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mercoledì 8 febbraio 2023

Dalla globalizzazione al confronto, la leadership americana

La Germania riarma, il Giappone pure, e di conseguenza la Corea: l’Occidente è perento, di fatto, ognuno si difende da sé – non subito ma presto. Gli Stati Uniti sfidano la Cina, e l’Europa, nell’industria dei chip e nella nuova frontiera industriale dell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti sfidano la Cina e la Russia con fronti di guerra a Taiwan e in Ucraina.
Dalla globalizzazione economica non si passa al multilateralismo politico (alla “bilancia dei poteri” come Kissinger aveva divisato il multilateralismo), ma alla leadership americana infine dichiarata.
Le “catene di valore” (assetti produttivi) rimangono ancora globali, con la Cina, e sempre più l’India, fabbriche del mondo, i guadagni sono sempre altissimi. L’interscambio cino-americano nel 2022 è stato da record, sui 700 miliardi di dollari. Malgrado i problemi iniziali dei trasporti marittimi, che hanno acceso l’inflazione in America, e le restrizioni covid, specie in Cina. Ma il protezionismo avanza. Non ancora con i dazi, ma sì col mercantilismo, con le sovvenzioni alle industrie nazionali e i contingenti alle importazioni.
È un cambiamento – una deriva – che gli Stati Uniti impongono da un decennio, con la presidenza Trump aggressivamente rispetto a quella felpata di Obama, e con Biden più fattuale di Trump. Da eredi infine anche nel linguaggio della tradizione coloniale europea dell’Otto-Novecento, dell’imperialismo come sfida di civiltà. All’ombra cioè dei diritti di libertà e di benessere Trent’anni fa imponevano la globalizzazione, la Cina fabbrica del mondo, con la disintegrazione del mercato del lavoro “occidentale”, di assetti secolari di questo mercato, in Europa e negli stessi Stati Uniti. Con la stessa buona ragione di sé, ne impongono ora lo smantellamento. Parziale, secondo le istanze della leadership americana, infine rivendicata.

Giornalismo sbirro

“Nessuno ha dubbi sulle qualità del pm, esperto di reati economici e autore di decine di pubblicazioni specialistiche”: il “Corriere della sera” si schiera a difesa del giudice Santoriello, quello che professava “odio la Juventus”,  il club che ora, dopo averlo intercettato per alcuni anni, può mandare a condanna. E aggiunge, il giornale, fine: “Più che un ultrà - la grande passione è per il basket - un assiduo frequentatore di codici e convegni”. Un tributo del giornale ai suoi informatori, che quindi non erano il giudice Santoriello ma i suoi sostituti, devoti. Mancando però l’evidenza, che il giudice professo odiatore ha utilizzato delle intercettazioni, frasi cioè estrapolate dal contesto, come “prova” per mandare ar gabbio mezza società. Come gli spiega un modesto impiegato dello stesso club, non un linguista né un epistemologo: “Credo che alcune rasi estrapolate possano assumere un significato diverso da quello che hanno”. Incapacità non può essere, è proprio la deriva del mestiere di cronista - ben due redattori il “Corriere della sera” schiera per capire meglio.
La civiltà giuridica si sa che in Italia è sotto ai piedi – due riforme in due anni, e una terza si annuncia, apparentemente senza sbocco. Da quando è sotto l’imprinting di Di Pietro, un giudice giustiziere che poi si è rivelato corrotto. Ma i giornalisti? Di Pietro li aveva ridotti a cani da cuccia, secondo i memoriali degli stessi “suoi” affezionati cronisti di nera.  
Lo stesso “Corriere della sera” apre peraltro con una vetta rara di ipocrisia: “A questa malattia incurabile della modernità, a cui con inevitabile approssimazione si dà il nome di narcisismo, va ascritta la battuta del pubblico ministero Santoriello che sta suscitando tanto scandalo. Il magistrato, che tutti gli addetti ai lavori, e persino quelli ai livori, descrivono come un modello di imparzialità…”. Complottismo, argomenta Gramellini, l’autore della intelligente sintesi: “O non ho appena sentito un amico interista sostenere che Santoriello è uno juventino che finge di odiare la sua squadra del cuore per farla assolvere senza suscitare sospetti?”. Perché Gramellini non è un napolista, è un torinista – più perfido?
Il calcio non è una cosa seria. Ma i giornali? Se si incrimina una squadra di calcio, amata o odiata, non importa se si fa con frasette estorte? Siamo tutti sbirri? Tutti nei giornali.

Il papa non era fascista

Singolare assunto, e singolare trattazione, del rapporto tra il fascismo e la chiesa, e in particolare tra Mussolini e Pio XI, il milanese papa Ratti. Mussolini aveva grande opinione della funzione del papato, della sua “imperiale” durata e proiezione. Fu in piazza San Pietro a Roma il 5 febbraio 1922, dieci mesi prima della “Marcia”, per il conclave che il giorno dopo avrebbe scelto il cardinale Ratti – ci fu da semplice cittadino, non avendo preso nemmeno un seggio alle elezioni del 1919, benché schierasse nomi eccellenti, tra essi Toscanini e Marinetti. E locupletò la chiesa nei suoi primi anni di governo, che coincisero con i primi anni del nuovo pontificato. Con “atti del governo che furono doni molto garditi dal Santo Padre, come l’introduzione dell’insegnamento della religiine nelle scuole elementari e l’istituzione dell’esame di Stato che parificava gli istituti privati cattolici alle scuole pubbliche, l’obbligo di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, l’incompatibilità tra fascismo e massoneria, l’opposizione al divorzio col riconoscimento della sacralità del matrimonio, l’inserimento delle feste religiose nel calendario civile, l’esenzione degli ecclesiastici dal servizio militare, il sostanzioso aumento della congrua ai parroci, contributi finanziari per il restauro degli edifici religiosi, il ripristino dei cappellani nella Marina e l’istituzione dei cappellani nella Milizia, il riconoscimento dell’università Cattolica di Milano, il salvataggio del Banco di Roma”.
Mussolini ha fatto tutto questo, ma anche di più. Ha creato l’Opera Nazionale Balilla, contro il Vaticano. Nell’anno santo 1925 ha creato lo Stato totalitario, ha soppresso le libertà civili oltre che le politiche, ha espulso i deputati Popolari dalla Camera. In un clima di violenza tale che la segreteria di Stato vaticana prudentemente aveva organizzato il viaggio all’estero di don Sturzo. Il 14 dicembre, nota lo stesso Gentile, il papa chiuderà mesto il giubileo dicendo “la gioia dell’Anno Santo intrisa di acerbe afflizioni”.
Mussolini aveva grande considerazione per il potere “universale” della chiesa. Commentando la morte del papa precedente, Benedetto XV, il 22 gennaio 1922 scriveva che il papa era “un imperatore, sia pure elettivo”, discendente “in linea diretta dall’impero di Roma”, a capo del “più vasto e  più veccho impero del mondo” – “dura ormai da venti secoli” - con capitale sempre a Roma. Sì, ma il papa?Mussolini era opportunista con la chiesa come con tutto il mondo.
Mussolini sosteneva di avere incontrato il cardinale Ratti a Milano nel Duomo, per la celebrazione del Milite Ignoto, il 4 novembre 1921, e che il cardinale era stato “cortesissimo”, permettendo agli squadristi di entrare in Duomo con i loro gagliardetti. Lo storico registra anche una confidenza che negli stessi giorni Ratti aveva fatto al suo amico Giacomo Boni, un architetto, così ripresa da un giornalista francese su “L’Illustration” quindici anni dopo: “Mussolini, un uomo formidabile”, avrebbe detto “parlando con voce profetica”. Per concludere che, “se non è mai bene che un uomo solo divenga onnipotente”, Mussolini era però geniale, e “di cosa è fatto il genio? Di un grano di follia”. Ma Mussolini non era potente, un anno prima della Marcia. E lo steso storico avverte brusco in nota che Mussolini vantava incontri che non aveva fatto, dicendo “senza fondamento” quanto Margherita Sarfatti scriverà nel 1926 in “Dux” e vari biografi posteriori riprenderanno, a proposito di “un incontro tra il cardinale Ratti e Mussolini il 28 marzo 1921 nel Duomo di Milano, in occasione dei funerali delle vittime di un attentato al Teatro Diana”, per il semplice motivo che “in quel periodo il cardinale era delegato apostolico in Polonia”. Non solo, ma non era nemmeno cardinale.
Il titolo di questo lungo capitolo nell’edizione originaria Laterza, “Il papato e il fascismo”, è più giusto. 
Emilio Gentile, Storia del fascismo – 9. Impero cattolico per un impero fascista, la Repubblica, p.155, ril., ill,. € 14,90

martedì 7 febbraio 2023

L’Italia senza braccia

Il recupero dei pensionati, per ora dei medici e infermieri, basterà a colmare il buco che si va aggravando nella produzione e nei servizi? Non basta più l’immigrazione a compensare il deficit di nascite in Italia. Direttamente, con l’immissione degli immigrati nella produzione, e indirettamente, per la maggiore prolificità delle madri immigrate.
La previsione, ormai quasi certezza, dell’Istat e dei maggiori demografi, tra essi lo stesso presidente dell’Istat, Blangiardo, è che tra pochi anni, all’orizzonte 2030, la popolazione italiana in età lavorativa (le classi dì età 21-65 anni) diminuirà di 1,7 milioni. Di poco meno del 10 per cento rispetto ai livelli attuali, che non sono reputati ottimali. Con le ovvie conseguenze negative sulla capacità produttiva e sul finanziamento della previdenza.
Da anni sono evidenti le carenze nell’organizzazione della sanità, tra medici e paramedici. Le organizzazioni imprenditoriali lamentano da oltre un anno, dalla ripresa post-covid, una carenza di forza lavoro in molti settori, specialmente (e paradossalmente) nei servizi alla persona, accoglienza e famiglie. E questo deficit proiettano nel 2030 a una cifra elevatissima, tra 1,5 e 2 milioni di posti di lavoro.
Una crisi già in atto, quindi, che però si confronta con due paradossi. Una disoccupazione ancora alta, sull’8 per cento. E un’immigrazione asfittica, benché se ne discuta in politica come di un’invasione. Negli anni dal 2013 al 2019, anni di governo del partito Democratico, in teoria più incline all’immigrazione, il saldo netto fra immigrati ed emigranti si è ridotto a poche decine di migliaia l’anno, in totale meno di 500 mila unità nei sette anni (nei dodici anni precedenti il saldo netto ha oscillato fra 4 e 500 mila ingressi ogni anno per quattro anni, e fra 2 e 300 mila negli altri otto), e ora l’Italia ne ha carenza. Secondo Blangiardo l’Italia avrebbe bisogno già da subito del triplo dell’immigrazione netta, per colmare il fossato crescente nel mercato del lavoro, da 130 mila a 370 mila nuovi ingressi l’anno. Non ci sono soluzioni alternative: le politiche di sostegno alle nascite, di cui si parla, se anche attuate, non daranno benefici prima di una generazione o due.
Il lag disoccupazione-offerta di lavoro inevasa è effetto delle retribuzioni basse. Soprattutto nei servizi. Che disincentivano le migrazioni interne – il tasso nazionale è diseguale regionalmente, tra la quasi piena occupazione in Lombardia, e il 12-13 per cento di disoccupazione in Sicilia. Mentre l’immigrazione è sempre regolata da una legge restrittiva, la Bossi-Fini, che ribaltò la legge Martelli, proiettata su un “buco” demografico già noto, e ha precarizzato gli accessi e, di più, la stabilizzazione del lavoro immigrato – la residenza, la cittadinanza. Stroncandone anche la natalità.  

Appalti, fisco, abusi (227)

Resi obbligatori i conti correnti, anche per le pensioni sociali, i costi sono aumentati dall’1 gennaio del doppio dell’inflazione, tra il 20 e il 25 per cento.
 
Resi (quasi) obbligatori i pagamenti con carte di credito, il costo delle carte è stato aumentato dalle banche del 25 per cento – di almeno dieci euro, mediamente a 50 euro l’anno.
 
Si paga ora anche il bancomat, fino ad ora gratuito: dieci euro l’anno è la media. Per iniziare.
 
Si dice che le banche hanno anticipato l’inflazione. Non che contribuiscono ad alimentarla? Tutti i servizi correnti dall’1 gennaio costano di più, del 20-30 per cento: i bonifici, online e (di più) allo sportello, i prelievi di contanti presso Atm non della propria banca. E perfino, a meno di forfait particolari, i prelievi da sportelli della propria banca.
 
Per i prelievi bancomat su altre banche l’aggio è un salasso. La commissione interbancaria per questi prelievi è di 50 centesimi. Ma la banca fa pagare 2 euro, e anche 2 euro e mezzo.

L’impero del bene fa paura

Dialoghi semplici, duelli aerei mirabolanti, due ore e rotte di ansia assicurata. Un all male vecchio stampo, cui il politicamente corretto ha imposto poche correzioni – due personaggi femminili molto maschili. E Tom Cruise che è in effetti un attore, sa essere molto di più che la sua bella faccia. Da dove dunque il disagio? È rivederlo dopo un anno di guerra vera, con missili sporchi, e diritti ambigui, come le colpe.  
Più del primo, questo secondo “Top Gun” è ricalcato sui videogiochi. Ma non per questo è inoffensivo. La retorica della guerra giusta, bella, eroica non è più gradevole. Non in questo format anglosassone, in cui il nemico non c’è, se non per prendere le legnate, ed è brutto e sporco, oltre che cattivo, mentre “i nostri” sono rilucenti, niente polveriee fango.
E poi i videogiochi, che sono la giornata dei ragazzi fino ai diciotto anni: sono tutti di distruzione e morte. E non a fini catartici: la favola di oggi è che il più potente è il più bello e bravo. Il Bene può essere spaventoso.
Tony Scott, Top Gun – Maverick, Sky Cinema

lunedì 6 febbraio 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (515)

Giuseppe Leuzzi
Per un progetto poi non realizzato, anzi quasi subito abbandonato, una antologia del Sud o sul Sud, Sciascia propone a Laterza nel 1957 anche “la scoperta del Verga e, contemporaneamente, dell’epopea contadina russa”. Il “Sud” emerge quando la sensibilità, l’aura del tempo, vira al mondo contadino, povero, ribelle, passato\passatista. Non a una prospettiva di volontà, ingegno, avventura, anche soltanto di luce, di sole – di sole fisico.
 
“Vorrei farvi notare che noi siciliani abbiamo scritto sporadicamente libri storici e sociologici sulla mafia. Ma per quanto riguarda il racconto non c’è quasi nulla sull’argomento”. Così Sciascia in una delle ultime uscite, dicembre 1985, al ventiquattrenne Ian Thomson sceso a Palermo a intervistarlo per il “London Magazine”. Non era già più vero, la narrativa mafiosa si moltiplicava. Innescata dal peso massimo Sciascia, se non certo con la sua capacità di scrittura: l’inizio di una valanga.
 
Il re nel pallone
Ferdinando IV di Borbone, poi I delle Due Sicilie, in esilio a Palermo durante la conquista napoleonica del regno di Napoli, così annotò nel giugno del 1799 la riconquista della sua città da parte del cardinale Ruffo – nel “Diario segreto” che Umberto Caldora ha pubblicato nel 1965: “Alle sei andato con i miei soliti a veder giuocare al pallone fuori la porta di Craste (probabilmente di Castro, n.d.r.), dove la partita è stata buona ed il concorso grande. Ricevuto la consolante notizia di essere entrati i realisti in Napoli”.
Un aplomb si direbbe, non dispiaccia a Gladstone, britannico. Del “re lazzarone” – o carducciano “re fanciullo che mangia i maccheroni a teatro”. In effetti, i reali delle case reali sono soprattutto spensierati. L’8 luglio Ferdinando era già nelle acque di Napoli, ma non scese a terra, sentiva di che si trattava.
I reali regnano coi ministri e cancellieri, se ne trovano qualcuno buono – oggi, a Londra, con cervelli dei social. L’aneddotica dello scugnizzo-lazzarone vuole che il suo precettore, il principe di San Nicandro Domenico Cattaneo, un giorno che lo vide scorrere un libro glielo abbia sequestrato.  
Le storie dinastiche servono a poco – che ce ne saremmo fatti dei Savoia?  
 
Un’autonomia senza forza
L’“autonomia differenziata” farà bene o male al Sud? In linea di principio l’autonomia farebbe bene al Sud. In questo caso no.
In questo caso, della legge che si sta configurando, si ridurrebbero i trasferimenti nazionali a favore del Sud delle regioni che sono contribuenti netti al benessere nazionale in misura rilevante: Lombardia, con 5.090 euro pro capite, per ogni residente, Emilia-Romagna con 2.811 euro, e Veneto con 2.680 euro. Ma per provvedimento amministrativo, senza il colpo di frusta che l’autonomia implicherebbe, perpetuando il corso attuale, del Sud lamentoso, e richiedente.
La legge in discussione si propone molte cose: vuole regionali le reti elettrica e del gas, i rapporti con l’Europa, la politica commerciale. Fuffa - le Regioni hanno da tempo rappresentanze a Roma e nelle capitali del mondo, è la prima cosa che hanno fatto dopo l’istituzione nel 19, l’apertura di sedi di prestigio, per vacanze spesate di rango. La solita fuffa che si agita per coprire il nocciolo della legge, i trasferimenti.
Ma anche su questo l’autonomia andrebbe bene, se fosse uno shock. La “secessione” protoleghista sicuramente lo sarebbe stata, avrebbe avuto un effetto che non poteva essere che benefico.
Con l’autonomia differenziata si verrà a togliere indubbiamente molta parte dei trasferimenti al Sud, cui il Sud era abituato. Ma progressivamente, come una medicina o veleno di Mitridate al contrario. Che non immunizza ma solo intorpidisce.
La Funzione Pubblica è essenziale al Sud come al Nord e in ogni dove. Ma il Sud ha bisogno di rigenerarla: di ridare un senso alla politica, al fare, alla gestione al meglio dei propri destini, fuori dei “posti” e della corruzione.
 
La sicilitudine è una prigione
La Sicilia è una totalità. Un imprinting, indelebile, più che un fatto geografico e storico - sì, sicani, fenici, greci, romani, arabi, normanni, angioini, spagnoli di mare e spagnoli d Castiglia, inglesi, piemontesi, il melting pot è ricco ma non conta. Non si può farne colpa alla “sicilitudine” – che peraltro molti siciliani, perfino Sciascia, indossano con rassegnazione. Ma nel progetto di antologia del Sud del 1957, Sciascia proneva a Laterza nientemeno che un capitolo “Sicilia (o Calabria o Lucania) come Spagna, Sicilia come Tennessee, Sicilia come Cina”. Niente di meno.
Nella prefazione del 1967 alla riedizione delle “Parrocchie di Regalpetra” nella Universale Laterza, insieme con “Morte dell’Inquisitore”, Sciascia si vuole autore di un unico libro. Di e sulla Sicilia: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno”, conclude ricordando un critico delle “Parrocchie” che lo voleva autore di un solo libro (“cavò il giudizio che io fossi uno di quegli autori che scrivono un solo libro e poi tacciono”): “Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione”. Non una sofferenza, come si penserebbe, essere autore di un solo libro, anzi un motivo di orgoglio. Ma qui Sciascia è all’estremo opposto, della Sicilia suicida.
Tornando per la prima volta dalla Spagna di cui ha sempre fantasticato, dalla Castiglia, “tutta la Castiglia, anche Burgos” delle cattedrali gotiche, il 9 luglio 1956 Sciascia scrive a Vito Laterza, allora suo editore: “A Racalmuto mi par di trovarmi come in Svizzera”. La Sicilia, pur deprecata, è misura di tutte le cose.
 
Milano
È la più antica città d’Italia, fondata da “Subres, bisnipote di Noè, attraverso Iafet l’Europeo (un primato difficile da battere)”. Così scoperta da Galvano, letterato cortigiano dei Visconti, nella sua “Cronica universalis”, primo Trecento, di cui ora Paolo Chiesa fa la scoperta. Un illustre geografo d’invenzione, il Trecento è fervido di viaggi, per lo più fantastici, come il più celebre Mandeville, che però non pretendeva di scoprire nulla.
 
Aveva scoperto l’America prima di Colombo. Anche lei come i vichinghi. Anzi, già un secolo e mezzo prima, sempre secondo Galvano e la sua “Cronica universalis”. Tra le altre facezie vi nomina la Marckalada, terra ferace abitata da giganti – gente cioè che mangiava bene e tanto. Deformazione del Markland delle saghe norrene.
 
Roma è otto volte Milano. Nasce da qui l’odio contro Roma?
O nella burocrazia – i manager lombardi con la valigetta al quarto piano del ministero del Lavoro, dietro via Veneto, per gli “stati di crisi” (che funzionari ex sindacalisti gestiscono)?
 
Dal database “Le religioni degli stranieri in Italia”, creato da “La Lettura” del 29 gennaio, si vede che gli immigrati in Lombardia sono un quarto di tutti gli stranieri residenti in Italia (1.155.393 su 3.561.540), e uno su otto lombardi (l’11,6 per cento dei lombardi). Ai quali il rito ambrosiano concede ampia libertà di culto. Dove si colloca dunque il leghismo, se non è razziale?
 
“In fondo, nella borghesia del Nord solo gli Albertini e i Pirelli non si assimilarono pienamente al fascismo”, Andrea Carandini, nipote di Luigi Albertini, ricorda con Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore Domenica”. Nel 1925 Albertini fu costretto a lasciare la direzione del “Corriere della sera” e a cedere le quota alla famiglia Crespi. Che nel dopoguerra diverrà, specie con Giulia Maria, ancella della sinistra più sinistra. Bisogna cogliere l’attimo – perché no, se ne fa anche poesia.

Mussolini lo storico Gentile può dire “milanese di adozione”, nella “Storia del fascismo” che ripubblica illustrata, in edicola con “la Repubblica”, nel volume 9. “Impero cattolico per un impero fascista”. E anche per questo in sintonia col Lombardo papa Ratti, Pio XI. Ma, bisogna dire, up to a point: il papa era lombardo vero e sapeva cosa conveniva.

Scrivendo a Vito Laterza da Caltanissetta, il 21 aprile 1964, per proporre “un romanzo sul separatismo”, un progetto che presto però dismise, Sciascia spiega giubilante: “È un’idea che mi è venuta all’improvviso, a Milano (la città d’Italia più adatta a risvegliare sentimenti separatisti, anche in me che sono stato decisamente unitario al tempo del separatismo)”.
 
Il giornale mostra Letizia Moratti, sicura perdente al voto regionale domenica, in lieta conversazione al teatro Parenti con i suoi sponsor politici, Calenda e Renzi. E anche questo è parte del successo, non darsi per vinti, anche se si è fatto un errore – una previsione sbagliata, un calcolo poco avveduto, una scommessa. L’atto di dolore, se necessario, è breve, serve all’assoluzione, e “non si piange sul latte versato”, “domani è un altro giorno” etc.. Quello che oggi si dice resilience, bisogna pur adottare l’inglese, come la città fa seriosa, un tempo nell’abbigliamento oggi nelle università.

leuzzi@antiit.eu

La resistenza patriottica antifrancese

Il 1807 De Micheli, uno dei capi della resistenza antifrancese del tratto cosentino attorno al castello di Fiumefreddo (Longobardi-Belmonte-Amantea), muore fucilato, senza processo, dalle truppe del colonnello Berthelot. Dopo di lui, che ha resistito a lungo, più di tutti, forte del castello in altura di Fiumefreddo, una rocca protetta anche da mura, tutti i suoi congiunti vengono condannati, i beni di famiglia confiscati, la nomea di briganti appiccicata, eccetera. Una causa persa, si direbbe, di un maggiorente borbonico. Ma non è così semplice – come si sa anche da altre fonti, per es. i resoconti ammirati degli stessi francesi, di Courier e di Duret de Tavel.
Un’opera di storia locale, di cui risente le inevitabili approssimazioni, di contesto e anche dei personaggi e gli eventi. Ma, indirettamente, nel racconto degli eventi minuti, documento di un’opposizione largamente popolare al dominio francese. Che si confrontò lungamente con armate francesi in successione, agli ordini di generali rinomati, Reynier, Massena, Verdier. Che praticavano senza scrupolo saccheggi e massacri. Pur basandosi su volontari non addestrati e di poco o nessun armamento: truppe, definite “massiste”, cioè aggregate “in massa”, alla bell’e meglio in “battaglioni volanti”, con poca disciplina e un soldo aleatorio - 25 grani al giorno ai volontari, 5 carlini al capo centuria (compagnia) e 10 al comandante di battaglione (quattro centurie): 16 centesimi di euro per grana al conto odierno, e 1,60 per carlino.
In controluce, un movimento che non si può non dire di resistenza. E non si può non dire patriottico. La storiografia non ne tiene conto poiché dura sui Borboni di Napoli il pregiudizio risorgimentale e gladstoniano. E sul cardinale Ruffo, che questa resistenza organizzò nel 1806-7 come già quella della marcia del 1799 contro la Repubblica Partenopea del generale Championnet, la persistente damnatio memoriae.   
Indirettamente, una testimonianza della capacità di lottare – di impegnarsi, con determinazione, pur scontando la propria inferiorità – di borghesi e contadini calabresi. Specie della Calabria Citeriore – il cosentino. Non per tornaconto ma per un’idea, buona o sbagliata. In grado perfino, sull’altro versante della penisola, di sconfiggere i francesi, a Maida – una battaglia che Londra ancora celebra. Bruno ricorda che il capitano Geniale Versace di Bagnara gli ufficili inglesei avevano soprabbominato “Genialitz”. Londra arruolerà per parecchi anni un Calabrian Corps, in giro per il mondo – anche al comando dell’ammiraglio Sidney-Smith, che sarà il carceriere di Napoleone a Sant’Elena).
  
Nicola Bruno,
Giovan Battista De Micheli tra cuore, penna e spada 1755-1807, Editoriale Progetto 2000, pp. 152, ill. € 12

domenica 5 febbraio 2023

Ombre - 653

Su Cospito corrono le stesse frasi di cinquant’anni fa, all’origine del terrorismo. La storia non è la stessa, qui c’è solo un balordo furbo – sfrutta il governo di destra per farsene martire. Ma la fraseologia che un personaggio pure così modesto suscita è sempre la stessa.
 
La vecchia fraseologia su Cospito riemerge questa volta a sinistra, manca il coro di destra. I giovani di oggi sono vecchi? A sinistra solo vecchi?
 
Sbalorditivo “ritorno sull’equity” (profitto netto in percentuale del capitale) delle banche europee delle economie minori, nelle tabelle oggi del “Sole 24 Ore”: ben il 18,80 per cento in Slovenia, e cifre tra il 15 e il 10 per cento per i paesi Baltici, la Grecia, il Belgio e l’Austria, con la Spagna. L’Italia capeggia la seconda colonna, delle economie maggiori (Francia, Germania) o più finanziarizzate (Olanda, Lussemburgo), con quasi il 9 per cento. Le crisi (covid, guerra, inflazione) fanno bene alle banche.
 
E non è finita: la bonanza bancaria continuerà nel 2023 e nel 2024, secondo la Banca d’Italia: il roe, ritorno sull’equity, sarà attorno all’8 per cento per le principali banche italiane. Si penserebbe che le banche vanno bene quando l’economia va bene. Ma forse le banche italiane possono ancora guadagnare molto tagliando i costi, semplicemente: chiunque va ancora in banca vede orde di gente che non fa nulla – e non vuole fare nulla: come per Cospito girano frasi fatte, è ritornato anche il rifiuto del lavoro?
 
Moto ottimismo sulle banche mentre ancora naviga in incognito Mps. Che il Tesoro ha ricapitalizzato ma per quale matrimonio? “Siamo troppo grandi e non possiamo più fare aggregazioni”, dice Messina per Intesa. “Siamo troppo piccoli”, dice Castagna per Bpm, altro “sposo” indiziato. Mentre Orcel di Unicredit, che ha già visto la “sposa” in faccia, se ne tiene prudente lontano.
   
Si vota in alcune Regioni e bisogna addottrinarsi come si vota. Ci sono stati negli ultimi anni una dozzina di leggi elettorali diverse, per il Comune, per la Regione, per il Senato, per la Camera, per l’Europa, per lo più confuse – a ottobre non sapevano nemmeno gli eletti dove erano stati eletti. Per far sentite gli elettori una merda, come ora usa dire?
 
Negli anni 1960 le tecniche di depurazione delle acque erano solo su licenza inglese – sperimentate col Tamigi. A esse ricorrevano per es. le coste romagnole, per disinfettarsi. Lo stesso per ridurre lo smog, per es. a Milano, sulla scia di Londra – bastava decentrare le fabbriche. Oggi l’Inghilterra non ha un piano verde, la “transizione ecologica”, perché non ha industrie in grado di ripulire l’aria.  La geografia economica muta rapidamente. 
 
“Nonostante le promesse, alle donne i talebani hanno tolto tutto: istruzione, lavoro, sport, persino le passeggiate al parco senza accompagnatore”. Quali promesse, a chi? Ignoranza, ipocrisia?
“Come può rispondere la comunità internazionale”? Bisognerebbe chiederlo agli Stati Uniti, che i talebani hanno creato e a cui hanno confidato l’Afghanistan. Riconsegnandoglielo dopo aver “convinto” Paesi come l’Italia a spendere un miliardo l’anno, per vent’anni, venti miliardi, a titolo di aiuto. Ai talebani?
 
“Il nonno vittima e il nipote carnefice”, titola “la Repubblica” dopo l’eccidio alla sinagoga di Gerusalemme Est, “capitale proclamata dello Stato di Palestina” (wikipedia). Il nonno era stato ucciso venticinque anni fa a coltellate da un israeliano. E la famiglia, bisnonno, nonna, padre e figlio assassino vivono nel “campo di Shu’afat”. Che è un campo di rifugiati. Una storia di semplice terrorismo non è.
 
“Mi bloccarono due volanti, gli agenti armati, pistole in pugno. Tutti in borghese. Nessuno parlava, nessuno mi spiegava. Mi portarono in caserma: foto segnaletiche, impronte digitali”. Sempre in silenzio. “Poi mi diedero i trecento fogli dell’ordinanza: «Tieni, studia e capirai»”. È lo sfogo di Michele padovano, l’ex calciatore ora assolto dal traffico di droga, dopo diciassette anni. Uno vorrebbe voler bene ai suoi “tutori della legge”, ma a loro dispiace.
 
Ma forse gli agenti non parlano per polemica contro le procedure, i giudici. Un’ordinanza di arresto di trecento pagine è un assurdo. “Alle udienze di primo grado”, continua Padovano a confidare a Crosetti su “la Repubblica”, “uno dei giudici ogni tanto si addormentava”.
 
Uno dei pochi che ha sempre difeso Padovano è il suo ex compagno di squadra alla Juventus, per una sola stagione, Gianluca Vialli: “Venne a testimoniare”, spiega Padovano a Crosetti, provarono a tirare dentro pure lui”.  Era il 2006, era Zeman che accusava Viali di usare droghe – Zeman contro la Juventus.

La tragedia della stupidità

Pádraic bussa come ogni pomeriggio alla porta del suo amico Colm per andare insieme al pub. Ma Colm non gli rispnode. Non vuole più “perdere iltempo” col suol vecchio giovane amico, che ha una conversazione melensa e non gli consente di dedicarsi al violino, a comporre canzoni, che ne assicurino la memoria. Pádraic insisterà per tutto il film, benché Colm abbia minacciato di tagliarsi un dito della mano a ogni sua insistenza. Nell’Irlanda di un secolo fa, di campi aridi e case isolate tra le pietraie, mentre in lontananza le opposte fazioni dell’indipendentismo irlandese si sparano, unici affetti quelli con gli animali, il cane, l’asinello. Del regista Oscar di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” cinque anni fa, che con questo film ci riprova.
Un film di poche immagini: quattro o cinque visi - quello del protagonista Colin Farrell immoto. E  tre ambientazioni, sempre le stesse, un interno e due esterni. Sempre aspettando Godot, per la arboriana “pasqualite” – come andrà a finire?
Forse una trasposizione di un racconto del folklore gaelico – una vecchia strega c’è, saputa e malefica. Il titolo originale, “The Banshees of Inisherin”, le streghe, rende meglio l’idea. Se è una tragedia, è della stupidità.
Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola

sabato 4 febbraio 2023

Caccia (islamica) al cristiano

Sono – sono stati nel 2022 – 360 milioni i cristiani “fortemente perseguitati” a motivo della fede, uno su sette. È la statistica di Portes Ouvertes, associazione belga dei diritti umani. Sono stati 5.621 i cristiani uccisi, specificamente, a motivo della fede. Più 5.259 rapiti, spesso scomparsi nel nulla. E 4.542 carcerati, spesso seviziati.
Questi cristiani uccisi, rapiti, imprigionati sono tutti di area islamica, dal Pakistan all’Egitto, dall’Egitto alla Somalia e alla Nigeria. “Vale la pena chiedersi”, si chiede Filippo Di Giacomo sul “Venerdì di Repubblica” a proposito della Nigeria : “A chi dava fastidio la nascita di una democrazia islamo-cristiana africana, diversa da quella araba?”. Agli arabi: da cinquant’anni, dopo la moltiplicazione del petrolio nel 1973, le petromonarchie hanno riempito l’Africa sub-sahariana di soldi. A una condizione.
Sulla Nigeria pesa anche la fallita secessione “cristiana” del Biafra, 1967-1970.
I numeri sono da guerra: non sono morti incidentali, o per raptus o follie di pochi. Ci saranno stati altrettanti martiri cristiani, in antico, nella sola Roma, in un anno, i martiri di cui la Chiesa onora il culto?
Straordinario è il silenzio del papa Francesco, anche ora che in Sud Sudan non può non averne saputo.

Se il futuro è di Casini

La morte di Enzo Carra, il “martire” di Forlani sui roghi di “Mani Pulite” (che Di Pietro&Co hanno perseguitato, non potendo mettere le mani su Forlani, di cui Carra era addetto stampa), ha fatto riemergere, nelle tante rievocazioni, il ruolo subdolo di Casini. Che di Forlani era il protetto e il delfino, ma “Mani Pulite” ha lasciato fuori. Che poi si è messo con Berlusconi, di cui è stato vice-presidente del consiglio, poi con Monti contro Berlusconi. E in questa posizione ha impedito a Carra, che dopo l’assoluzione aveva ripreso l’attività politica, di continuarla, nelle liste Margherita-Pd-Unione di Centro-Scelta Civica, di cui Carra era stato anche animatore - gli ha impedito la ricandidatura al Parlamento: niente candidature per chi aveva avuto “pendenze giudiziarie” risalenti a “Mani Pulite”, stabilirono Monti e Casini, praticamente un no a Carra.
Tutto questo Casini aveva fatto in sessant’anni. Meno, in poco più di cinquanta. Senza scandalo, poiché il potere democristiano è così, cannibale. Ma questo stesso personaggio, Casini, non è diventato da ultimo 
candidato del Pd, se non membro lui stesso del partito Democratico, la cosa non è chiara, alla presidenza della Repubblica?

Si spiega che il Pd navighi sott’acqua, sia come partito, fra quattro candidati incolori alla segreteria, sia fra i partiti. 

L'impero americano è violento

Mossadeq (Iran), Arbenz (Guatemala), Nasser, Cuba, Vietnam, Nicaragua, Bosnia-Serbia (con l’utilizzo Nato delle bombe a uranio impoverito), per la creazione del Kosovo (idem, più la più grande base militare americana nel mondo), Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina 2008-2014, Yemen, Siria. Su 18 capitoli, 12 sono di “guerre illegali” come il titolo dichiara. Degli Stati Uniti da soli, o con la Nato. Ma, andrebbe precisato, con la collaborazione dei “volenterosi” della Nato, non c’è mai stata una “guerra Nato”.
Una “guerra dei gasdotti” sarebbe stata da aggiungere. Di quello dall’Iran alla Siria, da impedire a tutti i costi. E del Nord Stream 2, dalla Russia alla Germania via mare, evitando l’Ucraina e i Baltici, ora sabotato da non si sa chi – cioè, si sa ma non si può dire. Una “guerra”, di fatto, all’approvigionamento energetico dell’Europa – alla sicurezza nella diversificazione. Ma poi, e  soprattutto, c’è una guerra “legale”? La promozione di una guerra, l’attacco, frontale o surrettizio, non la difesa.
Qualcuna di queste “guerre illegali” è ancora più complicata. Saddam Hussein fu dapprima portato al potere in Iraq e poi sostenuto contro l’Iran. Nella prima Guerra del Golfo anche direttamente, con distruzione di molte piattaforme petrolifere e navi da guerra iraniane. Fino a che fu invece armato l’Iran, l’Iran mangia-americani di Khomeiny, nella triangolazione Iran-Contra in Nicaragua, contro Saddam Hussein. Poi punito con la seconda Guerra del Golfo, con ampio schieramento Nato, e infine con l’invasione nel 2003. Un cinismo non casuale, Ganser fa rilevare da George Friedman, lo scienziato politico magiaro-americano fondatore e titolare di Stratfor (Strategic Forecasting) e Geopolitical Futures: “Raccomando la tecnica introdotta dal presidente Reagan nei confronti di Iran e Iraq: sostenne entrambe le parti in conflitto! Così si sono combattuti a vicenda e non contro di noi. È stata un’operazione cinica e amorale, ma ha funzionato”.  
Si legge di corsa poiché è tutto noto o segue uno schema noto. Nel senso che la pubblicistica terzomondista per molti decenni aveva agitato questo dossier – che in quegli anni si diceva manipolato dall’Unione Sovietica. La conclusione è un manifesto: “Gli avvenimenti storici degli ultimi settant’anni mostrano chiaramente che molte volte i paesi della Nato ne hanno aggredito altri, violando il divieto dell’uso della forza sancito dallo Statuto delle Nazioni Unite. La Nato non è un’organizzazione al servizio della stabilità e della pace nel mondo, ma, al contrario, rappresenta un elemento destabilizzante”. E tuttavia, malgrado tutto, se tutto è noto è anche vero, si può aggiungere.
La Cia ha fatto molti colpi di Stato, non solo quelli contro Mossadeq e Arbenz – o Noriega, che Ganser pure ricorda, il presidente di Panama trafficante di droga ma per decenni servo utile della stessa Cia. Basta ricordare Allende, che Ganser non menziona, il presidente cileno abbattuto dal golpe di Pinochet. O i tanti rivolgimenti militari in Sud America e in Medio Oriente, negli ani 1960-1970, quando l’America puntava sui regimi “bonapartisti” – compreso Saddam Hussein, compreso Gheddafi.
Per alcuni aspetti, però, è una disamina nuova. Sulla guerra “inutile” in Afghanistan già quando Ganser scriveva, nel 2015. Contro i talebani che, non si ricorda evidentemente mai abbastanza, furtono creati e armati, come tutto il fondamentalismo islamico, dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita nello stesso Afghanisan contro l’Unione Sovietia. L’Is compreso indirettamente, lo Stato Islamico, strutturato in Iraq e in Siria dagli iracheni sbandati di Saddam Hussein dopo l’invasione. E sulla guerra per procura tra Stati Uniti e Russia in Ucraina, che Ganser documenta già sui fatti del 2008-2014: delle dimostrazioni organizzate contro un presidente restio alla Nato, Yanukovich, terminate con un eccidio senza padri, ma con la cacciata dello stesso Yanukovich, fino al contrattacco russo in Crimea e nel Donbass (nessuno ricorda che l’Unione Sovietica cominciò a crollare nel bacino minerario e metallurgico del Donbass, per proteste sindacali e politiche russe). 
Utile repertorio dell’imperialismo del secondo Novecento e del primo Millennio, è un libro che pone indirettamente il problema dell’imperialismo. Che è politico prima che legale, qual è l’approccio di Ganser, che tutto riferisce all’Onu, alle sue deliberazioni o mancate deliberazioni, e rispetto alle quali definisce “illegali” le attività militari americane nel mondo.
È dell’America di fatto che si tratta. Per la semplice ragione, spiega Ganser, che le decisioni spettano non al segretario generale dell’Organizzazione, un uomo di paglia, ma al Saceur, il comandante militare, che è sempre americano – al generale Eisenhower per Mossadeq, al generale Lemnitzer per i missili sovietici a Cuba.
È indubbio che un secolo è passato, o quasi, di impero americano mondiale. Non grande e indiscusso come fu quello britannico nell’Ottocento ma dotato di ben 737 basi militari sparse nel pianeta – tante ne conta Ganser. Sotto le insegne della libertà e la democrazia. Nella sintesi di Obama, nel discorso alla Nazione dell’11 Settembre 2014: “Come americani, avvertiamo la nostra responsabilità di nazione-guida. Dall’Europa fino all’Asia, dall’Africa fino al Vicino Oriente, ci leviamo in piedi per la libertà, la giustizia, la dignità. Questi valori hanno guidato la nostra nazione fin da quando venne fondata” - con l’augurio finale consueto: “Dio protegga la nostra Nazione”.
Un impero altrettanto in buona coscienza come l’impero romano, si può aggiungere, lo fu sotto il segno della legge – non c’è paese che onori tanto i Campidogli come gli Stati Uniti - ma altrettanto severo.
Un impero di diritto, come ogni altro impero – che fa il suo proprio diritto. E nel caso di Clinton con Blair, andrebbe rimarcato, e poi di Obama (Yemen, Libia, Siria, Ucraina), democratico, liberatore, progressista, di sinistra. Di Obama in strana alleanza (Yemen, Libia, Siria) con le petromonarchie, Qatar, Arabia Saudita, le più attive nell’ispirazione e il finanziamento del fondamentalismo islamico di matrice wahabita. Con Hillary Clinton alla Segreteria di Stato, la cui Fondazione è - era – ricca soprattutto delle donazioni delle petromonarchie. Come a dare ragione alle farlocche fantasie della destra americana, che voleva il presidente Obama un islamista occulto. Forse è il concetto di imperialismo che bisogna rivedere, nel mondo “unito”, cioè globalizzato.
C’è in queste “Guerre illegali” un pregiudizio anti-americano. Ganser si fa spiegare dalla Bbc, con due teorici di Princeton, Martin Gilens e Benjamin Page, che gli Stati Uniti, la patria della democrazia, sono di fatto una oligarchia. Sorretta, aggiunge incidentalmente, da ben 16 agenzie di intelligence. E opina per un “complotto” nel crollo di una delle torri Gemelle l’11 Settembre, non colpita dagli aerei kamikaze. Ma porta anche molta “evidenza”. Mette a fuoco cioè molto materiale fattuale, semplicemente trascurato, in una sorta di ubriacatura dell’opinione pubblica, da una “battaglia di libertà” all’altra. 
Certamente è da rivedere la Nato, in questo mondo unificato. Il concetto e l’organizzazione. Ganser parte con la considerazione che Helmut Schmidt, il cancelliere socialista tedesco, scriveva nel 2008, dopo mezzo secolo di attività politica di vertice, della Nato: “In realtà, questa organizzazione non è necessaria. Considerata oggettivamente, è solo uno strumento della politica estera americana, della sua strategia mondiale”. L’Europa dovrebbe sapere se è alla sua fine che sta operando. Tanto più ora, che si trova all’avamposto contro la Russia, che pure, secondo la geografia e la storia, è parte di essa.
Di grande lettura la ricostruzione minuziosa della crisi nucleare di Cuba nel 1962 - con l’iperattivismo di Egidio Ortona, l’ambasciatore italiano all’Onu (ministro degli Esteri era Segni). E della guerra nella ex Jugoslavia, di una serie spericolata di provocazioni Nato, cioè americane, su tutti i fronti, Croazia, Bosnia, Kossovo. Specialmente disumane, va aggiunto, in un territorio civilissimo usato per sperimentazioni belliche come fosse un deserto: esercitazioni per l’affinamento dell’arma aerea, con le bombe “a grappolo” e quelle all’uranio impoverito - che non sono state catalogate, e non si catalogano, come armi chimiche, proibite, anche se tante vittime hanno fatto di “fuoco amico”.
Oggi, nel pieno di una guerra sicuramente di aggressione, della Russia contro l’Ucraina, la lettura di Ganser solleva uno strano presentimento: di un déja vu, nelle guerre jugoslave, guerre “illegali” in larga parte, della Nato, cioè degli Stati Uniti, cioè delle 16 agenzie di intelligence in recondite manovre. Con l’Europa in prima fila, a sua insaputa ma obbligata, con le sanzioni, cioè con la disarticolazione della sua rete energetica, e col rischio ritorsioni.
Carlo Rovelli dice tutto nelle quattro paginette dell’introduzione: siamo sommersi da “una narrazione basata su un’impressionante ipocrisia”. Ma si spinge troppo a delineare un Occidente ancora dominante militarmente, ma non più nell’economia e nei saperi. Questo è vero dell’Europa. E non per ipocrisia, non sembra – l’evidenza è persino arrogante: per incapacità, forse per viltà.
Il capitolo “La guerra illegale contro l’Ucraina – 2014”, è completato in questa edizione da brevi considerazioni sull “attacco” della Russia contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, “un conflitto geostrategico tra Mosca e Washington”: “Come se gli Stati Uniti e la Russia, entrambe potenze nucleari, si fronteggiassero in una guerra per procura”. Non si userà l’atomica, ma l’Ucraina è solo il terreno di un braccio di ferro tra le potenze nucleari. Come Cuba lo fu.  
Con una cronologia, in fondo, di “Alcune delle guerre illegali avviate dopo il 1945”.    
Daniele Ganser, Le guerre illegali della Nato, Fazi, pp. 589 € 20 

venerdì 3 febbraio 2023

Problemi di base - 732

spock


La prima vittima della guerra è la verità?
 
Il male nasce e si diffonde senza ragione?
 
E senza giustificazione – anche quando potrebbe averla?
 
Muto come il destino?
 
La calunnia non è un reato, ministro Cartabia?
 
La stupidità è irrimediabile (organica)?


spock@antiit.eu


Giallo Roma

La vita quotidiana a Roma in questo primo Millennio. “Ogni giorno, rappresentanti di ditte tra le più disparate spuntavano sul pianerottolo per vendere servizi e far firmare contratti per la fornitura di energia”. Ci sono anche i fatti specifici di Monteverde - quantum mutatus ab illo, di Pasolini: il romanzo è di un assassinio, di più assassinii, e indaga la squadra omicidi del commissariato Monteverde. Cone le altre specialità del quartiere: le cacche dei cani, razze più diverse, compresi i cirnechi dell’Etna, le ortiche, i tatuaggi, i lavori stradali interminabili, il bigné di san Giuseppe.
Ma, poi, Roma prevale. Dove “la squadra di calcio del cuore è un’unione mistica” – una di quelle “religioni dalle quali è impossibile abiura. È una fede. Si può cambiare moglie, lavoro, ma squadra di calcio … quello mai”. E qui il calcio c’entra molto. 
Sotto la forma pulcini promettenti, di cui si fa lauto mercato. Come da troppi casi recenti. Vincenzo Sarno, il “nuovo Maradona”, a undici anni comprato per 120 milioni dal Torino, campione per questo immediato in tv da Raffaela Carrà, per poi cambiare club ogni pochi mesi, una cinquantina di trasferimenti in quindici anni o poco più di attività agonistica. O Pietro Tomaselli, nazionale belga Under 15, il “nuovo Messi” di Trigoria, finito al Coruxo in Spagna, quarta categoria, semiprofessionista.

Ma, poi, Roma è l’Italia, col ministro (dell’Interno) che si aggira con la felpa della Polizia. C’è anche Putin. E l’editoria a caccia di romanzi di Hitler, dopo i Rosacroce, i tarocchi, e le violenze sui bambini: le assaggiatrici, le nipoti, gli orfani, e i cani – dopo “La cucciolata del cane di Hitler” siamo a “I testicoli di Hitler”.
Più che scrivere, Morlupi, italo-francese di Roma, sembra divagare. Volere divagare – la trama, sottile, sarebbe breve. I “cinque di Monteverde” sono caratterizzati senza essere collegati - come di fatto avviene nei commissariati. E vincono leggeri come i delfini contro i pescecani. Benché il capo, commissario Biagio Maria Ansaldi, sia obeso e ipocondriaco, ma forte. Ma il risultato, alla fine, qualche soddisfazione la dà.
François Morlupi, Come delfini tra pescecan
i, Tea, pp. 414 € 5

giovedì 2 febbraio 2023

Secondi pensieri - 504

zeulig

Fede – Se è quella di Tommaso, che doveva “toccare con mano”, si può non dare – ma è un controsenso, fede è l’opposto del toccare con mano.
Dall’altra parte c’è l’agnosticismo. Che però pone più problemi della fede – della fede religiosa. “Credere o non credere in Dio non è affatto importante, sostiene Voltaire. E invece no: non cambia il mondo, forse, ma la vita (destino) personale sì - a meno naturalmente di non prenderla alla Scalfari, l’ultimo interlocutore agnostico del papa, della vita per gurru - per avventura, mezzo divertita.
Diceva Borges, l’agnostico (quasi) perfetto: “I cattolici cedono in un mondo ultraterreno, ma ho notato che di esso non si interessano. A me accade il contrario: mi interessa, ma non ci credo”. Ma non può essere: nel momento in cui è una sua creazione mentale, anche solo poetica – fantasiosa, volutturia e non strumentale - oppure di ricerca, in divenire, è il principio della fede. Si crede per autorità esterna, come servitù volontaria e anche entusiasta, ma si crede anche per curiosità o volontà propria – bisogno proprio.


Minoranze – La “dittatura delle minoranze” perpetua in epoca di pace lo stato d’eccezione di Agamben, la stasis. In epoca di pace militare, poiché la biopolitica sempre ci vuole in guerra - come in effetti avviene: la biopolitica è una grande scoperta (come tutte le scoperte, di ciò che c’era e non sapevamo). E la strumentazione del potere è anche della resistenza, solo cambia la qualità e il peso del potere, non la sua natura o scopo, l’affermazione di un diritto.

Alla biopolitica si è arrivati indagando le tecniche di controllo sanitarie, demografiche, psicosanitarie. Ma questo è un percorso che si vuole senza limiti. E non può essere. Dal controllo delle nascite al diritto di aborto, alla diagnostica prenatale, alla ricerca sugli embrioni. E quindi a tutta l’eugenetica? Con i diritti sule nascite si agisce prima e non dopo, ma è la stessa concezione di buona società del primissimo Novecento angloamericano, e poi di Hitler. Come penetra la politica nella vita, come il potere sovrano si appropria della “nuda vita”, è il problema di Agamben. Di chi, di che? Di tutto, dentro la scienza. La scienza come un potere? Follia. L’ecatombe nucleare è nulla al confronto, come responsabilità morale e come potenziale distruttivo. Quanto dista un moderno Stato Liberale, iperprotettivo, anche delle minoranze minime, dalla dittatura - dalla dittatura fascista, totalitaria?
 
Occidente - La Notte d’Occidente, “che è bionda, e il cui corpo s’impenna in nervose vibrazioni atletiche”, Savinio contrappone alla Notte del Nord, “la cui bianca capigliatura incornicia un viso fresco e roseo di fanciulla dai seni limoneschi”, la Notte d’Oriente, che è “donna bruna e massiccia, pesante e inagile come una sultana”, dalla “pelle oleosa come l’epidermide di un lottatore turco”, e ispira “coliche e nausee”.
 
L’Oriente viene da Occidente, al contrario della storia che invece, si sa, viene dall’Oriente: dalla Cina alla Mesopotamia – alla Persia, alla Grecia – e all’Egitto. Bisognerebbe quindi che ci fosse un Occidente, con moto retrogrado rispetto a quello della storia, che la storia per così dire sifonasse all’indietro.
L’Occidente, si sa, cominciò a Salamina, dove gli ateniesi sconfissero i persiani: agili e potenti remarono gli iloti bifolchi, la feccia della città. O a Maratona. O alle Termopili, ma allora è un’altra storia, tutto originerebbe dagli spartani. Senza contare che le Termopili si pensano una gola stretta dentro cui l’armata persiana stolidamente s’imbucò, ma sono in realtà un posto tra le colline e il mare del golfo di Malis, oggi largo alcuni chilometri (ci sono in realtà più Termopili, le ultime furono vinte da Catone il Censore, lo stratega romano nemico della cultura greca, che la difese poi contro i Seleucidi, l’ennesimo nemico che oggi la Grecia chiamerebbe turco). O era cominciato con Mosè, che non esiste, la figura centrale dell’Occidente, al quale ha donato Dio e la legge. La cultura occidentale stessa non esiste, al contrario del vuoto: Fanon ne fa la dimostrazione, lui che è venuto dal nulla. Sempre che l’Occidente non sia egiziano, per Mosè e Gesù, e non solo.
Fino a tutto il Medio Evo l’Egitto fu asiatico, orientale, l’Africa partiva dalla Sirte. Ma c’è chi, Simone Weil, vuole che i primi undici capitoli del Genesi, fino a Abramo, siano il rifacimento di un libro sacro egizio, e dunque: sono gli ebrei egiziani, e pure i cristiani. Le origini egiziane dell’Occidente emergerebbero allora via Africa, come Anta Diop, laureato alla Sorbona, ha scoperto: gli egiziani erano bruni in antico, con la stessa soma della fascia sudanica, fino ai peul senegalesi, quali i Diop sono, e lo stesso vocabolario essenziale. Cristo c’è cresciuto, il miracolo di Cana avvenne in Egitto nella vita di Gesù della tradizione maomettana. Senza trascurare le concrezioni previe: la Grande Madre, che per Graves è bianca, potrebbe essere stata nera, ci sono Madonne nere, e santi, San Benito di Palermo, venerato in Sud America, con Antonio di Caltagirone e la nubiana Ifigenia, con cui fa trittico nelle pale d’altare, santi schiavi, incolti, docili. L’Occidente quindi sarebbe propriamente africano. Per molti degli stessi europei, del resto, paleontologi e non, il paradiso terrestre è in Africa, con Eva. Per alcuni in Sud Africa, e questo è strano, sono quelli dell’apartheid, o in Rhodesia che è come il Sussex, per altri nel Kilimangiaro, dove si trapiantano i masai sempre eretti – al cinema si può.


Si corre verso Occidente. Solo la Russia, che è a Occidente e a Oriente, quando si muove va a Oriente, verso la Siberia e l’Afghanistan – ora, con la guerra, sembra che vada a Occidente, ma in realtà l’Ucraina le sta sotto la pancia. Si corre verso l’America, che è sicuro Occidente, lo è nei documenti ufficiali e anche nei trattati, Emisfero Occidentale. E c’è in Perù la garua, come a Genova. È da tempo che l’Europa ha ripreso a correre verso Occidente, anche dopo la lezione del Toscanelli che per via di Occidente si finisce a Oriente. Per cui l’Occidente oggi si trova soprattutto in Cina: a San Francisco la Cina non è più a Oriente ma a Occidente.


Che l’Estremo Occidente si sovrappone all’Estremo Oriente è l’uovo di Colombo, Colombo l’ha pure detto. E Toynbee ha scoperto non solo che i britanni trafficavano nelle loro paludi con le monete del ricco Filippo il Macedone, anzi le copiavano storpiandone i caratteri, ma che l’arte cinese “attraverso il bacino del Tarim e il bacino dell’Oxus e dello Jaxarte, attraverso l’Afghanistan, la Persia e l’Iraq, la Siria e l’Asia Minore, si ricongiunge all’arte classica della Grecia nell’epoca precedente la generazione di Alessandro” – prima che la Grecia andasse a Oriente. La storia cioè si rovescia: “La fusione dell’onda greca con un’onda indiana ha generato la civiltà buddista”. Di veramente orientale ci sarà stato solo il cristianesimo, che, secondo Yourcenar, “fu importato dall’Oriente tramite l’Italia” – anche secondo Maurras, per il quale i vangeli sono
 “violente scritture orientali”. Cristo, “il suo nome è Oriente”, secondo una profezia messianica, e alla fine dei tempi “dall’Oriente come folgore esce”. Per cui il cristianesimo, pilastro dell’Occidente, si deve dire correttamente religione orientale cresciuta a Roma.

A volte l’Occidente si mescola all’Oriente. Il cristianesimo romano lo fece con l’islam, per distruggere con le truppe di Allah l’impero e la chiesa d’Oriente. O per soggiogare questo o quel principe malfido di Occidente. Né manca chi vuole togliere all’Occidente il Cristo. Anzi, c’è già chi lo dice, più che un ebreo rinnegato, un orientale, alla pari dei Magi. Ma il vero Occidente sta a Occidente, com’è giusto per la geografia e i meridiani, la vecchia Europa è confusa per ingordigia e dice scemenze. Il Vangelo ha fatto l’Occidente come l’Occidente ha fatto il Vangelo. È possibile, anzi è probabile, che Gesù abbia appreso dall’Oriente, a Cafarnao, o a Balkh, di prima mano o attraverso i carovanieri, ma è l’Occidente che gli ha risposto. L’Oriente non ha risposto prima e non ha risposto dopo, da Zoroastro a Budda. È questa la storia di san Paolo agente dei Romani: se non avesse fatto i viaggi sarebbe rimasto un capitano in congedo appesantito in Siria. Lutero, per dire, non poteva essere che tedesco. Calvino è l’intellettuale francese che è riuscito a farsi re.

(continua)

zeulig@antiit.eu

L’amore nell’abbandono

Léa Seydoux fotografata in dolce, il viso, il corpo, i gesti, linee e colori morbidi. Vedova con una figlia, accudisce il padre che perde rapidamente forze e cognizione, vecchio insegnante di filosofia. Confrontandosi con la madre, ex del padre, imperiosa, e con una sorella minore inutile. Senza mai commiserarsi o perdere la pazienza. Nel tempo libero lavora come interprete. Con difficoltà ma senza lamentarsi. Ritrova l’amore in una vecchia fiamma degli anni adolescenti, e lo vive con slancio malgrado i tanti problemi – lui è ancora sposato.  
Scritto dalla stessa regista, è volutamente un apologo della vita. Una mano di serenità, nella elaborazione dell’abbandono, delle morti successive, necessariamente triste. Un racconto al femminile come usava, senza le asperità imperanti, d’obbligo.
Mia Hansen Løve, Un bel mattino