Manifestano gli studenti a piazza Navona, davanti al Senato, ieri giovedì. Oggi la Rai veltroniana dice che erano settemila, i grandi giornali veltroniani trentamila. Chi c’era ne ha contati alcune centinaia. Per buona metà mamme con bambini - di famiglie impegnate, certo. E la piazza era soprattutto triste, quasi sorpresa di tanta mancanza di gioia e fantasia. Nella piazza come nei tg non si sentono altre proteste che quelle manierate dei piccoli funzionari di partito – più spesso è una ragazza assorta, che pensa mentre parla: dirà una lezione imparata?
Ieri in Italia sono state occupate venti facoltà, dice ancora la Rai. La Rai è veltronianamente trionfale, ma venti facoltà sono così tante, su un migliaio?
È più utile alla sinistra dire la verità oppure montarla? C’è da preparare la manifestazione di sabato, e quindi la mobilitazione serve. Ma serve sputtanarsi coi giovani? Il rinnovamento dei quadri di partito è ottima cosa, il ringiovanimento della politica, ma a che pro costruirsi dei cloni, seppure giovani e tutti belli, che ripetono inerti il linguaggio spento di un centralismo democratico che puzza da lontano? Che solo pensano al posto e alla piccola carriera funzionariale che si stanno meritando?
Si può ritenere la grande informazione schierata con Veltroni. E questo sarebbe un segno di forza politica. Ma si può anche pensarla impegnata in proprio a cercarsi un pubblico, che ultimamente la diserta sempre più. Montando ad arte questo o quell’avvenimento. Prima il carovita e la grande povertà in Italia, poi il fallimento delle banche, ora la protesta delle mamme coi bambini. Uno spera sempre che vendano una copia in più, ma l’impressione è che si agitino nel vuoto, da pazzi innocui nel manicomio – aperto, come si deve.
venerdì 24 ottobre 2008
Frattini non ha più sponde
Trova difficoltà il ministero degli Esteri a seguire la Francia nella sue ultime evoluzioni in Europa. Il tentativo di prolungare la presidenza francese oltre il semestre. E ora il fondo sovrano, che rompe ogni regola di mercato. C’è sorpresa e anche preoccupazione alla Farnesina, per la mancanza di alternative.
Berlusconi aveva puntato con Frattini a una politica di stretto fiancheggiamento della presidenza Sarkozy. Per sintonia personale e politica. Ma soprattutto per mancanza di alternative. Il governo tedesco non parla con nessuno. Zapatero ha scartato, coprendo le sue difficoltà con l’antitalianismo. E Gordon Brown sembra intenzionato a rilanciare il laburismo, come carta vincente elettoralmente con la crisi: per ora è una porta chiusa.
La linea della Farnesina è sempre filo-francese. È stata rilanciata e praticamente definita la partecipazione di Air France in Alitalia. Va avanti il progetto del nucleare con tecnologia francese. Ma con preoccupazione. E soprattutto con la ricerca convulsa di salvare quello che resta della Ue dopo la duplice offensiva di Sarkozy.
Si rispolvereranno le famose troike, per patrocinare il governo euroscettico della Repubblica Ceca, prossima presidente di ritorno, col governo uscente, cioè con la Francia, e con quello che subentrerà a luglio. Ma sul piano della concorrenza Frattini non ha vie d’uscita: deve incassare il rituale inutile no di Bruxelles al rifinanziamento di Alitalia, e non ha modo di bloccare l’intervento di Parigi a protezione dei suoi campioni nazionali.
Berlusconi aveva puntato con Frattini a una politica di stretto fiancheggiamento della presidenza Sarkozy. Per sintonia personale e politica. Ma soprattutto per mancanza di alternative. Il governo tedesco non parla con nessuno. Zapatero ha scartato, coprendo le sue difficoltà con l’antitalianismo. E Gordon Brown sembra intenzionato a rilanciare il laburismo, come carta vincente elettoralmente con la crisi: per ora è una porta chiusa.
La linea della Farnesina è sempre filo-francese. È stata rilanciata e praticamente definita la partecipazione di Air France in Alitalia. Va avanti il progetto del nucleare con tecnologia francese. Ma con preoccupazione. E soprattutto con la ricerca convulsa di salvare quello che resta della Ue dopo la duplice offensiva di Sarkozy.
Si rispolvereranno le famose troike, per patrocinare il governo euroscettico della Repubblica Ceca, prossima presidente di ritorno, col governo uscente, cioè con la Francia, e con quello che subentrerà a luglio. Ma sul piano della concorrenza Frattini non ha vie d’uscita: deve incassare il rituale inutile no di Bruxelles al rifinanziamento di Alitalia, e non ha modo di bloccare l’intervento di Parigi a protezione dei suoi campioni nazionali.
L'euro come il tarì di Pirandello
Il presidente francese Sarkozy abbatte i simulacri europei. Il fondo sovrano negato all’Europa, su proposta dell’Italia, creandoselo da solo. E alla Repubblica Ceca, o altro paesucolo dell’Est che dovrebbe succedergli nella guida dell’Ue, spiegando irritato che è meglio che non ci provi e che lasci fare a lui.
Il simulacro politico è in effetti debole in Europa, la pari dignità tra i ventisette, l’unanimità, eccetera. Si sa che l’edificio europeo è una piramide, i referendum contro l’unione politica lo hanno sancito criticamente, Sarkozy non fa che riaffermarlo in positivo: chi si accontenta, chi ci ha comunque interesse, ci segua. E questa è tutta la democrazia e l’edificio costituzionale europeo.
Il simulacro economico era invece sostanziale, e la sua rottura avrà grosse implicazioni. Si rifletterà sulla gestione della concorrenza, centrale al cosiddetto mercato europeo, e sullo stesso euro. Che, già ansimante sulle politiche fiscali e di bilancio, ora non governerà più il credito e la concorrenza. Sarà un denominatore di valore, come il tarì arabo nella Sicilia di Pirandello.
Il risparmio pubblico francese verrà incanalato in un fondo che aiuterà la francesità delle grandi aziende, contro tentativi di raid. Con un ventaglio d’interventi già calcolato in 175 miliardi. È una cifra enorme. E una cosa che va contro le regole della Wto e della Ue. Ma non c’è dubbio che la Francia la realizzerà, magari con il beneplacito della stessa Bruxelles. La concorrenza europea si limiterà squallidamente a sanzionare il piccolo aiuto italiano alla sopravvivenza dell’Alitalia.
L’Europa resterà nuda dopo la crisi, questo si sapeva. Ma la presidenza Sarkozy, con l’attivismo degli ultimi giorni, è come se avesse deciso di picconarla dalle fondamenta. E nessuno tenta di impedirglielo, anzi nessuno se ne preoccupa.
Il simulacro politico è in effetti debole in Europa, la pari dignità tra i ventisette, l’unanimità, eccetera. Si sa che l’edificio europeo è una piramide, i referendum contro l’unione politica lo hanno sancito criticamente, Sarkozy non fa che riaffermarlo in positivo: chi si accontenta, chi ci ha comunque interesse, ci segua. E questa è tutta la democrazia e l’edificio costituzionale europeo.
Il simulacro economico era invece sostanziale, e la sua rottura avrà grosse implicazioni. Si rifletterà sulla gestione della concorrenza, centrale al cosiddetto mercato europeo, e sullo stesso euro. Che, già ansimante sulle politiche fiscali e di bilancio, ora non governerà più il credito e la concorrenza. Sarà un denominatore di valore, come il tarì arabo nella Sicilia di Pirandello.
Il risparmio pubblico francese verrà incanalato in un fondo che aiuterà la francesità delle grandi aziende, contro tentativi di raid. Con un ventaglio d’interventi già calcolato in 175 miliardi. È una cifra enorme. E una cosa che va contro le regole della Wto e della Ue. Ma non c’è dubbio che la Francia la realizzerà, magari con il beneplacito della stessa Bruxelles. La concorrenza europea si limiterà squallidamente a sanzionare il piccolo aiuto italiano alla sopravvivenza dell’Alitalia.
L’Europa resterà nuda dopo la crisi, questo si sapeva. Ma la presidenza Sarkozy, con l’attivismo degli ultimi giorni, è come se avesse deciso di picconarla dalle fondamenta. E nessuno tenta di impedirglielo, anzi nessuno se ne preoccupa.
La Cina, l'islam e la maestrina europea
Sembra una commedia degli equivoci. L’Europa si presenta in grande pompa a Pechino per trattare lo sviluppo del commercio internazionale - dopo trent’anni di globalizzazione - e l’uscita dalla crisi. Nell’occasione inaugura una scuola sino-europea del diritto. E nelle stesse ore il Parlamento europeo insignisce del premio Sakharov il dissidente Hu Jia, in carcere nella stessa Pechino. Non una settimana prima, non una settimana dopo, con l’intento anzi dichiarato di marcare il vertice euro-asiatico.
È il tipico gesto europeo da maestrina. Di chi insegna al mondo le virtù. Ai paesi islamici per così tanto tempo, ora alla Cina, domani magari all’India. Tralasciando la sua pochezza, la sua incapacità, e anche la sua scarsa qualificazione al ruolo, con i tanti cadaveri ancora disseppelliti in casa. Ma è un gesto sinistro in un continente in così rapida perdita di velocità in tutti i campi di confronto, l’etica politica compresa.
L’Europa non riesce a capire che la Cina è una superpotenza, che l’Asia è il centro del mondo. E anzi perpetua, seppure nella veste accattivante dei diritti di libertà, la sua vecchia battaglia di civiltà. Incapace di comprendere l’islam, pur essendosi riempita di mussulmani, e riottosa ad accettare quello che la superpotenza americana sa da vent’anni, da un po’ prima di Tien An Men, che la ricchezza si produce in Asia.
È il tipico gesto europeo da maestrina. Di chi insegna al mondo le virtù. Ai paesi islamici per così tanto tempo, ora alla Cina, domani magari all’India. Tralasciando la sua pochezza, la sua incapacità, e anche la sua scarsa qualificazione al ruolo, con i tanti cadaveri ancora disseppelliti in casa. Ma è un gesto sinistro in un continente in così rapida perdita di velocità in tutti i campi di confronto, l’etica politica compresa.
L’Europa non riesce a capire che la Cina è una superpotenza, che l’Asia è il centro del mondo. E anzi perpetua, seppure nella veste accattivante dei diritti di libertà, la sua vecchia battaglia di civiltà. Incapace di comprendere l’islam, pur essendosi riempita di mussulmani, e riottosa ad accettare quello che la superpotenza americana sa da vent’anni, da un po’ prima di Tien An Men, che la ricchezza si produce in Asia.
giovedì 23 ottobre 2008
L'ebraismo impossibile e le ragioni di Toaff
Toaff ricorda che nel 1971 alla Bar-Illan, la sua università, “di Shoah si parlava poco”. C’era un insegnamento facoltativo, affidato a un medico scampato al lager, una sorta di testimonianza. Dieci anni dopo se ne fece materia d’insegnamento per la sola facoltà di storia, malgrado forti riserve di molti professori. Vent’anni dopo l’insegnamento era obbligatorio per tutti gli iscritti - si allargava e s’imponeva la “tribunalizzazione della storia”. L’esito è che oggi l’ebraismo è Israele, altrove è folklore. La diaspora si è “inventato un altro ebraismo, con l’aureola della santità incorporata all’origine”. Con i compari dell’anti-antisemitismo: “Un ebraismo senza macchia, ma con molta paura. Anzi, ossessionato dalla paura, e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti”. Solo in Israele la storia dell’ebraismo è libera, è storica.
Questo è vero, l’Olocausto si celebra oggi più che mai. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico, ma in difesa di Israele. Si direbbe dunque che l’Olocausto protegge Israele, uno Stato con le sue politiche. Mentre Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
La riduzione della storia ebraica all’antisemitismo e alla Shoah non è in discussione fuori di Israele, se non marginalmente. In Italia, oltre alla traduzione di Finkelstein, "L’industria dell’Olocausto", si ricordano le perplessità di Galli della Loggia, “Se la Shoah oscura l’antifascismo”, e ora le tesi di Marquard e Melloni sulla “tribunalizzazione” della storia, la storia che giudica, la storia che assolve. In Israele invece la politica laica, impersonata ultimamente in Abraham Burg, l’ex presidente della Knesset, figlio del ministro dell’Interno al tempo dell’invasione del Libano, e le università guardano a questa identificazione con aperta insofferenza.
La Shoah entra nel linguaggio comune con la miniserie tv della Nbc nel 1978. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico. La tarda reviviscenza si può dire semmai che giochi in difesa di Israele. Che sia intesa a proteggere Israele, uno Stato con le sue politiche. E invece è un fatto della diaspora: dei luoghi dove le comunità ebraiche sono impiantate, in Europa, nel Nord America, della vigilanza in questi paesi contro l’antisemitismo, della storia dell’antisemitismo. Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
Il libello di Toaff è a tratti un’invettiva, col sigillo del sarcasmo, ben livornese – nelle tradizioni della famiglia. E per questo forse rimasto esso stesso virtuale, a due mesi dall’uscita: è un libro di cui non bisogna parlare, se non per censurarlo. La vicenda clamorosa di "Pasque di sangue" ancora sanguina, se si può dire. C’è stata troppa agitazione, è una lite in famiglia. Ma Toaff è uno storico e bisogna occuparsene. È quello che vogliono del resto i suoi critici, che lo rimproverano appunto di aver scritto un libro di storia. E poi, non c’è libro sull’ebraismo incontestato, se non celebrativo o martirologico. Ma la contestazione contro Toaff va oltre, anche nel caso di questo libretto giustificativo. “Orchestrato” lo definisce Moked, il portale dell’ebraismo italiano. Sul “Riformista” Luca Mastrantonio bolla Toaff come “autonegativista”, che non vuole dire nulla, e denuncia “un’industria editoriale dell’antimemoria”. Per una autodifesa? Giulio Busi, che sul “Sole” parte imputando a Toaff il furto del titolo “Ebraismo virtuale” a Ruth Ellen Gruber, conclude: “Bei tempi quelli in cui Toaff scriveva libri importanti sulla storia degli ebrei italiani, e si accontentava di dieci appassionati lettori”. Gli umori insomma sono suscettibili, tra l’autore e i suoi critici. Ma il libro è anche appassionato - è ben vero che Toaff è raro storico ebreo di storia ebraica - contro il vezzo “di fare dell’ebraismo una mitologica selva oscura di fossili o piangenti”. Per liberare la storia ebraica – gli ebrei – dall’ipocrisia (“Renato” era spesso il convertito).
È una riserva di metodologia, necessaria all’autore, per essere stato accusato di errori di metodo, e al lettore nella produzione univoca sulla colpa e l’olocausto. Specie sul significato del pentitismo, sotto costrizione e per un beneficio. Sottile l’applicazione del “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg, il più aspro critico di Toaff, allo stesso “paradigma indiziario”. Quando alcune confessioni, la tortura e le spiate considera buone perché rientrano nel paradigma, e altre cattive solo perché fuori tema - "indizio" che, è bene ricordarlo, Barthes definisce uno dei componenti di ogni storia, lo scarto, nella vecchia "Introduzione all'analisi strutturale dei racconti", del 1966 (tradotta in AA.VV., "L'analisi del racconto", 1969), l'altro essendo la "funzione", o rapporto simpatetico tra i segmenti lineari del racconto.
Toaff pone un problema semplice: se è giusto riscrivere la storia ebraica alla luce dell’Olocausto. Storico non postmoderno, uno che molto caso fa alle fonti, Toaff pensa di no. E non si può dargli torto. Tra i dati di fatto c’è che gli ebrei sono stati nei secoli i nemici dei cristiani – il nemico interno, si direbbe, tanto più indisioso. E di fronte al sospetto e all’odio non si tiravano indietro. Soprattutto era virulento l’odio in ambiente tedesco, e quindi tra gli ebrei ashkenaziti. C’è un effetto di specchio nelle società composite, anche nemiche, gli uni fanno quello che fanno gli altri. L’uso del sangue, a fini farmaceutici e magici, era così comune a cristiani e ebrei, in ambiente germanico, malgrado le interdizioni bibliche. Di questo uso Toaff reitera le prove documentali utilizzate in “Pasque di sangue”, la cui interdizione ha originato questo “Ebraismo virtuale”.
Se la storia ebraica è nell’Olocausto, l’Olocausto non c’è più, anche in questo Toaff ha ragione. “Rifiuto l’idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova “Notte dei cristalli”, aveva detto a Titti Marrone sul “Mattino” del 20 maggio, per la riedizione di “Pasque di sangue”. La difesa dall’antisemitismo ha preso il vezzo di rigirare i morti, e buttarli in faccia al mondo. Per la colpa che è di tutti, meno che di noi. La storia ebraica è demandata agli storici dell’antisemitismo, denuncia Toaff, “in genere non ebrei, o ebrei il cui bagaglio culturale è essenzialmente non ebraico”. Anche perché non conoscono l’ebraico, lingua che è oggi marginale ma è quella delle nutritissime fonti. Tra gli storici ebrei la norma è quella del neuropsichiatra-rabbino Gabriel Levi: “Nell’ebreo biblico e postbiblico la storia si chiama generazioni e l’albero genealogico di tutti gli ebrei si declina al futuro”. Commenta Toaff: “Non cercano quindi la storicità del passato, ma la sua eterna immutabile contemporaneità”.
Nella diaspora c’è anche un neo italiano. Tema incidentale della polemica è infatti la riduzione alla Shoah dello stesso multiforme ebraismo italiano. Di quello romano soprattutto. Che fino a ieri si faceva forte della distinta romanità, nell’eloquio, la poesia, la cucina, il culto. Ora questo radicato ebraismo ha rigurgiti d’intolleranza, verso i suoi esponenti forse maggiori: Alessandro Piperno è tollerato, Ariel Toaff interdetto. Mentre vota compatto Alemanno. E dunque? Di nuovo, bisogna aggiungere, c’è pure il patriottismo israeliano. Che non c’era vent’anni fa, anche quindici. Ma insorge giustamente contro kamikaze, hezbollah, qaedisti e Ahmadinejad. Ma Toaff insegna in Israele, dove le ricerche confluite in “Pasque di sangue” sono state oggetto di seminari all’università. È l’immagine di Israele che si riflette nella Shoah, non lo Stato ebraico.
La Colpa nasce dalla non accettazione della storia – nei tedeschi, negli ebrei. È una verità indigeribile, ma non per questo meno vera.
Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, pp.141, € 12
Questo è vero, l’Olocausto si celebra oggi più che mai. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico, ma in difesa di Israele. Si direbbe dunque che l’Olocausto protegge Israele, uno Stato con le sue politiche. Mentre Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
La riduzione della storia ebraica all’antisemitismo e alla Shoah non è in discussione fuori di Israele, se non marginalmente. In Italia, oltre alla traduzione di Finkelstein, "L’industria dell’Olocausto", si ricordano le perplessità di Galli della Loggia, “Se la Shoah oscura l’antifascismo”, e ora le tesi di Marquard e Melloni sulla “tribunalizzazione” della storia, la storia che giudica, la storia che assolve. In Israele invece la politica laica, impersonata ultimamente in Abraham Burg, l’ex presidente della Knesset, figlio del ministro dell’Interno al tempo dell’invasione del Libano, e le università guardano a questa identificazione con aperta insofferenza.
La Shoah entra nel linguaggio comune con la miniserie tv della Nbc nel 1978. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico. La tarda reviviscenza si può dire semmai che giochi in difesa di Israele. Che sia intesa a proteggere Israele, uno Stato con le sue politiche. E invece è un fatto della diaspora: dei luoghi dove le comunità ebraiche sono impiantate, in Europa, nel Nord America, della vigilanza in questi paesi contro l’antisemitismo, della storia dell’antisemitismo. Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
Il libello di Toaff è a tratti un’invettiva, col sigillo del sarcasmo, ben livornese – nelle tradizioni della famiglia. E per questo forse rimasto esso stesso virtuale, a due mesi dall’uscita: è un libro di cui non bisogna parlare, se non per censurarlo. La vicenda clamorosa di "Pasque di sangue" ancora sanguina, se si può dire. C’è stata troppa agitazione, è una lite in famiglia. Ma Toaff è uno storico e bisogna occuparsene. È quello che vogliono del resto i suoi critici, che lo rimproverano appunto di aver scritto un libro di storia. E poi, non c’è libro sull’ebraismo incontestato, se non celebrativo o martirologico. Ma la contestazione contro Toaff va oltre, anche nel caso di questo libretto giustificativo. “Orchestrato” lo definisce Moked, il portale dell’ebraismo italiano. Sul “Riformista” Luca Mastrantonio bolla Toaff come “autonegativista”, che non vuole dire nulla, e denuncia “un’industria editoriale dell’antimemoria”. Per una autodifesa? Giulio Busi, che sul “Sole” parte imputando a Toaff il furto del titolo “Ebraismo virtuale” a Ruth Ellen Gruber, conclude: “Bei tempi quelli in cui Toaff scriveva libri importanti sulla storia degli ebrei italiani, e si accontentava di dieci appassionati lettori”. Gli umori insomma sono suscettibili, tra l’autore e i suoi critici. Ma il libro è anche appassionato - è ben vero che Toaff è raro storico ebreo di storia ebraica - contro il vezzo “di fare dell’ebraismo una mitologica selva oscura di fossili o piangenti”. Per liberare la storia ebraica – gli ebrei – dall’ipocrisia (“Renato” era spesso il convertito).
È una riserva di metodologia, necessaria all’autore, per essere stato accusato di errori di metodo, e al lettore nella produzione univoca sulla colpa e l’olocausto. Specie sul significato del pentitismo, sotto costrizione e per un beneficio. Sottile l’applicazione del “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg, il più aspro critico di Toaff, allo stesso “paradigma indiziario”. Quando alcune confessioni, la tortura e le spiate considera buone perché rientrano nel paradigma, e altre cattive solo perché fuori tema - "indizio" che, è bene ricordarlo, Barthes definisce uno dei componenti di ogni storia, lo scarto, nella vecchia "Introduzione all'analisi strutturale dei racconti", del 1966 (tradotta in AA.VV., "L'analisi del racconto", 1969), l'altro essendo la "funzione", o rapporto simpatetico tra i segmenti lineari del racconto.
Toaff pone un problema semplice: se è giusto riscrivere la storia ebraica alla luce dell’Olocausto. Storico non postmoderno, uno che molto caso fa alle fonti, Toaff pensa di no. E non si può dargli torto. Tra i dati di fatto c’è che gli ebrei sono stati nei secoli i nemici dei cristiani – il nemico interno, si direbbe, tanto più indisioso. E di fronte al sospetto e all’odio non si tiravano indietro. Soprattutto era virulento l’odio in ambiente tedesco, e quindi tra gli ebrei ashkenaziti. C’è un effetto di specchio nelle società composite, anche nemiche, gli uni fanno quello che fanno gli altri. L’uso del sangue, a fini farmaceutici e magici, era così comune a cristiani e ebrei, in ambiente germanico, malgrado le interdizioni bibliche. Di questo uso Toaff reitera le prove documentali utilizzate in “Pasque di sangue”, la cui interdizione ha originato questo “Ebraismo virtuale”.
Se la storia ebraica è nell’Olocausto, l’Olocausto non c’è più, anche in questo Toaff ha ragione. “Rifiuto l’idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova “Notte dei cristalli”, aveva detto a Titti Marrone sul “Mattino” del 20 maggio, per la riedizione di “Pasque di sangue”. La difesa dall’antisemitismo ha preso il vezzo di rigirare i morti, e buttarli in faccia al mondo. Per la colpa che è di tutti, meno che di noi. La storia ebraica è demandata agli storici dell’antisemitismo, denuncia Toaff, “in genere non ebrei, o ebrei il cui bagaglio culturale è essenzialmente non ebraico”. Anche perché non conoscono l’ebraico, lingua che è oggi marginale ma è quella delle nutritissime fonti. Tra gli storici ebrei la norma è quella del neuropsichiatra-rabbino Gabriel Levi: “Nell’ebreo biblico e postbiblico la storia si chiama generazioni e l’albero genealogico di tutti gli ebrei si declina al futuro”. Commenta Toaff: “Non cercano quindi la storicità del passato, ma la sua eterna immutabile contemporaneità”.
Nella diaspora c’è anche un neo italiano. Tema incidentale della polemica è infatti la riduzione alla Shoah dello stesso multiforme ebraismo italiano. Di quello romano soprattutto. Che fino a ieri si faceva forte della distinta romanità, nell’eloquio, la poesia, la cucina, il culto. Ora questo radicato ebraismo ha rigurgiti d’intolleranza, verso i suoi esponenti forse maggiori: Alessandro Piperno è tollerato, Ariel Toaff interdetto. Mentre vota compatto Alemanno. E dunque? Di nuovo, bisogna aggiungere, c’è pure il patriottismo israeliano. Che non c’era vent’anni fa, anche quindici. Ma insorge giustamente contro kamikaze, hezbollah, qaedisti e Ahmadinejad. Ma Toaff insegna in Israele, dove le ricerche confluite in “Pasque di sangue” sono state oggetto di seminari all’università. È l’immagine di Israele che si riflette nella Shoah, non lo Stato ebraico.
La Colpa nasce dalla non accettazione della storia – nei tedeschi, negli ebrei. È una verità indigeribile, ma non per questo meno vera.
Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, pp.141, € 12
Cinquecento esuberi all'Espresso - e Murdoch?
Saranno trecento gli esuberi a fine anno, forse cinquecento, al gruppo L’Espresso-la Repubblica. Due-tre volte i 150 esuberi che il comunicato ufficiale ipotizza. Il consiglio d’ieri sulla trimestrale ha preventivato un peggioramento sostanziale nel quarto trimestre, soprattutto della pubblicità, per effetto della crisi. Ma ha preso atto che la crisi è solo in parte congiunturale. Sia la pubblicità che la diffusione, a parere dello stesso editore del gruppo, Carlo De Benedetti, rifletteranno negativamente la ridefinizione in corso dei ruoli della carta stampata. In attesa che nuove formule o indirizzi consentano il rilancio, l’equilibrio del conti va raggiunto tagliando i costi. Su un totale di 3.410 dipendenti, già ridotti di una cinquantina negli ultimi sei mesi, occupati, gli esuberi previsti sono, secondo De Benedetti, un sacrificio trascurabile e sopportabile. Se fossero risolutivi: il futuro dei giornali preoccupa seriamente l’editore.
Scontata è peraltro l’opinione a “Repubblica” che De Benedetti abbia da tempo scientemente sacrificato il giornale al “Corriere della sera”. Abbia interrotto la corsa scalfariana alla leadership in edicola, accontentandosi della nicchia, in cambio della riconoscenza della Rizzoli Corriere della sera, che ne pubblica le riflessioni, e della Milano che conta.
De Benedetti ha preso anche la gestione del gruppo, in parte per sottolineare la difficoltà del momento e assumersi l’onere dei tagli, e in parte per separare le attività editoriali dal resto del gruppo di famiglia. Il progetto si sta facendo strada di un’integrazione dei giornali con altri soggetti dei media, legati alla televisione e al suo forte mercato pubblicitario. Il passo fatto con All Music, il canale tv, e Radio DeeJay, non consente l’integrazione necessaria, e da solo è un costo. Col passato governo Berlusconi, quando pareva che la Rai sarebbe stata privatizzata, De Benedetti era il candidato numero uno a Rai 1. Ora la scelta resta tra Telecom e Sky – Mediaset è fuori gara per ragioni di anti-monopolio. E cioè, considerata la condizione residuale delle attività mediatiche di Telecom, solo di Rupert Murdoch, un editore che ha sempre voglia d’imbarcarsi nei giornali.
Scontata è peraltro l’opinione a “Repubblica” che De Benedetti abbia da tempo scientemente sacrificato il giornale al “Corriere della sera”. Abbia interrotto la corsa scalfariana alla leadership in edicola, accontentandosi della nicchia, in cambio della riconoscenza della Rizzoli Corriere della sera, che ne pubblica le riflessioni, e della Milano che conta.
De Benedetti ha preso anche la gestione del gruppo, in parte per sottolineare la difficoltà del momento e assumersi l’onere dei tagli, e in parte per separare le attività editoriali dal resto del gruppo di famiglia. Il progetto si sta facendo strada di un’integrazione dei giornali con altri soggetti dei media, legati alla televisione e al suo forte mercato pubblicitario. Il passo fatto con All Music, il canale tv, e Radio DeeJay, non consente l’integrazione necessaria, e da solo è un costo. Col passato governo Berlusconi, quando pareva che la Rai sarebbe stata privatizzata, De Benedetti era il candidato numero uno a Rai 1. Ora la scelta resta tra Telecom e Sky – Mediaset è fuori gara per ragioni di anti-monopolio. E cioè, considerata la condizione residuale delle attività mediatiche di Telecom, solo di Rupert Murdoch, un editore che ha sempre voglia d’imbarcarsi nei giornali.
Ombre - 7
Palermo assolve Calogero Mannino ripetutamente, dopo averlo perseguito per un quindicennio per mafia. “Tanti pentiti e nessuna prova”, dice lo stesso Mannino. È così: i pentiti nell’intreccio mafia-politica hanno sempre fallito. Con Andreotti e con Mancini prima, e ora si aspetta Dell’Utri.
Efficaci e a volte risolutivi contro altri mafiosi, i pentiti di mafia sono inefficaci contro i politici. Pur essendo a ogni processo sempre numerosi, venti-trenta. L’altra singolarità è che, pur essendo tanti, i pentiti conoscono nei casi dei politici sempre una o due cose, le stesse, tutti quanti. Come di un sentito dire.
Antonio Gnoli vuol fare dire a Cabibbo, “Repubblica” di giovedì 23, che la scienza è incompatibile con la fede. Antonio ha gli strumenti per sapere che la cosa è compatibile – malgrado questo o quel papa, e magari la chiesa tutta. Ma il lettore di “Repubblica” evidentemente no. Gnoli deve perfino piegarsi a fare dell’eutanasia una scienza, un progresso.
Giovedì sono morte una diecina di persone nel cagliaritano per un temporale, e le Borse sono crollate. Ma “Repubblica” spara dieci pagine sulla protesta degli studenti, con la polizia a scuola eccetera, e tutti i giornali radio e i telegiornali, per tutta la giornata, compreso il Tg 4, non trovano altro argomento.
“Repubblica” si conferma la regina del giornalismo, anzi l’imperatrice: non c’è altro giornalismo che il suo. Non solo gli argomenti, anche gli orientamenti (il “taglio”) “Repubblica” impone – gli orientamenti discendono dall’ottica come gli eventi sono presentati, dal “taglio”. Anche ai giornali di orientamento avverso.
Veltroni divorzia da Di Pietro. Titolo su tre colonne in pagina interna, pari – le pagine pari si vedono meno. Casini accusa Berlusconi. Due colonne, ma in prima pagina, di spalla.
C’è il regime in Italia? In un certo senso sì, se una delle forme del regime è la propaganda: c’è nei giornali della sinistra, che appartengono ai maggiori capitalisti del paese, concorrenti di Berlusconi, nei confronti dei simpatizzanti di sinistra, ai quali fanno credere l’incredibile.
Il presidente Napolitano venerdì 17 si spende per la riforma della scuola. E per la moratoria sull’ambiente, beninteso solo fino al superamento della crisi economica. Insomma, cauziona il governo.
Il Tg 3 apre sull’ambiente, affermando che Napolitano rimprovera il governo. E fa seguire una lunga pappardella da Bruxelles, con dichiarazioni di questo e di quello, che “condannano” l’Italia: per l’ambiente, per la scuola, e anche per le classi differenziate d’italiano, che gli immigrati invece tanto apprezzano. È masochismo? È incapacità? È follia.
Venerdì 17 le scuole hanno manifestato a Roma contro il governo. Gli insegnanti del liceo romano Mariani si sono esibiti in corteo con una stella gialla sul petto. Per “vantare” irridenti una minaccia di sterminio.
Scarsa sensibilità? Questa è proprio stupidità. Ma sono i professori del miglior liceo romano.
Andrea Tarquini, nella corrispondenza per “Repubblica” sul caso di Kundera, se è stato o no una spia comunista, rievoca martedì 14 “gli anni tragici ed eroici della nascita del regime a Praga”. Un regime che nasce eroicamente? Forse Tarquini intendeva dire l’eroismo degli oppositori del regime? No, dice che il partito Comunista aveva le sue buone ragioni, dopo la vittoria nelle “libere elezioni”. Elezioni libere con un regime, che aveva fatto un colpo di Stato?
Andrea è persona colta, difficile che si sia imbrogliato nella fretta di scrivere la corrispondenza, le cose note emergono d’istinto. È però, è stato, un socialista, proviene dall’“Avanti!”, e a “Repubblica” per farsi perdonare questa tara molti atti di contrizione sono necessari.
Romano Prodi non trova di meglio, domenica 12, che recarsi in visita da Ahmadinejad a Teheran. Siccome dirige una task force dell’Onu per l’Africa, avrà pensato che Teheran è sulla strada per il continente nero? Succede, la geografia è dopo Berlinguer materia suppletiva. O non ha voluto coraggiosamente negarsi ogni possibilità di tornare in politica, sia pure al Quirinale? Sarebbe in linea con la famosa scelta di sabbatico a tempo indefinito, nonostante l’Onu. Quello all’Onu è infatti un incarico che gi è piovuto addosso per caso, lui non l’ha brigato, anzi nemmeno si è candidato.
Venerdì 10 le scuole manifestano contro il governo. A Roma davanti al ministero occupano la strada alcune centinaia di studenti. Occupano la carreggiata del tram n. 8, lasciando libera quella delle automobili, e degli autobus. Gli interventi, scanditi per circa un’ora e mezza, fino alle 11,30, sono “professionali”, da praticanti politici.
Le cronache diranno che i partecipanti a Roma erano quarantamila, “per gli organizzatori”. Un giornale non ha il dovere di esercitare un minimo, facile, semplice, controllo? Oppure l’ha esercitato, ma si allinea – c’è ancora la “linea”.
La figlia dell’operaio e sindacalista Guido Rossa, comunista, è sola, anche se non rancorosa, a criticare la grazia di Sarkozy alla terrorista non pentita Petrella che ha assassinato suo padre, nelle due pagine che il “Corriere della sera” dedica all’evento. La storia è della Petrella giovane, in fotoritratti accattivanti, e delle sorelle italo-francesi Bruni Tedeschi, l’attrice che la Petrella impersonò in un film torinese sulle Br, e la cantante che ha sposato il presidente francese, che hanno passato l’estate a consolare la terrorista, e il suo dossier hanno fatto riconsiderare a Sarkozy, il capofila della destra francese.
Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Può darsi che la Petrella sia ammalata, e la storia finisce qui. Del resto, le Bruni Tedeschi hanno confortato la Petrella con la grazia – la mancata estradizione equivale alla grazia – e col rosario.
Efficaci e a volte risolutivi contro altri mafiosi, i pentiti di mafia sono inefficaci contro i politici. Pur essendo a ogni processo sempre numerosi, venti-trenta. L’altra singolarità è che, pur essendo tanti, i pentiti conoscono nei casi dei politici sempre una o due cose, le stesse, tutti quanti. Come di un sentito dire.
Antonio Gnoli vuol fare dire a Cabibbo, “Repubblica” di giovedì 23, che la scienza è incompatibile con la fede. Antonio ha gli strumenti per sapere che la cosa è compatibile – malgrado questo o quel papa, e magari la chiesa tutta. Ma il lettore di “Repubblica” evidentemente no. Gnoli deve perfino piegarsi a fare dell’eutanasia una scienza, un progresso.
Giovedì sono morte una diecina di persone nel cagliaritano per un temporale, e le Borse sono crollate. Ma “Repubblica” spara dieci pagine sulla protesta degli studenti, con la polizia a scuola eccetera, e tutti i giornali radio e i telegiornali, per tutta la giornata, compreso il Tg 4, non trovano altro argomento.
“Repubblica” si conferma la regina del giornalismo, anzi l’imperatrice: non c’è altro giornalismo che il suo. Non solo gli argomenti, anche gli orientamenti (il “taglio”) “Repubblica” impone – gli orientamenti discendono dall’ottica come gli eventi sono presentati, dal “taglio”. Anche ai giornali di orientamento avverso.
Veltroni divorzia da Di Pietro. Titolo su tre colonne in pagina interna, pari – le pagine pari si vedono meno. Casini accusa Berlusconi. Due colonne, ma in prima pagina, di spalla.
C’è il regime in Italia? In un certo senso sì, se una delle forme del regime è la propaganda: c’è nei giornali della sinistra, che appartengono ai maggiori capitalisti del paese, concorrenti di Berlusconi, nei confronti dei simpatizzanti di sinistra, ai quali fanno credere l’incredibile.
Il presidente Napolitano venerdì 17 si spende per la riforma della scuola. E per la moratoria sull’ambiente, beninteso solo fino al superamento della crisi economica. Insomma, cauziona il governo.
Il Tg 3 apre sull’ambiente, affermando che Napolitano rimprovera il governo. E fa seguire una lunga pappardella da Bruxelles, con dichiarazioni di questo e di quello, che “condannano” l’Italia: per l’ambiente, per la scuola, e anche per le classi differenziate d’italiano, che gli immigrati invece tanto apprezzano. È masochismo? È incapacità? È follia.
Venerdì 17 le scuole hanno manifestato a Roma contro il governo. Gli insegnanti del liceo romano Mariani si sono esibiti in corteo con una stella gialla sul petto. Per “vantare” irridenti una minaccia di sterminio.
Scarsa sensibilità? Questa è proprio stupidità. Ma sono i professori del miglior liceo romano.
Andrea Tarquini, nella corrispondenza per “Repubblica” sul caso di Kundera, se è stato o no una spia comunista, rievoca martedì 14 “gli anni tragici ed eroici della nascita del regime a Praga”. Un regime che nasce eroicamente? Forse Tarquini intendeva dire l’eroismo degli oppositori del regime? No, dice che il partito Comunista aveva le sue buone ragioni, dopo la vittoria nelle “libere elezioni”. Elezioni libere con un regime, che aveva fatto un colpo di Stato?
Andrea è persona colta, difficile che si sia imbrogliato nella fretta di scrivere la corrispondenza, le cose note emergono d’istinto. È però, è stato, un socialista, proviene dall’“Avanti!”, e a “Repubblica” per farsi perdonare questa tara molti atti di contrizione sono necessari.
Romano Prodi non trova di meglio, domenica 12, che recarsi in visita da Ahmadinejad a Teheran. Siccome dirige una task force dell’Onu per l’Africa, avrà pensato che Teheran è sulla strada per il continente nero? Succede, la geografia è dopo Berlinguer materia suppletiva. O non ha voluto coraggiosamente negarsi ogni possibilità di tornare in politica, sia pure al Quirinale? Sarebbe in linea con la famosa scelta di sabbatico a tempo indefinito, nonostante l’Onu. Quello all’Onu è infatti un incarico che gi è piovuto addosso per caso, lui non l’ha brigato, anzi nemmeno si è candidato.
Venerdì 10 le scuole manifestano contro il governo. A Roma davanti al ministero occupano la strada alcune centinaia di studenti. Occupano la carreggiata del tram n. 8, lasciando libera quella delle automobili, e degli autobus. Gli interventi, scanditi per circa un’ora e mezza, fino alle 11,30, sono “professionali”, da praticanti politici.
Le cronache diranno che i partecipanti a Roma erano quarantamila, “per gli organizzatori”. Un giornale non ha il dovere di esercitare un minimo, facile, semplice, controllo? Oppure l’ha esercitato, ma si allinea – c’è ancora la “linea”.
La figlia dell’operaio e sindacalista Guido Rossa, comunista, è sola, anche se non rancorosa, a criticare la grazia di Sarkozy alla terrorista non pentita Petrella che ha assassinato suo padre, nelle due pagine che il “Corriere della sera” dedica all’evento. La storia è della Petrella giovane, in fotoritratti accattivanti, e delle sorelle italo-francesi Bruni Tedeschi, l’attrice che la Petrella impersonò in un film torinese sulle Br, e la cantante che ha sposato il presidente francese, che hanno passato l’estate a consolare la terrorista, e il suo dossier hanno fatto riconsiderare a Sarkozy, il capofila della destra francese.
Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Può darsi che la Petrella sia ammalata, e la storia finisce qui. Del resto, le Bruni Tedeschi hanno confortato la Petrella con la grazia – la mancata estradizione equivale alla grazia – e col rosario.
martedì 21 ottobre 2008
Veltroni in piazza contro i suoi
Per Veltroni è una sfida, ma non a Berlusconi: vuole contare i suoi, dimostrare che è sempre il leader del Pd. È questo il significato della manifestazione romana, che viene confermata malgrado i tanti mal di pancia. La manifestazione raccoglierà certamente i milioni, la Rai e i giornali padronali sono mobilitati, e la scuolla offre un comodo approdo a una manfestazione che non lo aveva. Veltroni ha peraltro con sé, oltre ai media, gli ex stati maggiori diessini, da lui rinnovati, e in questa componente del Pd il concetto di manifestazione è sempre legato alla folla “oceanica”. Ma gli resta difficile impressionate tutti gli altri.
La mobilitazione a sinistra è fiacca. E all’interno del Pd tutte le varie fronde, di D’Alema, Marini, Parisi e Sircana (Prodi), stanno lavorando contro. Cioè non stanno lavorando affatto. Solo i dalemiani si mobilitano, ma con l’intento di essere sempre presenti, per potere eventualmente raccogliere le spoglie. I cattolici sono tiepidi: nessuna organizzazione di base si è mobilitata, e gli stessi leader sono perplessi sul patrocinio da continuare a dare a Veltroni. I grandi giornali fiancheggiatori sono tiepidi.
La manifestazione apre nei fatti il congresso del Pd. Per il quale Veltroni vuole una partenza a razzo. È un decisionista, non un uomo di compromessi, e non intende negoziare con le correnti e i capi corrente. Ma il rischio boomerang è elevato - anche per la mobilitazione oceanica in corso. Non da parte di D'Alema, che non ha commosso gli ex diessini con i sarcasmi del Berlusconi "faccio di tolla" e di Brunetta "energumeno tascabile". Ma per gli ex popolari questo Pd è, specie in Lombardia, in Emilia e nella Toscana, un'esperienza già fallita.
La mobilitazione a sinistra è fiacca. E all’interno del Pd tutte le varie fronde, di D’Alema, Marini, Parisi e Sircana (Prodi), stanno lavorando contro. Cioè non stanno lavorando affatto. Solo i dalemiani si mobilitano, ma con l’intento di essere sempre presenti, per potere eventualmente raccogliere le spoglie. I cattolici sono tiepidi: nessuna organizzazione di base si è mobilitata, e gli stessi leader sono perplessi sul patrocinio da continuare a dare a Veltroni. I grandi giornali fiancheggiatori sono tiepidi.
La manifestazione apre nei fatti il congresso del Pd. Per il quale Veltroni vuole una partenza a razzo. È un decisionista, non un uomo di compromessi, e non intende negoziare con le correnti e i capi corrente. Ma il rischio boomerang è elevato - anche per la mobilitazione oceanica in corso. Non da parte di D'Alema, che non ha commosso gli ex diessini con i sarcasmi del Berlusconi "faccio di tolla" e di Brunetta "energumeno tascabile". Ma per gli ex popolari questo Pd è, specie in Lombardia, in Emilia e nella Toscana, un'esperienza già fallita.
Non c'è guerra giusta contro il terrorismo
L’ex direttrice, fino al 1996, dei servizi segreti inglesi dice “sproporzionata” in una intervista al Guardian il 18 ottobre la risposta americana e occidentale al terrorismo islamico. E afferma che i servizi segreti occidentali erano contrari alla guerra in Iraq e alla reazione seguita agli attentati. Singolare posizione, e anzi sciocca, se non fosse che fa sempre piacere uscire in pensione dall’anonimato, e devi criticare l’America se vuoi uscire sul Guardian – che la pensionata immortala in fotografia come Eva nel paradiso terreste. Ma l’intervista riflette una posizione per l’appunto condivisa, non dal solo Guardian, e una posizione che si vuole di saggezza. Anche se non tiene conto di alcuni assunti ormai scontati per tutti. Inoltre, impegna a definire il terrorismo e, di nuovo, la guerra giusta.
I servizi al governo
In un giornale che non fosse il Guardian e in un paese che non fosse la Gran Bretagna, con un solido impianto democratico, l’impudenza di Stella Rimington sarebbe pure golpista. In una con i servizi russi, che hanno preso stabilmente la guida del paese, e col Mossad, che ora ci prova con la Livni, anche i servizi segreti inglesi cercano di piazzarsi stabilmente sul terreno della politica.
Contro la riservatezza d’obbligo, e invece di cercare informazioni e prevenire il terrorismo, e semmai chiedere scusa e mettersi a tacere, Stella Rimington e la sua successora Eliza Manningham-Buller, che la regina ha nobilitato, in pensione dall’anno scorso, si occupano di criticare il governo. Fustigatrici della “retorica della guerra al terrorismo”. Senza dire come il terrorismo, che loro non hanno combattuto, va fronteggiato.
Il giudizio politico della Rimington è testimoniato d’acchito dalla sua posizione sull’11 settembre: “Un incidente terroristico come un altro”. E il terrorismo a Londra? È stato causato dalla guerra in Iraq: se si guarda “a ciò che gli arrestati o i video dei suicidi dicono sulle loro motivazioni”. Roba da non credere. Ma il fatto è da segnalare perché l’invasione di campo sicuramente farà tendenza.
Il terrorismo
L’evidenza, nel caso del terrorismo islamico, come di quello arabo-palestinese, e di quello brigatista, ha alcuni punti fermi:
1) Il terrorismo è un nemico ninja, sconosciuto e segreto. Fa anzi della segretezza la sua arma principale.
2) Il terrorismo è ultimamente sconosciuto soprattutto ai servizi segreti, di cui pure è l’interfaccia, più che il nemico. A New York, a Londra, a Madrid la colpa delle stragi è dei servizi segreti - in Italia e in Germania invece i servizi (forse) sono stati più attivi o capaci. Si può anche dire – finalmente riconoscere – che i servizi dicono e fanno l’ovvio: quello che l’opinione pubblica dice, la politica diffusa. Esemplare il caso della Cia: aperta e quasi rivoluzionaria alla fondazione, contro il fascismo e il comunismo, poi violentemente di destra, e infine, messa per questo sotto accusa al Congresso, irenica, sempre più “di sinistra”.
3) Il terrorismo islamico opera ovunque, non solo in Europa e negli Usa: Sudan, Kenya, Egitto, perfino la mite Tunisia, l’Arabia Saudita (ma non gli Emirati, che pure non hanno polizia: gli emiri pagano?), il Pakistan, l’Indonesia.
4) Il terrorismo è un nemico interno. Quello islamico lo è anche in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna, per le comunità islamiche che vi sono ampie, dai due milioni in su.
5) Il terrorismo è per definizione estremista e impolitico. Non negozia, a nessuna condizione. Fu il caso anche del sequestro di Aldo Moro, la cosiddetta trattativa fu in realtà una non trattativa.
6) Il terrorismo non vuole una cosa, vuol’essere noi. Nella prospettiva rivoluzionaria, di rovesciare un ordinamento o un assetto che ritiene nemico.
7) Il terrorismo a carattere bellico, con capacità di distruzione cioè analogo alla guerra, sia delle persone che delle strutture, e dell’ambiente, ribalta i diritti umani. Si propone esso stesso come strumento dei diritti umani. E non può essere contrastato se non con mezzi limitati, al riparo dei diritti umani.
La guerra giusta
Ma per questo stesso motivo la risposta al terrorismo non può che essere massiccia. Gli Stati non possono combattere il terrorismo con le armi del terrorismo, segretezza e violenza indiscriminata, sarebbe illegale e non è etico. La reazione britannica al terrorismo irlandese – era probabilmente l’epoca di Stella Rimington a capo dell’MI 5 – è stata quasi sempre illegale, anche se nessun tribunale se n’è mai occupato.
La guerra limitata del resto non esiste, commisurata all’effetto che si vuole raggiungere senza le “vittime innocenti” - tutte le vittime di una guerra sono innocenti. La guerra è un’azione cieca, con l’obiettivo di mettere in campo sempre un po’ più di violenza del nemico, e la guerra migliore è quella che mette in campo il potenziale massimo.
Non c’è guerra che non si pretenda giusta. Ma bisogna intendersi sulle cose. Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani. E gli Usa nel nome dei diritti umani. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee, per un interesse. Carl Schmitt nel “Nomos della terra”, rifacendosi a Erasmo, e ai posteriori Bodin e Alberico Gentile, che a loro volta facevano tesoro delle guerre di religione, la riduce a una sorta di “guerra lecita”. Insomma, regolata dal diritto internazionale, quanto al riconoscimento dei belligeranti, o alla “aequalitas tra justi hostes”. Niente a che vedere con la sistemazione di san Tommaso, della guerra che è giusta quando è sostenuta da un’autorità che è riconosciuta ed è combattuta per una giusta causa e con una giusta intenzione. L’ultima guerra giusta in Europa, prima di quella alla Serbia nel 1998, era stata la Dottrina Breznev.
Bobbio ha avuto problemi, pur difendendo la guerra alla Serbia, a caratterizzare la guerra giusta. I conservatori in Germania, Carl Schmitt, Ernst Jünger, pur bellicisti, escludevano la categoria. La guerra della Società delle Nazioni non è più guerra, c’è un “daltonismo umanitario”, rilevava già nel 1932 Jünger nell’“Arbeiter”. Sotto l’ombrello internazionale è possibile fare guerre giuste, a buon diritto, e derubricarle a penetrazione pacifica, azione di polizia, e ora difesa dei diritti umani. Ma già negli anni Trenta i Diritti Umani campeggiavano nella retorica: i manifesti di Mussolini lo proclamavano Ambasciatore di Pace e Difensore dei Diritti Umani.
In Serbia i bombardamenti hanno ucciso alcune migliaia di civili, per liberare la Serbia dal suo presidente Milosevic, poi dichiarato criminale di guerra, e per liberare i kossovari che non volevano essere liberati (meglio la Serbia che l’Albania), e non l’avevano richiesto, con l’eccezione di un fronte di liberazione creato da un mafioso.
Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Il papa Giovanni Paolo II, che ha abbattuto il comunismo, ha teorizzato l’“ingerenza umanitaria” come “diritto d’intervento” ai diplomatici il 16 gennaio 1993. Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, e questa sarebbe la sola novità.
I mezzi giusti
Ogni guerra pone, in diritto oltre che di fatto, il problema dei mezzi. L'interesse impone il principio economico, del minimo costo per il massimo effetto. Il diritto pone quello dei “mezzi giusti”, proporzionati cioè allo scontro. È un aspetto del più generale concetto di guerra giusta, che propriamente indaga le cause della guerra, e quindi i fini.
In questi termini, di cause e fini, la guerra giusta – assente dalla guerra dell’Europa e degli Usa alla Serbia nel 1999 – è stata animatamente discussa nel 1990-91, nel conflitto del Golfo. Concetto cristiano e non romano, abbozzato da sant'Agostino e poi approfondito filosoficamente da una lunga tradizione, da San Tommaso a Grozio, a Kant e a Bobbio, è fondamentalmente quella sostenuta per una giusta causa con giusta intenzione. Ma la causa è fortemente variata nei secoli. Fino alle concezioni belliciste del romanticismo, quello tedesco sopratutto: la guerra fatto estetico universale (Novalis), sviluppo morale dell'umanità (Fichte), materializzazione dello Spirito del mondo nei diversi spiriti dei popoli che si avvicendano (Hegel). ricetta per popoli infiacchiti (Nietzsche). Per arrivare alla guerra preventiva per fini umanitari, quali sono quelle degli Stati Uniti e dei “volenterosi” in Irak, e quella della Nato in Afghanistan, per conto dell’Onu. Entrambe azionate dalla lotta al terrorismo che la funzionaria britannica critica.
L’Onu e la Nato proclamano oggi il diritto d'intervento contro quello che era un cardine del diritto, il non intervento negli affari interni di uno Stato. Fra i due ambiti giuridici opposti della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che protegge gli individui contro gli Stati oppressori, e della Carta dell'Onu che invece previene e proibisce la guerra, comprese evidentemente le guerre preventive - documenti entrambi dello spirito del tempo.
Sull’ammissibilità della guerra umanitaria i pareri sono fortemente divisi. “Gli argomenti addotti per legittimare l’uso umanitario della forza sono poco convincenti e pericolosi”, fu la posizione in America, quando Clinton volle la guerra alla Serbia, di un ex decano di diritto internazionale della Columbia University, Louis Henkin. Mentre Jack Goldsmith, sempre in America, della Chicago Law School, pur concordando che i critici dell'intervento umanitario “dispongono certo di forti argomenti giuridici”, ritenne che “esiste un'eccezione sul piano consuetudinario e pratico”. Certamente nel caso del terrorismo, quando ha santuari degli Stati.
In questa incertezza assume rilievo il tema intermedio dei mezzi, anche per gli effetti devastanti che i nuovi armamenti possono avere. Il tribunale di Norimberga e quello dell'Aja hanno istituzionalizzato il problema dei mezzi. Per adeguati s'intende coerenti e diretti con l’obiettivo della guerra. Chi volesse fare guerra alla Macedonia, per ipotesi, invadendo l'Albania o la Bulgaria, uscirebbe evidentemente dal diritto. Gli Stati Uniti sono stati molto criticati su questo aspetto per aver combattuto il comunismo sovietico intervenendo direttamente in Guatemala, Grenada e Nicaragua, e indirettamente in Brasile e Cile. Il concetto di proporzionato o conguo è più semplice: non si può usare l'atomica per conquistare un fortino abbandonato.
Adeguatezza e congruità dei mezzi rimandano ai fini più che alle cause della guerra - alle intenzioni buone. Fine della guerra è ovviamente la vittoria. Ma sul concetto di vittoria gli Stati Uniti, che a lungo si erano tenuti volutamente fuori degli affari internazionali, in base al precetto di addio di George Washington nel 1796 (“la regola aurea dei nostri rapporti con le nazioni straniere sia di avere con loro i minimi rapporti politici”), hanno introdotto nella storia e nel diritto un concetto nuovo. Fortemente differenziato da quello tradizionale, a cui i governi e l’opinione europea si attengono, che è quello della cancellazione dell'offesa. Gli Stati Uniti hanno introdotto la “resa incondizionata”, o totale.
Fu il presidente Roosevelt a incardinare negli affari internazionali questa categoria. Alla conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943, impose la “resa incondizionata” quale unica via d'uscita dalla guerra con la Germania e il Giappone, a un Churchill recalcitrante, per il quale la sconfitta tedesca era nei fatti e la guerra si poteva chiudere più rapidamente con meno danni. Compreso, tra questi, l’arrivo di Stalin a Berlino. L’annuncio di Rooesevelt a Casablanca offrirà materia alla storia revisionista: se non sarebbe stato possibile altrimenti evitare il sacrificio di altri 4-5 milioni di uomini, tra lager e fronte, la distruzione della Germania (con l'arrivo di Stalin a Berlino), i 13 milioni di tedeschi profughi dall'Est, le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Ma la vittoria fino all’annientamento dell’avversario è, sotto la leadership americana, principio dominante. Il Nemico è la Forza del male. E ogni discorso sui mezzi adeguati e proporzionati diventa superfluo.
C’è dunque – c’era - fra Europa e Stati Uniti una diversa percezione del diritto. Fraintesa per un difetto di ottica: l'Europa continua a guardare gli Stati Uniti come a una sua proiezione, mentre gli Usa guardano all’Europa come a uno dei quattro o cinque scacchieri mondiali nei quali impegnano la loro leadership, a oriente e a occidente della dorsale americana. Si può anche dire degli Usa quello che Junius (Luigi Einaudi), nel tentativo di spiegarsi “il mistero dell'intervento americano in Europa”, diceva sul “Corriere della sera” della Germania nel 1918: “È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata”. Tuttavia, se il discorso delle cause giuste - e dei fini - rimane vago, quello dei mezzi è sostanziale e univoco.
È il caso della guerra al terrorismo, che presenta cause legittime. È guerra di reazione, difensiva. Ma in questo quadro anche preventiva e cieca, essendo il nemico segreto, sfuggente, invisibile – agli stessi servizi segreti. Il problema che si può porre è: sono i bombardamenti espedienti e congrui alla guerra al terrorismo – lo furono nell’ultima guerra dell’Europa in Europa, contro i cittadini di Belgrado per liberarli da Milosevic? Specie quelli americani, che per regolamento, per il principio della minima perdita di mezzi impone di sganciare le bombe da cinquemila metri di altezza. L’aviazione peraltro non ha mai vinto una guerra – può solo prepararla, o completarla con l’annientamento.
La guerra e la pace sono - dovrebbero essere - decisioni diplomatice, prese cioè nella pancia più fredda della pubblica amministrazione, e seguire regole precise, scacchistiche. Solo in queste senso la guerra può essere giusta, se ha uno scopo definito e accettabile, e ad esso indirizza impegni congrui, non necessariamente distruttivi.
I diritti umanitari si vogliono sostituire a quelli naturali. Alla teodicea, si sarebbe detto un tempo, che il terrorismo islamico tenta di restaurare. Il diritto alla liberazione dei popoli come i diritti individuali, all’aborto, l’eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l’adozione libera. A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. La volontà di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umanitari, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura. È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta. Compresa quella che si ammanta di religione.
I servizi al governo
In un giornale che non fosse il Guardian e in un paese che non fosse la Gran Bretagna, con un solido impianto democratico, l’impudenza di Stella Rimington sarebbe pure golpista. In una con i servizi russi, che hanno preso stabilmente la guida del paese, e col Mossad, che ora ci prova con la Livni, anche i servizi segreti inglesi cercano di piazzarsi stabilmente sul terreno della politica.
Contro la riservatezza d’obbligo, e invece di cercare informazioni e prevenire il terrorismo, e semmai chiedere scusa e mettersi a tacere, Stella Rimington e la sua successora Eliza Manningham-Buller, che la regina ha nobilitato, in pensione dall’anno scorso, si occupano di criticare il governo. Fustigatrici della “retorica della guerra al terrorismo”. Senza dire come il terrorismo, che loro non hanno combattuto, va fronteggiato.
Il giudizio politico della Rimington è testimoniato d’acchito dalla sua posizione sull’11 settembre: “Un incidente terroristico come un altro”. E il terrorismo a Londra? È stato causato dalla guerra in Iraq: se si guarda “a ciò che gli arrestati o i video dei suicidi dicono sulle loro motivazioni”. Roba da non credere. Ma il fatto è da segnalare perché l’invasione di campo sicuramente farà tendenza.
Il terrorismo
L’evidenza, nel caso del terrorismo islamico, come di quello arabo-palestinese, e di quello brigatista, ha alcuni punti fermi:
1) Il terrorismo è un nemico ninja, sconosciuto e segreto. Fa anzi della segretezza la sua arma principale.
2) Il terrorismo è ultimamente sconosciuto soprattutto ai servizi segreti, di cui pure è l’interfaccia, più che il nemico. A New York, a Londra, a Madrid la colpa delle stragi è dei servizi segreti - in Italia e in Germania invece i servizi (forse) sono stati più attivi o capaci. Si può anche dire – finalmente riconoscere – che i servizi dicono e fanno l’ovvio: quello che l’opinione pubblica dice, la politica diffusa. Esemplare il caso della Cia: aperta e quasi rivoluzionaria alla fondazione, contro il fascismo e il comunismo, poi violentemente di destra, e infine, messa per questo sotto accusa al Congresso, irenica, sempre più “di sinistra”.
3) Il terrorismo islamico opera ovunque, non solo in Europa e negli Usa: Sudan, Kenya, Egitto, perfino la mite Tunisia, l’Arabia Saudita (ma non gli Emirati, che pure non hanno polizia: gli emiri pagano?), il Pakistan, l’Indonesia.
4) Il terrorismo è un nemico interno. Quello islamico lo è anche in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna, per le comunità islamiche che vi sono ampie, dai due milioni in su.
5) Il terrorismo è per definizione estremista e impolitico. Non negozia, a nessuna condizione. Fu il caso anche del sequestro di Aldo Moro, la cosiddetta trattativa fu in realtà una non trattativa.
6) Il terrorismo non vuole una cosa, vuol’essere noi. Nella prospettiva rivoluzionaria, di rovesciare un ordinamento o un assetto che ritiene nemico.
7) Il terrorismo a carattere bellico, con capacità di distruzione cioè analogo alla guerra, sia delle persone che delle strutture, e dell’ambiente, ribalta i diritti umani. Si propone esso stesso come strumento dei diritti umani. E non può essere contrastato se non con mezzi limitati, al riparo dei diritti umani.
La guerra giusta
Ma per questo stesso motivo la risposta al terrorismo non può che essere massiccia. Gli Stati non possono combattere il terrorismo con le armi del terrorismo, segretezza e violenza indiscriminata, sarebbe illegale e non è etico. La reazione britannica al terrorismo irlandese – era probabilmente l’epoca di Stella Rimington a capo dell’MI 5 – è stata quasi sempre illegale, anche se nessun tribunale se n’è mai occupato.
La guerra limitata del resto non esiste, commisurata all’effetto che si vuole raggiungere senza le “vittime innocenti” - tutte le vittime di una guerra sono innocenti. La guerra è un’azione cieca, con l’obiettivo di mettere in campo sempre un po’ più di violenza del nemico, e la guerra migliore è quella che mette in campo il potenziale massimo.
Non c’è guerra che non si pretenda giusta. Ma bisogna intendersi sulle cose. Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani. E gli Usa nel nome dei diritti umani. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee, per un interesse. Carl Schmitt nel “Nomos della terra”, rifacendosi a Erasmo, e ai posteriori Bodin e Alberico Gentile, che a loro volta facevano tesoro delle guerre di religione, la riduce a una sorta di “guerra lecita”. Insomma, regolata dal diritto internazionale, quanto al riconoscimento dei belligeranti, o alla “aequalitas tra justi hostes”. Niente a che vedere con la sistemazione di san Tommaso, della guerra che è giusta quando è sostenuta da un’autorità che è riconosciuta ed è combattuta per una giusta causa e con una giusta intenzione. L’ultima guerra giusta in Europa, prima di quella alla Serbia nel 1998, era stata la Dottrina Breznev.
Bobbio ha avuto problemi, pur difendendo la guerra alla Serbia, a caratterizzare la guerra giusta. I conservatori in Germania, Carl Schmitt, Ernst Jünger, pur bellicisti, escludevano la categoria. La guerra della Società delle Nazioni non è più guerra, c’è un “daltonismo umanitario”, rilevava già nel 1932 Jünger nell’“Arbeiter”. Sotto l’ombrello internazionale è possibile fare guerre giuste, a buon diritto, e derubricarle a penetrazione pacifica, azione di polizia, e ora difesa dei diritti umani. Ma già negli anni Trenta i Diritti Umani campeggiavano nella retorica: i manifesti di Mussolini lo proclamavano Ambasciatore di Pace e Difensore dei Diritti Umani.
In Serbia i bombardamenti hanno ucciso alcune migliaia di civili, per liberare la Serbia dal suo presidente Milosevic, poi dichiarato criminale di guerra, e per liberare i kossovari che non volevano essere liberati (meglio la Serbia che l’Albania), e non l’avevano richiesto, con l’eccezione di un fronte di liberazione creato da un mafioso.
Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Il papa Giovanni Paolo II, che ha abbattuto il comunismo, ha teorizzato l’“ingerenza umanitaria” come “diritto d’intervento” ai diplomatici il 16 gennaio 1993. Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, e questa sarebbe la sola novità.
I mezzi giusti
Ogni guerra pone, in diritto oltre che di fatto, il problema dei mezzi. L'interesse impone il principio economico, del minimo costo per il massimo effetto. Il diritto pone quello dei “mezzi giusti”, proporzionati cioè allo scontro. È un aspetto del più generale concetto di guerra giusta, che propriamente indaga le cause della guerra, e quindi i fini.
In questi termini, di cause e fini, la guerra giusta – assente dalla guerra dell’Europa e degli Usa alla Serbia nel 1999 – è stata animatamente discussa nel 1990-91, nel conflitto del Golfo. Concetto cristiano e non romano, abbozzato da sant'Agostino e poi approfondito filosoficamente da una lunga tradizione, da San Tommaso a Grozio, a Kant e a Bobbio, è fondamentalmente quella sostenuta per una giusta causa con giusta intenzione. Ma la causa è fortemente variata nei secoli. Fino alle concezioni belliciste del romanticismo, quello tedesco sopratutto: la guerra fatto estetico universale (Novalis), sviluppo morale dell'umanità (Fichte), materializzazione dello Spirito del mondo nei diversi spiriti dei popoli che si avvicendano (Hegel). ricetta per popoli infiacchiti (Nietzsche). Per arrivare alla guerra preventiva per fini umanitari, quali sono quelle degli Stati Uniti e dei “volenterosi” in Irak, e quella della Nato in Afghanistan, per conto dell’Onu. Entrambe azionate dalla lotta al terrorismo che la funzionaria britannica critica.
L’Onu e la Nato proclamano oggi il diritto d'intervento contro quello che era un cardine del diritto, il non intervento negli affari interni di uno Stato. Fra i due ambiti giuridici opposti della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che protegge gli individui contro gli Stati oppressori, e della Carta dell'Onu che invece previene e proibisce la guerra, comprese evidentemente le guerre preventive - documenti entrambi dello spirito del tempo.
Sull’ammissibilità della guerra umanitaria i pareri sono fortemente divisi. “Gli argomenti addotti per legittimare l’uso umanitario della forza sono poco convincenti e pericolosi”, fu la posizione in America, quando Clinton volle la guerra alla Serbia, di un ex decano di diritto internazionale della Columbia University, Louis Henkin. Mentre Jack Goldsmith, sempre in America, della Chicago Law School, pur concordando che i critici dell'intervento umanitario “dispongono certo di forti argomenti giuridici”, ritenne che “esiste un'eccezione sul piano consuetudinario e pratico”. Certamente nel caso del terrorismo, quando ha santuari degli Stati.
In questa incertezza assume rilievo il tema intermedio dei mezzi, anche per gli effetti devastanti che i nuovi armamenti possono avere. Il tribunale di Norimberga e quello dell'Aja hanno istituzionalizzato il problema dei mezzi. Per adeguati s'intende coerenti e diretti con l’obiettivo della guerra. Chi volesse fare guerra alla Macedonia, per ipotesi, invadendo l'Albania o la Bulgaria, uscirebbe evidentemente dal diritto. Gli Stati Uniti sono stati molto criticati su questo aspetto per aver combattuto il comunismo sovietico intervenendo direttamente in Guatemala, Grenada e Nicaragua, e indirettamente in Brasile e Cile. Il concetto di proporzionato o conguo è più semplice: non si può usare l'atomica per conquistare un fortino abbandonato.
Adeguatezza e congruità dei mezzi rimandano ai fini più che alle cause della guerra - alle intenzioni buone. Fine della guerra è ovviamente la vittoria. Ma sul concetto di vittoria gli Stati Uniti, che a lungo si erano tenuti volutamente fuori degli affari internazionali, in base al precetto di addio di George Washington nel 1796 (“la regola aurea dei nostri rapporti con le nazioni straniere sia di avere con loro i minimi rapporti politici”), hanno introdotto nella storia e nel diritto un concetto nuovo. Fortemente differenziato da quello tradizionale, a cui i governi e l’opinione europea si attengono, che è quello della cancellazione dell'offesa. Gli Stati Uniti hanno introdotto la “resa incondizionata”, o totale.
Fu il presidente Roosevelt a incardinare negli affari internazionali questa categoria. Alla conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943, impose la “resa incondizionata” quale unica via d'uscita dalla guerra con la Germania e il Giappone, a un Churchill recalcitrante, per il quale la sconfitta tedesca era nei fatti e la guerra si poteva chiudere più rapidamente con meno danni. Compreso, tra questi, l’arrivo di Stalin a Berlino. L’annuncio di Rooesevelt a Casablanca offrirà materia alla storia revisionista: se non sarebbe stato possibile altrimenti evitare il sacrificio di altri 4-5 milioni di uomini, tra lager e fronte, la distruzione della Germania (con l'arrivo di Stalin a Berlino), i 13 milioni di tedeschi profughi dall'Est, le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Ma la vittoria fino all’annientamento dell’avversario è, sotto la leadership americana, principio dominante. Il Nemico è la Forza del male. E ogni discorso sui mezzi adeguati e proporzionati diventa superfluo.
C’è dunque – c’era - fra Europa e Stati Uniti una diversa percezione del diritto. Fraintesa per un difetto di ottica: l'Europa continua a guardare gli Stati Uniti come a una sua proiezione, mentre gli Usa guardano all’Europa come a uno dei quattro o cinque scacchieri mondiali nei quali impegnano la loro leadership, a oriente e a occidente della dorsale americana. Si può anche dire degli Usa quello che Junius (Luigi Einaudi), nel tentativo di spiegarsi “il mistero dell'intervento americano in Europa”, diceva sul “Corriere della sera” della Germania nel 1918: “È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata”. Tuttavia, se il discorso delle cause giuste - e dei fini - rimane vago, quello dei mezzi è sostanziale e univoco.
È il caso della guerra al terrorismo, che presenta cause legittime. È guerra di reazione, difensiva. Ma in questo quadro anche preventiva e cieca, essendo il nemico segreto, sfuggente, invisibile – agli stessi servizi segreti. Il problema che si può porre è: sono i bombardamenti espedienti e congrui alla guerra al terrorismo – lo furono nell’ultima guerra dell’Europa in Europa, contro i cittadini di Belgrado per liberarli da Milosevic? Specie quelli americani, che per regolamento, per il principio della minima perdita di mezzi impone di sganciare le bombe da cinquemila metri di altezza. L’aviazione peraltro non ha mai vinto una guerra – può solo prepararla, o completarla con l’annientamento.
La guerra e la pace sono - dovrebbero essere - decisioni diplomatice, prese cioè nella pancia più fredda della pubblica amministrazione, e seguire regole precise, scacchistiche. Solo in queste senso la guerra può essere giusta, se ha uno scopo definito e accettabile, e ad esso indirizza impegni congrui, non necessariamente distruttivi.
I diritti umanitari si vogliono sostituire a quelli naturali. Alla teodicea, si sarebbe detto un tempo, che il terrorismo islamico tenta di restaurare. Il diritto alla liberazione dei popoli come i diritti individuali, all’aborto, l’eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l’adozione libera. A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. La volontà di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umanitari, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura. È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta. Compresa quella che si ammanta di religione.
lunedì 20 ottobre 2008
Voglia di razzismo
Come sempre ci vuole la Lega per dire l’ovvio – l’ovvio ha fatto la fortuna politica di Bossi. Che i ragazzi figli d’immigrati per integrarsi devono sapere l’italiano. Che quindi faranno meglio con un supplemento speciale d’italiano, scritto e parlato, per un semestre o un anno.
Della Lega bisogna diffidare, poiché l’istinto razzista è sempre forte nei suoi elettori. Ma il buon uso dell’italiano è ciò che gli immigrati più apprezzano per il futuro dei loro figli. Succede infatti ora che i ragazzi fino ai quindici anni vanno comunque avanti a scuola. Ma il figlio degli immigrati raramente è alla pari degli altri. E quando non succede, nella stragrande maggioranza dei casi, matura una condizione e un complesso d’inferiorità che gli precludono le migliori carriere. Il fatto è noto: abbiamo immigrati di terza generazione, ma le posizioni di eccellenza da essi raggiunte sono poche, e solo nella politica.
Il razzismo in Italia c’è. Ma è limitato. A poche persone della Lombardia e del Veneto. E alle anziane benestanti di città. È passivo. I casi di aggressione finora censiti sono di teppismo. E ovunque è un disvalore: vigila la chiesa, vigila lo Stato con leggi dure, vigilano malgrado tutto le forze dell’ordine, e gli stessi razzisti si negano. C’è però distinta, da una ventina d’anni, specie nei media che più si oppongono al razzismo, una voglia di razzismo.
È successo con Azouz, che ci mette tanto di suo. Per la scuola araba di Milano, che invece voleva essere chiusa per potersi rinnovare nelle strutture. Per i rom, con profluvi di dichiarazioni da Bruxelles e fino a Madrid – dove invece gli indesiderabili il governo socialista li espelle senza processo, ogni giorno un aereo pieno. Per il giovane cinese a Roma.
Si enfatizzano le intolleranze, si reagisce in forme spropositate dove un profumo di razzismo c’è, si creano dei casi, si sollecitano e si propagandano condanne all’Italia dalle fonti più disparate. Con lezioni di buona condotta, dai funzionari di Bruxelles al sociologo americano di provincia, e perfino dalla Cina. Senza alcun interesse peraltro, neppure politico o comunque di parte: giusto perché non si concepisce il giornalismo senza scandalo.
Della Lega bisogna diffidare, poiché l’istinto razzista è sempre forte nei suoi elettori. Ma il buon uso dell’italiano è ciò che gli immigrati più apprezzano per il futuro dei loro figli. Succede infatti ora che i ragazzi fino ai quindici anni vanno comunque avanti a scuola. Ma il figlio degli immigrati raramente è alla pari degli altri. E quando non succede, nella stragrande maggioranza dei casi, matura una condizione e un complesso d’inferiorità che gli precludono le migliori carriere. Il fatto è noto: abbiamo immigrati di terza generazione, ma le posizioni di eccellenza da essi raggiunte sono poche, e solo nella politica.
Il razzismo in Italia c’è. Ma è limitato. A poche persone della Lombardia e del Veneto. E alle anziane benestanti di città. È passivo. I casi di aggressione finora censiti sono di teppismo. E ovunque è un disvalore: vigila la chiesa, vigila lo Stato con leggi dure, vigilano malgrado tutto le forze dell’ordine, e gli stessi razzisti si negano. C’è però distinta, da una ventina d’anni, specie nei media che più si oppongono al razzismo, una voglia di razzismo.
È successo con Azouz, che ci mette tanto di suo. Per la scuola araba di Milano, che invece voleva essere chiusa per potersi rinnovare nelle strutture. Per i rom, con profluvi di dichiarazioni da Bruxelles e fino a Madrid – dove invece gli indesiderabili il governo socialista li espelle senza processo, ogni giorno un aereo pieno. Per il giovane cinese a Roma.
Si enfatizzano le intolleranze, si reagisce in forme spropositate dove un profumo di razzismo c’è, si creano dei casi, si sollecitano e si propagandano condanne all’Italia dalle fonti più disparate. Con lezioni di buona condotta, dai funzionari di Bruxelles al sociologo americano di provincia, e perfino dalla Cina. Senza alcun interesse peraltro, neppure politico o comunque di parte: giusto perché non si concepisce il giornalismo senza scandalo.
Perché i giudici milanesi temono la Procura
Berlusconi viene assolto dai giudici stranieri cui la Procura di Milano fa ricorso, in Spagna ora, dopo l’Inghilterra e la Germania. In Italia i giudici lo condannano prima del processo. Non c’è solo la giudice del processo Mills (il più ridicolo di tutti, nella corruzione che imperversa a Milano), la ex giovane sessantottina, tutti i giudici di Berlusconi ci hanno tenuto a dichiararsi colpevolisti in privato e in pubblico. Perché?
Si dice per impegno politico. Ma alcuni giudici di Berlusconi sono a Milano notoriamente di destra. In più di un'occasione giudici emeriti hanno proposto in conversazione di riprendersi il borrelliano "resistere, resistere, resistere!", che come si sa era "la linea del Piave", l'appello di Vittorio Emanuele Orlando dopo Caporetto. E anche l’ex Pci da tempo prende le distanze dalla giustizia politica, con Violante e con lo stesso Veltroni.
Si dice per reazione preventiva ai progetti ormai quindicennali di Berlusconi di rifare le istituzioni giudiziarie. Nel senso di limare i poteri che l’ordine giudiziario, unificato nelle Procure, esercita illimitatamente – la magistratura giudicante unita a quella inquirente ne assume l’irresponsabilità. Ma condannare Berlusconi sui giornali non può che rafforzarne la voglia punitiva.
Si dice per solidarietà di casta. Questo può essere. La Procura tra l’altro assicura periodicamente una delle cariche più ambite con cui terminare la carriera. Manlio Minale è stato a lungo giudice. Anche Borrelli lo era stato. Ma non c’è un buon feeling al palazzo di Giustizia milanese verso la Procura. Per tre motivi. Per un fatto di leghismo, forse irriflesso: in tutti i piani si sente criticare la “Procura dei napoletani” (anche se ne sono esponenti eminenti pure i siciliani Spataro, De Pasquale, mentre il Procuratore Capo Minale, tripolino di nascita, è di ascendenza calabrese). Per una questione di rappresentanza. Questa risalente al lontano 1995, quando Borrelli pretese tutto un piano per poter ricevere i giornalisti al riparo della curiosità degli avvocati. Con susseguenti litigi sulle dimensioni degli uffici, con o senza il bagno privato, e sulle dimensioni degli stessi spazi igienici. Ma soprattutto per una questione di risorse. Che la Procura spende munifica, in consulenze, rogatorie, viaggi, personale esecutivo, e atti di diecine di migliaia di pagine.
Bisognerà trovare un altro motivo per cui i giudici a Milano restano, malgrado tutto, così rispettosi della Procura.
P.S. Minale meriterebbe un’apposita trattazione. È il giudice che impiantò la condanna contro Sofri: a più riprese corresse e ammonì i testimoni, per sancire la verità della Procura di Milano. Essendo già stato designato alla carica di vice capo della stessa Procura, quindi a futuro collega e superiore degli accusatori al processo. La sua nomina a capo della Procura nel 2003 ebbe il plauso dei Ds e di An, i partiti degli accusatori, di Sofri e poi di Mani Pulite. Il candidato con più titoli si era ritirato per favorirne la nomina.
Anche il procuratore del processo Mills, Fabio De Pasquale, s’è illustrato. Nel 1993 interrogò infine Gabriele Cagliari, il presidente dell’Eni, dopo averlo tenuto in carcere per quattro mesi e mezzo. Si dichiarò sconfitto e promise a Cagliari la scarcerazione. “Lei me l’ha messa in culo, la devo liberare”, gli disse secondo testimoni attendibili, e il linguaggio corrisponde, il giudice si vuole sanguigno. Ma dopo una settimana se ne andò in vacanza per due mesi, durante i quali Cagliari decise che era meglio suicidarsi che aspettarlo. Ci fu un’ispezione, e gli ispettori ne sanzionarono, oltre che il linguaggio “non consono”, la mancanza di “prudenza, misura e serietà”. Ma Milano lo rispetta più che mai.
Si dice per impegno politico. Ma alcuni giudici di Berlusconi sono a Milano notoriamente di destra. In più di un'occasione giudici emeriti hanno proposto in conversazione di riprendersi il borrelliano "resistere, resistere, resistere!", che come si sa era "la linea del Piave", l'appello di Vittorio Emanuele Orlando dopo Caporetto. E anche l’ex Pci da tempo prende le distanze dalla giustizia politica, con Violante e con lo stesso Veltroni.
Si dice per reazione preventiva ai progetti ormai quindicennali di Berlusconi di rifare le istituzioni giudiziarie. Nel senso di limare i poteri che l’ordine giudiziario, unificato nelle Procure, esercita illimitatamente – la magistratura giudicante unita a quella inquirente ne assume l’irresponsabilità. Ma condannare Berlusconi sui giornali non può che rafforzarne la voglia punitiva.
Si dice per solidarietà di casta. Questo può essere. La Procura tra l’altro assicura periodicamente una delle cariche più ambite con cui terminare la carriera. Manlio Minale è stato a lungo giudice. Anche Borrelli lo era stato. Ma non c’è un buon feeling al palazzo di Giustizia milanese verso la Procura. Per tre motivi. Per un fatto di leghismo, forse irriflesso: in tutti i piani si sente criticare la “Procura dei napoletani” (anche se ne sono esponenti eminenti pure i siciliani Spataro, De Pasquale, mentre il Procuratore Capo Minale, tripolino di nascita, è di ascendenza calabrese). Per una questione di rappresentanza. Questa risalente al lontano 1995, quando Borrelli pretese tutto un piano per poter ricevere i giornalisti al riparo della curiosità degli avvocati. Con susseguenti litigi sulle dimensioni degli uffici, con o senza il bagno privato, e sulle dimensioni degli stessi spazi igienici. Ma soprattutto per una questione di risorse. Che la Procura spende munifica, in consulenze, rogatorie, viaggi, personale esecutivo, e atti di diecine di migliaia di pagine.
Bisognerà trovare un altro motivo per cui i giudici a Milano restano, malgrado tutto, così rispettosi della Procura.
P.S. Minale meriterebbe un’apposita trattazione. È il giudice che impiantò la condanna contro Sofri: a più riprese corresse e ammonì i testimoni, per sancire la verità della Procura di Milano. Essendo già stato designato alla carica di vice capo della stessa Procura, quindi a futuro collega e superiore degli accusatori al processo. La sua nomina a capo della Procura nel 2003 ebbe il plauso dei Ds e di An, i partiti degli accusatori, di Sofri e poi di Mani Pulite. Il candidato con più titoli si era ritirato per favorirne la nomina.
Anche il procuratore del processo Mills, Fabio De Pasquale, s’è illustrato. Nel 1993 interrogò infine Gabriele Cagliari, il presidente dell’Eni, dopo averlo tenuto in carcere per quattro mesi e mezzo. Si dichiarò sconfitto e promise a Cagliari la scarcerazione. “Lei me l’ha messa in culo, la devo liberare”, gli disse secondo testimoni attendibili, e il linguaggio corrisponde, il giudice si vuole sanguigno. Ma dopo una settimana se ne andò in vacanza per due mesi, durante i quali Cagliari decise che era meglio suicidarsi che aspettarlo. Ci fu un’ispezione, e gli ispettori ne sanzionarono, oltre che il linguaggio “non consono”, la mancanza di “prudenza, misura e serietà”. Ma Milano lo rispetta più che mai.
venerdì 17 ottobre 2008
Sarà un'altra Europa
D’improvviso, senza un progetto, per contrastare in qualche modo il crollo finanziario, l’Europa ha deciso una politica senza limite di salvataggi. A discrezione dei governi nazionali. Gran Bretagna, Germania e Belgio vi hanno già fatto ampio ricorso, l'Olanda vi si prepara. La Francia non sembra averne bisogno, né la Spagna. L’Italia non ne ha bisogno per le banche, ma la voglia d’intervento è forte, è comune a tutti i partiti, e trova in Berlusconi la massima disponibilità, anzi una sorta di auspicio. È quindi probabile che si faranno degli interventi a favore delle maggiori aziende, dopo Alitalia: la Fiat è la prima nella lista, con tutto il settore meccanico, della componentistica e delle macchine utensili, Telecom, con la rinazionalizzazione a buon prezzo della rete (il vecchio progetto di Prodi), la siderurgia.
La crisi non è finita, e potrà avere ancora sviluppi imprevedibili. “Se dieci banche sono bacate (e lo sono), mille lo saranno, tanti sono gli intrecci interbancari - e salvare tutte le banche del mondo si può solo negli incubi”, scriveva questo sito il 31 gennaio. I viluppi dei mutui americani insoluti e dei derivati accomunano tutte le economie, con l’eccezione di quelle asiatiche, e potrebbero anche contagiare la cosiddetta economia reale. Provocare cioè la recessione che finora è stata evitata, se non la depressione. L’esito finale potrebbe quindi essere distruttivo. Ma, stando le cose come stanno, l’Europa sarà radicalmente diversa.
Le differenze con un mese fa, una settimana fa, saranno enormi. La prima è paradossale. I vecchi gruppi pubblici privatizzati non hanno bisogno dello Stato, sanno stare sul mercato da soli, ad eccezione ovviamente di Alitalia: Eni, Saipem, Rete Gas, Enel, le banche, Finmeccanica, perfino Terna, e StMicroelectronis, più tutte le attività inglobate nei gruppi privati, sono solidi patrimonialmente e redditualmente (fa eccezione Telecom, che però è stata una finta privatizzazione, a beneficio di tre gruppi - finora - di speculatori). L’esito finale sarà uno stravolgimento del mercato. C’è un massiccio trasferimento di capitali dal pubblico al privato, con nuovo debito e probabilmente nuove tasse. Tornerà la stagione dello Stato imprenditore, con le note diseconomie: il controllo politico, le inefficienze, la corruzione nelle tante sue forme. Malgrado i buoni propositi (partecipazione a tempo, senza rappresentanza in consiglio, senza diritti di voto in assemblea), i governi non si libereranno presto delle banche e delle imprese che avranno salvato. Se anche lo volessero, non potrebbero: tutti i criteri di gestione, e la filosofia della gestione, dovranno uniformarsi alla presenza dello Stato, i manager e le imprese dovranno rispondere anzitutto ai governi. L’esito sbilanciato dell’intervento, con alcuni Stati europei grandi padroni e altri no, accentuerà gli squilibri già forti a Bruxelles, dove alcuni contano e altri no. L’unilateralismo del governo tedesco è una novità solo nel senso che si è tolta la maschera.
L’Italia, se dovesse superare la crisi senza interventi pubblici, malgrado l’auspicio di Berlusconi, acquisterà all’apparenza un vantaggio relativo. I suoi gruppi economici continueranno ad agire liberamente sul mercato, con più flessibilità e redditività. Non ci saranno trasferimenti dal pubblico al privato, non crescerà il debito. Ma l’Italia resta pur sempre soggetta alle regole europee, che non saranno più fatte per il mercato. In un quadro globale regolato dalla Wto, chi è più competitivo più lavora. Ma un’Italia ipoteticamente virtuosa si troverebbe sempre a dover partecipare al mercato globale attraverso la gabbia europea. E nel nuovo quadro che si andrà a formare lavorare sulle proprie risorse potrebbe essere un handicap, di fronte ai rinnovati “campioni nazionali". Il mercato europeo conta comunque per il sessanta per cento delle attività italiane all’estero, e non c’è concorrenza possibile con i gruppi sussidiati nazionalmente.
La crisi non è finita, e potrà avere ancora sviluppi imprevedibili. “Se dieci banche sono bacate (e lo sono), mille lo saranno, tanti sono gli intrecci interbancari - e salvare tutte le banche del mondo si può solo negli incubi”, scriveva questo sito il 31 gennaio. I viluppi dei mutui americani insoluti e dei derivati accomunano tutte le economie, con l’eccezione di quelle asiatiche, e potrebbero anche contagiare la cosiddetta economia reale. Provocare cioè la recessione che finora è stata evitata, se non la depressione. L’esito finale potrebbe quindi essere distruttivo. Ma, stando le cose come stanno, l’Europa sarà radicalmente diversa.
Le differenze con un mese fa, una settimana fa, saranno enormi. La prima è paradossale. I vecchi gruppi pubblici privatizzati non hanno bisogno dello Stato, sanno stare sul mercato da soli, ad eccezione ovviamente di Alitalia: Eni, Saipem, Rete Gas, Enel, le banche, Finmeccanica, perfino Terna, e StMicroelectronis, più tutte le attività inglobate nei gruppi privati, sono solidi patrimonialmente e redditualmente (fa eccezione Telecom, che però è stata una finta privatizzazione, a beneficio di tre gruppi - finora - di speculatori). L’esito finale sarà uno stravolgimento del mercato. C’è un massiccio trasferimento di capitali dal pubblico al privato, con nuovo debito e probabilmente nuove tasse. Tornerà la stagione dello Stato imprenditore, con le note diseconomie: il controllo politico, le inefficienze, la corruzione nelle tante sue forme. Malgrado i buoni propositi (partecipazione a tempo, senza rappresentanza in consiglio, senza diritti di voto in assemblea), i governi non si libereranno presto delle banche e delle imprese che avranno salvato. Se anche lo volessero, non potrebbero: tutti i criteri di gestione, e la filosofia della gestione, dovranno uniformarsi alla presenza dello Stato, i manager e le imprese dovranno rispondere anzitutto ai governi. L’esito sbilanciato dell’intervento, con alcuni Stati europei grandi padroni e altri no, accentuerà gli squilibri già forti a Bruxelles, dove alcuni contano e altri no. L’unilateralismo del governo tedesco è una novità solo nel senso che si è tolta la maschera.
L’Italia, se dovesse superare la crisi senza interventi pubblici, malgrado l’auspicio di Berlusconi, acquisterà all’apparenza un vantaggio relativo. I suoi gruppi economici continueranno ad agire liberamente sul mercato, con più flessibilità e redditività. Non ci saranno trasferimenti dal pubblico al privato, non crescerà il debito. Ma l’Italia resta pur sempre soggetta alle regole europee, che non saranno più fatte per il mercato. In un quadro globale regolato dalla Wto, chi è più competitivo più lavora. Ma un’Italia ipoteticamente virtuosa si troverebbe sempre a dover partecipare al mercato globale attraverso la gabbia europea. E nel nuovo quadro che si andrà a formare lavorare sulle proprie risorse potrebbe essere un handicap, di fronte ai rinnovati “campioni nazionali". Il mercato europeo conta comunque per il sessanta per cento delle attività italiane all’estero, e non c’è concorrenza possibile con i gruppi sussidiati nazionalmente.
"Lui" è già nella storia, ha abolito la ricerca
L’ambizione è dunque eguagliare “quello”: Berlusconi ha contato che durerà almeno diciannove anni, mentre “quello” arrivò a quasi ventuno. Dovrà quindi rivincere le prossime elezioni. Oppure andare al Quirinale. Mission impossible in entrambi i casi, ardue. Ma Berlusconi un posto ce l’ha già nella storia rispetto a “quello”, come colui che ha cacciato la ricerca scientifica fuori dal paese. “Quello” megalomane voleva fare grande l’Italia, Berlusconi, tutto casa e famiglia, anzi il pater familias buon economo secondo il modello del genovese Leon Battista Alberti, chiude le porte.
D’accordo con le pie Moratti e Gelmini, Berlusconi ha per quasi un decennio messo la ricerca scientifica in ghiacciaia, e ora la sradica. Senza dichiararlo ma con costanza. Senza concorsi e con la drastica riduzione degli accademici a un quinto, entro quattro anni, quanto durerà il governo, l’offensiva sarà conclusa. Sempre meno candidati si presentano al dottorato, e già ci sono buchi, nella ricerca che si riesce a fare con i fondi europei o dei grandi consorzi scientifici: il posto non interessa. Dopo il 2013, anche nell’ipotesi di un cambio di governo, non ci potrà essere un rilancio della ricerca. Gli studiosi non si formano all’impronta, e far ritornare gli emigrati costerà molto caro.
Il taglio di Gelmini alla ricerca non è un problema di cassa. Berlusconi trova ingenti finanziamenti pubblici ogni volta che l’urgenza gli si propone: per gli amici imprenditori, banchieri o industriali, per le guerre, per il ponte sullo Stretto, e naturalmente pe la carta sociale. È un fatto ideologico e di mentalità, il modello ciellino o milanese di ridurre la cosa pubblica all’elemosina: non c’è una volontà generale, ma “ognuno e il suo Dio”, un’accoppiata vincente, più di ogni altra. Un liberismo estremista che ha già provocato mal di pancia non celati nella componente socialista ed ex missina del governo.
“Lui” stesso sa che non dura
Il ricorso è facile alle famose “tre i”, alle quali sarebbe mancata una quarta, l’idiozia. Ma la ricerca scientifica si vuole seria, ripugna allo scarico dell’ironia. E la questione della ricerca è solo apparentemente settoriale. L’Italia ha ancora uno dei più alti numeri di laureati in rapporto alla popolazione, contrariamente a quello che dicono le statistiche internazionali. Ed è opinione condivisa, anche nello schieramento di Berlusconi, che l’Italia regge nella forte concorrenza internazionale grazie alle doti intellettuali. Grazie alla ricerca a monte, all’ingegneria, al fiuto del mercato. Che danno il tono complessivo della società e l’economia. Tutto questo finisce rapidamente con i disegni del governo.
Berlusconi caratteristicamente depreca la depressione che ha colpito l’Italia. La diffidenza, il crollo dei consumi, l’abbandono degli investimenti. Di cui però è la causa, non surrettizia. È la ricerca che guida un paese verso la qualità nella società e nell’economia. Tagliare la ricerca, la grande innovazione di Berlusconi, significa destinare rapidamente il lavoro verso il nulla: attività dequalificate e disimpegnate, senza produttività né altro valore aggiunto, e senza futuro. Cioè destinare l’Italia all’impoverimento.
Il destino dell’Italia, come degli altri paesi europei, in un mondo più giusto, cioè globalizzato, è lo studio, la qualità, la ricerca, insomma guidare la corsa degli altri, essere un gradino più in alto, un passo più avanti. L’Italia di Berlusconi sarà invece un paese di lavoratori a façon, su ordinazione o per conto, finché avrà una abilità manuale superiore a quella dei sarti cinesi e i conciatori marocchini. Non fra molto, fra una generazione o due, diciamo fra vent’anni. Un paese che vedrà ancora più volentieri le sue televisioni, incrementandogli l’inesausto tesoro pubblicitario. Ma lui stesso sa già che non durerà, investe infatti in Spagna e Germania.
D’accordo con le pie Moratti e Gelmini, Berlusconi ha per quasi un decennio messo la ricerca scientifica in ghiacciaia, e ora la sradica. Senza dichiararlo ma con costanza. Senza concorsi e con la drastica riduzione degli accademici a un quinto, entro quattro anni, quanto durerà il governo, l’offensiva sarà conclusa. Sempre meno candidati si presentano al dottorato, e già ci sono buchi, nella ricerca che si riesce a fare con i fondi europei o dei grandi consorzi scientifici: il posto non interessa. Dopo il 2013, anche nell’ipotesi di un cambio di governo, non ci potrà essere un rilancio della ricerca. Gli studiosi non si formano all’impronta, e far ritornare gli emigrati costerà molto caro.
Il taglio di Gelmini alla ricerca non è un problema di cassa. Berlusconi trova ingenti finanziamenti pubblici ogni volta che l’urgenza gli si propone: per gli amici imprenditori, banchieri o industriali, per le guerre, per il ponte sullo Stretto, e naturalmente pe la carta sociale. È un fatto ideologico e di mentalità, il modello ciellino o milanese di ridurre la cosa pubblica all’elemosina: non c’è una volontà generale, ma “ognuno e il suo Dio”, un’accoppiata vincente, più di ogni altra. Un liberismo estremista che ha già provocato mal di pancia non celati nella componente socialista ed ex missina del governo.
“Lui” stesso sa che non dura
Il ricorso è facile alle famose “tre i”, alle quali sarebbe mancata una quarta, l’idiozia. Ma la ricerca scientifica si vuole seria, ripugna allo scarico dell’ironia. E la questione della ricerca è solo apparentemente settoriale. L’Italia ha ancora uno dei più alti numeri di laureati in rapporto alla popolazione, contrariamente a quello che dicono le statistiche internazionali. Ed è opinione condivisa, anche nello schieramento di Berlusconi, che l’Italia regge nella forte concorrenza internazionale grazie alle doti intellettuali. Grazie alla ricerca a monte, all’ingegneria, al fiuto del mercato. Che danno il tono complessivo della società e l’economia. Tutto questo finisce rapidamente con i disegni del governo.
Berlusconi caratteristicamente depreca la depressione che ha colpito l’Italia. La diffidenza, il crollo dei consumi, l’abbandono degli investimenti. Di cui però è la causa, non surrettizia. È la ricerca che guida un paese verso la qualità nella società e nell’economia. Tagliare la ricerca, la grande innovazione di Berlusconi, significa destinare rapidamente il lavoro verso il nulla: attività dequalificate e disimpegnate, senza produttività né altro valore aggiunto, e senza futuro. Cioè destinare l’Italia all’impoverimento.
Il destino dell’Italia, come degli altri paesi europei, in un mondo più giusto, cioè globalizzato, è lo studio, la qualità, la ricerca, insomma guidare la corsa degli altri, essere un gradino più in alto, un passo più avanti. L’Italia di Berlusconi sarà invece un paese di lavoratori a façon, su ordinazione o per conto, finché avrà una abilità manuale superiore a quella dei sarti cinesi e i conciatori marocchini. Non fra molto, fra una generazione o due, diciamo fra vent’anni. Un paese che vedrà ancora più volentieri le sue televisioni, incrementandogli l’inesausto tesoro pubblicitario. Ma lui stesso sa già che non durerà, investe infatti in Spagna e Germania.
I disoccupati organizzati anti-Gelmini
Si susseguono al ministero dell’Istruzione a Trastevere a Roma i cortei e i sit-in di studenti dei licei contro la scuola targata Gelmini. Non sono molti, qualche centinaio. Ma si fanno notare. Bloccano infatti il tram n. 8, che nella striminzita rete urbana dei trasporti fa da metropolitana di superficie per il quarto di Sud-Ovest della città, e quindi bloccano, nelle due-tre ore prima dello sciogliete le fila per il pranzo, alcune migliaia di persone nei loro trasferimenti da e per la città.
Ma non c’è aria di manifestazione, libera, irridente, innovativa. Gli hurrah sono su chiamata, come ai talk-show in tv. I messaggi al megafono sono sempre gli stessi, il linguaggio è ripetitivo, anche le voci dei leader sono stanche, da compito obbligato o fatica assegnata. È il modello del Sessantotto, vecchio quindi di quarant’anni, trasposto a uso di piccoli funzionari di Partito. Anche i concetti vogliono essere “di opposizione e di governo”, il modello ex-Pci trasposto nel partito Democratico, gli interventi della nuova sinistra limitandosi sono ogni mattina a non più di un paio, e anch’essi stanchi. Senza idee per la scuola, senza per la politica o per il proprio destino, che poi è la stessa cosa.
Somaticamente è il modello napoletano dei disoccupati organizzati. Trastevere è un viale, ma davanti al ministero dell’Istruzione si crea una cavea che ricorda la parte superiore di piazza Municipio a Napoli, quella che per decenni fu occupata dai disoccupati organizzati. Con i loro slogan ripetitivi. La loro piccola organizzazione ininfluente, anche se capace di ricatto. Destino a cui i ragazzi anti-Gelmini personalmente vanno incontro, se è vero ciò che dicono al megafono. Ma, sembra, senza preoccuparsi.
Ma non c’è aria di manifestazione, libera, irridente, innovativa. Gli hurrah sono su chiamata, come ai talk-show in tv. I messaggi al megafono sono sempre gli stessi, il linguaggio è ripetitivo, anche le voci dei leader sono stanche, da compito obbligato o fatica assegnata. È il modello del Sessantotto, vecchio quindi di quarant’anni, trasposto a uso di piccoli funzionari di Partito. Anche i concetti vogliono essere “di opposizione e di governo”, il modello ex-Pci trasposto nel partito Democratico, gli interventi della nuova sinistra limitandosi sono ogni mattina a non più di un paio, e anch’essi stanchi. Senza idee per la scuola, senza per la politica o per il proprio destino, che poi è la stessa cosa.
Somaticamente è il modello napoletano dei disoccupati organizzati. Trastevere è un viale, ma davanti al ministero dell’Istruzione si crea una cavea che ricorda la parte superiore di piazza Municipio a Napoli, quella che per decenni fu occupata dai disoccupati organizzati. Con i loro slogan ripetitivi. La loro piccola organizzazione ininfluente, anche se capace di ricatto. Destino a cui i ragazzi anti-Gelmini personalmente vanno incontro, se è vero ciò che dicono al megafono. Ma, sembra, senza preoccuparsi.
I socialisti di Berlusconi non sanno che fare
Non è scattato l’orgoglio socialista a Milano venerdì 10 alla presentazione di “Rifare l’Italia”, una riedizione del discorso che Turati tenne alla Camera nel 1920 contro i massimalisti, il futuro partito Comunista. Tutti d’accordo quando Cicchitto ha affermato che “la sinistra è finita quando il Pci-Pds ha lavorato con alcune Procure, e alcuni potentati finanziari coi loro giornali, per distruggere il partito Socialista”. Poiché questa, malgrado tutto, comincia a essere la storia. D’accordo anche sull’antisocialismo viscerale di Veltroni, che lo stesso Cicchitto ha denunciato. Ma perplessi sul loro futuro nel partito di Berlusconi. Che privilegia ormai senza equilibrio la visione ciellina della società, o privatistica, nella sanità e nell’istruzione, università compresa. Il tutto in un’ottica confessionale.
Molti non sono andati a Milano, gli esponenti di primo piano dell’ex Psi nel governo: Tremonti, Sacconi, Brunetta, Bonaiuti. Ma più per evitare l’inevitabile trionfalismo di simili manifestazioni. Insomma, per il mal di pancia. La componente socialista del partito della Libertà, che ritiene di avere dato un grosso contributo di idee e di voti ai successi di Berlusconi, si pente del suo eccesso di fedeltà al Capo. “Per una volta abbiamo dato senza prendere nulla”, si scherza nel loro ambiente, ma con amarezza. Anche dal punto di vista personale: sanno che se la politica del governo Berlusconi è un’altra, in tema di federalismo scuola, sanità, diritto del lavoro, la loro stessa posizione entro breve tempo sarà superflua.
Molti non sono andati a Milano, gli esponenti di primo piano dell’ex Psi nel governo: Tremonti, Sacconi, Brunetta, Bonaiuti. Ma più per evitare l’inevitabile trionfalismo di simili manifestazioni. Insomma, per il mal di pancia. La componente socialista del partito della Libertà, che ritiene di avere dato un grosso contributo di idee e di voti ai successi di Berlusconi, si pente del suo eccesso di fedeltà al Capo. “Per una volta abbiamo dato senza prendere nulla”, si scherza nel loro ambiente, ma con amarezza. Anche dal punto di vista personale: sanno che se la politica del governo Berlusconi è un’altra, in tema di federalismo scuola, sanità, diritto del lavoro, la loro stessa posizione entro breve tempo sarà superflua.
martedì 14 ottobre 2008
Perché gli italiani non hanno moglie
I Bush, lui e lei, hanno fatto un giorno di festa per Berlusconi alla Casa Bianca, che invece vi si aggirava solo. Tra ghirlande, festoni, sfilate in costume, bande militari, bandierine tricolori, sul prato e al balcone, dappertutto Berlusconi è inquadrato solo tra George W. e Laura. Lei peraltro sempre sorridente e simpatica con l’ospite, la padrona di casa è sempre fresca con l’ospite che ha invitato. Facendo tanto più risaltare la stranezza dell’invitato italiano, tutto casa e famiglia ma senza moglie.
Non è il primo caso, i politici italiani di solito non hanno moglie. Il più famoso è quello di Pertini. Craxi, un altro che amava gli impegni all’estero, e tutti i presidenti del consiglio democristiani non ebbero moglie. È una forma di modestia, si dice, l’uomo politico non deve esibire la famiglia. Il presidente Leone pagò per questo, per avere una moglie bella e elegante al suo fianco, con pettegolezzi e infamie. C’è insomma da tenere conto dell’astio molto italiano, specie delle donne, contro le mogli dei potenti.
Ma l’astio ci dev’essere anche in America, visto quello che è successo a Hillary Clinton, che se fosse stata Hillary Come si chiama lei sarebbe probabilmente diventata presidente degli Stati Uniti. No, la differenza è che in Italia la donna emancipata, la moglie di Berlusconi, la moglie di Pertini, che conosce le lingue e la politica, non deve partecipare della gioie e le fortune del marito, anzi non crede alla politica, alla politica di lui, vede la fatica dei viaggi, non ha curiosità. Il presidente Ciampi ha lasciato tanta buona traccia di sé, come ora sta facendo Napolitano, per aver avuto accanto a sé la moglie. Una persona che, per il garbo e con intelligenza, conferma le qualità dell'uomo in titolo. Ma non fanno scuola, il femminismo italico si vuole com’è sempre stato, un mondo separato.
Non è il primo caso, i politici italiani di solito non hanno moglie. Il più famoso è quello di Pertini. Craxi, un altro che amava gli impegni all’estero, e tutti i presidenti del consiglio democristiani non ebbero moglie. È una forma di modestia, si dice, l’uomo politico non deve esibire la famiglia. Il presidente Leone pagò per questo, per avere una moglie bella e elegante al suo fianco, con pettegolezzi e infamie. C’è insomma da tenere conto dell’astio molto italiano, specie delle donne, contro le mogli dei potenti.
Ma l’astio ci dev’essere anche in America, visto quello che è successo a Hillary Clinton, che se fosse stata Hillary Come si chiama lei sarebbe probabilmente diventata presidente degli Stati Uniti. No, la differenza è che in Italia la donna emancipata, la moglie di Berlusconi, la moglie di Pertini, che conosce le lingue e la politica, non deve partecipare della gioie e le fortune del marito, anzi non crede alla politica, alla politica di lui, vede la fatica dei viaggi, non ha curiosità. Il presidente Ciampi ha lasciato tanta buona traccia di sé, come ora sta facendo Napolitano, per aver avuto accanto a sé la moglie. Una persona che, per il garbo e con intelligenza, conferma le qualità dell'uomo in titolo. Ma non fanno scuola, il femminismo italico si vuole com’è sempre stato, un mondo separato.
Cai alla prova esborsi - arriva Gheddafi?
In ritirata non ci sono solo Sposito, Aponte, Marcegaglia e altri minori: anche i Benetton, che come Sposito, Aponte e Marcegaglia hanno partecipato alla cordata per debito con palazzo Chigi, sono pronti a farsi da parte. Il termine non è immediato: c’è prima da definire la partecipazione del socio estero, Air France o Lufthansa, che diluirà le quote. Ma avvicinandosi il momento degli impegni reali il consorzio muterà volto.
La ricapitalizzazione non potrà tardare. Ed è per tutti i partecipanti un investimento a lungo termine. Il trasporto aereo resta in una congiuntura difficile: se il carburante ritorna a prezzi compatibili, la crisi economica riduce il traffico. Il decollo della nuova Alitalia resta quindi arduo. Anche Intesa, che ha creato la cordata e sulla quale i partecipanti fidavano per ritardare il più possibile gli esborsi, si defila. Non è più stagione di banche e di stratagemmi finanziari.
Di sicuro, si può dire oggi, c’è solo Colaninno. Una determinazione che, espressa a tutti i referenti politici, fa sospettare al sindacato che, se necessario, Colaninno rimetterà sul mercato la stessa Piaggio. Colaninno ci crede, ritiene in certo modo l’Alitalia cosa sua, e sicuramente farà fronte agli impegni, con o senza Piaggio. Degli altri, di tutti gli altri, invece non si sa.
Ma la crisi il presidente di Cai la vede dall’altro lato: c’è molta liquidità in giro, che ha solo voglia di impieghi redditizi. Ed è fiducioso di riuscire nel salvataggio anche senza un ruolo attivo di Intesa, con le banche giapponesi che stanno rilevando le americane in crisi, o con i fondi sovrani del Medio Oriente. Più di un approccio sarebbe in corso con Tripoli - Alitalia non sarà redditizia, ma Gheddafi ama i simboli.
L'approccio è politico e ministeriale: i banchieri di Gheddafi non hanno mai effettuato raid, ma solo acquisti concordati con una qualche ricaduta politica, a lungo termine, senza incidere nella gestione. Specie in Italia, Tripoli prende partecipazioni là dove può accumulare anche un capitale politico. Eni viene in cima alle priorità della Libia, ma altre occasioni, in banca e altrove, sono monitorate. La trattativa però non si presenta semplice. Anche perché la Libia è stata appena snobbata da Telecom. Dopo che un intervento era stato sollecitato.
La ricapitalizzazione non potrà tardare. Ed è per tutti i partecipanti un investimento a lungo termine. Il trasporto aereo resta in una congiuntura difficile: se il carburante ritorna a prezzi compatibili, la crisi economica riduce il traffico. Il decollo della nuova Alitalia resta quindi arduo. Anche Intesa, che ha creato la cordata e sulla quale i partecipanti fidavano per ritardare il più possibile gli esborsi, si defila. Non è più stagione di banche e di stratagemmi finanziari.
Di sicuro, si può dire oggi, c’è solo Colaninno. Una determinazione che, espressa a tutti i referenti politici, fa sospettare al sindacato che, se necessario, Colaninno rimetterà sul mercato la stessa Piaggio. Colaninno ci crede, ritiene in certo modo l’Alitalia cosa sua, e sicuramente farà fronte agli impegni, con o senza Piaggio. Degli altri, di tutti gli altri, invece non si sa.
Ma la crisi il presidente di Cai la vede dall’altro lato: c’è molta liquidità in giro, che ha solo voglia di impieghi redditizi. Ed è fiducioso di riuscire nel salvataggio anche senza un ruolo attivo di Intesa, con le banche giapponesi che stanno rilevando le americane in crisi, o con i fondi sovrani del Medio Oriente. Più di un approccio sarebbe in corso con Tripoli - Alitalia non sarà redditizia, ma Gheddafi ama i simboli.
L'approccio è politico e ministeriale: i banchieri di Gheddafi non hanno mai effettuato raid, ma solo acquisti concordati con una qualche ricaduta politica, a lungo termine, senza incidere nella gestione. Specie in Italia, Tripoli prende partecipazioni là dove può accumulare anche un capitale politico. Eni viene in cima alle priorità della Libia, ma altre occasioni, in banca e altrove, sono monitorate. La trattativa però non si presenta semplice. Anche perché la Libia è stata appena snobbata da Telecom. Dopo che un intervento era stato sollecitato.
Letture
letterautore
Arbasino – Vittorini è andato all’opera la prima volta a ventiquattro anni, e ne scopri le doti a quaranta, scrivendosi la prefazione a “Garofano rosso”. Arbasino all’opera ci è cresciuto, e non riesce ad adattarsi alla realtà. La conosce, l’ha studiata, la pratica, ma non la ama – ha studiato il diritto internazionale e l’ha insegnato, ha fatto il giornalista, ha viaggiato e viaggia, ma ancora oggi ha sugli eventi e le cose uno sguardo meravigliato. Che se aiuta la percezione e l’analisi – Arbasino è pur sempre il miglior social scientist che eserciti in Italia – gliene impedisce la rappresentazione, oggi si dice l’affabulazione.
Ogni evento è per lui una sorpresa. In questo rapporto inverso col reale – quotidiano, epocale – è la sua personalissima cifra, l’instancabile invenzione verbale. E la ridondanza: la meraviglia inesausta. Nel presepe farebbe l’Incantato.
Dante - “Grandissimo reazionario se mai ve ne furono” a dire di Eco. Oggi vede impegnati in severa concorrenza due campioni della sinistra, Sermonti e Benigni. È reazionaria questa sinistra? Anche perché Dante è diventato con Benigni merce da prime time, si “vende” come Sanremo. Dove è peraltro stato, sempre con Benigni, col massimo successo, di pubblico e di spot pubbicità.
Benigni ha semplicemente dato voce a Dante. C’è una riscoperta di Dante in questo senso, l’ha aperta Jacqueline Risset vent’anni fa rendendo in francese il ritmo della “Commedia” e l’invenzione verbale ravvivando oggi come era viva allora. L’invenzione di Benigni è leggere Dante come un poeta, libero dalle ragnatele dell’esegesi. Che non è molto di più della “Licenza liceale”, il racconto di Campanile in “Manuale di conversazione”: “Tu sapevi che le anime dei beati non stanno nei vari cieli, ma stanno vicini a Dio?” Con la risposta: “Sì, scendono con una corda”, che semina il panico tra i maturandi in attesa. E la ripresa: “L’invettiva di san Pietro è nel ventottesimo canto?”.
L’esegesi ha torti e meriti. Ma il suo esito è di oscurare il soggetto. Anzi, di dare i testi per ben morti. Sui testi sacri magari è più dolce della teologia, non si vuole torturatrice, ma sempre è secca: l’interpretazione è creativa, ma per l’interprete.
Gadda – Gli riesce il miracolo di elevarsi sopra il birignao milanese, di Dossi e gli altri innumerevoli del secondo Ottocento, e di Anceschi, Manganelli, Cederna, anche Arbasino purtroppo. Su di essi Gadda si è elevato con sofferto disprezzo.
È finto misantropo, atteggiato. In realtà socialissimo, il letterato italiano con più vaste e variegate frequentazioni: innumerevoli le foto che lo immortalano coi personaggi più diversi, Contini o Calamandrei, e le mogli, andava perfino ai premi letterari, amava la conversazione, invitava e si faceva invitare ai pasti. È stato nei luoghi più diversi, numerosi gli epistolari, infinite le testimonianze – mancano solo una Céleste Albaret e i colleghi ingegneri - è da dubitare che ne avesse, in Vaticano come in Sud America? Il letterato più a suo agio tra i letterati, che per quarant'anni ha frequentato con costanza e quasi esclusivamente, promuovendo le recensioni, partecipando ai premi, e alle beghe dei premi.
Landolfi – Si ricorda in una rara apparizione in tv figura a punto interrogativo, in atto d’irridere lacanotteri e altri invertebrati della psiche, la pelle stretta alle ossa robuste, il passo ferrigno celato nelle taglie di crescenza. Gli abiti contribuiscono, se grandi, al travaglio dello spirito. Col baffetto a v nel mezzo, il baffo errollflynn. Faceva l“avventuriere” in paletot. Irsuto, ricercato, cioè egoista.
Un cavatore, esploratore, della parola. Uno che la ricerca, più che in miniera allo sprofondo o alla caccia grossa, la studia, l’assapora, la trasforma in aria fine d’altopiano. Un posatore. Uno che, avendo in uggia la vita che si è scelta le dà un tocco di romanticheria. Con sapienti fotoritratto, che richiedono pose di minuti ripetute. E passioni inesistenti, qual è quella del gioco, l’antropologia impersonata della dépense, della necessità del superfluo, come Puškin sul quale si modellava, piacere e fantasia, non costruttiva, non necessariamente, e irridere per difendersi. Un dissimulatore, sebbene attraverso sosia trasparenti, e sofferente pure nelle sue maschere.
Si dice del gioco che è pulsione indomabile. Qualcuno l'apparenta al sesso. E, forse involontariamente (per confondere il sesso con l’amore, che in effetti è nostra inestricabile costrizione mentale), ci azzecca: il sesso brucia, quando c’è, ma può non esserci. L’uomo è stato lavoratore di precisione, instancabile, poiché ha lasciato scritte alcune migliaia di pagine limatissime. Faticatore anche, avendo tradotto migliaia di pagine da lingue ostiche. Ma non si rivela, se non indirettamente alla lettura, possedendone le chiavi. Romantico, appassionato, sdolcinato perfino, sulle vecchie pietre, sul tempo perduto, lo ricorda il blagueur Montale, che soffriva della stessa ironica misantropia. Il suo più sincero estimatore ne onorò la morte con la celebre citazione di Blok, tradotto peraltro da Poggioli: “Perché al mondo che mai c’è di meglio\ Del perder gli amici migliori?”.
Fu sedicesimo premio Gabriele D'Annunzio, dopo averne con furia frantumato le radici. È dunque un uomo che è una figura, tutto e solo contorno. Non c’è carne, sotto quella silhouette, ma un vuoto che si trascina articolato. L’andatura di tre quarti lungo i muri, per timore degli spazi, e di ogni altro. Non dissimulano, queste persone. O meglio sì, ma non mistificano: fanno tutt’uno con la dissimulazione, venendo a soffrire, scrittori, la parola scritta. L’avventura è questa. L’ideale inseguendo della Morte, il poeta che di sé dice: “Nacque,\ Fu sempre solo\ Tra tanta gente.\ In molte parole\ Tacque.\ Indi,\ S’accomiatò dal sole”. Che è il modo forse migliore di godersela. Suo ideale era la Muta. Forse una donna, se non la stessa moglie, ma muta diceva, “silenzio”, la musica di Mozart, e il silenzio “armonia di tutte le armonie”. Il vuoto esiste, checché ne pensino i fisici e i politici, il nulla. Si vive ogni giorno con tutti i doveri del decoro, e magari si scrive, che di tutte le occupazioni richiede la volontà più determinata e costante, ma nulla accade. Strana figura, il nulla che accade, ma così è.
Manzoni – Il romanzo è puro Seicento, una costruzione parodistica. Non intenzionale ma al quadrato, considerato l’uso dell’italiano artificioso del pulpito. Il Seicento è nella scelta stessa della parodia, non enunciata, non scelta cioè, programmata, quasi forma naturale. Nel birignao, lingua di testa. Nella costruzione di testa dei personaggi, nessuno dei quali ha materia, neppure accidentale.
Pirandello – Innova da tradizionalista, col gusto forte perfino del folklore (lumìe, tarì, orci, bigonci…)
Scrive delle cose che sa. Ha visto, intravisto, avvertito, ascoltato, fatto, vissuto magari nell’immaginazione ma come fatto, vissuto personale. Uno di grande esperienza, è qui il fascino della sua narrazione, la novità. Non l’invenzione, tanto meno l’astrusità, neppure a suo discarico o a fondo filosofico, ma suoi personali e precisi modi di essere o momenti.
È questo che ne fa la differenza con la letteratura d’invenzione di cui pure il Novecento italiano è prolifico, anche di qualità letteraria, con Pasolini e con Calvino, in quello insistente, retorica, politica, in questo divagante, simulatrice, artificiosa. In Pirandello c’è una realtà: la durezza è il suo indicatore.
Proust – È lo scrittore eponimo della lettura obbligata, come Manzoni a scuola. Vi si deve perciò leggere l’illeggibile, oggetto di infinite esegesi.
È sintatticamente aggrovigliato per mimare i grovigli della memoria oppure rammemora per essersi perduto nella sintassi?
È meraviglioso scrittore di scritture, era la sua specialità.
Il signor P. è stato sempre solo, tutti gli altri erano avevano un titolo.
Se ne ricorda la madeleine nell’infuso perché è l’unico suo scarto. Anche nella trasgressione è di maniera, la Vinteuil, Charlus, Odette non sanno di nulla. Una ragazza innamorata? Una zia memorabile?
Provincialismo – È l’uso di temi locali in una lingua alta, durevole. O di temi cosmopoliti, di chi ha visto il mondo nella sua rande varietà, in una lingua vernacola? È la grande differenza fra il Nord, Toscana compresa, e il Sud: la durevolezza di Verga, Pirandello, Alvaro, Eduardo, lo stesso Tomasi. Non c’è nulla di più provinciale di Montanelli, anche nel giornalismo in comparazione con le corrispondenze di Alvaro.
Arbasino – Vittorini è andato all’opera la prima volta a ventiquattro anni, e ne scopri le doti a quaranta, scrivendosi la prefazione a “Garofano rosso”. Arbasino all’opera ci è cresciuto, e non riesce ad adattarsi alla realtà. La conosce, l’ha studiata, la pratica, ma non la ama – ha studiato il diritto internazionale e l’ha insegnato, ha fatto il giornalista, ha viaggiato e viaggia, ma ancora oggi ha sugli eventi e le cose uno sguardo meravigliato. Che se aiuta la percezione e l’analisi – Arbasino è pur sempre il miglior social scientist che eserciti in Italia – gliene impedisce la rappresentazione, oggi si dice l’affabulazione.
Ogni evento è per lui una sorpresa. In questo rapporto inverso col reale – quotidiano, epocale – è la sua personalissima cifra, l’instancabile invenzione verbale. E la ridondanza: la meraviglia inesausta. Nel presepe farebbe l’Incantato.
Dante - “Grandissimo reazionario se mai ve ne furono” a dire di Eco. Oggi vede impegnati in severa concorrenza due campioni della sinistra, Sermonti e Benigni. È reazionaria questa sinistra? Anche perché Dante è diventato con Benigni merce da prime time, si “vende” come Sanremo. Dove è peraltro stato, sempre con Benigni, col massimo successo, di pubblico e di spot pubbicità.
Benigni ha semplicemente dato voce a Dante. C’è una riscoperta di Dante in questo senso, l’ha aperta Jacqueline Risset vent’anni fa rendendo in francese il ritmo della “Commedia” e l’invenzione verbale ravvivando oggi come era viva allora. L’invenzione di Benigni è leggere Dante come un poeta, libero dalle ragnatele dell’esegesi. Che non è molto di più della “Licenza liceale”, il racconto di Campanile in “Manuale di conversazione”: “Tu sapevi che le anime dei beati non stanno nei vari cieli, ma stanno vicini a Dio?” Con la risposta: “Sì, scendono con una corda”, che semina il panico tra i maturandi in attesa. E la ripresa: “L’invettiva di san Pietro è nel ventottesimo canto?”.
L’esegesi ha torti e meriti. Ma il suo esito è di oscurare il soggetto. Anzi, di dare i testi per ben morti. Sui testi sacri magari è più dolce della teologia, non si vuole torturatrice, ma sempre è secca: l’interpretazione è creativa, ma per l’interprete.
Gadda – Gli riesce il miracolo di elevarsi sopra il birignao milanese, di Dossi e gli altri innumerevoli del secondo Ottocento, e di Anceschi, Manganelli, Cederna, anche Arbasino purtroppo. Su di essi Gadda si è elevato con sofferto disprezzo.
È finto misantropo, atteggiato. In realtà socialissimo, il letterato italiano con più vaste e variegate frequentazioni: innumerevoli le foto che lo immortalano coi personaggi più diversi, Contini o Calamandrei, e le mogli, andava perfino ai premi letterari, amava la conversazione, invitava e si faceva invitare ai pasti. È stato nei luoghi più diversi, numerosi gli epistolari, infinite le testimonianze – mancano solo una Céleste Albaret e i colleghi ingegneri - è da dubitare che ne avesse, in Vaticano come in Sud America? Il letterato più a suo agio tra i letterati, che per quarant'anni ha frequentato con costanza e quasi esclusivamente, promuovendo le recensioni, partecipando ai premi, e alle beghe dei premi.
Landolfi – Si ricorda in una rara apparizione in tv figura a punto interrogativo, in atto d’irridere lacanotteri e altri invertebrati della psiche, la pelle stretta alle ossa robuste, il passo ferrigno celato nelle taglie di crescenza. Gli abiti contribuiscono, se grandi, al travaglio dello spirito. Col baffetto a v nel mezzo, il baffo errollflynn. Faceva l“avventuriere” in paletot. Irsuto, ricercato, cioè egoista.
Un cavatore, esploratore, della parola. Uno che la ricerca, più che in miniera allo sprofondo o alla caccia grossa, la studia, l’assapora, la trasforma in aria fine d’altopiano. Un posatore. Uno che, avendo in uggia la vita che si è scelta le dà un tocco di romanticheria. Con sapienti fotoritratto, che richiedono pose di minuti ripetute. E passioni inesistenti, qual è quella del gioco, l’antropologia impersonata della dépense, della necessità del superfluo, come Puškin sul quale si modellava, piacere e fantasia, non costruttiva, non necessariamente, e irridere per difendersi. Un dissimulatore, sebbene attraverso sosia trasparenti, e sofferente pure nelle sue maschere.
Si dice del gioco che è pulsione indomabile. Qualcuno l'apparenta al sesso. E, forse involontariamente (per confondere il sesso con l’amore, che in effetti è nostra inestricabile costrizione mentale), ci azzecca: il sesso brucia, quando c’è, ma può non esserci. L’uomo è stato lavoratore di precisione, instancabile, poiché ha lasciato scritte alcune migliaia di pagine limatissime. Faticatore anche, avendo tradotto migliaia di pagine da lingue ostiche. Ma non si rivela, se non indirettamente alla lettura, possedendone le chiavi. Romantico, appassionato, sdolcinato perfino, sulle vecchie pietre, sul tempo perduto, lo ricorda il blagueur Montale, che soffriva della stessa ironica misantropia. Il suo più sincero estimatore ne onorò la morte con la celebre citazione di Blok, tradotto peraltro da Poggioli: “Perché al mondo che mai c’è di meglio\ Del perder gli amici migliori?”.
Fu sedicesimo premio Gabriele D'Annunzio, dopo averne con furia frantumato le radici. È dunque un uomo che è una figura, tutto e solo contorno. Non c’è carne, sotto quella silhouette, ma un vuoto che si trascina articolato. L’andatura di tre quarti lungo i muri, per timore degli spazi, e di ogni altro. Non dissimulano, queste persone. O meglio sì, ma non mistificano: fanno tutt’uno con la dissimulazione, venendo a soffrire, scrittori, la parola scritta. L’avventura è questa. L’ideale inseguendo della Morte, il poeta che di sé dice: “Nacque,\ Fu sempre solo\ Tra tanta gente.\ In molte parole\ Tacque.\ Indi,\ S’accomiatò dal sole”. Che è il modo forse migliore di godersela. Suo ideale era la Muta. Forse una donna, se non la stessa moglie, ma muta diceva, “silenzio”, la musica di Mozart, e il silenzio “armonia di tutte le armonie”. Il vuoto esiste, checché ne pensino i fisici e i politici, il nulla. Si vive ogni giorno con tutti i doveri del decoro, e magari si scrive, che di tutte le occupazioni richiede la volontà più determinata e costante, ma nulla accade. Strana figura, il nulla che accade, ma così è.
Manzoni – Il romanzo è puro Seicento, una costruzione parodistica. Non intenzionale ma al quadrato, considerato l’uso dell’italiano artificioso del pulpito. Il Seicento è nella scelta stessa della parodia, non enunciata, non scelta cioè, programmata, quasi forma naturale. Nel birignao, lingua di testa. Nella costruzione di testa dei personaggi, nessuno dei quali ha materia, neppure accidentale.
Pirandello – Innova da tradizionalista, col gusto forte perfino del folklore (lumìe, tarì, orci, bigonci…)
Scrive delle cose che sa. Ha visto, intravisto, avvertito, ascoltato, fatto, vissuto magari nell’immaginazione ma come fatto, vissuto personale. Uno di grande esperienza, è qui il fascino della sua narrazione, la novità. Non l’invenzione, tanto meno l’astrusità, neppure a suo discarico o a fondo filosofico, ma suoi personali e precisi modi di essere o momenti.
È questo che ne fa la differenza con la letteratura d’invenzione di cui pure il Novecento italiano è prolifico, anche di qualità letteraria, con Pasolini e con Calvino, in quello insistente, retorica, politica, in questo divagante, simulatrice, artificiosa. In Pirandello c’è una realtà: la durezza è il suo indicatore.
Proust – È lo scrittore eponimo della lettura obbligata, come Manzoni a scuola. Vi si deve perciò leggere l’illeggibile, oggetto di infinite esegesi.
È sintatticamente aggrovigliato per mimare i grovigli della memoria oppure rammemora per essersi perduto nella sintassi?
È meraviglioso scrittore di scritture, era la sua specialità.
Il signor P. è stato sempre solo, tutti gli altri erano avevano un titolo.
Se ne ricorda la madeleine nell’infuso perché è l’unico suo scarto. Anche nella trasgressione è di maniera, la Vinteuil, Charlus, Odette non sanno di nulla. Una ragazza innamorata? Una zia memorabile?
Provincialismo – È l’uso di temi locali in una lingua alta, durevole. O di temi cosmopoliti, di chi ha visto il mondo nella sua rande varietà, in una lingua vernacola? È la grande differenza fra il Nord, Toscana compresa, e il Sud: la durevolezza di Verga, Pirandello, Alvaro, Eduardo, lo stesso Tomasi. Non c’è nulla di più provinciale di Montanelli, anche nel giornalismo in comparazione con le corrispondenze di Alvaro.
lunedì 13 ottobre 2008
Problemi di base - 5
Blog come palindromo di glob(alizzazione)?
Perché Dio ha creato la zanzara è problema antico – è il primo fondamento del darwinismo. Ma perché la riproduce instancabile?
Perché il Nobel per l’economia lo danno sempre agli americani (l’economia è la scienza che combina i disastri, è la risposta esatta)?
Perché gli animali non sono mai brutti, quelli non incrociati dall’uomo, e gli esseri umani spesso lo sono?
Perché, se Omero era cieco, la sua scrittura è piena di colori?
Perché gli arbitri si chiamano signori?
È vero che la scuola non funziona perchè ci sono i precari. Ma perché ci sono i precari a scuola?
E per chi è prioritaria la posta prioritaria?
Ci sono tanti avvocati in Calabria nelle zone di mafia, a Palmi e Locri, perché ci sono tanti mafiosi, o i mafiosi ci sono perché ci sono tanti avvocati?
Perché Dio ha creato la zanzara è problema antico – è il primo fondamento del darwinismo. Ma perché la riproduce instancabile?
Perché il Nobel per l’economia lo danno sempre agli americani (l’economia è la scienza che combina i disastri, è la risposta esatta)?
Perché gli animali non sono mai brutti, quelli non incrociati dall’uomo, e gli esseri umani spesso lo sono?
Perché, se Omero era cieco, la sua scrittura è piena di colori?
Perché gli arbitri si chiamano signori?
È vero che la scuola non funziona perchè ci sono i precari. Ma perché ci sono i precari a scuola?
E per chi è prioritaria la posta prioritaria?
Ci sono tanti avvocati in Calabria nelle zone di mafia, a Palmi e Locri, perché ci sono tanti mafiosi, o i mafiosi ci sono perché ci sono tanti avvocati?
Il romanzo del "Garofano" è l'appendice
È un romanzo liceale, in America rientrerebbe nel genere college. Ci sono i baci rubati, i soprannomi, lo strappo sintattico e verbale, lo psicologismo del tema in classe, il diario. Non felice, però.
Ghiotta resta invece, benché faticosa, l’avvertenza-prefazione di Vittorini alla prima edizione nel 1948 del “romanzo”, scritto “con «non piacere»”, così virgoletta, riprodotta in questo Oscar del 1970. Sul perché si scrive (e si riscrive), e come si legge. Contro, allora, “i conformisti del realismo romanzesco”. Piena di ottime citazioni. “La verità non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione”. Il realismo psicologico, “questo era un linguaggio che sembrava obbligatorio imparare per scriver romanzi. Costituiva una tradizione di un secolo” (ma non cita Manzoni, per non dispiacere a Milano?). “Il melodramma ha la possibilità”, Vittorini è infine andato all’opera a venticinque anni, “negata al romanzo, di esprimere nel suo complesso qualche grande sentimento generale”. Oltre che dal conformismo realistico, siamo oberati dal romanzo filosofico o saggistico, “con recensioni di personaggi invece di personaggi, recensioni di sentimenti invece di sentimenti, e recensioni di realtà, recensioni di vita…”. Delizioso il calco d’esordio, inavvertito, di Kierkegaard e la sua teoria delle prefazioni.
Questo è un racconto nel racconto. Vittorini, che non ama le prefazioni, “non ho mai creduto nelle prefazioni, mai, nel tempo delle mie letture, ne ho lette”, ne scrive dunque una. A malincuore, anche perché “un libro vecchio di tredici anni è una «cosa», non più parola”. Ma ne scrive una in XXI paragrafi e una trentina abbondante di pagine. Per scoprire che le prefazioni sono libri: “Quanti libri, del resto, non sono che prefazioni dalla prima parola all’ultima? Quante ne abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore, abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia?”.
Vittorini è anche un siciliano onesto. Questo non c’è negli apparati critici che lo concernono, ma è la sua caratteristica. Nell’avvertenza-prefazione al “Garofano” anche più che altrove. Ormai grande editore quando pubblica il “romanzo” nel dopoguerra, dice che avrebbe potuto continuare a pubblicarlo su “Solaria”, la rivista fiorentina, “la dirigevano i miei amici Alberto Carocci e Giansiro Ferrata, e il numero uscito nel febbraio del 1933 portò la prima puntata”. Ma dopo la prima puntata gli capitò di andare a Milano. Una scoperta “straordinaria, dopo cinque o sei anni durante i quali mi pareva di non aver avuto che da bambino rapporti spontanei con le cose materne”, e il “romanzo” fu completato a malincuore, anche per le noie della censura. Afferma che c’è nel libro “un diffuso elemento di impostura” (ma riducendola alla pretesa di aver fatto il liceo, mentre si era solo avvicinato alle scuole tecniche, e a confondersi con la borghesia, lui di famiglia povera di operai, contadini e piccolissimi impiegati…). E vuole riconoscere che il comunismo dei ragazzi fascisti nei primi anni 1930 “ricorreva di continuo nella stampa dei G.U.F. e persino in qualche settimanale di Federazione” - specie lo spartachismo (anche i feroci nazionalisti dei Freikorp tedeschi nei primi anni 1920 ne avevano nostalgia).
Qualcuno nell’apparato critico ha rimproverato a Vittorini la scena con la prostituta Zobeide, e Vittorini concorda: “Il lettore… molto troverà, leggendo, che gli sembrerà falso: ad esempio, i rapporti tra il ragazzo protagonista e la donna di malaffare (ma non esattamente prostituta) della casa di malaffare”. Ma è il solo rapporto vivo del “romanzo” - anche se la “casa di malaffare” è propriamente un bordello, a minutaggio, la “donna di malaffare non esattamente prostituta” una puttana, del giro delle quindicine.
Elio Vittorini, Il garofano rosso
Ghiotta resta invece, benché faticosa, l’avvertenza-prefazione di Vittorini alla prima edizione nel 1948 del “romanzo”, scritto “con «non piacere»”, così virgoletta, riprodotta in questo Oscar del 1970. Sul perché si scrive (e si riscrive), e come si legge. Contro, allora, “i conformisti del realismo romanzesco”. Piena di ottime citazioni. “La verità non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione”. Il realismo psicologico, “questo era un linguaggio che sembrava obbligatorio imparare per scriver romanzi. Costituiva una tradizione di un secolo” (ma non cita Manzoni, per non dispiacere a Milano?). “Il melodramma ha la possibilità”, Vittorini è infine andato all’opera a venticinque anni, “negata al romanzo, di esprimere nel suo complesso qualche grande sentimento generale”. Oltre che dal conformismo realistico, siamo oberati dal romanzo filosofico o saggistico, “con recensioni di personaggi invece di personaggi, recensioni di sentimenti invece di sentimenti, e recensioni di realtà, recensioni di vita…”. Delizioso il calco d’esordio, inavvertito, di Kierkegaard e la sua teoria delle prefazioni.
Questo è un racconto nel racconto. Vittorini, che non ama le prefazioni, “non ho mai creduto nelle prefazioni, mai, nel tempo delle mie letture, ne ho lette”, ne scrive dunque una. A malincuore, anche perché “un libro vecchio di tredici anni è una «cosa», non più parola”. Ma ne scrive una in XXI paragrafi e una trentina abbondante di pagine. Per scoprire che le prefazioni sono libri: “Quanti libri, del resto, non sono che prefazioni dalla prima parola all’ultima? Quante ne abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore, abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia?”.
Vittorini è anche un siciliano onesto. Questo non c’è negli apparati critici che lo concernono, ma è la sua caratteristica. Nell’avvertenza-prefazione al “Garofano” anche più che altrove. Ormai grande editore quando pubblica il “romanzo” nel dopoguerra, dice che avrebbe potuto continuare a pubblicarlo su “Solaria”, la rivista fiorentina, “la dirigevano i miei amici Alberto Carocci e Giansiro Ferrata, e il numero uscito nel febbraio del 1933 portò la prima puntata”. Ma dopo la prima puntata gli capitò di andare a Milano. Una scoperta “straordinaria, dopo cinque o sei anni durante i quali mi pareva di non aver avuto che da bambino rapporti spontanei con le cose materne”, e il “romanzo” fu completato a malincuore, anche per le noie della censura. Afferma che c’è nel libro “un diffuso elemento di impostura” (ma riducendola alla pretesa di aver fatto il liceo, mentre si era solo avvicinato alle scuole tecniche, e a confondersi con la borghesia, lui di famiglia povera di operai, contadini e piccolissimi impiegati…). E vuole riconoscere che il comunismo dei ragazzi fascisti nei primi anni 1930 “ricorreva di continuo nella stampa dei G.U.F. e persino in qualche settimanale di Federazione” - specie lo spartachismo (anche i feroci nazionalisti dei Freikorp tedeschi nei primi anni 1920 ne avevano nostalgia).
Qualcuno nell’apparato critico ha rimproverato a Vittorini la scena con la prostituta Zobeide, e Vittorini concorda: “Il lettore… molto troverà, leggendo, che gli sembrerà falso: ad esempio, i rapporti tra il ragazzo protagonista e la donna di malaffare (ma non esattamente prostituta) della casa di malaffare”. Ma è il solo rapporto vivo del “romanzo” - anche se la “casa di malaffare” è propriamente un bordello, a minutaggio, la “donna di malaffare non esattamente prostituta” una puttana, del giro delle quindicine.
Elio Vittorini, Il garofano rosso
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