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venerdì 26 novembre 2021

Il complotto, eccolo qua

La sociologia politica ascrive il complottismo a una forma mentis americana. Della politica americana come la esprimono i media, o opinione pubblica. Radicata nella storia del paese, che si vuole (si ritiene) di continue battaglie di liberazione. Ma l’Italia ha una storia ormai lunga di complotti, ricordava zeulig ieri su questo sito, a partire dall’Autunno Caldo del 1969, quindi da oltre mezzo secolo, dalla cosiddetta “strategia della tensione”. Facendo l’ipotesi che siano una strategia politica, di manovra e comunicazione. Con numerose, non fantasiose, applicazioni, si direbbe leggendo Astolfo, “La morte è giovane”, romanzo in via di pubblicazione – un racconto in forma di memoriale, di difesa e testimonianza (l’Ente di cui si parla è un grande gruppo presso il quale il narratore lavora, Angela, Pietro, Omar sono nomi d’invenzione - il “riscatto Mancia” sta probabilmente per Gancia, l’industriale rapito). Questi alcuni estratti – riferiti al 1974, anno in cui di complotti parlò perfino il cauto Andreotti.


“I Precijsen olandesi non attaccarono Spinoza, lo attaccarono i Latitudinari, tutte le specie di liberali: cartesiani, sociniani, collegianti, labadisti. E Spinoza si assomigliava a Masaniello - lui che parlava solo con se stesso, essendo portoghese in Olanda, scrivendo in latino e leggendo in italiano, spagnolo, molto Quevedo, e francese. I ruoli vengono attribuiti ma sono anche assunti. Angela è accusata di aver portato il riscatto Mancia ai palestinesi, l’ex tennista rifatta skipper a Mombasa. O di averlo speso per loro al mercato libero di Zanzibar. Omar sarebbe stato il contatto.
“Quella donna, o cos’è, è il genere Henri de Montfreid, che si romanzava la vita, eccetto che lui era per Mussolini e Pétain. Anche lei si potrebbe fare musulmana, baiadera al suk: nella posizione che privilegia accosciata sulla sinistra, che viene bene a Baldung Grien negli schizzi all’Albertina, la parte destra della groppa ad arco retto col ginocchio, non si resta a lei inerti, benché inattingibile – ma chissà, è spia chi ama farsi fare. È Omar il contatto o l’informatore? C’è una fonte confidenziale, e Omar, lo sbrigafaccende dell’Ente a Nairobi, potrebbe essere entrambi: è il tipo indifferente, al bene e al male. O la fonte è anonima, è un classico, una lettera che il Procuratore si scrive, si cerca quello che si vuole trovare. Negli Usa è la regola: si prende una vacca che giura a pagamento di essere stata stuprata, e per il personaggio da incastrare è finita, dato che l’America è morale, non si può dire di una puttana che è puttana.

“L’onorevole Andreotti, chiusa la crisi di governo aperta per portarlo alla Difesa, pronto rientra in gioco. Al segretario di Togliatti spiega che il terrorismo è a destra, sotterrando il suo governicchio. E tanti golpe cita, genera, resuscita, lui che la destra e i servizi conosce meglio di tutti:
“- Ha Miceli e Moro nel mirino – Pietro decide sommario. Il generale Miceli fu il mio comandante ala Centauro, a Vercelli: era lui a ordinare gli allarmi OP? Ora è capo dei servizi segreti, per conto di Moro. Andreotti ha insomma nel mirino Moro.
“Pietro ha telefonato, telefona spesso dalla latitanza, da luoghi incerti, ma senza problemi. C’è da temere l’ira dell’onorevole Andreotti, se fu il generale Miceli nel 1971 a bloccare a Trieste le armi e i mercenari del golpe contro Gheddafi, il golpe del Principe Nero, tanti benefici apportando all’Italia e all’Ente in Libia. Si scavano trincee e si ammassano sacchi. Anche se il Presidente, ingegnere, moderato costituzionale, è per Andreotti, e questo dovrebbe agire da parafulmine.
“Per la forma la crisi è stata aperta dai socialisti, avendo il ministro Giolitti dichiarato che i vincoli di un prestito del Fondo Monetario Internazionale non erano applicabili all’Italia, e che anzi l’inflazione si vince allargando la spesa. Poteva essere la rivoluzione, la Nuova Era oltre che un Nuovo Modello di Sviluppo, il moto perpetuo dell’economia. Ma Andreotti lesto s’è infilato e la crisi si è chiusa. Fanfani, che ha tentato di mettersi di traverso quale capofila della destra, è stato zittito con puntuale rievocazione del caso Montesi, nel quale non fece buona figura. Il senatore, fra i tanti utensili con cui ha modellato la Repubblica pezzo per pezzo, ha introdotto con quel primo scandalo, della ragazza annegata in poca acqua a Torvajanica, anche l’inquinamento da dossier, le voci malevoli. I socialisti, che si sono ridivisi, vorrebbero ancora dividersi. È il frazionismo, malattia morale del socialismo, per albagia intellettuale, antipolitica, antidemocratica. Valpreda si continua a processare a Catanzaro. Pur sapendo che le bombe le mettono i fascisti. Soltanto si unificano i processi, Valpreda insieme coi fascisti. Dei golpe denunciati in serie sarebbe stratega un generale, da Pietro ascritto all’onorevole Andreotti:
“- Maletti. Fa la guardia a Miceli, è il suo vice. – Andreotti è diffidente, ma se ne serve perché gli alza comode palle, come dare a Miceli la colpa di Borghese e Gheddafi. Nella guerra fra Andreotti e Moro, Ma-letti sapiente introduce i cani sciolti, Pacciardi, Sogno, Fumagalli, bersagli convenienti a entrambi. E a Berlinguer. L’onorevole farebbe meglio a dire che Maletti ha dato il passaporto, con  comodo vitalizio, a Giannettini, l’agente Zeta, l’autore di Tecniche di guerra rivoluzionaria, già spia dell’Oas, che sa tutto delle bombe perché non lo dica. Cioè lo dice, dice che farlo fuggire è stato un errore, ma non dice perché, né punisce alcuno, artista qual è del falso scopo, mirare a un punto e colpirne un altro. Sogno e Pacciardi si sono fatti la guerra in Spagna, ma erano insieme nella Resistenza. Colpire è facile, bastano un sostituto Procuratore della Repubblica e un paio di giornalisti. Si torni, anche qui, al ’68, a un momento prima: che Dc sarebbe stata senza Moro e Andreotti. Che Italia?
“L’onorevole Andreotti non è solo, la vigilanza è massima. Su L’Espresso e Panorama i golpe si rincorrono. Prima a settimane alterne, ora in con-temporanea. L’ingegner Francia vuole avvelenare l’acqua. Delle Chiaie rapire ventitré notabili. Il principe Borghese prendere Roma coi forestali di Gualdo Tadino – un’altra volta? Gheddafi bombardare gli aeroporti. La massoneria voleva rapire il presidente Saragat. Un golpe preparano i militari. Un altro i capi della Resistenza Sogno e Pacciardi. E un Fumagalli Carlo, eponimo lombardo. Carlo Cassola invece organizza un gruppo anticomplotto – lui è pacifista e complotta contro le Forze Armate.
“I golpe contati tra gennaio e Pasqua sono venti o ventuno. Candelotti di dinamite si scoprono in tempo in posti impervi delle ferrovie, in galleria, sotto i ponti, altri deflagrano talvolta senza vittime. Borghese è il Principe Nero, personaggio di Conan Doyle venuto utile in Libia prima che in Italia, nonché figlio di Edoardo III, il re d’Inghilterra che si disse re di Francia, e per lui scatenò la guerra dei Cent’Anni, vincendo a Poitiers. I reduci del Principe si sono persi per strada. Il commando che doveva rapire il capo della polizia Vicari ha prima sbagliato numero civico, poi è rimasto bloccato in ascensore tutta la notte, avendolo sovraccaricato. Ma non si può ridere del complotto, i bolscevichi presero il Palazzo di Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria rimasta aperta”.
(continua)

Eco enigmista

Eco soprattutto si divertiva, e dei giochi linguistici, che qui propone, dice di avere un “fondo privato, e inedito, ricchissimo” – anche se poco utilizzabile (“alcuni sono semplici variazioni su modelli ormai usurati, altri sono estemporanei e scipiti, altri ancora troppo osceni” – ma qui non ne mancano). Il lettore si diverte meno, anche col “quadrato magico” del titolo, ma certo la produzione è notevole.
Qui c’è un “Dante all’indietro”, a ritroso: tre canti dell’ “Inferno”, tra cui il XXXIII (“La bocca sollevò dal fiero pasto”) fieramente porno. Effetto ripetuto, naturalmente, nel “Monica” (Lewinsky), collage di titoli che vari autori, da Shakespeare, Verdi e Collodi a Sergio Leone, e a Pietro Valpreda, Eco fa dedicare all’affare. E molti esercizi da enigmista. Seriosi invece i “38 consigli di buona scrittura” (ricavati in rete, annota Eco onesto, in inglese, e solo leggermente adattati in traduzione).
Umberto Eco, Sator arepo eccetera, nottetempo, pp. 77 € 7

giovedì 25 novembre 2021

Secondi pensieri - 463

zeulig

Amore materno - Non è istinto naturale, ha spiegato Elisabeth Badinter, “L’amore in più”, e anche come sentimento lo ha rilevato non diffuso, forse anche raro. È stato inventato da Rousseau, spiegava ancora, e fu adottato largamente a metà Settecento per frenare l’emorragia demografica, la mortalità infantile. Mentre è vero che la natura di Rousseau una volta tanto funziona: nelle specie animali i calori sessuali vanno con la riproduzione, e non c’è specie in cui le femmina non si occupa dei figli, o casi di figli abbandonati dalle madri (col capriolo e altre specie si arriva all’assurdo che il neonato casualmente separato dalla madre dovrà vivere poi sempre accudito e isolato, altrimenti indifeso dai predatori .....).
La maternità è anche apprezzata in tutti i periodi e i luoghi storici. Eccetto l’epoca attuale, in cui il complesso genitoriale si trasferisce di preferenza su un pet, per lo più canino, rispetto a un figlio, anche se richiede più cure e più costi.  
Per gli umani si può ipotizzare una evoluzione inversa, dalla funzione naturale alla scelta deliberata.
 
Complotto – Si può dire una falsa scienza – falsa in quanto fondata sul segreto, sull’indimostrabile. O una sindrome: piace dirsi in mano a forze segrete. Per negare la politica, che è la democrazia.
 
La logica del complotto è imbattibile, poiché incita alla difesa, che sempre è nobile. E poi la leggenda non mente.
 
Emerge come un dato di cultura politica americana, in una società divisa nella storia recente, un momento storico che vede un reppraisal del modo di esse e della storia degli Stai Uniti. Ma fu in auge mezzo secolo fa in Italia, e per un lungo periodo. Dopo il Sessantotto, a partire dall’Autunno Caldo del 1969 e degli attentati di piazza Fontana a Milano, e di Roma all’Altare della Patria - un attentato sottovalutato ma contemporaneo di piazza Fontana, una contemporaneità non casuale. L’Italia visse successivamente un lungo periodo di attentati e colpi di Stato, veri o presunti,  di terrorismo, di destra e di sinistra, fino alla stazione di Bologna e ancora oltre, una dozzina d’anni. Non c’era si può dire settimana che un progetto eversivo non venisse denunciato, solitamente attraverso i settimanali che allora facevano opinione, “l’Espresso” e “Panorama”. Partendo dall’editore Feltrinelli, da un opuscolo che le sue librerie vendevano, “Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia”, a maggio o giugno del 1970.
Il golpe Feltrinelli voleva ad agosto: “L’estate sembra particolarmente adatta”. Ma di più ad agosto: “Gli operai sono in ferie, le fabbriche semichiuse, uomini politici, giornalisti, ecc. sono pure loro al mare o in montagna, grava sul paese dalla metà di luglio un clima di «stanchezza» e di disinteresse generale: sono le condizioni ideali per portare a compimento un colpo di Stato”. Anche Cromwell fece il golpe ad agosto. Ma ad agosto a Londra piove.
Qualche ano dopo i complotti si erano moltiplicati, rincorrendosi su “L’Espresso” e “Panorama”. Prima a settimane alterne, poi in contemporanea. L’ingegner Francia vuole avvelenare l’acqua. Delle Chiaie rapire ventitré notabili. Il principe Borghese prendere Roma coi forestali di Gualdo Tadino. Gheddafi bombardare gli aeroporti. La massoneria voleva rapire il presidente Saragat. Un golpe preparano i militari. Un altro i capi della Resistenza Sogno e Pacciardi. E un Fumagalli Carlo, eponimo lombardo. Carlo Cassola invece organizzava un gruppo anti-complotto – lui era pacifista e complottava contro le Forze Armate. I golpe contati tra gennaio e Pasqua 1974 furono venti o ventuno. Candelotti di dinamite si scoprivano per tempo in posti impervi delle ferrovie, in galleria, sotto i ponti, altri deflagrano talvolta senza vittime.
Borghese era il Principe Nero, personaggio di Conan Doyle venuto utile in Libia prima che in Italia, nonché figlio di Edoardo III, il re d’Inghilterra che si disse re di Francia, e per lui scatenò la guerra dei Cent’Anni, vincendo a Poitiers. I reduci del Principe si erano persi per strada. Il commando che doveva rapire il capo della polizia Vicari aveav prima sbagliato numero civico, poi era rimasto bloccato in ascensore tutta la notte, avendolo sovraccaricato.
Non si può ridere del complotto, i bolscevichi presero il Palazzo di Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria rimasta aperta. Ma impossibile non pensare queste denunce, con i relativi piani, forniti da una “mano segreta”, un’organizzazione, per quanto controvertibile. E dunque il complotto ha logica esponenziale: c’è sempre un complotto del complotto. 
 
Ma, poi, la sindrome è antica e ricorrente. Per Rousseau, Voltaire e Diderot erano corrotti complottatori.
 
Epoca – Si può dire suicidaria. Della buona morte e della morte del mondo, dopo quella della natura e degli altri. Della letteratura dell’io – diari, confessioni, memoriali, blog. Inevitabilmente misantropica, di rifiuto del mondo. Nel mentre che ne vive (esplora, consuma) tutti i recessi, i più alti e i più bassi, di ogni angolo e di ogni persona. E, per contrasto, vive nel migliore storicamente possibile di benessere (istruzione, comunicazione, reddito, sanità, abitazione, tempo libero). E afferma e impone i diritti, in ogni loro singola frazione. Non è un cupio dissolvi, o allora non ragionato.
 
Si può ipotizzare il complottismo come una reazione a questa ideologia suicidaria. Che sospetta e denuncia come artefatta, gestita da interessi subdoli per sfruttare i più, anche se per motivi reconditi, non vedendosene il vantaggio, e restringere le libertà. Anche a opera dello Stato, che non si ha remora ad acculare agli interessi reconditi, subdoli.
 
Felicità – È personale, precaria, comunitaria (famiglia, scuola, ambiente), e intermittente. Niente di più occasionale – o “complesso” per dirla col Nobel Parisi.
Le statistiche danno per paese più felice al mondo la Finlandia. Perché no, anche se ha l’indice di suicidi – scontenti della vita – fra i più alti in Europa, dopo i baltici e gli slavi.  
 
Libertà – Alcuni filosofi hanno preso posizione contro gli obblighi imposti contro la pandemia da covid e le misure restrittive che ad essa si collegano, nella fruizione del tempo e nella socievolezza, anche quella obbligata (lavoro, svago, affetti). Li criticano come un’estensione indebita, se non artefatta, dei poteri dello Stato sull’individuo e la società.
La critica si è portati a colorare (ridurre) politicamente: venendo da pensatori che professano o hanno professato posizioni politiche di sinistra, Agamben Cacciari, Vattimo, si vede in essi riduttivamente un’espressone tardiva di antindustrialismo (lo Stato servo del Big Pharma, eccetera). Riduttivamente, perché la polemica contro lo Stato è tipica topica, malgrado il bisticcio di parole, liberale. Ma è anche vero che le critiche e riserve sono state piuttosto enunciate che spiegate, e quindi è difficile collocarle – Agamben, che ne aveva scritto, ha sentito subito il bisogno di riscriverle.
 
Si va verso la quarta ondata, con grave sacrificio di tutti, perché i no wax vogliono propagare il virus, con le manifestazioni di piazza, per lo più “selvagge”. Se è una battaglia di libertà, perché non vaccinarsi e stare tranquilli? È libertà fare da untori? No, è un “battaglia” politica. Con danni per tutti, no wax compresi, enormi (sanità, lavoro, reddito).
L’opinione pubblica è debole e manipolabile. Anche da pochi, incapaci. Ci vogliono leggi. Costituzionali ma obbligatorie.
 
“La quarta ondata in Europa e in Usa: nessun altro continente così colpito”. Nelle patrie della libertà? Insensato, ma non inspiegabile: la libertà è concetto scivoloso, anche se l’Occidente (Europa e Usa sono l’Occidente) ne vanta il brevetto. Libertà non è individualismo.
 
Politica – È forma. Il presidente Mattarella, accompagnato dalla figlia, va in visita a Madrid. La foto ufficiale lo mostra insieme con il re e la regina di Spagna. I reali seduti compostamente, come di rito, per rispetto agli ospiti. Mattarella e la figlia con le gambe accavallate. O della politica inutile – la politica è istituzione e rispetto delle forme.
 
Stato - Burckhardt diceva: “Lo Stato moderno ha un padre e una madre. La madre è la rivoluzione, il padre è il cesarismo”. Tutto si legherebbe secondo la “legge ferrea dell’oligarchia” michelsiana: “Nei popoli e le rivoluzioni l’aristocrazia è durevole: eliminatela nella nobiltà, rispunterà nelle casate ricche del Terzo Stato; eliminatela anche qui, riemerge nelle aristocrazie operaie”. L’aristocrazia della legge sarebbe meglio, seppure imperiale. Meglio di quella dei furbi. Gramsci ne ha avuto l’illuminazione. Quando legò la democrazia all’impero, nella nota «Egemonia e democrazia» del “Quaderno 8”, quando è l’impero a introdurre i primi diritti, con la legge.
 
Storia – “Ogni storiografia è autobiografia”, voleva Ernesto De Martino. Dunque niente passato? E niente etnografia, il mestiere di De Martino.

“Fa bene la storia ad affidarsi al caso”, dice Carlo Ginzburg intervistato lungamente su “La Lettura”, sulla sua ultima raccolta di saggi, “La lettera uccide”. Fa bene allo storico? Ai fini della scoperta? Ma poi va provata. O fa bene alla narrazione, ariosa. Ma con che verità? La storia, quale che sia, è una combinazione non casuale. Non solo per la metodologia - i precedenti, le “cause”, i contesti. Anche in quanto ricostruzione, e poi “narrazione”. Oppure lo è?

C’è determinazione nella storia. Anche nell’errore (sconfitta): la storia, quella vissuta e quella narrata, non procede a occhi chiusi ma per trials and errors – come la ricerca. La storia, nel suo farsi come nel suo racconto, è ricerca.

zeulig@antiit.eu

Napoli, una favola

Un racconto d’amore per Napoli, dove si arriva dal mare, come angeli del mattino a volo radente. Un mare umbratile, che resterà sempre presente – il mare materno. Con la storia della famiglia, affollata, chiassosa, anche folle, e protettiva – doppiata dai vicini di casa, di sopra e di sotto. E con quella del giovane Paolo, che fa le sue prime esperienze, fino alla decisione di lasciare Napoli per Roma. Una scelta di “realtà”, ragionevole, quanto la storia familiare e quella personale sono invece oniriche, nei colori, le figure, i dialoghi, le situazioni – si dice “felliniane”, paternità che Sorrentino non nega: Fellini lo a parlare dal vivo, e per bocca del fratello del giovane protagonista, che con Fellini ha tentato un provino (“Il cinema non serve a niente”, gli ha sentito dire a un intervistatore, “però ti distrae. Dalla realtà. La realtà è scadente”).
Un racconto farcito di aneddoti veri, vivaci. Alla Fellini anche qui: non mostri ma persone. La zia che vede san Gennaro e ci parla, è abbracciata dal Munaciello, che le promette l’attesa maternità, fa il bagno nuda, e finisce al manicomio. La parente tornata dall’Argentina, che veste in pelliccia, mangia con le mani, e parla un dialetto stretto e sconcio. Il contrabbandiere che manovra il motoscafo meglio della velocissima Finanza, porta il protagonista a Capri di notte, soli nella piazzetta, e di mattina fa con lui il bagno nella Grotta Azzurra. La contessa del piano di sopra che insegna all’implume protagonista rimasto orfano come “fare” l’atto. Inarrivabile il cicaleccio politico, anti-capitale, anti-sistema, dei bravi borghesi, per i quali veramente Maradona finisce per essere “la mano di Dio”.    
Un racconto corale, senza primi personaggi o primi ruoli. Di attori tutti nel ruolo. Un racconto fiabesco. In una luce morbida, di forme e di colori. Il Maradona del titolo e delle tante interviste di Sorrentino c’è, ma di striscio – solo, smarrito. La figura del padre è tutta paterna – nulla anche qui delle tante interviste che lo dicono un superficialone e un fedifrago: i genitori sono la sola coppia amorevole che si veda al cinema da molti anni. La verità – la realtà – Sorrentino vuole qui consolante. Seppure nei toni posati e le sfumature della memoria, del sogno, della favola.    
Paolo Sorrentino,
È stata la mano di Dio

mercoledì 24 novembre 2021

Ombre - 589

Il selfie vaporoso di una modella-blogger tunisina sul “barcone” verso Lampedusa suscita ire e sdegni. È curioso che un mondo così vicino all’Italia, come il Nord Africa e l’Africa tutta, resti in Italia terra incognita: non si sa niente dell’Africa, non si capisce niente dell’immigrazione. Siamo sempre al buon selvaggio. A opera delle organizzazioni caritatevoli, il cosiddetto terzo settore, che perpetuano l’ignoranza dei missionari.
 
Della Juventus tremolante a Londra, sul campo del Chelsea, colpisce che nello stesso giorno il club chieda 150 milioni di capitale  al mercato – non agli eredi Agnelli, agli investitori.
Colpisce anche che il club torinese si presenti in vesti così dimesse, pur pagando un monte ingaggi doppio della media della seria A, quando gioca in chiaro, cioè visibile da tutti. Specula al ribasso?
 
Arnoldo Mosca Mondadori, credente fervoroso e uomo di chiesa, fa fabbricare le ostie da consacrare ai detenuti. “Fa concorrenza alle carmelitane” gli obietta Lorenzetto. “No”, è la risposta, “alle ostie made in China”. Le ostie made in China!
La Cina comunista grande business per gli sfaticati, soldi a palate. La conquista del mondo con l’avidità e la corruzione?
 
 “In quattromila senza mascherine a Roma”. Sono molti o sono pochi (sono in realtà fra due e tremila? Sono niente. Ma allora perché farci una pagina? Si spera che aumentino, non hanno già imbastardito  abbastanza, tanto casino tanto onore? Anche a costo di rinchiudere tutta l’Italia?
 
Fa piacere il Watford di Ranieri, quarto o terzultimo in classifica,  che prende a calcioni il Manchester United di Cristiano Ronaldo. Per i quattro gol che gli rifila, ma più per il modo. Con velocità, atletismo, geometria, un calcio-spettacolo . Niente a che vedere con i passeggini a rientrare di Lazio-Juventus. Anche, malgrado i tanti gol, di Fiorentina-Milan – quanti “errori”, per esempio, dare la palla all’avversario per farlo  segnare meglio.
 
Incredibile a vedere l’arbitro Guida di Fiorentina-Milan, che ha sotto gli occhi un pestone con sgambetto del milanista Messias al fiorentino Saponara in area  e non fischia il rigore. E convalida un gol di Ibrahimovic, con la collaborazione di un fiorentino che la mette dentro, benché il milanista fosse in fuorigioco evidente - non “millimetrico”. Senza che il Var, nell’un caso e nell’altro, lo richiami. Non sono errori o sviste. Ma allora perché non sarebbero roba penale, considerato che ai gol e al risultato sono legati montagne di scommesse?
 
Dopo il blocco di Andreotti al Quirinale, nel 1992, quando i “dorotei” Dc si schierano per Forlani, e il con seguente fallimento di Forlani a opera degli andreottiani, “Craxi spinge su Scalfaro”, spiega Pomicino a Labate sul “Corriere della sera”, “presidente della Camera. Convinto che avrebbe potuto ‘garantirlo’ dal Colle”, da “Mani Pulite”, il golpe di Di Pietro e il debole Borrelli. Scalfaro che affosserà la politica e la Repubblica.
 
Ferrari “vale” di più di Banca Intesa? E di Eni? Vende di più, fa più utili, è più competitiva, è più ambientalista? È il mercato di Borsa.
 
Il neo sindaco di Roma Gualtieri, ex ministro del Tesoro (ministro del Tesoro?), professore associato di Storia contemporanea, che debutta con un premio ai netturbini se non si mettono in malattia per le Feste, sconcerta. Non sa che c’è una macchina amministrativa da rimettere sui binari? Compresi i netturbini che non raccolgono la spazzatura.
 
L’Ama, l’azienda comunale romana dell’Ambiente che ha quaranta o cinquanta mezzi fuori uso per averli alimentati con olio degradato, non andava prima subito rinnovata nei vertici? Non  si amministra col sorriso, e le prebende.
E i giornali romani: perché non si fa il nome della ditta che ha fornito l’olio degradato? Perché l’Ama non la denuncia?

Il cinema per pochi

Le favole rovesciate, per un racconto “corretto”, al femminile, seppure con bonomia e anzi in allegria. Biancaneve risolutiva con i sette nan - , tutti, scoperta, maschi, risolutiva. Mentre addormentato è il principe azzurro. In una casa di Cenerentola tutta al maschile.
Un’operazione di testa ma ben raccontata, al limite tra il realistico e il fiabesco: recitazioni accentuate ma non troppo, figure esagerate ma non troppo, e un fiabesco realistico. Che però non è piaciuto: uscito in estate, il film è campione di non incassi. Forse perché è difficile portare al cinema i piccoli. Ma non sarebbe andato meglio come serie, sulle piattaforme? Forse il cinema comincia – per molti segni – a non andare più, il cinema in sala, non è questione di distanziamento
Susy Laude, Tutti per Uma, Sky Cinema

martedì 23 novembre 2021

Problemi di base - 672

spock

De nihilo nihilum, in nihilum nil”, Persio, e dunque?
 
Dio esiste ma non c’è?
 
Senza religione, senza legge?
 
Il pensiero è libero, da che cosa?
 
C’è un senso nella perdita del senno?
 
E nelle liti madri-figlie, con chi stare?

spock@antiit.eu

Il ritorno di Delfini, irregolare, eccentrico

Si legge Delfini perplessi, per la figura dell’autore, la figura fisica, di signore corpulento, molto stempiato, posato, giacca, camicia bianca, cravatta, in contrasto con quanto e come diceva e scriveva. Mentre è di fatto uno giovane, anche in tarda età, gioviale e irregolare, e le immagini concordano. La sua è una presenza “per sottrazione piuttosto che per accumulazione”, nota il curatore. Ha avuto una vita molto piena, anche perché breve, e molto pubblica, ma di lui si sa poco.
Delfini fu famoso per avere spiegato che “La Certosa di Parma” è invece di Modena, che il romanzone di Stendhal si svolge a Modena. Con lo stesso piglio “surrealista”, serio e scanzonato, ebbe un momento di celebrità in politica nel dopoguerra, portando armi dapprima ai partigiani comunisti, poi i comunisti legando ai badogliani (monarchici), da ultimo creando partiti e candidandosi come conservatore rivoluzionario – nel 1951 pubblicò un “Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia”. Ha scritto anche racconti e poesie. Ma soprattutto ha tessuto una rete vastissima con l’Italia letteraria e artistica degli anni 1930-940. Stabilendosi nel 1935, a 28 anni, a Firenze, fino al 1946. Amico in particolare di Montale, di cui il catalogo reca alcune gustose lettere, e di Bonsanti, che lo editerà e lo promuoverà. Ma anche pokerista con Landolfi, Gatto e lo scultore Messina. E goliarda – sfidò a duello il mitissimo Luzi, che non capiva perché. Poi fu stabilmente a Viareggio, che aveva frequentato molto anche da Firenze, per un altro decennio, fino al 1956. Quindi a Roma, dove il giovane Garboli lo prese in simpatia e stima. Tornerà a Modena per morirvi, a febbraio del 1963 - qualche mese dopo la morte della sorella e della madre, la sua unica famiglia, il padre essendo mancato giovane.
Era di famiglia ricca, e si distingueva, oltre che per lo humour, per finanziare riviste, giornali e case editrici di tutti i conoscenti, Guanda, Pannunzio, Benedetti, Vicari, Scheiwiller eccetera. Anche dopo che il patrimonio familiare, da lui curato,  si fu assottigliato.
Ritorna ora con i “Racconti”. Ma fu soprattutto un personaggio. Scrittore “umbratile, irregolare ed eccentrico”, secondo Ungarelli, che presenta il Catalogo - “eccentrico ma non isolato”. Qui, nella mostra “Immagini e documenti” del 1983, di cui Scheiwiller pubblicò il catalogo, Modena lo celebra come colui che la eleva a “provincia letteraria” – dopo Tassoni... Il catalogo gli rende giustizia in almeno un punto: c’era un ragazzo dentro il corpaccione.
Con una bibliografia, l’unica finora apprestata.
Franco Vaccari (a cura di),
Antonio Delfini - Immagini e documenti, Libri Scheiwiller

lunedì 22 novembre 2021

Quarta ondata da Nobel

Il 2 marzo Giorgio Parisi, ora Nobel per la Fisica, poteva già “prevedere” la quarta ondata di contagi. E non c’era ancora il fenomeno dei no-wax in piazza e al chiuso. Interrogato dal “Corriere della sera”
https://www.corriere.it/cronache/21_marzo_02/covid-terza-ondata-piu-contagiosa-letale-prepariamoci-quarta-0c1a05b2-7b23-11eb-a9cc-1eebe11a6a7c.shtml
spiegava la logica dei numeri. Non per stregoneria ma ragionando sugli indici di progressione dei contagi – non sul numero, che sembra sempre, inizialmente, basso, ma sulla progressività giorno per giorno.
In quell’intervista Parisi dava i numeri che poi si sono realizzati nel corso della primavera, con la “terza ondata”. Per prevenire la quarta ondata, chiedeva una campagna vaccinale di richiamo in autunno. Questa campagna è in corso, ma Parisi non sapeva dei no wax schierati, non in difesa di una “libertà” di non vaccinarsi ma in veste di untori, per la diffusione del morbo, nei masi chiusi in Alto Adige, e in piazza a Trieste e Milano. 

Gualtieri nella spazzatura

Ma Gualtieri sa qual è il problema? Ieri era un mese che il professore, storico contemporaneista, già ministro dell’Economia, è sindaco, e in questo mese la spazzatura non è stata mai ritirata. Nemmeno, vivendo in un quartiere con la differenziata nei cassonetti, l’umido, che pure prende poco spazio ed è il rifiuto più facile e produttivo da riciclare: il cassonetto è strapieno, non “riceve” più, e l’umido puzza, e infetta. Il quartiere è piuttosto disciplinato ma carta e cartoni bisogna tenerli in casa, e anche platica e metalli: non solo i cassonetti sono ingombri ma anche gli spazi attorno.
Il neo sindaco in un mese ha trovato solo il tempo per un regalo ai netturbini, il famoso premio contro l’assenteismo, e questo è un cattivo presagio: fa capire che probabilmente il neo sindaco non ha capito nulla. Certo, un Comune si governa facendo piuttosto che punendo, ma sempre con mano ferma. Fare in questo caso significava e significa sfiduciare l’Ama, rinnovarne la gestione, e organizzare i controlli. Non solo a Roma, ma in ogni città di ogni parte del mondo, i controlli sono il cuore della buona amministrazione.
Il caso del sindaco Marino, dello stesso partito di Gualtieri, sfiduciato e cacciato dal Campidoglio con disonore (poi riabilitato, roba sovietica, nel 2020…) dai vigili urbani di cui aveva tentato di controllare l’assenteismo e la corruzione, non fa testo: Marino è stato cacciato dal suo stesso partito, che a Roma era pieno di gente corrotta. Questo non dovrebbe essere più il caso ora – molti corrotti sono stati snidati e condannati - e comunque non fa testo.
Un intellettuale sindaco può trovare difficoltà a fare l’amministratore. A controllare le pratiche, i carichi di lavoro, l’assenteismo, ed eventualmente altri abusi. L’altro intellettuale sindaco di Roma, Argan, debuttò dicendosi soddisfatto se fosse riuscito a far segnare il tempo agli orologi del Comune nelle piazze. Perlomeno è rimasto nel (suo) ruolo. Ma aveva dietro un partito robusto e non corrotto, che lo affiancava con gente robusta come Vetere e Petroselli, che gli sarebbero succeduti – rinnovando la città, con le sue bellissime, malgrado tutto, periferie. Gualtieri è persona mite, ma allora perché fa il sindaco, a Roma?    

Cantando con Socrate a Napoli capitale

Un omaggio all’abate Galiani, alla Napoli del Settecento virtuosa e invidiata – l’abate era stato una stella dei salotti e dell’illuminismo a Parigi. Rendendo rappresentabile, con nuovi e concisi recitativi (l’opera originaria prenderebbe quattro ore e mezza), il Paisiello delle parti musicali. Che in quest’opera, spiega De Simone in avvertenza, ha “raggiunto una delle più alte picche” del teatro musicale napoletano. Per le “evidenti contraffazioni della musica francese e dell’Orfeo di Gluck, rappresentato al San Carlo nel 1774” (il “Socrate immaginario” viene l’anno dopo), per lo sviluppo ampio del “tradizionale melodismo meridionale di tipo larmoyant”, e per i concertati “di nuova dirompenza ritmica… costruiti con una tecnica compositiva che risulta avanzata e genialmente innovativa”.
È un’opera buffa. Che ha già un barbiere, a cui il padre-padrone, fissato grecista che nella eloquenza del barbitonsore ritrova Platone, vuole dare in moglie la figlia. Il grecista “visionario delirante” gli autori del libretto, Galiani e Giambattista Lorenzi, dicono discendere da don Chisciotte, in una excusatio pubblicata dopo la semi-censura regale alla rappresentazione dell’opera, giudicata lesiva della reputazione del personaggio messo in satira come Don Tammaro Promontorio, “l’erudito barone don Saverio Mattei, eminente giureconsulto, grecista e dotto in linga ebraica”, nonché alla sua rispettata consorte, “l’esuberante Donna Giulia Capece Piscitelli”. Don Chisciotte non c’entra, spiega De Simone, il libretto originario era solo una presa in giro del  barone Mattei. Poco godibile fuori di Napoli – re Ferdinando fece quasi un favore proibendo le repliche della commedia per le “indiscrezioni” che conteneva, una sorta di diffamazione. E riporta il libretto, nelle parti recitate, alla dimensione reale, del tempo e del luogo. Alle novità del tempo rivoluzionarie. E al vero personaggio di Don Tammaro, nonché alla consorte. Di Donna Giulia fa interlocutrice una giovanissima Eleonora Pimentel, con la quale conversano in francese. Del barone Mattei l’adolescente Mozart – “il giovanissimo genio salisburghese visitò Napoli all’inizio degli anni Settanta,  e sicuramente conobbe il dottissimo musicofilo Saverio Mattei”.    
In appendice un saggio succulento del dimenticato Giovanni Macchia, francesista eminente, “Galiani e la «nécessité de plaire», l’intervento al convegno su Ferdinando Galiani all’Accademica dei Lincei nel 1975.

Roberto De Simone, Prolegomeni al Socrate immaginario, Einaudi, pp. 88 € 10

domenica 21 novembre 2021

Letture - 473

letterautore

Africa – È sempre “l’Africa dell’atlante vittoriano”, di cui in Graham Greene, “In search of a character” (“Congo Diary”, 1955), “il vuoto continente inesplorato, a forma del cuore umano”.

Bach – Erano una tribù, tutti musicisti. Gian Mario Benzing conta su “La Lettura” “almeno 83 Bach musicisti (51 dei quali si chiamano Johann-qualcosa)”. Partendo “dal mugnaio Veit Bach, la cui discendenza dissemina in tutta la Germania una favolosa quantità di «cittadini musicanti», organisti, strumentisti di corte, fino al Kapellmeister, fino al sommo in assoluto, Johann Sebastian”. Se ne contano 83 da Veit Bach incluso a Wilhelm Friedrich Ernst, 1749-1845.
Notevoli le famiglie di musica anche in Italia. Nella strumentazione: i liutai del Sei-Settecento furono dinastie, gli Amati, i Guarneri, gli Stradivari. Anche i musicisti: la più numerosa, esecutori e compositori, è quella degli Scarlatti – Alessandro, i fratelli, le sorelle, i figli, tra essi Domenico, e discendenti.

Balzac – Collezionava quadri vuoti: appendeva le cornici e dentro scriveva a carboncino, su un cartello: “Qui uno splendido Raffaello”, “In questo posto il mio bel Giorgione”.

Dante – O della complessità: “Certo, un critico avrebbe molto a dire su un foglio dattiloscritto da una scimmia (le scimmie cui Borges voleva affidare le macchine da scrivere, n.d.r.); mentre un canto della Divina Commedia è infinitamente più complesso”, Giorgio Parisi a Cazzullo su “7” – “Eppure è fatto con le stesse lettere. È la ricombinazione della stessa cosa. Proprio come gli esseri viventi”.

Galileo – Ha unificato cielo e terra. Ha fatto scoperte e dimostrazioni, ma principalmente, “come fa notare lo storico della scienza Paolo Rossi, ha avuto al grande intuizione che il mondo terrestre e il mondo celeste fossero simili e che si potessero utilizzare le stesse leggi per entrambi”.  

H – Mancando in questa ripreso dopo il lockdown la carta per stampare i libri, e anche il cartone per imballarli (“se li è accaparrati la Cina in gran quantità”?), Giuliano Vigini evoca la guerra, “quando Bompiani pubblicava il suo «Dizionario letterario» omettendo l h nel verbo avere per risparmiare sulla carte”.
 
Italia –Un paese per lo più d’invenzione, esportato (importato). Da Shakespeare naturalmente, e da Stendhal. Ma già da Chaucer, e poi da innumerevoli romantici e post, per il genere gotico, Walpole, Radclyffe Hall, Vernon Lee, Mérimée, Hugo, Gautier, E.T.A.Hoffman, e per quello sentimentale.
È il paese da “Mille e una notte” europee. Per la novellistica, che ha sviluppato prima e con più vigore?
 
Metafora – Uno dei “ragionamenti intuitivi” la dice il Nobel Parisi  a proposito delle sue ricerche di fisica matematica-teorica (“In un volo di storni”), “che sono alla base del progresso scientifico”. Il principale, con l’analogia, il modello, il teorema, le derivazioni. Nonché la forma o vaso di comunicazione e identificazione di un periodo: “Le metafore hanno un ruolo decisivo nel trasferimento di immagini e di idee tra discipline diverse nello stesso periodo storico”. Sono il luogo e il mezzo della trasmissione dei concetti e della loro “convivenza”, prosegue: “Se esaminiamo con attenzione un periodo storico possiamo percepire l’esistenza di uno spirito del tempo: spesso siamo in grado di trovare corrispondenze e assonanze non solo fra discipline scientifiche diverse, come potrebbero essere la biologia, la fisica e così via, ma addirittura tra la musica, la letteratura, l’arte e la scienza. Basti pensare alla crisi di un certo razionalismo all’inizio del Novecento, ai cambiamenti simultanei che ci sono stati nella pittura, nella letteratura, nella musica, nella fisica, nella psicologia… Tutte queste discipline, molto lontane l’una dall’altra, comunicano tra loro  ed è ragionevole pensare che le metafore abbiano un ruolo importante nella formazione del sentire comune”.
 
Paesaggio – L’Italia ne è, ne è stata, il luogo d’elezione, il paesaggio per eccellenza – un fondale in realtà, ma era la sua realtà. Nel romanzo italianato “L’odalisca perduta”, Adrien Goetz così può far ricostituire a Corot vecchio il suo vagabondare  in gioventù per la campagna italiana: “«Cascatelle di Tivoli», «Templi della Minerva» e «Grotte di Posillipo»; erano cinquant’anni che non si faceva altro. Sulle rive del Tevere c’era anche una fabbrica chiamata «la casa di Poussin» perché già il grande maestro la metteva spesso nei paesaggi che componeva. Vi si esercitavano tutti, e l’Italia raccoglieva i mediocri di tutta Europa”, fino ai danesi e ai russi: “I pittori si mettevano negli stessi posti dei loro predecessori, senza nemmeno nutrire la speranza di poter fare meglio. Il fatto è che quella roba vendeva”.
Si facevano figurazioni “storiche” per lo più: “Il massimo era ovviamente il «paesaggio storico», Didone, Pan, Eros e Psiche, Scipione, “copiando alla bell’e meglio Poussin: in primo piano piccole sagome di cartapesta, più lontano montagne rese da una parte erano assemblate con qualche roccia copiata da un’altra parte, due o tre ciel a scelta a seconda delle ore del giorno”. O copiando dai manuali: alberi, sorgenti, edifici e templi, piccoli e grandi, “una falesia o un orrido roccioso tanto per cambiare”.
Ricordando quegli anni a Roma, il Corot di Goetz si dice felice: “Da nessun’altra parte si sarebbero trovati insieme inglesi, tedeschi, russi, francesi, nordici e americani. Tutti insieme eravamo un Congresso di Vienna del paesaggio”. Erano gli anni della Restaurazione, due secoli fa.
  
Post – È l’ingrediente più usato delle “parole macedonia” (Migliorini), o porte-manteau, del giorno, a sfogliare “La Lettura”, lo speciale Bookcity di Milano, la fiera del libro. Post-umano e postu-manismo, per dire l’ecologia. Oltre ai correnti post-crisi e post-pandemia. La post democrazia. La post Europa. C’era già la post-stampa – i social, le fake news. E prima ancora il postmoderno. E la post-scrittura?
 
Soratte – “Montagna logora come un vecchio filosofo”, Adrien Goetz, “L’odalisca perduta”.

Spie – “Si è spia per voler essere spia”, non per patriottismo, o per una sfida, nota Graham Greene in “Una specie di vita”, la prima parte della sua autobiografia, ricordando la sua attività nel Servizio Informazioni durante e dopo la seconda guerra – e anche prima, a ven t’anni, ma allora per ridere. Lo spionaggio di direbbe di moda nell’intellighentsia inglese del Novecento, tra scrittori e accademici. Ma senza lustro, forse per curiosità.

letterautore@antiit.eu

L’autore da giovane, o la manomorta del passato

Un’analisi, più che un ricordo, o anche un ricordo analitico, dei primi vent’anni. Finiti a Oxford nell’alcol, e in numerosi “giochi” alla roulette russa, in solitario. Dopo essersi brutalizzato fisicamente, con tagli, cadute, fratture, da adolescente.  Dopo un’infanzia e un’adolescenza che non riesce a trovare triste, ultimo di sei fratelli e sorelle, compagni d giochi, inventivi, pazienti, il padre direttore-gestore di una scuola privata, severo ma molto presente, la madre prima cugina di Stevenson – che Greene apprezza. Di estesissima parentela. Un prozio fondatore di St.Kitt’s nei Caraibi. Un cugino, Ben, impiegato nella seconda guerra all’internamento degli elementi pacifisti o comunque contrari alla guerra contro la Germania. Il fratello del padre, omonimo dello scrittore, sottosegretario permanente all’Ammiragliato – morto di 93 anni dopo essere sopravvissuto a una serie di incidenti “mortali”. Un’incertezza, una svagatezza, insomma una inconsistenza, che dà ragione. Ma come il nonno paterno, lo scrittore constata a metà riflessione, incapace di una vita familiare tranquilla, che emigra due volte a St. Kitt’s, la prima a 14 anni per aiutare un fratello nella conduzione di una fattoria di canna da zucchero, la seconda da solo e senza conforti, dopo il rientro in patria, alla morte repentina del fratello. Un nonno che aveva “energetici fratelli”, oltre allo sfortunato imprenditore a St.Kitt’s: un governatore della Bank of England, un deputato Tory, un avvocato di successo. Tutti gli ingredienti di una vita, di un racconto, che si presenta amabile. E invece no, “l’infelicità è una pratica giornaliera”, lo scrittore constata a un certo punto, di sé naturalmente.
Graham Greene è allora sfuggito miracolosamente a un triste destino, che lui stesso in gioventù si era venuto creando. Per una sorta di introspezione acuta. Arriva qui ai vent’anni, quasi trenta, senza un’amicizia stretta, né maschile né femminile. Anche il debutto da scrittore è visto con pessimismo: “La prima tiratura del mio primo romanzo, nel 1929, fu di 2.500 copie (che non si vendettero n.d.r.), e quella del mio decimo romanzo, “Il potere e la gloria”, nel 1940, fu di 3.500 copie”. Del resto, sembra dire citando il grande successo di “New Magdalen”, il romanzo didascalico, quasi didattico, pedagogico, di Wilkie Collins sulla redenzione dalla prostituzione (ma qui sarebbe un dramma), di nessun libro si può dire fu vera gloria – “dov’è “The New Magdalen” adesso, e quanti ricordano il nome del suo autore?”.
In analisi da ragazzo da un Kenneth Richmond che ha ancora tutta la sua simpatia, un sorta di “musicista eccentrico”, con lui si trova a considerare il rimosso come “la manomorta del passato”. Si forma su Robert Browning e se ne nutre. Finirà per considerarsi maniaco depressivo, malgrado l’analisi. A Oxford le sperimenta tutte: la vita di ateo, i giornaletti, la roulette russa, il palco, il comunismo, e subito, a 19 anni, lo spionaggio, per i tedeschi contro la Francia – erano gli anni dell’occupazione francese della Ruhr, degli ultimatum a raffica di Parigi – ingaggiato da un conte von Bernstorff, gay e resistente antifrancese, poi anti-Hitler. La stessa irrequietezza  che lo spingerà in posti ingrati dell’Africa e dell’America Latina - “si è spia per voler essere spia”, non per patriottismo, o per una sfida. Lascia Oxford pieno di debiti.
Ricorda il suo primo romanzo, “Rumour at Nightfall”, sui fuoriusciti carlisti di Spagna a Londra – di cui nulla sapeva. E l’influenza di Conrad: “Conrad era l’influenza ora, e in particolare il più pericoloso dei suoi libri, ‘The Arrow of Gold’,  scritto quando era caduto lui stesso sotto la tutela di Henry James”. La conversione al cattolicesimo, in vista del matrimonio, alla Tommaso, l’apostolo incredulo. E il lavoro al “Times”, da capo redattore del settore opinioni. Il primo libro pubblicato, “The Man within”, dice “molto giovanile e molto sentimentale. Non ha senso per me oggi e non vedo la ragione del suo successo”. Autore, ricorda, di “molti romanzi non finiti”.
Una memoria tradotta da Mondadori all’uscita, cinquant’anni fa, e non più ripresa. Il narratore di avventure straordinarie-ordinarie, fa della sua normalissima giovinezza un’esistenza, come tutte, sfiorata dallo straordinario, dall’impensabile.
Graham Greene, A sort of life, Random, pp. 192 € 8,50

sabato 20 novembre 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (474)

Giuseppe Leuzzi

Il miracolo in bottiglia
Si vende la bottiglia di Cartizze a premio, il bianco mosso dell’aperitivo, e il terreno che lo produce a milioni. Una miniera di soli 107 ettari, nel comune di Valdobbiadene, che era luogo di povertà mezzo secolo fa, dove “generazioni di agricoltori”, racconta Luciano Ferraro sul “Corriere della sera”, avevano “cercato fortuna emigrandio dall’altra parte dell’Atlantico”. E quelli rimasti “erano così squattrinati da riciclare i pali dismessi dall’Enel negli anni Sessanta. Poi”, continua Ferraro, “quel vino venduto sfuso, servito a tavola nelle caraffe, è diventato adulto”. È bastato venderlo come aperitivo, “e il valore della terra è cresciuto di centinaia di volte: un ettaro di vigna di Cartizze vale un milione e mezzo di euro”, tre miliardi di lire. E nessuno vende, attesta a Ferraro l’imprenditore vinicolo Moretti Polegato: “Non si trova quasi mai un venditore”, tanto la resa della terra, anche poca, è elevata, “ci sono riuscito perché un agricoltore aveva lasciato la vigna a nove eredi, che hanno preferito cedere” – con un ettaro e mezzo di Cartizze Moretti Polegato ha un’azienda superpremiata, che lo ha arricchito: “Esportiamo Cartizze, morbido, fresco e sapido, nei migliori ristoranti del mondo”. Un tesoro per tutti: solo 1,2 milioni di bottiglie l’anno, ma abbastanza per attrarre più generazioni di giovani – “la povertà del Dopoguerra è solo un ricordo”, può concludere l’imprenditore.
Le favole del Veneto poverissimo e poi ricchissimo sono tante. E questa è la verità: la povertà è concettuale, manuale anche - il Portorico, parente povero degli Stati Uniti, ha affrontato e sta battendo il covid con più intelligenza e capacità della California, o di New York, o del Texas. Non ci sono al Sud zone altrettanto povere come era molto Veneto ancora negli anni 1960. Non si può dire, è eresia, ma la povertà si crea – anche, a volte.
 
Il Sud alla mafia dei Prefetti
Non c’era mafia nel consiglio comunale di Reggio Calabria, sciolto nel 2012 dalla ministra Cancellieri del governo Monti, proponenti formali il prefetto Piscitelli, e il relatore della commissione ministeriale Valenti, un altro prefetto. Semplicemente aveva vinto le elezioni il centro-destra, per la seconda o terza volta di fila, e questo non andava bene alla ministra.
La città ha subito la solita gestione commissariale che ha bloccato tutto per due anni. Eccetto le commissioni dei commissari. A carico del bilancio comunale.
Ruolo di provocazione ebbe nelle gestione ministeriale Seby Vecchio? Vecchio, oggi cinquantenne curato, perfettamente vestito, preciso e rapido nell’eloquio come una saetta, che si presenta in Tribunale pentito per i benefici di legge e il pensionamento di Stato, è un pentito di ‘ndrangheta. Uno del clan Serraino, che distribuiva la cocaina a Milano - con centrale di smistamento in via Belgio, attorno a piazza Prealpi, e approvvigionamento a Malaga. Vecchio è stato fino a vent’anni fa assistente capo di Polizia a Reggio Calabria, per un periodo anche alla Squadra Catturandi. Mentre lavorava nel tempo libero per le cosche, in ogni attività richiesta: pizzo, incasso, minaccia, trasporto droga. Poi in politica, con la destra Fdl, assessore per tre anni alla Pubblica Istruzione-Edilizia Scolastica e per due presidente del consiglio comunale di Reggio Calabria. Ma non con la destra che aveva vinto le elezioni del 2011.
 
Qui non ce nn’è di covid – qui al Nord
Dopo la prima, gravissima di lutti e di minacce, terrorizzante, l’Italia va alla quarta ondata di contagi covid, con gli stessi gravi problemi di chiusure, distanziamenti, e forse morti, per la pretesa “libertà” dei Lombardi e Veneti, oltre che dei Tirolesi del Sud. Di rifiutare i vaccini, e anche le profilassi ordinarie, e di manifestare in piazza in massa ogni giorno, per meglio diffondere il virus, imponendosi a ogni altra convenienza o comunità. Dei tedeschi, cioè, e degli slavi (i veneti friulani e giuliani) d’Italia. Che vogliono morire in frotte, come i loro coeredi degli imperi austro-germanici.  Libertà “tribali”, come la Germania le definisce con orgoglio. Oggi muore a Trieste il goriziano (sloveno) Igor Devetak, giovane piccolo imprenditore no wax, dopo solo sette giorni di covid, che fermo non ha voluto cure in ospedale, così infettando il suocero, e probabilmente la moglie insegnante e i figli, che per la fede non andavano a scuola - ci vuole carattere, certo, la coerenza prima di tutto. 
 
C’è un che di verità, non solo una nota cinica nella pandemia, nel fatto che un più gran numero di morti per abitante si registra in Germania, Olanda, Austria e paesi Baltici più che in Italia – malgrado la forte minoranza tedesco-austriacante italiana. E in Italia al Nord più che al Sud – per quella presenza? Ma non è – non può essere – una questione di geni. Al Sud c’è meno supponenza, malgrado tutto.
 
Il Sud del Nord
Dice “settentrione” e “meridionale” stereotipi - avendo o avendo avuto, necessariamente,  collaboratori meridionali? oppure perché non sa quello che dice? - ma poi argomenta così, subito nelle righe introduttive: “Perché a Nord ci sono le democrazie e a Sud tanti regimi autoritari? Perché l’inflazione è così comune nei paesi del Sud? e pure la corruzione? Davvero andiamo verso un futuro luminoso in cui tutti i popoli del mondo adotteranno comuni valori di eguaglianza, libertà e democrazia, oppure tali valori non sono “universali” ma solo settentrionali?”
Il Sud è burocratico, E perciò nemico dello sviluppo, della ricchezza – la burocrazia italiana è meridionale, non piemontese o savoiarda: “Vengono persino in luce le cause del declino economico dell’Italia, come adeguamento ad un ambiente normativo sempre più “meridionale”.
Il Sud è anche corrotto e corruttore. “Molti ritengono che la “corruzione” sia un grave ostacolo allo sviluppo economico. Si vede infatti che è più comune nelle società meridionali e meno sviluppate che non nelle settentrionali e meglio sviluppate… Però dalla nostra prospettiva viene da sospettare che, tra corruzione e sottosviluppo, anziché una relazione causa-effetto possa esserci solo il legame indiretto di essere entrambi la conseguenza di un terzo elemento: il carattere meridionale delle popolazioni”.
L’imprenditore e “studioso di scienze umane” Mario Fabbri, di Novara di Piemonte, si attacca col suo terzo libro, “Il carattere meridionale”, al carattere meridionale. Che è retrogrado corrotto, antimercato e burocratico, con un penchant fascista – eccetto che per il fascismo vero, che come si viene dal Nord, da Milano, da Mussolini? Come imprenditore, dopo Ferrero, quello della nutella, è stato socio fondatore, ed è ora vice-presidente, di Directa Sim, che organizza il trading online nei mercati finanziari. Avendo molto tempo libero, scrive. I primi libri glieli ha pubblicati Rubbettino, editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro. Questo no, ma a questo punto, anche Rubbettino è corrotto, burocratico e meridionale?

Napoli
Si fa colpa a “Le Figaro”, alla sua corrispondente romana Valerie Segond, di avere detto Napoli  città del Terzo mondo. In realtà non è così. Il quotidiano parigino titolava il 2 ottobre un servizio sulla campagna elettorale: “Municipali in Italia: fatiscente e asfissiata dai debiti, Napoli attende il so salvatore”. Un articolo su Manfredi: “Gaetano Manfredi, atteso come il Messia dalle élites napoletane, si presenta in una città dove i servizi comunali si sono degradati molto”. Per l’ncuria, spiega, del sindaco uscente De Magistris durante dieci lunghi anni.
 
E il Terzo mondo? È un titoletto redazionale nel corpo dell’articolo di “Le Figaro”: “Il terzo-mondo in Europa”. Dove si dice che “certo, Napoli non crolla più sotto le immondizie come nel 2008”. Però, a parte alcune zone rinnovate, attorno alle stazioni della metro molto curate, c’è parecchio disordine. Ora il direttore di Capodimonte Bellenger eccepisce: “Mi domando se Segond sappia veramente che cosa sia il «terzo mondo»”. Ma, avendone conoscenza diretta, si può assicurare che è così: Terzo mondo non è povertà, non necessariamente: è disordine e incuria.
 
I Macron, come già Mitterrand, gradiscono Napoli come sede dei “bilaterali”, i colloqui periodici tra i governi italiano e francese. “Città a me molto cara”, ha detto Macron, che “ho visitato più volte”. Prima di diventare ministro, e poi presidente della Repubblica, Macron era un irregolare, sposo adolescente della sua professoressa – un matrimonio tra i più riusciti.
 
È vecchia l’ammirazione francese per Napoli. Il “milanese” Stendhal, per dire, nel 1817 scriveva: “Ci sono due capitali in Europa: Parigi e Napoli”. Donde la barbarie?
 
In altra temperie culturale, Jean-Noël Schifano, sbarcato a Napoli come professore di Francese all’Orientale, ne ha fatto la sua città – il luogo dei suoi racconti e delle sue riflessioni. Di trasporto quindi incondizionato, ma può ben dire: “Nel XI secolo Napoli faceva parte delle grandi capitali europee, era un centro economico oltre che culturale, qui c’era una sede della Banca Rothschild e l’unica Borsa italiana, la lingua diplomatica era la lingua napoletana”.
 
La “lingua diplomatica” è forse un eccesso – o è un sottinteso malizioso, di una “lingua napoletana”?  Ma è vero che è “una città di pace e armonia”, almeno nelle grandi cose: “L’Inquisizione non ha mai messo piede a Napoli, non c’è mai stato un ghetto e molti ebrei espulsi dalla Spagna vi trovarono protezione, non ha mai fatto la guerra”.
 
Fu a Roma in effetti che Paolo IV Carafa, il quarto dei cinque papi napoletani, “dell’alta nobiltà napoletana”, dice wikipedia, introdusse il ghetto per gli ebrei, con l’Indice dei libri proibiti, e – benché aborrisse gli Spagnoli, dominatori d’Italia, quelli del Sacco di Roma – l’Inquisizione di Spagna. Napoli si vuole contraddittoria.
 
Nino D ‘Angelo, che si penserebbe il massimo della napoletanità, confida a Candida Morvillo sul “Corriere della sera”: “Mi sento ancora uno sdoganato che aspetta di passare la dogana. Al premio Tenco le mie canzoni non le conoscono neanche. Andare in tv non è facile. Per anni, mi è stato più facile avere l’Olympia di Parigi, la Royal Albert Hall di Londra o il Madison Square Garden di New York, che un teatro a Napoli”. Si dice: nessuno è profeta in patria. Ma c’entra molto il rifiuto di sé – l’odio-di-sé.
 
Dice anche D’angelo a Morvillo”: “Me ne sono andato (da Napoli) perché hanno sparato due volte contro casa mia”. Chi? Perché? “Proprio la camorra. Volevano i soldi. Vedevano il successo. Telefonavano, minacciavano.  La seconda volta hanno sparato dentro casa, il proiettile è entrato nella stanza dove mio figlio Vincenzo dormiva nel lettino”. Conseguenze? “Siamo scappati in un giorno”. C’è solo la fuga. Si dice che bisogna resistere alle mafie, ma i Caabinieri non difendono la proprietà – chi ha i soldi paghi.
 
“Nell’anno 2018, su 239 rapine denunciate nella città di Napoli, 39 sono state realizzate da minorenni. E sempre nel 2018 sono stati cinque i tentativi di omicidio perpetrati da minori sui 24 denunciati nella città di Napoli”, Marco Zanata, già capitamo del Nucleo investigativo del Comando proviciale dei Carabinieri.
 
Per il 20 per cento le truffe sul reddito di cittadinanza accertate in estate dai Carabinieri della Legione Interregionale “Ogaden” sono localizzate in Campania, una su cinque. Fra i truffatori ottanta camorristi. Che “con dichiarazioni omissive sono riusciti a ottenere 852.515,91 euro di illecita percezione del reddito di cittadinanza”. E non li nascondevano, li esibivano, in macchine e gioielli.

leuzzi@antiit.eu

La ricerca del genio, o il genio della ricerca

Semplicità e garbo, nell’eloquio come il pubblico ha imparato a conoscere il neo Nobel per la Fisica, anche in questo racconto scritto di alcune esperienze di ricerca. Per prima quella della copertina, forse perché spettacolare, essendo stata poco concludente, come succede spesso nella ricerca. E perché indicativa dei “sistemi complessi”, su cui Parisi si è impegnato dalle prime esperienze di ricercatore, alla scuola di Nicola Cabibbo – “Le meraviglie dei sistemi complessi” è il sottotitolo.
Il racconto di alcune ricerche che Parisi ha sviluppato, scelte e riordinate con la collaborazione di Anna Parisi (nessun legame di parentela, Giorgio Parisi è molte cose ma non un “barone”, la scelta della rinomata divulgatrice è editoriale). Con un linguaggio il più possibile non specialistico, molta aneddotica, e la caratteristica semplicità e bonomia che lo distingue. Una sorta di rappresentazione “fisica” del genio – dell’intuizione. Che più si rileva nel racconto finale “Je ne regrette rien”, o “come non vinsi il Nobel a 25 anni”, per una “piccola trascuratezza” di cui tarderà decenni a rendersi conto.
Indirettamente, Parisi se lo dice da sé: “La scienza si fonda sulle prove sperimentali, sulle dimostrazioni analitiche, sui teoremi. Alla base della costruzione scientifica, però, c’è una grande costellazione di ragionamento intuitivi”. Tra i “ragionamenti intuitivi” ci sono, ad esempio, “le metafore, che hanno un ruolo decisivo nel trasferimento di immagini e di idee tra discipline diverse nello stesso periodo storico”. L’intuizione, cioè il genio.
Il fisico teorico deve pensarle tutte. Il che è impossibile, e allora deve beneficiare del lampo di genio. Ogni risultato in fisica e in matematica si contraddistingue per “semplicità e naturalezza”, ma arrivarci si combina col caso caso: non c’è un metodo, o allora intuitivo, non codificato. Parisi, che è stato per alcuni decenni la colonna della ricerca teorica alla Sapienza a Roma, sa unire la semplicità, anche nell’esposizione, lineare, aneddotica, lieve, al lampo e alla consequenzialità del ricercatore.
La ricerca al tempo delle scannatrici
Un libro anche denso – preludio, nell’immediatezza del Nobel, ad altri più distesi interventi? Sia nello specifico, delle proprie ricerche di Parisi e della ricerca scientifica, sia nel recupero dei suoi vasti interessi personali, dai linguaggi verbali e geometrici alla musica.  Comprese le forme della conoscenza:– il tema epistemologico lo appassiona quanto quello della complessità, dalla metafora, il tropo per eccellenza, regina dei traslati, al modello darwiniano delle derivazioni – passando per le nozioni più scontate, il teorema, il modello, l’analogia.
Con una rappresentazione vivissima della vecchia università, pre-1968. Lenta. Nelle comunicazioni – una telefonata in America costava uno stipendio. Nel calcolo – un reparto nel’ammezzato, detto delle “scannatrici”, perché ci lavoravano tutte donne, era addetto al lento recupero dei dati delle schede perforate. I professori inece erano giovani, al contrario di adesso.
Giorgio Parisi, In un volo di storni, Rizzoli-Corriere della sera, pp.125 € 12