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lunedì 11 dicembre 2017

Il fantasma di Carlo Marx

Ha dell’incredibile, per essere passato inosservato per i centocinquant’anni del “Capitale”, questo 2017, mentre non si annuncia niente per il 2018, per i duecento anni della nascita, a maggio. È un segnale della senescenza dell’Europa, la perdita della memoria. Di un personaggio peraltro determinante per la sua storia, la storia dell’Europa, per altrettanto, almeno un secolo e mezzo. L’ultima, probabilmente, proiezione dell’Europa sul resto del mondo, dalla Manciuria alla Terra del fuoco. E a lungo ferace anche negli Usa, che se ne penserebbero vaccinati. Come ragione critica, l’eufemismo per marxismo di Horckheimer, Adorno, Marcuse e Brecht, per non turbare, quinte colonne tedesche, gli ospitali americani alla vigilia della guerra.
Bravo borghese
Marx è anzitutto una persona, la prima cosa che di lui si è dimenticata, quando era in auge. Il lavoro aliena, assicura, lui che non ha mai lavorato, Uno che conduceva una vita borghese, col piano per le figlie, e l’aiuto domestico, eventualmente da ingroppare, sempre senza lavorare. Marx era per formazione e inclinazione un borghese, andava pure al casino, una volta con Engels presero lo scolo dalla stessa puttana.
Si deve anche – ancora - fare giustizia di tanto Diamat volgare, che si dice marxismo-leninismo, ma né Marx né Lenin erano stupidi, e Marx non si faceva illusioni. La Germania, secondo lui, nel 1870 si difendeva, incoronandosi a Versailles. Nella prefazione alla prima edizione del “Capitale” elogia il liberalismo inglese. Marx di scientifico ha l’utopia, la politica la rifiuta, e con essa, anche se non lo sa, l’economia. Mentre lo Stato si caricava a Occidente di cassa malattie, pensioni e mutui. E i padroni capitalizzavano cinque secoli di ottimo pensiero politico, Machiavelli, Hobbes e Grozio, Locke, Hume e Kant, Burke, Constant e Tocqueville, e si appropriavano Weber, Pareto, Kelsen e Schumpeter, oltre allo stesso Marx.
Non bisogna però equivocare, non c’è infamia nel volere il pianoforte per le figlie. Il rifiuto del ruolo, per l’uguaglianza del merito e una vita da vivere a ogni istante, non è la realtà o la contemporaneità, e non è Europa, semmai è America. In Europa tutti vorrebbero una moglie nobile, la ca-sa in Toscana o in Provenza, con contadino, da guardare da lontano come il vecchio feudatario, e i ricevimenti del Gattopardo coi gelati squagliati, il rifiuto della buona borghesia è assillo borghese, un’ideologia.
Marx voleva un’altra cosa, e lo disse subito, stabilendo nella Miseria della filosofia che cosa non andava. Non era contro i borghesi per i proletari. Cioè sì, ma contro la stupidità di chi vuole produrre la ricchezza a mezzo della miseria, dei proletari e sua. “Negli stessi rapporti entro i quali si produce la ricchezza si produce altresì la miseria”, a opera degli stessi: “Questi rapporti producono la ricchezza borghese, ossia la ricchezza della classe borghese, solo a patto di annientare continuamente la ricchezza dei membri che integrano questa classe, e a patto di dar vita a un proletariato sempre crescente”. Grandi palle alzava Marx ai borghesi intelligenti, anche solo poco. A Ford, per dire, quand’era sobrio dall’antisemitismo. E non si può fargliene una colpa. Il gregge è il corpo del pastore, ne è l’estensione, il formicaio lo è delle formiche, l’alveare delle api: ne estende il corpo e la mente, per i pascoli e oltre, nella lunga giornata senza tempo, nella transumanza. La fabbrica lo è dell’operaio, l’azienda dell’impiegato, il lavoro del lavoratore. È una condizione antropologica, non una classe. Marx non lo sapeva perché non lavorava.
Contro il proletariato
Il problema con Marx è che voleva eliminare il proletariato. Mentre nel suo nome si è lottato per farlo trionfare. Il proletariato, i servi cioè retribuiti. È per forza che è morto da tempo. “Appena Marx ebbe chiara coscienza del proprio sistema”, dice Rosenberg l’antichista, comunista senza partito, “dovette cercare gli operai”. Al British Museum non ce n’erano, e Marx non ha mai conosciuto un solo operaio. Gli stessi comunisti egli disprezzava eccetto Engels, di cui è nota l’opinione sui partiti: “Che importa a noi, che sulla popolarità ci sputiamo, e che perdiamo la testa appena cominciamo a diventare popolari, di un partito, cioè di un branco d’asini che giurano nel nostro nome perché ci credono loro pari?” Incoercibili politicanti in realtà entrambi. Specie Marx, che per primo non credeva alle leggi dell’economia, che sapeva falsate da autodidatta, e della storia. E la vita spese a costituire la sua fazione, contro ogni altro socialista e comunista prima che contro la polizia segreta prussiana.
Sapeva riconoscere un nemico, questo sì. Per questo eresse un monumento al capitale, con la proposta di arrestare la storia e la filosofia, l’impercettibile ma costante mutamento attraverso cui l’uomo esce dalla sua pelle, con gli amori, il lavoro, la generazione, la convivialità, nell’arte, canti, balli, racconti, silenzi, e negli elementi, la terra, il legno, la pietra, il ferro.
Si fa presto a dire Marx, ma che dice lui, e che rivoluzione ha organizzato, che partito, che sindacato? Bisognerà aspettare Lenin per avere una rivoluzione marxista, di borghesi cioè con la classe operaia. I libri e le sue innumerevoli lettere sono frammenti. Il cui filo non può essere la struttura, cioè il potere secondo il Diamat: il lavoro produttivo è sovrastrutturale, un qualsiasi esperto di mercato lo sa. Altrimenti è un comunismo da schiavi: non può “realizzare l’uomo” se elimina ogni spazio comune. Ed è la verità della sua prima rivoluzione, in Russia, paese di servi, e non in Germania, dove c’era la più vasta e organizzata classe operaia e il contesto era maturo, per la crisi dell’economia e dell’imperialismo.
I lavoratori tedeschi vollero anzi ridare ai borghesi il potere che la guerra perduta aveva loro sottratto. L’astronomo olandese Pannekoek - che ne sapeva più di Lenin, disse lo stesso Lenin - scoprì subito pure perché: in una società integrata, che viene da lontano, egemonie e sudditanze si legano per molti fili, culturali, storici, tribali. Non maturano solo i processi produttivi, di più ma-turano e anzi induriscono le ideologie, e si dovrebbe dire le psicologie.
Ironico, liberale
Era amante del paradosso, benché a fini di conoscenza. La banca è l’arma dei poveri, sostenne con Engels nel 1851, quando Proudhon, l’amico dei socialisti italiani, voleva abolire la banca. È come se desse tutto ai borghesi ricchi, obiettava Marx. Vide anche tempestivo i misfatti della rivoluzione industriale, Smith e Ricardo, che la teorizzavano, non seppero di esserne i contemporanei.
Marx era superbo, in questo è reo. Ironico: per un Witz avrebbe dato il “Capitale”. In tutti i rapporti, anche familiari, il criterio della verità diventa per lui distacco critico: io e gli altri. È la forma più esasperata di egotismo, limitare alla misantropia, il fastidio dell’umana imperfezione. Marx era uno che capiva una diecina di lingue, corrispondeva con migliaia di persone, leggeva i giornali di tutto il mondo. E non ha mai fatto la fila per il burro, benché disoccupato.
Marx non è un semplice che lega la rivoluzione alla crisi – né un Andreotti che governa “a mezzo della crisi”. Oppure è liberale oltre che grande borghese, inconsapevole: snobbò Eugène Sue, “piccolo borghese sentimentale, socialista della fantasia”, candidato dai socialisti “per far piacere alle grisettes”, perché era liberale. Chiudendo il “Manifesto”, alla vigilia del ‘48, offre un’alleanza ai borghesi, l’alleanza dei produttori, ro-ba da Saint-Simon. La “Neue Rheinische Zeitung”, il giornale che fondò e diresse nel ’48, non spiacque ai borghesi renani, nell’intento che ritenevano condiviso di sottrarsi al Congresso di Vienna di Metternich, che li aveva annessi alla Prussia.
L’ironia è il suo lato simpatico, oltre che una grande dote conoscitiva, socratica. Ma è il virus che ne mina la dottrina. Il cristiano si riscatta al confessionale, per quanto ipocrita possa la confessione cristiana essere, il comunista non può pentirsi mai. Pena l’ipocrisia, che è malvagia. Inoltre, ironizzare porta all’insensibilità, non a più conoscenza. Attraverso lancinanti ulcere o gialle epatopatie - soffriva Marx di fegato? Vladimir Nabokov lo vede in aspetto di “traballante e bisbetico borghese in calzoni a quadretti di epoca vittoriana”, il cui “cupo Capitale è “figlio dell’insonnia e dell’emicrania” – ma Nabokov ne condivide il sarcasmo, con punte snob perfino più acute, anche se non sembra possibile.
Come l’altro monopolista Freud, che molta buona psicologia ha oscurato, Marx ha per questo vezzo cassato molto socialismo, alle sue radici: la compassione. Su Sue bisogna intendersi, Marx è ingeneroso, come a volte lo è il destino. Uno che aveva avuto padrini di battesimo Giuseppina di Beauharnais e l’Aiglon, il principe Eugenio, che passava le serate al Jockey Club, e nel 1850 si fece candidare per battere la legge Falloux, che aboliva la scuola pubblica, e in qualche modo ci riuscì, Parigi lo elesse – l’anno dopo Luigi Napoleone Bonaparte lo esiliò, e in nessun posto poté andare per l’opposizione dei preti, solo in Savoia, sotto la protezione del governo liberale di Massimo D’Azeglio, dove presto morì.
Contro il lavoro
Non solo in Ford alla fine, e in Owen all’inizio, ma nella Cadbury, alla Rowntree e in ogni altra azienda quacchera, in molte società cattoliche e in quelle socialiste del mutuo soccorso l’Ottocento ricorreva al lavoro per migliorare l’igiene e l’istruzione, o il rispetto di sé. Finché il lavoro non fu disseccato nel plusvalore. Le critiche presto erano emerse con Eduard Bernstein, e poi con Rosa Luxemburg - la nuova sinistra si trasforma in vecchia sinistra ai quarant’anni. Semplici, Marx le avrebbe sottoscritte: il moderno proletario è sempre povero ma non pauperizzato, la crescita della ricchezza non viene con la diminuzione del numero dei capitalisti ma con la loro moltiplicazione – si potrebbe fare un partito di massa dei ricchi, non fossero tanto ricchi da farsi passare per poveri. E lo slogan “i proletari non hanno padri” non è vero, purtroppo. Ma questo era contro l’interesse del Partito a farsi Stato. Senza contare che lo stesso successo delle sue idee ne inficia il presupposto, l’economicismo.
Marx fu marxianamente figlio del tempo, gli anni fra il 1851 e il 1862, quando rintanato nella biblioteca al British Museum ponzò i quattrocento articoli per la “New York Tribune” e la “New American Cyclopedia” e la critica dell’economia, mentre i tribunali disgregavano il comunismo e la corsa alla ricchezza subentrava con la pace alla scoperta dell’oro in California. Più forte del 1789 e del 1848, più esperto anche dei diritti di libertà e miglior filosofo. Benché pure il contrario sia vero: Marx l’Europa potrebbe aver corroso nell’intimo, Stalin non esce dal nulla.
(continua)

Il complotto è made in London

Il divertimento c’è, per trecento e più pagine, fabbricate dai servizi inglesi, maestri del menare il torrone – Londra è sempre gravida di complotti, se ne fa un brand, l’intelligence è sport inglese per eccellenza, Harding da solo è “specialista” di Berlino, Mosca, Afghanistan e Iraq, e biografo non auotorizzato di Assange (wikileaks) e Snowden. Ma la somma non lo vale, un film costa la metà, meno.
Il gioco è noto, e non è difficile: è giocare tra indizi (in inglese evidence) e prove. Che obiettare all’evidenza? E poi, in un certo senso, è un bel gioco: che si possano fabbricare storie e venderle a 20 euro. Magari avendo ammortizzato la spesa (il tempo di lavoro, il telefon, i viaggi, magari la segretaria) a mont e. Però, c’è chi ci crede.
D’altra parte non ci crede evidentemente neppure l’editore italiano, che è  Berlusconi. Harding punta sul mercato grosso, e quindi su Trump, Berlusconi è quisquilia per i servizi inglesi. Ma il primo “candidato di Putin”, coccolato dal Cremlino postsovietico, di cui Harding fa la “storia”, è stato Berlusconi stesso.
Harding, Berlusconi, MI 5, ci prendono in giro? Trump non è della massoneria inglese? La Russia è sempre fertile di best-seller, dopo “Guerra e pace”?
Luke Harding, Collusion, Mondadori, pp. 336 € 20

domenica 10 dicembre 2017

Letture - 327

letterautore

Bach –  È “arabogotico” per Savinio, “Scatola sonora”. Savinio trova influenze arabe in musica e in pittura – oltre che, probabilmente, in architettura, poesia e filosofia. A proposito di Bach: “La musica di Bach rappresenta il concetto arabogotico del mondo. C’è nel gotico molto più arabismo di quanto sia stato dichiarato. C’è in Bach del’arabismo….In particolar modo nel largo del «Primo concerto brandeburghese », nel «Preludio VIII» del « Clavicembalo ben temperato»… Prima di entrare nella sala di Santa Cecilia in occasione di un prossimo concerto di Bach sarà bene forse togliersi le scarpe come gli Arabi che entrano nella moschea”.
Si potrebbe fare la pace nel nome di Bach? Se non del monoteismo, percorso invece divisivo.

Dante – Ebbe un lungo periodo di eclisse, da metà Cinquecento, all’Ottocento – dopo il primo, immediato successo nel Tre-Quattrocento, in Italia e in Europa. Nel Settecento si irrideva anzi a Dante, considerato un barbaro, e anche noioso. Si trascura che fu anche all’Indice, col Concilio di Trento e prima, per il “De Monarchia”, trattato imperiale e filotedesco. Nel 1525 il cardinale Pietro Bembo, in gioventù l’amante di Lucrezia Borgia a Ferrara, lo escluse a Padova dalle sue “Prose della volgar lingua”, opera che era venuto scrivendo per vent’anni e che sarà a lungo il canone dell’italiano.

Gomorra – Piovono critiche alla terza serie di “Gomorra”, da parte dei Procuratori Capo di Catanzaro, Gratteri, di Reggio Calabria, Cafiero de Raho, ora destinato alla Diezione Nazionale Antimafia, e di uno dei tre Procuratori Dda di Napoli, Borrelli. Ai quali Saviano ha buon gioco a rispondere su “la Repubblica” – che ne rafforza la risposta con alcuni tweet.  “La narrazione interpreta la grammatica del potere e ne illumina le dinamiche, e questo significa cominciare a conoscere la strada deal soluzione”, così Dario Del Porto e Alessandra Vitali ne sintetizzano il pensiero.
Se non che i tre Procuratori dicono di non aver visto “Gomorra 3” – Cafiero de Raho di non averne mai visto un episodio. “Gomorra 3” non marcia bene negli ascolti, è di un rilancio che necessitava?

Sul “Corriere della sera”, invece, Giovanni Belardelli prende la questione “Gomorra” da un punto di vista sociopolitico. La “realtà virtuale” del mondo chiuso della serie, grigio, violento, disturba lo storico. Che pone il problema: “La rappresentazione di un universo a senso unico costituisce una denuncia””. E ancora: “Motivi di preoccupazione. Colpisce che all’estero c’è chi crede che questo sia uno specchio veritiero dell’Italia”.
Questo è il vecchio quesito che si pose trent’anni fa con “La piovra”, altro successo televisivo, a proposito della Sicilia: è questa l’immagine dell’isola, dell’Italia? Mentre è ovvio per tutti quello che allora si concluse: che sono “rappresentazioni”, spettacoli. Un “paese normale” come si suole dire, li produce se li sa produrre e vendere. A nessuno viene in mente di pensare l’Inghilterra o gli Usa, patria dei vecchi gialli, come paesi di assassini. In Italia – ma dentro l’Italia, non fuori – il problema è diverso perché si fanno degli assassini degli eroi. Condannandoli, certo, a parole, ma rappresentandoli cattivi-ma-belli, feroci-ma-generosi, spietati-ma-abili, cosa che in nessun posto di Napoli si è mai visto.
Sul primo punto Belardeli argomenta diffusamente: è “legittimo qualche dubbio sul fatto che rappresentare crudamente e senza un qualche distacco critico”, un controcanto, una controscena, “la realtà possa mai costituire un atto di denuncia. In che senso potrebbe essere considerata una denuncia della pedofilia una serie tv che raccontasse, ma dal’interno e senza alcun personaggio positivo, le vicende di un gruppo di «turisti sessuali» in Thailandia?”.
Però, anche qui, non è questa la chiave – commerciale, volgare – di queste produzioni. È legare certe attività a un posto preciso, Napoli ora come un tempo la Sicilia. Il più grosso mercato della droga è a Milano, non a Napoli, e non a opera della camorra. È maramaldeggiare, tirare a pallettoni contro l’uomo, o il luogo, morto.
Ma allora, anche qui: ricavare un credito e un utile - per Sky, Saviano, gli interpreti - da una cosa morta non è un miracolo? È un grosso fatto imprenditoriale. Napoli è quello che questo sito sostiene da tempo - p.es. http://www.antiit.com/2013/01/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-157.html
la maggiore realtà imprenditoriale italiana, nell’economia grigia o illegale dovendo profondere ingegno e energie di grande qualità e quantità.

Nietzsche – Il “baffuto filosofo dagli occhi ingrottati” di Savinio era Monteverdi, in musica. Monteverdi aveva scritto la musica che Nietzsche avrebbe voluto scrivere, sempre secondo Savinio, “Scatola sonora”..

Rossini – Era “il Voltaire della musica” per Stendhal. Per lo spirito, il brio, lo scoppiettio delle idee.
Anche Schopenhauer, che praticava la musica col flauto,  lo ebbe musicista preferito. A un emissario di Wagner, che nel 1854 cercò un approccio facendogli recapitare  una copia dell’ “Anello del Nibelungo” scrisse: Trasmettete i miei ringraziamenti al vostro amico , e ditegli da parte mia di abbandonare la musica e dedicarsi alla poesia, per la quale dimostra maggiore ingegno. Io, Schopenhauer, rimango fedele a Rossini e a Mozart”. Cioè al Settecento? Non solo: “Ammiro e amo Mozart”, scrisse ad altro corrispondente, “e vado a tutti  concerti nei quali si suonano le sinfonie di Beethoven; ma quando si è abituati a sentire Rossini, qualunque altra musica sembra pesante”. Collezionava le opere di Rossini ridotte per flauto, e ogni giorno vi si esercitava per un’ora prima di pranzo, da mezzogiorno all’una.

Tragedia – Svanisce nel Settecento, secolo che produsse moltissime tragedie. Il suo “Don Giovanni”, dove si assassina e ci si danna, Da Ponte chiamò “dramma giocoso”.
Il Settecento scrisse molte tragedie, il solo Voltare alcune dozzine, ma col ghigno. Senza crederci, e anzi credendo il contrario, che non c’è tragedia. 

letterautore@antiit.eu

Mia figlia, suo padre

“A New York  io, mia figlia e suo padre siamo stati stalkerati da un paparazzo che ci ha fotografato e seguito per 6 ore”: Scarlett Johansson spopola sui social con questa storia. Il ridicolo della tragedia. Stalkerati da un paparazzo è già troppo. Ma quel “suo padre” introdotto nella famigliola perseguitata nella gita a New York è sublime, nel senso della stupidità.
Senza colpa dell’attrice. Scarlett Johansson è simpatica performer. Ma è nel cinema da quando aveva sette anni – o tre, pare. Ed è cresciuta come sexy simbol. Cioè: da che pulpito?
Ma non è di lei che si parla, è di “suo padre”, il padre della sua propria figlia. Che forse l’ha fatta come Giove e poi Scarlett l’ha adottata? No, l’hanno fatta insieme, con una tecnica non casuale e anzi piuttosto complicata.
Il galateo politicamente corretto, cioè di genere, è perfidamente cattivo. Distruttivo: una sorta di auto presa in giro. Autocastrante, in cambio di una presunta libertà. Presunta perché, nel mentre che si è vincolati a un rapporto umano, seppure scelto liberamente, si pretende di non esserlo. Presunta anche perché egoista, cieca. Come dimezzarsi gli affetti, la possibilità di averne.

L’offensiva tedesca contro i Bot

La Procura di Milano ha deciso di indagare Deutsche Bank sulla manipolazione del mercato dei titoli italiani nel 2011. Una speculazione a freddo: Deutsche Bank liquidò tutti i Bot e i Btp italiani, e poi, quando si fu ricoperta, per lucrare sul riacquisto, cioè per inabissare i titoli, lo fece sapere al “Financial Times”. Che naturalmente ne diede notizia - della vendita, non della ricopertura.
La Procura si muove infine su un fatto non segreto. Ma, è vero, taciuto dai giornali italiani, impegnati allora contro Berlusconi, cioè contro il governo nazionale.
Il caso spiega in dettaglio G. Leuzzi, “Gentile Germania”, un libro del 2013, al § La ricetta Ackermann:
“Sul debito bisogna intendersi: la colpa qui, per la Germania, è senza dubbio dei latini. Prendiamo il caso dell’Italia, dell’offensiva contro i Btp della primavera 2011, i buoni del Tesoro italiano. La Deutsche Bank, subito imitata dalle banche tedesche minori, vendette tutti i suoi Btp, che allora quotavano a valori superiori al nominale. Vendette cioè non per ricoprirsi da perdite ma per guadagnarci. E a luglio ne informò il Financial Times, dopo aver ricomprato Btp a termine, a prezzo prevedibilmente più basso. E aver fatto incetta di credit default swap collegati ai Btp, titoli di controassicurazione sul rischio insolvenza dell’Italia, sui quali intanto lucrava un rendimento elevato. Con una mano. Con l’altra diffuse a fine luglio un rapporto favorevole ai Btp.
“Un modello di speculazione. Fu l’inizio della crisi dell’Italia. Innescata a freddo, non per caso. Era a capo di Deutsche Bank Josef Ackermann, “il più potente banchiere del mondo” per il New York Times. Potente coi politici, in Germania e fuori – in Italia aveva Giuliano Amato a “maggior consulente”. Per Simon Johnson, capo economista al Fondo Monetario, “uno dei banchieri più pericolosi del mondo”. Amministratore delegato dal 2002, aveva impegnato Deutsche Bank nei mutui senza garanzie, la bolla scoppiata nel 2007. Per queste e altre attività arrischiate della sua gestione - la vendita di derivati agli enti locali in Italia e la manipolazione dei tassi interbancari – la banca tedesca è tuttora la più coinvolta in azioni risarcitorie, per fronteggiare le quali accantona in bilancio tre miliardi.
“Ackermann era stato a capo del Credit Suisse dal 1992 al 1996. Nel 1996 fu cooptato nel consiglio della Deutsche Bank e in quello della Mannesmann, la banca e la fiduciaria più potenti della Germania. Nel 2002, subito dopo l’ascesa al vertice della Deutsche, era stato accusato a Düsseldorf di corruzione nell’acquisizione di Mannesmann da parte di Vodafone, nel 1999. Assolto rapidamente, ebbe la sentenza cassata dalla Corte Costituzionale. In appello, quattro anni dopo, aveva patteggiato un indennizzo di 3,2 milioni, col diritto di dichiararsi non colpevole.
“Nella prima parte dell’affare, la cessione da parte di Olivetti di Omnitel Pronto Italia, nota coi marchi Wind e Infostrada, a Mannesmann, la Oliman, finanziaria di diritto olandese del gruppo italiano, allora di Carlo De Benedetti, realizzò una plusvalenza di 14.200 miliardi di lire. Düssel-dorf contestava inizialmente – la traccia fu presto trascurata – il trasferimento di tali ingenti somme, a carico e a beneficio di Mannesmann, in paradisi fiscali. Olivetti si risparmiò nella vendita Omnitel 3.800 miliardi d’imposta al fisco italiano, il 27 per cento della plusvalenza. Nello stesso 1999 Mannesmann aveva ceduto Wind e Infostrada all’Enel, allora gestito da Franco Tatò, per 11 mila miliardi.
“A settembre del 2008 Ackermann aveva salvato la Hypo Real Estate, il gruppo tedesco specialista dei mutui, vicino al fallimento per la crisi. Un piano pubblico di salvataggio da 35 miliardi era stato autorizzato dall’Ue a condizione che i soci ne sottoscrivessero un quarto, 8,5 miliardi. I soci si rifiutarono. Seguì una fase concitata, con Hypo falliva la Germania modello. Angela Merkel si rivolse allora ad Ackermann, che in poche ore trovò la somma. L’anno dopo Merkel contraccambierà, ricapitalizzando Deutsche Bank con la cessione a condizioni di favore della banca di Deutsche Post – senza obiezioni di Bruxelles. A metà ottobre 2013 la Süddeutsche Zeitung calcolava in 290 miliardi gli interventi del governo tedesco dal 2008 a favore delle banche. Una cifra record. Ma molti interventi sono del tipo propiziato da Ackermann, e poi a lui ricambiato.

“Un metodo, insomma, che è una dittatura, il criterio gestionale dello spregiudicato svizzero, del mordi e fuggi. Del breve e brevissimo termine, del guadagno immediato, dello “strozzo”. Nel quale ha inciampato nell’ultimo incarico, la presidenza di Zurich Insurance, avendo vessato il direttore finanziario della compagnia al suicidio, agosto 2013. Una sorta di Shylock, il mercante di Venezia di Shakespeare, meno loquace ma, se possibile, più spietato, quello che chiedeva la libbra di carne viva a chi non pagava il prestito.  
“A maggio 2012 Ackermann sarà in pratica licenziato, dai piccoli azionisti Deutsche, e dai grandi. Ma dodici mesi prima proiettava “una lunga ombra sull’Europa”, notò il New York Times. In precedenza, il 18 ottobre 2010, sul lungomare di Deauville, Angela Merkel aveva imposto a Sarkozy, quindi all’Ue, il principio che “gli Stati possono fallire” - la Grecia, ma non solo. Era la ricetta Ackermann: non ristrutturare il debito (allungare le scadenze, tagliare gli interessi) ma farlo pagare con l’austerità, anche cruenta. A questo fine limitando gli aiuti Ue. Il capo della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, francese, reagì furioso: “Non vi rendete conto di cosa provocate”. Ma il suo presidente, lo statista emerito Sarkozy, lo mise a tacere.
“Al contempo, in una sorta di divisione del lavoro sporco, i consiglieri monetari di Angela Merkel impedivano alla Bce ogni intervento calmieratore, Axel Weber, Jürgen Stark, Jens Weidmann. Tre personaggi influenti, accreditati portavoce della migliore Germania, di saggeza incontestabile e potere decisivo. Anche se il curriculum di Weidmann si limita a una laurea, e ad alcuni anni di servizio nella segreteria di Angela Merkel. Alla svendita Btp della primavera 2011 seguì un’estate di comode incursioni sui “latini” sbandati. I fondi hedge favorirono l’offensiva allineandosi pronti. I fondi sovrani, pensione, d’investimento si adeguarono in automatico. Le vendite di Btp non si limitarono al ribasso (short) dei future, il mercato cash fu coinvolto, il giorno per giorno. In pochi mesi il future sul Btp si deprezzò del 22 per cento: da 110 sul nominale all’avvio delle vendite Deutsche, aprile 2011, quotazione sopravvalutata a motivo della solvibilità del debito, crollò a 87,5 a novembre. Mentre il Bund saliva dal 125 al 140 per cento del nominale. Il divario tra le due quotazioni è lo spread.
“Analogo attacco veniva sferrato contro la sterlina - una ripetizione della più redditizia speculazione del dopoguerra, quella del 1992 contro la sterlina e la lira. La Banca d’Inghilterra reagì comprando Gilt senza limiti, la più grande manovra di politica monetaria dalla crisi del ’33 – quantitative easing o stampa di moneta. D’intesa con la Federal Reserve, che anch’essa difese i Treasury Usa col quantitative easing. Con successo immediato, e senza accrescere di un decimale l’inflazione. Facendo anzi guadagnare il Tesoro Usa, cui la Fed riversò utili per 79 miliardi di dollari nel 2009 e per 77 miliardi nel 2011 – più degli interessi che il Tesoro aveva pagato alla Fed sui suoi titoli. Ciò che la Germania invece impedì alla Bce, facendo sbarramento con la Bundesbank, i suoi consiglieri Bce, e una politica accorta.
L’Italia era “paragone della virtù di bilancio” a inizio 2011, a giudizio dell’Ocse. Che nel 2007-2010 ne rilevava un deficit di bilancio più basso rispetto agli altri paesi industriali. E migliorato nel quadriennio di 0,2 punti, dall’1,3 all’1,1 del pil, una volta “corretto dagli effetti del ciclo” (cioè dall’aumento dei tassi), rispetto agli Usa (- 4,9), all’Eurozona (- 1,9) e al Giappone (- 1,4)…. “

L’Europa superba dei perdoni

Le voci sono della cantata, “dedicata a tutte le stragi della storia”, che Morricone ha scritto su impulso dell’11 settembre, su richiesta di Muti, allora direttore della Scala. Ripresa da Pappano in concerto, con l’orchestra e il coro di Santa Cecilia, è un’elegia. Molto lontana dallì’11 settembre.
Nn c’è la distruzione, l’odio, l’esibizione di froza. C’è l’enneima richiesta di perdono, la colpevolezza traslata in musica, sui versi “arcobaleno” del poeta sudafricano Richard Rive.
Morricono stesso lo spiega nel programma di sala: “Sì, perché volevo andare oltre quella tragedia: dall’11 settembre ill rano si è trasformato in un canto delle infinite stragi dell’uomo, dal colonialismo a oggi”. Dell’uomo cioè europeo.
Una intenzion e nobile. Ma, come tutte le domande di eprdno, una forma dell’albagia dell’Europa, che si crede ancora determinante o importante nel mondo. E più per rifiutare le armi.
Ennio Morricone, Voci dal silenzio, Accademia Nazionale Santa Cecilia

sabato 9 dicembre 2017

Problemi di base elettorali - 378

spock

Dopo Di Pietro nel Mugello, e Di Pillo a Ostia, non vorrà D’Alema consacrare Grillo a Roma?

D’Alema ci è o ci fa?

E Grasso?

Il Pd si lascia morire in Italia: non bisognava andare in Svizzera?

Ascoltare Radio 3 è consolante o sconsolante?

E vedere Rai Tre?

I vaffa sono diversi dagli haters?

E che altro sono?

Basteranno tutte le televisioni per contenere Berlusconi?

spock@antiit.eu

Roma “macchina di dei”

Una rilettura dell’impero romano, dal 27  a.C. al 529 d.C., senza novità sostanzali, ma sì nella messa in quadro: di imperatori che si qualificavano, dopo Augusto, “Cesari”, conquistatori e legislatori. Ma non una galleria dei personaggi - Svetonio basta e avanza: “Ideologia e potere nella Roma imperiale” è il sottotiolo e il tema.
Jerphagnon, lo storico della filosofia deceduto nel 2011, allievo di Jankélévitch, specialista di sant’Agostino, già autore nel 1980 di un “Vivre et philosopher sous les Césars”, premiato dall’Accademia francese col Grand Prix du Roman, ha grandi qualità espositive, “racconta” più che romanzare, la storia delle idee.  In questa che è la sua ultima opera – prima dell’opuscolo sulla stupidità, “La sottise”, che lo promosse best-sellerfa un ripasso dell’impero come di una “formidabile macchina per fare degli dei”. Cinque secoli e mezzo analizzando di pensiero, etico e politico, per mettere in quadro l’ideologia e la pratica di un impero di così lunga durata. Nonché modello di un milennio e mezzo di storia occidentale, di dinastie e di repubbliche. Il più grade impero documentato, sotto gli occhi di tutti, e conscio di sé.
Il segreto dell’Occidente, si può dire, è nell’impero romano
Lucien Jerphagnon, Les divins Césars, Pluriel, pp. 592 € 12

venerdì 8 dicembre 2017

Ombre - 394

#metoo si disse l’orco
Mi piace, memorie
Gradevoli innesca
D’inviti vorticanti,
Morbide occhiate,
Malizie, sfioramenti,
Anche perché allora
Ero bel figo, avevo potere.

“Personaggio dell’anno” la rivista “Time” raffigura di gruppo, cinque donne che si sono liberate dalla schiavitù maschile. Isabel Pascual, messicana, immigrata clandestina, che campa raccogliendo fragole, accanto all’attrice Ashley Judd. Che guadagna con dieci pose in un film quanto Isabel non guadagnerà in tutta la sua vita. Davvero vince la solidarietà di genere?

La botta di Trump all’Occidente - cristiani e mussulmani uniti nella lotta, e anche la Russia - con Gerusalemme capitale di Israele non ha nella buona stampa americana più dell’1 per cento dell’attenzione, che #metoo continua a monopolizzare. Quasi la stessa disattenzione del ribaltamento fiscale di Trump, la botta forse ferale alla globalizzazione.   


Anche il Russiagate perde colpi su #metoo. L’idea è anzi oggi di abbattere Trump non con Putin ma con le molestie sessuali. Bisognerà nominare un altro Procuratore speciale.

Macron manda Ségolène Royal ambasciatrice al polo Nord e al polo Sud. E lei ci va. È l’effetto Macron, delle riforme rivoluzionarie.

Il polo Nord – o è il polo Sud? – Ségolène Royal dice anzi la piattaforma del suo rilancio politico, dopo il suo fallimento alle presidenziali 2007, e dopo quello dell’ex marito Hollande – col quale aveva fatto quattro figli – l’anno scorso. Decisamente l’Europa è un posto di sorprese. Un esploratore africano che la scoprisse oggi stenterebbe a credere.  

Alla Fiera dell’innovazione a Roma, “Maker Faire”, la più grande d’E uropa, etc., il visitatore accede da una stazione metro con un km. circa di corridoio coperto, e vari saliscendi senza scale mobili – ci sono, ma non funzionano. Questo alla Fiera di Roma, che si definisce Nuova Fiera di Roma.

L’ex direttore del “Sole 24 Ore” Napoletano dice ora che il presidente della Banca centrale europea Trichet ha favorito nel 2008 la Francia, e subito dopo ha affossato la Grecia, e poi a seguire la Spagna e l’Italia. Non andava detto subito? E le centinaia di miliardi a favore delle banche tedesche?

Fioccano in Gran Bretagna le richieste di restare nel mercato comune europeo. Vuole restare anche chi voleva la Brexit, l’Irlanda del Nord e il Galles, con Londra. È il mercato dei furbi, ma si sapeva – gli inglesi non vogliono la sceneggiata annuale del bilancio, e Schengen, oltre all’euro.

Gira e rigira i puri e duri della sinistra (ex) Pci si consegnano a Grasso. Che magari non è Pci, nemmeno ex, e nemmeno di sinistra. Si consegnano è la parola giusta.

Meglio Grasso che Pisapia, l’albagia degli (ex) Pci si spinge fino a mettere fuori gioco un vero comunista e puntare sulla remissione dei peccati – Grasso, malgrado tutto, è un giudice.

Si potrebbe pensare Grasso un ultimo sbocco della lingua di legno o biforcuta. Sapendo che non prenderanno un voto alle elezioni, gli ex Pci potranno dire che la colpa è di Grasso. Non si sa se abbiano fatto questo ragionamento – ragionano? Ma così sarà.

Verdini e Alfano candidati del centro-sinistra non sono male. Che ne diranno i giornali “corretti”, dovranno trovare altre carogne. Magari Renzi li farà pure eleggere.

Poi Alfano ha rinunciato a candidarsi – Renzi non può fare i miracoli. Non nel Pd. Ci sarà il ritorno classico, del figliol prodigo. Che Cathopedia riassume così: “La Parabola del padre misericordioso, popolarmente chiamata del figliol prodigo, raccontata da san Luca, 15, 11-32, è l’ultima di una trilogia, nella quale è preceduta dalla Parabola della pecorella smarrita, e dalla Parabole dela moneta smarrita.

Smarrimento è un titolo che mancava, anche quando i film si intitolavano “Catene” e “Tormento”. C’era un “Torna!”, è vero. Diciamo che manca allora la prosperosa Yvonne Sanson, che era tutto.

Anche Alemanno e Storace nella Lega (ex) Nord non sono male, i patrioti tutti d’un pezzo. Loro però hanno già la pensione.

Banca d’Italia attacca il Procuratore Capo di Arezzo, che ne ha rivelato varie manchevolezze, su tutto il fronte, come nei (vecchi) thriller di spionaggio: privati, pubblici, passionali, omissivi. Inaudito e inverosimile. È la conferma che andava rinnovata: la Banca d’Italia non ha mai fatto scandalismo.

Banca d’Italia attacca il Procuratore Rossi attraverso i “suoi” giornalisti, non pagati ma fidati. E questo è peggio.
Da essi – esse - lo fa deferire al Csm, e sospettare di ogni nefandezza.

Il tycoon qua, il tycoon là, il tycoon è il presidente degli Stati Uniti. Che Sky Tg 24 non trova altro modo di indicare. Forse non sa che tycoon è spregiativo, risuscitato e diffuso per il  padrone di Sky, Murdoch. O Murdoch è dei nostri?

Ivo Caizzi spiega sul “Corriere della sera” sabato Dijsselbloem, “il fiore della Issel”, l’effluente del Reno, l’ammazza-Italia. Non ha lavoro, e nessuna capacità di lavoro, è solo un birillo politico,che gli olandesi non hanno rieletto. Deve perciò mendicare il soldo dalla Germania. Che è generosa, gli dà 15 mila al mese, ma li mette in conto all’Unione Europea.

Dijsselbloem come Katainen, una specie non rara, ma non censita: quella dei quisling di Berlino – Angela Merkel ha restaurato la vecchia pratica. Naturalmente non siamo in guerra, e sono quisling pacifici, truppe d’assalto verbali. Ma il vezzo è sempre lo stesso: prenderli giovani, belli, pagarli, e farsene schermo.

Che la Germania “si scelga” i commissari, nella confusa democrazia egualitaria dei 27 o 28, quanti siamo, non è molto democratico. Ma bisogna fare un passo indietro: non sembra che l’Europa abbia un concetto della democrazia. Uno qualsiasi.


Si può dire Trump l’affarista di sempre, per nulla imprevedibile. Che per prima cosa denuncia gli accordi che lui non ha firmato: il Nafta, il Ttip, il Transpacifico, il clima di Parigi, il trattato con Teheran sul nucleare,  quello Onu sull’immigrazione, la stessa Nato, che non ha denunciato ma per prima cosa dopo l’insediamento ha protestato (gli europei non pagano abbastanza). Il problema è: durerà abbastanza per fare nuovi accordi, o lascerà gli Usa nudi? 

Ci salva la forza, del pensiero

“Le forze di quaggiù sono sovranamente determinate dalla necessità; la necessità è costituita da relazioni che sono pensieri; di conseguenza la forza che è sovrana qui è sovranamente determinata dal pensiero. L’uomo è una creatura pensante: è dal lato di ciò che comanda alla forza”. Scritto in tempo di guerra, e in situazione personale calamitosa, tra esilio e malattia, presto mortale, questa “Prima radice” non è l’ennesimo invito alla resistenza. È più dolorosa, e più profonda” - esistenziale, filosofica. Una parte ancora viva della filosofia del Novecento sul modo di essere dell’uomo nella natura e nella storia.
Qui si ritrovano la vera psicologia, e la vera sociologia, che introiettano la necessità del lavoro e della morte. Esiti a cui si arriva percorrendo vari rivoli. L’eredità arida della romanità, dell’imperialismo feroce, rilevata nei danni persistenti alla religione, la scienza, l’assetto sociale (legge, giustizia, potere, o sovranità). In filigrana, attraverso gli accenni degli storici greci schiavi dei romani. Con tagli vigorosi al conformismo: la sterilità della forza che tradisce la forza, a causa della schiavitù (possesso) come ragione di vita, annientando la religione e la vera cultura – la ricerca.
C’è il genio puro. La storia impura. E la virtù che s’insegna ma non si pratica.
L’argomento centrale è la fede come scienza. La scienza greca, la nostra scienza – “l’investigazione scientifica non è che una forma della contemplazione religiosa”.
La religione della domenica, svuotata dallo scientismo. Che pure è piccola cosa.
La natura del miracolo. E la Provvidenza generale, impersonale, sui buoni e sui cattivi (Matteo, Marco) e la miserabile Provvidenza speciale, degli ex voto - dei calciatori si può aggiungere quando entrano in campo, dei calciatori quando segnano un goal, e di Manzoni: “Ogni interpretazione provvidenziale della storia è di un grado eccezionale di stupidità”. Il mondo è determinato dalla perfetta obbedienza: è questo il senso della fede, e la via della scienza.
Il titolo c’entra: due terzi del libro sono presi dalla sradicamento, della città, della campagna, della patria. La modernità è la tradizione. Non c’è futuro senza radicamento.
La seconda edizione in poco tempo, dopo quella SE dieci anni fa, ancora disponibile. È l’angustia dei tempi che lo richiede?
A lungo trascurato, “L’enracinement” viene riproposto nella prima versione italiana, di Franco Fortini, allora in Olivetti, legato al progetto politico di Adriano Olivetti. Allora come oggi a cura delle Edizioni di Comunità, che di quel progetto politico erano i porta parola. il progetto politico di della famiglia Olivetti
Simone Weil, La prima radice, Edizioni di Comunità, pp. 317 € 18

giovedì 7 dicembre 2017

Il complotto di Odino

Non ci sarà un “Protocollo dei savi di Odino” da qualche parte? Distruttivo. La Germania ha distrutto l’Europa, due volte, e ora ci prova con gli Stati Uniti? Un “Protocollo” che preveda la distruzione dell’Occidente.
Si sottace che Trump è il primo presidente tedesco degli Usa, di seconda generazione ma ben tedesco  – dopo il papa tedesco a Roma…  Mentre è la chiave di tutto: suo compito è fare le guerre folli, distruttive a nessun beneficio, anche come cavallo di Troia. Ha denunciato in breve tempo tutto, per isolare gli Usa dal resto del mondo, e ora innesca le armi che potrebbero abbatterli.  Con logica, certo, c’è sempre filosofia in quella follia.
Gerusalemme è certo la “capitale” degli ebrei, il punto focale di una religione e una schiatta. Che però non avevano bisogno, e non lo chiedevano, di farsene la capitale amministrativa. Il führer Trump lo ha voluto per significarsi il decisore assoluto. Non per gli ebrei, che non che c'entrano, non che si veda, semmai contro i mussulmani – i cristiani non contano. Il giorno dopo che l’ultimo dei suoi divieti di entrata per i mussulmani ha passato l’esame in giudizio.
Si dice che gli arabi e i mussulmani non contano. Un po’ come da noi i preti. Ma non è vero: non stiamo parlando di una religione, ma di un mondo. Che è quello che ha salvato l’Occidente. La guerra contro l’Urss gli Stati Uniti l’hanno vinta non con l’Europa, come si dice. L’Europa è ed era imbelle, papa compreso, e pronta a sottomettersi, con tanti partiti di massa e il vastissimo prontuario intellettuale filosovietico (filo-Breznev…). La guerra fredda gli Usa l’hanno vinta con i mussulmani, a partire dal 1956, dalla guerra di Suez. Dal Marocco all’Indonesia, con speciali punti di forza in Turchia e in Pakistan.
Non si dice mai abbastanza che gli Usa sono molto teutonici. Woody Allen fa Königsberg di nome, la città di Kant – Allan Königsberg. I matrimoni plurimi, a porta girevole, sono tedeschi più che inglesi: lasciarsi da buoni amici (puritano è solo il rifiuto della poligamia, e anzi la condanna, che la Germania invece pratica). “George Washington crossing the Delaware”, l’immagine del cardine della storia americana, è di un Emmanuel Gottlieb Leutze, pittore su ordinazione di scene storiche, della scuola di Düsseldorf.
E ci sono altri legami, sotterranei. Hitler rubava, in guerra, inglesi e americani compravano. Le istituzioni non i mercanti. Il British Museum ha 3.200 pezzi “di incerta provenienza”. E 75 mila monete di “fonte inappropriata”. Molto”Mein Kampf” Hitler tirò fuori da “The passing of the Great Race”. Non da una corsa, automobilistica o podistica, ma dalla “razza grande”, nordica, dell’eugenista esimio Madison Grant, che fece le leggi per l’immigrazione negli Usa, a danno dei latini, gli slavi e gli asiatici neri, contro la misgenation e per la “morte misericordiosa” degli incapienti.
America tedescofona
Ci fu pure un momento, all’indipendenza, in cui si progettò di fare gli Stati Uniti tedeschi. Come G. Leuzzi spiega in “Gentile Germania” al § “L’America tedesca” – il dollaro è del resto il teutonico tallero:
“Sa di tedesco l’America, il dottor Kissinger non è casuale. E non solo per essere stata la Vinnland dei vichinghi, che vi sono arrivati, dice Grozio, per via di terra, loro uomini di mare. Ovunque s’incontrano –man, –burg e -ich, e le case col tetto spiovente che fanno Germania attorno a Filadelfia, cuore della nazione, tra Harrisburg e Gettysburg. È tedesca pure Yorkville a New York. Dietrich è il cognome più diffuso, con Hoffman, con una e due -n. Eisenhower si scriveva Eisenhauer, Smith spesso Schmidt, nel filone condiviso della Storia Provvidenziale. È tedesco, postnomadico, l’uso americano di cambiare i mobili ogni tre anni, magari per ricomprarli uguali. E il coniuge, seppure non con la stessa frequenza. Quentin Tarantino ha avviato il riconoscimento col dottor Schultz, il virtuoso cacciatore di taglie di Django unchained, e l’eroina Brunhilde che parla tedesco.
“Gli Usa sono germinati dal puritanesimo britannico, l’anarchismo di quegli atei assatanati di Dio, come dalle selve teutoniche. Smentendo infine l’eminente Grozio, l’altra sua scoperta che erano germani in America pure gli indiani, vi erano arrivati via Islanda e Groenlandia. Ma furono i soldati tedeschi di re Giorgio, i reggimenti dell’Assia, a propiziare a Trenton nel New Jersey la prima vittoria e il carisma di Washington. E fu per una decisione a suo tempo minoritaria, com’è noto, che l’America parlò inglese e non tedesco. Si possono così dire gli Usa una sintesi di angli e sassoni su fondo normanno, avendo essi il governo dei mari, nonché dell’aria, e il culto della guerra. E fare una Germania yankee, o America teutonica. Senza omettere la teoria woodyalleniana dell’Europa alla deriva dagli Usa.
“I mangiapatate sono stati poi decisivi nel mezzo secolo, tra la guerra civile e il ‘14, che tramutò gli Usa in fabbrica della ricchezza. Tra gli immigrati di quegli anni, che al censimento del ‘14 risultarono il 40 per cento della popolazione bianca, uno su quattro era tedesco. L’America è tedesca quindi quasi quanto è nera, al dieci per cento circa. Tra i cento milioni, poco più, di americani, undici erano indiani, cinesi, neri, di altri colori. Quindici milioni, poco meno, erano stranieri di nascita non di colore, con venti milioni di figli. C’erano quindi nove milioni di tedeschi. Fu allora che gli Usa presero a integrare neri e dagos e a dirsi multietnici, per evitare il contagio. Ma non senza resistenze.
Nel 1924 la nuova legge sull’immigrazione, il Johnson-Reed Act, puntò esplicita e radicale a garantire il carattere nord europeo, più specificamente “sassone”, degli Usa. Basandosi su The Passing of the Great Race, dell’ambientalista e eugenetista Madison Grant, 1916, sottotitolo The racial basis of European History: una teoria del razzismo, posto a base dell’antropologia e della storia. Per “razza nordica” intendendo un raggruppamento poco definito ma centrato sulla Scandinavia e l’antico tedesco.
“Il Johnson-Reed Act escluse ogni immigrazione dall’Asia - l’Africa non era nemmeno presa in considerazione - e limitò fortemente l’immigrazione dal Sud e dall’Est Europa, con un sistema di quote basato sull’origine della popolazione naturalizzata nel 1890. A quella data gli immigrati dal Nord Europa rappresentavano l’80 per cento del totale. Così gli italiani, che erano arrivati in gran numero dopo, in media 200 mila l’anno nei dieci anni dopo il 1900, ebbero la quota annua di nuova immigrazione limitata a 4 mila. Mentre la quota annua per i tedeschi era di 57 mila….
“Berlino è per Thomas Mann “metropoli americo-prussiana” già nel ‘17. La “necessità”, che Rolland dice “undicesimo comandamento dei tedeschi”, lo è pure degli americani, il “destino manifesto”. È tedesca come inglese, sassone, la mania degli americani di avere tre e quattro mogli – l’ottimo pastore-presidente Gauck convive con la moglie, la compagna che ha sostituito la moglie, e l’amante che sostituisce entrambe. Comune è il West, l’Occidente. E la Colpa (della distruzione dell’Europa, n.d.r.) si può dire degli Usa, oltre che del papa: il materialismo come tradimento dello spirito della tribù – Schopenhauer lo dice, Zur Rechtslehre und Politik, tanto intima conoscenza aveva degli Usa, benché ne ignori le coordinate”.

I tedeschi si distinguevano in età moderna per la qualità degli insediamenti, oltre che per essere numerosi. In America più che in ogni altro posto, dice Kant nell’“Antropologia”: i tedeschi emigrati si sono distinti per formare comunità nazionali “che l’unità della lingua e in parte anche della religione trasforma in una specie di società civile che, sotto una superiore autorità, si distingue nettamente dagli insediamenti di ogni altro popolo per la sua costituzione pacifica e morale, l’attività, il rigore e l’economia. Questi sono gli elogi”, conclude Kant, “che gli stessi inglesi fanno dei tedeschi dell’America del Nord”. I Trump, immigrati recenti, non si sa quanto ordinati e rigorosi siano stati e siano, ma certamente sono ben teutonici nel senso che Kant non censiva: distruttivi. 

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (347)

Giuseppe Leuzzi

Tremila pagine della Procura di Roma, tenuta da tre siciliani, per appellarsi contro i giudici del Tribunale di Roma che al processo “Mafia Capitale” hanno escluso l’aggravante mafiosa.  Su toni di dileggio, come se i giudici fossero incapaci o collusi con gli accusati. Questa voglia di imporre la mafia a tutta l’Italia da che nasce? Solo per la carriera? Perché la mafia “risolve” tutto?

Seume, “Spaziergang nach Syrakuse”, il libro della “passeggiata verso Siracusa” che si pubblicò postumo, vent’anni dopo la morte (Seume è del 1763-1810), e non di traduce, è uno degli “Uomini tedeschi” di Walter Benjamin. Era per Benjamin la figura, nel linguaggio novecentesco, dell’“intellettuale progressista” – così Adorno, che ha curato questo Benjamin,  accenna nella nota su Seume. Ma la “Passeggiata” era per Benjamin il libro che avrebbe voluto scrivere – uno dei tanti: quello sulla ricerca di libertà attraverso i contatti con i popoli oppressi, dal potere o dalla miseria.

Seume è immaginato scrivere al marito della sua ex fidanzata – Benjamin autorappresenta i suoi “Uomini tedeschi” mediante una lettera che loro stessi scrivono. “Nella «Passeggiata», Benjamin premette alla lettera, Seume “superò gli strascichi di una relazione infelice con l’unica donna cui – sia pure non intimamente – si era accostato”. Aveva elaborato il lutto dell’impossibile amore sul monte Pellegrino, sopra Palermo: “Avendo tirato fuori l’amuleto col ritratto della donna,  si accorse di colpo che era in frantumi, e allora gettò nel precipizio ritratto e montatura”.  Una familiarità che oggi non ci potrebbe essere, tra Palermo e un intellettuale tedesco.

Bufale (anti)mafiose
La “Terra dei fuochi” è innocente. Carmine Schiavone un falso pentito di camorra, un malato terminale che sceneggiava. Preti e scrittori si sono arricchiti a spese della povera gente, condannata all’inattività  e - le mamme - alla crisi di nervi. Un generale si è infiorettato in tv che aveva trovato “tracce evidenti” di piombo – in un poligono da tiro… 
Un gruppo di una quarantina di istituti pubblici di monitoraggio e ricerca che per tre anni hanno censito e analizzato prodotti e produttori della “Terra dei fuochi” e della Campania tutta li hanno trovati innocenti. Su 30 mila campionamenti effettuati, presso 10 mila aziende agroalimentari, hanno riscontrato solo sei csi di “positività”, di contaminanti chimici o microbiologici superiori al consentito. Meno, molto meno, che nella concorrente pianura padana. O in qualsiasi supermercato.
Si parla di fake news perché è la moda negli Usa, ma una bufala gigantesca è stata creata e ha imperversato qui da noi, per almeno quattro anni, da quando Saviano ne fece il fulcro del suo romanzo “Gomorra” – su alcuni dei “Rapporti Ecomafie” di cui Legambiente si diletta invece di proteggere l’ambiente. E anche oggi che il rapporto del gruppo di ricerca è stato pubblicato, con tutti i dati, nessuno ne parla, solo “Il Foglio”. La cosa più dolorosa, il dispetto della verità
Anzi no, la cosa più dolorosa è che Napoli e il Sud ci hanno inzuppato il pane. Stupidamente, si direbbe, ma opportunisti, per grossi benefici. Preti e scrittori del Sud si sono magnificati con questa assurda storia, su tutti i giornali su tutte le tv, sui banchi delle librerie.
La cosa non nasce con Schiavone. Le prove erano state fate altrove, nei grandi giornali e alla Rai, con le bufale dei bidoni radioattivi sommersi al largo di Cetraro in Calabria. Dopo quelli sotterrati in Aspromonte, che nessun geiger ha rilevato. Tutto si può dire, ma solo al Sud. Capifila quelli del Sud.
Dire inattività però è sbagliato. Gli agricoltori della Terra di Lavoro, la più fertile e meglio organizzata area di produzione ortofrutticola, hanno continuato a lavorare, ma hanno dovuto vendere a prezzi ribassati fino al 10 per cento del precedente valore. Una speculazione ignobile.

Delieide
Siamo un paese dell’interno, il più alto dell’Aspromonte, che non è una montagna agevole, aperti a ventaglio sulla valle delle Saline, ora piana di Gioia Tauro, rifugio nei secoli di coloni greci in fuga, da Bova, dalla Piana, di ebrei di varia origine, di corsari arabi disertori, e di qualche raro commerciante in cerca di requie, magari dai debiti. Tutti debitamente convertiti. E, chissà, in pace, non abbiamo tradizioni di faide. Si può ancora tenere di giorno la porta aperta. Si può dormire la notte d’estate con le finestre aperte, non ci sono zanzare. Anche se i pipistrelli si lasciano talvolta accecare dalla luce e irrompono in casa.
Siamo un borgo come tanti, di case abbandonate in rovina, di scheletri in cemento armato dai tondini arrugginiti, e di quattro piani di palazzi coi muri di mattoni forati a vista e tavolati alle aperture, di cui il piano terra, forse, è abitato. E di sopraelevazioni e avanzamenti di prospetto per soperchiare il vicino. Con un mutuo da pagare alla banca, anche due, che non consente di finire l’opera e non fa dormire la notte – le gastriti acute, croniche e nervose sono diffuse, e ci sono casi di alcolismo. Non siamo un paese simpatico, l’accoglienza è, esageratamente, solo familiare, per il resto la domanda è: “Cu’ è chissu?”, chi è costui. Nessuno cammina, tutti girano in macchina, anche solo per fare pochi metri. Per non incontrare persone e doverci parlare. I marciapiedi latitano. Nn ci sono nemmeno sensi unici, malgrado le strade strette. Volendo fare una passeggiata a piedi nel tranquilli borgo di montagna bisogna camminare in avanti e insieme a ritroso, per salvarsi, tra una macchina e l’altra, impazienti, giustamente. Ma siamo reputati, siamo, un paese avanzato, il più intelligente della zona: più intellettuale e professionale, artistico, commerciale, e più ricco. Ricco probabilmente in assoluto, la Posta e la banca gestiscono almeno 40 milioni di risparmi – forse 50. Che per circa 800 famiglie fa 40-60 mila a testa, un gruzzolo che pochi italiani hanno. Una ricchezza – risparmio – anche agevole: stipendi e retribuzioni sono nazionali, contrattuali, le tasse sul lavoro autonomo non si pagano, a partire dall’Iva, e il costo della vita è un terzo di quello di Roma.
Ma non siamo un paese simpatico, pur avendo soldi e intelligenza. Non presentiamo un bell’aspetto, pur avendo ereditato una collocazione gloriosa, al collo di due vallate immerse nel verde, quello grigio argento degli ulivi sottostanti, eqlleo smeraldino d castagni e abetaie sopsrate. Una temperatura mite. Un clima secco. 
Eravamo laconici e operosi, applicati a lavori anche duri: terrazzamenti dei tanti dirupi, bonifiche pietra su pietra, gli orti rubati alle piene, alle pietraie. In piedi alle cinque, a letto alle otto. Per l’applicazione che viene dal bisogno, in zone anche ubertose, rese sterili dall’incuria di padroni lontani, a volte perfino sconosciuti. E sempre proiettati verso l’esterno. Desiderosi di viaggiare, scoprire – allontanarsi? Anche quando i mezzi erano scarsi, la corriera, qualche camion fumante. Per lavoro, per gli studi, per le cure, per semplice diversivo.
Emigravamo in massa, a fine Ottocento, ai primi del Novecento, fino alla guerra, negli Stati Uniti. Google scarica centinaia di omonimi dai registri di Ellis Island, il punto d’ingresso sotto la statua della Libertà, alcune diecine di omonimi completi, di nome e cognome, emozionanti, nella grafia pur incerta degli ufficiali americani dello stato civile, o dei moderni trascrittori online di quei registri. Alcuni corredati del nome del paese come luogo di provenienza, altri indicano genericamente la Calabria, o l’Italia del Sud - un omonimo è stato anche abate, nel secondo Ottocento, e massone, tesserato. Nei paesi la vita è varia.
Siamo emigrati fino al 1955, anche al 1960. C’è gente che nel 1948, 1949, 1950 andava in Argentina e Uruguay. E negli anni successivi in Australia e Canada, oltre che a Ventimiglia e in Provenza per i fiori e i lavori della campagna. La dromomania si può dire connaturata, se è una mania e quindi un male. Abbiamo poi saltato l’emigrazione in Europa, degli anni 1950-1960, il lavoro in miniera o in fabbrica non piace. Ma abbiamo avuto forte un’emigrazione intellettuale, del 70-80 per cento dei laureati, tre su quattro, quattro su cinque. La cugina L. a dieci anni, nel 1954, non era stata a Scido, che è a quattro chilometri, meno per il sentiero che ancora si praticava. Ma era già stata a Polsi, quattro-cinque ore di sentiero non agevole, per un avventuroso pellegrinaggio di due giorni e una notte alla Madonna della Montagna. Dei compagni alle elementari, una trentina abbondante, solo cinque sono rimasti al paese, e due delle quattro ragazze. La classe è il 1941, rimpolpata di qualche ripetente o ritardatario. Dei nutriti collaterali per parte paterna, quarantuno primi cugini, più quattordici zii, solo nove sono rimasti in paese, compresi i genitori, nove su cinquantacinque.
Questo è un bene e un male: l’emigrazione rappresenta una cesura. Dai racconti di chi è stato a trovare i fratelli, le sorelle, i cugini, negli Stati Uniti, in Australia, in Canada, non emergono mai novità adattate al proprio ordinario, alla propria vita di ogni giorno. Benché tra gli emigrati le storie di successo abbondino. Almeno tre imprese edili di primaria importanza sono state create da compaesani emigrati in Hamilton, Ontario, Canada, dove si contano più di un centinaio di famiglie del paese. Portate al successo dagli stessi emigrati, prima e meglio che dai loro figli. Ottime posizioni, nell’edilizia e nella lavorazione del maiale (prosciutti, insaccati), anche a Perth, Australia, dove un’altra colonia si è creata di dimensioni analoghe. E a Melbourne, la metropoli australiana, dove il circolo dei compaesani organizza periodiche feste con oltre cinquecento convitati di qualità. Lo stesso gli emigrati: nessuno ritorna. C’è la memoria, c’è magari il vanto delle origini, ma la visita è sempre breve, spaziata, ogni cinque-dieci anni, e alla fine spazientita. Alfredo Strano, che in Australia è diventato scrittore bilingue, e caso di studio all’università, si è trovato a un occasionale ritorno più spaesato di prima.
D’altra parte, se c’è il vanto della storia, c’è anche la memoria di una vita, illudersi non è possibile, quella realtà resta soverchiante. E noi andavamo a scuola in aule d’occasione, ogni anno una diversa, il basso di Domenico Moscatelli, un salone del palazzo Cordopatri, l’abbaino dell’ex Casa del fascio, gelido. Fino alla quinta elementare. E dopo di noi molti altri, fino al 1961 e alla buonissima scuola media di Fanfani, che costruì anche l’edificio scolastico, imponente, duraturo, e poi ancora per molti anni per andare alle superiori, i ragazzi si sono dovuti alzare alzati coscienziosi alle cinque, le sei del mattino, per prendere le corriere per le scuole medie e superiori, da cui tornavano alle tre, le quattro del pomeriggio (è da pochi anni che ci sono gli scuola bus della Regione). Riempivamo i collegi, maschili e femminili, di Messina, Salerno, Roma. Avendone le risorse.
Non un’infanzia infelice, sia detto per inciso, a parte il freddo – difficilmente l’infanzia in paese lo è. Vivendo liberamente fuori casa, e in gruppo senza segreti. C’erano sentieri allora per arrivare ovunque, sotto i castagni e gli ulivi, o scavati nelle marne, che davano ai ragazzi il senso di attraversare la realtà, come Alice nel paese delle meraviglie. Fino alle acque gelide della Pietra Grande, che vigilava una pozza nella quale era d’obbligo bagnarsi. O seguendo la fiumara Petrilli fino a una serie di mastre gorgoglianti, le canalizzazioni scoperte che portavano l’acqua agli orti – finendo, ogni volta col fiato sospeso per i sicuri rimbrotti, a Demisuli al frantoio del nonno, la “machina di Micuzzo”, il bisnonno, mosso ancora dalla ruota ad acqua. Era ancora il tempo in cui il frantoio – “machina” - andava ad acqua. La gigantesca ruota che l’acqua cadendo faceva girare, che a sua volta, con un gioco di pulegge e ruote dentate faceva girare la macina pesante sulle olive. E la pressa a spalla, una gigantesca vite ricavata da un tronco di rovere, che pressava i fiscoli di pezzolo, gemendo avvitata da un asse alle cui estremità due operai spingevano a braccia tese dapprima e poi con la forza delle spalle e del tronco.
Siamo due paesi distinti, benché unificati da quasi centociquant’anni anche noi, Pedavoli e Paracorio. Greci dunque anche nel nome originario. Col segno dato da Paracorio, più nervosa, irascibile anche, volubile. Per una costante alternanza, di accensioni, entusiasmi, e improvvisi cali di tensione, critiche e autocritiche distruttive. Perché siamo volubili. Così, se persistono le vecchie anime tribali, abbiamo cambiato in due generazioni un paio di volte assetto sociale ed economia - la geografia economica può mutare rapidamente, e anche all’improvviso.
Eravamo famosi per il miele, dice Lombroso nel 1862. Con Bova. Per i fagioli di Spagna: “Godono di molta fama i fagioli detti «pappaluni»”, notano Malvezzi e Zanotti Bianco nel 1909 - quando celebravamo 17 feste, tante ne contano stupiti i due studiosi filantropi. Come per i fagiolini corallo di speciale gusto, i vajaneji. E per i boschi. Ma l’industria del legno è sempre meno attiva. Non ci sono più gli ebanisti, che pure avevano una tradizione consolidata. E negli immaginosi anni Cinquanta puntavano a trasformarsi in industria. Ci sono ancora le api, ma non c’è più il castagno – proprio ora che il castagno, in tutte le sue forme, anche le foglie, è un’industria. Dopo esserne stati per secoli il centro, quando l’economia era di sopravvivenza o povera. Con la castagna ‘nserta di eccezionale pregio, maestosa, durevole, tutto l’inverno se ammarronata – messa in acqua e poi asciugata. Mentre le caldarroste che ora si vendono agli angoli delle città all’unità, piccole e gobbe benché piene, le castagne curce, erano destinate ai porci. Per non dire dei funghi, di cui siamo stati e tuttora siamo grande centro di raccolta ma a grado zero di utilizzo, se non domestico. Lo spreco forse maggiore della insopprimibile, benché dannosa ormai all’occhio dei più, economia suntuaria o della dépense, che l’antropologia rileva tanto nelle corti principesche che negli stati di indigenza: il consumo spensierato. Tanto più se si considera che il porcino dell’Aspromonte, un tempo famoso nel Regno, dalle Madonie a Napoli, è sempre in considerazione elevata nell’industria conserviera svizzera e padana per le qualità organolettiche, in tutte le sue tipologie, muntagnolu, schiaveju, vavusu, cardararu. Perfino l’acqua latita. Che pure abbonda, e di vario sapore – le acque di sorgente sono una specialità dell’Aspromonte: dopo il terremoto del 1908 Malvezzi e Zanotti Bianco contarono in paese 14 fontanelle, ognuna di sorgiva.
L’ulivo c’è ancora. Adeguato ai tempi, con cooperative e industrie attente alla qualità e al marketing. Che s’industriamo di far perdere il vizio del lampante, di considerare l’olio locale troppo acido, amaro, pesante, e neppure genuino, buono insomma per il lume – nel quale molti oli del supermercato peraltro non brucerebbero, contenendo talvolta solo il 4 per cento di olio d’oliva (il disciplinare europeo lo consente). Ma non ci sono più i frantoi, ce n’erano una diecina. È mutato per conseguenza l’assetto sociale. Avevamo una borghesia intraprendente legata all’ulivo, con presenze diffuse e talvolta condizionanti in tutta la Piana, Scido, Santa Cristina, Oppido, Varapodio, Laureana, Cosoleto, Palmi, una ventina di aziende, molte provviste di frantoio, che davano lavoro a tutti, seppure duro, tutto l’inverno. Con imprese edili in grado di concorrere in ambito regionale e perfino nazionale. È fortissimo ora il pendolarismo, mattina e sera. Non solo per le scuole della piana. Ma anche per lavoro, da Gioia a Reggio: gli occupati stabili fuori paese superano i duecento e si avvicinano ai trecento.
E dalla zappa, che piegava in due, siamo passati all’indolenza. Che c’era ma era  borghese, da figlio di mamma - le mamme più di oggi erano determinanti. Del secondo o terzogenito maschio avviato agli studi per non dividere la proprietà, avvocati o medici che non avendo concluso gli studi passavano il resto della vita tra i cento passi al circolo e le chiacchiere prima di pranzo e di cena, e lunghe dormite. Accuditi talvolta da sorelle nubili altrettanto risentite, e tuttavia restie ad affrontare una vita propria di fatiche, tra figli, case e marito. Ora è il sogno dei molti, c’è il “bamboccione” anche qui. Il notabile con l’unghia lunga del mignolo, falso laureato, vero nullafacente, è sostituito dalla rotondità dell’adolescente eterno. Entro l’albagia dei diritti cui il sottogoverno confina i più – la politica del posto, la pensione o il sussidio, a carico dei pochi che lavorano. Rotondo anche nell’epa, nell’attesa dell’impiego cui si sa incapace – è il vitellone due generazioni dopo, o tre: è questo il ritardo. Tra quelli che restano, e non fanno i pendolari. Che non sono più i pochi, segnati a dito. Anche per questo quelli che se ne vanno non sanno tornare, troppa indolenza: incertezza, superficialità, approssimazione.
Alla fatica e alla strafottenza è subentrato diffuso l’oblomovismo: lamentarsi di tutto, estranei e anzi renitenti all’azione. La reattività c’è sempre dominante, istantanea, violenta. La collera breve, che può essere assassina tanto è incontrollata. Ma non la prestazione costante, progettuale, applicata. C’è se essa risponde al “colpo di genio”, l’agnizione di un destino in un momento di astri favorevoli, di ritmi ascendenti, di ciclotimia. Ma anche in questi casi più spesso l’applicazione è breve: l’entusiasmo non è mai stato il nostro forte, piuttosto il senso critico. Si direbbe una civiltà femminile, magno greca? locrese?, non fosse di uomini robusti e pelosi. Ma indecisi, ecco.


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