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sabato 25 aprile 2009

De Benedetti taglia a "Repubblica"

Riposti i piani di rilancio, con un mutamento di direzione alla corazzata “la Repubblica” (per mancanza di un nome che desse affidamento), De Benedetti punta a risanare i conti del gruppo L'Espresso attraverso la ristrutturazione, che sarà incentrata sullo stesso quotidiano principe del suo gruppo. I piani sono già pronti. Sono con poche variazioni quelli che l'amministratore delegato Marco Benedetto non si è sentito di applicare, e per questo è stato sostituito da Monica Mondardini, che è nuova al gruppo, e alla sua tradizione finora ininterrotta di espansione e identificazione con i dipendenti..Prevedono uno sfoltimento consistente degli organici, anche giornalistici attraverso i prepensionamenti e gli scivoli con contratto di collaborazione. E in più la revisione della formula del giornale: dell'inserto “settimanale” quotidiano, e delle cronache, locali e nazionali. Per alcune cronache locali, a Napoli e Palermo, che non danno oi rientri pubblicitari e di diffusone attesi, si cercher un coinvolgimento maggiore dei consoci locali.
Il quotidiano “la Repubblica” è, nell'ambito del gruppo, l'unico attivo. I sindacati potrebbero quindi eccepire a uno stato di crisi centrato su un ramo d'azienda attivo. Ma già nella crisi precedente della carta stampata, a metà degli anni Novanta, il quotidiano poté procedere, benché fosse in forte sviluppo, contendendo al “Corriere della sera” il primato delle vendite, a una serie indolore di prepensionamenti – a carico cioè dell'Inpgi, la previdenza dei giornalisti. Ottenne senza sforzo il riconosdcimento dello stato di crisi dall'allora ministro del Lavoro Tiziano Treu,
La ristrutturazione è ora in dispensabile perché la crisi al gruppo L'Espresso è forte. L'aumento di capitale deliberato, benché simbolico, limitato a due milioni di euro e proposto ai gestori, indica che presto sarà necessaria una ricapitaloizzazione, a meno di un abbattimento rapido dei costi. I risultati del primo trimestre 2009 del resto, che De Benedetti non ha drammatizzato nella presentazione, parlano da soli. Il fatturato è in calo del 18 per cento. Per effetto della contrazione della pubblicità (meno 26,8 per cento) dei periodici, e della diffusione degli stessi periodici (mewno 24,6 per crento all'“Espresso”). Nei quotidiani i risultati sono lievemente migliori, per effetto della tenuta delle testate regionali. “la Repubblica” ha ridotto la diffusione del 21,4 per cento. A fronte della riduzione di un quin to dei ricavi, il margine operativo si è contratto di quasi tre volte tanto, del 53 per cento. È questa per De Benedetti la conferma che la struttura dei costi è appesantita.
Gli interventi operati finora, blandi, sono stati senza effetto. Il personale risukta diminuito di 190 unità rispetto a marzo 2008, e di 78 unità rspetto a dicembre. Il 2008, seppure chiuso con un modesto utile, di venti milioni, aveva già registrato un crollo della redditività del 74,8 per cento rispetto al 2007.

Rcs vuole un'altra "legge Rizzoli"

Ristorni sull'acquisto della certa forse no. Ma sì a tutti gli altri incentivi pubblici al taglio dei costi: prepensionamenti, sia ll'Inps che all'Inpgi, prolungamenti della cassa integrazione, e forse detassazione delle buonuscite o scivoli. Gli azionisti Rcs hanno escluso, per ora, un aumento di capitale, ma solo in attesa che il governo vari una nUova “legge Rizzoli”, un provvedimento come quello che nel 1981, al momento del passaggio della Rizzoli-Corriere della sera al gruppo Mediobanca-Fiat, consentì il salvataggio della stampa quotidiana, anche allora in calo di diffusione e di pubblicità.
La legge in realtà c'è, l'imperitura 416 del 5 agosto 1981, e anzi un mese fa è stata "raddoppiata" dal decreto Milleproroghe. Vale ora pure per la stampa periodica, e non più solo per i quotidiani e le agenzie di stampa, e ha avuto il plafond raddoppiato, da dieci a venti milioni di euro, a cui l'Inpgi, la previdenza dei giornaliusti potrà accedere presso il Tesoro per finanziare i prepensionamenti (ogni prepensionamento si calcola costi all'Inpgi mediamente mezzo milione di euro). Ma starà al governo riconoscere caso per caso lo stato di crisi aziendale per avere accesso agli ammortizzatori straordinari. Nonché provvedere alla moratoria o all'abbattimento fiscale.
La prima richiesta di “misure straordinarie” è stata lasciata al patron del gruppo L'Espresso, Carlo De Benedetti, l'editore cioè di un gruppo specializzato nella critica incessante al governo. Questo approccio sembrerebbe indicare negli editori scarsa preoccupazione – anche se si sa che Berlusconi e De Benedetti, se si sono più volte fregati reciprocamente gli affari, hanno pure tentato più volte di farli in sieme. Ma i soci Rcs sono tutti molto attivi, ognuno con i suoi referenti politici, per l'adozione di misure straordinarie di alleggerimento dei costi. I conti Rs sono migliori di quelli del gruppo concorrente L'Espresso, ma la tendenza negativa si accentua in questa prima parte dell'anno, e i soci temono di dover mettere presto mano al portafogli a meno di tagli drastici ai costi – la ricapitalizzazione è stata esclusa “per ora”.
Il pressing dei soci Rcs è discreto e non insistente, ma più di un socio confida di sapere che il presidente del consiglio ha una speciale affezione per il “Corriere della sera” e la “Gazzetta dello sport”. A Berlusconi il sindacato presenta il cambio di direzione, col ritorno a via Solferino di Ferruccio de Bortoli, come un ritorno a un giornalismo equanime tra i due fronti politici.

giovedì 23 aprile 2009

Il referendum di Berlusconi

Non è stato promosso da Berlusconi, che anzi lo fa votare all'apparenza riluttante, ma non c'è dubbio che l'ultimo referendum maggioritario di Mario Segni sarà l'ennesimo successo per il presidente del consiglio. Il referendum che si propone sarà un passo decisivo verso l'elezione diretta del capo dell'esecutivo, col premio di maggioranza al partito che prende un voto più degli altri. Non più alla coalizione, al singolo partito. Il referendum è stato proposto contro una legge del governo Berlusconi, ma va nel senso da lui auspicato, non recepito nella legge per le resistenze dei bossiani e dei casiniani. Il Pd dichiaratamente, Berlusconi in pectore, i due maggiori partiti tifano per il referendum.
Il referendum anticipa e in buona misura decide la modifica dell'esecutivo nel senso dell'elezione diretta del capo del governo, che Berlusconi non riesce a realizzare per le resistenze dei poteri costituiti, istituzionali ed economici: un solo partito vincerà le elezioni, e in pratica è come se si votasse per il suo capo come capo del governo. Che non dovrà quindi più mediare tra i vari partiti della coalizione, né subirne i con dizionamenti. È un passaggio decisivo al bipolarismo, col premierato, come nel sistema britannico, se non con l’elezione diretta del capo del governo.
Dopo il referendum Berlusconi potrà fare a meno della Lega e della Sicilia di Lombardo. E la prospettiva non sarà senza conseguenze sul voto in Lombardia e in Sicilia, due regioni molto sensibili al voto utile. La ruota del maggioritario e del premierato sarà inarrestabile.
Questo lo sanno tutti, lo capiscono tutti, e tutti lo voteranno, non c'è dubbio: la tendenza al maggioritario è sempre forte tra gli elettori. Con un voto referendario che, per essere associato a un voto amministrativo, ha buone possibilità di superare il quorum, contravvenendo alla fase di stanca, di disillusione, che da qualche anno circonda i referendum. Ma per settimane abbiamo sentito Berlusconi accusato di non volerlo, quando si sa che ne sarà il primo beneficiario. Accusato dai partiti che col referendum probabilmente scompariranno, Rifondazione, i Comunisti, i dipietristi, i casiniani, i verdi, i radicali. Il secondo quesito del referendum impone infatti uno sbarramento elettorale elevato.
Tutto chiaro, tutto noto. Ma non si sa se è un caso di eutanasia, se addebitare l'esito al senso di sacrificio finale dei partiti, non si dice che il suicidio è l'atto di libertà supremo, o all'antiberrlusconismo ottuso in cui Lor Signori intrappolano l'opinione pubblica.

Democrazia plebiscitaria

“Non riusciamo a fondare nulla di nuovo perché non riusciamo a superare il passato”, dice Galli della Loggia sul “Corriere della sera” mercoledì 15. È ben detto, e sembra ineccepibile. Ma è vero solo in piccola misura. Per i Galli della Loggia cioè, chi progetta il passato e il futuro, perfettibili e anzi perfetti. L'Italia invece ha già scelto, ripetutamente, attraverso una serie ormai lunga di referendum: ha scelto di essere governata. È stata la decisione della Lombardia, con la quale essa ha sovvertito e preso in pugno l'Italia – con l'ausilio dei valorosi giudici partenopei. Con la Lega dapprima – che lo stesso “Corriere della sera” nello stesso giorno celebra come “il partito più antico”, ripercorrendone le vicende con affetto, il partito più eversivo della storia repubblicana – e poi con Berlusconi, il lombardo più riuscito. Con il contributo di capi politici non disprezzabili, Mario Segni, Pannella, Ochetto, Di Pietro, Nanni Moretti - o sì?
Il partito del Capo
Tutte le leggi elettorali sono state rifatte per portare alla elezione diretta del capo, sia esso il sindaco, il presidente della provincia, e il cosiddetto governatore regionale. Alla elezione, senza la mediazione dei partiti, di uno che poi decide in autonomia il suo programma, e si sceglie gli assessori, sempre senza obblighi verso i partiti, e nemmeno filo diretto con loro. Tutti i sistemi elettorali sono stati improntati alla scelta del capo, di uno in grado di decidere senza condizionamenti, perché investito dal voto plebiscitario.
Dal voto popolare, a voler essere precisi. Anche perché questo aggettivo ha pur semrpe una valenza positiva. La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabili in America, dove il regime plebiscitario ha trionfato da almeno un trentennio, da Reagan, sui partiti. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, oggi berlusconiano, ieri democristiano, politicamente detto il Centro, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole.
La stessa politica è “organizzata” sull’uomo. Da quindici anni attorno a Berlusconi costantemente, con l’antiberlusconismo. Non contro questa o quella politica del fronte berlusconiano, ma attorno all’uomo, e anzi al personaggio. Che Berlusconi impersona e gli viene fatto impersonare. E non c’è altra politica. Compiacente anche una stampa d’opinione che privilegia il gossip come i giornalastri scandalistici – perché questa è la natura di Milano, dove si fanno i giornali, perché questo vuole il mercato dei giornali, eccetera: ma questo è un altro problema.
L'Italia peraltro, benché “lombarda”, non è un caso isolato. La tendenza della democrazia è alla semplificazione delle scelte elettorali. In vista del rafforzamento dei poteri di governo. Mediante la riduzione delle candidature a due o pochi nomi, attraverso un processo di selezione preventivo, e un sistema di candidature aperto. In Italia ciò avviene con alcune carature specifiche. Contro la partitocrazia (l'antipolitica), le oligarchie (i poteri forti) e l’autotutela delle istituzioni (Pubblica Amministrazione, organi di autogoverno, presidenza della Repubblica). E con un correttivo: il riflesso antifascista (antimonocratico), l'ipersensibilità all'esercizio del potere. Un'ambivalenza che si esprime in una serie ormai lunga di referendum antiparlamentari, e nella scelta libera e semplificata di candidature personalizzate attraverso le primarie. Con una prevalenza cioè per la governabilità. Che fa aggio costantemente, da quasi venti anni, sulle resistenze dei titolari anomali delle funzioni esecutive, il Parlamento, la giustizia, la presidenza della Repubblica, benché queste siano supportate subdolamente dall'opinione pubblica, quella che si vuole la società civile, con l'argomento della vigilanza antifascista.
Il lombardismoIl pessimismo di Galli della Loggia non è isolato: dopo Obama e la sorpresa americana, la capacità dell’America di rinnovarsi, grande è il cruccio in Italia per la politica stantia. Dove però, anche se il professor Sartori affetta di non saperlo, lo scienziato americanista, la novità c’è da tempo, ed è impersonata da Berlusconi. Col suo partito del presidente. Che Prodi, l’unico che l’abbia capito con Berlusconi, ha copiato, con successo. E Veltroni, copia di Prodi, con insuccesso.
Il ”miracolo”Obama in America, di un presidente giovane, inesperto, sconosciuto, e per giunta figlio di un africano che l'ha rinnegato, in un paese fino a non molto tempo fa segregazionista, si spiega con questo semplice fatto, il “partito del presidente”. Obama è un risarcimento, di una storia infame di cui l'America ha voluto sgravarsi, ma non è più di una rockstar - non lo era alla elezione - cui sia stato dato lo scettro di comando. Non è il primo, Carter, Reagan, Clinton, e tanti governatori, Schwarzenegger per tutti, personaggi di nessun peso politico specifico, sono stati in vario modo piccole star. Le presidenziali americane si giocano fra due-tre partiti del presidente, fra chi riesce a stregare i votanti con la campagna elettorale di un anno, e molti outsider hanno vinto.
Il fatto è poco percepito in Italia. Dove gli studiosi sanno degli Usa che hanno la costituzione per eccellenza della divisione dei poteri. E per la riforma delle istituzioni in Italia si dibattono fra il semipresidenzialismo francese, in cui la figura carismatica del candidato è ancora mediata e costruita dentro i partiti, e il maggioritario tedesco, dove i partiti e le coalizioni di partiti sono preponderanti. Mentre le ultime cinque elezioni sono state in Italia combattute distintamente fra partiti del presidente. Non per la proprietà dei media (la Mediaset di Berlusconi, la Rai di Prodi) e le carnevalate, ma per un intento organizzativo preciso. Tutto come in America. Anzi più che in America: in Italia l'organizzazione del consenso su basi plebiscitarie non è la deriva della democrazia monteschieviana dei Padri Fondatori, sensibilissimi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, né un surrogato ai partiti dopo la loro implosione venti anni fa. Non è una via di fuga affrettata, dopo la fine del Pci per il crollo del comunismo sovietico, e la cancellazione degli altri partiti da parte del partito dei giudici, ma una innovazione del sistema costituzionale sotto le insegne dello Stato decisionista, efficiente, e trasparente, che quella fine ha promosso con l'opinione pubblica e l'apparato repressivo “giustizialisti”, e affrettato con i referendum.
Feste in piazza, adunate oceaniche e talk show incidono, ma in quanto parte di una organizzazione del consenso di distinto tipo plebiscitario: attorno a un personaggio, per il carisma (energie positive, magnetismo, forza) e non per il programma, per consenso diretto e non mediato, ai fini del decisionismo, checché esso voglia dire - per una scienza politica esoterica. Il caso di Obama è da manuale, essendo la più potente creazione fantastica immaginabile, new media inclusi, orchestrata da un establishment (Chicago) che è il cuore duro del capitale americano, ferro e banche, mercato e protezionismo, e non la filantropica Silicon Valley, anche se altrettanto visionaria, seppure agevolata dalla emotività di donne e ragazzi, il 70 per cento degli elettori. Ma anche in Italia i partiti sono ormai macchine elettorali locali, coi loro potenti capoccioni comunali, provinciali, regionali, procacciatori di voti, i vecchi signori delle tessere. E un leader nazionale che di volta in volta li seduce o li coarta. Prodi anzi da questo punto di vista si può dire il migliore americano, ma Berlusconi è durato di più.
Il “lombardismo” italiano è un pronto, anche se insufficiente, adeguamento a queste tendenze. Il "lombardismo" in politica significa che c'è un mercato anche della politica. Lo rende cioè evidente, il mercato della politica c'è sempre stato in regime democratico, come conquista, gestione, scambio del voto. Ora c'è una politica di mercato. Volta cioè a conquistare il voto non con i programmi ma con l’immagine, l’impressione che il candidato lascia, fugace, a fiuto, a pelle: la promessa è nell'apparenza, la buona impressione, le altre doti sono secondarie. La stessa eloquenza si configura sull'immagine: frasi brevi, concetti semplici. La dote maggiore della politica di mercato essendo il giovanilismo. Inaugurato dei Democratici negli Usa con Clinton, subito trasferito a Roma da Goffredo Bettini con Rutelli, e elevato a sistema da Berlusconi, che personalmente sceglie i suoi candidati, ai Comuni, alle Regioni, al Parlamento, e il criterio principale è che devono essere belli, meglio se inesperti: l'affidabilità sta nella bella presenza prima che nell'accortezza, l'intuizione, l'esperienza, il giudizio, l'equilibrio. Nella stessa politica di mercato si iscrive il femminismo, con candidate e posti riservati per donne belle e giovani più che sperimentate o capaci.
Si chiamano tendenze ma non sono casuali. Sono scelte, appunto, di mercato - mirate, si dice volgarmente. Ma sono possibili perché incontrano una domanda. D'innegabile connotazione democratica, essendo il giovanilismo e il femminilismo intesi a recuperare alla politica i giovani e le donne. Hanno funzione pedagogica, ancorché limitata. Inoltre, semplificano la selezione politica e le danno una qualche trasparenza, contro i vecchi professionisti della politica, o del sottogoverrno, se non altro come ricambio generazionale, e avvicinano l'elettorato alle scelte, seppure in momenti limitati – aprono i santuari chiusi della politica e, si compiacerebbe un economista liberale, allargano gli ingressi.
La Resistenza conservatrice
L’Italia naturalmente non è l’America. Ma perché si è fermata a metà: all’americanismo totale, o presidenzialismo plebiscitario, nei Comuni, le Province e le Regioni, dimezzato al governo centrale. Una volta eletto, il presidente in America è il numero uno in tutti i sensi, decide, comanda, e si farà rieleggere - può dare un indirizzo al governo per un arco lungo di tempo, otto anni. In Italia una volta eletto il capo non conta nulla, la presidenza del consiglio dei ministri è residuo sabaudo, quando centro del potere si voleva la corona, e ora è niente: chiunque lo può rimuovere, anche un ministro di second'ordine, o un qualsiasi politicante della sua coalizione.
Anche qui Berlusconi innova. Prodi e Veltroni hanno puntato sulle primarie, l’investitura dal basso per ridurre alla ragione i riottosi e i capataz locali, per poi imporre il vecchio centralismo democratico, ma hanno fallito – praticamente hanno fallito. Berlusconi invece va come un rullo compressore. Ponendo la museruola si suoi partitini con la fiducia su ogni votazione che comporti una spesa. E ogni decisione, anche minima, prendendo per decreto, che si applica subito anche senza il voto parlamentare, il più delle volte senza alcuna urgenza.
È un metodo al limite della costituzionalità, come sempre obiettano i presidenti della Repubblica. Napolitano lo fa con più insistenza degli altri, anche se da presidente della Camera ha sentito l’esigenza di porre rimedio agli eccessi di parlamentarismo, e probabilmente è stato, grazie all’uso accorso dei regolamenti, il presidente della Camera più “produttiva” della storia della Repubblica, benché ingombra da quotidiani avvisi di reato. La critica presidenziale costantemente si presta a scandalizzare l’opinione. E tuttavia l’esigenza “produttivistica” va avanti uguale, indifferente al colore del governo, tanto è necessaria.
Il problema è questo, il fatto è noto, se ne discute da oltre vent’anni, e non è solubile: il Parlamento, che ha “americanizzato” rapidamente e con larghe maggioranze gli enti locali, non ne vuole sapere di “americanizzare” se stesso. Anche se il potere di legiferare è, ciò malgrado, al 99 per cento del governo. Anzi al 98 per cento, se ci sono 44 leggi di iniziativa governativa per ognuno di iniziativa parlamentare. E anche se la riforma delle procedure aiuterebbe il parlamentarismo: limitare le sessioni, limitare i dibattiti, limitare i passaggi parlamentari (commissioni consultive, commissioni deliberanti, una Camera, una seconda, e ritorno alla prima, e magari alla seconda). Darsi un minimo di efficienza e di ragione d’essere, altra che la nocività.
Non è un problema nuovissimo, è anzi al centro della migliore scienza politica europea da un secolo in qua, e cioè dall'adozione del suffragio universale. A partire da Mosca e Pareto, Max Weber, Schmitt, Júnger, Simone Weil, Hannah Arendt, il problema centrale delle democrazie è come conciliare l'assemblearismo col bisogno di governo. L’esigenza è stata recepuita da tutte le costituzioni e i sistemi elettorali europei, con l'eccezione non esemplare del Belgio, che ha da qualche tempo più vacanze di governo che governi.
In Italia la tendenza è semmai più forte che altrove, forse proprio perché disattesa, con pretesti sempre meno plausibili, da ultimo l'antiberlusconismo. Non è sbagliato supporre che otto italiani su dieci, forse nove, di destra e di sinistra, con lìecezione dei soli razzisti, siano stati per Obama, l'innovazone totale, nella campagna elettorale e alle elezioni. Tale è la voglia di finirla con i compromessi, i distinguo, i rinvii, con la politica politicante.
In Italia, ridotto alla formula schmittiana del decisionismo, volgarizzato da Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega (dopo una stagione socialista, al seguito della Grande Riforma di Craxi), il bisogno di governo viene ascritto dai benpensanti a colpa della “rivoluzione conservatrice” di teutonica memoria, e per questo dannato e liquidato. Quando non attribuiti a Gelli, alla P 2, a traffichini di ogni specie. O imputato a fascismo – senza ridere: prima che da Asor Rosa, questo fascismo è stato argomentato da Norberto Bobbio, il padre della scienza politica italiana, che equiparò Berlusconi a Mussolini nel “Dialogo intorno alla Repubblica” del 2001, con Maurizio Viroli. Mentre Berlusconi, se ne ha la tentazione, non la manifesta: i suoi governi si sono caratterizzati semmai da un eccesso di prudenza, e formidabili dietro-front - ma, poi, Viroli è uno che presentava se stesso in un precedente libro Laterza come “geniale storico delle idee”, a Princeton, luogo come si sa dei geni.
Salvare la democrazia da se stessa
Il problema della governabilità è invece un tentativo di salvare la democrazia da se stessa, considerato che negli anni 1930, a pochi anni dall'adozione generalizzata del suffragio universale, l’Europa arrivò a contare una trentina di regimi fascisti (28 nel 1938) – tra le perplessità degli stessi conservatori dichiarati Júnger e Schmitt. La necessaria vigilanza contro la tentazione dell'“uomo forte” si è peraltro tradotta in Italia nella dannazione, prima che di Berlusconi, di De Gasperi, Fanfani e Craxi, i soli politici della Repubblica che hanno fatto qualcosa, qualcosa di buono.
Il terreno si vuole specialmente delicato perché insidiato in Italia dalla storia recente. Ma il fascismo è morto ormai da settant'anni. Di più pesa invece, oltre che l'interesse fazioso, la superficiale sociologia politica dei partiti e del voto, ferma a Rousseau. Simone Weil lo spiega, con la consueta chiarezza, nel “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, scritto nel 43, al tempo del massimo impegno contro il nazismo. La democrazia, “il nostro ideale repubblicano”, deriva dal “Contratto sociale” di Rousseau, dalla nozione di “volontà generale”. Individuarla non è facile, si sa, poiché è lo spirito di verità e giustizia. “Rousseau pensava che nella maggioranza dei casi un volere comune a tutto un popolo è conforme nei fatti alla giustizia, per via della mutua neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari”. Questo non basta naturalmente, nessuno giurerebbe sui plebisciti. Rousseau stesso pone condizioni alla volontà generale. “La prima è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di una delle sue volontà e la esprime non sia presente alcuna specie di passione collettiva”. Perché “la passione collettiva è un impulso al crimine e alla menzogna”.Indistintamente.
S.Weil non fa distinzione tra destra e sinistra, o tra liberali, come dice, repubblicani, socialisti e comunisti. La passione politica è totalitaria e confonde i termini, “il totalitarismo è menzogna”: “Quante volte, in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista, parlando per la strada, devono essere stati colti da vertigini mentali constatando che erano d’accordo su ogni punto!” Se non si considera che comunisti e nazisti evitano di fare strada insieme (ma si può dire che per questo si evitano, per non dover concordare).
Il ragionamento della filosofa va avanti sillogisticamente, e si chiude perentorio in apertura: “Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva”. È costruito per determinare le passioni dei suoi membri. Ha come fine primo e ultimo “la sua propria crescita”. Il sillogismo, in cui la conclusione corrobora (invera) le premesse, è inconsueto per S.Weil. Segno che nel 1943, a Londra, dov’era con la Resistenza, aveva già motivo di preoccuparsi. Esso in parte non è vero (era vero per il partito Comunista, da S.Weil sempre temuto). Ma può essere utile per capire la crisi della politica, suicidata dai partiti di quel tipo.
L'eccezione italiana
In questo quadro, la malinconia di Galli della Loggia, e dello scienziato Sartori, si giustifica. Anche l’Italia ha recepito le inquietudini del resto dell'Europa, ma non vuole assolutamente riformare il governo: tutti i sistemi elettorali sono stati riformati nel senso della governabilità eccetto il più importante, quello del capo del governo nazionale. Per il quale ci vuole una modifica della costituzione, e dunque la maggioranza dei due terzi del Parlamento. Che c’è nel paese e tra gli stessi partiti, ma non è mai coagulata in Parlamento, per sospetto “antiparlamentarismo”, quando non per fascismo. E resta improbabile, stanti i rapporti di forza attuali nei poteri che contano, nell'opinione pubblica cioè e nelle istituzioni,
Le istituzioni sono dominate da una presidenza della Repubblica irresponasbile, lunga ben sette anni, pilastro dell'apparato repressivo, e interfaccia privilegiato dell'opinione pubblica. La quale (telegiornali, talk show, giornali, libri, università) è a sua volta dominata da gruppi d'interesse (banche, uomini d'affari, associazioni d'imprenditori) che, pur chiedendo un governo governante, in realtà non lo vogliono, coprendosi con l'insorgenza fascista. È “legittimo rafforzare il governo”, afferma caratteristicamente il presidente della Repubblica Napolitano il 22 aprile, ma, ammonisce, “la denuncia dell'ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie” - e aggiunge, sempre caratteristicamente: “Non lo dico io, l’ha detto Bobbio”.
L'opinione pubblica è da sempre la valvola del potere, più del suffragio universale. È determinante in regime elettorale presidenziale, plebiscitario. Obama ha vinto le elezioni contro Hillary Clinton, una del suo stesso partito, e le ha vinte con la comunicazione. Con la naturalezza davanti alle telecamere assicuratagli da un doppio “gobbo”, a destra e a sinistra invece che frontale, che gli consente di leggere muovendo il capo con naturalezza. E utilizzando intensamente i new media, dai forum agli sms e agli mms. Con i new media Obama si è guadagnato l’attenzione dei giovani, che gli hanno vinto importanti caucuses, decisivi per spostare i voti statali, nelle primarie.
Ma in Italia l’opinione pubblica ha forme e ruoli ambigui. Ha sollecitato per tutta la storia della Repubblica un governo stabile, con la critica costante della "partitocrazia", ma affossando indistintamente ogni tentativo di arrivarci. L’opinione si pone a supplenza della politica debole, in funzione magisteriale e di difesa. Ma la politica è indebolita proprio dai media, da rappresentazioni false di ogni questione, grande e piccola, dei giudici, del testamento biologico, del grembiulino. Volutamente false, si veda l’ottica da guerra civile che viene imposta agli eventi anche minimi, da guelfi e ghibellini, da capuleti e montecchi, eccetera. Per ridicolizzare l’azione di governo, per impedire anche solo lo spostamento di una scrivania in un ministero – specie se della Cultura. Anche quando il voto popolare è netto, la maggioranza resta così sempre debole nel suo compito più proprio, che è il governo – la politica è l’arte del governo, anche nelle assemblee parlamentari. Da qui il gran numero di referendum, che l’opinione presenta come “antipolitici” ma che in realtà sono ben politici, poiché vanno al nocciolo del problema nazionale: semplificare le scelte e rafforzare l’esecutivo.
Questa ambivalenza è una costante non innocente, e anzi va ascritta a un progetto politico: è il progetto del “governo attraverso la crisi”, per dirla con Andreotti, giustamente cinico. Per la nota filologia dei criminali furbi: colpire negando. I media in Italia vogliono dire padronato, De Benedetti, la Fiat, le banche e la Confindustria, prima che Berlusconi. Sono loro, i “centri di potere”, che invocano un esecutivo attivo, salvo attaccarlo preventivamente implacabili quando uno se ne prospetta.
Caratteristicamente, questa opinione critica si esercita sull’antiberlusconismo. E sulla lode alternativa di Bossi, o di Fini, o Di Pietro. In quel “sistema” della “seconda Repubblica” che il professor Sartori liquida come “il sultanato” – non senza harem. Ma trascurando di dire che questo è l’esito della “rivoluzione italiana”, cui la stessa opinione sempre inneggia: è la “rivoluzione italiana” - ma è lombarda - di Mani Pulite che ha prodotto statisti del calibro di Bossi, Fini, Berlusconi e Di Pietro, che ci governano da ben quindici anni.
L'esecutivo centrale resta così sospeso, oggi come ieri, all'hobbesiano “potere di ricatto” di questo o quel politico. Talvolta montato dai media, dagli interessi che manovrano l'opinione. Il capo del governo è un mero presidente del consiglio dei ministri, senza alcun potere istituzionale, solo l'autorevolezza politica. Nella legislatura 2001-1006 si fece una quasi crisi di governo perché l'ex giornalista Follini, un personaggio che non era neppure un politico e non era in Parlamento, diventasse vice-presidente del consiglio.
Il fenomeno Berlusconi
È qui la chiave del successo di Berlusconi. Una chiave doppia: perché agita, come i refendari, l’esigenza di un governo responsabile, ma a questo fine ha già modellato la politica, creando il suo proprio partito del capo, anche se per un numero ormai lungo di elezioni – il partito del capo americano è propriamente un partito di una-due elezioni. Berlusconi ha beneficiato dell'antipolitica (referendaria, dipietrista, leghista prima maniera). E beneficia della fine dell'antipolitica, ora che la spregiudicatezza e l’aria fritta non pagano più – è qui l’insorgenza nel Pd di un Franceschini, che, come dice Berlusconi, è un democristiano, è cioè qualcosa.
Il partito del capo è d'altra parte generalizzato nei fatti, se non in diritto. Con l'eccezione del partito Democratico di Veltroni, esperienza che si può dire fallita, tutta la politica si è riorganizza in forme allentate e deboli, attraverso i partiti del capo. Per questo anche la politica si è frammentata, e resta confusa. Nel quadro dell'esigenza politica più diffusa e costante della storia italiana: l'esigenza di un governo stabile, designato direttamente dal voto. Era lo snodo principale della Grande Riforma, il progetto di Craxi, vecchio di venticinque anni. Reso successivamente più urgente dalla legislazione federalista, che ha bisogno di un interlocutore centrale riconoscibile. Avversato da più parti al momento della sua realizzazione, talvolta dai suoi stessi patrocinatori, come l’ex partito del presidente Napolitano, e come il partito degli imprenditori, che non c’è ma è molto attivo. Ma mai contraddetto, se non da piccole frange, senza richiamo, e senza nemmeno convinzione.
La deriva plebiscitaria resta per più aspetti minacciosa. Nel vasto Terzo mondo, cioè nel mondo fuori dell'area euro-americana, essa ha infettato e interrotto le democrazie emergenti. Mentre nell'area euro-americana, se è farsesco il richiamo al fascismo, alla violenza dichiarata, non sono però limpide le procedure dell'opinione pubblica, non solo in Italia – tutte le procedure di formazione dell'opinione, compresi i caucuses Internet, e il doppio gobbo laterale dei discorsi di Obama in tv Ma è d'altra parte vero, in principio e di fatto, che la democrazia vuol’essere governata, e che un esecutivo debole è all’origine dei traumi della storia italiana, il fascismo e la corruzione, pre- e post-Mani Pulite.
E tuttavia il passato che non passa è piccola cosa. È forte nei numeri, ha poteri di blocco anche decisivi, e domina i media, ma non il giudizio. La Cgil che periodicamente organizza manifestazioni a Roma di milioni d persone, lo fa a beneficio dei suoi segretari generali, della loro carriera politica, e lo sa. Gli ex Pci che non hanno fatto autocosceinza, e anzi si ritengono nel giusto, anche se non sanno di che, sono un numero sempre considerevole, uno su quattro, E tuttavia non contano niente. Amministrano mezza Italia, controllano l'informazione, e impongono al lavoro, soprattutto alla Pubblica Amministrazione, l'assurdo difensivismo della Cgil, ma senza idee e senza risultati. E senza differenziarsi dai berlusconiani, se non per la litigiosità, in tutti gli enti locali e a Roma (corre nti). Senza contare che nella cultura politica degli ex Pci, e nel giudizio dei loro capi, un governo ci vuole. L’opposizione reale è solo degli ex Dc, per la non disprezzabile avversione al centralismo, ma anche per l’inveterato vizio della Dc post-fanfaniana di governare non governando – Pannella li direbbe sfascisti: crearsi potere contrattuale attraverso il rinvio, l'eccezione, l’inapplicabilità per eccesso di minuziosità.
La polemica sul referendum elettorale, un intreccio di paradossi, ne è la spia. Si accusa di non volerlo Berlusconi, che in vece ne sarà il primo beneficiario. Lo accusano non soltanto i Democratici, che sono referendari, quindi strumentalmente, ma anche i partiti che se passerà il referendum probabilmente scompariranno, l'ex Rifondazione, i Comunisti, i dipietristi, i casiniani, i verdi. Il referendum che si propone sarà un passo decisivo al plebiscitarismo, col premio di maggioranza al partito che prende un voto più degli altri. Non più alla coalizione, al singolo partito. È un passaggio decisivo al bipolarismo, col premierato, come nel sistema britannico, se non con l’elezione diretta del presidente. Con effetto sicuramente moltiplicatore in tale direzione. Dopo il referendum Berlusconi potrà fare a meno della Lega e della Sicilia di Lombardo. E la prospettiva non sarà senza conseguenze sul voto in Lombardia e in Sicilia, due regioni molto sensibili al voto utile. La ruota del maggioritario e del premierato sarà inarrestabile.

martedì 21 aprile 2009

L'Onu è islamica - e razzista?

Un terzo dei membri dell'Onu è di religione islamica, o a forte presenza islamica: 45 paesi membri, sui 192 totali, sono islamici, altri quindici (tra essi grandi paesi come l'India, la Nigeria, la stessa Cina) hanno una presenza islamica che condiziona le scelte nazionali. Si spiega anche così la sceneggiata dell'Onu a Ginevra contro il razzismo. Con l'iraniano Ahmadinejad protagonista, che tra gli applausi accusa Israele di razzismo. Il giorno in cui gli ebrei ricordano l'Olocausto.
L'accoglienza compiaciuta del presidente svizzero ad Ahmadinejad il giorno prima. La risata divertita di Ban Ki-moon al passaggio di Ahmadinejad il giorno dopo. Due foto la dicono lunga sull'Onu delle buone coscienze, che è niente più del servilismo dei suoi burocrati. O del confuso laicismo occidentale, che è a sua volta niente o poco più dell'anticlericalismo e dell'ateismo. Più del miserabile scodinzolamento dello svizzero Hans-Rudolf Merz, è sinistra la risata di Ban Ki-moon: poiché Ahmadinejad parla unicamente il farsì, la risata del segretario generale coreano può essere espressione solo dell'assoluto razzismo della sua cultura nazionale – come di quella giapponese, o cinese..
La connotazione islamica non è indifferente. Anche nei paesi più lontani dalla sharia , dal clericalismo islamico, come il Marocco, la Giordania o la Siria, la religione è un fattore identitario forte. È anzi il fattore coesivo maggiore, e tutto sommato il più democratico. Per quanto lontani dal sentimento religioso, come il presidente tunisino Ben Alì o il siriano Assad, i governanti di paesi a prevalenza islamica si ritengono obbligati all'osservanza della comunità di fede. In base alla quale, per quanto divisi sulle singole questioni, si sentono obbligati al reciproco interesse. Pur non contando su un blocco, non monolitico e anzi più spesso diviso, l'islam è il sesto membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Se non è compatto su nessun tema di politica internazionale, è tuttavia un sentimento di cui l'Onu deve tenere conto per ogni aspetto dell'infinita negoziazione che ne fa l'esistenza.

Chiedere i danni ai giudici napoletani

I giudici di Roma che dicono irrilevanti le intercettazioni napoletane a carico di Saccà e Berlusconi si riservano di decidere sulla distruzione delle intercettazioni stesse. Che a questo punto sono una prova a carico della Procura napoletana. I giudici romani non procederanno mai contro gli intercettatori: giudice non mangia giudice. E, certo, non si può portare in tribunale l'apparato repressivo, quando non usa il kalashnikov. Ma la Repubblica dovrebbe pur pretendere un qualche risarcimento da questi giudici che si atteggiano a paglietta, a Napoli e altrove, a grandi fratelli, furbi, faziosi nel migliore dei casi, strafottenti, e di “tutto meglio che lavorare” fanno una bandiera,
I sei mesi d'intercettazioni del telefono di Saccà – che aveva scelto Napoli come sede di Rai Fiction per portare lavoro e decoro alla città... - sono stati una distrazione non incolpevole di forze di polizia giudiziaria, di soldi e di attenzione nel momento in cui il territorio della Procura era sommerso di rifiuti. Così come la Procura antimafia della stessa città si era distratta per due anni per controllare i telefonini di Moggi – 120 mila pagine di trascrizioni... Ma, poi, non è questa la Procura che ha cacciato il Procuratore capo Cordova per poter non lavorare? Complice il Csm del galantuomo Ciampi, purtroppo: non bisogna illudersi. Non c'è in nessuna legge o consuetudine che le Procure della Repubblica possano divertirsi a spese della Repubblica, e che spese!, c'è solo nel loro potere di ricatto verso chi dovrebbe sancrne il corretto funzionamento.

lunedì 20 aprile 2009

Problemi di base - 12

spock

Napolitano, che presiede il Csm, non legge i giornali?

Perché non ci dice chi ha messo le bombe, dal 1969?

Sono le bombe che hanno portato al terrorismo? O che altro? Chi?

Con chi ce l'ha il presidente Napolitano?
Con se stesso?

Perché ci costringono a difendere Berlusconi?

Quand’è che una mela, che stiamo mangiando, non è più una mela?

Quand’è che un uomo non è più un uomo?

Perché si dice che la chiesa ha detto che la terra è tonda? La chiesa non l'ha detto.

Perché si dicono le bugie?

Chi è (era) Bonaventura Tecchi?

Perché si scrivono libri? E si pubblicano?

Perché si leggono?

spock@antiit.eu

Ombre - 17

Obama doveva solo riaprire i rapporti con Cuba, che i Kennedy obbrobriosamente hanno chiuso cinquant'anni fa, con grave danno per l'isola. Ma al vertice interamericano si è ritrovato a fare i complimenti a Chavez, che è tutto dire. A Evo Morales, che il giorno dopo ha fatto assassinare in albergo a La Paz tre oppositori. E al presidente peruviano Alan Garcìa, che prima di Pasqua aveva fatto condannare a venticinque anni, per violazione dei diritti umani, l'ex presidente Fujimori. La cui figlia è in testa nei sondaggi per le prossime presidenziali. Garcìa stesso è un ex presidente, ex ricercato internazionale e condannato per appropriazione.
L'imperialismo ha a volte le sue ragioni.

Galli della Loggia fa un'ampia presentazione sul “Corriere della sera” di mercoledì 15 di “L'Italia contesa” di Aldo Schiavone. In cui argomenta il nodo principale della sinistra, che, lo sanno anche i disappetenti e i distratti, è la mancata riflessione dei comunisti (ex) sul partito Comunista, la cosiddetta autocritica. Schiavone il giorno dopo su “la Repubblica” manda a Galli della Loggia un sonoro vaffanculo: è uno, dice più o meno, che rimprovera alla sinistra italiana di esistere. Cioè dà ragione a Galli della Loggia.
Gliela dà doppiamente: Schiavone ai bei tempi. non molti anni fa, è stato espulso dall'Istituto Gramsci.

Muore Roberta Tatafiore, scrittrice di successo, intelligente, amorosa, di tanti gruppi, tanti giornali, tanti convegni, sola, di solitudine. Si dice di depressione ma è la solitudine.
Non per il timore di finire “farfalla prigioniera”, per le troppe leggi che portano il giudice nel cuore e nella mente, e fin nel desiderio di vivere. No, per la solitudine tra gli affetti. La solitudine del combattente, di chi ha avuto fede e si è impegnato per essa, credendoci, sia pure della sola intelligenza, è specialmente dolorosa.

La colpa è di Santoro. C'è stato il terremoto, tanti sono morti, c'è una ricostruzione non semplice da avviare, ci sono da reperire dieci, se non quindici, miliardi (nuove tasse? con la crisi?), ma la sola cosa che interessa la politica, la agita, la domina, è Santoro. È un segno, l'ennesimo, del potere della Rai, del fatto che solo la Rai a Roma, in Italia, nella politica, “esiste”: apparire, e dare posti.

Questo Santoro che è tutti noi, i belli-e-buoni che siamo la coscienza civile della nazione, si scopre che è il più lottizzato. Cioè protetto politicamente. Sta a Raid Due, che è la rete della Lega, che Santoro assolutamente onora. Con contorno della solida destra dei Borromeo d'Adda e dei Travaglio. Ma fa capo organizzativamente non al settore informativo di Rai Due, perché esso è diretto da uno (ex) di An, bensì al Tg 3, l'(ex) Telekabul, di quando gli afghani erano compagni, seppure occupati dall'Urss.

Preti camuffati da baobab, per dire poi come gli africani si passano l'aids pure col preservativo, vergini e martiri che mozzano teste nelle missioni (segrete? Ma sì), e in Turchia, in Russia, ladri dell'otto per mille, benché sia un contributo volontario, oratori e boy-scout appestati di froci, lo sterminio degli ebrei, naturalmente, a opera di Pio XII, Andreotti santo e Ruini dannato (o Dell'Acqua – chi era Dell'Acqua? Dimenticato?). L'immaginazione dell'anticlericalismo in Italia non fa ridere, benché abbia a disposizione un papa tedesco. Anche perché è spesso opera di clericali che si negano – anche i fascisti si dicevano le barzellette. A parte la gioia della bestemmia, che per molti è però una “prova di Dio”. Ma in nessun altro paese gli anticlericali si vogliono santi, come in Italia.

Di una noterella da “Espresso” Belpoliti ha fatto prima un librino alternativo su Moro, a corpo 14, con due foto della prigionia, ora un saggio corposo di Guanda su Berlusconi, “Il Corpo del capo”. Si vede che Berlusconi rende. Due libri di Scienze sociali. Ma da scienziato politico, se non da scrittore, meglio avrebbe esercitato la sua verve sull'ex sindaco di Roma e ex segretario del partito Democratico, che con più applicazione, scienza di consulenti, dedizione di adepti, si era costruita l'immagine del buono a tutto, ogni giorno un'idea, una cerimonia, una foto, ieri i Nobel in Campidoglio, oggi il papa, domani McCartney al Colosseo, e immagini sempre lusinghiere, foto di studio, scatti dì artista, nelle migliori cronache romane, compresi i settimanali intelligenti, alcune imbarazzanti. Per quasi dieci anni. Al termine dei quali ha perso il Comune di Roma e il partito. Tremila e cinquecento “apparizioni” per nulla, una finanziaria sprecata, di intelligenze e di soldi. C'è cura e cura del corpo del capo - Kantorowicz non sarebbe contento - e a volte l'unzione non serve.

Sarkozy porta sotto il suo controllo diretto la tv pubblica in Francia, che vari filtri (organismi di garanzia) finora proteggevano dall'esecutivo. E le impone l'abbandono della pubblicità. È un gesto politico autoritario, anche perché mira a indebolire ulteriormente la tv pubblica negli ascolti, che già parte in seconda o terza posizione in Francia rispetto alle private. Ma in Italia è molto apprezzato dalla sinistra ufficiale, in quanto elimina la pubblicità che “interrompe le emozioni”, secondo il detto veltroniano.
La strumentalità politica è stata dibattuta e denunciata in Francia a lungo. Con forti perplessità nella stessa maggioranza presidenziale. Al punto che Sarkozy ha dovuto anticipare l'abolizione della pubblicità con un motu proprio assolutista, sotto le specie di “autonoma” decisione del consiglio d'amministrazione dell'emittente (la legge è stata approvata prima di Pasqua, la pubblicità era stata abolita all'inizio dell'anno). Ma neppure questo ha “interrotto l'emozione” dei benpensanti di sinistra in Italia.

venerdì 10 aprile 2009

Letture - 7

letterautore

Joyce – Che pensava, che diceva? Strana afasia per un personaggio che ha vissuto in molti luoghi e frequentato molte persone, molte di eccellente qualità, e di suo impositivo, perfino tirannico. Su fondo di misantropia? Le cattiverie di Finnegan’s Wake possono essere miserabili. Bruciato dall’ironia? Sì, dal suo essere irlandese, una sottocultura al suo tempo – si vede dall’ordinata pacatezza degli articoli triestini sulla causa nazionale irlandese. È amato dai lettori intellettuali. Anche non lettori: perché possono riempirlo a piacimento?

Novecento – Avrà prodotto personaggi stinti, dai duchi di Proust a Bloom e consorte, agli innumerevoli borghesi manniani, senza volto, né bello né brutto. Compresi naturalmente i personaggi per questo costruiti, da Pirandello, Céline, Gadda, Calvino, per filosofia di vita. Ma non è stato un secolo filosofico: è sulla difensiva (la filosofia della crisi fatica a emergere come filosofia, essendo un derivato della disperazione, o dell’isolamento – da laissés pour compte), e cerca vie d’uscita (assoluzioni, consolazioni, speranze, indulgenze). Perché è stato governato dalla forza, malgrado i tanti ineluttabili fallimenti: tedeschismo, nazismo, comunismo, imperialismo, per finire – ricominciare – con la pulizia etnica, e c’è al varco la povertà di ritorno. Avrebbe dovuto essere il secolo della pace e delle miti pretese (la civiltà dei consumi può prosperare solo se le pretese si danno dei limiti), le premesse c’erano, e il trionfo dell’Europa. Ne ha sancito la fine?

Padre - È in imprevedibile, sostanzioso, ritorno. In “Italiana”, l’Antologia dei giovani narratori di Tondelli (Allamprese, Bacci, Cappelli, Capriolo, Mani…), nel “Requiem” di Patrizia Valduga, in Ginsberg (“poeta del proprio padre”), in Alda Merini spesso, in Tabucchi, nel “Piccolo Budda” di B.Bartolucci e tanti film americani, nella “Storia infinita” di Michael Ende.

Pasolini – È un uomo ordinato. Paradossalmente, con tutte le sue voglie di provocazione e le bestemmie degli ultimi tempi, la sfida alla disperazione. È un intellettuale. Molto colto (tradizione, classicità, linguistica, figurazione), attento, misurato. È poeta solo per una vena di bontà – soffocata dai tempi. I suoi testi (poetici, narrativi) come i film sono soprattutto dei saggi, dotte letture, dell’attualità come dei tempi remoti. Si veda la differenza fra il romanesco suo, di uno che lo “viveva”, anche se non lo parlava, e quello di Gadda, che semplicemente lo studiava: tanto posticcio il primo, artificioso, quanto fantasioso e creativo il secondo.
È uno dei problemi di Pasolini: di un uomo portato alla vita ordinaria, ben costruita, impegnata, professorale e\o manageriale, anche nella sua adesione costante al partito Comunista, che si cuce addosso, e ne viene cucito, il personaggio di maledetto. Senza rapporto con la condizione esistenziale - l’omosessualità si viveva tranquillamente, a Roma e anche in campagna. Per una scelta, anche questa d’ordine borghese, in linea con la società spettacolo: emergere attraverso lo scandalo. Significativa la distorsione da lui spesso ripetuta dell’evangelico “oportet ut scandala eveniant”, che invece, se completato, suona così: “È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per colpa del quale avvengono” – la versione è identica in Matteo, 18,16, e in Luca, 17,1.
Poeta lucido - più che nei saggi, pure chiarissimi, didascalici, in quello che dice, e per come lo dice. Ma uomo confuso, nella vita e nei romanzi. Il problema è, come lui sostiene ossessivamente, l’omosessualità non accettata? O non l’insincerità politica? Nella tragedia del fratello Guido, nell’espulsione per immoralità dal Partito, nella condanna di Praga, nell’irrisione dei giovani contestatori.

L’omofilia in realtà sarebbe stata accettatissima – Pasolini è un costante, incontenibile, cacciatore. Potrebbe essersi tradotta in nevrosi da accumulazione, la moltiplicazione dei corpi del collezionista avido? Sade non è un’eccezione.
Ma è pure vero, a giudicare dalle abitudini del signor Proust, che del sesso voleva immagine repellente e, pure così sollecito e perfettino, faceva “sputare” ai suoi maschioni sulle foto delle amiche duchesse e della madre, che l’inversione non è nell’omofilia, ma nel rigetto della sessualità, dopotutto - la semiologia del resto scopre nei segni la manifestazione della mancanza del referente. Si cancella l’erotismo con l’appagamento sessuale, mentre la coazione a ripetere diventa odiosa in sé e rende odioso l’oggetto del desiderio – che è Sade in senso proprio.
Vive – è vissuto, sta nella storia – nella colpa.

Furio Jesi parla per Pavese di “devozione alla morte”, come depositaria del mito, padrona, elargitrice. Dopo “Petrolio” questa devozione è conclamata anche in Pasolini, letteratissimo mitologo. La sua vera colpa dev’essere questa, poiché lo spiega tutto: dalla voglia di scandalo (isolarsi costante) all’apoditticità (sacertà), al tratto fanatico, al culto della tradizione. La sua poesia (la sua unica) è quella dei luoghi, delle scansioni naturali (colori, forme), delle pulsioni incontrollate. Sebbene con una rilevante dose d’artificio, perfino di teatralità.
L’artificio è però prevalente: la “devozione alla morte” è in Pasolini derivata, una passione acquisita, immune da pulsioni suicide, e in contrasto con la felicità dell’adolescenza e della giovinezza. Mette radici negli anni in cui suo fratello è assassinato dai comunisti, e i comunisti lo mettono al bando per l’omosessualità. Può esserne la conseguenza? Un senso di colpa per la mancanza di coraggio, se non per l’opportunismo. Da qui il forte senso di falso della sua genialità. E anche delle sue mitologie: dei della campagna, angeli della periferia, olimpi coniugali, la stessa Passione evangelica.

Se era ingenuo, ha fatto di tutto per mostrarsi opportunista. Non c’è occasione della sua vita di celebrità in cui non si esibisce, anche con crudeltà: i fidanzamenti con la Betti e la Callas, le contestazioni, l’inaffettività, madre esclusa – esclusa?

Era come uno dei suoi personaggi: “Me ne sono fatti trenta questa settimana, anzi questo week-end”.

Platone – Potrebbe essere un grandioso, dissimulato, naturalmente, barzellettiere – la parlata ionica vi si presta, essendo tutta understatement: il filosofo del dire non dicendo, della bontà del tacere, o della stupidità di dire quello che veramente si pensa, della storia che fa male alla memoria… Tutti concetti eversivi, alla maniera appunto dell’umorista – sospesa, problematica – e non assertiva, del furioso e costruttivo nichilista, il rivoluzionario.

Proust – Ha fatto la théologie de la noblesse, dice Cristina Campo. Senza ironia?.
Senza anima, e senza corpo. Senza nemmeno gioco o altro diletto, e senza informazione o giudizio critico. Nulla che innamori di nessuno dei suoi personaggi di Proust, né femmine né maschi – lui, li amava?

Si ammira per la conversazione dei suoi innumerevoli ospiti, idolatrata a petite musique. Che è, sì, costruita: è un’aria di bravura, su note banali e anche volgari - avrà fatto la letteratura dello small talk, la conversazione per non dire nulla, se ce ne sarà una.

I romanzi della "Ricerca" sono storie fin-de-siècle come se ne scrivevano ordinariamente a Parigi, di mantenute e apaches, anche maschi, la gelosia inclusa – di un mondo inaffettivo0 che la escludeva naturalmente.
Molto è in Swinburne: sensiblerie, sado-maso, desiderio inesausto, incesto, irresolutezza dei caratteri, che si lasciano fare. In “Lesbia Brandon” c’è anche uno Charlus (Linley), la politica-come-il-cavolo-a-merenda (l’unità italiana e Mazzini invece dell’affare Dreyfus), e un ricevimento lungo cinquanta pagine invece di duecento.

Ha lasciato i suoi personaggi al negativo, comprese le nonne e le zie. Al negativo fotografico: senza dare loro contorni precisi (vizi, virtù), senza luce, senza colori.
Effetto dell’ironia?

La sua ironia è boulevardière, da pigiata del potin mondano.

Quasimodo – Si spiega con la Sicilia, ha ragione Aragon. L’elegia di una nostalgia, di una mancanza, ma senza il ritorno – non si ritorna all’isola? Forse, il ricordo consola.
È un siciliano però diverso: per il senso forte della natura che lo culla: erba, acqua, fiumi, tramonti, pietre, vento, neve, nebbie, alberi.

Razzismo - È nordico. I mediterranei basavano la loro superiorità sulla cultura.
Non è solo del Nord dell’Europa, ma anche della Cina e dell’India.
È un fatto: la politica zoologica è dei popoli freddi. Ma senza una ragione apparente.
Se ne può azzardare una: il razzismo oppone la fisicità alla cultura. Dunque la cultura viene dal Sud?

Romanzo - È il gnere letterario (la rivoluzione) del Terzo stato, dice Debenedetti, “Saggi critici”, Svevo. Grigio cioè, com’è grigia la vita del borghese.
Ma perchè la vita del borghese è grigia? Non sarà una proiezione degli intellettuali, che sono borghesi, un’autoflagellazione? E il romanzo del popolo allora, che in realtà lo coltiva? E quello dei letterati? O degli stessi dottori del profondo, poeti, filosofi?
Il romanzo è semmai l’unica forma di arte popolare di una certa dignità. E il cinema il romanzo in immagini, lo sarebbe ancora di più se non costasse tanto farlo: è incredibile la capacità di affabulazione delle immagini, che portano i milioni di spettatori a consumare senza alcuna difficoltà gli artifici retorici apparentemente più disumani.

Scalfari – Nessun problema è il suo problema.
Il suo moralismo in politica è altro: una scelta tattica. Un posizionamento: dal picco si tira meglio su chi sta in pianura. Non per altro, per un irrefrenabile sarcasmo, verso tutto ciò che è in vista, pubblico, apparentemente potente – molto etnico, calabrese.
È scisso: non manca di sensibilità ma la reprime. E non per tatticismo, per istinto incomprimibile. Usa solo l’intelligenza, a fini eversivi..

Stendhal - È Dumas, con qualche coloritura romantica. Tenue, per fortuna.

Traduzione – Si vuole impossibile, da Dante a Croce. Ma ogni opera d’arte lo è: è lettura, visione, interpretazione. La musica, il teatro, la declamazione, e anche le lettura muta, la visione di quadri, statie, palazzi, giardini, ambienti, l’ascolto di un’esecuzione è perfino traduzione doppia.

letteautore@antiit.eu

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (33)

Giuseppe Leuzzi

Non c’è avvenire senza storia. Non sono dunque felici i popoli senza storia. E d‘altra parte, la distruzione è della storia - ma allora bisogna avere avuto qualcosa che vada distrutto. “La prima radice”, forse il saggio più ricco di verità di Simone Weil, anche se il meno letto, è un inno alla tradizione: “Di tutti i bisogni dell’anima umana, non ce n’è uno più vitale del passato”:. Non c‘è avvenire senza storia: “L’avvenire non ci apporta niente, non ci dà niente; siamo noi che per costruirlo dobbiamo tutto dargli, dargli la nostra vita stessa. Ma per dare bisogna possedere, e noi non possediamo altra vita, altra linfa, che i tesori ereditati dal passato e digeriti, assimilati, ricreati da noi”. Se non che “il passato distrutto non ritorna mai più. la distruzione del passato è forse il crimine più grande”, Sì, il Sud è mafioso, è corrotto, si malgoverna, ma di tutto questo non ha l’esclusiva. Di suo non ha storia,
Ancora Simone Weil, ancora “La prima radice”: “L’eccesso di stabilità produce nelle campagne un effetto di sradicamento”. Bisognerebbe organizzare per le campagne una sorta di Tour de France. Con tappe di lungo periodo, non in città ma in altre campagne – l’acculturazione attraverso il servizio militare è per questo dannoso, contribuisce allo sradicamento: il giovane contadino esce umiliato dal confronto con l’urbanizzato, il settentrionale, l’alfabetizzato.

Alvaro o l’odio di sé meridionale
Il Sud è il 2 per cento, in termini di spazio o di attenzione, nella “produzione” di Alvaro, romanzi, racconti, viaggi, corrispondenza, saggi, il 3. Non si ricorda del resto una sua presenza al Sud, se non, raramente, a casa a San Luca, per visitare, poche ore, la madre. “Il narratore ha visto la Calabria quasi solo da bambino” (Pedullà, “Per esempio il Novecento“, p.426). E tuttavia sono innumerevoli i suoi rimandi al mondo originario, nei racconti, nei romanzi, nei diari, tra la Montagna e il mare Jonio. Della Calabria scrisse anche un sussidiario, non cupo, riportato alla luce da Antonio Delfino. Ma la sua Montagna resta quella di “Gente in Aspromonte”, che appare perfetta e invece è falsa – manca il silenzio, la religiosità, la tradizione, la resistenza, non disperata. È un ottimo esempio di letteratura che crea il fatto, ma traditrice: la povertà è anche indigenza, si sa che c’è la festa ma non si sente, tutto è sempre cupo, “è un fatto che qui manca la nozione geometrica della ruota”, e non c’è compassione, solo gioia maligna, per le disgrazie del protagonista Argirò, e la natura si confà, aspra e cattiva. L’Aspromonte giace sotto “Gente in Aspromonte”.
Alvaro muore nel 1956. È celebre, importante e agiato, con casa a Roma in piazza di Spagna e
buen retiro in campagna a Vallerano, dove vuole essere sepolto. Il padre, che lo ha voluto ragazzo educato nel collegio esclusivo dei gesuiti a Mondragone, e lo ha mantenuto a lungo in giro per i suoi difficili studi e la sua carriera in Italia, muore a gennaio del 1941. Una morte che (“Memoria e vita“) impone “tregua alle invidie del paese”, tra gente “fuori dal mondo”, in una casa rattoppata, col prete ubriaco: “La notte dormimmo tutti con la madre e le sorelle nella stanza dove figli siamo nati. I vetri erano rotti, i muri lesionati ancora dal terremoto (del 1908? N.d.r.), le finestre cadenti. Entrava il freddo nevoso dell’Aspromonte ed io lo riconoscevo nel sonno come un paesaggio mio”. Una presenza riconosciuta e rifiutata.

Soldati, “Fuga in Italia“, pp. 81-3: non il latifondo al Sud ma piccoli proprietari, ricchi e avari, che vivono nel lerciume, risparmiando sul cibo.
Un mondo verghiano, non vittima del latifondo. Vittima lo è, ma dei compagni. Dell’ignavia, i compagni sono i gentiluomini di Salvemini, dell’ignoranza, degli spropositi in materia di feudalesimo. Quando si vede a occhio che non hanno nemmeno il vincolo della mezzadria, solo quello dell’avidità. Tutti piccoli proprietari, ma tutti lerci nelle abitazioni e in famiglia, non si curano e nemmeno si cibano bene, per l’avarizia, per accumulare. Non sanno nemmeno loro che cosa. Un mondo, anche, pirandelliano, della roba sordida, era tutto scritto. Compreso il vero socialismo, la vera anti-borghesia.

Il problema del Sud è, oggi come ieri, l’incapacità, la debolezza, l’ignavia della borghesia, degli imprenditori come dei proprietari., he quando sono qualcosa so0no asserviti. Al Nord, allo Stato, al malaffare, e al popolo, all’avidità. Come se ne esce? Facendo borghesia il popolo, dell’avidità una virtù (thrift, risparmio, rigidità morale), senza rinunciare naturalmente alla borghesia, che è accumulazione: una risorsa: di capitali, conoscenze e anche senso etico. Non si crea niente senza accumulare. Combattendo il Nord, lo Stato, le mafie, ma avendo un blocco su cui contare, non le petizioni di buona volontà, il perbenismo, le esecrazioni -.si sa che tutti gli altroi sono cattivi.

L’inconsistenza è il limite del democraticismo: le viscere putride della società vomitano senza fine masse voraci e violente, sono il “fuori dentro” che tormenta Canetti, per violenza diretta contro altre persone, oppure indiretta, sporcizia, disordine, prepotenza. Il che non essendo fisicamente possibile, avviene per un meccanismo autoriproduttivo: i brutti, sporchi e cattivi sono anch’essi in numero limitato, ma la barbarie produce barbarie.
Tutti sanno da molto tempo ormai leggere e scrivere, fanno la doccia, mangiano a volontà, si curano. Perché dunque nessuno canta? Il problema delle società governate dalla mafia, non si può dire, ma è il problema delle società rivoluzionarie. La mafia non diventa classe dirigente perché sa solo generare mafia, come la revoluciòn ha bisogno di più poveri e più disordine.

Siculiana
- I siciliani fanno i cattivi della storia. Ce n’è bisogno e loro si prestano.
- Ce ne vuole almeno uno in ogni storia, anche siciliana. Ma non si può fare una bella siciliana: il siciliano brutto e cattivo s’incontra con la sicliana pelosa e coperta di nero.
- I miri sbattono tra di loro. Ma il siciliano è anche macho, per essere cattivo, e quindi si deve rifare. Con le puttane, con le straniere. Si spiega così la letteratura siciliana della donna puttana. E la fortuna turistica della Sicilia: per consentire ai milanesi, e ai nordici in generale, di perpetuare le loro storie nel solco già tracciato..
I siciliani, il popolo pi antico dell’Europa, sono caratteristi. Recitano sempre lo stesso ruolo.

giovedì 9 aprile 2009

Il terremoto alla Rai, e in Europa

Lo stesso giorno del terremoto la Rai fa una baraonda sulla mancata prevenzione – prevenire i terremoti, le alluvioni, i fulmini, come no. Senza dimenticare di far parlare su questo e su tutti gli altri argomenti della lunghissima giornata tutti i suoi padroni in fila, giù fino a Casini, Di Pietro, o Di Pietro prima e Casini dopo, la Rai ha un ordine, Schifani e Fini. In omaggio alla par condicio, il conformismo dell'abiezione. In attesa di prevedere e organizzare un terremoto di destra e uno di sinistra.
Un piccolo Grande Fratello – un tempo si sarebbe detto sono gag di Totò – tra i morti e le rovine. Bruno Vespa che insolentisce i vulcanologi Broschi e Barberi, davanti alle rovine, per non aver voluto prevedere un terremoto che invece un tecnico di laboratorio insiste di avere previsto, anche se in un'altra città. E che un professore di Pisa dice si potrebbe prevedere, forse, un giorno, perché no, la scienza va sempre avanti, se la ricerca per la quale si appresta a presentare un progetto andrà a buon fine.
Una farsa: gli sciacalli, che si pensano senza faccia nell'ombra, in primo piano su Rai Uno. Non fosse Vespa la Rai, e tanto più per essere abruzzese: la quintessenza di un certo mondo. Che è la coscienza dell'Italia. La lingua dell'Italia. Il potere più potere della Repubblica, inscalfibile, intramontabile.
La Rai è potente, molto. Ma non è innocua. È l'Italia. Che è, non c'è più da dubitare, quella dei geometri, dei ragionieri, dei tecnici di laboratorio che prevedono i terremoti, dei guaritori di tumori, nel nome della mediocrità, e quindi dell'uguaglianza. Dei forcaioli ladri, professi. Dei forcaioli ladri professi in Parlamento. E in questa veste avere diritto a parlare alla Rai senza contraddittorio di tutto. A turno ben inteso, per la par condicio.
La Rai non è da sottovalutare anche perché ha infettato l'Europa. Che a una sola cosa è interessata mentre le case crollano all'Aquila: se e dove nella sua lunga giornata Berlusconi dirà una sciocchezza. Non l'ha detta, questa volta, e allora gliela fanno dire, nemmeno per cattiveria, per fare la giornata, la giornata del giornalista europeo è fatta così. Del giornalista dei grandi giornali, il “Times”, il “Guardian”, “Le Monde”, “El Paìs”. La mattina presto, quando sono ancora sobri. Dei grandi giornali che fanno l'Europa. Si capisce che il continente non sappia che altro dire.

lunedì 6 aprile 2009

Ma Bush ha vinto la guerra

La guerra al terrorismo islamico è sempre aperta, e sempre è insidiosa, come ogni guerra al terrorismo. Ma Bush l’ha vinta, poiché ormai da tre e quattro anni si combatte fra islamici in terra islamica. Indiscriminata, feroce, sempre determinata, ma si combatte in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Egitto, Arabia Saudita, da parte di arabi e islamici contro arabi e islamici. Bush ha vinto senza per questo perdere o indebolire le alleanze tradizionali con i paesi islamici, Turchia, Egitto, Pakistan, Arabia Saudita.
L’America ci ha rimesso tremila vite umane proprie, quante ne aveva perse nell’attacco dell’11 settembre. Ma i morti in guerra fanno parte del concetto imperiale della nazione americana. E anche le spese, che peraltro sono gonfiate per lasciare il segno più incisivo nella storia – il Vietnam più della guerra a Hitler, l’Iraq più del Vietnam…
Riguardando la vicenda a ritroso, d’altra parte, si scopre che l’America non aveva alternativa alla guerra. Una guerra qualsiasi, in territorio islamico. Non c’era trattativa possibile, né clemenza. Una mancata reazione avrebbe provocato più terrorismo, più esteso, più brutale. Come è avvenuto a Londra, e a Madrid.
Il terrorismo islamico può anche essere diffuso e volontaristico, la dottrina dei santuari può anche essere falsa e opportunista, ma sempre in guerra la forza è necessaria. E d’altra parte, se c’è qualcosa di falso nella guerra moderna e nell’attitudine imperiale americana, è proprio la pretesa alla guerra chirurgica, che pretende di incidere solo sul nemico dichiarato – un’estensione della guerra umanitaria, altra bugia.

Obama, il replicante

Parla Obama atono a raffica, senza passione, senza apparente intelligenza, senza nemmeno senso, parole su parole, poi fa passerella con la moglie en beauté, come a un reality, e su queste parole al vento si tessono strategie e speranze, multilateralismo e kennedysmo. Obama è contro le armi nucleari, per l’aria pulita, e per l’acqua abbondante. Bene. Cioè, ci mancherebbe, sono gli Usa quali li abbiamo sempre sentiti, belli, bravi e buoni. Ma l’Afghanistan? L’Iran? Israele? Ogni giorno Obama parla della crisi, ma siamo sempre a Clinton, al modello Wall Street o dell’“arricchitevi”.
Oppure, che è più vero, anche se per ora non si dice, è un mondo diverso. In cui c’è l’Asia e non c’è più l’Europa, per semplificare. E gli Stati Uniti sono Star Trek-Guerra stellari, dalla caduta del Muro sempre in una qualche guerra, anche due e tre insieme, remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono - Obama ha perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l’aquila dello stemma, guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una madre fattrice bianca di cui altro non si sa, educato nelle remote Hawai da vecchi saggi, in figura di nonni.
Ma ci sono costanti nella politica Usa, anche ora dopo la mutazione genetica, e quali che siano i discorsi dei presidenti. In politica interna è, sempre dopo Kennedy, il giovanilismo. In politica estera la costante è l’unilateralità, perfino violenta, e la succedaneità di ogni alleato o federato – con l’eccezione, oggi, della sola Cina.
Il multilateralismo era stato già impostato da Kissinger con Nixon, e poi elevato a dottrina nel 1976 con la crisi istituzionale americana. Ma solo nel senso di dettagliare accademicamente in quattro grandi aree, più gli Usa, le problematiche mondiali. Nei fatti si tradusse nella definitiva emarginazione dell’Europa dagli affari mondiali, il petrolio e il dollaro, e nell’apicalizzazione dei rapporti mondiali sugli Usa, dell’Urss, della Cina, e del Terzo mondo (non allineamento, cooperazione per lo sviluppo, Opec), che prima si potevano interconnettere fuori del controllo degli Usa.
È un multipolarismo particolare, questo del paese che ignora la geografia. Anche se il multipolarismo di Kissinger, e ora di Obama, è quello di Carl Schmitt, delle proiezioni regionali di un centro unico. L’impero Usa è tutto in Schmitt, su cui Kissinger teneva seminari nei primi anni Cinquanta, uscito appena il filosofo ex captivitate - il mondo multipolare è una novità di “1984”, il fantaromanzo di George Orwell, che lo divideva in tre, Oceania, Eurasia, East Asia, per Oceania intendendosi l’atlantismo. L’America è continentale e insulare. È questo semplice fatto che la pone, soa, al centro del mondo.
Per kennedysmo s’intende probabilmente il discorso di Berlino, oltre che la solita immagine del presidente giovane, longilineo, bello. Ma i Kennedy hanno creato il castrismo, cioè la rottura con l’America Latina, che tante guerre poi ha portato, golpe, stragi, e ancora oggi perdura. E il Vietnam, che il mondo inchiodò alla guerra fredda, dopo il promettente disgelo degli anni di Eisenhower, per un trentennio probabilmente in eccesso sul necessario.

Teheran si disinnesca a Mosca, col gas

Il distinto tocco da Terzo mondo che Obama ha portato alla Casa Bianca, seppure in stile afroamericano, inciamperà presto nell’Iran. Che non è Terzo mondo, come Obama sembra pensare, una pacca sulle spalle, un conto in Svizzera e via, anche se qualcuno gli ha detto che è un paese antico. Non è peraltro colpa sua, l’America non ha un’idea dell’Iran: non l’ha avuta al tempo dello scià, quando poteva diventare il suo fortissimo baluardo al centro dell’Arco della Crisi, una Turchia dieci volte più unita e determinata, né al tempo di Khomeini evidentemente, che pure ha portato in trono, e neppure dopo, al tempo di Reagan e dell’Iran-Contra, delle armi iraniane per gli insorti nicaraguegni filoamericani – l’America è sempre la stessa, con Obama e senza. Malgrado i buoni propositi, e Obama non ne tralascia uno, non c’è incontro in vista tra Washington e Teheran.
Il fatto è naturalmente augurabile, e comunque bisogna non precipitare la situazione già difficile, e alcuni punti fermi si stanno mettendo a punto a Roma. Non per l’America, che sa tutto quello che vuole sapere e non chiederebbe mai una mano, non l’ha mai chiesta, ma per l’Europa. Che non aggravi la situazione, già molto a rischio con l’atomica. Il punto fondamentale è che l’Iran deve avere una contropartita. Ciò è vero di qualunque trattativa, ma l’America ha il vizio di dimenticarselo. L’unica contropartita che possa interessare a Teheran è il riconoscimento del ruolo di potenza regionale, a scapito del Pakistan e dell’Arabia Saudita, ma anche questo è da non mettere in conto, gli Usa hanno “creato” le potenze Pakistan e Arabia Saudita, e le tengono in piedi, benché ondeggianti. E per una volta che hanno tentato di dare a Teheran un ruolo hanno sbagliato il terreno, scegliendo la religione: gli iraniani, e gli ayatollah con loro, non sono una chiesa, non sono interessati a compartecipare la religione con il confinante Iraq, pensano e operano ancora in termini di confronto con gli arabi, siano essi pure della comune confessione sciita.
Su due punti specifici però l’Europa può agire per disinnescare Teheran: uno è Mosca, l’altro è il gas. Una politica di apertura verso la Russia, invece dei dispetti alla Sarkozy, è possibile all’Europa su molti fronti: l’entrata nella Wto, la ristrutturazione dell’industria dell’energia, le infrastrutture. La Russia, che non ha anch’essa un vero interesse ad armare l’Iran con la Bomba, potrebbe arrestare la cooperazione nucleare all’industria civile. L’Iran, che non ha più molto petrolio, ha invece tantissimo gas. Il Golfo Persico, che Teheran stava per mettere in produzione dieci anni fa prima della scelta nucleare, ha le maggiori riserve al mondo. Svilupparle, per il consumo interno dell’Iran e con contratti di esportazione, renderebbe ingiustificata la scelta nucleare. Che, non si dimentichi, sta svenando l’Iran.

Ma Berlusconi è in Europa un gigante

Nello sketch di Berlusconi e della regina, o peggio dei signori e le signorine dei media sulla regina e Berlusconi, è tutta l’insipienza, l’inconsistenza, dell’Europa: non è nemmeno buona snob, si fa superiore di niente. L’area più ricca del mondo, l’area ricca più grande, non sa nemmeno arricciare il naso, incistata nei salamelecchi di Bruxelles e gli officianti di quarta linea, socialisti spagnoli senza posto, grassi democristiani. Senza un ruolo, che non sia in subordine a Obama, alla moglie di Obama, all’orto degli Obama, rigorosamente organico certo, e ai loro portavoce. Senza un’idea sulla crisi, a parte dirsi vittima degli Usa, povera stella, sull’Afghanistan, la Russia, la Turchia – effettivamente Berlusconi sembra un gigante in mezzo ai nani, se non altro per il buonsenso. Né sulla Cina, beninteso, o sul dollaro e la globalizzazione degli affari. Ma con la prosopopea di chi tutto sa e fa, meglio di ogni altro, la protezione dell’ambiente come la guerra all’islam.
C’è una nota fortemente ridicola in questo declino, in questo senso gli sketch di Berlusconi, e delle sue prefiche, fanno epoca e faranno storia. Specie nell’essersi appesa, e gongolante, al laccio che essa stessa ha teso, del dominio bruto, dell’imperialismo. Non fosse per la luce sinistra che essa proietta sull’intelligenza, sulla vuota razionalità – si connota così la razionalità per non dover andare a fondo sulle pretese della razionalità stessa. Su chi ha preteso e pretende d’insegnare al mondo a stare al mondo.

Il nuovo schiavismo, solidale

Un “negro” morto per ogni quattro che arrivano a destinazione: le proporzioni non sono (ancora) le stesse, ma le cifre dei “negri” morti in questi venti anni di tratta dell’immigrazione la apparentano alla tratta dei negri di quattro secoli fa. La stessa avidità, gli stessi favolosi guadagni, la stessa fredda indifferenza per gli immigrati morti. L’Europa che si vuole bella-e-buona, verde, pacifica, provvidenziale, riscrive al declino la stessa orrida storia di quando conquistava il mondo, con la stessa cattiva coscienza.
I morti reali sono tredicimilacinquecento, africani, asiatici, sulle rotte dell’Europa negli ultimi venti anni, secondo il calcolo di Fortress Europe. Da quando la manodopera senza diritti è servita a tenere l’Europa a galla nel mercato globale. Sui gommoni e le carrette del mare, sui campi minati in Grecia, sparati al muro spagnolo di Ceuta e Melilla, asfissiati nei tir. Con politiche dell’accoglienza da lager: il necessario per sopravvivere, in termini di alimentazione e di condizioni igieniche. Sono i morti di una guerra, per quanto buona si voglia l'Europa, e tanto più in quanto erano evitabilissime.
Leggi restrittive, quando si vogliono misericordiose, alternative alla morte, tengono l’immigrato in minorità al solo fine di poterlo sfruttare, a costi irrisori e senza contributi. Sotto la copertura della sicurezza, e dell’argine alla illegalità. Non si può dire in questo caso l’Europa assente, debole per incapacità o inefficienza: al contrario, per sfruttare il lavoro immigrato l’Europa ritrova tutta le sue forze, ancorché ipocrite. Sulla pelle degli immigrati prosperano le mafie, spesso in forma di cooperative, i trafficanti di ogni genere, le imprese, piccole e grandi, e le diecine o centinaia di migliaia di organizzazioni di cooperazione. Se non che un altro problema, certo secondario, è di memoria corta: anche nella tratta degli schiavi il solidarismo prosperava, quanti buoni documenti non ci ha lasciato...
Il fatto è che il business è lucrativo. Con un guadagno medio unitario per i trafficanti di 4-5 mila euro, alcuni processi lo hanno accertato, con basi in Italia a Milano e nel Nord, con la vittima in ostaggio (senza soggiorno e senza documento valido, il passaporto viene requisito), finché non ha pagato, ma guadagnando il minimo, e lavorando dodici ore al giorno, il cibo e le medicine a carico dell'assistenza pubblica, spesso anche il giaciglio per dormire e i vestiti. Roba da day after, in questa Europa bella-e-buona, piena di Suv e botulino, depilata, da Regno di mezzo sotterraneo, infernale.

venerdì 3 aprile 2009

Fini spiazza Casini

È l’ultimo incubo di Casini e i suoi, e ha già guastato l’aspettativa prima trionfante delle Europee: l’incubo dell’ex An. Con Lombardo che si aggancia a Storace, alleanza irrecuperabile, e sottrae a Casini buona parte della fidata Sicilia. Mentre Fini ne spiazza ogni posizione sul fianco progressista. Dalla Legge 40 agli immigrati, le ronde, gli ammortizzatori sociali, Casini si sente tallonato strettamente dal presidente della Camera. Non ultimo sulla sua stessa presidenza della Camera, due legislature fa.
In più zone i segnali sono che gli udicisti, che non voterebbero mai Berlusconi, questione di pelle, voterebbero e anzi voteranno i candidati di Fini, se non saranno proprio indigeribili. Sempre contro Berlusconi, ma pur sempre a favore del Pdl. Una sorta di “voto utile”, sia per la funzione di governo, dalla quale i casiniani non sopportano di restare esclusi per un periodo di tempo lungo una legislatura, sia in funzione anti-berlusconiana. L’effetto sarebbe sensibile, oltre che in Sicilia, in Lombardia, nel Veneto e a Roma. Che è come dire quasi la metà dell’elettorato.
Questo Fini fa sognare molti democristiani, da Rotondi a Carra. Evolvendo sempre più verso Andreotti, l’ultimo eroe della saga bianca. Imprevedibile. Intaccabile perché solo, tra i pur tanti accoliti. Anche fisicamente.

I Pound, un romance di tre culture

Uno dei libri che resteranno del Novecento, trascurato per la stagione d’ombra che ricopre il suo personaggio principale, Ezra Pound. È un romanzo di formazione, e insieme un “parliamo tanto di me”, genere italiano recente che in America, dice l’autrice, ha una tradizione, da “The Education of Henry Adams” a “Song of Myself” di Whitman. All’incrocio fra tre culture, quella americana dei genitori Ezra Pound e Olga Rudge, quella tirolese della famiglia di Gais che ha allevato la bambina, e quella italiana che fa da sfondo a tutta la vicenda, personale e storica. “Avendo ormai oltrepassato l’Equatore, e scoperto che il tanto glorioso Kilimangiaro…. non può gareggiare in mistero e solennità col plan de Corones, che torreggia nella mia mente..”, così comincia e si cifra il racconto. Che però resta aperto e incerto, basandosi sulla mente sgombra, di archivi, lettere, reperti – “la mia ignoranza e immaturità, soprattutto politica, hanno subito vari aggiornamenti negli ultimi vent’anni”, avverte l’autrice all’edizione italiana.
C’è lo storione familiare, col nonno Omero, le due famiglie di Ezra, e Plan de Corones con Gais al centro, un altro mondo, forse la parte migliore del racconto. E ci sono Venezia anteguerra, Rapallo, Vivaldi all’Accademia Chigiana, il collegio a Firenze, la guerra. Col difficile impegno\disimpegno di Ezra, uno sempre preciso, e quindi confuso, nelle sue cose politiche. Che sarà l’unico “italiano” condannato per crimini di guerra, seppure al manicomio. Il racconto della repubblica di Salò nel Tirolo e poi a Cortina è anch’esso unico: “I Tirolesi, a quell’epoca, con grande impegno davano la caccia alle streghe, cioè agli Italiani”, e anche Maria, benché impegnata “alla raccolta delle patate”, vi è coinvolta – “in fondo, da brava tirolese, non mi fidavo degli Italiani”. A Brunico i Tirolesi tirano fuori dalla cantine le opere d’arte nascoste per venticinque anni agli Italiani, per esporle in un orgoglioso museo tedesco, e farsele trafugare dai veri Tedeschi. Seguono pagine impareggiabili sulla fine della guerra a Cortina, tra centinaia di soldati tedeschi imboscati negli ospedali, e partigiani affaccendati che non se ne curano. L’annuncio a Cortina che Hitler “è morto combattendo” vale da solo la lettura.
Uno dei pochi libri residui del Novecento italiano. Pubblicato inizialmente in America, è stato riscritto nel 1973 in italiano. Che resta in definitiva la lingua e la cultura dominanti di Mary de Rachewiltz. La bambina “tirolese” Maria i genitori di sangue costrinsero a parlare italiano fino ai suoi quindici anni, e al collegio a Firenze “La Quiete”. Finché nel 1943 Ezra la delegò a trasporre in italiano i “Cantos”. La storia personale è anch’essa sempre viva, l’impossibilità per Maria-Mery di conquistare l’affetto materno.
Mary de Rachewiltz, Discrezioni

La storia in Italia come complotto

Con questa “Storia falsa” sono tre i lunghi saggi di Canfora su un falso degli sbirri di Mussolini, per incastrare Gramsci in carcere, e metterlo in urto col suo partito. Si tratta di un falso e di personaggi che si presterebbero a un’animazione densa di figure e di motivi, una farsa, una commedia dell’arte rediviva: i capi deficienti del partito Comunista negli anni 1930, roba da non crederci, gli sbirri cav. comm. (comm. Nuti, comm. Bellone, comm. Lucani, comm. Chiaravalloti, cav. De Santis, cav. Pastore), uno Sraffa opportunista, una Alma Lex di cui basta solo il nome (ma chi era Alma Lex? certo, era moglie di Terracini, era lettone, e poi?), Gramsci, il fondatore e ispiratore del grande partito Comunista d’Italia, lasciato solo con le sue donne russe. Nonché i tanti comunisti di primo piano informatori di polizia, Viacava, Silone, Ostéria, il marittimo genovese al quale il Partito aveva affidato l’espatrio dei suoi dirigenti nel 1926, che sarà attivo ancora a fianco di Parri vent’anni dopo.
Ma Canfora, pure uno dei migliori scrittori contemporanei, autore di memorabili narrative a base filologica, “La biblioteca di Alessandria”, “La sentenza” (l’assassinio di Gentile), “Il comunista senza partito” (Arthur Rosenberg), ci rinuncia. “La storia falsa” è puntigliosa, con subordinate che perdono il lettore più impegnato, e astiosa. Per dimostrare non tanto l’evidenza dei fatti (la falsificazione da parte dell’Ovra di una lettera di Ruggero Grieco, il futuro segretario del partito Comunista, a Gramsci, Terracini e Scoccimarro in carcere), quanto perché la verità, accertata da Canfora già nel 1989, non gli è stata e non gli viene pacificamente riconosciuta. Da maestro di scuola vecchio comunista. Che tuttora, dopo venti anni, invettiva aspro ogni altro studioso e testimone della vicenda: Sciascia, i socialisti (craxiani: “la pubblicistica craxiana (da Sciascia a un certo Landolfi)”, questo è lo stile), nonché i postcomunisti e, non volendolo, pure l’amato Togliatti – oggetto di numerosi libri di Canfora, tra essi “Un ribelle in cerca di libertà”.
Il tutto preceduto da cento pagine sulla manomissione del “testamento” di Lenin. Anche qui l’animazione s’intravvede vivace ma nell’ombra: la solitudine di Lenin tra le donne, la moglie, la sorella e cinque o sei segretarie spie di Stalin, la stolidità politica di Trockij, inimmaginabile, la mediocrità di tutta la dirigenza sovietica, che Stalin giustamente irride. Il “testamento” è l’archetipo comunista del complotto, almeno a partire dal 1956, dalla destalinizzazione, e solo questo interessa a Canfora, come ci si è arrivati. Anche se il contesto sarebbe molto ricco e denso, e comunque per uno storico doveroso.
Orfani del Muro
Il complotto è semplice. Si può liquidarlo con Popper, con la “teoria sociale della cospirazione”, o più esattamente con la “teoria cospirativa della società”: è un difetto dello storicismo e delle scienze sociali, spiega il paziente sbrogliatore di ghiommeri inutili, contrario peraltro al loro vero fine, di credere che “la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev'essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo”, mentre invece si sa che ad “azioni umane intenzionali” seguono spesso “ripercussioni in intenzionali”, e che solo una parte dei progetti si realizzano, e ciò tanto più nella cospirazione – “cospirazioni avvengono…. ma poche alla fin fine hanno successo”. Si può anche farne la storia: un mondo abbiamo creato che sfugge alla nostra comprensione – a quella del popolo – e oscuramente temiamo, come un tempo temevamo l’oscura natura, proprio quando la natura abbiamo imparato a spiegarcela. Un mondo che ci porta a una paranoia doppia, poiché per governarlo ci affardelliamo di ideologia, che è già paranoia, in buona misura lo è. Ma la verità è un’altra, non si tratta di protocolli scientifici o sociali o storici sbagliati: il complotto viene comodo quando non si sa che dire o fare, o non si vuole.
Statisticamente, in Italia perlomeno, i complottardi sono vedovi e orfani del Muro. Che però, a differenza di quell’epoca, non parlano più della Cia. Non saranno l’ultimo trucco della Cia? Un anno fa era stato Giulietto Chiesa che con un libro e un film, “Zero”, aveva molto seriosamente, filologicamente?, ricostruito il complotto americano dietro l’11 settembre.
Infaticabile europarlamentare e blogger, ex funzionario Pci e sovietologo, sempre ben accreditato a Mosca, Chiesa il complotto americano lo voleva esibito, non genere per voyeurs segreti. Raccogliendo su di esso molti saggi di grandi firme, Franco Cardini, Lidia Ravera, Claudio Fracassi, Enzo Modugno, Gianni Vattimo. Chiesa si basa su una cosa che chiama “la prova di Gödel”: che “la quantità di proposizioni non dimostrabili è infinita”. E su questa “prova” costruisce il fastello dell’11 Settembre incognito, prova ulteriore, se ce ne fosse bisogno, dello strapotere e della strafottenza Usa. Che arriva, questo non si sarebbe mai immaginato, a perdere una guerra in casa in un’ora o poco più con Osama Bin Laden.
Recensendo “Zero” (Piemme, pp. 417, € 17,50), a suo modo il libro di un’epoca, questo sito rimproverò a Chiesa di aver trascurato un paio di fattori chiave. Uno era il petrolio: ”Col petrolio a cento dollari (poi 150, n.d.R.) i guadagni sono immensi per l’Arabia Saudita, patria di Osama, per la famiglia Bush, e per il Texas, feudo dei Bush”. Ma, soprattutto, la “prova di Gödel” che “Zero” mancava era che il complotto dell’11 settembre è iraniano. Elaborato a Teheran, è stato diffuso da Teheran dopo la guerra di Bush all’Iraq per dimostrare che i sunniti non possono essere gli autori dell'11 settembre, ne sono incapaci, e sono anzi traditori, al soldo degli americani, con tutte le “prove” che si sono lette e viste in Internet, e che Osama e al Zawahiri sono al soldo degli Usa. Con le code note, del complotto come delle comete e degli aquiloni: “Al Jazira”, che ha periodicamente da sette anni e in esclusiva i video di Bin Laden, e li trasmette a due passi dalla base americana più grande del Mediterraneo e del Medio Oriente, per aprire la quale l'emiro del Qatar ha fatto un golpe contro suo padre, è creatura e proprietà del medesimo. O non sarà della Cia? Bisogna insomma osare, il complotto non è mai abbastanza.
Dovendo, come Canfora giustamente vuole, riconoscere le paternità, bisogna riconoscerlo: il complotto è tema privilegiato degli ex comunisti: antimarxisti, se non mussoliniani senza saperlo, come i borghesi di Molière, hanno vissuto la loro storia da complottardi, e a maggior ragione ora la loro poststoria – non riescono a capire perché il loro dio è fallito. Il postcomunismo non è onorevole in questo, che si pensa vittima di un complotto. Della Cia naturalmente. E della Cia tramite i trucidi polacchi: Brzezinski, Woytiła, Glemp, e forse lo stesso Jaruzelski. Non staremo a dire come - non ce n'è bisogno. Ma Yakovlev, è accertato, il collaboratore di Gorbaciov, era una spia della Cia. E perché Andropov non lo era, capo del Kgb e dell’Urss, era l’uomo ideale della Cia. O già Dzerzinski, il fondatore sei servizi segreti sovietici, infiltrato polacco – all’epoca la Cia non esisteva. Se non è stato Gorbaciov il vero Reagan, il ruolo grande che il mediocre attore Usa non riusciva a impersonare. Essere comunisti, e pensare che il comunismo l’ha abbattuto la Cia…
Governare attraverso la crisi, coi poteri forti
Ma non si può tacere che il complotto – per invidia verso i “comunisti”? ancora quindi ci dominano ? - è una psicosi molto politica. È parte del famoso “governo a mezzo della crisi”, con le compatibilità, le priorità, le coperture, i vincoli costituzionali, una sorta di anima di ferro del potere che si camuffa dietro l’impossibilità di governare, l’acefalia governativa. La costituzione italiana non vuole un esecutivo, anche se dei suoi frammenti uno lo fa durare addirittura sette anni, una monarchia. E con la pratica parlamentare ha ulteriormente frammentato le briciole di esecutivo che la costituzione consente, disperdendolo in procedure lentissime, contorte e sempre sterili. Non è un segreto, anzi Andreotti l’ha proclamato e teorizzato, che una scienza del governo – del potere - si è formata basata proprio sull’impossibilità di governare. Di governare attraverso il Parlamento e l’esecutivo eletto. Non è l’Italia la patria inafferrabile dei poteri forti? Cioè segreti.
Non è la sola specialità dell’italico complotto. Mario Segni ha scritto al “Corriere della sera”, 14 giugno 2008, per difendere Mani Pulite. Ma aggiungendo: “È vero che, a partire dal processo Andreotti, si verificarono deviazioni a volte gravi”. Un lapsus, perché Andreotti è l’unico leader Dc, e quella andreottiana l’unica corrente, che Borrelli e Di Pietro abbiano risparmiato. Anzi, in una scena avulsa del golpe giudiziario, il procuratore fu a Roma in incognito, protetto da un cappellaccio, sotto il quale però si sa che c’era, per una missione segreta, nel corso della quale però si sa che incontrò Andreotti. Ma è chiaro ciò che Segni intende dire: c’è complotto solo per gli amici. Andreotti non sarebbe un amico dei Segni, se sono sue (sono sue) la carte con cui fu denunciato il piano Solo, che troncò la carriera di Antonio Segni, padre di Mario, capo della destra Dc prima di Andreotti. Ma in certi ambienti, specie al Sud, un certo tipo di amicizie si ricompongono.
Il complotto però non è una delle tante tare meridionali. È tipicamente romano, poiché è politico. È anzi andreottiano, benché Berlinguer lo abbia adottato, se è la politica del “governo attraverso la crisi”. È anche intellettuale, se non letterario, poiché copre larga parte dell’immaginario. Un vero fenomeno editoriale, con centinaia di titoli, molti di successo. Sul terrorismo e chi (non) ha messo le bombe – chi le ha messe si sa. E su Berlusconi: Berlusconi e la mafia, Berlusconi e la droga, Berlusconi e la massoneria, e le sue televisioni, le sue finanziarie, le sue case, gli affari con Putin, Gheddafi, Erdogan, Aznar e i suoi congiunti, le vacanze di Blair, le mogli di Sarkozy – mancano le donne: Berlusconi e le donne ogni tanto si tenta d’imbastire, ma ancora non c’è. È solo ultimamente esercizio privilegiato degli ex Pci, Ersatz di una storia in qualche modo approfondita, e perfino di un’autocritica, di un minimo impegno morale.
È però a Sud il luogo per eccellenza del complotto, se tale si considera il Medio Oriente. Nei romanzi ma non soltanto: avendolo praticato per alcuni decenni, il complotto vi è solo evidente. E non per sé, per i tanti intrighi, putsch, colpi di mano, assassini politici, ma per la sua natura, come Ersatz di ogni politica.
Non senza implicazioni in Italia: non sarà il complottismo un caso di levantinismo? più che di marxismo volgare? Molte suggestioni l’ipotesi fa emergere, anche se, essendo il complottismo in Italia settentrionale e non meridionale, romagnolo, milanese, bisognerebbe legare il Nord al Levante…
La Terza Repubblica (francese)
L’Italia, arguisce Canfora senza saperlo con la storia di Pierre Cot, il ministro radicale che era spia di Mosca, e per questo, forse, filomussoliniano, è una copia della Terza Repubblica francese, Mussolini compreso, e malgrado la Liberazione. Dello Stato degli intrighi: delle raccomandazioni, della corruzione, degli arricchimenti illeciti, dalla manomorta agli appalti, e del sottogoverno, non solo alla Rai. Anche questa è traccia solida da esplorare, più del Levante.
La Terza Repubblica francese si era data il compito, più volte rinnovato, arguisce Simone Weil nel lungo saggio “Radici” che meglio legge la contemporaneità, di “affossare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità”, ossia la giustizia. Inducendo il disprezzo della funzione politica che ancora ci affligge, dello Stato, la polizia, le leggi, e della politica: “La nostra epoca è talmente avvelenata di menzogna che muta in menzogna tutto ciò che tocca”. Del resto, veniamo da un’epoca, notava la filosofa, “ in cui molte brave persone, che pensano di essere lontanissime da ciò che Lévy Bruhl chiamava la mentalità pre-logica, hanno creduto alla magia delle parole molto più di qualsiasi selvaggio”, non c’è oltraggio impossibile, dei letterati compresi.
È però vero, tornando all’incontestato, che nel Medio Oriente le storie di complotti vi sono infinite. Si prenda il Libano, gli Hezbollah del Libano. Come Al Qaeda, l’organizzazione ha un vertice irreperibile ma loquace. Parla spesso da un rifugio segreto il leader Hassan Nasrallah, un giovanottone. Nel Libano è quasi impossibile, perché il paese è piccolo, non ha i famosi passi inaccessibili di frontiera dei racconti afghani di Kipling, e tutto vi si sa. E tuttavia Nasrallah è inafferrabile. Finanziato da Teheran e armato dalla Siria. Ma alleato, tra i cristiani, con Michel Aoun, della Siria arcinemico perché gli ha ucciso un figlio. Giovanottone inconcludente, che i libanesi semplicemente considerano la longa manus di Israele, ogni volta che Israele ha bisogno di un diversivo alla frontiera col Libano.
In Africa peraltro, come in Sud America, i complotti sono perfino annunziati. In Nigeria, nel Ghana, per un certo periodo, in Liberia, nell’Africa francofona ovunque, viaggiando si sente sempre dire che questo o quel generale, colonnello o caporale si appresta a prendere il potere, spesso con la data prevista per il golpe.
La complottistica è insomma universale. E non solo terzomondistica. Gli americani, ricorda Barbara Tuchman, “La marcia della follia”, al capitolo sull’indipendenza americana, erano convinti di un complotto inglese contro di loro. Gli agenti inglesi erano convinti di un complotto rivoluzionario, che gli indipendentisti americani fossero manovrati – solo non sapevano da chi.
I complotti nella storia ci sono. Ma quasi tutti sono immaginari. Fanno la storia proprio per essere immaginari: minacciati, tentati, temuti, augurati. Per non saper pensare meglio. Per avere un nemico. Per spirito d’avventura, ma raramente.
L’argomento del progettoSecondo il giovane Engels “i complotti sono non solo inutili ma dannosi”. Ma l’idea del complotto non è senza dignità. Richiama l’“argomento del progetto” di William Paley e della sua “Teologia naturale”, che influenzò la formazione di Darwin e lo indirizzò all’“Origine della specie”. Se c’è un orologio, argomentava il teologo Paley, ci dev’essere un orologiaio. È l’argomento della creazione individuale, per cui c’è un progetto di Dio dietro ogni singola specie, era una “prova” dell’esistenza di Dio.
Ci sono specie e eventi senza progetto, non immediato, non specifico, non dichiarato. Geometrie complesse che anch’esse giustificano un complotto, proprio per essere inspiegate, inspiegabili. Il primo è forse quello della democrazia. Con la storia dei Quattrocento, tra essi Tucidide, che Antifonte mise insieme nella primavera del 411 contro la democrazia a Atene: “C’erano persone che mai si sarebbero credute”, rivela lo storico, e stabilisce un legame tra la congiura e una serie di delitti misteriosi. Oppure si può pensare che la storia vada per congiure. I Quattrocento di Antifonte, sostituendosi ai Cinquecento del consiglio eletto, calcolarono al millesimo le indennità loro dovute fino alla fine del mandato, e “le pagarono via via che quelli uscivano dalla sala”. La pratica dunque è perfezionata, se c’è da tempo anche un galateo del golpe. E si può pensarla fine a se stessa, come la argomenta Josef K., personaggio eponimo dei complotti, che Kafka nel”Processo” fa accusare di un delitto ignoto: “E ora il senso, signori, di questa grande organizzazione? È di far intentare dei processi senza ragione, e in gran parte pure, è il mio caso, senza risultato”. È che così c’è più suspense: la democrazia è altrimenti come i “Promessi sposi”, non vi succede mai nulla.
E se le cose occulte poi avvengono? Si veda negli Usa, dove se ne fa teatro giornaliero, a Washington, a Wall Street, e anche a Hollywood e a Broadway. C’è sempre un complotto della storia. Non si può dismettere il complotto, anche i bolscevichi presero il Palazzo d’Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria dimenticata aperta. Ma il golpe annunciato sa di classico, della disinformazione: “Ti butto un golpe tra i piedi”, si potrebbe dire.
Anche gli ateniesi dormivano “fuori la notte in armi”, narra Tucidide, quando uno spione s’inventò il golpe di Alcibiade - liquidato il quale fallirono la conquista della Sicilia, che li avrebbe resi padroni del Mediterraneo, e duemila anni di storia, e persero la stessa Atene. E sempre c’è il sospetto dell’ignoranza consapevole, il metodo socratico della verità simulata, far credere che si sa pure ciò che s’ignora. Che è il vizio della sinistra, la quale sapendo tutto quello che non sa pensa di doverlo denunciare come complotto. Per questo Bacone spregia la Fama, l’opinione pubblica: la natura del popolo essendo “malvagia e triste, e propensa alle novità”, i turbolenti se ne approfittano con “pettegolezzi, malignità, denigrazioni, ricatti”, per muovere alla “femminea invidia verso coloro che governano” – il complotto è femmina per il barone di Verulamio, la ribellione maschio. Il popolo sospetta di tutto, la democrazia ateniese è una serie di complotti, democratica solo perché spesso sovvertita – anche se sempre ci vuole un giudice per un complotto.
Congiura avrebbe più senso che complotto, filologico e storico, più onorevole. È anzi per alcuni la storia, Francesco Patrizi, o la rivoluzione. “Fra tutte le imprese degli uomini nessuna è grande come la Congiura”, scrive l’abate di Saint-Réa, lo stesso della “Congiura degli Spagnoli contro Venezia”, allievo dei gesuiti: “(Sono) questi i luoghi della storia più morali e istruttivi”. La retorica è politica - così com’è storia e giustizia, là dove modella la storia e la giustizia. E molta politica è retorica, un bel dire - Marx lo scoprì di Machiavelli, che riscriveva Sallustio, “La congiura di Catilina”, o Tacito, che rifece Sallustio. E dunque il complotto è progetto politico, non rivoluzionario.
Nel 1975, o 1975, “L’Espresso” e “Panorama” pubblicarono ogni quindici giorni, o a turno ogni settimana, la storia di almeno un complotto, in cui si distingueva un certo ingegner Francia, nome d’arte. Il complotto suo più insidioso era infatti l’avvelenamento dell’acqua. Facile, chiunque può avvelenare l’acquedotto, classico, solitamente, nella preparazione dei pogrom, agli ebrei si dava il ruolo di avvelenatori dei pozzi, e francese, per la prima volta fu divisato nella Francia del dodicesimo secolo.
Erano facili anche perché erano complotti terroristici, quindi doppiamente segreti, non c’è chiave che dia accesso. Il terrore è il pesce nell’acqua, chiunque può mettere una bomba in una galleria della metropolitana, New York avrà quattro o cinquecento stazioni, ognuna con quattro e cinque uscite.
Ci saranno successivamente, anche se avvenuti prima, in base alle denunce del benemerito onorevole Andreotti, altri golpe. Uno nel 1970 vide protagonisti i Forestali di Gualdo Tadino, un commando di 23 elementi che doveva prendere d’assalto il ministero dell’Interno, ma s’intrappolò nell’ascensore che non funzionava. Era nell’ambito del golpe Borghese.
Il golpe del 1974, a opera di un commando di cinquanta uomini, doveva attaccare il Quirinale, sciogliere il Parlamento, e nominare Delle Chiaie comandante delle Forze Armate, nella calura di Ferragosto, lo capeggiava un odontotecnico della Spezia, che aveva segnalato alla mafia migliaia di oppositori da assassinare. La mafia è d’obbligo anch’essa, più della massoneria. Un piano alternativo della massoneria comunque non mancò, alternativo all’eliminazione fisica: prevedeva l’arresto del presidente della Repubblica in costume da bagno nella tenuta di Castelporziano, vicino Torvajanica, luogo dei complotti nella storia breve della Repubblica cominciata col caso Montesi. La Repubblica che cade in costume da bagno non è male, anche se nelle fattezze del presidente Leone.
Il golpe Borghese nel 1970 fu invece organizzato da Nixon, con due agenti della Cia, due soli. Lo hanno rivelato Remo Orlandini, un ragioniere che sognava per sé la gloria di Danton, e un notaio, Giordano Gamberini, che voleva lavorare per la Cia e non lo presero. Uno della Cia era invece un ingegnere della Selenia, il quale più volte aveva telefonato a Nixon in presenza del ragioniere – che però non sapeva l’inglese. Claudio Vitalone, il magistrato che condusse l’inchiesta, amico stretto dell’onorevole Andreotti, passò una notte insonne, racconterà all’“Espresso”, nel dubbio se mettere sotto accusa l’ex presidente americano. Feltrinelli invece voleva rapire Borghese. Anche lui preparava un complotto, sempre nel 1970, sotto forma di controcomplotto.
E tuttavia i morti ci sono stati, da Piazza Fontana in poi, in gran numero. Anche se senza golpe.

La Grande Congiura
Combattere le ombre dev’essere più dura che contro i mulini a vento. Anche la vigilanza non è mai bastante. Per esempio sulla storia: perché è oppure non è. E qui, bisogna dire, la massoneria ha più spazio che la mafia.
A proposito per esempio del Risorgimento: perché Garibaldi ha dato mezza Italia a quei citrulli dei Savoia? Obbedienza massonica, agli inglesi e a Luigi Napoleone, imperatore per burla, dei generali borbonici compresi, che alzavano le mani non richiesti. Fino al XX Settembre: si attese l’equinozio d’autunno per sparare una diecina di palle ad alzo zero contro il muro di Porta Pia – attenti a non beccare gli svizzeri – ed elevarle a epinicio sulla teocrazia. Ma non si può sapere, il riserbo si addice alla cultura laica, inespressa. Per questo anche Rabelais era massone, o Montaigne, o l’uno e l’altro. E Dante, sempre ante litteram - ma su Dante la fratellanza è divisa: molti gli appioppano la credenza che la terra fosse piatta, a lui e al Vaticano, e a Tolomeo. Sono un ramo, questi discorsi, della scienza del complotto, piace sapersi in mano a forze segrete – la negazione, in realtà, della politica.
La fratellanza viene da un’epoca in cui la filosofia la pensavano i ciabattini, i sarti, i mugnai, i muratori celti delle brughiere scozzesi, e i fabbri. Felice epoca democratica, il Cinque-Seicento, il mattino dei maghi. In cui la massoneria veniva fondata da un cattolico: l’architetto di Giacomo VI Stuart, infatti, William Shaw, cattolico in paese calvinista, si protesse dietro gli statuti dell’arte dei muratori. Perché il laicismo è solo cristiano. Era un’idea latina, il vangelo l’ha fatta propria, e così la chiesa, alla congiunzione tra Roma e il cristianesimo. Talvolta l’ha repressa, talaltra l’ha difesa. Non si saprebbe in materia andare oltre Croce, quando da patriota scriveva: “Io me la prendo con la Massoneria non già, come si fa d’ordinario, perché la giudichi perniciosa accolta d’intriganti e affaristi, ma appunto perché quell’istituto, originato sul cadere del Seicento, al primo fissarsi dell’indirizzo intellettualistico, plasmato nel Settecento, messo ora al servizio della democrazia radicale, popolato dalla piccola borghesia, rischiarato dalla cultura dei maestri elementari, rafforzato dal semplicismo razionalistico del giudaismo, è il più gran serbatoio della “‘mentalità settecentesca”, uno dei maggiori impedimenti che i paesi latini incontrino ad innalzarsi a una vera comprensione filosofica e storica della realtà”. Della complessità – la “mentalità settecentesca”, dunque, quella della ragione, sarebbe il complotto.
La grande congiura è l’idea, che Carl Schmitt sfiora voluttuosamente, di un cambiamento orchestrato in segreto tra Medio Evo e Rinascimento, sostenuta con decisione da René Guenon nella “Crisi del mondo moderno”: il più grande golpe della storia, la secolarizzazione del mondo. O il demonio all’opera, sotto forma di sovvertimento, che proietta l’individuo cristiano nel mondo opaco senza Dio.
Le personalità multipleIl complotto per la scienza è della stupidità. Ma bisogna credere all’inesausta capacità di male. Anche se, col diavolo, si torna a credere all’eterno.
Si sa com’è andata: la creazione venne male. Con la donna andò meglio, ma è peccatrice. Ci fu allora il gran pianto del diluvio, un pentimento generale, ma Noè ne profittò per ubriacarsi. Noè di cui tutti siamo in realtà figli.
È vero che “nessuno sale più in alto di chi non sa dov’è diretto”, avrebbe detto Cromwell. E Lord Cromwell adamantino scopriva un complotto ogni due mesi. Mentre un famoso complotto ebreo e socialista, come si sa, tenne la Germania alla fame per quasi quindici anni dopo la sconfitta del 1918.
Il gusto di nascondersi rientra peraltro nel fenomeno delle personalità multiple, attualmente collocato al capitolo dei disturbi associativi, che ricomprende la vecchia categoria dei fenomeni isterici. È un capitolo vago, toccando la dissociazione, nozione tra le più indefinite della psicopatologia. Forse perché etichetta malattie diverse, per causa e natura se non per manifestazione. Può rientrare fra i disturbi della personalità, l’inverso dell’istrionismo, ed è più spesso l’effetto di una patologia sociale o storica. Il sospetto, strumento di verità, si trasforma in un’ontologia conchiusa, la psicosi del complotto. Per cui un Hitler, per fare un esempio, fenomeno dichiarato e manifesto, viene avvolto di segreto, e ogni evento della vita quotidiana diventa assimilabile a Hitler. La vita, che si manifesta essendo, diventa non luogo e non ente.
È il caso a volte della verità, quando è netta, seppure non dichiarata,. Le bombe per esempio, degli anni a partire dal 1969, dalla fiera di Milano e poi da piazza Fontana, sempre a Milano, e le migliaia che sono venute dopo. Non c’è dubbio su chi da esperto le ha confezionate, chi le ha distribuite, chi le ha collocate, chi le ha innescate. E su chi ha deciso di farle confezionare, di che potenza, e quando e dove farle esplodere. Nonché su chi e come ha deviato le indagini, sempre, su piste che non portano in nessun posto – le forme del contenuto, direbbe Umberto Eco. Ma è una verità che bisogna tacere.
Kant perplesso
Il complesso del complotto è come la superstizione, pronuba la paura: si temono mali sconosciuti, e se mancano motivi certi di temere se ne creano d’immaginari - la paura, l’“ansiosa preoccupazione” di Hume, è il principio delle religioni.
Il complotto è il buio, dov’è impossibile distinguere i gatti, luogo d’insidie. È il Novecento. Che è il secolo del processo, costante, indistinto, interminabile: Kafka. Della demoralizzazione dell’Occidente: Spengler. Se per Occidente s’intende l’Europa. E del complotto. Per via della scoperta della libertà, o della guerra permanente, calda e fredda. Le due cose, legate, hanno effetto suicida. “La menzogna nuoce sempre agli altri, anche se non reca pregiudizio a qualcuno nuoce all’umanità”, è il famoso assioma di Kant nel corollario “Contro Hobbes” al quesito “Sul luogo comune: può essere giusto in teoria, ma in pratica non vale niente”. Sì, ma quando Constant gli obietta: “Un filosofo tedesco arriva a pretendere che verso degli assassini che vi domandassero se il vostro amico che essi inseguono non si sia rifugiato in casa vostra, la bugia sarebbe un crimine”, Kant è perplesso: “Riconosco di aver effettivamente detto questo, ma non mi ricordo dove”. E quando Constant insiste: “Nessun uomo ha diritto alla verità che nuoccia ad altri”, se la cava opponendo: bisogna “essere veridico (onesto) in tutte le proprie dichiarazioni”. Dalla verità alla veridicità. E all’onestà?
Ma il complotto spiega ogni cosa. Non cambia le cose, nemmeno l’ordine delle cose. E non è nemmeno inutile: è perdente, è il segno della sconfitta, che aggrava. Ma imbatticile è la sua logica, poiché incita alla difesa, che sempre è nobile. E poi la leggenda non mente.
Di complotti ce ne sarebbe uno, sostanziale, che sembra smentire questo assunto, dichiarato e dichiaratamente fascista, benché non denunciato dall’onorevole Andreotti. Fece nel 1974 molte vittime minando l’Italicus, un treno a lunga percorrenza in latino maccheronico. Un quattro agosto. Che è come dire quattro quattro quattro - agosto è l’ottavo mese, due volte quattro - o tre per quattro, numeri simbolici, i fascisti sono numerologi, i dinamitardi sempre sono spiritualisti. Ripetuto cinque anni dopo alla stazione di Bologna, ma sbagliando di un giorno la fatidica combinazione tre per quattro.
Ma non c’è contraddizione: sempre volano stracci. Il complotto è vero che è inutile, già Rousseau ne trovava l’idea superata: “L’eloquenza è oggi superflua, quando la forza pubblica fornisce tutta la persuasione necessaria”. È sempre vero quanto dice Kant, che “l’obbedienza senza spirito di libertà è la causa e l’occasione delle società segrete”. E la storia italiana, e la cronaca, si fa col segreto, la prova generale risale alla venerata carboneria, la radice da cui l’Italia è germogliata. Ma il segreto vale solo per chi non conta.
Che c’è di segreto a Washington o a Pechino, nella vecchia Dc come nel vecchio Pci, nella finanza laica e in quella cattolica? Sono dichiarati pure i ladri. È la democrazia che genera le società segrete, sono i suoi tiranti. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata con le redini, i paraocchi, la frusta, annunciata, prevista, perfino spiegata. Il segreto, ma meglio sarebbe dire la ricetta, è quello della lettera invisibile benché in mostra, il vero complotto naviga in superficie, ma i segni vogliono essere letti. Come i “segreti palesi” di Goethe, che per essere ordinari non piacciono alle menti fini.
Mentir vrai
La menzogna però, se è un’arma, è di difesa – è in fondo sempre il “mentir vrai” di Aragon, dire la verità mentendo. Anche quando è usata per attaccare e distruggere: non porta a una conquista, nessuno ha mai vinto nulla con la bugia costante. La società segreta è un ossimoro. E un’allitterazione. Certo, il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno arcano. Ma il segreto, se non si fa temere, che segreto è? “Che bella occupazione prepararsi un segreto”, dice Kierkegaard brillo, “che tentazione goderselo”.
Il complotto si lega non al sospetto ma all’ermeneutica. La teoria del complotto deve trovare i significati delle espressioni letterali, o delle forme o eventi apparenti. Ma l’ermeneutica è stata a lungo scienza di giurisperiti, oltre che dei teologi amanti della Bibbia, e poi dei materialisti storici. Si fonda sulla lettura dei significati impliciti. Non necessariamente sospettosa, alla Freud: è esercizio d’intelligenza.
La polizia invece è torpida. Il nemico non è la polizia, deviare l’ostilità su di essa sarebbe in artiglieria tirare direttamente sul falso scopo, invece di utilizzarlo per prendere la mira col goniometro. La polizia è neutra, la polizia non è lo Stato, noi siamo la polizia. Ma poi lo Stato siamo noi: la politica vuole cose, e per ottenerle deve individuare il nemico giusto. Il segreto fa parte della storia. Della storia di tutti, la polizia arriva in questa corsa seconda, e anche terza.
I Garibaldi dell’unità hanno dalla loro Simmel, e la religione. Il segreto, insomma la menzogna, eticamente cattiva, è sociologicamente utile. L’occultamento ricercato, argomenta il sociologo, è u-na delle massime conquista dell’umanità: “Tramite il segreto si ottiene un infinito ampliamento della vita”. La protezione del segreto non dura a lungo. Ma esso “offre, per così dire, l’opportunità di un secondo mondo accanto a quello rivelato, che ne viene influenzato nel modo più intenso”. Il segreto è utile per proteggere un movimento allo stato nascente: “Le società segrete costituiscono un’educazione altamente efficace del nesso morale tra essere umani”. E comunque, “non è il segreto a stare in connessione diretta con il male, ma il male con il segreto. L’immoralità si nasconde”.
“Forse sarò stato l’ultimo viaggiatore in Italia”, scrisse Stendhal in “Dell’amore”, legando il segreto e la reazione. L’ultimo viaggiatore felice: “Dopo la carboneria e l’invasione austriaca mai più uno straniero sarà ricevuto da amico nelle case in cui regnava un’allegria sfrenata”. La carboneria è assetto stabile dell’Italia, dove nessuno ha tenuto mai un segreto. Dice Garin che il principio base dell’ermetismo nel Rinascimento, e cioè dell’Italia, è che “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per realizzare i miracoli dell’unità”. È tutto nella carboneria, il ribellismo italiano è carbonaro: repubblicano e monarchico, socialista e sanfedista, diabolico e beghino, il ribellismo della bassa forza dell’esercito napoleonico, che in Calabria trovò fertile humus, con i sanfedisti e i massisti, da destra cioè e da sinistra – oltre che, equanime, come Calabrian Free Corps, per le guerre di libertà inglesi nel continente. E da lì risalì a Napoli e negli altri Stati italiani. Uccise Murat a Pizzo per conto del Borbone, e poi si rivoltò contro il Borbone – finanziata dal principe di Canosa, che del Borbone era ministro di Polizia.
Il segreto dichiarato è bello-e-buono. È il potere. È il contropotere che è pericoloso, segreto vero, all’ennesima potenza: il figlio che tradisce il padre, che tradisce la moglie, con un’amante, la quale ha un marito, che la tradisce con un agente segreto, che è l’uomo di qualcuno. Le vicende del terrorismo nella storia della Repubblica, che non ebbe più di auattrocento effettivi – il numero fatidico di ogni congiura dopo Antifonte? – tra uomini al fronte e salmerie, lo certifica. Col conforto del “Deuteronomio”, Le cose occulte appartengono al Signore”. Tanto più se è valida la legge di Richelieu, secondo la quale la forza dei ribelli è sempre dimezzata rispetto a quella dei tutori dell’ordine – per ogni ribelle, insomma, basta mezzo sbirro.
La penetrazione del misteroIl complotto è sempre materia di racconto fantastico, ci si sente trasportati in un romanzo di av-venture. Ma non innocuo. Si sa perché i romanzi d’avventure piacciono ai ragazzi: si sentono adulti tra i personaggi. Ma gli adulti dei romanzi di avventure sono modellati sui ragazzi. È difficile che un uomo di vent’anni vi si identifichi, o uno di trenta. Il complotto è magico. La magia ha il senso dei rapporti tra le cose, il complotto il senso degli eventi, accomunati dalla penetrazione del mistero. Il senso degli eventi normalmente viene post hoc ergo propter hoc, il prima spiega il dopo, logica a bassa intensità, ma anche con lo hysteron proteron: si gioca d’anticipo. Per prevenire la catastrofe, per provocarla? Il complotto è, era, della psicologia fascista. E dunque? È l’eredita assurda della Rivoluzione francese, che se fu qualcosa è un ritorno al Medio Evo, alla Magna Charta e altri statuti del Duecento, sotto la crosta spessa dei mediocri, che sempre sono sanguinari. Se Diderot e Rousseau fossero vissuti fino alla Rivoluzione gli avrebbero tagliato la testa. E c’è ch pratica il cogito interruptus, direbbe Eco, ferma la storia per farsi una sveltina. Montesquieu dice dell’occhio dell’uomo che, se fosse d’aquila, l’architettura sarebbe più complessa. Ma non bisogna farsene un complesso.
Je ne suis pas tout à fait un être réel”, diceva Benjamin Constant. Quando non ne poteva più di madame de Stäel. Ci sono situazioni che annientano, per evitarle ci si cancella preventivamente. È un vecchio gioco, quello di essere un altro: Garcia Marquez che è Balzac, “Cent’anni di solitudine” è tal e quale “La ricerca dell’assoluto”, come no, Proust Montesquiou, Eliot sua moglie, Brecht le tre mogli.
La Congiura ha radici altolocate. Non tanto Gilson e l’irruzione del moderno, la secolarizzazione, quanto Héraut de Séchelles con le quattro innovazioni: la patria in pericolo, la legge dei sospetti, un piede nei due blocchi, e l’ateo religioso – centauro nel Novecento socialfascista, fasciocomunista, cattocomunista, e in Italia socialliberale. Più un secolo di filosofia contro la tecnica e la democrazia che organizzano e livellano, a scapito dell’individualità e della conoscenza, manovrate evidentemente dal Maligno. Non grande filosofia, compresi i nichilisti massimi, Jünger, Heidegger, Nietzsche stesso, per quanto calligrafi. In alternativa alla rinascita del tomismo si è trovato il niente, o l’ateismo enfatizzato di Sartre e Malraux, che solo si vogliono falsari e ladri, soprattutto di belle donne, quelle che aprono la bocca allo stupore. Questa in sintesi la nostra Storia: il rifiuto della tecnica, cioè del mondo, cioè di sé e dell’essere. Che andrebbe ridetto: il rifiuto di sé, che si camuffa da rifiuto del mondo, cioè dell’incolpevole tecnica, e si estrinseca nella teoria e pratica del complotto. E la vita immalinconisce. Con l’intellettuale ridotto a mosca indiscreta che pensa d’avere in mano il fulmine e scaglia punzecchiature. Facilitando il progresso della tecnica, se promuove l’Autan. La rivoluzione per esempio è stata igienica, con Semmelweiss, poi, col fordismo, dei consumi di massa e, con l’automazione, del tempo libero. Ma non si può dire.
È come dice la Medea di Seneca a Giasone: “Cui prodest scelus,\is fecit”, chi ci aveva interesse è l‘assassino. È la rivincita dell’invidia contro chi ha, più soldi o più potere, o più fantasia, anche morbosa. Tutto certo è corruttibile, anche i buoni sentimenti - la fraternità non è arrivata con la ghigliottina? Aristotele tratta della compassione insieme con la paura. Cicerone la collega all’invidia. Arendt all’entusiasmo: il razionalismo e il sentimentalismo del Settecento non sono che due aspetti della stessa cosa, un bisogno di entusiasmo. Come andare allo stadio, per intendersi. Fabre d’Eglantine compose “Il pleut, il pleut, bergère”, e diede i nomi floreali al nuovo calendario, mentre ghigliottinava - prima di finire ghigliottinato.
Dei golpe il repertorio è invece acclarato, con ripetizioni, in filologia o nella storia: con l’eccezione delle guardie forestali tutto è già avvenuto. L’uccisione durante il tentativo di fuga è il modello Liebknecht. L’avvelenamento degli acquedotti è storia repubblicana, della repubblica di Spagna. O del repertorio gesuitico: sono i gesuiti che di solito, nella massoneria, avvelenano gli acquedotti. Anche, un tempo, gli ebrei. O si può pensare a un complotto degli olandesi, che, ancora nel Seicento, segretamente importavano, sotto forma di zanne di narvalo, e commerciavano il corno del liocorno, per purificare le acque avvelenate. E dunque torneranno i liocorni? Ma anche i forestali hanno tradizioni, e proprio all’Interno: era della Forestale il generale Clerici, l’ultimo capo della Polizia di Mussolini. Tutto è possibile, Hitler non cominciò sequestrando il capo dei vigili urbani di Monaco?
La storia, democratica, dei camerieriO sia il complotto la storia vista dai camerieri. Per cui Lenin è un generale tedesco, e Hitler è, anche questo si sa per certo, il papa Pio XII È storia sempre convincente. La Stazione Finlandia è un bel plot, verrebbe un bel film, con Lenin nel vagone piombato della Wehrmacht. Il vagone piombato è un avanzamento: nel precedente della storia il principe Ferdinando, pretendente al trono di Bulgaria, era rientrato a Sofia da Vienna nel 1913 nascosto nei gabinetti del treno, anche se si trattava dell’Orient Express, allora treno di lusso. Un altro tipo di storie vede l’oro manifestarsi in piombo, il piombo tramutarsi in colomba, e la colomba uscire candida da una pozza putrida, tutto in un soggetto e anzi in una persona, spesso in unità di tempo e luogo. Alcuni schemi logici aiutano, del tipo “da una parte...dall’altra”, oppure “o...o”. Sono logiche povere, messe a punto da francescani e domenicani alle prese con l’Inquisizione, alla portata di chiunque. Alla fine non si stringe nulla, ma se piace è divertente. È come allo stadio: si canta, si urla, ci si accoltella pure, senza guardare la partita. Non è dunque la storia dei camerieri disprezzabile, come Hegel voleva, e il conte Tolstòj, che metteva le mani avanti - “non si può essere grand’uomo per il servo, perché il servo ha un altro concetto della grandezza”: si può essere camerieri e eroi.
Il complotto è, come il giallo, genere democratico: ognuno è un detective, e basta poco per creare golpe a diecine, ordinari. Ma il giallo s’impone con l’enfasi sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Con la democrazia delle stesse situazioni, verbosamente realizzata da Agata Christie, che Eco tenta di nobilitare in induzione, che sarebbe poi la deduzione. Mentre si sa che non è così, e nella sherlockholmesiana e nel noir se ne vedono le tensioni, l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni. Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta, da candido maestro di scuola. Ma nessuno autore vero di gialli si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È insomma un gioco, ha ragione Kipling. Divertente anche, se non ci fossero i morti. Senza disprezzare il fenomeno secondario: indurre la credenza pubblica, il regime politico è ancora elettorale. Ma sui segreti non bisogna indulgere.
Il ricamo della storiaIl complotto è oggi realtà per apporti plurimi. Per essere il ricamo della storia, la traccia dell’antichista e del filosofo, la partita a scacchi che ricostruisce e disegna la trama. L’ipotesi è la cosa più sicura, tutto il resto è cao-s-uale. È la causa di Heisenberg - o ne è l’effetto. Il principio d’indeterminazione, Wittgenstein vi s’imbatté senza riconoscerlo: criticare è perturbare, analizzare è trasformare, riflettere trasforma il problema. È come in artiglieria, molto influisce l’osservatore. E il percorso: i venti, le ondulazioni del terreno, gli effetti ottici. Per l’impossibilità accertata di subordinare la verità di un enunciato al suo assetto formale. Ci sono tante verità quanti sono i percorsi per arrivarci. Lo sa per primo lo scrittore, la cui opera varia per le stesse condizioni materiali dello scrivere, oltre che per il suo stato di salute e l’umore. Nonché per Freud, in nome del quale, dice Auden,“viviamo ormai vite diverse” – anche se, Woody Allen l’ha scoperto, a tenerlo su è l’industria dei divani.
Un percorso è l’irriducibilità del caso o del disordine. E poi? Niente, non si esce dall‘unitas multiplex, il complotto eccolo qua. E si creano martiri, non per la causa, per il nemico. È straordinario. Con la parallela riscoperta del tradimento libertino, vicendevole, il tradimento fra traditori. Della coppia che fa l’amore pensando ognuno ad altro partner. Del doppiogiochista, il traditore che porta qualcuno a tradire, e poi lo tradisce. Che, è evidente, non è un gioco intellettuale. “Sono le idee più che gli interessi a dominare il mondo”, ha ben spiegato Lord Keynes, miglior marxista di Marx. Compresa l’idea dell’amico\nemico, un due che si fa uno, infiltrato. Karl Liebknecht, eroico socialista tedesco, oppositore lineare della guerra del kaiser, divenuto la bandiera dei servizi d’informazione francesi, cioè di disinformazione, passò in Germania per nemico del popolo.
Dei misteri non c’è un repertorio esauriente, non può esserci. La scienza è alle elementari: dell’acqua solo sa che è idrogeno e ossigeno. O dell’amore che è una reazione chimica, direbbe Ninotchka. Si continua a dire che il sole sorge e tramonta alcuni secoli dopo Copernico, il quale spiegò che a girare è la terra. L’uomo è inconciliabile con la realtà, la natura? In parte sì, per la percezione anteriore. Sarebbe diverso se potesse sapere tutto ciò che si dice a parte o si pensa, o vedere a 360 gradi, in orizzontale e in verticale: scomparirebbero forse allora alcuni tormenti non intelligibili, destra-sinistra, amico-nemico, elevato-ignobile. Non resta che Heidegger: “La curiosità per cui niente è segreto, la chiacchiera per cui niente è incompreso, danno a se stesse, cioè all’Esserci che le fa proprie, sicura malleveria di una vita veramente «vissuta»”. Ma l’idea del complotto prospera quando non c’è vera paura. Quando negli Usa si scoprì che Lee Oswald era stato a Mosca, era tra gli Amici di Cuba, ed era in odore di mafia, il presidente Johnson ordinò a Earl Warren di smontare il complotto. L’ipotesi mafia avrebbe scardinato l’assetto politico. Mentre il complotto comunista avrebbe reso la guerra necessaria, e al primo colpo quaranta milioni di americani sarebbero morti, Johnson si fece un rapido calcolo.
Il terrore si nutre dell’isolamento. Lo spiega meglio Lutero nel commento alla Bibbia, quando Dio crea la donna perché non è bene che l’uomo sia solo: “Un uomo solo deduce sempre una cosa dall’altra, e pensa tutto per il peggio”. Il complotto è esercizio logico prima che paranoico, e unisce tutti, quelli che convergono dall’isolamento. Tutto vi è ineluttabile, una volta recisi i ponti con l’esperienza, e con gli studi: come la gelosia, il sospetto si nutre di sé. Altra cosa dalla solitudine, dal dialogo con se stessi, che prepara all’incontro con gli altri e la vita. Chi sopporta se stesso sopporta meglio gli altri: nella solitudine, spiega Arendt, anche lei, “siamo sempre due-in-uno”. Nietzsche si fa in due a Sils-Maria uscendo dall’isolamento, il rischio professionale dei filosofi. L’originale di Dante, Bertram de Born, è quello che si porta la testa in mano, decapitato per aver seminato l’odio nella famiglia del re d’Inghilterra, di cui era consigliere.
L’inferno è per Platone invenzione del potere. Ma non c’era bisogno d’inventarlo, è quotidiano: il desiderio di morire caratterizza le prime figurazioni, ebraiche, dell’inferno. La politica si fa totalitaria in modo logico, perfino pulito. Col “ragionamento glaciale” che Hitler vantava e Stalin ha esercitato, introdotto in filosofia da Socrate. Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per i figli. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, disinvolto tra il rosso e il nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, anche lui, alla verità: è di Aristotele, il quale la fisica trasformò in dialettica, ma la metafisica volle realista. Gli scolastici fecero peggio, abbandonando l’esperienza.
Questo è tutto quello che c’è da sapere. Quanto al complotto, i circoncellioni, l’ala estrema dei donatisti, assetati di martirio, andavano in giro ad attaccare lite, organizzavano sontuosi banchetti d’addio, e poi si uccidevano buttandosi dalle rupi. Tutto bello e seducente - quello che spesso manca, in queste rappresentazioni, è l’ultimo atto. Si dice complotto per dire. Ma non c’è nulla da dire al complotto, se non tirarsene fuori. Il complotto non è onorevole, la vecchia sindrome della “reazione in agguato”. Popper argomenta che uno che vede complotti dappertutto o è un dogmatico o è un totalitario – ma, certo, chi è Popper?
Luciano Canfora, La storia falsa, Rizzoli, pp. 320, € 17