Il giorno dopo sul “Corriere della sera” le ragazze di Tarantini fanno miglior figura del “Corriere” stesso il giorno prima, e delle sue celebri giornaliste. Che le stesse hanno denunziato ampiamente il giorno prima, senza averle sentite, come prostitute. Sulla base di verbali giudiziari di cui affermano di non avere copia. È come un profumo di verginità, ancorché corrotta, stregonesca, a petto di vecchi inquisitori. E questo è il segno del degrado dell’Italia, che il suo miglior giornale sia peggio di ragazze di poca virtù.
Del degrado dell’Italia politica, poiché è di questo che si parla. Sotto la sferza della questione morale di giudici senza scrupoli, che sono essi stessi la questione morale. E dei giornali per bene: il “Corriere” fa parlare le ragazze, il giorno dopo, per accortezza avvocatesca, per poter far valere eventualmente in tribunale, su eventuali richieste di danni, un’informazione equilibrata. Dopo aver marchiato le stesse ragazze indelebilmente.
A Bari non ci sono dubbi in proposito, incluso nella redazione locale del quotidiano milanese. Dell’inchiesta sul magnaccia Tarantini sono depositari la Guardia di Finanza, un giudice Scelsi di cui finora mai nulla si è saputo, benché vada per i sessanta, e la cronista giudiziaria Sarzanini. La quale pubblica a intervalli regolari gli atti, non rilevanti penalmente, di cui è terminale il giudice. Il quale, il giorno della pubblicazione, si reca al “Corriere della sera” per chiedere la fonte dell’indiscrezione, che tanto pregiudizio reca al capo del governo. Facendosi opporre il segreto sulle fonti, sacro alla libertà d’informazione, e comunque la non disponibilità dei verbali stessi che sono all’origine dell’indiscrezione.
Una commedia? La Guardia di finanza fu nel 1994 latrice del celebre avviso di reato inconsistente, che, anticipato dal “Corriere della sera”, fece cadere il governo – anche quello era presieduto da Berlusconi. Sempre attiva sul fornte della informazione-disinformazione, con il suo efficientissimo Ufficio I, e capi ben sintonizzati politicamente, con D'Alema, con Visco. Ma nessuno ne mette in dubbio la correttezza. Mentre i giudici invece sono sacri, ancorché felloni, per definizione. Il giudice Scelsi è stato appena assolto dal Csm per la prima tornata delle indiscrezioni. Volendo credere alla libertà d’informazione bisogna accontentarsi di briciole. E su queste purtroppo il raffronto è poco lusinghiero, sul fronte della decenza oltre che delle curve.
Singolare è che alcune delle ragazze non conoscano Tarantini. Viene quindi il dubbio, il ragionevole dubbio direbbero i verbali, che Tarantini ha avuto i nomi da verbalizzare dagli inquirenti: vecchia pratica delle vecchie questure, anche se a Bari se ne occupa la Guardia di finanza. Mentre si sa che Sarzanini e Scelsi lavorano a pubblicare il contenuto delle telefonate tra Tarantini e Berlusconi. Che sono “decine e decine”, assicura Sarzanini, la quale naturalmente non le ha, lo sa per grazia infusa. Ma la pubblicazione passa attraverso il “pentimento”: Tarantini deve farsi processare, non scegliere il rito abbreviato, e in dibattimento chiedere le trascrizioni per potersi difendere. In cambio di che?
venerdì 11 settembre 2009
Frana il fronte intercettazioni
Si annuncia una frana parlamentare, invece che una diga, sul regolamento delle intercettazioni. Alla conta, a favore di Alfano, c’è già non solo Casini, ma anche una metà del Pd, compresi alcuni ex diessini, che apertamente criticano D’Alema. Il calendario vede ancora per un mese alcune levate di scudi in favore della libertà d’informazione: lo sciopero dell’altro sabato, e il congresso democratico. Ma quasi tutti gli ex popolari, che ormai si vedono minoranza dopo il congresso, eccettuati forse i soli Franceschini e Rosy Bindi, sono per una regolamentazione delle intercettazioni. Mentra tra gli ex ds monta il sospetto che il ritorno di D’Alema si regga su una nuova stagione di veleni giudiziari, attraverso i giudici di Bari e il “Corriere della sera”, che di tutto lo schieramento democratico privilegia proprio il pugliese ex presidente del consiglio.
La frana è avvenuta con la pubblicazione dei verbali di Tarantini. Che per molti sono stati la conferma di una rete molto vasta d’intercettazioni. Anche sugli stessi atti giudiziari. Conniventi all’evidenza alcuni apparati giudiziari. Che farebbero capo a D’Alema, oltre che al “Corriere della sera”. La prudenza tradizionale, e forse d’obbligo, su questi argomenti è all’improvviso abbandonata: se ne parla esplicitamente, e anche con forza polemica.
I vecchi Dc del qui lo dico e qui lo nego hanno cambiato pelle? Improbabile. Ma è come se la forza del partito della ingovernabilità, finora molto temuta, non lo fosse più.
La frana è avvenuta con la pubblicazione dei verbali di Tarantini. Che per molti sono stati la conferma di una rete molto vasta d’intercettazioni. Anche sugli stessi atti giudiziari. Conniventi all’evidenza alcuni apparati giudiziari. Che farebbero capo a D’Alema, oltre che al “Corriere della sera”. La prudenza tradizionale, e forse d’obbligo, su questi argomenti è all’improvviso abbandonata: se ne parla esplicitamente, e anche con forza polemica.
I vecchi Dc del qui lo dico e qui lo nego hanno cambiato pelle? Improbabile. Ma è come se la forza del partito della ingovernabilità, finora molto temuta, non lo fosse più.
giovedì 10 settembre 2009
Berlusconi è finito, come genere letterario
Potrà fare i suoi fuochi ora in tribunale, poiché si querela contro tutti, ma in libreria è finito: il fenomeno Berlusconi ha saturato i lettori. “Papi”, prontamente sfornato come lettura estiva dagli specialisti sulle sue avventure con le minorenni, come diceva la consorte donna Veronica Lario, ha fatto il record dell’invenduto. Le cataste prontamente ammucchiate in libreria sono rimaste lì: il libro è molto sfogliato, la prima copia, ma la pila resta intonsa, la curiosità, si vede, non regge alla decisione acquisto. Ora è in offerta a forte sconto.
Il genere non incontra più. C’era una scelta di una sessantina di titoli ancora un paio di estati fa, col centro-sinistra. Ora ce ne sono sei: questo e un altro dello stesso Travaglio, uno di Sartori, i due velenosi ricordi senili di Deaglio e Andrea Camilleri, di cui Berlusconi sembra occupare la vita, e il sesto è di Zappadu. Sono tanti quanti quelli sui “comunisti”, genere che Pansa riesce malgrado tutto a tenere in vita.
È stanca evidentemente la stessa editoria. “Papi” era uscito “per il 25 luglio di Berlusconi”. Inizia rivolgendosi “al colto e all’inclita”. E finisce con “la voglia di espatriare è forte”.
Travaglio-Gomez-Lillo, Papi, Chiarelettere, pp. 331, € 15
Il genere non incontra più. C’era una scelta di una sessantina di titoli ancora un paio di estati fa, col centro-sinistra. Ora ce ne sono sei: questo e un altro dello stesso Travaglio, uno di Sartori, i due velenosi ricordi senili di Deaglio e Andrea Camilleri, di cui Berlusconi sembra occupare la vita, e il sesto è di Zappadu. Sono tanti quanti quelli sui “comunisti”, genere che Pansa riesce malgrado tutto a tenere in vita.
È stanca evidentemente la stessa editoria. “Papi” era uscito “per il 25 luglio di Berlusconi”. Inizia rivolgendosi “al colto e all’inclita”. E finisce con “la voglia di espatriare è forte”.
Travaglio-Gomez-Lillo, Papi, Chiarelettere, pp. 331, € 15
Quando c'era la Cortina di ferro - 6
Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano (unica eccezione domenica il supplemento culturale del “Sole 24 Ore”, che ha dedicato agli avvenimenti due pagine): il comunismo sovietico che finisce nel disonore
14 settembre
L' ESODO CONTINUA SENZA OSTACOLI FINO AL 7 OTTOBRE
FRANCOFORTE - La grande ondata dall’Est sembra essere esaurita. Rimane qualche rivolo qua e là, tra il lago Balaton, la capitale e la frontiera cecoslovacca: i trenta ancora nel campo profughi di Budapest in attesa di documenti nuovi perchè hanno smarrito la carta d' identità della Ddr; i pochi ritardatari che hanno rimandato fino all' ultimo la decisione di lasciare il loro paese per ricominciare da capo; altri due o trecento che stanno lentamente mettendosi in moto, senza fretta, perchè il confine tra l’Ungheria e l’Austria resterà aperto per altre tre settimane, fino al giorno del quarantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, il 7 ottobre. Da quel giorno ritorneranno in vigore le clausole del patto, sospese domenica scorsa, in base alle quali nessun cittadino della Ddr potrà superare senza un visto valido la ex cortina di ferro. Secondo gli ultimi dati forniti dalla polizia, alle 12 di ieri erano arrivati in Germania 12 mila 300 Fluechtlinge.
16 settembre
L’UNGHERIA NON CEDE “L' ESODO CONTINUERA”, di Andrea Tarquini
BUDAPEST - Nel Patto di Varsavia la guerra diplomatica scatenata da Honecker continua, la controffensiva ungherese guadagna impeto. Berlino Est abbassa il tono, sembra pronta a negoziati a livello di esperti con Budapest, quindi in sostanza ad accettare la soluzione negoziata proposta dai magiari per una revisione del trattato. Da Praga che teme il contagio delle riforme e dalla Romania con un pesantissimo discorso in toni staliniani pronunciato da Ceaucescu in persona vengono bordate più violente. La Cecoslovacchia prepara forse rappresaglie economiche e commerciali, ma l’Ungheria usa toni più risoluti: “Siamo decisi a fare di tutto per la cooperazione con gli alleati, ci dice il viceministro degli Esteri Laszlo Kovacs, numero due della diplomazia ma non siamo disposti, per avere buone relazioni, a pagare il prezzo di subordinare i nostri interessi nazionali agli interessi di altri paesi. Gli interessi nazionali di ognuno devono essere armonizzati, non subordinati”.
14 settembre
L' ESODO CONTINUA SENZA OSTACOLI FINO AL 7 OTTOBRE
FRANCOFORTE - La grande ondata dall’Est sembra essere esaurita. Rimane qualche rivolo qua e là, tra il lago Balaton, la capitale e la frontiera cecoslovacca: i trenta ancora nel campo profughi di Budapest in attesa di documenti nuovi perchè hanno smarrito la carta d' identità della Ddr; i pochi ritardatari che hanno rimandato fino all' ultimo la decisione di lasciare il loro paese per ricominciare da capo; altri due o trecento che stanno lentamente mettendosi in moto, senza fretta, perchè il confine tra l’Ungheria e l’Austria resterà aperto per altre tre settimane, fino al giorno del quarantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, il 7 ottobre. Da quel giorno ritorneranno in vigore le clausole del patto, sospese domenica scorsa, in base alle quali nessun cittadino della Ddr potrà superare senza un visto valido la ex cortina di ferro. Secondo gli ultimi dati forniti dalla polizia, alle 12 di ieri erano arrivati in Germania 12 mila 300 Fluechtlinge.
16 settembre
L’UNGHERIA NON CEDE “L' ESODO CONTINUERA”, di Andrea Tarquini
BUDAPEST - Nel Patto di Varsavia la guerra diplomatica scatenata da Honecker continua, la controffensiva ungherese guadagna impeto. Berlino Est abbassa il tono, sembra pronta a negoziati a livello di esperti con Budapest, quindi in sostanza ad accettare la soluzione negoziata proposta dai magiari per una revisione del trattato. Da Praga che teme il contagio delle riforme e dalla Romania con un pesantissimo discorso in toni staliniani pronunciato da Ceaucescu in persona vengono bordate più violente. La Cecoslovacchia prepara forse rappresaglie economiche e commerciali, ma l’Ungheria usa toni più risoluti: “Siamo decisi a fare di tutto per la cooperazione con gli alleati, ci dice il viceministro degli Esteri Laszlo Kovacs, numero due della diplomazia ma non siamo disposti, per avere buone relazioni, a pagare il prezzo di subordinare i nostri interessi nazionali agli interessi di altri paesi. Gli interessi nazionali di ognuno devono essere armonizzati, non subordinati”.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (42)
Giuseppe Leuzzi
Il tarì lo stesso Pirandello chiama arabo. Mentre è bizantino, spiega lo storico Placanica, tarion, taria. C’è un orgoglio arabo in Sicilia, per Bisanzio solo oblio.
Lord Russell, il filosofo di Cambridge che fu nel cuore di molti per l’impegno a favore del disarmo, ha visto nei suoi ricordi una Sicilia “nera”, girandole attorno col suo yacht.
Non era simpatico “Bertie” Russell, neppure ai suoi amici, che pure spesso poterono, in virtù della sua filosofia del libero amore, farsi con comodo le sue mogli, e perfino averne dei figli. Le sue quattro o cinque mogli alla fine sempre lo hanno odiato. Anche quelle dalle quali ebbe dei figli. E una lo ha lasciato proprio sulla famosa barca della Sicilia, nel 1950, quando ebbe il premio Nobel per la letteratura - un filosofo letterato non si è mai più visto, potenza dell’ego. Era una donna di quarant’anni, la metà dei suoi, dai capelli rosso fuoco, che l’aveva stregato quindici anni prima e poi lo ha odiato più di tutte - potenza dei diavoli di Sicilia? vedeva Russell nero per questo?
La giustizia negata. Mafia
È l’inferno di Swedenborg, retto dal potere: una eterna congiura di tutti contro tutti. Se non fosse farle troppo onore, è solo violenza.
La mafia è l’organizzazione sociale più stupida. Che non accumula ma si distrugge, sempre, in ogni circostanza, con ogni imprevedibile metodo. Ma è vero che è pervasiva. La famosa intervista di Barbara Berlusconi sul suo papi è tutta un insinuare, che si direbbe di gergo mafioso: dire una cosa per dirne un’altra, e magari il suo contrario, per chi possiede il codice, è l’avvertimento mafioso. Mafiosa è anche l’incontinenza della giovane plurimamma: in un periodo breve le interviste e le lettere delle sue donne non lasceranno nulla di Berlusconi, né la figura politica né l’impero economico, e la famiglia potrà finire, come tutte le famiglie di mafia, senza una seconda generazione.
Il linguaggio mafioso è diffuso non per la forza di penetrazione della mafia, come molti siciliani anche illustri amano fantasticare, ma perché è il linguaggio della stupidità.
Il problema della criminalità è la legalità.
Anche l’istinto, la pratica, l’uso sociale, insomma la razza – anche se l’estrema violenza si accompagna all’estrema mitezza e alla insouciance. Ma ci sono crimini dove non c’è la legge.
In tutte le vicende di mafia e antimafia sempre si viene prima o poi a sapere - lo dicono gli stessi inquirenti, quelli che vengono dopo - che carabinieri e magistrati hanno contatti e confidenza con i maggiori uomini di mafia (manca, per ora, solo Riina), e anche con i minori. Il fatto dovrebbe aprire un’altra prospettiva su mafia e antimafia, ma non viene rilevato. Per i cronisti è normale, insomma irrilevante: lo hanno sempre saputo, il loro nervo etico è ottuso.
All’inizio dell'accumulazione c’è sempre un sopruso, che qualche volta è un delitto, raramente è veniale. Non è una teoria di comodo, per frequentare senza arrossire ladri e imbroglioni. È come leggere un romanzo inglese del Settecento, prima del Grande Umido e del moralismo: De Foe, Richardosn, Fielding, Cleland rappresentano pianamente il mondo - questo mondo, di gente d’iniziativa, con le sue forche, gli assassinii, le torture, le prostituzioni, per quello che è. Ne ricavano personaggi, anzi, simpatici.
Anche Marx, in questo è molto Settecento. L’accumulazione originaria del capitale è rapina pura e semplice. Se dobbiamo accettare il capitale, dobbiamo accettare la mafia, la verità probabilmente è questa. Se vogliamo lo sviluppo, il progresso, la civiltà, l'iniziativa, dobbiamo accettare la conquista, la violenza, la prevaricazione? Il capitale.
Calabria
La Grecia ionica è la Calabria, il linguaggio è lo stesso: girarsi andando in moto per la curiosità, marciare in moto affiancati, conversando, fermarsi affiancati in macchina a parlare. Ma un greco ti agevolerà sempre il sorpasso, rallentando dove opportuno, spostandosi sulla linea bianca a destra, segnalando con la mano, un calabrese mai. Rallenterà nei percorsi a curve, accelererà nei brevi rettilinei, si sposterà sulla sinistra.
Questo, detto da un calabrese, potrebbe essere il “tutti i cretesi sono bugiardi” del cretese Epimenide. E un po’ lo è. Ma è vero che puoi cominciare le mille curve della Bagnara-Bovalino dietro un camion carico con rimorchio e arrivare dopo un paio di giorni – ti puoi fermare per una sosta ma non accelerare, è lui che per due giorni farà il passo.
Per ipotesi, un giorno che la Bagnara-Bovalino fosse percorribile, e non lo è dal 1951.
I calabresi siamo nervosi. Nervosissimi, e troppo sentimentali. Un niente ci fa infuriare, per eccesso di sensibilità. Che si chiama suscettibilità.
Quella che si chiama testardaggine è suscettibilità, la pointe francese – l’impegno prolungato anzi ci fa anch’esso infuriare.
Scrive Strabone, “Geografia. L’Italia”, 9: “Il fiume Alice, che divide il territorio di Reggio dalla Locride passando attraverso una profonda valle, ha questa particolarità riguardo alle cicale: quelle sulla riva locrese cantano, mentre quella sull’altra riva non hanno voce”. Il fiume che passa attraverso una profonda valle potrebbe essere la fiumara La Verde, che corre in un canyon d’insuperabile selvaggeria. “Un tempo”, continua Strabone, “veniva mostrata a Locri la statua del citarista Eunomo con una cicala posata sopra la cetra”. Locri che ora è sinonimo di morte.
Le leggi ebbero origine a Locri, i codici. Lo ricorda poco prima lo stesso Strabone: “Fra le prime novità introdotte da Zaleuco (di Locri) vi fu questa, che, mentre anticamente si affidava ai giudici il compito di determinare la pena per ciascun delitto, egli la determinò nelle leggi stesse, ritenendo che le opinioni dei giudici, anche intorno agli stessi delitti, potessero non essere sempre uguali come invece sarebbe necessario che fossero”.
Sarà stata qui l’origine della disgrazia, l’aver colpito l’autonomia dei giudici?
Da “Fuori l'Italia dal Sud”, 1993, p. 30:
“Alle elezioni faccio campagna per un mio amico. ‘Ntoni G. si giustifica dicendo che un suo cognato ha beneficiato di una riduzione di pena e che tutta la famiglia si è impegnata a raccogliere 200 voti per il ministro. È il 1968, ministro della Giustizia è Oronzo Reale, repubblicano. Alle elezioni i repubblicani agiungono esattamente 20 voti alle poche diecine che normalmente prendono, e per la prima volta eleggono un deputato in Calabria, l’ingegner Terrana”. Fu anche l’ultima.
Totò Delfino, lo scrittore recentemente scomparso che all’epoca era in politica alla provincia di Reggio, diceva che è attraverso don Stilo che erano stati comprati i condoni di Reale in cambio di voti. Don Stilo frequentava il paese perché collector di regalie per le sue opere di bene.
Misasi si faceva invece pagare i condoni con assegni di parecchi milioni. Lo dicono i Mammoliti, che hanno pagato per il loro fratello Nino, condannato a trent’anni per la faida con i Barbaro, e condonato da Misasi dopo dieci anni.
In precedenza si era detto di Misasi che si vendeva i posti nella Forestale.
È improbabile. Ho conosciuto Misasi, vice di De Mita, il “Sismi” delle lettere di Moro, per persona estremamente riservata. Ma è vero che ovunque nell’Aspromonte s’incontrano forestali mafiosi. Alcuni dichiaratamente, e quindi millantatori, il genere piuttosto dei confidenti - ma con l’uso privato dei gipponi aziendali, con cui pavoneggarsi nei paesi, ostruendo il traffico.
leuzzi@antiit.eu
Il tarì lo stesso Pirandello chiama arabo. Mentre è bizantino, spiega lo storico Placanica, tarion, taria. C’è un orgoglio arabo in Sicilia, per Bisanzio solo oblio.
Lord Russell, il filosofo di Cambridge che fu nel cuore di molti per l’impegno a favore del disarmo, ha visto nei suoi ricordi una Sicilia “nera”, girandole attorno col suo yacht.
Non era simpatico “Bertie” Russell, neppure ai suoi amici, che pure spesso poterono, in virtù della sua filosofia del libero amore, farsi con comodo le sue mogli, e perfino averne dei figli. Le sue quattro o cinque mogli alla fine sempre lo hanno odiato. Anche quelle dalle quali ebbe dei figli. E una lo ha lasciato proprio sulla famosa barca della Sicilia, nel 1950, quando ebbe il premio Nobel per la letteratura - un filosofo letterato non si è mai più visto, potenza dell’ego. Era una donna di quarant’anni, la metà dei suoi, dai capelli rosso fuoco, che l’aveva stregato quindici anni prima e poi lo ha odiato più di tutte - potenza dei diavoli di Sicilia? vedeva Russell nero per questo?
La giustizia negata. Mafia
È l’inferno di Swedenborg, retto dal potere: una eterna congiura di tutti contro tutti. Se non fosse farle troppo onore, è solo violenza.
La mafia è l’organizzazione sociale più stupida. Che non accumula ma si distrugge, sempre, in ogni circostanza, con ogni imprevedibile metodo. Ma è vero che è pervasiva. La famosa intervista di Barbara Berlusconi sul suo papi è tutta un insinuare, che si direbbe di gergo mafioso: dire una cosa per dirne un’altra, e magari il suo contrario, per chi possiede il codice, è l’avvertimento mafioso. Mafiosa è anche l’incontinenza della giovane plurimamma: in un periodo breve le interviste e le lettere delle sue donne non lasceranno nulla di Berlusconi, né la figura politica né l’impero economico, e la famiglia potrà finire, come tutte le famiglie di mafia, senza una seconda generazione.
Il linguaggio mafioso è diffuso non per la forza di penetrazione della mafia, come molti siciliani anche illustri amano fantasticare, ma perché è il linguaggio della stupidità.
Il problema della criminalità è la legalità.
Anche l’istinto, la pratica, l’uso sociale, insomma la razza – anche se l’estrema violenza si accompagna all’estrema mitezza e alla insouciance. Ma ci sono crimini dove non c’è la legge.
In tutte le vicende di mafia e antimafia sempre si viene prima o poi a sapere - lo dicono gli stessi inquirenti, quelli che vengono dopo - che carabinieri e magistrati hanno contatti e confidenza con i maggiori uomini di mafia (manca, per ora, solo Riina), e anche con i minori. Il fatto dovrebbe aprire un’altra prospettiva su mafia e antimafia, ma non viene rilevato. Per i cronisti è normale, insomma irrilevante: lo hanno sempre saputo, il loro nervo etico è ottuso.
All’inizio dell'accumulazione c’è sempre un sopruso, che qualche volta è un delitto, raramente è veniale. Non è una teoria di comodo, per frequentare senza arrossire ladri e imbroglioni. È come leggere un romanzo inglese del Settecento, prima del Grande Umido e del moralismo: De Foe, Richardosn, Fielding, Cleland rappresentano pianamente il mondo - questo mondo, di gente d’iniziativa, con le sue forche, gli assassinii, le torture, le prostituzioni, per quello che è. Ne ricavano personaggi, anzi, simpatici.
Anche Marx, in questo è molto Settecento. L’accumulazione originaria del capitale è rapina pura e semplice. Se dobbiamo accettare il capitale, dobbiamo accettare la mafia, la verità probabilmente è questa. Se vogliamo lo sviluppo, il progresso, la civiltà, l'iniziativa, dobbiamo accettare la conquista, la violenza, la prevaricazione? Il capitale.
Calabria
La Grecia ionica è la Calabria, il linguaggio è lo stesso: girarsi andando in moto per la curiosità, marciare in moto affiancati, conversando, fermarsi affiancati in macchina a parlare. Ma un greco ti agevolerà sempre il sorpasso, rallentando dove opportuno, spostandosi sulla linea bianca a destra, segnalando con la mano, un calabrese mai. Rallenterà nei percorsi a curve, accelererà nei brevi rettilinei, si sposterà sulla sinistra.
Questo, detto da un calabrese, potrebbe essere il “tutti i cretesi sono bugiardi” del cretese Epimenide. E un po’ lo è. Ma è vero che puoi cominciare le mille curve della Bagnara-Bovalino dietro un camion carico con rimorchio e arrivare dopo un paio di giorni – ti puoi fermare per una sosta ma non accelerare, è lui che per due giorni farà il passo.
Per ipotesi, un giorno che la Bagnara-Bovalino fosse percorribile, e non lo è dal 1951.
I calabresi siamo nervosi. Nervosissimi, e troppo sentimentali. Un niente ci fa infuriare, per eccesso di sensibilità. Che si chiama suscettibilità.
Quella che si chiama testardaggine è suscettibilità, la pointe francese – l’impegno prolungato anzi ci fa anch’esso infuriare.
Scrive Strabone, “Geografia. L’Italia”, 9: “Il fiume Alice, che divide il territorio di Reggio dalla Locride passando attraverso una profonda valle, ha questa particolarità riguardo alle cicale: quelle sulla riva locrese cantano, mentre quella sull’altra riva non hanno voce”. Il fiume che passa attraverso una profonda valle potrebbe essere la fiumara La Verde, che corre in un canyon d’insuperabile selvaggeria. “Un tempo”, continua Strabone, “veniva mostrata a Locri la statua del citarista Eunomo con una cicala posata sopra la cetra”. Locri che ora è sinonimo di morte.
Le leggi ebbero origine a Locri, i codici. Lo ricorda poco prima lo stesso Strabone: “Fra le prime novità introdotte da Zaleuco (di Locri) vi fu questa, che, mentre anticamente si affidava ai giudici il compito di determinare la pena per ciascun delitto, egli la determinò nelle leggi stesse, ritenendo che le opinioni dei giudici, anche intorno agli stessi delitti, potessero non essere sempre uguali come invece sarebbe necessario che fossero”.
Sarà stata qui l’origine della disgrazia, l’aver colpito l’autonomia dei giudici?
Da “Fuori l'Italia dal Sud”, 1993, p. 30:
“Alle elezioni faccio campagna per un mio amico. ‘Ntoni G. si giustifica dicendo che un suo cognato ha beneficiato di una riduzione di pena e che tutta la famiglia si è impegnata a raccogliere 200 voti per il ministro. È il 1968, ministro della Giustizia è Oronzo Reale, repubblicano. Alle elezioni i repubblicani agiungono esattamente 20 voti alle poche diecine che normalmente prendono, e per la prima volta eleggono un deputato in Calabria, l’ingegner Terrana”. Fu anche l’ultima.
Totò Delfino, lo scrittore recentemente scomparso che all’epoca era in politica alla provincia di Reggio, diceva che è attraverso don Stilo che erano stati comprati i condoni di Reale in cambio di voti. Don Stilo frequentava il paese perché collector di regalie per le sue opere di bene.
Misasi si faceva invece pagare i condoni con assegni di parecchi milioni. Lo dicono i Mammoliti, che hanno pagato per il loro fratello Nino, condannato a trent’anni per la faida con i Barbaro, e condonato da Misasi dopo dieci anni.
In precedenza si era detto di Misasi che si vendeva i posti nella Forestale.
È improbabile. Ho conosciuto Misasi, vice di De Mita, il “Sismi” delle lettere di Moro, per persona estremamente riservata. Ma è vero che ovunque nell’Aspromonte s’incontrano forestali mafiosi. Alcuni dichiaratamente, e quindi millantatori, il genere piuttosto dei confidenti - ma con l’uso privato dei gipponi aziendali, con cui pavoneggarsi nei paesi, ostruendo il traffico.
leuzzi@antiit.eu
mercoledì 9 settembre 2009
Quando c'era la Cortina di ferro - 5
Il “Corriere della sera” rievoca oggi l’autunno del 1989 in Germania con due pagine . Un’intervista a Johanna Schall, in cui la regista, nipote di Brecht, ricorda l’infanzia e l’adolescenza felici di là del Muro, e depreca la nuova Germania: “La mia irritazione contro questa «nuova» Germania è molto forte”. Un articolo sull’improbabile imbarazzo tedesco su Arminio. Gian Antonio Stella che svergogna la Casta di Mosca. E una chiosa avulsa di Claudio Magris su una riga di Carl Schmitt, che (non) avendo letto Däubler, “Aurora Boreale”, lo dice meglio del miglior Verdi, o Hugo - una tirata di orecchi di un maestro germanista a un germanico.
Storia? Impudenza? Allegria!
Storia? Impudenza? Allegria!
Il negazionismo nell'Olocausto
Dopo dieci anni dalla prima pubblicazione l’accusa risuona ancora più radicale. Rafforzata nella riedizione economica da tre appendici, sull’uso politico, e perfino privato, degli indennizzi ottenuti in Svizzera e in Germania per i sopravvissuti all’Olocausto: se i sopravvissuti sono milioni, argomenta Finkelstein, si alimenta il negazionismo. I capitoli originali hanno peraltro titoli forti: “il profitto dell’Olocausto”, “Truffatori, venditori e storia”, che ricostruisce i due falsi, di Kosinski e Wilkomirski, e “La duplice estorsione”, a danno della Svizzera e delle industrie tedesche. “Industria” Finkelstein intende in senso proprio, non di propaganda ma di interessi politici e privati. E non si può dissentire, i suoi sono fatti.
C’è la vecchia questione se l’Olocausto non sia da condividere con gli altri morti dello sterminio hitleriano. E ci sono le identificazioni tra ebraismo e Israele, e tra ebraismo e governo Usa, entrambe piene di rischi. Con derivazioni superflue, e per questo ancora più dannose: la negazione del genocidio armeno, per esempio, da parte dei Nobel per la pace Wiesel e Shimon Peres, e il tentativo di costruire un nazismo islamico, se non arabo.
Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, Bur, pp.369, € 9,20
C’è la vecchia questione se l’Olocausto non sia da condividere con gli altri morti dello sterminio hitleriano. E ci sono le identificazioni tra ebraismo e Israele, e tra ebraismo e governo Usa, entrambe piene di rischi. Con derivazioni superflue, e per questo ancora più dannose: la negazione del genocidio armeno, per esempio, da parte dei Nobel per la pace Wiesel e Shimon Peres, e il tentativo di costruire un nazismo islamico, se non arabo.
Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, Bur, pp.369, € 9,20
La scienza assente della politica
Sono gli articoli di due anni, sui temi di attualità. In realtà su Berlusconi, il sultano è lui. Che forse acceca l’illustre decano della scienza politica. Il quale finisce per avversare il bipartitismo, e cioè il governo che governa - Berlusconi è il sultano in quanto non ha antagonisti nel suo partito, ma è anche l’effetto del bipartitismo. Un libro notevole per le assenze: la Lega, il plebiscitarismo, sia pure invadente, la governabilità, il postcomunismo.
Giovanni Sartori, Il sultanato, Laterza, pp.IX, 171, € 15
Giovanni Sartori, Il sultanato, Laterza, pp.IX, 171, € 15
martedì 8 settembre 2009
Ombre - 27
Quanti voti sposta Chávez osannato a Venezia? Un milione? Due milioni? A destra.
Quanto più modesta, matura e generosa Noemi Letizia intervistata da Sky, benché aspirante ragazza di successo, a fronte di Veronica Lario e sua figlia. Che, benché ricche e potenti, proterve ne hanno fatto una puttanella.
Lario e figlia che sono però moglie e figlia di Berlusconi.
Anima dell’appello resistenziale degli economisti contro Tremonti è il professor Giavazzi. A cui si deve un anno fa l’alt sui ricercatori universitari al governo. Che su suo resistenziale ultimativo consiglio ha imposto alle università di tornare all’antico, al concorso per titoli – “chi più ha lavorato più merita”. Concorso che, dice “il Messaggero”, le università hanno subito applicato, riducendo i titoli al minimo: tre, massimo quattro. Quanto basta per rimettere in gara figli, nipoti e amiche. Nei 170 concorsi banditi in questi mesi, da 27 università, il 50 per cento degli atenei ha tradito la riforma, ha scoperto Anna Maria Sersale.
Perché non fare un esame ai professori universitari anche del senso del ridicolo?
“Povera Italia, con un sistema informativo come questo!”, dice Berlusconi si telegiornali assumendo appropriato cipiglio. E nessuno può dargli torto. Anche il Vaticano l’ha detto – senza dirlo ovviamente, facendo dimissionare Boffo dopo che i giornali avevano intitolato: “Il papa ha respinto le dimissioni”.
Il massimo del torto che si dà a Berlusconi è: è la stampa che lui ha creato. Ma Berlusconi ha creato la televisione, non la stampa.
Maria Teresa Meli, democratica, pugliese, è l’addetta del “Corriere della sera” alla periodica inervistona con D’Alema e i suoi in Puglia, Emiliano, Latorre. Questa è nuova nei giornali, il tribalismo. Meli è ciclista e non velista, ma per il resto la tribù è omogenea.
Il solo problema in questi casi è che non sapremo, per esempio, come Emiliano di sente, lui che si definisce un magistrato, a rappresentare una città dove gli imprenditori fanno i magnaccia e le signore si fanno pagare.
“Repubblica” informa che “il magazine croato “Gloria”, con foto, ha intervistato D’Addario.
Boffo si dimette denunciando un’aggressione nei suoi confronti. Che è vero: Feltri è stato miglior gesuita.
Prima di dimettersi, Boffo ha impedito al tribunale di Perugia la pubblicazione del procedimento che lo concerne, per molestie. Anche qui Feltri lo ha giocato: ora Boffo non potrà querelarsi, altrimenti darà a Feltri il diritto a vedere le carte.
Scrivono sedici economisti ai maggiori giornali, che pubblicano la lettera in prima pagina, contro Tremonti in difesa della libertà di stampa: “La difenderemo alla morte”. E non si sa come prendere l’impegno: sono gli economisti che scrivono sugli stessi maggiori giornali, sempre in prima pagina.
“Baarìa”, l’opera della vita di Tornatore, sul papà comunista buono, trenta milioni di costo in ben due anni, è stato finanziato da Berlusconi. Qui non c’è conflitto d’interessi.
Va al festival dei suoi, Fini, della ex An, e attacca. Dice che la legge che porta il suo nome non impone alla domestica filippina di farsi un’andata e ritorno con la madrepatria – una gita fuori porta, che? - e due mesi di disoccupazione prima di cambiare (legalmente) lavoro. E che non c’è l’obbligo per un imprenditore della chiamata nominativa di un manovale del Congo, o delle Maurizio. Cose che invece lui ha imposto.
Ora, si penserebbe Fini l’uomo giusto al posto giusto, che l’ipocrisia sia cioè di destra. Ma al “suo” festival pochi lo hanno ascoltato e nessuno lo ha applaudito.
Ha atteso le querele di Berlusconi per dire basta alle polemiche, e farsi applaudire al festival Democratico a Genova: non si può dire che Fini non impari rapidamente il suo nuovo ruolo a sinistra. Ma allora nel senso peggiore: dell’ipocrisia, l’opportunismo. Non ha avuto parole nei tre mesi in cui di Berlusconi le note riservate hanno fatto ludibrio. Ora si sente mancare la terra sotto i piedi, da vecchio moralista incapace qual è sempre stato, dal 1992. Sa anche lui, come D’Alema, da dove vengono le note riservate su Berlusconi?
Quanto più modesta, matura e generosa Noemi Letizia intervistata da Sky, benché aspirante ragazza di successo, a fronte di Veronica Lario e sua figlia. Che, benché ricche e potenti, proterve ne hanno fatto una puttanella.
Lario e figlia che sono però moglie e figlia di Berlusconi.
Anima dell’appello resistenziale degli economisti contro Tremonti è il professor Giavazzi. A cui si deve un anno fa l’alt sui ricercatori universitari al governo. Che su suo resistenziale ultimativo consiglio ha imposto alle università di tornare all’antico, al concorso per titoli – “chi più ha lavorato più merita”. Concorso che, dice “il Messaggero”, le università hanno subito applicato, riducendo i titoli al minimo: tre, massimo quattro. Quanto basta per rimettere in gara figli, nipoti e amiche. Nei 170 concorsi banditi in questi mesi, da 27 università, il 50 per cento degli atenei ha tradito la riforma, ha scoperto Anna Maria Sersale.
Perché non fare un esame ai professori universitari anche del senso del ridicolo?
“Povera Italia, con un sistema informativo come questo!”, dice Berlusconi si telegiornali assumendo appropriato cipiglio. E nessuno può dargli torto. Anche il Vaticano l’ha detto – senza dirlo ovviamente, facendo dimissionare Boffo dopo che i giornali avevano intitolato: “Il papa ha respinto le dimissioni”.
Il massimo del torto che si dà a Berlusconi è: è la stampa che lui ha creato. Ma Berlusconi ha creato la televisione, non la stampa.
Maria Teresa Meli, democratica, pugliese, è l’addetta del “Corriere della sera” alla periodica inervistona con D’Alema e i suoi in Puglia, Emiliano, Latorre. Questa è nuova nei giornali, il tribalismo. Meli è ciclista e non velista, ma per il resto la tribù è omogenea.
Il solo problema in questi casi è che non sapremo, per esempio, come Emiliano di sente, lui che si definisce un magistrato, a rappresentare una città dove gli imprenditori fanno i magnaccia e le signore si fanno pagare.
“Repubblica” informa che “il magazine croato “Gloria”, con foto, ha intervistato D’Addario.
Boffo si dimette denunciando un’aggressione nei suoi confronti. Che è vero: Feltri è stato miglior gesuita.
Prima di dimettersi, Boffo ha impedito al tribunale di Perugia la pubblicazione del procedimento che lo concerne, per molestie. Anche qui Feltri lo ha giocato: ora Boffo non potrà querelarsi, altrimenti darà a Feltri il diritto a vedere le carte.
Scrivono sedici economisti ai maggiori giornali, che pubblicano la lettera in prima pagina, contro Tremonti in difesa della libertà di stampa: “La difenderemo alla morte”. E non si sa come prendere l’impegno: sono gli economisti che scrivono sugli stessi maggiori giornali, sempre in prima pagina.
“Baarìa”, l’opera della vita di Tornatore, sul papà comunista buono, trenta milioni di costo in ben due anni, è stato finanziato da Berlusconi. Qui non c’è conflitto d’interessi.
Va al festival dei suoi, Fini, della ex An, e attacca. Dice che la legge che porta il suo nome non impone alla domestica filippina di farsi un’andata e ritorno con la madrepatria – una gita fuori porta, che? - e due mesi di disoccupazione prima di cambiare (legalmente) lavoro. E che non c’è l’obbligo per un imprenditore della chiamata nominativa di un manovale del Congo, o delle Maurizio. Cose che invece lui ha imposto.
Ora, si penserebbe Fini l’uomo giusto al posto giusto, che l’ipocrisia sia cioè di destra. Ma al “suo” festival pochi lo hanno ascoltato e nessuno lo ha applaudito.
Ha atteso le querele di Berlusconi per dire basta alle polemiche, e farsi applaudire al festival Democratico a Genova: non si può dire che Fini non impari rapidamente il suo nuovo ruolo a sinistra. Ma allora nel senso peggiore: dell’ipocrisia, l’opportunismo. Non ha avuto parole nei tre mesi in cui di Berlusconi le note riservate hanno fatto ludibrio. Ora si sente mancare la terra sotto i piedi, da vecchio moralista incapace qual è sempre stato, dal 1992. Sa anche lui, come D’Alema, da dove vengono le note riservate su Berlusconi?
Quando c'era la Cortina di ferro - 4
Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano (unica eccezione domenica il supplemento culturale del “Sole 24 Ore”, che dedica ha agli avvenimenti due pagine): il comunismo sovietico che finisce nel disonore
3 settembre
BUDAPEST TRATTA IL PREZZO DEI PROFUGHI, di Fabio Barbieri
VIENNA – L’assalto dei ventimila a quel che resta della Cortina di ferro scatterà nel momento in cui il governo di Bonn avrà accettato le condizioni poste dalle autorità ungheresi. Condizioni economiche, esclusivamente: investimenti da finanziare, joint ventures, tecnologie, aiuti nel management. Nulla si sa di preciso sui contenuti della proposta magiara, ma negli ambienti della comunità internazionale di Vienna tutti giurano che le ragioni vere del ritardo di questa fuga annunciata sono le trattative in corso tra i due governi. Alle quali se ne aggiunge un’altra, non onerosa ma estremamente delicata, quella cioè legata alla quasi certa presenza di agenti della Germania Orientale tra i profughi in attesa di espatriare in occidente. L’Ungheria non vuole assumersi la responsabilità dei controlli per non rovinare ancor di più i rapporti con Berlino Est.
12 settembre
“L’INCUBO E DIETRO DI NOI” ESODO VERSO LA SPERANZA, di Fabio Barbieri
Decine di migliaia di profughi dalla mezzanotte di domenica entravano in Baviera. I maggiori leader occidentali plaudevano alla decisione ungherese di aprire ai profughi la Cortina di ferro. Si consumava la frattura tra Berlino Est e Budapest.
13 settembre
EMERGENZA ALL' EST RIUNITA LA NATO ROSSA
BERLINO EST - L' Est si spacca sui profughi fuggiti al di là della Cortina di ferro. Nel pieno della crisi diplomatica tra Ungheria e Repubblica democratica tedesca e mentre Egor Ligaciov piomba a Berlino Est condannando l' iniziativa magiara, il Patto di Varsavia ha convocato lunedì e martedì una riunione d' urgenza per processare l' operato di Budapest. La profonda spaccatura tra i due alleati del blocco comunista si approfondisce drammaticamente con l' improvvisa convocazione a Mosca dei paesi aderenti al Patto, riuniti in un Gruppo multilaterale sull' informazione reciproca, come recita il dispaccio della Tass che non specifica però nè i partecipanti nè il soggetto di discussione, limitandosi a parlare di affari internazionali urgenti. E' chiaro che al centro della riunione d' emergenza della Nato rossa c' è la decisione ungherese sull' apertura della propria frontiera alle decine di migliaia di profughi tedesco orientali, che dalla mezzanotte di domenica hanno iniziato ad attraversare il confine per entrare in Austria, e da lì poter raggiungere la Germania Ovest. Gli attacchi dei conservatori Mentre i paesi alleati si riunivano a Mosca, erano già state rese note le aspre dichiarazioni di Ligaciov all' Ungheria e i duri attacchi della televisione sovietica al governo di Budapest. Il leader dell' ala conservatrice del Pcus, membro del Politburo e della segreteria del partito, è giunto ieri a Berlino Est dove ha condannato l' allontanamento di cittadini della Repubblica democratica tedesca e accusato alcuni ambienti politici della Germania federale.
3 settembre
BUDAPEST TRATTA IL PREZZO DEI PROFUGHI, di Fabio Barbieri
VIENNA – L’assalto dei ventimila a quel che resta della Cortina di ferro scatterà nel momento in cui il governo di Bonn avrà accettato le condizioni poste dalle autorità ungheresi. Condizioni economiche, esclusivamente: investimenti da finanziare, joint ventures, tecnologie, aiuti nel management. Nulla si sa di preciso sui contenuti della proposta magiara, ma negli ambienti della comunità internazionale di Vienna tutti giurano che le ragioni vere del ritardo di questa fuga annunciata sono le trattative in corso tra i due governi. Alle quali se ne aggiunge un’altra, non onerosa ma estremamente delicata, quella cioè legata alla quasi certa presenza di agenti della Germania Orientale tra i profughi in attesa di espatriare in occidente. L’Ungheria non vuole assumersi la responsabilità dei controlli per non rovinare ancor di più i rapporti con Berlino Est.
12 settembre
“L’INCUBO E DIETRO DI NOI” ESODO VERSO LA SPERANZA, di Fabio Barbieri
Decine di migliaia di profughi dalla mezzanotte di domenica entravano in Baviera. I maggiori leader occidentali plaudevano alla decisione ungherese di aprire ai profughi la Cortina di ferro. Si consumava la frattura tra Berlino Est e Budapest.
13 settembre
EMERGENZA ALL' EST RIUNITA LA NATO ROSSA
BERLINO EST - L' Est si spacca sui profughi fuggiti al di là della Cortina di ferro. Nel pieno della crisi diplomatica tra Ungheria e Repubblica democratica tedesca e mentre Egor Ligaciov piomba a Berlino Est condannando l' iniziativa magiara, il Patto di Varsavia ha convocato lunedì e martedì una riunione d' urgenza per processare l' operato di Budapest. La profonda spaccatura tra i due alleati del blocco comunista si approfondisce drammaticamente con l' improvvisa convocazione a Mosca dei paesi aderenti al Patto, riuniti in un Gruppo multilaterale sull' informazione reciproca, come recita il dispaccio della Tass che non specifica però nè i partecipanti nè il soggetto di discussione, limitandosi a parlare di affari internazionali urgenti. E' chiaro che al centro della riunione d' emergenza della Nato rossa c' è la decisione ungherese sull' apertura della propria frontiera alle decine di migliaia di profughi tedesco orientali, che dalla mezzanotte di domenica hanno iniziato ad attraversare il confine per entrare in Austria, e da lì poter raggiungere la Germania Ovest. Gli attacchi dei conservatori Mentre i paesi alleati si riunivano a Mosca, erano già state rese note le aspre dichiarazioni di Ligaciov all' Ungheria e i duri attacchi della televisione sovietica al governo di Budapest. Il leader dell' ala conservatrice del Pcus, membro del Politburo e della segreteria del partito, è giunto ieri a Berlino Est dove ha condannato l' allontanamento di cittadini della Repubblica democratica tedesca e accusato alcuni ambienti politici della Germania federale.
domenica 6 settembre 2009
Letture - 13
letterautore
-ano - È tipico italiano per dire scuola, o filone, o corrente di scrittura: manzoniano, dannunziano, leopardiano (per l’arte di dice –esco). Altrove ognuno scrive per sé: non c’è, o non fa testo, la maniera, e l’-ano parla solo per sé: molieriano, goethiano, shakespeariano, sono cose di Molière, Goethe, Shaks. Tipicamente italiano per dire scuola o cordata?
D’Annunzio - È “milanese”.
Lo si pensa “romano”, svagato, farfallone, millantatore, e invece si credeva, ed era creduto, lombardo. E non per le cose minime, le donne o i profumi, che trovava in tutto l’italico regno, e a Parigi, ma per quelle serie, la poesia e la politica.
Milano è dannunziana, anche.
Dante – D’Annunzio lo dice “ermafrodito” – nelle “Rime inedite e stravaganti”.
Voltaire ne trova il poema “bizzarro” (Essai sur les moeurs”, LXXXII)
Non si ride in Dante - questo è in Musil, “Saggi”, 761: Dante, come Goethe, non aveva umorismo.
Don Giovanni – È Sisifo, come Sade: la ricerca della (per la) morte: il corpo della donna – il piacere – è il desiderio e la ricerca dopo la caduta. È il peccato della curiosità.
È anche caricatura, che viene svolta in parallelo col cicisbeismo. Dall’infinita trattatistica della seduzione di Crébillon-fils, dove il “maschile” è già “femminile”, all’incredibile Casanova, ai vari Figaro, passando per Metastasio, fino all’autopunizione di Byron, che il gioco del seduttore ha così sofferto. Anche Puškin è don Giovanni.
Mozart ha fatto Figaro, vluto da lui, malgrado il soggetto fosse malvisto alla censura viennese, e da lui imposto a Da Ponte, e ha fatto don Giovanni.
Per Da Ponte-Mozart il titolo è “Il dissoluto premiato o vero don Giovanni”.
È italiano? E non ci sono, come per Colombo, don Giovanni di altre nazionalit? Manca uno scandinavo, o antico tedesco.
Quello di Kierkegaard è su Mozart, ma è un altro don Giovanni: non gioisce.
Anche lui è mille e uno. È come per la filosofia, è mutevole. E imperfetto: corteggia le dame come la filosofia corteggia la verità.
È Carmen, don Giovanni in gonnella, di Mérimée-Meilhac e Halévy-Bizet – e più tardi “Donna Giovanni” messicano al festival d’estate di Salisburgo del 1987, con sei divas lascive. È la molteplicità dell’uno. Della donna oltre che dell’uomo. E dell’amore: fedeltà, gelosia…
Secondo Rachide, “La Jongleuse”, era una suora, parata dei più bei finimenti del suo convento, travestita da uomo, e poi transessuata.
Per Nathalie Barney, “Aventures de l’esprit”, è l’incostanza intellettuale. Per Stendahl è Gilles de Rais, o Francesco Cenci. Per Byron Faublas.
Per Hoffmann è Faust. Il diavolo lo convince che il paradiso è in terra, attraverso l’amore. Finché don Giovanni-Faust non incontra donna Anna, che può essere la donna giusta: allora il diavolo lo fa punire dal Cielo. Sembra blasfemo, ma è così che succede – nessuna donna, con cui don Giovanni va a letto, lo perde, eccetto l’ultima.
Compare nel Seicento, quando la sessualità viene normalizzata socialmente. Nella famiglia del capofamiglia. E per renderla più compatta le viene opposto il libertinismo (v. Alessandro Fontana, prefazione a “Il pene e la demoralizzazione dell’Occidente”).
Fantasy - È genere infine popolare, forse più del giallo: spopolano Tolkien e Harry Potter, Dungeons & Dragons, Dungeoland, i libri-fai-da-te, e ogni altro genere di avventura del passato (fantasy) e del futuro (science-fiction). Sono tutte avventure del genere “conquista”: quindi di scoperta e di guerra. È la riduzione a gioco della violenza istintuale? Ma sono anche tutte storie slegate dalla realtà: proiettate in un passato o in futuro senza coordinate spaziali reali e senza tempo definito. Forse eliminano l’incubo della storia, che per gli adolescenti è l’orrore della morte (la scoperta che si può morire, che la ragione – la realtà – vuole fatica).
Freud – Ha fatto la psicanalisi di Woodrow Wilson, Leonardo, Mosè contro ogni “regola” della psicanalisi: parlando lui invece che gli analizzandi, elaborando tradizioni e arguzie trute, scrivendone bene invece che correttamente. Va per indizi. Uno Sherlock Holmes “meglio” scritto.
Fissa la teologia ebraica del Dio negativo (punitore) e i “De Contemptu Mundi”, nel disfacimento dell’anima in aggiunta a quella del corpo, del mondo: una filosofia naturale che è il disprezzo dell’uomo. L’artista è nevrotico (l’incredibile lettura di Leonardo). Tutte le pulsioni, anche quella erotica o del piacere, sono negative (vedi sempre Leonardo, che deve vergognarsi di essere omosessuale). Una condanna.
Gadda – “For this relief much thanks”, “Amleto”, I, Ima. Il suo personaggio è se stesso, non solo nella “Cognizione”. Riservato, impegnato, “doloroso”, non scrive che di sé. Il promo autore-personaggio, da trauma psicanalitico. In parte come Céline – gli altri “testimoni del XXmo secolo”, Proust, Joyce, Musil, sono dei poseur, eruditi storici, tardo borghesi, intellettuali.
Si apparenta Gadda al maccheronico Folengo. È uno dei tanti specchietti che il Gaddus tira fuori per nascondersi. Ma non c’è giocosità che tenga, il suo trippone dilaga. È al sacrificio del suo intimo, oltre che al lavoro letterario, che dobbiamo tanta grazia. Altri specchietti sono – dicono quelli che lo hanno frequentato – l’ipercortesia, la piccola noblemania, il riserbo estremo. Ma scrive perché soffre, come soffre.
La sofferenza non è nel rapporto con la madre, che più che altro è inesistente, o nel ricordo del fratello morto, o della guerra. Questi sono altri specchi simulatori. La guera gli piaceva, si vede dai diari: il raccapriccio per i morti è di maniera, la guerra e la prigionia sono i “suoi” ricordi, iniziazioni all’età adulta e al mondo. La sofferenza è l’inquietudine dell’uomo, ingegnere, giornalista, il vero uomo senza qualità, tal quale, senza l’Idea, senza Diotima, senza artificio. Lui che progettava di fare lo scrittore di artificio – o fingeva, per non dare un dispiacere a Contini.
Commistione fredda dei linguaggi. Quanto diverso in questo da Céline, che stravolge dall’interno, i suoi mondi.
I riferimenti linguistici sono tutti borghesi: ingegneria, medicina, immobili, rendite, viaggi, monumenti, fiori… Quanto diverso da Céline, che ha riferimenti esistenziali.
Giallo – Richiede poca fantasia, per leggerlo e per scriverlo.
Stendhal mette la crudeltà degli inglesi sul conto della Bibbia. Che gli inglesi siano specialmente crudeli resta da dimostrare. E che lo siano per la pratica della Bibbia – e i calvinisti svizzeri, allora, o olandesi, e i puritani americani? Ma è vero che il giallo, genere ad alta intensità di fantasia crudele, è “inglese”. È anche biblico?
Scrittura – Quella del Novecento è stata minacciosa: interrogativa, ansiosa, violenta e trattenuta allo stesso tempo, indagatrice e assertiva.
letterautore@antiit.eu
-ano - È tipico italiano per dire scuola, o filone, o corrente di scrittura: manzoniano, dannunziano, leopardiano (per l’arte di dice –esco). Altrove ognuno scrive per sé: non c’è, o non fa testo, la maniera, e l’-ano parla solo per sé: molieriano, goethiano, shakespeariano, sono cose di Molière, Goethe, Shaks. Tipicamente italiano per dire scuola o cordata?
D’Annunzio - È “milanese”.
Lo si pensa “romano”, svagato, farfallone, millantatore, e invece si credeva, ed era creduto, lombardo. E non per le cose minime, le donne o i profumi, che trovava in tutto l’italico regno, e a Parigi, ma per quelle serie, la poesia e la politica.
Milano è dannunziana, anche.
Dante – D’Annunzio lo dice “ermafrodito” – nelle “Rime inedite e stravaganti”.
Voltaire ne trova il poema “bizzarro” (Essai sur les moeurs”, LXXXII)
Non si ride in Dante - questo è in Musil, “Saggi”, 761: Dante, come Goethe, non aveva umorismo.
Don Giovanni – È Sisifo, come Sade: la ricerca della (per la) morte: il corpo della donna – il piacere – è il desiderio e la ricerca dopo la caduta. È il peccato della curiosità.
È anche caricatura, che viene svolta in parallelo col cicisbeismo. Dall’infinita trattatistica della seduzione di Crébillon-fils, dove il “maschile” è già “femminile”, all’incredibile Casanova, ai vari Figaro, passando per Metastasio, fino all’autopunizione di Byron, che il gioco del seduttore ha così sofferto. Anche Puškin è don Giovanni.
Mozart ha fatto Figaro, vluto da lui, malgrado il soggetto fosse malvisto alla censura viennese, e da lui imposto a Da Ponte, e ha fatto don Giovanni.
Per Da Ponte-Mozart il titolo è “Il dissoluto premiato o vero don Giovanni”.
È italiano? E non ci sono, come per Colombo, don Giovanni di altre nazionalit? Manca uno scandinavo, o antico tedesco.
Quello di Kierkegaard è su Mozart, ma è un altro don Giovanni: non gioisce.
Anche lui è mille e uno. È come per la filosofia, è mutevole. E imperfetto: corteggia le dame come la filosofia corteggia la verità.
È Carmen, don Giovanni in gonnella, di Mérimée-Meilhac e Halévy-Bizet – e più tardi “Donna Giovanni” messicano al festival d’estate di Salisburgo del 1987, con sei divas lascive. È la molteplicità dell’uno. Della donna oltre che dell’uomo. E dell’amore: fedeltà, gelosia…
Secondo Rachide, “La Jongleuse”, era una suora, parata dei più bei finimenti del suo convento, travestita da uomo, e poi transessuata.
Per Nathalie Barney, “Aventures de l’esprit”, è l’incostanza intellettuale. Per Stendahl è Gilles de Rais, o Francesco Cenci. Per Byron Faublas.
Per Hoffmann è Faust. Il diavolo lo convince che il paradiso è in terra, attraverso l’amore. Finché don Giovanni-Faust non incontra donna Anna, che può essere la donna giusta: allora il diavolo lo fa punire dal Cielo. Sembra blasfemo, ma è così che succede – nessuna donna, con cui don Giovanni va a letto, lo perde, eccetto l’ultima.
Compare nel Seicento, quando la sessualità viene normalizzata socialmente. Nella famiglia del capofamiglia. E per renderla più compatta le viene opposto il libertinismo (v. Alessandro Fontana, prefazione a “Il pene e la demoralizzazione dell’Occidente”).
Fantasy - È genere infine popolare, forse più del giallo: spopolano Tolkien e Harry Potter, Dungeons & Dragons, Dungeoland, i libri-fai-da-te, e ogni altro genere di avventura del passato (fantasy) e del futuro (science-fiction). Sono tutte avventure del genere “conquista”: quindi di scoperta e di guerra. È la riduzione a gioco della violenza istintuale? Ma sono anche tutte storie slegate dalla realtà: proiettate in un passato o in futuro senza coordinate spaziali reali e senza tempo definito. Forse eliminano l’incubo della storia, che per gli adolescenti è l’orrore della morte (la scoperta che si può morire, che la ragione – la realtà – vuole fatica).
Freud – Ha fatto la psicanalisi di Woodrow Wilson, Leonardo, Mosè contro ogni “regola” della psicanalisi: parlando lui invece che gli analizzandi, elaborando tradizioni e arguzie trute, scrivendone bene invece che correttamente. Va per indizi. Uno Sherlock Holmes “meglio” scritto.
Fissa la teologia ebraica del Dio negativo (punitore) e i “De Contemptu Mundi”, nel disfacimento dell’anima in aggiunta a quella del corpo, del mondo: una filosofia naturale che è il disprezzo dell’uomo. L’artista è nevrotico (l’incredibile lettura di Leonardo). Tutte le pulsioni, anche quella erotica o del piacere, sono negative (vedi sempre Leonardo, che deve vergognarsi di essere omosessuale). Una condanna.
Gadda – “For this relief much thanks”, “Amleto”, I, Ima. Il suo personaggio è se stesso, non solo nella “Cognizione”. Riservato, impegnato, “doloroso”, non scrive che di sé. Il promo autore-personaggio, da trauma psicanalitico. In parte come Céline – gli altri “testimoni del XXmo secolo”, Proust, Joyce, Musil, sono dei poseur, eruditi storici, tardo borghesi, intellettuali.
Si apparenta Gadda al maccheronico Folengo. È uno dei tanti specchietti che il Gaddus tira fuori per nascondersi. Ma non c’è giocosità che tenga, il suo trippone dilaga. È al sacrificio del suo intimo, oltre che al lavoro letterario, che dobbiamo tanta grazia. Altri specchietti sono – dicono quelli che lo hanno frequentato – l’ipercortesia, la piccola noblemania, il riserbo estremo. Ma scrive perché soffre, come soffre.
La sofferenza non è nel rapporto con la madre, che più che altro è inesistente, o nel ricordo del fratello morto, o della guerra. Questi sono altri specchi simulatori. La guera gli piaceva, si vede dai diari: il raccapriccio per i morti è di maniera, la guerra e la prigionia sono i “suoi” ricordi, iniziazioni all’età adulta e al mondo. La sofferenza è l’inquietudine dell’uomo, ingegnere, giornalista, il vero uomo senza qualità, tal quale, senza l’Idea, senza Diotima, senza artificio. Lui che progettava di fare lo scrittore di artificio – o fingeva, per non dare un dispiacere a Contini.
Commistione fredda dei linguaggi. Quanto diverso in questo da Céline, che stravolge dall’interno, i suoi mondi.
I riferimenti linguistici sono tutti borghesi: ingegneria, medicina, immobili, rendite, viaggi, monumenti, fiori… Quanto diverso da Céline, che ha riferimenti esistenziali.
Giallo – Richiede poca fantasia, per leggerlo e per scriverlo.
Stendhal mette la crudeltà degli inglesi sul conto della Bibbia. Che gli inglesi siano specialmente crudeli resta da dimostrare. E che lo siano per la pratica della Bibbia – e i calvinisti svizzeri, allora, o olandesi, e i puritani americani? Ma è vero che il giallo, genere ad alta intensità di fantasia crudele, è “inglese”. È anche biblico?
Scrittura – Quella del Novecento è stata minacciosa: interrogativa, ansiosa, violenta e trattenuta allo stesso tempo, indagatrice e assertiva.
letterautore@antiit.eu
Quando c'era la Cortina di ferro - 3
Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano (fa eccezione oggi il supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”, che dedica a quegli avvenimenti due pagine): il comunismo sovietico che finisce nel disonore
20 agosto CINQUECENTO TEDESCHI DELL'’EST FUGGONO DAL CONFINE UNGHERESE, di Piero Benetazzo BERLINO - Nella piccola ed elegante palazzina proprio nel centro di Berlino Est le tendine sono ben abbassate come a cercare protezione dalla feroce calura che opprime la città: ma dietro di esse in realtà si cela la sfida forse più difficile di fronte cui si trova il regime di Honecker, in crisi economica, incapace di impostare un minimo di riformismo, come paralizzato dal vento di liberalizzazione che soffia sui paesi del socialismo reale. Sono 116 i tedesco-orientali che si sono asserragliati nell’edificio della rappresentanza diplomatica della Germania Occidentale, vogliono emigrare, si rifiutano di rispondere agli appelli sia di Bonn che di Berlino di tornare a casa, non credono alle garanzie di impunità delle autorità tedesco-orientali. Dalle finestre della palazzina si vedono di certo i contorni del Muro…
Anche a Budapest la Rft ha dovuto chiudere i battenti della sua Ambasciata, in cui si sono infilati 187 tedesco-orientali. Atre centinaia la stringono d’assedio ed il loro numero sale di giorno in giorno: sono già un migliaio, senza soldi, senza viveri, decisi a rifiutare il ritorno in patria. Altri, una cinquantina, sono penetrati nei locali dell' Ambasciata federale in Cecoslovacchia... Quasi cinquecento hanno approfittato dell’apertura eccezionale di un posto di frontiera sull' ex Cortina di ferro, sul confine austro-ungherese, a Saint Margarethen, per entrare in Occidente.
22 agosto
DAL CONFINE UNGHERESE CONTINUA LA GRANDE FUGA DEI PROFUGHI TEDESCHI
VIENNA - Dopo i quasi mille tedesco-orientali fuggiti nella notte tra domenica e lunedì attraverso la simbolica breccia aperta nella cortina di ferro ungherese nei pressi della cittadina di Sopron, altri cinquecento loro connazionali si sono riversati ieri in territorio austriaco con l’intenzione di raggiungere Vienna e poi la Repubblica federale tedesca. Tutti, a quanto ha reso noto l’ambasciata della Rft in Austria, hanno ricevuto passaporti tedesco-occidentali. Secondo l' agenzia ufficiale austriaca Apa, sarebbero così un migliaio i cittadini tedesco-orientali che si sono ammassati nella cittadina ungherese di Morbisch, situata a circa 60 chilometri a sud-est della città austriaca di Eisenstadt. Proprio ad Eisenstadt, la polizia ha reso noto ieri che uno dei tedesco-orientali autori della carica su Sopron è morto per infarto. L' uomo, che aveva 40 anni, aveva attraversato insieme alla moglie decine di chilometri di campagna ungherese prima di raggiungere l'Austria.
(continua)
20 agosto CINQUECENTO TEDESCHI DELL'’EST FUGGONO DAL CONFINE UNGHERESE, di Piero Benetazzo BERLINO - Nella piccola ed elegante palazzina proprio nel centro di Berlino Est le tendine sono ben abbassate come a cercare protezione dalla feroce calura che opprime la città: ma dietro di esse in realtà si cela la sfida forse più difficile di fronte cui si trova il regime di Honecker, in crisi economica, incapace di impostare un minimo di riformismo, come paralizzato dal vento di liberalizzazione che soffia sui paesi del socialismo reale. Sono 116 i tedesco-orientali che si sono asserragliati nell’edificio della rappresentanza diplomatica della Germania Occidentale, vogliono emigrare, si rifiutano di rispondere agli appelli sia di Bonn che di Berlino di tornare a casa, non credono alle garanzie di impunità delle autorità tedesco-orientali. Dalle finestre della palazzina si vedono di certo i contorni del Muro…
Anche a Budapest la Rft ha dovuto chiudere i battenti della sua Ambasciata, in cui si sono infilati 187 tedesco-orientali. Atre centinaia la stringono d’assedio ed il loro numero sale di giorno in giorno: sono già un migliaio, senza soldi, senza viveri, decisi a rifiutare il ritorno in patria. Altri, una cinquantina, sono penetrati nei locali dell' Ambasciata federale in Cecoslovacchia... Quasi cinquecento hanno approfittato dell’apertura eccezionale di un posto di frontiera sull' ex Cortina di ferro, sul confine austro-ungherese, a Saint Margarethen, per entrare in Occidente.
22 agosto
DAL CONFINE UNGHERESE CONTINUA LA GRANDE FUGA DEI PROFUGHI TEDESCHI
VIENNA - Dopo i quasi mille tedesco-orientali fuggiti nella notte tra domenica e lunedì attraverso la simbolica breccia aperta nella cortina di ferro ungherese nei pressi della cittadina di Sopron, altri cinquecento loro connazionali si sono riversati ieri in territorio austriaco con l’intenzione di raggiungere Vienna e poi la Repubblica federale tedesca. Tutti, a quanto ha reso noto l’ambasciata della Rft in Austria, hanno ricevuto passaporti tedesco-occidentali. Secondo l' agenzia ufficiale austriaca Apa, sarebbero così un migliaio i cittadini tedesco-orientali che si sono ammassati nella cittadina ungherese di Morbisch, situata a circa 60 chilometri a sud-est della città austriaca di Eisenstadt. Proprio ad Eisenstadt, la polizia ha reso noto ieri che uno dei tedesco-orientali autori della carica su Sopron è morto per infarto. L' uomo, che aveva 40 anni, aveva attraversato insieme alla moglie decine di chilometri di campagna ungherese prima di raggiungere l'Austria.
(continua)
giovedì 3 settembre 2009
Quando c'era la Cortina di ferro - 2
Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano: il comunismo sovietico che finisce nel disonore
12 luglio
'UNGHERESI, E' GRAZIE A VOI CHE CADE LA CORTINA DI FERRO', di Andrea Tarquini
BUDAPEST – “Grazie ungheresi, saluto questo vostro paese splendido dove la cortina di ferro sta cadendo”. Così Bush, quando oggi all’una parlerà all’università Carlo Marx dove nel ‘56 studenti professori e soldati avevano uno dei comandi operativi nella guerra contro gli invasori russi esalterà la sfida di Budapest all' impero costruito da Stalin. La piccola frase non è stata ancora pronunciata ma i media l’hanno già rilanciata e al brindisi di ieri sera Bush è andato anche oltre: “Dalla Cina all’Ungheria, dalla Polonia all’Urss, ha detto, le idee democratiche avanzano con slancio”…
Già ieri, sotto una pioggia torrenziale, Budapest ha regalato al presidente americano un’esplosione di gratitudine, il più grande raduno popolare dopo lo storico funerale di Imre Nagy. È un appoggio che la nuova Ungheria non ha mai avuto da nessuno, né dall’Europa occidentale né da Gorbaciov. E qui più che a Varsavia Bush ha conquistato i cuori. Grazie, avete sfidato questo temporale per darmi il vostro affetto, ha detto parlando sotto il monumento all’eroe del risorgimento Kossuth, su quella piazza dove i carri russi spararono a zero sulla folla, dove sorge il Parlamento dove dall’anno prossimo con il voto libero i comunisti potrebbero essere minoranza.
15 luglio
L’Europa tentenna
UN DOPPIO 'NO' INAUGURA IL SUMMIT, di Vittorio Zucconi
PARIGI - Il vertice dell’armonia e della celebrazione comincia invece con il ping-pong dei no…. Secondo indiscrezioni di parte francese, nell’incontro a due fra Bush e Mitterrand, ieri prima della cerimonia formale di apertura, il francese ha criticato duramente l' americano per la sua richiesta di ritiro sovietico dalla Polonia, considerata irresponsabile, mentre Kohl, l' unico tra gli europei che ha davvero i soldi per lavorare con l’Est gli ha rimproverato l’eccessiva insistenza sulla privatizzazione capitalista di quei due paesi.
10 agosto
BONN REPLICA ALLE ACCUSE DELLA RDT 'NON SPETTA A NOI BLOCCARE I FUGGIASCHI”
BONN – L’accusa di Berlino Est al governo di Bonn di interferenza in questioni di sovranità nazionale della Repubblica democratica tedesca e di tentativo di ricatto nei confronti di altri Stati ha suscitato le risentite proteste di Bonn. La causa delle difficoltà attuali va cercata unicamente a Berlino Est, ha affermato il responsabile del gruppo di lavoro per le questioni intertedesche della cancelleria, Duisberg. È compito della Repubblica democratica tedesca ha proseguito Duisberg creare condizioni tali da eliminare la pressione dei suoi cittadini ad abbandonare il paese. Da sempre la Germania Est cerca di frenare l' emorragia di cittadini desiderosi di andarsene ma il paese si spopola lo stesso. Secondo fonti del ministero per le Relazioni intertedesche di Bonn, nel 1988 sono stati 29.033 i cittadini che hanno abbandonato la Germania Est con il benestare delle autorità locali e 590 quelli che sono fuggiti senza autorizzazione. Quest’anno invece già alla fine di luglio erano 46.639 i permessi di uscita e 563 le fughe, concentrate per la stragande maggioranza negli ultimi due mesi. Nel solo mese di giugno sono arrivati 10.625 transfughi autorizzati e 140 fuggitivi e nel mese di luglio le autorizzazioni sono state 9.563 mentre le fughe sono vertiginosamente aumentate a 463.
(continua)
12 luglio
'UNGHERESI, E' GRAZIE A VOI CHE CADE LA CORTINA DI FERRO', di Andrea Tarquini
BUDAPEST – “Grazie ungheresi, saluto questo vostro paese splendido dove la cortina di ferro sta cadendo”. Così Bush, quando oggi all’una parlerà all’università Carlo Marx dove nel ‘56 studenti professori e soldati avevano uno dei comandi operativi nella guerra contro gli invasori russi esalterà la sfida di Budapest all' impero costruito da Stalin. La piccola frase non è stata ancora pronunciata ma i media l’hanno già rilanciata e al brindisi di ieri sera Bush è andato anche oltre: “Dalla Cina all’Ungheria, dalla Polonia all’Urss, ha detto, le idee democratiche avanzano con slancio”…
Già ieri, sotto una pioggia torrenziale, Budapest ha regalato al presidente americano un’esplosione di gratitudine, il più grande raduno popolare dopo lo storico funerale di Imre Nagy. È un appoggio che la nuova Ungheria non ha mai avuto da nessuno, né dall’Europa occidentale né da Gorbaciov. E qui più che a Varsavia Bush ha conquistato i cuori. Grazie, avete sfidato questo temporale per darmi il vostro affetto, ha detto parlando sotto il monumento all’eroe del risorgimento Kossuth, su quella piazza dove i carri russi spararono a zero sulla folla, dove sorge il Parlamento dove dall’anno prossimo con il voto libero i comunisti potrebbero essere minoranza.
15 luglio
L’Europa tentenna
UN DOPPIO 'NO' INAUGURA IL SUMMIT, di Vittorio Zucconi
PARIGI - Il vertice dell’armonia e della celebrazione comincia invece con il ping-pong dei no…. Secondo indiscrezioni di parte francese, nell’incontro a due fra Bush e Mitterrand, ieri prima della cerimonia formale di apertura, il francese ha criticato duramente l' americano per la sua richiesta di ritiro sovietico dalla Polonia, considerata irresponsabile, mentre Kohl, l' unico tra gli europei che ha davvero i soldi per lavorare con l’Est gli ha rimproverato l’eccessiva insistenza sulla privatizzazione capitalista di quei due paesi.
10 agosto
BONN REPLICA ALLE ACCUSE DELLA RDT 'NON SPETTA A NOI BLOCCARE I FUGGIASCHI”
BONN – L’accusa di Berlino Est al governo di Bonn di interferenza in questioni di sovranità nazionale della Repubblica democratica tedesca e di tentativo di ricatto nei confronti di altri Stati ha suscitato le risentite proteste di Bonn. La causa delle difficoltà attuali va cercata unicamente a Berlino Est, ha affermato il responsabile del gruppo di lavoro per le questioni intertedesche della cancelleria, Duisberg. È compito della Repubblica democratica tedesca ha proseguito Duisberg creare condizioni tali da eliminare la pressione dei suoi cittadini ad abbandonare il paese. Da sempre la Germania Est cerca di frenare l' emorragia di cittadini desiderosi di andarsene ma il paese si spopola lo stesso. Secondo fonti del ministero per le Relazioni intertedesche di Bonn, nel 1988 sono stati 29.033 i cittadini che hanno abbandonato la Germania Est con il benestare delle autorità locali e 590 quelli che sono fuggiti senza autorizzazione. Quest’anno invece già alla fine di luglio erano 46.639 i permessi di uscita e 563 le fughe, concentrate per la stragande maggioranza negli ultimi due mesi. Nel solo mese di giugno sono arrivati 10.625 transfughi autorizzati e 140 fuggitivi e nel mese di luglio le autorizzazioni sono state 9.563 mentre le fughe sono vertiginosamente aumentate a 463.
(continua)
Muoiano i filistei
Stava quasi passando l’anno senza una sorpresa di Berlusconi, l’uomo delle sorprese – D’Addario, francamente, è una porcata. E non poteva essere. Le querele finalmente portano un po’ di novità. Per quanto, quelle contro “Repubblica” e “l’Unità” sono scontate. Ci vorrebbe una bella querela contro l’“Avvenire” e i vescovi. Ma non bisogna lamentarsi: Berlusconi che ricorre ai giudici di “Repubblica” e “l’Unità” contro gli stessi giornali è una bella partita. È molto di più che Zenga contro Mourinho - uno che, come l’indimenticabile Bagnoli diceva di Maradona, può perdere solo facendosi autogol.
Intanto stiamo tutti a chiederci cosa vuole Berlusconi, che per lui non è male. Alcune cose però sono certe. Una è che non sarà Berlusconi a liberarci della peste dei dossier che ha annientato la sinistra e la Repubblica. Anzi, due, Berlusconi punta a tenere l’Italia avvinta alle sue capacità amatorie. Contro l’eunuchismo – un tempo si sarebbe detto gesuitismo – dei vescovi. Ci sarà da sorbirsi quindi, chissà pure in tribunale, la D’Addario a testimone, una che per l’età e la complessione bisogna essere veramente eretti per farsela, senza le iniezioni della Litizzetto nelle cavità. Ma ci saranno anche frotte di minorenni, che testimonieranno su “Novella” e su “Chi” quant’è bello Papi.
Ma, poi, non punterà Berlusconi, l’uomo delle tre punte, anche lui a un autogol? Sì, a imbordellire il tutto, novello Sansone che scuote le colonne, ma col preciso intento di far cadere tutte le altre se necessario eccetto la sua? Si veda intanto Fini, uno che pensava di fare il Solone e invece si è subito sentito punto e quasi sgonfiato. È una pista da seguire con attenzione. Magari Feltri, dopo Boffo, punterà su di lui - poiché non ci pensano la Litizzetto e gli altri comici.
Imporre l'agenda
Il fatto è - dovrebbe essere - ormai noto: Berlusconi impone l'agenda, sia pure triviale. Un fatto, un metodo politico, che è anche il segnale costante della incapacità dei suoi oppositori - della loro mpossibilità di essere, liberali e francescani, o berlingueriani. Ora la fa imporre pure da Feltri. Se è co l'acqua alla gola, si vede che ha polmoni fortissimi in apnea, poiché è lui che se la gode. Con Boffo e le ridicole cause sulla sua potenza sessuale ha colto due piccioni in una fava, per dirla come Gomez-Travaglio: spernacchia, dopo i magistrati, i giornalisti. Che sono, dopo i magistrati, la categoria più temuta e disprezzata - e non è possibile altrimenti, è il genere: mai nessuno scrittore di pettegolezzi è stato amato o apprezzato.
Si parlerà di libertà di stampa, di nuovo di fascismo, di morale, e di onore offeso dell'Italia. Facendone colpa a Berlusconi, ma suscitando anche la domanda: che altro può fare per difendersi, se non una causa in un tribunale? In particolare, Berlusconi mette in ridicolo i giornali-partito: "l'Unità", che è un giornale d'opinione ma pensa di essere sempre l'organo del potente partito Comunista, e "la Repubblica", che è un partito, anche se del 2 per cento, ma pensa di essere un giornale.
La pista nella fattispecie è questa: Berlusconi perderà le cause, fra dieci o venti anni, ma dimostrerà subito che i giornali querelati si basano su carte segrete dei peggiori servizi segreti, con le finte intercettazioni e i finti bocchini. Non subito, i Tribunali, benché civili, faranno di tutto per non far emergere quei dossier infetti. Ma non potranno tirarla in lungo indefinitamente: entro quattro anni, quando si voterà, i dossier dei giornali denunciati saranno chiariti, se non gli autori e i fruitori dei dossier. Se non lo fanno i tribunali lo farà Berlusconi, e avrà preso due piccioni con una fava, anche il piccione giudiziario.
Intanto stiamo tutti a chiederci cosa vuole Berlusconi, che per lui non è male. Alcune cose però sono certe. Una è che non sarà Berlusconi a liberarci della peste dei dossier che ha annientato la sinistra e la Repubblica. Anzi, due, Berlusconi punta a tenere l’Italia avvinta alle sue capacità amatorie. Contro l’eunuchismo – un tempo si sarebbe detto gesuitismo – dei vescovi. Ci sarà da sorbirsi quindi, chissà pure in tribunale, la D’Addario a testimone, una che per l’età e la complessione bisogna essere veramente eretti per farsela, senza le iniezioni della Litizzetto nelle cavità. Ma ci saranno anche frotte di minorenni, che testimonieranno su “Novella” e su “Chi” quant’è bello Papi.
Ma, poi, non punterà Berlusconi, l’uomo delle tre punte, anche lui a un autogol? Sì, a imbordellire il tutto, novello Sansone che scuote le colonne, ma col preciso intento di far cadere tutte le altre se necessario eccetto la sua? Si veda intanto Fini, uno che pensava di fare il Solone e invece si è subito sentito punto e quasi sgonfiato. È una pista da seguire con attenzione. Magari Feltri, dopo Boffo, punterà su di lui - poiché non ci pensano la Litizzetto e gli altri comici.
Imporre l'agenda
Il fatto è - dovrebbe essere - ormai noto: Berlusconi impone l'agenda, sia pure triviale. Un fatto, un metodo politico, che è anche il segnale costante della incapacità dei suoi oppositori - della loro mpossibilità di essere, liberali e francescani, o berlingueriani. Ora la fa imporre pure da Feltri. Se è co l'acqua alla gola, si vede che ha polmoni fortissimi in apnea, poiché è lui che se la gode. Con Boffo e le ridicole cause sulla sua potenza sessuale ha colto due piccioni in una fava, per dirla come Gomez-Travaglio: spernacchia, dopo i magistrati, i giornalisti. Che sono, dopo i magistrati, la categoria più temuta e disprezzata - e non è possibile altrimenti, è il genere: mai nessuno scrittore di pettegolezzi è stato amato o apprezzato.
Si parlerà di libertà di stampa, di nuovo di fascismo, di morale, e di onore offeso dell'Italia. Facendone colpa a Berlusconi, ma suscitando anche la domanda: che altro può fare per difendersi, se non una causa in un tribunale? In particolare, Berlusconi mette in ridicolo i giornali-partito: "l'Unità", che è un giornale d'opinione ma pensa di essere sempre l'organo del potente partito Comunista, e "la Repubblica", che è un partito, anche se del 2 per cento, ma pensa di essere un giornale.
La pista nella fattispecie è questa: Berlusconi perderà le cause, fra dieci o venti anni, ma dimostrerà subito che i giornali querelati si basano su carte segrete dei peggiori servizi segreti, con le finte intercettazioni e i finti bocchini. Non subito, i Tribunali, benché civili, faranno di tutto per non far emergere quei dossier infetti. Ma non potranno tirarla in lungo indefinitamente: entro quattro anni, quando si voterà, i dossier dei giornali denunciati saranno chiariti, se non gli autori e i fruitori dei dossier. Se non lo fanno i tribunali lo farà Berlusconi, e avrà preso due piccioni con una fava, anche il piccione giudiziario.
mercoledì 2 settembre 2009
Quando c'era la Cortina di ferro
Con l’archivio generoso di “Repubblica” ripercorriamo alcuni avvenimenti del 1989, venti anni fa, che ne fu ricco, e che i giornali, vuoti, non raccontano: il comunismo sovietico che finisce nel disonore
11 febbraio
MA L’IMPERO SOGNA L’EUROPA, di Paolo Garimberti
Il nuovo clima internazionale sta erodendo la Cortina di ferro, ha detto il ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevardnadze.
22 febbraio
REPRESSIONE A PRAGA 9 MESI D' ISOLAMENTO AL DISSIDENTE HAVEL, di Andrea Tarquini
Nove mesi di carcere duro, regime di detenzione di secondo grado (quindi severo e restrittivo), cella d’isolamento e dunque sospensione di ogni contatto con la famiglia e gli amici. Con questa dura sentenza si è concluso ieri pomeriggio a Praga il processo contro Vaclav Havel, la prima istruttoria politica dell’èra Gorbaciov in Europa Orientale. Per il suo appoggio ai giovani scesi in piazza in ricordo di Jan Palach (lo studente che vent’anni fa si uccise col fuoco, in una disperata protesta contro l' invasione sovietica) il noto drammaturgo, esponente di punta di Charta ' 77, è stato riconosciuto colpevole di istigazione a violare la legalità socialista e resistenza a pubblico ufficiale. A nulla sono valse proteste e petizioni.
3 maggio
È CADUTA LA CORTINA DI FERRO AL CONFINE AUSTRO-UNGHERESE
La Cortina di ferro è andata in frantumi ieri mattina, sotto una pioggia insistente... L’Ungheria, priva della sua porzione di Cortina di ferro, potrebbe infatti diventare il paese ideale per tentare le fughe.
9 agosto
GRANDE FUGA DALL'EST
CRISI D' ESTATE TRA LE DUE GERMANIE, di Andrea Tarquini
È TORNATO IL DESIDERIO DI FUGA
A EST SI PREPARANO RESTRIZIONI
In giugno 12.500 transfughi dalla repubblica di Honecker
Sono migliaia i profughi della Germania Est che negli ultimi mesi hanno letteralmente preso d’ assalto le missioni diplomatiche della Germania Occidentale, di Praga, di Budapest e quella di Berlino chiusa lunedì notte. È la dimostrazione più evidente che il sogno della fuga all’Ovest sta nuovamente dilagando in questi ultimi mesi tra la popolazione tedesco-orientale. Una manifestazione di malcontento senza precedenti che preoccupa non poco le autorità di Berlino. I canali di fuga infatti sono tanti e non si limitano alla richiesta d’asilo alle missioni diplomatiche. Mentre continuano senza sosta i tentativi di fughe spettacolari attraverso il Muro, almeno un milione di cittadini, meno ardimentosi ma ugualmente desiderosi di andarsene, hanno avviato infatti la regolare pratica ufficiale di richiesta di permesso di emigrazione in Occidente. Secondo fonti di Bonn, nel solo mese di giugno, 12.000 e 500 cittadini della Germania Est si sono trasferiti in qualche modo all' Ovest.
(continua)
11 febbraio
MA L’IMPERO SOGNA L’EUROPA, di Paolo Garimberti
Il nuovo clima internazionale sta erodendo la Cortina di ferro, ha detto il ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevardnadze.
22 febbraio
REPRESSIONE A PRAGA 9 MESI D' ISOLAMENTO AL DISSIDENTE HAVEL, di Andrea Tarquini
Nove mesi di carcere duro, regime di detenzione di secondo grado (quindi severo e restrittivo), cella d’isolamento e dunque sospensione di ogni contatto con la famiglia e gli amici. Con questa dura sentenza si è concluso ieri pomeriggio a Praga il processo contro Vaclav Havel, la prima istruttoria politica dell’èra Gorbaciov in Europa Orientale. Per il suo appoggio ai giovani scesi in piazza in ricordo di Jan Palach (lo studente che vent’anni fa si uccise col fuoco, in una disperata protesta contro l' invasione sovietica) il noto drammaturgo, esponente di punta di Charta ' 77, è stato riconosciuto colpevole di istigazione a violare la legalità socialista e resistenza a pubblico ufficiale. A nulla sono valse proteste e petizioni.
3 maggio
È CADUTA LA CORTINA DI FERRO AL CONFINE AUSTRO-UNGHERESE
La Cortina di ferro è andata in frantumi ieri mattina, sotto una pioggia insistente... L’Ungheria, priva della sua porzione di Cortina di ferro, potrebbe infatti diventare il paese ideale per tentare le fughe.
9 agosto
GRANDE FUGA DALL'EST
CRISI D' ESTATE TRA LE DUE GERMANIE, di Andrea Tarquini
È TORNATO IL DESIDERIO DI FUGA
A EST SI PREPARANO RESTRIZIONI
In giugno 12.500 transfughi dalla repubblica di Honecker
Sono migliaia i profughi della Germania Est che negli ultimi mesi hanno letteralmente preso d’ assalto le missioni diplomatiche della Germania Occidentale, di Praga, di Budapest e quella di Berlino chiusa lunedì notte. È la dimostrazione più evidente che il sogno della fuga all’Ovest sta nuovamente dilagando in questi ultimi mesi tra la popolazione tedesco-orientale. Una manifestazione di malcontento senza precedenti che preoccupa non poco le autorità di Berlino. I canali di fuga infatti sono tanti e non si limitano alla richiesta d’asilo alle missioni diplomatiche. Mentre continuano senza sosta i tentativi di fughe spettacolari attraverso il Muro, almeno un milione di cittadini, meno ardimentosi ma ugualmente desiderosi di andarsene, hanno avviato infatti la regolare pratica ufficiale di richiesta di permesso di emigrazione in Occidente. Secondo fonti di Bonn, nel solo mese di giugno, 12.000 e 500 cittadini della Germania Est si sono trasferiti in qualche modo all' Ovest.
(continua)
La solidarietà più dura del terremoto
C’è un Abruzzo di cui non c’è traccia nel dopo terremoto, ed è quello del turismo annientato. Contro il quale, per il quale, l’unto del Signore Berlusconi nulla ha potuto, che pure, pare, sta facendo già ricostruire le case, subito e non fra vent’anni. Né il paese generosamente mobilitato, con raccolte, concerti e veglie. Migliaia di esercizi hanno chiuso o sono con l’acqua alla gola perché i turisti sono scomparsi. Tutti, letteralmente. Nella riviera che era una delle più apprezzate, pochissime le presenze, da Martinsicuro a Vasto. Mentre erano affollate le spiagge due o tre chilometri più in là, Porto d’Ascoli, Montenero. Anzi, se non c’erano i terremotati, ospitati dal governo, non c’era proprio nessuno. Nessuno in montagna, né in gita né in villeggiatura. Fermo lo stesso turismo locale, religioso, che movimenta dalla primavera ogni fine settimana migliaia di pullman. Per la paura del terremoto.
Una paura inconsistente, certo. Il terremoto, se è già avvenuto, è la migliore garanzia che non tornerà nell’immediato. Ma la psicosi da terremoto è stata alimentata quest’anno come non mai dalle televisioni, senza che nessun’altra disgrazia sia intervenuta a salvare l’Abruzzo da questa infausta attenzione – si conferma qui che la D’Addario è ininfluente. L’attenzione, tanta, troppa, ha ucciso si può dire l’Abruzzo. Alla paura portando gli stessi abruzzesi, se hanno abolito il pranzo fuori porta e il pellegrinaggio. L’area terremotata è ridotta, ma tutto ciò che si può dire abruzzese ne ha sofferto, è bastata la parola.
L’inerzia è dovuta a una malintesa solidarietà: molte manifestazione di aiuto ai popoli terremotati, che invece, loro e i loro parenti e vicini, avrebbero avuto bisogno di normalità e voglia di fare. Può uccidere anche la solidarietà. Girando per la regione, la mestizia è il segnale prevalente. Tristi i promotori locali, le pro loco, le associazioni, i parroci. Niente feste patronali, niente feste laiche, solo solidarietà. Assassina.
Una paura inconsistente, certo. Il terremoto, se è già avvenuto, è la migliore garanzia che non tornerà nell’immediato. Ma la psicosi da terremoto è stata alimentata quest’anno come non mai dalle televisioni, senza che nessun’altra disgrazia sia intervenuta a salvare l’Abruzzo da questa infausta attenzione – si conferma qui che la D’Addario è ininfluente. L’attenzione, tanta, troppa, ha ucciso si può dire l’Abruzzo. Alla paura portando gli stessi abruzzesi, se hanno abolito il pranzo fuori porta e il pellegrinaggio. L’area terremotata è ridotta, ma tutto ciò che si può dire abruzzese ne ha sofferto, è bastata la parola.
L’inerzia è dovuta a una malintesa solidarietà: molte manifestazione di aiuto ai popoli terremotati, che invece, loro e i loro parenti e vicini, avrebbero avuto bisogno di normalità e voglia di fare. Può uccidere anche la solidarietà. Girando per la regione, la mestizia è il segnale prevalente. Tristi i promotori locali, le pro loco, le associazioni, i parroci. Niente feste patronali, niente feste laiche, solo solidarietà. Assassina.
lunedì 31 agosto 2009
Problemi di base - 17
spock
Perché gli animali non sono mai brutti, mentre gli essere umani lo sono spesso? Sproporzionati, goffi.
Perché don Giovanni è triste?
(Mentre sembra risolto il precedente Problema: Perché Berlusconi non ha l'amante?, del 16 giugno 2008, un altro si propone:)
Perché Berlusconi continua a ridere?
Perché non si ride in Dante?
E nella Bibbia?
C’entra l’ano in analfabeta?
È il sesso ossessione?
Se per la fisica la materia è neutra, non siamo per caso tutti morti?
Perché i libri ereditati non si leggono, e anzi si vendono?
spock@antiit.eu
Perché gli animali non sono mai brutti, mentre gli essere umani lo sono spesso? Sproporzionati, goffi.
Perché don Giovanni è triste?
(Mentre sembra risolto il precedente Problema: Perché Berlusconi non ha l'amante?, del 16 giugno 2008, un altro si propone:)
Perché Berlusconi continua a ridere?
Perché non si ride in Dante?
E nella Bibbia?
C’entra l’ano in analfabeta?
È il sesso ossessione?
Se per la fisica la materia è neutra, non siamo per caso tutti morti?
Perché i libri ereditati non si leggono, e anzi si vendono?
spock@antiit.eu
Ombre - 26
Ludibrio sul “Corriere” oggi di Boffo, dell’“Avvenire”, dei vescovi, con la scusa di provare che c’era un dossier sugli stessi, che circolava da tempo. Che “Repubblica” risparmia ai suoi lettori, pur avendo le stesse carte, come dovrebbe essere ovvio se circolavano da tempo. L’informazione scandalistica è come la mafia, che sempre s’incarta – c’è sempre uno più mafioso degli altri. Dopo avere fatto molte vittime e anche stragi.
Ritorna sui giornali il racconto. La domenica, su alcuni giornali. Domenica Andrea Vitali sul “Sole 24 Ore” e Giancarlo Perna sul “Giornale” hanno più o meno lo stesso racconto: qualcuno che dall’Argentina arriva in Europa, in Italia quello di Vitali, a Bruxelles quello di Perna. Lavorano in pool, per non sbagliarsi, anche le redazioni culturali?
Grande risalto su “Repubblica” al “Wall Street Journal” che scrive di Berlusconi e la chiesa. Un articolo che accortamente presenta il “Wsj” come un giornale di destra, quindi la critica a Berlusconi doppiamente sapida.
Un articolo più lungo dell’originale. Che evita di dire che si tratta di un giornale di Murdoch, che contro Berlusconi ha in corso una battaglia stratosferica, per la sfida di Mediaset-Sky alla sua Rai.
I giornali di Berlusconi dicono sempre di cosa è accusato il padrone. Su “Repubblica” non c’è una parola sul mega appartamento dei Parioli acquistato dal direttore Mauro con un miliardo in nero. E forse a sconto – comunque da un personaggio in lite in tribunale col giornale.
Forse per facilitare il compito a Berlusconi? Che così può dire che il giornale fa la morale con editore in Svizzera, seppure solo per sfuggire al fisco, e un direttore ai Parioli, e pure evasore fiscale.
Riecco, immancabili, i dossier di destra. È anche più naturale, che i dossier siano di destra.
“Come mai i dossier colpiscono e abbattono sempre e soltanto le persone invise a (una certa) sinistra?”, spock si chiedeva il 23 giugno su questo sito in uno dei suoi Problemi di base: “I dossier che magistrati felloni compilano – una volta erano i «servizi deviati»”. E: “La corruzione è a destra? Ma si penserebbero i dossier roba di destra”. E la risposta, lenta, è arrivata.
È l’inizio della liberazione della sinistra? Dai cronisti giudiziari?
Il direttore di “Avvenire” Boffo può dire che non è vero, che non ha molestato una giovane perché lasciasse “libero” il marito, o fidanzato che fosse, suo amante. Che sono due delitti agli occhi della chiesa: un divorzio, un’unione omosessuale. Invece fa la predica, insinuando la vendetta di un redattore respinto da “Avvenire”. Giovane?
Boffo è stato processato e condannato, dice, per un aspetto marginale della vicenda, le troppe telefonate alla giovane partite dal suo cellulare. La querela, dice, è stata ritirata. Per pressioni di che tipo sulla giovane, morali, finanziarie?
Strafottenza? Con una Procura e un Tribunale, a Terni, famosi come mangiapreti? No, è il vizio dei preti, che sempre si assolvono.
D’Avanzo fa un’analisi semantica su “Repubblica” domenica per dimostrare che la “nota riservata” di Feltri su Boffo molestatore è opera di un maresciallo. Ma non dice che lui lo sa anche senza la semantica. Né ha mai detto da quali note riservate lui ha saputo di Noemi, o la Sarzanini di D’Addario. Né dice quello che tutti sanno, che i marescialli sempre compilano “libere” note di servizio, preferibilmente a discapito dei belli-e-buoni della Repubblica.
Il giornalismo in mano ai cronisti giudiziari decisamente è poco semantico, i corridoi delle questure non lo sono. Anche il gossip in mano a loro puzza, che è invece accattivante e magari arrapante trattato dai fotografi, e dalle redattrici specializzate.
In cinque pagine sul “caso Boffo”, quattro più l’inutile Sofri, “Repubblica” limite il fatto a due righe. Annegate in una delle otto articolesse. Senza dire l’essenziale. Informazione?
È curioso (è doloroso avendoci lavorato, credendoci, credendo in una cultura laica) leggere ogni giorno su “Repubblica” dieci domande inquisitoriali a Berlusconi. Domande cioè che hanno risposte obbligate, l’essenza dell’Inquisizione.
A opera di un fascista. Nel quale però il giornale si riconosce, più che in ogni altro, e lo stesso Scalfari.
È curioso anche leggere questi scherzi inquisitoriali amplificati nei giornali stranieri, ma meno: il Kulturkampf non è mai morto, anche se i socialisti spagnoli e i liberali inglesi, per quanto altezzosi, non lo sanno.
Il ridicolo vero di questa vicenda è che Berlusconi non si sia fatto Noemi: l’ha patrocinata senza scoparsela, questo ormai è chiaro. Ha perso un’occasione, lui che ama fare il bambino de “il re è nudo”. Avrebbe rotto l’ipocrisia per cui una quattordicenne può abortire ma una diciottenne non può scopare. E il perbenismo non ipocrita di sua moglie, quella che la dà per assicurare il patrimonio, poi basta.
È violento Fini nella riconversione a sinistra, intimando ai deputati di fare “più laica” la legge sulla bioetica. È a sinistra quello che era a destra. Avrà sorriso il presidente Napolitano, che a sinistra c’è stato una vita, e ha saputo presiedere la Camera efficacemente e pulitamente come nessun altro, non d’autorità nelle pause fra un’immersione e l’altra.
È perentorio sempre, Fini, anche sugli immigrati. Non solo per la statura e il collo alto della camicia: è sempre il vecchio capo dell’oleografia, certo vestito da civile. Non è politico, non convince, asserisce – più spesso quello che tutti sanno. È uno dei pilastri della seconda Repubblica, e questo è già una buona spiegazione del deficit dell’Italia.
Muoiono a centinaia nel canale di Sicilia, ma non c’è emozione. Un po’ di politichicchia e basta. Compreso il giornale dei vescovi, che dice che è in atto una Shoah: si dice per non dire.
C’è indifferenza anche ai bagni di mare, esercizio indispensabile e irrinviabile, come si sa, quando sulla spiaggia c’è il morto sotto il lenzuolo. È la crisi italiana? È la condizione urbana, la disattenzione. Dove si è presi incessantemente dal niente, i consumi antropofagi. E dal tempo obbligato: pendolarismo, doppio lavoro, tempo libero. Una modernità che è solo divorante.
L’1 per cento di share perso dalla Rai (che poi non è vero) si merita la prima e una pagina intiera di “Repubblica”. Che nel titolo, nell’occhiello e nella finestra di prima ne dà la colpa al divorzio da Sky. Tutta la notizia è qui: perché “Repubblica” è paladina di Murdoch.
Ritorna sui giornali il racconto. La domenica, su alcuni giornali. Domenica Andrea Vitali sul “Sole 24 Ore” e Giancarlo Perna sul “Giornale” hanno più o meno lo stesso racconto: qualcuno che dall’Argentina arriva in Europa, in Italia quello di Vitali, a Bruxelles quello di Perna. Lavorano in pool, per non sbagliarsi, anche le redazioni culturali?
Grande risalto su “Repubblica” al “Wall Street Journal” che scrive di Berlusconi e la chiesa. Un articolo che accortamente presenta il “Wsj” come un giornale di destra, quindi la critica a Berlusconi doppiamente sapida.
Un articolo più lungo dell’originale. Che evita di dire che si tratta di un giornale di Murdoch, che contro Berlusconi ha in corso una battaglia stratosferica, per la sfida di Mediaset-Sky alla sua Rai.
I giornali di Berlusconi dicono sempre di cosa è accusato il padrone. Su “Repubblica” non c’è una parola sul mega appartamento dei Parioli acquistato dal direttore Mauro con un miliardo in nero. E forse a sconto – comunque da un personaggio in lite in tribunale col giornale.
Forse per facilitare il compito a Berlusconi? Che così può dire che il giornale fa la morale con editore in Svizzera, seppure solo per sfuggire al fisco, e un direttore ai Parioli, e pure evasore fiscale.
Riecco, immancabili, i dossier di destra. È anche più naturale, che i dossier siano di destra.
“Come mai i dossier colpiscono e abbattono sempre e soltanto le persone invise a (una certa) sinistra?”, spock si chiedeva il 23 giugno su questo sito in uno dei suoi Problemi di base: “I dossier che magistrati felloni compilano – una volta erano i «servizi deviati»”. E: “La corruzione è a destra? Ma si penserebbero i dossier roba di destra”. E la risposta, lenta, è arrivata.
È l’inizio della liberazione della sinistra? Dai cronisti giudiziari?
Il direttore di “Avvenire” Boffo può dire che non è vero, che non ha molestato una giovane perché lasciasse “libero” il marito, o fidanzato che fosse, suo amante. Che sono due delitti agli occhi della chiesa: un divorzio, un’unione omosessuale. Invece fa la predica, insinuando la vendetta di un redattore respinto da “Avvenire”. Giovane?
Boffo è stato processato e condannato, dice, per un aspetto marginale della vicenda, le troppe telefonate alla giovane partite dal suo cellulare. La querela, dice, è stata ritirata. Per pressioni di che tipo sulla giovane, morali, finanziarie?
Strafottenza? Con una Procura e un Tribunale, a Terni, famosi come mangiapreti? No, è il vizio dei preti, che sempre si assolvono.
D’Avanzo fa un’analisi semantica su “Repubblica” domenica per dimostrare che la “nota riservata” di Feltri su Boffo molestatore è opera di un maresciallo. Ma non dice che lui lo sa anche senza la semantica. Né ha mai detto da quali note riservate lui ha saputo di Noemi, o la Sarzanini di D’Addario. Né dice quello che tutti sanno, che i marescialli sempre compilano “libere” note di servizio, preferibilmente a discapito dei belli-e-buoni della Repubblica.
Il giornalismo in mano ai cronisti giudiziari decisamente è poco semantico, i corridoi delle questure non lo sono. Anche il gossip in mano a loro puzza, che è invece accattivante e magari arrapante trattato dai fotografi, e dalle redattrici specializzate.
In cinque pagine sul “caso Boffo”, quattro più l’inutile Sofri, “Repubblica” limite il fatto a due righe. Annegate in una delle otto articolesse. Senza dire l’essenziale. Informazione?
È curioso (è doloroso avendoci lavorato, credendoci, credendo in una cultura laica) leggere ogni giorno su “Repubblica” dieci domande inquisitoriali a Berlusconi. Domande cioè che hanno risposte obbligate, l’essenza dell’Inquisizione.
A opera di un fascista. Nel quale però il giornale si riconosce, più che in ogni altro, e lo stesso Scalfari.
È curioso anche leggere questi scherzi inquisitoriali amplificati nei giornali stranieri, ma meno: il Kulturkampf non è mai morto, anche se i socialisti spagnoli e i liberali inglesi, per quanto altezzosi, non lo sanno.
Il ridicolo vero di questa vicenda è che Berlusconi non si sia fatto Noemi: l’ha patrocinata senza scoparsela, questo ormai è chiaro. Ha perso un’occasione, lui che ama fare il bambino de “il re è nudo”. Avrebbe rotto l’ipocrisia per cui una quattordicenne può abortire ma una diciottenne non può scopare. E il perbenismo non ipocrita di sua moglie, quella che la dà per assicurare il patrimonio, poi basta.
È violento Fini nella riconversione a sinistra, intimando ai deputati di fare “più laica” la legge sulla bioetica. È a sinistra quello che era a destra. Avrà sorriso il presidente Napolitano, che a sinistra c’è stato una vita, e ha saputo presiedere la Camera efficacemente e pulitamente come nessun altro, non d’autorità nelle pause fra un’immersione e l’altra.
È perentorio sempre, Fini, anche sugli immigrati. Non solo per la statura e il collo alto della camicia: è sempre il vecchio capo dell’oleografia, certo vestito da civile. Non è politico, non convince, asserisce – più spesso quello che tutti sanno. È uno dei pilastri della seconda Repubblica, e questo è già una buona spiegazione del deficit dell’Italia.
Muoiono a centinaia nel canale di Sicilia, ma non c’è emozione. Un po’ di politichicchia e basta. Compreso il giornale dei vescovi, che dice che è in atto una Shoah: si dice per non dire.
C’è indifferenza anche ai bagni di mare, esercizio indispensabile e irrinviabile, come si sa, quando sulla spiaggia c’è il morto sotto il lenzuolo. È la crisi italiana? È la condizione urbana, la disattenzione. Dove si è presi incessantemente dal niente, i consumi antropofagi. E dal tempo obbligato: pendolarismo, doppio lavoro, tempo libero. Una modernità che è solo divorante.
L’1 per cento di share perso dalla Rai (che poi non è vero) si merita la prima e una pagina intiera di “Repubblica”. Che nel titolo, nell’occhiello e nella finestra di prima ne dà la colpa al divorzio da Sky. Tutta la notizia è qui: perché “Repubblica” è paladina di Murdoch.
domenica 30 agosto 2009
La Dc, la droga dei vescovi
Il Vaticano con l’aborto, l’eutanasia, le unioni omosessuali, e i cattolici celtici? È un fatto, c’è poco da meravigliarsi. Il free for all del debole pontificato di Ratzinger ha liberato gli istinti profondi della curia italiana, che sono poi quelli della vecchia Dc, e nessuna infamia – agli occhi della chiesa – è esclusa. Ci sono stati papi, del resto, che si alleavano coi turchi, contro re cristianissimi. I vescovi sentono profumo di Dc, e nulla più li tiene.
Nel fronte affrettato con “Repubblica” si trovano anche alleati a chi ne contesta l’8 per mille, l’insidia peggiore ai loro occhi, e tuttavia non ci vedono: la politica è la loro droga. Ruini li aveva tenuti a bada perché non avevano sponde in Vaticano, con il papa di acciaio polacco che aveva rotto nella curia le camarille italiche, con durezza, con costanza. Si trattasse di questioni di fede o del mercimonio dela Sacra Rota. Col papa tedesco è diverso: è anziano, è un bambinone, non ha voglia né il carattere per dedicarsi al governo della chiesa, figurarsi dei vescovi italiani.
Per anni i vescovi hanno atteso che Berlusconi restituisse i “loro” voti. Prima per l’atteso disfacimento del suo “partito di plastica”. Poi per la morte attesa dello stesso Berlusconi. Ora per l’aids morale trasmesso dalla D’Addario e dalla signora Berlusconi. Si dice che si siamo mossi per le sirene di Casini, ma i vescovi sanno chi è Casini, non erano nati quando lui era in politica. Sanno invece per esperienza, avendo dovuto fare i confessori, che dalle vendette delle donne non ci si salva. E si rivedono già nel loro vecchio ruolo di power broker, nei grandi affari e nelle minute questioni quotidiane – ruolo, a onor del vero, anche dei mullah mussulmani.
Non manca fra i vescovi il frescone, quello che è comunque contento di uscire sul giornale, come in un gogoliano racconto. Ma i più sono mossi dall’inestirpabile vizio della politica. Recenti studi e il cardinale Ruini hanno certificato che in questi quindici anni senza Dc la chiesa ha avuto tutto quello che voleva e anche di più, una legislazione e una pratica compiacente in materia di scuole e cliniche private, e di opere assistenziali (Aids, droga, anziani, immigrati), e una netta chiusura alle legislazioni laiciste in materia di matrimonio, buona morte, bioetica, perfino di ora di religione e di crocefisso negli uffici, nonché una disponibilità e rendere più restrittivo l’aborto. Ma i vescovi sono impermeabili al calcolo dei profitti e perdite quando si tratta di comandare.
Nel fronte affrettato con “Repubblica” si trovano anche alleati a chi ne contesta l’8 per mille, l’insidia peggiore ai loro occhi, e tuttavia non ci vedono: la politica è la loro droga. Ruini li aveva tenuti a bada perché non avevano sponde in Vaticano, con il papa di acciaio polacco che aveva rotto nella curia le camarille italiche, con durezza, con costanza. Si trattasse di questioni di fede o del mercimonio dela Sacra Rota. Col papa tedesco è diverso: è anziano, è un bambinone, non ha voglia né il carattere per dedicarsi al governo della chiesa, figurarsi dei vescovi italiani.
Per anni i vescovi hanno atteso che Berlusconi restituisse i “loro” voti. Prima per l’atteso disfacimento del suo “partito di plastica”. Poi per la morte attesa dello stesso Berlusconi. Ora per l’aids morale trasmesso dalla D’Addario e dalla signora Berlusconi. Si dice che si siamo mossi per le sirene di Casini, ma i vescovi sanno chi è Casini, non erano nati quando lui era in politica. Sanno invece per esperienza, avendo dovuto fare i confessori, che dalle vendette delle donne non ci si salva. E si rivedono già nel loro vecchio ruolo di power broker, nei grandi affari e nelle minute questioni quotidiane – ruolo, a onor del vero, anche dei mullah mussulmani.
Non manca fra i vescovi il frescone, quello che è comunque contento di uscire sul giornale, come in un gogoliano racconto. Ma i più sono mossi dall’inestirpabile vizio della politica. Recenti studi e il cardinale Ruini hanno certificato che in questi quindici anni senza Dc la chiesa ha avuto tutto quello che voleva e anche di più, una legislazione e una pratica compiacente in materia di scuole e cliniche private, e di opere assistenziali (Aids, droga, anziani, immigrati), e una netta chiusura alle legislazioni laiciste in materia di matrimonio, buona morte, bioetica, perfino di ora di religione e di crocefisso negli uffici, nonché una disponibilità e rendere più restrittivo l’aborto. Ma i vescovi sono impermeabili al calcolo dei profitti e perdite quando si tratta di comandare.
"Repubblica" e "Corriere" affondano l'Inpgi
Centoventinque prepensionamenti di cinquantottenni mettono in crisi l’Inpgi, la previdenza dei giornalisti, ottantacinque di “Repubblica” e quaranta del “Corriere della sera”, i maggiori e più ricchi giornali italiani. Si è dibattuto molto in consiglio d’amministrazione su questa ondata di prepensionamenti, che affossa per un lungo periodo, e probabilmente per sempre, la gestione dell’Istituto, ma alla fine ha prevalso l’orientamento politico: l’Istituto è gestito da una maggioranza di centro-sinistra, per il quale le due editrici sono schierate.
Ora, la paura si sposta sulla Rai: l’emittente pubblica ha in carico 1.700 giornalisti, e potrebbe dover ricorrere anch’essa presto a un alleggerimento. Se non quest’anno, per il bilancio 2010. La Rai è stata finora il polmone di finanziamento dell’Inpgi, i suoi sono poco meno di un terzo di tutti i contributi per posti di lavoro a tempo indeterminato.
Ogni anno di prepensionamento ai minimi di età, 58 anni, quindi per sette anni, ai maggiori livelli retributivi, qual è il caso di “Corriere” e “Repubblica”, si calcola che costi alle casse dell’Inpgi mediamente mezzo milione di euro. Il paradosso è che Berlusconi, il nemico del cda Inpgi, che impiega nei suoi giornali e le sue televisioni poco meno di mille giornalisti, non ne ha mai scaricato uno sull’Inpgi.
Ora, la paura si sposta sulla Rai: l’emittente pubblica ha in carico 1.700 giornalisti, e potrebbe dover ricorrere anch’essa presto a un alleggerimento. Se non quest’anno, per il bilancio 2010. La Rai è stata finora il polmone di finanziamento dell’Inpgi, i suoi sono poco meno di un terzo di tutti i contributi per posti di lavoro a tempo indeterminato.
Ogni anno di prepensionamento ai minimi di età, 58 anni, quindi per sette anni, ai maggiori livelli retributivi, qual è il caso di “Corriere” e “Repubblica”, si calcola che costi alle casse dell’Inpgi mediamente mezzo milione di euro. Il paradosso è che Berlusconi, il nemico del cda Inpgi, che impiega nei suoi giornali e le sue televisioni poco meno di mille giornalisti, non ne ha mai scaricato uno sull’Inpgi.
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