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venerdì 12 ottobre 2007

Governa il partito che non c'è

Si rinverdiscono tra i grandi del giornalismo i fastosi anni 1980, con i partiti trasversali e le campagne tra “Repubblica” e “Corriere”: “Sei il centro mascherato!”, “Tu sei l'estremista!”, il solito ping-pong per allocchi, con aggraziati dibattiti, sul dopo Prodi, che invece – grazie anche a questi manierati duelli – ne ride a Palazzo Chigi. Se ne potrebbe arguire l’indigenza della politica - com'è nell’auspicio dei grandi giornali, che suppliscono a tutto, anche alla politica. Se non fosse che la guerra figurata, con tutti questi bum! e minuetti, serve sempre a coprire il governo reale, del partito che non c’è, della borghesia che si nega. Detto anche partito della crisi, o dell’Italia di merda. Il governo dei supplenti: i belli-e-buoni, un po’ di banca e un po’ di giornali, un po’ di affari e un po’ di moralismo, un po’ di maneggioni e un po’ di sbirri, i mejo.

Il nucleare si chiama Battista

Il “Corriere” affida a Pierluigi Battista, illustre letterato, il rilancio del nucleare in Italia. Con gli argomenti noti: ne ha bisogno la tecnologia e la scienza, ne ha bisogno il costo del kWh, e ne ha bisogno l’ambiente, anche questo, l’effetto serra. È sempre lo stesso procedimento di contornare il problema per non affrontarne gli sgradevoli fattori. Chi, quale azienda può puntare a fare una centrale nucleare in Italia, se non qualche avventuriero per spendersi i soldi di Bersani, magari a titolo di ricerca scientifica? In Italia non si costruisce niente, nemmeno un benefico acquedotto, o un depuratore di acque, se non si passa in mezzo a innumerevoli sbarramenti, politici, amministrativi, giurisdizionali: tutti vogliono qualcosa (hanno qualcosa da dire) e niente si fa. Si fanno solo centrali eoliche inutili, o centrali solari di pronta obsolescenza, perché lì sono i soldi da grattare - con l'Enel non si può.

La ripresa c'è già stata, ora c'è il ristagno

Almunia-Prodi, sembra uno scontro fra titani, ed è una partita truccata: uno 0,2 per cento, nell’aumento del pil o nell’aumento del debito, “non esiste”. La ripresa c’è già stata, pochi mesi dopo l’11 settembre e per gli scorsi cinque anni. Nei quattro quinti del mondo, solo l’Europa ne è rimasta fuori. Questo tutto il mondo lo sa, eccetto l’Italia – c’era da vituperare Bush – e forse la stessa Europa. Ora che la ripresa non c’è più ed è subentrato il ristagno non si può dire nemmeno questo – la colpa è sì di Bush, ma al governo c’è Prodi e quindi le cose vanno bene. Ma ristagna il credito (gli investimenti, i consumi), le banche centrali hanno le armi spuntate, in America e in Europa, e anche l’Asia non tira più molto. Né s’intravede via d’uscita, l’Europa restando arroccata sul suo perbenismo monetario. Si dice che la Germania è in grande spolvero è invece ha quattro milioni di disoccupati, veri, e un governo di coalizione destra-sinistra. Mentre le banche si guardano per vedere quale sarà il prossimo botto, dopo i due fallimenti di settembre.

Il referendum dell'ipocrisia

Non c’è dubbio che l’accordo di luglio su pensioni e lavoro peggiora, e non di poco, la condizione dei lavoratori. Che il sindacato ci abbia voluto su un referendum può significare che lo accetta come il male minore. Che è, come si dice, un sindacato moderno. Ma anche in questo caso è ipocrita – il sindacato e il referendum. Gli “scalini” alla pensione peggiorano lo “scalone” di Maroni: s’innalza di altri due anni, a 62, l’età minima per le pensioni d’anzianità, con sole due finestre anticipate in cinque anni. Si introduce surrettiziamente la diminuzione del coefficiente pensionabile per la previdenza attuale, contributiva. Si introduce lo straordinario senza contributi. Si reintroduce il contratto breve anche oltre i 36 mesi, a tempo indeterminato. Peggio di così non si poteva fare, evidentemente. Basta tuttavia a riportare il mercato del lavoro in Italia alle condizioni da Terzo mondo nelle quali sempre Prodi l’aveva abbandonato dieci anni fa. È la globalizzazione, si dice.
Ma se è necessario che l’Europa e l’Italia tornino a condizioni di lavoro da Terzo mondo, i piccoli passi non sono risolutivi. Non sono il passo indietro per fare il balzo in avanti. Sono un passo indietro nel circolo vizioso: minore competitività, peggiori condizioni di lavoro, minore reddito, minori consumi, minore competitività. Questo si sa, l’Europa avrebbe bisogno di liberarsi una volta per tutte del giogo della spesa pubblica, attraverso un consolidamento del debito, o la liberalizzazione della spesa. Ne avrebbe anche i mezzi se si accettasse per quello che è, l’area più ricca del mondo. Non può invece sopravvivere, dacché ha scelto il rigore monetario, con la contabilizzazione dei decimi di percento, ogni anno, ogni semestre, ogni trimestre, ogni mese, ogni settimana: dieci anni sono stati perduti con questa ginnastica, che ha solo svilito il malato.
Ma poi sono tutte chiacchiere. Il referendum dei sindacati è stato la prova di quello con cui Veltroni s’intronizzerà candidato.

"L'accusa del sangue" all'asta da Christie's

Una riedizione, a breve distanza della precedente (1993), con copertina nera e una fascetta bianca che dice: “Libertà di stampa significa rispondere ai libri con i libri”. David Bidussa, che nell’edizione 1993 della Morcelliana aveva analizzato il rifiuto dello storicismo di Jesi e l’innesto delle mitologie negli eventi e nella loro ricostruzione, fecondo per gli storici, fa per Bollati Boringhieri la “Retorica e grammatica dell’antisemitismo”. La pronta riedizione di Jesi va collegata alla polemica su Toaff e “Pasque di sangue”. Ma a questo quadro meglio soccorre la sintesi che Bidussa faceva allora delle argomentazioni di Jesi sulla recrudescenza dell’antisemitismo nel Novecento: la filosofia emancipazionista, il pregiudizio cristiano (Jesi lo dice cattolico, anche lui, ma è cristiano), il razzismo, la “non civilizzazione” dell’ebreo, il vampirismo tedesco, la catena vampiri\streghe\ebrei.
L’ultimo processo di sangue contro ebrei in Russia fu quello contro Mendel Beiliss nel 1912, al tempo dei pogrom in Ucraina e altrove, il Jakov Bok de “l’uomo di Kiev” di Malamud ("The Fixer"), impersonato al cinema da Alan Bates – che però il processo lo vinse. Mentre il “caso Damasco”, che Jesi rievoca, non solo fu vinto dagli accusati ma portò alla follia, benché non dichiarata, Robert Francis Burton, viaggiatore e letterato a tutti gli altri effetti rimarchevole e molto benemerito, l’esploratore e scrittore che poteva vantare la conoscenza di ventinove lingue, restauratore di molte letterature, dall’Anatolia all’Etiopia. Console a Damasco dal 1868 fu richiamato dopo appena tre anni dal Foreign Office per le sue intemperanze antisemitiche, e nel 1873 mandato a languire al consolato di Trieste. Morendo nel 1890 Burton lasciò manoscritto un “Human Sacrifice among the Sephardine or Eastern Jews” che la vedova Isabel, benché devota cattolica, giudicò impubblicabile, e avrebbe distrutto - ma un capitolo fu pubblicato nel 1896, alla morte di Isabel, col titolo “The Jew, the Gipsy and el Islam”, mentre il manoscritto figura venduto all’asta da Christie’s il 5 giugno 2001.
Cosa spinge un uomo curioso, sicuro cosmopolita, a questa forma folle di odio? Non nichilista, delirante. La stessa di cui soffrirà un secolo dopo Garaudy, filosofo forse non apprezzabile ma apprezzato e importante. La stessa di cui ha sofferto Céline: lo scrittore più “impegnato”, letterariamente e personalmente, di tutto il Novecento, e che sotto l’occupazione tedesca mantenne un contegno irreprensibile, mentre i suoi compatrioti meravigliavano gli stessi tedeschi per lo zelo antiebraico, scrive prima della guerra, e non rinnega dopo la guerra, dei libelli antisemiti folli – disordinati, scomposti, senza un barlume di scrittura, malgrado la parvenza ragionativa di cui si paluda l’antisemitismo. È il risentimento, l’area grigia in cui “Pasque di sangue” di Toaff voleva cominciare a penetrare, ma che evidentemente è campo impraticabile.

giovedì 11 ottobre 2007

Amanda Davis, "Faith": aveva già le visioni

Fa le prove di “Quando mi amerai”. È impressionante, una preparazione quasi scolastica, anche alle "visioni". O una ispirazione simile a un destino. C’è peprfino il racconto dell’aereo che cade, “Schianto”, come cadrà dopo un paio d’anni quello in cui Amanda morirà, con l’amato padre e la madre.
Rinnova – sottile e resistente come già in Carson McCullers, in filigrana scoperta, quasi dichiarata – quella che si diceva scrittura al femminile. Che ruota attorno all’impossibilità di amare, fisica (il genere), metafisica (l’impossibilità di essere), tragica (il dover morire). A partire da madame di Lafayette (le “Lettere portoghesi” si capisce che sono opera di uomo). Sulla quale Stendhal ha modellato il “nuovo romanzo” dell’Ottocento, il romanzo romantico.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (2)

Giuseppe Leuzzi

C’è, nella superficialità, l’assolutizzazione del male. Il telegiornale parla dell’energia solare, che, in qualche paese, ha attirato l’interesse di alcuni criminali. “Se la mafia ci ha messo gli occhi sopra”, conclude il giornalista verde, “significa che il solare rende, è un buon business”. La mafia come entità metafisica. Non un imprenditore, magari balordo. Certamente non un teppista – come sono tutti i mafiosi quando cominciano.

Polizia. L’istituzione è recente, la sua filosofia appena abbozzata (Foucault, Fontana).
È lo strumento della giustizia: così è sentita, dopo la superfetazione degli apparati – polizia e carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, polizia municipale, polizia provinciale. Ma è l’interfaccia della criminalità, e in questo inevitabilmente uno specchio. Ma in minima parte, il resto è burocrazia, “posti”.

“The Departed” di Scorsese, “Il bene e il male”: la giustizia dei collaboratori di giustizia (chiamati anche pentiti, informatori, spie, infiltrati), un po’ dramma e un po’ farsa, tutto vero – eccetto il finale, dove il buono fa pulizia, rapido, definitivo, sintetico, anzi tacito. Vent’anni dopo “Quei bravi ragazzi”, Scorsese dice la realtà delle mafie: ora predomina la giustizia dei traditori di traditori. Il capomafia informatore dell’Fbi, cui vende i suoi nemici, la figura che per lo spettatore comune è la più inverosimile, è invece la più reale.

Lo spionaggio delle cose ha un valore, rubare un procedimento, un prodotto, fare le scarpe a un concorrente, magari per salvare un’azienda, sia pure la propria. Lo spionaggio delle persone è invece demenza: si parta pure dalla sicurezza dello Stato – dei cittadini: il bene comune – si scende inevitabilmente alla gagliofferia. Criminali che aiutano gli sbirri a tenere in scacco i buoni cittadini, questo sono le spie (gli informatori, i pentiti), non c’è romanziere inglese per quanto bravo che possa indorare questa squallida realtà: è il principio del “fare la spia” che induce alla malvagità.

A Capo Vaticano, tutt’attorno a Tropea, investimenti cospicui sono stati fatti per attirare il turismo della terza età fuori stagione, in primavera e in autunno, con pacchetti di grande convenienza – si possono fare sette giorni in mezza pensione con duecento euro, viaggio aereo compreso. La risposta c’è stata, soprattutto dalla Germania. Si trattava di consolidarla, aspettando il tempo necessario per graduali aumenti che portassero il tutto compreso a un livello redditizio. Ma è bastato poco per far saltare il promettente avvio, come in tante altre false partenze in Calabria col turismo. I frugali ospiti hanno continuato anche a Capo Vaticano, com’è loro abitudine in viaggio, a contenere il pasto di mezzogiorno in un cappuccino al bar e nella mela o l’arancia avanzata dalla cena del giorno prima. Gli esercenti di Capo Vaticano non si sono fatti i conti, si sono offesi: hanno rincarato il cappuccino, e hanno servito la frutta a mezza pensione già sbucciata e tagliata, di preferenza in macedonia. I tedeschi sono scomparsi.
Il turismo può avere la funzione di aprire delle società chiuse, di per sé non è un asset economico, e anzi come investimento è più spesso in perdita, se si sommano ai costi aziendali quelli pubblici e quelli sociali – è il caso della Calabria, se si sommano agli investimenti privati le campagne pubblicitarie di regione, province, comuni e associazioni, gli incentivi ai voli, gli incentivi all’ospitalità (alberghi, agriturismi, bed & breakfast), a fronte di entrate comunque irrisorie. Il turismo è una risorsa anzitutto sociale: è aprendo delle società chiuse che diventa un bene economico, in quanto le proietta nel mondo dell’economia. Dove si fanno i conti invece di arrabbiarsi.

“Il Capitano 2”, come tanti altre fiction poliziesche, ha sbirri e delinquenti che parlano italiano con un mix confuso di pronunce, una distintamente napoletana a Palermo, una palermitana a Reggio Calabria, eccetera. Parlano “meridionale”. Non si possono dire razziste: parlano confusamente una realtà che è essa stessa confusa. Nel “Padrino 3” (o è “Il Padrino 2”? quello in cui De Niro va a Palermo) ognuno ha, nell’edizione originale, la parlata del suo paese d’origine: il barbiere di Gioia Tauro parla come si parla a Gioia Tauro. Anche per questo l’America non è l’Italia. Sarà barbara o primitiva come vogliono i nostri (anti)americanisti, ma filogicamente è accurata, rispettosa.

Terremoti. Dieci anni per ricostruire Assisi e il resto dell’Umbria lesionato (poco) dal terremoto. Altrettanti per restaurare la cattedrale di Noto dopo il crollo. Imprese riuscite, queste due, di cui tutti si congratulano, a fronte dei terremoti che hanno lasciato strascichi ventennali, in Friuli, o trentennali, il Belice. Che pensare allora dei vituperati Borboni, che dopo i terremoti facevano ricostruzioni rapide, ben progettate, ben finanziate? Con studi geodetici-fisici, sismici, architettonici. In Sicilia Orientale, dopo il terremoto del 1683, hanno creato in vent’anni un mondo barocco di una ricchezza impressionante.

Il Sud comincia nel 1860.

mercoledì 10 ottobre 2007

Il sacrificio dei bambini a Rignano

È possibile che le mamme di Rignano stiano distruggendo i loro bambini per comparire in tv? È possibile. E terribile – non che le mamme possano averlo fatto, ma che sia possibile. Il loro caso ripete la serie tv del maresciallo Rocca, una delle cui ultime puntate verte proprio su una scuola elementare teatro di messe sataniche.
I giudici, si sa, non gliene frega molto: bambini sballottati tra ospedali e psicovirago, interrogatori con cuffie e microfonini, interrogatori lunghi due ore, di un bambino?, insomma il teatrino per la tv - tra gli accusatori troneggia Taormina e questo dice tutto. La materia naturalmente è scottante. E poi siamo stanchi delle storie di mafia, e di chi ammazza la fidanzata, nuove frontiere ci vogliono, noi pubblico della tv siamo esigenti.
Lo scandalo è anche che si faccia scandalo su come sia stato possibile, dopo averlo reso possibile, e anzi sollecitato e stimolato, se non inventato. Non c’era bisogno della Cassazione, sono semplicemente agghiaccianti i verbali degli interrogatori dei bambini, tra "streghe, statue e castelli neri". E "i giochi pelusciati"? Linguaggio di mamme, o di psicologhe? Chi sono queste psicologhe dell’infanzia che interrogano bambini di quattro e cinque anni per conto di giudici nell’ombra con cuffie e microfonini, per due ore. Roba da stroncare un bufalo. Senza nessuna scienza di quello che tutti sanno dei ricordi infantili… Ma, certo, la psicologia è proprio scienza da tv, a uso delle masse, nella giornata una ventina di programmi “fanno psicologia”.
Le mamme erano ben curate, di parrucchiere e di estetista, il 25 aprile, giorno della Liberazione, per commentare gli arresti delle maestre. Anche le pose erano vantaggiose, bontà dell’operatore, o tigna delle intervistate. Il piccolo mondo di provincia all’epoca della televisione. La divinità alla quale, come già un tempo, si tornano a sacrificare i figli, perché senza di essa nessun orgasmo e nessun sentimento è più possibile. L’associazione dei genitori, a distanza di due anni, prima della Cassazione si moltiplicava: tutti volevano andare in tv - ora vi si precipitano, sono le ultime occasioni. Ma la trasgressione, che si vuole lieve, è feroce. Riprendere i propri bambini facendoli mimare brutte cose si può ritenere mania veniale: non c’è violenza, e forse non c’è cattiveria. Non c’è neanche memoria, è evidente, in questi genitori.

"Fahrenheit": sotto il giallo niente

Non si leggono gialli, dunque, a “Fahrenheit”: tra le migliaia che si sono dati la briga di scrivere a Sinibaldi cosa leggono c’è di tutto ma niente gialli. Nemmeno Camilleri. Può essere un caso, a fronte delle tirature. Ma non insignificante, vista l’enorme platea della trasmissione: anche il lettore di gialli non può che esserne stufo, sono mediocri e invadenti, essendo giallo tutto, gli affari evidentemente, ma pure la politica, il cinema, lo sport, e l’anima del mondo. Non c’è più storia senza suspense, da Troia alla baronessa di Carini. Si fanno domeniche sportive a imitazione del legal thriller e all’insegna del pagliettismo, due ore di chiacchiere invece delle partite - il cui giallo vero invece s’intravede negli armadi dei conduttori. Fa il giallo perfino Maria: la De Filippi crea suspense, prima dei soliti abbracci di buon gusto, magari nel truogolo. C’è giallo ad “Amici” e in camera da letto, coi delitti perfetti che il solito Ris non risolve, malgrado le carissime tecnologie. Per non dire delle intercettazioni. O di Mastella. E gli italiani forse reagiscono – che stanno sempre in attesa di sapere chi ha messo le bombe, a migliaia, ormai da quasi quarant’anni, da Piazza Fontana in poi: non avendo la risposta abbandonano il suspense.
I gialli ancora riempiono le librerie, si vendono in trenta, quaranta e cinquanta edizioni, e per ciò stesso sono benemeriti. Per i librai, gli autori, la lettura. Ma sono sempre più libri che non lasciano niente. Nemmeno il plot. Perfino Camilleri si legge in due ore di treno o d’aereo. E si dimentica. Prima del boom il giallo era lettura d’evasione: si stampava in fascicoli, si vendeva alla sazione, si leggeva nel viaggio, e via. Ora non è più così. O almeno, non ci sono altri libri. Ma la distanza è immensa tra “La donna della domenica”, che pure fu scritta per scherzo, e Faletti o Carofiglio. Sono i best-seller compagni? Camilleri, certo. Carofiglio pure, che il suo personaggio proclama comunista in corsivo, ripetuto, dopo duecento pagine di niente. Ma uno che è comunista solo per non volersi iscrivere al Rotary, per il resto è un borghesuccio, figlio di borghesi, che tradisce la moglie borghese a trent’anni con chi capita, anche a pagamento, fuma ma odia i fumatori di pipa, odia i giocatori di racchettone in spiaggia, odia e disprezza il mondo, eccetto il repertorio della vacanze intelligenti? Ci sono ancora, nella globalizzazone, le letture confessionali (il porta a porta), ma questi non sono buoni compagni.
Il “giallo ovunque” elimina il suspense per la noia. C’è nel giallo lo stesso vuoto dell’altro genere best-seller, il criminale: l’anti-Berlusconi, l’antimafia, l’anticorruzione, l’anti-Moggi, l’antipolitica, con le loro centinaia di titoli sempre ai primi posti nelle vendite. Sono letture che provano tutto e non provano niente. Che si leggono per pigrizia, o per confermarsi. Finché uno non ne può più – la chiesa cresima una sola volta. Si può dire in breve, ma è vero, che il lettore è sovrastato dai clichè subiti e imposti dalla Sicilia (con l’eccezione di Montalbano, è così che Camilleri resta buon scrittore): il male che non c’è, è solo meridionale, le cupole, le famiglie, il politico che è sempre corrotto, il giudice buono, le donne in genere pure, gli stereotipi della nazione che una politica incontinente paradossalmente ha nutrito. Ma ci può essere in questo rifiuto molto di più.

Il giallo è narrazione come gioco. Inventiva, sorpresa. Senza costruzione (linearità, coerenza) psicologica. Anche le passioni vi sono gioco da (de)costruzione. Giallo è anche “Thérèse Desqueyroux”, e “Nodo di vipere”. Perfino “I promessi sposi”, uno aspetta di vedere che fine fanno i cattivi. O “L’uomo e il mare”, o opere altrettanto statiche, liriche, le poesie delle ninfe, gli inni omerici. La differenza è che nel giallo non c’è altro. Il detective è un archetipo. Ogni grande detective di gialli è un “meccanismo” semplice, sotto l’apparente mistero, e esso stesso ripetitivo. Ma incarna (astrae) nella fattispecie una procedura logica – che è insieme complessa e semplice (intuitiva), come ogni fatto logico. È quindi genere democratico. Ma allora deteriore, destinato alla sconfitta – nell’arte militare si direbbe un rovesciamento di fronte, come quando i maneggioni tirano le fila degli sprovveduti, per esempio con le questioni morali.
Il giallo è genere democratico per l’ambientazione, i personaggi e le vicende, morti che non hanno nulla di eroico. Ma soprattutto per l’enfasi che pone sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Esplode e s’impone con la democrazia e la domanda di uguaglianza. Più spesso ne dà l’illusione, col giallo alla Christie, con le verbose razionalizzazioni. Da cui le logiche di Eco, di induzioni, deduzioni et sim. Nella sherlockholmesiana e nel noir ne fa invece vedere le tensioni, o l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, non tanto, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni. Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta o magisteriale, da giovane maestro di scuola. Nessuno scrittore vero di giallo-noir si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È insomma un gioco, aveva ragione Kipling. Divertente anche, se non ci fossero i morti.
Ma ha un effetto secondario: come ogni forma di comunicazione induce la credenza pubblica. È quindi un fenomeno politico, il regime politico essendo ancora elettorale, un’estensione del complotto. Anche il complotto è, come il giallo, genere democratico: ognuno è un detective (il “popolino”), basta poco per creare (individuare) complotti, ordinari, a diecine. I complotti piacciono. Per la natura del complotto, che si costruisce come un giallo - spiega cioè ogni cosa senza che essa debba essere vera. Una corrente di pensiero vuole del resto il giallo, e dunque il complotto, in ogni forma logica: discenderebbe dalla necessità di causa ed effetto. Heisenberg ce ne vorrebbe privare, così presto - è appena un secolo, un secolo e mezzo contando Poe, che l’umanità si gode il giallo e i piaceri della logica. Ma questo è il difetto dell’epagoge, inductio, che abbisogna di una gran quantità di cose per porre il principio logico, o universale. Quante devono essere queste cose? Quanti giudici devono voler fare le scarpe a Mastella perché Mastella li possa denunciare? E quanti affaristi, anche non massoni, Mastella deve frequentare prima che sia dichiarato complice? E la conclusione si può sempre rovesciare.
Si può immaginare un giallo fatto di deduzioni e controdeduzioni, che vadano avanti per duecento pagine, quanto il giallo dev’essere lungo. Oppure di un monte di fatti cui si contrappone un altro monte di fatti. Questo è stato fatto spesso in letteratura, il volgare “visto dall’uno visto dall’altro”. Né vale l‘inverso, l’apagoge, che non è, per quanto forbita, onorevole e anzi è fastidiosa. Ne era maestro Socrate, di cui gli ateniesi si liberarono con sollievo. L’apagoge è l’abduzione, la tecnica per cui si assume la tesi dell’interlocutore per vera, ma poi, unendola a qualche altra proposizione nota come vera, se ne trae una conclusione palesemente falsa, in quanto contraddice la natura delle cose (argomento ad rem), oppure le altre affermazioni dell’interlocutore (argomento ad hominem). Si dice che Sherlock Holmes ne sia maestro, e invece è simpatico perché le evita.
Ma sui segreti non bisognerebbe indulgere, questa è l’unica ricetta, e forse i lettori, se non il giallo, stanno tornando ai fondamentali. Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano la realtà e la storia, e questo non fa bene ai più, non è propriamente democratico. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte. Con le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Con il Ris di Parma e le tecniche d’intercettazione, che in un buon giallo si farebbero valere per i buchi, non innocenti. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nell’alchimia del potere, che si vuole arcano per quanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge. Rovesciare la realtà è ottimo esercizio d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene.
La giustizia è come il Ris, è sempre insoddisfacente. La giustizia per un cristiano non è affare di legge ma di coscienza: siamo legge a noi stessi. È già così nella tradizione di Socrate, cioè di Platone, ma san Giovanni ne fa un precetto nel suo Vangelo, 1, 17: “La legge fu data a Mosè, la verità e la grazia si diffondono con Gesù Cristo”. Per questo la legge è sempre insoddisfacente. Il male del resto è molto più grande dell’illegalità, assassinio compreso: il rapporto è del cinque, forse dieci, per cento rispetto a tutto il male autoinflitto, a quello della natura, malattia compresa, a quello degli affetti, del lavoro, dell’invidia, della gelosia, dell’avarizia e di ogni altri peccato, e della prepotenza quotidiana, specie di quella dei tutori dell’ordine, che in Italia vogliono essere sbirri.
Ma la logica, compresa del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa già la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare. Perché la verità è democratica, ognuno è buon filologo tedesco (ricordate il precetto che immortala l’“io so” e Pasolini? “Un sapere senza prove precede necessariamente il sapere che si trova”): non ci vuole mica molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, coi tiranti, le redini, la frusta, annunciata, prevista, spiegata perfino, nei talk-show, tra belle gambe. Ma il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino benché indigente. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è anche il regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia. Però sono manifesti. E si torna, dopo l’attesa del nuovo, al paese senza verità.

martedì 9 ottobre 2007

Severgnini, "L'Italiano" - ben pagato

Duecento pagine per non dire niente. Con la pretesa di essere la vera (buona) Italia. Congruo il prezzo, i best-seller vanno pagati. 
Severgnini, Beppe, L'italiano. Lezioni semiserie, Rizzoli, pp.205, € 17,50

"Fratelli di sangue" o la mafia cresimata

Rari, e deiettivi, fino a una ventina di anni fa, i libri di mafia sono ora un genere. Si pubblicano a centinaia ogni anno, anche a opera di firme illustri, Biagi, Bocca, e si vendono a milioni di copie. Fatalmente mitografici. Luigi Lombardi Satriani, che fornisce a "Fratelli di sangue" di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso la nota introduttiva, denuncia subito il circolo vizioso: da rabbia e rassegnazione non viene fuori nulla, e “se, d’altro canto, viene rappresentata la ‘ndrangheta come una realtà tenebrosa”, imprendibile, si favorisce “una spettacolarizzazione,… suscettibile… di ulteriore enfatizzazione, ma senza che essa sia minimamente scalfita”. “Fratelli di sangue” è un best-seller tanto più significativo in quanto è di ardua lettura, tra un migliaio di nomi insignificanti, e modelli organizzativi e gestionali che variano a ogni pagina.
Viene fuori da questi libri una mafia capacissima in tutto, nelle stragi, negli affari, in politica, nell’amministrazione, nell’organizzazione e gestione aziendale, e perfino in filosofia e nelle procedure dibattimentali. Sono appena trent’anni dalla “mafia imprenditrice” di Cordova e Arlacchi, testo seminale del genere, e gli ‘ndranghetisti, benché spesso analfabeti, sono diventati geni del saper fare in ogni campo. Lo sono nei fatti, si dirà, poiché restano vincenti. Ma nei fatti le mafie inciampano: non fanno mai il balzo a borghesia e a ceto dirigente legale, producono insicurezza oltre che violenza, contrariamente alla vulgata sociologica, producono altra mafia, e solo questo sanno fare. Che cos’è allora questa loro ubiqua capacità di dominio? Altro dato è l’alto tasso di violenza tra i clan contrapposti, con centinaia di assassinii ogni anno, impropriamente detto faida. C’è qualcosa che non quadra in questo genere letterario, a parte il legittimo desiderio di vendere molte copie. Quanto all’antimafia basti un solo fatto: a San Luca, dove la guerra di mafia era ripresa feroce tra Natale e metà 2007, gli arresti che avrebbero evitato la strage di Duisburg a Ferragosto sono stati fatti “dopo” la strage. E ancora: dalle intercettazioni, da cui si sapeva con chiarezza della strage in preparazione, risultava che uno dei due fronti aveva una basista a Roma a Cinecittà, una costumista in grado di fornire ottimi camuffamenti, che però non è stata arrestata. È l’antimafia degli informatori-pentiti-mafiosi? In questo senso sì, i mafiosi sono onnipotenti, se, oltre che domare la politica, gestiscono la stessa repressione attraverso i pentiti e le soffiate.
I fatti di questi best-seller sono invece sempre mirabolanti. Già alle pagine 18 e 19 la regia del mercato internazionale della cocaina è calabrese, un sommergibile porta la cocaina in Calabria, un clan chiede a una banca tedesca due miliardi di dollari in rubli per comprarsi una banca, un’acciaieria e una raffineria di petrolio in Russia, mediatore (p. 129) un Sebastiano Filippone, la ‘ndrangheta di Melito Porto Salvo tratta combustibile nucleare, prodotto in Usa dalla General Electric, per venderlo in Zaire. Si può non sapere che cos'è la General Electric, ma la ‘ndrangheta che fattura il 3,4 per cento del pil italiano, cioè una volta e mezzo il pil dichiarato di tutta la Calabria, ben 110 miliardi di euro, anche 120? L'evento è tanto più miracoloso considerando che si sta parlando solo della provincia di Reggio, da Rosarno sul Tirreno a Monasterace sullo Jonio (il confine della mafia è bizzarramente amministrativo). Ci sono diecimila mafiosi censiti in Calabria, di cui 7.300 nella provincia di Reggio, una delle cinque.
Tutto ciò potrebbe essere molto calabrese, di quel particolare humour che si diverte a “sballarle”. A p. 128 il mafioso D’Agostino s’incontra con Gheddafi dal gioielliere Bulgari a Roma. Per preparare la secessione della Calabria e della Sicilia. D’accordo con Concutelli. A p. 155 la ‘ndrangheta riscuote un dollaro e mezzo per ogni container in transito dal porto di Gioia Tauro: poiché Gioia Tauro movimenta 3,5 milioni di container l’anno, la ‘ndrangheta ci ricava 5-6 milioni di dollari, più della società Maesk che gestisce lo scalo, la più grande del mondo. A p. 209 Vito Rizzuto, in carcere negli Usa per omicidio, figlio di Nicolò, in carcere in Canada per droga, stava per “investire cinque miliardi di euro” nel Ponte sullo Stretto. Ma a p. 94 gli autori hanno parlato sul serio: “un calabrese su quattro”, dicono, “è un mafioso”. Senza escludere i bambini, le donne, i vecchi, i bigotti, gli scemi. Succede cosi che, anche se una giornata in Calabria è scandita da incontri ordinari, fruttivendolo, droghiere, tabaccaio, macellaio, qualche vicino di casa, uno ogni giorno ha a che fare con due mafiosi, o poco meno. In appendice il quadro sinottico dei processi per associazione a delinquere in Calabria tra il 1880 e il 1906, e i rituali della ‘ndrangheta - “questa parte”, dicono gli autori, “è tratta integralmente da rapporti giudiziari e sentenze”: si capisce che la mafia, così perseguìta, prosperi.
Non mancano le pezze solide, costruite con le indagini delle polizie federali e statali del Canada e dell’Australia. Ma sommerse dalle fandonie dei pentiti, dalla trita letteratura dell’Onorata Società di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, dei riti del sangue, delle formalistiche massoniche, e naturalmente della Spagna di maniera, manzoniana - qui si risale a Toledo, 1417 (che è già un passo avanti rispetto a Tucidide, Aristotele, Diodoro Siculo, Plutarco e Polibio di p. 21). Gratteri, che pure è magistrato della Dda a Reggio Calabria, e Nicaso danno a questa letteratura anche una certa qualità: “La società è una palla che va girando per il mondo”, dice un innominato capo ‘ndrina, un capetto, “fredda come il ghiaccio, calda come il fuoco, e sottile come la seta”.
È chiaro che è in gioco, oltre al piacere di sballarle, la morfologia del pentito, che è un criminale e per ciò stesso un semianalfabeta, normalmente un autodidatta del carcere: quello del vecchio stampo conosceva Dante a memoria, quello del nuovo sa di Colombia, Turchia, Berlusconi, centrali nucleari, della Russia mercato aperto, e in genere quello che sente al telegiornale. Oppure ha fatto la scuola dell’obbligo: “I personaggi di riferimento dei santisti (capicosca, n.d.r.) sono il generale Alfonso La Marmora come stratega di battaglie e il generale Giuseppe Garibaldi come combattente per la libertà e la giustizia”, spiega il pentito di droga Fonte, “il tutto ha un’evidente radice massonica e un profondo legame storico” (p. 74). Quanto profondo? Uno a volte pensa di avere le allucinazioni. Il pentito avrà fatto il bersagliere? Ma non è tutto: nella stessa p. 74 ci sono i vangeli, che sono più dei santisti, e come riferimento hanno Camillo Benso di Cavour, “somma mente di statista”.
In una regione senza memoria, che anzi ne distrugge con applicazione i segni, tutto si sa, documentato, articolato, della mafia. Non si può che congratularsi: nulla o quasi si sa della Calabria greca, latina, longobarda, bizantina, saracena, normanna, angioina, catalana, borbonica, nemmeno di quella garibaldina, ma tutto si sa della mafia. Se non che questa storia, per quanto dovutamente critica, mette in bella copia una realtà che, per essere contemporanea e sotto gli occhi di tutti, è invece sordida e miserabile. Gli occhi avidi dei lettori, se non le presenze arcigne dei Grandi Autori, proiettano su di essa un’aura di dinamismo e invincibilità. A tutti è chiaro che fra Robin Hood e Totò Riina c’è un abisso siderale, e tuttavia si è riusciti a fare di un volgare assassino, estremamente violento, un personaggio, di cui sappiamo anche il destino della moglie, dei figli, dei possedimenti, e cosa mangia, cosa beve, eccetera.
Una chiave utile di queste pubblicazioni è, tra i tanti topoi, la sorpresa per le donne coinvolte nella ‘ndrangheta. Perché la sorpresa? Perché la donna meridionale è quella del Nord: non quella che ogni meridionale conosce, libera e attiva, ma obbediente e velata donna di casa come la vuole la pubblicistica del Nord, e a cui l’uomo del Sud si confà. Queste pubblicazioni dicono quello che ci si aspetta che dicano: non rivelano e non spiegano, non servono cioè contro la mafia, solo confermano, irrobustendoli, i luoghi comuni. Il lettore non vuole sorprese, vuole confermarsi più che sapere, sono libri da cresima.

lunedì 8 ottobre 2007

Ancora uno sforzo, al ribasso, e Az sarà padana

Il peggio di tutto all’Alitalia sono i venditori. Non Tps, che non sa vendere nemmeno se stesso. Ma Prodi, che l’azienda ha avuto in mano per vent’anni, e ora fa di tutto per svendere – la "prodiana" registrerà un giorno che da manager non salvò una sola azienda del suo ricchissimo parco all’Iri, e tutte le svendette, Comit, Credit, Cirio, Gs, Italsider, eccetera. Dieci anni fa, al tornante cruciale, quando tutte le aviolinee europee furono ricapitalizzate fortemente dai relativi Stati, Prodi si arroccò dietro il solito vigilante europeo per dare all’Alitalia un settimo di quanto Air France ebbe dal suo governo. E non contento indebolì anche l’unico manager capace che l’Alitalia abbia avuto dopo Nordio, Domenico Cempella, che già dieci anni fa aveva individuato la via maestra nell’alleanza-fusione europea. Il liquidatore è ora fortemente impegnato a dare il colpo finale all’azienda, l’unica industria, a parte la Rai, nel territorio del suo amico Veltroni. Ci riuscirà? L’obiettivo non è il fallimento, naturalmente, solo un indebolimento che consenta di venderla a poco, a Air France ma con un amico italiano alle costole. Che non è l’Air One di Toto.
Az ha in corpo valore aggiunto che, in piccolo, è tuttavia ben superiore agli utili che i maggiori possono estrarre dal traffico, la British, la Lufthansa e la stessa Air France, palesemente troppo estesa. Basterebbe il Milano-Roma per fare ricca qualsiasi azienda. E poi c’è da vendere l’Italia, che non è difficile. Anche se Alitalia ha tradizione consolidata e molto immaginifica di soperchierie a danno dei viaggiatori incalliti: tariffe capestro, overbooking, endorsement impossibili, nessuna assistenza ai viaggiaori, in aeroporto e fuori, il ricalcolo interminabile della tariffa, magari di un dollaro su cinquecento, nessun follow-up, nessuna fidelizzazione, e perfino un sito web, negli ultimi dieci anni, quando tutti volano via internet, mai aggiornato e mai efficiente. Ha il punto debole, forse per analogia con la sua situazione politica, proprio nelle vendite: in teoria non è concepibile un’azienda che sia così incapace di vendere i propri prodotti come l’Alitalia, promozioni, pacchetti, sconti, compri oggi paghi domani, tariffe modulate, il marketing è inventivo, ma non per Alitalia. L’azienda ha insomma le sue colpe, che s’innestano direttamente sul suo genos originario, quando l’arcifascista (ex) Bruno Velani la creò come un monumento d’italianità, bello, grande, sicuro, ma non benevoente, pieno di se stesso. L’italianità è ora l’ultimo sgambetto all’onore dell’azienda, e alle tasche degli azionisti, Tesoro compreso: bisogna che valga molto poco perché la cordata padana cui sta lavorando il fido Rovati possa comprarsela senza sborsare.
L’Alitalia è la più grande azienda di Roma, più della Rai. Ha 36 mila fornitori. Fa (faceva, e continua a finanziare) l’addestramento dei piloti. Nonché, fin dall’età scolare, la formazione dei tecnici. Ha metà del traffico italiano. Ha un settore tecnico-manutentivo apprezzato e in ottima posizione logistica al centro del Mediterraneo, in grado se valorizzato di servire le grandi aviolinee del Medio Oriente e dell’Asia, e che già guadagna – Lufthansa fa i guadagni in questa metà dell’azienda. Liberandosi di Malpensa, risparmia 50 milioni di maggiori costi. Con la giusta dose di capitale si libererebbe del debito, che comunque è solo a un miliardo. Ma tutto questo dopo, dopo la cessione di favore.

La F1 deve riparlare inglese

“Piccolo e nero” sì, ma sul noto coro "siamo sempre inglesi". Non c’è solo la Ferrari a far vincere, a settimane alterne, Hamilton e la MacLaren, la Formula 1 è ancora, dove è possibile, imperialmente britannica. Alonso, che può permetterselo avendo strappato due mondiali da outsider, è stato chiaro ieri con “Repubblica”: troppe le decisioni della Fia, quella di giovedì è solo l’ultima di una serie, a favore di Hamilton. La giustizia britannica è naturalmente superiore, la mafia non c'entra: se lo sono scelto “piccolo e nero” e ne faranno un re, la gloriola britannica che si pensava estinta con la decolonizzazione si ripresenta con la multietnicità. Nessuno ci scommette più, ma solo perché non è una scommessa.

Toaff, l'assassinio del libro

Riletto “Pasque di sangue”, non vi si trova lo scandalo. La prima cosa da dire è che Toaff è livornese e non pisano – non è parte della storiografia autoreferente. La seconda è più seria: Toaff tenta di laicizzare (storicizzare) la storia degli ebrei, che torna trionfalistica per effetto perverso dell'Olocausto, l'evento che da alcuni decenni esaurisce tutta la coscienza ebraica. Il revisionismo che l’Olocausto impone - la mancata elaborazione del lutto - è a suo modo “negazionista”, per cui non solo la creazione ma tutta la storia, quella buona, è ebraica. È curiosamente trionfalistico anche l’ebraismo italiano, che era sempre stato laico, da Riccardo di Segni, “Il Vangelo del Ghetto” a Anna Foa, “Ebrei in Europa”. Per una anacronistica reviviscenza dell’ideologia ottocentesca dei primati nazionali, in una col nazionalismo d’Israele. Per l’orgoglio anche, che è la cifra caratteriale della cultura ebraica – c’è qualcosa come il carattere di una cultura. Non mitigata dall’Olocausto e dalla Memoria, come si penserebbe, ma rafforzata e anzi acuita. In contrasto cioè con l’altra cifra caratteriale ebraica, la prudenza. Tre aggettivi stridenti basterebbe a Toaff di sopprimere o modificare, o quattro, di quelli di cui l’ipercritico Ginzburg si compiace, giustamente, poiché concorrono al piacere che dà la lettura dei suoi testi - o forse solo una m al posto di una r, miti invece che riti, in un paio di occasioni.
Tutta la polemica è anticipata dallo stesso Toaff in nota a p. 276, dove rimprovera a Langmuir il rifiuto, “con sdegnosa sicumera”, del collegamento fra lo “stereotipo dell’accusa del sangue” (crocifissione e consumo del sangue) e l’irrisione ebraica di Cristo e dei riti della Passione, supposto da Cecil Roth e Miri Rubin. Nelle sinistre Toledòth Jéshu, le grossolane storie di Gesù redatte con cognizione di causa, da chi conosce i Vangeli, specie nelle omissioni, ironiche, ridicole, sarcastiche, che sono una costante della tradizione ebraica. “La produzione delle Toledòth è un processo continuo d’accumulo di materiale e di rielaborazione sistematica”, afferma lo stesso Di Segni, che ne è studioso, una serie di testi “blasfemi”, una letteratura che ha “fama sinistra” tra i cristiani, e imbarazza gli ebrei. Purim, che spesso coincide con la Settimana Santa, assume col tempo carattere anticristiano e blasfemo – ne ha parlato Frazer, poi non più. Ma è una letteratura viva, che comincia al tempo dei Vangeli, prima quindi della dispersione, dell’anno Mille, delle Crociate, dell’accusa del sangue, delle conversioni forzose, proseguendo fino a fine Ottocento. Non si tratta di risolvere i problemi entro lo schema “da una parte…. dall’altra”, o del cerchiobottismo. Ma di prendere atto che c’è partita, che ci sono, ci sono state, due squadre in campo. Gli storici ebrei, si difende Toaff in anticipo, che vorrebbero collegare l’accusa “a comportamenti ebraici reali, magari malinterpretati, sarebbero intenzionalmente in errore perché timorosi di affrontare apertamente la storiografia cristiana, incapaci di comprendere il potere dell’irrazionale nella mente umana o, peggio, obnubilati dalla velleitaria presunzione che gli ebrei svolgano un ruolo di qualche peso nella storia”.
La fine del paradigma indiziario
La storia di “Pasque di sangue” era dunque stata spiegata e risolta in anticipo, con chiarezza. Da spiegare restano le critiche, specie quelle di Adriano Prosperi e Carlo Ginzburg, su “Repubblica” e il “Corriere della sera”, violente graficamente e sintatticamente.
“Pasque di sangue” si può dire scritto – diversamente dagli altri libri di Toaff, finora storico piano della civiltà materiale dell’ebraismo italiano, “Il vino e la carne”, “Mostri giudei, l’immaginario ebraico”, “Mangiare alla giudia”, e autore, con Alain Elkann, di un “essere ebreo” - in stile Ginzburg. Che lo ha ripagato con un pesante intervento sul “Corriere della sera” del 23 febbraio, “L’errore di Toaff”. L’errore sarebbe stato di accettare il processo per buono, veritiero, cosa che Toaff non fa – e come lo potrebbe uno storico, la verità processuale è la verità del processo (Ginzburg, “Lo storico e il giudice”, una posizione che la Corte Costituzionale ha recepito nel 1998: fine del processo è “l’accertamento giudiziale dei fatti di reato e delle relative responsabilità”). Toaff lascia il processo a se stesso, dopo avere abbondantemente rilevato l’oltranzismo religioso del vescovo di Trento, e il carattere ambiguo delle persecuzioni contro gli ebrei, e anzi dello stesso pregiudizio, più spesso un furbo freddo pretesto per esazioni miliardarie, nonché i casi di bambini scomparsi poi riapparsi. In più punti le testimonianze accusatorie a Trento sono dette inverosimili, oltre che estorte. L’errore è semmai, se lo è, lo “stile Ginzburg” che Toaff adotta, della ricostituzione attraverso la rappresentazione, in uso peraltro nella buona storiografia da sempre, da Tucidide a Quinet. O questo schema interpretativo, che Ginzburg ribadisce nella sua ultima raccolta, “Il filo e le tracce. Vero, falso, finto”, è solo delle culture morte? La creazione di un quadro vivo, vivace, non si attaglia forse a vicende ancora aperte. Ma nella documentazione le pezze d’appoggio sono tante, soprattutto per quanto concerne la letteratura in ebraico, questo anche i suoi terribili critici dovrebbero riconoscerlo a Toaff.
Adriano Prosperi, “Repubblica” 10 febbraio 2007, parte dal presupposto che Toaff provi gli infanticidi, o almeno un infanticidio, per le “Pasque di sangue”. Colpa specifica poi gli fa di annunciare “trionfante di aver trovato “precisi riscontri”” alla testimonianza accusatoria a Trento di un ebreo convertito, che sarebbe stato a suo dire testimone di un infanticidio nel 1740 a Landshut. Mentre Toaff dice: “Sia l’infanticidio di Landshut che il successivo massacro degli ebrei trovano precisi riscontri nei documenti dell’epoca”. Questo testimone, dice Prosperi, era già in carcere per altro reato, cosa che Toaff omette di dire. Ma Toaff lo dice. La sua testimonianza, dice Toaff, fu “decisiva per mettere in moto la feroce macchina giudiziaria”. No, ci fu dell’altro, e Toaff lo racconta. Così come racconta – è una delle parti gustose del libro – le barricate del vescovo di Trento Hinderbach contro il messo papale che voleva vedere chiaro nel processo. Il rimprovero a Toaff di omissione di quelle che sono parti importanti del libro è segno d’irritazione ma ingiusto. Anche perché il metodo di “Pasque di sangue” ricalca quello che Prosperi e Ginzburg hanno proposto trentacinque anni fa in “Giochi di pazienza. Un seminario sul “Beneficio di Cristo””, dello storico come giocatore d’azzardo.
Di appena tre anni più giovane, Toaff ha voluto pagare un tributo indiretto ai due storici “pisani”, identificandosi nello storico come in uno che vuole escogitare e trovare “qualcosa di veramente nuovo” (“Ci sedevamo a un tavolo da gioco dove le carte erano in parte già state distribuite, e le regole fissate…..”). E questo risponde d’anticipo all’unica critica possibile, sul “dubbio coniugio fra l’antropologia dei riti ebraici qui diffusamente esposta e la storia dei rapporti di potere e dei pogrom”. Confusione che però Toaff non fa: non fa la storia del potere e dei pogrom, ma dei riti ebraici, dei riti del sangue – la storia e non l’antropologia, su testi, documenti e immagini, per la prima volta. Usa “la tecnica della drammatizzazione delle ipotesi”, che Prosperi gli rimprovera, componendo un quadro convincentemente vero, oltre che sapido, dell’ebraismo ashkenazita (tedesco) a cavaliere delle Alpi nel tardo medio Evo, che gli ebrei di Roma rigettò sotto il Po, ma non va oltre. Toaff attua la deontologia del buon storico, “essere obiettivo, imparziale, ricercatore della verità”, nel suo senso negativo, “non falsificare i dati della ricerca”, e in quello positivo, avere “una disponibilità illimitata nei confronti di tutto ciò che (ne) può emergere”, e pazienza se questa è la metodologia di Ginzburg-Prosperi. Toaff non va alle estreme conseguenze che Gizburg-Prosperi auspicavano nei primi anni Settanta, perché non cerca di trovare niente. Né usa con le fonti il discutibile metodo di “Giochi di pazienza” – “saremo gli ultimi a scandalizzarci” se gli altri studiosi hanno avuto in materia “presupposti extrascientifici”, giacché “essi li hanno portati a risultati di fatto con cui chiunque deve fare i conti”. Fa uso soltanto di un linguaggio scorrevole, per una storia come narrazione o rappresentazione, e questo forse lo ha perduto, non avendo né Prosperi né Ginzburg gradito l’omaggio (è anche vero che i “Giochi di pazienza”, pubblicato nel 1975, condannavano spiritosamente l’uso delle fonti processuali e delle controversie teologali: “Sarebbe come fare la storia dei gruppi extraparlamentari di sinistra sulla base delle relazioni del procuratore Sossi”, mentre ora si sa che tanto sbagliato non sarebbe stato).
Detto tutto, e forse involontariamente, “Pasque di sangue” segna la fine, o comunque la debolezza, del paradigma indiziario sul quale è stato costruito, per quanto appassionante. Oggetto non a caso della veemente critica di Ginzburg, il padre del paradigma. Ci sono – ci vogliono – interdizioni. Uno è certamente la misura, cardine di ogni giudizio, e quindi anche della storia. Un altro è la completezza – terminati tutti relativi, certo. Vale a questo punto tornate alla formulazione originaria dell’“indizio”, quella dell’“Introduzione all'analisi strutturale dei racconti” di Roland Barthes, del 1966 (tradotta in AA.VV., “L’analisi del racconto”, 1969), come uno dei due componenti di ogni storia, lo scarto, la differenza, l’altro essendo la “funzione”, o rapporto simpatetico tra i segmenti lineari del racconto. L’indizio è efficace artificio narrativo, di storie quindi compiute. La completezza è un altro prerequisito. Anche a costo di fuoriuscire dal “quadro”. E questo a Toaff, ha ragione lui, nessuno la può negare, la conoscenza delle fonti.
La storia è dei padroni?
Le critiche sono state numerose, oltre che scandalizzate. Ma tutte perpetuando paradossalmente l’idea che la storia è quella dei padroni-vincitori. Riccardo di Segni, ora rabbino capo di Roma, rimprovera a Toaff l’uso della “qualifica di “fondamentalisti” assolutamente anacronistica”, che per la verità Toaff circoscrive a gruppi limitati di fanatici che “avevano aggirato o sostituito le norme rituali della halakhah ebraica”, per la forza della tradizione popolare o per consuetudini “impregnate di elementi magici e alchemici”. Gli rimprovera anche la scarsa scientificità, che sarebbe attestata dalla mancata pubblicazione del lavoro via via che si sviluppava in riviste scientifiche. Mentre Toaff attesta che la sua ricerca ha discusso per sei anni in seminari alla sua università Bar-Ilan a Tel Aviv. Che è un’università religiosa benché laica – ha il compito statutario di “sintetizzare l’antico e il moderno, il sacro e il materiale, lo spirituale e lo scientifico” (fondata da un rabbino americano nel 1955, ha il nome di un rabbino berlinese sionista, Meir Bar-Ilan, che lo studio accademico voleva esteso alla Torah, ed è frequentata da ebrei credenti - Yigal Amir, l’assassino di Itzak Rabin, aveva da due anni ripreso gli studi a Bar-Ilan, di legge e ebraismo).
“Il più clamoroso errore logico compiuto dall’autore” è per Alessandro Barbero, “Tuttolibri” 3 marzo, l’affermazione “d’aver trovato “riscontri puntuali” alla confessione degli ebrei imputati a Trento nel 1475”. Ma questo non è vero: Toaff non porta riscontri sul fatto specifico, di cui dà al contrario una rappresentazione derisoria, rileva rispondenze nell’ebraismo tedesco di alcune pratiche rituali descritte da testimoni al processo. Curiosa la presentazione che il quotidiano israeliano “Haaretz” fa, con ben due giornalisti, del caso Toaff discusso alla Knesset: “Nel suo libro “Pasque di sangue”… Toaff fa il caso del processo per omicidio rituale di Trento nel 1475, insinuando che alcuni ebrei effettivamente uccisero il bambino, Simone, al centro dell’affaire. Ora specifica che gli ebrei di Trento non uccisero Simone, né nessun altro bambino cristiano, per scopi rituali”. David Bidussa sul “Riformista” del 24 febbraio chiede a Toaff: “Rovesciando le righe finali del suo testo, io non mi aspetto che si redima di fronte alla figura del Beato Simonino e si penta…”. Ma le ultime righe di Toaff sono apertamente irridenti verso il processo e il post-processo. Più sobria Anna Foa, che ha aperto le critiche, ma limitandosi a rimproverare a Toaff una “personale rilettura” delle fonti, e la mancanza di sensibilità politica sull’argomento.
Foa dirà poi di aver criticato il lancio del libro. Che però non ha avuto speciale pubblicità, non più delle anticipazioni che si fanno dei libri con qualche giornale. Nell’occasione col “Corriere della sera”, che ha titolato “La sconcertante rivelazione di Ariel Toaff: il mito dei sacrifici umani non è solo una menzogna antisemita - Quelle Pasque di Sangue - Il fondamentalismo ebraico nelle tenebre del Medioevo”, la presentazione di Sergio Luzzatto, piuttosto anodina. Le critiche sono dunque al “Corriere della sera”? Non è possibile, ma probabile sì. Il 6 febbraio Luzzatto presenta il libro, l’8 e il 10 febbraio Foa e Prosperi lo stroncano su “Repubblica”, il libro è in vendita dal 12 febbraio, il 16 febbraio è ritirato. Toaff destina i diritti sulle tremila copie vendute all’Anti-Defamation League.
Alcune critiche sono apertamente bizzarre. Prosperi e Ginzburg contestano la serietà della Biblioteca di storia del Mulino. L’1 maggio Prosperi torna sull’argomento, a proposito del libro lampo che Franco Cardini pubblica sul caso: non gli piacciono gli storici che scrivono per i giornali. Adriano Prosperi dunque scrive su un giornale che scrivere per un giornale non è scrivere… Anzi, fa di più: su un giornale insolentisce come autore in cerca di scoop uno storico, Toaff, che non scrive per i giornali. La polemica insomma è subito partita come sempre suole per la tangente – Cardini, che in argomento aveva esordito entusiasta, “chapeau per Ariel Toaff”, “Avvenire” 7 febbraio, produce in poche settimane un libro per pentirsi, “Una riconsiderazione”, introducendo il politicamente corretto nella storiografia: “Ci sono cose di cui è opportuno tacere”.
Gli ashkenaziti, un'altra storia
L’originalità del libro è di situare le Pasque di sangue e la relativa paranoia in ambito germanico, anche “di qua delle Alpi”, tra le colonie ebraiche di origine tedesca che a lungo si mantennero tedescofone. C’era un commercio transalpino di sangue coagulato, indiscutibile (il “sangue giovane” è pregiato negli elettuari tedeschi, eccetera). Il culto del sangue era forte in Germania, tra i cristiani e tra gli ebrei (Isacco, la lebbra del faraone, la circoncisione, che comincia con l’esodo dall’Egitto, la prima piaga d’Egitto…), malgrado le interdizioni bibliche. Gli ashkenaziti erano anticristiani con la stessa virulenza con cui Lutero sarebbe stato antisemita. Questo argomento può essere discutibile, ma di questo si dovrebbe parlare, non accusare Toaff di oscenità.
Ginzburg attribuisce a Toaff, cui toglie la qualifica di studioso, così come a Sergio Luzzatto, ogni demerito, dall’antisemitismo della “Civiltà cattolica” nel 1914 all’abuso della sua autorevolezza, sua di Ginzburg. Da storico, l’accusa al “libro pessimo” è che “l’esistenza di eventi specifici viene provata sulla base di un contesto culturale: un’assurdità”. Ma Toaff non dice che l’accusa a Trento fu provata. Al contrario ricostituisce un contesto culturale di cui s’era persa la memoria, nel quale gli accusati a Trento vivevano e operavano: l’odio reciproco tra ebrei e cristiani in terra tedesca. In un’epoca in cui si faceva commercio di sangue, anche liofilizzato, non necessariamente umano, o non di morti assassinati. Le accuse d’infanticidio rituale e di profanazione dell’ostia erano tipicamente tedesche. È in Germania che la circoncisione e la crocefissione sono rappresentate come violenze semitiche, alla stregua dell’omicidio rituale. Sulla traccia che Isaia Sonne ha individuato nel 1954 in “Da Paolo IV a Pio V”: Yoseph Ha-Cohen (Giuseppe Sacerdoti), uno dei più noti cronisti ebrei del Cinquecento, che molto scrisse contro le false accuse d’infanticidio, “generalmente attribuisce alla deplorevole condotta degli ashkenaziti e alla loro mancanza di scrupoli il deterioramento dei rapporti delle comunità ebraiche in Italia con la società cristiana”, al punto che “gli avvenimenti e le circostanze in cui la responsabilità degli ashkenaziti era accertata… Erano sottaciuti dagli storici ebrei nel timore che portassero acqua al mulino degli antisemiti”.
Anche per questo gli ashkenaziti a lungo si mantennero divisi dagli ebrei che salivano da Roma, oltre che per lingua, riti e pratiche commerciali, quando non “fratelli coltelli”: ci sono più scambi, fra Tre e Cinquecento, tra gli ebrei pedemontani, tedescofoni, ashkernaziti, e gli ebrei di Germania che non tra gli stessi e gli ebrei al di qua del Reno. A metà Quattrocento gli ebrei romani sono praticamente espulsi dalle città venete, più spesso a opera dei concorrenti ashkenaziti. La Comunità tedesca separata dalle altre è ancora nella classica memoria di Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini” - la sinagoga italiana è al secondo piano, al piano nobile c’è quella tedesca, “così diversa nella sua severa accolta, quasi luterana, di lobbie borghesi”. In una pluralità distinta di comunioni, certo: “Le varie cosiddette Nazioni nelle quali era divisa nel Cinque e Seicento la Comunità veneziana, la Nazione levantina, la ponentina, la tedesca, l’italiana”, e all’interno della ponentina c’erano almeno quattro distinti riti e tempi, spagnolo, portoghese, catalano e provenzale. La superbia dei tedeschi avrà pure avuto qualche fondamento (al processo di Trento Anna da Montagnana, donna di casa, sa leggere l’ebraico e tradurlo), ma nondimeno tale è - il protagonista del racconto si fa anche raccontare dal professor Finzi-Contini “l’ideale dell’ottimo storico”, in questi termini: “Il raggiungimento della verità, senza però mai smarrire per istrada il senso dell’opportunità e della giustizia”.
La colpa è di Toaff
La colpa di Toaff è in ciò che egli non dice ma rappresenta, documentandolo: che l’odio fra ebrei e cristiani era, in certe comunità, reciproco. È cioè il cuore del libro, della ricerca. Quanto reciprocamente feroce la rappresentazione non può dire. La storia documenta unicamente persecuzioni di ebrei a opera di cristiani, e in questo senso è scritta, incontestata. Ma se l’odio e il disprezzo sono forti anche nei perseguitati, perché non dirlo? Lo storico cerca la storia. Prima e al di là della colpa, che certo è cristiana. Lo storico non si limita a dire che i cristiani sono malvagi, ce ne dice anche i motivi e le circostanze. Che non è un giudizio, con assoluzioni e condanne, non in senso giuridico. Le prove, dice Aristotele, sono il “nucleo essenziale” dello storico. Ma la storiografia nella “Retorica” di Aristotele, che mostra di condividere, Ginzburg formula in “Rapporti di forza”, p.62, “come segue:
a) la storia umana può essere ricostruita sulla base di tracce, indizi, sēmeia;b) tali ricostruzioni implicano tacitamente una serie di connessioni naturali e necessarie (tekmēria) che hanno carattere di certezza: Fino a prova contraria un essere umano non può vivere duecento anni, non può trovarsi contemporaneamente in due posti diversi, etc.;
c) al di fuori di queste connessioni naturali gli storici si muovono nell’ambito del verosimile (eikos), talvolta dell’estremamente verosimile, mai del certo – anche se nei loro scritti la distinzione tra “estremamente verosimile” e “certo” tende a sfumare”.
Toaff, malgrado lo stile, si mantiene sobrio. Sa forse che c’è la prova di Lutero alla radice della odierna cultura del sospetto, di Marx, Nietzsche, Freud, e del paradigma indiziario: non so se gli ebrei uccidono i bambini e avvelenano le acque, però so che se lo potessero fare non gliene mancherebbe la volontà. Toaff si mantiene su questo con fermezza saldo: bisognerebbe prima conoscere tutti gli ebrei, uno per uno. Fare spazio cioè anche al non sospetto, altrimenti la prova è un sottoprodotto kantiano. “Pasque di sangue” è un quadro della presenza ebraica in Italia, attiva, non marginale, diversificata. Uno dei più solidi libri di storia, di storia d’insieme, di un fenomeno legato al suo tempo, Toaff è efficace creatore del contesto. Un libro documentato e ben organizzato, e quindi saggio. Cosa gli manca? Una minima cura redazionale, quasi nulla: tre, forse quattro, aggettivi da calibrare, o al limite eliminare - e a p. 112 “la Domenica delle Palme, mercoledì 22 marzo”. C’è anche lo “scambio amoroso con le fonti” che Natalie Zemon Davis rileva fra gli storici. Ma con effetti positivi più che negativi, poiché Toaff sa far rivivere roba sepolta da tempo. Ariel Toaff è socio onoraro dell’Aisg, l’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo. Ma meno distaccato di Heine che scrive “Il rabbino di Bacharach”, il rabbino che si allontana dalla sua comunità quando essa cade sotto l’accusa del sangue. Delle critiche il meno che si può dire è che hanno perpetrato l’assassinio di un libro. Non rituale, volontario. Per un movente che non sappiamo, e forse non c’è – la stampa talvolta si annoda su stessa, l’opinione pubblica: l’abominio è pretestuoso, del tutto, e sa di interdetto e non di condanna argomentata, malgrado l’autorevolezza dei giudici.
Che dirne? Poiché è della vicenda editoriale che si è discusso e non del merito della ricerca – non del merito della ricerca – la verità è l’incredibile perdurante assunto, tanto più incredibile in questa epoca di contestazione globale dell’Europa, nella globalizzazione e sotto la sfida dell’integralismo religioso, che l’Europa si riduca al papa, anzi al papa e all’inquisizione, cinquecento anni di storia moderna, quando non i suoi due millenni abbondanti di vita. Assurdo più che incredibile assunto dei modernisti, che limitano la loro attività all’argomento più becero della controversistica protestante, poi massonica, ringhiosi cani da guardia di una “verità” che dovrebbero invece combattere. Un omaggio diabolico al papa, che altro dire?, ma che c’entrano gli storici? O è la miseria della storia, e della stessa tolleranza, quale la storia la registra: la ferocia è purtroppo connaturata all’intolleranza dei tolleranti, tanto sono pieni di sé.

sabato 6 ottobre 2007

Vaffanculo sull'8

Salgono sull’8 a viale Trastevere tre albanesi, o zingari, giovani, un uomo e due donne, una delle quali, di sguardo e portamento autorevoli, è incinta. L’8 è la “metropolitana di superficie” che a Roma serve mezza città, insomma un tram, che di solito è affollato, ma non a quest’ora, a mezzogiorno. L’entrata dei tre allarma un gruppo di asiatici sulla parte anteriore sopraelevata del tram, che vanno al loro commercio, ma niente di più. Tutti sono puliti, vestiti con proprietà, di taglio, di colori. L’albanese, o zingaro che sia, ha la camicia bianca e la cravatta. Gli ambulanti asiatici tengono i loro oggetti, occhiali, bigiotteria, orologi, in cartelle ripiegate a valigia. C’è l’aria condizionata, e c’è posto per tutti, eccetto che per il vostro testimone e i tre albanesi, o zingari, compresa la donna incinta, cui nessuno offre il posto, né lei lo cerca.
Si procede nel cicaleccio di lingue ignote, nel rumore attutito della linea ferrata. Finché dalla porta, prima della fermata, un signore robusto non intona la litania: “Non mi toccare! Fai il furbo? Non ridere, io ti riconosco, sa'? La gente come te non dovrebbe stare in libertà” eccetera. Avviandosi all’uscita, si è sentito toccare dal giovane albanese\zingaro, e ha temuto il borseggio. Il giovane sorride, l’incinta si avanza maestosa e interpella l’accusatore. Non si capisce cosa dice, se non “incinta”, che ripete toccandosi il ventre, ma è arrabbiata. L’accusatore si difende: “Cosa vuoi? Ma chi ti conosce? E guarda negli occhi le persone quando ci parli”, e scende. La donna lo accompagna con uno sprezzante, ben pronunciato: “Vaffanculo!”.
È un innesco. Dalla predella anteriore gli asiatici avviano, in gruppo e a turno, una filippica contro la donna. Non si capisce che dicono, ma il loro “vaffanculo”, singolo e di gruppo, è scandito. La donna li fronteggia con voce sonoramente vivace, anche se composta, di cui solo si afferrano un paio di “incinta”, sottolineati dalla mano che batte sulla pancia. L’alterco dura fino alla fermata successiva, a piazza Sonnino i tre albanesi\zingari scendono. Ha l’ultima parola la giovane matrona, che si gira dal marciapiedi, e attraverso la porta ancora aperta lancia l’ultimo “vaffanculo!”. Poi le porte lente si richiudono, e si riparte.
Sul ponte Garibaldi il tram sembra avere un’ulteriore esitazione – pare che il rollio faccia vibrare i pilastri del ponte, come un reggimento che segnasse il passo, sono stati fatti degli studi, se non sono ubbie da colonnello in pensione. Tre degli asiatici si preparano a scendere al ministero con le loro cartelle. E una conversazione ravvicinata sale progressivamente di tono. Un signore baffuto in età ha ripreso il discorso: “Io voglio essere padrone a casa mia. Tutti vogliono essere padroni a casa loro, è un loro diritto”. Si rivolge a una ragazza seduta accanto alla porta, che a lungo ha guardato intenta, senza alzarsi, la donna incinta. Sembrano padre e figlia, o zio e nipote, c’è familiarità tra i due. La ragazza dice qualcosa, che non si ode, il baffuto tuona: “Io non dico che non ci sia spazio per tutti, ma a casa mia comando io. Sarò felice di ospitarvi, ma a casa mia comando io”, eccetera. L’8 intanto è arrivato all’Argentina, e i due se ne vanno separatamente senza salutarsi. Il “Fanculo pensiero”, prima che del comico Grillo, è di autore croato. È residuo quindi del comunismo. Potrebbe essere di disappunto, per quello che non è stato. O di rabbia, una reazione a quello che è stato?
Non c’è tempo per pensarci, l’H arriva, che va a Termini ed è coincidenza rara, sul marciapiedi di palazzo Caetani. Arriva ma non apre le porte. E anzi riparte nel mentre che il vostro testimone è giunto trafelato davanti alla porta. Il “vaffanculo!” all’indirizzo dell’autista dev’essere stato sonoro, si sa che gli autisti dell’Atac sono stronzi e vi chiudono le porte in faccia, tanto che lo stesso autobus sussulta, mentre si ferma. È un lungo momento, l’autista apre la porta, ma potrebbe essere un invito al litigio che conviene evitare, poi lento riparte. E' che non c’è fermata in quel luogo dell’H, la palina non la segna - l’H è uno di quei bus che saltano una fermata su due, o due su tre, l’Atac non organizza le fermate per favorire le coincidenze.

Per "Le Monde" chiedere all'Eliseo

Colombani passa a Sarkozy con dovizia di argomenti. Non per ambizione, da direttore silurato del "Monde" per eccesso di sinistrismo, ma per il repubblicanesimo e altre stoiche virtù. Si può essere ipocriti impunemente. Ma bisogna dire che Colombani non era ingenuo negli attacchi all'Italia per tutto il governo Berlusconi, e anche prima e anche dopo. A somiglianza dell'altro opinion leader straniero in Italia, l'"Economist", il cui direttore Bill Emmott è stato anch'egli poi silurato. Colombani con più spregiudicatezza, arrivando a mettere sotto accusa più volte il presidente Ciampi, con la scusa che non cacciava Berlusconi, benché eletto a grande maggioranza. Era il tempo in cui la Francia si comprava mezza Italia, dagli ipermercati alla Edison e alle banche, e Colombani spalleggiava in realtà la furiosa campagna del destrissimo Chirac, il presidente del 18 per cento dei francesi. In Francia e in Inghilterra i migliori giornali, quelli che fanno opinione in Italia, vengono sempre schierati quando ci sono interessi finanziari o commmerciali in gioco, di volta in volta sulla corruzione, la mafia, Berlusconi: in una serie storica i due tipi di attacchi combaciano sempre.

venerdì 5 ottobre 2007

Si dice "Corriere" ma è l'eco di Santoro

Apertura e due pagine del “Corriere della sera” per “Anno zero”, Santoro in tv. Con contorno di pettegolezzo, e un inviato a casa di Curzi, che di Santoro fu l'inventore. Chi l’avrebbe detto, di un giornale che, al tempo di “Lascia e raddoppia”, pensava che bastava non parlarne per cancellare Mike Buongiorno. Nemesi della storia? È la conferma che la tv surclassa il giornalismo? Santoro coi suoi quattro filibustieri è più bravo delle maestose flotte del grande giornalismo - è anche vero che alla tv basta poco, della giudicessa di Milano riesce a fare una pin-up.
Il fatto è importante, ma in fondo marginale – chi se ne frega dell’opinione pubblica? Ma è vero che Santoro coi suoi quattro filibustieri determinano l’agenda politica della nazione, e questa è miseria. I veri poveri, in questa Italia di avidi e prepotenti, sono i politici.

domenica 30 settembre 2007

Polsi, il luogo di culto con più continuità

Giuseppe Leuzzi

Andando per l’Aspromonte s’incontrano nella buona stagione trekker in solitudine e mountain biker entusiasti, ma soprattutto s’incontrano pellegrini. Di una specie particolare, devoti e caciaroni: vanno di preferenza in gruppi, e la fede manifestano in balli, botti e “mangiate”. Ballano anche dentro il santuario che è la loro meta, di Polsi o della Madre del Divin Pastore, più nota come Madonna della Montagna, sul versante jonico dell’Aspromonte. È una devozione che le autorità stanno modernizzando a tappe forzate, ma ancora prorompente di un’antica vitalità.
I pellegrini si moltiplicano nella seconda metà di agosto, per la festa che si celebra il 2 settembre. Arrivando spesso in fuoristrada: l’Aspromonte, “il luogo più aspro d’Italia” ancora per Norman Douglas, che fu in Calabria più volte tra il 1912 e il 1915, camminatore esperto, è oggi percorribile agevolmente con strade asfaltate – solo dal lato di San Luca Polsi resta isolato, cui un’improvvida politica l’ha legato amministrativamente. Ma in molti ancora preferiscono il pellegrinaggio a piedi, come si è sempre fatto, per le balze scoscese che si frappongono tra San Luca e il santuario, e giù quasi a picco dal piano di Carmelia e dal passo dei Reggitani, gli accessi che raccolgono i devoti rispettivamente dell’area jonica, del versante tirrenico - la piana di Gioia Tauro, Palmi, Bagnara, Messina – e di Reggio e lo Jonio reggino. Un gruppo di giovani di Bagaladi ci va a piedi: “Sono tre giorni e tre notti di cammino”, dicono senza enfasi.
Benché elevato, a 862 metri di altezza, il santuario si trova in una conca nella pancia della “montagna” – la “montagna” è l’Aspromonte. Un po’ protetto e un po’ imprigionato fra gli strapiombi. È una chiesa non grande, su un poggio che guarda il torrente Bonamico, formato a monte da due fiumare, attorniata da pochi chioschi di rinfreschi e ricordini, e dalle “case” residue delle comunità polsiane, quelle di Pedavoli (oggi Delianuova), Messina e Bagnara. Un eremo che la massa dei pellegrini soverchia dopo Ferragosto col numero e la voglia di festa. Che ogni gruppo si fa da sé, preferibilmente di notte, anche se il santuario non ha strutture di accoglienza. Un ex convento, che nel Novecento è servito da dormitorio di fortuna, oggi ristrutturato, è chiuso al pubblico: è utilizzato per convegni a carattere religioso, e da gruppi di pellegrini selezionati dal rettore, don Pino Strangio. Ma i pellegrini non si aspettano niente: dormono dove capita, nelle case, per terra, dentro la stessa chiesa, e ripartono contenti.
In realtà a Polsi non si dorme. Vi si va per pregare, ma la preghiera è soprattutto ballare la tarantella, sparare in aria (ora sempre meno: in teoria è proibito), e mangiare il castrato, il “capro”. Una realtà che supera l’immaginazione: fino agli ultimi divieti sanitari si scannavano e scuoiavano ogni giorno centinaia di capri, le pelli venivano stese ad asciugare lungo il Bonamico, le acque del torrente scorrevano rosse di sangue. Con la ristrutturazione avviata nel 2002, su iniziativa del Parco dell'Asperomonte e della diocesi di Locri-Gerace, allora retta da monsignor Giancarlo Bregantini, dai commissari prefettizi inviati a San Luca dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia, il sacrificio dei capri è stato ristretto ad appositi piccoli macelli. Nel 2006 è stato proibito, sempre per ragioni sanitarie, ma non per questo il capro non è più mangiato.
È un rito anomalo. La tarantella, che si suona e si balla ininterrottamente, notte e giorno, vi contribuisce col suo ritmo ossessivo da danza rituale. È tuttavia un rito “intimamente religioso”, secondo lo stesso vescovo del santuario, monsignor Giancarlo Bregantini, a capo dal 1994 della diocesi di Locri e Gerace. Bregantini, che con decisione ne ha avviato la normalizzazione, Polsi ha voluto aggiunto al sito e all’annuario ecclesiastico in lingua inglese, “diocesi di Locri, Gerace (e Polsi)”. Anche per il laico Tonino Perna, sociologo all’università di Messina, già deputato del Pci-Pds, ex presidente del Parco dell’Aspromonte, il pellegrinaggio “è una manifestazione di fede, un punto d’identità forte”, non regressivo: “È una devozione popolare, con forti elementi di liberazione”.
È una devozione femminile. I paesi e le città che hanno casa a Polsi sono legati al culto mariano. Continuazione, si tende oggi a pensare, del matriarcato di Locri, la colonia magnogreca, creata nel 719-720 a.C., del cui bacino Polsi sarebbe stato l’apice interno, “segreto” – tanto più se si considera che il Bonamico era a tratti navigabile ancora in epoca romana. Polsi si può dire dunque per molteplici indizi il luogo di culto con più continuità nel Mediterraneo e in Europa.
Caricato di connotazioni mafiose nel secolo scorso, il santuario se n’è rapidamente liberato nell’ultimo decennio, per il rinnovamento imposto da mons. Bregantni. Nonché a opera del Parco, che nel 2001 ha fatto adottare una Carta della civiltà dell’Aspromonte, e patrocina ogni anno Giornate della legalità nei comuni che ne fanno parte. La “mafia a Polsi” è – è stata - uno dei miti, seppure recenti e mediatici, legati al santuario: una “onorata società” vi terrebbe ogni anno una riunione per speciale devozione alla Madonna. Mentre il contrario è vero, il sacrilegio è la norma della locale criminalità: nel secolo scorso cinque preti del santuario sono stati assassinati (sette secondo alcuni), gli arredi, la Madonna e il Ceppo – la cassa che raccoglie le offerte – regolarmente spogliati (la notte del 30 ottobre 1936 di sei chili d’oro), incluse la “corazza” d’oro della statua e, tre volte, la corona d’oro.
La festa non cessa il 2 settembre. Una seconda celebrazione si tiene il 14 settembre, la festa della Croce. Di cui la chiesa vuole valorizzare la simbologia in altro contesto, della latinizzazione del culto come nascita dell’Europa. Poi Polsi entra in letargo, come dopo una forte febbre. “Per sei mesi”, dice il rettore Strangio, “parliamo coi fiocchi di neve e coi lupi alle cancellate”.

Persiste su Polsi, come su tutta la Calabria, “il silenzio della storia” di un lontano saggio di Leonida Repaci. Aggravato per il santuario dall’isolamento, che ha favorito a diverse epoche il saccheggio. Sono stati asportati molti dipinti e la biblioteca, più volte gli arredi, oltre agli ori e agli ex voto di pregio, e degli archivi non c’è traccia. Di quaranta codici greci che il visitatore apostolico Calceòpulo trovò a Polsi nel 1457 ne sopravvivono in biblioteche note solo tre. Le ultime due tele sono state sottratte nel 1973. La violenza è favorita dall’impunità: la chiesetta bizantina di San Giorgio, nella valle di Pietra Cappa a un’ora a piedi da Polsi, accanto a una casa della Forestale, veniva distrutta nei primi anni Settanta da un locale imprenditore con un suo bulldozer alla ricerca del tesoro nascosto dal santo sotto il pavimento. Ma, in attesa dei documenti, sono molti i segni che fanno la storia di Polsi.
L’origine archivistica del nome combacia con una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S.Maria de Popsi, a.1328 S.Maria de Ypopsi, gr. Antico epòpsios, onniveggente. Sofocle ha un Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle decime: quella di Popsi nel 1324 quando l’abate Romano paga sette tareni e dieci grani, quella d’Ypopsi nel 1328 quando l’abate Nilo paga dieci tareni. In un sinassario del 1174, residuo della biblioteca di Polsi, Salvatore Gemelli ha rintracciato, “Storia, tradizioni e leggende a Polsi di Aspromonte”, una mano posteriore, del Quattrocento, che si firma “io, fratello del monaco Barnaba della Madonna di Popsi”. Nel Nuovo Testamento, altro volume superstite della biblioteca greca di Polsi, ora a Parigi, si attesta che esso è proprietà di “Romano, monaco, con l’abito del monaco, della Madonna di Epopsi”. Popsi ricorre fino al 1750. Gemelli ha una guida dettagliata, compilata in quell’anno, della Madonna di Poupsis. Analoga guida a fine Settecento reca invece Madonna di Polsi. Nel 1960, quindici anni prima della pubblicazione del Gemelli, gli editori del “Liber Visitationis” del Calceòpulo, Laurent e Guillou, avevano escluso che Popsi potesse corrispondere a Polsi, ma sbagliavano.
La chiesa in Calabria è stata per sette secoli di rito greco, dopo l’occupazione bizantina nel secolo settimo. Nel 732 l’imperatore di Bisanzio Leone l’Isaurico, l’Iconoclasta, aveva separato la Calabria dalla chiesa di Roma. Nel 736 vi fu adottato il rito greco – la lingua era già in uso, accanto al latino. Con una pronta accettazione, soprattutto da parte del clero: molti sacerdoti trovarono l’uso greco più comodo anche per la possibilità che esso concedeva di ammogliarsi, nonché per i controlli gerarchici affievoliti. Nello stesso secolo ottavo i basiliani arrivarono a frotte da Bisanzio per sfuggire l’iconoclastia, il divieto di venerare le immagini. Tanto più accetti a Roma in quanto erano monaci e non ponevano problemi di celibato. Nel 1472 la diocesi di Oppido viene unita a quella di Gerace, retta da Attanasio Calceòpulo. Sarà questo vescovo greco, un monaco del Monte Athos, basiliano, che seguì Bessarione a Roma nell’ultimo tentativo al concilio di Firenze di riunificate le chiese d’Oriente e Occidente, a mutare nel 1473 nelle due diocesi il rito greco nel latino. Il 19 marzo 1481 un decreto romano abolì il rito greco in Calabria. I basiliani si ritirarono a Grottaferrata.
Il cambiamento sarà progressivo: ancora un secolo dopo i paesi aspromontani di Pedavoli, Paracorio, Scido, Giorgia, Cozzapodini, Sitizano, Lubrichi, saranno citati dal Barrio, “De Situ et Antiquitate Calabriae”, come “villaggi greci, che la religione celebrano in lingua e usi greci, anche se nel quotidiano usano la lingua greca e la latina”. Ma Polsi farà capo da allora alla diocesi di Gerace-Locri, il primo vescovo di Polsi è lo stesso Calceòpulo. Il cui “Liber Visitationis (1457-58)” dei luoghi pastorali è ricco di particolari e, a ogni riscontro, preciso. A Polsi trovò una comunità di cinque monaci, guidati da un abate sapiente e venerabile, Gerasimo, che disponevano dei quaranta manoscritti greci poi andati perduti, una biblioteca allora considerevole.
Il sito è meglio descritto da Edward Lear, che vi passò a metà Ottocento, e nei “Diari” ne fece oggetto di vari schizzi, di una tavola, e di due pagine dettagliate: “Per certo, Santa Maria di Polsi è uno dei posti più notevoli in cui mi sia imbattuto”. Dopo averne descritto la topografia, ne rimarca la mancanza di visuale, come di solito hanno i monasteri isolati in Italia: “Il carattere perpendicolare è singolarmente sorprendente, le rocce alberate a destra e a sinistra chiudendolo come le quinte di un teatro… Qui tutt’attorno, di sopra e di sotto, sono boschi ravvicinati e montagne – nessuno sbocco, nessuna varietà: rigida solitudine e un senso di eremitaggio regnano”. Il Superiore gli spiega che per la maggior parte dell’anno i monaci conducono vita isolata, quando non sepolti dalla neve, con la sola compagnia di qualche montanaro di passaggio, “gente semplice, tenace, senza niente dell’espressione di ferocia che i Lavater inglesi attaccano per vecchia tradizione alla fisionomia calabrese” - il Superiore (l’arciprete Domenico Fera) si meraviglia molto all’idea dei preti (anglicani) che si sposano, e Lear si diverte a citarlo in italiano: “Vescovi sposati? O cielo, una moglie di arcivescovo!” Il “carattere perpendicolare” significa che per accedere a Polsi, che è a 862 metri di altezza, si scende. Specie dal passo dei Reggitani, per un dislivello quasi a piombo di mille metri. Notevole la scarpata anche scendendo da Carmelia, per Bocale e la fonte della Pregna, la sorgente della donna incinta.
I controlli e gli ammodernamenti hanno attenuato ma non cancellato il carattere popolare della festa: si balla, si mangia e si spara lungo la strada, e poi in chiesa. Oggi si tende a dire “pagane” queste manifestazioni. I razionalisti e i credenti moderni tornano schifati da Polsi: dalle pelli appese con le mosche, dai pentoloni sul fuoco per bollire la capra, dal ballo ossessivo, profano, anche indecoroso. Insomma dal popolaresco, che sembra farvi la caricatura di se stesso. Ma pagano connota anche qualcosa di irreligioso, e questo non è nel carattere di Polsi. Corrado Alvaro, che di Polsi ha scritto in più occasioni (Antonio Delfino ne ha redatto una silloge in “A Polsi, con Alvaro sui sentieri dell’anima”), nel sussidiario “Calabria”, da lui compilato nel 1931, ricorda anch’egli perplesso il luogo e la festa: “Dirò d'una festa che è forse la più animata delle Calabrie (allora durava tre notti e tre giorni, n.d.r.)... Nell’Aspromonte abbiamo un Santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. È un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie...”, con un inciso che è una riserva: “Le feste fanno conoscere la natura degli uomini”. Più persuasive le note di padre Stefano De Fiores, altro sanlucoto illustre, gordinario di Teologia mariana alla Gregoriana, riprese da Domenico Caruso in “Storia e folklore calabrese”: “A Polsi si evidenziano le note della pietà mariana popolare: il senso di una presenza viva dotata di potenza e bontà, l’attrattiva della bellezza, l’esigenza di contatto immediato, il bisogno di far festa”. Sono le note con cui, in linguaggio moderno, il musicologo Roberto De Simone, ricostruendo nei suoi ricordi (“Novelle K 666”) le devozioni popolari dei suburbi napoletani, da lui vissute con trasporto, così ne analizza il senso: “Un rito battesimale in cui si convogliano e si riplasmano culturalmente il malessere esistenziale, le colpe collettive, una medianità repressa, lo sgomento di essere toccati o invasi dal numinoso, come avveniva in lontani orizzonti precristiani”. Com’è sempre avvenuto, anche se in forme diverse: più che arcaiche queste sono esperienze di cui il mondo s’è privato, che, individualista, borghese, decoroso, rifiuta l’arcano e il “numinoso”.

La religiosità è tema arduo. La religiosità popolare è tuttavia indiscutibile, in qualsiasi forma. Si discuteva trent’anni fa (1977) se la religione popolare continui a vivificare, tesi americana, o se essa non sia invece, tesi europea, un residuato folklorico. Erano gli anni in cui Ambrogio Donini, lo storico marxista delle religioni, deprecava nella prefazione al Gemelli: “Troppo a lungo la storia delle tradizioni popolari ha costituito poco più di un capitolo a parte nelle denunce delle puerilità e delle “degenerazioni” dei ceti popolari”. Oggi nessuno mette in discussione la tesi americana. In Calabria, nel primo volume della progettata “La pietà popolare in Italia” che le sue Edizioni di Storia e Letteratura inauguravano dieci anni fa appunto con questa regione, il compianto storico Gabriele De Rosa trovava “nomi greci, antichi e meno antichi, che accarezzano il linguaggio e la memoria di un grande passato, senza ritorno, ormai immobile, esausto e sfinito come una terra esangue”. Ma, notava, “la Grecia e Bisanzio, i monaci del Mercurion e le celle montane del Cilento, san Fantino e san Nilo, san Leo hanno salvato le coste (dall’invasione saracena, n.d.r.) con la preghiera come implorazione di grazia”. La preghiera, in tutte le sue forme, è implorazione di grazia. Che sopravvive anche nella modernità, e travalica “la “cecaggine””, diceva il dotto sacerdote, degli usi confraternali e dei folklorismi. “Il fascino di questa terra”, commenta monsignor Gianfranco Ravasi sul “Sole 24 Ore” del 24 gennaio 1999, “è nei suoi due volti, quello bizantino e quello latino, ora in dialettica ora in contrappunto armonico”. Delle settanta Madonne censite in “La pietà popolare in Calabria”, ventidue sono di matrice orientale. Gli spazi più densi di pietà popolare risultano la Vallis Salinarum, o valle degli ulivi, l’attuale piana di Gioia Tauro, e il Mercurion, la valle che unisce Calabria e Lucania sullo Jonio.
Nasce da qui il detto del vescovo Bregantini, prete trentino: “Se vuoi conoscere la Calabria devi conoscere l’Aspromonte, ma se vuoi conoscere l’Aspromonte devi conoscere Polsi”. Un detto forse rassegnato, e che tuttavia potrebbe restare a esergo della sua prelatura. È la stessa conclusione di Perna, “è il cuore dell’Aspromonte”, che a Polsi avrebbe voluto la sede del Parco, non fosse stato per il difficile accesso e per l’equivoca associazione a San Luca, il comune cui il santuario risulta frazione. Il cuore della Calabria è dunque un santuario. Anche per lo scrittore Antonio Delfino, memoria storica e narratore dell’Aspromonte e di Polsi (“Gente di Calabria", “Amo l’Aspromonte”, “La nave della ‘ndrangheta” sono alcune delle sue raccolte di racconti), “non c’è dubbio, Polsi è il cuore della montagna”. Si va a Polsi “non per una devozione specifica ma per amore della Madonna”, spiega Delfino, “potrebbe essere questa la vera fede”. Una devozione popolare e anche spontanea, organizzata ma non promossa da congregazioni, associazioni, patronati, e a lungo anzi osteggiata, dopo le leggi anticlericali e eversive della proprietà ecclesiastica degli ultimi Borboni e dell’Italia unita. Ma parte, bisogna dire, anche della cultura alta dei luoghi, quella che ha primeggiato tra Ottocento e Novecento, compreso il recalcitrante Alvaro, e fino a Francescantonio Leuzzi, massone professo (libero docente di Semeiotica medica a Napoli, Leuzzi si aggregò alla sparuta dozzina di ordinari universitari che rifiutarono il giuramento al fascismo, perdendo la cattedra e lo stipendio). La devozione, il pellegrinaggio e la Madonna della Montagna furono soggetto dei poeti latinisti insigni, Diego Vitrioli di Reggio, Francesco Sofia Alessio di Taurianova, che primeggiavano al premio Amsterdam, il certamen di poesia latina della Reale Accademia Nederlandese.
Il pellegrinaggio è certo speciale. “Il pellegrinaggio evoca moltitudini di pellegrini che attraversano montagne, fiumi, foreste”, ironizzano Fruttero e Lucentini nel loro romanzo-catalogo, “L’amante senza fissa dimora”. Quello di Polsi non evoca, è. I pellegrini andavano fino a ieri in “carovane”, nei sei mesi di tempo clemente. È un uso che non si è perduto: le carovane si ricostituiscono ancora da molti luoghi, soprattutto per la festa, nella seconda metà di agosto, che culmina il 2 settembre con la processione della Madonna per le balze che circondano il santuario. Sono folle che l’esiguità dei sentieri e delle strutture ingigantisce, gruppi familiari, di clan, di quartiere, di parrocchia, e ora circoli culturali, talvolta organizzati da procuratori. Dallo Jonio le carovane risalgono il Bonamico, la tipica “fiumara” dell’Aspromonte. Dal Tirreno si va a Polsi attraverso Delianuova e il Piano di Carmelia, da Reggio e l’estrema punta della penisola per Gambarie e il Piano dei Reggitani, sotto il Montalto. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso i Messinesi – ma venivano da Ganzirri, Capo Faro e altri paesini più che dalla città – arrivavano a Delianuova il pomeriggio del 31 agosto, e dopo alcune ore ripartivano a piedi, via Carmelia, per essere a Polsi alle prime ore dell’1 settembre.
Per secoli, fino a questi primi anni del millennio, il pellegrinaggio è stato come Corrado Alvaro lo ha ripetutamente descritto, da “Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia” - la sua prima operina di diciassettenne, con le “belle cardole”, le ragazze di Cardeto in costume, che ballavano vivaci e aggraziate la tarantella - a “Gente in Aspromonte”. Sul pellegrinaggio è centrato il racconto “Consolata” della raccolta, con “la Madonna di pietra colorata”, “la folla compatta”, la chiesa ridotta a “mistico ovile”, dove i pastori portano in voto “le mucche e le capre infiocchettate”. Ma già il racconto lungo del titolo, “Gente in Aspromonte”, crea attorno ai pellegrini una delle sue scene principali, che scaldano la buona stagione del chiuso e cupo villaggio “cantando e suonando giorno e notte”. Si grida “viva Maria!” e si sparano colpi di fucile: “La folla si snodava lungo lo stretto sentiero in fila indiana. I bambini piangevano nelle ceste che le donne portavano sulla testa, i muli con qualche signore seduto sopra facevano rotolare a valle i sassi, una signora vestita bene camminava a piedi nudi tenendo le scarpe in mano, per voto. Una donna del popolo andava con le trecce sciolte…” Il santuario è remoto: “Nella valle l’ombra era alta, e pareva che la riempisse, col rumore di un torrente che si gettava da un salto del monte”. Varie scene movimentano il percorso: “Una comitiva sbucò suonando e sparando in aria. Andava avanti uno con una zampogna, e un altro batteva ora il pugno ora le cinque dita a un tamburello. Altri lo seguivano a passo di ballo, per voto, come potevano, uomini e donne. Uomini e donne si davano a tratti, ballando, dei gran colpi con le natiche, senza ridere… Un’altra frotta di pellegrini sbucò coi fucili sulla strada. Avevano accese le fiaccole… ”.
Nel racconto “Festa a Polsi”, così Antonio Delfino ricorda il pellegrinaggio del 1943: “Sul greto del Bonamico i pellegrini stanchi dormivano in giacigli improvvisati, al rumore piacevole dei sassi che rotolavano tra la corrente. Le sonagliere dei muli interrompevano il silenzio della notte. Dal Puntone della Croce, un formicaio umano, dopo una breve sosta alla fonte della Pregna, scendeva attraverso la sterrata della Figurella, dopo aver depositato, grandi e piccini, una pietra portata sulle spalle, ai piedi di una croce di legno che dominava tutta la vallata. La pietra, come simbolo di penitenza, che, davanti alla croce, libera l’uomo da ogni colpa. Al ponte della Sedia, breve sosta per entrare a Polsi, tra i secolari castagni piantati dai monaci basiliani all’inizio del primo millennio e poi l’acre odore del castrato, rosolato tra le pietre della fiumara ed offerto tra la fraganza delle felci”. Sotto i castagni, crepita a tratti la fucileria: “Era l’annuncio dell’arrivo di qualche carovana, che per antica tradizione si fermava all’ingresso di Polsi per ricevere, prima di entrare in chiesa, dal Superiore, lo stendardo con l’effigie della Madonna”.
Anche il santuario è speciale. Polsi è il luogo di culto con la più lunga continuità nel Mediterraneo e in Europa. Partendo dalla fondazione della vicina Locri, che si fa ascendere al 7189-720 a.C., da parte di coloni greci, una colonia matriarcale. La scelta di Polsi come sito religioso di Locri può sembrare incongrua: per quanto vicino in linea d’aria, e il Bonamico fosse all’epoca in parte navigabile, il santuario è stato a lungo, e resta tuttora, di faticoso accesso. Ma un santuario, più che alle feste, serviva allora a custodire un segreto, talvolta anzi quello più importante, l’anima segreta della nazione. Era questo il senso dell’uso allora corrente di celebrare i nuclei centrali dei riti fondamentali in segreto. La ritualità e la collocazione dei primi santuari greci ripetono l’inclinazione all’arcano dei primi sacerdozi, che venivano dal Sud Mediterraneo, dall’Egitto e da Creta.
A Polsi, dove “si scende”, la devozione è simbolicamente una discesa agli inferi, che ripete quella di Persefone. Persefone è l’antica divinità di Locri. Risponde al mito di una fanciulla bellissima, “dal volto di bocciolo”, figlia di Zeus e Demetra, la “madre terra”, rapita dal dio degli Inferi Ade mentre giocava coi figli di Oceano sui prati lussureggianti di fiori. Quando Persefone stese le mani verso il narciso la terrà si spalancò, Ade ne emerse e se la portò via in lacrime sul suo cocchio dorato. Nelle innumerevoli pinakes, tavolette votive in terracotta, rinvenute negli scavi a Locri e ora al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, Persefone presiede alle attività agricole. Il culto è tramandato tal quale nella vicina Bova, colonia di Locri, la domenica delle Palme nella processione delle “Persephoni”, grandi statue femminili di foglie d’ulivo (della varietà Chianese‑Sinopolitana, l’ulivo di alto fusto che forma nella Piana di Gioia Tauro il panorama forse più emozionante della Calabria). Ed era analogo al culto della Dea Madre nel santuario epirota di Dodoni, sull’altro versante dello Jonio, altrettanto remoto e segreto che Polsi.
La devozione è tipicamente mariana, anche se in forme tutte sue – anch’esse insomma speciali: della Madonna che, oltre ad essere la madre di Cristo, eredita tutte le funzioni cultuali delle antiche divinità femminili. Il filo non si è mai interrotto dall’antichità, che attorno e in prossimità dell’Aspromonte ha avvertito e onorato “presenze” femminili: Persefone, Afrodite, che a Locri aveva tre luoghi di culto distinti, ed era la divinità di Palmi-Bagnara-Scilla-Messina, e il Toro. La Persefone dell’Alt Museum di Berlino, uno dei gioielli museali della capitale tedesca, che sarebbe stata trafugata un secolo fa da Locri (Alvaro ne racconta la storia in "Mastrangelina"), si adorna anche di simboli marini, per sovrapposizione col culto di Afrodite. “La pietà popolare in Italia” censisce non lontano, a Nicastro, anche una Madonna delle Cucchiarelle, dal greco cochlea per conchiglia, cristianizzazione anch’essa del mito di Afrodite. È il culto della fertilità. La Madonna di Polsi, la “Madonna dal volto di popolana” (Delfino), è forse il caso più appariscente di esibizione frontale del corpo di Cristo, anche se è sfuggito al repertorio classico, “The Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion”, di Leo Steinberg: più che mostrarlo, ostenta il Bambino nella sua nudità. La traccia persiste nelle colonie locresi della piana di Gioia Tauro, Medma (Rosarno) e Metauro (Palmi), in una con la toponomastica legata al toro, residuo di un altro filone del culto della Dea Madre, Artemide Tauropolos, la cretese Madonna del Toro. La Vergine associata al Toro è reminiscenza micenea – ampie sono le tracce micenee nel Sud d’Italia, benché inesplorate - di origine minoico-cretese. I Normanni, cui si deve la rinascita di Polsi, edificarono molte chiese di varia devozione a Maria nella fascia tirrenica, da Tropea a Reggio.
Polsi è da sempre luogo di riferimento di Messina e Palmi, di Bagnara, di Delianuova, sottocolonia di Bova, e di altri centri legati al culto mariano. Con una distinta struttura matriarcale a Bagnara, e nelle finitime Pellegrina e Solano, Solano, perdurante a Novecento inoltrato e nucleo centrale di “Horcynus Orca”, l’epica di Stefano D’Arrigo, materia di studio ancora a metà secolo della Sorbona, della Fondation Nationale des Sciences Politiques, sotto la direzione di Jean Meyriat. Per i messinesi Polsi è un riferimento fin dal terzo secolo dopo Cristo: vi si sarebbero a lungo rifugiati per sfuggire alle persecuzioni. Bagnaroti sono stati – e lo sono ancora nelle occasioni meno importanti – i portantini della statua nella processione. In maggior parte bagnaroti sono stati fino a recente i procuratori della festa, ora membri del comitato. Deliesi sono stati fino agli anni 1970 i bancarellari, poi sostituiti da sanlucoti. Sono tutti devoti di Maria i paesi che a varie epoche, come vedremo, hanno avuto a Polsi delle case di accoglienza per i pellegrini. Alto ma profondo, il santuario è, come dice ancora Bregantini, il “grembo dell’Aspromonte”. La caratterizzazione si conferma con le leggende dell’Alto Medio Evo, del Sabba e della Sibilla. Quando, al termine della processione, la statua della Madonna giunge davanti al santuario, viene rigirata rapidamente, in maniera che possa far fronte alla Maga Sibilla, la morte, che la insidia dal capo della valle. Buona parte delle leggende e della storia che accompagnano dopo il Mille la rinascita del santuario lo legano al sentimento della Dea Madre. Ancora nel 1647, nel “Sentimento dell’Opera”, la sinossi del suo “Adamo Perduto”, pubblicato quell’anno a Cosenza, nel quale molti vedono l’originale del “Paradiso perduto” di Milton, Serafino della Calandra, frate predicatore, annuncia “fra breve… un’altra operetta, titulata Venere Pudica, e Martire della Città di Locri, adesso Gerace”.
L’antropologia della festa, di Jesi, Lanternari, Lombardi Satriani, non manca di mettere in rilievo come il pellegrinaggio sia stato a lungo l’unica occasione di viaggiare, specie per le donne. E una sorta di carnevale sacro, di liberazione periodica del controllo sociale – molti comportamenti restrittivi, in famiglia e fuori, sono determinati nelle società statiche dalla “faccia della gente”, dal controllo sociale. “Le donne, per esempio, sia pure per un breve tempo, uscivano da uno stato di costrizione” (Giovanni Sole, “Il cammino verso la Grande Madre”, in Luigi M. Lombardi Satriani, a cura di, “Madonne, pellegrinaggi e santi”). Il pellegrinaggio era anche “un’occasione per fare ciò che in tempi normali era proibito”. Henry Swinburne e Norman Douglas, i viaggiatori a piedi di fine Ottocento in Calabria, trovano presso i santuari donne momentaneamente libere e corteggiamenti. Polsi è praticamente assente nella letteratura di viaggio, se si eccettua il dettaglista Lear. E anche nell’antropologia religiosa: si sono fatti studi su molte Madonne in Calabria, ma non su Polsi. Ma non per questo i connotati del culto sono meno precisi. Un gruppo di donne di san Giorgio Morgeto, da Perna incontrate tre anni fa sul sentiero per il santuario, ci andavano, dissero, “per liberarsi dalle famiglie, dai mariti”, almeno per qualche giorno.

La storia risale al secolo XI, nel quadro della “latinizzazione” della Calabria, a opera dei normanni. Ne sono testimonianza la Croce di ferro, e alcuni tratti costruttivi che ripetono la Cattolica di Mileto, la città nell’entroterra di Tropea che fu la capitale dei Normanni dal 1058 al 1110, del Gran Conte Ruggero e di suo figlio Ruggero II. Roberto il Guiscardo, il Furbo, scende in Italia con la seconda ondata dei figli di Tancredi nel 1047. Nel 1056 succede a Unfredo in Puglia. È un violento, tanto da incorrere nella scomunica. Ma è anche un politico: si ravvede e si lega alla curia romana. Nel 1058 scende in Calabria. Lo accompagna il fratello più piccolo, Ruggero, che sarà il Gran Conte. Dal tempo di Pipino il Breve il papa sempre ha usato i francesi - i franchi, i normanni, gli angioini e fino a Napoleone III - per curare gli interessi temporali nella penisola. Mileto, prima capitale del Conte Ruggero, nel 1058, è la prima diocesi di culto latino del Meridione, nel 1080. Vi nacque Ruggero II il Normanno, che nel 1110 riuscì a sbarcare in Sicilia, spostando la capitale a Messina.
Il recupero di Polsi a luogo di culto si fece a opera dei basiliani, monaci greci di culto latino, che scesero a Polsi, secondo l’etnografo Raffaele Corso, abbandonando il cenobio aspromontano del monte Pistocchìo – ove dei ruderi non classificati sono tuttora visibili. La costruzione del santuario è datata convenzionalmente 1144: la data spiega il legame speciale del rinato santuario con Messina, oltre che con i Normanni. Ma i primi documenti – quelli che ne danno l’etimologia – sono di due secoli dopo. Una Madonna bizantina bruna (“nera”) Gorgoepikoos, “la Madonna che ascolta pronta”, del genere in cui la Madonna o il Bambino reggono il globo crocifero, su tavola, sarebbe anch’essa del Trecento. Le case e i pellegrinaggi sono certificati dal 1457, dalla visita del futuro vescovo Calceòpulo: le coltivazioni sono ordinate, scrive il visitatore, gli spazi puliti, le case spaziose. Ne residuano, di fronte alla torre campanaria, quella ampia di Bagnara e quella di Campo Calabro, e di fronte alla porta principale quelle di Messina, Ganzirri e Pedavoli (Delianuova), che nel 1894 il superiore don Enrico Macrì ha fatto demolire e ricostruire, ridimensionandole, “ad incremento della piazza, a scopo di fare un nuovo ingresso alla chiesa”. Restano attive anche la casa di Platì, la casa di Cittanova, la lunga fila delle case di Condofuri.
Da almeno sei secoli, dunque, il santuario ha una struttura ricettiva, che nella scala del Quattrocento si può considerare di dimensioni molto ampie. Ed era dotato di vasti censi, canoni e proprietà fondiarie. Nel 1604 una “platea” dei beni del santuario rivendicati dall’abate don Giovanni Sanchez in territorio di Bianco, San Luca, Careri, Natile, Bovalino, Casignana, Condojanni, Santa Giorgìa di Santa Cristina, Platì, assommava a poco meno di mille ettari, calcola Gemelli, più delle proprietà della diocesi di Gerace-Locri. A fine Ottocento risultano censite le case – due stanze sovrapposte, su un “basso”, lo scantinato – di Bagnara, Pedavoli, Oppido, Santa Cristina, Mammola, Sambatello, e quelle di Messina, quattro stanze con una balconata in legno, e Reggio, tre stanze. Ognuna con un orto di tre tomoli, pari a un ettaro nell’area aspromontana – il tomolo è una misura di capacità del frumento, pari a 55-56 litri: tomolata, e anche tomolo, è la superficie necessaria a produrre un tomolo di grano, nella valle del Bonamico pari a un terzo di ettaro.

La statua monumentale della Madonna, in pietra siracusana, del peso di otto quintali, opera dello scultore Rinaldo Bonanno, fu portata a Polsi in regalo dai messinesi nel 1580. Messina punteggia molti momenti della storia di Polsi – forse perché la Sicilia non è afflitta dal morbo del “silenzio della storia”. Bonanno, messinese, allievo di Montorsoli e Montanini, ne mediò l’ispirazione ellenistica in numerose rappresentazioni di Bambini giocosi e Madonne giovanili e materne. La tiara d’argento nella quale la Croce di ferro è contenuta è del 1632, offerta dai messinesi. Si devono ai messinesi, di Messina e di Ganzirri, le dotazioni di maggior pregio del santuario. Il diario del primo parroco nominato da Gerace nel 1730, il dottore protopapa don Stefano Piteri, da Careri, scoperto e conservato da Vincenzo De Cristo a Cittanova, e in parte pubblicato da mons. Raschellà (“Nuove luci su Polsi”), dà il tono: “La festa di questa gran signora non ha giorno determinato, poiché da maggio fino a tutto novembre è una continua festa”. La festa si faceva allora il 4 settembre, “festa particolare”, scrive il dottore, per “l’arrivo dei Signori Messinesi”. Nel 1731 i Messinesi portarono in dono “un Tabernacolo; un trono coronato con bellissima corona a finissimo intaglio fatto tutto d’oro guarnito; un ombrello di bellissimo drappo guarnito alla moda; una sfera d’argento e un avanti altare o paliotto di damasco forestiero con la cornice di mistura”, oltre alle offerte personali, in gioielli e al ceppo. Il vescovo, intervenuto al culmine delle celebrazioni, registrò quell’anno “più di settantacinque grazie segnalate”, di cui diciotto “strepitose e consolantissime”. L’altare in marmo policromo fu offerto dai messinesi nel 1737.
Un po’ ovunque in Sicilia, più spesso in chiesette bizantine, è diffuso il culto della Madonna in riferimento a Polsi, celebrata come Madonna della Montagna ad Alì Superiore, e come Madonna del Bosco a Milazzo, Partinico, Bisacquino, Buscemi, Rodia nei pressi di Messina – sin dal Medio Evo – e Messina. A Messina nel 1614 si eresse una chiesa in onore della Madonna del Bosco – il quadro della Madonna sarà dipinto dal Catalano l’Antico l’anno successivo – e si costituì una confraternita per i pellegrinaggi a Polsi. Distrutta dal terremoto del 1908 e riedificata, la chiesa fu poi demolita per sempre dai bombardamenti alleati del 1943. Fino a una ventina d’anni fa Ganzirri ha onorato la Madonna di Polsi anche con una festa sulle rive dei suoi laghi l’ultima domenica di settembre. A metà Settecento risultavano a Polsi una casa dei Messinesi, una dei Ganzirroti e Faroti e una del canonico messinese Gullì. Per i messinesi, nel 1799, risultavano nella casa di Polsi sei stanze, coi relativi bassi, e i balconi di legno.

Il campanile e la navata principale della chiesa sono dei primi del Settecento. Il convento è stato ricostruito a partire dal 1740. La Croce fu collocata nel 1771 sopra un altare policromo fatto erigere quello stesso anno dal marchese Vincenzo Maria Carafa per la guarigione – la resurrezione – del figlio, marchesino di Roccella. Nel 1784 la Cassa Sacra, istituita dal governo borbonico di Napoli per finanziare la ricostruzione dopo il sisma catastrofico dell’anno precedente, requisiva nel santuario un quintale abbondante di oro e argento.
Il santuario è stato variamente retto da abati, priori, superiori, rettori. Con la ripresa dell’interesse della curia di Gerace ai primi del Settecento, la chiesa fu eretta a parrocchia con un proprio titolare, in quanto a grande distanza dai centri abitati, variamente chiamato vicario, curato, protopapa, canonico, arciprete - in aggiunta al titolo di abate, eccetera. San Luca, il centro più vicino, distava dodici miglia di un sentiero accidentato da torrenti e burroni. In precedenza il santuario sarebbe stato affidato all’ufficiatura dell’abate dell’ex convento basiliano di Potamia, il villaggio vicino San Luca che una frana distrusse nel 1592. Gli abati, di cui si ha traccia dal 1604, sono venuti da Platì principalmente, e da svariati altri luoghi, Careri, Bianco, Casalnuovo d’Africo, Santa Severina, perfino da Napoli, prima che da San Luca.
La statua della Madonna non viene rimossa per la processione, salvo che per i giubilei (incoronazioni), i primi tre ogni cinquant’anni dal 1881, dal 2006 ogni venticinque anni. In processione va la minuta statua lignea regalata a questo fine nel 1881 dal conte Ruffo di Sinopoli. Il convento ha ospitato fino a prima dell’ultima guerra dei frati detti di San Paolo l’Eremita, novizi e cercatori diffusi un po’ in tutta la Calabria, che non pronunciavano voti. Successivamente, fino alla recente ristrutturazione, è rimasto in abbandono, ospitando i pellegrini in giacigli di fortuna.
La leggenda riporta le origini del santuario agli albori dl IV secolo, quando papa Silvestro I vi ritrovò i cristiani messinesi che vi si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni dell’imperatore Costantino, e insieme pregando ne ottennero la conversione nel 313. Il luogo mantiene intatte le sue leggende. Che hanno sempre un fondo storico, per quanto presumibile. Partendo dalla più attendibile, l’origine greca antica. Attestata da tre caratteristiche che l’etnologia considera di chiaro significato: il ballo in chiesa, i fuochi (i botti), l’ecatombe. Il pellegrino di Polsi deve mangiare il capro: è, era, una cerimonia di chiaro nome, anche se desueto, l’antica ecatombe, il sacrificio di animali presso il tempio (gli usi che vanno via via scomparendo per la modernizzazione sono documentati nella raccolta di foto storiche “Saluti da Polsi”, Nuove Edizioni Barbaro). Il ballo, la tarantella, accentua nel modo “reggitano”, o meglio aspromontano, la diatonia antico greca, accordi semplici reiterati con minime variazioni. Maria Barresi lo fa derivare dal kordax, il ballo che intervalla le commedie greche ("Il Kordax dalla Grecia alla mafia"). Ma più probabilmente deriva dal sikinnis, il ballo dei satiri, anch’esso come il kordax inteso a propiziare la Fertilità. Il kordax, un ballo mascherato, è detto dai testi antichi “lascivo”, “sguaiato”, “osceno”, mentre il sikinnis, detto “vivace”, “rapido”, “vigoroso”, al più “sapido”, risponde meglio alla tarantella aspromontana, che si balla in coppia, variamente assortita da un maestro di ballo tra i partecipanti disposti in circolo – “quando c’è ruota c’è festa”, dice il maestro Battaglia, dell’Associazione dei Suonatori di Cardeto. All’uso greco rimandano anche le “case” e le fazioni: le prime sono reminiscenze dei tesori – in realtà edifici a forma di altare, o comunque sigillati - che le città greche e magnogreche depositavano presso i maggiori santuari, in segno di devozione e a suggello di alleanze, mentre le contese, che contraddistinguevano le antiche polis, si rinnovano a Polsi per portare la statua in processione, tra Bagnara e San luca, per portare lo stendardo, tra Reggio e Messina, per reggere le aste del baldacchino, idem.
Il sincretismo è persistente, i miti non hanno mai cessato di proliferare al centro di quel “bosco sul mare” che è l’Aspromonte, un paesaggio privilegiato che il Parco oggi protegge. Andando a Polsi s’incontrano ancora il Sabba e le Sibille. Successivamente i Normanni, che hanno dato il nome all’Aspromonte, lo hanno popolato anche dei loro cicli di avventure cavalleresche, il ciclo carolingio, con la “Chanson d’Aspremont”, e quello bretone, dalla Fata Morgana di re Artù a Guerrin Meschino. La tradizione che vuole l’Aspromonte greco, “bianco monte”, non ha base filologica: coniuga aspros, greco per bianco, col latino mons. La montagna peraltro non ha nome prima, lo prende con la venuta dei normanni, che vi insediano i lori cicli di avventure. Ricollocandole, con minime variazioni onomastiche, tra i suoi boschi e il mare dello Stretto di Messina, che i normanni agognavano di traversare – i nemici erano sempre gli stessi, gli infedeli arabi. La maggiore novità della “Chanson d’Aspremont” rispetto agli altri cicli cavallereschi è il posto che essa fa ai romiti delle Rocche, oggi dette di San Pietro, e della montagna in generale, uomini di preghiera, difensori del popolo, ammirati dai nemici mussulmani. Di cui nelle balze sopra Natile, non lontano da Polsi, che riproducono in piccolo le Meteore della Grecia o la Cappadocia in Turchia, si trovano tuttora consistenti tracce.
Ancorato alla leggenda è anche il manufatto del santuario di più sicura ascendenza storica, la Croce normanna. La Croce, in ferro battuto, grezzo, alta cm.70, sarebbe stata rinvenuta da un torello. O meglio da un pastorello cui il vitello lo indica. Un’altra leggenda la vuole rinvenuta dai levrieri del Conte Ruggero, nel corso di una battuta di caccia, nel 1084. Una terza leggenda i levrieri dice del Re Ruggero e il ritrovamento del 1144 – epoca nella quale il re normanno era già a Palermo. Le tre ipotesi vengono il superiore di Polsi Domenico Fera sintetizza a Edward Lear in una: il Toro attese il passaggio di Ruggero per spingerlo, scavando la Croce, a costruire il monastero. La leggenda pastorale si colloca in luoghi dell’Aspromonte legati al pellegrinaggio, Santa Cristina, Carmelia, Pedavoli, Piano o passo dei Reggitani.
La croce è comunque “rinvenuta”, non “appare”. Mons. Vincenzo Raschellà, che nel 1938 pubblicò gli esiti delle sue ricerche nell’archivio della diocesi di Locri in “Nuove Luci sul santuario di Polsi”, opina che la croce fosse residuata dal frontone della chiesetta dello stesso nome, Santa Maria di Polsi, esistente dai primi secoli dell’evo cristiano alle Rocche di Juncari, luogo di devozione greco-ortodosso, travolta - da terremoto o alluvione – attorno al 1500. La Croce ha ora un culto rinnovato. È stata portata in processione nella diocesi di Gerace nel 1997, quindi anche a Crotone e Ganzirri, e per la Pasqua del 2006 fino a Roma, dove il cardinale Javier Lozano Barragàn ne ha celebrato il “significato per l’Europa”.

Addendum. Nel quadro dell’appiattimento mediatico del Sud sulla delinquenza, Polsi viene nuovamente legato alla mafia, la ‘ndrangheta. E più specificamente a quella di San Luca, in particolare nell’estate del 2007, dopo l’esecuzione di sei sanlucoti a Duisburg in Germania. Le Radio Rai del 2 settembre 2007 hanno fatto delle celebrazioni la “festa patronale” di San Luca, e questo è l’unico inconveniente reale della devozione. È San Luca che, con la vicina Platì, ha riverberato sinistra fama sul santuario. Dapprima con l’industria dei sequestri negli ultimi trent’anni del Novecento - attorno a Platì-San Luca Cesare Casella fu tenuto in cattività per due anni, e Alessandra Sgarella, l’ultima sequestrata, per otto mesi nel 1998. Ora col commercio europeo della droga. Ma anche prima, bisogna dire: si rubava già in “Gente in Aspromonte” l’oro della Madonna e le offerte, per giocarseli a carte. Un sacrilegio non temuto: Alvaro lo attribuisce nel racconto a un “forestiero”, un “parente del priore”, uno “di un paese vicino dove la gente era la più furba della contrada”, e cioè Platì, ma nel cupo villaggio che fa da sfondo al racconto, cioè a San Luca, il sacrilegio non suscita nessuno scandalo.
Il santuario si trova alla stessa distanza, geografica e a piedi, da San Luca che da Delianuova o da Platì. Ed è intimamente legato anche all’area tirrenica. L’ultimo giubileo è stato celebrato a fine 2006-inizio 2007 con un pellegrinaggio della Madonna della Montagna attraverso tutte le parrocchie della Piana di Gioia Tauro. Ma un paio di segretari comunali e ora la prelatura Bregantini lo hanno legato a San Luca. I segretari comunali originari di San Luca operando nei Comuni di Bovalino e Delianuova negli anni 1920-1930 hanno fatto di San Luca il Comune più grande dell’Aspromonte: il paese che Corrado Alvaro fissava nell’estrema indigenza, nella chiusura, nella sopravvivenza, di poche case in pietra e malta continuamente sbriciolate dal torrente, diventava in quegli anni surrettiziamente il maggior “proprietario” dell’Aspromonte, con diecimila ettari ed estese propaggini perfino sul versante tirrenico, un sedicesimo di tutto l’Aspromonte, poco meno di un settimo del Parco, di cui fanno parte una quarantina di Comuni.
La questione dell’appartenenza non è di poco conto. Un abate peraltro benemerito del santuario, don Giosafatto Mittiga di Platì, mentore e fonte di Alvaro giovinetto, tentò di risolverla negli anni 1920 creando una diocesi a se stante, che avrebbe raggruppato attorno a Polsi alcune parrocchie di Gerace-Locri (San Luca, Cirella, Natile) e di Oppido Mamertina (Delianuova, Scido, Santa Cristina d’Aspromonte), ma fu sconfessato a Roma. Polsi resta frazione di San Luca, e il rettore di Polsi è, dopo Mittiga, il parroco di San Luca. L’ipotesi è che la Madonna della Montagna si riverberi benevolmente su San Luca. È dubbio, San Luca avendo bisogno non di compiacenza ma di una brusca repressione e di una sana prevenzione. Mentre l’inverso è possibile, e anzi avviene: che il santuario e la devozione passino per mafiosi. Nel 1931 Francesco Siciliano, segretario comunale di Bovalino, attribuiva ai sanlucoti il titolo di portantini della statua nella processione del secondo giubileo, per “diritto di dominazione del proprio territorio”. Il maresciallo Giuseppe Delfino e il canonico Francesco Pangallo avevano statuito a favore dei bagnaroti, per diritto tradizionale, ma senza effetto. Al terzo giubileo, nel 1981, il rettore del santuario, don Pino Strangio, ha sanzionato il cambiamento: “Questo momento (la processione, n.d.r.) appartiene alla gente di San Luca”.
(Il sommario di queste note è stato pubblicato nel numero di settembre del "National Geographic)