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domenica 23 luglio 2017

Che volevamo dire

Le frasi famose si moltiplicano per il caldo?
“Trump perde il portavoce”, Corriere della sera. Che ha licenziato.

“Aru all’assalto del quarto posto”, La Nazione. Alla penultima tappa.

“Kureishi, no al sesso capitalistico”., Corriere della sera.

“È crimione organizzato”, il procuratore Capo di Roma Pignatone. Tra Buzzi e Carminati.

“Non si può relegare la mafia solo a certi fenomeni”, monsignor Marciante, vescovo ausiliare di Roma. A tutti i fenomeni? Esclsja la chiesa?

“Perché è attualissimo il libro di Jacques Ploncard d’Assac”, formiche.net: “L’autore lo concepì alla fine degli anni Sessanta”.

“Le coalizioni in agguato della Merkel”, Il Sole 24 Ore. Per azzannare la Merkel, o la tigre è la Merkel?

"Pignatone: ho perso ma resto convinto che sia vera mafia", la Repubblica. Per una intervista in cui Pignatone dice: "Non ho una concezione agonistica della giustizia" e "Roma non ha nulla di Palermo o di Reggio Calabria".

Secondi pensieri - 313

zeulig

Caso – È l’effetto del corpo, della parte materiale della costituzione umana. L’errore, l’imprevisto, il sorprendente lo sono per la ragione, per la parte psichica della costituzione: ordinata, ordinabile. Ma sono anch’essi un effetto, di agenti che la razionalità non regola, non padroneggia. 

Comprensione - Va in ordine e misura inversi alla – con la – conoscenza. Nel senso di compassione, accettazione. È così di fatto. Nella coppia. Con gli animali domestici, dei quali si accetta ogni capriccio a motivo della relativa incomunicabilità, rispetto agli infanti. Negli affari pubblici, dove (quando) la presunzione d’innocenza fa aggio.

Coscienza – Porta Rousseau al lirismo, “Lettere morali”, finale della Lettera 5, in un eccesso di solitudine che sconfina senza più finzioni nell’orgoglio: “Coscienza, coscienza, istinto divino, voce immortale e celeste, guida sicura d’un essere ignorante e limitato ma intelligente e libero, giudice infallibile del bene e del male, sublime emanazione della sostanza eterna, che rendi l’uomo simile agli dei; sei tu sola che fai l’eccellenza della mia natura.
“Senza di te non sento niente in me che mi elevi al di sopra delle bestie, che il triste privilegio di sperdermi di errore in errore spinto da un giudizio senza regola e da una ragione senza principio”.
La coscienza come un istinto. Personalizzato – non fisiologico, o di specie. Anche se riflesso, non automatico come nell’animale.

Dio – La storia ondivaga del divino Rilke sintetizza, “Storie del buon Dio”, in tre tappe, circolari. La vecchia fede, che spalancava le braccia - Dio, “e Dio si gettava dentro tutti quegli abissi ricolmi di tenebra e d’umiltà”. Poi “una nuova fede si diffuse per il mondo”, un nuovo Dio. Che volle essere pregato con le mani  giunte. “E il gesto delle braccia spalancate divenne allora spregevole e tremendo, e più tardi lo fissarono sulla croce per mostrarlo a tutti come simbolo di dolore e di morte”. Infine,  con le mani giunte, “migliaia e migliaia di chiese gotiche” furono costruite, irte di guglie , “rigide e aguzze, come armi nemiche” che lo costrinsero ad allontanarsi sempre più in su, fino alle tenebre, che lo accolsero “in silenzio”, una “penombra, che gli ricordava i cuori degli uomini”. È qui che fa la scoperta “che le loro teste sono chiare, i loro cuori colmi, invece, di oscurità”. Proseguendo il cammino, il cerchio andrà a chiudersi – “non v’è sapienza più perfetta del cerchio”:  “Dio che ci è sfuggito per i cieli tornerà a noi dalla terra, con le fradici e l’erba fresca”.

Dio è nelle narrazioni, anche lui. Le religioni sono rappresentazioni: riti, procedure, formule,  significato spesso stratificato, attorno a un nucleo centrale che è una storia. Lo storytelling di Dio è abusivo, ma, seppure in forme sacrali, il procedimento è quello.

Fascino – È ceduo. In  relazione al contesto. Immaginario. Autosuggestivo: concresce con se stessi. Misia Sert, giovane amica di cortigiane importanti, poi musa e ispiratrice di mezzo bel mondo artistico e letterario ( Proust, Cocteau, Chanel, Picasso) sulle sole virtù del “detto”, della suggestione.

Globalizzazione – Non è più un diritto di libertà, contro le discriminazioni commerciali, e quindi nazionali e sociali, ma un attacco al cristianesimo. Cristiano s’intende non il missionario col latinorum – mai peraltro squalificato dagli stessi indignati, specie se aveva buone mani, in grado di fare, con la siringa o la cazzuola – ma il diritto costituzionale. I diritti umani e civili. Dopo l’attacco deliberato dell’islam, terrorista o pacifico (finanziario, demografico, legale) che si presenti, passa all’attacco l’induismo. Attribuendo al cristianesimo coloniale il sistema delle caste. Per negarlo, caratteristicamente: le caste le ha inventata l’Occidente coloniale cristiano. Anche se sono reali, codificate secondo il diritto comune, operanti. E presenti nella costituzione indiana per censurarle e condannarle, provvedendo ai diritti di garanzia per le minoranze - quella costituzione è “cristiana”, quindi coloniale, quindi ingiusta. La Cina che perseguita una sola religione, la cristiana, lo fa a motivo delle implicazioni nei diritti soggettivi che essa si trascina.  

Induzione Come metodo conoscitivo è inservibile: ogni induzione (deduzione) è pretestuosa. Vale come sguardo sul mondo. E anche quello con limiti: storici, sociali, tribali, anche caratteriali.

Morte – È stagionale, periodica. A volte assente, a volte impregnante. Ma senza ragione apparente. Nella poesia e filosofia latina viene con la decadenza, dopo l’ottimismo creativo augusteo. Lo stesso in Italia: il secondo Novecento – il più ricco della storia e il solo non funestato da guerre e epidemie - ne è pregno, per temi e motivi ideologici, che si perpetua nel Millennio per la catene della globalizzzazione. A  fronte di un lungo Rinascimento, indenne alle disgrazie quasi quotidiane, di violenze, guerre, carestie, epidemie, dove la gara è stata a cantare la vita.

Occidente – Beh, il nome dice tutto: è il tramonto, La fine delle cose. La morte (vi) si vive rifiutandosi di morire, un altro giorno. Vive in suspense.

Opinione pubblica – È segreta. La migliore opinione pubblica, quella dei grandi media che fanno l’opinione, la più informata, e informativa. Come in Italia negli anni 1970, tra golpe e terrorismo. I grandi settimanali pubblicavano a settimane alterne notizie e rapporti circostanziati, di chiara origine spionistica, per “tenere alta la guardia”. Succede ora negli Usa: il migliore fronte anti-Trump, il più informativo se non considerato, è quello dei servizi di polizia e di informazione. Gli stessi che indirizzarono Obama verso una nuova guerra fredda contro la Russia. Mentre il grande mondo gira altrove, nel Pacifico e nell’Oceano Indiano. Una sorta di informazione di retroguardia. Ma che fa il gioco del vecchio complesso militare-industriale. Ed ha l’effetto di tenere l’Europa sotto scacco anche a guerra fredda finita da un pezzo, incerta, debole.

Stupidità – Non governa il mondo, il mondo è dei furbi? Ma li facilita. Il web ne è il reagente: non c’è scemenza (bufala), per quanto artefatta, che non convinca.

Uomo – Democrito ride, Eraclito piange, nel dipinto immaginario descritto da Marsilio Ficino, di cui Bramamte ha fatto i tema dell’affresco di casa Panigarola a Milano, ora a Brera. Dell’umanità.  

zeulig@antiit.eu

Contro il lutto collettivo

Un libro estivo, da personaggio tv, usa e getta, ma di sostanza. Per l’anticonformismo. Che sembra merce di largo consumo, e invece è rara - imperversa ancora il beghinismo, nel mondo della lettura, anche se non si sa di quale santo.
“Aprire la mente e chiudere con le stronzate” è il sottotiolo.  Da maestro di scuola. Ma lo svolgimento non manca di sorprese. In termini di frizzi e lazzi, ma su una robusta tela di fondo. Contro il “lutto collettivo”, d’obbligo. Contro i “ridicoli parallelismi tra povertà e virtù”, effettivamente insostenibili eppure obbligati, anch’essi. Con “l’idea che l’opinione di chiunque”, grazie ai social, “stia alla pari “ con quella di Mario Draghi” -  più probabilmente in materia monetaria.
Della Gherardesca un po’ di fa un po’ ci è. Che si presenta come attore, giornalista, conduttore radiofonico, personaggio tv, conduttore tv, discendente del conte Ugolino.”Sono un povero che ama il lusso e il benessere” può essere una giustificazione, un richiamo alla realtà.
Costantino della Gherardesca, Punto, Rizzoli, pp. 192 € 16

sabato 22 luglio 2017

Problemi di base giudiziari - 346

spock

Arriva il giudice siciliano, Pignatone, Prestipino, e arriva la mafia?

Oportet ut scandala eveniant, per chi?

A che fine?

Su denuncia?

Dei più corrotti’

Ci salveranno le polizie?

I servizi segreti?

Le informative?

Le vendette - dei giudici, dei carabinieri, dei pentiti?

Non si sarà poi pentito, Cristo, in croce?

spock@antiit.eu

Dio sorpreso dalla creazione

“Una storia senza Dio! Ma come è possibile?” Non è possibile: “Se qualcuno mi avesse chiesto di raccontargli una storia senza Dio, credo che avrei potuto cercarla tutta la vita, inutilmente…”.  E allora provvede: una teologia Rilke svolge attraverso il racconto, la ricostituzione della cosa. Una serie di paradossi non male su Dio, di quella che sarà la teologia negativa – in singolare  consonanza col tardo Martini, il cardinale di Milano, delle note postume che ora si pubblicano, del Dio che sogna, e si muove impacciato, sprovveduto, goffo.
Una sorta di rivelazione, visionaria e veloce. Storie che il giovane Rilke chiama fiabe. Ma più in forma di allucinazioni. Di sensi e aspetti profondi della storia. Di un genere indefinito e indefinibile.Unite da una poesia del misticismo, che ogni r ealtà-apparenza ribalta. Compresa la divinità di Dio – la divinità. Di moralità anche lievi. Facete a volte, umoristiche. L’artista è “autentico”. L’associazione “fiorisce”, meglio se della Natura. La mano sinistra di Dio è anch’essa ribelle. E la morte? “I più vanno a cercarsela qua e là, e se la portano a casa sulle spalle, senza saperlo. Perché la morte è pigra”. Ma è anche vero che “andare incontro alla morte” ad alcuni non è possibile, ai paralitici: “Molti uomini la trovano, così, lungo la strada. Ha come riguardo, la morte, di entrare nelle loro caese; e li chiama fuori, lontano, in guerra, in cima a un’alta torre, su di un ponte che oscilla, in una foresta, o nella pazzia”.  
Storie di Russia, anzitutto. Ricavate, dice, dalle byline o gli szazki, racconti epici e racconti fantastici della tradizione di quel paese. Di “quegli uomini strani”, tutti presi di Dio, che il giovane Autore ha appena conosciuto nel viaggio dei viaggi con Lou Salome, amante, madre, e prosseneta, di mondi religiosi magici. Un paese di favola e di misticismo. Kiev, “il centro a lungo della vita religiosa e spirituale russa”, è “il luogo in cui la Russia si era raccontata al mondo, per la prima volta, con le sue quattrocento cupole” – è la Kiev che oggi vogliamo in guerra con la Russia. Un grande paese dove “hanno l’abitudine di far decapitare i sapienti che non sanno dare le risposte”. E storie italiane, di Venezia e Firenze, di cui il giovane autore conosce pieghe recondite e interstizi.
Non per bambini, come il narratore pretende. Per adulti? Con immagini fulminanti. Il becchino che si scusa: “La maggior parte degli uomini non fa lo stesso? Seppelliscono Dio lassù, come io  seppellisco gli uomini qui”. Una storia veneziana è del ghetto che, chiuso, deve crescere su se stesso, piano dopo piano, sempre più in alto, fino a Dio. Una fiorentina è di Michelangelo che sgomenta Dio - sempre sorpreso dalla sua creazione - ravvivando anche le pietre.
La prima e la migliore delle opere giovanili. Nato il 14 dicembre 1876, Rilke pubblica le “Storie” a Natale del 1900.
Rainer Maria Rilke, Storie del buon Dio, Paoline, pp. 160 € 11

venerdì 21 luglio 2017

Letture - 309

letterautore

Ateismo – Necessita quell’entusiasmo da cui aborre, secondo l’ateo dottor Hjierrild del celebrato romanzo “positivista” di J.P. Jacobsen, “Niels Lyhne”. Il teorico dell’ateismo è conoscenza occasionale del protagonista una notte solitaria di Natale al ristorante – sarà alla fine l’angelo della morte di Niels ferito al fronte. Di poche pagine. Non convince Niels, ma non è convinto, nemmeno lui.
Il dottor ateista Hjerrild  non è convinto della necessità, se non la verità, dell’ateismo. Per assuefare l’umanità senza Dio ci vorrebbe “quel cieco entusiasmo che si chiama fanatismo”, si dice da sé. E si domanda: “Ma com’è possibile diventare fanatici di una negazion e? Fanatici dell’idea che Dio non esiste!” Sconsolato: “L’ateismo è estremamente prosaico, e la sua meta, in fin dei conti, è un’umanità senza illusioni. La fede in un Dio che governa e giudica è l’ultima grande illusione degli uomini, e poi, quando l’avranno perduta? Saranno più consapevoli ma anche più ricchi. È più felici? Non lo so?”.

Benidorm – Era Calabuig, nome d’arte – titolo del film di Berlanga – di un paesino della costa di Alicante allora remoto. Dove lo scienziato nucleare pentito Edmund Gwenn si nascondeva negli anni 1950, con Valentina Cortese, Franco Fabrizi e Juan  Calvo, tra camere di sicurezza dei  Carabinieri aperte, partite a scopa, chiacchiere, fuochi d’artificio per la festa, e giovani che sognavano l’espatrio. Nell’eco,  remota, di basi americane da aprire, o di flotte navali al largo. Ora che si fregia del nome di “New York del Mediterraneo”, “Sette” la mostra in foto come un incubo: un paesino ora occupato da 350 torri di trenta-quaranta piani, di mini-appartamenti per nord-europei in vacanza, seconde case, multiproprietà. Sia vista mare sia vista campagna – una specie di deserto occupato da parallelepipedi.
È vero che la Spagna, immune ai terremoti, si è specializzata in grattacieli. Benidorm, con le sue 350 torri, è solo la terza città con più grattacieli nel paese iberico. Ma quello che si vede che cos’è? Non è turismo e non è svago. Non è neanche investimento immobiliare – a chi rivendere il due vani? È un incubo realizzato.

Comico – È genere italiano per eccellenza: satirico, critico, giocoso, divertito, compassionevole. Enrico Vanzina fa con D’Orrico su “Sette” una lista interminabile di attori comici, tutti famosi e contemporanei, anche se di una o due generazioni fa. Con una tradizione robusta, ed eccellente, anche nella grande letteratura, da Boccaccio e i novellieri all’Aretino, Berni, etc. E compresi Manzoni, Svevo, Gadda. Robusta fino a un paio di generazioni fa anche nel filone dedicato: Flaiano, Zavattini, Campanile, Mosca et al. Ma mal sopportata dal dolorismo neo realista, e infine espulsa dalla letteratura e dell’editoria, se non camuffata da critica sociale – Piccolo, Genovesi.

Copia – Si è chiusa bruscamente la mostra di Modigliani al palazzo Ducale di Genova per il sospetto che alcuni o molti dei dipinti fossero dei falsi, benché esposti altrove e riconosciuti per autentici, di mano del pittore livornese. La copia è sempre un brutto animale, agita i sospetti, Anche per ragioni di mercato – di quotazioni. Ma perché non avrebbe consistenza autonoma? Giovanni Agosti, “Bambaia e il classicismo lombardo”, ha l’aneddoto di Girolamo Tetavilla, nobile milanese cortigiano di Ludovico il Moro, che a Roma nel 1496, ospite di Ascanio Sforza, stava per comprare il Cupido di Michelangelo per donarlo al Moro. Stava per comprarlo da un concittadino, Baldassarre del Milanese. Pagandolo 200 ducati, una cifra enorme. Perché era presentato non come di Michelangelo ma come scultura antica.
Lo studio di Agosti è, tra le altre cose, anche questo: la ricostruzione di un mondo, Milano nel primo Ciunquecento, che godeva di presenze e esperienze eccezionali, Leonardo, Bramante, etc., ma più di tutto coltivava e apprezzava la copia dell’antico. Oggi l’eccesso si direbbe opposto.

Dante – Ha sempre ispirato pittori (incisori, disegnatori) e musicisti, ma non più da un secolo e mezzo circa. Dai preraffaelliti, e dalla “Francesca da Rimini”, l’opera di Albert Thomas.

Germania – Era in bassa fortuna prima della Riforma e la ribellione a Roma. Nei resoconti di Machiavelli, viaggiatore diplomatico, e vari prelati. Nei versi del Bramante ritorna come eponimo  di povertà: “E le costure èn piene de pedochi,\ e pareno un vestito de la Magna”.      

Mano . Fu a lungo segno di bellezza e richiamo erotico, alla apri degli occhi e della bocca. Sulla traccia sempre di Petrarca, che ha creato a codificato il vocabolario dell’innamoramento.

Premi – Fanno impennare le vendite, si dice. A Parigi? Matteo Nucci, finalista allo Strega, non c’è – non c’era prima e non c’è stato dopo – in quattro delle cinque librerie residue in Versilia, tra Massa, Pietrasanta, Forte dei Marmi e Viareggio. Di cui tre Mondadori e una Giunti. Cognetti è venuto fuori al terzo tentativo in  una libreria indipendente, specializzata in editoria di nicchia. Cognetti è ben Einaudi, cioè Mondadori. E anche Ponte alle Grazie (Nucci) non è del gruppo ex Messaggerie, regine della distribuzione? La vendita dei libri richiede un po’ di mestiere: non si possono “aprire” librerie come una franchising qualunque, o come un’appendice del caffè.

Razzismo – Tra le carte personali di Madonna messe all’asta dai suoi assidtenti, corrispondenti etc., la lettera con cui il fidanzato di una stagione Tupac Shakur la licenziava: “Stare con un ragazzo nero non avrebbe compromesso la tua carriera, anzi. Io invece avrei perso la metà del  pubblico se mi avessero visto con te”.

Rilke – Si può dire più noioso di Rilke?
È anche il recordman delle occasioni femminili, da Lou Salome e Clara Westhoff in poi: sprecate?
                             
Sherlock Holmes – È un egocentrico, anche col devoto Watson, specie con lui. E un romanziere. È la scoperta, questa del romanziere, di Alessandro Piperno, “La Lettura” di domenica, che si professa non cultore della materia, in una lezione sull’egocentrismo alla scuola (il correttore del Samsung insiste per “sola”) di scrittura Molly Bloom dove professa: “Sherlock Holmes ha le qualità tipiche del romanziere di genio”. A partire dal fatto che “non è un uomo d’azione”. Tratta i delitti “come Michelangelo il marmo della sue statue”,  per eliminazione. E “proprio come Flaubert, è fanatico dei dettagli e detesta le astrazioni”.
È un romanziere che privilegia il pettegolezzo, ma questo non lo diminuisce. Niente come il pettegolezzo dà conto della parte più oscura, e più viva, della natura umana”, continua Piperno: “Ai miei studenti che vogliono intraprendere una carriera di scrittore dico sempre: vi sarà più utile «Dagospia» che «La Gerusalemme Liberata»”.

L’induzione che Eco privilegia è il suo debole, non un punto di forza: ne fa una macchietta. Ogni induzione è pretestuosa.

Sorrentino .- “Youth”, rivisto, è narrazione mal connessa. Anche confusionaria. Lo stesso che “The Young Pope”, “La grande bellezza”, “Il divo” anche. Sorrentino è scrittore, ma va per immagini - alla maniera di Fellini. Ma senza rinunciare alla scrittura: da qui i dialoghi con battute lunghissime, in cui il personaggio si argomenta spesso da solo.

letterautore@antiit.eu 

L'ecologia rituale

Brevi note riassemblate per consolidare la memoria visionaria di A.Huxley anche all’insegna dell’ecologia. Raccolte, introdotte e commentate con diligenza d a Vito Fortunati, che però non insegnano nulla. Se non che la protezione dell’ambiente rischia  di esaurirsi nelle dichiarazioni di principio.
Altri meglio di A.Huxley, per esempio Mumford, hanno descritto le trappole della tecnica quando era al top delle celebrazioni – per non dire delle denunce filosofiche, da Heidegger a Severino (e a Popper, perché no). E d’altra parte questo Huxley è più “contemporaneo” di altri critici radicali della contemporaneità, come Orwell, in quanto conosceva la forza del consumismo, del condionamento quasi biologico, attraverso le intenzioni, e delle lacune dell’iperrazionalismo autocongratulatorio, o risolutivo, di un razionalismo a basso voltaggio, che si guarda l’ombelico.
Da dove allora la sensazione di ritualità, di già sentito, di geremiade? Sulla natura A. Huxley avrebbe avuto altre perplessità – malgrado gli sforzi del curatore. Non si risolve semplificando. 
Aldous Huxley, Una società ecologica e pacifista, Jaca Book, pp. 88 € 9

giovedì 20 luglio 2017

La grande ruberia del debito

Non si dice, fra i tanti scandali, quello del rating, il più grave, e redditizio per i ladri, di tutti. Passato indenne nell’inchiesta penale di Trani, e perciò senza colpa. Mentre è lo scandalo permanente, tanto più grave in quanto impunito, del mercato inteso come la forza della specuiazone.
L’Italia paga 30-40 miliardi l’anno in più del dovuto ai signori dei fondi e delle finanziarie di varia natura che speculano sui bot e i cct, un investyimentol arcisicuro, col concorso e la serena operosità delle agenzie di rating. Nell’assalto della speculazione all’Italia degli anni 2011-2014, quando l’Italia doveva uscire dall’euro per far crollare il tutto, hanno i titoli del debito pubblico di rating minacciosissimi, prossimi alla spazzatura. Gli stessi della Colombia, della Romania e della Bulgaria, del Sud Africa, dell’Azerbaigina, del Bahrein, l’unico emirato povero, dell’India, del Marocco, dell’Uruguay. Peggio del Messico, del Perù, delle Filippine, della Thailandia. Infinitamente sotto le petromonarchie, che potrebbero svanire con tutto il debito in un giorno. Il sesto o settimo paese più ricco del mondo. La seconda potenza industriale europea, dopo la ben più grande Germania. Quella che ha la più elevata quota di rispamio privato, in rapporto al reddito – l’indice più siciuro della solvibilità. Quella che ha fatto più “riforme” di tutti: privatizzato più della Germania e molto più della Francia, elevato l’età della pensione a livello record, con un mercato del del lavoro che più liquido non si può, con un attivo primario di bilancio costante da un venticinquennio ed elevato.
Il rating non è obiettivo, e non è nemmeno anodino come si pretende. Consente enormi benefici, in sicurezza, agli investitori. E facilita nuovi declassamenti e aggravamenti del costo del debito. È cioè un circolo vizioso.

Lo spread non incide, così si pretende. Invece incide molto. La Gerrmania, con un debito in assoluto più alto di quello dell’Italia, ogni anno “risparmia” sui 40 di interessi rispetto a quanto paga l’Italia con un debito inferiore. 

La Germania raddoppia il debito ma dimezza gli interessi

Dal 2008 a tutto il 2016 la Germania ha risparmiato 240 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, secondo un calcolo aggiornato della Bundesbank. Risparmiato rispetto ai tassi pre-crisi del 2007. Nel solo 2016 avrebnbe dovuto spendere 47 miliardi in più per gli interessi sul debito se i  tassi fossero rimasti al livelo pre-crisi finanziaria.
Poiché la crisi ha aggravato e non alleviato i tassi, e l’Italia lo sa, com’è possibile che la Germania abbia risparmiato? E così tanto? Per il ruolo equilibratore – comparativo – del rating, misurato dallo spread – dal differenziale su un benchmark, un titolo di riferimento, che è diventato appunto il Bund tedesco. Un meccanismo che ha finito per fare del debito tedecso una sorta di bene-rifugio, anche a tassi negativi, come i preziosi o il mattone. Aggravando – effetto comparativo – la posizione di economie similari, Tra esse in primo luogo l’Italia.
Un ribaltamento del senso comune reso possibile da juna strategia finanziaria internazionale in un primo tempo di attacco all’euro (quante posizioni erano state costruite sul meltdown  della moneta europea), e poi di massimizzazione della rendita, al coperto delle agenzie di rating, a spese delle economie che non si sono sapute difendere. Strategia che la politica monetaria di Angela Merkel ha accentuato, su impianto decisamente mercantilistico – “mi avvantaggio delle difficoltà altrui”, invece di stabilire una difesa comune.  

La Germania ha dovuto aumentare drammaticamente il debito nella crisi, specie nela prima fase, dal 60 al quasi 90 per cento del pil, per salvare le banche – dal 60 al 120 per cento se consolidasse anch’essa la Cassa Depositi e Prestiti, Kfw, che invece gode del privilegio di non contabilizzare. Ma paga meno di prima.

Lo squadrone dei buffi

Ha speso 216 milioni, che non ha, li pagherà a rate, per dieci acquisti a valutazioni record. Ha firmato ingaggi annuali a cifre record per il giovane portiere Donarrumma e per lo stagionato stopper Bonucci, che non potranno non fare macchia d’olio – Donnarumma o Boncci non sono Cristiano Ronaldo, non sono fuoriclasse. Ha ereditato 210 milioni di debito, seppure consolidato con le provvide banche lombarde. Ne ha acceso di nuovi per 303 milioni, all’11, 5 per cento, tasso poco meno che usuraio, di cui la metà, almeno la metà, sul groppo della società. Che è l’Ac Milan.
Si può dire Marco Fassone, ad del Milan targato Cina, un manager del debito – dei buffi in romanesco. Nel senso che non gli riesce difficile accenderli, tanto si pagano dopo,. Milano aveva già conosciuto un teorico del debito, il celebrato Eugenio Cegfis, che per Montedison e “Corriere della sera” spendeva sewnza limiti, sicuro che un grande gruppo non può fallire; può fallire il grande Milan, sarà il ragionamento di Fassone. O si può dire la proprietà cinese del fantomatico Yonghong Li schiava, colpa etnica, dell’azzardo. Ma non si capisce dov’è l’etica in tutto questo, nella lealtà dello sport, nella capitale morale d’Italia.
Di poco meno di 700 milioni, 520 alla Fininvest dei Berlusconi e 150 al fondo Elliott, intersssi al’11,5 per cento, Fassone ha caricato il signor Li. Che avrà bisogno di più di un lancio fortunato dei dadi.

L'eroe senza verità

Curiosa celebrazione del giudice Borsellino, a parte i toni. Borsellino era di destra, la cosa non si dice, e poi si esuma dai tg dell’epoca la manifestazione missina ai suoi funerali, violenta contro Scalfaro e il capo della Polizia Parisi, col saluto romano in massa. Non si fa menzione del governo dell’epoca, Andreotti, il referente romano di Lima. Cancellato anche Martelli, pure ben vivente, il ministro della Giustizia di Falcone, quello che ha ppoi sostenuto Borsellino. A Roma cosa Borsellino trova di preoccupante, nei corridoi del ministro dell’Interno, mentre attende di essere ricebuto da Scalfaro? L’ex capo della Polizia a Palermo, vice-capo della Polizia a Roma, Contrada. Lo guarda come se Contrada lo avesse trapassato. Perché – didascalia – Contrada era stato già accusato a Borsellino dal fresco pentito Gaspare Mutolo. Dopo quattro processi inutili, a seguito di inchieste penali falsate dai pentiti, prima Sorrentino o Scarantino, un pezzo da niente, e poi Spatuzza, un altro pezzo da niente che si nobilta con la teologia, nlomn se ne dice niente. Sentire i giudici palermitani che accusano “pezzi dello Stato” per l’eccidio, compreso Vittorio Teresi, che è stato capo o vice capo della Procura di palermo, è agghiacciante e assurdo.  Non si intervista la giudice Boccassini, che delle manchevolezze dell’indagine sulla morte di Borsellino fu subito testimone.
Un omaggio che è un articolo di gionale, vecchio. Forse perché oggetto e sceneggiatura si sono voluti di Sadrone Dazieri, che è di Cremona – più a suo agio coi liutai?

Francesco Micciché, Adesso tocca a me

mercoledì 19 luglio 2017

Problemi di base morali - 345

spock

 “Se il sale diventa insipido, con che cosa salarlo?” (San Matteo, 5,13

“Non giungiamo mai a pensieri. Essi giungono a noi” (Heidegger) - non è la stessa cosa?

Si può dire una bugia a fin di bene ( san Tommaso d’Aquino, Croce, Feyerabend, papa Francesco)?

La bugia è sempre un male (sant’Agostino, Kant)?

La verità esclude la bugia?

“Se vostro figlio uccidesse qualcuno, lo consegnereste alla polizia o fareste di tutto per fornirgli un alsibi” - “La cena”, romanzo, e i film”Het Diner”, “I nostri ragazzi”, “The Dinner”? 

Né religione né patria né schieramento sociale (Flaubert)?

Se si è liberi essendo ricchi, perché non si è ricchi essendo liberi?

Necessario è più che giusto? Anche più giusto?

spock@antiit.eu

La vecchia storia del razzismo europeo

Il classico libro etnocentrico contro l’etnocentrismo. Che del mondo vede l’Occidente, e in Occidente l’Europa. Ora con tutte le colpe – ancora, dopo che l’Europa, non da ora, conta poco o nulla. Un libro da studioso, documentato: Bethencourt, storico dei peccati dell’Occidente, si dedica al razzismo dopo l’Inquisizione. Ma è l’ennesimo, anche se più ampio, di una serie ormai lunga: sappiamo già tutto del razzismo europeo, occidentale.
Il razzismo è ben europeo. Sentimento anche popolare, oltre che innesco di recenti catastrofi politiche emorali. E scientifico. Linneo,1735, nel “Systema Naturae”che è il fondamento delle scienze applicate, classificava anche le razze. E dopo di lui Lamarck, Buffon, Darwin, il meglio delle scienze naturali. Su questo e altri filoni la ricerca di Bethencourt, professore d’iberistica e di cultura europea al King’s College inglese, è documentata e diligente. Il razzismo classifica in tre tappe. Le Crociate, di cui fa un esito l’intolleranza religiosa a partire dal Cinquecento, le scoperte, fino allo scientismo del Settecento, e il colonialismo – che si può anch’esso avviare dal Cinquecento, dalla raya papale che divideva il Nuovo Mondo tra Spagna e Portgoallo.
Tutto vero, ma insoddisfacente, oggi. Il voluminoso volume si presenta come una storia “mondiale” del razzismo, ma è solo europeo. Sa quindi di saputo, e oggi fuori contesto.  Le Crociate senza la Conquista, la pirateria, il Jihad. La tratta dei negri senza lo schiavismo e le razzie in Africa. Lo sfruttamento coloniale senza quello globale, ai danni di immigrati, non protetti, braccianti, minori,  e altri paria   
Un bel libro curiosamente antiquato – e sbagliato: l’antirazzismo europeo non risolve. Essendo un libro di storia, non necessariamente dev’essere attuale. Però l’argomento lo è, in una fase storica in cui l’Europa, ciò che è “europeo” benemerente per l’umanità (diritti umani, civili, di genere, sociali) è “sorpassato”, e una prospettiva sarebbe necessaria.
Francisco Bethencourt, Razzismi – Dalle Crociate al XXmo Secolo, Il Mulino, pp. 667, ril. € 49 

martedì 18 luglio 2017

Il mondo com'è (310)

astolfo

India – Fu la meta di Napoleone in Egitto, che doveva essere una tappa, e sua ambizione costante. Lo era stata della Rivoluzione: Il decreto del Direttorio che autorizzò la spedizione di Napoleone in Egitto chiedeva anche di “fare tagliare l’istmo di Suez ed assicurare il libero ed esclusivo dominio nel Mar Rosso alla Repubblica francese”.
La spedizione napoleonica viene volentieri avvolta nel mistero. Legandola al ricco bottino archeologico, che poi fu il suo unico esito. E ai tatticismi del futuro imperatore, che partiva per farsi richiamare – “perché la sua assenza lo rendesse indispensabile”, come è stato detto. Ma c’era un disegno, nazionale.
La questione coloniale e l’India erano state portate presto all’attenzione dell’Assemblea Nazionale. Un memorandum dei mercanti marsigliesi l’1 settembre 1790 prospettava l’occupazione del Cairo come via all’India: “Il Cairo offrirebbe una facile comunicazione con le Indie e sarebbe fatale al commercio degli inglesi. Se vogliamo partecipare al commercio ch’essi fanno con quelle ricche regioni, è verso Sud e il Mar Rosso che dobbiamo volgere gli occhi”.
Napoleone avrebbe voluto una spedizione via terra, sulle orme di Alessandro Magno. Nel 1802 inviò nel Levante – poi Siria, Libano -.il colonnello Sebastiani per prepararla. Mentre inviava il generale  Decaes in India per prepararne la rivolta. Nel 1807 inviò il generale Gardane a Teheran, a studiare l’invasione dell’India dalla Persia. L’anno successivo, il 2 febbraio, scrisse allo zar Alessandro con la proposta di una marcia franco-russo.austriaca su Costantinpoli, il Levante e l’India.

Italia-Egitto - L’Italia, calcolava Ungaretti nel 1931, ha investito in Egitto “un capitale di 5 miliardi”, in prestiti e opere pubbliche: strade, ponti, ferrovie, porti, canali, giardini, il primo serbatoio di Assuan.. Più un capitale incalcolabile in consulenze: consigli, expertise, diplomazia. Soprattutto prima dell’unità, l’Italia divisa non suscitando al Cairo timori di mire politche, e subito dopo. Per quasi un secolo, dopo l’avvio della modernizzazione con Muhammad Alì Pascià (1760-1849), i suoi tramiti con l’Europa, senza passare per Istanbul e la Sublime Porta, furono italiani: Carlo de Rossetti prima, e Bernardino Drovetti prima. Che curavano anche gli interessi di Francia (il titolo di Drovetti era di console di Francia ad Alessandria), Inghilterra, Austria, Prussia, Venezia.
Drovetti sbarcò in Egitto nel 1798, come ufficiale dell’esercito napoleonico. Restò come collezionista di archeologia. La vendita al re di Sardegna nel 1824 della sua prima grande raccolta costituì la base del Museo Egizio. Rossetti fu attivo dal tempo dei Mamelucchi, coi bey Alì e Murad, fino alla spedizione di Napoleone, e ai primi atti di indipendenza di Muhammad Alì. A volte consigliava entrambe le parti, il pascià del Cairo e il sultano di Istanbul.
La prima missione archeologica in Egitto fu franco-toscana, di Champollion e Rosellini. Il Papiro Reale di Torino e la Pietra di Palermo sono stati la base degli studi cronologici dell’Egitto dei faraoni. Il Museo di Alessandria fu fondato da un italiano, Botta, che ne fu a lungo poi il conservatore – succeduto dopo la Grande Guerra da Evaristo Breccia. Botta, naturalizzatosi francese, figura come Paul Émile, ma era nato Paolo Emilio, a Torino, figlio di Carlo Botta, lo storico politico.
La modernizzazione portò fino alla Grande Guerra, prima dell’occupazione inglese, nomi italiani, perché la burocrazia era stata ammodernata da italiani: Anagrafe, Statistica, Catasto,Dogane, Poste (i primi francobolli egiziani portano la scritta in italiano “Poste Egiziane”), Tribunale, Cancelleria, Ornato. Tutti gli atti ufficiali di Muhammad Alì trascritti in lingua europea lo sono in italiano. Alla Scuola dei cadetti da lui fondata gli istruttori erano in prevalenza italiani, e l’italiano era la lingua europea che vi si insegnava, in aggiunta all’arabo, il turco e il farsì. Anche la flotta fu creata dalla marina italiana. Italiano è stato il primo studio scientifico del regime del Nilo, 1864, dell’ingegnere Elia Lombardini. La Società di Geografia fu fondata al Cairo da Ismail per preparare e aiutare le spedizioni sulle sorgenti del Nilo, fu progettata e creata da italiani. A lungo lo studioso meglio informato della storia dell’Egitto fu Lumbroso. 
Re Fuad I, il modernizzatore dell’Egitto tra le due guerre, parlava piemontese – “se trova con chi scambiare due parole in piemontese, è tutto felice”, testimonia Ungaretti nel taccuino del suo ritorno ad Alessandria, 1931. Era cresciuto in Italia, durante l’esilio del padre Ismail a Napoli, e aveva trascorso gli anni giovanili alla scuola di guerra a Torino.

L’Egitto era stato fino alla Grande Guerra uno dei paesi di emigrazione degli italiani, delle maestranze. Dalla Puglia, la Calabria e la Sicilia in prevalenza, ma anche dalla Toscana e dal Veneto. Sono statti gli italiani i maestri tornitori, falegnami, idraulici, muratori, ingegneri e geometri, cuochi, artisti, che hanno aiutato i ceti urbani egiziani a modernizzarsi.

Panarabismo – Ritorna col terrorismo islamico. Non dichiarato ma nei fatti Nell’insorgenza oggi dell’islam sunnita contro l’islam sciita. Che è in realtà, e di fatto, dell’islam arabo contro l’Iran e i suoi alleati, Siria e Libano. La renitenza a ogni difesa, quando non l’apporto sostegno al terrorismo, di molti regimi arabi, specie le petromonarchie, con le loro emittenti, in particolare Al Jazira, la tv del Qatar, si spiega anch’essa con lo schieramento panarabista, una sorta di nazionalismo etnico.
Il panarabismo propriamente detto era il disegno strategico di Nasser, il leader egiziano: il mondo arabo sotto la leadership del Cairo, all’insegna del socialismo di Stato. Con la reviviscenza della Lega Araba. E con vari tentativi di unioni istituzionali, specie tra Egitto e Siria, con Sudan e Libia (da ultimo con Gheddafi) come contorno. Fino alla morte di Nasser e dopo, un paio d’anni dopo la guerra del Kippur, che restaurò l’onore, anche militare, dell’Egitto, perduto con la disfatta del 1967. Allora il panarabismo era nemico delle petromonarchie, arretrate bigotte, patrimoniali (nel 1974 tre principi sauditi, tra essi il futuro re Fahd, passarono i tre mesi dell’autunno a Montecarlo col progetto di sbancare il casinò….). Che ora hanno fatto proprie le armi allora progressiste - radio Cairo fu per un ventennio l’Al Jazira del panarabismo, molto temuta nella penisola arabica.  .

Roma – Ebbe la sua celebrazione massima nelle repubbliche rivoluzionarie del Settecento. Negli Stati Uniti, che si modellarono sul diritto romano nei codici, a partire dal diritto costituzionale, e nelle istituzioni – riempiendosi, anche figurativamente, di Campidogli e Senati. E nella Francia della Rivoluzione, che si sviluppò al passo e con gli accenti di Plutarco. Con dispendio di “virtù romane”. Il codice Napoleone fu modellato sul diritto romano. Romana fu l’oratoria all’Assemblea Nazionale. “Romana” fu l’arte, architettura, scultura, pittura.

Sinistra – Si può dire imbalsamata nelle sue buone intenzioni. Lo scrittore Foster Wallace la dice vittima, soprattutto, dell’imbroglio del politicamente corretto. In una “interpolazione” (digressione) molto argomentata del  saggio centrale della raccolta “Considera l’aragosta”, “Autorità e l’uso americano”. La sinistra politica americana, dice lo scrittore, è vittima del suo politicamente corretto nella questione centrale della redistribuzione della ricchezza su presupposti e a fini sociali. Il PC è “una vanità di sinistra” che è “nemica delle cause della stessa sinistra”, la vanità trasformandosi in orgoglio cieco: “Rifiutandosi di abbandonare l’idea di se stessi come “Unicamente Generosi e Compassionevoli (i.e. come moralmete superiori), i progressisti perdono la possibilità di configurare le loro argomentazioni redistributive in termini che siano insieme realistici e realpolitiker.

astolfo@antiit.eu

Come si rideva amaro nella Belle Époque

Un segno apparentemente svagato che cattura un mondo, più mondi: Yvette Guilbert, Polaire o “Chocolat”, il mondo dello spettacolo, come il “Salon de la rue des Moulins”, quelo della prostituzione. Uno humour a volte crudele ma non cattivo. Su un demi-monde che pure faceva la storia, per un Fine Secolo che si direbbe putrido e invece resta affascinante, la Belle Époque: da Liane de Lancy, di professione cocotte (escort), estendendosi a Misia, poi Misia Sert, e quindi a Diaghilev, Cocteau, Chanel, e probabilmente Proust. Un’ultima gloriosa bohème´che vide amici, nella marginalità, Toulouse-Lautrec con Van Gogh, i visionari.  
È il catalogo della mostra da poco chiusa, che il museo della Satira a Forte dei Marmi ha riproposto nel Fortino ristrutturato, eletto a sua sede permanente, sulla traccia della prima fortunata mostra a Villa Bertelli un anno prima. L’opera di Toulouse-Lautrec resta focalizzata sui quattro anni della sua collaborazione al settimanale satirico “Le Rire”, dal 1894, all’uscita, al 1897. Arricchita con disegni di altri artisti dell’epoca collaboratori della rivista, Vallotton, Caran D’Ache et al. Con succulente schede sui personaggi schizzati da Toulouse-Lautrec, redatte dai curatori della mostra, Cinzia Bibolotti e Franco A. Calotti.
Toulouse-Lautrec e “Le Rire”, Museo dela Satira e della Caricatura, pp. 70, ill. € 5

lunedì 17 luglio 2017

Il paese di merda dei giornali

Lo stupidario classifiche, una delle rubriche di questo sito, è ripreso da Ferruccio de Bortoli su “L’Economia”, il settimanale del “Corriere della sera”, per l’aspetto più bizzarro: il posto sempre poco lusinghiero che nelle varie classificazioni internazionali viene assegnato all’Italia. De Bortoli ne indica i motivi – a parte le bocciature meritate. Le distorsioni metodologiche. Le “ponderazioni assai soggettive” – e, aggiungeremmo, anche pagate – possibili nei survey qualitativi. Il “peso”angloamericano in molte statistiche, per esempio della cultura (università, formazione, professionalità).. L’involuzione normativa e istituzionale italiana, troppo aggrovigliata, che si trasforma in handicap. Ma uno, il peggiore, dice giustamente inoppugnabile: la scarsa stima che gli italiani hanno dell’Italia.
Il Country Report del Reputation Institute non è inficiato da nessun pregiudizio, e dice il peggio: “Gli italiani sono queli che assegnano al proprio paese un giudizio debole (57,1 in scala 100), molto al di sotto del voto che gli ricponoscomno gli stranieri (71.7,. Cioè tra il moderato e il forte. La Gerrmania viene giudicata dagli altri 67,6, la Francia 69,2”.
De Bortoli però non dice che a questo giudizio portano i media. L’immagine che l’Italia ha di sé è quella che i media italiani le cuciono addosso - gli stranieri, non essendo oppressi dai media italiani, guardano con altro occhio. E non si capisce perché. Perché con questo ossessivo scandalismo i giornali hanno solo più che dimezzato le vendite, in pochi anni. 
Le  perdite, di copie e di audience, sarebbero state maggiori, dicono i direttori dei media, forse lo stesso De Bortoli, senza questo scandalismo. Mah! La depressione, una volta innestata, si autoalimenta.   

Vero o falso

L’Italia ha il record europeo della pioggia ogni anno. Vero:306 miliardi di metri cubi di acqua piovana ogni anno in media.

Napoli è la città più piovosa d’Italia? Vero

L’acqua è è più cara in Sicilia, dove pione di meno? No, in Emilia e in Toscana: 410 euro l’anno di bolletta pro capite – 130 nelle grandi città, Roma, Miolano, Napoli, Palermo.

Su 100 litri di acqua erogati, 40 vanno sprecati nelle tubature mal connesse o corrose? Vero

Le perdite degli acquedotto sono maggiori al Sud? Falso - al Centro, 46 per cento.

Consumiomo 245 litri d’acqua a persona al giorno? In media sì

È un uso eccessivo, uno spreco? Vero

Lo spreco dell’acqua è domestico? Falso: per il 54 peùr cento l’acqua si consuma nei campi, per irrigazione e  zootecnia, per il 26 per cento in fabbrica, per il 20 per cento in casa.


La tariffa per metro cubo d’acqua è di 6,03 dollari a Berlino e di 1,35 a Roma?  Vero 

Il romanzo degli amori interrotti

Niels cresce figlio unico di una madre insoddisfatta coi romanzi di avventure. E genio poetico, nel “disprezzo per gli uomini”, a metà tra O.Wilde e D’Annunzio, non citati, tra l’eccentrico e il superomismo. Cullato da inclinazioni incestuose. Per la zia giovane dapprima, bellissima ribelle, che però presto muore, dopo essersi debitamente sposata. Poi per la regina dei salotti di Copenhagen, non bella e in età ma discorsiva – che al momento finale sceglie di sposarsi con qualcun altro. Con la madre intellettuale e romantica passa l’utimo anno di vita di lei, in giro per l’Europa, e la seppellisce a Clarens, il “paradisiaco Clarens di Julie” - della Julie di Rousseau. S’innamorerà poi di una cugina, che però sceglie Erik – e quando si accorge di avere sbagliato e si mette con Niels, mentre Erik muore in un incidente, decide pdrima dell’irreparabile di scomparire anche lei.
Niels vive amori interrotti. Compresi gli ultimi. Una tresca a Riva del Garda con una Mme Odéro, una cantante. Che parte richiamata all’improvviso da un impegno artistico, quasi dimenticandosene. Passato a viere in campagna la vita prosaica del padre, esaurita l’accensione estetica e sentimentale della madre, sposerà una moglie bambina, che però muore.
Erik è l’amico artista, scultore e poi pittore, col quale il poeta Niels è legatissimo, finché questi non si disamora della bellissima ragazza che entrambi hanno concupito, e poi muore in un incidente stradale. Con Erik Niels ha vissuto l’adolescenza, dichiarandosene geloissimo: “Fin dal primo giorno si era innamorato di Erik che, schivo e freddo, a stento tollerava, con una riluttanza un po’ sprezzante, di lasciarsi amare” - ma è solo amicizia, non ci sono pulsioni gay.
Finisce in fretta, in un brevissimo capitolo. Poche righe – le meglio scritte di tutto il romanzo - sulla morte che avvelena la vita. Quando la giovanissima moglie Gerda muore tra i rimpianti - Niels la seguirà per una ferita di guerra
Un romanzo molto celebrato, e in effetti emblematico, di situazioni – quasi “storico” benché non ci siano eventi storici. Epocale: Fine Secolo, o fine Ottocento, e Belle Époque. Si legge Spengler. Si ama l’Italia decadente. I personaggi femminili parlano (si analizzano) come in Ibsen, o Strindberg. Per una rivolta immensamente triste, non solo perché disseminata di morti precoci. Il nichilismo si vive coi denti serrati, come modo d’essere comune e forse necessario ma da eterni giovani, appassionati. Un “Werthe” è stato detto, atttardato di un secolo. No, tra “Werther” e le “Affinità elettive”, c’è ancora spirito geometrico, e romanzesco.
Un autore introdotto in Italia venticinque anni fa da Claudo Magris con un saggio molto acrobatico. Col Lord Chandos di Hofmmannstahl, l’atomismo di Mach, il “Malte” di Rilke, Kierkegaard e il giovane Lukáks, e poi giù tutti, Cechov, Katherine Mansfield, Proust, le onde di V.Woolf, e il Thomas Mann della “solidità borghese-patrizia”. Niels spiegando  come colui che passa accanto alla vita, molto Oblomov, molto Michelstaedter, e “il giovane Lukáks” di nuovo, “nel più grande dei suoi libri, «L’anima e le forme»”, là dove cita Charles-Louis-Philippe. Arrampicandosi lungo una traccia ardua, per farne il romanzo dell’ateismo.  Mentre è l’opposto: a ogni vicenda è il romanzo del bisogno di Dio - non della “credenza” ma dell’impossibile ragione, con un forte sentimento della vita e la morte.
Il teorico dell’ateismo, il dottor Hjierrild, è conoscenza occasionale di una notte solitaria di Natale al ristorante – sarà l’angelo della morte di Niels ferito al fronte. Di poche pagine. Non convince Niels, ma non è convinto, nemmeno lui.

Jens Peter Jacobsen, Niels Lyhne, Iperborea, pp. 284 € 17