Cerca nel blog

mercoledì 3 settembre 2008

Se la destra porta crisi - consolidare?

Si potrebbe ritenerla una maledizione - a meno che, questa è sfuggita all’antiberlusconismo, l’uomo non porti sfiga... Ogni volta che la destra stravince le elezioni per trasformare l’Italia, una crisi economica irrimediabile la ingessa. Nel 2001 fu l’11 settembre, ora la gelata finanziaria: il paese lavora poco, il denaro costa caro, e i conti pubblici saltano. L’effetto è già stato registrato con evidente soddisfazione dai giornali padronali, le trombe dell'opposizione: le entrate sono minori, le uscite maggiori, per gli interessi maggiorati sul debito, i conti sono già saltati.
Ma è pure vero che il governo di destra non fa quello per cui è stravotato: una decisa liberalizzazione. E un taglio reale alla spesa pubblica improduttiva. Sull’esempio magari della Spagna socialista, di Felipe Gonzales e ora di Zapatero. O della Gran Bretagna laburista. Quanta spesa improduttiva c’è nella sanità e nella scuola, ognuno lo constata giornalmente, i due maggiori canali di spesa. E negli appalti pubblici, che sono ormai principalmente tecniche di corruzione: l’appalto è solo l’inizio di una infinita revisione prezzi tra compari. Il metodo di dare una mancia a tutti non paga, anche perché è intenibile, vuole sempre più giri di vite o più tasse.
La crisi ricorrente è insomma anche l’esito di un governo di destra che fa la sinistra. Per dare magari ragione, seppure rovesciandolo, all’Avvocato Agnelli, che cinico sosteneva essere necessario un governo di sinistra per fare le cose di destra. Tra salvataggi, protezioni e stabilizzazioni, accrescendo la spesa pubblica invece di ridurla.
Consolidare il debito
Berlusconi, la bella copia di Gianni Letta, la permanenza democristiana al potere, non ha ricette. Ma non le ha neppure Tremonti, il socialista che è diventato leghista, cioè il modernizzatore per eccellenza. Il ministro dell’Economia ha tentato di scardinare l’Ue quattordici anni fa, con l’ausilio del ministro degli Esteri Martino, figlio del primo europeista italiano, Gaetano Martino, ma ha capito presto che la cosa non era possibile. Ha tentato il protezionismo nella secondo esperienza sette anni fa con la stucchevole polemica anti-Cina. Ora è senza parole. Ma prima o poi dovrà mettere mano a quelle che, malgrado tutte le riforme e le cessioni di sovranità europee, sono le incombenze tradizionali del ministro del Tesoro: le politiche del debito e monetarie.
Sono sedici anni che l’Italia sta col fiato sospeso, stretta al diaframma dal contenimento della spesa pubblica. Che è obiettivo necessario, ma irrangiungibile: l’Italia non avendo più il controllo della politica del cambio e monetaria, deve però pagare interessi onerosissimi. La politica del debito virtuosa è in una morsa asfissiante. Una qualche forma di consolidamento del debito era necessaria dopo la svalutazione disastrosa del 1992 e prima dell’euro. Ora è inevitabile, prima del soffocamento.

L'ottusità della Fortezza europa

Gli Stati Uniti, dopo avere prosperato con l’assets inflation, la straordinaria speculazione su titoli, derivati e immobili finanziata dai mutui facili, ne hanno scaricato l’insolvenza sull’Europa attraverso il dollaro debole, e se ne sono surrogati i mercati di esportazione. Gli Stati Uniti continuano a prosperare, l’Europa paga il conto.
Si può vederla così, come l’ennesimo sgambetto della perfida America del perfido Bush. Invece che come l’ottusità del governo monetario europeo e la stupidità dei suoi fondamentali. Il fatto però è certo, confermato dall’Ocse: la recessione, prevista e vagheggiata per gli Stati Uniti, si abbatte invece sull’Europa. Nessuno compra più i buoni prodotti tedeschi, la Germania non compra più dall’Italia, e così via.
La risposta al dubbio è nelle cose. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’insterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
È però vero in un certo senso che l’America vince la partita a scapito dell’Europa. L’America di Bush. Incapace in tutto l’arco della crisi politica, nel Libano-Palestina, in Irak, in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, e contro il radicalismo islamico, l’America ha invece riuscito un capolavoro nella politica monetaria e dello sviluppo. Ma questo perché l’indigenza dell’aloofness europea non ha paragoni.

martedì 2 settembre 2008

Roll back anti-Nato, con multipolarismo

Si chiamava roll back la politica americana e della Nato, al tempo di John Foster Dulles e della guerra fredda, che doppiava il containment del comunismo con azioni di disturbo e di riconquista dov’era possibile, sovvertendo la spartizione postbellica in sfere d’influenza. Ora è la Nato a essere sottoposta a un intenso roll back, anche se da parte di un nemico composito, in tutti i fronti dove si è avventurata, quello islamico, dal Libano al Pakista, Iran e Iran inclusi, il Caucaso e il mar Nero, l’Afghanistan. Ovunque la Nato è in difficoltà. All’apparenza le difficoltà sono militari. Ma, data l’indiscussa superiorità Nato di mezzi e armi, la debolezza è politica e di progetto.
Se il nemico è composito il fronte è unico: è la leadership occidentale del mondo da vent’anni a questa parte. Che l’Occidente ha esercitato in solitario, forte del predominio militare e monetario. E per l’Occidente gli Usa, di cui l’Europa è a tutti gli effetti un compagno di merende. Finché si trattava di azioni di disturbo sulle retroguardie della Russia in ritirata, nei Balcani e alla frontiere storiche, e di bombardamento della sabbie irachene e afghane, l’Europa s’è illustrata, ora che la Russia si mostra riorganizzata, e gli uomini Nato sono scesi dall’elicottero, le schiere europee si rompono. Ma la partita principale si gioca, in Asia o ai suoi confini, tra gli Usa e le ex superpotenze.
La globalizzazione si decentra?
Russia e Cina hanno accettato per vent’anni l’egemonia americana, riconoscendo la sconfitta del comunismo. La Cina anzi se n’è fatto baluardo nella sua nuova proiezione mondiale e il suo nuovo “modello di sviluppo”, attraverso l’operosità e gli scambi. Ora qualcosa si sta modificando sotto l’egemonia americana. La rinuncia della Russia alla Wto, se non cambia quasi nulla degli scambi internazionali, potrebbe essere l’indicazione di una stagione conclusa, quella del libero scambio, o del condominio Usa-Cina sull’economia mondiale. E sicuramente avrà effetti sull’americanismo dell’Europa, la quale con la Russia deve convivere sotto tutti gli aspetti. Mentre parte il roll back della Russia alle sue frontiere contro l’aggressione Nato.
La Russia che snobba l’America, e anzi la sfida, insomma, apre una falla nel monolitismo della glogalizzazione, e potrebbe resuscitare la vecchia dottrina di Kissinger del multipolarismo – la dottrina americana che ebbe vita breve, nei quindici anni tra lo scacco del Vietnam e il crollo del comunismo. Altri soggetti stabilizzatori sono comunque necessari nell’arco della crisi, del radicalismo islamico (Libano, Israele, Irak, Iran, Afghanistan) di cui la Nato non sa venire a capo, e dell’ex Unione Sovietica.
Anche sul fronte monetario assetti diversi sono necessari. Per governare la globalizzazione, qualsiasi altra forma essa possa prendere dopo la crisi finanziaria euroamericana, stante il perdurante benign neglect del dollaro, che ne era il fondamento. Nuovi centri propulsori della globalizzazione sono nei fatti, il dollaro non basta più, e si riflettono nelle politiche. L’euro dovrà assumersi un ruolo, e lo yuan e lo yen potrebbero volerlo: la politica americana del dollaro debole accentua le incertezze e le oscillazioni, specie delle materie prime. Il ritorno dell’inflazione nell’ultimo biennio non ha altra ragione che la debolezza del dollaro, che prolungandosi ha sconfitto le difese delle monete forti, ora esse stesse causa d’inflazione. Non solo la Russia, anche l’Asia vorrà un suo ruolo, e l’Europa potrebbe esservi costretta.

L'Occidente li vuole belli, purché incapaci

La foto storica di Berlusconi e Gheddafi che chiudono la triste vicenda del colonialismo li vede bellissimi, ripresi dal loro angolo migliore se non ritoccati, e con almeno trent’anni di meno, senza rughe, senza pieghe, entrambi cotonati, anche se Gheddafi prudente tiene il capo coperto. Anche al contemporaneo vertice europeo, sembrava un defilé, ieri come del resto a ogni vertice europeo da qualche anno: c’è sempre il bellissimo Zapatero, con le sue belle ministre, i prestanti baltici dai nomi impossibili, il bello e atteggiato Brown, anche se politico incapace, l’ex bello Solana, e il ministro degli Esteri tedesco di cui nessuno sa il nome, anche se in età, ospitati da Sarkozy, che non dubita del suo fascino, e dal bello Kouchner che sempre si pettina. È, come tutto, una moda americana, la ragione principale per cui abbiamo avuto Clinton, e poi Bush, raddoppiato dall’inutile Rice, e avremo Obama.
Una volta dovevano essere saggi, e per questo un po’ arcigni. Quelli che vinsero la guerra, e poi il dopoguerra erano anzi decisamente brutti: Roosevelt, Churchill, lo stesso Stalin, de Gaulle, De Gasperi, Adenauer. Ora è il tempo della fitness e dell’immagine, l’Occidente i suoi buoni li vuole soprattutto belli. Anche in Italia: Rutelli e Veltroni, belli e aitanti, ancora non si capacitano perché perdono sempre, con uno che è basso, grasso, e col riportino.
Anche i greci antichi li volevano “belli-e-buoni”. Ma ora è diverso, non è necessario che siano intelligenti. È anzi meglio che siano incapaci, l’Occidente non si fida della politica. L’Occidente ne ha appena fatto le prove nel fatidico giorno di apertura dell’Olimpiade, con la Cina dei vegliardi politicanti che ha celebrato il suo trionfo, mentre il bello Saakashvili si prendeva due ceffoni da Putin – che si atteggia pure lui a bello-e-buono ma sappiamo che non è vero. È nell’irrilevanza della politica che l’Occidente pone oggi la sua superiorità.

Secondi pensieri (17)

zeulig

Coscienza – Si cambia, ma sempre per aggiunte al già noto, se non c’è il vizio di scaricarsi la coscienza. La quale, dice Freud, è “angoscia sociale”, e secondo Hamsun “fu inventata da quel vecchio maestro di ballo, Shakespeare”. S’impara anche a trent’anni, superata cioè l’età scolare. Anche ciò che è volatile. “La cosa al mondo più difficile da conservare è la coscienza”, Camus annota nel diario: “Di solito le circostanze vi si oppongono, che spingono alla dispersione”. Di solito la dispersione s’intende dell’io, con o senza la rima in Dio.

Coscienza di che? Anzitutto la coscienza si deve definire. Psiche fu a lungo vittima di Amore. O meglio, perseguitata da Venere e protetta da Amore. Per Venere intendendosi la materialità dell’atto, sesso era la femmina, sentimento il maschio. E Psiche chi è?

Locke forgiò e diffuse consciousness, per distinguere tra inconscio e consapevolezza, la misura della coscienza con la realtà. Sono catabasi, ecco cosa avveniva e ora non avviene più, se ne facevano sempre in antico, per trovare l’amore e ogni altra.

Per i ladri è la morte, nel Dictionnaire di Vidocq. Se non è lo Stato. Sempre Hegel afferma che “lo Stato è lo spirito che risiede nel mondo, e si realizza nel mondo attraverso la coscienza”. La coscienza anima della repressione. Per la tecnica, perché no, del flusso di coscienza, la letteratura del Novecento.
Del racconto senza interruzioni è maestra Vernon Lee, frasi di una pagina, modellate, senza ripetizioni né anacoluti, o soffi al cuore, un gioco d’incastri senza fatica. Il flusso di coscienza invece si vuole debordante. E dunque è la coscienza uno sciacquone?

Non è nel Vangelo, non c’è pentimento richiesto nel Vangelo, con la malinconia dell’esame di coscienza. Si facevano l’esame pitagorici, stoici ed epicurei. La chiesa lo imbarcò pare con la confessione obbligatoria del Concilio Lateranense II, quindi nel secolo dodicesimo – è con l’anno Mille che si forgia la chiesa (e l’Occidente) sessuofobica, colpevolista, autoritaria.

La compassione non è una virtù, dirà Kant. Né la compiacenza. Già Erasmo se lo diceva con Lutero. Ma, aggiungevano, l’esame di coscienza largamente restringe, o almeno modera, la na-turale turpitudine. Fare tesoro dei propri errori, dicono i maestri di scuola. Ma questa è la maniera d’essere, per tentativi ed errori, e non la lezione della storia. La storia dice che bisogna guardarsi poco indietro, una volta preso il passo, e senza supponenza, con semplicità, procedere.

Laicismo – Era la filiera “Mondo-Espresso-Repubblica”, dalla quale è stato dichiarato morto trenta’anni fa, in favore di Berlinguer e De Mita (le “subculture” comunista e confessionale). Dopo essere stato a lungo le leggi eversive per l’appropriazione della manomorta, con un po’ di teismo massonico, che s'intende sulfureo. Non è il radicalismo di Pannella: il laicismo non è eversivo, totalitario.
È l’approccio non prevenuto e curioso all’esistenza e agli altri. I primi e soli laici nell’Italia unita sono stati a lungo, fino ai popolari di Sturzo, i cattolici. Che il laicismo fangoso dei Savoia, ex clericali, lasciava ai margini.

Leggere - È viaggiare, si dice. Ma è operazione attiva e non passiva quale il viaggiare, leggere si può solo da fermi. È il panorama che cambia.

Marx - Sarà stato l’ultimo cappello europeo posto sul mondo. Più radicale a volte, sicuramente più esteso, della stessa rivoluzione francese, dei diritti dell’uomo e dell’individuo. Non tanto per i diritti della classe – ma l’invidia sociale conta – quanto per quello della giustizia, che è fortissimo. Ma si è lasciato manipolare dai russi. E l’Europa avrà trascinato all’ultima rovina.

Morale – La questione morale è l’arma decisiva per depotenziare la politica e sottrarla alla democrazia. In tutte le epoche - il controllo democratico è attivo in tutta la storia: da Cicerone-Catilina in poi, e evidentemente anche da prima. La questione morale è il paravento e l’arma del segreto.
A lungo è stata agitata dai liberali (“laici”) che non riconoscevano la democrazia. Ceti caratteristicamente arricchitisi non con l’impresa ma con la manomorta – l’esproprio e le soppressioni napoleoniche e risorgimentali – elevata a diritto: gli assertori e difensori del diritto di proprietà si sono imposti con l’appropriazione indebita.

Natura – In buona misura è umana.

Ottimismo - È energia nel malessere. È la ragione.

Pentimento – Statisticamente, i criminali sentono il bisogno di confessare. A chiunque, pare, qualsiasi cosa. Non di pentirsi dunque, o di punirsi, ma di raccontarla. Il pentimento è narrazione.

Come fatto attivo – denunciare, quindi giudicare – è in realtà non pentirsi. Il vero pentimento è autoannullamento – è la metafora della prigione.

Scritture – Sono sceneggiature. Non si leggono altrimenti, come una saga, per esempio, né sono libri profetici, o teologici, e nemmeno filosofici, e la storia che c’è vi è mascherata. Sono una serie di immagini, scene e persone in movimento: Giobbe, Abramo, Salomone, Noè, lo stesso Gesù e Maria nei Vangeli, non sono “comprensibili”, ma sono visibili, visibilissimi, e vivi, compagni di viaggio che abbiamo sempre avuto, di quella realtà complessa o umanità che il cinema sa riprodurre. Sono narrazioni, a scena scontornata, che si susseguono e si sovrappongono.
Non diversamente è nei sogni, a saperli, e volerli, ricostruire.

Scrivere – È esplorare. Più spesso con le fattezze malaticce di un Livingstone, o con l’avidità di un Colombo, di uno Stanley, ma con curiosità inesauribile. Magari sull’uscio di casa, se non dentro, ma con fantasia. Ogni esplorazione è una creazione dell’esplorato.

Il fatto è che, per non essere immortali, ci siamo abituati a storie con un fine, a cui tutto corre, e questo fa il disadattamento dell’occidentale. Si dice che sia per il razionalismo, ma è per una narrativa distorta, costruita. Come quella di Gide, che ha scritto la sua Resistenza, nel “Diario”, dopo i fatti, tacendo che il “Diario” era stato già pubblicato nella rivista di Drieu La Rochelle – e nessuno glielo rimprovera: Gide può non essere onesto. Le virgole sono essenziali alla storia, sia alla scrittura che al senso. È spostando le virgole al libro di “Daniele”, spiegò famosamente Lutero, che i rabbini escludono e irridono il Cristo. Virgole e citazioni sono insidiose non solo nei testi sacri, necessariamente vaghi. Lo stesso l’uso della congiunzione. In certe traduzioni della Bibbia, o dal tedesco, non si sa se una persona è vissuta due volte, cinque anni e cento anni, oppure centocinque anni. Lo scrittore dev’essere incompleto.
Dickens voleva creare una nuova forma narrativa, il superromanzo, che sarebbe consistito di diversi romanzi intrecciati. Ma un romanzo è già un intreccio, più o meno forzato. Bisogna adottare la calligrafia cinese, della storia come viene, meglio rispondente al suo carattere fluviale, i caratteri si modulano dopo, con le vicende. E pur non possedendo i linguaggi, quello della musica per esempio, si può avere l’orecchio assoluto, per esempio per la musica delle idee. Non per gli echi, i ritmi, le assonanze, le consonanze, ancorché melodiche, della retorica, ma per la capacità evocativa che alcuni scrittori hanno, anche dissonante. Montaigne per esempio, che, ragionando, è filosofo di trivialità, fa musica interminabile, per fughe, contrappunti, danze popolari, apre valli e colline. Shakespeare è un altro, rispetto all’eccessivismo elisabettiano, che mette in versi l’incredulità barocca, per le idee che ingenera a ogni immagine. Anche Dante a una dizione: senza le note erudite è pieno di risonanze.
C’è in inglese una funzione e una parola che non c’è o non usa in italiano, il dimmer. Che, venendo da dim, dovrebbe evocare l’idea di pallido, indistinto, oscuro per luce insufficiente o percezione insufficiente, ma è in realtà uno strumento che adatta la luce, dal faro solare all’ombra, giusto quel grado che è necessario, per un’esigenza di risparmio e di uso ottimale dell’energia, evitando gli sprechi della luce costante, e l’intromettenza. Un narrante che non sia io e non sia terzo – i quali, si sa, sono falsi – e non sia sempre uguale, impostato come un cantante d’opera, oppure umile ma ripetitivo, costante in qualsiasi evento o piega della narrazione. Che sia invece modulabile, umile se si vuole ma per esigenza e non per ruolo, o stentoreo.

zeulig@gmail.com

Ombre - 4

Epifani per l’Alitalia detta le condizioni, sul “Corriere della sera” di oggi. A un’azienda che è
fallita, economicamente e tecnicamente, e che non fa esuberi ma chiede il salvataggio.
Può darsi che si un riflesso della vecchia Cgil, dei vecchi tempi. Ma sono ormai passati trenta e più anni, da quando il salario era una variabile indipendente. No, il segretario della Cgil gioca all’anti-Berlusconi, e così è giocato dal giornale – “io sono più bravo, Berlusconi è un cretino”. Che è l’unica cosa che la sinistra vedova evidentemente sa dire. Non si capisce altrimenti perché tanta incapacità.
È anche una conferma, purtroppo, che il sindacato è inesistente, se il leader della Cgil sa solo fare il “napoletano”, con tanto rumore, tammurriate, capriole, e occupazioni di suolo pubblico.

Paginate sui maggiori giornali, anche due e tre, sulla governance di Mediobanca, sui dissidi non detti tra il management e gli azionisti, tra Nagel e Geronzi. Che malinconiche non interessano a nessuno, anche il non detto: Mediobanca non fa più paura. Si scioglie l’equivoco Cuccia. Del patrimonio di Mediobanca e Cuccia solo Generali resistono. Anche perché la loro storia negli ultimi dieci anni si è allontanata dal patrocinio milanese. Le altre curatele di Cuccia-Mediobanca sono finite in clamorosi e costosi fallimenti, dalla Olivetti del post-Adriano e di De Benedetti a Montedison a Gemina-Rcs. La Fiat, che per un trentennio si è barcamenata “facendo” i bilanci, per le arti di Romiti, poulain di Cuccia, una volta libera dall’asse Avvocato-Mediobanca, è tornata una casa automobilistica che sa stare sul mercato - a opera di un manager, peraltro, che niente sapeva di automobili: bastava così poco?

Un’Associazione Culturale Epizephyri Onlus di Locri spende in pubblicità mezza pagina del “Sole” di domenica per comunicare che premierà a Palermo col Pinax d’argento Vincenzo Consolo, nonché con una borsa di studio il migliore allievo dei licei classici, scientifici e artistici di Palermo e provincia e di quelli di Trapani. “Una scelta quest’ultima”, dice la pubblicità, “non casuale ma dettata dalla voglia di «omaggiare» il dott. Giuseppe Gualtieri, calabrese, che con le sue brillanti operazioni in terra siciliana si è conquistato sul campo il grado di Questore” – di Trapani?
Il tutto in prosa postsovietica, col presidente onorevole avvocato, il vice presidente dottor ingegnere, eccetera. A conferma che le due subculture al Sud e all’Est, sono purtroppo simili, e entrambe sono burocratiche. Ma poiché la mezza pagina del “Sole” costa almeno ventimila euro, uno non può che invidiare tanti mezzi. A Palermo saranno anche distribuiti ai dirigenti scolastici e agli studenti i libri “Fratelli di sangue2 e “Il grande inganno”, del magistrato Nicola Gratteri, teorico del tutto ‘ndrangheta e Locri e dintorni. E questo effettivamente va a diffusione della cultura.

Carlo Maria Martini telefona da Gerusalemme, dove si è ritirato malato e in contemplazione, all’“Unità” per congratularsi con la direttrice De Gregorio. È un vecchio lettore del giornale? Ma è stato cardinale a lungo, papabile, e si è dimesso da tempo per l’età e i connessi limiti.

“Se la sono cercata”, dice il sindaco Alemanno dei poveri olandesi in bicicletta violentati a Roma. Come Prodi dei rifiuti in Campania, Scajola di Biagi, i leghisti di chiunque. È il segno più evidente della mediocrità della classe politica che ha preso il potere nel 1992: la colpa è degli altri.

Shevchenko, calciatore cresciuto a livelli mondali con il Milan, di cui è un po’ la bandiera, decide per motivi familiari di trasferirsi a Londra, al Chelsea. Dove, per motivi tattici, benché atleta integro e serio, non gioca. Dopo un paio d’anni d’inattività, costosa per il Chelsea, chiede di poter tornare al Milan, o comunque andare in una squadra dove possa giocare. Ma questo per il Chelsea non è possibile. Per consentirgli di giocare deve intervenire il capo del governo italiano.
È tutta qui l’immoralità del calcio, non c’è bisogno d’intercettazioni o antidoping: la distruzione degli atleti. Per nessuna ragione – quelle ventilate sono anche peggio: il Milan concorrente del Chelsea, o l’atleta ucraino perseguitato dal padrone russo.

La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?

Per un mese un articolo di “Newsweek” favorevole a Berlsuconi ha tenuto occupati i maggiori giornali italiani, compresi “Il Sole 24 Ore” e “L’Unità”. E ancora non basta: nell’ultima settimana di agosto “L’Unità” ci è tornata su, “Repubblica” e il “Corriere” ci sono tornati su, mentre Enrico Letta del Pd si annette l’autore dell’articolo, Jacopo Barigazzi. Chiedendo di mettere fine al “provincialismo”.
Per fortuna, è aria fritta tra cervelli fritti – in Italia come si sa non ci sono vere tragedie ma “tragediatori”, attori che mimano. Prendendo la vicenda sul serio, ci sarebbe il fascismo di questa assurda sinistra, di che impensierire la pia “Famiglia Cristiana”. O la mafiosità: i Furio Colombo in veste di Totò Riina, che mette in guardia ogni atro corrispondente o collaboratore di testata straniera.

Il Ros di Reggio Calabria, nella persona del colonnello Valerio Giardina, fa un’indagine sulla gestione dei beni confiscati alla mafia, che ritiene carente o omissiva. Buon numero di amministratori e politici della provincia di Reggio Calabria, di centro, di sinistra e di destra, apprendono dal quotidiano “Calabria Ora”, nel quale l’indagine si pubblica, di essere iscritti nel registro degli indagati. Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone si limita a precisare che si stanno valutando le posizioni caso per caso. È così che si fa la lotta alla mafia?

giovedì 28 agosto 2008

Quanto Napoli si piace

Due ragazzi tedeschi sono violentati sulla spiaggia di Torre Annunziata e sono ricoverati a Castellammare. Dove a lei viene fatto un esame superficiale, delle escoriazioni. Lo scopo è chiaro: evitare le aggravanti per gli aggressori. È chiaro a tutti, ma non all’Asl di Napoli 5, cui Castellammare fa capo. Che ordina un’inchiesta, ma assolve i sanitari: “A quanto mi risulta”, dice il signor D’Auria, manager dell’Azienda sanitaria, “il personale che ha operato quella notte ha seguito le procedure, e ai professionisti dell’ospedale di Castellammare di certo non manca il necessario senso di umanità”. Non è Napoli anema e core?
È possibile che ci sia collusione con gli aggressori. Ma forse no, nessun magistrato s’è mosso, né contro i sanitari né contro D’Auria. È invece certa l’autoindulgenza napoletana, stupefacente. Non eccezionale: girando per la provincia napoletana ogni aggressione, seppure non della gravità di quella incorsa dai giovani tedeschi, è trattata da tutti con la stessa condiscendenza, da carabinieri, poliziotti, vigili urbani, assessori, sindaci, direttori d’albergo. Il napoletano “sa”, il non napoletano si deve giustificare: perché si trovava alla tal ora di tal giorno in tale piazza, perché portava la borsa, o l’orologio al polso, perché, se viaggiava in gruppo, s’è avventurato da solo. E se ha riconosciuto un aggressore nell’albo di foto segnaletiche che gli viene obbligatoriamente mostrato, se non lo conosceva prima e per quale motivo. Col sottinteso, non tanto celato: droga? frode all’assicurazione (il famoso “cavallo”)? guerra di bande?
Gli inni incredibili alla napoletanità delle migliori intelligenze napoletane nella lunga vicenda dell’immondizia sono un’eco evidentemente della ferma superiorità popolana – l’intellettuale non deve essere radicato nel popolo? Che gli avvocati dei ragazzi stupratori di Torre Annunziata confermano trionfali, nella tradizione dei Grandi Principi del Foro, i paglietta. Chiedendo perdono a larghi gesti e grandi parole, di fronte a tutti i microfoni e gli schermi, umilmente, per l’immane tragedia, per la mala erba di questa terra sventurata, per la società che produce mostri, e tutto il repertorio della messinscena. Pregustando la cospicua parcella della derubricazione dei reati del camorrista figlio di camorrista, e fa’ in culo ai tedeschi. Sarà vero che “il mare non bagna Napoli”, dev’essere tutta bava, di soddisfazione.

La spazzatura di Napoli

Un presidente del consiglio non molto autorevole e anzi un po’ ciula ha ordinato agli spazzini napoletani di raccogliere la spazzatura, e la spazzatura di Napoli dopo un anno, o due, è stata infine raccolta. Napoli non ha detto grazie, la Iervolino per esempio, che parla così tanto, e naturalmente non si è fatto un esame di coscienza. Perché Napoli va di fretta, deve escogitarne un’altra.
Non si sono dimessi la Iervolino e Bassolino, che pure tanto male fanno ai rispettivi partiti, e al partito Democratico che li ha riuniti, e il motivo è sempre lo stesso: i napoletani hanno sempre ragione. Né sono stati mai cercati, nemmeno per la forma, i piromani degli accampamenti rom e delle montagne di spazzatura. La magistratura napoletana ha anzi tentato in tutti i modi di fermare la raccolta della spazzatura, fino ad arrestare tutti quelli che la raccoglievano. Ha perso, ma è ancora salda al suo posto, e anzi più iattante che mai – si dice che stia intercettando mezzo governo, oltre a tutta la stampa italiana, nell’eventualità che il governo si arrischi a mettere un freno alle intercettazioni. Dopo aver consolidato in un trentennio, da quando il comunista Valenzi divenne avventuratamente sindaco, ogni sorta d'illecito "popolare", dei disoccupati organizzati, degli irriducibili di Pianura, dei tifosi allo stadio, con distruzioni miliardarie, occupazione di stazioni e strade, ricatti.
Leggendo la stampa napoletana, del resto, è Napoli che fa l’esame al resto d’Italia e del mondo, al governo fascista con i rumeni e gli zingari, agli stranieri che vanno a dormire tra i pastori, agli arabi che invadono l’Italia, a Putin che ha invaso la Georgia, a Israele che tormenta gli arabi, e alla Juventus che si ruba gli scudetti.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (22)

Giuseppe Leuzzi

Il discorso su
In Calabria e Sicilia non piove da quattro mesi, maggio, giugno, luglio e agosto, dopo un inverno asciutto. E manca l’acqua. Ma a Milano non piove e quindi la siccità non c’è. Non per il parlatore incontenibile Loiero né per lo sfingeo Lombardo, i governatori.

Capita di parlare di mafia con mafiosi cogniti: l’analista della megastruttura convenzionata, il commerciante finanziarizzato, il ristoratore da guida, e quelli del lusso, accanto al loro suv o Mercedes da centomila. In italiano, in genere, atteggiato. È estremamente ridicolo. Come una conversazione di routine tra due attori in scena.

La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?

Niente notabilato nei paesi della Montagna. Consigli sì, aiuti, posti sono dovuti, ma senza riconoscenza, né riconoscimento sociale: tutti sono “più” di ogni altro.

Il meridionale non è niente per voler essere tutto – tutti sono politici, artisti, giornalisti, e vittime.

La ricchezza è la legalità. È un concetto semplice: se l’Ente per il turismo dà cinque stelle a un albergo che al più ne può avere tre, o tre a uno che non ha stelle, può anche darsi che questi alberghi affittino qualche camera, ma per una sola volta. Se può definirsi extra-vergine tutto l’olio d’oliva rettificato che si riesce a mettere assieme, lo si potrà vendere, imbottigliato, una sola volta. Mentre se il vino igt è zucchero e alcool, con una goccia di sciroppo, si può anche andare in prigione (in teoria). Si parla di legalità semplice, non di criminalità organizzata, che è complessa ma è anche marginale.

Non abbiamo soprannome. Un altro paio di famiglie in paese non ne ha. Tutti hanno un soprannome. I borghesi non ne hanno, quelli dell’unità d’Italia.

C’è la realtà, e c’è il discorso su questa stessa realtà, che a volte è preminente.
La realtà del Sud, della Calabria, dell’Aspromonte, è esclusivamente il “discorso su”, ed è disperante. Al Sud c’è solo il peggio: la corruzione, la malasanità, la mafia, le raccomandazioni, l’assenteismo. Qualsiasi discorso sul Sud lo vede soggiacere, condannato, deriso, umiliato.
Non se ne può fare un torto a chi lo agita, a ognuno piace sentire cosa gli altri pensano di lui. E finché i fenomeni deleteri persistono. Si muore di malasanità anche a Torino, ma il calabrese giustamente ingigantisce la malasanità a Vibo Valentia.
Il problema sorge quando il discorso viene introiettato e diventa esclusivo. Quando non c’è altro oltre il discorso. “La rima produce il poema”, Jakobson l’ha accertato. O già Platone, secondo il quale se si recita a lungo la parte del malvagio, o del buono, il ruolo finisce per corrompere l’anima.

Se il racconto fa la realtà. I due best-seller nazionali sono l’estate scorsa e questa estate due libri calabresi sulla ‘ndrangheta. “Fratelli di sangue” di Gratteri dà ogni paese della provincia di Reggio dominato dalla mafia, compresi quelli dove la mafia non c’è mai stata. “Anime nere”, di uno scrittore di Africo, scritto peraltro benissimo, magnifica la vita violenta di un mafioso giovanissimo, pluriomicida eccetera, che poi si pente, e fotte la società e lo stato una seconda volta – la cosa non è detta ma è “scritta”.

L’idea d’Italia è radicalmente cambiata. Sotto i termini anodini, scientifici, burocratici, di devoluzione, federalismo, solidarismo e sussidiarietà, nel fisco, la sanità, la pubblica sicurezza, l'informazione e il diritto all'informazione.
In centocinquant’anni ci sono state tre Italie. L’Italia annessionista, che s’è preso il Sud. L’Italia solidale della Repubblica, dello sviluppo del Mezzogiorno - e purtroppo dello "statalismo", della manmissione politica della vita punnlica. E da un quindicennio l’Italia della Lega. O delle autonomie. Un programma rispettabile, e anzi auspicabile. La cultura cattolica è stata fortemente autonomistica per tutta l’esperienza unitaria e fino al partito Popolare. Ma ora è l’Italia di Milano: chi ha più fieno più s’ingrassa.

Pentito a mare
La duna sul mare è stata mantenuta, o creata. Recintata, ma aperta, lo steccato è basso, in legno, è decorativo. È parte di uno stabilimento balneare, con una fila di cabine provvisorie, su piattaforme di legno, e una cabina di legno fresca, che serve da bar. Il nome dello stabimento è simpatico, “Dal naso al cielo”, e il giovane che lo gestisce legge un volume di novelle di Pirandello dallo stesso titolo, o comunque sta sulla sdraio col volume aperto.
È uno stabilimento di Roccella, sullo Ionio, sotto il castello dei vecchi signori Carafa, napoletani che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. Un borgo bene amministrato, che rispetta i regolamenti edilizi, dove sulle colonne di granito rosa recuperate al mare e su quelle in cemento della piazzetta davanti alla chiesa le cicogne sembrano interessate a tornare a nidificare, vecchia tappa nei loro spostamenti tra il Nord Europa e l’Africa. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
All’ora di pranzo un giovane troneggia sulla duna, a un tavolo che gli fa anche da balcone sulla spiaggia con gli ombrelloni. Un giovane corpulento e già vecchio. Che a tratti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove un ombrellone sottostante, il solo occupato in tutto il bagno, dove quattro donne stanno sulle sdraio inquiete, quattro signore in età indefinibile, tutte cotte dal sole, che però non sono le sue puttane: prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme, tutte con la borsa in spalla che s’indovina pesante da cui non si separano mai. È la loro irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparire, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, con insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Oggi, nelle foto di un processo, l’omone prende un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, che per la fisionomia. È il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti. In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che ora è morto, sfinito anche dalla difficoltà di difendersi, seppure con successo.
Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la lunga marcia della Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri. Poiché si capiva che i collaboratori erano dei servizi segreti, e che quindi sapessero di Alfieri come i servizi italiani, mi chiedevo perché questo temibile signore non fosse arrestato. Ma era ignoranza - lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera: Alfieri era stato arrestato l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era già un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.

Venti o ventuno cantieri nel tratto Padula-Lagonegro sulla Salerno-Reggio Calabria nell’estate del 2008, una quarantina di chilometri. Ma ci saranno due-tre operai al lavoro in media in ogni cantiere, e in alcuni non c’è nessuno, una cinquantina di persone in tutto. Molte delle quali si danno l’aria di controllare e non di fare. Sono cantieri per la revisione prezzi?

Lo studio Fillea-Cgil, 2004, sulla Sa-Rc: l’ammodernamento nel 1999 era previsto in cinque anni, per il 2004. Ma al 2004 solo 49 chilometri erano stati ampliati. Per tutto il percorso, quindi, si va al 2015 - se non sarà il 2025: non si vedono aperti, nemmeno segnati in giallo, i cantieri su due tratte molto difficili e costose dell'arteria, da Lagonegro a Castrovillari-Frascineto, e da Cosenza a Falerna, più alcune diecine di chilometri tra Salerno e Sala Consilina, l'estrema provincia campana che, a quel che si vede, sarà a tre corsie... Almeno cento chilometri, e mezze giornate, di percorsi alternativi (intanto i siciliani si sono fatti un traghetto quotidiano da Messina a Salerno e ritorno).
I costi erano raddoppiati, secondo lo studio: dai 3,5 miliardi di euro calcolati nel 1999 a 5,7 miliardi nel 2004. E ciò per singolare - oppure non? – effetto del miglioramento della legge sugli appalti: gli appalti assegnati con la Legge Merloni erano costati 1.184 milioni per 203 chilometri, gli appalti assegnati successivamente col sistema del general contractor sono costati 4.770 milioni, per 204 km. L’Anas ha replicato che l’autostrada sarebbe stata pronta per il 2008. Ma aveva ragione la Fillea-Cgil.

lunedì 25 agosto 2008

L'Olimpiade del sovietismo

Tra Rai e giornali non c’è stata una critica. Un’insoddisfazione, un capello nell’uovo, niente: l’Olimpiade cinese sarà stata perfetta. Nemmeno una manifestazione dell’insopprimibile complottismo, magari per dire qualche giudice comprato, russo beninteso. Lodi spropositate e tanto entusiasmo per la “organizzazione perfetta”, occhiuta. Perfette anche le accompagnatrici, non nel suolo di sorveglianti naturalmente. E quanti titoli sulla “Cina in lacrime” a ogni medaglia non vinta, di un’ignoranza abissale sulla Cina ma di un servilismo acutissimo.
Sarà stata la vendetta dei falliti della Grande Illusione, e per questo giustificabile. La Cina è pur sempre il comunismo al potere, e l’entusiasmo conseguente. Anche per la forma dell’entusiasmo: un esempio di “centralismo democratico” totalitario, incredibile se non fosse avvenuto, nei migliori giornali italiani. Con tutte quelle sottolineature kruscioviane (desideri, auspici, speranze, voti, scongiuri) della Cina che “supera” gli Stati Uniti.
Ma è peggio. Col senno di poi non c’è paragone, Berlino non è Pechino. Ma un parallelo in contemporanea, se c’è una diacronia della storia, mostra lo stesso disarmo e la stessa soggezione psicologica alla propaganda hitleriana come alla propaganda cinese. Tutto fu perfetto nella Berlino di Hitler nel 1936, malgrado le recenti leggi di Norimberga “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco”. La Germania “superava” la perfida Albione. E anzi si candidava a ospitare stabilmente l’Olimpiade, novella Grecia, la classicità che è tutti noi - questa è mancata: fare di Pechino la nuova Olimpia.

L'Europa parkinsoniana, Sarkozy volage

Su richiesta di “vari paesi” Sarkozy convoca un vertice straordinario Ue per dare una lezione alla Russia. Tra i “vari paesi” c’è certamente la Germania di Angela Merkel, cui la politica estera non fu mai insegnata, nella Germania del socialismo reale - la sua Germania non è più di un “vario” paese. E la Polonia pilsudskiana, che vorrebbe mettere qualche missile, per conto della Nato, alla frontiera con l’eterno nemico. Come la Georgia del bello e disimpegnato Saakashvili.
Con la stessa lievità della sua nuova vita sentimentale, il presidente francese vuole condurre l’Europa. È la sua parte migliore. È andato a Mosca a fare non si sa che, e ora minaccia di farle la guerra, ancorché fredda. Così come manda l'ultima moglie Carlà, cantautrice emerita, a sorridere al Dalai Lama, dopo essere andato di persona a Pechino a sorridere a Hu Jingtao. È il mondo di Carlà, delle canzoni che non fanno male a nessuno e a volte fanno piacere.
Ma il volage Sarkò è anche, oggi, l’Europa. Col cagnolino festante tedesco dietro. Nell’assenza di Londra dopo Blair, e nell’imbarazzo di Roma. Storicamente è la vecchia Francia che sostiene il revanscismo polacco antirusso. Ma oggi è un’Europa portata a schierarsi con l’avventurismo dello sbussolato Bush, che vuole la Nato all’assedio del Cremlino, da Ovest, da Sud e, se possibile, dall’Asia. Ma per fare che?
Perché Sarkozy ha convocato il vertice straordinario e che cosa proporrà è anche inutile chiederselo. Cosa può proporre? Di abbaiare tutti insieme? Che vuol dire rivedere le relazioni con la Russia? L’embargo economico? Ridicolo, impossibile, questo lo sa perfino la Merkel: l’Unione è legata a filo doppio con la Russia, anche se, ridicolissima, la tiene fuori della Wto. Vuole l’embargo politico, la condanna morale? Della Russia o della Georgia amerikana? Vuole schierare la Nato, magari come in Afghanistan? Vuole denunciare la Russia all’Onu, dove la stessa Russia ha il veto? Vuole dare uno schiaffo a Putin? Ma l’Europa parkinsoniana a stento arriva a slacciarsi i bottoni, per mettersi a letto. Forse Sarkozy ha solo bisogno di allontanare l’attenzione dei francesi dall’Afghanistan, è di piccolo cabotaggio ogni movimento europeo.
L’Europa s’è avventurata in Afghanistan senza coordinate. Tratta con l’Iran senza sapere su cosa. E ora minaccia, come un qualsiasi sior Todero brontolon, di espellere la Russia - da cosa? - che è la metà del continente. L’avventurismo europeo in Afghanistan, mondo specialissimo di cui sanno tutto anche i ragazzi che abbiano letto Kipling, è da manicomio. Con soldati affardellati di venti chili sopra la pesante tuta mimetica, magari antiproiettile, chiusi in fortini di cemento armato, al comando di generali ignoranti, del terreno, della lingua, dei linguaggi, protetti da supersonici ciechi, che non si sa se sono materia di tragedia o di satira dei costumi .
La guerra con la Russia già c’è stata, anche se l’Europa non lo sa, e l’ha vinta Putin. Senza perdite, ha riacquistato il ruolo che del resto alla Russia compete nel Caucaso e nel Mar Nero. Come può pensare l’Europa, con tutto il suo irenismo, di riportare la storia indietro di tre secoli? Nemmeno il pazzo Hitler, con tutto il suo disprezzo per gli slavi, arrivava a tanto. Si vede che l’imbecillità, sia pure senile, può più della pazzia. L’Europa è in estrema difficoltà, anche se non sa la geografia, in tutto l’arco della crisi nella vicina Asia, dal Libano al Pakistan, con dentro l’Afghanistan, l’Irak e l’Iran, e ben due potenze atomiche, due stati monocratici, dove si vota per finta, governati dall’estremismo islamico.

Il sesso nell'amore, l'impresa resta ardua

Despentes prosegue al livello più letterario il tentativo d’introdurre il sesso nelle storie d’amore. Un tentativo bizzarramente tutto femminile, in Francia della Millet, la Reyes, la Dugas, la Wittig, in Spagna della Grandes (d’altra parte, l’esclusione del sesso dalle scene d’amore è bizzarria ben maggiore). Ma di proposito, e si vede.
In questo romanzo ci mette tutto, l’omoerotismo giovanile, l’irritazione della prima volta, l’erotismo come dipendenza, la complicità fraterna, il rovesciamento dei ruoli (fatale è l’uomo). E l’amitié amoureuse, la passione, la gelosia, l’odio. Tra la droga, i peepshow, le puttane, le mafie, perfino gli snuff movies, con desquamazione – a opera degli innocenti. In una Lione copiata da Marsiglia.
Il progetto si copre pudico con la forma del noir. Ma è meccanico e inerte. La cosa più interessante, la nota di traduzione di Maria Teresa Carbone (spiega “beur”, “érémiste”, “verlan”, etc., anche se sono sorprese di prima di Wikipedia), mostra una scrittrice interessata soprattutto alla scrittura. Dopo la nota simpatetica di Simona Vinci che spiega: “L’intrigo non esiste”. Alla fine il romanzo di Despentes (sia questo che “Scopami”) è “Thelma e Louise”, le americane che vanno allegre alla morte uccidendo. Una forma di revulsione. La storia è sempre “sfalsata” (“sfalsamento”, p.188, per il brechtiano straniamento, è invenzione preziosa), cioè costruita a freddo. Ma l’esperimento si risolve nuovamente nella scrittura del porno al femminile, un po’ di fregola in più.
Virginie Despentes, Le dotte puttane

Bianciardi falso Vian, Milano falsa Parigi

È la prima celebrazione di Milano capitale, la Parigi o Londra dell’Italia.
Bianciardi è il Boris Vian italiano. Ironico, reattivo, “localistico”. Avrebbe potuto essere, con meno impegno e più malinconia. Con meno provincialismo (milanesismo). Da immigrato, condizione che sempre sottolinea, con gli aneddoti e la lingua. Questa è la nota che stride: l’indulgenza è la maniera milanese di vivere (celebrare) la città, stonata in qualsiasi osservatore esterno.
Luciano Bianciardi, La vita agra

sabato 16 agosto 2008

Ombre - 3

Cossiga attribuisce a Moro, sul “Corriere della sera” del 14, il “lodo Moro”, cioè l’accordo con i terroristi palestinesi. Gli attribuisce anche, non richiesto, ogni altra trama dei servizi segreti, da Gladio alla semplice conoscenza del generale Miceli. Di che ha paura Cossiga? Si attesta preliminarmente di non sapere nulla in genere nelle zone di mafia, inquinate.
Tutto peraltro Cossiga attribuisce a Moro, che è morto, e non menziona Andreotti, altro deus dei servizi. Per i quali ferocemente combattè Moro - ferocemente è la sola parola giusta, approssimata per difetto.

“Non c’è opinione pubblica”, dice Nanni Moretti a Locarno. Come sempre uno di noi, che sa le cose.
Ma come sempre le dice a metà, col ghigno. Con un sospetto di cinismo che è ormai certezza.

Carlo De Benedetti è andato a Pechino per l’inaugurazione dell’Olimpiade, e in poche righe sul “Sole” di domenica 9 dà parecchie “notizie”. L’assenza di guardie nello stadio, le guardie ferme fuori, sedute su sgabelli, gli americani che hanno applaudito solo gli americani. Ai tanti inviati dei giornali erano particolari sfuggiti.
De Benedetti spiega anche, sempre in breve, l’ovvio intento politico della celebrazione, la Cina che dice: “Siamo dappertutto, anche nello sport e nell’eleganza”. E come la Cina non sia uno dei “parvenu del low cost”.

La Cgil difende gli assenteisti. Della Pubblica Amministrazione, per di più.
Un’altra conferma che l’Italia non si è ancora desovietizzata, tra burocrazia, indifferenza e linguaggio sempre doppio.

In un romanzo di fantastoria di sedici anni fa, “I figli degli uomini”, la scrittrice P.D.James lo aveva notato: “Un regime in cui a una sorveglianza continua si accompagna un permissivismo totale è incompatibile con uno sviluppo sano”. Nel romanzo una strana infecondità ha colpito nel 1995 gli uomini,i maschi, per cui l’umanità si avvia all’estinzione. Un mondo senza le api, secondo il celebre apocrifo di Einstein, sarà ridotto a poche diecine di essere umani.

Il sindaco leghista di Verona proibisce di andare a puttane. Il sindaco leghista di Novara proibisce di passeggiare in gruppi di tre o più. Quello di Brescia, o è di Bergamo?, proibisce di bere in strada: il vino sì, la birra no. Il comune di Trento, ulivista questo, ha proibito le fotografie nelle piscine in cui ci sono bambini. Nel leghista Veneto è vietato in luoghi pubblici come i centro commerciali di farsi le fotografie tra padri e figli.
Tutta roba che non c’entra con la sicurezza. È che chi ha vinto le elezioni nei primi tre mesi prende possesso: è il fascismo della Lega, di cui non c’è da dubitare. O quello del Lombardo-Veneto. Che la Lega, come spesso è il caso dei partiti, tenta di “governare” (moderare, arginare). Lo stesso col razzismo antirom: il leghista ministro dell’Interno Maroni forse ha ragione di dire che è un moderato, forse fa finta di fare quello per cui è stato votato.

L’editore del “Corriere della sera” si pubblica domenica 3 sul suo giornale una pagina di riflessioni sul ruolo dell’etica nella professione di banchiere. Assolvendosi, nel senso che ha la coscienza pulita. Ma l’avvocato Bazoli è noto per avere uno dei più alti peli sullo stomaco della Lombardia, che pure ne abbonda. Ed è – si ritiene, vuol’esserlo – l’uomo più potente d’Italia, negli affari e, attraverso i giornali, anche nella politica.

Il molto napoletano De Magistris, in esilio da una vita a Catanzaro, voleva il trasferimento a Napoli. E Mancino, fingendo di punirlo, lo ha accontentato. Ma c’era bisogno, per farsi così punire, di trovare Prodi e Mastella massoni a San Marino, insieme con una buona metà dei giudici lucani?

La Rai prende sul serio un giornaletto scandalistico Usa che vuole i Bush al divorzio e lui fidanzato di Condoleezza Rice. Solo la Rai: i suoi notiziari ripetono a raffica la “notizia”.
Ma la Rai non è il vero Pd, bianco-rosso? Che amerikano è dunque Veltroni?

Secondi pensieri (16)

zeulig

Avarizia – È del cuore, certo, non della testa. E si applica alle cose del cuore, non agli interessi materiali – la cura degli interessi non è avara, il vizio sta nel preporre le cose a ogni passione.
È l’esclusione della passione: l’amore, l’amicizia, la compassione.

Coscienza – È titolo del Novecento italiano, la coscienza di uno straniero. E flusso dei romanzi europei dello stesso secolo. Ma non è recente, è latina, creata da Cicerone per calco dal greco suneìdesis, che però vuol dire capire insieme, imparare insieme. Nel greco antico la coscienza non c’è, Cicerone la preparava per il cristianesimo, con la questione tuttora insoluta dell’anima. E fu ottima cosa. Inoltre c’è una graduazione della coscienza, insegna Schopenhauer, dal polipo all’uomo - e filosoficamente, è da supporre, bisogna sapere cos’è polipo.

È che la coscienza ha ora il compito di spiegare l’inconscio ma la missione è impossibile, essendo le due realtà forse parenti ma nemiche. Di più se si ha la revulsione della storia, per l’uso di vivere, o sopravvivere, istante per istante, per inclinazione e riflessione. O per essere perfettamente storicizzati: senza residui, intellettuali o romantici. Nudi, e quindi in certo senso inermi, ma come lo sono le statue, inattaccabili. E più per avere l’occhio di lince. Che può essere una condanna: spogliare le persone. Spogliarle materialmente, le donne soprattutto, vedere attraverso il trucco, i vestiti, le sottovesti, anche le donne svestite dopo Mary Quant, che ha semplificato la penetrazione, e anche gli uomini, attraverso le sofisticherie – gli uomini sono in quello che dicono. Tutto ciò che invece fa la nobiltà del signor Kent di Superman.

Tolstòj spregiava la coscienza, e anche Hitler, che ne imputò l’invenzione agli ebrei. Già Hobbes la teneva in sospetto: “Coscienza, secondo il modo in cui abitualmente gli uomini usano la parola, significa un’opinione, non tanto circa la verità della proposizione quanto della loro conoscenza di essa, alla qual cosa la verità della proposizione è conseguente”. Quindi, se io non conosco Del Piero, la verità della proposizione, e ascolto al bar i fautori di Totti, magari mi convinco che il bomber è un brocco. La certezza si combatte con l’incertezza, o con un’altra certezza? E l’incertezza?
A noi non ci spaventa il brutto, ma semmai quest’uso democratico, piccolo borghese, del doppio dativo, che poi è buonissima grammatica spagnola. Del resto la coscienza, coi rimorsi e tutto, ce l’hanno i buoni, ai quali non sarebbe necessaria. Gli altri non hanno coscienza. E dunque la coscienza, che Hegel mette con Dio o spirito del mondo, è invenzione del diavolo, se umilia i buoni.
Non è l’automatismo, la sciocchezza che occupa la scena, non ultimo torto del dottor Freud. Prendere per buono il flusso di coscienza, come se non fosse una tecnica espressiva ma la verità, il modo di emergere della verità. Quando si sa, chiunque ha scritto due righe lo sa, che l’associazione libera va in mille direzioni, comprese quelle in cui non va. Ogni memoria e ogni espressione essendo un sistema di equazioni a più variabili, nessuna delle quali è risolutiva, neppure per caso – per caso nella migliore delle ipotesi, perché più spesso la libertà d’associazione è determinata dalle situazioni, dagli interlocutori, dagli umori, dalle stesse regole del gioco. Le coscienze, per quanto libere, automatiche, fluenti, sono casuali e solo per se stesse significative. Come una barzelletta, un’ottava rima, un coro allo stadio. In quanto sintomo sono parziali, e più volentieri fuorvianti.
Si vede che una buona evacuazione è gratificazione grande, se Freud è santo popolare, incontestato. Ma la coscienza – riflessione, scrittura – è un fiume, che è sempre diverso, il tempo è ciò che si trasforma e si moltiplica, spiega Meister Eckhart, semplice è l’eternità.

Crisi – All’economia è connaturata: nella teoria del ciclo, nel marginalismo, in quello che resta di Marx, in Keynes, tutto Keynes è pensato in rapporto alla crisi. È sempre deficitaria rispetto ai bisogni, che sono come la felicità, inesauribili. Ma anche rispetto all’economia dei consumi. E alla semplice sopravvivenza. Si può dire un modo di essere. E una forma ontologica della conoscenza hegeliana, l’antitesi che sempre impone nuove realtà.
La cultura della crisi, o della fine del mondo, è altro. È la mancanza del conforto della vita dopo la morte. Di uno scetticismo che ha travalicato dall’irreligiosità alla storia. All’abolizione della memoria.
Non è l’anno Mille, allora era paura, ora è un desiderio, sia pure perverso. Non sappiamo se moriremo di siccità o di diluvio, ma vogliamo morire. Come, è vero, dobbiamo. Ma vogliamo anche che tutti muoiano, come invece non dovremmo.
Lo scetticismo si può intendere anche come scongiuro e prevenzione. Ma solo in ipotesi: il catastrofismo è fungibile, se non è questo è quello. Un democraticismo estremo, forse, esteso dalle forme di vita all’apprendimento, anche nelle forme elementari del ricordo. Data – storicamente – dal Novecento (Nietzsche, la lettura di Nietzsche, è del Novecento), che è il secolo dell’apoteosi e il suicidio dell’Europa.

Giornale - L’arte della stampa è economia di attenzione. Si scrive anche come si legge, soprappensiero: i giornali hanno un padrone e nessuno è mai morto per un capitalista. E invece è ricco e potente, in un suo modo.
“È bello scrivere ciò che si pensa, è il privilegio dell’uomo”, spiega il nobile veneziano Pococurante nel “Candido”, anche se “nella nostra Italia non si scrive che ciò che non si pensa”. O nel senso che Necker, lo svizzero che portò la Francia alla Rivoluzione, dava all’opinione pubblica, quale “potere invisibile, che senza ricchezza, senza protezioni, senza eserciti può imporre le leggi alla città, alla corte e fin nel palazzo del Re”. Con limiti, poiché vuole e dà ricchezza e protezioni. Del resto il giornale è aspirazione collettiva, dacché, per dirla con Joyce, “il Rinascimento ha messo il giornalista nella cattedra del monaco”.

Scrivere – È portare al presente il passato, incluso l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. La storia, purtroppo, si scrive.

È la fissazione di una relazione, perfino di più relazioni, con tutti, con chiunque. Dice Stevenson che si scrive per i propri amici. Sembra modestia, ma bisogna avere amici. Altrimenti si scrive per se stessi. E ancora: con indulgenza. Cos’è l’eternità dell’uomo, questo quid di aspirazioni che lo distingue dal resto compatto della natura, se non un caso di insiemi? Non si è eterni per sé soli. Questo sono, erano, le pasquinate e le rivoltellate, uno scambio spensierato.

C’è nella scrittura, nella buona scrittura, qualcosa di più del percepito e dell’espresso, o del vissuto. Freud e Heidegger, e Nietzsche, Kant, eccetera, o Stendhal e Schopenhauer, e Platone, Rousseau, eccetera, scrittori dotati, sono molto più dei loro filosofemi, delle loro modeste biografie, la sapienza è solo letteratura – solo letteratura? Straordinario potere ha la scrittura, se consente di passare sopra all’immagine deteriore che gli scrittori ne danno. Pallidi, acidi, gobbi, sempre in posa, le labbra serrate, la palpebra scesa, le spalle curve, i denti gialli, il collo incassato, l’occhio spento. Incattiviti nei ricordi, incollati alle minute indigenze dell’editoria e della pubblicistica, i dispetti, i favori, gli amori sempre falsi, favoleggiando di guadagni inesistenti, di giudizio svagato sugli eventi storici, personali o politici, sempre sbagliato, fuori della realtà – senza reale interesse o curiosità. Rifiuti umani talvolta, cariati, che sanno di chiuso, inarticolati spesso, sempre senza entusiasmo. La scrittura è incantesimo, che cancella queste miserie. Di grandezza incomparabile, poiché la misura un fascino sterminato. Ciò può essere fonte di meraviglia, o paura. Ma è esaltante: dà la misura del potenziale umano, della realtà dell’uomo. A meno che leggere non sia un esercizio masochistico.

Scrivere è riscrivere, opera infinita. Una sedia a un certo punto è finita. Anche a una statua o a una pittura a un certo punto non si può più mettere mano. Il pittore lavora “per via di porre”, dice Leonardo, lo scultore “per via di levare”, ma a un certo punto non più. A una poesia o a un racconto invece sì: c’è chi leva e chi pone, e chi pone levando, chi accumula fatti e chi sensazioni, e ogni volta la forma cambia, e la narrazione stessa. È opera necessariamente incompleta. Nicèforo Gregoras, che rielaborava sull’attualità le sue opere, comprese le lettere, è ingiustamente deriso dai bizantinologi. Arbasino ha già rifatto due volte le mille pagine dei “Fratelli d’Italia”, e le vorrebbe rifare. Giustamente, poiché sa leggere l’epoca. Ma più si scrive e più si scrive. Husserl, morendo a settantasette anni, ha lasciato 44 mila pagine autografe inedite – che un francescano è riuscito a sottrarre al fuoco nazista, nascondendole a Lovanio. Se voleva pubblicare qualcosa lo riscriveva tutto di nuovo, perpetuo debuttante.

zeulig@gmail.com

giovedì 14 agosto 2008

Bush in Georgia in cerca di sberle

I morti sono georgiani, e i profughi, ma le sberle le hanno prese Bush e Saakashvili – che, certo, è georgiano anche lui, fino al prossimo esilio. A una settimana dalla guerra della Georgia alla Russia, nientemeno, si resta senza parole di fronte a tanta stupidità politica. Di Saakashvili, e di Washington, che considera la Georgia un suo lontano cinquantunesimo stato. I georgiani che preparavano l’attacco all’Ossezia con le armi e la protezione americana. I russi, che sapevano della preparazione, e hanno reagito pronti, avevavno già discretamente mobilitato, dall’aria e da terra, chiudendo la partita in quarantotto ore. E ora Bush che vorrebbe l’Europa a impegnare uomini e capitali per difendere la Georgia. Da che? Dal prossimo attacco all’Ossezia? La Farnesina ancora si congratula con se stessa per avere evitato che Frattini partecipasse alla solerte riunione dei ministri degli Esteri europei. L’amicone Berlusconi avrà fatto capire a Bush che c’è un limite alla svagataggine?
Ancora più sorprendente è che l’attacco georgiano sia stato programmato in coincidenza con l’apertura dell’Olimpiade. Col risultato di sfocare ogni critica alla Cina per il regime politico totalitario. Razionalizzando, è come se Bush, che ha gratificato Pechino della sua augusta presenza, abbia voluto fare ai suoi ospiti anche questo regalo. Ma non c’è logica. C’è solo Bush nel pallone, con la sua amministrazione. La megapotenza mondiale che va alla cieca, bisognava vedere anche questa. Nel futuro prossimo, quando la Cina presenterà all’America il conto politico della globalizzazione, a Taiwan e altrove, la Russia sarà l’unico baluardo per gli Stati Uniti, e l’Europa. Volendo razionalizzare.

Riparmiateci i prefetti

Un prefetto di Roma che vuole proteggere i rom contro quel fascistone di Alemanno, alla pari di “Famiglia Cristiana”, li vuole sciuscià. Non è il massimo. Anzi, è un obbrobrio: uno si chiede come ci sia arrivato, a prefetto di Roma. Ma questo è il problema dei prefetti – come si diventa prefetti di Roma? Il problema nostro è che questi prefetti, che una volta erano fascisti, si è sempre detto che l’istituzione prefettizia era centralista e fascista, da qualche tempo sono progressisti e anzi molto di sinistra. Fino al recupero dell’ex prefetto Serra, che originariamente si era schierato come doveva con la destra, e al candidato a sindaco di Milano. Milano, la capitale morale d’Italia, non ha trovato altro candidato progressista a sindaco che il suo ex prefetto, per giunta non milanese. Il problema si pone anche per dare certezze a "Famiglia Cristiana", nella sue recente incarnazione antifascista: non vorremo mandarla a braccetto coi prefetti?
Dov’è finita la politica è un problema ormai vecchio, a sinistra. Tra giudici felloni o carrieristi, generali, carceri, manette. Ora si aggiungono i prefetti, che non hanno nemmeno la protezione sovrana del Csm. Di che cosa ha paura questa sinistra? Perché non si fa una bella lavata di coscienza, o non si mette da parte? Le banche e i giornali (delle banche) la tengono su, ma come un punching ball, per beccarle.

Anna Banti: tanti critici senza autore

Illeggibile.
Il romanzo della scrittrice fiorentina, moglie di Roberto Longhi, direttrice di “Paragone”, vanta una corona critica impressionante, più volte ribadita: Bassani, Cecchi, Contini, Bo, Garboli, Pampaloni, Citati, De Robertis, Baldacci, Niccolò Gallo. Ma è illeggibile. L’“intattezza violata”, “a Pitti stridono le cicale umane”, com’è (stato) possibile?
Anna Banti, Artemisia

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (21)

Giuseppe Leuzzi

I Gava, padroni di Napoli del dopoguerra, erano veneti.
Anche a Palermo, i padroni sono stati nel secondo Novecento veneti: veneto Cassina, il primo appaltatore, veneto il cardinale Ruffini, veneto il senatore Verzotto.
È veneto, prima che meridionale, l’intreccio di politica e affari. È stato toscano, piemontese, e ora e milanese.

“Sudismi\sadismi” è il discorso sul Sud. Sulla mafia, la corruzione, l’inefficienza. Che è ormai a occhio, non c’è bisogno di bilancia, molto più pesante e oneroso dei fenomeni che denuncia.
A opera più spesso di gente del Sud. È il segno della servitù, avere introiettato il discorso sul Sud. L’unità è stata certamente deteriore in questo senso, sancendo l’inferiorità culturale e morale del Sud. Con che titoli?

Sudismi\sadismi. “Il Quotidiano di Calabria” pubblica sabato le intercettazioni ambientali dei Piromalli vs. Molé nella loro recente faida. Della miseria morale in cui vivono e si confrontano, assassinandosi per le strade, le due famiglie mafiose di Gioia Tauro. Domenica un articolo di Eva Catizone, ex responsabile del Pci-Pds a Cosenza, in cui i Piromalli e i Molè banditi di strada indossano “tailleurs o blazer manageriali, studiano le lingue e leggono i libri”. E dominano il Porto di Gioia Tauro. Che è la maggiore realtà industriale di tutto il Mediterraneo, del Nord e del Sud. Un articolo assurdo, che si vuole ostile ed è un monumento: i mafiosi catizoniani hanno sempre dominato il Porto, anche prima di imparare le lingue, e ora scrivono “una nuova, per certi versi ignota, storia letteraria”.

Tanti Tauri in Calabria, le tombe di Otranto, un’Eraclea Minoa e altre pietre resistenti a Augusta in Sicilia, bisognerà pure fare la storia dei micenei prima della Magna Grecia. A Roca Vecchia sotto il famoso san Foca, il martire giardiniere patrono dei marinai, si vede che i micenei erano in Italia settecento anni prima della prima colonia della storia greca ora in disarmo, avendovi lasciato le loro imitazioni povere delle piramidi. A Otranto, vecchia Idrusa, il signor De Donno ne ha alcune nel suo campo di Torre Pinta, dove fa trattoria.
I micenei, gente che vagava per i mari, al tempo degli egiziani e dei medi persiani. Prima di sprofondare, da Creta e da ogni altra presenza in terraferma, col gigantesco krakatoa che inghiottì Santorini. Presto mitizzati, l’ingegner Dedalo e il figlio Icaro, l’accondiscendente Pasifae moglie del re Minosse, la gentile Arianna, e i tori onnipotenti. Si potrà sempre dire: ecco da dove viene il machismo del Sud.

Si dice Turchia ma di fatto è un mondo greco, bizantino, sottomesso quindici secoli fa da alcune tribù turche del centro Asia. I turchi l’hanno islamizzata, ma la popolazione restò sotto di loro “fissata” al momento della conquista, senza più mescolanza col resto del bacino mediterraneo, nelle forme somatiche e mentali (espressive) del tempo. È così che molte fisionomie e parlate mute, nel Salento, in Calabria e in Sicilia sono inequivocabilmente “turche”.
Il pino calabrese è quello siriano, che si ritrova sulle coste turche.

Il discorso sulla mafia
C’è la mafia, e c’è il discorso sulla mafia. C’è gente che si ammazza e ammazza, e impone servitù e vincoli. E c’è chi questa violenza studia, approfondisce, spiega, facendone ragione di vita. È un impegno nobile, anche quando è un’attività per vivere, a volte perfino lucrosa (le pubblicazioni, i convegni, le commissioni). Ma quando non risolve il problema, quando si perpetua col problema, il discorso sulla mafia, che da alcuni decenni prende l’ottanta per cento del discorso e del Sud, è altrettanto insidioso.
L’antimafia non è mafia naturalmente, ma è come se, anch’essa micidiale. Lo diventa, perpetuandosi, perché il suo discorso trascende, per slittamenti minimi ma significativi, verso l’annichilamento delle società che delle mafie sono le vittime. Attraverso gli stessi studi talvolta, più spesso nell’attività inquirente e normativa, parlamentare, e soprattutto attraverso l’opinione pubblica, i media. I dibattiti, le tavole rotonde, i talk show, specie in tv, hanno un forte potere dissolvente sulle vittime, e finiscono per magnificare l’oggetto della loro critica. Mentre sugli onesti, che pure delle mafie sono le vittime, scende il sospetto (omertà, connivenza, cultura), il pregiudizio giudiziario (e quindi l’ingiustizia), lo scoramento.
Il discorso infinito sulla mafia diventa una camicia di forza e un morbo contagioso, una sorta di epidemia, lenta più spesso che acuta, ma pestifera. Gli effetti depressivi sono visibili nella Pubblica Amministrazione, compresi i giudici e le forze dell’ordine, gli operatori economici, le famiglie, che si parli di formazione, di prospettive, di mera sopravvivenza. Uno che vive al Sud deve sopravvivere alle mafie e, più, al discorso sulla mafia.

Ci sono grandi giornali che hanno giornalisti specializzati unicamente a dire male del Sud.

Provenzano e altri “scrittori” mafiosi tengono in altissima considerazione i mugwump delle televisioni, alla pari dei divi del cinema, di Dante, di Manzoni, di Benedetto Croce, dei grandissimi della storia e della letteratura.

Milano Ortese, “Silenzio a Milano”, 78: “Città industriale e medievale insieme, affarista e ascetica, spregiudicata e prudentissima, che ovunque sospetta un’infrazione alle regole, all’ordine”. Ortese, “Silenzio a Milano”

Tornano d’agosto gli emigranti in Australia o Canada con vestiti sobri, talvolta in autobus, dopo aver fatto il viaggio da Roma in treno, per risparmiare. Tornano invece gli emigranti in Lombardia in fuoristrada o Mercedes Slk. Sono più ricchi? Forse il fuoristrada o la Mercedes sono di seconda mano, anche se bisogna comunque pagarne l’assicurazione e il carburante. Ma non è questo il punto. È che gli emigranti assimilano la cultura del paese che li ospita. Che può essere risparmiosa, e osservante delle leggi, come nei paesi anglosassoni, oppure sbruffona. Si vedono persone in fuoristrada o Slk uscire da tuguri.

Se l’economia nera venisse in chiaro le differenze di reddito di assottiglierebbero. Quelle di cultura, invece, purtroppo no: il Sud è piagnone, anche contro se stesso.

Si parlano tre lingue sotto l’ombrellone accanto, in un angolo dell’infinita spiaggia calabrese. Una accentua la cadenza lombarda, una parla romanesco di borgata, ma con piglio, senza lo strascico, lui il suo dialetto stretto, accentuato, inframmezzato di bestemmie. Perché lui è un uomo. In realtà parlano lo stesso linguaggio, anche se lui sicuramente non lavora e le ragazze sicuramente sì: quello della relativa ricchezza che però non dà sicurezza, non dà carattere. È il destino di tutti, una sorta di emigrazione interiore, quelli che mancano di un punto di riferimento territoriale, una cultura d’origine.

Leonzio Pilato insegna greco a Petrarca e Boccaccio. Nasce a Seminara nel 1316. Affidato all’igumeno Niceforo, ex primate di Bisanzio, incontra nel convento di San Filarete a Seminara Barlaam, un monaco che sarà diplomatico del papa a Bisanzio per la riunificazione delle chiese. Nel 1334 incontra Boccaccio giovane a Napoli. Contattato da Petrarca a Padova il 5 dicembre 1358, ne viene respinto: il poeta non gradisce la traduzione alla lettera, e inoltre è per la supremazia latina. Decide nel 1360 di trasferirisi a Avignone, dal vescovo di Armagh, Richard Fitzralph, che apprezza la cultura greca. Ma viene intercettato a Venezia da Boccaccio e insieme vanno a Firenze.
Leonzio Pilato tradusse Iliade e Odissea a Firenze, a uso di Boccaccio, in meno di un anno, dal greco al latino. Anche se dovette lavorare su un codice in onciale, grafia che gli pose grossi problemi per la traduzione interlineare.

Sicilia, “l’isola del degrado”. Non ci sono che i siciliani per parlare male della Sicilia. Se ci fosse la pena di morte la Sicilia deterrebbe di certo il record mondiale delle esecuzioni. Più della Cina, che pure ha una popolazione duecento volte superiore: i siciliani sono spietati con se stessi. Hanno mai visto la riviera ligure? O l’edilizia in valle d’Aosta?

mercoledì 6 agosto 2008

Quanta bella storia in America

Una raccolta di recensioni che finisce per essere, per la ricchezza delle argomentazioni, per la padronanza dei molteplici metodi, una rappresentazione dell’arte storica. La raccolta si apre con cifre fosche sugli studi di storia negli Usa. Nei quindici anni dopo il 1970 i diplomi di storia si sono ridotti di due terzi, da 44.663 a 16.413. Ma testimonia nella ricerca e anche nell’editoria (Wood raccoglie qui le venti recensioni pubblicate sulla “New York Review of Books” dal 1981 al 2007) un’eccezionale effervescenza tra le scienze umanistiche.
Il 1970 dev’essere stato un anno infausto. Wood ricorda che veniva dopo la pubblicazione, nel 1969, della “Death of the Past”, la morte del passato, di J.H.Plumb, maestro di molti storici, sotto i colpi della storia analitica o critica. “La vera storia è distruttiva”, argomentava Plumb: distrugge le menzogne e i miti di cui la memoria si compiace. Questo “Senso del passato” finisce per esserne il rovescio.
Molte pubblicazioni recensite sono su temi di storia americana. Ma pur con questo limite, per un non americano non americanista, l’interesse è generale nelle recensioni di Wood poiché ogni argomento è rivisto dal punto di vista metodologico. La raccolta finisce per essere una reportage incredibilmente vivido della “scienza” della storia di questo dopoguerra, anche negli Stati Uniti. Dove peraltro gli studi di storia all’università sono in netta ripresa: le scienze storiche e sociali venivano al secondo posto per numero di diplomati nel 2005, con 157 mila su un milione 439 mila, il dodici per cento. Nel 2006 i diplomi in storia erano 33.153, i master 2.992, i dottorati 852, più di quelli in economia, e in sociologia, poco sotto quelli in scienze politiche e amministrative. L’eclisse è stata di breve durata. Dal 1996 al 2001 i diplomi si erano ridotti del 3,5 per cento, i master del 18,4. Ma con un incremento sostanzioso, il 15,7 per cento, dei dottorati. Segno che la storia è più coltivata come disciplina scientifica, molti più ricercatori vi si dedicano. Nel quinquennio successivo anche i diplomi e i master hanno avuto un balzo, del 32 e del 26,5 per cento.
I giudizi di Wood sono precisi pro e contro. Di più contro: il nientismo postmoderno, l’atteggiamento scettico o decostruttivo postnietzscheano. Wood registra la storia lunga delle Annales, zavorrata di epidemiologie, serie storiche, continuità. La microstoria che gli italiani hanno inventato in reazione. La storia fiction, romanzata. Specie in tv, la faction (fatto e fiction) e il docudrama sugli eventi e i personaggi storici: “La confusione di fatto e finzione è parte del clima intellettuale del nostro tempo postmoderno, dominato com’è da venti di scetticismo epistemologico e negazioni nietzscheane della possibilità dell’oggettività che dilagano in ogni disciplina umanistica, talvolta con ciclonica ferocia”. E poi il genere, l’etno-antropologia, la storia sociale o critica, la storia culturale, a partire da Gramsci (perché non dallo stesso Marx?). Leggendo Wood si vedeva chiaro vent’anni fa che il decostruzionismo, che si propone di disarticolare l’ipocrita potere, elabora un linguaggio criptico.
Gordon S.Wood, The Purpose of the Past, Penguin, pp. 323, $ 25.95