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mercoledì 19 settembre 2018

Il mondo com'è (353)

astolfo


Bisanzio – Fu l’avamposto dell’Occidente o non il suo tradimento? In una sorta di anticipazione dell’islam, col quale collimerà? Ponendo il quesito, nel lungo saggio “Fuga da Bisanzio” (nella raccolta di saggi scritti in inglese e pubblicati in America “Less than one”, meno di uno), il poeta russo Iosif Brodsky, emigrato giovane in Occidente, premio Nobel 1987,  dà per implicita la risposta. Ma è pieno di argomenti. Partendo dal fatto che il Drang nach Osten di Costantino, come potremmo chiamarlo modernamente,a seguito della visione “in hoc signo vinces”, nel segno della croce, è alla ricerca di una croce viaria con cui Roma costruiva le città. Irridente ma non troppo: Costantino andò cioè a creare un’altra città. Prova ne sia che prima esaminò il sito di Troia e poi decise per i Dardanelli. Il cristianesimo c’era già, si può aggiungere, in tutto il Medio Oriente e fino in India.
Non il cristianesimo, dunque, ma un certo principio politico interessava Costantino: “Ciò che Costantino portò a Bisanzio aveva connotati che non erano più quelli della cultura classica: era già la cultura di un evo nuovo, maturata sotto il segno del monoteismo”. Che il potere vuole assoluto. “Lo sforzo di Costantino, uomo del’Est”, cresciuto all’Est col padrino Diocleziano, “è solo un episodio della generale spinta dell’Est verso Ovest” – “un nomade cavalca sempre verso un tramonto” (180).
Brodsky ha un’altra idea di Costantino. Il cui passaggio a Oriente analizza come una fuga da Roma. Dove abbandona la chiesa, malgrado l’appello della croce. Per esercitare il potere nelle forme orientali, asiatiche. Una specie di primo crociato. Che si fece però un impero duraturo, si può aggiungere, e poco “franco”. Servendosi di una forma riduttiva di chiesa. Da cui per questo  dopo qualche secolo Roma ebbe difficoltà a non separarsi.
Di seguito alcuni estratti delle argomentazioni di Brodsky.
“Che cosa vide e che cosa non vide Costantino mentre guardava la carta di Bisanzio?Vide, per usare un eufemismo, una tabula rasa. Una provincia imperiale abitata da greci, ebrei, persiani e simili- una delle popolazioni con cui aveva di solito a che fare, tipi sudditi della parte orientale del suo impero”…
“Non vide, invece, che aveva a che fare con l’Est. Una cosa è scendere in guerra contro l’Est – o anche liberare l’Est – e un’altra è viverci. Con tutta la sua grecità, Bisanzio apparteneva a un mondo nel quale il valore dell’esistenza umana era misurato secondo idee totalmente diverse da quelle accettate all’Ovest: a Roma, per quanto pagana fosse”. C’era la Persia, non c’era l’Ellade: “Se ad Atene Socrate poteva essere processato pubblicamente e poteva pronunciare interi discorsi – tre discorsi! – in propria difesa, a Isfahan mettiamo, o a Bagdad, un Socrate sarebbe stato impalato seduta stante, impalato o flagellato, e tutto sarebbe finito lì. Non ci sarebbero stati dialoghi platonici, né neoplatonismo, niente: infatti non ci furono”. RE qui c’è la continuità: “Ci sarebbe stato solamente il monologo del Corano: infatti ci fu.Bisanzio era un ponte verso l’Asia, ma il traffico che lo attraversava fluiva nella direzione opposta. Certo, Bisanzio accettò il cristianesimo. Ma questa fede , lì, era destinata a orientalizzarsi”.
Numerosi saranno i segni di questa predisposizione, di questa linea di continuità. Con l’iconoclastia che monta insieme con l’islam. “Tutta la scolastica bizantina, tutta la dottrina e il fervore ecclesiastico di Bisanzio, il suo cesaropapismo, il suo dogmatismo teologico e amministrativo, tutti i trionfi di Fozio e i suoi venti anatemi – tutte queste cose derivarono dal complesso d’inferiorità della nuova capitale, da un patriarcato ultimogenito che doveva fare i conti con la sua stessa incoerenza etnica”. Bisanzio si distinse nelle guerre soprattutto contro l’Ovest, portando a “una lenta ma costante erosione della croce e a un crescente relativismo nella mentalità bizantina”. E “chi sa se la sconfitta finale dell’iconoclastia non si debba spiegare con la sensazione di un’inadeguatezza della croce come simbolo e con la necessità di una contrapposizione visiva all’arte antifigurativa dell’islam? E se non fu l’ossessivo merletto arabo, l’incubo dell’arabesco, a spronare Giovanni Damasceno?)”, il teologo arabo di fede cristiana, vissuto forse cent’anni a cavaliere del 700, venerato come santo dagli ortodossi e dai cattolici, in primo piano contro l’iconoclastia decretata dal 726 dall’imperatore Leone III.
Prima l’islam, poi la Russia, c’è un filo con Bisanzio: “L’antiindividualismo dell’Islam avrebbe trovato a Bisanzio un terreno così propizio che col nono secolo il Cristianesimo non si sarebbe fatto pregare per fuggire verso Nord”. Lo scollamento era già radicale: “Il Cristianesimo che la Rus’ ricevette da Bisanzio nel nono secolo non aveva assolutamente nulla in comune, ormai, con Roma. Perché, nel suo viaggio verso la Rus’, il Cristianesimo si lasciò dietro non solo toghe e statue, ma anche il codice civile di Giustiniano”.
(continua)

Civiltà – Si diffonde da Sud a Nord. Come la vegetazione. In direzione opposta a quella dei ghiacciai.
Ma questo nell’emisfero Nord.

Lira turca – Era “un irreale mezzo di pagamento per prestazioni reali” già quarant’anni fa per il viaggiatore Josif Brodsky.

Nomadismo – Va, è andato, da Est a Ovest. E dentro una fascia climatica. I tartari e i mongoli nella fascia delle terre nere. I beduini nel deserto. I boscimani nel Kalahari. Gli eschimesi dentro il circolo polare artico.

Oriente – Il “fascino” dell’Oriente non sarà il servizio senza prezzo, dal lustrascarpe al tè, molto buono, in un mercato senza valore, opina il poeta russo Brodsky in “Fuga da Bisanzio”, 164. “Al  grido di guerra della bionda che sta diventando grigia: «Che affare! Che affare!»”, al bazar e davanti alle vetrine.

Nutre le religioni: tutte le religioni vengono da Oriente. Nessuna religione – un corpo strutturato di credenze - è germogliata in Occidente, le Americhe e l’Africa comprese (molti profeti ma nessuno stabile, dotato di fondo). O sì, la religione copta e il culto di Isis in Egitto. Ma quanto l’Egitto africano, sahelico, non deve all’Asia?


astolfo@antiit.eu

L'euroismo vangelo

È una esercitazione dell’Istituto Bruno Leoni, “idee per il libero mercato”, una costola dei governi Berlusconi operativa da quindici anni, affidata a una dozzina di esperti. Avviata dopo che gli euroscettici in Italia hanno superato la soglia del 50 per cento. Naturalmente, per dire che sarebbe una catastrofe “per un Paese come l’Italia”: svalutazione, debito, inflazione, credito a zero, produttività negative.
Niente di diverso dagli esercizi già noti, su cui si cimentano i giornali. Senza effetto. Perché è come dire: alimentiamo la sfiducia. Se l’euro è intoccabile. “Un paese come l’Italia” non riesce a riprendersi dalla crisi del 2007.  Non c’è lavoro, non c’è reddito. E rischia l’uscita dalle economie più ricche. Perché l’Italia fa parte dell’euro mentre forse non dovrebbe. Non alle condizioni che le sono state imposte – imposte è la parola giusta.
L’impoverimento è una brutta cosa. Ma niente, il pensiero liberale non se ne preoccupa, e nemmeno se ne occupa. Non in Italia – in America sì, in Inghilterra, nella stessa Germania, che pure tanto ne beneficia. È la debolezza dell’euroismo, considerarsi vangelo.
Forse era meglio analizzare vizi e virtù dell’euro in questi quindici o sedici anni. E vedere se e come rattopparlo. L’euro come una prigione. È nato male e funziona peggio, ma non ci si salva.
L’Italia che non si riprende dalla crisi del 2007 non è colpa dell’euro, spiega Veronica De Romanis nel capitolo forse più contestabile. Come no? L’Italia è, è stata, una grande Grecia – non una Magna Grecia, come i greci, antichi e moderni, pensano alI'talia, ma un caso Grecia gonfiato. Dalla Bce di Trichet e Draghi, e da un governo Merkel che, con la lesina del “troppo poco troppo tardi”, però non ha risparmiato energie per indebolire l’Italia sui mercati, con parole, opere e omissioni.
Aderire ai fatti, per un istituto liberale, si penserebbe decisivo. L’Italia deve restare nell’euro, ha sbagliato e deve pagare? Diciamolo. Ma chi deve pagare?
Il fideismo non funziona in economia.
Carlo Stagnaro, (a cura di), Cosa succede se usciamo dall’euro, Ibl Libri, pp. 140… € 16

martedì 18 settembre 2018

L'Asia alla Russia


Turchia, Siria, Iran, Cina, playmaker di mezza Asia è diventata la Russia. La Turchia di Edogan ci trova l’unica sponda. Col beneficio di un quasi protettorato sulla regione siriana di Idlib. La Siria non può farne a meno, tanto più se, come sembra, resterà in mano a Assad. Dell’Iran degli ayatollah la Russia è rimasta l’unico grande sponsor internazionale. Con la Cina la cogestione obbligata della nuova Via della seta, per la parte terrestre, si arricchisce di investimenti e interventi finanziari – niente al paragone con gli interessi cinesi in Occidente, ma è un inizio.
È anche per questo, probabilmente, per l’interscambio con la parte non occidentale del mondo, che la Russia, che dovrebbe essere in ginocchio dopo un quinquennio di sanzioni, sopravvive e anzi prospera.
Non c’è la Russia invece nelle aree problematiche, Afghanistan e Iraq. Un tentativo di intromettersi in Libia e nel conflitto arabo-israeliano prendendo contatti con l’Arabia Saudita è stato presto abbandonato - la liquidazione dei Palestinesi da parte degli Usa spalancherà un’altra prateria?
Putin va sul sicuro. In aree di influenza occidentale che l’Occidente trascura. Gli Stati Uniti per conto dell’Occidente, l’Europa non conta. Nessuna inziativa in Medio Oriente né in Asia, se non antagonista. Singolarmente aggrappati a una confrontation con la Russia sul tipo della guerra fredda, con spie e controspie.  Di cui è emblema il Russiagate, un romanzo di Le Carré – che forse c’è stato ma non si prova, e comunque sarebbe una risposta allo spionaggio elettronico americano rivelato da Snowden, proprio come nei vecchi romanzi di spionaggio.

Dio è in fieri


La secolarizzazione – siamo negli anni del pontificato di Ratzinger – ricondotta dal teologo Dotolo e da Vattimo a una matrice ebraico-cristiana, come distinta e opposta alla matrice ellenistico-cristiana. È la conclusione di un dibattito che i due svolgono in varie sedi tra il 1999 e il 2005, sul presupposto del Dio ebraico nel cristianesimo, di Dio e uomo partner di una libera alleanza, adombrato da Vattimo nel saggio “Credere di credere”, 1996, attraverso la kenosis di san Paolo, “l’abbassamento, lo svuotamento, l’annichilamento di Cristo nell’incarnazione” (G.Giorgio).
Il filosofo Giovanni Giorgio ne ha riordinato gli svolgimenti, in due distinte interviste, poi confluite nel libro in forma di dibattito. Vattimo ne chiarisce il senso all’inizio dell’intervista, pur escludendosi dal terreno della teologia. Il cristianesimo è a un bivio, se “assumere con coerenza le implicazioni o le conseguenze di una prospettiva di secolarizzazione” oppure no, se essere statico o dinamico. Ma non a una scelta: “Questo tipo di cristianesimo che apparentemente dispensa sicurezza, risponde più ad una religione statica stanca che non a un’esperienza religiosa radicata nell’affermazione biblica di un rapport tra partner  liberi e affidabili”.
Un dibattito curioso, che ribalta molto senso comune. Ma senza eccessi né riserve. La secolarizzazione si radica nella tradizione ebraico-cristiana, il filosofo e il telogo convergono. Una revisione suicida? No. “L’enfasi sulla capacità di azione dell’uomo”, Giorgio anticipa la conclusione,  “inteso ormai come soggetto, su una natura non più sacralmete intoccabile, intesa ormai come oggetto, dentro una storia di emancipazione di cui egli appare protagonista, apre possibilità nuove di comprensione”. Questo Prometeo è cristiano: la secolarizzazione va “intesa come interpretazione dei contenuti della rivelazione cristiana, e non come sua liquidazione”.
La conclusione non è subdola. La “desacralizzazione si basa, in effetti, sull’idea della mondanità del mondo che è tipica della tradizione ebraico-cristiana, e sulla quale si reggono la dottrina della creazione e quella dell’incarnazione”. Ma “se il rapporto di creazione che articola la relazione tra Dio e mondo, legittima il mondo come altro da Dio, come ciò che Dio stesso non è”, se la creazione è “di uno spazio ateo, per dirla con Lévinas o con la Weil”, bene, “in questo spazio abita l’uomo, e proprio perché Dio e mondo non sono lo stesso, Dio e uomo possono incontrarsi come partners di una libera alleanza”. L’incanazione è l’accettazione di questa alterità – irriducibilità.
Ne consegue che – o ne è il presupposto – il cristianesimo è “l’antidoto a ogni fondazionalismo”, a chi ritiene di “poter raggiungere il fundamentum inconcussum “ sul quale “incastrate la realtà una volta per tutte. Chiudendo così, senza ironia, ilcerchio: “Troppi sono stati i fundamenta inconcussa nella storia del pensiero occidentale per poterci ancora credere”.
Si radica qui il Dio in fieri di Vattimo. Le vecchie storie di “come è fatto Dio” essendo state annichilate dalla kénosis, dall’incarnazione, dalla rinuncia di Dio a fare il Dio, Dio di volta in volta è la “possibilità buona”, storicizzata. Pur arguendo infine, nel “Proscritto” a “Credere di credere”, un “bisogno della grazia come dono che viene da un altro”, sia esso ente, storia, tradizione, eserienza, un dono comunque da coltivare. Si salva chi vuole.
Gianni Vattimo-Carmelo Dotolo, Dio: la possibilità buona, Rubbettino, remainders, pp.XXIII + 87 € 5

lunedì 17 settembre 2018

Secondi pensieri - 360

zeulig


Amore-morte - “Estro del tempo, l’arbitro totale,\ dispone amore, non morte, degli amici”, si direbbe dei poeti. Ma è un lapsus: Auden, distratto forse dal “tempio”, le colonne dei coatti di Amburgo, voleva dire “nemici”. Il Tempo cancella estroso l’odio, fra i belligeranti, fra gli amanti. E invece ha detto amici. Correttamente sarebbe allora da dire, con la grammatica e non solo: “Dispone morte, non amore, degli amici”. L’equivalenza amore-morte, giochetto enigmistico, sostituendosi una a con una t, da tempo serpeggia fra i poeti, con complotto e senza. Ma applicata agli amici, ai compagni, è una rarità. La morte era pulsione fascista, da SS, da Tercio.

Discussione – Implica una comunione, di linguaggio, e anche di consenso: si discute con chi si è d’accordo. Se non sulla questione specifica, sui criteri di discussione. Oltre che sul significato delle parole, i gesti, le cause – la comunicazione. Era questi il precetto di Leopardi: per discutere bisogna condividere, gli interessi, il linguaggio, e i valori, o principi.

Emigrazione – È una cesura, sempre, anche quando i fili non fossero recisi. “Amo S. Stefano alla follia”, scriveva Cesare Pavese nel diario poco prima della morte, scriveva del suo paese natio, Santo Stefano Belbo, “ma perché vengo da molto lontano”. Da tutt’altro mondo, esperienza di vita.  Si continuerà a coltivare la memoria, ma di sé infanti, più che del luogo o della sua gente. Nel quale l’emigrato non ha più nessun ruolo, e non potrebbe averlo anche se gliene offrissero l’opportunità. È escisso da quel corpo, per quanto vi si possa identificare.

Esilio – Acumina (nostalgia) e consolida (memoria) l’appartenenza. Dante, condannato all’esilio per venti anni di fila, e anzi morto in esilio, è “il” fiorentino per eccellenza.
Raramente produce un rifiuto, una negazione.

Fondamentalismo – È laico più che religioso, di una ragione “inconcussa”, indiscutibile – il principio del fundamentum inconcussum in base al quale strutturare la realtà, ogni realtà, di per sé quindi ontologizzata. Antiseri ne fa l’elenco, di questa ontologie laiche o atee, “razionali” (“Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano”). Sono state numerose: “Essenze, entelechie e sostanze  nel pensiero antico e medievale; i principi autoevidenti della tradizione razionalistica; le sensazioni degli empiristi; le idee chiare e distinte dei cartesiani;  le categorie kantiane intese come strutture stabili della mente umana; la ‘materia’ o, alternativamente, lo ‘spirito’; il ‘fatto’ dei positivisti (o di molti positivisti); la ‘natura umana’ dei giusnaturalisti; le ferree ed ineluttabili leggi della storia umana nella sua totalità (leggi che molti filosofi della storia hanno garantito di avere scoperto); la struttura economica dei marxisti; il principio di verificazione dei neopositivisti”. Sono tutti esempi, conclude, e non sono tutti, “di quel fundamentum inconcussum  di cui la ragione forte (o giustificazionista, o fondazionista, o fondamentalistica, cioè metafisica) è andata senza sosta alla ricerca”. E senza esito.
Non c’è Nietzsche nell’elenco. Resta Nietzsche. Che però è probabilmente il più religioso di tutti - come poi il suo epigono Heidegger. Nel senso che oggi vuole la chiesa cattolica: ebraico-cristiano, di un patto tra Dio e l’uomo.

Natura – “Natura non vincitur nisi perendo”, il principio della salvezza è sempre quello di Bacone: della natura non si viene a capo se non assecondandola. Ma non ci sono statistiche dei turisti dispersi, per esempio in Africa, o nei posti dove la “natura” “domina” “incontaminata”.
La nuova scienza della protezione della natura va calibrata. L’evoluzione dell’uomo è unica perché è mentale. Gli altri esseri si difendono e migliorano specializzando il fisico. È così che l’alano è un cane come il chiwawa, ma bisogna saperlo. L’uomo evolve – si identifica – attraverso le proprie estensioni, la tecnica e la società - beh, ma questo non si sa?

Solitudine – La rete la allevia o la aggrava, i social? Connessi e isolati è tema di più di una ricerca: la connessione isola, se non altro per il tempo che assorbe, e in un corpo a corpo senza in realtà un dialogo. Particolarmente attivo nella fase di crescita, tra i teen-ager. In una fascia d’età, l’adolescenza, in cui i social si combinano al rifiuto del mondo. Di fatto sono un passatempo, come i cruciverba, e i solitari. A tutte le età.  

Storia – Prospera nella soddisfazione – fa tutti contenti. Lo scopre indirettamente, parlando di sé giovane a Leningrado, nell’Unione Sovietica, il poeta russo-americano Brodskij, “Meno di uno”,  (in “Fuga da Bisanzio”): “C’è più soddisfazione a guardare indietro che avanti”. Poiché da qualche parte bisogna guardare. “Il domani è meno attraente dell’ieri. Per una ragione o per l’altra il passato non irradia l’immensa monotonia che il futuro promette” – il futuro è vago: “Di futuro ce n’è tanto. E a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”.


zeulig@antiit.eu

I dolori delle Autorità


Le Autorità  di settore, create nel 1995 per “mettere nelle mani di esperti indipendenti la regolazione di settori particolarmente importanti (ad esempio le comunicazioni, l’elettricità e il gas, i trasporti, la ‘privacy’)”, in realtà per controllare i settori privatizzati nell’interesse degli utenti, hanno “subito una duplice erosione da parte del legislatore e da parte dell’esecutivo”, commenta Sabino Cassese sul “Corriere della sera”. Da una parte “il Parlamento ha abbondantemente legiferato in materie che erano state rimesse alle Autorità”. Mentre “il governo ha autorizzato le autorità indipendenti per chiedere pareri e fare accertamenti”.
No, sia la legiferazione del Parlamento sia “l’“uso” delle Autorità da parte del governo sono leciti. Le Autorità sono sotto accusa perché costano molto. E perché vigilano poco, dalla Consob in giù. Se non per fare gli interessi settoriali, delle imprese e non degli utenti. Con un commistione variegata, di consulenze, secondi lavori, scambi di occupazione, appalti di favore.
Ogni utente ne può fare la prova, specie con l’Agcom (telefoni) e con l’Autorità per l’energia (gas e luce), settori di abusi di ogni genere.

Berlusconi non esiste


La politica per le aziende, per salvare le aziende, per proteggere le aziende, per favorire le aziende, è tutto il succo. Non abbiamo avuto Berlusconi per un quarto di secolo che per beneficare le sue aziende – che peraltro sono molto meglio gestite della Rai. Non manca il Cavaliere Nero, con altri epiteti. E la polemica si ripete contro chi ha sostenuto quello che tutti vedono, che l’anticomunismo è stato negli anni 1980-1990 più attivo, reattivo, dell’antifascismo, se non altro per essere contemporaneo. Certo, non c’è paragone tra il fascismo, che in Italia c’è stato, e il comunismo, che non c’è stato, ma poi Gibelli non si risparmia la polemica contro De Felice che lo disse, da comunista a ex comunista…  
La storia si vuole della “discesa in campo” di Berlusconi. In videocassetta, fatta pervenire ai tg del 26 gennaio 1994 dalle 17.30 alle 24. Nove minuti e mezzo di proclama, a beneficio di una audience che alla fine della giornata sarà calcolata in 26 milioni – ma i più non l’avranno sentito due e tre vte? Una decisione, l’entrata in politica, presa in poco ore, pochi giorni, per salvare l’impresa d famiglia, l’unico fine delle azioni di Berlusconi. Non importa che l’uomo abbia “fatto” la politica così a lungo. Anche aprendo la strada a Grillo, a Renzi e a Salvini. I suoi programmi sono confusi, gli interessi sempre personali, familiari, patrimoniali. Contro lo Stato e le sue istituzioni. Per primi l’ordinamento e l’ordine giudiziario, le leggi e i giudici. Con la tv evasione o spazzatura, e l’onnipresenza in tv per castrare l’opinione, tutta di poveri imbecilli. Per una democrazia da audience tv.
Se non che Renzi viene da lontano, molto dc vecchia maniera – è la copia esatta di Fanfani. E Salvini di oggi è perfino moderato rispetto al Bossi di Berlusconi, del 1994. Quello che ce l’aveva duro, girava in canottiera, voleva Milano legata al marco, e l’Italia in tre tronconi, e animava milizie. Che Berlusconi ha addomesticato. Mentre non si valuta bene il marketing politico. Che è lecito, e che Berlusconi non ha inventato, semmai adottato. Spendendoci peraltro poco, l’uomo è sparagnino - nulla al confronto delle spese faraoniche di una campagna presidenziale Americana, lunga un anno e mezzo, o anche solo parlamentare, per solo sei mesi. Con i sondaggi, i campioni, e la tipologia delle candidature e dei messaggi. Con l’ausilio di consulenti specializzati, sociologi, politologi.
Gibelli, storico emerito all’università di Genova del movimento operaio e della Resistenza, si diletta in  divagazioni. “26 Gennaio 1994” ha scritto per una collana “10 giorni che hanno fatto l’Italia”, e non si cimenta, benché contemporaneista, oltre i cliché. L’azienda da salvare – da chi? Il partito di plastica televisivo. La demagogia (oggi populismo) nascente, tra il picconatore Cossiga, il referendario Segni,  il “barbaro” Bossi.
Resta da spiegare uno che in tv, specie nelle sue, non “buca lo schermo” - il “contratto con gli italiani” da Vespa e la sedia di Travaglio ripulita da Santoro si ricordano perché sono performances  eccezionali nel suo presenzialismo, altrimenti bolso e dannoso. Uno che ha vinto da solo tre elezioni. Quattro con quella che ha perso nel 1996, per avere fallito proprio nella sua specialità, le candidature uninominali, avendo raccolto un milione di voti più di Prodi. Che ha addomesticato, oltre al barbaro Bossi, il fascismo degli ex Msi. Che ha portato al voto i residuati democristiani,  socialisti e laici – one man’sband, o non pluralismo? E non ha favorito i grandi interessi – i “monopoli” – come invece la coalizione avversaria: i grandi immobiliaristi, la grande distribuzione, le privatizzazioni di favore, senza impegni d’investimento, e senza controlli a valle.
Avendo a suo tempo sollevato il conflitto d’interessi di Berlusconi, sul settimanale “Il mondo”, in  quattordici diversi settori economici, bisogna anche testimoniare che in nessuno di essi si sono segnalati abusi. I processi, certo. Ma voleva al governo ministro della Giustizia proprio il giudice che lo voleva “sfasciare”, Antonio Di Pietro. L’antigiustizialismo di Berlusconi è successivo, a seguito delle migliaia di perquisizioni, indagini, accuse, email, convegni, articoli. Condannato per evasione fiscal sui diritti tv comprati all’estero, ma tutti sanno che la sovrafatturazione era normale, la sua azienda ne fece poco uso, rispetto alla Rai e a Rcs Video – “Mediobanca Editore”, tuttora in edizione, lo documentava vent’anni fa. Ma, più di tutto, Berlusconi non si spiega senza il Pci, quello che ne restava era evidentemente sempre troppo – Gibelli si rassegni, De Felice era miglior storico.
Con una curiosità. Per molti anni erano impilati in evidenza in libreria cinquanta e anche cento libri contro Berlusconi. Oggi c’è solo Gibelli, e in poche copie. Si vede che Berlsuconi non “tira” più, non vende: i compagni si saranno stancati. Forse dicendo loro delle storie vere ritornerebbero alla lettura, anche di Berlusconi, e al voto.
Antonio Gibelli, 26 gennaio 1994, Laterza, pp. 272 € 18

domenica 16 settembre 2018

Ombre - 432


“Ecco perché hanno pure il telefonino”, Saviano spiega sull’“Espresso”: “Per i trafficanti è fondamentale far parlare i migranti con le famiglie. E li torturano in diretta per far arrivare i soldi”. Per money transfer? Nel deserto?
Ma gli immigrati non sono per ridere.

Il racconto di un impegno, contro Salvini e per gli infelici migranti raccolti dalle ong, di Sandro Veronesi oggi su “La Lettura”, “Con gli dei del mare c’è Beckett”, è alla lettura un’autocaricatura, anche feroce.  Sempre l’intellettuale che gira attorno al fatto. Uno dei cani del racconto di Veronesi.
I cani però non parlano – abbaiano, ma quello potrebbe essere un canto, irrelato. Conoscere il fatto no? Magari con un viaggio in Africa, ce n’è che costano poco. Fa caldo ma non sempre, e poi c’è l’aria condizionata.

“Inter battuto in casa dal Parma” – “la Repubblica”. Transgender nel calcio anche le squadre?

Si fa scandalo anche della fede in musica cantata e ballata al Metropolitan, il museo di New York, voluta dal cardinale Ravasi, uno pure molto “francescano”: troppe attrici e cantanti con le tette, la Cappella  Sistina (coro) è stata pagata poco, eccetera, i ragazzi della Cappella si sono lamentati. Papa Francesco non capisce che lo scandalo non è evangelico, è fatto solo per metterlo in ridicolo, lui e la sua chiesa.

Ragazzi che non si lamentano? Genitori che non protestano? Ma il papa ha mai diretto un coro, o ne ha fatto parte? Bisogna educare i papi alla vita di gruppo.

Vincono le primarie Usa del partito Democratico i candidati-candidate che “scoprono qualcosa che Trump sa da tempo”, è la conclusione, sconclusionata, del ferventissimo anti-Trump “New Yorker”: “Comunicare direttamente con la gente ha la precedenza su qualsiasi cosa riportino i giornali”. E mo’ lo scoprono? Ma senza effetto – l’unica ragione di vita del “New Yorker” da un paio d’anni è di combattere Trump.

Non passa settimana che il presidente della Confindustria non bacchetti il governo: il deficit, il reddito di cittadinanza, il “decreto dignità”, la stessa riduzione fiscale. Una Confindustria all’opposizione era da vedere. Sarà come sostiene il politologo Pombeni, “Il Mulino”, che l’opposizione è ora di élites: “alta burocrazia”, “qualche potere economico”, “qualche ‘tecnico’ prestato al governo”, “qualche centro decisionale internazionale. Non contano i media, che unanimi sono all’opposizione: come se si sbracciassero in piscina non sapendo nuotare.  

La superstrada Pontina a Roma, Roma-Latina, la più intasata, a tutte le ore, e malandata d’Italia, necessita di un uplifting ad autostrada. Ma non si può fare: ogni appalto viene contestato al Tar, che prende tempo e poi “cancellicchia” il bando. “Non si può fare un appalto pubblico” è la conclusione del presidente della Regione Lazio Zingaretti, meglio fare le opere in concessione. La “legalità” come strumento del malaffare era del Settecento, una delle cause della rivoluzione. I giudici non sono mai autocritici: è un difetto della funzione?

Zingaretti, candidato segretario del Pd, non si propone di cambiare le leggi sugli appalti, evidentemente impraticabili, ma di bypassarle. Non c’è più critico delle disfunzionalità della politica che i politici.

La Pontina, e la Reatina, la Salaria parallela, erano progetti quindici anni fa della Regione Lazio di Storace, allora dell’ex Msi-Fronte Nazionale, prima dell’infausto Marrazzo. Progetti solamente necessari ma avversatissimi dal Pci-Pds-Ds poi Pd. Il declino parte da lontano.

Si moltiplicano i convegni internazionali a Roma in cui il rettore della Sapienza Gaudio parla un perfetto inglese, a braccio – parla inglese come l’italiano, con la cadenza calabrese, ma chiaro, fluente e senza errori. Convegni diversi, interventi sempre mirati. Con assessori della Regione Lazio che parlano inglese, e in tema, anche senza cadenza. E viene in mente Renzi, che invece di parlare con Hollande e Merkel in italiano,com’è il diritto di un presidente del consiglio, si produceva in un inglese smozzicato e demenziale. Un presuntuoso? Il presuntuoso è stupido?

Senza vergogna la giustizia sportiva. Senza regole, di cordate e gruppi di potere. Che dice oggi una cosa e subito dopo il contrario. Punisce chi vuole e quando vuole, mentre assolve anche reati più gravi. È forse l’indice più vero dell’Italia, e della giustizia in Italia: non si nasconde.

Nel 2006, al tempo della condanna-farsa della Juvents, la giustizia sportiva si muoveva sul supporto dell’inchiesta farlocca dei giudici napoletani Narducci e Beatrice, nell’interesse degli altri grandi club – era comandata dal Milan di Berlusconi e Galliani, che per molto peggio della Juventus (i pranzi settimanali con l’arbitro Collina) ebbe pene miti, nel mentre che favoriva l’altro club milanese, l’Inter. Ora siamo al livello “signora mia”, come in politica. La “giustizia sportiva” come specchio dell’Italia? Le aderisce perfettamente.

Crollo di iscritti ai sindacati, specie alla Cgil. Ma non se ne fa uno storione, non si sentono pareri, non si propongono reazioni. Solo sui giornali del gruppo Riffeser, che sono di destra.
Non c’è censura, il sindacato non conta nulla – il Pd meno del sindacato. Ma l’autocensura è sempre forte a sinistra.

La direttiva Bolkestein, che liberalizzava i servizi, mirava in realtà a favorire la grande distribuzione, annientando i piccoli e i medi-piccoli. Dal commercio ora si vuole estendere alle concessioni. Che invece si prendono come bene inerte, sul quale fare investimenti. Qui non si riesce a capire dov’è la logica Bolkestein. Ma forse, dopo aver favorito la grande distribuzione, non voleva avere altra logica.

Si agita ancora Bolkestein in Italia come vessillo liberalizzatore, da caste, riserve, privilegi. Mentre altrove, passato l’effetto grande distribuzione livellatrice, è stata circoscritta con leggi settoriali nazionali. In Italia è diverso per servilismo? Per stupidità?

L’Italia si adegua alla Ue in fatto di armi detenibili a casa. Un arsenale. Meno i cannoni, si può detenere di tutto, in gran numero. Liberalizzare in Europa è fare vendere, i monopoli – quelli che si pagano a Bruxelles munifiche lobbies.

Un barbone fruga nei cassonetti. Una donna lo riprende e posta la foto. I carabinieri vedono la foto e denunciano il barbone: furto e violenza alle cose, essendosi “appropriato di oggetti esporti alla pubblica fede” . Non è una barzelletta sui Carabinieri. Non solo, “uno dei cassonetti della raccolta differenziata risulta rovinato”.  Ma non hanno altro da fare? I Carabinieri, a Rimini, non il barbone.

Succede nelle Autostrade quello che è successo nelle ferrovie britanniche dopo la privatizzazione di Margaret Thatcher: che i gestori privati sfruttarono al massimo le strutture ereditate, per profitti, accumulare, con tariffe di favore, senza ammodernare la rete, e gli incidenti si moltiplicarono. Grazie anche ai mancati controlli dell’Autorità di vigilanza. .

Pavese delle Langhe


“La vita, le opera, i luoghi” di Pavese. In una raccolta di immagini, cui il testo di Vaccaneo funge da sobria didascalia. Con una buona bibliografia, e un omaggio ai luoghi di “La luna e i falò”, al binomio ormai indissolubile Pavese-Langhe, allora semiabbandonate, remote.
Le origini, le Langhe, sono il tema di questa biografia per immagini. Con il lavoro, assiduo, totalizzante. Col culto della donna, ossessione caratteristica degli anti-femministi. Di un solitario non asociale, anzi applicato agli amici e ai congiunti, corrispondente tempestivo, affettuoso. Di un uomo anche svagato, ironico per lo più, e autoironico, che arriva al suicidio non si sa perché.
Con alcune curiosità. Pavese cominciò a tradurre, avendo imparato l’inglese da autodidatta, con i primissimi numeri di “Topolino”, che si pubblicavano a Torino. Al liceo fu allievo prediletto del professore di Italiano e Latino Augusto Monti, in una nidiata di liceali poi di gran nome, ma alla seconda liceo fu rimandato in latino. Scrisse e operò molto a Roma, che lo onorò con premi e deferenze – vi dirigeva la Einaudi. Ma insofferente all’ambiente letterario: Moravia e Pasolini, e Barzini, non furono teneri in morte.
Moltissimi gli autografi, benché illeggibili, ma molte e nuove anche le foto. Tra quelle documentarie un paio lo ritraggono a Brancaleone, sorprendentemente circondato da molta bella gioventù, felicemente in posa, le foto all’epoca non si rubavano, benché fosse un confinato politico.
Franco Vaccaneo, Cesare Pavese, Gribaudo, remainders, pp. 175, ill. € 6,4

sabato 15 settembre 2018

Problemi di base del rientro - 446


spock

Perché la scuola finisce alle 4 e il lavoro alle 6?

Il 45 per cento degli italiani è sovrappeso o obeso: effetto della dieta mediterranea?

Gioisce Roma perché un giudice infine l’ha detta mafiosa: c’era un campionato?

Cosa si vince a essere dichiarati mafiosi?

Va Savona, invitato e applaudito, al festival di Sinistra Italiana: Mattarella non l’ha voluto, facendo un carnevale del primo governo Conte, perché di sinistra?

Perché il partito Democratico (italiano) teme la sinistra?


spock@antiit.eu

Ma il viadotto era già assassino


Si celebra (?) il mese dal disastro del Polcevera tra solenni promesse che tutto tornerà come prima, tra un anno, tra un mese, tra un giorno. Nessuno che dica che quel viadotto è un mostro , fra i tanti ecologisti puristi che riempiono il governo e i media. Quattro carreggiate dense di autoveicoli ogni minuto di ogni giorno e ogni notte, soprastanti migliaia di abitazioni e decine di migliaia di persone, che avvelenano di rumori assordanti costanti e di di polveri, sottili e grosse. Il viadotto era già assassino, lo è stato per cinquant’anni. Non c’è da spiegare che non è vita sotto un viadotto.
Il viadotto crollato è l’ultimo, un degli ultimi, misfatti della “rivoluzione urbana” degli anni 1950, che riempì le città, sull’esempio americano, da Houston a Boston, di autostrade e nodi stradali in sopraelevazione sui centri abitati. Della circolazione elevata a feticcio. A danno dei poveri delle abitazioni sottostanti, e dei non poveri.
Una urbanistica attiva in Europa, che va al carro Usa, ancora negli anni 1960, di cui non solo Genova, anche Roma ha un esempio illustre, l’orrida Tangenziale Est, che è invece al centro della città, monumento all’allora ferreo connubio di Italcementi e Italsider, privato e pubblico uniti nella lotta.

L'Inquisizione speciale - cronache dell'altro mondo


Un anno e mezzo di indagini, una giustizia speciale condotta con molti mezzi, da un professionista della specialità, Mueller, e il Russiagate non fa un passo. La prova della collusione di interessi americani, Trump per esempio, con la Russia per vincere le elezioni. Si arrestano e si condannano molti, per evasione fiscale, riciclaggio, false comunicazioni sociali, molti avvocati, con un sentore di semitismo-antisemita, ma non si trova la prova della collusione. Non si cerca.
Si può ipotizzare lo “special prosecutor” Mueller un espediente per evitare di affrontare il caso? Non sarebbe la prima volta, l’America si diverte a essere “divertita”, - condotta per la tangente, presa, si direbbe in toscano, per i fondelli. Il  Russiagate ha cancellato le rivelazioni di Snowden,  appena cinque anni fa,  sulla sorveglianza elettronica americana - crrta, quella, autorizzata dal governo.
Special prosecutor, inquisitore speciale, l’America del Millennio si delizia di terminologie e funzioni inquisitoriali, da chiesa medievale. Professandosi agnostica, e anzi atea. Non per ignoranza, evidentemente: io e il mio Dio sono all’origine dell’Inquisizione storica come del protestantesimo, più o meno puritano.
Mueller, un altro tedesco che fa le cose in America, come Trump. Non è che la Germania fa rivivere il vecchio sogno dell’impero via Usa?

Calabria, storia di un impoverimento


Finalmente una storia documentata – l’appendice è ricca di una quarantina di documenti. E scorrevole alla lettura. Anche se con incomprensibili economie: un indice dei nomi sarebbe stato benvenuto, e perché non corredare le citazioni col nome dell’autore, e i documenti dei riferimenti originali (lingua, anno, luogo, etc.)?
Ancora prima che dai Normanni, ultima migrazione tribale dei predoni girovaghi del Nord-Est, il Sud era ambito dagli imperatori. Federico Barbarossa fece sposare sposare al figlio-erede Enrico VI  la zia dell’ultimo re normanno, Costanza, alla quale il regno sarebbe toccato in eredità. E alla morte d Guglielmo II il Buono ne prende possesso. È una storia che avrebbe potuto essere diversa, non fosse stato per gli errori di Federico II, che indebolì l’impero, e il regno del Sud.
Questa è una delle revisioni di Caridi, cui lo storico procede pianamente, matter-of-fact, senza polemiche. È riabilitato il cardinale Ruffo, quello che riconquistò Napoli per i Borboni. Sulla scorta peraltro di Croce, che del cardinale aveva messo in risialto la natura carismatica e non sanguinaria – fu Nelson che, contravvenendo ai patti, fece trucidare gli esponenti della Repubblica partenopea. Di Federico II il ritratto è in controluce. Molto è question e di fiscalismo eccessivo, di moltiplicazione dei nemici, e di incostanza nelle decisioni, più che delle celebrate doti di mecenate e promotore delle arti e la poesia. Lasciando alla morte la Sicilia divisa in una “repubblica delle vanità”, secondo un cronista (senza nome…) dell’epoca. È invece apprezzato il mezzo secolo aragonese, di Alfredo il Magnanimo e Ferrante.
Una storia attenta ai fatti economici e demografici. Il coté politico essendo presto detto: una lotta di sei secoli dei baroni, eredità normanna, contro i tentativi della corona, angioina, aragonese, spagnola, asburgica, borbonica, di creare uno Stato, una nazione. Una storia prevalentemente di scontri, fra la feudalità e i re di Napoli, a partire dagli Aragonesi nella seconda metà del Quattrocento. Contro i quali i baroni giocarono gli stessi Angioini, e poi la corona francese, fino a provocare la rovinosa discesa di Carlo VIII.
Una regione ricca, malgrado la feudalità. Tanto arcigna sui propri “diritti” quanto “assente”, cioè inerte, incapace. Di baroni che hann protetto fino all’arrivo dei francesi a fine Settecento feudi dei quali si disinteressavano, anzi si gloriavano d non sapere nulla - per puntiglio. Una regione ricca malgrado avesse la sua produzione principale, la seta, soggetta a concessione governativa, e quindi contingentata, con arbitrio più o meno fondato. Con una sperequazione fiscale enorme, a vantaggio dei nobili, e ancora di più degli ecclesiastici, che non pagavano niente – da qui i tanti ecclesiastici.
Una storia che di per sé è una vindication, rispetto alla tabula rasa, da terra nullius, l’ideologia dell’unificazione. Le guerre dei baroni, la feudalità senza obblighi, l’ingiustizia fiscale, la storia si direbbe di malgoverno, nulla di nuovo. Ma nemmeno questo è vero: il Regno del Sud fu il primo, una volta indipendente, sebbene sotto la corona spagnola, borbonica, a illuminare la legislazione, a metà Settecento, quando il resto dell’Italia, e gran parte dell’Europa, navigavano ancora nell’oscurità, forte di molti cervelli di prestigio, Galiani, Genovesi, Filangieri, Tanucci, Grimaldi, Galanti.
La Calabria è sempre stata dipendente da Napoli, nel regno di Napoli prima, e poi, con Carlo di Borbone, delle Due Sicilie, quando l’isola dopo cinque secoli fu ricollegata al continente. Ma più che vittima se ne può dire compagna di sventura.
Giuseppe Caridi, La Calabria nella storia del Mezzogiorno, Città del Sole, pp. 335 € 16

venerdì 14 settembre 2018

Letture - 358

letterautore


Dante – È il prototipo dell’esiliato, e insieme di chi ha visto e vissuto solo nella sua città, nella sua patria. È l’esiliato per eccellenza, per venti anni di fila senza intermissione, la metà dei suoi anni attivi. Ed è il fiorentino per eccellenza.

Gor’kij- Protetto di Lenin, Bucharin e Kamenev, Stalin lo fece uccidere col veleno dal suo stesso amico Yagoda, capo della Cekà. E insieme lo decretarono santo martire della rivoluzione.
Gor’kij a Capri, nel lungo esilio prima della guerra, fu noto per essere ricco, elegante e burlone, ma era un duro: voleva ed esaltava l’odio di classe, il lavoro forzato, la polizia segreta, le doti di Stalin. Non abbastanza però. Anche se morì a un’età quasi giusta, di sessantotto anni.
Yagoda verrà ucciso poco dopo, insieme con Bukharin, Rykov e i medici del complotto trockista di destra. Già il figlio di Gor’kij, Max, era morto della stessa “polmonite” che poi fulminerà il padre. Genrikh Yagoda era anche l’amante della moglie di Max.

Innocenza Usa – È invenzione di Henry James? Un lampo malevolo sull’ortodossia jamesiana, di cui sono eco molto #metoo e molta cronaca quotidiana, è anticipato da Harold Acton nei racconti “Fin de race”, “Flora’s Lame Duck”, “Variations on the theme”, della raccolta “The Soul’s Gymnasium and other stories” (“Fin de race” è tradotto, nel volumetto con lo stesso titolo). Sulla “innocenza americana”, della yankee giovane, di fronte alla dissolutezza europea, uno dei temi di Henry James – di cui Mark Twain farà la satira, nel libro di viaggi “Innocenti all’estero”, e anche Isak Dinesen in qualche racconto. Un lampo che lo stesso scrittore anglofiorentino sintetizza vigorosamente nel prologo: “Con tutto il dovuto rispetto e l’ammirazione che Henry James si merita, è giunta l’ora di demolire la sua tesi forzata sull’innocenza americana vittima della corruzione europea. Ho assistito a troppe testimonianze in contrario, ingenui giovani italiani sedotti e abbandonati da sgualdrinelle americane o irretiti con la promessa di un viaggetto nell’Eldorado.  Più di un sempliciotto meridionale è abbagliato da quei rapidi coiti di simpatia seguiti da indifferenza e oblio”.

Vernon Lee – Una “bas-bleu”, una mezza calzetta intellettuale per Harold Acton, nel prologo ai suoi racconti fiorentini, “Fin de race” - nella comunità queer, come usava dire prima degli Lgbt, non si era teneri. Ma Acton è equanime – lui si definiva “un esteta”, alla Oscar Wilde: V.Lee aveva dei meriti (oltre ad aver scritto racconti che si rileggono con più interesse?). Così ne scrive: “Le bas-blues letterarie” angofiorentine, “Vernon Lee a Maiano e Janet Ross a Poggio Gherardo, possedevano un campo d’interessi più ampio di quello che riscontriamo oggigiorno, oltre a una conoscenza più profonda dell’Italia. Avevano trattato da pari a apri J.A.Symonds e H.James” – “Vernon Lee” anche Mario Praz, che ne ha lasciato un ritratto ammirato, di conoscenza del Settecento italiano se non  di avvenenza.

Majakovskij 2 - Non c’erano suicidi nei lager di Hitler, i templi della disperazione, mentre i migliori si suicidavano nella rivoluzione, specie nella rivoluzione russa. Contro il “futuro proibito”, dirà Jakobson, il futuro che doveva resuscitare gli uomini del presente. “Sparano a me per tutti,\ sgozzano me per tutti”, Majakovskij aveva divinato, “il tredicesimo apostolo”. Sapendo di morire per non morire, lui che progettava “l’officina delle risurrezioni umane”. Una religione rivoluzionaria che era il rifiuto della morte e dell’inferno, della morte temporale e della morte eterna, anzi dello stesso Giudizio Universale, sia esso a opera di Dio o di Stalin. Attraverso la mobilitazione di tutta l’umanità per la causa comune.

Di Majakovskij Jakobson disse: “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”. Voleva dire una rivoluzione? L’entusiasta Vladimir è inciampato nella “merda pietrificata” del regime. E Benjamin, perché no? Walter Benjamin, portato da una compagna a morte solitaria alla frontiera spagnola, la sua meta agognata. Un filosofo che muore senza neanche un biglietto d’addio, i filosofi scrivono tanto, e senza tracce in vena della morfina che la compagna, Henny Gurland, asserì d’avergli visto iniettarsi. Vittima, comunque la si giri, del patto Ribbentrop-Stalin.

Cosa resta? Che “la maggiore felicità possibile va ripartita colla maggiore uguaglianza possibile, tale è il fine cui deve tendere ogni legge umana”, Pietro Verri lo esigeva nel 1765. Mentre il vecchio Baader sa che le dottrine puramente economiche non possono che condurre al cannibalismo. Ma si muore pure di cultura. Il compagno Althusser, filosofo severo, trovava che Stalin ha deviato dal marxismo per una “contaminazione del movimento operaio col feticismo dell’uomo,” che è “alla base dell’ideologia borghese”. Il maestro è severamente antiumano. In una storia di Buber questo è il “progetto” del potere: “Abbassare i superbi e elevare gli umili, per dominare sul mondo”.
Majakovskij, di suo, andava di corsa. Di più nel miraggio della rivoluzione.

Maria Vergine - La Vergine è tornata di moda nel Millennio. Non quella storica, dei Vangeli, ma la sua figura. Almeno due romanzi in libreria Roselina Salemi scova su “Io Donna” con protagoniste adolescenti madri vergini: “Madre Nostra”, aurore Stefano Paparozzi,  e “I figli di Dio” di Glenn Cooper”. In un’epoca di desessualizzazione, un risarcimento – una ricerca di?

Poeti russi – Muoiono giovani e non si sa perché. La poesia del futuro avrebbe fatto grande la Russia, secondo Majakovskij. La poesia ancora non identifica la Russia, diceva, non come l’icona, il balletto, ieri i romanzi, la musica oggi, ma presto sarà cespite ricco di esportazione, la Quinta Internazionale. Se non che i poeti russi muoiono giovani, nel primo Ottocento e nel primo Novecento, tendono a morire a un’età che i calendari considerano giovane, e la Quinta Internazionale resta incompiuta: Ryleev di trentun anni, giustiziato, Del’vig di trentadue, Griboëdov di trentaquattro, Puškin di trentasette, Lermontov, che trovò il tempo per valorose campagne nell’esercito, di appena ventisette, pure lui, per mano del maggiore Martynov, in un duello provocato dagli ufficiali della guarnigione di Piatygorsk per compiacere lo zar Nicola I, che quindi poté dire la frase famosa: “A un cane morte da cane”. Nel Novecento Chlebnikov è morto di trentasette anni, di vagabondaggio e miseria, Gumilëv di trentacinque, di piombo rivoluzionario, Blok di quarantuno, di toska, la fatica di vivere, ubriachezza e amori infelici, Esenin e Majakovskij, i due vitali-sti suicidi, di trenta e trentasette, Mandel’štam di quarantasette, ai lavori forzati nel ghiaccio. Trentasette potrebbe ritenersi l’età fatidica, segnata da Puškin e Majakovskij, dieci più dei poeti del secondo Novecento. Altri sono impazziti o emigrati, morti civili, quasi tutti infine suicidi. Se ne può fare una nuova ontologia, da occidentali che infine rispondono per le rime agli slavofili del Filioque: perché la Russia uccide i poeti? E perché li uccide giovani? Era il comunismo? Sì, ma prima?
Sotto il letterato Stalin, se non per sua mano, i poeti che l’adoravano sono finiti male, Majakovskij, Gor’kij, Babel’, si salvò chi resistette, Pasternak, Bulgakov, Šklovskij, Tynjanov.

Radclyff Hall – Poco intellettuale e molto provinciale la dice Harold Acton, tra gli anglofiorentini. La ricchissima ereditiera Marguerite Radclyff Hall, che tralasciava il nome di battesimo per nascondere il sesso, “sfoggiava il suo femminismo in abiti maschili, ma non era un’intellettuale, e Firenze fece poca presa sul suo provincialismo parrocchiale”.


letterautore@anntiit.eu

Nazionalismo, populismo, complottismo


Si è acculati da troppo tempo dall’Europa, e cioè proprio dal foro cosmopolita per eccellenza, ad atteggiamenti nazionalistici, e non è una buona cosa. Una prospettiva nazionalista non è buona cosa: nel vasto mondo che cosa è l’Italia? Ma bisogna pure difendersi, se aggrediti. C’è una guerra giusta, e il suo principio è questo, la difesa contro le aggressioni.
Parla Draghi contro il governo italiano, nello stesso giorno in cui la Commissione Ue trova a Roma tanti “piccoli Mussolini”. Naturalmente l’attacco non è concordato, non c’è l’ora X, ma lo è: Moscovici e Draghi pensano e parlano allo stesso modo, e non sono i soli, non parlano a titolo personale. I loro rilievi possono essere più o meno fondati, ma poiché si tratta di opinioni sono insieme fondati e infondati: critiche di questo tipo, volontarie (si possono anche non fare), si fanno per aggredire. La reazione è perciò necessaria. Per questo, ma anche se Draghi, o Moscovici, parlassero in deliquio singolo.
La difesa è però problematica. Perché automaticamente accula al fascismo, o al populismo. È in questo l’aggressività dei rilievi di Draghi e Moscovici: che sono insidiosi. Hanno già fatto male, prima che una qualsiasi difesa sia apprestata.

Draghi ritrova la parola, contro l'Italia

“Danni dalle parole del governo”: ritrova la parola Draghi, dopo averla smarrita per alcuni anni, a partire da quando parlò lui stesso. Nell’estate del 2011, attraverso le confidenze al gruppo l’Espresso-la Repubblica, che hanno affossato l’Italia, forse definitivamente.  A rimorchio della Deutsche Bank dell’avventuroso Ackermann. Con la coda del ministro delle Finanze tedesco Schäuble e del presidente della Bundesbank Weidmann, che a settimane alterne, per un anno buono, hanno stimolato “i mercati”, sempre contro l’Italia – Draghi allora taceva.
Draghi, in uscita dalla Bce, è candidato da Lor Signori, come si chiamavano nelle prime repubbliche, a guidare l’Italia, e quindi fa l’anti-governo. Non potrebbe, ma pazienza, è il male minore fra i suoi tanti. Draghi è quello che ha affossato l’Italia nel 2011, sottoscrivendo la lettera minatoria del suo predecessore Trichet al governo Berlusconi-Tremonti, e rendendola pubblica, attraverso indiscrezioni mirate. Ed è lo stesso che, purtroppo patrocinato dal presidente Ciampi, ha condotto l’Italia alla rovinosa partecipazione a un euro inteso come supermarco. Con un cambio lira-euro penalizzante, e anzi assassino. Senza avere prima consolidato il debito. Forte di coefficienti euro rigidi, il 60 per ceto del pil eccetera.
Draghi è ora famoso, e benemerito, perché, quando l’America spingeva per fargli scoppiare l’euro in mano, ha disposto l’estrema difesa. Che era poi nient’altro che il “quantitative easing” disposto dalla Federal Reserve e dalla Bank of England cinque anni prima, con la tempestività necessaria che l’ortodossia tedesca ha impedito in Europa.
Ha del resto salvato i debiti (l’euro) dopo aver salvato le banche tedesche con la “grande Bertha”, come la dissero grati i consiglieri economici della cancelliera Merkel, una cannonata: un gigantesco prestito a tre anni a bassissimo costo a tutte le banche, ma mirato ad avvantaggiare le banche tedesche, olandesi, belghe e austriache. È la prima cosa che Draghi ha fatto subito dopo il suo insediamento l’1 novembre 2011, quando il debito italiano era a quota 500, o 600. Fu solo un anno dopo che intervenne con altrettanta determinazione a salvare l’euro. Creando, e annunciandolo irrevocabile, lo strumento nuovo delle Omt, Outright Monetary Transactions, operazioni monetarie di acquisto senza limiti di titoli di Stato di paesi membri in caso di attacco contro gli stessi, quindi contro l’euro. Lo fece quando la minaccia ai Btp si era dissolta. Ma lo fece bene: senza formalità, sul mercato secondario come un qualsiasi operatore, con la stessa prontezza.
L’uomo cioè i mezzi ce li ha, non è uno sprovveduto. Non è innocente. E non parla a vanvera. È anche l’uomo di Goldman Sachs. E del “Britannia”, il panfilo della regina Elisabetta sul quale fu decisa venticinque anni fa la privatizzazione dell’ingente patrimonio statale italiano.. È l’uomo del famoso “vincolo esterno”, di un’Italia da tenere al guinzaglio – di chi?