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martedì 17 luglio 2018

Secondi pensieri - 353

zeulig


Capitale - È personale all’origine, e patrimoniale. Si socializza col tempo – molto tempo – e come una concessione. In parte costretta, in parte “capitalistica”, cioè intesa alla crescita del capitale stesso.
Originariamente inteso privato in misura anche estesa, a dimensione statuale. In quelli che M.Weber chiama Stati patrimoniali.  Che tuttora si perpetuano nella penisola arabica. Dove i regnanti si appropriano non contestati del bene pubblico massimo, la rendita petrolifera. Che solo in parte spendono a beneficio della nazione. Di più investono per disperdere e non per moltiplicare, in squadre di calcio a nessun beneficio, nemmeno d’immagine (prodigalità, mecenatismo), e senza criterio di gestione, megayacht inutilizzati tutto l’anno, megapalazzi, idem, firme del lusso, e la moltiplicazione delle meraviglie nei figli. Le figlie comprese, il cui destino è di restare segregate, e tanto più se intelligenti, attive e belle, con o senza velo.
Le donne in Arabia Saudita sono un lusso che contrasta con le teorie economiche del lusso, da Mandeville (“La favola delle api”) in qua, Marx compreso e Sombart. Del lusso o consumo ostensivo come generatore e diffusore di ricchezza, e quindi di risorse.
Il capitale è senza regole, anche se si fa un dovere di spiegarsi.

Carità – È dovuta – e quindi non virtuosa, non titolo di merito? Simmel, “Il povero” (in realtà “I poveri”) registra un “diritto alla carità” (pubblica). Come diritto fondamentale: “Il diritto alla carità appartiene alla stessa categoria del diritto al lavoro e del diritto alla vita”. Anche se poi concluderà all’“antinomia sociologica dei poveri”. È un diritto, insiste Simmel, “posto al di sopra e al di là del povero”: “Il diritto che corrisponde all’obbligo dello Stato, secondo il quale questo deve assistere il povero, non è il diritto del povero ma piuttosto quello di ogni cittadino”, in quanto contribuente.
L’assistenza è invece sempre egoista, la carità privata, anche quella di corpo, sempre secondo Simmel: “L’aiuto fornito dai sindacati britannici ai loro membri senza lavoro  ha per scopo non di alleviare la situazione personale  del beneficiario ma d’impedire che i disoccupati, per bisogno, vadano a lavorare altrove  per pochi soldi, ciò che genererebbe salari più bassi in tutto il settore”.
Anche nella cooperazione, si dà a beneficio (indiretto) di sé, in quanto gruppo o nazione. È il principio della cooperazione internazionale. Che la “cooperazione internazionale” cioè sessant’anni dopo comproverà, che nei saldi dei conti correnti (merci e servizi) con i paesi beneficiari registra sempre attivi per i paesi donatori. Volendo, con un certo fondamento nel Vangelo, nota Simmel: “Quando Gesù dice al giovane ricco ‘dai  tuoi beni ai poveri’, ciò che sembra importagli non sono i poveri ma piuttosto l’anima del’uomo ricco, il sacrificio non essendo che un mezzo o un simbolo di salvezza”. E nella chiesa: “Più tardi, l’elemosina cristiana conserva questo stesso carattere; non rappresenta che una certa forma di ascetismo, di buon lavoro che migliora le possibilità di salvezza del donatore”.

Essere – È dei romanzi. Della memoria (rimpianto, sogno, nostalgia, rifiuto) e della fantasia? Immateriale ma non inesistente, e anzi più insistente, duro, coriaceo. Intrasformabile, anche se, come Sainte-Beuve notava, “ogni lettore è un filologo”..
Umberto Eco ne tratta a proposito della visibilità (in una delle conferenze estive alla Milanesiana, “L’invisibile”, ora nella arccolta “Sulle spalle dei giganti”): tante realtà, che si seguitano e anche ci perseguitano, sono invisibili. Raffigurabili, ma immateriali. Non con una forma propria, e nemmeno con un esser-ci proprio: creazioni. Creazione forse non precisa né conclusa, ma estesa e non scalfibile: “I personaggi della narrativa non solo sono inventati, e quindi secondo il buonsenso inesistenti (e ciò che non esiste non può essere visto), ma sono invisibili anche in quanto espressi non attraverso immagini ma attraverso parole, e spesso neppure descritti con dovizia di particolari fisici. Eppure questi personaggi esistono in qualche modo al di fuori dei romanzi”, in “infinite immagini di ogni genere”.
Per esempio Anna Karenina. O Dumas de “I garibaldini”, quando, visitando lo Chateau d’If in rotta verso Quarto e la Sicilia, dove aveva rinchiuso per quattordici anni Edmond Dantès, prima di farlo conte di Montecristo, e dove lo aveva fatto visitare dall’abate Faria: “È un privilegio dei romanzieri creare personaggi che uccidono quelli degli storici. La ragione è che gli storici evocano solo meri fantasmi mentre i romanzieri creano persone in carne e ossa”.

La prima ontologia è quella del concetto stesso, della parola, di “essere”. Materiale, tangibile?

Iliade – Il poema della forza, per il famoso titolo di Simone Weil. Ma è il poema della necessità,  del destino. Della guerra, ferra necessità cui nessuno può sottrarsi, né per meriti né per forza o astuzia. Dal punto di vista del progresso, delle età della storia, è il culmine dell’età del bronzo, di una bronzea necessità cui gli uomini sottostanno – di passioni senza senso, nemmeno di interessi  più o meno benthamiti, egoisti.

Povertà – Simmel, che molto l’ha studiata, ne fa in conclusione una “antinomia sociologica”. In ragione delle “difficoltà socio-etiche dell’assistenza”. Che è un diritto, ed è un egoismo (v. “Carità”).
La questione rientra dunque in quelli che nel Medio Evo si consideravano  insolubilia, espressioni o ragionamenti passibili di duplici e configgenti interpretazioni. Chi è povero? Rispetto a che, a chi? “La povertà è un concetto relativo”, conclude Simmel: “Non è che a partire dal momento in cui sono assistiti – o forse da quando la loro situazione globale avrebbe dovuto esigere assistenza, benché non sia ancora concessa – che divengono membri di un gruppo caratterizzato dalla povertà”. I poveri come gli stranieri - oggi diremmo gli immigrati.
Alla fine Simmel collega il povero allo straniero. “Che anche qui si trova confrontato al gruppo. Ma il fatto di essere confrontato implica anche una relazione specifica che trascina lo straniero nella vita del gruppo come uno dei suoi elementi”. Con una particolarità: “Essere al di fuori non è in breve che una forma particolare di essere all’interno”. Come è vero di tutti i gruppi, e gli elementi del gruppo – anche “nelle strutture semplici, quale il matrimonio”. Parte non attiva. Dei poveri Simmel dirà in conclusione: “Questo gruppo non resta unito dall’interazione dei suoi membri, ma dall’attitudine collettiva che la società, in quanto tutto, adotta al loro riguardo”.

Segreto – È vuoto – deve essere vuoto? Il vero contenuto segreto è il vuoto – che non ci sia segreto. È la tesi di Umberto Eco, “Il complotto” (ora in “Sulle spalle dei giganti”). Ma questo equivale a dire vuoto il potere – compreso quello della chiacchiera, della parola. Un controsenso.
Il segreto  è una corazza, impalpabile, e uno stimolante. Bere caffè viaggiando in autostrada, protetti da airbag invisibile. 
Non c’è segreto inviolato, non  sarebbe “segreto”, lo stimolante. Il segreto va annunciato\denunciato, comunicato.

Sogni – Freud li analizza scomponendoli. Li ricolloca nel passato, immenso deposito memoriale da cui vengono, insorgenze occasionali ma non fortuite. Pieni di sensi, nelle pieghe e nell’insieme. Che Freud scompone e ricompone, con distinzioni, dislocazioni, classificazioni. La lettura tradizionale, o non freudiana, è della occasionalità, ma più del vaticinio, per quanto oscuro: il sogno non rimuove-sommuove  il passato, anticipa il futuro, oscuramente, minacciosamente – il Futuro si può dire una minaccia per la ragione, in ragione della sua stessa oscurità.

zeulig@antiit.eu

Recessione – 69

Si parla solo di crescita da un anno, di una sorta di miracolo, ma il tarlo della recessione è sempre all’opera (e non sarà il motore della crisi politica?) :

La crescita del pil, prevista all’1,5 per cento, viene ridotta all’1,2. Nel 2019 sarà ancora inferiore.

È comunque la crescita più bassa fra le economie europee.

L’attivo dell’export è in contrazione, di un quarto negli ultimi dodici mesi (un miliardo su 4,3). Al netto della “guerra dei dazi” annunciata da Washington.

Il reddito medio pro capite è ancora inferiore, in termini monetari, rispetto a quello del 2008 – il confronto si aggrava in termini reali, anche se ufficialmente l’inflazione non esiste.

La disoccupazione è a oltre l’11 per cento, contro il 7 per cento di dieci anni fa.

Il debito pubblico è passato nei dieci anni dal 102,4 al 131 per cento del pil, da 2.180 a 2.350 miliardi.   

L’eccezione Germania

Schäuble tira il colpo e nasconde la mano? Di nuovo, come già nel 2011? È quello che ha fatto, facendo filtrare la cosa, oggi come allora, presso fondi e banche.
Ineffabile, l’ex ministro delle Finanze (dell’Economia in Italia) propiziava con Paolo Valentino, che pure è corrispondente avvertito, non  sdraiato sulla soglia germanica, una mielosa intervista, “Un’Europa senza l’Italia non è concepibile”, (“Corriere della sera” 23 giugno). Da capo in petto  dello Stato europeo – non siamo tutti europei?  Nel mentre che scriveva velenose lettere contro l’Italia al capo della Vigilanza Bce, Danièle Nouy. Che volenterosa esecutrice rispondeva, benché l’ex ministro non abbia più titolo – Schäuble è ora presidente della Camera dei deputati tedesca, una sorta di Fico o Boldrini. Ma quando chiama la Germania, la Bce si mette sull’attenti. E questa è già una cosa: la Germania è ben europea, nel senso che fa eccezione.
Nello specifico, le lettere intimidatorie di Schäuble, le risposte sull’attenti di Nouy, la cosa è ora acclarata da Fubini sullo stesso giornale. Il 23 maggio il padre della patria europea (Schäuble è anche un teorico di varie Europe) chiede vigilanza accresciuta sul riciclaggio e i prestiti deteriorati – di cui la Bce aveva in esame quelli delle banche italiane. Il 6 giugno se la prende con la Grecia:  perché la Bce continua a tenere in vita le banche greche? Il 13 giugno specificamente con le banche italiane: quanti crediti deteriorati hanno, quanti titoli di Stato hanno, quanti titoli di Stato italiano hanno le altre banche europee.
La cosa non è da prendere alla leggera, come il “Corriere della sera” ha fatto. Come una curiosità, o una mania – Schäuble sarà vecchio ma non c’è nessun motivo per ritenerlo rincoglionito. S i conferma l’eccezione Germania. Non se ne parla più, perché la Merkel “tutti noi” (per i media italiani) è in difficoltà. Ma l’eccezione Germania è sempre all’ordine del giorno: Berlino non si ritiene uguale a nessuno, tanto meno all’Italia, e lo ribadisce con ogni mezzo. E l’“Europa” consente. Nemmeno obbligata: volenterosa (immaginarsi se alla Nouy avesse scritto Padoan…). E questa è l’Europa.
La collaborazione di Nouy è però provvidenziale, poiché rende pubblico l’intrigo di Schäuble. Il quale naturalmente le sue lettere minacciosissime ha tenuto segrete, un po’ come aveva fatto nella crisi del debito pubblico italiano nel 2011 – lui e il suo pupillo alla Bundesbank, il giovanotto Weidmann: La crisi fu avviata allora dalla Deutsche Bank con vendite straordinarie di Bot riacquistati a termine, in concertazione col governo tedesco che sollecitava pubblicamente l’allarme, un giorno Schäuble un giorno Weidmann.
Oppure, oggi come allora, è un segreto divulgato perché il bubbone scoppi? Non c’è complottiamo, gli untori di peste non si fanno scrupoli. Né è da prendere la Germania alla leggera.

Baudelaire gran signore gran censore

“Essere divertente parlando della noia, istruttivo palando del niente”: il proposito è promettente. Ma perché proprio il Belgio nel mirino – la capitale del titolo è Bruxelles? “A fare uno schizzo del Belgio c’è, in compenso, il vantaggio che si fa nello stesso tempo una caricature delle stupidaggini francesi”. E della modernità – del tutto business: “Come si cantavano da noi, vent’anni fa, la libertà, la gloria e la felicità degli Stati Uniti d’America! Stupidaggine analoga a proposito del Belgio” – “il Belgio e gli Stati Uniti, bambini viziati dai giornali” è un tema vecchio, già trattato in “Il mio cuore messo a nudo”, prima di esiliarsi a Bruxelles. E per un dubbio: “Forse abbiamo parlato troppo male della Francia. Bisogna sempre portarsi la patria attaccata alla suola delle scarpe. È un disinfettante”.
Un gran reportage. Prevenuto, perché Baudelaire non ha avuto a Bruxelles l’accoglienza che sperava, gli editori che avevano fatto ricco Victor Hugo, le sale di conferenze paganti piene, gli onori, uno spirit vivace. Ma dopo un lavoro da Grande Inviato, curioso e scrupoloso, lungo due anni, gli ultimi della sua vita – come annota subito Montesano, che ha curato il revival: “Il dandy si aggira per i balli public durante il Carnevale, va ad assistere a meeting repubblicani, osserva le case private,  curiosa nelle botteghe, legge gli annunci pubblicitari, le scritte sui muri, colleziona statuti di associazioni, osserva i giochi dei bambini, nota le abitudini delle donne, copia i manifesti elettorali e le partecipazioni funebri, registra gli errori di pronuncia e di stile come segni dell’errore morale”. Diligente, ma subito incattivito.
Un strano libro dunque, di invettive. Con poche, brevi, “cose”. La ballerina “Amina”, Elisa Neri, e poco più. “Le plat pays” di Jacques Brel è antevisto con furore. Anticipato dal giovane Voltaire in esilio nel 1722 – “La triste città dove ho stanza\ è il soggiorno del’ignoranze,\ dlla noia, delal pesantezza,\ della stupida indifferenza…” – ma questo non esime. Né si può dire che Baudelaire abbia cattivo carattere. Ma era già mortalmente sofferente, anche se non lo sapeva, e tornava alle insofferenza della prima età, con la caratteristica mancanza di misura.
È anche indispettito: il suo non-conformismo non stupisce nessuno a Bruxelles. E questa è forse una chiave utile: c’è già la mancanza di curiosità che caratterizza i nostri giorni in Italia, forse per lo stesso motivo, per il potere “alla piccola borghesia”, direbbe Baudelaire, “che è micragnosa e solo vigila sul suo piccolo interesse”.
Più cattivo ancora Baudelaire è nelle lettere da Bruxelles, alla madre, al tutore Ancelle, all’editore, a Sainte-Beuve. Che Montesano documenta nella lunga introduzione. Insieme col consiglio di leggere i versi ancora più irrispettosi dedicati a Bruxelles, le “Amoenitates Belgicae” - che però meno di questa silloge si recuperano.
“La capitale delle Scimmie” è uno dei moltissimi titoli che Baudelaire registra nelle note qui raccolte. Che Montesano ha preferito ai titoli meno immaginativi adottati dai curatori delle due edizioni “critiche “di questi appunti lasciati sparsi e informi, Pichois e Guyaux. Anche il montaggio Montesano ha fatto diverso, in qualche modo tematico e non cronologico.
Montesano fa di questo Baudelaire un progressista, e anzi un rivoluzionario, al passo di Marx, che sta scrivendo “Il Capitale”, lo stesso che Flaubert, che sta scrivendo “Bouvarad e Pécuchet”, e un socialista proudhoniano, ma è arrischiato. Baudelaire ce l’ha col modo di vivere che Pound dirà dei “dollaria”, tutto calcolo e poco spirito. Ma da high tory, gran signore gran liberale, e per questo tanto più sprezzante. Contro Napoleone III e la demagogia al potere. Contro il potere del denaro, esaustivo, corruttivo. Contro i colonialismi. Specie del jingoismo, sarebbe da aggiungere, la ferocia piccolo-borghese – a Bruxelles “solo i cani sono vivi, sono i negri del Belgio”.  
Charles Baudelaire, La capitale delle scimmie, Oscar, pp. 157 € 6,90

lunedì 16 luglio 2018

Problemi di base storici - 433

spock


È la storia cristiana, non c’era prima – il progresso a un fine?

È dunque un percorso per l’aldilà?

È la storia divina?

E al di qua che storia sarebbe?

Non c’è storia senza salvezza?

Non c’è salvezza senza storia?

E chi è senza storia, popoli e individui?

spock@antiit.eu

Khomeini dentro di noi

Sul “Corriere della sera” lunedì  Gian Arturo Ferrari evoca il passaggio di Calvino nel 1989 da Garzanti alla Mondadori, di cui era direttore generale, come una decisione della vedova, Chichita Calvino, per il coraggio mostrato dalla editrice con la pubblicazione di Rushdie, “I versetti satanici”, il libro e l’autore che avevano subito l’anatema islamico – Chichita era indignata al punto che cambiò agente letterario, prendendo quello di Rushdie, Andrew Wylie. Una brutta storia si registrava già trent’anni fa, poco meno, il 13 marzo 1989:

“Un libraccio, si dovrebbe dire se fosse solo un libro di lettura, specie nel racconto del titolo. Ma è la pietra dello scandalo di una questione molto più grande, e pericolosa: del debordare del khomeinismo, che già tanto male ha fatto all’Iran, a una civiltà di tremila anni, nel cuore stesso dell’Occidente, che pure è suo nemico dichiarato.
“La questione è più pericolosa perché nessuno sembra conoscere alcunché dell’Iran, che pure è una civiltà vecchia e forte di almeno tremila anni. E nessuno, a dieci anni data, mostra di avere capito la natura di Khomeini e del khomeinismo – valgono ancora le sciocchezze che Foucault è riuscito a cucire insieme.
“Di fronte alle manifestazioni di piazza con morti e alla minaccia di morte a Rushdie e ai suoi aventi causa, editori, distributori, librai, recensori, non c’è stata una risposta ma una serie di distinguo. Una rasegna stampa predisposta dalla Mondadori  per i quaranta giorni dall’uscita del libro ne fa il bubbone di una peste.
“Scalfari è perplesso – perplesso sull’opportunità di pubblicare il libro. Sciascia è contro, come Andreotti: sul “Corriere della sera” lo dice “probabilmente insulso” – non avendolo letto, come dichiara Andreotti? Con Sciascia concordano, sempre sul “Corriere dela sera”, l’arabista Gabrieli e Elemire Zolla. Con qualche confusione, confessando l’uno una scorsa, l’altro una lettura affrettata.  Né potrebbero averlo letto quelli che, per l’autorità di Umberto Eco, hanno sottoscritto un appello a favore di Rushdie e del libro: nessuno di loro ne scrive, pur essendo critici militanti nei giornali, Gudici, Raboni, Porta, Zanzotto. L’onesto Enzo Golino si segnala per essere solo. E Rosellina Balbi, capo redattrice cultura a “la Repubblica”, che però si deve assumere il pondo di recensirlo direttamente.
“Del libro si è detto. Ma la condanna islamica ne fa un casus belli. Ne dovrebbe fare, perché invece non lo fa: è appeasement su tutti i fronti. Una manifestazione di debolezza che, per chi ha anche solo sfiorato l’islam, è una grave breccia in una guerra non dichiarata ma all-out, totale. Foriera, non ci vuole molta preveggenza, di violenza diffusa. Proprio quella che i distinguo presumono di prevenire.
“Una serie di cardinali si è dichiarata contro, il francese Decourrtray e l’americano O’Connor tra i tanti, così come il gesuita californiano Robert Graham, storico della seconda guerra mondiale l’arcivescovo di Canterbury e qualche rabbino.  A fini forse di scongiuro. Tutti professando di non avere letto il libro. Non sanno il male che (si) fanno. In aggiunta alle vendette che sicuramente si faranno dopo l’editto khomeinista: distruzioni, assassinii, attentati, anche stragi.  
«I versi satanici» sono in  circolazione, in originale, da ottobre. Il 12 febbraio a Islamabad una protesta di piazza contro il libro è finita nel sangue, quando i dimostranti hanno tentato di assaltare il Centro culturale americano. Il generale Zia, che pure condanna il libro, è legato agli Usa e la polizia ha fatto sei morti e un centinaio di feriti. Il giorno dopo morti e feriti a Srinagar, in India – il primo paese a denunciare come blasfemo Rushdie. Il 14 febbraio Khomeini si appropria della questione e lancia un editto contro Rushdie – impropriamente chiamato fatwa, ma con tutti gli effetti della fatwa, di sentenza vincolante per il credente.
“L’ayatollah si è espresso in termini molto chiari: «Informo i devoti musulmani di tutto il mondo che l'autore del libro intitolato ‘I versi satanici’ – che è stato scritto, stampato e pubblicato in contrasto con l’Islam, il Profeta e il Corano – e tutti coloro coinvolti nella sua pubblicazione che erano consapevoli del suo contenuto sono condannati a morte. Faccio appello a tutti i musulmani zelanti affinché li giustizino in fretta, ovunque essi si trovino, in modo che nessun altro oserà offendere il carattere sacro dell'Islam. A Dio piacendo, qualcuno che viene ucciso così è un martire». Al peggio, si è ridotto il caso a uno di polizia. Ma c’è molto di più – basta poco per saperlo, un minimo di conoscenza di Khomeini, e dell’islam militante (l’islam è una milizia).
“Alì Khamenei, l’ayatollah probabile successore di Khomeini alla guida dell’Iran, tre giorni dopo la fatwa, ha argomentato che se Rushdie si scusava la condanna poteva essere ritirata. Due giorni dopo, il 19 febbraio, Rushdie si è scusato, professandosi mussulmano. Ma Khomeini ha ribattuto subito che non potrà mai essere perdonato. Perché Khomeini intende altro, come è implicito nella sua sentenza e come egli stesso non ha mancato di dire negli anni.
“Citando Maometto, il «Corano» e l’islam, Khomeini crea un’area di conflitto vastissima, modellabile dalle autorità islamiche, religiose e non, come un reticolo universale: potrebbe essere offesa all’islam anche la critica al velo, o alla poligamia. Critica, e anzi condanna, un’intera cultura, dal redattore o il critico al fattorino di casa editrice. Si arroga un diritto universale, la capacità di statuire per tutto il mondo. E di ogni islamico fa un nemico: una spia, uno che sta qui, a leggere libri o a zappare l’orto, ma sempre intento a denunciare l’infedele. Il khomeinismo si vuole una pianta infestante.”

La catarsi della non catarsi

Uno dei racconti lunghi pubblicati su “Black Mask” e altri periodici popolari a un tanto a parola, agli inizi della carriera di scrittore, non compresi nella raccolta “Continental op” – “First aid to murder” in originale, già tradotto da Nerbini, 1949, come “L’ombra in agguato”. L’esemplificazione della ricetta del noir. Ancora mescolato con l’enigmatico (“giallo”), ma di natura ben diversa: senza il lieto fine.
Hammett resta negli annali per un esito non da poco: la sua catarsi è la non catarsi. Il noir è il thriller di un mondo senza luce, tutto torbido, anche nella soluzione. Cupo. Senza speranza e senza gioia – o di gioia malata.
Dashiell Hammett, Un matrimonio d’amore, Sellerio, pp. 89 €7

domenica 15 luglio 2018

La verità dell’accoglienza

Volano stracci nel business dell’accoglienza. Gino Strada spiega in tv che la sua organizzazione di soccorso medico Emergency deve pagare per operare sulle navi “Phoenix” e Topaz della ong maltese Moas, Migrant Offshore Aid Station,  230 mila euro al mese. Finché la Croce Rossa non ha rilanciato, offrendo 400 mila euro per operare al posto di Emergency.
L’assistenza medica ai migranti ha un tariffario pro capite, pagato dall’Italia e dalla Ue. La ong Moas raccoglie gli immigrati in mare sulla base di un tariffario per assistito pagato dall’Italia e dalla Ue. La ong Moas fa capo a Regina Catrambone, calabrese di Reggio, sposata a Malta, molto progressista e milionaria. Che così si spiega su Huffington Post Italia, di cui è blogger: “Occorre recuperare l’empatia e l’umanità necessarie per comprendere che su quelle barche, in quelle prigioni e nel deserto potremmo esserci noi e i nostri cari”. Obiezioni?
Ma l’accoglienza è un business. Nobile quanto si vuole, il business del buoncuore, del volontariato, della povertà e del dolore, ma un settore economico, concorrenziale, anche troppo. Per non dire dei vescovi che si svegliano dal letargo solo quando il business dell’accoglienza è minacciato dal governo – chi conosce don Mazzi ne sa la spietatezza, il cinismo si direbbe.
È un fatto evidente, prima che una storia poco onorevole. Che però non si racconta. Per paura? Per incapacità - il giornalismo è talmente scaduto che non si sa fare neanche un’inchiesta così semplice, di numeri, organizzazioni, metodi, aneddotiche?

La verità dell’immigrazione di massa


Il  “Sole 24 Ore” ricostruisce una mappa delle emigrazioni africane come valvola di sfogo dei “senza terra”, i dieci milioni di africani rifugiati in altro paese, in conziiooni quindi di privazione,  per sfuggire a persecuzioni o guerre. Ma non è così, per chi poco poco conosce la storia dell’Africa.
Il fenomeno non è nuovo: l’Africa a Sud del Sahara è sempre stata in guerra, da cinquant’anni circa, dalle “indipendenze”. Guerre civili e di confine. Guerre tribali e\o politiche. Il Congo non ha avuto mai pace, e così via, un po’ tutti gli Stati africani sotto il Sahara, una quarantina: non ce n’è stato uno indenne da guerre, o persecuzioni di varia natura. Con milioni di morti, e milioni di “senza terra”. In più casi a opera degli stessi liberatori – i più famosi oggi Afewerki in Eritrea, Mugabe in nello Zinbabwe, Dos Santos in Angola.
Di nuovo c’è l’organizzazione, dei “senza terra” come se fossero un mercato, Da sfruttare. In realtà più che dei “senza terra”, veri disperati, degli africani più o meno stabilizzati cui si propone, a caro prezzo, la fuga in Europa in veste di disperati. Per una vita, una volta in Europa, tutta in discesa.
Un vero mercato si è creato sulla base delle esperienze dei primi “rifugiati”, nei due decenni dopo le indipendenze, in Nord Europa: in Svezia, in Olanda, un po’ anche in Germania, e in Gran Bretagna. Qui per il dovere-diritto britannico di accogliere gli ex del Commonwealth, dalla Giamaica al Pakistan, e quindi, per estensione, al Sud Africa, con qualche appendice rhodesiana, ghanaiana. 
L’Italia pure ne ha accolto, molti somali e eritrei, ma non con le stesse opportunità offerte in Nord Europa, e quindi da tre decenni non è più meta ambita. Le opportunità che si possono (si potevano) godere in alcuni paesi europei erano per gli standard africani di grande ricchezza: una indennità di disoccupazione elevata (una sorta di “reddito di residenza”), e l’abitazione – di cui poter fare mercato, è esperienza personale in Olanda e Germania. Sempre sul sottinteso che un immigrato africano è un rifugiato politico - come tale veniva e viene venduto.
Il mercato è noto e anche pubblico in Africa. Di organizzazione del viaggio terrestre, dei visti, del passaggio in mare. A opera di mediatori che in molti posti, per esempio in Nigeria, hanno ufficio pubblico. E sono propagandisti attivi nei villaggi e nelle periferie.
L’immigrazione di massa, tolti i casi di ricongiungimento familiare e i pochi di natura politica, è un mercato. Non onorevole e per molti aspetti infame, compresi alcuni aspetti dell’accoglienza. È una tragedia, con migliaia di morti annegati – diecine, centinaia annegano a giorni alterni – e si sottintende che sia una tragedia come fatto o fenomeno, mentre è un mercato di schiavismo. Moderno naturalmente, aggiornato al terzo Millennio. Con schiavisti che si fanno forti del motivo umanitario. Ma semrpe organizzato, sfruttatore e crudele.

Quattro vite di noia

A p. 100 della prima delle sue quattro vite, di 280 pagine l’una, Archie Ferguson compita le prime lettere, maiuscole e corsive, con la nonna. Il seguito come sarà?
Finora di nessun interesse: le quattro vite senza storia di Archie si annunciano estenuanti – un’impresa ma per il lettore. L’edizione italiana compie il miracolo di ridurre le quattro vite di un decimo buono, ma non basta.
Una summa dello storione familiare-etnico: quattro storie della stessa persona anagrafica. Non di sliding doors, di porte scorrevoli nel flusso del destino, di come è stato e di come avrebbe potuto essere, ma quattro storie siverse della stessa persona, sempre sullo storione familiare-etnico. Come una celebrazione e insieme una denuncia-esposizione. Del genere in cui si è distinto e rinchiuso l’ebraismo Americano, Singer, Bellow, Malamud, Ph.Roth, lo stesso Auster.
La storia narrata più volte era già della “Trilogia di New York”, il primo successo di Auster. La tecnica quindi è collaudata. Ma per il lettore è impegnativa, senza consolazione.
Paul Auster, 4 3 2 1, Einaudi, pp. 944, ril. € 25

sabato 14 luglio 2018

Il mondo com'è (347)

astolfo


Baccalà – Un pesce del mare del Nord che è alimento diffuso del Mediterraneo. Non se ne fa cucina in Germania, in Svizzera, in Olanda, in Austria, in Francia. Sì in Italia, in Portogallo, paese a suo modo mediterraneo, in Spagna, in Grecia. In Italia diffuso e apprezzato nel Veneto, in Toscana, in Abruzzo, a Roma, e in Calabria – Messina inclusa, in quanto rivierasca dello Stretto. Alimentando un vastissimo ricettario. In Calabria (e a Messina) come alimento pregiato, in forma di stoccafisso (“stocco”), il merluzzo essiccato invece che sotto sale.
In Calabria la Norvegia ha tenuto un consolato a Reggio Calabria dopo il terremoto e fino agli anni 1960 – poi spostato a Messina. Per il commercio dello stocco. La Norvegia, prima di arricchirsi col petrolio, a partire dagli ani 1960, era un paese di contadini e pescatori, di pesce povero, merluzzi e balene.

Complotto – Quello “gesuita” è particolarmente robusto. Dopo che i gesuiti stessi avevano provveduto nell’Ottocento a creare numerosi complotti, in genere liberali-massonici, dall’abate Barruel alla fondazione di “Civiltà cattolica” e ai romanzi di padre Bresciani, ma questo non esime. Tuttora è attivo un sito in rete che attribuisce ogni nefandezza dell’Otto-Novecento ai gesuiti. Di cui una rassegna fa online Joël LaBruyère, “Le monde malade des jésuites”, che tutti gli eventi malefici del mondo, di oggi e del passato, riesce a mettere in conto ai gesuiti. LaBruyère, musico e mistico,  il guru del gruppo musicale femminile francese Les Brigandes, di estrema  destra. Ma sul complotto dei gesuiti si sono prodotti personaggi notevoli: Pascal, “Le Provinciali”, 1656-57,  Michelet, Quinet, l’abate Gioberti, “Il gesuita moderno”, 1846.

Cristiani – Non sono protetti, nonché dai governi occidentali, cristiani per storia e tradizione, nemmeno dalle chiese, per prima la chiesa di Roma. Non in Africa (Etiopia, Egitto, Sudan), non in Asia  dove erano radicati dalle origini: Libano, Palestina, India, Iraq. Nonché dove erano e sono,  seppure sparsamente, presenti, dal Pakistan alla Cina.  
Secondo Open Doors, un’organizzazione americana, ogni giorno 10-12 cristiani vengono uccisi nel mondo, quasi tutti a opera di islamici, e settanta subiscono violenza (arresto, sequestro di casa e beni, tortura). Secondo la stessa organizzazione, c’è una graduatoria distinta dei luoghi di persecuzione. I primi dieci sono nell’ordine: Corea del Nord, Iraq, Eritrea, Afghanistan, Siria, Pakistan, Somalia, Sudan, Iran, Libia.  Seguono: Yemen, Nigeria, Maldive, Arabia Saudita,. Uzbekistan, Kenya, India, Etiopia, Turkmenistan, Vietnam e Qatar.

Numerose  teorie alla Dan Brown sono circolate, di una chiesa di Roma infeudata a interessi laico-massonici, anche per privilegiare gli interessi economici rispetto a quelli umani e di fede. E per questo prona, al coperto del dialogo interconfessionale, a sacrificare i suoi fedeli in giro per il mondo. Teorie naturalmente complottistiche, tanto vere quanto false. Che si basano però su trascuratezze effettivamente bizzarre del Vaticano. Per esempio per lo stillicidio di assassinii di cattolici in Pakistan, o di cristiani in genere nella Nigeria del Nord, il “terzo” mussulmano del grande paese africano. Un caso è preclaro, della Comunità di Sant’Egidio a Roma, che è quanto dire il Vaticano, che ha sponsorizzato con convegni, aiuti umanitari, e conferenze politiche l’indipendenza del Kossovo dalla ortodossa Serbia. Di una porzione della Serbia cioè che si vuole parte della Grande Albania, a sua volta proiezione non dissimulata di un disegno neo ottomano della Turchia. La cosa viene addebitata alla dabbenaggine dei gestori della Comunità, ai quali veniva inviato quale uomo di paglia un piccolo Gandhi locale, Ibrahim Rugova. Nel mentre che Hashem Thaçi, un giovane mafioso che poi diventerà il capo del Kossovo indipendente, bruciava e distruggeva tutte le chiese e i monasteri cristiano ortodossi della regione. Le distrusse negli anni di Rugova, sotto la copertura del mite intellettuale, che comunque nessun seguito aveva nel paese.

Globalizzazione – La vera rivoluzione del Novecento, benché tarda, la sola. Economica e sociale, come quella che ha apportato benessere in quantità apprezzabili ai miliardi di persone, in Asia, in America Latina, e anche in Africa. A partire dal Kennedy Round, sviluppatosi negli anni 1970, con le prime aperture dell’Occidente, o Ocse, alle produzioni-esportazioni dei pivs. Seguito dal rinnovo dei regolamenti Gatt e Wto. Con il Doha Round che ha avviato e stabilizzato la liberalizzazione degli scambi - benché sospeso da tre anni. E con la creazione di aree di libero scambio in Nord e Sud America, il Nafta e il Mercosur. Con l’emergere prima delle tigri asiatiche, Taiwan, Hong Kong, Singapore  - la “Cina esterna” - e la Corea del sud. Quindi dei Bric: Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica.

Grecia – “In nessuna parte della Grecia storica c’è stato il sacrificio umano, né le mutilazioni volontarie, la poligamia o la vendita dei bambini per la schiavitù, né mai obbedienza totale e illimitata a un individuo”, Georg Simmel, “Saggio sulla negatività dei modi di comportamento collettivi”. Ci sono dei geni della civiltà – delle dotazioni forse genetiche (nel tempo diventate genetiche).

Liberismo – Non h adepti più acritici degli ex comunisti in Europa. Dalla Russia di Eltsin, e dopo, ai governi Pd in Italia, a Tsipras in Grecia. Quest’ultimo, capofila dell’estrema sinistra in Europa, con una lista a suo nome perfino in Italia che alle Europee ha eletto tre parlamentari, ha venduto le proprietà statali, compresi i porti, a chi prima veniva, senza aspettare il miglior acquirente, ha ridotto le tasse ai ricchi, dà sgravi fiscali stabili agli investimenti esteri, non importa di che natura e provenienza.

Referendum – È volentieri distruttivo, anche quando è propositivo. Il rigetto referendario, a fine 2016, della riforma istituzionale che tutti volevano non è un’eccezione. Prima che l’istituto debordasse in Europa, a partire dagli anni 1970, i casi di scuola erano tutti negativi. Da ultimo quelli gollisti: “tutti” per De Gaulle nel 1958 e nel 1962, “tutti” contro nel 1969. In Svizzera, il paese referendario per eccellenza, il Novecento si inaugurò col rigetto dell’assicurazione malattia, che i due rami del Parlamento avevano appena votato all’unanimità, nell’interesse del “popolo”. Il sociologo Simmel ne faceva uno dei casi meno contestabili della “negatività dei comportamenti collettivi”, che argomentava da sinistra, e non da destra, nel breve saggio dallo stesso titolo.

astolfo@antiit.eu

Il prezzo del miracolo greco

Il prezzo dei soldi è l’investimento in riciclaggio: il boom della Grecia dopo l’eurocrisi è l’“investimento” di ignota provenienza. Piovono aumenti salariali in Grecia, dopo anni di tagli, e tredicesime, e quattordicesime, ma di che provenienza? Sì, dalle isole Cayman, ma prima?
Questi “investimenti” che hanno rifatto ricca la Grecia sono anche liberi di uccidere. Valendosi di killer immigrati, pagati per uccidere e per autodenunciarsi, in modo da bloccare la giustizia. E di questa libertà Charitos si deve sorbire l’apologia.
Un racconto di immigrati e ricchi tranquillamente assassini. Conturbante ma stanco, come rassegnato. Di un Markaris probabilmente stanco lui stesso, stanco delle bugie, di cui fa una stanca illustrazione. Molte pagine dedicando alla festa della santa Pasqua. E alla esumazione ripetuta delle ricette greche di cui ha infiorettato la serie di Charitos: come un rituale di lutto, o della sola cosa onesta.
Un libello più che un giallo, un pamphlet sulla mafia al potere. Caduto nel nulla – è un anno che è stato pubblicato. E questo sì, è inquietante: la cosa è vera? l’autore è depresso?
Petros Markaris, Il prezzo dei soldi, Gedi, pp. 302 € 7,90

venerdì 13 luglio 2018

Letture - 351

letterautore


Ablativo - Mandel’štam non amava lo “stato in luogo”, nota Serena Vitale (“Quasi leggera morte”), l’ablativo, e lo infastidiva la “buddistica quiete ginnasiale del caso nominativo”.
L’ablativo è brutta parola in  effetti, sa di taglio, circoncisione, castrazione – un caso che indica “un allontanamento, un'uscita da un luogo o da uno stato, una dislocazione, un'asportazione”, per l’ablativista Enrico testa.

Acqua – “Tutta l’ “Odissea” sa di mare”, è la constatazione improvvisa di Citati , “La mente colorata”, 134. E di metamorfosi – “chi parla di mare, parla di metamorfosi. L’acqua è il “brodo primordiale”, luogo e materia della metamorfosi, dalla gestazione alla catena dell’evoluzione. E con l’acqua-metamorfosi, l’isola, la distinzione, separazione.

Bagattella – Secondo Kant un latinorum per peccatillum, il “peccatum philosohicum” della morale per confessori gesuita, a proposito delle bugie a fin di bene.

Borges – Il tema delle tigri è puro Blake, “The Tyger”, fine Settecento – “Tigre! Tigre! Divampante fulgore\ Nelle foreste della notte”, nella traduzione di Ungaretti.

Censura – È andreottiana per antonomasia – era, quando si esercitava, nella “prima Repubblica”. Basata sugli orientamenti stabiliti da Andreotti quando era sottosegretario di De Gasperi dopo la guerra, e applicata nei decenni da funzionari tutti più o meno “suoi”. Esercitata in particolare sulle scene in qualche modo discinte, al cinema. Mentre è stata ferrea nei decenni da parte del Pci, che si ergeva a paladino della libertà d’espressione. Con una ferrea organizzazione editoriale nei giornali e nelle case editrici: non c’era scampo per un intellettuale non “in linea”, quale che essa fosse – il Pci si-ci concedeva un “pluralismo” di “linee”. Da Morselli a Fellini e a Muti. A Firenze ricordano in questi giorni come nel 1971 ci fu una guerra feroce al giovanissimo Muti e a Roman Vlad per avere programmato al Maggio Musicale “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”, opere non in linea. La guerra a Muti è proseguita a Milano alla Scala, tramite l’orchestra “orchestrata” dalla Cgil, fino al suo licenziamento.
Il ricordo della censura a Firenze è oggi in forma di celebrazione, a opera degli eredi politici dei censori di allora.

Corpo – “Coloro che trovano una differenza tra l’anima e il corpo non hanno né l’una né l’altro”, Oscar Wilde.

Dante – È tessitore, fine, complesso, e tintore. Secondo Mandel’štam che come si sa se ne intendeva, di Dante: “Molto colorato prima dell’alfabeto dei colori di Rimbaud. Dante ha collegato i colori con la pienezza fonica del discorso articolato. Ma lui è un tintore, un tessitore.  Il suo, di alfabeto, è quello dei tessuti fluttuanti, tinti con polveri clorate, pigmenti vegetali… Il manufatto tessile in Dante è la massima tensione della natura materiale in quanto sostanza definita dalla sua colorazione”.
È anche velista, in solitario e con pienezza di mezzi, sempre secondo Manldel’štam, “Conversazione su Dante”: “Per arrivare alla meta bisogna tenere con o del vento che soffia in una direzione diversa e prenderlo. Identica è la legge del bordeggio a vela… Non dobbiamo dimenticare che Dante visse nell’epoca della fioritura a vela, e poté osservare i migliori esempi”. Specie all’“Inferno”: “Il ventiseiesimo canto è la più velica tra le composizioni dantesche, quella che più bordeggia, che meglio manovra”.

Heidegger – “Sentieri ininterrotti” è nell’“Odissea”, VII, là dove Ulisse infine a Itaca non trova più i sui riferimenti.

Italiano – È un dadaismo “naturale”? Mandel’štam assegna a Dante un vantaggio per l’uso dell’italiano come lingua, per “il carattere infantile della fonetica italiana, la sua splendida puerilità, la sua somiglianza al balbettio dei neonati, una sorta di connaturato dadaismo”.

Librerie – Sono scomparse dai cataloghi Ikea e Mondo Convenienza, della mobilia per tutti.

Machiavelli – L’elogio più preciso riceve, in forma di critica, dal gesuita Baltasar Gracián un secolo dopo “i fatti”, nell’ “Oracolo manuale e arte di prudenza”, 1647: “Un valoroso bugiardo”, che “sembra aver candore sulle labbra e purezza sulla lingua ma sputa fuoco infernale che divampa i costumi e incendia le repubbliche”.

Odissea – Ma non è un viaggio di scoperta – Ulisse non è quello di Dante: è una fuga. O un nomadismo. Da un “carcere” all’altro. Mentre i compagni annegano, scompaiono, sono mangiati. Una fuga. Alla deriva – non comandata da Ulisse. Lo stesso progetto di ritorno a Itaca è sfuggente per la massima parte.

Scritture - Darwin funziona, Mandel’štam ne è la prova: “Quando è rovesciato sul dorso e si accinge al salto, l’elaterio piega all’indietro testa e torace, di modo che l’apofisi pettorale, sporgendo all’esterno, si trova all’estremità della propria guaina. Durante il processo di curvatura all’indietro, per effetto dei muscoli, l’apofisi si piega a somiglianza di una molla”. Pochi sapranno cosa l’elaterio sia, né è chiara - chiaro? - l’apofisi, ma lo scatto c’è tutto.
Tocqueville pure non è male e Smith, i liberali. Non i romantici, i liberali realisti: Machiavelli, Hobbes. Marx, che molto si cita senza leggerlo. Gramsci sì, che l’ultimo “Quaderno” prima di morire tessé sulla grammatica, la rivoluzione più grande.

Seicento – Si può dire il secolo della menzogna. Teorizzata da Mazzarino come arte della politica, dal gesuita Baltasàr Gracián nel diffusissimo “Oracolo manuale e arte di prudenza” come arte del vivere, analogamente dal Torquato Accetto della dissertazione meno diffusa del Gracián ma più radicale, “Della dissimulazione onesta”, dallo stesso Descartes, che aveva come motto “bene qui latuit, bene vixit”, si vive bene nascondendosi. E di molti bugiardi a teatro, quali e quanti non se ne faranno nei tre secoli successivi, Tartufo, Jago, lo stesso Amleto, don Giovanni, Faust.

Shakespeare - Se ne potrebbe fare uno partendo dalla sua ignoranza. Della stessa Verone di “Romeo e Giulietta”.  Della Boemia al mare nel “Racconto d’inverno”. Ignoranza perlopiù geografica, non storica: non leggeva libri di viaggio né consultava carte.

letterautore@antiit.eu

Quando Firenze consacrava e censurava Muti

È il programma di sala del Maggio Fiorentino per il concerto conclusivo della stagione, il “Macbeth” in forma concertistica, diretto da Muti. E della festa di Firenze per lo stesso Muti, per i cinquant’anni del suo approdo a Firenze, a 27 anni, al primo incarico di direttore stabile, scoperto da Remigio Paone, sovrintendente uscente del Maggio fiorentino – a Milano il neo diplomato maestro, benché premio Cantelli per la direzione d’orchestra, vivacchiava, dice, male, con lezioni di piano. Redatto, in dialogo prevalentemente con Muti, da Valerio Cappelli con verve e scrupolo, lasciando parlare cioè l’intervistato, il programma ricrea uno spaccato sorprendente dell’Italia di allora, 1968-1975. Sorprendentemente vero, nel senso che, per quanto ben delineato e importante, non se ne parla (il “Corriere della sera”, il giornale di cui Cappelli è redattore, si contentava ieri di un minima sintesi, lasciando peraltro fuori i punti sorprendenti: “Muti ritrova Firenze…a 50 anni dal debutto”
Muti, in particolare, si diffonde su una serie particolareggiata di eventi e personaggi, che diventa nella penna scarna di Capelli  che assurgono a una sorta di storia della città e della musica in quegli anni. Oltre che su un’aneddotica non comune sua personale.
Una storia purtroppo di pregiudizi e censure, anche se la stagione si ricorda viva, ma per l’ostinazione e la capacità di Muti e del direttore artistico Roman Vlad. Il quale subì un processo, anche in consiglio comunale, per avere programmato “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”, opere “reazionarie”. “Erano anni in cui a Firenze «Il Flauto magico» non si poteva fare perché considerato massonico, e il comunistissimo Luigi Nono ritirò la sua opera, «Intolleranza», perché il teatro voleva accostarlo a «Il console» del vituperato Menotti…”. L’orchestra naturalmente si autogestiva, lungo “linee sindacali”, cioè di partito. Un capitolo della storia italiana – uno dei tanti? - da riscrivere da cima a fondo: la politica culturale della sinistra comunista.
Valerio Cappelli, Muti, ritorno a Firenze, Maggio Musicale Fiorentino

martedì 10 luglio 2018

L'Italia è l'Eni

La politica mediterranea dell’Italia la fa l’Eni. In Libia, a partire dall’accordo del 1974, con cui Gheddafi chiuse il suo giro di valzer nelle capitali europee, e prima di  tutto a Parigi. E ora, nel dopo Gheddafi, con la messa in produzione di nuovi giacimenti. In Egitto, con le nuove scoperte di gas e petrolio, dopo aver fatto del Paese un esportatore netto di idrocarburi. E chissà anche a Cipro, con e contro le provocazioni della marina turca, del disegno neo ottomano di Erdogan.
I ministri vanno e vengono da Tripoli e dal Cairo, a nessun esito. I libici e gli egiziani sono gentili e mezzora non la negano a nessuno - i libici e gli egiziani colti. Non è questa la strada: sanno fare la tara delle chiacchiere, non sono stati levantini per nulla,  si muovono sui fatti. 
Non più l’Eni di Mattei, che si doveva svenare per aprirsi valichi nei paesi del petrolio. Un gruppo all’avanguardia tecnica e commerciale. Con notevole senso politico, delle opportunità e delle convenienze. Che da solo fa la differenza con la Francia, che ha tentato di ripercorrerne le tracce senza fortuna – o capacità: la Francia solo sa parlare il linguaggio delle armi, per quanto sofisticate.
Come andrà a finire in Libia, sotto questo ombrello, non fa dubbio - Macron dovrà inventarsi un’altra guerra (ma ora è difficile, non c’è più Obama). C’è l’Eni anche nella decisione dei libici, governo di Tripoli e gruppi armati, di ridurre e anzi abbandonare il mercato dei migranti africani. 
Che l’Eni faccia la politica mediterranea dell’Italia, che sappia farla e basti per farla, non è vero (probabilmente non è vero) ma è come se. Per un motivo: ci vuole poco per fare una buona politica estera, applicazione.

L'odissea di Salvini

Salvini da Mattarella è in buona compagnia, preceduto da Ulisse nella “Odissea”, XIII.
Il racconto ne è presto fatto, Citati lo ha anticipato in “La mente colorata”, la sua lettura minuziosa della “Odissea”: “Quando Ulisse stava a Scheria, Alcinoo gli raccontò un’antica profezia rivelatagli da suo padre, Nausitoo. Il dio dei Feaci, Posidone, era arrabbiato con loro, perché accompagnavano con le navi gli stranieri indirizzati a Scheria. Un giorno li avrebbe puniti, spezzando una nave dei Feaci, di ritorno da un viaggio di scorta” – e “avvolgendo la città con un gran monte”, sintetizza Citati, perplesso anche lui sul significato di questa seconda minaccia. “Sia Nausitoo che Alcinoo non danno peso ala minaccia, come se Posidone non l’avesse proferita”. L’esito è immaginabile. Ma non subito.  
Anche Omero infatti è per l’accoglienza: “Il «secondo Omero» ama questi re che coltivano la religione dell’ospitalità protetta da Zeus, e ammira il tranquillo coraggio con cui continuano a inviare navi e stranieri in ogni parte della terra” - non per farne commercio? Ma alla fine cede: Posidone vuole distrutta la nave con cui i Feaci “accompagnano gli uomini” di qua e di là, e Zeus non si oppone. La nave sarà trasformata in un sasso, radicato presso la riva, la grande roccia della predizione, che avvolga o schiacci Scheria, i marinai rimarranno uccisi, i Feaci impotenti che solo possono organizzare sacrifici per placare il dio.
È anche vero, in questo “secondo Omero” della “Odisea”, nota Citati, che i Feaci erano divisi, benché tendenzialmente buoni: “Qualcuno potrebbe sostenere che che i loro re sono empi, perché non ascoltano la voce del dio”. Omero, il “secondo Omero”, essendo per l’accoglienza non sostiene gli insoddisfatti. Ma non si sfida impunemente l’ira degli dei. La fine è incerta, ma non che non si capisca. Omero, essendo di parte, “interrompe la scena”, spiega Citati: “Si rifiuta di raccontare cosa accadrà a Scheria”. Ma si sa che accadrà.
L’unico inconveniente è che Ulisse approda a Itaca nel tardo autunno, quando la navigazione in mare aperto si sospende, mentre Salvini avvista la Libia nella tarda primavera, in piena stagione nautica.


La felicità di giocare con la morte


“La felicità di sentirsi liberi, e soli”. È la felicità dell’avventura: avventuriero è il giovane protagonista per sentirsi libero, non per gesta straordinarie. Liberi per essere soli, dopo la peste. In un mondo fuori del mondo che è Bergamo, e la pianura lombarda. Di un secolo remote, il Cinquecento.
Il medico-scrittore e commediografo della Vienna Felix si cimenta in una delle ultime sue prodigali invenzioni – il racconto si pubblicò postumo, non terminato – con un’incursione fuori delle tematiche e le convenzioni, anche trasgressive, Fine Secolo. In un oltremondo scandito dai dettagli comuni. Un racconto della felicità anche d’inventare, alla Karen Blixen, che negli stessi anni 1930 cavalcava libera le stesse praterie (“Sette storie gotiche” et al.).
Un esercizio di bravura ritmica, e di fantasia.Un’avventura che è la morte, il senso costante della fine. Con l’amore affatato – inatteso, istantaneo.   
Arthur Schnitzler, Novella dell’avventuriero, Adelphi, pp. 87 € 8