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lunedì 18 novembre 2019

La più grande fabbrica di fake news

I Mittal padre e figlio vanno da Conte lunedì scorso. Poi no, ci vanno martedì. Ma nessuno li ha avvertiti.
I commissari governativi denunciano ArcelorMittal: non sta ai patti.
Le Procure di Milano e di Taranto aprono inchieste su ArcelorMittal. Minacciose: i Mittal si sono venduti le scorte, si sono presi i soldi del risanamento senza fare risanamento, comprano gli impianti per chiuderli, fanno false comunicazioni sociali, fanno bancarotta fraudolenta.
Il governo può benissimo nazionalizzare l’ex Ilva di Taranto.
Taranto può fare a meno del siderurgico. Si fa al suo posto una fabbrica non inquinante. Con un centro tecnologico. E il turismo, con le cozze.
Come no. Basta vedere Bagnoli a trent’anni dalla chiusura.
Si vuole Taranto la più grande fabbrica d’Europa, ma allora anche di bufale. Ogni neo statista ha sulla città e sull’impianto una ricetta, quello che prima gli viene in mente, tanto per dire una cosa, in armonia con la neo politica. Non hanno colpa, gli italiani li hanno votati. Ma l’informazione, questo il punto, si limita a fare da cassa di risonanza, giornalisti e opinionisti, economisti o tuttologi.
Nessuno che spieghi i Mittal, lasciando intendere che siano due indianacci di m...., non i più grandi siderurgici del mondo. Che non comprano per chiudere. Che il mercato dell’acciaio è in sovrapproduzione. Che il governo ha aperto ai Mittal il diritto di recesso introducendo la colpa per i danni pregressi, ex Italsider-Iri e ex Riva. Che Taranto con ArcelorMittal perdeva 600 milioni l’anno, senza perderà 1 miliardo. Che chiude l’impianto una manager che aveva dimezzato le Acciaierie di Terni cinque anni fa, nominata amministratore delegato a Taranto appena ieri, il 15 ottobre, perché consulente dei 5 Stelle al ministero dell’Economia. Nessuno che senta i metalmeccanici, che sanno di che si tratta. O la la manager cesariana.
Nessuno che rida, seppure amaro. Di Conte che parla da operaio tra gli operai, come se fossero imbecilli. Del presidente della regione Puglia Emiliano, un ex giudice che pensava di fare il capo del partito Democratico, e non sa dov’è Taranto. Dei grillini, che pensano sia bene chiudere le industrie, al Sud. Dei tonitruanti “commissari”, che sono avvocati di paese, di Fasano e Grottaglie, nominati da una ministra di paese, tanto per la gratifica. O della Procura di Taranto: programmava da tempo, con preannunci a ripetizione, di spegnere l’altoforno centrale di Taranto, e ora vuole carcerati i Mittal per “sabotaggio dell’economia”, senza senso del ridicolo. Di Milano che invece impone di non chiudere l’impianto.     

Secondi pensieri - 401

zeulig


Imperi –Si dividono in spontanei e preordinati, programmati? Possono essere spontanei? Lo inferisce Heidegger dalla sua contestazione della storia, in chiave assolutoria: “Vi sono regni che durano per millenni perché il loro sussistere continua a perpetuarsi”. L’impero dei faraoni? Altri invece, condannabili, sono costruiti: “Un altro conto è se vengono consapevolmente pianificate dominazioni per millenni e la garanzia del loro sussistere viene riposta nella volontà, la quale si propone come fine essenziale la durata più lunga possibile di un ordinamento più grande possibile, formato da masse più vaste possibili”. Questo è “l’essenza metafisica nascosta dell’età moderna da tre secoli”: l’impero della tecnica – da Nietzsche, secondo Heidegger, abominato.

L’argomento, elaborato ne 1940, quando il Reich di Hitler era vittorioso, potrebbe portarsi a discolpa di Heidegger nella questione del nazismo, suo e della sua filosofia: si potrebbe dire l’impero “ordinato” un’allusione alla sua Germania, di Hitler?

Populismo – Concetto politicamente ambiguo, dovendolo situare tra “destra” e “sinistra”, ma di forte spessore e costante ricorrenza. Ambiguo perché applicabile a esperienze e indirizzi politici più diversi. Potenzialmente disgregativo quindi delle categorie correnti di classificazione politica, tra destra e sinistra.
Le molte classificazioni che si operano non lo spiegano perché si muovono nell’ambito della dicotomia invalsa nell’Otto-Novecento. Che già allora non inquadrava correttamente lo spettro politico, delle opinioni. C’erano elementi di destra nel populismo di sinistra a fine Ottocento, in Russia e negli Stati Uniti, e si ha difficoltà a inquadrare il fascismo e lo stesso nazismo come reazioni capitalistiche. Dove si colloca il “sanculottismo”, fino ai gilets jaunes odierni? O, oggi, il turbocapitalismo, del più volgare “arricchitevi”, a dirigenza comunista in Cina. Mentre è probabilmente di sinistra il moderato ma progressivo Modi in India.
Il populismo corrente in Europa, contro i guasti del liberismo, si colloca con difficoltà a destra – una destra anti-destra? Una polarità più rispondente alla realtà, comprensiva quindi dello stesso populismo, sarebbe tra uguaglianza e privilegio, legge e sopraffazione, interesse pubblico (comune, popolare) e interesse privato – al limite tra lavoro (applicazione, impegno) e proprietà.

Il populismo viene presentato di destra in quanto è – in Europa – sovranista, e in genere – Usa – nazionalista. Nazionalista in senso stretto, non un nazionalismo che sa contemperare gli interessi nazionali in contesti – e a ritorni – più vasti: si accontenta dei benefici dell’autarchia. Ma, anche in questo quadro più ampio, è sostanzialmente una delusione del liberalismo, dei benefici del liberalismo e del suo corollario la globalizzazione, l’apertura al mondo. Non senza ragione, se si guarda al modo asimmetrico di funzionare dell’Unione Europea, e alle distorsioni della concorrenza cinese, tra furti di know-how  e dumping, sociale (costo del lavoro) e fiscale (grandi patrimoni).

Progresso – Non è finito con le due guerre mondiali, con Hitler, con la Shoah, finisce con l’ambiente? Il millenarismo ecologico sembra al contrario la sua più radicale affermazione: il rifacimento della natura, a seguire al disfacimento. A opera dell’uomo, l’uno e l’altro.

Si dice un’ideologia. Del secolo XIXmo, dell’Ottocento. Ma resisteva, e sta durando. Non nasce col positivismo e la socialdemocrazie, queste se ne fanno forti, ma preesiste, e sopravvive. Dell’Ottocento è caratteristico e qualificante il contrario, il malthusianesimo, in collegamento col darwinismo. E tuttavia, se c’è un secolo del Progresso, è proprio l’Ottocento. Lo stesso si può dire oggi, dell’ambientalismo da fine del mondo. Che si traduce in catastrofismo – l’ecologia include la necessità della distruzione, la complementarietà fra riproduttori e distruttori. Ma anche in un produttivismo non selettivo, al modo del vecchio progressismo secondo Ottocento, di Michelet, Hugo, Zola – la sinistra francese, che aborriva Malthus, e quindi Darwin, più malthusiano dello stesso Malthus, non tenendo conto per le specie viventi della possibilità umana di moltiplicare le risorse nutritive. Sul biologismo di Pouchet, “L’Hétérogénie, ou traité de la generation sponatanée”: i “rifiuti organici” assicurano la continuità vitale. In cui la distruzione è necessaria all’ecologia, ne è il fulcro: non ci sono rifiuti, non devono esserci, vanno riciclati: rifiuti, resti, gli stessi morti nella catena alimentare vegetale e animale, gli stessi escrementi nella concimazione, tutto ciò che il vivente espelle vi ritorna e lo rialimenta.

Del catastrofismo progressista immanente all’ecologia fa la summa Michelet al § 1, “Fecondità”, della parte seconda de “Il mare”: “Bisogna che la natura inventi un supremo divoratore,  mangiatore ammirevole e produttore povero, di digestione immensa e di generazione avara. Mostro caritatevole e terribile che interrompe questo flusso invincibile di fecondità rinascente con un grande sforzo di assorbimento, che ingurgita ogni specie indifferentemente, i morti, i vivi,, che dico?, tutto ciò che incontra”. Lo squalo per esempio, “il bel mangiatore della natura,  mangiatore patentato: lo squalo… viviparo, elabora dentro di se il giovane squalo, suo erede feudale, che nasce terribile e tutto armato”.
“I profeti, come si vede, conservano, nei riguardi dello squalo, tutta la loro serenità, e molta indulgenza. Questa favola  ha una moralità socialdemocratica, e come un profumo di attualità. Tuttavia, il profeta non è un opportunista: non appartiene al momento, né alla storia come si potrebbe credere, e nemmeno alla Natura – appartiene al Progresso”.

Storia – “È come occuparsi di un vecchio parente povero che per decenza non si può completamente lasciar morire”, J.Burckhardt, frammenti postumi,.

Suicidio – Un impulso controverso, anche nelle modalità e gli effetti. Vercors, per il lancio delle sue “21 recettes pratiques de mort violente précédées d’un Petit Manuel du Parfait Suicidé”, ingoiò un veleno, s’impiccò a un albero lanciandosi nel vuoto sopra la Dordogna e si sparò alla tempia, ma il salto deviò il colpo, la pallottola tagliò la corda, e il suicidando cadde nel fiume, da cui fu tratto in salvo da un pescatore di trote, dopo aver vomitato nell’impatto il veleno. 
La bella e gentile Karoline von Günderode si pugnalò prima di buttarsi al fiume, subito dopo essersi scritto l’epitaffio, a venticinque anni, per un torto d’amore subito.
Lo scrittore argentino Fracisco Lopez Merino si uccise davanti allo specchio, nella cantina del Jockey Club a La Plata.
Si suicidavano i soldati giapponesi nell’ultima guerra piuttosto che arrendersi – meglio un giapponese morto che uno vivo?

Dan Brown ha l’agathusia, il “sacrificio altruistico”, sacrificarsi per il bene altrui. Il suicida per l’assicurazione alla famiglia, e perfino il caso dell’assassino seriale che si toglie la vita per non compiere altri delitti. Più generosi, in questo senso, quelli della distopia “La fuga di Logan”, dove tutti si suicidano  per non aggravare il mondo della sovrappopolazione, all’entrata nel ventunesimo anno – ma una  giovinezza spensierata col senso della fine imminente, nel film “L’età dell’eliminazione”, era innalzata a trent’anni, per attrarre al cinema i giovani, che allora ci andavano?

“Ci si uccide per impotenza”, dice Kafka a Janouch, per “un atto di egoismo spinto all’assurdo”, ma è assurdo il Kafka di Janouch.
Scrivendo a Brod invece, al solito minuzioso e argomentativo, Kafka disse unica conclusione sensata della sua vita “non il suicidio, ma il pensiero del suicidio”. Che non vuole dire nulla – una debolezza? - ma per lui sì: era quanto bastava per darsi dell’incapace: “Tu che non riesci a fare nulla, vuoi fare proprio questo?”.

Gli stoici lo legano alla vita felice.


zeulig@antiit.com

Quando l’Italia era all’avanguardia sul personal computer

È la storia di quando Olivetti, che con Adriano aveva sviluppato i computer e si apprestava a varare per prima i personal, il grande business di fine secolo, morto Adriano fu consigliata da Cuccia di salvare Underwood, fallimentare ditta americana di macchine da scrivere, e cedere la divisione informatica alla General Electric. Attraverso i verbali delle riunioni in Mediobanca sulla crisi finanziaria di Ivrea.
Esemplare di come Mediobanca – che pubblica i verbali - ha affossato nella gestione Cuccia, invece che salvato, buona parte dell’industria italiana. Aveva contrastato pure l’Eni di Mattei. Poi verrà la tragicommedia della chimica.
Giampietro Morreale (a cura di), Mediobanca e la crisi Olivetti, pp. 232, sip 

domenica 17 novembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (409)

Giuseppe Leuzzi


Svimez censisce due milioni di emigrati dal Sud nel Millennio. Sono più di tutti gli immigrati da cui l’Italia si sente invasa.

A un controllo dei Carabinieri nella napoletana Moreno confezioni sono risultati impiegati 78 dipendenti, tutti italiani, di Napoli e dintorni, “di cui solo ventuno assunti regolarmente. Gli altri 57 lavoravano senza contratto per 9 ore al giorno per una paga quotidiana di 20 euro” – “Corriere della sera” . Non sembra vero. Ma è vero che tutti erano anche in disoccupazione o in reddito di cittadinanza.

La Banca d’Italia calcola che un quarto della produzione (“valore aggiunto”) si è perduto al Sud nei soli dieci anni dopo la crisi del 2007 – qualcosa in più quindi nel 2018 e 2019? è probabile. Non si investe più al Sud da un dodicennio, o comunque si investe molto meno di quanto si disinveste, dei fallimenti e gli abbandoni.

“Il più grande imprenditore di Roma è il Tribunale”, è la sintesi di Salvatore Giuffrida su “la Repubblica”, “gestisce 500 imprese”. Quelle sequestrate ai clan di mafia. Però: “Gestisce 500 imprese e il 90 per cento è in attivo”. Le mafie sanno investire.

Si rammemora il Regno, sottinteso un mondo d’elezione, ma i siciliani non sanno nemmeno dov’è Napoli. Nessun siciliano è mai andato a Napoli, nessun napoletano a Palermo o Catania. Le province pugliesi commerciavano liberamente con l’Illiria, con Venezia cioè, e con la Turchia.

Sindrome avvocatesca, levantina, su Taranto
Era Taranto una cosa seria. Una cosa cioè, che al Sud è rara: un grande stabilimento siderurgico, il più grande, pare, d’Europa, che rifornisce mezza industria italiana e esporta molto, impiega novemila tecnici e operai, e pone problemi acuti di inquinamento. Si penserebbe: riduciamo l’inquinamento, eliminiamolo se possibile, e continuiamo a produrre, magari di più. E invece no. Una giudice di Taranto e una ministra di Lecce non vogliono l’acciaieria, e ci sono riuscite: la giudice ha imposto la chiusura dell’altoforno centrale dell’impianto, la ministra ha imposto il carcere ai gestori in quanto inquinatori. Non ai gestori dell’impianto quando inquinava, pubblici (dell’Italsider-Iri) e privati (la famiglia Riva), ma agli attuali, quelli trovati con una lunga e faticosa ricerca, dopo il fallimento dei Riva, che nel contratto di affitto dell’impianto col governo si sono impegnati invece al disinquinamento, con tappe fissate.
I gestori minacciati dal carcere se ne vanno, sicuri del loro buon diritto – nessuno è responsabile di colpe non sue – e la sindrome avvocatesca, levantina, del Sud si scatena. I tre commissari governativi di sorveglianza sull’acciaieria accusano la gestione di nefandezze di ogni tipo. La denunciano a Taranto e a Milano – anche a Milano perché la Procura vi è gestita stabilmente da napoletani. Francesco Ardito, di Fasano, e Antonio Lupo, di Grottaglie, eletti al prestigioso incarico  dalla ministra leccese, col concorso di un avvocato milanese, Antonio Cattaneo, cercano di guadagnarsi il cachet con le denunce. E gli investimenti, inclusi per la salute dei lavoratori e di Taranto? I mercati? La competitività? L’occupazione, nello stabilimento e in tutta la regione?
La ministra leccese, che ha nominato i compaesani per chiudere l’acciaieria, il suo partito l’ha messa fuori dal governo, il movimento 5 Stelle. Ma il partito, benché creato e gestito da un comico genovese, è essenzialmente napoletano e meridionale – pugliese, siciliano. Le chiacchiere, quindi, si sprecano. Facciamo questo, facciamo quello, chiudiamo l’impianto, lo nazionalizziamo, lo trasformiamo in un centro turistico, facciamo di Taranto una nuova Venezia, prepensioniamo tutti i tarantini. Eccetto l’unica soluzione buona, anche giuridicamente – gli avvocati pugliesi perderanno tutte le cause, non si condanna nessuno per colpe non sue: lasciar lavorare l’impianto secondo i contratti sottoscritti.
Ma c’è ancora un ma: la politica non centra. È 5 Stelle anche l’amministratore delegato dell’impianto, Lucia Morselli. Quella che ne ha deciso la chiusura, a fronte del carcere. E lei non fa chiacchiere. Lei è di  Modena, e lavora a Milano..
Bisogna essere razzisti a volte, perché no. Fa bene l’Italia a non fidarsi, il Sud può essere molto serio, e molto fragile: opportunista, traditore, sciocco. E cosa non farebbe per uno stipendio da commissario governativo. Commissario a qualsiasi cosa, anche a un’acciaieria. Anche se ci vuole una laurea in legge.

Il Sud di Nietzsche, o la pienezza di sé
Da tempo in sospetto e anzi vituperato, il Sud aveva in Nietzsche un portabandiera convinto,  e costante. Per una triplice ragione di amore, scrisse da ultimo in “Al di là del bene e del male”, nella parte ottava, “Popoli e patrie”, al § 255 (in polemica contro “la musica tedesca”): “Come una grande scuola per la guarigione, nell’ambito spirituale e in quello sensuale, come una illimitata pienezza e trasfigurazione solare, che si espande su un’esistenza autonoma e piena di fede in sé”.
Subito prima, a proposito della Francia faro di civiltà nel secondo Ottocento, specie in confronto con la Germania, ne attribuiva la preminenza – in aggiunta alla “facoltà di provare passioni artistiche”, e alla “antica, molteplice cultura moralista” – alla “sintesi quasi riuscita di Nord e di Sud”: “Il loro temperamento, periodicamente propenso e contrario al Sud, nel quale a tratti trabocca il sangue ligure e provenzale, li difende dall’orribile grigiore nordico e dall’anemia e fantomaticità concettuale prive di solarità”. Bizet spiegando di apprezzare perché “ha visto una nuova bellezza e una nuova seduzione , ha scoperto un brandello di Sud della musica”.

Il silenzio di Napoli
Cazzullo ripropone sul “Corriere della sera” la terribile nottata di Italia-Argentina a Napoli, semifinale del Mondiale 90. Ripropone cioè la questione: per chi tifò Napoli. Essendoci stati, in tribuna stampa, per lavoro, si può la verità: Napoli non tifò Italia.
Fu una partita noiosa – rispetto a quelle a cui l’Italia 90 aveva abituato, tutte spumeggianti. Una notte non afosa, benché fosse il 3 di luglio, ma nervosa. L’Argentina rissosa più del suo solito. Compreso Maradona, che di solito non litigava. E l’Italia impaurita. Forse per motivi tecnici, o di tattica. Sicuramente per motivi ambientali. Per il silenzio, cui l’Italia all’Olimpico non era abituata.
Il silenzio era minaccioso. Il catino del san Paolo appariva buio più che illuminato – era sicuramente illuminato, ma nulla confronto dell’Olimpico, dei colori, della festa. In tribuna stampa le due ore furono di disagio, fin dall’ingresso, prima delle squadre: le postazioni erano già occupate, da una o due persone, giornalisti locali o presunti, che non si scusarono e dialogavano solo fra di loro, in dialetto forzosamente stretto, una sorta di linguaggio cifrato, benché ad alta voce, molte le donne, molte grasse.
La partita fu vissuta da cronista anche con questa stretta non amichevole ai fianchi e alle spalle – mai avuto tanto fiato sul collo e contatti corporei sgraditi, neanche da ragazzi sulle gradinate in curva. Qualcuno dei cronisti abituali azzardò che gli ingressi in tribuna stampa erano stati venduti. Ma se fosse stato vero sarebbe stato meglio, sconfortava la prepotenza.
Restava anche viva l’impressione di una sorta di “protezione” per la squadra di Maradona, da Argentina-Camerun che un mese prima aveva inaugurato il Mondiale. Nel bellissimo catino del “Meazza” di Milano, vivacissimo, coloratissimo, l’arbitro fece di tutto per far pareggiare Maradona, con due espulsioni e sei minuti di recupero alla fine, un extra-time allora impensato.
Il disagio c’era, prima, durante e dopo. L’Italia perse il Mondiale che aveva già praticamente vinto - comunque da finale – e niente. Silenzio.  
L’evento si può registrare negli annali, di una Napoli muta invece che rumorosa. Si tentò anche, tra cronisti, di giustificare la città, di apprezzarne l’affetto verso Maradona, che alla sua squadra e al calcio italiano  aveva dato tantissimo, di dedizione e anche buone azioni. Ma senza convinzione.
È stata forse quella che Napoli è, una città che si vergogna di se stessa. Che sa che non può essere quello che è, lo sa da molto tempo, già prima dell’unità a leggere i suoi scrittori (De Santis eccetera), ma non sa cambiare.


leuzzi@antiit.eu

Nuda al Giordano, “dove il Cristo non c’era”

Quattro raccolte, sotto quella del titolo, di versi scritti e pubblicati tra il 1980 e il 1987.
“La Terra santa”, la più densa, è memoria del manicomio: di soprusi, violenze, sofferenze, di un inferno in realtà: l’obbrobrio del corpo, martoriato dagli elettroshock, dalla nudità, dalle mani dei custodi, degli infermieri. “Sono regina ma fuori dal mondo\ potrei essere morta”. Il titolo mediando dalla location biblica, tra Giona e Aronne, “vicino al Giordano”,  dove “il Cristo non c’era:\ dal mondo ci aveva  divelti\ come robaccia obbrobriosa”.
La tre plaquettes confluite sotto “La Terra Santa” sono esercizi, per lo pù, in composizione, su stili diversi – “il poeta deve provare di tutto\ prima di poter scrivere”, nel senso dell’esperienza personale, e di quela letteraria. Un nuovo inizio, dopo l’isolamento, ma non meno ardito, anche solforoso, di quello che l’aveva visto poetessa prodigio nell’adolescenza. Ora anche concettualista – “Anima circonflessa,\ circonfusa e incapace,\ anima circoncisa,\  che fai distesa nel corpo?”. Dantesca: le “rime petrose” sono in perfetto stile. Non una poetica, però, piuttosto una condizione-
“Destinati a Morire” è una serie di dediche, alle figlie, agli amici, agli amori – “aspetto un compagno\ che non arriva mai\ lo aspetto per lunghe ore…”. Un paio a Quasimodo, in morte, “padre antico, solare,\ sapiente melograno”.. “antico profeta, benedetto e malvisto”. Due plaquettes riuniscono composizioni occasionali: “Le satire della Ripa”, ticinese, nei navigli, dove abitava, e “Fogli bianchi”.   
Alda Merini, La Terra Santa e altre poesie, Corriere della sera, pp. € 7,90

sabato 16 novembre 2019

Shopping - l’acquisto prolunga la vita


Più andava avanti con gli anni, più libri comprava. Illudendosi forse di avere più tempo per leggerli, tempo libero dalle incombenze, dalla ananke. Gli scaffali riempiendo anche a doppia fila, col problema di rendere i libri stessi irreperibili, se non con spreco di ore e giorni, in ricerche anche vane. Accumulando cioè libri non letti, il tempo è fisso,  non è elastico. 
Si comprano libri anche per vizio, ci sarà una bibliopatia, al di là della bibliomania, come c’è una ludopatia, una dipendenza fra le tante. Ma il piacere è forte con cognizione di causa, sapendo cioè che è uno spreco. Sapendo che, morto il de cujuus, è già avvenuto col padre e gli zii, gli eredi non sanno che farsene dei libri: sono ingombranti e valgono poco, se ne liberano perfino a un costo. È un investimento non a futura memoria, come può essere una casa, un quadro d’autore, un deposito titoli, ma a proprio piacere. A un dialogo compiacente – certo, muto. Una (piccola) offerta sacrificale, a chi tanto ha faticato e bene prodotto, l’autore è un benefattore dell’umanità. Un prolungamento della vivenza, il certificato che le Poste richiedevano per pagare la pensione ai nonni. Non della memoria ma del sentirsi vivi – a un certo puto acquistare è inutile, lui stesso lo sapeva benissimo, ma è un piacere.


La definita indefinitezza

Si parte dalle domande: che cos’è concetto, che cos’è fondamento? “Comprendere concettualmente il fondamento significa raggiungere il fondamento di tutto in un conoscere che non si limita a prendere atto di qualcosa ma che – in quanto è un sapere - è al tempo stesso uno stare che mantiene un preciso atteggiamento”. È cioè condizionato, da un pregiudizio. Di cui bisogna liberarsi. Nel caso, è il vezzo di dirsi conoscitori della “grecità”. Vezzo che Heidegger si propone di smantellare. “Concetti fondamentali” sono in realtà i “concetti del fondamento”, del principio.
Questo è il corso del semestre estivo del 1941. Una serie di lezioni che si doppieranno poi nel voluminoso “I concetti fondamentali della filosofia antica”. Antica, cioè greca. E greca delle “origini”. Concetti che poi rimangono imprecisi, fluidi: il procedimento è che ogni definizione apre una serie di altre.
Una sorta di ermeneutica volgare, interminabile. In mezzo a una rilettura del mondo e della storia innovative e antitetica rispetto al senso comune, e perciò attraente. “Il più remoto” non è necessariamente “il più obsoleto”: “Il più remoto può anche essere il primo per rango e ricchezza, per la sua originarietà e per il carattere vincolante che assume per la nostra storia”. 
Ma, poi, “il nostro elemento primordiale” è “per noi la Grecità”. E cos’è la “grecità”. Quella di Heidegger: tra i cultori della “grecità” “non c’è una sola persona che abbia una minima idea del fatto che nella Grecità vi sia un inizio e di come esso sia”. Eccetto Heidegger: lui solo ne ha scoperto l’inizio e ne possiede la chiave. Che non svela.
Si penserebbe a delle definizioni. Che però anche qui vengono eluse. Con rinvii a significati al limite dell’esoterico. In linguaggi apparentemente complessi, ma per ciò stesso che le parole e i concetti restano indefinite - e in traduzione ancora peggio: indefinibili. Una matricola digiuna di filosofia che riterrebbe del corso? Che la grecita è un rompicapo.
Il curatore dell’edizione italiana, Franco Camera, deve prendere le distanze in avvertenza, come tutti i curatori, dalla sua stessa traduzione. In rapporto a un originale che non si sa o non si lascia definire – e non è colpa del tedesco, quello si impara.
Tutto è problema di lessico, Heidegger è lessico. Col vizio per di più di parlare tra virgolette: dell’indovinate che, o del qui lo dico qui lo nego. Parla pregnante, che si vuole e si intende più ricco, più coinvolgente, e il lettore o studente erige a pensatore, ma alla fine dell’esercizio lascia perplessi. Troppa avena alla mangiatoia, o una esercitazione in bianco, un facciamo finta di? Sin dall’inizio: che cos’è concetto, che cos’è fondamento.
Martin Heidegger, Concetti fondamentali, il melangolo, pp. 159 € 14,50

venerdì 15 novembre 2019

Cronache dell’altro mondo (44)


Keanu Reeves si fa un dovere di non sfiorare le ragazze che insistono per i selfie: non nasconde le mani, né le lascia inerti, le mostra lontane.
Lo stesso attore è idealizzato perché la sua nuova compagna, artista visiva, peraltro celebre di suo, Alexandra Gant, va in giro a cinquant’anni con i capelli grigi. Lei non conta, nella coppia Reeves-Grant. Anzi è assomigliata, per complimento, alla “settantaquatrenne Helen Mirren”. L’America è un paese governato dalle donne, ma antifemminista.
Un pensionato dell’esercito americano, ufficiale di artiglieria, scrive in un saggio sulla rivista “The Atlantic”, “My Army service made me believe in universal health care”: “Prima di arruolarmi non capivo la sanità pubblica, né alcuna forma di assistenza sanitaria pubblica. La sanità pubblica in qualsiasi forma mi sembrava oppressiva, un limite alla mia libertà”.
È sulla riforma sanitaria di Obama che il partito Democratico ha perso le elezioni già vinte del 2016. E ora pensa di limitarla, cioè di ripudiarla.
Si processa il presidente eletto, Trump, per abuso dei poteri presidenziali. Ma non su fatti - illegalità o procedure  anticostituzionali: su testimonianze, di avversari, qualcuna anonima.
Non si fa il processo a Trump in un tribunale, con giudici, accusa e difesa, ma come uno show televisivo, nel quale alcuni personaggi si esibiscono, più o meno convincenti. La berlina, nata per ridere, come massima forma democratica – un processo non è uno scherzo. 
Il rifiuto del presidente – la mancata accettazione del voto – in America non è nuovo, determinato dal personaggio Trump. I necrologi per il 41mo presidente George Bush sono unanimi nel dirlo l’ultimo presidente accettato, non rifiutato cioè dagli oppositori. Dopo Bush padre ci sarà solo l’esercizio irriflesso della passione politica, da destra e da sinistra, contro Clinton, Bush jr., Obama, Trump.

Non buttare niente, è una fortuna

L’economia della conservazione e del riciclo - della sostenibilità- trattata in dettaglio, nelle tante sua articolazioni, e nelle opportunità che offre, anche nel quadro della nuova economia green. Nonché della sua articolazione, con relativi finanziamenti, in sede europea.
“Città, imprese e modelli produttivi, l’Italia che cambia” è il sottotitolo. L’Italia è il paese in Europa, e a questo riguardo nel mondo, che più è cambiato – forse in subordine o alla pari con la Germania. Eccetto che per alcuni pregiudizi o resistenze conservatrici, specie sulla termovalorizzazione dei rifiuti, che pure consente di ricavarne ottimi beni: concimi naturali e potenza elettrica. L’economia del recupero o riciclo (restauro, riuso, ricostruzione) nasce con “I limiti allo sviluppo”, che il club di Roma elaborò ne 1970, e la crisi petrolifera tre anni dopo in qualche misura impose. Di pari passo con le politiche anti-inquinamento o ambientali, che la presidenza Nixon aveva varato in America nel 1969.
Molti passi sono stati da allora fatti, e sopratutto molte tecniche nuove elaborate in questa ottica. E oggi l’economia circolare è una parte già consistente della struttura produttiva, e quella che cresce più rapidamente – insieme con le ultime applicazioni dell’elettronica, l’intelligenza artificiale. Si è già al riutilizzo delle batterie esauste da auto elettrica.
Di fatto nessun riciclo è impossibile. Eccetto che per le scorie delle centrali nucleari. E questo è l’esito di un’utopia – o di una politica industriale surettizia – affrettata negli anni 1970. Quando i “limiti allo sviluppo” si imposero non per la preservazione del pianeta ma per una previsione sbagliata di esaurimento prossimo venturo delle fonti di energia fossili. Con esiti però anche qui positivi: Exxon, allora potentissima compagnia petrolifera, la più grande al mondo, e il gruppo che più capitalizzava nelle Borse, varò il programma meglio finanziato e più spedito nella ricerca sulla trazione elettrica.  
Start Magazine, Economia circolare, pp. 116 sip

giovedì 14 novembre 2019

Appalti, fisco, abusi (161)


Arriva a Roma in pompa e in festa Angela Merkel per sovvertire la politica bancaria europea: dal bail-in, a carico degli azionisti, e anche dei depositanti, imposto quando le banche italiane erano in difficoltà, al fondo assicurativo europeo a garanzia dei correntisti, a cui l’Italia dovrà pagare il suo 12-13 per cento, ora che in difficoltà è Deutsche Bank, con i suoi milioni di correntisti. Così funziona l’Europa.

L’istituzione del Fondo europeo di garanzia dei depositi è presentato – oggi - come un favore alle richieste italiane - di quattro anni fa. In “cambio”, a ringraziamento?, la Germania vuole il divieto per le banche europee, compresa la Bce, la banca centrale, di acquisto dei titoli di Stato.
Si presenta il divieto come una forma di riduzione del rischio. Ma cosa c’è di meno rischioso dei titoli di Stato? No, è una mossa contro le banche italiane, che prosperano con i Bot. Così funziona l’Europa.  

Sky ha imposto l’HD, l’alta definizione, a un costo, Mediaset vi ha ristretto le sue reti generaliste, Canale 5, Italia 1 e Retequattro. Ma al primo fulmine del primo temporale l’immagine si degrada e il segnale normalmente poi scompare.

Dopo tre anni, quasi, di inattività, l’assessore alla Mobilità della sindaca Raggi a Roma vara il suo “piano verde”: allunga la Ztl dalle 18 alle 20 e aumenta il parcheggio orario da € 1 a €1,50. Del 50 per cento. Non incrementa il trasporto pubblico, raddoppia le tasse (aumenta anche il ticket annuo per l’ingresso nella Ztl) ai disperati della circolazione obbligatoria – la gente, in genere, che lavora.

Parigi capitale della pittura

Molti quadri “invisibili”, anche di collezionisti italiani. Di tutti i pittori che vanno sotto la stessa etichetta, Cézanne, Monet, Renoir, Manet, Pissarro, Gauguin, Sisley, Berthe Morizot, che poco si vede. Col primo Gauguin, l’amico di Van Gogh, che si tagliò l’orecchio quando ne fu abbandonato. Con tanti Caillebotte, per l’Italia una novità. Con ottime didascalie, svelte e informative.
Sullo sfondo, che oggi appare miracoloso, di una città, Parigi, che aveva saputo diventare la capitale mondiale dell’arte, dell’amore e dei Rothschild. Nel segno della rivoluzione, in regime più o meno costante di controrivoluzione. Faro di attrazione per italiani, spagnoli, belgi, olandesi, russi. Negli anni della massima sfortuna politica forse della Francia, facendola diventare, scriveva Nietzsche, “la sede della più spirituale e raffinata cultura europea e dell’alta scuola del gusto” – massimamente per le arti, per “la facoltà di provare apssioni artistiche. È l’Ottocento francese, che culminerà col ballo Excelsior, del Progresso e la Pace immutabili: un guizzo di luce sull’orlo del baratro.  
Un mostra-recupero organizzata in Italia, da Arthemisia, per la cura delle due maggiori esperte, Claire Durand-Ruel e Marianne Mathieu. Nel palazzo che Paolina Bonaparte, la madre, abitò negli ultimi anni, nel culto del figlio, restaurato da Generali e aperto al pubblico.
Impressionisti segreti, Palazzo Bonaparte, Roma

mercoledì 13 novembre 2019

Ombre - 487

Viene Merkel a Roma in pompa e in festa per candidarsi alla presidenza della Ue fra un anno, dopo aver messo alla Commissione la sua donna, Von der Leyen, col contributo determinante di Roma, e rilancia l’unione bancaria, che finora ha boicottato, “fondamentale per garantire la stabilità dell’euro”. Ora che ne ha bisogno per salvare Deutsche Bank dall’insolvenza (sic).

Brache calate di Conte a Merkel, come alla vecchie feste democristiane immortalate da Sciascia in “Todo modo”. Questi “europeisti” fanno di tutto per alimentare e accreditare il sovranismo.
Sono peraltro intramontabili: si sono impadroniti dell’Europa e non la mollano.

Si discute se rimettere lo scudo penale per le infrazioni pregresse agli attuali proprietari dell’Ilva di Taranto, quando gli attuali proprietari si sono già avvalsi della cancellazione dello scudo per sottrarsi alla proprietà dello stabilimento pugliese. Come se non si sapesse che la protezione penale è stata levata, per decreto, proprio per consentire agli attuali proprietari di scaricare l’impianto, pentiti dell’acquisto, senza pagare pegno.

A capo dell’Ilva di Taranto ArcelorMittal aveva messo per questo tre settimane prima, a sorpresa, la manager di più lungo e solido pedigree presso i 5 Stelle, e di maggior credito, Lucia Morselli. Una nomina “incomprensibile” per i sindacati. Ma non per i 5 Stelle, che le procuravano con la revoca dello scudo penale l’occasione avvocatesca per sfilarsi dall’Ilva. Morselli era nota per aver messo in ginocchio le Acciaierie di Terni, per conto del gruppo Thyssen, malgrado 40 giorni di sciopero. 

L’abolizione dello scudo penale è contraria ai patti di acquisizione dell’Ilva fra lo Stato e ArcelorMittal, e contraria alle leggi – non si è responsabili per atti o misfatti commessi da altri. Se questo non è un pretesto.
Si può ipotizzare fra i “nuovi” e “nuovissimi” parlamentari l’ignoranza dei principi del diritto, ma non per il presidente del consiglio che l’abolizione ha decretato, l’avvocato Conte.

Laura Laurenzi invita sul “Venerdì” a mangiare pasta. Come dieta: “Evviva la dieta della0 pasta (salse escluse)”. Laura, ma ci hai provato? La pasta senza la salsa?

Pensoso, nostalgico, il commentatore principe Michele Serra evoca su “la Repubblica” “un bel governo, silenzioso e laborioso, di soli Lamorgese, di soli prefetti, e funzionari di Bankitalia, e grand commis dello Stato”. Cioè il fascismo, puro e duro.
Carlo De Benedetti, se mai riguadagnerà il controllo di “la Repubblica”, perché non vi apre una scuola di democrazia?

Serra non è radicale e non è chic. È semplicemente fascista. Non di Mussolini naturalmente, quello è morto.

È difficile concepite tanta antisportività quanta se ne è vista da parte dei calciatori inglesi in Atalanta-Manchester City e dello stesso allenatore Guardiola. È vero che nella squadra inglese non c’era nessun inglese – a parte uno chiamato a fare il portiere di riserva della riserva, che sé divertito un sacco. Ma l’arbitro bielorusso non li ha temuti e anzi li ha ben regolati, con eleganza.
Un arbitro bielorusso? Non c’è più religione.

L’arbitro italiano fa la partita. In trenta secondi Rocchi espelle due dell’Ajax e dà un rigore, che non c’è, lo vedono tutti, al Chelsea. L’Ajax che vinceva con merito 4-1, con un  Chelsea inconsistente, si accontenta di pareggiare 4-4. È finita in “glorious farce” – “The Independent”, giornale londinese, pro Chelsea.
È Abramovic che bisogna accontentare, il boiardo russo padrone del Chelsea? È possibile: queste Champions League di Čeferin sono tutte addomesticate dagli arbitri, a favore dei più potenti in federazione, che solitamente sono i più ricchi personalmente. Arbitri mandati da designatori italiani, Collina prima Rizzoli ora. La giustizia italiana fa paura.

“Trentamila euro di multa con diffida” alla Roma, la squadra di calcio, informa “la Repubblica”, “per i cori di matrice territoriale intonati più volte contro Napoli”. Di matrice? Territoriale? Tipo Est contro Ovest? O viceversa.

Un signore di settant’anni è fermato dai Carabinieri a Trastevere perché è ben vestito, e ha in tasca 250 euro. Il prelievo solitamente del bancomat. Gli viene perquisita la casa e viene mandato a giudizio. I Carabinieri non hanno nient’altro da fare? A Trastevere?

Pound, l’americano di Joyce

Pound al suo meglio. Acuto e attivo con tutti i fermenti nuovi in lingua inglese negli anni di Londra, i 1910. Sempre agitato, e tuttavia di giudizio (quasi) sempre giusto. Provvidenziale: quello di cui Joyce aveva bisogno “per tenersi su non solo materialmente ma anche emotivamente”, nota Forrest Read, il curatore della raccolta.
È la vecchia raccolta di lettere e saggi a e su Joyce di Ezra Pound, grande promotore, se non inventore, dell’autore dell’“Ulisse”, a cura di Forrest Read, irlandese di Belfast, apronata presumibilmente negli anni 1940 – Read è morto nel 1947. Pubblicata da New Directions nel 1967, tradotta per Rizzoli da Ruggero Bianchi nel 1969, riproposta da SE nel 1989. Con una nuova traduzione, di Antonio Bibbò, e una introduzione di Terrinoni, il joyciano animatore della riscrittura di “Finnegans Wake” in italiano.
Lettere formidabilmente vivaci. Piene di consigli editoriali e tagli per l’“Ulisse”. L’amicizia fu particolarmemte stretta negli anni 1910 e i primi 1920, della “nascita” di Joyce narratore e poi dell’“Ulisse”. Tra due giocherelloni che si divertono e divertono con la lingua, anche per dimenticare le difficoltà pratiche. Pound fa tutto, una sorta di letteratissimo super-agente letterario: promuove Joyce, lo fa pubblicare, lo recensisce, lo consiglia, lo stimola. Una relazione sempre a distanza, seppure intima. Fino a diagnosticare a Joyce il “mal d’occhi” che poi sarà accertato clinicamente – e a prescrivergli, da londra a Trieste, i colliri giusti… Una storia di amicizia, che poi finisce. Ma piena di riferimenti per la stria della letteratura, qualora ritornasse in vita. 
Nell’inverrno del 1913 Pound, segretario di Yeats, confinato quindi nel Sussex, compilava un’antologia di “imagisti”, la corrente poetica che, col “vortisicmo”, lui stesso aveva ispirato, per rinnovare la sonnolenta scena inglese, ancora post-vittoriana – un “movimento” che annovera tra I tanti T.S .Eliot (altro beneficiario illustre vdei “consigli” e “tagli” di Pound, al quale però, lui, resterà grato). Chiese al suo principale se aveva dimenticato qualcuno e Yeats fece il nome di Joyce, “un irlandese che ha scritto alcune buone poesie e ora vive a Trieste”. Pound scrisse a Trieste per avere il permesso di antologizzare qualche poesia, e il rapporto si stabilì stretto per una decina d’anni. Fra due stravaganti che però facevano sul serio. Joyce ebbe da Pound incoraggiamenti costanti, la pubblicazione di tutti i lavori che veniva via via producendo, presentazioni e recensioni promozionali, aiuti finanziari, perfino l’assistenza medica. E il lancio alla fine, sul mercato letterario di Parigi, dopo Joyce finì per stabilirsi dopo la guerra, come il romanziere geniale della nuova generazione. Con il difficile, anzi difficilissimo, “Ulisse” – un aborto senza Pound? non si può sapere ma non si può escludere, e anzi è probabile. 
L‘opinione prevalente è che Pound è stato determinante nell’elaborazione, la presentazione e l’affermazione dell’“Ulisse”. Dopodiché il rapporto, tanto intenso nei dieci anni fino all’uscita del romanzo, non poté che degradarsi. In una serie di reserve da parte di Pound. Mentre Joyce taceva. Una ragione fra le tante per cui Pound lascia Parigi, dove aveva invitato e imposto Joyce, per l’Italia.
Non c’è molto di Joyce nella raccolta, a parte un paio di scherzi. Al confronto dell’esuberanza e la generosità di Pound, Joyce appare anzi riservato. Nessun interesse per l’opera di Pound, poca rispondenza ai suoi entusiasmi, anche se riguardavano per lo più i suoi scritti, quelli di Joyce. Joyce stave bene a Roma e a Trieste, esuberante, benché se ne dichiarasse insoddisfatto, e poi a Parigi, in Europa, ma aveva estraneo l’americano, benché fosse stato lui a invitarlo e imporlo a Parigi, e malgrado la lingua comune e la comune spinta all’invenzione.
Ezra Pound, Lettere a James Joyce, Il Saggiatore, pp. 474 € 45

martedì 12 novembre 2019

Problemi di base - 521

spock


L’uovo non va più fresco?

L’eterno, l’effimero?

C’è la velocità della luce, e quella del buio?

O la luce viaggia invasiva, oltre che istantanea?

“Sterminare i contadini, come bestie feroci e cani rabbiosi” (Lutero)?

Amare perdutamente?

La bellezza si paga - c’è un tariffario?


spock@antiit.eu

Ecobusiness - Verde marcio

Si annuncia la fine dell’acqua, che non può finire, per farla pagare il doppio. Da parte di Comuni e Acquedotti consortili che mediamente sprecano metà dell’acqua catturata agli invasi.
Si specula sulla fine del petrolio, che invece è strabbondante, per farlo pagare cone l’oro.
La Tesla Model 3 “L’Economia” dà per il modello più venduto a settembre – una macchina da 51 mila euro in su. Anche in Europa. Tra i primi dieci modelli più venduti. Non è vero. È tra i primi dieci modelli più venduti fra le auto elettriche.
La lobby elettrica è dominante. Che è tutto il contrario dell’ecologia o protezione dell’ambiente.
Nulla si sa dell’auto elettrica, se non che è un must. Sulla durata delle batterie, in condizioni di tempo variabili, per un uso intensivo. Sugli sbalzi di tensione. Sulla rete di rifornimento. Sugli investimenti nella rete – un doppione rafforzato delle reti esistenti per illuminazione e forza motrice.
L’Italia è al primo posto in Europa - dati Aea, Agenzia europea per l’ambiente - per morti premature da biossido di azoto, prodotto principalmente dai motori diesel: 14.600 nel 2018.
L’Italia ha anche il più alto numero – dopo la Germania, che ha però una popolazione di 82 milioni – di decessi prematuri causati dal particolato fine  PM2,5, le polveri sottili: 58.600 nel 2018. L’Italia muore di particolato pur avendo un clima relativamente mite: due quinti del particolato, il 38 per cento, è l’effetto del riscaldamento. Il 22 per cento è prodotto in campagna, dagli allevamenti e le colture. Il 16 per cento è l’effetto della circolazione stradale, compresi i carichi pesanti.
Legambiente ha censito a metà ottobre 20 città capoluogo fuorilegge per il superamento del limite annuale previsto per le polveri sottili.
Una bistecca inquina più di un’automobile – non è vero (i dati non sono comparabili) ma è suggestivo: per ogni chilo di manzo si producono nella filiera a partire dall’allevamento “fino a 60 kg di CO2”, equivalenti a venti litri di benzina bruciati da una macchine di media cilindrata.
E l’acqua? Per arrivare a un kg. di carne dal macellaio si utilizzano fino a 15 mila litri di acqua.
Per un kg. di riso 2.500 litri. Per uno di patate 500. Per un rotolo di carta da cucina 1.500. 
Non c’è salvezza – è il  secolo della paura? Con la paura si governa meglio.

L’Orfeo Manganelli

La raccolta del titolo è il libro di esordio di Alda Merini, pubblicato a gennaio del 1953 da Schwarz, a Torino, dove Merini, sfollata nel 1943, aveva fatto gli studi per tre anni in casa dello zio tenente colonnello. Ventunenne ma già riconosciuta, poetessa prodigio a quindici anni, quando una sua composizione era stata letta da Agnelo Romanò, che la indirizzò a Giacinto Spagnoletti, che sarà suo pigmalione attento, mentre Manganelli se ne incapricciava, e poi Quasimodo.
Orfeo è Manganelli: “Orfeo, novello amico dell’assenza,\ modulerai di nuovo dalla cetra\ la figura nascente di me stessa”. Ma sono composizioni rarefatte. Di gergo ermetico, la stagione dell’epoca. E di oscuro, sinistro, ripensamento, se non pentimento: tra i tanti fiori e colori della raccolta, il discorso è soprattutto di spine.
Il volume riproduce la raccolta Scheiwiller del 1993. Con la plaquette del titolo ne fanno parte altre precedenti pubblicazioni: “Paura di Dio”, Scheiwiller, 1955, “Nozze romane”, Schwarz, sempre 1955, e “Tu sei Pietro”, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1962. In nota alla riproposta Alda Merini dirà la raccolta del titolo, 1953, “il primo balzo verso la felicità della menzogna e verso la notorietà”. Realistica anche sugli affetti: “L’amore a quindici anni è circoscritto”, “estremamente attento” ma “fragile”: “L’adolescenza, periodo mitico e burrascoso, è sempre alla ricerca disperata di un vertice (di un verso) che la possa oltraggiare e al tempo stesso difendere”. Nel suo caso da succube: “L’amicizia co Maria Luisa Spaziani e gli amori anche discutibili con noti letterati del tempo” (Manganelli e Quasimodo, n.d.r.) “hanno influenzato la mia prima produzione letteraria”.
Merini insiste anche sulla poesia come dono, che lei avrebbe avuto contro ogni handicap: la madre filistea, la scarsa fortuna e quasi indigenza familiare, gli studi professionali. La grazia avrebbe fatto miracoli: confinata all’avviamento professionale dalla famiglia, un suo componimento, “nel quale avevo fatto un poco il verso a Caducci”, viene letto da una insegnante di latino, e quindi “con unanime assenso dei professori” viene iscritta “agli studi classici superiori e preparata alla maturità”. Di fatto, tornata a Miano nel 1946, suscita l’attenzione di Romanò e Spagnoletti, e di Manganelli, ma è rifiutata all’esame d’ammissione al liceo Manzoni, bocciata in italiano.
Con una postfazione di Vivian Lamarque.
Alda Merini, La presenza di Orfeo, Corriere della sera, pp. 138 € 7,90