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giovedì 22 agosto 2019

La fine dei cimiteri

Non muoiono molti di più ogni giorno. Ne muoiono di meno. La popolazione va a diminuire. E le morti di più, diminuiscono di più, perché l’aspettativa di vita si prolunga – siamo la prima lo la seconda popolazione più longeva al mondo. Ma nei cimiteri non c’è posto. Non nelle metropoli, a Roma per esempio, che eccelle anche in questa mancanza. Ma neppure nei paesi, che pure, si direbbe, non difettano di territorio vago, e hanno popolazioni che ogni dieci anni si dimezzano, si riempiono solo per i morti, per i tanti ritorni sollecitati dalle tombe – tornano pure dall’Australia e dal Canada. 
I Comuni non hanno terreni dove costruire tombe. E non hanno nemmeno loculi, se non con lunghe file d’attesa e a prezzi scoraggianti, per periodi sempre più corti.
Non è una delle tante imprevidenze delle amministrazioni. Dev’essere una politica, seppure non detta, di cui le imprese funebri si fanno dapprima portatori: l’incinerazione. Una fine che la Cina di Mao ha avviato e imposto - uno dei suoi punti di attrito più duri col mondo contadino e con la Cina profonda, fondata sulla famiglia. La cosa è andata avanti, e si studia ora una incinerazione a freddo: un po’ di corrente elettrica e il corpo scompare, senza più forni. Lo vuole anche la morale corrente, della cancellazione dell’umanità. E chissà, dei figli che non vogliono spendere per i genitori, uno spreco che altro? – normalmente sono i genitori che muoiono, gli zii, i  nonni.
Dove terreni sono disponibili, è anche vero, i prezzi a mq. di suolo edificabile sono da Piccadilly, o da Manhattan. E le costruzioni pure - benché tutte obbligatoriamente secondo modelli prestabiliti, e precostruiti, in omaggio a non si sa quale uguaglianza, roba in sé povera, solo mattoni e cemento. Uno sproposito – una forma di dissuasione – per non dire no. 
L’accumulazione attraverso la rendita urbana è il principio del capitalismo, ma nel caso dei morti vi si rinuncia. Per una ragione? Non dev’essere da poco – a parte il nichilismo che fa, pensa di fare, specie nei media, tanto cultura.
Non si vogliono più cimiteri, l’istituzione l’istituzione civile più lunga della storia, collante comunitario e reagente della memoria e della storia. Per un mondo provvisorio, senza passato.

L’erotismo di Chiara

Su una tela di fondo umoristica, molti registri. Anche il lirico, in tutti i sensi: nel racconto del titolo gli odori e gli umori portati dal vento sul lago, nella romanza del “Werther” di Massenet, “O soffio dell’april”, il miracolo di una voce ritrovata grazie all’amore. Con straordinarie mimesi. Di James Cain, “Il postino suona due volte” (“Il bombardino del signor Camillo”), di Pirandello (“Dal fondo della mia timidezza”), di Balzac (“Il pretendente Menado”). Col solito aneddoto del fascismo macchietta (“Il povero Turati”).
Una lettura benefica, di un narratore che ama raccontare. Basta l’incredibile erotismo de “Il bombardino”, tra una casalinga svizzera, che lava, stira, rammenda, e l’innocente sbarbatello perditempo figlio del padrone di casa al piano superiore. Chiara era cultore di Casanova, ma ne sapeva di più, in (molte) meno parole.
Piero Chiara, Ti sento, Giuditta, e altri racconti

mercoledì 21 agosto 2019

I neo-dem(ocristiani)

All’improvviso protagonisti della crisi diventarono Franceschini, Spadafora, Prodi, Renzi, Letta, Tabacci. Tutti ex, nostalgici, Dc - o dei suoi tronconi dopo lo sciogliete le fila di Martinazzoli nel 1994. Accomunati dai giornali, da “la Repubblica” a “Il Foglio”, nel comune grande desiderio di far rivivere in qualche modo la Dc. Perfino Berlusconi viene recuperato, perché fa parte de Popolari europei.
Sono tutti leader senza voti – lo stesso Renzi non suscita plebisciti. Non nel Centro-Nord, Roma compresa. La vera Dc, quella dei poteri decisivi e decisionali, in Veneto, in Lombardia e altrove, è per Salvini.
Sono anche leader vecchi che danno per scontata l’aggregazione dei 5 Stelle. I quali invece fino a ieri si volevano i cavalieri del nuovo. 
Per non dire degli insulti che gli stessi hanno avuto da Grillo fino a ieri. O dell’impeachment di Mattarella, la bandiera dei neo-dem(ocristiani), richiesto da Di Maio vice-capo del governo.  

Il mondo com'è (380)

astolfo


Guerra totale – Comincia con la Guerra dei Trent’anni – che ci concluderà nel 1648 col Trattato di Vestfalia, “pilastro dell’Europa moderna” (Kissinger). La Germania scese nel trentennio da 17 a 7 milioni di abitanti, tutti civili sterminati.
“Totale” si dice della guerra contemporanea, a partire dalla seconda guerra mondiale, che non seleziona gli obiettivi militari, non risparmia i civili, e anzi ne fa obiettivo dichiarato, specie con la guerra aerea e missilistica. In realtà si è sempre praticata. Come fenomeno di massa a partire appunto dalla Guerra dei Trent’anni, 1618-1648. Una guerra inizialmente di religione, tra cattolici e protestanti, continuata come guerra franco-asburgica – le potenze che via via patrocinarono i protestanti, la Danimarca e la Svezia, ebbero da subito il sostegno finanziario della Francia. Che con Luigi XIII diventerà un pilastro dichiarato del fronte Nord, in sostegno a Svezia a Olanda, intanto entrata in guerra, contro Vienna e Madrid. Col Trattato di Vestfalia la Francia si prendeva le regioni tedesche di Alsazia, Lorena, Verdun, Metz e Toul.

Hitler – Traccia trascurata dagli storici, Hitler trovò nella guerra del 1914-18, che bene o male aveva vissuto (combattuto) un antisemitismo molto violento. Lo rimarca incidentalmente lo scrittore Paolo Rumiz (“Come cavalli che dormono in piedi”, 112), a proposito dei cimiteri delle varie etnìe austro-ungariche sul fronte orientale – un mattatoio più devastante di quello franco-tedesco. Gli ebrei furono vittime di entrambi i fronti, austro-ungarico e russo, ma di quello con più ferocia: “Lo leggi già nel ’14, in quella tremenda estate (sul fronte orientale, n.d.r.) che è solo anteprima del massacro su scala industriale. Migliaia di contadini impiccati, in prevalenza ebrei, perché l’ebreo non prende partito ed è un diverso. Dunque spia per eccellenza. Tormenti inflitti da soldati russi, austroungarici, poi da polacchi e ucraini. Ma gli austriaci documentano meglio, stampano cartoline con gli infami appesi, e i bravi ragazzi se le portano a casa per mostrarle alle famiglie”.
Hitler nasce anche nelle faglie, nascoste, della Mitteleuropa (v.sotto), della violenza ordinaria nell’impero benevolente. Per esempio in Hašek, “Il buon soldato Sc’vèik”, 1912: “Degli hussari-honvéd se la spassavano con due ebrei polacchi, ai quali avevano rubato una gerla contenente acquavite, e ora, invece di pagali, allegri come pasque, li picchiavano sul muso, il che doveva essere loro consentito, dato che a due passi di distanza c’era il lro capitano il quale sorrideva compiaciuto”. Mentre, “dietro un magazzino, alcuni altri hussari-honvéd mettevano le mani sotto le sottane delle figliolette dagli occhi neri degli ebrei picchiati”.

Mitteleuropa - Le testimoniane di Emilio Stanta, triestino, e Alfonso Cazzolli, tipografo a Tione, entrambi arruolati nell’esercito austro-ungarico nella Grande Guerra, che Rumiz sintetizza in “Come cavalli che dormono in piedi”, 79-81, sono di crudeltà ordinaria fuori dell’ordinario. Ne fu vittima Georg Trakl, che a 27 anni, poche settimane dopo l’inizio della guerra, preferì togliersi la vita che essere complice di tanta crudeltà.
Spiega Rumiz, che pure ha nostalgia di Vienna: “In Galizia, nel ’14 e ’15, trionfano esecuzioni sommarie che diventano tanto più sommarie quanto più ci si avvicina al fronte e quanto più i signori ufficiali devono mascherare i loro fallimenti…. Orrori inflitti a presunti spioni  quasi sempre innocenti. Uomini strangolati appesi ai tigli, con sorridenti foto di gruppo, esecuzioni che talvolta sono garrote alla spagnola, che ti spezzano il collo contro il palo come Cesare Battisti, e se manca la corda si usa la cinghia dei pantaloni”.
Di Stanta Rumiz riporta la descrizione minuziosa di una “vittima del capestro austriaco”: “Corpo appeso all’albero in piazza, braccia distese e piedi scalzi, lingua nera che esce di una spanna, lì da tre giorni a puzzare per dare l’esempio”. Con “il particolare grottesco del saluto al morto, prescritto dal regolamento militare”. Cazzolli ha visto “paesi e città incenerite, uomini attaccati a piante, strangolati, donne contaminate a tutta forza, giovani contaminate, martirizzate ed infine legate ad una corda per ogni piede; le attaccavano ai rami di una pianta con la testa all’ingiù, le gambe larghe più che potevano…”

Hubert de Morpurgo – Un aviatore della Grande Guerra, dapprima per l’impero austroungarico, poi per l’Italia. In realtà in appoggio ai “corpi franchi” in Polonia contro la Russia sovietica. Passato al tennis, disputerà la coppa Davis per l’Italia per un dodicennio, ed è tuttora l’unico italiano ad avere vinto una medaglia olimpica nel tennis, con un bronzo alla semifinale di consolazione all’Olimpiade di Parigi nel 1924.
Di padre ebreo, triestino, barone, di madre inglese, era già nel 1911 in Gran Bretagna, dove faceva gli studi, il campione di tennis junior, a quindici anni. È anche l’unico italiano ad andare in finale a Wimbledon – nel doppio misto, con l’americana Elizabeth Ryan.

Una sorta di Internazionale italiana dell’Aviazione anti-bolscevica combatté con mezzi di fortuna nel 1920 in Polonia contro la Russia-Unione Sovietica. Messa su da Camillo Perini, nativo di Pola, pilota austroungarico nella Gande Guerre, e subito dopo, con altri avieri dell’impero disciolto, al fianco della rinata Polonia contro la Russia sovietica. È molto attivo, benché disponga di pochi velivoli, residuati di guerra. E contribuisce sostanziosamente alla guerra di Pilsudski contro i bolscevichi, respingendo i contingenti ucraini a Sud fino a Leopoli, con piccole bombe sganciate a mano.
È una Internazionale molto dandy, che oggi si direbbe di destra, che affiancò di fatto, oltre i polacchi di Pilsudski, anche le forze libere tedesche. Famoso in queste squadriglie improvvisate sarà Uberto di Morpurgo. Con altri italiani, Veniero De Pisa, Virgilio Mastrelli, forse anche Goffredo de Banfield, dandy viennese poi triestino. E con altri assi ex nemici, gli americani Cedric Fauntleroy, Glen Cook, George M. Crawford. Tutti posavano per foto molto curate, dentro giubbotti attillati, sotto cuffie in pelle e occhialoni sulla fronte. e cuffie

Patto Hitler-Stalin – Si passa come ogni anno sotto silenzio l’anniversario (dopodomani è l’ottantesimo) del patto Hitler-Stalin – o Ribbentrop-Molotov, i ministri degli Esteri dei due dittatori. In una cultura giornalistica che vive di anniversari, la cosa è curiosa. Perché quel patto è qualcosa di inimmaginabile, nel senso del mostruoso.
L’accordo fu concluso il 23 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione tedesca della Polonia che avvierà la seconda guerra mondiale. Il 17 settembre Stalin sarà già pronto a invadere la sua parte di Polonia – e ad eliminare (a differenza di Hitler!), gli ufficiali dell’esercito polacco nell’eccidio di Katyn pochi mesi dopo, dal 3 aprile al 19 maggio 1940.
L’accordo prevedeva, oltre alla spartizione della Polonia, l’annessione della Lituania alla Germania, e il controllo russo su Estonia, Lettonia e Finlandia. Con la consegna a Hitler dei comunisti tedeschi rifugiati a Mosca – consegna che avvenne. I piani furono poi con molta semplicità, di comune accordo, cambiati: la Lituania passò alla Russia, in cambio di una porzione più grande della Polonia alla Germania.
La tesi è ancora diffusa che Stalin fece il patto con Hitler per guadagnare tempo nella preparazione della guerra inevitabile con la Germania. Era la tesi sovietica, e non regge. Senza il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, Hitler avrebbe scatenato la guerra? La risposta è no. E fu Stalin a proporre il patto, divisione dell’Europa compresa. Il Patto fu un momento di verità e non un errore: l’Urss incamerò dopo le vittorie di Hitler più territori e popolazioni della Germania. Sarà poi Hitler a fare la guerra a Stalin, non Stalin a Hitler – a Hitler la facevano la Francia e la Gran Bretagna.
La questione è stata in evidenza in Germania quarant’anni fa, in un dibattito fra storici passato alla cronaca come Historikerstreit - in omaggio al metafisico Streit der Fakultät di Kant. Un dibattito accademico, ma minato dalla politica. Il fatto non era negato dalle parti in contesa, ma la colpa restava indigesta. Ernst Nolte, che l’aveva avviata,  è anticomunista, anche se dal punto di vista storico non ha torto. Il patto Hitler-Stalin durò quasi due anni. Improvvisato, ma non molto: il patto fu firmato il 23 agosto, l’1 settembre la Polonia è invasa da Hitler, il 17 da Stalin per la parte di sua competenza. Che subito dopo attacca la Finlandia. I piani militari non s’improvvisano.

astolfo@antiit.eu

Gialli amari

Racconti più sconclusionati del solito di Pepe Carvalho, l’investigatore inverosimile di Montalbán. Amari ma non convinti. A parte il solito paio di ricette: quelle invogliano – e magari sono vere.
In un paio di racconti Carvalho opera a Madrid invece che a Barcellona, ed è ancora peggio. Prado del Rey è la via Teulada spagnola, il delitto ha a che fare col business tv, e coinvolge naturalmente i politici (naturalmente socialisti), nelle solite storie di donne e di potere.
Nell’ultimo racconto i morti sono addirittura sette.
Curiosa la maniera di Montalbán col suo Carvalho: ha per amante una puttana, mangia bene ma da solo, dice le battute ma non per ridere. Come una maschera buttata in faccia al lettore – si dice all’industria editoriale, ma paga il lettore.
Manuel Vázquez Montalbán, Assassinio a Prado del Rey, Feltrinelli, pp. 157 € 7,50

martedì 20 agosto 2019

E adesso, povero Salvini

“Salvini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”, Conte ha detto, anche lui. Ma non è Togliatti: non c’è ironia nella sua disperazione, solo un elenco di cose che il suo governo ha fatto e, secondo lui, non doveva. Perché Salvini era ben parte del governo Conte, con gli immigrati, con le Open Arms armate in Europa contro l’Italia, con Trump, con Putin, con la Torino-Lione e quant’altro. 
Stranissimo l’addio di Conte in Senato, a parte le ironie contro Salvini. Politicamente è come dice Emma Bonino: “Le dissociazioni postume di Conte da Salvini non sono convincenti”. A meno che non voglia candidarsi per un governo alternativo a Salvini, che sembra una impudenza e una sciocchezza. 
Conte fu il notaio scelto per certificare il patto di governo tra 5 Stelle e Lega. Un onesto broker e non di più. Ha dismesso o tradito quella funzione e ora non ha più nulla da fare.
La crisi è politica - Conte centra di fatto poco. Il patto di governo su cui si basava il notaio Conte non ha funzionato. La Lega ha votato il programma dei 5 Stelle, i 5 Stelle non votano il programma della Lega.
Nella decantazione delle inevitabili consultazioni presidenziali, può pure darsi che 5 Stelle e Lega ritrovino l’accordo – in pratica facciano un rimpasto, liquidando Conte, una novità integrale. Più probabile è un accordo 5 Stelle-Pd, che hanno i numeri, anche se non hano la volontà politica – in partenza si bruciano politicamente entrambe le formazioni.
Non ci sono altre soluzioni. Impercorribile naturalmente la “Grande Coalizione” 5 Stelle-Pd-Berlusconi, sia pure sotto un presidente di garanzia, Draghi o un costituzionalista.
La decisione, in realtà, spetta a Salvini. Che può far saltare un accordo 5 Stelle-Pd. E anche il governo di garanzia, o decantazione.

Ombre - 475

Fanno impressione Prodi e Renzi ai piedi di Grillo. Per il dopo Conte – chi era costui? Ma, certo, la storia continua - la storia è fatta di novità (o è sempre lo stesso democristianesimo?)

Alla sua nave del cuore “Open Arms” la Spagna offre un porto, al diciassettesimo giorno di stallia, ad Algeciras, la Grande Canaria essendo inagibile per via d’incendi – più lontano c’è l’America. Gli statisti europei non mancano di umorismo, sono i giornali che fanno confusione.

“Una subcultura nata in un terreno comune”, denuncia il direttore de “L’Espresso” Damilano di Salvini, Meloni e Forza Italia: “Le reti Mediaset degli anni ’80 e ’90. E ora si combattono sulle ceneri del berlusconismo”. Mancando cioè l’essenziale di Salvini. E della Lega, che Berlusconi provò a domare, per molti anni riuscendoci, malgrado il tentativo di Scalfaro-Dini  di farlo più aggressivo.

Singolarmente assenti, nella lunga esecrazione di Salvini e Renzi da parte del direttore de “L’Espresso” i 5 Stelle e Grillo. Di vera cultura,loro, berlusconiana, cioè videocratica.

Berlusconi e il gruppo editoriale De Benedetti: l’Italia sta crollando ma c’è sempre e solo Berlusconi. Non sarà una questione d’invidia? L’invidia esiste. Specie tra chi guadagna poco, pur licenziando molto, e chi nello stesso settore molto, senza licenziare.

O il gruppo è l ‘“Amico del giaguaro”? “L’Espresso” scomoda sondaggisti e analisti per dire che Salvini alle elezioni “prenderebbe pieni poteri: avrebbe i seggi”, nientemeno, “per cambiare la costituzione senza referendum”. Il che non è vero: Salvini non ha i voti, e non può cambiare la costituzione. Ma allora che? Invogliare qualche indeciso (è la metà dell’elettorato, l’esercito degli astenuti) a votare contro Salvini? Oppure invogliarlo a mettersi con?

Bisogna aspettare “Il Sole 24 Ore” domenica per sapere che ci sono quattro crisi “serie” nel mondo: Hong Kong, dazi, Brexit e Iran – più la Libia naturalmente, il Kashmir, la Corea del Nord.  I maggiori quotidiani, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, continuano a sciorinare dieci e dodici pagine su Conte, Salvini e Di Maio. Che nessuno legge. Ogni giorno. Sembra impossibile, ma è così. Si fa per perdere sempre più copie?

La rassegna dei punti di crisi del “Sole” non menziona i migranti, Che effettivamente sono un problema solo in Itala. Solo nella lotta delle micragnose ong dell’accoglienza, per sfruttare meglio la povertà degli africani – poi abbandonati a elemosinare a ogni canto.

Campagna acquisti perfetta (normale) dell’Inter: calibrata, contenuta, utile. Confusionaria e perdente invece della Juventus. Che andrà alla terza giornata a zero punti o al massimo a un punto - il Parma segna sempre, questa Juventus becca sempre - e quindi finisce la stagione in partenza. La differenza è un manager.

Inutile chiedersi perché la Juventus ha cacciato Marotta, il nuovo manager dell’Inter. Per ravvivare il campionato? Fare un favore all’Inter dopo tanta inimicizia? Perdere finalmente il campionato? Sprecando tanti soldi e accendendo tanti debiti?

Ci vuole intelligenza anche nel calcio.

Edda Negri, bisnipote di Mussolini per parte di madre, è stata esclusa a Ferragosto dal facebook perché il 29 luglio aveva scritto: “Buon compleanno, nonno”. Facebook, quando vuole, scova anche le tracce più evanescenti – Mussolini, ammesso che sia impronunciabile, non figura in nessun posto. Ma allora, il Russiagate? Una delle tante zeppe per costringere l’Europa alla guerra fredda.

Nell’educazione civica bisognerebbe introdurre il rispetto degli altri, per primi degli africani. Un vero segretario del partito Democratico dovrebbe prima fare una full immersion, con esamino finale, sull’Africa, per non dire e non fare sciocchezze – al fondo razziste (buoniste razziste): l’Afriva merita anzitutto rispetto.

La spagnola Open Arms non aveva il permesso di entrare in acque spagnole ma ha fatto ricorso non al tribunale di Madrid ma di Roma per sbarcare i clandestini in Italia – solo in Italia. Dice che non c’è l’Europa: c’è, e fa la guerra a un partito italiano – per conto di un altro partito italiano, quello che aveva fatto gli accordi per sbarcare i clandestini tutti in Itala (con la “promessa” di una ripartizione).

Un caso Open Arms non sarebbe possibile in Francia o in Spagna, che pure finanziano la ong – per non dire della Germania, che però, se non altro, sta lontana sul Baltico. In Europa bisogna giocare in difesa, e questo è innaturale. Specie ora che siano tutti per Sarri e Giampaolo.

Poco più di 850 milioni di persone soffrono la fame, due miliardi di persone sono obese, o sovrappeso, un terzo del cibo finisce nell’immondizia - Intergovernmental Panel on Climate 
Change, organismo dell’Onu. Qualcosa non funziona nella civiltà dell’abbondanza.

Giallo postmoderno

Non tutto è come appare, ovvio. Ma nemmeno come si penserebbe che sia. Ci sono molte specie di delitti. E anche di decapitazioni – il titolo depista, il gatto non c’entra nulla.
Un racconto pubblicato nel 2012 ma presumibilmente del 1985 (si parla di sette anni dopo il rapimento di Moro). Sarebbe l’esordio del vice-questore Melis, che “Tuzzi” piattamente ricalca su Maigret - un esercizio postmoderno? 
Maigrettiano pure l’ambiente: i molti punti morti della “Milano da bere” di quegli anni – che si tentava di fare bere: i modi di dire, socialmente caratterizzati; i caratteri: la portiera, il.barista, l’industrialotto, l’automobilista. 
Hans Tuzzi, Un gatto alla finestra

lunedì 19 agosto 2019

Problemi di base marchionali - 503

spock


Sempre più solo a teatro, Grillo fa spettacolo da casa?

Un Grillo extraparlamentare?

Di sinistra o di destra?

Nella villa dei marchesi Ginori, vaffanculista di lusso?

Residenza secondaria, affittabile a quindicimila euro, a settimana?

Il marchese del Grillo, suona anche bene?

Prodi a Bruxelles, Grillo a palazzo Chigi, perché no, Balanzone e Capitan Spaventa - è Berlusconi?

Con Prodi, con Renzi, con Berlusconi, e con Bersani no - Grillo, ancora uno sforzo? 

spock@antiit.eu

Moby Dick a Reggio Calabria

Curvata sul (piccolo) collezionismo di reperti antichi, per motivi di opportunità logisgtica (la mostra è ospitata dal Museo Archeologico), in realtà la celebrazione di un personaggio che l’Italia ha dimenticato, e Reggio Calabria, la sua città, prima di essa, per i duecento anni della nascita. Vitrioli fu premio Amsterdam per la composizione poetica in latino a venticinque anni, nel 1845, alla prima edizione del certamen bandito dall’Accademia reale olandese. Coltivò poi la poesia, in latino e in lingua. In contatto epistolare con mezza Italia. Stimato molto da Pascoli – che arriverà alla prospiciente Messina proprio quando Vitrioli moriva, nel 1898. Autore, oltre che del poema vincitore a Amsterdam, di una raccolta di “Elegie latine”, che molto piacque a Caruducci, di una di “Epigrammi latini, con un saggio di epigrammi greci”, molti di essi satirici, e di “Veglie pompeiane”, vergate in un italiano cinquecentesco - ma purista, non maccheronico, alla Gadda.
Un dandy giovanilistico, di abbigliamento ricercato come Baudelaire, e come lui high tory, conservatore, anzi legittimista, innovativo, lo sguardo aperto, di sfida, che sarà di Rimbaud. Un classicista in epoca romantica, con la quale è in perpetua aspra rottura. In fama di eccentrico. Solitario. Il che è vero. Il matrimonio sciolse dopo pochi anni, alla morte del figlio che ne era nato. Vivrà solo, col fratello Tommaso, pittore (peraltro ottimo, nei quadri di famiglia che la mostra espone) con famiglia, usciva ogni giorno solo, chiuso in carrozza, non dava confidenza a nessuno. Ma non per misantropia: era in lite con la sua città, che non ne riconobbe l’esistenza.
Il legittimismo gli farà perdere gli incarichi di cui Ferdinando di Borbone l’aveva gratificato: bibliotecario della Biblioteca Civica reggina e Ispettore delle Antichità della Calabria Ultra. Ma poté continuare a vivere nel palazzo di famiglia, tre piani sulla centrale via Garibaldi, alcune sale del quale aveva fatto affrescare di soggetti classici e adibito a museo.
Antonino Zumbo registra nel catalogo “una sola apparizione pubblica, nel 1876, quando accompagna il carro funebre che trasporta la salma di Bellini all’imbarco per Catania”.
Molto religioso, educato dai gesuiti, politicamente non del tutto codino ma legittimista. Per questo in contrasto anche con le altre famiglie che contavano in città, compresi i Nava materni. In un epigramma, il XXX, “La costanza”, bolla i reggini di volubilità, che giubilano per l’espulsione dei gesuiti dal Regno nel 1767, per il loro ritorno nel 1851, e per Garibaldi nel 1860 e la nuova espulsione.
Impubblicato, se non per le “Opere scelte” del 1893. E per il poema di Amsterdam, “Xiphias”, il pesce spada, la caccia al pesce spada nello Stretto – il tema, in breve, e l’epos di “Moby Dick”, qualche anno prima di Melville. Un poemetto di 117 esametri in tre canti. Un’opera che Vitrioli rivedrà continuamente, nelle sette edizioni in vita e nell’ottava postuma. La caccia al pesce spada occupa il primo canto, con riferimenti a Polibio e Oppiano di Apamea, e a Nicola Partenio Giannettasio, gesuita napoletano del secondo Seicento. Con interventi delle divinità del mare, classiche e locali (Fata Morgana), e poi col trasporto della preda a riva e l’affissione di ex voto al tempio di Atena Tritonide. Il secondo canto è di Glauco e Scilla, che Circe per gelosia muta in mostro marino. Il terzo è una sorta di sagra del pesce spade: un banchetto popolare in spiaggia, con canti e memorie.
Uno dei suoi rarissimi viaggi aveva portato Vitrioli giovane a Pompei. È nel ricordo di questa visita che scrisse le “Veglie pompeiane”, nella lingua del cardinal Bembo – che era stato anche lui a Messina, a fine ‘400, per studiarvi il greco con Costantino Lascaris, e poi in corrispondenza con letterati locali, quali l’astronomo e storico Maurolico, e il suo ex segretario Niccolò Bruno: la fine della città raccontata da alcuni personaggi storici.
Diego Vitrioli. Un raffinato collezionista nella Calabria dell’Ottocento, Museo Archeologico Nazionale Reggio Calabria

domenica 18 agosto 2019

Crimini di guerra in Libia, protetti dall’Europa

Un criminale di guerra bombarda in Libia i civili, con la complicità di mezza Europa, e con bombe, aerei e piloti forniti dalla Francia, via Arabia  Saudita e Egitto. Nel silenzio totale, dell’Onu, della Ue naturalmente, e purtroppo anche dell’Italia. I cui interessi nella ex colonia sono minacciati direttamente, quasi dichiaratamente da Parigi, mentre deve farsi carico da sola della crisi umanitaria, profughi e feriti.
Il generale Haftar opera in Libia tutti i “delitti” che hanno reso operativa la Corte penale internazionale dell’Aja, che giudica i crimini di guerra: aggressione, bombardamento deliberato di civili, esecuzione di prigionieri di guerra, repressione delle minoranze. Ma la Corte tace nel suo caso.
Il generale non viene denunciato nemmeno dai media. Anche se i suoi metodi offrono materiale per reportage a effetto.
Si conferma che la Corte dell’Aja è un tribunale politico, “amerikano”. Anche se gli Usa hanno recalcitrato alla sua costituzione: ora viene utile per condannare, oppure non condannare.

Merkel o della Finis Europae

Si celebra Angela Merkel al tramonto omettendo il fatto più importante: che ha imposto all’Europa la stagnazione e la recessione. L’Europa  è la sola delle tre macroregioni ricche ancora in affanno dopo la crisi bancaria del 2007, cioè negli ani di Merkel, mentre Usa, Cina e Giappone hanno abbondantemente superato la crisi e anzi se la passano come non mai. E questo per la politica merkeliana, un’ossessione e quasi una divisa, del “troppo poco, troppo tardi”. Nei casi della Grecia, dell’Italia e di ogni altra crisi possibile.
È stato solo possibile tirare fuori dal crac l’Irlanda, per le pressioni delle multinazionali americane, e la Germania. Con giganteschi esborsi europei in entrambi i casi, della Bce e della Comunità.
Merkel ha usato dire nei giri europei che non non poteva fare di meglio e di più perché l’opinione tedesca è nazionalista o antieuropea. Ma è con lei, e con le sue politiche del risentimento, antilatine, antimediterranee, che la destra tedesca è rinata forte, e i nazisti sono perfino in qualche Parlamento regionale, dopo ottant’anni. Il contrario è più vero: è la sua politica che ha alimentato la destra tedesca.

La fine della famiglia

S’incontrano sempre più spesso cinesi di venti e trent’anni, donne perlopiù, belle naturalmente, scrittrici, artiste, imprenditrici, stabilite tra Londra o New York, anche in California. Molte immigrate, volontarie, per scelta, tra esse la figlia del Grande Timoniere Xi Jinping. Molte seconda generazione di figli unici,  giovani che hanno solo quattro nonni. È la disintegrazione della famiglia – il pilastro sociale cinese? Sembra impossibile.
L’Italia ha il record della denatalità: non si fanno più figli. Per il fatto, si dice, che la donna lavora, i redditi sono mediocri, e non ci sono sufficienti asili nido – che invece ci sono. Ma la coppia che lavora accudisce senza difficoltà almeno un pet, in genere un cane. Che ha bisogno di attenzioni  lungo tutta la giornata, e quindi di pet-sitting, o di una pensione-scuola, a pagamento. Più le vaccinazioni, contro la rabbia eccetera. Più la pulizia dei problemi d’igiene che comporta. Nonché di un’alimentazione variata e sempre speciale. Un tempo di cura e una spesa non inferiore a quella di un figlio.
Si fa per il pet di tutto e di più Nel “solito” bar, dove sono ammessi, i cani vengono continuamente abbracciati affettuosamente, anche baciati sulla bocca, dopo che hanno annusato e leccato il marciapiedi, nei tre o quattro strolling quotidiani. Si fa per il pet domestico ogni imprudenza e ogni eccesso. L’istinto familiare, ancora perdurante, si è travasato su esseri indifesi.

Festa di lutto per l’Europa

Un secolo dopo, al culmine delle “celebrazioni” della Grande Guerra, un riesame di quella catastrofe come condanna dell’Europa. Dopo quattro secoli di continua ascesa, in tutti i campi.
Vasto soggetto, tutta la nostra storia. Che per molti aspetti è ancora la storia del mondo. Gentile non fa la storia ma ne analizza il senso, ne estrae un percorso. Semplice, e forse semplicistico, ma sicuramente vero, la sua parte: l’ascesa fu dovuta alla tecnica, alla continua reinvenzione del modo di produzione, e anche di pensare, che hanno favorito l’egemonia europea, economica e intellettuale. Il declino avviene per la stessa ragione: lo sviluppo si era fatto nella competizione fra le nazioni, la quale però a un certo punto, per i costi che è venuta ad assumere, con la Grande Guerra, e poi definitivamente con la seconda, è diventata distruttrice. Le “invenzioni” che fecero grande l’Europa, fino allo Stato-nazione e alla società di massa o dei consumi, diventarono con la Grande Guerra distruttive in grande, per la stessa ragione. “Fra popoli” cioè “invasati dall’odio nazionalistico”.
Molto resta da dire sul declino dell’Europa, Che è recente e recentissimo. Per la globalizzazione dell’economia e la caduta della tensione unitaria, fenomeni coevi, di trent’anni fa. Gli sforzi e le intelligenze messe in campo per adeguarsi alla globalizzazione sono stati frustrati dalla caduta della tensione unitaria dopo la riunificazione della Germania – di questa “nuova Germania” (nuova rispetto a quella di Bonn) non si vuole parlare, e questo condanna l’Europa.
L’esercizio di Gentile resta come un corpo delle meraviglie dell’Europa all’apogeo. Un testo corposo, in una quarantina di capitoli. Partendo dalle 24 innovazioni o rivoluzioni, intellettuali, industriali, politiche, che Alfred Ruselli Wallace, naturalista, zoologo,  biologo, chimico, esploratore, eccetera, poteva elencare, a ottant’anni, a fine Ottocento, in “The wonderful Century”, il secolo meraviglioso, tre edizioni esaurire in meno di un anno: le scoperte, Copernico, il calcolo differenziale, etc., e l’elettricità, il vapore, eccetera. La “rivoluzione della modernità”, che lo stesso Gentile può dire “la più sconvolgente, profonda, irreversibile e planetaria trasformazione della storia umana”. Cui Wallace trovava un solo antecedente: la “rivoluzione migratoria” di centomila anni fa, quando i primi gruppi umani lasciarono l’Africa centro-orientale per andare a popolare tutte le terre emerse (tesi oggi non più tanto vera, n.d.r.). E Gentile: “Nessun altro periodo della storia è stato altrettanto fitto e denso di esperienze nuove, profonde, vaste, sconvolgenti, esaltanti e terribili”, una scelta curata degli aggettivi. Una festa, per la lettura e per gli occhi – una festa di lutto, con le lodi del defunto.
Emilio Gentile, Ascesa e declino dell’Europa nel mondo. 1898-1918 , Garzanti, pp. 460,, ill., ril. € 22

sabato 17 agosto 2019

Secondi pensieri - 393

zeulig


Ansia – È una fabbrica, più che unno stato psicotìco o modo di essere: l’ansioso fabbrica (impone) terrori, al momento stesso in cui li vive (crea). È un fatto relazionale, non ci può essere un Tarzan ansioso: l’ansioso, se non proietta le “sue” ansie, non le vive. Non in stato ansioso.

Genere – È Euripide femminista o misogino? “Medea”, “Ecuba”, “Le Troiane”, “Elena”, “Elettra”, “Fedra”, “Ippolito”, “Andromaca”. “Le Supplici”,  le “Ifigenia”, le stesse “Baccanti”, uno direbbe tutte tragedie, e tragicommedie femministe, di donne a vario titolo capaci e determinate, e a vario titolo giuste. Aristofane invece lo dice un misogino. Era suo concorrente in teatro - Euripide è anche autore di commedie - ma questo non basta a giudicare il giudizio di Aristofane: se, fra le tante abominazioni di Euripide, nelle “Donne alle Tesmoforie” può dirlo un sadico tormentatore delle donne, che rappresenta violente e incestuose, lo dice perché aveva con questo, o acquisiva, credito. Presso le donne o presso gli uomini?
L’interrogativo su Euripide si può in realtà ripetere per qualsiasi autore che abbia tratteggiato figure femminili, Tolstòj per esempio, o Flaubert.
In termini di genere, meglio non occuparsene – meglio che gli uomini non si occupino di donne, rischiano di non trovare più lettori, i quali, come si sa, sono per lo più lettrici.
Le rivendicazione di genere sono escludenti - come il nazionalismo.
In termini di genere niente si risolve, solo la divisione.

Indifferenza – “Il peso morto della storia” può dirlo Gramsci. Che però “opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”. Anche perché “nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza”.

Soprattutto, anzi solo, bisognerebbe aggiungere, nella massa, quindi nei regimi democratici di massa. Dove i molti sono azionati dai pochi, attraverso l’opinione pubblica – informazione, proclami, ragionamenti. 

Medea – È la Sorge  di Faust- Goethe e Heidegger? Per l’alternanza della radice med- invece di mod-, che Nicola Gardini (“Le dieci parole latine”, p. 59) attesta interessare “molte radici antiche, sia del greco sia del latino”. E porta tra gli esempi il verbo medeor, io provvedo a, io curo: “La radice med- indica riflessione, pensiero mirato”, spiega Gardini. Attestata, oltre che in latino, anche in greco, “per esempio nell’arcaico, già omerico, médea, “pensieri”, “piani”.

Pessimismo – Rende schiavi. Del potere.
Forse aiuta la conoscenza, ma non è certo – la conoscenza è propedeutica al bene, che comincia da se stessi. Dell’opinione. Del denaro. Della speculazione al ribasso. Della speculazione al rialzo. Le mani forti – chi è più furbo, cinico, avido - lo seminano a piene mani: il culto della crisi.

Psicoanalisi – Fa tutti colpevoli di qualcosa. Avendo eliminato l’innocenza, non può essere un ricostituente. Come gnoseologia. Come terapia può raccogliere le briciole – il piatto rotto non si ricostituisce.

Sacro – È la continuità. L’identità. Un accumulo di memorie, del tipo labili (paure, incertezze, visioni, sogni, incubi) e non razionalizzate (sistemate, nell’arte tecnica), che a un certo punto cristallizzano in forme-formule (pre)definite. Essenzialmente per l’uso (l’invenzione) della scrittura, dei segni significanti – che Platone ancora deplora.

Santuario – È il luogo del sacro, ma perché il sacro dovrebbe avere un luogo chiuso? Per  esercitare la comunione, raccogliere la comunità. Che però si riunirebbe meglio all’aperto, con più semplice e larga adesione.
Il tempio rinchiude e ricrea il sacro quale suono (melodia, eco) del luogo. Il recinto chiuso come acustica, miglioramento del suono? Sì, la preghiera è canto.
Si può pensarlo come segreta, come luogo in cui nominare i propri dei al coperto della curiosità malsana dei nemici. Ma il segreto non si confà alla divinità, che vuole essere aperta - acquisitiva, proselitista.
È però vero che non c’è divinità senza luogo, apatride. Il fondo tribale è, nell’evoluzione umana, quello più persistente.

Scrivere – È operazione incessante – scrivere come parlare, pensare, anche senza segno grafico. Generale: tutto e tutti scrivono – nominano, dettagliano.
È operazione che si potrebbe dire religiosa, ne ha la natura. Che si operi singolarmente oppure in gruppo: è dare un senso – un certo senso – alle cose e alle persone.
Il racconto in particolare  è una formazione, come nelle squadre sportive, una messa in quadro e una serie di tattiche, più meno preordinate, anche avventate.
È opera delle persone come del mondo. È come Duras, la scrittrice, nota (“Écrire”): “Attorno a noi tutto scrive”, dice, anche se più spesso non si sa che.     

Storia – “Nella storia si è sempre alla soglia del peggio”, Cioran, “Pensieri strangolati”.

Viaggiare – È attività onirica, al meglio, l’attività del sognare. Altrimenti è uno stracco ripetersi di istantanee e selfie, al meglio un Guida Rossa, con il costo aggiuntivo del disagio, la fatica, lo spaesamento. Si “vede” l’esotico come si vede nei sogni: è la “materia” dei viaggi – incluso dei viaggiatori che ne scrivono – non solo dei Goethe, anche dei più spassionati come Montaigne.
Un innesco, un “incidente”, per aprire una ricerca.

zeulig@antiit.eu

A.Christie in noir - abbellita da Laura Grimaldi

È sempre una storia del whodunit, del tipo indovina il colpevole, ma in una serie interminabile di delitti, che saranno opera di una sola persona, per avidità e per un’oscura maledizione, nella quale il lettore-investigatore si confonde un po’. Più un noir che un giallo all’inglese.
Agatha Christie si occupa qui di dare corpo ai personaggi, più che di manovrare la trama. Corposi e fuori dai ruoli della società “inglese”. Anche di donne, seppure sempre cattive. Con un anticipo dell’ecologia, della protezione ambientale, un anno prima che Nixon lanciasse la Grande Azione, il business anti-inquinamento: la madre del protagonista sostiene già molti anni prima degli eventi “che i catini di papier maché sono molto meglio di quelli di plastica!”
Un lavoro tardo di Agatha Christie, del 1967 – subito tradotto, per il numero 1000 dei Gialli Mondadori. Sviluppa è irrobustisce il racconto “Le maledizioni della strega”, della raccolta “Tre topolini ciechi”.
Il titolo italiano è un omaggio a T.S.Eliot, con l’ultimo verso del secondo dei “Quattro quartetti”, che era anche il motto della regina Maria Stuarda di Scozia, quella giustiziata da Elisabetta I, e sarà l’epigrafe che il poeta volle sulla sua tomba. Un omaggio della traduttrice Laura Grimaldi, cui si deve una versione (molto) più filante dell’originale – il titolo originale è “Endless Night”, altra citazione, da William Blake.
Agatha Christie, Nella mia fine è il mio principio, Oscar, pp. 194 € 8,50

venerdì 16 agosto 2019

Lacrime di felicità


La signora Trandàfilo chiuse le imposte – Trandàfilo è nome di Savinio, ma è anche reale. Si aggirò per le stanze in penombra con un senso dimenticato di libertà, per le stanze che lo sgombero aveva infine liberate. Non vide la polvere, che tanto la irritava, non vide i pesciolini dei libri, né le macchie sui muri dietro le librerie. Non accese la luce e quindi non vide. Assaporò la sua vittoria in quel tramonto, di dentro come di fuori, vittoria contro se stessa, anzitutto, contro le abitudini.

Ci aveva messo trent’anni a scoprire che lui non era quello che non sembrava. Affettuoso, insistente nelle smancerie, e casalingo. La sua passione era scrivere: poesie, racconti, teatro, soggetti di cinema, perfino romanzi, saggi di ogni bordo, tutto pur di scrivere. Cose che nessuno leggeva perché nessuno le pubblicava, ma questo era il suo unico cruccio, che nessuno leggesse quello che scriveva. Che nessuno capisse. Non lui, non lei, ma quello che lui scriveva. Non i figli che non venivano ma i libri che non uscivano - no, questa la cancellò, la signora Trandàfilo odiava i bambini, le piacevano solo fra i due e i sei anni, l’aveva sempre terrorizzata, da quando aveva undici anni, l’idea che qualcosa le crescesse dentro. Scriveva dappertutto, sui più piccoli pezzi di carta, in una grafia contorta e minuscola che lui stesso aveva difficoltà a decifrare, nei luoghi più impensati, sul marciapiede, sui mezzi, mentre sciava, al bagno naturalmente.
Il periodo che fu a Milano era felice evidentemente perché poteva scrivere tutto il santo giorno e la notte. Un traditore, era. Un vigliacco, un mollusco lussurioso. Sempre in fregola, e poi costantemente la tradiva in ogni piega di pensiero. Immaginando donne floride perché lei era minuta, sboccate, volgari, aggressive perché lei era bene educata, madonne e carrieriste, e sempre disponibili, con omacci di ogni tipo, figuri che mai avevano frequentato e nemmeno incontrato. Non che lei sapesse. Mai aveva voluto leggere quelle elucubrazioni. E tuttavia avevano pesato, o se avevano pesato.
Un tempo aveva voluto imitarlo, l’aveva imitato, per dimostrargli che quella sua mania di scrivere dopotutto non era niente. Couplets, fantasie, racconti brevi, minimi, filosofemi, illuminazioni, tutto ciò in cui lui si dilettava come Dante alla “Commedia” lei aveva scritto facile nei pochi minuti del tempo libero. Fino all’epigramma che la sua amata rivista “Nove100” aveva prontamente pubblicato:
“L’onor tu m’hai scippato,
disse la moglie al marito,
che fotterla voleva,
e andò al caffé, il solito,
nel bagno lurido,
lo slip inalberando
a caccia di un ganzo”,
che provocò il mutismo di un anno, intollerabile, roba da corna anche impossibili, anche fuori del bagno.
Nemmeno la morte l'aveva liberata. Il giorno ch’era morto era stato come tutti gli altri. Con la pena delle pratiche, il funerale, le telefonate da fare e da rispondere, la denuncia alla banca, all’assicurazione, alla cassa mutua, il commercialista, le volture, i notai. Aveva cambiato il nome sul portone e sulla cassettina, aveva ripreso liberamente il suo, ma nulla era in realtà cambiato. Il suo, di lui, ora le piaceva di più e subito si era preoccupata di rimetterlo, prima ancora di rientrare in casa: la signora Trandàfilo suona buffo ma vuole dire rosa. Sì, in greco rosa si dice triantafillos. L’aveva scoperto in viaggio col caro estinto, sempre pieno di attenzioni, sorprese, scoperte, il solito scoppiettio di momenti magici. Lo scambio di dentali, la d sonora al posto della t sorda, è un adattamento alla De Mita, ma perfino la pronuncia dei burini d’Irpinia le divenne piacevole (in realtà i greci pronunciano il greco alla De Mita, oggi come probabilmente all’età di Omero, n.d.C.).
Era un nome classico, sapeva di una genealogia di duemila anni - o di mille, se si opta per l’eredità bizantina. Che si sarebbe estinto con lei. Era una grande voluttà, un brivido, che la proiettava all’inizio del secolo, del Novecento beninteso, col cocchiere, il casiere, il fattore, la cuoca, la ragazza di camera e le cameriere pronti al suo cenno, e le lunghe operazioni, a ogni tramonto, di accensione delle luci, dei camini, dei bracieri. O a metà Ottocento, fra i cristalli, i decolletés e le sostanze inebrianti - la donna allora era cagionevole. Non andava più in là dell’Ottocento, il solido impianto borghese di quel secolo sano la rassicurava.
Avevano infine portato via le carte e si cominciava a respirare. Aveva estimatori, colleghi probabilmente, ma chissà di che, non sapeva nemmeno che cosa esattamente insegnasse. Ogni due-tre giorni andava all’università, perlomeno così diceva, al dipartimento di letteratura, dove effettivamente rispondeva al telefono e lo conoscevano. Ma chissà se vi insegnava, se era professore. Quelle visite erano state l’effetto più sgradevole della morte. Gente secca, polverosa, rugosa, gonfia, che voleva sopratutto parlare. E di che? Di cose che nessuno aveva visto e a nessuno interessavano. Anche studenti, cioè studentesse, ragazze. Le più insistenti, come infoiate. Non dubitava che se le fosse fatte, da quando l’avevano castrato per via della prostata e non eiaculava nemmeno più era diventato perfino sfrontato. Per curiosità, e per saggiare quelle affettazioni d’interesse, mise infine le mani nelle montagne di foglietti, e lì c’erano, come lei ben sapeva, le gigantesse poppute, i grandi culi, le bocche voraci.
Vennero anche librai, offrendo cifre consistenti. Erano interessati sopratutto alle copie delle prime edizioni dei libri che si era fatti pubblicare da un suo amico, probabilmente, anzi sicuramente, a sue spese, copie che esistevano ancora in gran copia. E altre prime edizioni, che pare ne avesse in abbondanza, di scrittori veri, Moravia, Bevilacqua, Fallaci, Biagi. Vennero anche editori, funzionari di case editrici in gara tra loro e affannati, a proporre affari che la signora Trandàfilo non capiva. Ma infine si erano portati via tutto. Dopo aver pagato, e anche bene.
Avevano organizzato mostre e convegni, nelle more della gara, a cui l’avevano invitata, in mezzo a gente importante, Andreotti, Spadolini, Maurizio Costanzo. Riunioni noiosissime, ma in posti e in alberghi splendidi fuori stagione, l’Isabella di Forìo, il Villa d’Este a Cernobbio, il San Domenico a Taormina, il Villa Igieia a Palermo. Tanta felicità le aveva dato a volte le lacrime. Da ragazza piangeva sempre, anche al cinema, poi più nulla. Le facevano anche una specie di corte: le mandavano regali, anche preziosi. Tutto per quelle carte. Che lei avrebbe dato gratuitamente, pur di liberarsene. E invece avevano voluto pagarle a tutti i costi. Aveva deciso il commercialista: “Le dia a chi paga di più subito”. Il sottinteso era, il commercialista come gli avvocati e i notai sono secchi di cuore, che lei non avendo eredi doveva soltanto occuparsi d’incassare il più possibile subito. E quando erano venuti a prenderseli, libri e carte, non aveva voluto saperne: li aveva lasciati soli in casa, tutto il tempo di cui avevano avuto bisogno. Una cosa buona insomma il signor Trandàfilo  morendo l’aveva fatta, sbarazzarla anche delle sue fantasie.


La follia di scrivere

“Scrivere lo spavento di scrivere”, la solitudine, la follia. E per lei, personalmente, “il pensiero libero, folle” di un Blanchot. Marguerite Duras si esamina in fine, esamina la follia di scrivere, e si dà alcune risposte.
Tradotto venticinque anni fa da Feltrinelli, e poi introvabile. Un racconto di alcuni film-video della scrittrice agli ultimi fuochi, nel 1993. Con due divagazioni. Una su “puro” e “purezza”, tra Cristo e Giovanna d’Arco, purezza rifiutata e punita, mentre quella della Germania è applicata con crudeltà. E una sul pittore in atto di dipingere. I tre testi-video sono: quello del titolo, “La morte del giovane aviatore inglese”, e “Roma”. “La morte del giovane” è un tripudio di buoni sentimenti a Vauville, ove il ragazzo pilota viene estratto con applicazione dalla carcassa dell’aereo abbattuto, il suo nome viene rintracciato nelle pieghe della burocrazia, e la sepoltura è molto degna e sempre onorata. Un aneddoto vissuto con tristezza, riportando alla memoria il fratello minore della scrittrice, “morto durante la guerra del Giappone” e sepolto in una fossa comune, “gettato in una fossa comune sopra gli ultimi corpi”.
“Roma” è il testo di un video Rai (ora visibile su RaiPlay, “Il dialogo su Roma”), scritto in tempi molto anteriori agli altri, nel 1980, e girato dalla stessa scrittrice nel 1982, con Anna Nogara e Paolo Graziosi, che da piazza Navona in giro per Roma evocano antiche civiltà e antichi amori, di una Regina di Samaria. Un’esercitazione già classica di Fellini e Pasolini, ma nel genere durasiano, o à la Resnais, indiretto, allusivo.
“Scrivere” è il tema e il testo centrale della piccola ultima raccolta. Duras ripercorre la sua vita di scrittrice, i luoghi della sua scrittura, i personaggi dei suoi libri e dei suoi film, e gli amanti, che spesso enumera, e riunisce, insieme, questi di nessun effetto. Ma su un fondo di solitudine, ossessivo. E senza tempo, senza contesto: “Ho raramente contato il tempo passato a scrivere, o il tempo in sé. Ho contato il tempo passato ad aspettare Robert Antelme e Marie-Louise, la sua giovane sorella. Dopo, non ho più contato niente” – una dichiarazione d’amore unico, fra i tanti amanti e sposi, per il primo marito, tradotto per motivi politici dalla Gestapo con la sorella nei lager tedeschi, da cui lei non tornò.
Scrivere è solitudine. E follia: “La solitudine è sempre accompagnata dalla follia. Io lo so.” Che non si vede, “ma qualche volta si intuisce”. E non può essere diversamente: “Quando si estrae tutto da sé, tutto un libro, si è per forza nello stato particolare di una certa solitudine che non si può condividere con nessuno”. Come sempre in Duras una profondità che a un secondo riflessso esce piatta, ma crea un’atmosfera e un senso.
Un breviario, il testo del titolo, e una grotta delle meraviglie, un antro da speleologo, per chi scrive: una serie di sorprese che si srotolano su se stesse, l’antro essendo lo scrittore.

Marguerite Duras, Écrire, Folio, pp. 125 € 5