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venerdì 22 febbraio 2019

Non opere ma opere di bene

“Lo stop è ideologico”, dicono gli industriali piemontesi dello stop alla Tav. No, è di sottogoverno e di corruttela, si può dire a Roma, si sa – “gli appalti a noi”. Quello che si vuole – si studia realmente, si programma – è solo rifare gli appalti.
L’unica opera licenziata dai grillini, e anzi da essi patrocinata, è un’opera inutile, lo stadio della Roma. In due anni e mezzo di governo della città. Un’opera inutile, con oneri pubblici per un miliardo, per infrastrutture e urbanizzazione. Con lo scopo acclarato di valorizzare a fini immobiliari un’area depressa, lo stadio è una scusa, lattaccapanni.
Lo stadio è anche la sola cosa per la quale la sindaca Raggi si sia impegnata, per il resto oca giuliva.  Un’opera per la quale già 14 intermediari e immobiliaristi sono in carcere. Compreso il consigliere speciale ad hoc della sindaca Raggi, Lanzalone, fatto confluire sulla capitale appositamente, come mediatore di affari.

Le scienze inutili

Non si contano le “scienze” che si insegnano nelle università, per fabbricare diplomi a nessun uso. Solo alla Sapienza ce ne sono di questi generi – oltre a quelle canoniche, matematiche, fisiche, biologiche, naturali, ambientali:  della formazione, dell’informazione, del turismo, alimentari, informatiche, informatiche della comunicazione digitale, psicologiche, archeologiche, aziendali, economiche, dell’organizzazione, della moda, della moda e del costume, della natura, della prevenzione sanitaria, delle tecniche diagnostiche, dell’esercizio fisico, della cooperazione internazionale, del servizio sociale, linguistiche, letterarie e della traduzione, storiche e storico-religiose, della sostenibilità, della comunicazione visiva e multimediale, dell’editoria e scrittura, della mediazione linguistica e interculturale.
Un business piccolo-grande – di costo unitario ridotto ma moltiplicato per grandi numeri. Ma con effetti deleteri per i giovani e le famiglie, che ci sprecano tempo e soldi, specie i fuori sede. Per titoli i cui effetti sono solo dissolutivi,  sulla mentalità, la capacità e la voglia di fare dei giovani e anche delle famiglie. Per le aspettative irragionevoli: non preparano a niente, se non a sentirsi vittime, passive, inerti. I “bamboccioni” nascono con la moltiplicazione delle “scienze”..

Cronache dell’altro mondo 24

Il recupero crediti e i contingency lawyer, avvocati a percentuale, sono le professioni forensi più diffuse negli Usa, e socialmente rispettate: il collector  e il ricattatore, legalizzati.
Gli Usa si ritirano dallì’Afghanistan dopo una guerra lunga diciassette anni – forse la guerra più lunga della storia (quasi il doppio della guerra di Troia). Perduta. Una “guerra di liberazione” che ha portato alla morte centinaia di migliaia di afghani.
Si studia di quanto l’aggressività è aumentata in America, tra americani, a seguito e a causa dei fallimenti nelle guerre all’estero.
L’amministrazione Trump, che dichiara l’immigrazione illegale un fatto di organizzazioni mafiose, derubrica il relativo reato da penale a civile. In procedimenti lunghi e tortuosi che drenano le risorse dell’agenzia per l’Immigrazione, e annullano l’effetto dissuasivo dei controlli alla frontiera.
Dozzine di università americane a Firenze, luogo di richiamo. Per giovani a cui la città non dice niente, se non come luogo, specie le piazze, le gradinate del duomo, i ponti, per bere la sera, in circolo, e ubriacarsi. Le università americane a Firenze hanno un’assicurazione speciale contro i danni provocati dagli studenti ubriachi.
Un terzo degli americani adulti è obeso. Un altro terzo è sovrappeso.

Il futuro è della donna


Sorge “l’impero bizantino”: piattezza, uniformità, dispotismo. Siamo a fine Ottocento, il pamphlet  è del 1902, ma l’età non conta. “Nella formula magica della «umanità» si irrigidisce la potenza virile degli europei” – “ai confini stanno in agguato gli eredi dell’Europa, russi, cinesi, negri”. Mentre “lotta per emergere la redentrice, la donna”. – “nella donna è l’umanità”, è “la vita”, “la donna è libera, e può liberare”, eccetera.
Un femminista anticipatore, e uno psicoanalista nietzscheano. Anche di formazione, al liceo di Pforta, scuola di fieri reazionari - il padre di Groddeck, Carl Theodor, prussiano d’un pezzo, altro allievo di Pforta, era stato autore di un “De modo democratico, nova insaniae forma”, 1849, la “febbre democratica” come malattia infettiva, una tesi di laurea subito tradotta in tedesco e in francese, negli ambienti di corte e assolutisti (Carl Theodor, fallito in affari, finirà a Berlino medico dei poveri).
Saranno stati i due analisti nietzscheani, Lou Salome insieme con Groddeck, a mettere al centro della ricerca e della terapia la femminilità e la infanzia. Entrambi teorici della donna sesso forte. Entrambi, senza figli, erigendo la perfezione dell’esperienza umana nella maternità.
Groddeck lo fa con leggerezza. In fama di ciarlatano, ma incuriosiva Freud, oltre che divertirlo. Anche lui come il padre reazionario, del genere perfezionista, elitista: “A colui che non ha si dovrebbe prendere quello che ha. La razza umana si rovina, se la miseria si rigenera di continuo” - ma: eliminare la povertà, oppure i poveri? Salvo vederci chiaro nella condizione femminile. Più di tutto un illuminato, uno che procede per lampi. E apodittico, di scrittura ispirata, santone già da giovane. Ma di eccezionale sintesi, specie nei due capitoletti finali, “L’uomo”, “La donna”. Con una notevole digressione sul ribaltamento della civiltà greca al tempo di Pericle e in conseguenza delle guerre persiane, con l’emersione della donna in una civiltà fino ad allora crudamente maschile. Afferma spesso anche interrogandosi, di fronte a prospettive inattese.
In questo suo primo scritto è la donna a schiudere panorami nuovi. In toni che la sorpresa elevano a panegirico: “La donna ci insegnò ad amare. La radice della vita affonda in lei. La donna è come l’albero, che è tutto uno col frutto” – “veste l’ignudo, perché suo figlio sarà ignudo. Ristora l’affamato, perché suo figlio avrà fame. Ristora il povero, perché suo figlio avrà bisogno di aiuto…. Una sacra profondità dorme nella donna, l’amore per l’eternità”. La famiglia, “la culla dei figli”, è “la vita”. Ma la famiglia è la donna, “tutto il futuro è della donna”.
Georg Groddeck, Questione di donna


giovedì 21 febbraio 2019

Ombre - 452


Si legge stupefatti l’inchiesta sul tè di Gabriele Principato per “Cook”, il supplemento del “Corriere della sera”: il nostro tè, specie quello della Cina, “il primo produttore mondiale”, contiene nicotina (antiparassitario non autorizzato) e altri pesticidi, tracce di piombo da combustione del carbone, arsenico, mercurio. Si sono trovate, “in una varietà indiana”, anche tracce di ddt. In virtù del liberismo?

S’inverte la migrazione tra “la Repubblica” e il “Corriere della sera”. Prima era il giornale milanese che provava il rilancio con firme romane, cresciute con Scalfari – Paolo Mieli et al. Ora è il gruppo romano che pesca nelle esperienze del “Corriere della sera”. 

Dei coscritti afghani, militari e di polizia, che gli occidentali da alcuni ani si impegnano a formare, 300 mila effettivi, 45 mila sono stati uccisi dai talebani e dall’Is. Oggi sono indisponibili metà degli effettivi, spiega il comandante della forza multinazionale sul “Corriere della sera”. Un formazione inutile? Un impegno umanitario suicida?

“La Repubblica” commissiona a Claudio Tito, ultimo baluardo Dc nel giornale, l’abominio dei soliti politici (Renzi) che criticano i giudici quando i giudici li perseguono (carcerazione dei genitori di Renzi), e poi, nelle pagine di cronaca, sceglie due casi di cattiva giustizia: la condanna di un imprenditore per tentato omicidio, dopo 91 furti subiti, e la persecuzione di una madre che ha perso la figlia e una nipote in un incidente d’auto da lei non provocato.

Sulla Tav come già sull’Olimpiade a Roma i grillini si oppongono. Con argomenti ridicoli (la Tav eliminerebbe il traffico autostradale….), ma non è questo il punto. Si oppongono ai grandi lavori non gestiti da loro, anche se sono investimenti prevalentemente esteri in Italia a beneficio dell’Italia. Mentre patrocinano lo stadio della Roma e l’Olimpiade invernale Cortina-Milano, anche se questa porta solo inquinamento, e lo stadio è una spesa pubblica, e non di poco, sul miliardo, per la valorizzazione immobiliare dell’area adiacente. Il progetto dei grillini è la corruzione.

La “Bild Zeitung”, il giornale tedesco a sensazione, fa la storia di Derya, una escort di origini turche, con la faccia rifatta, che è stata in Siria con l’Is, ci ha fatto un figlio, ed è tornata in Germania. Che sembra inventata. Ma è tornata col figlio. È tutto così semplice?.

Davvero Grillo va insinuando del suo uomo Di Maio: “Io sono l’unico a conoscere tutte le cose vere della vita di Di Maio. Il sono l’unico in grado di metterlo in difficoltà”? Le cose le conoscono tutti, ma Grillo è un comico così vile?

Sembra incredibile l’ostinazione dei grillini per lo stadio dell’As Roma, un’opera nata nella corruzione, per la quale una dozzina di personaggi sono in carcere. L’unica opera per la quale si impegnano a Roma. La quale ha bisogno di tante opere, ma di altra natura, che Grillo ha voluto annullate.

Si assolve alla Corte penale internazionale dell’Aja l’ex presidente dela Costa d’Avorio Laurent Gbagbo dal’accusa di crimini contro l’umanità: non ne ha commessi. Senza un cenno di scusa.

Gbagbo è assolto dopo otto anni. Arrestato e denunciato dal governo francese. Che lo ha anche fatto catturare dalle sue forze speciali. Il crimine contro l’umanità – colonialismo – è stato in questo caso della Francia. Ma la Corte dell’Aja non se ne cura.

 C’è la recessione ma non si dice. C’è la recessione perché la Germania è in recessione, e questo non si può dire, siamo tutti merkeliani. L’Europa è ripartita molto dopo gli Stati Uniti perché la Germania ci ha imposto l’austerità, e questo si sa, ma non si scrive. E ha esaurito già la spinta, mentre gli Usa vanno di corsa, con o malgrado Trump e il protezionismo. Questo forse non si sa. Ma, perché escono i giornali?

I nevrotici anni di Pansa a sinistra

Pansa confessa la sua rabbia per le vicende che, a ridosso de “Il sangue dei vinti”, 2003, la ricerca sulle vendette seguite alla Liberazione contro i fascisti, lo hanno visto scomunicato come fascista di complemento: “Non sono più stato ritenuto un rosso come credevo di essere, bensì un nero”. E a tutti gli effetti messo all’indice: “Venni aggredito e messo all'indice da parrocchie politiche che prima stravedevano per me e volevano eleggermi in Parlamento”, come indipendente nelle liste del Pci, a Strasburgo.
Ma molto in realtà Pansa parla delle sue vicissitudini di giornalista. Da Grande Firma, con una solida formazione da storico – una poderosissima tesi, oggi si direbbe da dottorato di ricerca, sulla Resistenza nel Monferrato, il suo paese. Delle “parrocchie” dove ha prestato il suo lavoro, prima e dopo la scomunica. Di quelle romane - non si parla de “La Stampa” né del “Giorno” o del “Corriere della sera”. Con un omaggio speciale a Claudio Rinaldi, che lo volle columnist – rubrichista – a “Panorama” e a “L’Espresso”, col “Bestiario”. 
Pansa spiega che “I vinti” non fu una trovata giornalistica, per un successo di scandalo. Con molte pezze d’appoggio. Per la sua tesi, “Guerra partigiana tra Genova e il Po”, era stato invitato dal sindaco di Tortona Mario Silla, un capo partigiano, a occuparsi anche dei vinti. Con quell’invito in mente, a un convegno sulla Resistenza cui partecipavano personaggi di spessore, Ferruccio Parri e gli storici Gabriele De Rosa e Roberto Battaglia, ne fece proposta, da studente infervorato. Fu rimbrottato, ma non da tutti: Parri gli regalò un assegno di 25 mila lire, tipo borsa per i suoi studi. E nel 1969 debuttava da storico proprio con “L’esercito di Salò”, un saggio che fu apprezzato anche a sinistra – dopo varie edizioni ripubblicato come “Il gladio e l’alloro”.. Del resto anche “Guerra partigiana” diventerà un saggio storico per il grande pubblico, oltre 600 pagine, nella collana accademica di storia Laterza, vent’anni fa – cinque prima dello scandalo.
Un racconto di amarezze. Anche semplice nell’argomentazione: Pansa non propone una revisione della storia, solo dice che i “vinti” ci sono stati. Molti anche in buona fede, traditi dall’entusiasmo  e dalla gioventù. Nonché da un certo senso dell’onore – al centro peraltro dell’ultimo Camilleri, come dire di Pci patentato, visto in tv, l’altro ieri. Un racconto amaro.
Uno sfogo. Anche polemico. Ma misurato, se non autocensurato – involontariamente? Nella parte forse più interessante per i lettori, della sua esperienza di giornalista. Vice-direttore senza poteri a “la Repubblica”, se non per un brevissimo periodo nell’estate del 1980 – quando non trovava nessuno da mandare a Bologna per la strage, nessuno dei cronisti e inviati si faceva vivo né rispondeva ai recapiti d’obbligo… Non ricorda come il gruppo lo abbia messo in disparte, a “la Repubblica” dopo “L’Espresso” di Rinaldi, e a “L’Espresso” dopo “la Repubblica”, confinato, quando ancora era nel pieno delle forze, all’elzeviro settimanale del “Bestiario”.
Malgrado la rabbia che esterna, Pansa non dice che fu “messo all’indice” dal gruppo la Repubblica-l’Espresso, che riteneva la sua casa. E che lui in questo gruppo, controllato giuridicamente dalla famiglia De Benedetti, e editorialmente dal Pci e i suoi derivati, è sempre stato considerato un corpo estraneo. Molto prima de “I vinti”, e anzi da subito. Chiamato da Scalfari e apprezzato per la sua enorme e brillante dedizione al lavoro – sul “pezzo” dall’alba. Col titolo, dovendolo strappare al “Corriere della sera”, di vice-direttore. Ma senza mai voce in capitolo, il “gruppo dirigente” - come Scalfari lo chiamava non gradendolo, quasi ne fosse prigioniero – o struttura redazionale in accomandita al Pci, allora coordinata da Veltroni, osteggiandolo come corpo estraneo. Per sospetto non si sapeva bene di che cosa, ma comunque non “in linea”.   
Completa il memoir una scelta delle lettere ricevute a seguito de “I vinti”, di ringraziamento o esecrazione. A completare quello che Pansa vuole “un ritratto del mondo di oggi”, dei “nevrotici anni Duemila”. Da storico mancato probabilmente sapendo, ma non lo dice, che è da cosa che nasce cosa – la faziosità che oggi i bennati esecrano è stata a lungo virtù riverita, con pochi spazi esenti nei settanta e passa anni della Repubblica.

Giampaolo Pansa, Quel fascista di Pansa, Rizzoli, pp. 235, ril. € 20

mercoledì 20 febbraio 2019

Secondi pensieri (377)

zeulig


Alienazione – È in uso nell’accezione marxiana, limitativa: del lavoratore che perde (a cui si ruba) la fatica, il prodotto e il senso della propria fatica. Ma è concetto che Marx deriva da Hegel e da Feuerbach, tradendolo – involgarendolo, come supporto alla lotta di classe. Ma la Entfremdung e la Entäusserung originarie sono bizzarrie. Per Hegel è il modo logico della vita dello Spirito, quando lo Spirito “si aliena” nel mondo, cioè vi si disperde-perde. Per Feuerbach è la trasposizione celeste delle speranze terrene.

Comunità – È originariamente economica, sul nocciolo duro parentale. Ne fa la sintesi Max Weber presentando i suoi due saggi sulla Borsa valori nella “Gōttinger Arbeiterbibliothek”, 1984-1896: “L’individuo abbandonato a se stesso non è mai stato capace di sfidare la natura”. L’individuo non può vivere isolato: “Non fosse che per la semplice sopravvivenza, è da sempre dipeso da una comunità, come il bambino dipende dal seno della madre”. In questa duplice funzione, madre-figlio, unitaria-aperta, la comunità è un modulo che integra anche gli esterni, e perfino i nemici – oggi potenzialmente sul fondamento di leggi.

Dio – Viene di necessità, prima che di auspicio – è l’argomento del “Liber Nimrod”, l’astronomo, poiché niente nell’universo visibile può esistere a se, di per sé - per quanti sforzi faccia, si può aggiungere, il costosissimo titanesco impianto del Cern, dell’infinitamente piccolo.

Marx – Pochi tardivi contributi al bicentenario della nascita, ma centrati su un “altro Marx”: l’uomo, il politico appassionato, fazioso, l’organizzatore. Il “giovane Marx” del film – dell’unico film, non di rilevanza – oppure il politicante. Filosoficamente poco o nulla “marxiano”, non nel senso del Diamat, il materialismo dialettico sovietico, da Bukharin a Lenin e Stalin. Valga Giuseppe Vacca per tutti, a lungo presidente dell’Istituto Gramsci, e quindi custode dell’ortodossia, il quale lamenta “il «filosofeggiare»” che si è fatto “sul pensiero marxiano ignorandone l’interazione con la biografia”. E anzi trascurando il “Capitale” per immergerlo negli inediti giovanili: “Pretendendo “la restituzione degli affetti domestici, delle incredibili sofferenze procurategli dai malanni, e dagli stenti, la memoria delle tragedie familiari”. Questo è esagerato, Marx privato era  uno godereccio che se le concedeva tutte. Uomo sempre di spirito nella corrispondenza pur quasi quotidiana con Engels. E uno che non si privava di una buona birra, o della caccia alle gonne. Dalla servetta di casa, Lennchen, alla quale fece un figlio, a una ragazza Bismarck che corteggiò, o s’immaginò di corteggiare, e altre principesse giovani.
Né si può evitare di imputargli il materialismo. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. La potenza divorante del denaro avrebbe potuto vincerla con una mossa destabilizzante, non con una accrescitiva, o in una inutile (perdente) gara. Non è sbagliato attribuirgli la celebrazione massima della borghesia. Il caso della Cina, massimo paese comunista e massima potenza capitalista e imperialista, militare e finanziaria (“la via della Seta”), non è necessariamente mostruoso.
Ma Vacca ha ragione quando dà ragione a Marcello Musto,  il marxiologo dell’ultimo decennio, che pure ha esordito con un “Karl Marx’s Grundrisse”, anche lui. Che nella sua biografia del Marx ultimo, “Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883)”, nell’originale tedesco “Il tardo Karl Marx”, ipotizza che “tra i classici del pensiero economico e filosofico, Marx sia quello il cui profilo è maggiormente mutato nel corso degli ultimi anni”. Non per molti, ma mutato lo è senz’altro.
Questo sito nel suo piccolo ne faceva stato in una serie di post.
Il 13 dicembre 2014:
“Fra le cose che Lucio Colletti ha capito al momento dell’abiura, uscendo dall’ermeneutica dei funzionari del Pci, è che “Il Capitale” aveva un sottotitolo, “Critica dell’economia politica”. Lo ha sempre avuto, ma Lenin aveva detto che bisognava leggere “Critica dell’economia politica borghese”. Non aveva torto, Marx critica l’economia politica come scienza in sé borghese, cioè contabilistica. Molto rivoluzionario, ma è von Hayek, meno palloso. Il feticismo delle merci, l’alienazione nella vita e nel lavoro, questo lo eccitava, la condizione umana, è tutta qui la teoria del valore. Il plusvalore è la “realtà capovolta” rispetto agli elementi originari della produzione, la terra, il capitale, il lavoro, ma è realtà non disprezzabile, se non invenzione miracolosa. Quanto al popolo, non è a Marx, è all’intellettuale che piace, creatura del romanticismo fumoso, che pensa di farsene guida – la volontà del popolo. Gramsci lo sapeva: “In Italia il marxismo è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari”.
“Marx sarà stato grande in questo, che ne rideva, già in anticipo – su Lenin, e Colletti con Togliatti. Ma, Croce ha ragione, “Marx non tanto capovolge la filosofia hegeliana quanto la filosofia in genere, ogni sorta di filosofia, e il filosofare soppianta con l’attività pratica”. Che, se si sta in pantofole, non è attiva né pratica. Patrizi e plebei si diceva a Roma dei primogeniti e i cadetti della stessa famiglia, i privilegiati e i non, ma tutti erano aristocratici, ne avevano lo spirito. Marx ne è parte, patrizio o plebeo che si voglia, non è invidioso, non cattivo: non è schiavo ma libero. La sua democrazia fa grande, universale, ciò che a Roma era circoscritto. Ma il resto della storia non è onorevole”.
Il 26 novembre 2014:
Avrebbe riso del Diamat, una cosetta scientista, positivista, e del sistema moscovita della proprietà statale dei mezzi di produzione, o del partito unico, una forma come un’altra di dittatura? È possibile: Marx non ne ha colpa. Lui il suo lavoro l’aveva completato, chiedendo di abbattere lo Stato. Non si può fargli colpa di Stalin, che non lo realizzò ma l’affossò: la rivoluzione che doveva eliminare lo Stato ribaltò nello Stato totalitario, per primi liquidando i comunisti.
………
“E tuttavia dopo Marx più nulla, una voragine si è aperta che non si colma. Anche lo Stato delle multinazionali sa di rieccolo: il previsto mercato mondiale, l’imperialismo puro. A opera del più forte di tutti i forti, gli Usa. Nel nome del mercato, di cui Marx fu secondo scopritore. Dopo Frances Hutcheson, che “la maggiore felicità per il maggior numero” teorizzò, e i suoi discepoli Hume e Smith – benché con alcuni paletti, pochi, nei punti sensibili. L’imperialismo di mercato è molto democratico, la Coca Cola potendosi bere nel Congo equatoriale. È pure bello: Hutcheson ha impostato l’estetica come disciplina, vanta anche questa primizia”.
Il 10 novembre 2014:
Il problema con Marx è che voleva eliminare il proletariato. Mentre si lotta  invece per farlo trionfare. Il proletariato, i servi cioè retribuiti. Per forza che Marx è morto. Uno che peraltro per primo non credeva alle “leggi” dell’economia, che sapeva falsate da autodidatta, e della storia. E la vita spese a costituire la sua fazione, contro ogni altro socialista e comunista prima che contro la polizia segreta prussiana.
“Sapeva riconoscere un nemico, questo sì. Per questo eresse un monumento al capitale, con la proposta di arrestare la storia e la filosofia, l’impercettibile ma costante mutamento attraverso cui l’uomo esce dalla sua pelle, con gli amori, il lavoro, la generazione, la convivialità, nell’arte, canti, balli, racconti, silenzi, e negli elementi, la terra, il legno, la pietra, il ferro. Non bisogna equivocare sul Marx borghese, non c’è infamia nel volere il pianoforte per le figlie. Il rifiuto del ruolo, per l’uguaglianza del merito e una vita da vivere a ogni istante, non è la realtà o la contemporaneità, e non è Europa, semmai è America. Tutti nel mondo che Marx conosceva volevano, vorrebbero, una moglie nobile, la casa in Toscana o in Provenza, con contadino, da guardare da lontano come il vecchio feudatario, e i ricevimenti del Gattopardo coi gelati squagliati, il rifiuto della buona borghesia è assillo borghese, un’ideologia.
“Si fa presto a dire Marx, ma che rivoluzione ha organizzato, che partito, a parte la rissosa Prima Internazionale, che sindacato? Bisognerà aspettare Lenin per avere una rivoluzione marxista, di borghesi cioè con la classe operaia. I libri e le sue innumerevoli lettere sono frammenti. Il cui filo non può essere la struttura, cioè il potere secondo il Diamat: il lavoro produttivo è sovrastrutturale, un qualsiasi esperto di mercato lo sa. Altrimenti è un comunismo da schiavi: non può “realizzare l’uomo” se elimina ogni spazio comune. Ed è la verità della sua prima rivoluzione, in Russia, paese di servi, e non in Germania, dove c’era la più vasta e organizzata classe operaia e il contesto era maturo, per la crisi del nazionalismo, dell’economia e dell’imperialismo. I lavoratori tedeschi vollero anzi ridare ai borghesi il potere che la guerra perduta aveva loro sottratto. L’astronomo olandese Pannekoek - che ne sapeva più di Lenin, disse lo stesso Lenin - scoprì subito pure perché: in una società integrata, che viene da lontano, egemonie e sudditanze si legano per molti fili, culturali, storici, tribali. Non maturano solo i processi produttivi, di più ma-turano e anzi induriscono le ideologie, e si dovrebbe dire le psicologie”.
Il 12 novembre 2014:
“È un liberale? È ipotesi non del tutto arbitraria – tra le tante che si opinano per tenerlo in vita. Già Keynes - a sua volta oggetto del ricorrente quesito: è un liberale= – lo collocava nel liberismo:
“La scuola di Manchester e il marxismo derivano entrambi in ultima analisi da Ricardo, conclusione solo a prima vista sorprendente”. Da Ricardo che più di Adam Smith è il cardine teorico del liberismo. Keynes Lo scrive nella prefazione all’edizione tedesca della “Teoria generale”, nel 1936, e si può ritenere l’accostamento una petizione di benevolenza presso gli economisti tedeschi all’ora del totalitarismo antisovietico, ma non è sorprendente, in questo Keynes ha ragione.
“Il primo antimarxista, anzi, si può dire lui stesso. Che dà una garanzia che è poco più di una metafora: ogni società, dice con Hegel, contiene in germe le epoche successive come ogni organismo vivente porta i semi dei suoi discendenti. Ma questa gracilità Marx condivide con tutti i filosofi.
“È liberale, invece, con più sostanza. Non anarchico, qual è il liberale coerente: costituzionale. Da qui il catechismo volgare. Per abbattere lo Stato e i padroni ci vuole la rivoluzione. E la rivoluzione è solo della classe operaia, che è libera dall’ideologia, di servitù e violenza. Oc-corre dunque essere operai. Mentre da tempo la classe operaia si libera da se stessa, non vuole essere più operaia. La rivoluzione è allora antimarxista. O non sarà Marx un catechista, se kat-echon è ciò che arresta? Un teologo che si rifiuta? L’asceta che ribalta l’ascetismo, il rifiuto del mondo, in odio di classe, cioè nella conquista del mondo.
““Una meravigliosa illusione fa sì che l’alto volo della speranza si leghi sempre all’idea del salire, senza riflettere che, per quanto si salga, si deve pur ricadere, per porre piede forse in un altro mondo”, questo diceva Kant, che era alto un metro e mezzo. Sì, Marx è Sorel, che anche lui diceva come Keynes, “l’economia marxiana è manchesteriana”, con proprietà, mercato e profitti. Solo che, come Machiavelli, mette piede ricadendo sul mondo di prima – gli uomini più interessati che cattivi sono nel “Principe”.
“Marx sarà stato l’ultimo dono dell’Europa al mondo. Heidegger, Freud, Nietzsche stesso sono dei maghi, Marx invece no, e questo è rassicurante. Confinato al sovietismo, la vecchia agiografia, lui critico impietoso, se n’era caricato i riti, inclusi i miracoli. Da ragazzo c’era portato, che diciassettenne scrisse di Augusto, in latino: “Un capo assoluto e non la libera repubblica fu capace di dare al popolo la libertà”. La chiesa sovietica non poteva che farne il profeta di Lenin, ogni messia ha un precursore. Ma era di Lenin il partito chiesa, che non lascia scampo.
L’abbandono dell’analisi per l’ideologia, della critica dell’economia politica per la mistica della rivoluzione è di Lunačarskij e Bogdanov, comprimari di Lenin. La religione è leninista. È Lenin che ha dato alla politica il primato sull’economia e la struttura, Lenin è il primo antimarxista. Lenin il sarmata, che il comunismo ha trascinato fuori dalla tradizione occidentale del dubbio. L’azione politica di Marx ha tramutato nella fabbricazione della storia. Il marxismo come fabbrica, Marx ancora ne riderà”.
Il 6 novembre 2014
“Fu giornalista, dopo rapidi studi di dottrina dello Stato, filosofia e storia, senza dottorato, anche se pretenderà di rovesciare Hegel. Engels lo paragona a Darwin. Ma è a Spencer che somiglia: la lotta di classe come il darwinismo sociale, la sopravvivenza del più forte. L’economia o l’interesse non spiega l’uomo, nemmeno l’uomo corporale, senz’anima, e neppure l’odio, non spiega la guerra, né l’ilare tragedia dell’amore, il sacrificio di sé, la procreazione, incluso dell’impresa economica, il piacere. Marx che si vuole critico è astratto, irrealistico. Entusiasma ma è sterile. Solo produce odi improduttivi, della perfida Albione, degli yankee, dei padroni, di chi possiede di più. Se c’è qualcuno che sa, con cognizione di causa, che il mercato è incontrollabile è lui - con più cognizione di causa di Smith. La filosofia della prassi è certo novità eccezionale, ma il suo inveramento avviene in Dostoevskij, o in Gide volendo essere beneducati, e Heidegger.
“Sarà stato una promessa filosofica a ventisette anni, poi per altri quaranta un giornalista e agitatore politico. Non era facile, il valore economico è recente, fino a Hobbes non c’era un’assiologia dei beni. E a Marx si è fermato: non c’è una teoria del valore successiva, del valore come lavoro – in italiano è perfino anagrammatica. I suoi critici capitalisti ne ricalcano i fondamentali. Ma la critica del capitalismo è reazionaria: i reazionari prima di Marx, e con più veemenza, criticano il capitalismo, il mercato dei soldi”.
Il 2 novembre 2014:
“È un liberale? Non è uno sberleffo dei suoi nemici ma un’avocazione degli appassionati e reduci del comunismo. Di un comunismo vittima esso stesso dell’ideologia dominante del libero mercato? Non sempre. Spesso ha ritrovamenti e radici culturali. Mario Alighiero Manacorda, il pedagogista morto un anno fa in tarda età, nell’ultima sua rivendicazione, “Perché non posso non dirmi comunista”, mette in campo anche Croce: “Davvero Marx ha opposto il comunismo alla tradizione moderna del liberalismo e della democrazia borghese? In realtà anche Croce sapeva che «l’estensore del Manifesto dei comunisti…nell’affrettar con l’opera e coi voti la fine della borghesia usciva in un grandioso e caloroso elogio dell’opera compiuta dalla borghesia»”. Di suo aggiungendo: “Tanto per cominciare, e tanto per la cronaca, Marx ha una formazione liberale”, il suo primo articolo, nel 1842, è contro la censura per la libertà di stampa. Più “in generale, il comunismo nasce, in sede teorica, sulle esigenze poste dalle ideologie liberali e democratiche”.
Manacorda spiega che “in Marx l’opposizione è tra comunismo e liberismo”, in quanto “ideologia dell’appropriazione privata dei mezzi di produzione collettivi, non è certo tra comunismo e liberalismo”. Ma se avesse aspettato ancora un po’?”
E il 7 febbraio 2014:
“Si moltiplicano in Germania gli studi sulla sua formazione, che ne collegano alcuni concetti chiave, per esempio il feticismo della merce, alle sue letture giovanili, di autori poi trascurati, il filosofo Jacobi, lo scrittore satirico Jean Paul. Quest’ultimo coniava il “feticismo” della merce, cui intitola un capitoletto del suo libello contro il soggettivismo di Fichte, “Clavis fichtiana seu leibgeberiana”, con l’esempio di un “feudatario”-demiurgo cui questa interpellazione andava rivolta: “Come deus majorum gentium, tu sei il padre del tuo bisnonno e dell’intero albero genealogico, e anche la classe produttrice è un tuo prodotto”.
“La “legge” marxista del dominio della cosa – il denaro – era l’evoluzione naturale dello scientismo positivista, della religione laica, e lo è diventata col crollo del Muro. Cioè, contro i mattoni del Diamat, il “materialismo dialettico” sovietico””.

Nichilismo – Tentando una teoria del desiderio, Leopardi conclude: “Tutto è male. Tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che il male” (“Pensieri”, 4174). E l’uomo in tutto questo, Leopardi e gli altri?
È affermazione di forti personalità. Di necessità incoerenti. E non per un rifiuto della coerenza in senso temporale, ma dell’argomentazione stessa, della sua ratio.

zeulig@antiit.eu

Il piacere redime più di una confessione mal fatta

È stata, anche, la ragazza di Quasimodo - “che mi tradiva, seppure solo a voce, con alter donne”, parlava solo di sé, e le dava “laute mance”. La poetessa Merini prima dell’internamento amava molto i poeti. Soprattutto Manganelli. Ma a Quasimodo rimase affezionata, lo difende ancora nelle  ultime pagine. E non fa mancare “L’anima di Manganelli”, già di altre raccolte: “Il monarca degli dei” che di più resta nel cuore di Alda, meritandosi una commediola in versi. C’è Vivian Lamarque, “preziosa fatina dei nostri giorni”.
Una professione sempre di fede povera, diretta: “Il cuore è sempre pronto a salire sul tram del desiderio”. Da anti-freudiana semplice: “Il piacere redime più di una confessione mal fatta, o fatta senza volontà di convertirsi”. E molta amarezza. L’internamento “preferito al divorzio condannato dalla chiesa”, e “senza costi”. Da parte di un marito che se ne sbarazzava così a buon mercato. Azionato dai “comunisti”, da “cretini braccianti che abitavano su Naviglio, da parenti analfabeti di mio marito che diede loro retta per tenere alto il linguaggio del lavoratore”.
Una delle prime uscite di Merini rinata vent’anni fa, riscoperta e aiutata da Benedetta Centovalli. Con riprese di testi variamente dispersi.
Alda Merini, Lettere a un racconto, Bur, pp. 142 € 11

martedì 19 febbraio 2019

Presenze

Le assenze non sempre sono una mancanza, talvolta sono anzi presenze. E viceversa, alcune presenze sono assenze.

La Borsa è necessaria al lavoratore

Come la Borsa è necessaria a tutti e anche ai lavoratori – contadini, artigiani, operai. Un secolo prima che la Banca d’Italia di Carli scoprisse che il debito è – era – la rendita degi italiani, operai inclusi. Max Weber lo spiega ai sindacalisti e ai lavoratori tedeschi attraverso la “Gōttinger Arbeitbibliothek”, una pubblicazione collegata all’editrice socialdemocratica Berliner Arbeiterbibliothek di Friedrich Naumann, di Weber grande amico. Lo fa in due tornate, nel 1894 e nel 1896, mentre si discuteva una legge restrittiva delle operazioni di Borsa, dopo una serie di crisi e malversazioni finanziarie che avevano fatto scandalo attorno al 1890. I due testi Weber sono stati riuniti, sotto il titolo “La Borsa”, ne 1924, negli “Scritti di Sociologia e politica sociale” raccolti e pubblicati dalla vedova Marianne.
Non è la sola sorpresa. La Borsa è anche meglio oligopolistica, argomenta Weber in chiusura del primo saggio. Organizzata attorno a un nucleo ristretto e controllato di agenti, come a Londra e a Parigi, la sola struttura in grado di controllarne la solvibilità, con i propri probiviri, e di escludere o sanzionare per tempo gli avventurieri.  La Borsa di Amburgo, dove ognuno può “entrare”, vale solo per quella comunità di affari, antica e stabilizzata, quindi in grado di assorbire (controllare indirettamente) ogni nuova entrata.   
Didascalico, preciso, utile ancora oggi, malgrado la finanziarizzazione dell’economia – i fondamentali restano uguali. Senza dissipare l’aura di sortilegio che attornia le transazioni a termine, o a premio, i riporti, le opzioni. Per il ruolo, a prima vista incomprensibile, delle transazioni a termine e allo scoperto a fini di stabilizzazione della speculazione. La Borsa è uno dei fatti politici ed economici al centro dell’interesse del giovane Weber, già famoso per l’inchiesta sui lavoratori agricoli all’Est dell’Elba, ma ancora incerto sulla carriera da intraprendere, se da accademico o da politico.
Il punto di vista è originale: la Borsa è necessaria, allo stesso lavoro. In dissenso col vasto schieramento contro la speculazione finanziaria, che vedeva gli Juncker arciconservatori sullo stesso fronte col sindacato e con i Cristiano-sociali. Con poche divagazioni da grande storico delle religioni, della società, della politica. Sul debito:  “Un tempo, il prestito a interesse era segno di asservimento. «Tra fratelli» non si prestava a interesse”. Sul debito pubblico, che è necessario e anche giusto per finanziare opere che durano nel tempo, come le ferrovie, ma è “diverso, ed è di cattiva gestione finanziaria che si tratta, quando uno Stato s’indebita continuamente per bisogni che si rinnovano incessanti, per esempio per pagare i funzionari e le forze armate”.
Da ultimo una constatazione che si dimentica, sui mercati finanziari come forma e veicolo della potenza, economica e politica: “Il rafforzamento delle posizioni di potenza delle Borse nazionali in rapporto alle Borse straniere, a cui contribuisce incontestabilmente la pratica dei mercati a termine, implica anche un miglioramento considerevole della posizione di potenza finanziaria, e dunque politica, dello Stato nazionale. Politicamente, non è indifferente che sia la Borsa di Berlino o la Borsa di Parigi a offrire alle potenze prive di mezzi finanziari, come l’Italia e la Russia per esempio, le migliori possibilità di collocare le loro obbligazioni”. Il mercato dei capitali è essenziale nelle strategie di potenza, qui non c’è “disarmo unilaterale”: “Finché le nazioni perseguiranno la lotta economica inesorabile e ineluttabile per la loro esistenza nazionale e la potenza economica, anche se può darsi che vivano in pace sul terreno militare, la realizzazione di esigenze puramente teorico-morali resterà strettamente limitata se ci si rende conto che anche sul terreno economico è impossibile procedere a un disarmo unilaterale”. Detto altrimenti: “Una Borsa forte non può essere un club di ‘cultura etica’e i capitali delle grandi banche non sono ‘istituzioni di beneficenza’ più di quanto lo sono i fucili e i cannoni”.
Un picco manuale, anche, di storia finanziaria, col diverso funzionamento delle Borse, a Londra, a New York, a Parigi e, in Germania, a Amburgo e nella prussiana Berlino. Fuori catalogo in Italia dopo la prima traduzione, nel 1985, è riproposto regolarmente in Francia, e più dopo la crisi bancaria del 2008. Quale base per la “modellizzazione dei rischi” che fu tentata, e fu in voga, a fine Novecento.

Max Weber La Bourse, Allia, pp. 151 € 7,50


lunedì 18 febbraio 2019

Problemi di base capitali - 473

spock

Perché Grillo, che è genovese, vuole lo stadio della Roma, assolutamente?

Perché per Grillo e Raggi l’unica opera pubblica di cui Roma ha bisogno è lo stadio della Roma?

Perché lo stadio della Roma è un’opera pubblica, al costo di un miliardo, tra linea metro, ponte, e urbanizzazione?

Non ci sono giudici per Grillo e Raggi?

E la volta che all’Atac in fiamme non si apriranno le porte?

Quanto spende l’Ama per non fare la raccolta dei rifiuti?

Com’è possibile che Raggi faccia l’oca giuliva, non c’è un impeachment per i sindaci?


“C’era una volta Andreotti”, titola il suo libro Massimo Franco): perché, ora non più?

spock@antiit.eu

Rifiuti urbani

A piazza Sant’Eustachio a Roma, all’angolo del famoso caffè, coi tavolini in piazza tutti presi dai turisti, è una bella giornata quasi primaverile, un mezzo dell’Ama svuota i bidoncini della differenziata. L’operatore sta arpionando il bidoncino dell’indifferenziata, che solleva con stridori, e poi rovescia malamente, vuoi per incuria, vuoi per errore, vuoi per malfunzionamento: invece che dentro l’autocompattatore, i sacchetti dei rifiuti si sversano numerosi per strada.
L’operatore non li raccoglie.
Nessuno protesta, né del bar né del ristorante di fronte.
I turisti ai tavolini non se ne accorgono nemmeno, non ci fanno caso.

La preghiera di uno stoico

Contro il gossip accademico, l’autobiografismo, il frammentismo (“io l’avrei fatto meglio”), il “frenetico consumo”, gli scienziati da talk-show, e “quelli che si rifanno alle scimmie”.Tardigrado più che conservatore, Auden osserva partecipe un mondo che spesso non gli piace – parliamo dgli anni a cavaliere del 1970, quando questi brevi componimenti furono pubblicati.  Annotazioni più che poemi, inserite nelle raccolte che veniva pubblicando, in  sezioni separate – qui sono inserite le sezioni “Marginalia”, 1965-68, “Shorts II”, 1969-1971, e “Shorts”, 1972-1873. Immagini, impressioni, sensazioni disseminate all’insegna delle “brevi” – brevi di cronaca, eccetera Nello spirito dello haikù, la meraviglia dell’ordinario, in forme libere – “i suoi pensieri vagavano\ dai versi al sesso e a Dio\ senza punteggiatura”.
Alcune incontrano il gusto del traduttore, Gilberto Forti – “Il marchese di Sade e Jean Genet\ godono di gran credito oggidì,\ ma poiché la tortura e la nequizia\  non sono i suoi tipi di delizia,\ lui le sue copie le ha tolte di lì”. Altrimenti sciatto.
Amore e ironia, che tanta parte hanno nella poesia e la vita di Auden, vi si distillano – “la preghiera di uno stoico”. La mestizia piana - in traduzione nostra. “Riflessa dallo specchio del bancone\ all’ora della colazione,\ una fila di facce urbane,\ muta di mezza età, in attesa\ di una morte che non sia la sua”. L’osservazione, solitaria: “Da wasp viaggiando\ nella metro, si chiede perché\ tutte le facce\ aristocratiche vede di negri”. Con professioni di poetica semplice. “Benedette siano tutte le leggi metriche che vietano risposte automatiche\ ci costringono alla riflessione, liberano\ dalle pastoie dell’io”. Soprattutto no al Surrealismo: “La più sfrenata\ delle poesie anch’essa\ deve, come la prosa, avere un punto fermo nel solido buon senso”.  
W.H.A uden, Shorts, Adelphi, pp. 109 € 9

domenica 17 febbraio 2019

Problemi di base linguistici - 472

spock


Libera nos donne?

Vita tua mors mea?

Non tutto il male viene per nuocere, e il bene?

Ci si nutre di odio - e il fegato?

D’amore si muore?

Si dice per dire, ma a chi?


spock@antiit.eu

La Scuola di New York ingrigita


Attorno ai canonici Pollock, “Number 27” e “Dripping”, De Kooning, “Door to the River”, Kline, “Mahoning”, la quindicina di artisti detti “Gli Irascibili”, dalla lettera-manifesto contro i curatori del Moma di New York nel 1950, di cui Peggy Guggeheim e altri galleristi faranno la Scuola di New York. Non da altro uniti che dal colorismo informale: una scuola ingrigita, curiosamente, come la foto-manifesto del gruppo che didascalicamente domina la mostra.  
Una cinquantina di quadri sono esposti, una scelta importante. Ma di interesse, in coda a una folla inconsueta, soprattutto di età giovanile, probabilmente storico. 
Il gruppo è composto da pittori di varie età ed esperienze, alcuni ancora con attaches europee, e in qualche modo si diversifica, ma poco. Erano anche pittori che si volevano pittori, con tele, pennelli e colori, e non sociologi o allestitori. Ma l’informe  diventa anche incolore, specie in una collettiva. Restano grandi tele di interesse documentario, nemmeno decorativo.
Pollock e la scuola di New York, Complesso del Vittoriano

sabato 16 febbraio 2019

Letture - 374

letterautore


Asessuato – È, era, presocratico il genere indistinto - il concetto di indistinto dei distinti. Su cui ora le anagrafi inciampano, quando registrano le nascite, con “genitore uno” e “genitore due”, per non dover dire il sesso (fino a che uno e due non saranno anch’essi targati come ingiusti, antiugualitari?). E di Empedocle specialmente tra i presocratici, oltre che di Eraclito: “Io una volta fui ragazzo e ragazza, cespuglio e uccello e muto pesce nelle onde. La natura cambia tutte le cose avvolgendo le anime in strane tuniche di carne”.
Il genere indistinto però semplifica la grammatica, eliminando la “mozione”, la proprietà che hanno certe lingue e certi composti di contrapporre forme femminili a forme maschili e viceversa. Sempre nella direzione di appiattire o annullare i distinti nell’indistinto. Per ora verbale, domani non si sa – c’è al fondo, nella tensione alla semplificazione, l’attesa di una teurgia delle parole – della aprola che crea la cosa e il fatto, e non viceversa.
Ecclesiaste – Meglio, molto meglio, nella traduzione arieggiata di san Girolamo he in quella, che sarà pure filologica ma è fumosa, di Ceronetti – “Fumo dei fumi, tutto non è che fumo….”. Vanità, vento, vuoto, polvere, nulla danno più il senso dell’intraducibile “hebel” ebraico, dove la b al centro sta tra la nostra b e la nostra v, al modo del beta greco.
Emoji – Fanno vent’anni.Vent’anni dopo il probabile debutto degli emoticon, di cui sono progenie, che avevano inventato la rappresentazione di significati, e anche di emozioni, mediante i segni grafici - ortografici e alfabetici. Questi probabilmente di origine americana, quelli invenzione sicuramente giapponese.
Le immagini scherzose, prevalentemente di faccine ma anche gestuali, si sono rapidamente moltiplicate. A fine gennaio se ne conteggiavano esattamente 3.053. Di cui 230 appena approvati, gli emoji 2019 – comprensivi di un aglio e di un yo-yo. Con la possibilità di variare le tonalità di colore della pelle, per ogni membro di emoji di gruppo, le “permutazioni”, ce ne sono 4.225. Forse troppi: la diversificazione potrebbe portare all’insignificanza, che sarebbe l’inizio della fine delle faccine. Hanno prosperato in quanto “immediatamente significanti”, e polisemici, a significato multiplo, o a più sfaccettature. Oltre che per favorire una “scrittura” immediata: le “faccine” si vogliono immediatamente disponibili, non da ricercare come nel vocabolario.
Nei vent’anni, oltre che moltiplicate, le faccine sono molto cambiate. Prima erano “bianche”,  dal 2015 hanno differenti tonalità di colore, dal quasi nero al quasi bianco. Il consorzio Unicode ha adottato come colore base un giallo Simpson,  consentendo agli utenti la colorazione con cinque toni epidermici, dal “bianco pallido” al “marrone scurissimo”. 
Il bianco non va più
C’è stata anche una marcata occidentalizzazione delle faccine. Ma non ci sono ancora, nelle tremila faccine, un bianco coi capelli castani e la barba. Statisticamente, peraltro, le due prime tonalità di bianco  sono poco o nulla usate – invece del bianco usa una forma di abbronzatura.
I primi emoji sono stati creati dalla società telefonica giapponese NTTDocomo. Così chiamati dalla crasi di tre ideogrammi:  e (immagine), mo (scrittura) e ji (carattere). L’emoticon derivava dall’inglese emotion + icon). Nascevano come pittogrammi, indicazioni di un oggetto (il treno, la sigaretta), o ideogrammi, cioè simboli (Il cerchio rosso sbarrato per dire proibizione), ma si sono evoluti in forma ibrida, ambivalente. Un teschio non significa “ho un teschio in mano” ma “sono stanco, o confuso”.
L’emoji in realtà è più ideogramma. Ma con la sua moltiplicazione va irrigidendosi: è più specifico e quindi meno flessibile. Sia nella comunicazione che nella ricezione: mentre prima comunicava qualcosa che era in comune fra i corrispondenti, eppure non ben specificato, ora è quasi notarile.

Leopardi – “Leopardi produce un effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù e te ne accende in petto un desiderio inesausto. È scettico, e ti fa credente” – Francesco De Sanctis.

Montaigne – Era guascone, mezzo basco, e ne usava la lingua. Lo spiega Fausta Garavini a Antonio Gnoli sul “Robinson”, il settimanale di “la Repubblica” – Garavini fu traduttrice “critica” dei “Saggi”, lavorati giornalmente con filologi del calibro di Mazzino Montanari e Giorgio Colli, negli anni 1960: “Dovetti misurarmi con una lingua marezzata di guasconismi. Il guascone fa parte dell’area occitanica”.
Garavini fu scelta come traduttrice in quanto esperta, su suggerimento e con l’assistenza di Gianfranco Contini, col quale si laureerà sul medesimo tema, di letteratura occitanica moderna, “la lingua d’oc del Sud della Francia che ha dato vita alla poesia provenzale e dei trovatori” - la tesi sarà “”L’Empèri dou Souléu”, 1967, Ricciardi. Il guascone, spiega, “è la lingua della corte di Navarra che in quel momento conosceva una smagliante fioritura. Montaigne  ne rivendica esplicitamente l’uso, dichiarando che vuole rappresentarsi al naturale, dunque scrivere come parla. Del resto, nei contati quotidiani con servitori e contadini, che non sapevano il francese, doveva usare una lingua ibrida”.
Il saggista ponderato era un multilinguista, si esprimeva in lingue diverse con gli umori. Trovandosi a suo agio ovunque, negli ambienti e con le popolazioni più diverse. Non perché l’ha detto Socrate”, annota nei “Saggi”, “ma perché in verità è la mia opinione, e forse non senza qualche eccesso, ritengo tutti gli uomini miei compatrioti, e abbraccio un polacco come un francese: posponendo questo legame nazionale a quello universale e comune. Non sono un patito della dolcezza del paese natale. Le conoscenze del tutto nuove e mie mi sembrano ben valere quelle altre comuni e fortuite conoscenze del vicinato”.
Scrisse anche buona parte del “Viaggio in Italia” in italiano. Fu in Italia per curare la calcolosi, dolorosa, ma non senza gli umori che saranno dei “Saggi” – lamenta per esempio la povertà della cucina italiana a fronte di quella tedesca, fastosa...


letterautore@antiit.eu

Il greco perduto

All’origine della lingua greca, ionica, eolica, attica, non c’è un Urgriekisch, un greco originario, ma il complesso di tante esperienze indo-europee. È del greco la forma di luogo (stato, moto a, moto da), mediante particella, del tedesco. Gli ictus sono “accenti di forza”: noi in realtà non possiamo riprodurre i suoni veri, alla lettera, della prosodia greca e latina. La lingua omerica non è attica” – “non riflette un ambiente linguistico omogeneo”. Sono alcune delle perle disseminate in un puntigliosa dissezione verbale e linguistica.
Una manuale del 1936, riveduto e ampliato nel 1947, riedito fino al 1971 e ancora in uso per la generazione degli anni 1960. Che ora sembra archeologia. Peggio, una forma anche perversa di paleografia. Metatesi quantitativa, ossitono, parossitono, propaparossitono? E gli ictus? E il digamma? Si è perso molto a scuola - in cambio di che?
Giacomo Devoto, La lingua omerica