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lunedì 27 febbraio 2017

Oscar trumpiani

Si comincia a capire il “fenomeno Trump” (perché l’America lo ha votato), rivedendo la cerimonia degli Oscar. L’autocelebrazione dei belli-e-buoni, della correttezza, della nuova politica. Che a Hollywood la notte degli Oscar doveva essere tre cose – tre cose da programma: premiare gli afroamericani (“Moonlight”, “Barriere”), dirci dei “relitti umani” (“Moonlight”, “Manchester by the Sea”, “Il cliente”, “Barriere”), e dire male di Trump. Che però potrebbe essersene rallegrato.
Tanta pompa per film tanto malinconici e anzi crudeli non può che rivoltare. È stato premiato anche “La La Land”, ma era ovvio. I premi politici invece, se si possono considerare in linea con la crisi che stiamo vivendo da dieci anni, colpiscono per la loro assurdità: la crisi è interiorizzata, non ci sono colpevoli, siamo vittime ma non si sa di che. Tutti grigi, tutti condannati. Anzi, i colpevoli siamo noi, vittime di noi stessi.
Uno non può che ribellarsi, per istinto di sopravivenza. E se tutto questo è celebrato, tra papillons,  decolletés e champagne, allora vaffa, è l’ora dei Grillo-Trump. Manchester-by-the-sea, la cittadina a Cape Ann, nel ricco Massachussetts, dove il film è ambientato, ha votato compatta per Trump. Così come la Paterson di “Paterson”, film di ambientazione analoga, tra personaggi minimi e relitti umani – ma di altro spessore, non ha avuto bisogno degli Oscar per promuoversi.   
“Non rispondere alle provocazioni” era la parola d’ordine del Sessantotto - del movimento, dei cortei, delle manifestazioni: si dava per scontato che sotto e dietro ci fossero dei malintenzionati: Digos, fascisti, cani sciolti. Fino a che, presto, la “provocazione” non venne dall’interno – dalla purezza, la correttezza, la civiltà etc. – il disfacimento.

Il mondo com'è (296)

astolfo

Don Bosco – Allegro e sadico, per questo desueto? Un santo che influisce molto, attraverso l’ordine da lui fondato, i salesiani, e nella chiesa in genere, per l’attenzione ai giovani, ai poveri, agli sconfitti. Ma rimosso. Il suo manuale pedagogico, “Il giovane provveduto”, ha pagine cattivissime sul peccato e la morte.

Elettronica di consumo – Ha una velocità eccessiva di ricambio. E fa perdere tempo più che liberarne. Procedimenti e utensili si rinnovano a velocità insostenibile, con effetto di sostituzione  prima ancora del pieno sviluppo e utilizzo dei precedenti. Causando in tropi casi ingolfamenti – alcuni famosi sono degli stessi sistemi di scrittura Windows. Forse per un eccesso di sensibilità alla concorrenza. Sicuramente con l’esito di massimizzare la spesa, di alimentarla costantemente. Un effetto cui concorre anche con la politica del prezzo civetta, minimo (frantumato) o in riduzione.
Per questo eccesso di velocità è anche inemendabile. Anche nelle procedure riconosciute nocive, per esempio in face book. È asservitrice più che liberatoria.

Giuda – Divide con Ponzio Pilato il proscenio delle evocazioni evangeliche: non è tempo di martiri, e neppure di apostoli, ma di traditori e menefreghisti. Da Scorsese (i suoi gesuiti di “Silence” si vedono alla fine sicofanti dei persecutori nipponici) a Amos Oz: la salvezza attraverso il tradimento. Come tutto in questa epoca di crisi, anche la fiducia viene confusa col suo opposto, il tradimento. Non tanto per un gioco dialettico, o degli opposti che si toccano, ma per uno scadimento e forse una confusione: il rimescolamento dei valori in un pantano, un terreno abbandoanto.

Merita ricordare che Oz ripropone Giuda sulla scia di Scholem Asch, scrittore yiddisch, polacco emigrato negli Usa – Shemuel Asch si chiama il protagonista di Oz, uno studente in crisi. Asch nel 1939, nel romanzo “Il Nazareno”, fece di Giuda l’agente del Cristo: tradisce perché Cristo ne ha bisogno per completare il suo disegno. Giuda, quindi, come quello che ha innescato il cristianesimo. Che di Cristo e delle sue parole ha consentito la Passione, e quindi la Morte e la Resurrezione, e quindi il coagularsi della sua figura e il suo messaggio nella dottrina cristiana e anzi nella chiesa.
Ma già Borges e Caillois avevano preceduto Oz. Non sulla scia di Asch, ma di
De Quincey, che il Giuda salvatore ha proposto un secolo e mezzo fa. Il Giuda salvatore era “un’ipotesi tedesca” per De Quincey, “Giuda Iscariota”: “Giuda Iscariota condivise la comune delusione degli apostoli circa il regno terreno che, con l’avallo e gli auspici di Cristo, essi credevano predestinato e prossimo a maturazione per il popolo ebreo”. Decise allora di provocare il Cristo all’azione (alla crocefissione), di “comprometterlo”.
Come i suoi “fratelli apostoli”, così De Quincey sintetizza l’“ipotesi tedesca”, Giuda era calato nel “vecchio progetto biblico”, del Messia liberatore politico: “Nella loro mente, come nella sua, non si era ancora fatta strada l’intuizione della vera grandezza del messaggio cristiano”.
Non è tutto. Gesù era  il messia, continua De Quincey: “Attraeva a sé le folle”, e questo è il segno più sicuro della sovversione, ciò che più turba i poteri, quale ne sia la ragione, verità o dubbio: è “la paura del cambiamento” che “turba i monarchi”. Dunque, Cristo è un rivoluzionario mancato. Non fosse stato per Giuda, che lo convince al sacrificio.
Per lo stesso motivo poi Giuda finì male, suicida. Ma, benché suicida, De Quincey vuole che non si condanni. “Quanto più Giuda fu incline all’audacia, tanto meno può essere sospettato di ambiguità. Credeva di realizzare i più intimi propositi di Cristo”. E insieme “i desideri e le aspirazioni segrete della plebe di Gerusalemme”. Male e bene uniti nella lotta.
Oz fa finire la storia diversamente: Giuda si suicida quando perde la fede. Ha spinto Gesù alla crocifissione, ma non regge all’idea del figlio di Dio morto.

Grillo – Si può dire un prodotto del Sessantotto – è del 1948. Nel movimentismo, e nella radicalità. Anche nell’ambiguità politica, tra “valori” di sinistra e di destra. Un prodotto atipico, oltre che tardivo, poiché non ha fatto parte del movimento, in nessuna forma. Ma ne ha mediato lo spontaneismo, e la radicalità – imprevedibilità. 

Iscrizioni – Il patrimonio architettonico romano in Libia richsiò la cancellazione nel 1970, subito dopo la presa del potere da arte di Gheddafi. Che, in sintonia con le Guardie Rosse di Mao, aveva dichiarato la cancellazione di tutte e iscrizioni imperialiste. Si cominciò con le targhe dell’occupazione coloniale, quasi tutte peraltro di epoca fascista – ma la gran parte furono nascoste dai curatori del museo di Tripoli negli scantinati. Poi si cominciò con le antichità romane partendo da Sabratha. Senza il fanatismo e la ferocia delle Guardie Rosse: tutto era affidato a uno scalpellino, che poi era un custode, ignorante. Ma qui,dopo pochi giorni, alle prime segnalazioni allarmate dei visitatori, l’ordine fu fermato.
Le iscrizioni devono possedere magia potente, ancorché illeggibili. L’arte ha esiti sicuramente terapeutici, quasi taumaturgici. La pietra stessa diventa nell’arte più pietra. Si ricorda che gli assiri di Urmia scorticavano gli inglesi quando li beccavano a trascrivere antiche iscrizioni. Che non erano le loro, gli assiri erano arrivati nella regione non prima del settimo secolo. E che poi, partiti gli inglesi, hanno lasciato ai curdi, i quali la abitavano prima e non avevano cessato di combatterli. Pure i Borbone di Napoli proibivano la trascrizione delle lapidi a Pompei.

Movimenti – Non hanno prodotto leadership, né il Sessantotto né il Settantasette. Capanna, Boato, lo stesso Sofri? Hanno rinnovato, anzi ribaltato, la società, per moltissimi aspetti, l’etica, il diritto di famiglia, il diritto del lavoro, e i linguaggi, ma non hanno espresso nessuna forma di leadership politica, se non questa, tarda, di Grillo. Tra i politici ancora in attività si possono ricondurre al Sessantotto D’Alema e Bersani, che però sono piuttosto un prodotto del Pci, anche se hanno flirtato coi movimenti - mentre Grillo non era in politica e non era nel movimento.

Sacco di Roma – Nonché dominante nel romanzo di Manzoni, e nella storia del Sud Italia, la Spagna è stata la più grande nemica dell’Italia indipendente, da Carlo V a Filippo III. Dal “sacco di Roma” nel 1527 alla congiura spagnola di Venezia, o di Bedmar un secolo dopo, nel 1618. Un secolo che ha visto consolidarsi i grandi Stati europei, ma non l’Italia, per la repressione spagnola.
Col “sacco di Roma” il cattolicissimo imperatore Carlo V umiliava il papa, contro il quale mandò per spregio i lanzichenecchi tedeschi. E col papa avvilì Roma, ciò che Roma ancora rappresentava nella politica e nell’idealità europee.
La congiura spagnola a Venezia nel 1618 era stata preparata dall’ambasciatore, marchese di Bedmar. Su istruzioni del duca di Osuna viceré di Napoli, Pedro Tellez Giròn. Si trattava semplicemente, abbattuta la repubblica, di impadronirsi delle terre veneziane, in terraferma in Italia, e lungo le coste del Mediterraneo orientale, dall’Adriatico in giù. Venezia non era comunque più in grado di rispondere al gesto ostile: scoperta la congiura, si limitò a rimpatriare l’ambasciatore.

astolfo@antiit.eu

Neo realismo made in Usa

Casey Affleck, premio Oscar, ha la stessa faccia per tutto il film, due ore e mezza. E lui c’è in ogni scena: da caso umano o povero scemo - “cosa volete da me?”. Ogni tanto fa a pugni ma come riflesso condizionato, da belva impaurita. Ogni scena – altro Oscar - è peraltro uguale alla precedente. Non ci sono scarti. C’è una sorpresa, ma prevedibile. Quando celebriamo gli Oscar cosa celebriamo?
È il quarto o quinto film americano della stagione, con gli altri due premiati, “Barriere” e “Moonlight”, e con “Paterson”, che adotta lo schema neo realista. Dei semitoni, dei grigi, della ripetitività - di facce scene, battute. Per ragioni forse di economia, sicuramente di poetica: sarebbe il cinema della crisi. Che però si vive a parti invertite. L’Europa ci ride su, in qualche modo, alla Frank Capra, l’America affetta sofferenza – impegno sociale, impegno civico.
Kenneth Lonergan, Manchester by the Sea

domenica 26 febbraio 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (318)

Giuseppe Leuzzi

Garibaldi fu un brigante, anche lui? Come non pensarci? I bersaglieri gli spararono ai Piani di Aspromonte, e lo arrestarono.

“Bossi odia tutti i meridionali (e se percepisce poi uno stipendio pagato anche con le tasse dei meridionali, questo è proprio il capolavoro della malevolenza, dove all’odio si unisce il piacere del danno e della beffa)”. Questo Eco scriveva nel 2011 (“Pape Satàn A leppe”, 246), ora magari Bossi è mite, la mano dell’irruenza è passata a Salvini. Che, non essendo senatore né ministro, non percepisce lo stipendio dai meridionali. Ma il suo partito sì, è ben spesato.
Lo fu anche la famiglia di Bossi.

Il caso Tifanny ha avuto un seguito, la pallavolista brasiliana che è stata uomo ingaggiata dalla Golem Palmi. La Delta Informatica Trentino, che Tifanny ha personalmente e quasi da sola sconfitto, medita ricorso. Ma più di tutti protesta la Millennium Brescia, prossima avversaria del team palmese. Come è giusto per una città leghista.

Protesta con Tifanny alla Golem Palmi per la Millennium Brescia un dg di nome Catania. Il leghismo non ha confini. O: il Sud è terra di quisling.

La linea della palma
Scandalo e sconcerto a Milano perché un ragazzo ha dato fuoco a una palma, giornali e tg allarmati, invocazione all’esercito, e i soliti “chi c’è sotto” e “a chi giova”. Anche a casa mia i ragazzi hannp dato fuoco a una palma, e non è successo nulla. Si può dire che una casa in Calabria non è piazza Duomo a Milano – la palma bruciata era situata in piazza Duomo. Ma l’incendio davanti casa non era più pericoloso che sulla grande piazza lapidea? Il Nord è per questo inarrivabile: si protegge anche nelle virgole.

O lo scandalo nasce perché le palme in piazza del Duomo le ha volute Starbucks, la multinazionale del caffè, come messaggio promozionale del prossimo sbarco a Milano? Dev’essere così, lo scandalo lo alimentano i Moratti, che sono soci del caffettiere americano nei suoi progetti di macdonald’s del caffè in tutta Italia.
Il ragazzo che ha dato fuoco alla palma è venuto a proposito, per tenere vive le palme-caffè Starbucks qualche altro giorno, dopo quelli dello scandalo per le palme in piazza Duomo. Ma Milano non  ha bisogno di conferme, sa fare gli affari. 

La palma è stata incendiata di notte, che la fiamma splendesse, all’ora dell’uscita dai cinema del centro. Quindi fotografata molto e postata sui social network. Senza chiamare il 112 o il 113. No lo allertano nemmeno i pompieri, quando intervengono a incendio spento. È per questo che la proprietà il giorno dopo si è mobilitata, con  suoi apparati di relazioni pubbliche, per far nascere lo scandalo. Oportet ut scandala eveniant.

Ma le palme in piazza Duomo sono piantate o soprammesse - se ne parla come di installazione estetica? Se piantate, non si è alterato l’assetto lapideo e la ceduta sgombra di piazza duomo? Fosse successo a Reggio Calabria…. Se sovrammesse, perché sacrificare le palme a una promozione pubblicitaria? Ma di queste cose i protettori dell’ambiente non chiedono conto a Milano, il business  è sacro.

Sciascia, che ha inventato la “linea della palma”, la corruzione che dalla Sicilia sale invasiva, ne sarebbe deluso. L’ottimo Daverio spiega che le palme si Milano non sono quelle arabe e mediterranee – le vittime “del punteruolo rosso, il temibile Rhyncophorus ferrugineus, stupidamente importato da vivai a basso prezzo dall’Egitto dove è endemico”. No, le palme del Duomo sono quelle nobili “dei giardini di fine Ottocento in Inghilterra come nell’Italia del Nord”, e vengono dalla Cina”. Oggi paese racé. C’è palma e palma.

Pentiti impuniti
I pentiti sono delatori, anche nella forma ora legale di “collaboratori di giustizia”. Delatori, è questa la novità, ora ampiamente remunerati, anzitutto con la cancellazione dei delitti, e poi coi soldi, molti. Nei casi di mafia e in quelli di corruzione. In troppi casi anche pentiti di comodo, manovrati da sbirri, ancorché giudici – troppi pentiti si son mostrati inaffidabili in dibattimento, alcuni scopertamente montati dalla pubblica accusa.
Eco va al cuore del fatto, nella riflessione “Chiedere scusa” (ora in “Pape Satàn Aleppe”): “Una volta chi si pentiva delle sue malefatte anzitutto riparava in qualche modo, poi si dedicava a una vita di penitenza…. Oggi il pentito si limita a denunciare i suoi ex compagni, poi o gode di particolari cure con nuova identità in confortevoli appartamenti riservati, o esce in anticipo dal carcere e scrive libri, concede interviste, incontra capi di Stato e riceve lettere appassionate da fanciulle romantiche”. Il crimine (la furbizia, la sopraffazione) viene celebrato legalmente, e anzi portato a modello.
L’impunità è al Sud l’origine del crimine. Molti criminali sono intoccabili perché protetti dai CC. E sono protetti perché sono informatori. In genere a danno delle persone oneste.

Sicilia
Tutto e solo siciliano era Cagliostro, il Grande Rimosso.  Brillante, cosmopolita, avventuriero dello spirito, Chiacchierone, autodistruttivo.

Succede in Sicilia, succederà in Italia.Vi indulge anche Sciascia, che pure ha visto il mondo ed ha genio posato.
È superbia normalmente teutonica, delle macchine come della follia – si dice(va) di Hitler, un’eccezione anch’essa tedesca, perché “tutto avviene in Germania”. È l’illusione dei perdenti, e rose anche quello che li perde.

Si distende parallela al corso del sole, che è il corso della civiltà.

In “Inseguendo un’ombra”, storia di un avventuriero del Quattrocento, un ebreo di Caltabellotta, convertito, truffatore, violento, cabalista, pedofilo e stupratore (“il suo dolore è il mio piacere”), Camilleri fa i siciliani-siciliani non d a meno: non c’è giorno che non facciano un pogrom nelle giudecche dei loro paesi. Ch non è vero, non c’erano pogrom, e nemmeno appropriazioni indebite.
Ma l’ebreo, seppure tarato dalla conversione, è sempre più cattivo del priore o vescovo più cattivo.

Si ricorda Nino Buttitta in morte, l’antropologo, come un flâneur. Come il fratello maggiore Pietro, lo scrittore. E come il padre Ignazio, il poeta. Curiosi e disincantati, di mille risorse, potenziali. Pigri. Il capitale della Sicilia, intellettuale, è inespresso per lo più, e si bea di esserlo.

In spregio a Trump, va sotto attacco Taormina per il vertice del G 7 a maggio. Comincia “L’Espresso” con una cannonata pesante campale. Nulla di che: l’ossessione americana della sicurezza, le strade strette, le promesse di Renzi che poi è scomparso, e anzi “di imprese legate a Cosa nostra, in effetti, chi arriva in città non vede nemmeno l’ombra”. Ma il tutto montato a effetto, tanto nessuno legge i pezzi – il titolo, a mezza pagina, è “Il gioco dell’appalto”. E, soprattutto, quanti “esecutori volenterosi” con la voglia di scandalo a livello locale.

A Buttafuoco che, come Pif, dà la croce a Crocetta, il presidente della regione, Cazzullo dal “Corriere della sera” ha buon gioco a intimare: “I siciliani piangono seduti su un tesoro: che lo aprano”.

Il tesoro gli viene anche facile da enumerare: “L’isola più bella del mondo, con mosaici bizantini che neanche a Bisanzio, templi e teatri greci che neanche in Grecia, cattedrali normanne che neanche in Normandia, vulcani attivi a strapiombo su spiagge caraibiche, e mari caldi da Pasqua ai Santi”.  E l’agricoltura, tutta primizie e specialità? E la cucina? E le nanotecnologie? E la microelettronica?


È difficile immaginarla. Immaginarne il presidente Crocetta che va oggi a “Domenica In” su Rai 1, e alle famiglie italiane riunite spiega che la sua è “una delle regioni più canaglie d’Italia”.

leuzzi@antiit.eu

Finis Austriae al bordello

Un prezioso recupero di Claudia Ciardi: tre racconti di un scrittrice dimenticata (due dei tre racconti inediti in italiano), benché sia stata  anche molto italiana di formazione, e al centro del Jung-Wien, il movimento che animò la Grande Vienna a fine Ottocento-primo Novecento, avviato da Hermann Bahr, con nomi altrimenti prestigiosi, Hofmannstahl, Schnitzler, Musil, Joseph Roth.
Una suora-infermiera e un paziente moribondo, ai quali  stato negato in gioventù l’amore, si spogliano delle convenienze in punto di morte del paziente, in un monastero-ospedale sotto il Cristallo, “che divide il Tirolo dall’Italia”. Una bellezza – attrice? cantante? una principessa? - che domina l’immaginario dell’Italia ha un momento di tristezza quando una bimba le chiede di chi è mamma. Un salotto raffinato a Vienna pieno di stupidità e brutalità, di ordinario filisteismo, come si diceva all’epoca.
Else Jerusalem, che ebbe vita avventurosa – il cognome è del suo primo marito, il mercante ebreo Alfred Jerusalem - tra Vienna e l’Argentina, è “figura molto singolare di letterata-antropologa”, nella sintesi di Claudia Ciardi. Autrice di racconti e saggi sulle criticità di Vienna Fine Secolo e l’infelicità della condizione femminile. E di un romanzo, il su unico, “Lo scarabeo d’oro”, in cui ambienta l’impero alla finis Austriae in un bordello. Successo immediato, ristampe a dozzine, scandalo, “romanzo immorale”, trasposizione cinematografica, censura. Poi l’oblio.
Else Jerusalem, Liberazione, Via del Vento, pp. 37 € 4

sabato 25 febbraio 2017

Secondi pensieri - 297

zeulig

Contemporaneità – È eversione costante, di cui la riflessione tarda a distinguere sostanze e contorni, contesti. Che si produce tuttavia per atto di volontà, sia essa benefica oppure catastrofica. E quindi di riflessione, seppure pratica, indirizzata a una finalità immediata e circoscritta.
I due percorsi concettuali sono distinti per la vecchia distinzione tra uomini d’azione e uomini di pensiero. Ma non si può pensare all’azione avulsa dal pensiero, e tanto più nell’era delle masse, non dell’impresa eroica o individuale. La contemporaneità, il mondo in fieri, mette in luce oggi più netti i due differenti modi di pensare e cioè di essere.

Fake – “Real news, fake President”, titola “The Nation”. Falsamente. Il titolo dice bene la posizione politica del settimanale, avversa a Trump. Ma un Presidente eletto non è fake – un presidente americano ha poteri enormi, compresa la guerra atomica. Fake è falsità e impostura naturalmente, ma con connotazioni, dice il Roget’s Thesaurus, di copia, imitazione, impostura. L duplicità mentale, l’imbroglio, l’impostura vengono di rincalzo.

Delle notizie è il tema del giorno: la costruzione di false notizie. Fake ne dice meglio la natura: ma allora è la vecchia dinsiformacija, detta così, in russo maccheronico, in epoca di guerra fredda, per dire l’attività dei servizi segreti russi. Detta così dai servizi segreti occidentali, che ne facevano altrettanto uso.
Opera del demonio dunque, la disinformacija, meglio se russa? Ma anche della confusione mentale. E dell’impossibilità o scadimento della funzione critica. Proprie entrambe delle comunicazioni di massa. Per un senso, per di più, di comunione, di identificazione in un gruppo, come la pubblicità ben sa: l’informazione condivisa, perfino omertosa, secretive, fa aggio su qualsiasi elemento o genere di verità – l’autorevolezza (studi o conoscenze, personalità, anche censo, eredità, formazione), la funzione pedagogica (“siamo anti imparati”), la volontà o bisogno di imparare.

Guerra umanitaria – È un ossimoro. Anche la guerra giusta.

Infinito – È una categoria del pensiero, è il pensiero.

Isacco – Se il nome significa “colui che rise”, il coltello del padre Abramo puntato alla gola, non è perché stava per vanificare d’anticipo tutto il freudismo?

Memoria – È un esercizio, interminabile. Anche quando è conclusivo. È una novità, resta sempre fuori. È il riassetto delle novità emergenti, fluttuante, in perpetua mozione, mai definitivo.

È realtà tipicamente delebile. Anche oggi, che degli eventi si potrebbero fare, grazie all’elettronica, degli annali quasi in copia. E non c’è se non di carta. E ancora, dacché la carta è fatta di cellulosa del legno, deperibile in settanta-ottanta anni, di carta acid free. Tutti i supporti elettronici sono diventati presto perenti, specie quelli delle immagini, e sono comunque soggetti a usura rapida e cancellazioni improvvise, inevitabili.
Nonché non poter essere trasmessa “integralmente”, con la diffusione elettronica delle immagini, i dati, le riflessioni, quella che è il fondamento della storia e dell’umanità resta periclitante, eternamente da ricostruire.  

Parole – Fanno il pensiero – retroagiscono.
Dopo la ricreazione postmoderna va ora la filosofia (esegesi) delle parole, in senso connotativo: silenzio, gelosia, vergogna, dispetto, indugio.... Un pensiero delle sfumature.  

Relativismo – È relativo. Umberto Eco ne elenca una mezza dozzina – sette per l’esattezza: il pragmatismo di Rorty, l’olismo “alla Quine”, il soggettivismo di Kant, quello degi antropologi, quello dei realisti, le interpretazioni di Nietzsche, e quello dei tanti “filosofi cristiani” (“le nostre rappresentazioni del mondo non ne esauriscono la complessità, ne sono sempre visioni prospettiche, ciascuna delle quali contiene un germe di verità” - “Pape Satàn Aleppe”, 264). Ma altrettanto lo è la posizione opposta  nella polemica, il “fondamentalismo”.

Stupidità – Governa – governerà – il mondo ? Più sei stupido, più sei convinto di non esserlo è “l’effetto Dunnig-Kruger”, i due ricercatori che lo identificarono nel 1999. Più cioè sei convinto di essere nel giusto, e intelligente. Senza dialettica possibile.
Il mondo dunque è degli stupidi? Si può dirlo: la stupidità è una sorta di minimo comune denominatore dell’intelligenza – il gradino più basso se l’intelligenza è una piramide, o comunque il livello minimo di conoscenza, in conclusiva. Ma è inattaccabile. È questa la sua “qualità” differenziale – che la differenza dall’intelligenza. Ogni altro modo di essere e rapportarsi è scalfibile, per convinzione o semplicemente per buona educazione. La stupidità è un mondo a sé – si dice che siamo alternativamente intelligenti e stupidi, ma quella è un’altra cosa, la stupidità non fa concessioni.

Visibilità – Farsi vedere sembra il godimento e il premio massimi cui aspirare, per l’uomo, e la donna, della strada. La passione dell’epoca: mostrarsi, esibirsi. Anche se non si ha granché da mostrare e sesso non si sa cosa dire. Umberto Eco ne ha fatto il centro della riflessione da ultimo, in molte “bustine di Mnerva” orai raccolte in “Pape Satàn Aleppe”. Un tempo si chiamava esibizionismo: non è una novità, la novità e la sua ubiquità, in tv, sui giornali, per strada, nelle cronache.
Discutendone con Javier Marìas, lo scrittore spagnolo gli fa balenare la possibilità che questo esibizionismo sia un Ersatz per Dio, ora che Dio non c’è più. Che era lo Spettatore di tutti, in qualsiasi situazione. “Dio sa” era la formula d’uso (cosa penso, cosa ho fatto, cosa vorrei o non vorrei, etc, “sa Dio…”. “Scomparso, rimosso, questo testimone onniveggente, che cosa rimane?” si chiede Eco: “L’occhio della società, l’occhio degli altri, a cui abbisogna mostrarsi”. Si spiegherebbe il ribaltamento, dalla privatezza e anche la segretezza delle proprie cose, specie le più intime, alla loro esibizione in pubblico, specie dei panni sporchi.

zeulig@antiit.eu 

Il desiderio in seminario

Uno dei due-tre testi dei “Franchi narratori” Feltrinelli che cinquant’anni fa fecero epoca. Di scrittori non scrittori, cioè. A partire da “Padre Padrone”, il racconto di Gavino Ledda. Questo, in particolare, perché racconta le fantasie sessuali di un adolescente in provincia, anzi in seminario, di testa, e cioè vivissime. Di un autore “don Luca Aspera”, che si presentava come prete, Carmine Ragno, un prete. Fu un successo di scandalo. Ma oggi che quelle fantasie sembrano poca cosa, si rilegge ugualmente con interesse: per la scrittura, il ritmo.
È una serie di accoppiamenti, di vario tipo, i più opera di donne giovani infoiate, tutti a loro modo originali e eccitanti. Una scrittura del desiderio in effetti ineguagliata. Anche nella miseria, anzi quasi ovunque nella miseria, tra forre e baracche. Un desiderio bestiale, vitale.
Una scrittura o forse una riscrittura. Se il romanzo, come dice D’Orrico che presenta questa riedizione, fu estratto da 130 quaderni neri - di quelli quindi a 72 pagine (ma se anche più magri, di 36 pagine, sempre fanno una scrittura sovrabbondante)? “Luca Asprea” non ha più scritto nulla – non che sia stato pubblicato (non che se ne sia avuta notizia). Ma il fatto va rilevato per sottolineare l’equivoco, non dei possibili limiti del’autore, della stessa concezione del “franco narratore”, come di uno che scrive per sbaglio, invece che con applicazione e fatica. Questo “Previtocciolo” resta infatti un libro d’autore, ha una sua cifra. Scandisce  ancora l’ardore del desiderio, oggi tanto più stimabile che ogni desiderio è presto esaurito e spento. 
La vita oscura di paese è oggi come allora oscura, ininteressate. Le fantasie sessuali del seminarista poi prete oggi non scandalizzano, figurarsi. Ma la scrittura li rende attraenti. Moravia patrocinò il prete calabrese per questo, per le “scene di sesso”, allora impelagato con Dacia Maraini nell’erotismo bollente dei sessant’anni, che celebrava in prose ardite, già autore de “La noia” e presto di un “Io e lui”, dialogo col suo io, il suo pene. Ma rileggere Moravia e “Asprea” fa risaltare la differenza, finita la morbosità, tra una prosa spenta e una viva.
D’Orrico, che presenta questo ripescaggio, ne fa “un racconto di antropologia calabrese al tempo del fascismo”, e una sorta di “Cristo s’è fermato a Oppido”. Questa riedizione ricalca la precedente, del 2003, ordinata dall’autore, che reimpastava con l’edizione Feltrinelli la parte mancante – o una parte. Il protagonista ritorna da adulto al paese, che gli si ripresenta come un mondo cupo e maniacale, una sorta di cloaca satura di veleni, che a lui tocca di far esplodere.  Un’accoppiata che che Pasquino Crupi, che allora firmava la presentazione, diceva “atroce e feroce, forse il (romanzo) più atroce e feroce della narrativa italiana contemporanea”.
Col saggio Franco Cordero, il giurista-scrittore che presentò la prima edizione del romanzo.
Luca Asprea, Il previtocciolo, Pellegrini, pp. 383, ril., € 16,99 

venerdì 24 febbraio 2017

La Lega della resistenza - 2

astolfo

Non se ne parla più, oscurato forse da Donald Trump, ma Massimo Bitonci prosegue a Padova la sua “pulizia radicale”. Dopo le multe e le elemosine sequestrate ai mendicanti, la chiusura agli immigrati, con mano dura su mense e rifugi Caritas, quindi il corpo di Ranger, e il no alla ripartizione dei rifugiati.  
Il partito più antico, la Lega, nella città di più antica tradizione culturale in Italia e in Europa, conferma la sua eccezionalità. Il sindaco Bitonci non viene dal nulla: è stato sindaco a Cittadella, deputato, senatore e capogruppo al Senato. Non è da tutti sottrarre le elemosine a mendicanti. Il sindaco leghista di Padova c’è riuscito. Senza minacciare con la pistola, come quello di Treviso, Gentilini. Cioè sì, anche lui si è provveduto di pistola, ma per difesa. E i Ranger vuole armati, giacché i vigili urbani si vogliono disarmati. E amministra oculato: con le multe e i sequestri ai mendicanti, nel primo anno ha raccolto 1.892 euro. Uno stipendio mensile, di uno dei trecento vigili in strada a caccia dei mendicanti abusivi.
Bisogna ritornare sulla Lega, averne trattato lungamente per i suoi trent’anni non basta - “La Lega fa trent’anni”
Che dirne ancora? È l’unico partito superstite della Seconda Repubblica inimitabile, anzi peggiore della Prima. Non sono riusciti a schiarirla nemmeno i carabinieri, malgrado malversazioni e scandali robusti e accertati. La Lega ne ha forse avuti più degli altri, a un certo punto si è scoperta un partito patrimoniale, della famiglia Bossi, novità sociologica che avrebbe emozionato Max Weber, ma si deve che ha gli anticorpi. Anche perché ha questa strana maniera di vantare le cose che non fa. Uscire dall’euro, che è una boiata, e non per la Calabria ma per il Lombardo-Veneto che la vota. Cacciare gli immigrati, idem: è il Lombardo-Veneto che soprattutto prospera col lavoro immigrato. Portare l’Italia a Mosca – si provi Salvini a dirlo ai suoi elettori.

Un vecchio futuro
Scrivendo della Lega si è tentati di parlarne al passato, come di un episodio: c’è stato l’Uomo Qualunque, c’è stato il partito della Bistecca, c’è stata l’onorevole Ilona Staller, e c’è stata la Lega. Senza idee forti, anch’essa, il federalismo non è propriamente della Lega, anzi è molto democristiano, e liberale. E un floklore da raccapriccio. Con la Padania “alle vongole”. E un partito “vecchio”, il partito del Capo – l’ultimo congresso l’ha tenuto vent’anni fa, o trenta. È tuttavia vivace e vivo, con militanti fedelissimi. È qui da quasi quarant’anni. È preminente nella parte più ricca e più intelligente del Paese, dove si fa il reddito, la politica nazionale e l’opinione pubblica. E pur tra alti e bassi è sempre il quarto maggiore partito nazionale – se non il terzo, davanti al dimagrito Berlusconi
L’Europa è del resto al momento del leghismo. Coi fenomeni leghisti propriamente detti, o populisti, e con le stesse istituzioni e filosofie che reggono l’Unione Europea. Finita la guerra fredda, i piccoli nazionalismi - petty nationalism - del Novecento hanno ripreso vigore, e anzi con più radicalità, ancorati alle buone ragioni. La Germania, anche quella europeista, ne è il prototipo – con l’assurdo logico della guerra di Hitler assunta come un’assoluzione: “Abbiamo sbagliato, non rifaremo l’errore”. I movimenti leghisti propriamente detti sono nelle cronache, e in ascesa, in Francia, Olanda, Austria, Germania, e un po’ ovunque, è superfluo enumerarli – in Italia probabilmente doppiati da Grillo e il suo movimento.
C’è da rivedere tutto il discorso sulla democrazia. Ma non può essere, perché la Lega ha sempre ragione. Checché si dica o si legga, checché si faccia, perfino il modo di vestire, e le parolacce, cose che in altre bocche scandalizzerebbero i benpensanti, con la Lega è nel mainstream. La Lega ha stabilito il linguaggio e il canone.
Quarant’anni sono tanti. Com’è vera la postilla di Hobsbawm (“Nazioni e nazionalismo dopo il 1870”) a Gellner, “Nazioni e nazionalismo”: la nazione è “un fenomeno duplice, essenzialmente costruito dall’alto, ma che non può essere compreso se non lo si analizza anche dal basso, cioè a partire dalle ipotesi, dalle speranze, dai bisogni, dalle nostalgie e dagli interessi… della gente comune”. Bisogna tenere conto È peraltro vero – Gellner – che “è il nazionalismo che crea le nazioni, e non il contrario”.
Si discute se il leghismo è razzista. Lo è, anche se Salvini ora rifiuta l’appellativo, volendosi candidare anche al Sud.  La razza naturalmente non è un fondamento, è indefinibile per una popolazione che da sempre è molto mobile. Se Roma è la più grande città calabrese, Milano è la quarta, o terza, città pugliese, e ci sono tanti paesi lombardi in Sicilia dai tempi di Federico II. Il quale era tedesco. E conformava l’Italia “esportando” l’italiano, negli atti del governo, che sono la base di una lingua, e nella poesia. Ma appellarvisi evidentemente aiuta, fa squadra. E porta fieno in cascina. La Lega non è solo il più antico dei partiti in Parlamento. È il partito che più a lungo è stato al governo, con la destra e con la sinistra. È il fatto politico che più monopolizzato l’opinione pubblica in questi vent’anni. Per essere milanese, naturalmente, ma non solo. E non lascia niente – si dice lascia nel comune sentire che abbia fatto la sua stagione, la stessa Milano sembra rifiutarla.
La Lega al governo non ha migliorato nulla e peggiorato molto. Ha voluto l’Interno e la Rai, i due capisaldi del potere. Con esiti orridi. Una legge sull’immigrazione punitiva per le famiglie e per i datori di lavoro onesti. A favore del lavoro nero. Ha voluto i Forestali della Calabria, per spregio. E una rete e un tg della Rai a Milano per “puro” sottogoverno – mentre la milanese Mediaset lavora felice a Roma a costi dimezzati. Fino a imporre Veronica Pivetti invece di Stefania Sandrelli nella serie del “Maresciallo Rocca” – una milanese tra Viterbo e Civitavecchia.
Ha disarticolato la scuola, le strade, la salute – questo è terribile, per chi aveva e ha tre o quattro luoghi di riferimento: genitori, figli, lavori. Il voto plebiscitario che ha imposto per i Comuni, le Province e le Regioni, ha utilizzato per provinciali – ma costosi – culti della personalità. Di amministratori senza mai un’idea ma abili a catturare i titoli, con ogni bizzarria, e perfino con la rivoltella. Il federalismo fiscale, un buon principio di cui s’è appropriata, lo ha ridotto a idrovora a beneficio di questi “eletti dal popolo”.  
Il suo fondo astioso è segno e fattore d’ignoranza. Di chiusura, di mancanza di curiosità. Dopo Milano e il leghismo poco resta della ricchezza della lingua. La loro asserita specificità culturale coincide con la scomparsa del vernacolo, presente diffusamente in tutta la vicenda della Repubblica, e probabilmente nell’Italia anteriore, nel teatro, le canzoni, la comicità, le parlate radiotelevisive. Niente più stornelli romani o romanze napoletane, e neppure “Belle Madunine”, niente più comici napoletani, romani, siciliani - solo ora, dopo quindici anni, riemergono Verdone e i siculi Ficarra e Picone. L’ortodossia leghista limita il vernacolo alla sola parlata radio-televisiva, non per nulla ha voluto mezza Rai a Milano. E questa limita, alla Rai e a Mediaset, al birignao lombardo - lo impongono anche alle figlie romanissime del “telegiornale delle figlie” a Canale 5. Al lombardo propriamente detto associando l’apulo-lombardo di Abatantuono e Banfi. Il leghismo è l’imposizione di Milano, dell’insicurezza, la superficialità, l’arroganza milanese sul brio italiano, la normalizzazione: l’esito è la scomparsa dell’Italia. Si capisce che Gadda ne fuggisse, e lo stesso milanesisissimo Arbasino.
Anche il femminismo su può legare al leghismo, al ritorno al focolare? È la vecchia lettura di Bachofen, tra patriarcato e matriarcato, ma non astratta, l’osservazione di E. Jünger, “Maxima-Minima”, p. 27: “Con la muta di Gea, Anteo torna a guadagnate terreno su Eracle e affiorano nuovi segni. La terra si trasforma, da patria ridiviene luogo natio. I segni matriarcali acquistano potere”.
È tuttavia vero che non c’è interesse. Non c’è più curiosità. Sarà stato l’effetto peggiore del leghismo, del particolarismo sciovinista: la chiusura in un piccolo astioso “particulare”, la famiglia, il paese, al più la città, la regione. In chiave sempre polemica, di esclusione di ogni altro. Se non per gli affari, quelli non si rifiutano, ma senza interesse. Padovani e trevigiani hanno fatto e fanno molti affari – l’immobiliare è l’affare per eccellenza, rapido e senza rischio: vendere a cento quello che si è appena comprato a dieci - a Rocca Imperiale, o Trebisacce, Amendolara, San Nicola Arcella, ma non sanno esattamente dove sono, e non se ne curano. 

Pasolini antemarcia
Ronconi ha rifatto “La Celestina” a Milano, evento memorabile, rifacendosi a Gadda. Che ne accenna in breve in un articolo. E non a Corrado Alvaro, che della “Celestina” fu il traduttore, e un lettore tanto più perspicace - Alvaro che ha scoperto e celebra “Lo spirito della pianura”, dalla “Bassa a Torino, della Padania. Un calabrese. C’è il leghismo anche in letteratura. Gadda si limita a osservare che la “Celestina”, essendo lunga 21 o 22 atti, andava accorciata. Avrebbe dovuto essere il traduttore di “La Figlia di Celestina”, di Salas de Barbadillo, per la collana “Corona” di Bompiani, di classici popolari. Ma era traduttore indolente e “La figlia di Celestina” fu poi pubblicata dalla Bur. Dunque, un milanese indolente e un calabrese colto: come la mettiamo? Il leghismo rimedia, anche in letteratura.
C’è anche il leghismo accademico, con le cattedre “locali”, per studiosi “locali” - spesso inventati: l’autore di un solo articolo, sul vino del territorio, che diventa storico  (storico vero, professore).
Il leghismo del resto, a ripensarci, ha solide radici culturali.
Il poemetto “L’umile Italia”, spiega l’ottima voce “Pasolini” di Wikipedia, “apparve nell’aprile del 1954 su “Paragone-Letteratura” e rappresenta la contrapposizione tra la cupa tristezza dell'Agro romano e la limpida luminosità del settentrione. Il Nord, il cui emblema sono le rondini, è puro e umile e il Meridione è “sporco e splendido”, ma: “È necessità il capire/ e il fare: il credersi volti/ al meglio”, cercando di lottare pur soffrendo senza lasciarsi andare alla “rassegnazione - furente marchio/ della servitù e del sesso -/ che il greco meridione fa/ decrepito e increato, sporco/ e splendido”.
È questa una figura del linguaggio, “sottospecie dell’oxymoron, che l’antica retorica chiamava sineciosi”, annota Fortini, che la dice “la più frequente figura del linguaggio di Pasolini, “con la quale si affermano, d’uno stesso soggetto, due contrari”. Per non dire nulla, giusto un po’ d’irritazione?
Pasolini fa sempre una distinzione netta fra “Italia del Nord” e “Italia del Sud”. I giovani sono “del Nord” e “del Sud”. La storia lo è. È diverso l’operaio della Breda da un disoccupato romano o un bracciante calabrese – il che è solo ovvio ma non in virtù dei meridiani: che ha in comune l’operaio della Breda con i contadini di Olmi? Anche se molto, poi, ce l’hanno in comune, tutti questi simboli.
Anche il fascista è diverso al Nord e al Sud, Pasolini spiega il 19 novembre 1960 su “Vie Nuove” (ora in “Le belle bandiere”, p.83), a proposito dei suoi “amici” friulani: “Mentre si può dire quasi con l’assoluta certezza che un fascista centro-meridionale è un disonesto, un profittatore, o, nel migliore dei casi, uno che si arrangia servendo, questo giudizio non vale sempre per un fascista settentrionale, e, nella specie friulano. Spesso, nella condotta, nel lavoro, nella vita privata i nazionalisti o fascisti di lassù sono delle persone oneste e inappuntabili”.
Il Sud di Pasolini è Napoli e la Calabria. Di Napoli apprezza tutto, anche il manolesta che gli ruba il portafoglio in un rapporto intimo. Della Calabria gli dà fastidio quasi tutto, malgrado lo stretto rapporto con Ninetto Davoli, il premio Crotone, un riconoscimento da lui molto apprezzato, e la sua stessa volontà. Più per esteso ne parla il 10 dicembre 1960 su “Vie Nuove” (ora in Le belle bandiere”, pp. 90-92): “Tra tutte le regioni italiane la Calabria è forse la più povera: povera di ogni cosa: anche, in fondo, di bellezze naturali”. Ed è stata, “oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata”, per millenni: “Da questa vicenda storica millenaria non può che risultare una popolazione molto complessa, o per dir meglio, con linguaggio tecnico, «complessata». Un millenario complesso d’inferiorità, una millenaria angoscia pesa nelle anime dei calabresi, ossessionate dalla necessità, dall’abbandono, dalla miseria”. E poiché “i «complessi» psicologici impediscono uno sviluppo normale della personalità”, i calabresi “sono molto infantili e ingenui”. Questo per quanto riguarda il popolo. La borghesia “è forse la peggiore d’Italia: appunto perché in essa c’è un fondo di disperazione che la irrigidisce, la mantiene, come per autodifesa, arroccata su posizioni dolorosamente antidemocratiche, convenzionali, servili”. E con essa la gioventù: “Sarà forse un caso, ma tutti i giovani che ho incontrato casualmente o che mi sono stati presentati in Calabria sono fascisti”. Naturalmente quando vota per il Pci la Calabria fa eccezione, le volte che lo vota.
Pasolini è partito dicendo che il suo reportage dalle coste italiane dell’estate precedente non ha detto della Calabria, di Cutro in particolare, ciò che ha detto (“una calunnia”, dice, “umiliante per i calabresi e ingiusta per me”, che “ha creato uno dei più esasperati equivoci che possano capitare a uno scrittore”). Ma ne pensa, nella bontà, peggio.
Uno degli epigrammi de “La religione del mio tempo”, sotto il titolo “Alla bandiera rossa”, è catastroficamente odioso:
“Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano”.
Dove anche della bandiera rossa, la degradazione non si sa se sia una sua insufficienza (colpa), o un suo effetto (delitto).
Nel 1975, nel famoso articolo delle lucciole sul “Corriere della sera”, Pasolini mette l’Italia all’inferno con la solita differenza: gli italiani “sono divenuti in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale”.

Il Leghismo è meridionale
Molto leghismo è peraltro meridionale, quello dei caratteri “nazionali”. Cioè regionali, anche se la regione è entità amministrativa, o insomma campanilistici. Alcun meridionali eccellenti eccellono in separatismo, molti napoletani, molti siciliani, Sciascia su tutti. Il nordismo di Pasolini si può vedere a specchio – meno offensivo e più radicato, forse – della similitudine di Sciascia.
Il leghismo è amore del proprio luogo – terra, borgo, città. Buono o cattivo? È la base della democrazia americana, lo è stato dell’Italia dei Comuni. Sarebbe un ricostituente decisivo, e comunque è necessario, per il Sud, che da un paio di secoli si distrugge, e forse si amerebbe cancellato. I popoli in fuga restano condannati, alla diaspora e all’inferno, se non si ritrovano, nella terra, nella storia, nel modo d’essere.
La migliore lettura di sé il padanismo la deve a un meridionale, poliglotta e cosmopolita, Corrado Alvaro - “Itinerario italiano”, 241: “L’Opera è padana, come è padano il romanticismo, e il futurismo”. E il fascismo – ma allora, 1933, non si poteva dire. O, “id.”, 243: “Sotto una vita semplicissima, c’è un potere di infatuazione per tutto quanto è assoluto”, s’impone o viene imposto.  “C’è uno spirito italiano proprio della pianura”, lo scrittore calabrese aveva premesso: “Facile ad accendersi, curioso di tutte le novità, e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia”. Di costruire, mattone su mattone – “anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione: ai due stremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola”. Grandiloquente: “Fino a Milano, l’aggettivo grande è il più significativo: grandi palazzi, grandi torri, grandi f rutta, grandi coltivazioni”. Pernicioso è il leghismo che esclude, di chi, nella sua stabilità, rifiuta il diverso che non si assoggetta, non omogeneizzato. Si veda Sgarbi, che a un certo punto, sindaco di Salemi in Sicilia, s’era rivoltato. A Milano dicendo “tutti terroni” – “Clausura a Milano”: “È in Sicilia che c’è da sempre la vera civiltà”. Salemi pretendendo “meglio di Milano” – poiché l’amministrava lui, padano buono. Dopo essere stato deputato della Locride, di cui è vero che ha risanato con pochi gesti molti borghi, Gerace, Ardore, Serra San Bruno. Come padano riaffermandosi orgoglioso di avere coniato per Bossi la Padania. Che però vuole si dica Padanìa, con l’accento sulla i. E questa è terminazione castigliana, dei disprezzati spagnoli del famoso italico romanzo.
Però, vista da domani, l’epoca sarà stata di gigantesche trasformazioni, per la globalizzazione e l’opzione transpacifica che soppiantano l’integrazione atlantica e mettono in ombra l’Europa, avviandone quello che sembra l’irreversibile declino. Perlomeno in termini comparativi: il piccolo continente resta sempre il più ricco, ma è asfittico: da settant’anni non sa più pensare il mondo, nelle scienze umane come in quelle fisiche, e da trent’anni, crollato il sovietismo, non ha più una proposta politica – il comunismo sovietico sarà stato l’ultimo imperialismo europeo. In questo mutamento epocale l’Italia sta dietro a Salvini, dopo Bossi, Maroni e Calderoli, alle ampolle celtiche, alle panchine etniche ai giardinetti, e all’invasione dei calabresi, forestali e insegnanti.
La liturgia della Lega è ridicola: Pontida, l’ampolla, il matrimonio del mare, i Parlamenti, i ministri – al tempo di Berlusconi - che qui ci sono e qui lo negano. Non si può che riderne. Ma nessuno ne ride. Non c’è nella sterminata passerella degli Zelig, o dei talk show resistenziali della Rai con caricaturista. Nessuno che vi si azzardi. Come nei regimi di vera mafia, dove non si scherza, il viso dell’arme fa parte dell’omertà.
È anche vero che con queste castronerie la Lega raccoglie voti in quantità. Come dove regna la mafia. E che le castronerie rende produttive, spostando soldi, appalti e posti alla Rai, alle Poste, alla Consob, all’Antitrust, ai ministeri, e dove altro mette gli occhi.

Il leghismo è duraturo
La Lega è ignobile. Non c’è dubbio. Ma il leghismo è duraturo, e tutto lo mostra destinato a caratterizzare la storia d’Italia: il leghismo è, sarà, la nuova storia d’Italia. Una storia diversa rispetto alla vulgata risorgimentale. Di un diverso patriottismo anche. Cioè non di mero “interesse privato”, ma di un patriottismo realista, riflessivo, conscio delle cose, rispettoso anche dell’altro, sotto la rivalsa polemica – che non potrà che essere reciproca. Come tanti l’hanno già praticato in abito meno revulsivo. Da ultimo Pasolini, che si voleva “settentrionale” e “friulano”, senza essere “nordista” – e anzi antipadano ante marcia. In un rapporto più equilibrato che veda anche il Sud abbandonare la ripulsa di sé, per effetto dell’emigrazione interna del boom, e dell’emigrazione mentale dei suoi intellettuali (classe dirigente, borghesia). Giova vedere cosa ci attende, nel bene e nel male, che storia.
Niente è più come prima col leghismo. Compresa la storia, che va riletta: il leghismo si propone come fondamento politico solo da un paio di generazioni, ma preesisteva ed è di materia solida. Il leghismo ha obbligato alla riscoperta delle radici. Obbligato è la parola giusta – non spinto, o favorito: molti, soprattutto emigrati dal Sud a Nord, nelle città del Nord, volentieri nascondono e si nascondono le origini Come di un realtà da fuggire e sfuggire. Non aggiornata, non all’altezza dei tempi. Fino alla Lega l’emigrazione dal Sud si faceva praticamente senza ritorno. Dopo, il ritorno non c’è fisicamente – non ci può essere, il Sud è sempre sottosviluppato – ma sì su piano psicologico e etico. E l’orgoglio, anche se non produce direttamente effetti pratici, ne ha indirettamente molti, su chi è partito e su chi è rimasto.
Chi ha vissuto il leghismo negli anni prima della sua (prima) sconfitta, nel 1996, non se ne libera. Poiché lo ha vissuto, cioè sofferto, chi, da Milano a Pordenone, aveva idealizzato il “Nord” come un mondo migliore. In qualche caso, per esempio in Emilia-Romagna, per esempio a Sant’Arcangelo di Romagna, San Mauro Pascoli, attorno a San Marino, il Sud era stato tenuto fuori. Se necessario riducendo l’attività in campagna e murando le case abbandonate, per evitare che dei meridionali vi s’insediassero. Altrove l’accesso era stato libero, per la necessità che c’era di braccia, e anche di professionalità: medici, infermieri, chimici, ingegneri, insegnanti. Il “respingimento” a opera dei bossiani fu imprevisto e doloroso: una sofferenza talvolta personale, ma sempre culturale, identitaria. Anche quando si manifestava come negazione della negazione – a un certo punto fu linguaggio d’obbligo: “Io non sono leghista, io non ho pregiudizi”. Molti si scoprirono come non essere.
L’effetto è diverso oggi, sulle generazioni successive, per le quali la Lega è un partito coma tanti, non grande, e umorale, e l’Italia è quella che era, unita nella diversità. Oggi nessuno si attende niente da nessun altro, il Sud sa di essere Sud, il Nord Nord, non molto felice, senza delusioni né recriminazioni, l’Italia torna unita nella diversità. Con una differenza minima: il Nord continua a non sapere nulla del Sud, nemmeno la geografia, il Sud comincia a non sapere più a memoria il Nord. Quindici anni fa era diverso. Accantonando la sfera passionale, i (ri)sentimenti, stando alla morfologia, è come se Milano avesse rinunciato a fare sua l’Italia nel momento in cui con più forza e costanza ne ha tentato – ne tenta – l’annessione. Dal punto di vista di Milano. Dal punto di vista del resto d’Italia è stato ed è un impoverimento.  
Il leghismo propriamente dovrebbe essere meridionale, il rifiuto di “Roma”, anzi la guerra a “Roma ladrona”. Solo che Milano è stata al solito più lesta di tutti e se ne è impadronita.
Si dice Roma per dire l’Italia. La quale è da troppo tempo, con disgrazia di tutti, milanese. Da quando Milano riuscì, con la sconfitta di Adua e dell’avventura africana, a liquidare l’ultimo Meridione con Crispi. Si dice: ma i prefetti e i questori sono meridionali. Ma è da quasi un secolo, da Mussolini, che prefetti e questori non controllano le istituzioni. Non quelle che contano: i media, i giudici, le banche, e alcuni partiti – pochi, non politici ma di affari – che tutto controllano.
Basta aver fatto una pratica per i fondi italiani o europei al ministero dell’Economia per vedere come vanno avanti quelle del Nord e come restano ferme quelle del Sud. Che non paga, non abbastanza. Bisogna vedere come un qualsiasi manager, anche di mezza tacca, ottiene dal  ministero del Lavoro in pochi minuti lo stato di crisi (libertà di licenziamento), se solo è arrivato con la valigetta piena. Ci sia un furto in villa al Nord, o anche a Roma, subito si acchiappano i ladri. Ci siano in Calabria diecine di furti, con maltrattamenti, non gliene frega nulla a nessuno, giudici, carabinieri, giornali.
Si può, si deve, criticare Bossi, ma ricordando che la “specialità”, la differenza incolmabile, è stata costante di un Sud a disagio con la storia, e quindi con l’unità. Differenze nelle quali il Sud è stato anche astretto dall’esterno, quali la napoletanità,  la sicilianità, ma con suo diletto. Bossi e Salvini non fanno che ritualizzare questa “specializzazione”.

La festa delle radici, pirotecnica

Un ritorno alle radici. Succede a molti, per un fatto anagrafico, per i casi della vita, prima o poi è inevitabile. Per nascita, memorie d’infanzia, fatti straordinari. In un misto sempre di rifiuto e di nostalgia: i luoghi non ci abbandonano, e De Luca non oppone resistenza. Il suo Campodimele è l’hortus deliciarum dei vecchi abati, e badesse, del tempo della santità diffusa, che si beavano anche di vermi, rospi e serpenti.
Se dicessimo di che si bea De Luca in questi cinque racconti, il lettore potrebbe deludersi in partenza.  Le proprietà provvidenziali dello scalogno a Toronto, Ontario, Canada. Il “Grognardo” del titolo, tale il nome: un reducista, lui poi dalla Russia, petomane, commensale di ogni convivio. Niente sorprese. O sì: in “Ciammotte” le lumache del titolo sono  testimoni ininteressate di un brusco amplesso sul prato sotto “un’acquicella fina fina”. Ma niente di trasgressivo. Segue la frittata dei tagni verdognola – senza uova (povera). E un funerale tra i mandorli fioriti, che si popola di poesia vicina e lontana: Libero (De Libero), il Picano (Landolfi, di Pico Farnese), “Hansel e Gretel” filastroccata, nei profumi di una cucina sempre imbandita, anche nelle ore morte – una celebrazione familiare.
I contorni non sono di più. Con lo scalogno viene il “mitico” concerto che il 15 maggio 1953 alla Massey Hall di Toronto tennero Dizzy Gillespie, Charlie Mingus, Charlie Parker, Bud Powell e Max Roach, nientedimeno, tutti insieme all’insegna del “Salt Peanuts”, il “Satpìnatz” del titolo - il brano che aveva creato Gillespie dieci anni prima alla Minton’s Playhouse di New York, dove i cinque si venivano consacrando nel be-bop. Il trionfo del “Maggio” a Pastena, festa dendrica e sacrificale, del bovino in sostituzione dell’umano, e del divino, col Cristo disceso dalla Croce. O il Sant’Arcangelo Michele a Vallearsa, festa di battaglie e di vittorie la domenica dopo. I fuochi d’artificio a Campodimele.
La scena è la Ciociaria, che De Luca prolunga fino a Terracina, che Weber, ricorda, ha immortalato all’opera, “Fra Diavolo ou l’Hôtellerie de Terracine”, e anzi fino a Gaeta. Ma non quella da sagra, anche se un po’ di Nino Manfredi c’è nella prosa di De Luca, di umorismo freddo. Dello scemo del paese, il “cannoniere” che se le fece tutte in Russia, abbiamo già detto, narratore epico di se stesso, ripetitivo – l’epica dev’essere ripetitiva, non ci si pensa, sempre uguale a se stessa. In “Ciammotte” fa capolino nella valle Giulia Gonzaga, la bellezza del primo Cinquecento, contessa Colonna di Fondi, che innamorò da Ariosto fino a Croce, oltre che Valdès, l’eretico. Non molto si più.   
Scene di vita ordinaria, insomma, anzi il triviale del banale. Racconti poveri. Ma volutamente poveri, con un che di sfida: non al vissuto, alla narrazione stessa. Pretesti lievi all’uzzolo della narrazione. Un filo narrativo sottile aleggia, anche a godimento del lettore, in qualche modo esplicito cioè, ma che De Luca non chiarisce, anzi lascia sospeso. Al modo musicale di “Saltpìnatz”, del be-bop – o a quello classico della “folia”, delle variazioni libere che oscurano il tema. Non proprio una sfida, all’autore non conviene. Prove, piuttosto, esercitazioni. Una promessa implicita. Se la sua piccola umanità lascia “a una ventura immaginata, stantia e muffita, e più che altro ferma”. Pausa. “Tendente grossomodo all’infinito”. Nell’attesa, il “piacere del testo”. Il più infatti resta da dire.
Leggiamo infatti con sorpresa crescente. Un fenomenismo spontaneo. Le parole come materia. La narrazione fratta nel flusso di coscienza, l’artificio massimo del narratore che si confonde con le sue creature. Agrammaticale come è ogni sensazione e memoria, per lampi. Anacoluti. Metonimie. La parte per il tutto. L’attributo frequente, connotativo. Senza sforzo, non apparente, solo una felicità inventiva, come spontanea – l’ordito, di mestiere e applicazione, non si mostra. Per il lettore una sorpresa, ma anche uno stimolo: una sollecitazione all’esercizio della mente, contro l’alzheimer cui il Millennio lo sta avvezzando.
Con le sue smilze ultime proposte, “Caro Dio” due anni fa  e questo “Grognardo”, De Luca si vuole un scrittore avulso dal secolo, dal Millennio globalizzato. I suoi lari, quelli che richiama, sono Belli e Zanazzo, la satira romanesca. La trama è, non inconsciamente, gaddiana, con derive in Pizzuto. Che non vuole dire nulla per il lettore, è solo godimento, ma per lo scrittore sì. Ne moltiplicano le radici. Filologiche, derivate dagli studi. E generazionali, le letture di formazione riconducendosi al secondo Novecento. Senza il nulla, esistenziale o metafisico, che s’indovina sotto l’Ingegnere, e lo stesso operosissimo Pizzuto - De Luca non “erige le parole tra sé e il vuoto”, l’anamnesi corrente di Gadda.
Le radici fanno la differenza. È il senso kierkegaardiano del vuoto (nulla) che le parole riempiono e insieme esibiscono. La parola corre libera, quasi inseguita più che elaborata dal parlatore, attorno a un “possesso impossibile”. Che è più di un ossimoro: è una condizione, a volte dolorosa – in Gadda per esempio. De Luca la riempie modestamente, della familiarità, le amicizie, la convivialità, lo stesso odiosamato folklore paesano. Affettuosamente ironico, quindi, e non sarcastico, ma ridendone poi al modo di Gadda. Nella pirotecnia di rinvenimenti e neoformazioni. Per il piacere verbale, del sonoro della parola oltre che del significato. Per il gusto del barocco in similoro – dell’accrescitivo, dell’ornato. Nella narrazione tangenziale, per punti di vista che sono punti di fuga, digressivi e anamorfici. Per le invenzioni, lessicali, grammaticali. Che nell’Ingegnere si legano al barocco placcato dell’amato Manzoni del romanzo, finto Seicento, in De Luca all’anarchia-cornucopia verbale e grammaticale. All’abbondanza – la feracità di cui Campodimele pur nell’indigenza è fattoria, magazzino e trovarobato. Alla “tradizione sperimentale” anche.
Una scrittura scandita da molte letture, da Ingrao poeta all’inevitabile Edgar Lee Masters dei funerali - ma in originale. O a Byron, “Il giaurro, frammenti di novella turca”, 1818, tradotto da Pellegrino Rossi, il carrarino dalle mille vite che avrebbe salvato l’Italia col suo progetto di federazione, italiana ed europea, ma fu sacrificato trent’anni dopo, a coltellate, alla Repubblica Romana - e\o al Piemonte. Scampoli di grandi mondi, di riverenze miste al sorriso. Racconti di note - come Gadda ambiva - con molte finestre: rimandi, aperture, fughe. Mistilingue, nella migliore tradizione del Novecento - Gadda di nuovo. Che il Millennio globale trascura – per un globalismo  uniforme, che cancella la diversità, il molteplice, l’esotico dei più (appiattisce e non sbalza)? Le  parole come ossessione, come è stato detto di Pizzuto. Ma una lingua di suoni e colori, vibrante di sensi. Non giornalistica come usa, insomma, né anestetizzata dalla regola, la scrittura delle scuole di scrittura. E non selvaggia da “franco narratore” come usava dire. Anzi colta, perfino dotta. Di stilemi non solo, anche di riferimenti, a ogni passo: il tuziorismo, Fillide, la romana Carístia, o Cara Cognatio, festa della famiglia…
Una scrittura preziosa. È la deriva dell’inedito, oltre che la tentazione del linguista – dello scrittore di scritture: tanto vale scrivere per il godimento proprio, e degli happy few. Potendo peraltro fruire di un fondo linguistico straordinario. Di capacità verbale sconfinata: inventiva e radicata, sapiente e sapida. La tentazione dello sperimentalista è di approssimare l’indicibile. Di sfida a se stesso prima che al lettore, ma facendo luce nella giungla dell’inesplorato. La lingua non è una giungla, è anzi lineare, di parole allineate, che però si possono variamente combinare, anche forzandole fuori dall’orinario: allungare, restringere, piallare, sbalzare. De Luca ne ha il genio. Ha quello che i romani chiamavano stilum, la punta che incideva le tavolette: la costruzione snoda e annoda come geroglifico. A puntasecca.
De Luca comincia in queste prove dove Pizzuto, e forse già Gadda, avevano finito: nell’asintassi e l’agrammatica. Nell’eloquio paffuto, grasso, iperbolico dell’Ingegnere, nelle sue architetture a volute piuttosto che geometriche, e nel racconto di note, digressivo. Con Pizzuto si entra nella tebaide della stilistica: l’anacoluto tipico del parlato, che procede più volentieri per asindeto. E altre figure classificate, anche se di uso non impervio alla lettura, da letterato di formazione: la metonimia, la sineddoche, l’interiezione apocopata, più spesso locale - corretta volentieri, munendola di senso specifico intraducibile, in idiotismo: le note sono un racconto a parte. Molte anastrofi. Ma l’elenco sarebbe lungo, il lettore può apprezzarne il risultato senza rifarsi ai codici. Il procedimento preferito è l’ipotiposi. Con protesi instancabili. De Luca è – non si vuole ma è – un narratore diverso, lontano dal corrente, la rara avis. Pur volendosi semplice: un narratore di cui la lingua è il trickster, l’innesco e la materia, e insieme anche l’estraniazione, qui nella forma dell’ironia, gentile.
Con Gadda si direbbe un’immedesimazione: nelle tematiche trite, una sfida al plot, e nella libertà lessicale. Di una neo lingua continuamente reinventata, e felice - “spontanea” e non artificiosa. La prosa è a ogni rigo di strafottenza gaddiana: accrescitiva, moltiplicativa, decostruttiva.  A Pizzuto accostandosi per quest’ultimo aspetto, la decostruzione quasi di programma, ai limiti del linguaggio stesso, la significanza disperdendo e moltiplicando nei gorghi nell’asintassi. Mimando il parlato, ma è un’apparenza: la costruzione è forte. Un arroccamento che si può prendere dal basso. Come se De Luca volesse dire, come buona metà del secondo Novecento: finora abbiamo parlato col vernacolo toscano, ora scriviamo con tutti i vernacoli. Ma è di derivazione filologica. Corretta, molto, prima dell’illeggibilità. La sua lingua è pur sempre un italiano e non un vernacolo, nemmeno un dialetto: è un altro italiano, più aperto e ricco. Nel vocabolario e nella grammatica, anche nella sintassi.
Fu lo scrittore siciliano promosso a questore che meglio mise a frutto la “rivoluzione della lingua” del Gruppo 63 che si è appena finito di celebrare – più che gli scrittori del Gruppo: Balestrini, Celati, Lombardi, Guglielmi, lo stesso Arbasino che ne era stato il profeta. L’imperativo di mezzo secolo fa è più che mai attuale. Ma i riferimenti si propongono a orientamento del lettore, l’esito è tutto De Luca e tutto nuovo. Non calchi o pastiches, di cui si dilettava l’Ingegnere e, a suo modo, anche il Questore, non prose dissolventi. Ma un verbalismo frenetico, quasi incontinente, più ambizioso dei referenti. Esercitandosi su storie, memorie e persone labili fino al rischio appiattimento - cancellazione, anonimato. La narrazione è della lingua stessa. Coerente come deve essere ogni lingua, ma sconfinata: una narrazione oltre i confini. In senso proprio: dal vernacolo a Lee Masters, dal dantesco al manzoniano, al mistilinguismo, al be-bop (sincopato, tematico). Una scrittura da glottologo, ma movimentata. Una pantomima verbale, un Dario Fo prima maniera, senza l’enfasi – ripetitiva, retorica.
Detto tutto quello che è da dire dell’Autore, le storie ci sono. La festa degli Zagarella nel racconto dei tagni, “La frittata”, è quasi balzacchiana. “Ciammotte” è un esito invidiabile per tutta la scienza  redazionale del best-seller, che vi si cimenta leoninamente ma senza effetti apprezzabili. Detto anche questo, i personaggi e le storie di De Luca restano le parole. Da degustare più che da sfogliare, un surplace proponendo più che una corsa al finale.
Emanuele De Luca, Grognardo li Taverni e gl’altri conti da Campodimele, Quattropassi libri, pp.146, ill., cd musicale, s.i.p.

giovedì 23 febbraio 2017

Problemi di base democratici - 315

spock

Si chiama Bersani, risponde D’Alema?

Ipse dixit, D’Alema l’ulema?

Con tre voti ha perso 19 deputati: i voti di D’Alema si pesano e non si contano

Emiliano a Bari, D ‘Alema a Gallipoli, si scinderà anche la Puglia?

Mi si nota di più se faccio un partitino piccolo, genere Alfano?

Meglio soli che accompagnati?

D’Alema se ne ‘gghiuto e soli ci ha lasciati?

Meglio Di Maio che Renzi?

spock@antiit.eu

Eco vede nero

Pensieroso e triste, più che faceto, anzi allegro. Preoccupato, di un umorismo amaro più che lieto, è Eco in questo volume da lui ordinato poco prima della morte. La satira è ancora sulfurea, del tweet per esempio, il mezzo preferito da Renzi a Trump, dalla politica 2.0 (4.0?). Ma il tono è rassegnato, da remi in barca: la prima parte della raccolta, come lo stesso Eco l’ha ordinata, è densissima di moralità. Se ne resta accasciati. Un titolo sconnesso per cronache di un’epoca sconnessa – o non iperconnessa? Eco poi la chiama “liquida”, come Baumann – “Cronache di una società liquida” pone a sottotitolo.  Sotto la cappa della sindrome del complotto. 
Apre il volumone con un “A passo di gambero”, di nuovo, dopo che ne aveva già fatto un titolo a parte. Sulla regressione che sarebbe il segno dell’epoca, e non quello che si vorrebbe, di una rivoluzione. Seguono altre vituperazioni, specie dell’informazione. Ben prima della psicosi delle fake news, quindi non senza fondamento, e anzi con preveggenza. Ma senza respiro. Le “bustine di Minerva” quindicinali sull’“Espresso”, le ultime, quelle del Millennio, Eco ha riordinato per capitoli tematici. Il tema più insistito è la comunicazione: i mezzi di comunicazione di massa, e quindi soprattutto internet. Un inferno.
Poi gli passa, il passo torna ilare come al solito. Sornione, amichevole - “La scomparsa della morte”. “Il diritto alla felicità”, l’abbandono del presepe, perfino il politicamente corretto (“Boccaccia mia statte zitta…”). Ricco sempre di riferimenti, postmoderno nato - a suo modo iperconnesso... -, in ogni campo dello scibile e di vario orientamento. Seppure con qualche cliché: la sinistra è beatifica, basta la parola, il velo è della Madonna e le pie donne, non un sigillo maschilista e un possesso, e come faranno i nipoti a riconoscere una mucca o una gallina? Né manca lestenuante capitolo anti-Berlsuconi - davvero cè chi se ne diletta? Bush jr. vuole dislessico, per dire cretino - uno che ha fatto politica per quaranta anni - e lo dice con le fake news che depreca.... Difende perfino la Nigeria dagli assalti del capitalismo: la Nigeria, che ne è la quintessenza? Effetti del malumore?
Ma il primo scatto, che Eco ha voluto in apertura, è reazionario, e come è possibile? La visione – l’argomentazione – è reazionaria sulle innovazioni. Su privacy, wikileaks, tweet, i social, tutta la rete, più o meno, ha da ridire perfino sui sistemi di scrittura, e su demografia, lavoro, pensioni, immigrati. Perché il mondo va “a passo di gambero” - “va n’arreri”, diceva Domenico Tempio poeta siciliano equivoco, con non sottile allusione.  
Un Eco saturnino. Motivi non gliene mancano. La feroce piramide generazionale e sociale a danno dei più. Dell’economia di mercato: “Al tempo dell’economia feudale si rubava a ricchi per dare ai poveri, mentre dopo l’avvento dell’economia di mercato si ruba ai poveri per dare ai ricchi”. Dell’invecchiamento e le pensioni: che invece che per cinque o dieci ani si beneficiano per trenta a passa anni,mentre al contempo i giovani, che dovrebbero finanziarle col lavoro non lavorano, e gli investitori a questo punto non sottoscrivono le relative obbligazioni, ancorché ben remunerati, e “bisogna calcolare che, se i giovani non trovano lavoro, debbono pur vivere finanziati dai padri o dagli avi pensionati”. Ma i motivi mancano mai?
Ossessivo è quello del “passo del gambero”, delle magnifiche sorti e progressive che invece sono regressive. L’assalto alla privacy via privacy, o protezione della stessa. Wikileaks colossale malinteso della democrazia e del diritto all’informazione, per l’ovvio principio che la selezione è sempre selettiva. La stupidità invadente online. La rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale ne è il sigillo, la tipica argomentazione reazionaria. L’ignoranza nella comunicazione di massa ne è un altro. La scuola è fenomenale, la scuola pubblica, ma l’ignoranza si moltiplica esponenzialmente, tra analfabetismo di ritorno, disattenzione, confusione, capacità critica azzerata, di comprensione, di ragionamento, programmi e istituzioni scolastiche senza bussola. E insomma, dove andremo a finire? Poi no, la accolta si riempie delle bonarie riflessioni con cui Eco ha costellato la sua attività di studioso.
Il metodo è la piccola antropologia della vita quotidiana , il genere delle “mitologie” che Roland Barthes inaugurò nel 1957 e Eco si è portato dietro tutta la vita. Con l’ossessione, certo, in agguato: non è possibile argomentare 51 modi di essere l’anno, tanti quanto sono i numeri dell’“Espresso”, poi dimezzati a 25, uno ogni due numeri, ma sempre impegnativi, e uscirne indenni. Eco ci riesce,  ma da ultimo vedeva nero.
Umberto Eco, Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, pp. 469 € 12