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venerdì 28 settembre 2007

Quattro milioni alle primarie sono i parenti

Prodi non cade, naturalmente, perché ha le primarie del Partito Democratico, poi ha la Finanziaria, poi… E perché dovrebbe cadere, perché lo critica Grillo? Miseria del giornalismo! I trecentomila di Grillo non sono niente, Cofferati ne portò in piazza tre milioni, che non è un genio. Tre milioni sono gli italiani che si candidano in politica: quelli di Grillo sono quindi appena un decimo degli italiani politicanti.
Prodi vince comunque le primarie. Se Veltroni ha un largo seguito bene, si guarderà dal mettere in crisi come primo atto il governo. Ma Veltroni e il Pd rischiano molto. Se l’affluenza alle primarie si fermerà ai quattro milioni di Prodi, allora si potrà dire che è il Pd è un partito dei parenti: i candidati sono trentacinquemila, tutti in età, con famiglie quindi numerose, e a 100-110 votanti a testa si copre abbondantemente quell’affluenza. Il nuovo partito dovrebbe nascere con 8-10 milioni di voti, e questa è un’impresa quasi impossibile per Veltroni, altro che battere Letta, Bindi o Gawronski, la temibile concorrenza.

Eco maître-à-penser del non pensare

“Repubblica” lancia il libro di Eco sulla bruttezza con la copertina e un’intervistona, in cui Eco non dice nulla, se non freddure, e non per incapacità dell’ottimo intervistatore Merlo, paziente lasciandosi fotografare. C’è un non detto in Eco, che pure è tanto presente, massmediologo, filosofo, scrittore di best-seller, giornalista, maître-à-penser, l’intellettuale di maggior peso. Non una riserva mentale ma un disprezzo benevolo, di qualcuno che s’interessa alle cose, ma per non avere nulla da fare.
È per questo motivo che firma i manifesti indigesti? L’ultimo lunedì per Ahmadinejad, dopo quelli per la Br, il giorno stesso in cui l’uomo dei preti andava all’Onu per negare l’Olocausto e offendere gli omosessuali. Eco non è naturalmente un negazionista. Né un oltranzista sessuale. Ma non è nemmeno l’opposto. Eco sa che l’appello dei trecento, o tremila, intellettuali pro Iran all’Onu ha solo il senso di far trionfare Ahmadinejad. Ma per lui il “trionfo” non c’è, e dunque una firma vale l’altra.

giovedì 27 settembre 2007

Catastrofi: i Borboni facevano meglio prima

Dieci anni per ricostruire Assisi e il resto dell’Appennino umbro-marchigiano lesionato (poco) dal terremoto. Altrettanti per restaurare la cattedrale di Noto dopo il crollo. Sono imprese riuscite, Assisi e Noto, di cui tutti si congratulano, a fronte dei terremoti che hanno lasciato strascichi ventennali, in Friuli, o trentennali, il Belice. Ma che pensare allora dei vituperati Borboni, che dopo i terremoti facevano ricostruzioni rapide, ben progettate, ben finanziate? Con studi geodetici-fisici, sismici, architettonici. Nella Sicilia di Sud-Est, dopo il sisma del 1693, crearono in vent’anni un mondo barocco di una ricchezza impressionante, a Catania e nelle città rifatte, Noto, Caltagirone, Grammichele, Vizzini, Militello, le due Ragusa, Inferiore e Superiore, Chiaramente Gulfi, Còmiso, Bìscari, Mòdica, e altre. L’impianto urbanistico, con regolamenti rigidi, e molte abitazioni leggere della ricostruzione della piana di Gioia Tauro dopo il sisma del 1783 hanno retto fino all’ “abusivismo di necessità” del compromesso storico. Mentre la ricostruzione a Messina dopo il terremoto del 1908 lasciava il quartiere Giostre nelle baracche fino agli anni Sessanta - fino a che non ci passò l'autostrada. La tecnica nell’Italia unita non avrà certamente fatto passi indietro. O è questione di tangenti? Ma sotto i Borboni, per quanto esecrati, si rubava una minima parte delle risorse pubbliche rispetto a quanto si ruba oggi. Anche perché ogni ricostruzione veniva finanziata con apposite requisizioni forzose, civili ed ecclesiastiche, e ognuno vigilava sull’uso delle risorse a lui sottratte. Bisognerà rivalutare i Borboni?

Sìrcana: Rcs risarcisce Prodi per lo stato di crisi

La vicenda di Sìrcana è orrenda, ma per quello che non si dice, anche se sta sotto gli occhi di tutti. Le foto ricattatrici sono state comprate e messe fuori mercato dalla Rcs, la casa editrice che dodici anni fa ha avuto da Prodi un compiacente “stato di crisi” per superare l’art.18 e licenziare chi voleva. Ecco chi vendeva gli “stati di crisi”, per aziende che erano e sono le più ricche del settore, quali Rcs, Repubblica-L’Espresso, La Stampa: non i sindacalisti distaccati al quarto piano del ministero del Lavoro, che riusciva incomprensibile, ma l’ineffabile Treu, che poi è stato convenientemente messo da parte, e Prodi. Se ne capiscono le fortune, di personaggio tanto mediocre, tra i grandi giornali.
Che stagione! Un milione e settecentomila posti di lavoro cancellati in due anni dagli “stati di crisi”. Uno scandalo così è perfino inconcepibile. Corona sarà un ricattatore e Sìrcana un povero Cristo che va a puttane, ma peggio di tutti è lo scandalo dell’informazione. I giornali sono il vero puttanaio, che si fa colmare dalle buffonate.

La politica estera di Prodi è marcare D'Alema

Eccetto che in famiglia, si suppone (con le intercettazioni non si sa mai…), il vice-presidente del consiglio e ministro degli Esteri D’Alema è seguito dal presidente del consiglio Prodi come un’ombra. Un marcamento incessante e ravvicinato, da fiato sul collo. È il primo imperativo di Prodi da quando è tornato al governo: dovunque D’Alema vada Prodi arriva il giorno dopo, o due giorni dopo. A Mosca, a Madrid, in Libano, in Afghanistan, a Washington, all’Onu, chiunque D’Alema veda Prodi lo vuole vedere subito, Rice, Garzai, i sudanesi, gli iraniani… Con più giornalisti al seguito, gliene toccano di più, e più spazio sulla Rai. E questo è il nocciolo della politica estera.

Nocerino in realtà ha assolto Moratti

Un frillo percorre i tifosi, Milano manda sotto processo Galliani e Moratti. Invece no, manda sotto processo Galliani e l’oscuro vice di Moratti all’Inter, in realtà assolve Moratti. Non c’era dubbio che così sarebbe andata, Carlo Nocerino, il giudice fidato delle indagini eccellenti a Milano ha fatto quello che doveva fare – come a suo tempo assolse tutti i big della Rizzoli-Corriere della sera, che avevano procurato uno stratosferico buco di bilancio, di 1.300 miliardi. Milano non condanna, anzi neanche li processa, i buoni milanesi, se ci sono responsabilità vanno addebitate a personaggi di fuori, a manager sconosciuti, e a Berlusconi. Non si parla naturalmente dei passaporti falsi all’Inter. Né delle accuse, ancorché riscontrate, di Tavaroli sui dossier illegali chiesti da Moratti e da Facchetti - anche il grande terzino era un famiglio di Moratti, o così lo considera il patron, che se ne riverbera l’integrità. Né si è mai indagato, anzi non se ne parla nemmeno, di una squadra che spende il doppio di quanto incassa, 400 milioni contro 200, e ha debiti di poco inferiori alla metà di quelli della Fiat, il maggior gruppo italiano.
Cioè si è indagato, ma il giudice Nocerino a giugno aveva già assolto l'Inter, e nel caso anche il Milan, dal falso in bilancio, sotto forma di ipotesi di rinvio a giudizio. L'atto d'accusa, di appena nove pagine, di cui tre di generalità e formule procedurali, a tre anni dai fatti, cioè in prossimità della prescrizione, non aveva ingannato nessuno. “Il Sole 24 Ore” l'aveve anzi preso a pretesto per assolvere i bilanci dell’Inter, lodando la munificità di Moratti. Milano sempre si assolve. Non si parla nemmeno del collocamento Saras, ormai sono due anni, con rialzi sicuramente pilotati che tanto impensierirono la Consob. La giustizia sportiva dell'ottimo procuratore Borrelli, che nemmeno fa il gesto di muoversi, se non altro ha il pregio della coerenza.

I politici sono comici, ma da avanspettacolo

Invece del promesso cartone di “Heidi”, Rai Due inflessibile prolunga il question time che vede protagonista Di Pietro. Ora, Di Pietro è ministro ma continua, con visibile gaudio, a fare il comico: con strafalcioni ricercati, smorfie, divagazioni, risposte interminabili a quesiti semplici, senza mai rispondere (deve dire se l’autostrada Salerno-Reggio sarà chiusa per un decennio a Gioia Tauro, con danno per i trasporti della Sicilia tutta, di cui praticamente raddoppia, o quasi, i tempi - è così, l’autostrada è già chiusa, ma Di Pietro nega). Il tutto vigilato dal piccolo occhio furbesco. E uno si chiede: sono alla Rai, in Parlamento, ascolto un ministro, o sono in un noioso teatrino?
“Sono grandi comici i politici”, Sgarbi l'altra settimana ha teorizzato alla stessa Rai Due per ridimensionare Grillo, mimando Bossi, Di Pietro, Andreotti & Co. È vero, questa politica è un teatro comico, ma di avanspettacolo: si raccontano barzellette aspettando le soubrettes. Che sono già vizze benché giovani, veline, postine, squillo e portatrici di droga, ma le chiappe e le tette in qualche modo sporgono ancora alte. Questi comici invece sono suonati, più che altro parlano per passare il tempo, aspettando un magistrato integerrimo, un criminale pentito, un giornalista etico che li spazzi via, draghi di cui s’immaginano nel frattempo sangiorgi. Preparandosi acconcia giustificazione davanti alla storia che chiederà loro conto dei gravi danni inflitti all’Italia: ma noi scherzavamo.

mercoledì 26 settembre 2007

Mastella sfida la Giustizia Napolitana

C’è una connotazione tribale nella contesa tra il ministro della Giustizia Mastella e il sostituto procuratore De Magistris. Che sta a in esilio Catanzaro, essendo napoletano. Napoletanissimo bene, nell’abbigliamento prima ancora che nell’eloquio, e nella distinta concezione della giustizia come divertimento, la Giustizia Napolitana. Come Henry John Woodcock, come Beatrice, il pm di “Gomorra” e Moggi, Miller, Mancuso, o Palazzi, altro artefice della Cupola Moggi, e i tanti napoletani illustri che invece che a Potenza o Catanzaro sono stati pe6r loro fortuna primattori a Milano, Torino, Roma: D’Ambrosio, Borrelli, Greco, Boccassini, Guariniello, Ormanni, eccetera. Inflessibili, fantastici, imprevedibili, il colorito nutrito dal sonno dei giusti, che della giustizia fanno una Piedigrotta inesausta. De Magistris è più bello di Woodcock, e anche di Beatrice, seppure di eleganza meno curata, casual.
Mastella forse non lo sa, ma lui, ras politico di Benevento, non sopporta la strafottenza napoletana. Si agita perché, tra intercettazioni, missioni, consulenze milionarie e testimoni illustri a centinaia, i suoi corregionali gli prosciugano le scarse risorse del ministero, ma è il fatto tribale che non digerisce. Può anche darsi che Mastella sia invischiato nelle indagini di De Magistris, ma non è questo che gli brucia. Né del resto importa al magistrato, che non si accontenta di un eventuale affaruccio di Mastella, un grasso longobardo sperduto nel bush.

A chi il "Corriere"? Agli amici di Prodi

Grandi manovre tra la Rcs e Palazzo Chigi in vista dei mutamenti possibili nella proprietà del quotidiano: Antonello Perticone, l’amministratore del gruppo del “Corriere della sera” si tiene in contatto diretto col presidente del consiglio Romano Prodi o, in sua assenza, col suo capo della segreteria. Teoricamente gli equilibri interni al patto di controllo del “Corriere” potrebbero mutare per il disimpegno della Fiat, che ha in portafoglio il 10,29 per cento delle azioni, e di Capitalia, che ha il 2 per cento, dopo la fusione in Unicredit. Ma né il nuovo padrone di Capitalia, Alessandro Profumo, né la proprietà e il management di Fiat vogliono disimpegnarsi. La partita si gioca attorno a Mediobanca, che è la prima azionista di Rcs (13,26 per cento) e ne è da trent’anni il dominus, e i cui equilibri proprietari sono in forte movimento: Fiat ha ceduto la sua residua quota dell'1,83 per cento a Goldman Sachs, che cerca compratori, mentre Profumo vuole dimettere la quota di Capitalia, 9,39 per cento (Unicredit e Capitalia insieme verrebbero ad avere altrimenti uno schiacciante 18,07).
I giocatori che Prodi ha schierato per Mediobanca, in vista del “Corriere”, sono di prima grandezza. Bazoli su tutti: manca al presidente di Intesa, per completare la sua egemonia su Milano e in generale sul sistema bancario, una presenza in Mediobanca. Col sostegno di altri amici della Popolari, in primis della Popolare di Milano di Mazzotta. Tra gli imprenditori Prodi mette avanti i Benetton – accettando a parziale compensazione la candidatura di Fininvest. L’entrata di Bazoli e degli altri amici viene giustificata col bisogno di bilanciare l’annunciata intenzione dei soci francesi, Bolloré in testa, di accrescere il proprio impegno in Mediobanca, e nella costellazione Mediobanca, Generali, “Corriere”, etc.
Perricone è il manager che ha comprato le foto scomode a Prodi per toglierle dal mercato - il vero scandalo nello scandalo Corona: un contributo irrituale, forse anche illegale, alla politica, di 150 mila euro dichiarati tra "Oggi" e "Novella". Prodi si è occupato personalmente di tutti i grandi affari dell’ultimo anno e mezzo: Banca d'Italia, Intesa-San Paolo, Unicredit-Capitalia, Telecom Italia, Autostrade-Abertis, Enel-Endesa, Eni-Gazprom, Rai, Alitalia, Coni\Figc - stabilendo già un record: passerà alla storia come il capo di governo che più si è immischiato negli affari. Talune soluzioni anzi ha lui stesso proposto e caldeggiato (Intesa-San Paolo, Unicredit-Capitalia), altre le ha imposte (Telecom).

martedì 25 settembre 2007

"Il sangue dei vinti", senza Togliatti?

Curioso libro, dove, malgrado il dettaglio, ripetuto, insistito, monotono, prevale il non detto. Di una situazione peraltro che nel 1946, e ancora nel 1947, veniva detta tranquillamente di guerra civile. Senza contare che i vinti la loro vittoria l'hanno avuta, eccome, nei primi anni Cinquanta. Quando i peggiori arnesi repubblichini si godevano l'impunità dell'amnistia, mentre fioccavano le condanne di ex partigiani per reati comuni. Al punto che Giuliano Vassalli dovette proporre provocatoriamente un "delitto di partecipazione alla Resistenza", analogo a quello di "collaborazionismo fascista", per allargare anche ai partigiani l'amnistia per "reati connessi".
Il dettaglio non è contestualizzato. Non c’è la politica: le elezioni, le formazioni dei partiti. E solo qua e là, ritualmente, si contrappunta la vivenza con la menzione delle sevizie e degli eccidi contro i partigiani. Lo stesso dettaglio spesso è trascurato, in troppi episodi congestionati – molti dei nomi citati hanno una storia. È evidente il desiderio di segnalare le responsabilità del Pci. Ma qui con la tecnica del cerchiobottismo: Togliatti non sapeva. Ma se i comunisti venivano rifugiati a migliaia a Praga e in Jugoslavia, per evitare i processi, come faceva Togliatti a non sapere?
Pansa si è assunto un compito coraggioso, per il quale è oggetto di astio, e anche di censure. Ma anche per questo, per le censure, dovrebbe essere conseguente. Non da storico, la sua non è storia. Ma il compito che si è assunto non è da storico, è un impegno civile di divulgazione per la verità. È in questo dichiarato, e fa male che l’onestà sia rifiutata – rifiutarlo come sorico è una scusa. Sono ancora vivi quelli che hanno perduto padri, fratelli, zii, e qualcuno anche la madre, per la “giustizia del popolo”. Molti a destra, ma molti anche a sinistra, non è questo l’ostacolo alla verità. Ma tanto più allora bisognerebbe andare alla radice del problema: che non è il numero dei morti, in una guerra civile i morti sono sempre troppi e senza giustificazione, ma proprio la mancanza della verità. La politica del linguaggio doppio, della ipocrisia, con tutta la sua ipocrita durezza.

Montanelli, "Morire in piedi" - copiando

La differenza maggiore è Ghestapo, che Montanelli italianizza anche nella scrittura, il resto è più o meno uguale: se non è una copia è un calco. Si ripubblica “Morire in piedi” (Rcs, pp. 152 con indici, euro 16), con prefazione di Sergio Romano, il libro del 1949 sull’opposizione militare a Hitler di Indro Montanelli, senza specificarne il debito con “Wehrmacht contro Hitler”, il libro-memoria di Fabian von Schlabrendorff, pubblicato nel 1946 col titolo “Offiziere gegen Hitler”, a cura e con prefazione di Gero von S.Gaevernitz, in un’edizione svizzero-americana, a Zurigo prima, poi a Askona (Ascona?)-New York, tradotto da Arturo Barone per le Edizioni Gentile La Rassegna d’Italia nel maggio 1947. Solo riconoscimento è nell’avvertenza di Montanelli: un generico rinvio a “molti” memorialisti, “una minima parte” dei quali tradotti - nella prima edizione, Longanesi 1949, qui indirettamente ripresa, il libro si presentava come un reportage originale: “Le grandi figure dell’ultimo esercito germanico, ricostruite sulle molteplici fonti del dopoguerra e attraverso un’inchiesta svolta personalmente dall’Autore in Germania”.
Montanelli ha qualche marcia in più di Schlabrendorff: fa leggere d’un fiato le 140 pagine di attentati falliti che si succedono uguali come in una comica di Ridolini, con interesse cioè e senza farle cadere nel ridicolo. Non a torto sanzionato da Eco quale “fenomeno” e “abilissimo autore di pastiches storico-letterari” (“Il costume di casa”, pp. 169-74), Montanelli parte con maestria, dalla rappresentazione dell’attentato del 20 luglio, e col canonico “ricostruiamone la storia”. E ha un paio di storie in più, affascinante quella di Vlasov, con la caratterizzazione di Stauffenberg. Ma anche nella versione di Barone il libro è scorrevole, e talvolta meglio sceneggiato. L’edizione Gentile, benché funestata dal salto di un quinterno nell’edizione consultata, è un bel libro, con prefazione, nota dell’editore, Gero von S. Gaevernitz, e quarta di copertina precise, esaurienti, e ottime foto nel testo. Von Gaevernitz era stato braccio destro di Allen Dulles, il capo dell'Oss in Svizzera durante la guerra, ed era rimasto legato alla Cia, che succedette all'Oss: ciò spiega le plurime edizioni del libro e la loro accuratezza, nella povertà quasi bellica della grafica - è anche un indizio per la riedizione di cui Montanelli si fece tempestivo autore, ma con ogni probabilità insignificante.
Montanelli salta le pagine in cui Schlabrendorff tratteggia la resistenza non militare a Hitler, anche se vi si rappresentano belle personalità. È l’altra differenza tra i due libri. Si perde così Gustav Dahrendorf, socialista, padre del sociologo politico baronetto Ralf Dahrendorf. Ma dà più ritmo al suo racconto. Dà anche spazio alle colpe degli Alleati, che S.-von G. omettono, con le vicende dell’ammiraglio Canaris, dell’Anschluss e di Monaco. Nel dettaglio, Montanelli omette le prime dieci pagine di S., le pagine 25 (von Ketteler e Hadelmayer) e 28 (S. a Londra da Lloyd George), la p. 37 (il Vaticano all’opera contro la guerra nel 1940), il capitolo su Goerdeler, col proclama in dettaglio che il borgomastro aveva preparato per la popolazione, e le pagine conclusive. Per il resto è tutto uguale, talvolta alla pagina. Il socialista antisemita antinazista Ernst Nieskich mandato dallo Stato maggiore a Mosca a trattare intese e spartizioni col maresciallo Tuchačevskij. Lo smantellamento dello Stato Maggiore con le accuse a Blomberg (ha sposato la segretaria, una puttana) e a Fritsch (omosessualità). Il complotto contro Fritsch raccontato ai congiurati dall’addetto militare di Hitler, Hossbach (p. 24 di S., e 25 dell’edizione Rcs). Il rivolgimento allo Stato Maggiore (pp.27-28 di entrambi i libri). Poi il parallelismo si sgrana: il ruolo del cristiano-democratico bavarese Josef Müller (p.22 e p.59), il letargo della Resistenza allo scoppio della guerra (pp. 33 e 39), il “generale rosso” Hammerstein” (pp.35-36 e 53-54), Guderian che è ricevuto da Hitler ma non riesce a dire una parola (pp.43 e 86), il piano Treschkow-Witzleben (pp.53-55 e 89-90).
A questo punto ricorre l’unico riconoscimento a Schlabrendorff, obliquo. Montanelli ne cita il libro in tedesco tra parentesi a p.83 “(è Schlabrendorff stesso che ha raccontato tutto questo nel suo "Offiziere gegen Hitler", e a voce mi ha fornito particolari inediti)”, e a p.88 ne cita il piano: “S. ha lasciato il resoconto che ci ha confermato a viva voce”. Anzi peggio che obliquo: il resoconto di S., continua M., “coincide con le memorie (per ora segretissime) di Beck e Witzleben”. Si capisce che il direttore del “Corriere”, Mario Borsa, abbia dirottato sul “Corriere d’Informazione”, giornaletto del pomeriggio, le corrispondenze del suo inviato, che in teoria aveva passato così tanti mesi in Germania alla ricerca della verità: proponeva “memorie segretissime” (quello di sapere i segreti è un vizio molto italiano: sarà un format linguistico?). Di seguito, nella stessa pagina, M. riprende parola per parola da S., senza citarlo, gli usi alimentari e ipnotici di Hitler. E continua col calco. Nel cap. XI, pp.86-92, sintetizza il cap.“Il tentativo di attentato del 13 marzo 1943” di S.. Alle pp. 88-89 ricalca l’aneddoto delle pp.72-73 di S. sugli inneschi speciali che non funzionano, e delle bottiglie esplosive di pseudo-brandy che viaggiano per la Germania tra grandi ufficiali ignari. Poi Montanelli salta l’esposizione dei piani di Goerdeler (ne liquida il proclama in poche righe a p.117), e nella corrispondenza tra le pagine S. risulta avanti: il circolo di Kreisau (pp.99-100 di S., 95-96 di M.), i leader socialisti sindacali Leber e Leuschner (pp.113-115 e 98-99), il resoconto delle ore successive all’attentato del 10 luglio, che anche S. drammatizza (pp. 141 segg, e pp.120 segg.).
Un altro riconoscimento a Schlabrendorff Montanelli lo ha dato cinquant’anni dopo, nella sua “Stanza” sul “Corriere” del 26 febbraio 1997. Ma sempre indiretto. E con alcuni errori, che Sergio Romano ripete nell’introduzione all’edizione odierna: Schlabrendorff non fu avvocato a Norimberga “dei criminali di guerra”, ma consulente volontario del generale Donovan sul contributo delle chiese alla Resistenza, e non sopravisse al “bombardamento violento di Dachau (quello in cui trovò la morte Mafalda di Savoia)”, perché era in prigione a Berlino. Sul bombardamento reale subito da Schlabrendorff Montanelli si è perso una storia molto montanelliana: l’accusato si salvò e l’accusatore, l’ex comunista Roland Freisler, che giudicava in paramenti rossobruni, fu giustiziato. Avvenne durante il processo al Tribunale popolare: ci fu un bombardamento, il procuratore speciale Freisler scese con l’accusato nel rifugio, una bomba penetrò tutti i piani del tribunale, scosse la cantina, una trave si staccò dal soffitto, e lo uccise. Uccise Freisler. 
Fabian von Schlabrendorff, un avvocato che divenne a cavaliere del 1970 presidente della Corte costituzionale a Bonn, era stato segretario in gioventù di Otto von Bismarck, e aveva poi sposato Luitgarde Bismarck, nipote di Ruth von Kleist-Retzow, altra figura di rilievo della Resistenza.
Prettamente montanelliane sono solo le forzature e le inversioni di senso della storia. I ripetuti incisi su Mafalda di Savoia ogni volta che ci sono morti per bombardamenti – la principessa era dopo la guerra la fidanzata d’Italia. O Hitler “che usava fare troncare la testa con l’ascia a chi propalava barzellette sul regime”. I tedeschi “scesi in guerra senza entusiasmo”. I “campi di concentramento degli ebrei” già nel 1938. Dove già si commettevano “atrocità” e sui quali circolavano “dicerie” che suscitavano “orrore anche in molti degli stessi nazisti”. Harro Schulze-Boysen, organizzatore dell’Orchestra Rossa, ridotto a “intellettuale surrealista”. E il solito, accattivante, conformismo dell’anticonformismo: porsi dal lato dei deboli, sconfitti, perdenti, ma sempre per un altro potere vincente: Hitler voleva “consegnare l’Europa al comunismo”.

lunedì 24 settembre 2007

Barresi, "Non dire niente" - i fantasmi tra noi

La scrittura si risolve, in questo romanzo d’esordio, nella “scena”, in una rappresentazione: da una presumibile esperienza di vita, di fatti avvenuti e persone di carne, sia pure delle cronache, Barresi estrae i fantasmi. Anche la tela di fondo su cui muove le anime smarrite, benché reale (il tribunale, la scuola, le feste, le tradizioni), è ectoplasmica, e contribuisce a una sorta di ghost story. Che è benevola, in contrasto col genere, per un desiderio di bontà, per l’emersione dell’io narrante nel vago mondo delle pulsioni. O per un bisogno di ancoraggio politicamente corretto in una realtà che s’indovina degradata da multiple violenze. In questo impegno svanisce anche il concreto, la vita relazionale, il lavoro, gli affetti familiari, il rapporto col territorio e la sua “natura” (la storia, le tradizioni, la mentalità), e la stessa violenza, che è detta anziché rappresentata, e anzi data per scontata.
Un caso per molti aspetti straordinario, tanto più in un'opera prima, di costruzione retorica di pulsioni fantastiche. Di rappresentazione, in unità di tempo e luogo, col prima e il dopo, le coordinate, i personaggi in scena, e col ricorso ai generi in voga, il giudiziario, il poliziesco, il civile, di un flusso di coscienza analitico, innocente.
Maria Barresi, Non dire niente, Solfanelli, pp.185, euro 12

Torna la fascia sociale

Il ministro per le Attività Produttive Bersani sta approntando un decreto che, ridefinendo la "fascia sociale", esoneri i redditi minori dai provvedimenti dell’Autorità per l’energia recanti aumenti dei prezzi dell’elettricità e del gas. Dispone in pratica il ritorno alla vecchia fascia sociale, quella che fino a dieci anni fa, fino alla privatizzazione, ha garantito esenzioni dagli aumenti dell’Enel, o aumenti contenuti, per i due terzi degli utenti italiani – il criterio per beneficiare della fascia sociale essendo una potenza installata di tre Kw, questo contatore è stato adottato dalla massa degli utenti. L’esenzione sarà ora estesa anche ai consumi di gas.
Il provvedimento potrebbe fare parte già della finanziaria che il governo varerà a fine mese. In questa prospettiva Bersani ha avviato un discreto build-up del provvedimento stesso, la creazione delle attese, presso i suoi colleghi di governo e la stampa locale. Il criterio che si prende in considerazione per la nuova esenzione è quello fiscale: dovrebbe beneficiarne grosso modo la no tax area. E' lo stesso criterio che s'intende adottare per gli sgravi Ici: i benefici scaglionare in proporzione inversa al reddito. Ma non si esclude il ritorno al vecchio sistema, di adottare tariffe contenute fino a un certo quantitativo di consumi.

sabato 22 settembre 2007

Il Patriarca di Marquez sembra Castro

Strani effetti alla rilettura dell'"Autunno del patriarca" di Garcia Marquez. Si conferma la straordinaria ricchezza di linguaggio, fresco, almeno nella traduzione di Enrico Cicogna, senza traccia del lavoro lento di composizione e riscrittura - benché il joycismo non sia oggi godibile, e la tessitura sapiente sappia di ricamo, perfino di folklorismo. Il linguaggio è straordinariamente inventivo, pur se di stretto vocabolario. Sempre con quel senso del millenario estratto dalla sordidezza, dall’“assenza di storia”: il passaggio della cometa, l’eclissi, i segni, la madre… Un libello più che un racconto, ma inavvertito è lo sforzo di rappresentare in un personaggio una storia e un mondo, la fradicia società politica caraibica – i “fanti di marina” della Potenza occupante devono esercitare molta pazienza. Utile, e forse innovativa, l’estrapolazione del monologo dal flusso di coscienza psicologico, anche se grammaticalmente incerto.
Uno strano effetto è che sembra l’anticipo dell’agonia di Castro. Nell’impianto, e in tanti particolari, “fiaccato da un morbo comiziale”, “la mano di damigella”, la durata senza tempo (il Patriarca si vede ai cent'anni di potere, Castro è vicino ai cinquanta). L’“Autunno del patriarca” è modellato su Papa Doc, il “Padre Nostro” Duvalier, il tiranno allora di Haiti. Ma si applica sinistramente a Castro, l’unico dittatore immortale, ancorché non amato. Un altro effetto è che, essendo il personaggio inconsistente, è palesemente – volutamente - un’allegoria: l’allegoria dell’America Latina, a partire da Città del Messico, dove Garcia Marquez risiede. Dopo Parigi, forse la città più letterata del mondo. Classicamente, l’America Latina è vittima della sua stessa immagine. Anche quando non vorrebbe, ne rifugge. È il meccanismo del sottosviluppo: si avvita su se stesso perché se ne parla.
Un terzo effetto è che il linguaggio eccessivo (aggressivo), che sempre col tempo si riduce a bozzettismo, isterilisce lo scrittore. Joyce è ammutolito, Gadda faceva la macchietta di se stesso. Anche Céline era ammutolito dopo “Morte a credito”, i pamphlet sono piatti: è rinato con l’abominio, unico francese accusato di collaborazionismo. Dopo “L’autunno del patriarca”, 1975, Garcia Marquez ha pubblicato molto, ma niente di notevole, e forse non nuovo. “L’autunno del patriarca” è una sorta di condanna inflitta a stesso, un nodo scorsoio duro benché infiocchettato.

Veltroni lottizzato, otto regioni ai Dc

“Questo è un paese con la testa girata indietro. È un paese che non ha voglia di cambiare”. L’Italia? Butterebbe tutto all’aria. Ieri aveva detto: “Siamo un paese malato”. Non: sono malato. Veltroni, forse per doversi confrontare con i vampiri locali, oggi della Toscana, l’altra settimana della Sicilia, e prima ancora della Puglia, della Calabria, eccetera, ha perduto la bontà, e anche il giudizio. È il “comico per eccellenza”, direbbe Sgarbi, della politica italiana, ma senza più humour: anche gli attori che più si identificano con la recita hanno a volte mancamenti di spirito. Specie quelli che non si sono mai fermati a pensare: “Ho sbagliato”. La realtà locale è sordida? Lo sara la “sua” realtà locale, i ras del suo ex Pci e della sua ex Dc. La procedura contorta per la creazione del Pd, che Pirani gli contestava ieri l’altro su “Repubblica”, l’ha pure voluta lui. E non si tratta di errori, né di uno né di cinque come li elenca Pirani, ma dell’unica possibilità per “questo” Pd di costituirsi: una lottizzazione, per dare agli ex democristiani almeno otto regioni su venti, visto che gli ex comunisti avranno la segreteria, o presidenza che sia, Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzi, Veneto, Friuli, Trentino-Alto Adige, Molise o Campania. Col contributo, ove necessario, di sperimentati compagni, a Napoli, in Calabria, una riedizione dell'"entrismo".
Questo Pd è l’ennesima incarnazione dell’ex Pci in fuga: fino a quando ci saranno ex comunisti non ne verrà nulla di buono, non capiscono. Non hanno fatto l’esame di coscienza non per malafede, ma proprio perché non capiscono. Una realtà così semplice come quella italiana, che il Pci cominternista ha bloccato con l’indisponibilità politica, e gli ex Pci intasano con i residui indecorosi del Comintern, il sindacato del “di qui non mi muovo”, il giornalismo di batteria, i minuti privilegi dell’essere compagni, negli affari, nella cooperazione, nelle politiche delle assunzioni.

giovedì 20 settembre 2007

La cafoneria milanese sbugiardata in Turchia

Si è presentata con undici stranieri, undici campioni, no?, e i turchi l’hanno strapazzata, una squadra la cui stella è stato Appiah, figurarsi, uno scarto della Juventus. Sette turchi, con tre vecchi brasiliani e uno scandinavo muscoloso, i cui ingaggi tutti insieme probabilmente non eguagliano quello di Ibrahimovic, si sono divertiti: gol, pali, rigori negati, tiri in porta a raffica, possesso palla, corsa, tecnica, tattica.
L’Inter è molto milanese: con padroni, i Moratti, che sono “di destra e di sinistra”, si arricchiscono in Borsa, e hanno superbi Guidi Rossi a servizio, il rispetto dei Borrelli, un allenatore che dà lezioni a tutti, qualche gol facendo con gli scarti della Lazio, Mihajlovic prima, ora Stankovic e Cesar, e una stampa inginocchiata, rosa e bianca – i pali turchi vi sono ridotti oggi da due a uno, né ci sono stati rigori negati. Istanbul dunque surclassa Milano, e questo dice tutto, il bazar snobba la cafoneria.
Resta da spiegare perché questo scandalo sia proposto e venga accettato in Italia quale esempio di etica, in politica, nello sport e nella città. Con un bilancio tra l’altro da sempre opaco, nel commercio dei tantissimi atleti stranieri, estero su estero (il metodo Cragnotti), nel commercio dei passaporti, nelle ricapitalizzazioni. Che i pochi atleti italiani, poco redditizi evidentemente estero su estero, che si è trovati tra i piedi ha liquidato, Toldo, il Supereroe di Olanda-Italia, Cristiano Zanetti, Cannavaro, salvato da Moggi, Pirlo, che fa la fortuna di Berlusconi, e della Nazionale, e Materazzi, salvato da Lippi. Il campionato questa squadra ha vinto simbolicamente a fine aprile con due gol di Materazi, un difensore che di gol gliene ha fatti otto, più degli ottimi attaccanti Adriano, Cruz, Crespo, stelle internazionali, pagati molto più di lui, che deve solo ringraziare Lippi per aver retto a Moratti e Mancini, che lo avevano demolito e volevano allontanarlo. Dopo dieci anni, o undici, di orrenda gestione questa squadra è ancora adulata come beneamata. È solo piaggeria? Ci sono soldi? È Milano.

Un "Caimano" molto berlusconiano

(Il 27 marzo 2006 Anti.it recava la recensione del “Caimano”, che riproponiamo per l’uscita del film in edicola. Nello stesso anno si celebrava in Francia, in forma teatrale, con lo stesso titolo, l’assassinio della moglie di Althusser, a opera dello stesso filosofo, il 16 novembre 1980, per strangolamento – un assassinio lento, di cui il filosofo non si pentirà, avvalendosi della temporanea infermità mentale, nemmeno nella successiva autobiografia, le cui ragioni la pièce sposa).
La storia di un disamore, irrimediabile dunque, sullo sfondo di un film da fare, assolutamente, del cinema che è vita – è il lavoro del cineasta, come i conti sono il lavoro del manager, i clienti del medico, eccetera, quelli che non hanno altri orizzonti. È presentato come un film politico, contro Berlusconi, ma questo è l’interesse del produttore, di vendere il film subito ai dieci o venti milioni di italiani che odiano e invidiano Berlusconi, sfruttando la “par condicio” che nella campagna elettorale zittisce gli altri mezzi di comunicazione.
Moretti naturalmente usa Berlusconi in tutte le salse, perché dovrebbe risparmiarsi di criticarlo? Tanto più che “rende” spettacolarmente, l’unico politico su cui si possano fare film, gag e libri, in quantità perfino spropositata - almeno una cinquantina di libri ingombrano le pur spaziose librerie Feltrinelli. Ma, non innocentemente, lo fa in modo ambiguo - anzi celebratorio nei newsreel europei, e nell’allocuzione finale che a se stesso ha riservato. In modo anzi berlusconiano. Uscire in 950 copie, per aggredire il pubblico, a una settimana del voto, per eludere la par condicio, non è il massimo dell’onestà e anzi, depurato di un inesistente “dovere” politico, un atto di furbizia, che il film non dissolve(un cinepanettone esce in 250 copie, un blockbuster Usa in 300 copie...): debole come storia e debole come pamphlet. Insomma, non ce ne liberiamo, Berlusconi cerca ancora il suo assassino. Moretti, che in “Aprile” aveva mostrato un Berlusconi da sogno, quale a lui stesso piace rappresentarsi, sempre dicendo “qualcosa di sinistra”, ovvio, qui gli fa un monumento, nel mentre che, “da sinistra”, ovvio, lo attacca.
La verità è che Moretti non ne può più della politica. Non da ora. È questo che lo fa un fratello: la critica affettuosa – lo sberleffo, il contropelo – ai tic culturali e sociali della sinistra intelligente, che in questi vent’anni di post-comunismo si ritiene soprattutto politicizzata. Ha fama di antipatico, ma sembra stanco, i tic lo stufano e non lo fanno ridere: culinaria, enologia, gaytudine, lo straniero che ha sempre ragione, e non Montaigne o Benjamin ma un polacco grasso, produttore di film porno, le gag sono più feroci che divertite. Compresa l’isteria del “fare il film” – se non è l’incredibile Orlando che ne ribalta la lettura. Alla Fellini ultima maniera, quando non riusciva a esprimersi tanto era arrabbiato, che Moretti inopinatamente cita, con la barca per la città, il set sul mare. Malinconia su tutta la linea: politica, affetti, creatività.
Tutto molto “morettiano” – l’ambiguità è la sua cifra – non fosse per due flaps. Uno negativo: la furbata del film il 24 marzo in campagna elettorale in mille copie non è leale, con gli spettatori e gli altri autori, ed è immorale, sfruttare la legge del politicamente corretto che ha dimenticato il cinema per fare soldi. Del berlusconismo Moretti sa e mostra che è una creazione non tanto di Berlusconi quanto della società di questi quindici anni, della “rivoluzione” di Mani Pulite, che ha liberato gli affari: questa non è una debolezza, semmai va a credito di Moretti, che si dimostra più capace di tanta scienza politica, ma fa paura. Moretti, o dell’ambiguità, ogni tanto fa paura. Non lui, il pubblico: che un pubblico sterminato ne prenda per buona la verità cosmetica, di superficie.
Volendone fare una tragedia, è il “Salo Sade” del perbenismo, o politicamente corretto. Senza la bellezza dei corpi, purtroppo, e anzi spesso sudaticcio, per il personaggio Orlando e non solo. La hantise di Pasolini era il potere che si impradoniva del sesso, quella di Moretti è sempre il potere, padrone della comunicazione. Moretti non ha mai preteso di fare tragedie, solo commediole. Ma è oberato da una vis tragica. Con un problema: chi ha più potere sui media, Berlusconi o lui (e chi non mente a se stesso)? Novecentocinquanta copie sono un record mondiale, e quindi un grosso investimento politico. Ma questo va dichiarato, barare non è di sinistra, non dovrebbe.

mercoledì 19 settembre 2007

Il dossieraggio disloca la sinistra

Giuseppe Leuzzi
Lamentando il sensazionalismo, quando si applica alle istituzioni, il Capo dello Stato si è schermito sull’ovvia o implicita natura politica della sua denuncia. Lo ha fatto per semplicità, la cifra che vuole dare alla sua comunicazione, ma non avrebbe dovuto. Essendo egli esponente della sinistra, è implicito che denunci un sensazionalismo di destra, mentre è da tempo – sembra da sempre – un’arma di sinistra, e anzi l’arma principe se non esclusiva, questa sinistra non sembra averne altre.
Negli anni della contestazione e della controinformazione era scontato: il dossier è di destra, di sbirri, mouchards, prefetti gastronomi, e politici cinici. Andreotti ne era considerato il maestro, dai tempi del Piano Solo contro Moro, poi per i biglietti aerei dei socialisti pagati dal Sifar, e sempre contro Fanfani per lo scandalo Montesi. Il dossier è arma di destra per definizione. È opaco: ha necessariamente delle fonti, che però non si dichiarano, non dichiarano le loro intenzioni. Segrete sono anche molte fonti processuali, che in teoria sono a conoscenza degli aventi diritto ma in pratica sono note solo agli inquirenti, note cioè fino alla disclosure, allo scandalo. Il dossier è violento, e non consente difesa all’avversario se non con altro dossier. È cioè degradante. Serve contro chi non si riesce ad attaccare pubblicamente, quindi contro i giusti, o peccatori veniali (sul segreto come arma è utile la ricerca storica a più mani “Voci, notizie, istituzioni”, fascicolo n.121, 1/2006, di “Quaderni Storici”, esteso dalla stessa rivista all'informazione nelle scelte economiche nel fascicolo n.124, 1/2007). È il sovvertimento della giustizia, la quale è il primo fondamento del socialismo e della democrazia.
Col terrorismo il dossier ha soverchiato la controinformazione, e si è sostituita a essa come arma della sinistra. O dell’establishment. Il passaggio non è avvenuto infatti attraverso fogli volanti o libri introvabili, ma attraverso i maggiori giornali e i maggiori editori, che per questo fatto risultano passati a sinistra. Storicamente la controinformazione veniva sommersa dal dossier nel suo momento di maggiore successo, con “La strage di Stato”, 1974, ispirata e in parte scritta dai servizi segreti, veniva battuta cioè dalla disinformazione . Ma non è della lotta al terrorismo che si tratta, è della gestione occulta oggi dell’informazione. Si potrebbe dire: la destra è diventata sinistra, e con essa il dossier, con tutto quello che esso comporta di torbido e equivoco. E così è. Le fonti migliori di questa informazione, alla Rai, a “Repubblica”, alla stessa “Unità” e nell’editoria sono giornalisti di destra, dichiarata, robusta, persistente.
L’effetto è paradossale, ma non del tutto: la sinistra perde posizioni. A lungo il dossier è stato l’arma del Pci e anche dopo, contro Sofri, contro Craxi, e poi contro Berlusconi – prima che i giornalisti fidati di destra, gli autori dei dossier utilizzavano i vecchi cronisti giudiziari di sinistra. Il risultato è che il Pci deve ancora correre a nascondersi, in “Cosa”, Pds, Ds, e ora Pd. Mentre Berlusconi, contro il quale alla vigilia delle elezioni del 2006 si potevano contare sui banchi della libreria Feltrinelli all’Argentina 57 libri, aumenta i voti e il credito politico – ha perfino vinto, personalmente, quelle elezioni, avendo rimontato da solo in quelle settimane uno svantaggio di 6 a 4 fino alla quasi parità. I libri, i pochi sfogliati, sono a loro modo bene informati, con dotte trascrizioni d’intercettazioni, da periti semiologhi, testimonianze, verbali. Ma tutti documentavano come Berlusconi fosse il braccio destro della mafia, e un paio anche dei trafficanti di droga, di cocaina per l’esattezza. Si capisce che il genere sia di larga lettura, si situa tra un giallo impegnato, di cui bisogna ricordare personaggi e eventi, e “Novella 2000”, che si può riprendere in mano con profitto a ogni momento, non si è perso nulla. Ma fa perdere le elezioni. Per la metà degli italiani che conosce la mafia sulla propria pelle, ma anche per chi conosce solo un poco la mafia, quei libri si buttano dopo la lettura, hanno solo servito a ingrassare Berlusconi.
La forza del dossier è di denunciare, fingendo di documentarle, gagliofferie, complotti, cupole, mafie. Ma ha la debolezza dell’incontinenza: denuncia così tante malefatte e con così tanti particolari che, anche quando sono vere, sembrano irreali. E infatti, passato il piccolo orgasmo per disappetenti, sono inefficaci. Sembrano le vecchie note di servizio del maresciallo dei carabinieri, così piene di dettagli, che non hanno mai prevenuto o fermato un delitto, perché esse stesse parte del disegno criminoso, a opera dei confidenti, all’insaputa del sottufficiale è ovvio, ma non inodori o insapori. Questo il capo dello Stato voleva dire: non c’è sensazionalismo innocente. Ma, e non si capisce il perché, in Italia è della sinistra. O meglio, nella stampa italiana. È una stampa di sinistra che è di destra? È vero che Andreotti è ora di sinistra, da quando fu l’estremo difensore dell’Unione Sovietica.

martedì 18 settembre 2007

L'antimafia non è popolare

Saviano è tornato al suo paese per una grande cerimonia anticamorra, cui hanno partecipato un migliaio di autorità, compresi i ragazzi di Locri, ma non un compaesano. A Casale, se non altro, l’organizzazione ha occupato la piazza. A Catania, orrendo spettacolo, nel 1998, o nel 1999, tutta l’antimafia isolana si riuniva per premiare Caponnetto nel Palazzo Municipale, da cui fuoriuscivano applausi, mentre la piazza era occupata da un centinaio di torve macchine delle autorità e delle scorte, coi loro impassibili autisti. Anche a Locri i ragazzi di Locri sono soli, un minuscola organizzazione politica, con la vedova Fortugno e la sua scorta nelle manifestazioni antimafia. Come questa estate, e già l’estate scorsa, in Aspromonte, nelle giornale della Legalità promosse dal Parco: uno o due giudici, uno o due parlamentari, e alcuni funzionari della Prefettura e della Questura, non più di trenta-quaranta persone a ogni manifestazione.
Bisogna pensare dietro questo deserto le mafie locali totalmente in controllo, o le popolazioni imbarbarite? A Locri e nell’Aspromonte di questa disaffezione però si parla liberamente. Anche a Catania all’epoca. La gente non partecipa, lo dice, perché “non c’è giustizia, solo chiacchiere”. Per giustizia intendendo la sicurezza. L’antimafia è solo un rito – quando non serve alla carriere, come Sciascia aveva visto vent’anni fa. La stessa cronista di “Repubblica” ironicamente - inconsciamente? - se ne fa interprete. Viaggiando al Sud questo si vede, ogni giorno, l’estremo legalismo accanto all’estrema illegalità. Tra gli antimafiosi di parata ci sono del resto in Calabria politici legati ai mafiosi, a conoscenza di tutti.

domenica 16 settembre 2007

"Gomorra"- a più mani

Per questo libro, uno dei più venduti nell’ultimo anno e mezzo, Saviano è stato per un anno e mezzo sotto scorta, e solo ora può tornare al suo paese, in compagnia del presidente della Camera Fausto Bertinotti. Quando i libri disturbano la criminalità, se non altro per questo non si possono non apprezzare. Ma purtroppo sono anche libri che la criminalità la magnificano. E in questo caso disturbano il lettore, per incongruenze che in un Premio Viareggio non si possono non tacere. Anche perché, a una seconda e terza lettura, la pretesa della fascetta editoriale dettata da Fofi, “il capitolo sulla guerra di Secondigliano è destinato alle antologie”, appare perfino ridicola.
Saviano è un nome collettivo? “Gomorra” è un volume collettaneo redazionale (Gomorra camorra, eccetera)? A quattro mani, con lo scrittore-agente Roberto Santamaria? Con i redattori Mondadori, p. es. Massimo Turchetta, il direttore, o Antonio Franchini, il capo della redazione, napoletano anche lui? Un “ventre di Napoli” sociopolitico, da Procura della Repubblica, da rapporto dei Carabinieri, poca cosa, al confronto con Matilde Serao. È un’accozzaglia di generi. Singolarmente scritto male. Tanto più per essere pubblicato dal maggior editore italiano, che ha vaste redazioni. Con un curioso, ripetuto, uso della terminologia economicistica, marketing, stakeholder, multilevel. Ma è nato best-seller – i best-seller sono tali alla nascita: un’opera prima non è mai un best-seller, “Gomorra” è il tipico prodotto che nasce best-seller. Collazionato in fretta, e non controllato, troppe le ripetizioni e le frasi zoppicanti (a p.90: “I colpi poi sfondano la porta e lo finiscono sparandogli alla testa”, a p.103: “I Marino erano stati obiettivi primi della faida. Avevano bruciato le sue proprietà”), per poterlo pubblicare ad aprile, con dati di febbraio, e fargli vincere dopo sei settimane il premio Viareggio. Non solo Fofi, anche il premio si sbugiarda.
È il tipico materiale dei dossier dei carabinieri. Il pm Beatrice che viene citato un paio di volte per le sue inchieste è uno dei procuratori che accettano di mettere il cappello su questi dossier civetta. Con le tipiche approssimazioni – il genere è quello dei primi verbali Usa di pentitismo. Anche se i personaggi e le vicende sono stati oggetto di dibattimento, il processo "Spartacus", dopo un'indagine di dieci anni (sic!), e tutti condannati all’ergastolo e in carcere, eccetto i due o tre necessari ad alimentare il mito dell’imprendibiltà. Di questi dossier è spesso la trascrizione, specie negli elenchi delle efferatezze, senza farne risaltare i paralogismi, sotto la vernice saputa, né le insufficienze della repressione, “Gomorra” direbbe del "contrasto" come da verbale, polizia e carabinieri ritenendosi ormai specializzati in questi trattatelli parasociologici, e nelle indagini-vetrina, del calcio e delle veline come della camorra e della ‘ndrangheta. Un negozio su due a Napoli è della camorra (p.61). La Repubblica ceca fu completamente egemonizzata dai secondiglianesi (p.59). Paolo Di Lauro, capo camorrista, che ha avuto dieci figli maschi tutti camorristi, è stato “a lungo sconosciuto perfino alle forze di polizia”. Quanto a lungo, un mese? un anno? dieci anni? È poi stato latitante per oltre dieci anni (p.72): tipica approssimazione da verbale militare, che uno scrittore non usa – è stato latitante per dieci anni e pochi mesi? per quindici anni? per venti? Il profitto è pari “al 500 per cento dell’investimento iniziale”. E quant’è l’investimento iniziale? In soldi, in sangue? Gennaro Marino “McKay”, che a p.71 architetta l’uccisione di Paolo di Lauro (a p.90 sapremo che ciò avveniva nel 2004), a p. 80 e qualche tempo dopo ne è ancora il referente e il franchiser. A p.89 i Di Lauro ordinano un assassinio mandando un fax agli affiliati. Alle pp.100-101, Anna, una ragazza che fa il concorso per maresciallo dei carabinieri, ha un ragazzo di diciotto anni, che le dice: “Tenevo trenta donne nel rione”. A p.120, “interi comparti dello spaccio vengono gestiti da quindicenni a Napoli”. In questa guerra atroce, i morti ammazzati, che a Napoli sono sempre molti, a p.135 si dimezzano. A p. 203 l’Italia spende in armi 27 miliardi di dollari, più della Russia, il doppio d’Israele. Più 3,3 miliardi per le armi della malavita. A p.205 le guerre, dal Sud America ai Balcani, si fanno con gli artigli (le armi?) della camorra. I casalesi fatturano trenta miliardi di euro l’anno (p. 214). L’alta velocità Roma-Napoli ha fruttato diecimila miliardi di lire (p.228) – più di tutta l’opera. Poi c’è l’occupazione della Scozia: per chi non lo sapesse, la Scozia puritana è ora napoletana. A p. 311 i rifiuti sono un mercato in quattro anni di 44 miliardi di euro. Solo a Napoli. “Un mercato che ha avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29,8 per cento” – non uno zero virgola di più e non di meno - “negli ultimi tempi”. A p. 327 l’Istituto superiore di Sanità ha segnalato che “la mortalità per cancro in Campania, nelle città dei grandi smaltimenti dei rifiuti tossici, è aumentata negli ultimi anni del 21 per cento”. Sempre nei fatidici “ultimi” tempi. Ma ci sono città di smaltimento dei rifiuti tossici? Le storie originarie, come quella di Pasquale, “Chi ha firmato il vestito di Angelina Jolie”, vi restano smarrite. Le scene “scritte” sono peraltro da film.
Come impegno sociale è la solita buona azione che produce effetti malefici: più che combattere la camorra, che si combatte con i carabinieri, la illustra e la magnifica, le esagerazioni mirate ad accalappiare i lettori non sono senza effetti. È il tipico libro di cui non si può dire che bene per l’impegno civile. Che sarebbe civico, nel senso di patriottico, un po’ meno forte, ma si preferisce dire civile, con una connotazione di superiorità: c’è la poesia civile di Pasolini, di Partito, la società civile di Scalfari, che vuole tutto, e l’editoria civile, delle cause buone. Se non che, non ingenuamente, questa punta a magnificare gli oggetti delle sue accuse.
La materia a Saviano non manca, nel casertano pure le pietre trasudano violenza, gli sguardi in strada, la parlata. Ma i libri di denuncia antimafia, che puntano per vendersi all’esagerazione, costruiscono attorno a una realtà decomposta, puteolente, ripugnante, un alone di magia, e “Gomorra” più degli altri. Successe già coi briganti. Invece di dire i camorristi rozzi e ignoranti quali sono, e la loro forza un difetto della repressione, che col suo benign neglect li incoraggia, se ne celebrano le strategie, l’organizzazione, l’influenza (il controllo del territorio, della produzione, del commercio, della politica, l’imprenditorialità, la flessibilità, perfino il cosmopolitismo), l’intelligenza, la modernità, e naturalmente il peso politico onnipotente – in un’area che ormai da un trentennio vota a sinistra. Il mito della mafia è il solo contributo, non proprio civile, della letteratura di mafia fiorita sulla scia del “Padrino” negli ultimi venti anni, da Biagi a questo “Gomorra”, best-seller di tutti i best-seller. Un film di cui i mafiosi sono volentieri attori e anzi protagonisti.
Saviano lamenta di essere nato nel “luogo con più morti ammazzati d’Europa”. Purtroppo non è vero, anche se la nota dolente è comprensibile, compresa la stessa foto che illustra la copertina. Ma perché si è speso per questo malaffare di più? Napoli è certo ottima location per storie di gangster, per la crudeltà dei napoletani. Ma non è l’unica, Napoli ormai è una scelta: “Gomorra” è l’ennesima cattiva azione dell’editoria milanese contro il Sud e Napoli, poiché il genere “banditi al Sud” è tornato lucroso. In uno dei pezzi meglio costruiti ridicolizza la lavorazione a façon, dei terzisti della moda, che della Napoli industriosa è uno dei pochi spicchi sopravvissuti all'onerosa unità - c'è qualcuno a Milano che ha interesse a delocalizzarla in Turchia, in Brasile, in Cina (a Napoli gli appalti si prendono con aste al ribasso...)? Ma forse è solo il tipico libro di partito, Viareggio incluso - o di corrente, se a p.109 “erano tutti cresciuti nella Napoli del rinascimento, nel percorso nuovo che avrebbe dovuto mutare il destino degli individui”, del Bassolino sindaco da abbattere per chi se ne intende.