissione di Jacques Delors. Difficile, poiché a mezza Europa non interessava, giusto all’Italia e alla Francia – la Spagna allora non contava. Poi abbandonata - poi venne l’allargamento all’Est, poi venne il niente, la difficile sopravvivenza. Proprio mentre il Mediterraneo si allargava in Europa, dilagava, con le primavere arabe, con i terrorismi islamici, con l’immigrazione incontrollata, e con le guerre civili libica e siriana. Nonché alla grande politica, anche a questi eventi subiti la risposta europea è rimasta scoordinata e debole, per manifesti segni di scarso interesse della Germania, e dei paesi che la Germania fa pesare. Riducendosi in Siria a isolate manifestazioni d’interesse della Francia, mentre l’Italia faceva finta di non essere in Libia, né altrove – Grecia? Turchia? Libano? Cipro? Egitto? Giusto qualche stretta di mano a Tunisi, che non conta.
Con la discesa a Beirut, ma già prima col tentativo di disinnescare la guerra in Libia, il presidente  francese Macron mostra di voler riprendere una politica europea per il Mediterraneo: il Libano va aiutato, per un cospicuo numero di ragioni, tutte buone, e questo non può essere il compito della sola Francia: stabilizzare la frontiera Nord di Israele, evitare l’Iran nucleare nel Mediterraneo orientale, proteggere la minoranza cristiana. I precedenti dicono che Macron fallirà: accoreranno tutti al vertice improvvisato che ha chiamato, ma non decideranno, il Libano non è all’orizzonte della Germania, di Angela Merkel. Questa volta potrebbe essere peggio perché anche l’Italia è assente - assente di fatto, per le foto Conte non se ne perde una. Macron ha però aperto una prospettiva a una politica francese per il Mediterraneo, malgrado gli impegni - le chiacchiere - sul multilateralismo. Apparentemente a Beirut non ha portato nulla e non ha ottenuto nulla, ma rimarra una iconsa per un generazione di libanesi.

Camilleri grasso

Un racconto “vigatese” ma della vena grassa di Camilleri. Una giovane bella come una Madonna, cinque amanti fissi da calendario, uno al giorno, un giovane amato, due morti precoci e un figlio neonato che avrà tutte le grazie del mondo: la Madonna ha fatto il miracolo. Ma non irriverente, giusto il necessario per un sorriso.
Andrea Camilleri, Di padre ignoto, La Repubblica, pp. 44 gratuito col giornale

venerdì 7 agosto 2020

Problemi di base dell'uguaglianza - o dell'identità

spock


Essere islamico o essere confuciano è indifferente?
 
E cinese o italiano?
 
Non ci sono differenze, o ce ne sono?
 
Gli Apuani nel Sannio sono diventati Sanniti, e i Sanniti nelle Apuane Apuani – basta l’indirizzo?
 
Non ci sono più le tribù in Africa per compiacere chi?
 
E nell’Amazzonia cara al cuore?
 
C’era l’antropologia per lo studio delle differenze, ora è cattedra senza oggetto?
 
Certo, se Trieste fosse tornata Trst, e “jugoslava”?
 
“Nulla è assoluto, nemmeno la morte”, A. Savinio?

spock@antiit.eu


L’epoca dei risentimenti

“La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari”. È l’assunto di Todorov. Che scrive negli anni del primo terrorismo islamico, di Al Qaeda, alle Torri Gemelle di New York e alle ferrovie di Madrid e Londra, alla ricerca di molte vittime, e mette le mani avanti: non conosco le situazioni “altre, vivo in Europa e sento e conosco solo la paura”. Ma parte da questo presupposto, per contestare Samuel Huntington, 1996, “Lo scontro di civiltà”. Senza però proporre soluzioni, solo un avvertimento a stare in gaurdia. Da se stessi.
“Oltre lo scontro delle civiltà” è il sottotitolo. “Lo scontro delel civiltà sarebbe: le democrazie occidentali da un lato, l’islam dall’altro. Due mondi, fissati nelle loro differenze storiche, culturali, religiose, e così votati al conflitto. Di fronte ala minaccia, niente più posto per il dialogo e la mescolanza. E nessun’altra alternativa che la “fermezza”. Cioè la guerra. Con ogni mezzo. Si può essere ver amente sicuri, quando si ragiona così, che la barbarie e la civiltà continueranno a trovar si dal lato che si crede? Se l’imperativo è difendere la democrazia, è anche cruciale di non lasciar si dominare dalla paura e trascinare in reazioni sproporzionate. Perché la Storia ce lo insegna: Il rimedio può essere peggiore del male”.
Un saggio un po’ scontato, non la solita “scoperta dell’ordinario” in cui Todorov eccelle. Ma è del 2008, già una quindicina di anni fa il tema si poneva. E ancora si pone: per un motivo? Todorov scriveva all’indomani del terrorismo feroce di Al Qaeda, ma prima dell’Is, altra barbarie, e prima delle immigrazioni in massa degli anni 2010, in America e in Europa. Il Novecento è stato dominato dallo scontro fra i regimi dittatoriali e le democrazie. Il Duemila? Todorov è deluso dalla “liberazione” post-sovietica: troppi rigurgiti amari nel “sue” Est – il bulgaro Todorov si sente giustamente uno dell’Est, benché abbia vissuto dal 1963, dai suoi 24 anni, fino alla morte, nel 2017, in Francia. Ora il problema è far convivere il niqab con lo string a scuola “ma entrambi sono vietati”. Uno a Uno dunque?
Con un excusrus sugli incontri-scontri delle due civiltà, e le note variazioni sulla ricchezza culturale e la varietà dottrinale dell’islam, che nessuno omette o rifiuta. Mentre il punto è un altro: l’islam può venire ad ammazzarci, con Al Qaeda, con l’Is, e con quello che sarà, per quante colpe possiamo avere? Più semplicemente, può installarsi a casa nostra, e dopo dire che è sporca e sudicia. Non è un fatto di razzismo. Non è un problema di cultura. È un problema di prepotenza. Todorov trova naturalmente un islam non prepotente, ma è la scoperta dell’Africa – la quale era stata scoeprta rima di Gesù Cisto.
L’eguaglianza è un discorso affascinante, oltre che necessario. Ma nell’indistinto o nell’appiattimento? Ovvio che no. Todorov ci prova, ma senza molta verve. Non ci sono più le grandi divisioni, o frontiere, ad aiutare. Nazionali, politiche, tra dittature e democrazie. Nemmeno geografiche, tra Nord e Sud, lui stesso lo nota: l’Australia è al  ud, la Manciuria ben al Nord – o tra Est e Ovest – il raffronto, dice ancora lui, è difficile tra Cina e Brasile. Oggi c’è la mondializzazione, dietro il Giappone si è mossa tutta l’Asia. E ovunque c’è effervescenza, gli have nots si sentono in qualche misura depauperati e reagiscono, vogliono poter partecipare al Grande Mercato. Il “risentimento” non è – non si manifesta – acuto, ma è diffuso. La paura invece è dichiarata, in forme politiche nebulose, ma tutte a loro volta risentite. 
Tzvetan Todorov,
La paura dei barbari, Garzanti, pp. 284 € 14

giovedì 6 agosto 2020

Ecobusiness

Il must post-quarantena sono le sneaker bianche, immacolate. Da lavare ogni giorno, e da abbandonare a fine stagione. Per salvare l’ambiente?
Concorso di idee, grandi appalti, design meraviglia, i nuovi banchi scolastici sono semoventi, dei veri proiettili, e tutti di plastica. Per salvare l’ambiente. Gli appaltatori ne devono fornire 2 milioni e mezzo entro l’8 settembre - data in Italia fatidica: quaranta giornate di fabbrica di plastica a ciclo continuo. 
“L’ipercompetitività delle energie rinnovabili le rende ormai una scelta inevitabile”, si può leggere sul “Corriere della sera”. Costano care, portando il costo del kWh a 27 centesimi, per un terzo come  “oneri di sistema”, e cioè incentivi alle rinnovabili. Ma si capisce , l’assicurazione proviene dal massimo percettore di oneri di sistema-contributi, il ceo di Enel Green Power, Antonio Cammisecra.
Il ceo di Enel Green propone anche – intervista al “Corriere della sera”, 2 agosto – lo smaltimento e il riciclo della vetroresina delle pale eoliche: “Lo sa che una moderna pala eolica è più grande di un Airbus A380?”
Il riciclo, a che costo per l’ambiente? Dal riciclo della pala eolica-A irbus A 380 “si possono fare tante cose”, assicura Cammisecra, “dai mattoni antisismici leggeri ad asfalti drenanti e riflettenti”. Per scivolare meglio sulla strada, correndo anche quando piove.
“Quando fu inventata la locomotiva a vapore i poeti si lamentarono dell’inquinamento della natura”, J. Roth, “Le bettole di Berlino”: “La fantasia si figurava scenari terribili: zone della terra senza prati né boschi, fiumi prosciugati, piante rinsecchite e farfalle soffocate”.
Roth a Berlino è profetico: “Non si immaginava che ogni sviluppo percorre un cerchio misterioso. Nel quale inizio e fine si toccano e diventano identici”. L’economia circolare?


Poe, malgrado tutto

Sotto forma aneddotica, saltellando avanti e indietro, con una grafica frammentata, Poe ne esce a tre dimensioni. Il primo scrittore professionale in America. Il padre del giallo. Uno dei primi scrittori di fantascienza. Ottimo poeta. Giornalista brillante e editore insomito. Cui una famiglia e un’infanzia tristi e difficili renderanno la vita amara e breve, con un matrimonio incongruo, la moglie aveva tredici anni, e l’alcolismo di cui presto morirà, a quarant’anni. Che tuttavia mantenne forte il sense of humour, l’inventiva, la voglia di fare. Scherzoso: come poi Proust, amava i falsi, ma non nei limiti del pastiche, dell’imitazione dello stile di altro autore, ne compilava di integrali, d’invenzione, e uno fu anche ristampato come “fatto” dal Congressional Record.
Una vittima delle storie familiari. Il nonno paterno, patriota del’indipendenza, poté finanziarla con 40 mila dollari, circa mezzo milione di oggi. Il padre, attore fallito, lascia la moglie prima della sua nascita. Un anno dopo la madre, attrice, gli partorisce una sorella, Rosalie, senza dire il padre. Per poi morire appena due anni dopo. Edgar, di tre anni, viene dato in affidamento a Frances Allan, che assisteva per compassione la madre e sarà una buona matrigna. Non così il marito John Allan, ricco commerciante di tabacchi. La coppia curerà l’istruzione di Edgar, anche a Londra, dove si trasferisce per cinque anni, ma John resta estraneo. Ha preso Edgar per l’insistenza e l’amore della moglie, e anche perché orfano pure lui cresciuto in affidamento, e ha dato a Edgar il nome, ma non lo adottato. Edgar firmerà sempre senza Allan, E.A.Poe, o Edgar A.Poe.
Il giallo sarà stato all’origine storia di padri? Con E.A.Poe, all’inizio dell’Ottocento, per il padre assente, con Conan Doyle, a fine secolo, per il padre ingombrante – o i padri sono ininfluenti, si scrive per caso.  
Shelley Costa Bloomfield,
The Everything Guide to Edgar Allan Poe, Adams, pp. 286 € 20


mercoledì 5 agosto 2020

Letture - 429

letterautore

Brexit – È in Orwell, 1938, “Omaggio alla Catalogna”, reduce dalla guerra di Spagna: “E finalmente l’Inghilterra: l’Inghilterra meridionale, forse il più mite paesaggio del mondo. È difficile, quando la si attraversi, soprattutto mentre ci si riprende dal mal di mare, col velluto di un treno internazionale sotto la testa, credere che qualcosa stia accadendo nel mondo… L’Inghilterra della mia infanzia: la linea ferroviaria scavata nella parete rocciosa e nascosta dai fiori di capo, i prati profondi dove i grandi cavalli lustri pascolano meditabondi, i lenti rivi orlati di salici, i verdi seni degli olmi, le peonie nei giardini dei cottages; e poi l’immensa desolazione tranquilla della Londra suburbana, le chiatte sul fiume limaccioso, le strade familiari, i cartelloni che annunciano gare di cricket e nozze regali, gli uomini i cappello duro, i colombi di Trafalgar Square, gli autobus rossi, i policemen in blu: tutto dormiente del profondo, profondo sonno dell’Inghilterra, dal quale temo a volte che non ci sveglieremo fino a quando non ne saremo tratti in sussulto dallo scoppio delle bombe”.

Dante – Galileo, cultore delle lettere, s’ingegnò a dimostrare che l’imboccatura dell’inferno di Dante corrisponde geometricamente a quella del lago d’Averno a Napoli - che lui non conosceva, se non attraverso Virgilio: legava Dante a Virgilio anche geometricamente, con la razionale follia del calcolo. In un’opera dimenticata ma esistente, due lezioni all’Accademia fiorentina, “Circa la figura, sito e grandezza dell’inferno di Dante”. Per l’indicazione che la “selva” si trovava “tra Cuma e Napoli” Galileo si rifà “al Manenti”, ma su questa identificazione architetta una complessa costruzione, di diametri, circonferenze, gradi, miglia e quarti di miglia che è inutile citare. Dopo questa premessa: “La selva dove (Dante) si trovò è, secondo il Manenti, tra Cuma e Napoli, e qui era l’entrata dell’inferno. E ragionevolmente la finge essere quivi: prima, perché ‘l cerchio della sboccatura dell’Inferno passa a punto intorno a Napoli; secondo perché in tal luogo, o non molto lontano, sono il lago Averno, monte Drago, Acheronte, Lipari, Mongibello e simili altri luoghi che dagli effetti orribil che fanno paion da stimarsi luoghi infernali; e finalmente giudica aver il Poeta figurata ivi l’entrata dell’Inferno per imitar la sua scorta, che in tal luogo la pose”, Virgilio.

Manenti potrebbe essere Giovanni, un veneziano del primo Cinquecento che la Treccani definisce “illetterato con la predilezione per le lettere”, autore anche di un poema in stile “Inferno” sulle prigioni veneziane. Gestore del lotto a Venezia e sensale d’affari, era stato processato per falsificazione e “stronzatura” di denaro – calo fraudolento della percentuale di metallo nobile, oro o argento, nella lega della moneta. Infine assolto, aveva però fato alcuni mesi di carcere. Di cui scrisse appunto come Dante all’inferno, anche lui con Virgilio accanto.

Femminista – Il primo fu Gesù, spiega convinto Roman Gary nella lunga intervista alla radio canadese prima di suicidarsi, “Il senso della mia vita” – sotto la divisa: “Si vive una vita meno di quanto si è da essa vissuti”. Su questo chiude convinto con una insistita perorazione l’intervista a futura memoria, per professare “la passione della femminilità sia nella sua incarnazione carnale e affettiva della donna, sia nella sua incarnazione filosofica dell’elogio e della difesa della debolezza”. Ribadendo: “E se mi si chiede di dire qual è stato il senso della mia vita, risponderò sempre”, pur non essendo mai entrato in chiesa, benché battezzato, se non per vedere qualche opera d’arte, “che questa è stata la parola del Cristo, nel senso che ha di femminile”. Avendo riconosciuto: “Questo mi mette talvolta in conflitto con le femministe”.

Semplice il suo ragionamento: “La prima voce femminile al mondo, il primo uomo che abbia parlato con voce femminile, è stato Gesù Cristo. La tenerezza, i valori di tenerezza, di compassione, d’amore sono valori femminili e, per la prima volta, sono state pro nunciate da un uomo che era Gesù”.

Ironia – “In Sicilia abbiamo tutto, ci manca il resto, diceva con ironia Pino Caruso”. “Con ironia” non è pleonastico, l’ironia non è nella battuta? Anche perché si sa, si ricorda, s’intuisce, Pino Caruso un comico? Aldo Grasso deve specificarlo perché non una: l’ironia non usa in Italia. Non  nella scrittura.

L’ironia non è italiana, l’understatement, benché ne sia maestro il fautore della favella toscana Manzoni. Alcuni letterati ne sono stati sprovvisti a prescindere, Moravia per esempio, Pasolini.

Machiavelli – Si firma, scrivendo a Guicciardini, “istorico, comico e tragico”.

Machiavellico – “Quando i Medici tornarono a Firenze, nel 1512, (Guicciardini) era ambasciatore in Spagna per conto della Repubblica e riuscì a prepararsi un rientro morbido, senza colpo ferire, mentre il segretario (Machiavelli) perse tutto in un colpo. Dunque, se Guicciardini era guicciardiniano, Machiavelli non era machiavellico” – Marcello Simonetta, “Tutti gli uomini di Machiavelli”, 97.

Pentimento - “È meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi”, è consiglio di Boccaccio, “Decameron”, III, 5.

Liborio Romano- Paolo Macry ne fa il prototipo dell’intellettuale notabile del Sud, quello con le migliori intenzioni che però inevitabilmente portano a esiti catastrofici. Per una concezione di sé avulsa dai luoghi, le comunità, la società – al meglio arroccata sull’antico, con l’invenzione di genealogie e ottimi lontani titoli. Storicamente fu l’artefice della dissoluzione del Regno del Sud, dopo l’Atto sovrano con  cui l’ultimo re Borbone, Francesco II, gli cedette le redini del comando il 25 giugno 1860 – già il 27 Romano faceva issare il tricolore. Organizzò le cose per favorire l’arrivo di Garibaldi a Napoli, anche assoldando plebaglia e marmaglia. Un ministro dell’Interno di Francesco II che fece affiggere i manifesti per Garibaldi “il liberatore d’Italia”. Non seppe però organizzare la luogotenenza di Garibaldi. Quando Garibaldi fu giubilato dal conte di Cavour inflessibile, protestò con asprezza, e si dismise dalla luogotenenza del principe di Carignano. Poi ci ripensò, e avrebbe voluto una unificazione senza gli abusi doganali e fiscali contro il Sud, ma Cavour non gli diede retta.

“La sua biografia”, dice lo storico (“Unità a mezzogiorno”, 80-91), “strato dopo strato, la complessa storia del Risorgimento meridionale”. Origini rurali, come (quasi) tutti, da élite provinciali, assorbite più che altro da interminabili contenziosi per e attorno alla terra, “deluse da un regime incapace di programmi ambiziosi, cautamente antiborboniche e cautamente liberali”. Dall’orizzonte amplissimo, naturalmente, rivoluzionario, utopico, e ristrettissimo: “Trascorre anni tra le carte delle liti patrimoniali della famiglia, ben dentro i conflitti imperituri che oppongono l’uno all’altro i notabili di Patù, il villaggio dov’è nato”. Non fu un camaleonte, opportunista. Ma uscì subito di scena, finita l’opera – benché questa dovesse molto, se non tutto, a lui.

Romanzo-realtà - Ci aveva pensato Giono, assiduo dell’affaire Dominici. Lo ha imposto Capote – imitato subito da Saviane in Italia. Ma si presta a curiose inversioni. Romain Gary, che divenne autore celebrato col romanzo “Le radici del cielo”, 1956, prima narrativa ambientalista ecologica, in difesa degli elefanti, allora cacciati liberamente in Africa, ebbe subito dopo la pubblicazione, il premio Goncourt e la larga risposta del pubblico, una corrispondenza con Raphaël Matta, una guardiacaccia francese in Costa d’Avorio, impegnato contro i bracconieri. Dai  quali fu poi ucciso. La vicenda Matta fu successiva al libro, ma si disse e tuttora si scrive che Gary aveva fatto il romanzo del povero Matta.


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J. Roth a Berlino col mal di vivere

“Sono importanti soltanto le inezie della vita”. Uno sguardo pensieroso, filosofico sulla città. Distaccato dalla “turbolenza urbana e dalla grande tragedia del mondo”.
La raccolta si apre così, di una decina di articoli per giornali berlinesi negli anni 1920, ma è una sorta di memoria della capitale tedesca in quegli anni. Malinconica, come immiserita, e scortese anche, senza la disinvoltura e l’esprit  che Berlino vanta. Una città di pietra di cui il grande urbanista Werner Hagemann ha fatto al diagnosi - di cui Roth riferisce ammirato, senza però dirne il succo (se non che ridicolizza Federico II di Prussia, “il Grande”). A tratti un’altra Germania: “In Germania la competenza è solita esprimersi attraverso il balbettio informe del dilettantismo letterario. L’erudizione non ha carattere”, in Germania?, “il sapere farfuglia come se fosse ignoranza e all’obiettività manca un’opinione propria”.
Testi ineguali. Quello del titolo, “Notti nelle bettole”, 1921, è una rassegna dei locali notturni – bionde e birra – rassegnata, bozzettistica. Roth c’è e non c’è, gli articoli si direbbero alimentari. Se non per un anticipo del mal di vivere. 
Joseph Roth, Le bettole di Berlino, Garzanti, pp. 89 € 4,90