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lunedì 15 ottobre 2018

Nessuno cerca i voti del Pd

C'e una voragine a sinistra, dove bene o male in Italia si è sempre annidato il 40 per cento del voto, ma nessuno cerca di occupare il vuoto. Di sostituirsi al Pd, che si è voluto, pur fra anatemi e scissioni, l’unica forza politica di sinistra.
Nessuno corre a sinistra. Non c’è un Syriza, nemmeno un Podemos. Il Pd è in flessione brusca da almeno due anni, ma nessuno concorre ai suoi voti. Forse perché non ci sono più i voti? Sarebbe una novità storica - si votava a sinistra anche nel Regno di Sardegna, negli anni 1850. 
Il Pd è, è vero, in realtà un centro-sinistra. Ora più centro che sinistra, più bianco che rosso. Erede del compromesso storico, tra un forte partito Comunista e alcune, deboli, frange democristiane, ma a pesi oggi sovvertiti. E questa è forse la verità del Pd. Un partito ora debolissimo, dopo tre governi di fila di quelle frange, Letta, Renzi e Gentiloni. Che non trova migliore leader di Zingaretti, un amministratore, spento presidente della Regione Lazio.


Ma gli Usa sono sempre la potenza

Il piagnisteo che segue Trump non è nuovo, è la terza o quarta crisi terminale della potenza Usa cui è stato dato di sopravvivere in questo dopoguerra. Quella della sconfitta, il Vietnam, prima interna poi sul fronte militare. Quella del dollaro inconvertibile a Ferragosto del 1971. Quella degli anni di Reagan, tanto celebrato oggi quanto deprecato al suo tempo, forse più di Trump. L’11 settembre. Più qualche crisi intermedia – Cuba, gli ostaggi in Iran, gli assassinii politici.
Il dopoguerra è stata la stagione dell’impero Usa. Che, dunque, avrà avuto vita cortissima? Ma poi ogni volta gli Stati Uniti sono riemersi più forti di prima.
La crisi è un dato del sistema delle informazioni. Che però è americano. Soprattutto le immagini delle guerre, cioè i veri “fronti” bellici, quelli che inducono a schierarsi, che si fanno a New York, a Madison Avenue - sono tutti messaggi pubblicitari: è americano il mondo della comunicazione, e dell’immaginazione. E più ancora, più concretamente, la finanza – oggi non ha più la concorrenza della City inglese. Le politiche commerciali mondiali, ora globalizzanti ora protezioniste. E naturalmente la potenza militare, dagli arsenali balistici e nucleari alle truppe in dispiegamento. Non c’è altra potenza.

Migrants go to America


“Migrants go to America”, cantano Maria e Anita, giovani portoricane, nell’inno all’America che è al centro di ”West side story”, 1957, il musical di Bernstein.
I migranti vanno in un Paese che da semrpe non li ha voluti. Questo invece è il paradosso americano che Tina Vasquez, oggi, una studiosa di origini messicane, spiega alla “New York Review of Books”. “Gli Stati Uniti si sono formati come una nazione di immigrati, come il grande melting pot, ma essendo sempre anti-immigrati, o almeno mettendo in piedi un sistema di immigrazione incredibilmente anti-immigrazione”.
È così, sia delle leggi che del sistema di controlli, amministrativi e di polizia. Lo è stato in passato,  contro gli europei latini dapprima, poi contro gli asiatici, e nel dopoguerra contro i latinoamericani. Anche ultimamente, con Obama prima di Trump. Pur sapendo di essere un paese che ha bisogno di immigrati.
Gli Stati Uniti sono, fra i paesi sviluppati, l’unico che mantiene un incremento demografico medio annuo attorno all’1 per cento, o poco sotto – un incremento cioè che i demografi ritengono “giusto”.  La popolazione è così cresciuta nel primo decennio del millennio da 313 a 343 milioni, e nel secondo decennio è prevista in aumento fino a 369 milioni. Dovuto per l’80 per cento, in entrambi i decenni, all’immigrazione.  

Ombre - 436

Trichet, ex Bce: “Caro governo, rigore non significa austerità” - “L’Economia”. E lui mo’ viene?
Trichet è il presidente uscente della banca centrale europea che, come ultimo atto, nel 2011 affossò il governo Berlusconi e il debito italiano. Per questioni di zero virgola.

“L’Espresso” rileva una dozzina di ripensamenti rapidi di Di Maio, il vice capo del governo, in materie anche sensibili – alleanza con la Lega, dal “mai” al “si” entusiasta, condoni fiscali, Afghanistan, F-35 e spese militari in genere, Ilva, No tav, Tap….

 “Il Global Biological Standard Institute di Washington”, scrive Arnaldo Benini sul “Sole 24 Ore” ieri, un istituto che verifica l’accuratezza degli esperimenti in farmaci, “ha trovato che dal 51 all’89 per cento delle pubblicazioni sono false, o riportano indagini condotte senza criterio”. Chissà in che percentuale queste ricerche false, due su tre, diventano medicinali.

Si acclama il papa che finalmente si libera di vescovi e porporati pedofili. Come se avesse fatto una rivoluzione, e lo si confronta benevolmente con i predecessori. Mentre ha scelto stretti collaboratori pedofili acclarati e quasi pubblici. Compreso qualche cardinale, tra essi il belga Danneels, che si vanta kingmaker di Bergoglio - insieme alla sua “mafia di san Gallo”. Sandro Magister ne fa un elenco impressionate su “L’Espresso”, “Chi ha deluso papa Francesco”.

“Il presidente Bush “è un uomo divertente, un uomo meraviglioso”, Michelle Obama, “gli voglio un gran bene”. Chi l’avrebbe detto dieci anni fa. Quanto bisogna credere agli americani?
E il vice di Obama, Biden, premia con la Liberty Medal i coniugi Bush per l’impegno a favore dei reduci di guerra - delle guerre di Bush.

Rai Uno accredita l’articolo sull’Italia del “New York Times”, “Perché l’Italia potrebbe essere l’epicentro della prossima crisi finanziaria”,  come se fosse la prima pagina del giornale e un allarme del giornale stesso. Mentre è un articolo dei due corrispondenti, a Roma e a Francoforte. L’emittente pubblica che semina il terrore. Contro il Governo? O è semplice provincialismo?

La corrispondenza di Horowitz e Ewing si sintetizza così: c’è una crisi finanziaria ogni dieci anni, e l’Italia risale nella lista dei punti d’innesco della prossima crisi. I due vanno con le mutande di latta.

Il “Nyt” ben altra analisi della congiuntura ha pubblicato, a opera dell’ex presidente della banca centrale americana, la Fed, Bernanke, e dei due ministri del Tesoro dell’epoca, Geithner e Paulson. Quelli che hanno “salvato” le banche americane nel 2008, con un migliaio di miliardi pubblici,  dopo non aver impedito che corressero al collasso. “Siamo pronti per la prossima crisi?”, si chiedono i tre. E rispondono che sì, “sotto alcuni aspetti”. Con e senza l’Italia.  

Giusi Fasano s’inventa un avvocato Steccanello, penalista internazionale, col quale fa condannare Cristiano Ronaldo da una giuria americana a 9 anni. “A nove anni dai fatti”, ma il lettore recepisce una condanna a 9 anni, Anche perché i “fatti”, quali? la tardiva denuncia?.

Al “Corriere della sera” non basta, Fasano incappellano con Gaia Piccardi, che (non) dà conto della difesa: che i “documenti” della “ex modella” e del suo avvocato a percentuale sono contraffatti, dopo essere stati rubati al legale di Ronaldo.

Cui prodest – si attacca Ronaldo, che le fidanzate dicono un gentiluomo, non potendo attaccare la Juventus, che vince anche contro gli arbitri? Al Torino del padrone Cairo contro la Juventus? A Milano per la stessa ragione? Alla difesa delle donne? No, è il gossip: il giornalismo non si cura d’altro. Poi dice che non si comprano più giornali.

Si abolisce la storia come materia di scritto per la maturità, cioè si abolisce dalla preparazione alla maturità, e quindi dagli studi. Sembra impossibile per una scuola, ma si fa. In Italia. Da esperti. In suicidio.

Si erige un muro a Milano attorno alla Berlotta, contro la droga, lo spaccio. È vero che il “boschetto” misura sessanta ettari. Ma un muro non costa molto di più che una berlina della Polizia che giri per il boschetto? Certo bisogna fare gli appalti. Per far durare l’amicizia – gli amici, e gli amici degli amici, valgono bene qualche milioncino. L’antidroga è come l’antimafia.

Delenda Ferragni perché l’acqua di Evian da lei sponsorizzata si vende a 8 euro la bottiglietta. Come se se la comprasse lei – l’acqua come le decine di prodotti a cui presta la faccia: c’è chi compra la bottiglietta a 8 euro.

“In circa 100 anni, tra il 1876 e il 1975”, ricorda il presidente Mattarella, “sono emigrati dall’Italia quasi 26 milioni di persone”. E quanti altri milioni di persone dal Sud al Nord Italia, in condizioni analoghe? E quanti altri nei quaranta e più anni dal 1975?

Le cretine americane


Lo Xingu è, forse, un libro. Comunque qualcosa di nuovo, che è bene conoscere ma di cui non si sa – la conoscenza è arte difficile. L’incontro con la Grande Scrittrice in tournée è dunque febbrile. Ma niente vi si produce.
Arriva la Grande Scrittrice in provincia, per il suo ultimo libro, “Le ali della morte”. E il club letterario delle donne, il Lunch Club, si eccita. Ma naturalmente non si sa che dire alla Grande Scrittrice. Che naturalmente non è proprio eccitata dalla tournée, una corvée.
Ma il problema non è della conoscenza, il racconto è uno sketch della vita americana, borghese, femminile, in provincia. Di cui ora tutto si sa attraverso gli sceneggiati tv, e molti romanzi, ma una tipologia che Wharton un secolo fa portava alla luce
Per il lettore italiano oggi un singolare raffronto emerge con analoghi circoli paesani, quelli siciliani dei racconti di Sciascia e Camilleri, anche loro spesso in attesa dell’Ospite. I caratteri qui sono sfumati, non “caratterizzati” come è l’uso nella narrativa siciliana (il teatro siciliano ha sempre molti ottimi “caratteristi”). Ma è sempre il vecchio rito atellano del “vieni avanti, cretino”.
Edith Wharton, Xingu, Passigli, pp. 61 € 7,50

domenica 14 ottobre 2018

Fino a che punto Salvini

Il presidente del consiglio Conte a Addis Abeba e l’Asmara, a sanzionare il recente accordo di pacificazione, con un primo accordo per un flusso regolato di immigrazione è la strada. Si chiamava degli hot spot nella terminologia dell’Onu, ma questo è. Semplice: si aprono corridoi ufficiali per l’immigrazione, col visto e a costi minimi.
L’accordo è del governo in carico - Conte è del resto solo un incaricato di 5 Stelle e Lega, non ha autonomia politica. Ma è stato preparato e proposto dalla struttura ministeriale, Esteri e Interni insieme. C’è una persistenza nelle istituzioni, al di là degli ondeggiamenti del voto, e delle oscillazioni politiche.
L’accordo dà anche un altro senso alle intemperanze di Salvini, e comunque le limita. Il ministro dell’Interno ha usato il linguaggio della forza – non sconosciuto alla diplomazia e anzi molto usato. A due effetti. Porre fine all’isolamento dell’Italia in Europa, mascherato da disattenzione. Dare un segnale all’Africa, e ai suoi sfruttatori, i mercanti dei viaggi della disperazione.
Questi effetti sono anche i limiti dei no del ministro dell’Interno. Oltre, c’è il danno: per i diritti umani ma anche per l’Italia. Che ha bisogno di immigrati.

A Pechino più che a Washington


Non si organizzano viaggi che a Pechino. Tria e il suo sottosegretario. Come Merkel ogni anno. Come naturalmente Macron, dopo Hollande. Si va in Cina quasi più che a Washington.
Il Vaticano è con la Cina che fa accordi – il Vaticano di un papato che con Trump non ci parla nemmeno. E ne accetta le condizioni, anche se la resa presenta come una vittoria: il governo cinese non sceglie più i vescovi, ma dà loro il placet, ne ha il diritto, di darlo o rifiutarlo.
Si va cioè in Cina anche se la Pechino comunista è spesso intrattabile. È un orizzonte che si apre per l’Europa, anche se  confuso – per l’Europa che all’improvviso ha capito quello che tutti sanno da venti o trent’anni: che senza la guerra fredda non ha più un ruolo, se non come potenza commerciale. Mentre la dura Cina comunista è player globale. S’è assoggettata l’Africa. Patrocina l’Est europeo. Dà una mano alla Russia.
Putin cerca in Cina una via d’uscita al cerchio Nato, più che sul fianco Sud, dell’inaffidabile Medio Oriente (Iran, Siria, Turchia). Anche in armonia col suo rilancio del progetto Eurasia. Ci fa accordi commerciali, finanziari, di libero transito, e manovre militari congiunte, per terra, mare e cielo.

I russi sono cattivi, gli americani buoni


Al cinema, nei romanzi, nelle cronache, i cattivi sono russi – gli americani in genere buoni, anche quelli della Cia, per le sinistre, americane. I russi sono avvelenatori, hacker, sovversivi, mestatori, vandali. Lo erano nella guerra fredda, in quanto comunisti, e quindi all’opera per sovvertire l’Occidente, Ma continuano ad esserlo anche ora che la R ussia non è niente, solo un paese grande.
Pigrizia? Il bersaglio è comodo, per cronisti soggettisti e romanzieri. Tanto più che la Russia, dopo trent’anni di libero transito, resta terra incognita. Per il pubblico è disinformacija e non va bene, si rischia grosso. Ma il pubblico non conta nell’opinione pubblica – quando si rifarà la storia dell’opinione pubblica bisognerà ternerlo presente.
O non è pigrizia. Col cattivo russo imperante è scomparso del tutto il cattivo americano- “un americano tranquillo”, “il nostro agente all’Avana”.

Al musical non si addice l’opera

Tanta bella musica, un’orchestra che si delizia di fare a meno dell’accademismo, e una “Maria” d’eccezione, Nadine Sierra. Ma “West Side Story” è un musical, che all’opera ci perde – e più ancora all’opera in forma concertistica. Con le scene – e le musiche - di movimento ridotte a brevi didascalie: “I Jets si scontrano con gli Sharks”. “Tony accoltella Bernardo e lo uccide”. I cantanti esiliati dietro l’orchestra. Il coro costretto a mosse – le coriste simulano il mambo… - che non sa fare e non dicono niente, per mimare il movimento. È nel ruolo solo “Anita”, Tia Architta, che in Sud Africa aveva cominciato col musical.
Pappano e Santa Cecilia vogliono onorare Bernstein, le celebrazioni, cominciate la passata stagione, continuano in questa che “West Side Story” ha aperto. Elevandone, sembra di capire le intenzioni, il musical a opera classica. L’entusiasmo è molto, specie dell’orchestra che volentieri asseconda Pappano. Questa prima stagionale è impegnativa, ma fa solo rimpiangere il musical. La professionalità di chi sa ballare, cantare e recitare insieme, e fa la specificità di “West Side Story”, che altrimenti è un Romeo e Giulietta newyorchese.
Leonard Bernstein, West Side Story, Antonio Pappano, Orchestra e coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

sabato 13 ottobre 2018

Problemi di base ecologici - 451

spock

È meglio il lupo della pecora?

È più ecologico il lupo che sbrana le pecore, o la pecora che bruca l’erba – la quale ricresce?

Perché gli animalisti s’inteneriscono per il lupo e sghignazzano alla pecora?

Si risparmia più acqua con lo sciacquone da pipì o con una doccia in meno?


E con la piscina vuota?

Quanto è verde l’industria verde?

E la benzina verde, con gli additivi?

Si fa benzina con l’etanolo per smaltire le granaglie francesi – vecchio progetto di Gardini, suicida?

È verde a Bruxelles il colore della vergogna?

spock@antiit.eu

La promessa di Marx che non ci salva

Il comunismo di Marx “ha sempre lottato per l’utopia senza mai rinunciarvi”. Ed eccoci qua, alle prese con questo comunismo, trent’anni dopo la caduta del regime sovietico. In Cina ben al governo, in Vietnam, forse a Cuba, ma anche altrove nei discorsi e nelle idee.
“Una rassegna”, dice l’autore questa “fenice Marx”, del postcomun0simo. Di alcune posizioni intenibili del post-comunismo - non postmarxismo, non siamo al post: Asor Rosa e poi, su un altro livello, Antonio Negri, Jean-Luc Nancy, Giorgio Agamben, Alain Badiou. Sviluppata sul nocciolo di ricerca proposto dieci anni prima, in “aut-aut” nn. 271-271, 1996, “Comunismo come supplemento d’anima?”.
De Benedetti è arrabbiato. E il lettore con lui. Apre i capitoli all’insegna del pop, i Beatles, gli Arena, Mogol e Battisti. In antitesi – o no? – col trattato postcomunista di Negri, “Impero”, che termina appaiando san Francesco e le “posse” – si spera quelle musicali. Ma il panorama è sconfortante . La trattazione, benché datata, è purtroppo sempre attuale: i quindici anni trascorsi dacché l’opera è stata pubblicata non hanno migliorato il postcomunismo. Non sembra vero, col populismo trionfante, in Europa e nelle Americhe, a Sud e a Nord, a destra e a sinistra, ma il populismo ne è una derivate, oggi ignorata, ma consistente, nelle determinazioni di voto - in Italia in Toscana, in Emilia-Romagna e nelle Marche, e nel “vaffa” di Grillo.
Di Marx ce n’è più d’uno
La storia del comunismo ancora non si è fatta, in Russia e fuori. E della critica si è svuotato pure il termine, oltre che la funzione, lo schieramento si dissolve solo un po’, per ragioni anagrafiche. Piuttosto che analizzarsi criticamente, il postcomunismo si fa furbo. I filosofi “si sono rilevati ancora più restii degli storici a prendere in considerazione qualcosa come una presunta «lezione dei fatti»”. I filosofi “di lingua italiana”. Ma come parte della “koiné ermeneutico-heideggeriana”, di una sua lettura “quanto meno sbrigativa”, e “in grado di vanificare qualsiasi «fatto»”, di “dissolverlo in un «conflitto delle interpretazioni»”, pretestando nessuna verità possibile. Fino all’ineffabile Derrida, che sempre salva capra e cavoli – “di Marx  ce n’è più di uno, deve essercene”.
Mentre, è evidente, il comunismo avrebbe bisogno di misurarsi col sovietismo, con la sua pratica trucida e fallimentare, anche al fine di ricostituirsi o meglio definirsi. Ma non se ne può parlare male, se non di qualcosa di remoto e a noi ignoto – a noi, quelli che lo hanno praticato una vita. Al centro della trattazione si ripropone così “la capacità inedita del post-comunismo di entrare in rapporto con tutto quanto possa servire di volta in volta alla costruzione non tanto di un’alternativa  realmente percorribile volta al miglioramento delle condizioni sociali dei più, quanto di alimentarne le speranze o quantomeno di gestirne il rapido trapasso da aspettativa a disincanto, prolungando indefinitamente quella che si potrebbe chiamare la dimensione adolescenziale dei corpi sociali”. È il “vaffa” di Grillo che spopola. De Benedetti ci aggiunge i “bamboccioni”: “Il post-comunismo vive una fase molto simile a quello che accade nelle famiglie di oggi, costrette o per convenienza o per mancanza di alternative  praticabili, a prolungare la giovinezza dei figli in uno spazio indefinite fatto di attese e delusioni”.
Sotto al chiesa di san Paolo
Di fatto, “una volta venuto meno al comunismo quel tanto di principio di realtà rappresentato dal socialismo reale, lo scatenamento della fantasia sembra non avere più limiti”. De Benedetti ne propone gli esempi più notevoli, di maggior richiamo. Ma più che della fantasia lo scatenamento sembra dell’insolenza: “Il comunismo è rimasto, per questa galassia culturale immensamente influente, l’orizzonte tuttora imprescindibile di ogni buona azione, di ogni buona intenzione, che non è mai tale se non si referenzia, in ultima analisi, ai valori, agli stili e alle promesse che il comunismo stesso ha alimentato”, il comunismo reale, il sovietismo. Il meccanismo è semplice: “Le società dell’Est sono crollate non a causa dell’insostenibilità del comunismo, della sua impossibilità ‘tecnica’ ed economica, ma, al contrario, perché in quell’esperimento vi era troppo poco  comunismo, anzi non ve n’era affatto”. La continuità è peraltro, va aggiunto, nella lingua di legno – che purtroppo si riflette anche nella trattazione di De Benedetti.
Non dire sembra l’imperativo. Anche a costo di dire scemenze. Di Negri con san Francesco affiancato alle “posse” per il comune spirito di comunità. O di Badiou, con Agamben al seguito, che rifanno la comunità di classe con san Paolo e il comunitarismo bimillenario della Chiesa – e a De Benedetti è mancato Tronti, che il pedigree ha perfezionato ad altezza liriche – “Il nano e il manichino”. Agamben è anche uno che introduce “Al di là dei diritti umani”, uno dei saggi di “Mezzi senza fine”, 1996, con “prima che si riaprano in Europa i campi di sterminio (il che sta già cominciando ad avvenire)”. Dopo che si sono chiusi i campi di sterminio comunisti?
De Benedetti affronta il postcomunismo sul piano della riflessione: “Perché un ideale politico come quello comunista sembra sopravvivere alla severa confutazione della storia”. Il comunismo di Marx, che a differenza del summum bonum di sant’Agostino si vuole di questa terra, è il tema del libro. Scandito attraverso l’analisi di cinque opere, dei cinque post-comunisti citati - con Derrida ghignante, attorno, sopra, e sotto. Cosa voleva Marx, e cosa è o può essere la sua critica (filosofia). Ma inevitabilmente costeggia la scena culturale, che è dominante – il pensiero è scarso, il potere vasto. Si veda all’inizio, la rozzezza del “pensiero politico” di Asor Rosa nel postcomnista “La guerra”. Uno che non ha letto il Rapporto Krusciov, 1956, non sa di Ungheria, 1956, né di Praga, 1968, del Muro a Berlino, della Polonia, delle fughe, dei manicomi. E nemmeno del socialismo, la “transizione” forzata di Marx, che in Althusser è “una merda”.
Agitatore politico
Marx è certo stato un filosofo. Ma a leggerlo è un agitatore politico. Non un politico, se non di partito: fazioso, un agitatore. Marx è diventato un filosofo dopo Lenin e l’Ottobre sovietico, dopo il loro fallimento, la storia di una catastrofe, di una serie di catastrofi. Basato su una nozione, la classe, strumentale, puramente agitatoria. Non definita nemmeno. Marx ne parla al libro III del “Capitale”, svogliato e non concluso, dopo due libi incentrati sul “conflitto di classe”,
Sterminate trattazioni Lenin ha seminato, che la sapiente propaganda del Komintern ha fatto germogliare ovunque – per quanto: quanto Marx Gramsci, per dirne uno, ha letto e ponderato? Ma per ciò stesso, per restare “esornativo”, soprammobile, come lo dice Croce, è diventato filosofico. Una delle intuizioni più brillanti della trattazione di De Benedetti. Croce porta a un grosso equivoco, spiega, attribuendo “carattere ornamentale”, nella “Storia dell’Europa”, alle tesi massimaliste del congresso socialista di Erfurt, 1891: avalla di fatto il massimalismo stesso. Impianta e radica - nella “storiografia del comunismo patrio” – “una lunga stagione di equivoci e fraintendimenti intorno alla portata e al ruolo del comunismo nella cultura italiana che tenderà ad ascriverlo alla tradizione dell’umanesimo italico, sottovalutando gli esiti devastanti, proprio a fronte di quella tradizione, ottenuti nella sua realizzazione pratica in porzioni significative del continente europeo”. Portando ad esso l’adesione del “ceto medio-alto influente” – a differenza, si può aggiungere, di altri paesi europei, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna. A un comunismo avulso dalla realtà, che è solo un lavacro culturale, e uno zoccolo duro di buona coscienza.
Ma, poi, lo stesso De Benedetti trova che il comunismo, che comunque va fatto risalire a Marx, è all’origine una filosofia. Per programma, e per la ragione antica e seminale, all’origine dell’“Occidente”, che Taubes rilevava, “Messianismo e cultura”: Marx introduce per primo “una promessa di salvezza”, grazie a una verità che “non resta incarnata esclusivamente in una teoria accessibile solo a pochi nell’inattività, ma, attraverso la prassi della storia, diventa una possibilità per tutti”. O del comunismo, anche, come religione - prima dell’attendamento sotto san Paolo.  
Una denuncia giusta, da critico culturale pacato, senza eco. C’è un social scientist, accreditato, ci dovrebbe essere un cultural scientist. Che però, ceto, è abito ingrato: è anticonformista e porta all’isolamento. Essere nel giusto è un colpa, c’è poca onesta e molta malafede nella cultura – presunzione, opportunismo, faziosità. La storia del dopoguerra in Italia e in Europa, la storia della Prima Repubblica in Italia, e anche della Seconda,  non ne dovrebbe fare a meno, della critica culturale. Anche perché la sua assenza si è tradotta, si traduce, senza anticorpi, senza critica, in ritardo economico e sociale. Oggi si direbbe anche politico: l’implosione del comunismo non ha cessato di fare danni. L’eredità resta pesante. Specie in Italia.
Riccardo De Benedetti, La fenice di Marx, Medusa, remainders, pp. 163 € 6,25

venerdì 12 ottobre 2018

Secondi pensieri - 363

zeulig

Classico - Classico sta per misurato. Ma la misura è non inventare la realtà, pur inventando. I classici, ha scoperto Tocqueville in America, sono aristocratici: scrivono per pochi, di temi scelti, e curano i particolari. Con opere peraltro non “irreprensibili”, poiché “ci sostengono dalla parte verso cui propendiamo”. Ogni testo non ha sostanza se non mutevole, compresa “la famiglia confusissima e zingaresca dei codici di Platone”, avrebbe detto il non citabile grecista Coppola, fascistissimo, ma il fatto è quello, già al tempo di Petrarca.
L’“Enciclopedia”, che fa il nostro mondo, è quella dello stampatore Le Breton. Che tagliava e cuciva per sue esigenze d’impaginazione, risparmio, legalità. Diderot lo scoprì un giorno che volle leggere in bozze un suo articolo della lettera S. Non protestò per non figurare responsabile dell’opera. Ma non protestarono neanche gli altri autori. E i classici iperdistillati non sono passati per schiere di copisti incolti, burloni, ebri? Sono classici per l’autorità di un grammatico oscuro, quali cose appartenenti alla prima classe dei cittadini, fra le cinque in cui l’ordinamento timocratico, in base al patrimonio fondiario, di Servio Tullio aveva diviso i romani. Dei latifondisti, insomma. La narrazione no, ha vita propria. Ma in orizzontale. Una tessitura larga, piana, visibile. Non la storia che fa avanti e indietro, la freccia, ma un prato.

Filosofia tedesca – È stata, è, francese. Da un secolo in qua – ma forse già da Nietzsche. Poco frequentata in Germania. Riccardo De Benedetti lo rileva di Marx, del comunismo –“La fenice di Marx”: “Occorrerebbe studiare approfonditamente il significato di questa riprovincializzazione  di una visione così profondamente tedesca”. Ma è più vero del Novecento, da Schmitt a Jünger e Heidegger. E poi, con particolare intensità, nel post-comunismo, da Derrida a Nancy e Badiou.

Io – Si è allargato da Freud ai social e al culto dei selfie, in parallelo con l’impersonalità di ogni relazione. Anche quella di coppia sempre più si riduce all’ananke, ale cose da fare, e al dare e avere, sessuale, economico, parentale.
Si acuisce il culto romantico, ipertrofico, di una interiorità antidoto al mondo coltivando l’evasione in realtà. Nel sogno e nella memoria. In reazione all’illuminismo e al ragionevole Kant, si suole dire. Ma piuttosto invece come loro sviluppo, l’applicazione della ragione all’insondabile, opera di Nietzsche, di Freud, di Heidegger.Un culto del sé che non può non approdare nel nulla – pur rifiutando, caratteristicamente, il conseguente annullamento del sé, l’annientamento fermando all’annientamento di sé, il pensante.
Ciò produce molta letteratura, due secoli già abbondanti,  un realismo fantastico. Di incubi che diventano sogni, e viceversa, del dolore che attenta a ogni gioia, e viceversa, una ricerca incessante, nuovissima, della felicità che immancabile finisce in angoscia. Insomma il trattamento psicoanalitico: l’Io finisce sul lettino.

Paesaggio – È “in assoluto la migliore altalena e culla del nostro vivere inquieto”, Jean Paul, “L’arte di prender sonno”, 26. In quanto è creato “con facilità dall’animo umano, che ha più occhi che orecchi”. In più, a differenza del consorzio umano, i paesaggi hanno un vantaggio: “Non fanno correre il rischio di futuri subitanei risvegli perché disertati dagli uomini”. Per questo il paesaggio si dice riposante, anche quando è tenebroso e tempestoso?

Realismo – In qualche modo c’è, va recuperato. Si rischia altrimenti di camminare sulla testa come il poeta Lenz di Büchner. Piegando la realtà e la storia a paranoie evidenti e incessanti, avendo creato forme ideali che sono formule.
L’idealismo viene con la poesia prima che con la filosofia, il suo errore è per questo pervicace. È difficile provare che è un errore, poiché si tratta d’un impulso e una passione. I poeti che pretendono di andare al fondo della realtà non ne hanno idea, di solito, e tuttavia sono indelebili, con la loro realtà. Non sono maschere e non fanno trucchi, sono uomini adulti, senza più quindi il realismo degli infanti. Ma il loro idealismo, ancorché rovesciato in materialismo, è sbagliato, e se non è consolazione va rigettato, è una serie di furfanterie. Dio ha creato il mondo, e come si può pretendere di saperne di più? Volendo nutrire aspirazioni, queste dovrebbero portare a imitare il mondo, in qualche modo e misura. Insomma a non strafare, sapendo di che si parla.
Il realismo non è male, da Roscellino a Kant, che pure ci vedeva da un occhio solo. “Ovunque io esigo vita”, dice Lenz al buon pastore Oberlin, “possibilità di esistenza, e questo basta”. L’idealismo, Lenz dice pure, “è il disprezzo della natura umana”. È i fianchi grassi che lo struzzo vuole esibire, per questo s’è inventato di sotterrare la testa. Ma, affannato, Jacob Michael Reinhold Lenz si fa opporre dallo svizzero Kaufmann, pietista idealista, che l’Apollo del Belvedere non c’è in natura, né la Madonna di Raffaello. Fa anzi peggio, concorda con l’idealista che i fiamminghi sono idealisti e gli italiani no, uno dei luoghi comuni più vieti. Ma continua a guardare le persone in viso. Che è il modo di comunicare più pieno, e creativo.
Si può presumere di sé, anche esagerare. Ma non al modo di Stendhal-Brulard, inventandosi. E questo per l’estetica prima che per la morale. Il realismo serve alla bellezza, a trovarla e beneficiarne, non c’è una vera poesia idealista. “Le immagini più belle, le note più turgide e canore, si raggruppano e si dissolvono”, Lenz lo spiega bene. Una cosa sola rimane: una bellezza infinita, che passa da una forma all’altra, eternamente dischiusa, immutata. Bisogna amare l’umanità, per penetrare nell’essenza di ciascuno”. Il realismo serve a vivere, e a godere. “Non sta a noi dire se la creazione sia bella o brutta. La certezza che quanto è stato creato ha vita viene prima di questo giudizio, ed è il solo criterio nelle cose d’arte”.

Il realismo aiuta a scrivere, non c’è idealità nella scrittura, anche se ai classici si dà questo privilegio. La scrittura nomina le cose, dice bene Roscellino, ma non deve esagerare, la retorica non ha censore peggiore dei suoi eccessi.
Il realismo serve alla verità. Bisogna essere per la “morale della storia”, anche solo perché la storia approdi a negare se stessa: le guerre, i massacri e i processi. E, bisogna aggiungere, le sciocchezze.

Storia – Si tende a escluderne o a irriderne una filosofia. Mentre non se ne fa di altre, solo filosofia politica. Perenta è la logica, epistemologia compresa. La metafisica non sa dove sbattere. L’etica e l’estetica vanno sotto tono (eccetto che nei talk-show) – perfino nelle chiese e tra gli artisti. Tutto è politica.

La storia non è una macchina calcolatrice, si dispiega nell’immaginazione, e prende corpo in risposte multiformi.
Gli storici hanno le loro colpe. L’umanità si muove in modo continuo, anche se vario, mentre per capire le leggi del suo moto gli storici usano unità arbitrarie, discontinue: epoche, stadi, periodi, percorsi. E così, conclude Tolstòj, “ogni deduzione della storia si dissolve come polvere”. È come se si volesse coprire con la storia la realtà: si fanno appelli, s’invocano leggi, si creano fatalità. Si può sperare di capire le leggi della storia “solo ammettendo all’osservazione unità infinitesimali, il differenziale della storia, le inclinazioni omogenee degli uomini”, concede il conte. Che però ammonisce: “La stranezza e comicità della nuova storia è l’essere simile a un uomo sordo che risponda a domande che nessuno gli fa”. Ogni storia è nuova, ma è nota.

zeulig@antiit.eu

Sorrentino come Fellini, senza saperlo


“Quello che serve per fare questo lavoro è la capacità di meravigliarsi,di stupirsi”. E: “Penso che sia fondamentale l’ingenuità”. Cioè, tutto il contrario.
Un Sorrentino restio a parlare dei suoi film, come sempre. Come Fellini. È miglior regista, anche scrittore, che promotore di se stesso. Come Fellini, anche in questo. Ma un po’ tutti i registi lo sono, Ejzenštein è un’eccezione, che si teorizzava: il produttore di immagini non si sistematizza.
Dicono cose più intelligenti i suoi interlocutori, Anna Bandettini e Maltese – il colloquio, lungo, argomentato, è delle giornate veneziane “la Repubblica delle idee” qualche anno fa. Lui dice che si è formato sul cinema americano e su quello inglese, “e poi solo successivamente” su quello italiano. Diremo che rifà Fellini senza saperlo?
Paolo Sorrrentino, La mutazione italiana in pellicola, la Repubblica, pp. 47 free online

giovedì 11 ottobre 2018

Problemi di base - 450

spock


Perché non abolire, dopo la storia, anche la letteratura alla maturità?

Perché non abolire la maturità?

Perché non abolire gli esperti che aboliscono?

E il ministero che li paga?

#metoo fa un anno: solo?

Perché in #metoo non ci sono vittime afro,  latine, asiatiche:  il movimento è razzista?

Mettere la mano su un sedere è più grave che borseggiare una invalida?

Perché ci sono le nazionali se non ci sono più nazioni?

Perché Insigne non segna?

spock@antiit.eu

Stranieri cattivi - cronache dell'altro mondo 10

Il costo dell’università è in media negli Usa il doppio che in Europa. L’università privata - l’Europa ha quella pubblica semigratuita che è anche migliore. Per la produzione, lamentano i sondaggi, di masse di incompetenti.
Thomas Jefferson, illuminista, democratico e tutto, ebbe almeno sei figli da Sally Hemmings, una schiava.
La metà dei lavoratori agricoli, dalla California alla Carolina del Nord, sono immigrati clandestini – “undocumented”.
Basta avere la barba, anche corta e curata, per essere sbattuti al muro, se stranieri, braccia in alto, semidenudati e perquisiti rabbiosamente, in un aeroporto. Ma si può sparare negli Usa tranquillamente, per uccidere. Con armi militari o da caccia grossa.
Cristiano Ronaldo può venire calunniato da un avvocato a percentuale e una “ex modella” per una violenza carnale che non ha commesso, secondo la giustizia americana. Questa stessa giustizia che lo ha assolto lo lascia calunniare, a  scopo di estorsione.  Estorsione e calunnia hanno libero corso in America. È vero che Ronaldo chi è? Un dago, un portoghese. 
Animano #metoo, la campagna contro le violenze alle donne, Rose McGowan, un’attrice nata e cresciuta a Certaldo, ex “Bambina di Dio”, la setta dell’amore libero che Gheddafi pagava, anche dell’amore tra adulti e bambini, e la sua amante giovane Rain Dove, che invece non è niente, vive di gossip. 

Appalti, fisco, abusi (130)


Diecimila euro di Btp acquistati a maggio ora ne valgono 8.500 – Corriere della sera. Non c’è impiego per il risparmio se non in perdita: è la conseguenza più duratura della crisi ormai decennale, di cui tutti soffrono (tutti hanno un risparmio, grande o piccolo), e di cui non si parla.

Enel in Borsa, il titolo più stabile (emesso a € 4,57, si muove poco e non oltre la forcella 4-5 euro) paga ogni anno 21-24 centesimi di dividendo. Che sembra molto – un pay-out che si magnifica del 5-6 per cento. Da cui bisogna detrarre l’imposta, del 26 per cento, e i bolli e i costi della banca obbligatori, commissioni e deposito titoli. Il risparmio è passato da pratica virtuosa a riserva di caccia, per ogni altro eccetto che per il risparmiatore – una funzione folle o stupida.

Per il ponte sul Polcevera non c’è ancora un progetto. Ma Cantore sa già che la ‘ndrangheta ci ambisce. Certo, le mafie sono lì per quello. Ma anche le autorità antimafia. Si magnificano a vicenda. A un costo che sarebbe molto più produttivo sul terreno, del contrasto effettivo alle mafie.

Italia ultima nella digitalizzazione. O penultima, con Bulgaria, Romania, Malta eccetera, la solita classifica europea. Il paese probabilmente più digitalizzato in Europa, sicuramente più della Germania che solitamente capeggia queste graduatorie – la Germania ha vinto da tempo la guerra delle statistiche. Sicuramente il paese al mondo con più smartphone pro capite.
I dati per queste graduatorie vengono forniti dalle autorità digitali nazionali. Che se ne fanno una ragione  d’essere. Altrove se ne gloriano, in Italia l’autorità vuole crescere, il Responsabile della transizione digitale, vuole più fondi.

Siate belli-e-buoni, amate il greco


“9 ragioni per amare il Greco” è il sottotitolo. Marcolongo, grecista per passione, è una che viaggia molto, “e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno”, la città di origine. Il tutto in trent’anni o poco più. Nei quali è stata anche una stellina della prima Leopolda, 2012, le assise renziane a Firenze, e ghostwriter  dello stesso Renzi, una del cerchio magico, toscano, dell’ex presidente del consiglio. Un ingegno multiforme, insomma, del tipo influencer: di professione storyteller, consulente di società di comunicazione, oltre che di Renzi e, si suppone, altri politici.
Uno spirito inquieto: dopo aver pubblicato il libro è tornata a Sarajevo, città a cui è legata perché le ha salvato il cane – “il motivo per il quale Sarajevo occupa un posto speciale nel suo cuore”, raccontano gli informati giornali bosniaci, “è il fatto che i veterinari di Sarajevo sono riusciti a salvare la vita del suol cane Carlo, che a causa di un’operazione malfatta in Italia era in condizioni difficilissime. «Dopo questa operazione, mi sono seduta la sera tardi in macchina e sono partita da Livorno»”, racconta lei stessi, “ Ho guidato senza interruzione e verso le 8 del mattino ero alla stazione veterinaria nel quartiere di Otoka….»”.
“Il libro è dedicato a Sarajevo per molti motivi”, dice ancora, “e non parla solo del greco”. Di Sarajevo di cui ha scritto anche per il “Corriere dela sera” e “la Repubblica”, al tempo di Renzi. “La lingua geniale” anzi dice “una storia sulla comunicazione contemporanea, su come, a livello quotidiano, usiamo le parole, attraverso quelle greche”. Un’altra Italia, di belli-e-buoni come direbbe il greco, oggi di colpo perenta.
In tema Marcolongo presenta una bibliografia modesta, una ventina di titoli, molti non pertinenti, con l’avvertenza che la gran parte dei testi citati “non  tratta affatto del greco, ma della vita”. E anche i ringraziamenti: sono a tutti quelli, Alessandro D’Avenia per primo, e alla “Venezia” di Livorno, e a Sarajevo, che le hanno fatto vivere momenti belli della vita. Un libro d’autrice, che è stata felice e vuole ringraziarne il greco, la lingua, il greco antico. Lodandone l’ottativo, “un modo chiamato desiderio”. Il neutro, magari con l’anima. E il duale, “io, noi due, noi” – è la storia in controluce di un amore, a due, a tre? E i “casi”, “un’ordinata anarchia delle parole” – e il russo, allora?
Malgrado i buoni propositi, però, un libro affascinante. Per la scelta del tema. E perché estrapola dal grecismo accademico le verità della lingua. L’assenza del tempo futuro, che semplicemente “non esiste, quindi fine della storia” – “il futuro si costruisce sul tema del presente”. L’aoristo, la “meravigliosa terra”del “tempo indefinito” – del tempo quale è, un flusso. Un modo simpatico per avvicinarsi al greco, e quindi imparare da sé, anche molto, ora che viene espulso dalle scuole. Lo stesso cerchio magico tribale di Renzi concorre: a Firenze e Pisa ci sono già scuole, private, per l’insegnamento del greco, del greco classico.  
Andrea Marcolongo, La lingua geniale, Laterza, pp. 156 € 15

mercoledì 10 ottobre 2018

Se il partito Democratico è la Banca d'Italia

Si può, bisogna, dissentire dal progetto finanziario del governo Conte o gialloverde. Ma non quando la Banca d’Italia lo stronca. Con un comunicato pubblico. Per accendere i mercati contro.
La Banca d’Italia interviene per prevenire una catastrofe sui mercati? Ma i mercati non l’hanno seguita, né ieri né oggi, nessun nervosismo. No, la Banca d’Italia è intervenuta perché è la banca del precedente governo, del partito Democratico. Che non è proprio lusinghiero per il Pd, ma questo non conta.
Una banca (ex) centrale che stronca pubblicamente, polemicamente, il piano finanziario del suo governo era da vedere. Quando la banca era effettivamente centrale, pochi anni fa, prima dell’euro, la Banca d’Italia come le altre in Europa e nel mondo, le autorità monetarie esercitavano la moral suasion, non pubblicavano le critiche, per non alimentare aspettative dannose, o speculazioni. Ora invece, come è stato il caso dell’Italia nei primi anni 2010, insolentita dalle autorità monetarie tedesche, la Banca d’Italia si fa virtuosa di criticare il suo governo. Ma che senso ha una banca centrale, per quanto diminuita dall’euro, di opposizione? Netta, cioè espressa esplicitamente, politica.
Anche giuridicamente, istituzionalmente, la cosa è reprensibile.

Letture - 361

letterautore


Cesaretto – Lo storico locale di via della Croce a Roma, che intrattenne a pranzo e cena alcune generazioni di letterati e artisti, presieduto da Maccari e Rasi, è ricordato da Giovanni Russo in dettaglio in “Flaianite”. L’antica fiaschetteria Beltramme, frequentata da gente comune, artigiani, turisti e intellettuali, era stata ereditata dopo la guerra da Cesaretto Guerra. Che la gestiva col figlio Luciano, la moglie Elena, la cognata Crocetta, e il marito di questa, Rolando. Con garbo, prezzi modici e cibo buono.
“Cesaretto” fu negli anni 1950-1960 anche l’altra parte del “Mondo”, quella che la sera non andava con Scalfari in via Veneto, di Maccari e Flaiano appunto.

Dante – Era stato dimenticato nel Seicento. Risorse progressivamente col romanticismo.

“Non fu Shakespeare”, lamentava De Sanctis – a proposito dell’ “Inferno”, nella “Storia della letteratura italiana”: “Queste grandi figure, là sul loro piedistallo, rigide ed epiche come statue, attendono l’artista che le prenda per mano e le getti nel tumulto del vita e le faccia esseri drammatici. E l’artista non fu un italiano: fu Shakespeare”.

“Dante non è un poeta moderno”, è la tesi di Montale, “Dante ieri e oggi”, il discorso conclusivo del congresso per il settimo centenario della nascita, 24 aprile 1965. Lo sentiamo vicino a noi perché anche “noi non viviamo più in un’era moderna, ma in un nuovo medioevo”.
Non era un mistico, nota ancora Montale. E dunque è un mistificatore, “un uomo che inventò se stesso come poeta sacro”? Sì, “che non fosse un vero mistico e che gli sia mancato il totale assorbimento nel Divino che è proprio dei veri mistici potrebbe suggerirlo il fatto che la Commedia non è la sua ultima scrittura e ch’egli dovette pure, posto fine alla sua terza cantica, uscire dal labirinto e tornare fra gli uomini”. E no, Montale fa sua “l’affermazione del Singleton che il poema sacro fu dettato da Dio e il poeta non fu che uno scriba”. Perché “la vera poesia” ha “sempre il carattere di un dono”, e presuppone “la dignità di chi lo riceve”. Questo, Montale dice in conclusione, “è  il maggiore insegnamento che Dante ci ha lasciato” – non è il solo, “ma fra tutti è certo il maggiore”?

Tracciando in breve la fortuna di Dante, Montale lo dice recuperato nel Sette-Ottocento nell’ambito di “una filosofia totalmente terrestre che vede nell’uomo il padrone e addirittura il creatore di se stesso”. In parallelo, bizzarramente, col “Dante esoterico”, volendo “penetrare i misteri della sua allegoria”. Una deriva, che “ha almeno il merito di avere affermato una grande verità: che Dante non è un poeta moderno”. Rovesciando però la prospettiva: “L’età di mezzo” propriamente detta, quella di Dante, “non fu sprovveduta di scienza e vuota d’arte”. Mentre ora – cinquant’anni fa – “se l’avvenire segnerà il pieno trionfo della ragione tecnico-scientifica, il nuovo medioevo non sarebbe altro che una nuova barbarie”.
Si potrebbe Montale dire profetico, se il medio evo si segnala per l’assenza dei Dante. Ma allora non sarebbe Dante il sigillo della modernità? Montale in realtà lo esclude dalla modernità “tecnico-scientifica”, che assimilava a un “nuovo medioevo”.

Eusebio – Bobi Bazlen voleva da Montale una poesia su “Eusebio”, uno degli pseudonimi con cui il compositore Schumann firmava le sue cronache musicali – in alternativa a “Florestano”. Montale non ne fu ispirato (altre poesie Bazlen gli ha proposto con più effetto, la più celebre è quel la di “Dora Markus”), ma si tenne il nomignolo. Con gli amici e anche in casa, con i familiari.

Filosofia – Va a sconto in libreria. Bompiani, Laterza, Utet, offrono a sconto i “classici del pensiero”, e anche i non classici. Una coincidenza di promozioni, o il pensiero è in svendita?

Gadda – Di forte sensibilità storica. Nella mussolineide (“Eros e Priapo” e altri testi), come per i “Luigi di Francia”, e più ancora per i contesti di tanti racconti, compreso il “Pasticciaccio”, compresa “La cognizione del dolore”. Lo è anche nei diari di guerra, e probabilmente nella stessa formazione, benché ingegneresca.
La passione denuncia a contrariis  nell’appendice alla “Cognizione del dolore”. Quando intraprende a spiegare la proposizione “barocco è il mondo”: la “Cognizione” dicendo “una lettura consapevole … della scemenza del mondo o della bamboccesca inanità della cosiddetta storia, che meglio potrebbe chiamarsi una farsa di commedianti tutti cretini e diplomati somari. La storiografia, poi, che sarebbe lo specchio, o il ritratto, o il ricupero mentale di codesta ‘storia’, adibisce plerumque all’opera i due diletti strumenti: il balbettio della la reticenza e la franca sintassi della menzogna….”

Latinisti – Sono - sono stati - più facilmente comunisti? Riccardo De Benedetti, “La fenice di Marx”, lo rileva di Canfora e Canali, come già di Concetto Marchesi, della “diffusa persistenza di ‘comunisti’ tra i nostri latinisti di maggior prestigio”. Per una ragione opinando: “Forse la loro professione fornisce quell’aura di classicità che di per sé la dottrina comunista ha perso da ormai troppo tempo”.

Origini – Possono essere un limite, e anche una costrizione, in letteratura e nell’espressione estetica-artistica in genere. Quelle personali e quelle dei luoghi di origine. La Capria lo lamenta della “napoletanità”, che  limita, e anche ferisce - “Il marchio inesorabile della napoletanità”, nella raccolta “Il fallimento della consapevolezza”. Essere napoletani è essere condizionati dalla risonanza del nome, ma Napoli è molte cose diverse: “Ci sono la Capria, la Ortese. Ma La Capria e la Ortese sono diversi, come possono essere diversi due scrittori di qualsiasi altra parte d’Italia”. Dove però non ci sono etichette regionali: “Non si parla mai di «scrittore milanese», di «scrittore torinese» o di «scrittore veneziano»”, lamenta ancora La Capria – veniva da dire “lo scrittore napoletano”. La “geografia letteraria” di Dionisotti non ha dunque senso?
Il ragionamento di La Capria è applicabile ai siciliani. Anche loro vittime – o beneficiari? – della sicilitudine o sicilianità. Benefciari anche, questo a La Capria è sfuggito: il marchio d’origine può essere protettivo e promozionale, come tutti i marchi nobili – Capri, Portofino, etc. non dovevano essere, non sono stati, preda, di corse al marchio di gran nome?
Ma, intanto, più che chiamare in causa Dionisotti, la nuova geografia è vecchia. Ed è di tipo leghista – anche quando la Lega non esisteva: si applica cioè al Sud. Corrado Alvaro, lo scrittore più cosmopolita del Novecento, è sempre citato come “lo scrittore calabrese”. Si applica al Sud in accezione buona: solo il Sud ha spiccata personalità, geografica, di meridiani. E cattiva: la sua resta letteratura regionale: “Il Gattopardo” non è “Guerra e pace”. In questo senso ha ragiona La Capria.

Svevo – Fu “scoperto” in Italia, venti o trenta anni dopo che aveva pubblicato “Una vita” e “Senilità”, via Francia. Mandando “La coscienza di Zeno”, pubblicato nel 1923, cinque anni prima della morte. Joyce consigliò di mandarlo a Benjamin Crémieux, l’italianista di Parigi, che tre anni dopo ne accennò in termini molto positivi. La presentazione di Crémiux incuriosì il “Corriere della sera”, e Svevo uscì dal limbo, due anni prima della morte accidentale, per uno scontro in automobile.
Un anno prima di Crémieux, Montale ne era stato lettore entusiasta, e ne aveva scritto, in un periodico letterario milanese. Ma anche Montale era sconosciuto, aveva appena pubblicato “Ossi di seppia”, a Torino con Gobetti.

Virgilio – “È l’Eneide una celebrazione dell’Impero – o una critica?”, è la proposta di Daniel Mendelsohn sul “New Yorker”.  Dove spiega: “Mitologizzando le origini troiane dell’Impero romano, Virgilio ha rivoltato una storia di perdenti in un’epica di vincitori”. Che non è una novità, ma rivolta il senso comune dell’operazione virgiliana – o augustea: gli imperi periscono, e rinascono.
L’“Eneide” è anche all’origine della mitologia della Grande Proletaria di Pascoli, del Novecento italiano – anche di questo Millennio “gialloverde”, se sarà.
Un’altra considerazione è: poniamo che “l’Espresso” ponesse lo steso quesito ai lettori italiani.


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