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lunedì 24 settembre 2018

Ombre - 433


In Libia “gli Usa tornano in gioco, l’idea di un corpo d’élite (con gli ex gheddafiani)”. Follia non è, cioè sì.

C’era una volta l’antiamericanismo professo, che criticava gli Usa in quanto difendevano la libertà. Non ce n’è invece per le tante sciocchezze, dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia, alla Siria, e ora alla Palestina e di nuovo alla Libia cin cui ci coinvolgono.

Reddito di cittadinanza sì, assolutamente. Ma solo agli italiani con quattro quarti. Ultrasettantenni. Se non hanno altri redditi.

La Ue, l’Ocse, la Bce, il Fmi riducono le previsioni di crescita dell’economia in Italia nel 2018, dall’1,5 all’1,3-1,2. L’Istat invece migliora la previsione, dall’1,5 all’1,6. Il patriottismo non è morto.

“La Repubblica” scova uno che ha pagato i debiti con lo Stato. Benché fossero della società che andava ad acquisire, che poteva non pagare, e non suoi. Benché non fossero soldi rubati. È Lotito, il presidente della Lazio. Di cui tutti ridono, e ora si capisce perché. I debiti con lo Stato si possono non pagare, anche se sono soldi rubati allo Stato.

La Repubblica, prima o seconda, era migliore, infinitamente, anche nei suoi personaggi ridicoli. A petto del comico Grillo di professione. Sono genovesi come Grillo i giudici che consentono alla Lega di pagare il furto di 49 milioni alle casse dello Stato come un modesto interesse annuale.

“Dal crollo degli sbarchi risparmi per 2 miliardi l’anno” – “la Repubblica”. Allora ha ragione Salvini?

“Investire quella somma in integrazione”, consiglia l’esperto. Cioè a beneficio dell’industria dell’accoglienza. Per hot spot  - sportelli in Africa – no, reclutamenti e trasferimenti umani.

Un lettore scrive a Cazzullo a favore del riposo domenicale. Se la domenica, dice, è pagata al commesso solo 14 euro (di straordinario festivo, si suppone), meglio fare un figlio, provarci, siamo in crisi demografica. Cazzullo non è d’accordo: “E poi come li si mantengono i figli concepiti nelle domeniche?”, obietta. Mancando i 14 euro cioè – a parte il toscaneggiare?

Un imprenditore americano escluso dalla graduatoria per gli appalti pubblici riservata alle minoranze ha fatto ricorso specificando che il suo Dna lo attesta solo al 90 per cento bianco, ma per il 6 per cento pellerossa e il 4 per cento “africano a Sud del Sahara” – la parola “nero” è proibita in America. Il bianco non conta nulla?

Apple paga senza battere ciglio 14,3 miliardi di euro di tasse arretrate all’Irlanda, su ingiunzione del’Antitrust europeo. E la Borsa la premia. L’Antitrust è stato di mano leggera?

“Tria non rischia, ma sia più elastico su deficit e pil”. L’arte di governo targata Di Maio non poteva smentirsi: niente cultura naturalmente, ma niente senso politico. Minacciare un ministro. Del suo governo. Il ministro che bene o male lui ha designato, e che bene male lo rappresenta. Barbarie? No, la barbarie è parte della civiltà, qui è l’assurdo.  

Olimpiade invernale: Torino si sfila, dopo essersi ricandidata. Senza nessuna ragione: Cioè: se si escludono gli appalti, che la giunta 5 Stelle di Torino non avrebbe controllato.
Sala invece e Zaja d’accordo perché il Coni garantisce gli appalti targati Pd e Lega?

Roma ha estremo bisogno di interventi su strade,marciapiedi, segnaletica, etc. Ma in un anno ha speso un terzo appena dei 150 milioni disponibili. I 5 Stelle della sindaca Raggi controllano rigorosi  gli appalti, gli appaltatori stanno ancora cercando i canali giusti.

Un lussemburghese socialista, Asselborn, e uno democristiano, Juncker, giudicheranno a Bruxelles Salvini di fascismo. I due partiti uniti nella lotta per fargli vincere anche le europee, farle vincere a Salvini?

Il problema non è se Asselborn ha ingiuriato Salvini, il problema è se alla riunione informale di Vienna sull’immigrazione erano ammesse o no le registrazioni degli interventi. Asselborn dice che non erano ammesse – e quindi lui poteva ingiuriare Salvini? Gli organizzatori, austriaci, dicono che non sanno. Ogni tanto la Ue è anche tragicomica. Per fortuna sul nulla, almeno per ora.

La dialettica politica si voleva svanita in Europa e invece eccola qui. Cambiato i governo, il socialista Moscovici a Bruxelles ci trova tanti difetti, compresi alcuni “piccoli Mussolini”. Quando al governo erano i suoi compagni di Partito, Renzi e Padoan, solo lodi, anche se il debito aumentava, in termini assoluti e più ancora in rapporto al pil.
Allora criticava l’Italia – di Renzi e Padoan – il vice-presidente Dombrovkis, democristiano.

Di Maio cambia l’ad di FS, ne nomina no di sua fiducia, e gli ammolla Irisbus di Avellino, che con Fs non ci azzecca nulla. E l’Alitalia, idem. Per fargli un favore?
È chiaro che Di Maio vuole impegnare Fs, che comincia a fare soldi, nei salvataggi. Farne un nuovo Egam. È una novità? Ma perché affondare Fs?

Lo steso fa Toninelli ai Trasporti. Dove disincaglia Anas da Fs - effettivamente le due strutture non hanno nulla in Comune. Ma lo fa per affidare di nuovo all’Anas strade statali e autostrade. Toninelli ricentralizza: dov’è la novità?

Chi si ricorda della Brexit qualche estate fa, a chi interessa? Suscitò un terremoto, la Borsa di Milano perse il giorno dopo il 13 per cento, record europeo. Bisogna diffidare delle Borse, e dei “terremoti”.

Neo realismo a Tokyo


Un film neo realista. Lungo. A colori. In Giappone. Siamo nel 2018, ma di fatto in un mondo senza tempo – anche l’abbigliamento è atemporale. Non fosse per le facce uno si penserebbe in un film di Rossellini-De Sica-Zavattini, in una favola della povertà – e si spiegherebbe il premio a Cannes, la Francia ancora ci invidia il neo realismo.
Per il regista Kore’eda è il quarto volet di una ricerca sulla famiglia, cui ha già dedicato tre film, di cui uno proiettato anche in Italia, “Ritratto di famiglia con tempesta” – gli altri due sono “Little Sister” e “Father and Son”. La famiglia è dunque il suo campo narrativo. Qui una famiglia di taccheggiatori (“Shoplifters” è il titolo americano, “Un affare di famiglia” per il pubblico europeo), con momenti caldi e umani, come in tutte le famiglie. Ci sono anche i bambini, lo sguardo innocente sulle piccole brutture quotidiane.
Hirokazu Kore’eda, Un affare di famiglia

domenica 23 settembre 2018

Appalti, fisco, abusi (128)


Se uno stabile è occupato illegalmente, da zingari, senzatetto, centri sociali, individui isolati, nessuno è tenuto  pagare i danni alla proprietà. Non gli occupanti, né lo Stato, che in  teoria protegge la proprietà, i diritti di proprietà, per mancata protezione. È la sentenza del Tar del lazio – su una vertenza vecchia peraltro di 14 anni. Singolare la motivazione: ripristinando l’agibilità dello stabile, la proprietà potrà negoziarlo a valori di mercato.

Sky toglie alcune partite di rango dal pacchetto calcio proposto ai nuovi abbonati appena prima dell’estate? Non c’è rimedio possibile, l’Agcom non ha nulla da dire.

Per qualsiasi credito da versare in banca, liquidazioni, polizze, contributi, e quant’altro, l’accreditante dovrà prima ricevere dalla banca su cui fare il bonifico “attestazione di avvenuta adeguata verifica”. La impone la Banca d’Italia, nel quadro delle nuove misure antiriciclaggio. L’attestazione si compone delle generalità del correntista, data e luogo di nascita,e dagli estremi di un documento, assortite da cinque fogli di specifiche e minacce. È l’estensione dei “documenda” quando ci fermano in strada per il “controllo del territorio”.
Si dice che lo impone la Ue. Ma in Germania non è così.

Sono molti gli impegni imposti dalla Banca d’Italia alle banche per l’antiriciclaggio, dopo quelle sulla privacy. Che implicano un costo per la banca e l’utente, in termini di tempo\lavoro, nonché per l’ambiente, e nessun beneficio per l’antiriciclaggio, o la privacy. Traducendosi per ogni minimo atto in mezze dozzine di pagine e firme a nessun effetto – se non il consumo di carta, e il costo dell’immagazzinamento. La Banca d’Italia come una delle tante Autorità pletoriche e inutili?


La giornata che sconfisse il sovietismo

È “una giornata quasi felice”, quella di Ivan Denisovič. Si chiude così il racconto di ventiquattro ore di obbrobrii quotidiani, minuto per minuto, gesto per gesto, strategia per strategia, di sopravvivenza, che nel 1962 rivelarono e documentarono la vita quotidiana nei campi di lavoro forzato di Stalin in Siberia, i gulag. Ai quali si veniva confinati fino al 1949 a dieci anni, poi a venticinque. Senza colpe specifiche, per la disciplina. Šuchow, Ivan Denisovic, è condannato per essere evaso dalla prigionia tedesca: accusato per questo di essersi arreso senza combattere, e sospettato di essere diventato una spia. È, o sa fare, il bravo muratore, ha elaborato tecniche personalissime per un migliore digestione della sbobba quotidiana, anche per sgraffignare una doppia porzione, e per paludarsi contro il gelo sfuggendo ai controlli delle guardie sull’abbigliamento di ordinanza, e tra queste mille astuzie il lager-gulag non gli pesa, e non pesa al lettore.

Solženycin, che l’esperienza di Ivan ha vissuto personalmente, non ne fa un atto di accusa. Cioè, l’accusa è implicita, nel fatto stesso che ci fossero campi e condanne di questo tipo. Quello che scrive è il mondo senza il sovietismo: come un prigioniero, innocente, isolato in un inferno di ghiaccio, mantenga umanità e dignità critica, seppure limitata alla sopravvivenza. È così che il racconto resta tuttora vivace, e quasi ilare. Una sorta di racconto di avventure. Anche senza la vergogna sovietica.

Nel 2006 il racconto è stato rivisto e integrato dallo stesso Solženycin. Senza i compromessi cui era addivenuto con la censura nel 1962 – il racconto, pronto nel 1960, subì due anni di trattative. La riedizione ricomprende anche, ritradotti, i due racconti che ne accompagnavano la prima edizione, ora intitolati “La casa di Matrëna” e “Accadde alla stazione di Cocetovka”. A cura e con la traduzione di Ornella Discacciati. Più cruda e più realista – meno lombardista – ma anche quella di Raffaello Uboldi a caldo, nel 1963, un anno dopo l’uscita su “Novyi Mir”, era agghiacciante.

La vecchia edizione si avvaleva di un’introduzione - anonima ma dello stesso Strada (traduttore del secondo racconto, il terzo era tradotto da Clara Coisson) - nella quale si cita a lungo Vittorio Strada come interprete critico di Solženicyn alla prima pubblicazione.  Strada ne avverte subito la sostanza e il peso – Solženycin sarà Nobel nel 1970 - richiamando Remizov e Platonov.
Il richiamo a Platonov – lo scrittore di cui Discacciati è specialista – Strada culmina dichiarando questa prima opera di Solženycin  “una delle più schiette opere socialiste della letteratura sovietica”. Ma è difficile che ci sia una “letteratura sovietica”, se non come arco temporale, a parte le macerie. “Una giornata” ne è la negazione più radicale, di una vita, una vita umana, che si svolge al di sotto e al di fuori del sovietismo. Dei regolamenti cioè e della frusta, la negazione di ogni poesia.

Aleksandr Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovic, Einaudi, pp. 290 € 20


sabato 22 settembre 2018

Problemi di base - 447

spock


La parola più cliccata su google è ipocondria: da parte degli ipocondriaci?

È la Mercedes meglio della Ferrari, o Hamiton di Vettel?

Ora che ci sono gli stupri non ci sono più femminicidi?

E in che percentuale bisogna essere neri per essere neri?

Non c’è un’autorità che regola le informazioni, come mai dicono tutti sempre la stessa cosa?

È l’informazione conformista?

Come si vede di più, andando o stando?

spock@antiit.eu

La civiltà dell'immagine è la civiltà del falso


La fotografia ha “tradito la missione cui doveva dedicarsi”. Di più: la fotografia è vedere il falso. La proposta cioè di un falso. Il fotografo vede il vero ma rappresenta-fotografa una sua idea, e quindi rappresenta il falso. Chi, dove? Gli esempi sono ormai noti, “Il miliziano” di Robert Capa, la “Bandiera a Iwo Jima” di Joe Rosenthal, la “Napalm Girl” di Nick Ut – e la fame in Africa, i bambini denutriti, malati, abbandonati? tutta roba di Madison Avenue, la centrale della pubblicità, e poi di Hollywood, di docufilm di studio, ma pur sempre favoriti, stimolati, dall’immagine.
Sono “verità” anche sopravvalutate. Si fa finire – perdere – la guerra Americana al Vietnam con la “Napalm Girl” l’8 giugno 1972. Ma la guerra era stata già perduta dagli Usa, nell’opinione americana e secondo l’arte militare, già quattro anni prima, il 16 marzo 1968, col massacro di My Lai. Quando un plotone americano, al comando di un sottotenente di 25 anni più inetto che cattivo, sterminò 347 persone inermi – era la coda dell’offensiva del Tet, la pazzesca battaglia scatenata dal generale vietnamita Giap, che così vinse la guerra pur perdendo la battaglia.
Ma a Zoja questo non interessa. Segue il percorso come l’immagine si impone a verità, e ne scova sottintesi, precedenti, derive. Una trattazione agile, benché impervia, con riferimenti estetici, religiosi, espistemologici, psicologici.  Su un fondo di iconoclastia, l’avversione per le immagini, fisse o in moto che siano: l’immagine come una profanazione dell’umano. Giusto l’interdetto di Claude Lanzmann sulle immagini della Shoah, e le immagini in genere di orrori. Di Lanzamnn regista di molti film, anche dell’Olocausto.
La fotografia come specchio di verità era lascito positivista, l’espressione propria di un secolo Excelsior, presuntuoso più che bugiardo - ma non solo la fotografia, bisogna aggiungere, la fine della storia non era allora vicina. Il lampo di luce che fa la fotografia ne fa anche la mobilità, parzialità, irrealtà. Di cui è summa, spiega lo psicoanalista, l’immagine fissa, quella fotografica.
Con chi ce l’ha lo psiocoanalista? Non con chi crede alla fotografia – credere è un atto, una scelta. Con chi la - o se la - presenta come prova di verità. Si sono fatti processi sulla foto di My Lai. Era già detto in Barthes. O in Susan Sontag: “Possedere il mondo sotto forma di immagini significa, esattamente, risperimentare l’irrealtà e la lontananza del reale”.
Un’altra immagine dell’immagine è tuttavia possibile. Ernst Jünger, il narratore della guerra, e della nuova condizione umana, del guerriero diventato lavoratore, curò attorno al 1930 ben cinque volumi di fotografie. Colpito dalla capacità dell’obiettivo di cogliere le “espressioni” degli uomini e delle cose. In contesto e fuori, ma sempre in un momento metamorfico, capace di documentarlo. Nel quadro della sua traccia caratterizzante,della modernità egualizzatrice (uniformante), per i singoli e per la società. “La vita moderna produce immagini caratterizzate da una sempre maggiore geometria… Una disciplina automatica cui sono sottoposti sia l’essere umano sia I suoi strumenti”. In un breve saggio confluito nel catalogo della mostra fotografica “La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Jünger” nel 2007 a Brera, mette in guardia sul “nuovo primitivismo” della civiltà delle immagini, e sulla sua violenza “tecnica”, connaturata al mezzo. Nel quadro del suo tema più noto, la non verginità del mezzo: “La tecnica possiede il senso di un mezzo esistenziale in confronto al quale la differenza delle opinioni non ha che un ruolo subordinato”. Non si tratta di verità ma di realtà effettuali.
Jünger è autore problematico, ma la sua lettura è quella di tutti, senza colpe, nemmeno veniali – siamo nella civiltà dell’immagine per qualche motivo. Il suo è solo il primo ripensamento del linguaggio delle immagini, che sarebbe stato successivamente fertile, tra gli altri con Benjamin, Barthes, Sontag – la quale spesso cita Jünger.
L’intuizione jüngeriana della diabolicità del mezzo è più che suggestiva. Nel suo breve testo della mostra milanese esemplifica questa conclusione con “La corazzata Potëmkin” e, con qualche riserva per le alcune parti “sterili” del film, con “Metropolis”. Posteriormente avrebbe trovato lo stesso linguaggio violento (manipolativo, impositivo) in “Arancia meccanica”, in “Odissea “2001”. Ma non ci sono romanzi o racconti altrettanto evocativi delle tre epoche o mondi. Anche storici, storicamente “esatti”. L’immagine che crea il mondo resta ipotesi dubbia. Ma se Jünger avesse pubblicato libri illustrati dopo il 1933 forse avrebbe trovati altri esempi: quanta Leni Riefenstahl è Hitler, e quanto Hitler è Riefenstahl, giovinezza, forza, bellezza?
Luigi Zoja, Vedere il vero e il falso, Einaudi, pp. 125 € 12

venerdì 21 settembre 2018

Letture - 359

letterautore


Amore – “La più elitistica delle passioni” lo dice Brodskij (“Fuga da Bisanzio”, 102). Ma per un motivo: “Perché occupa più spazio nella mente che nel corpo”.

Antifemminismo – In letteratura  spesso, curiosamente, femminista. Opera di scrittori curiosi e  studiosi dell’animo e la condizione femminili, senza pregiudizio, costruendone di convincenti, e appassionanti: non solo Leopardi e Kierkegaard, o Pavese, ma anche Flaubert, e lo stesso Tolstòj, malgrado il lungo matrimonio e i tanti figli.  

Berlusconi – Quaranta e passa anni di Berlusconi in tv – il mobiliere Aiazzone – e venticinque in politica, e il correttore google non ha imparato a declinarlo: lo scrive Berlsuconi e non Berlusconi. 
Un premio Resistenza? Vuole impedire di scriverne?

Civiltà - “Le civiltà si muovono seguendo i meridiani, i nomadi seguendo le latitudini” – Iosif Brodskij, “Fuga da Bisanzio”.

Collezionista – È il Kaspar Utz del romanzo omonimo di Bruce Chatwin, il quale aveva fatto una modesta carriera da Sotheby’s prima di debuttare scrittore.
Harold Acton ne fa la rapida classificazione basandosi sulla sua esperienza di una vita a Firenze, col padre Arthur a Villa La Pietra, e su quella di grandi collezionisti, come i Sitwell, Osbert e suo padre George. Nel Prologo alla sua raccolta di racconti anglo fiorentini “Fin de race” così ne tratteggia la figura: “Allora”, fine Ottocento, primo Novecento, “Firenze pullulava di collezionisti stranieri che nella maggioranza, ossessionati dalla loro eterna caccia al tesoro, si disinteressavano della vita di tutti i giorni. Era quella una fame struggente del dipinto, della scultura o del cassone che aveva colpito o infiammato la loro fantasia”. Ce n’era che non avevano i mezzi, ma sacrificavano tutto: “Erano totalmente posseduti dagli oggetti che possedevano”.

Dialetto – Sostanzia la lingua. Nell’uso surrettizio che c’è, se ne può fare, parlando o scrivendo in lingua, in quello che Gian Luigi Beccaria dice “volgare illustre”. Lo dice a proposito di Pavese, “Il «volgare illustre» di Cesare Pavese”, che pur avendo fatto gli studi classi, quando arrivò a scrivere ebbe il bisogno di farsi un vocabolario, annotando parole e espressioni evidentemente a lui ignote o non familiari. “Il dialetto è nobilitato senza abbassare la lingua”, nota Beccaria di questo particolare uso: “Più che abbassamento della lingua al dialetto o innalzamento del dialetto alla lingua, si tratta di un’allusione al dialetto da parte della lingua”. Di un radicamento si potrebbe dire della lingua.

Discorso indiretto – La negazione dell’Autore. Nel mentre che si infila dappertutto. “J.S.Bach ebbe una grande fortuna”, I. Brodskij fa dire a Auden in conversazione (“Fuga daBisanzio”, 113): “Quando voleva lodare il Signore scriveva un corale o una cantata, rivolgendosi all’Onnipotente senza intermediari, a tu per tu. Oggi, se un poeta vuol fare la stessa cosa, deve ricorrere al discorso indiretto”. Rispettoso forse, corretto, come una dichiarazione preventiva di fallibilità da parte dell’Autore, ma quanto inutile. E faticoso.

Gioconda – “Opera pop, madre naturale di Chiara Ferragni”,Vittorio Sgarbi. Anche in questo Leonardo precursore? O è che il Louvre non ha nulla di meglio da vendere, di meglio di un Leonardo?

Moravia – Alla galleria fotografica in memoria di Inge Feltrinelli il”Corriere della sera” allinea queste didascalie: con la giornalista Camilla Cederna, con gli scrittori Amos Oz, Daniel Pennac , Jonathan Coe, con Giangiacomo e il figlio Carlo, con il premio Nobel Günther Grass, con lo scrittore romano Alberto Moravia.

Renoir – “Pletorico pittore” lo vuole Harold Acton, “esteta” e collezionista d’arte (nel racconto “Fin de race”), “di aragostacee bagnanti”.

Roma – È di Belli, Pascarella, Trilussa, Petrolini, Proietti, ma più e meglio – più “profonda”, varia, complessa, rimarchevole – di non romani: Gadda, Pasolini, Fellini, nonché degli scrittori immigrati con l’unità dopo Porta Pia: Chelli, Dossi, lo stesso D’Annunzio. Roma è dei non romani.

Sette – Enrico Malato introduce la sua riedizione critica della “Divina Commedia” per i settecento anni della morte di Dante nel 2012 con l’importanza per il poeta del numero sette, specie in questa ricorrenza, “non un centenario come gli altri”: “Sono 700 anni, cento volte sette, che per Dante è il numero sacro per eccellenza: 7 furono i giorni della creazione; 7 sono le virtù (4 cardinali + 3 teologali) cui corrisponde la loro negazione, nei 7 vizi capitali; settemplice, “costituito da sette elementi, è lo spirito di Dio;, da cui d erivano i 7 doni dello Spirito Santo, simbolicamente evocati nella processione mistica del paradiso terrestre, con i 7 cndelabri che lasciano altrettante scie luminose dietro di sé;  7, ancora, sono le cornici del purgatorio,  7 i cieli, 7 i sigilli dell’Apocalisse, 7 i sacramenti”. Sul 7 lo studioso vede imperniata l’intera struttura dell’opera. 
“A voler approfondire”, commenta Paolo Di Stefano presentando lo studio di Malato sul “Corriere della sera”, “le cifre del suo anno di morte, 1321, sommate, danno 7, e 21 è un suo multiplo. Ma almeno per il momento”, conclude, “va escluso che (Dante) l’abbia voluto”.
Sulla mania del 7 nella vita comune e nelle opere letterarie un repertorio lungo quattro pagine ha costruito Giuseppe Leuzzi nel romanzo “In virtù della follia”, 1992. Con l’ausilio di Elémire Zolla e altri studiosi.

Vedove – “In Russia il regime, negli anni Trenta e Quaranta sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato” – I.Brodskij, “Fuga da Bisanzio”, 93.


letterautore@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (127)


Quello del Polcevera e di Autostrade è chiaro: è un problema dei controlli, delle Autorità di controllo. Sui termini delle privatizzazioni e sulla gestione ordinaria. Nel caso del ministero dei Trasporti, con l’Anas quale agente tecnico. Autorità che lavorano invece per le concessionarie, delle quali sono, saranno o sono stati collaboratori o consulenti, anche informali, e perfino dirigenti. Questo è un fatto e non un’opinione. Anche se su questo non indaga la magistratura né le forze dell’ordine. Il piatto delle concessioni è in Italia talmente ricco che ce n’è per tutti.

Lo stesso sistema delle tariffe rende esplicito che il prezzo dei servizi, anche essenziali, quali l’acqua e la spazzatura. è una rendita. Con la divisione tra rete, pubblica, e servizio, privato o a gestione privatistica. Tra investimento, da ammortizzare a parte, e servizio, da remunerare proficuamente. In teoria per finanziare gli investimenti, di fatto a gonfiare la rendita. Non c’è rischio per i concessionari. Ma non c’è nessuna garanzia per gli utenti, né di qualità del servizio né di prezzo.

Avviene per la privatizzazione delle autostrade come è avvenuto per i treni in Gran Bretagna, la madre di tutte le privatizzazioni, disposta da Margaret Thatcher. I concessionari per decenni sfruttarono al massimo la rete esistente, senza migliorie, Fino a che il numero eccessivo di incidenti e di vittime di incidenti non le costrinse ad ammodernare la rete.

Austostrade importanti sono rimaste ai tracciati di sessant’anni fa – per la Firenze–Mare di quasi novant’anni fa – con volumi di traffico centuplicati: la Orte-Firenze, la Firenze-Mare, la Milano-Genova.

Il triolismo per finirla, col porno e non solo


Ph. Roth prova l’amore con una lesbica. Completo di triolismo. Con corredo di abusi paterni sulla figlioletta – l’amore con la lesbica ne è un’estensione, una sorta di figlioccia, vista nascere e allattare, figlia di amici di gioventù.
Un racconto in tre atti. “L’umiliazione” non rende bene il titolo originale, “The Humbling”, che è più attivo che passivo, un farsi piccolo. Di un attore famoso e bello colpito dal trac. Abbandonato dalla moglie e tentato dal suicidio, si ricovera in clinica psichiatrica, dove è troppo scaltro per le terapie. L’amore della lesbica segue. Ma non cambia il finale.  
Ph. Roth completa il suo racconto pornosoft delle forme contemporanee dell’erotismo, la sua cifra d’autore. Più esplicito del tentativo di Moravia qualche decennio prima, ma meno consistente: procede come un cronista giallo-rosa. Personaggi e situazioni evaporano come quelli del Prospero di Shakespeare che l’attore col trac evoca, che “si sciolgono in aria, in aria sottile”.
Nella “rothiana” questo “Umiliazione” assume anche un configurazione malinconica. È l’ultimo, o il penultimo, dei suoi racconti, prima della scelta del silenzio.
Philip Roth, L’umiliazione, Einaudi, Libraccio, p. 115 € 4,75

giovedì 20 settembre 2018

Problemi di base calcistici - 447

spock


Perché è impossibile immaginare Ronaldo espulso, per non aver commesso il fatto, negli anni del Real Madrid?

Nove minuti in più per il Valencia, per stancare la Juventus, tre rigori, uno al 96mo, per scavalcare Campbell nel Guinness?

L’arbitro Brych non è un fesso?

Mai espulso in Spagna nelle coppe un calciatore spagnolo, i portoghesi, colombiani, peruviani, argentini, brasiliani, camerunensi etc. sono correttissimi quando giocano nelle squadre spagnole, scorrettissimi quando giocano nelle squadre di altra nazionalità: la Spagna ha la ricetta della buona condotta?

È costosa?

Una partita di coppa in Spagna è come alla corrida: il nemico deve morire?


spock@antiit.eu

W le polizie - cronache dell'altro mondo


È formidabile come l’America creda alle sue polizie, Fbi, Cia e altre. Che non hanno saputo nulla dell’11 settembre, né del Russiagate. Ma intercettavano tutto il mondo. Le polizie garanti della libertà e la democrazia? In America sì.
Ora l’America si affida all’Fbi per sapere se quarant’anni fa, alla Scuola Preparatoria all’università, il giudice costituzionale Brett Kavanaugh ha molestato una fidanzatina. Il discusso giurisperito Brett Kavanaugh, nominato giudice costituzionale dal contestatissimo  Trump, non trova obiezioni alla sua nomina in Senato altro che una lettera brandita dalla senatrice Dianne Fenstein, del partito Democratico. Gliel’ha scritta un donna oggi cinquantaepiùenne che lamenta il fidanzatino di allora.
E quando si fa a meno delle polizie? Peggio. Il direttore della “New York Review of Boks”, Ian Buruma, viene licenziato per avere ospitato un articolo, peraltro leggibile online, di uno scrittore e personaggio tv canadese vittima del #metoo – accusato e licenziato in tutti gli incarichi, ma poi assolto, le accusatrici non sapendo che dire. In America è proibito difendersi.  
John Kerry, buon candidato presidenziale nel 2008, le elezioni di Obama, ebbe la corsa alle primarie stroncata  al possesso di un Suv: contraddiceva la patente ambientalista. Non la sponsorizzazione dell’iperdemocratico dagli iperricchi del Massachussetts. No, il suv - nel paese dei suv e degli ancora più monumentali pick-up.
Altri candidati presidenziali sono stati bloccati dall’improvvisa efflorescenza di prostitute o amanti. Ricercate con asutute polizie e pagate dai concorrenti, ma non questo non incide.
Quando Geraldine Ferraro nel 1983 maturò l’idea di candidarsi alla vicepresidenza degli Stati Uniti l’anno successivo in ticket col candidato democratico di sinistra Walter Mondale, subito un investigatore inviato, diceva, dal partito Democratico si presentò a Messina e sui Peloritani, per cercare tra i parenti di Geraldine un qualche mafioso. La famiglia di Geraldine risultava originaria di Marcianise, in provincia di Caserta, ma un suo parente prossimo, pare uno zio, forse materno, risultava essere o essere stato nel messinese. O così si premurava di far sapere l’investigatore subito mandato dagli Usa, anche alla “Gazzetta del Sud”, il quotidiano locale: l’amerikano non si nascondeva, e anzi si premurò di far sapere che era lì per quello.
Non ebbe da faticare, la lauta parcella anzi se la guadagnò con gaudio: tutti furono felici di raccontargli che Geraldine aveva un zio pregiudicato - una lezione per i Carabinieri, che sempre lamentano l’omertà. Che lei non ne sapesse l’esistenza non voleva dire nulla.
L’investigatore anti-Ferraro voleva “sapere” tutto, a prescindere dal fatto che lo zio ci fosse, o ci fosse una parentela riconosciuta. Aveva il compito d’indagare, disse, su tutto: sulla cartella penale ma anche sulle cartelle fiscali, su quelle mediche, se l’uomo non aveva barato con le assicurazioni o la sicurezza sociale, se aveva pagato i contributi delle sue colf e baby-sitter, etc. Costruiva con elementi sicuri un colpevole. Di cui gli sarebbe rimasto da provare – se necessario (non lo fu, il ticket Mondale-Ferraro si scontrò male col Reagan bis) - un qualche legame familiare con la vice-presidente candidata.


Meno di uno

“Fuga da Bisanzio” è uno dei saggi - non il più cospicuo - di una serie intitolata in originale “Less than one”, meno di uno. Una sorta di selfie a largo spettro che il poeta russo, espulso in America, ha voluto scrivere per ricordare la sua città, Leningrado-Pietroburgo, “Peter”, i genitori, la Russia. Brodskij è stato uno degli emigrati più cospicui dell’Unione Sovietica, espulso appena trentaduenne, nel 1972, dopo vari confini in patria, a partire dal 1963, quando un giornale ne denunciò la poesia come “pornografica e anti-sovietica”, arrestato e quindi più volte confinato per “parassitismo sociale”, insignito del Nobel pochi anni dopo, nel 1987 – la raccolta è di un anno prima. Di una generazione in Russia, nelle città, che viveva, assicura, di libri. E di ubriachezza, il non detto dell’“era poderosa” o “paradiso in terra”, del Primo Stato Socialista nella Storia della Umanità, che il sociologo e narratore Viktor Zaslavsky documentava allora in contemporanea.
Operaio a 15 anni, apprendista fresatore, all’Arsenale, la grandissima fabbrica metallurgica di Leningrado-Pietroburgo. Poi all’obitorio dell’adiacente ospedale, per diventare medico. A 14 anni aveva superato gli esami per accedere a un’accademia per sommergibilisti, ma per via del “quinto paragrafo”, la nazionalità, ne fu escluso – la quota per gli ebrei essendo stata superata. Quella di essere ebreo è una condizione di cui Brodskij risente. La prima bugia che ricorda, a sette anni, è stata, nella scheda d’iscrizione a una biblioteca, l’aver detto alla bibliotecaria che non sapeva di che nazionalità fosse.
Un ragazzo avventuroso. Di buon umore malgrado tutto:  il carcere gli ha evitato la naja, si consola, il peggio del peggio. Anche se non è una soluzione: la condanna in prigione è “mancanza di spazio controbilanciata da eccesso di tempo”. Espulso senza preavviso nel 1972 a Vienna, prima ancora degli accordi di Kissinger a Mosca per un’emigrazione regolata, sopratutto si cura nelle 48 ore successive di cercare Auden, il suo poeta eletto, che sa villeggiare in un villaggio austriaco – ma quale? Finché lo trova. Poi un anno e mezzo a Roma, dice, ma non nei saggi non ce n’è traccia – sposa anche un’italiana, Maria Sozzani, che gli premuore nel 1990. Quindi in America, nel Michigan, professore in varie università.
Una guida nostalgica a “Peter”, il nomignolo in uso tra i residenti per l’allora Leningrado, di un figlio affettuoso, riconoscente. Eletta dai versi di Puškin e Mandel’stam. Poetica e romanzesca, malgrado Dostoevskij, “Memorie del sottosuolo”. Una formidabile nostalgia, in ogni saggio. Brodskij parla a lungo di Bisanzio e dell’Oriente, nel saggio del titolo, ma anche lì “Peter” riemerge diffusamente. Col ritratto celebrativo di Mandel’štam, “voce tanto più stonata quanto più è limpida”, fuori posto, controcorrente. Che il regime non saprà come combattere, salvo farlo sparire, dalle parti della Kamchatka. E poi di W. H. Auden, suo poeta di elezione, che per una serie di casi fortuiti lo accoglierà e ne patrocinerà i primi tempi dell’esilio – l’inglese dirà di avere adottato per entrare nel mondo di Auden, “per l’intelligenza di questo poeta”. Ma anche di Anna Achmàtova, di sbieco, e frontalmente di Nadežda Mandel’štam, la moglie fragile, combattiva, e poi, ottuagenaria, vincente.
Con molte pointes: Brodskij si compiace di scandalizzare il benpensante. Ma poi si spiega. Gli elegiaci, Properzio, Ovidio, contro Virgilio. Per invidia? Avevano anche argomenti – sapevano per esempio perché l “Eneide” non si poteva concludere. Ma dimenticavano che Virgilio era stato prima poeta di “Bucoliche “ e “Georgiche”. E ripetutamente “il delirio e l’orrore dell’Est”. L’ultimo saggio, “In una stanza e mezzo”, è un com’eravamo, nel ricordo dei genitori appena deceduti. Che non ha più il taglio informativo di quando fu scritto, trentatré anni fa. Ma lo stesso sorprendente. Nel quadro di una storia che si finge non avvenuta, una parentesi vuota. La vita tribale nell’appartamento condiviso, una stanza a famiglia, cucina, gabinetto, bagno in comune. Di vite alterate, deviate, dal regime. Di un padre, nel caso, che da ragazzo aveva studiato il altino, e di una madre che parlava il francese ma doveva nasconderlo.
Una nostalgia irrimediabile, pur negli agi e gli onori della nuova vita Americana. Molti gli attacchi al sovietismo, peri colpe inimmaginabili ma reali. La Russia si salva con la lingua: “La lingua russa e la sua letteratura, specialmente la sua poesia, sono le cose migliori che quel Paese possieda”. Non  nuovo, ma impegnativo.
Il totalitarismo rende autocoscienti, acuisce l’autocontrollo. “Nel paese in cui ho trascorso trentadue anni l’adulterio e l’andare al cinema sono le uniche forme di libera iniziativa. Più l’Arte”. Ma di fatto, non solo nel totalitarismo, “uno è forse meno di «uno»”. Non per fare dispetto a Grilo, ma alla letteratura, alla storia, dell’Io, magmatico e inconclusivo, benché perfettibile.

Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, Adelphi, pp. 243 € 12

mercoledì 19 settembre 2018

Il mondo com'è (353)

astolfo


Bisanzio – Fu l’avamposto dell’Occidente o non il suo tradimento? In una sorta di anticipazione dell’islam, col quale collimerà? Ponendo il quesito, nel lungo saggio “Fuga da Bisanzio” (nella raccolta di saggi scritti in inglese e pubblicati in America “Less than one”, meno di uno), il poeta russo Iosif Brodsky, emigrato giovane in Occidente, premio Nobel 1987,  dà per implicita la risposta. Ma è pieno di argomenti. Partendo dal fatto che il Drang nach Osten di Costantino, come potremmo chiamarlo modernamente,a seguito della visione “in hoc signo vinces”, nel segno della croce, è alla ricerca di una croce viaria con cui Roma costruiva le città. Irridente ma non troppo: Costantino andò cioè a creare un’altra città. Prova ne sia che prima esaminò il sito di Troia e poi decise per i Dardanelli. Il cristianesimo c’era già, si può aggiungere, in tutto il Medio Oriente e fino in India.
Non il cristianesimo, dunque, ma un certo principio politico interessava Costantino: “Ciò che Costantino portò a Bisanzio aveva connotati che non erano più quelli della cultura classica: era già la cultura di un evo nuovo, maturata sotto il segno del monoteismo”. Che il potere vuole assoluto. “Lo sforzo di Costantino, uomo del’Est”, cresciuto all’Est col padrino Diocleziano, “è solo un episodio della generale spinta dell’Est verso Ovest” – “un nomade cavalca sempre verso un tramonto” (180).
Brodsky ha un’altra idea di Costantino. Il cui passaggio a Oriente analizza come una fuga da Roma. Dove abbandona la chiesa, malgrado l’appello della croce. Per esercitare il potere nelle forme orientali, asiatiche. Una specie di primo crociato. Che si fece però un impero duraturo, si può aggiungere, e poco “franco”. Servendosi di una forma riduttiva di chiesa. Da cui per questo  dopo qualche secolo Roma ebbe difficoltà a non separarsi.
Di seguito alcuni estratti delle argomentazioni di Brodsky.
“Che cosa vide e che cosa non vide Costantino mentre guardava la carta di Bisanzio?Vide, per usare un eufemismo, una tabula rasa. Una provincia imperiale abitata da greci, ebrei, persiani e simili- una delle popolazioni con cui aveva di solito a che fare, tipi sudditi della parte orientale del suo impero”…
“Non vide, invece, che aveva a che fare con l’Est. Una cosa è scendere in guerra contro l’Est – o anche liberare l’Est – e un’altra è viverci. Con tutta la sua grecità, Bisanzio apparteneva a un mondo nel quale il valore dell’esistenza umana era misurato secondo idee totalmente diverse da quelle accettate all’Ovest: a Roma, per quanto pagana fosse”. C’era la Persia, non c’era l’Ellade: “Se ad Atene Socrate poteva essere processato pubblicamente e poteva pronunciare interi discorsi – tre discorsi! – in propria difesa, a Isfahan mettiamo, o a Bagdad, un Socrate sarebbe stato impalato seduta stante, impalato o flagellato, e tutto sarebbe finito lì. Non ci sarebbero stati dialoghi platonici, né neoplatonismo, niente: infatti non ci furono”. RE qui c’è la continuità: “Ci sarebbe stato solamente il monologo del Corano: infatti ci fu.Bisanzio era un ponte verso l’Asia, ma il traffico che lo attraversava fluiva nella direzione opposta. Certo, Bisanzio accettò il cristianesimo. Ma questa fede , lì, era destinata a orientalizzarsi”.
Numerosi saranno i segni di questa predisposizione, di questa linea di continuità. Con l’iconoclastia che monta insieme con l’islam. “Tutta la scolastica bizantina, tutta la dottrina e il fervore ecclesiastico di Bisanzio, il suo cesaropapismo, il suo dogmatismo teologico e amministrativo, tutti i trionfi di Fozio e i suoi venti anatemi – tutte queste cose derivarono dal complesso d’inferiorità della nuova capitale, da un patriarcato ultimogenito che doveva fare i conti con la sua stessa incoerenza etnica”. Bisanzio si distinse nelle guerre soprattutto contro l’Ovest, portando a “una lenta ma costante erosione della croce e a un crescente relativismo nella mentalità bizantina”. E “chi sa se la sconfitta finale dell’iconoclastia non si debba spiegare con la sensazione di un’inadeguatezza della croce come simbolo e con la necessità di una contrapposizione visiva all’arte antifigurativa dell’islam? E se non fu l’ossessivo merletto arabo, l’incubo dell’arabesco, a spronare Giovanni Damasceno?)”, il teologo arabo di fede cristiana, vissuto forse cent’anni a cavaliere del 700, venerato come santo dagli ortodossi e dai cattolici, in primo piano contro l’iconoclastia decretata dal 726 dall’imperatore Leone III.
Prima l’islam, poi la Russia, c’è un filo con Bisanzio: “L’antiindividualismo dell’Islam avrebbe trovato a Bisanzio un terreno così propizio che col nono secolo il Cristianesimo non si sarebbe fatto pregare per fuggire verso Nord”. Lo scollamento era già radicale: “Il Cristianesimo che la Rus’ ricevette da Bisanzio nel nono secolo non aveva assolutamente nulla in comune, ormai, con Roma. Perché, nel suo viaggio verso la Rus’, il Cristianesimo si lasciò dietro non solo toghe e statue, ma anche il codice civile di Giustiniano”.
(continua)

Civiltà – Si diffonde da Sud a Nord. Come la vegetazione. In direzione opposta a quella dei ghiacciai.
Ma questo nell’emisfero Nord.

Lira turca – Era “un irreale mezzo di pagamento per prestazioni reali” già quarant’anni fa per il viaggiatore Josif Brodsky.

Nomadismo – Va, è andato, da Est a Ovest. E dentro una fascia climatica. I tartari e i mongoli nella fascia delle terre nere. I beduini nel deserto. I boscimani nel Kalahari. Gli eschimesi dentro il circolo polare artico.

Oriente – Il “fascino” dell’Oriente non sarà il servizio senza prezzo, dal lustrascarpe al tè, molto buono, in un mercato senza valore, opina il poeta russo Brodsky in “Fuga da Bisanzio”, 164. “Al  grido di guerra della bionda che sta diventando grigia: «Che affare! Che affare!»”, al bazar e davanti alle vetrine.

Nutre le religioni: tutte le religioni vengono da Oriente. Nessuna religione – un corpo strutturato di credenze - è germogliata in Occidente, le Americhe e l’Africa comprese (molti profeti ma nessuno stabile, dotato di fondo). O sì, la religione copta e il culto di Isis in Egitto. Ma quanto l’Egitto africano, sahelico, non deve all’Asia?


astolfo@antiit.eu

L'euroismo è vangelo

È una esercitazione dell’Istituto Bruno Leoni, “idee per il libero mercato”, una costola dei governi Berlusconi operativa da quindici anni, affidata a una dozzina di esperti. Avviata dopo che gli euroscettici in Italia hanno superato la soglia del 50 per cento. Naturalmente, per dire che sarebbe una catastrofe “per un Paese come l’Italia”: svalutazione, debito, inflazione, credito a zero, produttività negative.
Niente di diverso dagli esercizi già noti, su cui si cimentano i giornali. Senza effetto. Perché è come dire: alimentiamo la sfiducia. Se l’euro è intoccabile. “Un paese come l’Italia” non riesce a riprendersi dalla crisi del 2007.  Non c’è lavoro, non c’è reddito. E rischia l’uscita dalle economie più ricche. Perché l’Italia fa parte dell’euro mentre forse non dovrebbe. Non alle condizioni che le sono state imposte – imposte è la parola giusta.
L’impoverimento è una brutta cosa. Ma niente, il pensiero liberale non se ne preoccupa, e nemmeno se ne occupa. Non in Italia – in America sì, in Inghilterra, nella stessa Germania, che pure tanto ne beneficia. È la debolezza dell’euroismo, considerarsi vangelo.
Forse era meglio analizzare vizi e virtù dell’euro in questi quindici o sedici anni. E vedere se e come rattopparlo. L’euro come una prigione. È nato male e funziona peggio, ma non ci si salva.
L’Italia che non si riprende dalla crisi del 2007 non è colpa dell’euro, spiega Veronica De Romanis nel capitolo forse più contestabile. Come no? L’Italia è, è stata, una grande Grecia – non una Magna Grecia, come i greci, antichi e moderni, pensano alI'talia, ma un caso Grecia gonfiato. Dalla Bce di Trichet e Draghi, e da un governo Merkel che, con la lesina del “troppo poco troppo tardi”, però non ha risparmiato energie per indebolire l’Italia sui mercati, con parole, opere e omissioni.
Aderire ai fatti, per un istituto liberale, si penserebbe decisivo. L’Italia deve restare nell’euro, ha sbagliato e deve pagare? Diciamolo. Ma chi deve pagare?
Il fideismo non funziona in economia.
Carlo Stagnaro, (a cura di), Cosa succede se usciamo dall’euro, Ibl Libri, pp. 140… € 16

martedì 18 settembre 2018

L'Asia alla Russia


Turchia, Siria, Iran, Cina, playmaker di mezza Asia è diventata la Russia. La Turchia di Edogan ci trova l’unica sponda. Col beneficio di un quasi protettorato sulla regione siriana di Idlib. La Siria non può farne a meno, tanto più se, come sembra, resterà in mano a Assad. Dell’Iran degli ayatollah la Russia è rimasta l’unico grande sponsor internazionale. Con la Cina la cogestione obbligata della nuova Via della seta, per la parte terrestre, si arricchisce di investimenti e interventi finanziari – niente al paragone con gli interessi cinesi in Occidente, ma è un inizio.
È anche per questo, probabilmente, per l’interscambio con la parte non occidentale del mondo, che la Russia, che dovrebbe essere in ginocchio dopo un quinquennio di sanzioni, sopravvive e anzi prospera.
Non c’è la Russia invece nelle aree problematiche, Afghanistan e Iraq. Un tentativo di intromettersi in Libia e nel conflitto arabo-israeliano prendendo contatti con l’Arabia Saudita è stato presto abbandonato - la liquidazione dei Palestinesi da parte degli Usa spalancherà un’altra prateria?
Putin va sul sicuro. In aree di influenza occidentale che l’Occidente trascura. Gli Stati Uniti per conto dell’Occidente, l’Europa non conta. Nessuna inziativa in Medio Oriente né in Asia, se non antagonista. Singolarmente aggrappati a una confrontation con la Russia sul tipo della guerra fredda, con spie e controspie.  Di cui è emblema il Russiagate, un romanzo di Le Carré – che forse c’è stato ma non si prova, e comunque sarebbe una risposta allo spionaggio elettronico americano rivelato da Snowden, proprio come nei vecchi romanzi di spionaggio.

Dio è in fieri


La secolarizzazione – siamo negli anni del pontificato di Ratzinger – ricondotta dal teologo Dotolo e da Vattimo a una matrice ebraico-cristiana, come distinta e opposta alla matrice ellenistico-cristiana. È la conclusione di un dibattito che i due svolgono in varie sedi tra il 1999 e il 2005, sul presupposto del Dio ebraico nel cristianesimo, di Dio e uomo partner di una libera alleanza, adombrato da Vattimo nel saggio “Credere di credere”, 1996, attraverso la kenosis di san Paolo, “l’abbassamento, lo svuotamento, l’annichilamento di Cristo nell’incarnazione” (G.Giorgio).
Il filosofo Giovanni Giorgio ne ha riordinato gli svolgimenti, in due distinte interviste, poi confluite nel libro in forma di dibattito. Vattimo ne chiarisce il senso all’inizio dell’intervista, pur escludendosi dal terreno della teologia. Il cristianesimo è a un bivio, se “assumere con coerenza le implicazioni o le conseguenze di una prospettiva di secolarizzazione” oppure no, se essere statico o dinamico. Ma non a una scelta: “Questo tipo di cristianesimo che apparentemente dispensa sicurezza, risponde più ad una religione statica stanca che non a un’esperienza religiosa radicata nell’affermazione biblica di un rapport tra partner  liberi e affidabili”.
Un dibattito curioso, che ribalta molto senso comune. Ma senza eccessi né riserve. La secolarizzazione si radica nella tradizione ebraico-cristiana, il filosofo e il telogo convergono. Una revisione suicida? No. “L’enfasi sulla capacità di azione dell’uomo”, Giorgio anticipa la conclusione,  “inteso ormai come soggetto, su una natura non più sacralmete intoccabile, intesa ormai come oggetto, dentro una storia di emancipazione di cui egli appare protagonista, apre possibilità nuove di comprensione”. Questo Prometeo è cristiano: la secolarizzazione va “intesa come interpretazione dei contenuti della rivelazione cristiana, e non come sua liquidazione”.
La conclusione non è subdola. La “desacralizzazione si basa, in effetti, sull’idea della mondanità del mondo che è tipica della tradizione ebraico-cristiana, e sulla quale si reggono la dottrina della creazione e quella dell’incarnazione”. Ma “se il rapporto di creazione che articola la relazione tra Dio e mondo, legittima il mondo come altro da Dio, come ciò che Dio stesso non è”, se la creazione è “di uno spazio ateo, per dirla con Lévinas o con la Weil”, bene, “in questo spazio abita l’uomo, e proprio perché Dio e mondo non sono lo stesso, Dio e uomo possono incontrarsi come partners di una libera alleanza”. L’incanazione è l’accettazione di questa alterità – irriducibilità.
Ne consegue che – o ne è il presupposto – il cristianesimo è “l’antidoto a ogni fondazionalismo”, a chi ritiene di “poter raggiungere il fundamentum inconcussum “ sul quale “incastrate la realtà una volta per tutte. Chiudendo così, senza ironia, ilcerchio: “Troppi sono stati i fundamenta inconcussa nella storia del pensiero occidentale per poterci ancora credere”.
Si radica qui il Dio in fieri di Vattimo. Le vecchie storie di “come è fatto Dio” essendo state annichilate dalla kénosis, dall’incarnazione, dalla rinuncia di Dio a fare il Dio, Dio di volta in volta è la “possibilità buona”, storicizzata. Pur arguendo infine, nel “Proscritto” a “Credere di credere”, un “bisogno della grazia come dono che viene da un altro”, sia esso ente, storia, tradizione, eserienza, un dono comunque da coltivare. Si salva chi vuole.
Gianni Vattimo-Carmelo Dotolo, Dio: la possibilità buona, Rubbettino, remainders, pp.XXIII + 87 € 5