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giovedì 18 gennaio 2018

Il maiale dei Casamonica

“Il maiale è dei Casamonica” è troppo. Iperreale, fantastico, incredibile. Da vertigine: e io chi sono, e dove sono? Siamo a Roma, ma è una città?
I Casamonica sono reali, sono un clan che controlla gli affari dubbi della Roma di Sud-Est. Famosi per la pacchianeria, Ferrari e ori al petto, e per l’intangibilità: sono eterni. Il maiale pure è vero: appartiene a loro e si è avventurato fuori da una delle loro dépendances per grufolare tra i rifiuti. I rifiuti pure sono reali: a Roma, nella città vera e propria, si trovano dappertutto. Ma Virginia Raggi che dice: “Il maialino”, in realtà un po’ grande, “è come un cane, si chiama Bebé, ed è di proprietà di un membro della famiglia Casamonica”, questo è Philp K. Dick puro, fantascienza urbana, de noantri. Qual è il messaggio che veicola?
Lo stesso giorno, ieri martedì 17, Virginia Raggi indica una dozzina di nuove discariche: a Palestrina, Zagarolo, Genazzano, Castelnuovo di Porto, Villa Adriana e altri luoghi di richiamo. E come no, subito: un’infiorata di discariche, che finalmente convoglino i rifiuti urbani. Dopo avere annunciato che i rifiuti li avrebbe mandati a trattare in Toscana, poi in Emilia, poi in Abruzzo.
E poi c’è lei, Virginia Raggi, il sindaco di Roma. Che parla e si presenta come il fantasma di se stessa, un ectoplasma. Precisa negli affari: ha privato Roma dell’Olimpiade, un rilancio pazzesco, mentre le impone lo stadio della Roma – almeno finchè il costruttore Parnasi avrà nella manica la Procura di Roma. Non si può dire che non abbia carattere. Ma si fa fare dai netturbini furbi, come dagli autisti dell’Atac. Questi con le pause, quelli scorazzando con i mezzi della nettezza urbana per intasare il traffico, raccogliendo qua e là, ogni tanto, un cassonetto a caso.
Virginia Raggi è una novità, e bisogna essere per le novità. Virginia Raggi è la rete, e bisogna essere per e con la rete. Ma il maialino dei Casamonica quale narrazione innesca? La stupidità al potere no, non è una cosa seria.

La verità su “la Repubblica”, atto primo

De Benedetti, ottantré anni, Scalfari novantatré, l’età conta. Ma l’editore contro il suo giornale è una primizia - che De Benedetti non presieda più l’editrice Gedi non vuol dire, i suoi figli sono lui. E con che animosità. Di uno che non sa vendere i giornali ma ne compra, da ultimo “La Stampa” e “Il Secolo XIX”.
Difficile trovarne la ratio. Che forse non c’è. Se non nella cattiva coscienza di uno che sa fare soldi coi soldi (Omnitel, che miracolo), appena mette mano a qualcosa di concreto la distrugge: Olivetti, Sorgenia, la Repubblica-l’Espresso. Uno che sa solo “fare i bilanci”, tagliando, licenziando, riducendo.
Ma nella foga De Benedetti ha detto la verità. Infine. Più o meno la verità, una prima tranche. “Io sono stato fondatore di ‘Repubblica’ con Scalfari: nel ’75 cercava soldi per fare un giornale, glieli detti io”. Questo non è vero, i soldi che contavano li misero (garanzie, fidejussioni, anticipi) Geronzi col Banco di Roma e l’Anic (Eni). “Scalfari dovrebbe ricordarsi quando, negli anni ’80, lui e Caracciolo erano tecnicamente falliti: misi 5 miliardi di lire contribuendo a salvarli”. Questo è vero, con qualche amnesia: i miliardi furono tre e non cinque, ma prestati a Scalfari e Caracciolo già sul bilancio 1978, per far fronte alla ricapitalizzazione dell’Editoriale, su nota di pegno, cioè su cambiale. “E ho dato un pacco di soldi pazzesco a Eugenio quando volle lasciare le quote”. Sarà, ma il pacco di cui si sa è quello volgare, avendo De Benedetti liquidato Scalfari e Caracciolo con la Cartiera d’Ascoli, una scatola vuota gonfiata precedentemente in Borsa per portarne il “valore” a quello delle quote dell’Editoriale la Repubblica-l’Espresso da trasferire a De Benedetti. Un modo elegante per dire che le note di pegno del 1978 avevano generato interessi composti mostruosi.
Un secondo atto è quindi necessario. Tanto più se “il pacco pazzesco di soldi a Eugenio” è altro che la Cartiera svanita. E forse un terzo, se il giornale, ferito nell’onore, troverà il coraggio di reagire. Le offese a “la Repubblica” sul palco di Lilli Gruber sono state molte: perdita di identità, mancanza di coraggio, ingratitudine. Anche qui con qualche amnesia: “Forse poteanno ringraziare per l’indipendenza che ho dato io a loro, e ci ho rimesso la Sme”. La Sme De Benedetti ce l’ha rimessa per il papocchio che aveva fatto con Prodi presidente dell’Iri, che con giudici normali avrebbe portato il presidente dell’Iri al carcere. E l’indipendenza, ma non era la bandiera di “Repubblica”?

Crollano giornali e giornalismo

Meno 25 mila copie “la Repubblica”, che va verso le 150 mila media quotidiane, meno 10 mila il “Corriere della sera”, che va verso le 190 mila giornaliere, la crisi di vendite si accentua per i giornali – i due aggio quotidiani partivano dieci anni fa da oltre 600 mila copie vendute al giorno.
Colpa dele nuove abitudini di lettur,a si dice. Ma la colpa è soprattutto dei giornali stessi, ognuno lo vede, e ancora li compra. Infarciti di roba inutile e anche dannosa: diecine di pagine di politica per illustrare i potenti, e di inserti pubblicitari mascherati (moda, maschile, feminile, salute, viaggi, arredamenti, cucina). È la fine del giornalismo si può dre, autoindotta più che imposta dal mercato.
Se il minacciato dissolvimento della Rai, che i 5 Stelle e la Lega agitano, si concretizzerà, sarà allora anche la fine materiale della professione. La fine cioè delle istituzioni che materialmente ne garantiscono l’atunomia, la cassa pensione e la mutua sanitaria. Di cui la Rai è il massimo e anzi decisivo contribuente.
Il mestiere è già imbastardito. Niente più praticantato, selezione, controllo. Niente più caccia alle notizie. La notizia è queal che la fonte vuole, banchieri, affaristi, mafiosi, giudici, politici. O degli  uffici stampa, istituzionali  ministeriali, aziendali. Il giornalista è giù un pubblicista. Nel senso proprio del termine: fare pubblicità.
La professione torna alle origini, agli “avvisi” e ai “novellanti”. Che nel Cinquecento facevano la giornata fornendo “avvisi” segreti alla gente di denaro, mercanti, banchieri, principi e cardinali. La notizia merce.

Trent'anni, tremilatrecento poeti

Un numero rievocativo dei primi trent’anni della rivista, che Patrizia Valduga temeraria aveva fondato, oggi edita e diretta da Nicola Crocetti, l’erede a Milano di Vanni Scheiwiller, argonauta e patrono della materia. È una galleria dei trent’anni, la presentazione di un paio di centinaia di poeti contemporanei che la rivista ha solennizzato – dei 3.300 poeti variamente segnalati, da 38 lingue diverse - attraverso una o due composizioni ognuno. Con le lettere gratulatorie…. di tanti letterati, Gardini, Bacigalupo, Viviani, etc..
Niente di nuovo, ma sapere che c’è qualcuno che vigila sull’arte poetica e la media, è consolante. E che la rivista abbia semrer il suo pubblico mensile, non scalfito dall’età, dalla non-lettura in rete.
Poesia 30 anni, pp. 212, ill. € 10

mercoledì 17 gennaio 2018

Le angele

Avevamo i produttori assediati dalle starlettes, decenni di gossip, abbiamo le star assediate dai produttori, specie quando erano in nuce e quindi giovani e adolescenti. Finora solo da uno, ma altri produttori-predatori verranno. Con beneficio di tutti: che il gossip cambi genere non è male.
Anche per la donna americana. Finora non era nota per essere arrendevole. Evidentemente lo era, vittima, e ora cambia. Oppure non lo era, ma vuole cambiare ancora. Comunque, una novità.
La cosa in genere non è male, la lotta ai “generi”. Nuove carriere si aprono, e nuovi filoni narrativi. Ci sono già produttrici di cinema, tv e netflix, ce ne saranno di più, e quindi meno predatori. E ci saranno più Golden Globe e Oscar femminili per le attività non di genere: regia, sceneggiatura, montaggio, fotografia, scenografia, trucco, effetti speciali eccetera. Oppure si sdoppia il premio: c’è il migliore attore e la migliore attrice, ci sarà il migliore regista e la migliore regista. Finché ci sarà abbastanza attenzione per queste cerimonie. Oppure si decreteranno le quote rosa, anche qui. E quindi ci saranno più registe, sceneggiatrici, montatrici, eccetera. Magari ci sarà una serie nuova di film, sulle violenze dei produttori, molto cinema Hollywood fa su Hollywood.
#metoo dovrebbe valere per tutti, è un rivolgimento. Ci eviteremo gli sbaciucchiamenti umidi di ogni film e la scena di sesso, almeno una. Non tra lui e lei, non se ne poteva più. Se dovremo sorbirceli, baci e sesso, sarà una cosa trasgressiva, transgender – ci vorrà ingegno, e forse non saranno così obbligatori. Il mercato cerca nuove vie, le apre, le crea.
E poi si rinnova la poesia e il romanzo, che da otto secoli, da Beatrice in poi, o da nove, di romanzi cortesi, langue sulla “femmena” – “Femmena, tu sì na malafemmena”, che roba è questa, Aurelio Fierro, Murolo? C’è già una letteratura degli angeli, ce ne sarà una delle angele.

L’uomo del destino diceva bugie

Note sparse, disordinate, su se stesso Spengler ha appuntato per una diecina d’anni dal 1911. In un progetto di selfie, che intitolava in greco “A se stesso” – ma anche “Solitudine” e “Vita del ripudiato”. Pubblicate venticinque anni fa per la prima volta, salvate dalla sorella Hildegard.
Un ritratto ne viene fuori di solitudine. Anche tra i familiari, che sente estranei e invece erano affettuosi. Anche dopo il successo, imprevedibile e enorme, del “Tramonto dell’Occidente” subito dopo la guerra. Ma anche di disadattamento nell’età che ha vissuto, gli anni 1890-1920. E di disadattamento forse in generale, per una distinta forma di misantropia. Con un bisogno costante di mentire. Anche a stesso, perdendosi, di giorno e di notte, in sogni, visioni, incubi disordinati. Più spesso di altri mondi: Africasia, Isola Nuova, Grande Germania. Dall’infanzia alla maturità. La poca attitudine allo studio. Il bisogno di “filosofare” in autonomia. Un “eccesso di imaginazione” non soddisfatta. O l’eroismo di un vile – solo, solitario.
Non indulgente con se stesso, anzi critico. Dice tutto in poche righe, a  p. 59: la paura (“paura del futuro, paura dei membri della mia famiglia, paura degli uomini, del sonno, delle autorità, del temporale, della guerra, paura, paura”) e l’isolamento (“credo che nessuno sia vissuto in un isolamento interiore tanto spaventoso”). Ma ripetitivo. L’autore di un solo libro, sopravvalutato. Onesto, vero. Ma superficiale, molto, sotto il tormentone – “il mio tempo è il rococò”. E con qualche censura. “Sarei potuto diventare un pittore di valore”, continua dopo l’apertura, “se da bambino ne avessi avuto l’opportunità”. Ma nessuno l’ha sacrificato, è un’altra “immagine” di se stesso.
Poco se ne ricava. “Nietzsche fu un etermo romantico. Anche Wagner”. E il “contrasto fra prussianesimo e cultura tedesca”. Due tracce peraltro, non di più. Con una singolare prediziposizione a “vedere”. Tutto, anche le narrazioni: “Sono fatto per il vedere” è la prima annotazione. Al punto da non sentire la musica finché non l’ha suonata lui stesso, “leggendo le note sulla partitura”.
Più che disadattato, Spengler è uno che si voleva “uomo del destino”. Novello Eraclito, come quello dotato di “sfrenata tendenza aristocratica” (un tema ricorrente è “vedersi” in fughe di saloni alti cinque metri), dal carattere metallico, “romano e prussiano”, della casta “amante del dominio e  abituata alla potenza, orgogliosa del sangue, del rango, delle armi, sprezzante ogni umana volgarità”.  Giovanni Gurisatti, che ha curato l’edizione italiana, lo rileva sgomento nella postfazione, ripercorrendo queste e altre annotazioni.
Oswald Spengler, A me stesso, Adelphi, pp. 131 € 10

martedì 16 gennaio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (351)

Giuseppe Leuzzi

“Il più grande nemico della letteratura è la vita pubblica: i paesi in cui si vive solo nelle piazze pubblica difficilmente hanno artisti o pensatori” – Joseph Roth, “Autodafé dello spirito” (“Morte della letteratura tedesca”).

“Si può dire che l’Occidente cominciò a pensare in Magna Grecia”, è una delle “conversazioni” di Borges.

“La natura ha dato la forza al Nord e l’intelligenza al Sud”, è di Jean de Mülley, sconosciuto ai repertori che Stendhal dice storico svizzero e cita in “Dell’amore”. Non spiega però quale è più produttiva, a meno di non giudicare dagli esiti, ora due secoli dopo.

In uno dei “forum” pre-postprandiali in tv due ragazze, una bionda, una bruna, si lamentano dei meridionali, dei maschi: “Sono violenti, non aiutano, sono possessivi”, etc. Sono due belle donne, bene abbigliate e truccate. Hanno poco accento, avendo probabilmente esperienza di mondo, o di mondi diversi. Sono due donne del Sud, da sempre cioè abituate a considerare poco gli uomini. Ma restano convinte che i loro uomini sono peggiori dei bergamaschi o dei varesotti.

Carlyle dice gli arabi “italiani d’Oriente”. Da intendersi come ingiuria al quadrato, l’ometto dei grand’uomini disprezzando evidentemente gli arabi, oltre che gli italiani.

Il dialetto della fede
Torna forte il dialetto al cinema. Specie nel napoletano stretto, dopo la serie tv “Gomorra”. Ma anche in calabrese, rom, siciliano. E solo occasionalmente  - “A ciambra” – con i sottotitoli in italiano. Torna anche in teatro. Mentre si è perduto in letteratura – non si scrivono più romanzi in dialetto, come cinquanta-sessant’anni fa, e i poeti dialettali non sono più censiti.
Torna il dialetto come comunicazione di massa. Non più per allargare le potenzialità del linguaggio, come veniva usato e teorizzato nel revival letterario degli anni 1950-1960. Da scrittori di grande competenza  filologica, Gadda, Pasolini, i napoletani. Con innesti realistici: per rappresentare azioni e tempi di impianto regionalistico, localistico. Il dialetto torna oggi piuttosto per  semplificare le proprietà del linguaggio, restringerle. In formule più spesso, interiezioni e modi di dire – per lo più imprecative, seppure giocose. Non come lingua di piccole patrie, che schiude altri mondi, sotterranei, sommersi, obliterati, ma come koiné riduttivistica.
Il dialetto ha molte funzioni. Ma ora torna come per chiudere la porta, isolare, estraniare. La ricezione essendo ormai desueta, un linguaggio che vuole ghettizzare, turris eburnea volgare, quale espressione del popolaresco, e non comunicare. Anche per volersi incomprensibile ai più – i napoletano gomorresco. La lingua si vuole da qualche tempo un trincea. Torna il dialetto con i linguaggi finto esotici, trincerati, separatistici.
Torna il dialetto anche nell’ambito di una semplificazione in genere del linguaggio, dell’espressione. Su un substrato democraticistico: far emergere anche chi possiede soltanto mille parole. È a questo aspetto della questione della lingua che si è agganciato forse Francesco, il papa democratico. Che del dialetto ha fatto addirittura negli ultimi mesi la lingua del papa. “Le preghiere fatele in romanesco”, ha esortato il 19 giugno a un convegno romano. Il 23 novembre è tornato sull’argomento senza fermarsi al romanesco: “Il dialetto difende la storia di un popolo”.  Girato l’anno, battezzando il 7 gennaio i bambini nella Cappella Sistina sotto il cielo di Michelangelo, forse per non farli piangere alla vista di quei giganti muscolosi, ha ribadito: “La trasmissione della fede si fa soltanto in dialetto” – “il dialetto dei bambini” aggiungendo, quando il coro dei pianti si è infittito.
Il dialetto come lingua della fede, dunque. Anche della speranza? Portare la fede agli analfabeti, e non più gli analfabeti alla fede? Questa parte della questione non è qui congruente. Ma, certo, la chiesa ne ha fatta di strada, sebbene tutta in discesa, dal latino al dialetto. Il Sud, se non altro, è rimasto fermo.
Perché dialetto vuol dire Sud, ecco il punto. Non si fa cinema né teatro in dialetto lombardo, o piemontese: è il Sud che si pensa e si vede chiuso, remoto. Il lombardo anzi si nobilita in italiano, con la “traduzione” oggi del Porta, pensiero e opera dell’ottima Patrizia Valduga.

Il terremoto del Sud e quello del Nord
Si fa molto rumore sui soldi rubati nella ricostruzione del Belice dopo il terremoto cinquant’anni fa.  Le tv e i giornali ci fanno vedere ogni giorno opere incompiute o inutili. E su piazza si trovano sempre commentatori locali compiaciuti: “Si ruba” – gli altri rubano.
Il tormento è lungo, c’è anche tempo per raffronti ancora più negativi col Friuli: “Lì sì che la gente è onesta e operosa”.
La verità è che per la ricostruzione nel Belice furono stanziati 2.745 miliardi di lire, e ne sono stati spesi, negli anni 1970-1980, la metà, 1.485. Per il terremoto del Friuli, dieci anni dopo, sono stati stanziati e spesi 9.776 miliardi.
Ma è pure vero che nel Friuli non si sono perduti una lira per un motivo semplice: non fidandosi dello Stato, giustamente, le hanno escogitate tutte per ricostruire. Anche se hanno dovuto regalare alle banche un terzo delle somme stanziate. Hanno sprecato ma hanno ricostruito - anche velocemente, una quindicina d’anni.

La ‘ndrangheta globale
Una diecina d’anni fa, capitalizzando su “Gomorra”, i servizi segreti si sono pagati l’annata dichiarando la ‘ndrangheta l’organizzazione criminale più ramificata e potente del mondo. Dopodiché giudici e carabinieri si sono affaccendati a provare l’assunto. Il generale Del Sette, lasciando il comando dei carabinieri che ha avuto negli ultimi tre anni, ha portato a merito della sua gestione il contrasto alla ‘ndrangheta. Ultimo evento la retata di un paio di centinaia di ‘ndranghetisti, e politici asserviti alla ‘ndrangheta, a Cirò, Crotone, e alcune località della Germania. L’impero era costituito da bottiglie di Cirò vendute con etichette di “famiglia”, “Zì Tommaso”, “Desiré”. Desiré è in effetti nome molto locale, evocativo.
Ma ne imponevano anche l’acquisto? E la bevuta?
L’annata ‘ndrangheta è stata di grande successo mediatico. I servizi l’hanno allora riproposta, al centro delle loro relazioni, del lavoro di prevenzione svolto nell’anno, per quasi un lustro. Comodamente: la ‘ndrangheta è sempre meglio che lavorare. La ‘ndrangheta mondiale consente anche di viaggiare: luoghi ameni, alberghi e ristoranti pagati, diaria.
Intimidazioni e ricatti di ogni genere si susseguono nel frattempo giornalmente in ogni luogo della Calabria. Senza che se ne denuncino e arrestino i colpevoli. Senza nemmeno che si cerchino.  Si aspetta che si internazionalizzino?

Sicilia
Ha molta storia e scarsa memoria. Non ricorda più nemmeno Pirandello.
Non una parola ha speso l’Italia per i centocinquant’anni della morte di Pirandello. Ma non se ne ricorda nemmeno la Sicilia, che pure ama le celebrazioni, specie della sicilianità.

Sicilybycar, ditta di autonoleggio, fa mezza pagina di pubblicità sui maggiori quotidiani su questo tema: “Disponiamo di una flotta con gomme da neve”. Un sogno?

Il 5 luglio 2001 il “Corriere della sera” pubblicava una letterina di Camilleri che negava di essere l’autore di una lettera pubblicata il giorno precedente a sua firma. Una lettera che deprecava un articolo del 26 giugno in cui Francesco Merlo criticava Camilleri. Ma è vero che Merlo, a commento dell’en plein di Berlusconi nel voto in Sicilia, invece di spiegarne il perché (la scelta delle candidature vincenti nei collegi uninominali), parlava di Camilleri come di “letteratura masochista che per divertire il mondo oltraggia la Sicilia”. Catania (Merlo) contro Agrigento (Camilleri)?
I siciliani non sono mai in pace con se stessi. Può essere divertente, ma poi stufa.

L’epopea dell’isola ha celebrato Cicerone, nelle orazioni “In Verrem”, curiosa e incondizionata: ottocento pagine di lodi a tutto campo: arte, saggezza, gusto, laboriosità, ricchezza, onestà. Curiosa perché le orazioni furono prodotte in un processo penale di corruzione.

“Palermo la capitale mondiale della droga” e “Milano la capitale mondiale della moda” sanciva in sintesi Anonimo Lombardo, l’autore nel 1991, all’origine della Lega, del pamphlet “Della guerra dei politici contro il Nord e contro l’Italia”. I lombardi hanno un’idea chiara del mondo, la Sicilia sembra evitarla.

Nel primo film “Il padrino”, 1972, sempre di Francis Ford Coppola ma sceneggiato da Mario Puzo, non compare mai la parola mafia – non compare nemmeno nel “Padrino” di Puzo in lingua originale. Per i siciliani emigrati non esisteva – esisteva il crimine organizzato, non una confraternita mafia. Riti, formulari, giuramenti, che appesantivano la vecchia letteratura colportistica delle società segrete, sono stati resuscitati poi, da giornalisti e giudici in vena di “storia”.

Non c’è verità, l’isola non la coltiva. Il dato scarno, semplice. Non è semplice – e non è vero - il verismo di Verga, non alla maniera di Balzac, di Flaubert. Perfino Sciascia ha una vasta area di riserva mentale.

Il 25 ottobre 1995 un furto di 9 miliardi di lire, cifra iperbolica, fu effettuato con successo al Porto di Palermo. Nelle 24 ore la somma fu recuperata intatta e i ladri furono arrestati. L’episodio andò in gloria della mafia – che allora era Riina, tre anni dopo gli eccidi…

C’è una rispondenza forte tra Milano e la Sicilia, la spacconaggine, nella forma della oneupmanship. Con la differenza che Milano, sotto l’albagia, è operosa – almeno dal lunedì al venerdì, già a partire dalle sette, di mattina.

“L’odio in questo bel paese”, scrive Stendhal della Sicilia, “non proviene mai da un interesse di denaro”. Stendhal forse (non) ha visitato la Sicilia, ma ne scrive in più punti, “Passeggiate romane”, “Vita di Rossini”, “Roma, Napoli e Firenze”, “La duchessa di Paliano”. Impossibile contraddirlo.
Un’altra sua certezza è: “Per i siciliani la parola ‘impossibile’ non esiste, quando sono infiammati dall’amore o dall’odio”.

leuzzi@antiit.eu 

La risata è classica

Un classico senza ammodernamenti, metalinguaggi, ammiccamenti. Di resa, per questo?, straordinaria. Non c’è personaggio più classico, scontato perfino, dell’avaro misantropo, in Menandro prima, e poi con Molière, Shakespeare, Dickens, Paperone. Ma riletto tal quale fa sempre ridere. Anche per la professionalità (tempistica, accentazione) in questa edizione degli interpreti, che scolpiscono i sei personaggi in commedia: Laura De Angelis e Annalena Lombardi, di un virtuosismo senza scadimenti nella lunga presenza in scena, e i quattro furbacchioni della beffa reciproca, Ugo Cardinali, Rocco Militano, Piero Sarpa, Fabrizio Passerini, misurati e insieme fortemente caratterizzati.
Vincenzo Zingaro, che ha curato l’adattamento e fa la regia, ha giusto attualizzato i linguaggi, che oggi si vogliono volgarmente esotici e\o dialettali, trincerati. Il teatro Arcobaleno è ricosciuto da un quindicennio come Stabile romano del Cassico. La compagnia Castalia che vi opera fa venticinque anni di attività ed è riconosciuta come “organismo di produzione teatrate di interesse nazionale”.
Plauto, Aulularia, Teatro Arcobaleno Roma


lunedì 15 gennaio 2018

Paghe basse e precarie addio, è un’altra globalizzazione

Lavoro e salario qualificati, la globalizzazione cambia rotta dopo trent’anni. Negli stessi Stati Uniti che negli anni 1980 la imposero al mondo. L’America First di Trump si configura come un disegno coerente. E uno che potrebbe innovare positivamente per le economie “mature” (sindacalizzate, strutturate, protette, a reddito medio elevato) dell’Occidente, rispetto al precariato e all’immiserimento salariale che hanno fatto legge finora – ammesso che il presidente americano resista a se stesso.
Perché Trump sull'immigrazione, il più contestato dei suoi provvedimenti, continua a raccogliere consensi? Da tutte le comunità, compresi gli immigrati latinos recenti, e naturalmente gli ex “bianchi negri”, i bianchi poveri e non garantiti. All’immigrazione Obama ha lasciato porte aperte – gli Stati Uniti hanno accolto dal 2000 quasi il doppio degli immigrati in tutta l’Europa, che ha quasi il doppio della popolazione americana - in un quadro di precarizazione senza limiti del lavoro e del reddito, la sua sola strategia di ripresa dopo il crac del 2007.
Obama non era solo, e non è stato il primo. La Germania lo aveva preceduto di un paio d’anni, liberalizzando totalmente il mercato del lavoro, per frenare la delocalizzazione delle attività produttive, e aprendo le porte a un’immigrazione di massa – seppure con preferenze, verso i serbatoi di manodopera mediorientali, turchi e siriani in specie, mglio qalificati socialmente, e anche produttivamente. Come la Germania ha operto mezza Europa, Italia compresa, seppure di fatto, al di fuori di quadri normativi e sindacali – con gli “stati di crisi”, negoziati “in camera” tra le aziende e il governo - e senza criteri selettivi. Obama del resto percorreva la strada delle presidenze precedenti, specie delle presidenze Clinton, che con i salari bassi e precari alimentò la più lunga espansione del Novecento.
L’asiatizzazione del lavoro, si disse, è imprescindibile, per restare nei mercati globali. E quello che la globalizzazione ha imposto nei primi tre decenni. Una celta che, insostenibile socialmente, si manifesta infine non produttiva economicamente: non si compra, non si spende, non si consuma. La ripersa stenta: gli investi,enti ci sono, il motore è imballato, ma gira a vuoto.
Si prenda la Germania, che sulle paghe basse (ha otto-dieci milioni di persone sotto assistenza pubblica) e l’immigrazione a buon mercato ha capitalizzato nel dodicennio Merkel. A costo di un depauperamento dei ceti medi. La politica delle porte aperte ha evitato la delocalizzazione delle industrie, ma prospera solo sul lato esportazione. Insostenibile politicamente, passata l'emergenza post crac 2007, la crescita dell’opinione anti-porte aperte viene imputata a un rigurgito fascista, di cui non si vedono però  segnali. Mentre è un movimento molto più ampio di quanto è l’estrema destra nazionalista. Comprendendo buona parte dell’elettorato cristiano-democratico e cristiano-sociale, i liberali, e la stessa base elettorrale - e anche organizzativa - di Afd.
La Francia da molti anni ormai, paese tradizionale di immigrazione, il Belgio e  l’Olanda hanno politiche restrittive. Non discriminatorie ma programmate. Resta l’Italia. Condizionata dalla sua difficoltà di decidere - si fa poi si vedrà. E in parte dal papa, che però ha solo presente l’aspetto umanitario - distorto: l’emigrazione di massa è una stortura politica e sociale all’origine, e un ripiego e un sacrificio per chi vi è costretto, sradica e quindi indebolisce il patrimonio umano, le risorse umane.
La delocalizzazione Trump combatte, invece che col lavoro immigrato a buon mercato, con le stesse armi dei paesi-attrazione: gli incentivi fiscali e sociali. Non è protezionismo. E non è la fine della globalizzazione. E in un certo senso ne è l'estensione. Utilizzando altre armi della stessa, invece di quella usata finora, basse paghe e lavoro precario.
Gli Stati Uniti, che il concetto e la pratica della globalizzazione imposero al mondo negli anni 1980 (normativa della World Trade Organization, asse con la Cina), hanno la capacità di cambiare le regole. Gli strumenti finora utilizzati, controllo dell’immigrazione, riforma fiscale, senza protezionismi, sono insindacabili internazionalmente. Né lo sono gli obiettivi: stabilizzare il lavoro, migliorare le retribuzioni. 

Problemi di base argentini - 391

spock

 “Il dialetto difende la storia di un popolo” – papa Francesco?

“La trasmissione della fede si fa soltanto in dialetto” - id.?

Che dialetto parlava Gesù che tutti lo capiscono?

Ora, come sarà il dialetto della chiesa?

E in Argentina, c’è un dialetto?

Bergoglio e Parolin, un argentino di fede e uno d’acquisto, a capo della chiesa, e Maradona?

E Messi?

Due argentini a capo della chiesa: la chiesa si sprovincializza o si provincializza?

E quanti devono essere esattamente gli immigrati per meritarsi il paradiso?

spock@antiit.eu

Il fascismo eterno

Una conferenza-saggio molto echiana, sfarfallegiante, s’inventa anche l’Ur-fascismo, ma curiosamente superficiale, un assemblaggio di luoghi comuni. Gli studenti della Columbia cui si indirizzava in origine, nel 1995, ne saranno rimasti abbagliati, capendoci poco. Si ripubblica come fosse una premonizione, specie in terra americana. Sulla base dell’elemento “sei” della trattazione, del fascismo come movimento piccolo borghese, di disadattati: “Nel nostro tempo in cui i vecchi ‘proletari’ stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il Fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio”.
Non è il solo ingrediente: sono quattordici. Un guazzabuglio. Senza, curiosamente, l’ingrediente principale e caratterizzante: la negazione dela liberttà d’opinione e politica. Il fascismo Di Eco è nazionalista, con l’indotta xenofobia. Però anche “aristocratico”, “elitista”: “L' elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico”. E maschilista, machista. Proprio oggi che i i capi dei movimento neo fascisti, in Italia Francia, Germania (e la Birmania? e la Liberia? per dire dei Nobel per la pace) sono donne. Il quattordicesimo requisito del fascismo è la Neolingua, la lingua di legno – quella per la verità che Orwell prese di mira nel sovietismo. Ma oggi la Novella Lingua non è il politicamente corretto, l’insostenibile conformismo di una certa sinistra – da ultimo obamiana - per il resto guerrafondaia, imperialista, monopolista, speculatrice?
Tutto vero, ma anche tutto falso – dire quasi la stessa cosa. La storia non si semplifica, l’Ur-Freud s’incazzerebbe. “L' Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti” è la conclusione. Vero anche questo. Ma bisogna vigilare con occhi liberi, senza paraocchi.
Di “eterno” il fascismo non ha nulla, è un movimento politico europeo, del Novecento, tra le due guerre, teorizzato e diffuso dal fascismo italiano. Il franchismo postbellico, o Salazar in Portogallo, che nella guerra fascista fu un pilastro alleato, sono già un’altra cosa. Il fascismo per antonomasia, mussoliniano, italiano, quello che è durato di più, anche se solo un ventennio, e che è stato il più vociferante e presenzialista, era il meno definito e anzi contraddittorio: anticlericale e clericale, innovatore e tradizionalista, rivoluzionario e reazionario, dei ricchi e dei poveri, e fu bellicista dopo essere stato pacifista.
La tradizione è l’elemento fondante e costituente del fascismo, spiega Eco agli studenti newyorchesi. Ma la tradizione di che cosa ? Mussolini s’ingegnò di magnificare tutto dell’Italia, da Romolo e Remo a Mazzini, l’impero e le repubbliche, l’imperialismo e la resistenza, le città e le campagne, e i preti con Savonarol e Giordano Bruno. Hitler cancellò duemila anni di storia tedesca per rifarsi ai Nibelunghi. E le avanguardie, nella arti, nelle arti applicate (la pubblicità, per esempio: radio, slogan, manifesti, manifestazioni), l’architettura, l’industria, il mito della tecnica: i fascismii sono più tradizionalisti o più modernisti (sono l’una e l’altra cosa)? E poi: Chateaubriand non è certo fascista, neppure Joseph De Maistre a ben vedere, o Donoso Cortès: perché la tradizione sarebbe fascista – c’è più tradizionalista (colto medievista, professore, collezionista) di Eco? Il culto della guerra e della morte, il culto dell’azione, la rimozione dello Spirito sono più fascisti o più giovanili – per esempio nel terrorismo post-Sessantotto?  Il fascista è razzista per definizione – ma anche quando, come i fascisti italiani, ha il mal d’Africa?  Non tollera il disaccordo: il disaccordo è tradimento. Ma questo è avvenuto più a lungo, e più sanguinoso, nel Pci. “L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale”. A naso? E quanti fascisti ha conosciuto Eco personalmente?
Partendo da una domanda molto echiana, semplice – “tutto è fascismo”, ma che vorrà dire? - Eco si risponde subito alzando i paletti: è storia. E fa le differenze. “Il nazismo era decisamente anticristiano e neopagano”, con un testo sacro che era “un manifesto politico”, “Mein Kampf”. Allo stesso modo, “il Diamat (la versione ufficiale del marxismo sovietico) di Stalin era chiaramente materialista e ateo”. Due sistemi dottrinari, due dittature totalitarie. “Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica della sua ideologia”. Poi, invece di dire che il fascismo in senso proprio è un fatto sorico preciso, alcuni fatti storici, si perde nei suoi 14 attributi, direbbe Spinoza. Che di fatto sarebbero uno, e ben preciso: un sistema di potere non democratico. Eco diventato anche lui il tuttologo che disprezzava, professore di scienza politica, non sfugge nemmeno al tutto fascismo – fascista dice la New Age, che invece si voleva mite. E Ur- come radice, invece che preistoria? Se è eterno non è fascismo, non è politica. Rigirare le carte, invece, è nel suo piccolo fascismo.
La conferenza-saggio tenuta alla Columbia University di New York il 25 aprile 1995, per commerorare i cinquant’anni della Liberazione dell’Italia, fu pubblicata subito variamente: sulla “New York Review of Books” il 22 giugno, come “Ur-Fascism”, tradotta su “La Rivista dei Libri”, a luglio, col titolo “Totalitarismo fuzzy e ur-fascismo”, ripresa su “la Repubblica” (la seconda metà), il 2 luglio, infine nella raccolta “Cinque scritti morali”, 1999. Riesumata dalla “Nyrb” il 10 agosto 2016, contro Trump, per lo stesso motivo si riedita ora in italiano. Ma letta a distanza, isolatamente, è un centone di luoghi comuni, anche raffazzonato – con uno strano effetto di straniamento: come di un professore burlone, obbligato a tenere egli eterni studenti l’eterna lezione sull’eterno fascismo, nel 2018 come un secolo prima (e che secolo, dopo il 1918).
Umberto Eco, Il fascismo eterno, La Nave di Teseo, pp. 51 € 5

domenica 14 gennaio 2018

Problemi di base kantiani quater - 390

spock

“Nel matrimonio l’uomo non cerca che l’inclinazione della sua donna, la donna invece quella di tutti gli uomini”.

“L’uomo ha del gusto per sé, la donna si fa essa stessa oggetto del gusto di ogni altro”?

“Nessun uomo vorrebbe essere donna”?

“Il marito giovane domina la donna più anziana”?

“Nel matrimonio la donna diventa libera e l’uomo perde la sua libertà”?

E se la donna vuole essere uomo?

spock@antiit.eu

La felicità è distruttiva

L’avventura del Costruttore dell’Integrale, della “vita matematicamente perfetta dello Stato Unico”. Che regola tutto, a cominciare dalla marcia della banda. Suonata ogni giorno a un’ora precisa, sempre la stessa, la marcia e l’ora. L’esito della stanzialità, del cammino verso la stanzialità: la meta è raggiunta nell’immobilismo totale, senza più guerre, confini, bandiere – roba del XX secolo, 900 anni fa. In un mondo di vetro. Tra persone incorporee. Vige la Scienza unica di Stato.
Le persone sono numerate. Gli amori pure. Perché ci voleva, e infine c’è, anche una puericultura, accanto all’agricolura, la frutticoltura, l’itticoltura e le colture di ogni altra specie animale: lo studio e la regolazione della procerazione. La città è già delineata dal Muro Verde, anche se Zamjatin scriveva quasi un secolo fa, nel 1919 – ma il muro, il mondo là fuori, è il mondo selvaggio. .
Denrto, è un mondo di perfezione. Finché un perturbante non s’introduce, sotto forma di una Lei, che fuma, beve, veste di seta e frequenta una Casa Antica. Tenuta da una mezzana. Amori furori. Gelosie. Sogni. Un’ossessione. In breve: un ritorno dell’anima. Non un caso isolato, un’epidemia è in corso. La parte oggi scaduta della storia – chi farebbe pazzie per una Lei, anche prima e a prescindere da #metoo?
Resta questo mondo parallelo, in forma di distopia. Del “nuovo, l’inverosimile, l’inaudito”. Non una dittatura, quella che Huxley e Owell delineeranno qualche decennio dopo. Zamjatin è più complesso - era bolscevico da sempre, e romperà col regime più tardi, nel 1931. È semmai il modello, inconfessato, di molto Philip K.  Dick: è la Scienza al potere. Che Zamjatin maneggia dal di dentro, ingegnere di formazione, tra integrali e radici quadrate.  La vita svuotata e taylorizzata. Sull’assioma che la felicità va senza la libertà – la scelta del Paradiso fu “tra felicità senza libertà e libertà senza felicità”. Ma più visionariamente: quando tutti i problemi saranno stati risolti, quando tutte le soluzioni saranno state escogitate, non resterà altro da fare che i compiti.
Si legge fino in fondo come distillato sapienziale, uno scoppiettio. Lo Stato Perfetto è soprattutto noioso. La politica è quantitativa: il grammo e la tonnellata. La storia va a spirali, per cerchi sempre di 360 gradi. Attorno a uno Scoglio Zero, da destra e da sinistra – + più o - 0. “Tutto ciò che è sommo è semplice” – per esempio le quattro operazioni aritmetiche. “La matematica e la morte non sbagliano mai”. La pietà è “fenomeno aritmeticamente sgrammaticato”. “E il Dio dei cristiani, il Dio grandemente misericordioso, Colui che ha bruciato nel fuoco dell’Inferno tutti gli indocili, non era forse un carnefice?” “E gli arsi sul rogo dai cristiani sono forse meno dei cristiani arsi sul rogo?”. Un’ubriacatarura, la scienza rovescia tutto, compresa la Scienza..
Evgenij Zamjatin, Noi, Voland, pp. 282 € 10

sabato 13 gennaio 2018

Ombre - 399


Naturalmente è solo un caso che due giornali di De Benedetti denuncino a tutta pagina Berlusconi per riciclaggio nella cessione del Milan nei giorni in cui lo stesso De Benedetti si deve difendere da accuse di insider trading, su informazioni riservate ricevute da Renzi presidente del consiglio. L’editore del gruppo Repubblica-Espresso è al di sopra di ogni sospetto.

Una cosa è certa nella storia del colloquio Renzi-De Benedetti sul decreto che pubblicizzava le Popolari: che è avvenuto alle 7 di mattina – lo assicura De Benedetti. Poi si dice che i politici sono poltroni.

Anzi, due cose sono sicure, sempre su assicurazione di De Benedetti: che lui non punta mai meno di 20 milioni, mentre sulle Popolari ne ha puntati solo 5. “Avevamo fatto”, cioè puntato, col broker Bolengo, in un periodo di tempo non precisato, ma di pochi mesi, “620 milioni, di cui le Popolari solo 5”. L’Ingegnere la considera un’aggravante: “Potrei perdere la reputation”. Bisogna guadagnare molto.

Il Procuratore di Roma Pignatone che assolve De Benedetti dal reato di insider è di una logica stringente: 1) l’Ingegnere si è assicurato con un “costoso derivato” per un investimento minimo, 2) il presidente del consiglio gli ha detto cose che si sapevano da un anno. Si dirà la “logica pignatoniana”.

Il ministero tedesco della Famiglia scopre che il 43 per cento dei 55.890 immigrati che hanno ottenuto lo status privilegiato di rifugiati in quanto minori sono in realtà maggiorenni. I trafficanti ne sanno di più, anche delle leggi europee.

Maiali in strada attorno ai cassonetti era l’idea 5 Stelle contro la giunta Marino a Roma. Ora  maiali in strada a Roma tra i rifiuti tornano postati da Meloni contro la giunta Raggi.  

Gucci propaganda un improbabile abbigliamento maschile, con un indossatore nero, attempato, su uno sfondo squallido, di basement. L’orrido si “vende” meglio? Ma cosa rimane?

L’articolo sulla richiesta di archiviazione dei giudici di Roma per la speculazioncella di De Benedetti sulle Popolari il “Corriere della sera” assortisce con una grande foto che vede Scalfari al centro piegato, arretrato, tra Renzi e De Benedetti. Scalfari è pensoso. Ma sembra inchinato ai due, che in primo piano sghignazzano furbi.

L’attore Marescotti, candidato alle Europee tre anni fa per l’ultrasinistra di Tsipras, annuncia: “Io, comunista, sceglierò M5S. È voto utile”. L’utile idiota in effetti è figura del vecchio Pci.

L’outing è vicendevole: Di Battista, candidato premier ancora caldo di Grillo, apre un “asse” con Grasso. L’asse sa di unto, per questo non cigola?

Arresti obbrobriosi, processi interminabili, la Procura di Milano è specializzata contro le aziende italiane di successo all’estero, Eni, Finmeccanica, Saipem. Finmeccanica e Saipem ha pure provato a farle fallire. Su denunce della concorrenza, tutte finora non circostanziate. Quasi sempre straniere, ma rappresentata da “banchieri d’affari” (mediatori) milanesi. Non è una procedura corretta ma non è mai stata sanzionata: la corruzione dei giudici è lecita?

Michael Wolff, giornalista poco stimato di New York, un po’ bandito un po’ leccone, è il beniamino dei corrispondenti del “Corriere della sera” e “la Repubblica” dagli Usa, i giornali italiani più qualificati. Fanno a gare a dirsene amici. È anche uno parecchio brutto, ma è vero che è molto conviviale.

“Hanoi Jane”, al secolo Jane Fonda nei panni dell’eroina pro Vietnam nella guerra, si presentò agli Oscar 1972 a lutto, in severa giacca nera accollata alla Ho-Chi-Min. Ora dice che, era un modello, tutto studiato, anche la giacca: Yves Saint-Laurent.

Agli stessi Oscar 1972 Jane Fonda fu miglior attrice per “Una squillo per l’ispettore Klute”. Era un film? “Hanoi Jane” ebbe quell’anno per la “Squillo” – l’unico film disponibile con l’attrice - tutti i premi, oltre l’Oscar: Golden Globe, Bafta, Critics Circle di Kansas City, Critics Circle di New York. L’America pratica poco la dissidenza.

Obama è tornato. Su Netflix, naturalmente. Allo show di David Letterman. Che prende due milioni di dollari a intervista.

All’origine delle proteste in Iran Nicola Pedde mette su “L’Espresso” i khomeinisti oltranzisti, per “distogliere l’attenzione dagli scandali finanziari” della presidenza Ahmadinejad. E dunque il profilo di ragazza sulla pedana che butta il velo, eretta a simbolo della rivoluzione che non c’è stata, è di una modella di Ahmadinejad?  

Si riduce sempre più “L’Espresso”, testata di riferimento di alcune generazioni. Si vende a sconto con “la Repubblica”, ha pochi servizi, si riempie con le opinioni. Tutte autoreferenziali - ho detto, ho fatto, mi ricordo. Di gente di nessun esperienza.

Domenica “la Repubblica” spaventa i lettori con Trump idiota oltre che pazzo (Zampaglione), nonché ladro (Krugman), e la California avviata alla secessione (Rampini). È la fine, o meglio: dove andremo a finire. Lunedì non succede nulla. E nemmeno gli altri giorni della settimana, fino a sabato. Trump è un idiota solo di domenica?

Folle è il film

Un ritorno felice alle caratterizzazioni. Eccessive, stravaganti, da film demenziale - da farsa. Di vescovi e cardinali, e di un campionario gustosissimo di donne, anche suore. Fuori dall’ultimo Sordi nel quale Verdone si era ultimamente calato - dal canone dolorifico (moralistico, mendicante, edificante) della commedia all’italiana, cascame del neo realismo. Fuori anche dal politicamente corretto, specie in materia di uomini e donne, dichiarandosene osservatissimo, devoto, bigotto.
Non tutte le gag che Verdone ha scelto di montare convincono. Sembra anzi un montaggio svelto, da produttore – ci sono figli alla prima scena, la gag che immortalerà il film, che poi scompaiono. Ma è un fim d’autore in cui si ride.
Con due omaggi a Nanni Moretti: il balletto di candide figure di “Aprile” (qui conventuali invece che in pasticceria) e la libertà in scooter.
Carlo Verdone, Benedetta follia

venerdì 12 gennaio 2018

Problemi di base macronici bis - 389

spock

I tweet di Macron vanno in gloria, quelli di Trump al manicomio – o è viceversa?

Da Trump a Macron, chi ce lo fa fare?

Non sarà un’altra marocchinata?

E da Ivanka a Brigitte?

Seguivamo Sarkozy per la bella moglie Carlà, ma Macron?

Quante basi la Francia ha schierato per proteggere l’Italia?

Macron in Cina non ha avuto tanti articoli in Francia quanti ne ha in Italia: ci vendono di tutto?

Per Sarkozy eravamo fessi, per “Le Monde” siamo mafiosi, e per Macron?

spock@antiit.eu

Il poeta è fortunato

È il discorso al conferimento del Nobel, il 7 dicembre 1996, che comincia con la frase del titolo – assortito della prima intervista dopo la notizia del conferimento a sorpresa del premio, al “Los Agelese Times”. Diminutiva ma witty, come nei suoi versi.
Difficile dirsi poeti. Brodskij, insignito del Nobel, che si diceva poeta, le autorità sovietiche lo classificavano un “parassita”. Anche al cinema, i poeti sono poco fotogenici, rispetto a un pittore, a un musicista, a uno scienziato. Sì, producono immagini, ma non  ne hanno l’esclusiva, chiunque può produrne.
Il poeta procede nell’ignoto, “non lo so” è la sua divisa. È un esploratore, anche dei mondi conosciuti. È un innovatore, seppure di parole. È uno di “un selezionato gruppo di beniamini della Fortuna”.
Wysława Szymborska, La prima frase è sempre la più difficile, Terre di mezzo, pp. 23 € 3