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sabato 26 giugno 2010

Problemi di base - 30

spock

Dio non sarà odio, un errore di stampa? Visto come si odiano le religioni del Dio unico, di compassione: i cristiani con gli ebrei e i mussulmani, e le sette cattoliche, ebraiche, mussulmane tra di loro.

Se io non sono, chi sono?

E chi è quello che a tutte le ore, del giorno e della notte, si lascia perseguitare dalla Rai?

I film e le giornate delle foibe non chiariscono se gli slavizza tori forzosi di Trieste erano sloveni o serbi: a chi va questa eredità della Jugoslavia?

Alla Serbia la guerra l’abbiamo fatta, Scalfaro in accordo con D’Alema. Dobbiamo farla anche alla Slovenia?

Perché gli slavi di Trieste si lamentano solo del fascismo? Gli slavi sono buoni, ma non c’è stata storia dopo il 1945?

Perché chiamare Lombardo il presidente della Sicilia?

Perché la Riforma è giusta e la Controriforma sbagliata? Perché i principi, i capitalisti e i razzisti sono migliori dei gesuiti. Per chi?

Perché Bossi vuole fare della Padania il Sud del Nord?

Berlusconi dorme sorridendo?

Se la bellezza sta nella bruttezza, dove sta la bruttezza?

spock@antiit.eu

Jünger e Heidegger, goliardi nella vergogna

Se non fossero due studiosi, pensatori da una vita, estimatori della cultura, potrebbero essere due goliardi un po' sentimentali, che nella guerra perduta e la vergogna personale si tengono su con le facezie. Nessuna passione, né emotiva né critica, se non la tigna dell'"avevo detto". E i nonsensi "L'uomo logo-tenente del niente", Λεγω → αΛεγω → αλγος, lo svanimento, la scomparsa del meraviglioso, sostituito (sic!) dalla paura, dalla vertigine...
È l'età? Sì, l'età fissa i connotati. Il fondo reazionario emerge così limpido: il nichilismo è, benché asettico, esplosivo atto a minare tutto ciò che è moderno, sociale, politico. E allegramente vivono "Il disagio della civiltà" che impensieriva Freud.
In questo è anche la loro simpatia: poiché non gliene importa nulla, sono gli spensierati sghigazzanti compagnoni, quelli che la racciontano fine e (Heidegger, sul filo del nulla verbale) quelli che la raccontano grossa. Non c'è solo lo humour inglese sul versante leggero della letteratura, ci sono anche i buffoni, i clown, le pernacchie, l'irrisione, la grossolanità.
Jünger-Heidegger, Oltre il limite

venerdì 25 giugno 2010

Il sindaco Emiliano apre una pensione a D’Addario

A un anno dal suo salvataggio da parte della escort signora D’Addario, il sindaco di Bari, il giudice Emiliano, mantiene i patti. Il salvataggio, si ricorderà, fu politico, all’indomani della sconfitta elettorale del giudice, sindaco uscente plurifinanziato da D’Alema. Il giorno dopo il primo turno delle comunali la signora scese in campo e ribaltò la partita.
Non si sa se il giudice firmò all’epoca una cambiale, ma onora la scadenza: la signora potrà aprire un residence, com’è nei suoi voti. Speriamo non vi riceva, personalmente o per tramite, sarebbe imbarazzante per il sindaco - potrebbe esserlo, non si sa mai, a Bari la morale è levantina. E per il suo protettore D’Alema. Nonché per tutti quelli che non ci faremmo la signora gratis.
Il fatto sarebbe anche penale: può una prostituta, sia pure cara, tenere un albergo? Ma non a Bari, dove la giustizia ha altri criteri.
La licenza del sindaco Emiliano a un anno data farebbe un bel gossip, il nuovo nome dell'informazione. Ma i giornali di Lor Signori la nascondono. Anche loro non si farebbero la signora gratis? È presto per dirlo, bisogna aspettare domani, quando la signora presenterà l’atteso audiolibro “Gradisca presidente”, sulla chiavata che si fece a Roma con Berlusconi, astinente da qualche anno. Si preannuncia un grande evento, nella stessa capitale, pare su un palcoscenico prestigioso, e quindi non si sa mai.
E questo è tutto quello che si può dire, per la legge, penale e “civile”, i giudici baresani, la politica d’opposizione, e la grande informazione. Magari nel residence il colonnello della Finanza che ha convertito la signora D’Addario potrà incontrare in assoluta riservatezza le tre giornaliste, sempre innominate, cui confidava i segreti dell’operazione. Ma non si può dire: la protezione è un reato - dirla.

Il primo sciopero di cui Roma non s’è accorta

Quando scioperano i trasporti pubblici a Roma nessun giornale ne dà avviso, nemmeno il Tg 3 locale. Ma non questa volta: oggi che ha scioperato la Cgil l’informazione è stata data, tempestiva e ripetuta, come sarebbe opportuno. E non solo del blocco dei trasporti pubblici, ma anche del corteo, che avrebbe bloccato il centro della città, e del blocco delle navi, delle autostrade, dei camion – dei camion? E perfino, informa il “Corriere della sera – Roma”, in una nota insignita da © riproduzione vietata, “l’autonoleggio, il soccorso autostradale, le autoscuole, i trasporti funebri e gli impianti a fune”.
Poi si dice che i giornali vendono poco. Perché non si è mai circolato meglio a Roma, negli ultimi tempi, di oggi. I mezzi pubblici ci sono stati, su tutti i percorsi, perfino tempestivi, e il centro è stato sgombro. Gli unici che hanno scioperato sono i bancari del Monte dei Paschi. Ma non hanno influito sul credito. Resta da sapere se qualche corteo funebre non si è fatto, per rispetto del passaggio della Cgil – bisogna spaziare le inumazioni.

giovedì 24 giugno 2010

L'Italia modello - ma non in Italia

Geniale, tanto più per essere fuori corso (si riedita uno studio pubblicato nel 1989, una sorta di testamento di Braudel, che tanto ha studiato il Mediterraneo, morto nel 1985). Braudel parte con l’ironica sottolineatura degli italiani anche bravi soldati, per conto del re di Spagna: milanesi, napoletani, siciliani. E delle “emigrazioni perlate, di lusso a dire la verità”, sempre molto qualificate, di religiosi, politici, artisti, che a loro modo colonizzarono il resto dell’Europa. Con l’uso diffuso dell’italiano nelle corti e tra i letterati. E l’invenzione, da ultimo della “ragion di Stato” – monsignor Della Casa ne scrive a Carlo V nel 1547. Fino a tutto il Cinquecento “ci fu, anche nei riguardi di Bisanzio e dell’islam, e più nettamente ancora nei riguardi dell’Occidente, una supremazia di lunga durata a beneficio delle città e dei mercanti dell’Italia”. Il “modello italiano” è in realtà un'Italia modello, per la seconda volta nel secondo millennio, per due secoli circa, fino a metà Seicento (in un succoso inciso a metà libro, “L’Italie au plus haut de son rayonnement”, Braudel affronta anche la questione “Modello”). E ancora dopo: l’Europa si spopolerà a metà Seicento, ma l’Italia resta il paese più densamente popolato.
Nei due secoli Braudel censisce tre Italie. Quella in pace per quarant’anni dopo l’accordo di Lodi (1454). Quella saccheggiata a ripetizione per sessant’anni dai francesi, gli spagnoli, gli svizzeri, i tedeschi (“l’Europa ha reinsegnato all’Italia la guerra selvaggia: il sacco di Brescia da parte dei francesi (1511), il sacco di Roma delle truppe miste del connestabile di Borbone (1527), il sacco di Pavia operato dai francesi nel 1526, che si vendicano della sconfitta del 1525, il sacco di Genova (1532) da parte degli spagnoli (saranno risparmiate solo le lettere di cambio prese ai mercanti) - questi orrori proclamano, da soli, l’inumanità dei tempi nuovi” (60), ma non in Italia. Infine un secolo di lunga pace, dopo il 1559. Che equivale, dice Braudel, a una “messa in prigione”. Ma in tutt’e tre le epoche l’Italia è più attiva di ogni altro in Europa, nella finanza, i commerci, le arti, e la poesia. Anche perché il controllo straniero dopo la pace del 1559 è superficiale, Chabod l’ha dimostrato negli “Usi e abusi nell’amministrazione dello Stato di Milano”.
Con la scrittura evocativa di Michelet e Burckhardt, seppure sprovvista di aneddoti, Braudel lega l'assunto con geometria. Le “città lepri”, Genova, Firenze, Venezia, Milano, oppone agli “stati tartaruga”. Quattromila veneziani, cifra allora ragguardevole, sono censiti nel Vicino Oriente attorno al 1500. è una “emigrazione” di mercanti e banchieri. Dal 1450 al 1650 Genova e Venezia hanno il quasi monopolio dei trasporti marittimi con l’Oriente, e fino al mare del Nord, i fiorentini e i genovesi entrano in tutte le partite finanziarie. In sintonia sempre sempre con l’impero turco, per l’interesse reciproco, che pure avversano militarmente – “un Mediterraneo prospero è un’Italia prospera” (90). Anche nella secolare guerra della Spagna per le Fiandre, la strada migliore è quella dell’Italia, via Genova, Milano e i passi alpini. Restando da accertare la parte di Livorno, per la quale Braudel chiede che si scriva la “storia vera”, i legami cioè con Amsterdam, il ruolo di ebrei e marrani, i legami del granduca. Una considerazione è valida ancora oggi, con la “Cina”: le città italiane che dominano gli affari europei non hanno, o periodicamente le perdono, le arti manifatturiere, della seta, della lana, eccetera, ma sempre mantengono la leadership del credito, il trasporto, la vendita delle “arti” degli altri.
Un tema fecondo introduce riguardo a Napoli e al Sud Italia, che restano fuori già da questo “miracolo”: “La feudalizzazione, o rifeudalizzazione, interviene quando uno Stato si disgrega”, il feudalesimo è comunque un ordine. È il caso di Napoli nel Cinquecento, argomenta Braudel, rifacendosi “ai lavori di Giuseppe Coniglio, Rosario Villari, Ruggiero Romano, Pasquale Villani, Antonio Di Vittorio”. È dubbio che il Sud abbia mai avuto uno Stato. A parte, s’intende, le signorie, normanna, tedesca, angioina, aragonese. Braudel sembra contraddirsi, poiché subito dopo argomenta: “Ora, lo Stato svenduto all’asta non è precisamente il caso del regno di Napoli?” La Spagna si difese in Europa nelle Fiandre, ha spiegato a lungo. Per le quali finirà per vendersi tutto di Napoli, dice ora, “il reddito e anche il capitale”. Di cui fa l’elenco in dettaglio: “le poste stesse dell’imposta, la proprietà delle giurisdizioni, i diritti regali, più o meno sbrecciati, le dogane del porto, l’imposta sulla seta, i titoli nobiliari, e infine i contadini, cioè i comuni del demanio reale”. A spese dei lavoratori: “Il conto lo paga il contadino della pianura e della montagna”, conclude Braudel, “produttore di grano, lana, carne, vino, olio, seta”. Vera pure l’ultimissima considerazione dello storico: Napoli si rivolta a metà Seicento, quando tutta l’Europa si rivolta, la crisi è generale, Parigi, Londra, la Catalogna, “ma solo il Portogallo vincerà la partita”.
Storico della “lunga durata”, e vero cosmopolita, Braudel coglie bene le tendenze, i movimenti di lungo periodo: “Gloria del denaro, gloria dello spirito, che ci seduce, questa, più di quella. Nell’esemplarità della sua vita, l’Italia dà, per secoli, lo spettacolo delle sue riuscite intellettuali, delle sue acrobazie, delle sue novità, delle sue rivoluzioni culturali senza fine contraddittorie: libertà poi ordine, progresso poi rottura, luce poi crepuscolo”. Uno dei pochi studiosi residui di Genova – “ci fu grosso modo, dal 1550 al 1650,altrettanto brilante che il «secolo dei Fugger», un «secolo dei banchieri genovesi»”. Il solo studioso contemporaneo delle relazioni tra l’Italia e la Spagna, l’ironia di Manzoni sembrando sopraffare gli stessi storici.
Uno storico la cui onestà non si può contestare, che esordisce: “Sono di quelli che sono colpiti del vigore Attuale dell’Italia, dalla sua spinta vitale crescente, anche nella sua letteratura e nell’arte, e nel suo meraviglioso cinema”. Nel 1985, prima del diluvio – prima che Milano, la capitale morale, sommergesse l’Italia.
Questo studio, benché di ottima fattura e di argomentazione chiara, è ancora inedito in Italia. Certo non per disattenzione. Né - non si vede come - per la damnatio memoriae, questa Italia lombarda non ha memoria. Per un complotto?
Fernand Braudel, Le Modèle italien, Flammarion, pp. 221, € 7

Letture - 33

letterautore

Classico – I classici sono sconclusionati. Implausibili, bizzarri, smisurati - devianti in escrescenze, ripetizioni, illogicità (Quanta saggezza nelle Gonerille! La saggezza viene scritta “come viene”, e poi attribuita in scena secondo le entrate?). L’opposto della regolarità, la proporzione, la simmetria, quello che la critica classica della cultura dice classico.

Confessione – La prima persona al presente storico è una rappresentazione doppia, del soggetto che racconta se stesso e insieme si commenta (situa). Per questo è faticosa.

Ebraismo - Una storia laica della storia ebraica e della civiltà potrebbe argomentare che gli ebrei si sono “inventato” tutto, hanno cioè copiato tutto. Gesù che staziona a Cafarnao, crocevia dell’Oriente, per il Dio clemente, l’uomo responsabile, la salvezza individuale. Mosé o Giuseppe per tutto quello che viene dall’Egitto: l’Onnipotente, l’Uomo-Dio, la luce, il muro del pianto. E altri simboli, miti e aspetti del divino da altre civiltà, babilonese, fenicia, greca: la regina di Saba, il Salvatore, l’inferno… Inframezzati da profezie e storielle locali di poco conto. E da grandissima poesia – una forza letteraria che rende ancora più plausibile l’invenzione. Straordinario romanzo storico ne verrebbe, l’invenzione di una civiltà – la civiltà che ci ha fatti e ci governa.
Ron Rosenbaum l’ha fatto col “fenomeno Hitler”. Limitatamente: la sua è la traslazione (l’applicazione) alla storia della teoria psicanalitica. Ma non è questa teoria tipica scienza del più tipico ebraismo, la cabala, per cui una cosa ne nasconde un’altra? Nasconde in sé, è un’altra. E delle storielle yiddisch, uno dei cui meccanismi è “Sì, ma prima?” - la cabala, o il nome nascosto, che vengono dall’antico Egitto.

Filologia – Ha status di scienza, mentre è al più un’arte. Anche nell’erudizione. E non tiene conto, malgrado il culto delle varianti, delle riscritture. Quante mani diverse hanno comunque composto la primissima copia? E su quali di queste copie – i codici – hanno lavorato le miriadi di copisti con le loro inevitabili sviste, per non degli scherzi dei burloni e delle vendette. È arcigna solo con la scrittura. Nella musica e nella pittura i rifacimenti, normalissima pratica, hanno titolo a considerazione alla pari.

Freud - Era un medico. Operava cioè in situazione traumatiche, e scriveva da medico. Ma ha diffuso e imposto il suo sistema operativo come interpretazione della realtà, e perfino come placebo, non innocuo. Che faceva di diverso Torquemada, prima dei roghi – un Torquemada che non avesse abiurato? È implacabile nell’annientamento dell’io, poiché tale è la sua terapia, non la ricostituzione: l’io storico e sociale. Imponendo la mutilazione di ogni utensile o aggancio che la persona abbia ereditato o si sia costruito nel mondo.
Propone verità. È quindi incongruo. Propone verità dove non ci possono (devono) essere: rendere conscio l’inconscio, razionalizzare l’irrazionale. Rende tuttavia commestibili situazioni e soluzioni insulse, aberranti, assurde. E non per dono di scrittura, non è grande affabulatore. Perché induce la paura? La sua normalità è terribile: non si esiste fuori dall’inconscio, il sesso è la grande malattia. Si dice per la sessuofobia, del giudaismo, del cristianesimo. Ma non c’è in lui né Bibbia né Vangelo, solo un antifemminismo radicale, comune anche alle sue donne, alle pazienti, viscerale (vissuto), ossessivo. E la fobia del piacere. Il piacere non può essere, per questo non può darsi guarigione, che pure è il presupposto di una terapia. Il sesso è la peste, è goccia a goccia un diluvio universale, miliardi di gocce, montagne, oceani, che si disfano.
È lo scienziato folle, si vede dalla durezza (assenza del dubbio). Scientista del suo tempo, per l’applicazione distorsiva che fa dell’intelligenza, che si degrada per essere furba, incontestabile. Geometricamente si avvita in surplace, in movimento elicoidale che tanto più romba in quanto non decolla. Dice di limitare la realtà per meglio approfondirla (scoprirla): non si nasconde. Ma è insidioso. Perché? Va incontro al bisogno di aggressività dell’uomo, di vittimismo delle donne (del tipo femminile, quindi anche degli uomini che si presumono violentati). Conforma e consolida cioè le incrostazioni psicologiche nel mentre che si dice intento a ripulirle. Ma basta questa surrettizia capacità di rassicurazione a farne il successo?
Non si può dire, ma attua una forma di nazismo, di sovietismo - il totalitarismo, si sa, deve annientare. Attacca la persona nelle sue radici, gli affetti, le amicizie, le relazioni, sulla base del sospetto, per rimodellarle su presupposti estremamente limitati, che presenta purificati se non puri. E trova, con la metodologia non asettica del sospetto, ciò che cerca. Una demiurgia e non un metodo critico, che prefigura la malattia (la condanna, la subordinazione). Elimina dalla vita la spontaneità, checché essa voglia dire (famiglia, religione, lingua, clima – anche una valle chiusa è ancora spontanea, o la prateria), e il radicamento, per ricostituire un manichino semplificato. Che ha occhio solo per se stesso, ed è in grado di camminare da solo ma periodicamente va lubrificato. In fondo ripropone il golem, sotto forma psichica, la modellazione di un io posticcio, semplificato, dopo aver mutilato e semplificato quello reale. Anche il procedimento è crudele: la memoria selettiva forzata.
Muove l’attacco più insidioso all’individuo, più del materialismo. Non solo perché demolisce in forma di terapia, ma per il potenziale devastante che mette in campo, minando ogni singola coscienza dall’interno, e con singolare economia e scienza totalitaria: mediante il linguaggio. Seppure imponendone uno rozzo e indimostrato (indimostrabile). Ma è linguaggio violento, “chi si oppone è malato”, e questo conta. Soprattutto insidioso è l’attacco agli “affetti più cari”. Che non è scientifico, anche se lo sembra, ma è devastante, volendo demolire l’individualità, il giudizio.
La riduzione del mondo all’io può anche essere storicamente determinata, dall’esilio, la transumanza, la marginalità. Ma è essa stessa divorante. È terapia diabolica. È una forma di auto-tortura. Figurativa e pratica, passando per il taglio o la rimozione di ogni possibile estensione (affetti, passione politica, ricerca, socialità), in favore di una memoria ferocemente (sessualmente) selettiva, di cui si può fare colpa solo a se stessi. Se l’analisi è autoanalisi, come opera questo soggetto diviso che è l’analista? Sì, il doppio, si fanno buoni racconti, m la scientificità? C’è un che di malsano (irrisolto, contraddittorio, furbo) nella decostruzione-ricostruzione dell’io. Non è filosofia e non è psicologia. È una tecnica. Serve cioè a qualcosa, ma a che cosa? A guarire no, e allora?

Gentiluomo – Può non essere un galantuomo. Mentre un galantuomo è sempre un gentiluomo. Curioso rovesciamento semantico, tra i significati originari.

Lutero - È scandaloso: “Peccando acquisti forza, nel costringerti a non peccare perdi le forze”. È la radice, e anche il tronco, di Nietzsche. E il “pecca fortiter” non è solo divertirsi, mangiare, bere, scopare, ma anche essere malvagi, per evitare che chi è troppo giusto si inorgoglisca. Ma non è libertino. È autore compiaciuto di sofistiche sottigliezze, come sarà Nietzsche, segnato dal lutto paterno-luterano. Argute certo. E materia d’infinita ermeneutica, ma nei fatti stolide.
Alla fine della lunga lotta per la salvezza attraverso la fede, del rifiuto senza distinzioni di qualsiasi opera, Lutero conviene senza resipiscenze: “Purtroppo avviene il contrario, con questa dottrina, della giustificazione attraverso la sola fede, più passa il tempo più il mondo diventa cattivo. Ora la gente è posseduta da sette diavoli, è più avida, più furba, più parziale, più spietata, più immorale, più sfrontata e più cattiva che sotto il papato”.
È l’intellettuale, unicamente coinvolto nel suo scandalo.

Punto di vista – Nella narrazione è in effettuale (arbitrario): la storia si legge sempre all’incontrario, ex post.

Subculture – In voga in assenza di culture, idee unificanti. Fanno emergere le ghettizzazioni – etniche, morali, sessuali, di genere, generazionali – ma non le creano. Sono, fino a prova in contrario, delle difese. O, secondo lo schema trinario, il momento contestativo da cui una nuova sin tesi potrà (dovrà) germogliare. Altrimenti non ci saranno neppure subculture – sono più deboli delle ideologie, pure finite senza residui.

Tacito – Si può dire l’Italiano: il “conservatore pessimista”. Il notabile peninsulare.
Può servire ai tiranni, e ai loro nemici – essenzialmente per non essere affidabile. L’arcitaliano Guicciardini lo sapeva già: “Tacito insegna ai tiranni come essere tiranni, e ai lolro sudditi come comportarsi sotto i tiranni”.

Tempo – L’inverosimiglianza del tempo reale. Nella narrazione all’italiana, per esempio, tipo diario scolastico. Che è falsa, oltre che noiosa – o è noiosa perché è falsa.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 23 giugno 2010

Il mondo com'è - 38

astolfo

Antipolitica – Inaugurata a Milano dalla Lega, celebrata dal “Corriere della sera” nell’estate del 1994, in preparazione del mini-golpe contro il governo, d’accordo con Borrelli e la Procura di Milano. È il proprio della borghesia? Di quella italiana sì. Sotto le vesti dell’antipartitismo, l’antipolitica viene dalla cultura liberale, laica (azionista, repubblicana), degli anni Cinquanta e Sessanta, man mano che, restando fortemente minoritaria, fu esclusa dalla politica nazionale. La scelta del "Corriere" nel 1994 fu dettata da ragioni editoriali: fronteggiare la concorrenza di “Repubblica”, che col cosiddetto giustizialismo, l’ultimo avventuroso approdo di Scalfari, ne minacciava il mercato. Ma c’era evidentemente una corrispondenza fra l’antipolitica e il pubblico lombardo che il “Corriere della sera” rischiava di perdere. Del rifiuto della politica già il “Corriere” laico di Panfilo Gentile e Libero Lenti era il veicolo, fino alla direzione di Spadolini a fine anni Sessanta - l’esecrazione della politica è comune alla borghesia lombarda.
Il potere è un nucleo impermeabile alla cultura europea del Novecento, alla cultura liberale. Non alla migliore cultura liberale: a Einaudi, andando a ritroso, Tocqueville, Montesquieu, Grozio, Hobbes, Machiavelli. Ma sì, totalmente impervio, ai laici italiani, da Salvemini a Scalfari, e al “Corriere della sera”. Che è quanto di più estraneo al liberalismo.

Archeologi – Vengono dopo i tombaroli. Curano la bibliografia, ma non necessariamente con lo stesso senso critico.

Capitale - È la città, la rendita urbana. Tanto più alta è la città, tanto più cresce il capitale. L’Italia fu la prima perché per prima ebbe le città, le torri, le cattedrali. Gli Emirati del Golfo non “esistevano” trent’anni fa, erano gli ex staterelli della Tregua, che ora, in gara per le torri e fli alberghi più grandi del mondo, sono anche i più ricchi. A Tokyo un francobollo di terra vale milioni, e quello è il moltiplicatore della ricchezza – valeva prima della crisi, tre anni fa: il palazzo imperiale e i suoi giardini, se edificabili, avrebbero dato un anno di pil di tutti gli Usa. Il palazzo che si estende in superficie, con i grandi giardini, non è un moltiplicatore del capitale ma il suo deflattore: è un segno, come lo è il gioiello e la cassaforte - e anche una battuta d’arresto nella crescita, una forma di autocompiacimento.
Per la sociologia marxista il capitale è – lo è stato a lungo – l’industria. Ma l’industria è l’avventura – per questo l’imprenditore, anche il manager, hanno carature divistiche (mitiche?), sono facilmente ammirati e anche amati. Marx non ha capito nulla. O meglio, lui ha capito, ma il sindacalismo già prendeva il sopravvento, il capitale riducendo alla fabbrica.

Castro – O la castroneria, integrale. Un uomo che si è preso la speranza di molti e il rispetto del mondo, in premio dell’antiamericanismo, ma totalmente negativo. Non ha dato al suo popolo, che si è dimezzato per le fughe, né benessere e neppure la dignità - si organizzano all’Avana i viaggi del’amore come a Rio. E neppure, in tutti i suoi discorsi interminabili, un bagliore di fiducia. È l’eroe del nichilismo del Novecento?

Comunismo - È stato un’organizzazione del consenso, ne conserva la forma mentis. Si vede in Italia dopo il collo dell’Urss. Per che cosa si sono battuti i comunisti, per che cosa si battono gli (ex) comunisti? Per la giustizia, la libertà, il benessere? In parte sì, per quest’ultimo, ma l’impegno per il benessere non basta a giustificare la profonda, ordinatissima, disciplina, per cui si vota compatti il fascistissimo candidato del Partito, nemmeno uno si astiene.
Il consenso è organizzato sotto forma di dissenso. È impossibile organizzare il consenso senza uno stato di polizia. Stalin ha organizzato il consenso, Hitler. La chiesa, per organizzare il consenso dopo il Concilio Lateranense del 1252, ebbe bisogno di tribunali e roghi. Qual è il consenso dei comunisti, per che cosa si battono? Per (contro) le cose ch non vogliono. L’obiettivo è a loro sconosciuto, il nemico no. Da qui la loro sgradevolezza tra le forze democratiche: hanno sempre dei nemici. Perché, moltiplicando le cose che non vogliamo, si è sempre maggioranza. Da qui il secondo motivo di sgradevolezza: l’essere maggioranza. Anche quando, è il caso dei comunisti italiani, sono solo minoranza. Con i collaterali del caso: saccenza, conformismo, superbia. Il terzo è naturalmente il cinismo, forse non abietto in politica, che però li ha portati a servire ultimamente preti e sbirri, Andreotti nelle sue manifestazioni deteriori, i magistrati golpisti, e il maccarthysmo – quanto, finto, politicamente corretto, da società civile.

Europa – La sua proiezione nel mondo si riduce al calcio, all’abbigliamento e alla cucina. Un imperialismo edonista?

Lombardi – Prestavano denaro.

Marx - Si è condannato col materialismo. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. La potenza divorante del denaro avrebbe potuto vincerla con una mossa destabilizzante, non con una accrescitiva, o in una inutile (perdente) gara. Non è sbagliato attribuirgli la celebrazione massima della borghesia.

Occidente – Celebri i suoi tramonti.
Pochi vanno a caccia di albe, anche presso l’Adriatico.

Viene dall’Oriente, non è agli antipodi di niente.
Oriente e Occidente sono punti mobili nell’atlante, in astronomie e in geografia.

Il suo Dio e la sua legge vengono da Mosé. La cui biografia più attendibile è quella di un suddito e un fedele di Akhenaton IV, che è realmente esistito, e realmente ha “inventato” il monoteismo. Un faraone, un africano.

Oriente – L’Europa, che il giovane Ercole strappa all’Asia – Ercole, il precursore di Cristo – si è messa a correre da sola verso Occidente. E più dopo la scoperta di Colombo, che per via di Occidente si finisce a Oriente.

Sempre il mondo va da Oriente a Occidente. Eccetto che negli ultimi secoli, per l’idea di Colombo di portare l’Occidente a Oriente. Ma quante difficoltà ad ammetterlo: nel cristianesimo dapprima, e tuttora, nella storia greca a lungo. Contro ogni evidenza, tutti ostili apriori al “miraggio orientale”, Egitto, Mesopotamia, Assiri, Ittiti, Persiani, l’India naturalmente, la Cina, le steppe.

È – è stato – determinato dal bisogno di svago, dell’Occidente. Che ha inventato se stesso e poi, stanco, ha inventato gli altri mondi, Asia, Africa e Oriente. Fuori dalla chiesa, la famiglia, e il denaro. Fuori anche da Hitler, perché no. È stato il sogno dell’uomo bianco. Una fuga modesta, tra baiadere che invece hanno il burqa, la polvere secca, e gli acquitrini. Ma un’illusone grande, l’Oriente essendo spietato, tra pazze città e freddi politicanti con la bomba atomica, capitribù, mafie.

Risorgimento – È tutto propaganda. È alla sua retorica che la Repubblica deve il peggio di se stessa: Nord rapinoso, Sud avido, burocrazia infame. Ma la retorica è linguaggio immediatamente percepibile. È specchio.

Sessantotto – Si cerca di contemporaneizzare il Sessantotto, per giustificarlo. Che motivo c’è? Il movimento fu di liberazione: essere se stessi, individui, credere, servire anche, come individui. Arricchirsi e arricchire, il linguaggio, le capacità individuali. Fu questo l’abbattimento dei pregiudizi.
Alla fine, presto, si sono ricostituiti i gruppi d’influenza, con i loro linguaggi adulterati, a fini d’ottundimento. Ma questo è la negazione del Sessantotto.

astolfo@antiit.eu

martedì 22 giugno 2010

Ombre - 53

Saramago è vissuto da ateo professo e odiava la chiesa. Alla morte, “L’Osservatore Romano” ne ha criticato l’opera. E ora Saramago è difeso, da altri atei professi, come buon cristiano contro la chiesa. È l’effetto del compromesso storico, che i laico-comunisti si ritengono migliori cristiani dei cattolici?
L’ateo José\ che il papa odiava\ difende con la fe’\ l’ateismo, e con la clava.

Nei fotoservizi celebrativi Saramago s’intrattiene con un mascherato David, sub-comandante di chissachecosa nel Chiapas. Uno dei banditelli, tollerati dal governo messicano, che trafficano col Guatemala: lavoratori del cotone e cocaina. È della bohème latinoamericana il romanticismo del bandito, Zapata, Pancho Villa, Castro. Ma per Saramago è diverso, è il comunismo poseur, una recita.

Uno non sa mai che parte prendere a Milano - le vicende milanesi sono sempre attaccaticce, da una parte e dall’altra. Ma la Procura che ribalta la questione Fassino (“abbiamo una banca”, quando Unipol ritiene di aver comprato Bnl) facendone un addebito a Berlusconi, questo è un po’ fuori dell’ordinaria criminogenia milanese.

Il simpatico italianista Benitez è stato per quasi un anno l’allenatore in pectore della Juventus. Poi non lo è diventato perché, col suo staff, costava troppo (troppo per la Juventus…), sui venti milioni. Per la stessa cifra è stato allora preso dall’Inter, il secondo o terzo club più indebitato d’Europa. La morale è dura. Me nessun giornale lo dice.

Il Tribunale del Riesame di Firenze, dopo essersi fatto ”tradurre” Massimo De Santis in ceppi, le vecchie manette a vite, fi fero grosso con catene, gli nega la scarcerazione – a lui come a Balducci. Con questa motivazioni, scrive “Il Messaggero”: «“Uno stile di vita antigiuridico” esteso anche ai familiari, in particolare le mogli, un “atteggiamento di totale chiusura alle ipotesi accusatorie”».
Questa sentenza sembra un romanesco “a li morté”, da intendersi “a te, a tua moglie, ai tuoi figli”. Ma, prendendola per buona, sarà giuridico lo stile di vita dei giudici del riesame? Per i quali è una colpa difendersi dalle accuse.
E come sono le mogli antigiuridiche degli imputati, polpose, vogliose? Sembra di vederli, i giudici del riesame, che mandano in carcere il amrito pensando alla moglie. Magari sono gli stessi che non punirono il mostro o i mostri guardoni di Firenze – venti e più assassinii efferati che la giustizia di Firenze fece di tutto per non punire.

“Le cose che dice la Fiat sullo stabilimento campano le dicevamo noi ventiquattro anni fa”: Prodi interviene su Pomigliano d’Arco, chiedendosi come mai “le teste non sono cambiate”. In una generazione è difficile. Ma forse il bisogno non è poi tanto, non quanto quello che Napoli vuol farci intendere. Anche questo è Napoli.

A lungo l’automobilismo è stato italiano. Si parlava italiano e un po’ d’inglese nei box della gare e tra i motori. Ora i polacchi sanno lavorare meglio degli italiani, dice la Fiat, sono accurati, e più rapidi – sicuramente meglio dei napoletani, si può testimoniare avendo avuto più Alfa di Pomigliano, ma ci vuole poco.

Si può pensare la posizione della Fiom-Cgil su Pomigliano contrattuale: prima di chiudere, in perdita, si spinge la posta più in alto, si negozia così. Poi uno vede Cremaschi in televisione, sicuro, disinvolto, allegro, e non sa che pensare. Vuole anche lui fare il velino, andare ai talk show?.

E il segretario della Cgil Epifani, che si dice sicuro dei sì al referendum del lavoratori di Pomigliano, dopo aver personalmente respinto l’accordo?

Gianni Letta, annota la Guardia di Finanza, “appena uscito dal Quirinale”, risponde alla chiamata di Del Turco. Se avesse risposto prima di entrare al Quirinale non sarebbe stato reato?
E perché la Finanza manda in giro queste scemenze?

Le tre “i” di Berlusconi si intendevano informatica, inglese, impresa. Ma forse erano solo idiozia. Poiché l’informatica e l’inglese, che c’erano, Berlusconi li ha tolti dalle scuole. A quando l’impresa? Non la sua, certo.

I casalesi glieli sta arrestando (quasi) tutti). E se l’attacco di Berlusconi a Saviano fosse un escamotage dell’editore per rilanciare (le vendite del)l’autore? Non c’è altra spiegazione.

Secondi pensieri - (46)

zeulig

Amore – Non si discute. Dire l’uno all’altro cosa non va e come dovrebbe andare serve solo a sancirne la fine. Si può ricostruirlo, costruirgli le fondamenta. Rifare la corte, ricostituendo la prima immagine dell’innamorato, per esempio. O sorprenderne una forza/debolezza. Ricostituirne insomma il nimbo, facendo un passo indietro dal ragionamento per rivivere la passione cristallizzata che Stendhal, incapace d’amore, teorizza. Oppure accettare l’altro per quello che è, senza presumere più di tanto di sé. O anche soltanto giocare di tanto in tanto il ruolo nel teatrino, in attesa di tempi migliori. Ma bisogna averne voglia. Cioè essere innamorati.

Cane – Imita il padrone. Vita dura deve avere – vita da cani. Per sentimentalismo.

Lo è un uomo che si specchia in una donna, un uomo innamorato. Amare è da cani?
La donna innamorata non imita il cane, non si specchia - le donne non sono sentimentali.

Classe - È il comunismo che l’ha abbattuta, oppure il capitalismo? Il comunismo ha eliminato le differenze di classe, nell’egualitarismo. Che il capitalismo ora cavalca: marcia trionfale nel deserto. Delle passioni e perfino degli interessi. I gruppi d’interesse non hanno più controlli, e indisturbati prosperano, più spesso delle disgrazie altrui. Hanno vinto e dominano, non con la costrizione ma per intima convinzione delle masse. O corruzione: è questo il guasto del comunismo che perdura, si chiami pure abolizione delle differenze di classe.

Conservazione - È una forma di possesso – e viceversa il progressismo è una forma di dispossesso, da cui il suo carico liberatorio. Ma entro limiti: l’una a n certo punto conserva l’individuo, quindi lo libera, l’altro lo spossessa di ogni facoltà critica, per ottimismo o conformismo, lo asservisce in realtà o lo rincretinisce (livella).

Cristo – L’uomo-dio ucciso dagli uomini. All’origine del cristianesimo c’è un delitto: gli uomini uccidono Dio. Non più metaforicamente, col peccato, ma con i chiodi sulla croce.
Il cristianesimo è, allora, non una religione della consolazione (pietas, caritas) ma della violenza umana. Sotto forme spirituali o sentimentali – il prometeismo. E sotto quelle razionali e pratiche – l’Inquisizione, Hitler.

Critica – Deve capire, quella politica come quella letteraria. Capire per spiegare. Quella demolitoria è un’assurdità: l’uomo, essendo nato disteso, intende rialzarsi, quindi non ha senso volere tutti stesi.

Darwin – Se la lotta per la vita e la selezione naturale sono vere per il mondo, lo sono anche per l’uomo? In parte sì, nella procreazione, nell’alimentazione. Nelle funzioni naturali, cioè. Nella guerra già non più: non c’è nessuna ratio nella guerra, tantomeno la sopravvivenza del più adatto. Lo specifico dell’uomo esula dal mondo darwiniano, l’uomo è la sua storia: è il pensiero (la memoria, l’esercizio) e la fantasia. E in esse Darwin non ha posto.

Liberarsi di Darwin per liberarsi? È indubbio che il principio ordinatore della natura, non solo dell’uomo, dev’essere altro. Forse un non principio.
L’ordinamento di Darwin è una delle forme di organizzazione della vita e della società (id. Marx) che realizzavano la democrazia nell’Ottocento. Delle forme protettive, che mettono in conto la qualità con la necessità. Prolungate nel Novecento quali salvaguardie delle minoranze, o delle maggioranze senza poteri. Ma la gforma più democratica della democrazia resta l’individuo e la differenza.

Dio – Non può aver fatto il mondo per cattiveria, perché è buono. Né per bontà naturalmente, poiché al mondo c’è il male. Dunque, Dio non ha fatto il mondo.
Il che non vuol dire che Dio non esiste. Il mondo lo invidia appunto perché è altra cosa.

Dio è scontento. Perché crea.
È varietà, essendo in ogni singolo atomo o istante. È incostante.

Durata – Va concepita non come estensione ma come permanenza. Della storia ma non come tempo – dei caratteri.

Ereditarietà – “Uno dei temi più misteriosi del teatro greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii” (Pasolini, “Lettere luterane”, avvio). È la persistenza dei caratteri. Genetica forse. Sicuramente psicologica (pedagogica, cioè gerarchica, istintiva, cioè ripetitiva, indotta, cioè storica). Duemila anni fa i Sardi e i Bretti prendevano ostaggi, oggi pure. Il Texano sparava nelle praterie duecento anni fa, e non ha smesso oggi che, lòevigato, va all’Opera in Bmw. Le abitudini, se cattive, si inducono anche.

Errore - È la via dell’intelligenza: la mente animale non può crearsi la realtà, e neppure il futuro, è intelligente se scopre dove sbaglia.

Esistenzialismo – In quanto filosofia del nichilismo contraddice la filosofia, che si esercita per cercare una via d’uscita al nichilismo originario (naturale). Un’opera allettante letterariamente, ma da dilettanti del giudizio – Heidegger s’innamora di Hitler (fino al punto da contrapporlo al nazismo!), Sartre di Stalin.

Inferno – Esisterà pure, ma è un peccato di superbia senza uguali: per i peccati di un momento dare una pena eterna. Peccato d’orgoglio perché concettuale, prima e più che gesto d’ira, necessariamente passeggero.
Ci incontreremo dunque Dio – o l’ha inventato il diavolo? propriamente, sarebbe invenzione demoniaca.

Laicismo - È l’atteggiamento mentale dell’individualismo. Di cui mette a frutto la virtù, l’autonomo giudizio. Che è anche un vizio, quando non è sorretto da capacità critica.
Il laicismo è per persone istruite, e ancorate ai valori democratici. Ancorate dall’ereditarietà, dalla tradizione.

Ricchezza – Quella immensa di oggi e crescente (la cerazione della ricchezza) è immateriale, i suoi tesori inesistenti per sé e in necessari. Pochi sono i beni e i lavori necessari, e un uso limitato al necessario ne richiederebbe ancora meno – poco, pochissimo, petrolio se serve ad alimentare il fuoco.

Sensi – Creano il mondo. Per accumulo anche: l’ereditarietà si genere per il lungo lento deposito di percezioni e reazioni sensitive.

Il cervello è muto senza i sensi. La memoria è agita dai sensi, continuativamente (razionalmente) o occasionalmente. Le omissioni e le afasie della stanchezza o dell’età nascono dall’allentamento della relazione sensi-intelligenza.

zeulig@antiit.eu

lunedì 21 giugno 2010

I due pesi delle intercettazioni

O: le intercettazioni dell’Inter e la giustizia sportiva. O: la giustizia è uguale per tutti, tranne che a Milano, per i signori, nell’anno 2010, senza vergogna. Chiusa la condanna di Tavaroli, lo spione di Pirelli-Telecom, col giudice che rimprovera alla Procura le mancate indagini sui committenti di Tavaroli, cioè su Pirelli e su Telecom, cioè su Tronchetti Provera, la Procura fa finta di nulla, e ha in atto il procedimento per distruggere le intercettazioni. Per proteggere gli spiati, afferma.
L’Inter c’entra, perché nel patteggiamento di Tavaroli, la giudice Panasiti ricorda la testimonia di Ghioni, braccio destro dell’incolpato: “Tutte le aziende alle quali era interessato, come azionariato, il signor Tronchetti, nel senso che aveva una partecipazione, le consideravamo aziende di Gruppo; tra queste consideravamo anche l’Inter un’azienda di Gruppo. Ne conseguiva che anche l’Inter, in quanto azienda del Gruppo, veniva tutelata e gestita, esattamente, come se fosse Telecom Italia, e, quindi, con una programmazione anche di attività di incursione su varie aree di queste aziende“. Ma il Procuratore federale Palazzi, l’accusatore del calcio, fa finta di non avere letto. Come non ha letto dei pedinamenti ordinati, e pagati, dall’Inter di Facchetti a carico di Vieri e altri calciatori.
La cosa però non finisce qui, perché c’è chi si oppone alla distruzione delle intercettazioni che tanto sta a cuore alla Procura di Milano. Per ora è solo l’ex arbitro De Santis, il cui avvocato, Irma Conti, ha presentato opposizione alla distruzione dei vari dossier “Ladroni”: lo ritiene essenziale per la richiesta di danni che si appresta a presentare. Ma anche Moggi, l’ex dg della Juventus, si appresterebbe a opporsi, che “ladrona” chiama l’Inter, in particolare per quanto concerne un altro dossier, denominato “Como”. Nel quale Adamo Bove, il dirigente Telecom poi suicida, che materialmente effettuava le registrazioni, segnava tutti i dati personali, codice fiscale compreso, delle personalità del calcio intercettate.
L’avvocato Conti ha ottenuto un rinvio, al 21 luglio. Data entro la quale altre opposizioni si dovrebbero manifestare.

Intelligente per essere stupido – o viceversa?

La stupidità piace e il libretto è citatissimo. Ma è per metà un articolo non nuovo su Clinton e la Lewinsky, e per l’altra metà una benevola rassicurazione da buon confessore – per Berlusconi compreso (sul quale Legrenzi manca un punto: se Berlusconi non ha successo in politica proprio perché fa lo “stupido”, il semplice, quello che dice “il re è nudo”, affondando così la stupidità vera, che è presuntuosa, dei conformisti, i faziosi, gli ipocriti, e degli stessi comici di mestiere, Grillo, Guzzanti, Moretti? o riuscendo per questo solo fatto simpatico, anche se pasticcione, lui che avrebbe invece tutto per essere antipatico, un riccastro, il più ricco d’Italia, e col conflitto d’interessi). Alle ultime paginette Legrenzi apre l’argomento più interessante: “Si proteggono i lavoratori più deboli e, come conseguenza, questi non vengono più assunti”. Oppure: “Si protegge la conservazione dei beni culturali, e quando un’impresa edile trova un reperto, temendo che sia di valore storico, lo ignora, se non peggio”. Che è il vecchio tema: se una buona azione può produrre effetti cattivi. E bisognerebbe ricominciare. La stupidità purtroppo c’è – non è l’errore. Innata o acquisita che sia. E' argomento rischioso ma fatto imbattibile. E vasto ne è il repertorio. Si può leggere la storia come una tensione al progresso, una freccia a 90° verso l’alto, o come una serie di catastrofi a cui poniamo di tanto in tanto rimedio, una freccia tendenziale verso il basso, con oscillazioni che di tanto in tanto la raddrizzano (la sopravvivenza, la curiosità). L’Europa che culmina la sua storia bi millenaria nel cupo Novecento ne è un caso. La storica Barbara Tuchmann ha potuto seguire una linea di stupidità nella grande storia, “La Marcia della follia. Dalla guerra di Troia alla guerra del Vietnam”. Con un esempio su tutti: come l’Inghilterra perse l’America. O i papi che costrinsero mezza Europa alla Riforma. O l’attacco “suicida” del Giappone a Pearl Harbour. Lo vediamo del resto ogni giorno, nell’infinito stupidario della famiglia, del lavoro, della vita minima in comune, nel condominio, alla posta, sul tram. C’è perfino la “stupidità della poesia”: la denuncia Jean Paul nell’“Elogio della stupidità”, la celebra in tono elogiativo Savinio, nel commento alle avventure dell’“Asino” di Luciano. Da un lato la storia rasenta la follia, dall’altro il banale errore. Jean Paul, che ne scrisse l’“Elogio” a diciott’anni, si esercitava contemporaneamente sulla “Differenza tra il pazzo e lo stupido”. Il tema è peraltro sempre stato popolare. Legrenzi si limita a citare Musil e Carlo Cipolla, ma non c’è, si può dire, chi non ne ha trattato. Menandro, Isocrate, Catullo, il “Siracide”, 21,10, il libro dei consigli della Bibbia greca poi chiamato anche “Ecclesiastico”, l’“Ecclesiaste” naturalmente, il “Canzoniere eddico”, i proverbi, Oscar Wilde, “non c’è altro peccato che la stupidità” (ma nel “Marito ideale” l’aforista Wilde professa “una grande ammirazione per la stupidità”), Baudelaire, e il borghesissimo Flaubert di “Bouvard e Pécuchet”. Per Orazio, al quarto carme, “è piacevole, al momento opportuno, essere stupidi”, e per Seneca, nella “Tranquillità dell’animo” - “di tanto in tanto è piacevole essere stupidi”. Mentre per Plinio il Vecchio “nessun mortale è saggio a tutte le ore”. Il placido Cassiodoro la consiglia. “La stupidità al momento opportuno è la più grande saggezza”. Tema dissodato recentemente da Savinio e Umberto Eco, anche se non in forma di aforisma, e dallo storico Cipolla, e contrastato, ma debolmente, solo da Fruttero e Lucentini. Bisogna ricordarsi, diceva Rabelais, che “al mondo ci sono molti più coglioni che uomini”. E che, aggiunge Longanesi, “due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una forza storica”. Ma c’è anche un’arte della stupidità. Nel senso di Cassiodoro oppure in senso inverso. Il Dottor Johnson nota di un tale che “dev’essergli costato molta fatica, un tale eccesso di stupidità non esiste in natura”. Mentre il superbamente intelligente von Hofmannstahl afferma: “La stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”. Sia il genere che la trattazione sono insomma ardui. La stupidità di Jean Paul si parla da sola e si tesse un elogio: il colmo della stupidità. Scesa dove più in basso non si può, però, guarda in alto e cosa trova? Stupidità. Non nel senso dell’“Ecclesiaste”, o del pessimismo cosmico (“infinito è il numero degli stupidi” – senso peraltro soprammesso dal traduttore san Girolamo ma estraneo, pare, all’originale ebraico, e alla traduzione dei Settanta, che recita: “Ciò che manca non si può contare”), né del moralismo ciceroniano (“Stultorum plena sunt omnia”), ma della divertita scoperta. Legrenzi fa molti esempi di Nero Wolfe e Philip Roth, e quindi è simpatico. Ma stupidità, certo, è anche affrontare la stupidità seriamente – si cade nel paradosso di Epimenide cretese che tutti i cretesi attesta bugiardi. 
Paolo Legrenzi, Non occorre essere stupidi per fare sciocchezze, il Mulino, pp. 143, € 10

sabato 19 giugno 2010

Quando i carabinieri erano in guerra

Ci fu un’epoca in cui i carabinieri erano in guerra, quotidiana, imprevedibile, con morti e feriti veri, contro il terrorismo che l’Italia negava (i giudici, i giornali), e contro se stessi. Una forza di polizia letteralmente comandata dalla P2. Mentre dei terroristi rossi si scriveva che fossero “sedicenti”, e tribunali e corti d’appello mandavano in libertà provvisoria terroristi già condannati, che subito sparivano. Tutto ciò sembra ridicolo, prima che impossibile, ma questa testimonianza in forma d’intervista del generale Nicolò Bozzo dice che quell’epoca non è tanto remota, e non è passata: non ha avuto nessuna eco, benché presentata da Nicola Tranfaglia, ed è subito finita al remainders.
La testimonianza è organizzata da Michele Ruggiero come un’autobiografia. E Bozzo, nonché non presumere di se stesso (fisico atletico e faccia da boxeur, il generale da ragazzo voleva fare il vigile urbano, e la sua felicità è essere diventato alla fine il comandante dei vigili della sua Genova), ha una biografia per lunghi tratti deludente. Compreso il suo comando sull’Aspromonte, dove ebbe la fortuna di liberare il giovane Casella, ma solo per l’avidità dei rapitori (avevano già intascato un miliardo) e la loro inettitudine. Dopodiché creò una struttura super militarizzata, con dispiego di elicotteri e reparti Cacciatori del tutto inutili, come le relative costose caserme, mai aperte, mentre il business dei sequestri è proseguito per un altro decennio, e tutti sapevano per mano di chi. Ma il punto di vista dimesso fa risaltare meglio i fatti di cui Bozzo è stato testimone o protagonista, specie nel triangolo operativo a lui più familiare, Genova, Torino, Milano.
È una testimonianza insolita dall’interno dell’Arma. Dichiarato è il personale antiamericanismo di Bozzo, viscerale. “L’Arma era un corpo separato dello Stato, al quale si prestava una fedeltà «condizionata» al quadro politico”. Il suo corso da ufficiale alla Scuola di guerra di Civitavecchia, tre anni, era diviso fra simpatizzanti della destra e della sinistra, senza alcuna simpatia per la Dc – per la quale invece erano schierati sottufficiali, graduati e truppa. Del Piano Solo e di Gladio l’intervistatore non ha naturalmente buona opinione. Ma Bozzo, reclutato tra i carabinieri dal colonnello Celi, stretto collaboratore di De Lorenzo, concede che le democrazie hanno tutte dei piani contro la sovversione: “Il «Piano Solo» rifletteva l’esecuzione di una modalità difensiva che in linea di principio spetta a qualunque Stato democratico”. E di Paolo Emilio Taviani, “il vero capo di Gladio”, ha un’opinione eccellente. Apprezza molto il lavoro del defunto colonnello Bonaventura, che è stato suo subordinato in varie operazioni, ma non ha apprezzato il modo come l’allora maggiore raccolse la testimonianza di Marino contro Sofri, soprattutto non la decisione di remunerarlo. Presidente del Cocer, il “sindacato” dei carabinieri, Bozzo è stato denunciatore della P 2, anche se ne faceva parte Dalla Chiesa, il suo padre putativo.
Qui, sui rapporti tra i carabinieri e la politica, occorre aprire una parentesi. Bozzo fu in Calabria l’ammazzasocialisti, nella regione dove il Psi contava per oltre il 20 per cento. Ci ha fatto anche carriera, portando all’emerito Cordova, il Procuratore Capo di Palmi, giudice di professa fede missina, le teste di tutti i socialisti della regione eccetto Giacomo Mancini. Al quale invece ha riservato un processo a parte con ventotto pentiti. Tutti i processi sono poi finiti in nulla – poi, dopo aver dissolto il Psi. E dunque, per chi lavorano i carabinieri apolitici, quale il generale si professa? Sembrerebbe per lo statu quo, cioè per il potere. Ma, allora, i servizi segreti deviati sono i carabinieri...
Egualmente controvertibile la parte riguardante il terrorismo. Bozzo è stato il collaboratore forse più stretto di Dalla Chiesa, nei vari nuclei speciali antiterrorismo creati dal generale. Di cui sottolinea in più punti la nota determinazione, e alcune debolezze caratteriali. Compresa quella di non rimuovere la censura inflitta a Bozzo per l’operazione Monte Nevoso il primo ottobre 1978: l’arresto di Azzolini, Bonisoli e Nadia Mantovani, ma anche il parziale occultamento delle carte di Moro, della parte forse sostanziale del famoso memoriale. Quella operazione fu un successo, dice qui, ma non piacque al comando della divisione CC di Milano, la Pastrengo, i cui ufficiali comandanti sono sempre stati della P2. Mentre non lo erano: né il generale comandante Italo Giovannitti né il capo di stato maggiore, il colonnello Vincenzo Morelli, che coordinavano le indagini - e avevano scoperto il covo due mesi e mezzo prima che Dalla Chiesa facesse intervenire Bozzo. La censura non gliela levò Dalla Chiesa, aggiunge Bozzo onestamente, quando divenne comandante della Pastrengo, ma sottintende che non gliela levò in ossequio alla P2.
Nelle argomentazioni, insomma, il generale non è plausibile: grande organizzatore, cattivo investigatore. Confusionario anche, e un po’ credulone: arrivò a credere a un senatore Cervone, moroteo, che gli garantiva un covo brigatista a Salice Terme su segnalazione “certa”, che poi risultò essere di un giornalista Maglione di radio Montecarlo: un covo frequentato da Adolfo Beria d’Argentine, che era il Procuratore Capo a Milano.
Di errori, invidie, e dell’innocentismo dei giudici e dei giornali Bozzo ha molte memorie. L’Arma odiava Dalla Chiesa. Peci e Micaletto sono stati arrestati per caso. Guido Rossa furono i carabinieri a metterlo nel mirino delle Br, rendendo pubblica la sua denuncia di un brigatista fiancheggiatore. Una pratica di cui non sembrano pentirsi, questa di esporre il testimone a carico, specie nei paesi di mafia – salvo poi addebitare agli stessi paesi l’inverosimile omertà.
E non è tutto. Bozzo racconta che Dalla Chiesa sospettava un complotto tra destra eversiva, criminalità organizzata, massoneria e servizi segreti. E che una volta gli chiese, brandendo un appunto in fotocopia, di indagare su Cia, Ordine di Malta, Opus Dei e Trilateral, quali organismi sospetti di golpismo. E uno non sa che pensare: de mortuis nisi bonum, ma il generale voleva evitare per caso indagini serie?
Il generale Bozzo sarà poi materialmente incaricato di recapitare a Berlusconi l’avviso di garanzia tanto urgente quanto infondato del 21 novembre 1994. Che contestualmente veniva recapitato al “Corriere della sera”, per il golpe giornalistico che abbatté il governo, dopo quelli politici di Scalfaro (la chiusura delle Camere, gli arresti indiscriminati). Ma nemmeno lui dice la verità, anzi insinua che a dare l’avviso al “Corriere” sia stato lo stesso Berlusconi.
Se non è lui capo, o parte, dei servizi segreti paralleli, nella sua logica, chi altri?
Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, Fratelli Frilli, pp.318, €15

La colpa di essere vittima

Denise Epstein, la figlia maggiore di Irène Némirovsky, confessa alla giornalista Clémence Boulouque il suo mal di vivere. Ha visto a dodici anni la madre sparire nel 1942, portata via all’improvviso dai gendarmi francesi in quanto ebrea, e da allora non s’è più ripresa. Se non, parzialmente, ricostituendone il personaggio con la pubblicazione nel 2004 di “Suite francese”, da lei ritrovata in un baule di memoria che aveva sempre evitato di aprire. Ma nulla aggiunge alla vicenda della madre, e nemmeno della propria. Se non qualche aneddoto: trovarsi in casa, tarda sessantottina, un brigatista italiano sconosciuto che subito si affretta a cacciare, e poco più. La sua impossibilità di essere l’aveva icasticamente detta a Stefano Jesurum prima dell’uscita del libro (“Repubblica” del 21 maggio): “Sto per dire una cosa mostruosa: mio marito (col quale ha avuto tre figli, n.d.r.) non conta nella mia vita. I miei amori non contano. Non sono mai stata innamorata, era come se non avessi il diritto di essere innamorata, né di ridere, né di piangere, né di essere felice. Ma non è grave”.
Denise Epstein, Sopravvivere e vivere, Adelphi, pp. 181, €13

I bilanci falsi di Veltroni non fanno notizia

La Corte dei conti scopre dopo alcuni anni che i bilanci comunali di Veltroni a Roma erano truccati. E pazienza, la colpa si può sempre dare alla burocrazia: la Corte, in alcuni casi anche molto vigilante, è pur sempre una burocrazia. Per un altro personaggio la denuncia della Corte dei conti avrebbe comportato l’incriminazione per falso in bilancio – benché la denuncia sia tardiva e rispettosa, e il reato sia stato annacquato da Berlusconi. Ma pazienza, Veltroni è sim aptico e nessuno lo vuolle in tribunale. La denuncia però non suscita a Roma nessuna emozione. Non sui giornali. Che la relegano alla cronaca locale, e giusto di passata: articoli brevi, e poco chiari. Solo il “Corriere della sera” spiega che si tratta di passività artificiosamente non registrate, e di attivi altrettanto artificiosamente gonfiati, attraverso rinegoziazioni di comodo dei “derivati”, che poi hanno in realtà lasciato, e stanno lasciando, dei buchi, e attraverso l’esazione di finti crediti – le due famose emissioni di “cartelle pazze”, due milioni di cartelle, che sono costate l’elezione all’incolpevole Rutelli.
Il “Corriere” ci apre perlomeno la cronaca romana e titola correttamente: “La Corte dei conti accusa Veltroni”. “La Repubblica” cita Veltroni nel testo, breve, annegato tra la pagine interne della romana. Sul “Messaggero”, che non fa di più, David Desario trova il modo di non citare nemmeno Veltroni. Poi si dice che la libertà di stampa non è in pericolo.

giovedì 17 giugno 2010

La risata di chi nel ’68 non rideva

Il ’68 è anzitutto un’età. E forte, fortissimo, il senso politico della rivolta. Qui se ne fanno specchio alcuni di quelli che non c’erano, e che il ’68 voleva abbattere: Balestrini (estetismo), Castellina (il Partito), la sociologia al potere (Touraine), l’individualismo (Serafini). Mentre Giovanna Pajetta e Ginevra Bompiani fanno il ritratto delle persistenze. Nel complesso una cattiva azione: appropriarsi non solo del ’68, ma della sua risata – dunque, si sa cosa fu il ’68?
Solo Sinibaldi (“negli anni successivi ha studiato e letto essenzialmente per comprendere cosa aveva fatto (e cosa era successo)”) ne dà un’idea. Con Guido Viale (“La prima cosa che mi viene da dire è che noi non abbiamo fato il ’68, ma che ci è capitato addosso”). E Muraro e Ravera, che da scrittrici lo mimano vivacemente – non per nulla Ravera è autrice del (piccolo) capolavoro del ’68, “Porci con le ali”, l’unico purtroppo: si vede che il ’68, essendo stato una festa della libertà, un innamoramento (“il primo amore”, Ravera), “l’affacciarsi un poter essere, non in astratto, ma vivo ed effettivo”, Muraro), è un capolavoro non riproducibile.
Molto si parla del “Manifesto”, che non c’entra. Dei dissidenti” dell’Est “si sapeva poco o nulla”, scrive Giovanna Pajetta: è sicura, nel ’68? Ginevra Bompiani ha visto a Parigi “quel malumore”, quello di “una città dentro e intorno alla quale stanno crescendo milioni di razzisti, e che è incapace di riconoscerli in quelle facce arroccate nel malumore e nel puntiglio”. Nel ‘68? È “La risata” di chi allora non rideva. Se non accidentalmente, “al circo Mediano”, racconta Castellina (sarà Medrano?), dove, “sul collo il fiato di due elefanti e una giraffa”, con Toni Negri e Franco Piperno tentano di unificare “Manifesto” e Potere Operaio – quanto di più lontano dal ‘68. Il ’68 ha aperto le menti – anche dei più adulti. Ma non tutte, evidentemente.
La risata del ’68, Nottetempo, pp. 163, € 8

E se nel 1994 ci fosse stato Napolitano?

Se Napolitano fosse stato candidato nel 1994 al posto di Occhetto? Queste tre lezioni all’Istituto italiano di Berlino sono il libro di storia del Novecento che ancora non si vuole scritto – del libro che le raccoglie per questo non si parla? La democrazia italiana è illiberale, si sa. Ma Galli della Loggia prova anche a trovarne il motivo. Il Novecento è stato in Italia specificamente italiano, per sue distinte culture politiche: nazionalfascismo, cattolicesimo politico, socialismo massimalista, comunismo gramsciano. Una diversità accentuata da peculiari comportamenti: forte polarizzazione, quasi faziosa, concezione salvifica della politica, uso politico della storia, outsiderismo (anarcoidismo?), la storia vissuta come susseguirsi di traumi, reducismo e trasformismo. Il Risorgimento, un fenomeno esclusivamente politico, ha originato e alimentato la peculiare concezione demiurgica della politica che è il proprio dell’Italia – un vero e proprio “morbo italico”: ogni legge è una riforma, una rivoluzione, un rovesciamento. La pretesa di cominciare la storia daccapo, un modernismo sterile.
Ciò che caratterizza il Novecento italiano (e caratterizzerà questo aureo libretto) nella storia europea, insiste lo storico, è “la profonda estraneità verso ogni prospettiva di tipo conservatore”. Che “è la stessa cosa della sua estraneità alla democrazia liberale”. Si capisce che l’Italia non abbia classe dirigente né funzione pubblica, che entrambe maturano in una prospettiva di conservazione: “trasmettere, confermare e consolidare”. È la stessa cosa del vuoto riformismo cui tutti si appellano. C’è invece, va aggiunto, un inguaribile conformismo, Galli della Loggia lo chiama “politicamente corretto” ma è puro cominformismo, per cui i tedeschi italianofili dell’Istituto diretto a Berlino da Angelo Bolaffi possono sapere della nostra storia delle cose che in Italia si fa finta che non siano state dette, nonché discuterle.
Il volumetto è pieno di cose “nuove”. In particolare sulle origini del fascismo sulle quali si è tornati da alcuni decenni a sorvolare. Sulla insostenibilità del sistema politico della Repubblica abbattuto dai giudici, dei suoi costi. Nonché del berlusconismo – tema su cui lo storico prudentemente mette le mani avanti: “Nell’Europa di oggi è più facile, in generale, parlare di Hitler che di Berlusconi: i rischi sono assai minori”. Si può dire per esempio che c’è qualche ragione nel successo elettorale di Hitler. I costi della politica saranno il vero tema della storia della Repubblica Italiana, quando si potrà fare: l’Italia è stata per quasi quarant’anni, in regime di guerra fredda, una democrazia vigilata, con i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, finanziati rispettivamente da Washington e da Mosca. Una condizione di cui, va aggiunto, la “fine della storia”, Mani Pulite, è in realtà il perpetuamento: la vera questione morale è la questione morale – una fine della storia stracca, ripetitiva, costantemente golpista, e infatti l’Italia ne è stremata.
Ma basti il tema affascinante: quello che poteva essere l’Italia alle tre date fatidiche – invece di quello che è stata: il 28 ottobre 1922, il 18 aprile 1948, il 27 marzo 1994. Le date, e le persone, sono decisive nella storia. S’immagini, per converso, l’onorevole Moro nel 1948 invece di De Gasperi. Avremmo avuto un ‘Italia neutralista, jugoslava, inetta. Ma s’immagini allora Napolitano al posto di Occhetto nel 1994: ci avrebbe risparmiato questi vent’anni che ci toccano di Berlusconi. Napolitano del resto era il leader naturale dell'ex Pci nel 1994: dopo l'equilibrata performance di presidente della Camera tra il golpista Scalfaro (due Parlamenti sciolti in due anni) e i giudici mariuoli, si sarebbe preso tutti gli otto o dieci milioni di voti dei senza partito, i socialisti, i repubblicani, i liberali, buona parte dei Dc, che invece hanno dovuto astenersi o votare Berlusconi. Il 1994 poteva essere un 1948 rovesciato. Invece i gattini ciechi berlingueriani riuscirono a confermare la batosta del '48, e ancora occupano tutti gli spazi, con il loro poverissimo conformismo, fatto dei resti del sovietismo. Quello per cui, direbbe Galli della Loggia, si può ridiscutere la Resistenza, nel quadro della guerra civile, ma vanno sempre rimosse le origini del fascismo, contrastano col compromesso, tra il socialismo massimalista e il cattolicesimo anazionale.
Ernesto Galli della Loggia, Tre giorni nella storia d’Italia, il Mulino, pp.161, € 10

mercoledì 16 giugno 2010

La concorrenza angloteutonica e il monopolio Sky

Promuovere la banda larga e il digitale terrestre non si può in Italia, perché fa concorrenza sleale alla tv satellitare. Cioè a Sky, l’unica rete satellitare. La Corte di giustizia europea, investita del caso, non ha potuto che interinare le decisioni un anno e mezzo fa dell’allora commissario Ue alla concorrenze, Neelje Kroes. Nella fattispecie la signora Kroes si era pronunciata anche tra due duellanti politici, Mediaset (e la Rai) facendo capo a Berlusconi, e Sky Murdoch, il capofila della destra americana che in Italia gioca a sinistra, all’epoca in piena guerra (si ricorderanno le paginate ant-Berlusconi dei giornali inglesi di Murdoch). Il giudizio della Kroes si può ritenere anche politico. Ma è stato fortemente condizionato da un pregiudizio economico in favore dei monopoli che non può non suscitare scandalo, specie da un’autorità che si definisce antitrust. La verità è che l’Europa è dei monopoli, di chi è già su piazza cioè e la controlla. Degli interessi costituiti si sarebbe detto con altra, forse vetusta, terminologia. Schermandosi con principi igienici, sanitari e ambientali, imbattibili, e di volta in volta con la protezione della specialità (i formaggi per esempio) oppure dell’uniformità (sempre i formaggi), della protezione dalla chimica oppure della prescrizione chimica (la composizione dei gelati), la burocrazia di Bruxelles sempre e comunque protegge i monopoli. In particolare la direzione concorrenza.
Ritenere Mediaset non dominante può anche far sorridere. Ma non in un’ottica europea. Nella quale capitalizzano gli interessi dominanti, la spregiudicatezza, e l’angloteutonicità – Joaquìn Almunia, che è succeduto da qualche mese a Kroes, ne è un’estensione. Cauzionata dall’onesto professor Monti, che ne ha creato negli anni 1990 l’autorevolezza, con casi che ancora fanno testo contro i monopoli informatici, siderurgici, bancari, la direzione concorrenza di Bruxelles si sbizzarrisce, con commissari rigorosamente angloteutonici, a favore dei monopoli. Che pagano – oh, se pagano! – e questo si potrebbe anche tollerare, la corruzione. Nella fattispecie si può anche pensare che, Monti essendo stato nominato a suo tempo da Berlusconi, i suoi critici, specie la stampa britannica che aspramente lo contestò, vogliano far pagare a Mediaset (e alla Rai) le “colpe” dell’ex commissario: troppa dirittura non piace all’ideologia dominante del mercato. Ma la fattispecie è anche un caso raccapricciante di un “doppio” monopolismo: è aiuto di Stato e concorrenza sleale il (minimo) contributo al digitale terrestre, mentre non lo era quello alla tv satellitare, una e sola.

Se con Fini ritorna Andreotti

Uno vede Fini parlottare con Bongiorno, due profili molto lusinghieri, la foto più ambita dei quotidiani di Lor Signori, e viene ributtato indietro a Andreotti, che dell'avvocatessa Bongiorno è il patrocinato più illustre. All’essere cioè e al non essere, al qui lo dico e qui lo nego, ai dossier, al non fare, al governo attraverso la crisi. E alla spietatezza: i nemici Fanfani e, soprattutto, Moro l’hanno ben sperimentata, non c’è stata pietà per loro. I dossier ci sono già, dunque prepariamoci presto alle forche.
Fini magari un giorno andrà al potere riducendo anche lui l’imposta sul sale, se c'è ancora. E fin qui tanto di cappello. Ha già liquidato la sua Banca d’Italia, nella persona del ministro dell’Economia Tremonti, onesto controllore della Banca d’Italia finiana di Fazio. Quindi su questo fronte siamo coperti. Ha in manifesta amicizia Procuratori della Repubblica come Trifuoggi, che contro Del Turco non porta prove ma starnazzamenti da letto, e quindi siamo avvertiti, l'onorevole ci tiene per le palle (insieme con l'avvocatessa?). Poi magari anche lui scoverà un Sindona per salvare l’euro, ma l’euro non è di nostra competenza. L'esito del resto è noto: l'uomo di destra che fa il governo di Berlinguer. Magari riempiendolo dei più vecchi e inconcludenti arnesi politici su piazza, ma quel governo vuole a tutti i costi, anche di morti eccellenti - caso storico fu quella dell'onorevole Moro. Governo non inutile, se servirà come allora a distruggere l'Italia, per distruggere l'alleato Berlinguer. Ma c'è un ma: non c’è più terrorismo da combattere, e dunque su quali basi la solidarietà nazionale? Deve scoppiare una bomba? E resta il suspense sui patiboli: chi ci appenderà il nuovo Andreotti? A parte il busillis di scambiare Berlusconi per Berlinguer.
Perché le forche ci saranno, lo spettacolo è assicurato: non c’è salvezza al richiamo del peggio. Questa seconda Repubblica sarà stata un festival di revenant - si spiega anche così Berlusconi, il successo di Berlusconi: uno così effettivamente nella Repubblica vera non c’era. Pensare che Andreotti è stato processato a Palermo come mafioso e mandante di omicidi, e a Perugia per omicidio. Entrambe le volte salvato in appello dall'avvocatessa Bongiorno. Uno si aspetterebbe da queste esperienze una crudeltà mitigata. Ma Andreotti è questo: il peggio è invincibile – l’avvocatessa dirà che è stato il trionfo del diritto, quale diritto?

Dateci i nomi delle giornaliste – 2

C’è un caso in cui la legge sulle intercettazioni viene già applicata, anche se probabilmente questa legge non ci sarà mai: è un caso di Bari, capitale delle intercettazioni nel 2008-1010. Ma nessuno nel fronte a protezione della libertà dell’informazione contro la legge sulle intercettazioni protesta. Per un motivo semplice, anche se rivoltante: viene difeso il nome di tre “colleghe” giornaliste. Non funziona nemmeno il gioco della destra-sinistra, in questo caso: la protezione corporativa fa aggio su tutto, l’impulso allo scandalismo, le copie vendute, la politica.
Dunque, non c’è solo il colonnello della Finanza che se la spassava con le croniste giudiziarie a Bari, alle quali dava in cambio indiscrezioni sulle indagini di cui era comandato. C’è almeno un magistrato, e forse quattro. Ma questo pochi lo sanno. La storia da boccaccesca si fa sadiana: da uno scambio di favori (il letto di Berlusconi contro il letto del colonnello) a sei omaccioni che si fanno tre giornaliste. Di che alluzzare milioni di lettori e telespettatori: qui è lo scandalo più scandalo che ci sia, paginate di intercettazioni sono a disposizione, e sicuramente qualche foto rubata, dagli Zappadu di Bari se non dagli investigatori. Ma nessun telegiornale ne parla, e nei giornali non si va oltre scarni comunicati, su una colonna, a giorni alterni.
Uno vorrebbe aver fiducia nelle cronache giudiziarie. Per questo le abbiamo aperte alle giornaliste, per mettere aria nelle sentine degli angiporti delle questure. Per questo si vorrebbe che il giornalismo si liberasse delle tre che se la facevano con gli investigatori. Si finisce altrimenti per invidiare quei paesi dove le intercettazioni sono regolate, anche se fa sempre male non stare in un “fronte della libertà”. Nei paesi dove il pubblico funzionario che commercia le indagini si fa quattro e anche cinque anni di prigione, e che sono la mitica Gran Bretagna, gli Usa, la Germania. E i nomi dei confidenti sono resi pubblici. Anche se c'è un benign neglect per i giornalisti rispetto ai funzionari, nessun giornalista viene mai mandato in prigione. Ma noi non vogliamo le giornaliste in prigione, vogliamo i nomi. Vogliamo sapere cosa fanno, come lo fanno. Nel mestiere capita sempre d’incontrarsi, e bisogna sapere con chi si ha a che fare.

martedì 15 giugno 2010

Il complotto di Ciancimino in un romanzo del '50

Il processo era parte eminente della vita politica delle repubbliche democratiche, o sovietiche. Si montavano periodicamente processi politici con grande pubblicità e perfino pubblici, benché artefatti e violenti, come apparati scenici per celebrare il potere, e convincere-intimorire il pubblico-plebe. Con imputazioni in qualche percentuale non fantasiose (“Le imputazioni sono tante che di qualcosa dev’essere colpevole”, dice un innocentista).
Non c’è nulla che non sia stato già scritto. Soprattutto in materia di complotto. La fantasia dei complottatori è limitata, o le trame del genere sono ridotte (Eco ne avrà scritto?): il complotto è il tipico mercato dell’usato. Di trame però intellettuali, seppure poco variate: il complotto vuole deduzione, logica. Nel 1950 Ambler scrisse il complotto Berlusconi di oggi (riutilizzando peraltro materiali che già aveva unsato dieci anni prima come contorno politico al cattivo de "La maschera di Dimitrios"). Deltchev, il solo politico di opposizione, di una repubblica democratica popolare europea, che il regime ha deciso di eliminare, è accusato di essere stato membro della Fratellanza, l’organizzazione criminale segreta che più di tutti ha tentato di distruggere quand’era a capo del Governo Provvisorio dopo la Grande Trasformazione. Non manca l’intestazione di una quota editoriale alla moglie di Deltchev, il Nemico da abbattere. Con l’autogolpe che il Partito popolare si fa, per il tramite della bieca Fratellanza, per abbattere il Nemico e regolare i conti al suo interno.
Il paese balcanico somiglia molto all’Italia. È in fatti un paese “dove i delitti politici sono all’ordine del giorno”. Questo “Deltchev” è il modello del giudice Ingroia, che vuole Berlusconi complottatore con Riina per uccidere Falcone e Borsellino? La materia naturalmente non manca al giudice, collaboratore del “Fatto” e ospite dei migliori talk show, i più agguerriti, anche se non avesse letto il romanzo: i modelli sono nella storia, e Berlusconi sarà pure colpevole di qualcosa. In un vero complotto Ingroia non sarebbe morto, come già Falcone e Borsellino, ben più protetti di lui?
Questo stracco riciclo è uno dei segni del persistente sovietismo dell’Italia. Non è una sinistra che incolpa la destra, o viceversa. È un regime sordo, in questo caso di complottisti, di solito mezze figure (chi ricorda i ghigliottinatori? peraltro a loro volta ghigliottinati), che agitano la paura, da Ingroia al doppiopettista Fini - nel canone, l’accusato viene anche lasciato solo dai suoi: la rivolta è contro “papà” Deltchev, dall’esterno e dall’interno. Per questo stesso motivo, però, purtroppo per il lettore italiano “Il processo Deltchev” è materia di ogni giorno, non c’è sorpresa.
Cioè, le sorprese scoppiettano in questo romanzo. “Deltchev” è una delle trame più sorprendenti di Ambler. Per un artificio molto semplice: il testimone (autore teatrale, cronista al processo) diventa attore della vicenda. Nulla a che vedere con le mezze calzette stantie della cronache giudiziarie. E tuttavia si procede nell’intrigo col senso di già noto. Resta solo da scoprire la fratellanza che governa il Governo Provvisorio. Se non sono Riina e Provenzano, saranno quelli della “cricca”.
Eric Ambler, Il processo Deltchev, Adelphi, pp. 258, € 9