spock
Quanto pesa sul pil l’indigenza morale?
Se il Sud è stato ricco e ben governato, un tempo, perché adesso è mafioso?
Dopo vent’anni di Milano l’Italia sta peggio, e Milano?
Vent’anni fa Milano prendeva le redini dell’Italia, per lanciarla nel burrone?
Il Vento del Nord che da vent’anni governa l’Italia era infetto? S’è infettato? L’Italia è infettiva?
Quei russi che in guerra davano la caccia ai tedeschi non saranno stati ebrei?
Ma allora gli ebrei non sono stati sterminati nei lager, se erano russi?
Perché Gunther Grass dice scemenze?
spock@antiit.eu
giovedì 1 settembre 2011
Faust in casa-squillo alla Fellini
Un soggetto felliniano. L’uomo “fallito”, che si è lasciato vivere inerte, solitario, monologante, vuole perseguire “il castigo dell’Utenza”. Finché arriva, sempre monologando, da sé alla conclusione: “Per sollecitare la Disgrazia debbo diventare un soldato del diavolo?” E apre una casa-squillo, nella sua casa: “Col diavolo dunque, per arrivare alla giustizia, cioè a Dio”.
Raffaele Nigro nell’introduzione tenta di farne un calco verghiano, “rovesciato”, come di chi rifiuta la “roba” e la vita nemica. Per allineare il racconto all’antico comunismo di Répaci, di cui fa “l’amico di Gramsci”. Allo scrittore rimproverando l’invenzione della casa-squillo. Che invece prende tre quarti del testo. Perché Répaci è altro: il bordello è il nocciolo della narrazione, ed è ben faustiano, nei limiti del “piccolo” personaggio - tragico nei limiti della commedia all’italiana, seppure felliniana. La Morte, detta Disgrazia o Madonna Nera, restando anche in questo modesto orizzonte l’atto supremo di liberazione.
Un soggetto onirico e una narrazione pop, il genere “Boccaccio 70” anticipato – il racconto è del 1958, con dentro le novità “Canzonissima”, il giovedì, la “600”, e lo scandalo delle squillo da centomila, uno stipendio. Con non minori invenzioni: un’altra lettura del lolitismo, o la persecuzione dell’odore – “si può sparare a un odore?”. Un’esplorazione della Morte, tema di buona letteratura trascurata, Landolfi, Lucentini, lo stesso Malaparte.
Leonida Répaci, Il pazzo del casamento, Rubbettino, pp. 145 € 9,30
Raffaele Nigro nell’introduzione tenta di farne un calco verghiano, “rovesciato”, come di chi rifiuta la “roba” e la vita nemica. Per allineare il racconto all’antico comunismo di Répaci, di cui fa “l’amico di Gramsci”. Allo scrittore rimproverando l’invenzione della casa-squillo. Che invece prende tre quarti del testo. Perché Répaci è altro: il bordello è il nocciolo della narrazione, ed è ben faustiano, nei limiti del “piccolo” personaggio - tragico nei limiti della commedia all’italiana, seppure felliniana. La Morte, detta Disgrazia o Madonna Nera, restando anche in questo modesto orizzonte l’atto supremo di liberazione.
Un soggetto onirico e una narrazione pop, il genere “Boccaccio 70” anticipato – il racconto è del 1958, con dentro le novità “Canzonissima”, il giovedì, la “600”, e lo scandalo delle squillo da centomila, uno stipendio. Con non minori invenzioni: un’altra lettura del lolitismo, o la persecuzione dell’odore – “si può sparare a un odore?”. Un’esplorazione della Morte, tema di buona letteratura trascurata, Landolfi, Lucentini, lo stesso Malaparte.
Leonida Répaci, Il pazzo del casamento, Rubbettino, pp. 145 € 9,30
martedì 30 agosto 2011
La verità è meglio doppia
Può la politica, anche nobile (etica, progettuale, resistenziale), rovinare il giudizio e la filosofia? Sì.
Si dice solitamente la passione politica, ma non c’è nulla di appassionante attorno a Berlusconi, lo è di più il bar a Roma il lunedì, dopo la partita. No, la rovina è proprio la concezione della politica, una dichiarazione d’indigenza filosofica.
Vattimo, attivista del partito dei Valori (attivista di Di Pietro...), è contestato da altri attivisti dello stesso Partito nell’ultimo almanacco di filosofia di “Micromega “ 5/2011), De Monticelli, Flores d’Arcais. E da Ferraris con asprezza. Ma lui stesso nello stesso Almanacco dice in un lunga intervista che nel caso di Berlusconi la verità è sicura, benché testimoniale, mentre nel caso dei serbi che mutilano i bosniaci no, benché documentata. Siccome non c’è opportunismo possibile in Vattimo, la sua è una doppia verità.
Gianni Vattimo, Addio alla verità, Meltemi, pp. 143 € 13
Si dice solitamente la passione politica, ma non c’è nulla di appassionante attorno a Berlusconi, lo è di più il bar a Roma il lunedì, dopo la partita. No, la rovina è proprio la concezione della politica, una dichiarazione d’indigenza filosofica.
Vattimo, attivista del partito dei Valori (attivista di Di Pietro...), è contestato da altri attivisti dello stesso Partito nell’ultimo almanacco di filosofia di “Micromega “ 5/2011), De Monticelli, Flores d’Arcais. E da Ferraris con asprezza. Ma lui stesso nello stesso Almanacco dice in un lunga intervista che nel caso di Berlusconi la verità è sicura, benché testimoniale, mentre nel caso dei serbi che mutilano i bosniaci no, benché documentata. Siccome non c’è opportunismo possibile in Vattimo, la sua è una doppia verità.
Gianni Vattimo, Addio alla verità, Meltemi, pp. 143 € 13
Il mondo com'è - 68
astolfo
Clericalismo – Le origini della democrazia contemporanea sono nella chiesa, e così i suoi difetti, sono nel clericalismo: voracità, parassitismo, invadenza, corruzione, rivendicazionismo (diritti), e l’odierno conflitto d’interessi (controllori\controllati, giudice\reo). È la chiesa che ha aperto e sperimentatola varie forme di governo dal basso, con una mobilità sociale senza precedenti e senza limiti. Ha sperimentato quindi anticipatamente anche le degenerazioni. Già dall’età della Pataria, dopo il Mille, se essa nacque, come sembra, come reazione alla corruzione dei costumi, nelle chiese e nei conventi.
Emigrazione e esclusione - Completata l’unità nel 1870, il governo di Roma, in cerca di nuove opportunità di benessere, avviò una politica d’incoraggiamento all’emigrazione verso l’Australia, paese dagli immensi spazi vuoti, bisognoso di manodopera. I risultati magri sono da attribuirsi sopratutto all’opposizione dei sindacati australiani, che volevano braccianti e non artigiani o specialisti. I sentimenti anti-italiani rimasero forti fin dopo la fine della prima guerra mondiale nel Queensland e nell'Australia Occidentale, dove diedero luogo a numerosi incidenti.
Le restrizioni divennero paralegali nel 1901, alla costituzione della Federazione delle Colonie. Il governo federale, benché il paese avesse una popolazione di appena 3 milioni e mezzo di abitanti, decise di limitare l’immigrazione, adottando la politica dell’ “Australia Bianca”. Questa politica escludeva l’accesso a gente di colore, e diede inizio a quella che poi divenne una sfrenata persecuzione degli aborigeni e degli asiatici, in particolare dei cinesi e dei kanaki. Ma il razzismo arrivò al punto di rifiutare immigrati dai paesi del Sud-Europa, allo scopo di mantenere inalterato il carattere anglo-irlandese della Federazione. Queste preclusione serpeggerà fin dopo la seconda guerra mondiale. Ma fino ai primi anni Venti ebbe il carattere di una vera e propria esclusione.
I primi problemi sorsero sul finire dell'Ottocento, perché gli italiani accettavano salari inferiori nelle miniere, in Australia Occidentale, e nelle piantagioni di canna da zucchero nel Queensland. Le liti durarono per un ventennio, finché alcune commissioni d'inchiesta governative stabilirono che il lavoro a basso costo nelle miniere era parte di un sistema di cottimo, che fu abolito, mentre per la canna da zucchero fu il sindacato ad abbandonare il terreno: solo gli italiani avevano infatti volontà e competenza per questa attività, che da allora è rimasta nelle loro mani.
Più gravi furono le ostilità nell'area di Griffith, una zona di sviluppo agricolo dove gli italiani, arrivati fra i primi all'avvio dei programmi di irrigazione, si mostrarono più efficienti degli altri assegnatari, in generale ex militari, che non conoscevano il lavoro nei campi. La tensione giunse al culmine alla fine della prima guerra mondiale, quando molti reduci sollevarono ufficialmente la questione dell'espansione italiana nella zona di sviluppo agricolo, e ne contestarono anzi la stessa presenza. La Water Conservation and Irrigation Commission rifiutò di registrare i passaggi di proprietà agli italiani, motivando il provvedimento con l’esigenza di riservare le aziende di bonifica ai nati in Australia e specificando che era contro l'interesse nazionale creare una comunità italiana nella zona di bonifica.
Le due comunità vissero per anni una vita separata. Gli italiani non erano ammessi nei club, nelle organizzazioni femminili e nella vita politica locale. Si ebbero anche chiese cattoliche separate per gli italiani e gli irlandesi. Finché la decisione della Water Commission non fu rovesciata in tribunale. Queste avvenne quando già la presenza italiana nell'area di Griffith era dominante. Dopo di allora si fecero sforzi anche ufficiali per introdurre gli italiani negli organismi sociali, agricoli, giovanili, femminili, e le due comunità cominciarono a mescolarsi.
Ma il peggio doveva ancora avvenire, ed ebbe per teatro le città minerarie dell'Australia Occidentale. Qui si ebbero numerosi scontri a partire dal 1918, al ritorno dei soldati dalla guerra. A Kalgorlie, nel 1934, ci furono due morti, una dozzina di feriti, e ottanta arresti. Gli italiani venero definitivamente allontanati. Poiché i minatori si rifiutavano di lavorare con immigrati dal Sud Europa, le aziende introdussero per i dipendenti un esame di dettato di inglese. Molti italiani persero il lavoro, e quelli che lo mantennero non rimasero a Kalgorlie a lungo.
Nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, un'altra ondata antitaliana si produsse sul tema dell'antimafia. Si disse che molte attività di pesca sulla costa, e il commercio degli ortofrutticoli, settori a predominanza italiana, erano nelle mani della mafia. Ma i sospetti sono caduti da soli.
Linea della palma - È ipotesi diffusa, e anzi opinione certa, da ultimo di Sciascia, che il malgoverno italiano sia opera dei meridionali, di siciliani e napoletani: la “linea della palma”, diceva lo scrittore siciliano, ha risalito la penisola. È possibile: sono meridionali in prevalenza prefetti e direttori generali, gli operosi cultori del non fare, e i settatori della legge inapplicabile, dettaglista, ogni giorno aggiornata, dalla Corte Costituzionale, ricettacolo di vegliardi paglietta partenopei, in giù. Ma, se sono decisivi, lo sono però da servi obbedienti: quando non servono, o diventano importuni, li buttano via – prima li buttavano i piemontesi oggi Milano.
Il problema vero è se serve lo Stato, e a che serve. Se serve, o quando serve, il meridionale viene liquidato senza residui, entità trascurabile. Il problema dell’unità è il problema dello Stato - non della comunità di lingua e di cultura, che c’era da secoli prima dell’unità, e anzi da millenni: se serve, appunto, e a che serve. Per una certa idea dell’Italia, fino al 1943, lo Stato serviva e fu creduto, anche quando traviava. La Repubblica ha cancellato l’idea e la funzione dello Stato. Minata non surrettiziamente dalla dottrina eversiva della chiesa, dello Stato quale semplice “provveditore di opere”. Su cui s’impianta la corruttela, grande e piccola, minuta, quotidiana. Una derivazione non obbligata, ma così è stato ed è – di questa ambivalenza, l’operosità eslege, si hanno tracce vistose nelle attività del vicariato a Roma e dell’arcivescovado a Milano, o nella mammella sempre turgida del volontariato o terzo settore.
Questa cancellazione materiale - o sostanziale - dello Stato potrebbe essere un primato della storia mondiale e della scienza politica: una società complessa e avanzata che prospera senza Stato. La salute, il bisogno e l’istruzione demandando alle istituzioni caritatevoli, dunque a preti e suore, di cui le vocazioni tornano a crescere, non ultimo per questa prospettiva manageriale. Ma c’è arrivata prima l’America Latina: “Il paese va avanti di notte, quando il governo dorme” era l’incipit di John Gunther, “Inside Latin America”, settant’anni anni fa
astolfo@antiit.eu
Clericalismo – Le origini della democrazia contemporanea sono nella chiesa, e così i suoi difetti, sono nel clericalismo: voracità, parassitismo, invadenza, corruzione, rivendicazionismo (diritti), e l’odierno conflitto d’interessi (controllori\controllati, giudice\reo). È la chiesa che ha aperto e sperimentatola varie forme di governo dal basso, con una mobilità sociale senza precedenti e senza limiti. Ha sperimentato quindi anticipatamente anche le degenerazioni. Già dall’età della Pataria, dopo il Mille, se essa nacque, come sembra, come reazione alla corruzione dei costumi, nelle chiese e nei conventi.
Emigrazione e esclusione - Completata l’unità nel 1870, il governo di Roma, in cerca di nuove opportunità di benessere, avviò una politica d’incoraggiamento all’emigrazione verso l’Australia, paese dagli immensi spazi vuoti, bisognoso di manodopera. I risultati magri sono da attribuirsi sopratutto all’opposizione dei sindacati australiani, che volevano braccianti e non artigiani o specialisti. I sentimenti anti-italiani rimasero forti fin dopo la fine della prima guerra mondiale nel Queensland e nell'Australia Occidentale, dove diedero luogo a numerosi incidenti.
Le restrizioni divennero paralegali nel 1901, alla costituzione della Federazione delle Colonie. Il governo federale, benché il paese avesse una popolazione di appena 3 milioni e mezzo di abitanti, decise di limitare l’immigrazione, adottando la politica dell’ “Australia Bianca”. Questa politica escludeva l’accesso a gente di colore, e diede inizio a quella che poi divenne una sfrenata persecuzione degli aborigeni e degli asiatici, in particolare dei cinesi e dei kanaki. Ma il razzismo arrivò al punto di rifiutare immigrati dai paesi del Sud-Europa, allo scopo di mantenere inalterato il carattere anglo-irlandese della Federazione. Queste preclusione serpeggerà fin dopo la seconda guerra mondiale. Ma fino ai primi anni Venti ebbe il carattere di una vera e propria esclusione.
I primi problemi sorsero sul finire dell'Ottocento, perché gli italiani accettavano salari inferiori nelle miniere, in Australia Occidentale, e nelle piantagioni di canna da zucchero nel Queensland. Le liti durarono per un ventennio, finché alcune commissioni d'inchiesta governative stabilirono che il lavoro a basso costo nelle miniere era parte di un sistema di cottimo, che fu abolito, mentre per la canna da zucchero fu il sindacato ad abbandonare il terreno: solo gli italiani avevano infatti volontà e competenza per questa attività, che da allora è rimasta nelle loro mani.
Più gravi furono le ostilità nell'area di Griffith, una zona di sviluppo agricolo dove gli italiani, arrivati fra i primi all'avvio dei programmi di irrigazione, si mostrarono più efficienti degli altri assegnatari, in generale ex militari, che non conoscevano il lavoro nei campi. La tensione giunse al culmine alla fine della prima guerra mondiale, quando molti reduci sollevarono ufficialmente la questione dell'espansione italiana nella zona di sviluppo agricolo, e ne contestarono anzi la stessa presenza. La Water Conservation and Irrigation Commission rifiutò di registrare i passaggi di proprietà agli italiani, motivando il provvedimento con l’esigenza di riservare le aziende di bonifica ai nati in Australia e specificando che era contro l'interesse nazionale creare una comunità italiana nella zona di bonifica.
Le due comunità vissero per anni una vita separata. Gli italiani non erano ammessi nei club, nelle organizzazioni femminili e nella vita politica locale. Si ebbero anche chiese cattoliche separate per gli italiani e gli irlandesi. Finché la decisione della Water Commission non fu rovesciata in tribunale. Queste avvenne quando già la presenza italiana nell'area di Griffith era dominante. Dopo di allora si fecero sforzi anche ufficiali per introdurre gli italiani negli organismi sociali, agricoli, giovanili, femminili, e le due comunità cominciarono a mescolarsi.
Ma il peggio doveva ancora avvenire, ed ebbe per teatro le città minerarie dell'Australia Occidentale. Qui si ebbero numerosi scontri a partire dal 1918, al ritorno dei soldati dalla guerra. A Kalgorlie, nel 1934, ci furono due morti, una dozzina di feriti, e ottanta arresti. Gli italiani venero definitivamente allontanati. Poiché i minatori si rifiutavano di lavorare con immigrati dal Sud Europa, le aziende introdussero per i dipendenti un esame di dettato di inglese. Molti italiani persero il lavoro, e quelli che lo mantennero non rimasero a Kalgorlie a lungo.
Nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, un'altra ondata antitaliana si produsse sul tema dell'antimafia. Si disse che molte attività di pesca sulla costa, e il commercio degli ortofrutticoli, settori a predominanza italiana, erano nelle mani della mafia. Ma i sospetti sono caduti da soli.
Linea della palma - È ipotesi diffusa, e anzi opinione certa, da ultimo di Sciascia, che il malgoverno italiano sia opera dei meridionali, di siciliani e napoletani: la “linea della palma”, diceva lo scrittore siciliano, ha risalito la penisola. È possibile: sono meridionali in prevalenza prefetti e direttori generali, gli operosi cultori del non fare, e i settatori della legge inapplicabile, dettaglista, ogni giorno aggiornata, dalla Corte Costituzionale, ricettacolo di vegliardi paglietta partenopei, in giù. Ma, se sono decisivi, lo sono però da servi obbedienti: quando non servono, o diventano importuni, li buttano via – prima li buttavano i piemontesi oggi Milano.
Il problema vero è se serve lo Stato, e a che serve. Se serve, o quando serve, il meridionale viene liquidato senza residui, entità trascurabile. Il problema dell’unità è il problema dello Stato - non della comunità di lingua e di cultura, che c’era da secoli prima dell’unità, e anzi da millenni: se serve, appunto, e a che serve. Per una certa idea dell’Italia, fino al 1943, lo Stato serviva e fu creduto, anche quando traviava. La Repubblica ha cancellato l’idea e la funzione dello Stato. Minata non surrettiziamente dalla dottrina eversiva della chiesa, dello Stato quale semplice “provveditore di opere”. Su cui s’impianta la corruttela, grande e piccola, minuta, quotidiana. Una derivazione non obbligata, ma così è stato ed è – di questa ambivalenza, l’operosità eslege, si hanno tracce vistose nelle attività del vicariato a Roma e dell’arcivescovado a Milano, o nella mammella sempre turgida del volontariato o terzo settore.
Questa cancellazione materiale - o sostanziale - dello Stato potrebbe essere un primato della storia mondiale e della scienza politica: una società complessa e avanzata che prospera senza Stato. La salute, il bisogno e l’istruzione demandando alle istituzioni caritatevoli, dunque a preti e suore, di cui le vocazioni tornano a crescere, non ultimo per questa prospettiva manageriale. Ma c’è arrivata prima l’America Latina: “Il paese va avanti di notte, quando il governo dorme” era l’incipit di John Gunther, “Inside Latin America”, settant’anni anni fa
astolfo@antiit.eu
lunedì 29 agosto 2011
La corruzione sistemica, della giustizia
Tanti complotti ma, miseramente, individuali: le moltissime inchieste, annunciate, effettuate, in via di giudizio, a carico dei berlusconiani, con profusione anche di mezzi investigativi, sono per arricchimento o corruzione personale. Col fumus persecutionis, per quanto inconfessabile, il dubbio della giustizia politica. Nessuna inchiesta che individui o ipotizzi una corruzione sistemica del berlusconismo, politica cioè, di partito. Che è invece quella che si è esercitata e si esercita nella cintura milanese, da Monza a Sesto San Giovanni, “bianca” e “rossa”, e purtroppo sempre “democratica”. Un fatto notorio, anche se la vicenda di Penati non dovesse concludersi con una condanna, o comunque con un giudizio, quello negato dalla giudice Mangelli. C’è una giustizia che si fa e una giustizia che si sa, così vanno le cose.
Non è il solo paradosso. Un altro è che Penati visibilmente fatica a capacitarsi che il suo comportamento sia da scandalo, tanto assoluta è l’impunità verso la corruzione sistemica. Finora il Pci-Pds-Ds, che la pratica ovunque dove governa, a Firenze e Bologna come in Umbria, non è mai stato indagato anche se la cosa è di dominio pubblico. O è stato indagato quando amnistie o prescrizioni l’avrebbero protetto - già nel 1992 ne andò indenne, con apposita leggina di pochi mesi prima.
La vicenda Penati tocca anche la corruzione sistemica di Milano, il cuore degli interessi del sistema che ci governa, le grandi banche e i grandi affari, spesso immobiliari, con una prevalenza qui della curia sugli immobiliaristi. E questo non è un paradosso, è una triste verità. Che la Procura di Milano, la più imponente, dotata e, perché no, qualificata d’Italia, eviti di perseguirla.Ben due procuratori di Milano esperti di reati economici, Alfredo Robledo e Stefano Civardi, non hanno trovato nulla sulla Milano-Serravalle. Ma non cercavano nulla: da esperti avevano derubricato il reato a abuso in atti d’ufficio.
Non è il solo paradosso. Un altro è che Penati visibilmente fatica a capacitarsi che il suo comportamento sia da scandalo, tanto assoluta è l’impunità verso la corruzione sistemica. Finora il Pci-Pds-Ds, che la pratica ovunque dove governa, a Firenze e Bologna come in Umbria, non è mai stato indagato anche se la cosa è di dominio pubblico. O è stato indagato quando amnistie o prescrizioni l’avrebbero protetto - già nel 1992 ne andò indenne, con apposita leggina di pochi mesi prima.
La vicenda Penati tocca anche la corruzione sistemica di Milano, il cuore degli interessi del sistema che ci governa, le grandi banche e i grandi affari, spesso immobiliari, con una prevalenza qui della curia sugli immobiliaristi. E questo non è un paradosso, è una triste verità. Che la Procura di Milano, la più imponente, dotata e, perché no, qualificata d’Italia, eviti di perseguirla.Ben due procuratori di Milano esperti di reati economici, Alfredo Robledo e Stefano Civardi, non hanno trovato nulla sulla Milano-Serravalle. Ma non cercavano nulla: da esperti avevano derubricato il reato a abuso in atti d’ufficio.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (99)
Giuseppe Leuzzi
“Ciccio Perre, la primula rossa”, titola la “Gazzetta del Sud” dell’ultimo carceriere latitante della signora Sgarella, rapita dodici anni fa. Un ricercato che è stato preso mentre dormiva a casa sua. “«Bravi, mi complimento»”, ha detto Francesco Perre al comandante dei carabinieri”, continua il giornale. Come se Perre fosse il maresciallo Rommel, e il comandante il generale Montgomery. Sempre si fanno dire queste stupidaggini a questa facce da bandito, che tutto denuncia ignoranti oltre che violenti. Sono formule che educano i malviventi? O è il giornalismo pigro, ripetitivo. Nessuno ci crede, ma se ci credesse dovrebbe accreditare fair play alla ‘ndrangheta, che è invece animalesca.
L’odio-di-sé meridionale
Si legge periodicamente, per esempio sul “Corriere della sera”, di uno “scempio edilizio” in Puglia o in Sicilia. Su denuncia delle associazioni ambientalistiche locali, documentate, precise, tignose. Mentre non si legge mai nulla sugli scempi, verrebbe da dire quotidiani, ma sempre organizzati, autorizzati, voluminosi, della costa ligure o della Brianza. Si continua a far pensare la Brianza come quella di Gadda, dei colli di Milano, mentre non è che un suburbio inframezzato da capannoni, con code chilometriche a tutte le ore.
L’ambiente non è anch’esso indivisibile? Lo è, le associazioni ambientaliste sono equanimi e denunciano tutto. Ma quelle del Sud sono determinate fino all’autodistruzione.
Francis Ford Coppola ha investito molto a Bernalda, il paese del materano da cui proveniva suo padre, e ci ha portato a sposarsi l’adorata figlia Sofia. Niente di più apprezzabile, anche perché il famoso regista niente pretende in cambio. Ma ha solo un trattamento pettegolo e ribaldo dai “Diari”, le “Gazzette” e i “Quotidiani” che fanno l’opinione in quell’area jonica.
Si fanno ovunque in Calabria e Sicilia nel mese di agosto, confortate dalla politica, delle notti bianche, del divertimento fornito gratis ogni sera dal Comune, sagre e feste. Tutte da un paio d’anni con nomi dialettali (“ ‘A fera da pittara”, la festa del ficodindia), o dialettizzati (“Canzonandu”, “Tradizionandu”, “Tarantellandu”). Che sono dialettizzazioni, non parole d’uso. Di realtà mediocri: imitazioni di spettacoli tv, o di manifestazioni di successo. L’invenzione dei nomi, benché anch’essa mediocre, esaurisce in genere ogni proposito.
Sono “ritorni” diversi da posto a posto. In funzione del diverso grado di sviluppo, vecchia categoria tuttavia significativa, e delle diverse mentalità. Molti scoppiettii di ballo tradizionale, che poi è la tarantella, eletta a soul del Sud (ma non è folk?), si fanno dopo il successo della pizzica salentina, rinverdita da Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò quarant’anni fa, e poi cresciuta sprovincializzandosi: i suoi festival sono ora romani, nazionali e cosmopoliti, la sua musica un genere redditizio, a straordinaria capitalizzazione. Queste copie sono invece modeste, retrattili: una chiusura in se stessi. Come il vezzo di parlare il dialetto anche in presenza di estranei, e un dialetto di cui si accentuano forzosamente le cupezze, le chiusure, soprattutto nel napoletano, ma anche in Sicilia e, più ancora, in Calabria. Si parla cioè con astio, per non comunicare.
Calabria
Nel Settecento, e ancora nell’Ottocento, non si viaggiava in Calabria. Da Napoli si partiva per la Sicilia via mare. Volendo andare in Calabria era consigliato fare testamento, e viaggiare in gruppo. Nessun viaggiatore è stato però molestato in Calabria, neppure dalla malaria. Eccetto Gissing, ma siamo nel Novecento, nella Calabria già italiana da cinquant’anni.
C’erano nel Settecento tanti preti calabresi in Germania. “Ecco perché questo paese s’è abbrutito”, esplode a un certo punto Carlantonio Pilati, il giurista trentino che fu viaggiatore intrepido nella regione nel 1775, nella prima delle sue due lettere dalla Calabria, “e perché si vedono in Germania tanti preti calabresi che dicono quattro messe al giorno, e si contentano di mangiare gli avanzi dei valletti dei signori tedeschi”.
Gli “avanzi dei valletti” sembra eccessivo, i preti malgrado tutto sapevano – dovevano mostrare di sapere – di latino. Ma Pilati individuava (bene) nella persistenza del dono, in regime di capitalismo e di diritti-doveri, la radice della debolezza dello spirito d’iniziativa.
Pilati apprezza ad Altomonte, “luogo celebre fra gli antichi per la bontà dei suoi vini”, tra essi “il Vinum balbinum di Plinio”, un vino nero. Di cui Altomonte prestò a Siracusa “i primi semi”, e che i siracusani “chiamano ancora «vino calabrese»”. È il Nero d’Avola, il vitigno del momento. Che ad Altomonte non c’è più.
Alla cooperativa agricola Valle del Bonamico, patrocinata a suo tempo dal vescovo di Locri mons. Bregantini nel quadro della bonifica del santuario di Polsi, la Prefettura di Reggio Calabria nega la certificazione antimafia. La realtà qui è sempre capovolta.
A mons. Bregantini, che il Vaticano ha prontamente esiliato a Benevento, alcuni giudici a Reggio contestavano la creazione di un impero economico. Non massoni, a quel che si può sapere.
Castellace, borgo creato nel Settecento come confino per galeotti, poi sviluppatosi lungo la strada di transito per Gioia Tauro e la Salerno-Reggio, ha anch’esso ad agosto la sua Madonna. Che celebra con una lunga processione su questa strada. Nella coda che si forma di alcuni chilometri cinque o sei macchine fanno il sorpasso, per portarsi autorevolmente in testa. Sono tutte Audi 4 Tdi, nere. Fornite dallo stesso concessionario? Blindate?
Un mensile di cronaca nera che si edita a Palermo, “S”, fa un’edizione per la Calabria, che vende a 4 euro e raccoglie pubblicità. Dunque una regione che non compra libri compra assidua la cronistoria delle famiglie mafiose. Le cronache infatti, di brutte facce e storie inerti, molto burocratiche, sono di mafia, assortite da un indice accurato dei nomi.
O non saranno quel paio di centinaia di nomi citati a garantire la diffusione della rivista? Anche la pubblicità è di una ditta che “S” dice mafiosa.
La Calabria ha molto mare, molto pulito, salvo l’occasionale sporcizia di superficie per l’incuria degli amministratori, non inquinato cioè, trasparente, e anche molto colorato. Ma ha poche bandiere blu, a differenze di coste molto inquinate, alla vista, al gusto, allo stomaco e anche all’olfatto, nell’Alto Tirreno e nell’Adriatico. Quest’anno è riuscita a riavere una quinta bandiera blu per Gioiosa Marina, dopo l’intervallo di un decennio nel quale le cubature del paesino si sono moltiplicate per dieci. Ma un mese dopo la bandiera blu il sindaco e tre assessori sono stati arrestati per mafia. Non c’è collegamento?
Moio, Scullino, Arma di Taggia, Ventimiglia, il giornale riporta nomi familiari, di successo lusinghiero in politica, vice sindaco, sindaco, e tuttavia finiti nella cronaca nera. Nomi poco frequenti, i patronimici, che s’immaginano figli o nipoti degli stessi con cui si facevano nell’infanzia le scorrerie per agrumeti, valloni, fiumare, o per nidi di passeri sulle selle alte degli ulivi - e infatti Rohlfs li attesta a Castellace e Sitizano, circoscritti. Di famiglie mitissime, emigrate anche per questo, per odiare la prepotenza.
Il reato è il “voto di scambio”: aver cercato voti presso i calabresi emigrati. L’origine li condanna ancora alla terza generazione?
leuzzi@antiit.eu
“Ciccio Perre, la primula rossa”, titola la “Gazzetta del Sud” dell’ultimo carceriere latitante della signora Sgarella, rapita dodici anni fa. Un ricercato che è stato preso mentre dormiva a casa sua. “«Bravi, mi complimento»”, ha detto Francesco Perre al comandante dei carabinieri”, continua il giornale. Come se Perre fosse il maresciallo Rommel, e il comandante il generale Montgomery. Sempre si fanno dire queste stupidaggini a questa facce da bandito, che tutto denuncia ignoranti oltre che violenti. Sono formule che educano i malviventi? O è il giornalismo pigro, ripetitivo. Nessuno ci crede, ma se ci credesse dovrebbe accreditare fair play alla ‘ndrangheta, che è invece animalesca.
L’odio-di-sé meridionale
Si legge periodicamente, per esempio sul “Corriere della sera”, di uno “scempio edilizio” in Puglia o in Sicilia. Su denuncia delle associazioni ambientalistiche locali, documentate, precise, tignose. Mentre non si legge mai nulla sugli scempi, verrebbe da dire quotidiani, ma sempre organizzati, autorizzati, voluminosi, della costa ligure o della Brianza. Si continua a far pensare la Brianza come quella di Gadda, dei colli di Milano, mentre non è che un suburbio inframezzato da capannoni, con code chilometriche a tutte le ore.
L’ambiente non è anch’esso indivisibile? Lo è, le associazioni ambientaliste sono equanimi e denunciano tutto. Ma quelle del Sud sono determinate fino all’autodistruzione.
Francis Ford Coppola ha investito molto a Bernalda, il paese del materano da cui proveniva suo padre, e ci ha portato a sposarsi l’adorata figlia Sofia. Niente di più apprezzabile, anche perché il famoso regista niente pretende in cambio. Ma ha solo un trattamento pettegolo e ribaldo dai “Diari”, le “Gazzette” e i “Quotidiani” che fanno l’opinione in quell’area jonica.
Si fanno ovunque in Calabria e Sicilia nel mese di agosto, confortate dalla politica, delle notti bianche, del divertimento fornito gratis ogni sera dal Comune, sagre e feste. Tutte da un paio d’anni con nomi dialettali (“ ‘A fera da pittara”, la festa del ficodindia), o dialettizzati (“Canzonandu”, “Tradizionandu”, “Tarantellandu”). Che sono dialettizzazioni, non parole d’uso. Di realtà mediocri: imitazioni di spettacoli tv, o di manifestazioni di successo. L’invenzione dei nomi, benché anch’essa mediocre, esaurisce in genere ogni proposito.
Sono “ritorni” diversi da posto a posto. In funzione del diverso grado di sviluppo, vecchia categoria tuttavia significativa, e delle diverse mentalità. Molti scoppiettii di ballo tradizionale, che poi è la tarantella, eletta a soul del Sud (ma non è folk?), si fanno dopo il successo della pizzica salentina, rinverdita da Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò quarant’anni fa, e poi cresciuta sprovincializzandosi: i suoi festival sono ora romani, nazionali e cosmopoliti, la sua musica un genere redditizio, a straordinaria capitalizzazione. Queste copie sono invece modeste, retrattili: una chiusura in se stessi. Come il vezzo di parlare il dialetto anche in presenza di estranei, e un dialetto di cui si accentuano forzosamente le cupezze, le chiusure, soprattutto nel napoletano, ma anche in Sicilia e, più ancora, in Calabria. Si parla cioè con astio, per non comunicare.
Calabria
Nel Settecento, e ancora nell’Ottocento, non si viaggiava in Calabria. Da Napoli si partiva per la Sicilia via mare. Volendo andare in Calabria era consigliato fare testamento, e viaggiare in gruppo. Nessun viaggiatore è stato però molestato in Calabria, neppure dalla malaria. Eccetto Gissing, ma siamo nel Novecento, nella Calabria già italiana da cinquant’anni.
C’erano nel Settecento tanti preti calabresi in Germania. “Ecco perché questo paese s’è abbrutito”, esplode a un certo punto Carlantonio Pilati, il giurista trentino che fu viaggiatore intrepido nella regione nel 1775, nella prima delle sue due lettere dalla Calabria, “e perché si vedono in Germania tanti preti calabresi che dicono quattro messe al giorno, e si contentano di mangiare gli avanzi dei valletti dei signori tedeschi”.
Gli “avanzi dei valletti” sembra eccessivo, i preti malgrado tutto sapevano – dovevano mostrare di sapere – di latino. Ma Pilati individuava (bene) nella persistenza del dono, in regime di capitalismo e di diritti-doveri, la radice della debolezza dello spirito d’iniziativa.
Pilati apprezza ad Altomonte, “luogo celebre fra gli antichi per la bontà dei suoi vini”, tra essi “il Vinum balbinum di Plinio”, un vino nero. Di cui Altomonte prestò a Siracusa “i primi semi”, e che i siracusani “chiamano ancora «vino calabrese»”. È il Nero d’Avola, il vitigno del momento. Che ad Altomonte non c’è più.
Alla cooperativa agricola Valle del Bonamico, patrocinata a suo tempo dal vescovo di Locri mons. Bregantini nel quadro della bonifica del santuario di Polsi, la Prefettura di Reggio Calabria nega la certificazione antimafia. La realtà qui è sempre capovolta.
A mons. Bregantini, che il Vaticano ha prontamente esiliato a Benevento, alcuni giudici a Reggio contestavano la creazione di un impero economico. Non massoni, a quel che si può sapere.
Castellace, borgo creato nel Settecento come confino per galeotti, poi sviluppatosi lungo la strada di transito per Gioia Tauro e la Salerno-Reggio, ha anch’esso ad agosto la sua Madonna. Che celebra con una lunga processione su questa strada. Nella coda che si forma di alcuni chilometri cinque o sei macchine fanno il sorpasso, per portarsi autorevolmente in testa. Sono tutte Audi 4 Tdi, nere. Fornite dallo stesso concessionario? Blindate?
Un mensile di cronaca nera che si edita a Palermo, “S”, fa un’edizione per la Calabria, che vende a 4 euro e raccoglie pubblicità. Dunque una regione che non compra libri compra assidua la cronistoria delle famiglie mafiose. Le cronache infatti, di brutte facce e storie inerti, molto burocratiche, sono di mafia, assortite da un indice accurato dei nomi.
O non saranno quel paio di centinaia di nomi citati a garantire la diffusione della rivista? Anche la pubblicità è di una ditta che “S” dice mafiosa.
La Calabria ha molto mare, molto pulito, salvo l’occasionale sporcizia di superficie per l’incuria degli amministratori, non inquinato cioè, trasparente, e anche molto colorato. Ma ha poche bandiere blu, a differenze di coste molto inquinate, alla vista, al gusto, allo stomaco e anche all’olfatto, nell’Alto Tirreno e nell’Adriatico. Quest’anno è riuscita a riavere una quinta bandiera blu per Gioiosa Marina, dopo l’intervallo di un decennio nel quale le cubature del paesino si sono moltiplicate per dieci. Ma un mese dopo la bandiera blu il sindaco e tre assessori sono stati arrestati per mafia. Non c’è collegamento?
Moio, Scullino, Arma di Taggia, Ventimiglia, il giornale riporta nomi familiari, di successo lusinghiero in politica, vice sindaco, sindaco, e tuttavia finiti nella cronaca nera. Nomi poco frequenti, i patronimici, che s’immaginano figli o nipoti degli stessi con cui si facevano nell’infanzia le scorrerie per agrumeti, valloni, fiumare, o per nidi di passeri sulle selle alte degli ulivi - e infatti Rohlfs li attesta a Castellace e Sitizano, circoscritti. Di famiglie mitissime, emigrate anche per questo, per odiare la prepotenza.
Il reato è il “voto di scambio”: aver cercato voti presso i calabresi emigrati. L’origine li condanna ancora alla terza generazione?
leuzzi@antiit.eu
La devastazione del Sud a opera di Napoli
Tre lettere della vasta “corrispondenza” di viaggio di un giurisperito trentino del secondo Settecento, buon suddito dell’Austria e buon fedele della chiesa, ma appassionato antiassolutista e anticlericale. La prima sorpresa è dunque il personaggio, autore anche di notevoli opere di diritto, in tedesco e in italiano. La lettera introduttiva è su Napoli, di cui Pilati rimarca la tolleranza religiosa e insieme la bigotteria – dalla tolleranza sono esclusi gli ebrei, ma Napoli “può tranquillamente fane a meno, giacché in questa città ci sono molti lombardi”. Le altre due sono sulla Calabria.
La Calabria Pilati vuol farci credere di avere girato per tutti i suoi anfratti in pochi giorni: le due lettere non hanno valore testimoniale. Ma il giudizio è sicuro. Nota l’estrema miseria. Attraversando “orribili montagne” e pernottando “nelle capanne di contadini ancora più orribili” – non è il protoromantico in cerca di emozioni. Rileva anche l’abbandono di molte industrie e la trascuratezza di molte coltivazioni. Tra esse registra il “vino calabrese” di Avola, il vitigno esportato dalla Calabria a Siracusa precursore del Nero d’Avola. Il vino di Fossa, nei pressi di Reggio, dice pari al “migliore Borgogna” – Fossa che oggi non si nemmeno dov’è. E prima, dice, era peggio: “Prima che i genovesi avessero iniziato a frequentare i villaggi lontani (commerciando), il paese era ancora meno popolato e gli abitanti più poveri, csa che ha spinto i baroni calabresi a far venire degli albanesi nelle loro terre”. La Calabria mancando di porti, il poo comercio si faceva con le pinche, piccole imbarcazioni, genovesi – “Laigueglia manda su questa costa più di venti piche l’anno”. Ma, benché creda ai banditi (“è ridicolo volersi burlare, come pretendono certi viaggiatori, dei banditi del Regno di Napoli”, contro cui Napoli metteva in guardia ognuno che volesse avventurarsi nella regione), se ne dimentica nelle sue presunte peregrinazioni in posti remoti e isolati.
Una silloge messa insieme da Giuseppe F. Macrì, che la correda d’interessantissime note. Macrì spiega nell’introduzione l’eccezionalità del viaggio in Calabria all’epoca, molto sconsigliato a Napoli. Reintroducendo nella polemica meridionalistica la devastazione di Napoli, prima che l’incuria e lo sfruttamento, verso i suoi territori e le sue popolazioni. Pilati gli dà ragione, venendo a parlare delle coltivazioni: “Gli abili finanzieri napoletani hano avuto modo d frenare su questo punto, come pure su molti altri, l’industriosità degli abitanti”. E più in generale del modo di porsi di Napoli nei confronti del suo “entroterra”.Il disgusto per Napoli porta peraltro lo stesso Pilati a negare che nella città si possano gustare i frutti delicati di cui sbavano i viaggiatori. Tutti vittime del sentito dire.
Carlantonio Pilati, Per antichi sentieri, Rubbettino, pp. 121 €7,90
La Calabria Pilati vuol farci credere di avere girato per tutti i suoi anfratti in pochi giorni: le due lettere non hanno valore testimoniale. Ma il giudizio è sicuro. Nota l’estrema miseria. Attraversando “orribili montagne” e pernottando “nelle capanne di contadini ancora più orribili” – non è il protoromantico in cerca di emozioni. Rileva anche l’abbandono di molte industrie e la trascuratezza di molte coltivazioni. Tra esse registra il “vino calabrese” di Avola, il vitigno esportato dalla Calabria a Siracusa precursore del Nero d’Avola. Il vino di Fossa, nei pressi di Reggio, dice pari al “migliore Borgogna” – Fossa che oggi non si nemmeno dov’è. E prima, dice, era peggio: “Prima che i genovesi avessero iniziato a frequentare i villaggi lontani (commerciando), il paese era ancora meno popolato e gli abitanti più poveri, csa che ha spinto i baroni calabresi a far venire degli albanesi nelle loro terre”. La Calabria mancando di porti, il poo comercio si faceva con le pinche, piccole imbarcazioni, genovesi – “Laigueglia manda su questa costa più di venti piche l’anno”. Ma, benché creda ai banditi (“è ridicolo volersi burlare, come pretendono certi viaggiatori, dei banditi del Regno di Napoli”, contro cui Napoli metteva in guardia ognuno che volesse avventurarsi nella regione), se ne dimentica nelle sue presunte peregrinazioni in posti remoti e isolati.
Una silloge messa insieme da Giuseppe F. Macrì, che la correda d’interessantissime note. Macrì spiega nell’introduzione l’eccezionalità del viaggio in Calabria all’epoca, molto sconsigliato a Napoli. Reintroducendo nella polemica meridionalistica la devastazione di Napoli, prima che l’incuria e lo sfruttamento, verso i suoi territori e le sue popolazioni. Pilati gli dà ragione, venendo a parlare delle coltivazioni: “Gli abili finanzieri napoletani hano avuto modo d frenare su questo punto, come pure su molti altri, l’industriosità degli abitanti”. E più in generale del modo di porsi di Napoli nei confronti del suo “entroterra”.Il disgusto per Napoli porta peraltro lo stesso Pilati a negare che nella città si possano gustare i frutti delicati di cui sbavano i viaggiatori. Tutti vittime del sentito dire.
Carlantonio Pilati, Per antichi sentieri, Rubbettino, pp. 121 €7,90
domenica 28 agosto 2011
La nausea di Giovanna, prima di Sartre
Un romanzo sul disagio di vivere che avrebbe potuto diventare “La coscienza di Zeno” del secondo Novecento. Un documento, se si vuole, degli anni Trenta, ma ben più radicale de “Gli indifferenti”. Di una ragazza contro gli uomini, negli affari di sesso e in tutti gli altri. E contro le donne. Contro il padre, il fratello del padre, i propri fratelli. Contro la mamma, le sorelle e la famiglia, l’amore, l’amicizia, la generosità disinteressata. Odio fisico, la nausea di Sartre anticipata. Una storia pubblicata postuma, che si continua a suggerire autobiografica, per un minimo successo di scandalo, mentre cozza con la vera biografia, di giovane scrittrice determinata, cosciente del proprio disagio.
Capita di scoprire, spesso non per caso, che il neo realismo viene dal fascismo. E che opera come la livella di Totò, una mannaia a cui non si sfugge. O un antiparassitario, che dissecca nel mentre che purifica. Così i suoi tre santi protettori a Milano, dove Giovanna Gulli ventenne si era trasferita da Reggio Calabria per fare la scrittrice, Zavattini, Marotta e Répaci, ne hanno segnato il destino postumo: se hanno imposto la pubblicazione del romanzo a Garzanti, nel 1940, lo hanno consegnato all’indistinto del neo realismo. E all’oblio: oggi nessuno sa di “Caerina Marasca”, né di Giovanna Gulli. Il sito Calabria on line, peraltro benemerito nella registrazione dei letterati della regione, la fa morire a 23 anni nel 1917. E del romanzo, che rappresenta solo figure maschili positive, dice che “mette sotto accusa il dominio maschile, non c’è un solo personaggio maschile che sia descritto in maniera positiva”.
La narrazione è – tra i tanti punti di originalità - non femminista (e neppure una delle cosiddette “scritture al femminile”). Per cui la Gulli è trascurata dal ricco filone di studi di genere. Con molti appigli pauperistici, che fatalmente la indirizzano al neo realismo. Ma senza nulla in realtà di vittimistico, e senza nulla di rivendicativo: la sua abiezione è l’impossibilità di essere. Pane! è il leitmotiv della prima parte, la fame. La malattia e la morte della seconda. La prostituzione della terza. Se ne parla a ogni pagina, con insistenza, e detti così sono tre travi di resistenza di quello che sarà chiamato il neo realismo. Ma il collante è il disagio di vivere, l’impossibilità: dell’amore, dell’amicizia, della famiglia. L’incapacità di essere, di “soffrire i sentimenti” (312). Con l’aggiunta: “Dire che Caterina amava è poco: ella era pazza d’amore”. Il tutto può fare un melodramma, senza musica per giunta, una “Signora delle camelie” verbale del Novecento. Oppure una figura maestosa, l’“Anna Karenina”, col piglio devastante degli “Umiliati e offesi”. E questo è: la Gulli sa essere Tolstòj e Dostoevskij – anche se non beneficia del vago esotismo che si lega al mondo russo.
Sa pure che la cosa meraviglia, e non lo contesta: “I sintomi di questa malattia sono innati e latenti”, dice della sua storia (345). Ma con limiti: il peggio della malattia è “non riuscire a uccidere il pensiero”. La storia vera del romanzo è questa. C’era in Italia, nel 1938, una storia di disagio esistenziale senza fondo. Di un scrittrice ventisettenne che stava per morire all’improvviso di polmonite, Giovanna Gulli. Ragazza volitiva, che a diciannove anni si è trasferita da Reggio Calabria a Messina, per fare la segretaria nella sede di un’agenzia giornalistica, e dopo un paio d’anni a Milano, per fare la scrittrice. Dove ha cercato e ottenuto l’attenzione di Zavattini, che ne scriverà, Répaci, Marotta, Giuseppe Longo, direttori d’importanti periodici, ha pubblicato racconti e collaborato a trasmissioni radio per bambini. Questo romanzo non era piaciuto ai maggiori editori, malgrado gli illustri patrocinanti, e uscirà postumo da Garzanti. Con estesi tagli. E con la lettura neo realistica che lo condannerà all’ammasso delle opere minori – ha un senso che il neo realismo nasca col tardo fascismo: è l’annegamento nella mediocrità, l’indistinto del “sociale”, inteso “siamo tutti buoni con i poveri”.
Non sappiamo cosa sarebbe stato il romanzo senza i tagli. Quello che ne resta è comunque una storia di forte disagio di vita. Non c’è altra narrazione cupa come questa, segno del tempo. Di allora come di oggi, anche se non c’è più la “fame”: lo sradicamento è oggi perfino radicale, il vuoto di vita. Non è una storia di povertà che conculca l’ansia di riscatto sociale, o di sopraffazione – che purtroppo la nota a questa coraggiosa riedizione ribadisce, “la ricerca e la speranza di Caterina di «esistere meglio, al meglio»” legando alla “società stravolta dal bisogno e dalla sopraffazione”. Il rifiuto è radicale, “naturale”, senza scampo. La povertà vi è derisa, con cattiveria, e così ogni altra consolazione. Della generosità si traduce il calcolo, dell’amore la sofferenza, dell’avventura la fatica, della stessa disperazione l’egoismo (del padre,della madre), in uno stato d’ipocondria costante e cumulativo. La città è Napoli. Ma è una “simil Napoli”: la storia si vuole delocalizzata e spersonalizzata. È decontestualizzata, nei luoghi, nelle occupazioni, nel ceto, o le abitudini sociali, di proposito, con protervia, una sorta di metafisica del disadattamento.
Giovanna Gulli, Caterina Marasca, Rubbettino, pp. 387 € 5,90
Capita di scoprire, spesso non per caso, che il neo realismo viene dal fascismo. E che opera come la livella di Totò, una mannaia a cui non si sfugge. O un antiparassitario, che dissecca nel mentre che purifica. Così i suoi tre santi protettori a Milano, dove Giovanna Gulli ventenne si era trasferita da Reggio Calabria per fare la scrittrice, Zavattini, Marotta e Répaci, ne hanno segnato il destino postumo: se hanno imposto la pubblicazione del romanzo a Garzanti, nel 1940, lo hanno consegnato all’indistinto del neo realismo. E all’oblio: oggi nessuno sa di “Caerina Marasca”, né di Giovanna Gulli. Il sito Calabria on line, peraltro benemerito nella registrazione dei letterati della regione, la fa morire a 23 anni nel 1917. E del romanzo, che rappresenta solo figure maschili positive, dice che “mette sotto accusa il dominio maschile, non c’è un solo personaggio maschile che sia descritto in maniera positiva”.
La narrazione è – tra i tanti punti di originalità - non femminista (e neppure una delle cosiddette “scritture al femminile”). Per cui la Gulli è trascurata dal ricco filone di studi di genere. Con molti appigli pauperistici, che fatalmente la indirizzano al neo realismo. Ma senza nulla in realtà di vittimistico, e senza nulla di rivendicativo: la sua abiezione è l’impossibilità di essere. Pane! è il leitmotiv della prima parte, la fame. La malattia e la morte della seconda. La prostituzione della terza. Se ne parla a ogni pagina, con insistenza, e detti così sono tre travi di resistenza di quello che sarà chiamato il neo realismo. Ma il collante è il disagio di vivere, l’impossibilità: dell’amore, dell’amicizia, della famiglia. L’incapacità di essere, di “soffrire i sentimenti” (312). Con l’aggiunta: “Dire che Caterina amava è poco: ella era pazza d’amore”. Il tutto può fare un melodramma, senza musica per giunta, una “Signora delle camelie” verbale del Novecento. Oppure una figura maestosa, l’“Anna Karenina”, col piglio devastante degli “Umiliati e offesi”. E questo è: la Gulli sa essere Tolstòj e Dostoevskij – anche se non beneficia del vago esotismo che si lega al mondo russo.
Sa pure che la cosa meraviglia, e non lo contesta: “I sintomi di questa malattia sono innati e latenti”, dice della sua storia (345). Ma con limiti: il peggio della malattia è “non riuscire a uccidere il pensiero”. La storia vera del romanzo è questa. C’era in Italia, nel 1938, una storia di disagio esistenziale senza fondo. Di un scrittrice ventisettenne che stava per morire all’improvviso di polmonite, Giovanna Gulli. Ragazza volitiva, che a diciannove anni si è trasferita da Reggio Calabria a Messina, per fare la segretaria nella sede di un’agenzia giornalistica, e dopo un paio d’anni a Milano, per fare la scrittrice. Dove ha cercato e ottenuto l’attenzione di Zavattini, che ne scriverà, Répaci, Marotta, Giuseppe Longo, direttori d’importanti periodici, ha pubblicato racconti e collaborato a trasmissioni radio per bambini. Questo romanzo non era piaciuto ai maggiori editori, malgrado gli illustri patrocinanti, e uscirà postumo da Garzanti. Con estesi tagli. E con la lettura neo realistica che lo condannerà all’ammasso delle opere minori – ha un senso che il neo realismo nasca col tardo fascismo: è l’annegamento nella mediocrità, l’indistinto del “sociale”, inteso “siamo tutti buoni con i poveri”.
Non sappiamo cosa sarebbe stato il romanzo senza i tagli. Quello che ne resta è comunque una storia di forte disagio di vita. Non c’è altra narrazione cupa come questa, segno del tempo. Di allora come di oggi, anche se non c’è più la “fame”: lo sradicamento è oggi perfino radicale, il vuoto di vita. Non è una storia di povertà che conculca l’ansia di riscatto sociale, o di sopraffazione – che purtroppo la nota a questa coraggiosa riedizione ribadisce, “la ricerca e la speranza di Caterina di «esistere meglio, al meglio»” legando alla “società stravolta dal bisogno e dalla sopraffazione”. Il rifiuto è radicale, “naturale”, senza scampo. La povertà vi è derisa, con cattiveria, e così ogni altra consolazione. Della generosità si traduce il calcolo, dell’amore la sofferenza, dell’avventura la fatica, della stessa disperazione l’egoismo (del padre,della madre), in uno stato d’ipocondria costante e cumulativo. La città è Napoli. Ma è una “simil Napoli”: la storia si vuole delocalizzata e spersonalizzata. È decontestualizzata, nei luoghi, nelle occupazioni, nel ceto, o le abitudini sociali, di proposito, con protervia, una sorta di metafisica del disadattamento.
Giovanna Gulli, Caterina Marasca, Rubbettino, pp. 387 € 5,90
Ombre - 100
Protesta l’“Avvenire”: la chiesa paga le tasse, dice il contrario il partito dei massoni e radicali, quello di chi non paga le tasse. Ma quanti sono i massoni e i radicali?
“Colpi micidiali” dice “Famiglia Cristiana” le manovre del governo a luglio e agosto: “Un serial killer non avrebbe potuto fare meglio”. Mentre il cardinale Bagnasco con monsignor Crociata vanno a Madrid per dire che gli italiani devono pagare le tasse. E la chiesa, perché non le paga?
Non le parrocchie, che si meriterebbero magari di non pagare nessuna tassa, tanto è utile il lavoro che fanno. No, la chiesa tutta: il vicariato di Roma per esempio, o l’arcivescovado di Milano, così ricchi d’immobili e terreni esentasse, con libertà di fabbricazione. Davvero la patrimoniale non spaventa Bagnasco, il più grande immobiliarista d’Italia, e forse del mondo?
Per non dire del terzo settore, alla cui ricchissima ombra – tale da oscurare le superpagate energie alternative – prospera tanto sottogoverno.
La casta per eccellenza, fascista perfino nelle apparenze, è in Italia la giustizia, come tutti sanno. Ma non per la Rcs: nel suo ampio catalogo delle caste manca proprio la giustizia. Né per i suoi moralizzatori principi, Rizzo e Stella, che sul “Corriere della sera” con cura la evitano. Per rimediare, a fronte della concorrenza, de Bortoli ricorre a Gabanelli e Iovene, i responsabili di “Report”: doppi incarichi, con doppie retribuzioni, pubbliche, abnormi, spesso autogestite, doppie carriere, anche in absentia, conflitti d’interesse da paura, da controllori\controllati.
Dopodichè, dopo avere tanto osato, lo stesso de Bortoli fa le pulci alla Rai, nella stessa pagina, che (non) ha censurato “Report”.
Non vige più, ma solo da qualche anno, lo stupefacente principio del “galleggiamento”, spesso accoppiato all’ancora più stravagante “trascinamento”, di cui G. Leuzzi dava vent’anni fa alcuni incredibili esempi in “Fuori l’Italia dal Sud”. Per il galleggiamento tutti i pari grado beneficiavano degli avanzamenti di un singolo giudice. Per il trascinamento, quando la carriera di un giudice era ritardata (per malattia, incapacità, reato), tutti i giudici più giovani del suo grado avevano diritto alla sua retribuzione. Un paio di giudici condannati per pedofilia una quarantina d’anni fa, e poi reintegrati per derubricazione del reato e\o amnistia, comportarono un riallineamento retributivo (galleggiamento) di migliaia di magistrati, che, più giovani, maturarono il diritto al retribuzione dei due ex condannati seniori.
Ci volle la prima grande crisi dello Sme-euro, nel 1992, per imporre la cancellazione del privilegio. Nel frattempo esteso ai morti, col “galleggiamento sul morto”, uno che fosse transitato nei ruoli prima della scomparsa, e “a catena” - il “galleggiamento successivo e reciproco”, per cui si “galleggiava” su un collega, che aveva a sua volta “galleggiato” su un altro, e così via. E appena cinque anni prima, nel 1987, esteso ai comandi militari. Allertando tutta la Funzione Pubblica, mai così vispa e rapida.
Cinque pali e cinque gol, di cui uno dopo una trentina di passaggi. Sembrava una partita estiva d’allenamento, ma era Barcellona-Napoli, che molti in tv hanno potuto vedere. I giornali no, non l’hanno detto. Troppo umiliante per i giornalisti sportivi? Il loro calcio, il calcio italiano, è di chiacchiere.
Nell’interminabile psicosociologia del senso comune che viene svolgendo ogni lunedì ormai da una ventina d’anni sul “Corriere della sera” (il senso comune sfugge da tutte le parti), Francesco Alberoni tocca lunedì l’ingratitudine. Ricorda il Satana di Milton che si ribella a Dio per il fardello insopportabile della riconoscenza, menziona l’invidia, critica l’eccesso di generosità nel dono. Gli manca una categoria: la gratitudine\ingratitudine a intermittenza. Molto diffusa nel giornalismo, un settore ad elevata mobilità. Capita di essere salutati effusivamente da molti in certi periodi, ed evitati in altri: dipende dalla posizione che si ha.
“Lasciare l’abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle dei giovani è una vera colpa storica e morale”, dice a Comunione e Liberazione Napolitano. Strabiliante. E poi?
Dopo il Monaco Scalfaro, di sacro fuoco acceso, il quaresimalista Napolitano: quanto male il compromesso storico ha fatto alla Repubblica?
Il “Corriere della sera” offre lunedì lo spazio a Giuliano Pisapia di celebrarsi, malgrado i tanti aumenti di tariffe e di tasse. Pisapia ricambia scusandosi: “Sui poteri forti mi sono espresso male”. Non sono forti, vuole dire: il “Corriere della sera” fa tanta paura?
“Anzianità, vanno al Nord quasi due pensioni su tre”, calcola “Il Messaggero”. Ma non si può rimproverarne lo statista Bossi: lui almeno lo sapeva. Sono i giornali che non lo dicono.
Gli Indignados spagnoli sono indignati per il costo delle Giornate mondiali della gioventù di papa Ratzinger. Il governo replica: non sono costate nulla, anzi lo Stato ci guadagna cento milioni. Probabilmente non è vera né l’una né l’altra cosa, c’è solo da indignarsi.
“Colpi micidiali” dice “Famiglia Cristiana” le manovre del governo a luglio e agosto: “Un serial killer non avrebbe potuto fare meglio”. Mentre il cardinale Bagnasco con monsignor Crociata vanno a Madrid per dire che gli italiani devono pagare le tasse. E la chiesa, perché non le paga?
Non le parrocchie, che si meriterebbero magari di non pagare nessuna tassa, tanto è utile il lavoro che fanno. No, la chiesa tutta: il vicariato di Roma per esempio, o l’arcivescovado di Milano, così ricchi d’immobili e terreni esentasse, con libertà di fabbricazione. Davvero la patrimoniale non spaventa Bagnasco, il più grande immobiliarista d’Italia, e forse del mondo?
Per non dire del terzo settore, alla cui ricchissima ombra – tale da oscurare le superpagate energie alternative – prospera tanto sottogoverno.
La casta per eccellenza, fascista perfino nelle apparenze, è in Italia la giustizia, come tutti sanno. Ma non per la Rcs: nel suo ampio catalogo delle caste manca proprio la giustizia. Né per i suoi moralizzatori principi, Rizzo e Stella, che sul “Corriere della sera” con cura la evitano. Per rimediare, a fronte della concorrenza, de Bortoli ricorre a Gabanelli e Iovene, i responsabili di “Report”: doppi incarichi, con doppie retribuzioni, pubbliche, abnormi, spesso autogestite, doppie carriere, anche in absentia, conflitti d’interesse da paura, da controllori\controllati.
Dopodichè, dopo avere tanto osato, lo stesso de Bortoli fa le pulci alla Rai, nella stessa pagina, che (non) ha censurato “Report”.
Non vige più, ma solo da qualche anno, lo stupefacente principio del “galleggiamento”, spesso accoppiato all’ancora più stravagante “trascinamento”, di cui G. Leuzzi dava vent’anni fa alcuni incredibili esempi in “Fuori l’Italia dal Sud”. Per il galleggiamento tutti i pari grado beneficiavano degli avanzamenti di un singolo giudice. Per il trascinamento, quando la carriera di un giudice era ritardata (per malattia, incapacità, reato), tutti i giudici più giovani del suo grado avevano diritto alla sua retribuzione. Un paio di giudici condannati per pedofilia una quarantina d’anni fa, e poi reintegrati per derubricazione del reato e\o amnistia, comportarono un riallineamento retributivo (galleggiamento) di migliaia di magistrati, che, più giovani, maturarono il diritto al retribuzione dei due ex condannati seniori.
Ci volle la prima grande crisi dello Sme-euro, nel 1992, per imporre la cancellazione del privilegio. Nel frattempo esteso ai morti, col “galleggiamento sul morto”, uno che fosse transitato nei ruoli prima della scomparsa, e “a catena” - il “galleggiamento successivo e reciproco”, per cui si “galleggiava” su un collega, che aveva a sua volta “galleggiato” su un altro, e così via. E appena cinque anni prima, nel 1987, esteso ai comandi militari. Allertando tutta la Funzione Pubblica, mai così vispa e rapida.
Cinque pali e cinque gol, di cui uno dopo una trentina di passaggi. Sembrava una partita estiva d’allenamento, ma era Barcellona-Napoli, che molti in tv hanno potuto vedere. I giornali no, non l’hanno detto. Troppo umiliante per i giornalisti sportivi? Il loro calcio, il calcio italiano, è di chiacchiere.
Nell’interminabile psicosociologia del senso comune che viene svolgendo ogni lunedì ormai da una ventina d’anni sul “Corriere della sera” (il senso comune sfugge da tutte le parti), Francesco Alberoni tocca lunedì l’ingratitudine. Ricorda il Satana di Milton che si ribella a Dio per il fardello insopportabile della riconoscenza, menziona l’invidia, critica l’eccesso di generosità nel dono. Gli manca una categoria: la gratitudine\ingratitudine a intermittenza. Molto diffusa nel giornalismo, un settore ad elevata mobilità. Capita di essere salutati effusivamente da molti in certi periodi, ed evitati in altri: dipende dalla posizione che si ha.
“Lasciare l’abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle dei giovani è una vera colpa storica e morale”, dice a Comunione e Liberazione Napolitano. Strabiliante. E poi?
Dopo il Monaco Scalfaro, di sacro fuoco acceso, il quaresimalista Napolitano: quanto male il compromesso storico ha fatto alla Repubblica?
Il “Corriere della sera” offre lunedì lo spazio a Giuliano Pisapia di celebrarsi, malgrado i tanti aumenti di tariffe e di tasse. Pisapia ricambia scusandosi: “Sui poteri forti mi sono espresso male”. Non sono forti, vuole dire: il “Corriere della sera” fa tanta paura?
“Anzianità, vanno al Nord quasi due pensioni su tre”, calcola “Il Messaggero”. Ma non si può rimproverarne lo statista Bossi: lui almeno lo sapeva. Sono i giornali che non lo dicono.
Gli Indignados spagnoli sono indignati per il costo delle Giornate mondiali della gioventù di papa Ratzinger. Il governo replica: non sono costate nulla, anzi lo Stato ci guadagna cento milioni. Probabilmente non è vera né l’una né l’altra cosa, c’è solo da indignarsi.
sabato 27 agosto 2011
La Spectre sugli affari, la giustizia, l'informazione
Filippo Penati e gli altri indagati del partito Democratico sapevano dell’inchiesta a loro carico. Fra tutti i punti critici emersi nelle indagini sull’area ex Falck a Milano-Monza, questo è il più sinistro: conferma che c’è una Spectre, che controlla e forse anche regola l’informazione e la giustizia. Qualcosa di temibile perché, pur mostrandosi sempre più spesso ultimamente, non se ne parla. Gli stessi giudici di Monza che conducono le indagini non mostrano di scandalizzarsi – per non dover indagare?
Gli altri fatti non sono meno gravi. Che la procura di Milano non abbia indagato. Che la gip di Monza Anna Magelli abbia “assolto” Penati nel mentre che lo deve dire colpevole, evitandogli il carcere in modo che possa continuare a “inquinare le prove”. Che non si indaghi sulle tangenti stratosferiche della Milano-Serravalle. Nonché sul business immobiliare vescovile dell’asse Milano-Monza. Che non si indaghi in genere sulla corruzione che è il mercato di Milano. Che la Banca Intesa del curiale Giovanni Bazoli tenga il sacco della corruzione. Tutto questo si può dare per noto, anche se non scontato: si sa che gli affari a Milano e la giustizia sono infetti, e più quelli che brandiscono la “questione morale”.
La novità è la conferma dell’impunità di questo sistema. La giudice Magelli è stata subito “scaricata” perché la sua impudenza è sembrata eccessiva. Ma anche questo conferma che c’è un sistema di controllo, nelle dirigenze dei giornali e delle procure della Repubblica, che agisce coordinato e impunito.
Gli altri fatti non sono meno gravi. Che la procura di Milano non abbia indagato. Che la gip di Monza Anna Magelli abbia “assolto” Penati nel mentre che lo deve dire colpevole, evitandogli il carcere in modo che possa continuare a “inquinare le prove”. Che non si indaghi sulle tangenti stratosferiche della Milano-Serravalle. Nonché sul business immobiliare vescovile dell’asse Milano-Monza. Che non si indaghi in genere sulla corruzione che è il mercato di Milano. Che la Banca Intesa del curiale Giovanni Bazoli tenga il sacco della corruzione. Tutto questo si può dare per noto, anche se non scontato: si sa che gli affari a Milano e la giustizia sono infetti, e più quelli che brandiscono la “questione morale”.
La novità è la conferma dell’impunità di questo sistema. La giudice Magelli è stata subito “scaricata” perché la sua impudenza è sembrata eccessiva. Ma anche questo conferma che c’è un sistema di controllo, nelle dirigenze dei giornali e delle procure della Repubblica, che agisce coordinato e impunito.
Quattro giornalisti, tre verità
I quattro giornalisti che si erano avventurati a Tripoli nell’incerto fronte urbano tra gheddafiani e anti, liberati senza danno, e senza malanimo, né per l’uno né per l’altro fronte, hanno dato tre versioni diverse dell’accaduto, che pure ha preso una giornata abbondante. Le versioni sono tre perché i due inviati del “Corriere della sera” hanno scelto di ricordare i fatti insieme.
È un caso non raro e anzi comune dell’inattendibilità della testimonianza diretta, sul fatto. Tanto più inattendibile in quanto resa da professionisti dell’informazione, di come si rappresenta un fatto senza tradirlo. È il caso, a maggior ragione, della confessione pro reo a carico di terzi, dei collaboratori di giustizia o pentiti di mafia, che, se hanno consentito di perseguire alcuni delitti (cioè di rimediare alle lacune e insufficienze delle indagini), hanno creato spesso sconquassi infondati.
È, filosoficamente, il tema di Franco Lucentini in “Enigma in forma di mare”, il romanzo scritto con Carlo Fruttero. Sul puzzle che non si può ricomporre senza il disegno di fondo. La testimonianza è sempre parziale. È decisa per essere prevenuta, più spesso involontariamente.
È un caso non raro e anzi comune dell’inattendibilità della testimonianza diretta, sul fatto. Tanto più inattendibile in quanto resa da professionisti dell’informazione, di come si rappresenta un fatto senza tradirlo. È il caso, a maggior ragione, della confessione pro reo a carico di terzi, dei collaboratori di giustizia o pentiti di mafia, che, se hanno consentito di perseguire alcuni delitti (cioè di rimediare alle lacune e insufficienze delle indagini), hanno creato spesso sconquassi infondati.
È, filosoficamente, il tema di Franco Lucentini in “Enigma in forma di mare”, il romanzo scritto con Carlo Fruttero. Sul puzzle che non si può ricomporre senza il disegno di fondo. La testimonianza è sempre parziale. È decisa per essere prevenuta, più spesso involontariamente.
Quei “caratteri” trascurano l’odio-di-sé
Straordinaria piccola antropologia quotidiana, della vita di paese al Sud. Di figure, modi d’essere e, soprattutto, linguaggi. Anticipatore di Meneghello e “Libera nos a malo”, ma senza la forza dello scrittore vicentino. Senza la convinzione forse, vittima di quella civilitas mite che improvvisamente ha abbandonato i paesi calabresi, cedendo all'aggressività insensata.
Anche lo scrittore è parte della questione meridionale? O è vittima della “democrazia”? La piccola borghesia di La Cava è stata spazzata via dal “bisogno”, dal neo realismo: la sopraffazione, la violenza, l’illegalità. Si spiega anche così che in settant’anni sia rimasta ai margini, dopo avere marginalizzato l’allora giovane autore.
La “democrazia” non ha spazzato via però Meneghello. Questo è sicuramente parte della questione meridionale: il poco rispetto, o l’odio-di-sé. Il “carattere” principale. Che La Cava, per passione politica, e per essere meridionale, trascura.
Mario La Cava, Caratteri
Anche lo scrittore è parte della questione meridionale? O è vittima della “democrazia”? La piccola borghesia di La Cava è stata spazzata via dal “bisogno”, dal neo realismo: la sopraffazione, la violenza, l’illegalità. Si spiega anche così che in settant’anni sia rimasta ai margini, dopo avere marginalizzato l’allora giovane autore.
La “democrazia” non ha spazzato via però Meneghello. Questo è sicuramente parte della questione meridionale: il poco rispetto, o l’odio-di-sé. Il “carattere” principale. Che La Cava, per passione politica, e per essere meridionale, trascura.
Mario La Cava, Caratteri
lunedì 22 agosto 2011
Problemi di base - 71
spock
La morte avanza, o arretra?
Se Dio si nega, che ci sta a fare?
Dio si nega, è inafferrabile, è violento, e fa squadra a sé, il capo dei capi: non sarà un mafioso, anche lui?
Se Dio si nasconde, perché vuole esserci?
Se il polpo non è il polipo,e i sogni non sono segni, o i segni sogni, perché Dell’Utri è in tutti gli scandali? (Perché è siciliano)
Si espone Berlusconi ma si punta all’Eni, via Scaroni? A noi!
L’essere notoriamente sta in una radura: ma non potrebbe stare su un picco?
Perché i bambini non hanno paura del diavolo?
La filosofia, dice san Paolo, è follia agli occhi di Dio. E Dio non è folle?
spock@antiit.eu
La morte avanza, o arretra?
Se Dio si nega, che ci sta a fare?
Dio si nega, è inafferrabile, è violento, e fa squadra a sé, il capo dei capi: non sarà un mafioso, anche lui?
Se Dio si nasconde, perché vuole esserci?
Se il polpo non è il polipo,e i sogni non sono segni, o i segni sogni, perché Dell’Utri è in tutti gli scandali? (Perché è siciliano)
Si espone Berlusconi ma si punta all’Eni, via Scaroni? A noi!
L’essere notoriamente sta in una radura: ma non potrebbe stare su un picco?
Perché i bambini non hanno paura del diavolo?
La filosofia, dice san Paolo, è follia agli occhi di Dio. E Dio non è folle?
spock@antiit.eu
Marcegaglia-Alfano, duello Dc alle elezioni
Prove generali a Rimini per una Dc di Centro, con appendici a sinistra. Attorno a Emma Marcegaglia, considerando finita l’attesa dell’eterno giovane Casini. Sponsor autorevoli Giovanni Bazoli e Carlo De Benedetti.
Marcegaglia è certa dell’incoronazione. Che si presenterebbe alle prossime elezioni forte della fresca presidenza della Confindustria. E del legame che mai ha voluto recidere con la Cgil. È contro questo fronte che Berlusconi ha provato a giocare d’anticipo, consegnando il partito a Alfano, il suo volto Dc giovane.
Considerata finita l’esperienza del partito Democratico, dopo l’eterogenea coalizione prodiana dell’Ulivo, i cattolici puntano su un forte Centro. In grado cioè di recuperare i voti “sottratti” da Berlusconi. Cui l’ex Pci farebbe da appendice.
Le alleanze restano però aperte. La nuova Dc “di sinistra” potrebbe dialogare col Pdl, senza Berlusconi. Mentre Berlusconi punta a riaprire il vecchio varco con l’ex Pci che era riuscito a crearsi con la Bicamerale nella lunga legislatura del 1996 in cui fu fuori dal governo.
I punti d’incontro possibili cui pensa Berlusconi sono due: un governo d’emergenza nazionale dopo il voto del 2013, e\o l’elezione del presidente della Repubblica. Il fronte confessionale ha già un candidato forte, Romano Prodi. Che però significherebbe l’emarginazione definitiva della sinistra democratica
Marcegaglia è certa dell’incoronazione. Che si presenterebbe alle prossime elezioni forte della fresca presidenza della Confindustria. E del legame che mai ha voluto recidere con la Cgil. È contro questo fronte che Berlusconi ha provato a giocare d’anticipo, consegnando il partito a Alfano, il suo volto Dc giovane.
Considerata finita l’esperienza del partito Democratico, dopo l’eterogenea coalizione prodiana dell’Ulivo, i cattolici puntano su un forte Centro. In grado cioè di recuperare i voti “sottratti” da Berlusconi. Cui l’ex Pci farebbe da appendice.
Le alleanze restano però aperte. La nuova Dc “di sinistra” potrebbe dialogare col Pdl, senza Berlusconi. Mentre Berlusconi punta a riaprire il vecchio varco con l’ex Pci che era riuscito a crearsi con la Bicamerale nella lunga legislatura del 1996 in cui fu fuori dal governo.
I punti d’incontro possibili cui pensa Berlusconi sono due: un governo d’emergenza nazionale dopo il voto del 2013, e\o l’elezione del presidente della Repubblica. Il fronte confessionale ha già un candidato forte, Romano Prodi. Che però significherebbe l’emarginazione definitiva della sinistra democratica
domenica 21 agosto 2011
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (98)
Giuseppe Leuzzi
Briganti
Dopo 150 anni gli archivi della lotta al brigantaggio non sono ancora pubblici. Alla richiesta di aprirli il presidente Napolitano non ha nemmeno risposto. A Pontelandolfo nel beneventano, dove alcune centinaia di persone inermi furono trucidate nel 1861 dai bersaglieri, si è detto che lo Stato alla vigilia di Ferragosto si è scusato. Invece non è vero: non Napolitano né alcun esponente del governo vi si è recato. Che dirne?
I briganti erano più d’uno. C’è la categoria creata dai legittimisti, soprattutto dai bonapartisti, contro gli insorti in Calabria dal 1806 al 1812, e dai legittimisti unitari contro gli insorti del 1861 in Campania e in Calabria – i tedeschi hanno rilanciato la categoria nel Centro Italia nel 1943-44, ma non ha attecchito. Custine può stigmatizzare con durezza, nel 1812, a Napoli, sotto Murat, i metodi feroci del generale bonapartista Manhès – che ne menerà vanto – contro i “briganti” calabresi, gli storici italiani se ne esimono. E ci sono i briganti veri e propri, che taglieggiano le periferie e le campagne. Molti di essi sono però disertori, alla leva obbligatoria che l’unità aveva imposto: William Moens, rapito a scopo di riscatto nel salernitano nel 1864, dice i suoi rapitori in gran parte disertori. E tutti mostra psicologicamente fragili, eccetto il capobanda, sempre in cerca di giustificazioni e conforto da parte dello stesso rapito. Regrediti a una sorta di umanità animale.
La caccia ai briganti di passo, feroce, era anche mal condotta. Non c’era protezione per i viaggiatori prima, spiega Moens, c’era approssimazione durante il sequestro. Il rapito soffre soprattutto la pioggia, e gli accerchiamenti della Forza pubblica. La caccia al brigante si fa con strepito e confusione: Moens ricorda per contrasto “i silenziosi appostamenti delle truppe inglesi, così diversi dalla confusione sotto di noi, dove ogni soldato cercava di urlare più forte degli altri”.
Le recriminazioni sull’unità sono naturalmente sterili. Ma un po’ di verità perché guasterebbe? E perché non si può fare dopo centocinquanta anni la vera storia del brigantaggio?
Antimafia
Répaci, uomo del Pci tutto d’un pezzo, ha in “Calabria grande e amara” un breve dialogo sull’impossibilità nel 1963 di disporre liberamente di un terreno a Castellace, nell’agro di Oppido Mamertina. Tutto vero, per esperienza diretta: la vendita, l’ultima che si è fatta liberamente, ha visto coinvolta la mia famiglia, che per questo ci ha rimesso tutto.
Oggi l’agro di Castellace è quasi tutto sequestrato o confiscato. Così almeno dicono i giornali, anche se gli uliveti sono tenuti in grande spolvero. Un paio di uliveti però effettivamente sono dati in gestione a Libera: si vede in stagione dai carabinieri corazzati ogni mattina al seguito dei lavoranti. Ma anche se così fosse, se i terreni, tutti in mano di condannati per mafia, fossero confiscati e assegnati a Libera, il kolchoz blindato è buona lotta alla mafia, dopo aver liquidato la proprietà privata?
Ci fu fino all’unità una polizia privata in Sicilia, come a Londra e a Parigi nel Settecento, all’inizio della polizia moderna. Di essa si fa solitamente la radice della futura mafia. La prima guida turistica post-unitaria, “A Handbook for travellers in Sicily”, dell’editore londinese Murray, pubblicata nel 1864, scritta dall’archeologo George Dennis, che aveva soggiornato nell’isola a quattro riprese nei precedenti quindici anni, dice invece di no. Dennis esordisce riconoscendo al governo borbonico “almeno il merito di mantenere le comunicazioni attraverso le sue province sicure come quelle dell’Europa del Nord”. E spiega come: “Sul continente ciò era ottenuto attribuendo la responsabilità della sicurezza delle strade alle municipalità. In Sicilia invece il servizio era svolto da una polizia rurale chiamata «Compagni d’arme»”. Un “corpo di polizia rurale costituito nel 1812, quando gli inglesi occupavano l’isola”. I ventiquattro distretti di polizia erano presidiati ognuno da uno squadrone a cavallo. Il capitano era di nomina governativa, gli uomini scelti da lui. La paga del capitano, del tenente e degli agenti era commisurata all’efficienza. La cifra era fissa, ma una parte veniva pagata a fine anno, se nessuna rapina era stata “commessa sulle strade del loro territorio tra l’alba e il tramonto”. Il capitano doveva inoltre anticipare una garanzia per duemila onze (mille sterline).
“L’Italia è un paese agricolo”, notava l’archeologo. E con la stessa serenità delineava già le future mafia e ‘ndrangheta – questa un fenomeno, si può attestare per esperienza diretta, degli ultimi cinquant’anni, e del tutto in linea con le previsioni di Dennis: “Finché ci si preoccupa solo della tranquillità delle grandi città e la sicurezza dei produttori agricoli resta una considerazione secondaria, l’Italia si troverà sempre più in difficoltà, e dovrà continuare a indebitarsi per pagare interessi a loro volta sempre crescenti”.
Lega
Molto interessato alla “«immunizzazione» civica eccezionale in Italia, a fronte degli “etnicismi” (razzismi) più o meno violenti oltralpe, lo storico israeliano Shlomo Sand (“Come il popolo ebreo fu inventato”) ne trova le cause “nel peso enorme del papato e dell’universalismo cattolico”, che come si sa sono il fondamento della democrazia moderna, e nel mito della Repubblica dell’antica Roma. Ma anche nella “differenza marcata tra gli italiani del Nord e quelli del Sud”. Nell’impossibilità cioè di un razzismo. Perché ci sono longobardi al Sud, sassoni e normanni, e bizantini a Lucca, Ravenna e Venezia, Lombardie in Sicilia, Piemonti in Calabria.
La democrazia è come si sa figlia del diritto canonico, è la sua applicazione alla società, oggi alla nazione. Il romanzo d Astolfo “La morte è giovane”, in vi di pubblicazione, ne fa una sintesi (p. 565):
“La logica, la metafisica e la stessa ontologia, ammesso che non sia metafisica, sono passate non indenni dalla scolastica. Il nostro strumentario politico, sia i concetti che le istituzioni, il corpo dei funzionari dello Stato e lo Stato stesso, la rappresentanza, la maggioranza, il diritto registrato nei codici, è maturato dentro la chiesa. Come la stessa democrazia: la “volontà del popolo” è ecclesiastica, di preti, vescovi, sinodi, conclavi. E il partito: per il partito come per la chiesa “la fede nell’unità del fine risulta più forte della realtà”, riconosce Spengler, “e, come sempre in Occidente, si fonda su un libro”.
“L’Europa è medievale e papalina – che non sembra un complimento e invece lo è. Siamo nel Medio Evo: la banca, la nota di credito, la cambiale, il proletariato, l’università, il comune, l’ospedale, perfino il turismo politico, a Roma, Gerusalemme e al santo Jago da Compostela, la guerra giusta e quella di liberazione, col diritto di tirannicidio e d’anarchia, dai circoncellioni donatisti dell’Africa agli svevi di Federico II. Il Duecento è Rinascimento pieno, ben prima dell’Umanesimo e la Riforma. In politica: i Comuni, le repubbliche marinare, la Magna Charta. In economia: il fiorino convertibile, le libere fiere, la partita doppia. Nella scuola, la tecnica, la scienza, tra i mussulmani di Spagna e alla Sorbona. Eco lo dice pieno di brigatisti, in forma di eretici. E già allora, se si capiva il cielo, non si capiva più la terra. I tre ordini o Stati in Francia prima della Rivoluzione rimontano a canoni ecclesiastici dell’epoca carolingia”.
leuzzi@antiit.eu
Briganti
Dopo 150 anni gli archivi della lotta al brigantaggio non sono ancora pubblici. Alla richiesta di aprirli il presidente Napolitano non ha nemmeno risposto. A Pontelandolfo nel beneventano, dove alcune centinaia di persone inermi furono trucidate nel 1861 dai bersaglieri, si è detto che lo Stato alla vigilia di Ferragosto si è scusato. Invece non è vero: non Napolitano né alcun esponente del governo vi si è recato. Che dirne?
I briganti erano più d’uno. C’è la categoria creata dai legittimisti, soprattutto dai bonapartisti, contro gli insorti in Calabria dal 1806 al 1812, e dai legittimisti unitari contro gli insorti del 1861 in Campania e in Calabria – i tedeschi hanno rilanciato la categoria nel Centro Italia nel 1943-44, ma non ha attecchito. Custine può stigmatizzare con durezza, nel 1812, a Napoli, sotto Murat, i metodi feroci del generale bonapartista Manhès – che ne menerà vanto – contro i “briganti” calabresi, gli storici italiani se ne esimono. E ci sono i briganti veri e propri, che taglieggiano le periferie e le campagne. Molti di essi sono però disertori, alla leva obbligatoria che l’unità aveva imposto: William Moens, rapito a scopo di riscatto nel salernitano nel 1864, dice i suoi rapitori in gran parte disertori. E tutti mostra psicologicamente fragili, eccetto il capobanda, sempre in cerca di giustificazioni e conforto da parte dello stesso rapito. Regrediti a una sorta di umanità animale.
La caccia ai briganti di passo, feroce, era anche mal condotta. Non c’era protezione per i viaggiatori prima, spiega Moens, c’era approssimazione durante il sequestro. Il rapito soffre soprattutto la pioggia, e gli accerchiamenti della Forza pubblica. La caccia al brigante si fa con strepito e confusione: Moens ricorda per contrasto “i silenziosi appostamenti delle truppe inglesi, così diversi dalla confusione sotto di noi, dove ogni soldato cercava di urlare più forte degli altri”.
Le recriminazioni sull’unità sono naturalmente sterili. Ma un po’ di verità perché guasterebbe? E perché non si può fare dopo centocinquanta anni la vera storia del brigantaggio?
Antimafia
Répaci, uomo del Pci tutto d’un pezzo, ha in “Calabria grande e amara” un breve dialogo sull’impossibilità nel 1963 di disporre liberamente di un terreno a Castellace, nell’agro di Oppido Mamertina. Tutto vero, per esperienza diretta: la vendita, l’ultima che si è fatta liberamente, ha visto coinvolta la mia famiglia, che per questo ci ha rimesso tutto.
Oggi l’agro di Castellace è quasi tutto sequestrato o confiscato. Così almeno dicono i giornali, anche se gli uliveti sono tenuti in grande spolvero. Un paio di uliveti però effettivamente sono dati in gestione a Libera: si vede in stagione dai carabinieri corazzati ogni mattina al seguito dei lavoranti. Ma anche se così fosse, se i terreni, tutti in mano di condannati per mafia, fossero confiscati e assegnati a Libera, il kolchoz blindato è buona lotta alla mafia, dopo aver liquidato la proprietà privata?
Ci fu fino all’unità una polizia privata in Sicilia, come a Londra e a Parigi nel Settecento, all’inizio della polizia moderna. Di essa si fa solitamente la radice della futura mafia. La prima guida turistica post-unitaria, “A Handbook for travellers in Sicily”, dell’editore londinese Murray, pubblicata nel 1864, scritta dall’archeologo George Dennis, che aveva soggiornato nell’isola a quattro riprese nei precedenti quindici anni, dice invece di no. Dennis esordisce riconoscendo al governo borbonico “almeno il merito di mantenere le comunicazioni attraverso le sue province sicure come quelle dell’Europa del Nord”. E spiega come: “Sul continente ciò era ottenuto attribuendo la responsabilità della sicurezza delle strade alle municipalità. In Sicilia invece il servizio era svolto da una polizia rurale chiamata «Compagni d’arme»”. Un “corpo di polizia rurale costituito nel 1812, quando gli inglesi occupavano l’isola”. I ventiquattro distretti di polizia erano presidiati ognuno da uno squadrone a cavallo. Il capitano era di nomina governativa, gli uomini scelti da lui. La paga del capitano, del tenente e degli agenti era commisurata all’efficienza. La cifra era fissa, ma una parte veniva pagata a fine anno, se nessuna rapina era stata “commessa sulle strade del loro territorio tra l’alba e il tramonto”. Il capitano doveva inoltre anticipare una garanzia per duemila onze (mille sterline).
“L’Italia è un paese agricolo”, notava l’archeologo. E con la stessa serenità delineava già le future mafia e ‘ndrangheta – questa un fenomeno, si può attestare per esperienza diretta, degli ultimi cinquant’anni, e del tutto in linea con le previsioni di Dennis: “Finché ci si preoccupa solo della tranquillità delle grandi città e la sicurezza dei produttori agricoli resta una considerazione secondaria, l’Italia si troverà sempre più in difficoltà, e dovrà continuare a indebitarsi per pagare interessi a loro volta sempre crescenti”.
Lega
Molto interessato alla “«immunizzazione» civica eccezionale in Italia, a fronte degli “etnicismi” (razzismi) più o meno violenti oltralpe, lo storico israeliano Shlomo Sand (“Come il popolo ebreo fu inventato”) ne trova le cause “nel peso enorme del papato e dell’universalismo cattolico”, che come si sa sono il fondamento della democrazia moderna, e nel mito della Repubblica dell’antica Roma. Ma anche nella “differenza marcata tra gli italiani del Nord e quelli del Sud”. Nell’impossibilità cioè di un razzismo. Perché ci sono longobardi al Sud, sassoni e normanni, e bizantini a Lucca, Ravenna e Venezia, Lombardie in Sicilia, Piemonti in Calabria.
La democrazia è come si sa figlia del diritto canonico, è la sua applicazione alla società, oggi alla nazione. Il romanzo d Astolfo “La morte è giovane”, in vi di pubblicazione, ne fa una sintesi (p. 565):
“La logica, la metafisica e la stessa ontologia, ammesso che non sia metafisica, sono passate non indenni dalla scolastica. Il nostro strumentario politico, sia i concetti che le istituzioni, il corpo dei funzionari dello Stato e lo Stato stesso, la rappresentanza, la maggioranza, il diritto registrato nei codici, è maturato dentro la chiesa. Come la stessa democrazia: la “volontà del popolo” è ecclesiastica, di preti, vescovi, sinodi, conclavi. E il partito: per il partito come per la chiesa “la fede nell’unità del fine risulta più forte della realtà”, riconosce Spengler, “e, come sempre in Occidente, si fonda su un libro”.
“L’Europa è medievale e papalina – che non sembra un complimento e invece lo è. Siamo nel Medio Evo: la banca, la nota di credito, la cambiale, il proletariato, l’università, il comune, l’ospedale, perfino il turismo politico, a Roma, Gerusalemme e al santo Jago da Compostela, la guerra giusta e quella di liberazione, col diritto di tirannicidio e d’anarchia, dai circoncellioni donatisti dell’Africa agli svevi di Federico II. Il Duecento è Rinascimento pieno, ben prima dell’Umanesimo e la Riforma. In politica: i Comuni, le repubbliche marinare, la Magna Charta. In economia: il fiorino convertibile, le libere fiere, la partita doppia. Nella scuola, la tecnica, la scienza, tra i mussulmani di Spagna e alla Sorbona. Eco lo dice pieno di brigatisti, in forma di eretici. E già allora, se si capiva il cielo, non si capiva più la terra. I tre ordini o Stati in Francia prima della Rivoluzione rimontano a canoni ecclesiastici dell’epoca carolingia”.
leuzzi@antiit.eu
sabato 20 agosto 2011
Ombre - 99
Si è sempre saputo che la strage alla stazione di Bologna era legata agli accordi di transito delle armi per la guerriglia palestinese. Con o senza la collaborazione di Mambro e Fioravante. Che invece sono stati gli unici condannati, senza mai indagare i gruppi palestinesi e servizi segreti che li proteggevano. C’è un perché?
Perché non si fa un’inchiesta sulla Procura di Bologna, che scelse di proteggere il fronte palestinese? C’è un’organizzazione (intesa, accordo, fronte) per l’uso “politico” del terrorismo, come denuncia Battisti, il terrorista-scrittore – di cui il Brasile, un paese amico e democratico, è bene non dimenticarlo, riconosce le ragioni?
Prime pagine, e autorevoli commenti, di Roger Abravanel e altri, al “Corriere della sera”, dall’1 al 5 agosto per i troppi 100 e lode a un liceo di Reggio Calabria, lo scientifico Da Vinci. Che invece si scopre ora in testa a tutte le graduatorie nazionali di merito, pur essendo un liceo con 1.800 iscritti. Giornalismo? Un vero giornale sarebbe andato a vedere come si gestisce un liceo con 1.800 iscritti. O magari a far parlare i suoi tanti ragazzi “medaglie d’oro”, nazionali e internazionali.
Un vero giornale sarebbe magari andato a vedere perché nel Veneto gli studenti non sanno leggere, come si apprende dai dati comparativi che premiano il Da Vinci.
I buoni giornali non danno tregua a Renata Polverini, sia che vada alla fiera del peperoncino di Guglielmo Rositani, sia, in mancanza di meglio, se la sua scorta pretende di seguirla al ristorante. Hanno anche tentato d’incastrarla con l’affitto, e con qualche relazione, ma gli è andata buca. Tutto questo perché Polverini a sorpresa dimostra di saperci fare? Una donna, per giunta di destra. Non è possibile, ma è vero: quando si farà una storia spadoliniana dell’epoca, attraverso i giornali, una storia politica, sarà l’epoca della vergogna.
Battisti, condannato in Italia a quattro ergastoli, vive libero in Brasile. Riconosciuto nelle sue ragioni, se non assolto, dal governo e dai tribunali brasiliani. Intervistato da un settimanale brasiliano afferma di non avere ucciso né ferito nessuno. L’Ansa lo riferisce, che molti giornali italiani più o meno riprendono. Il “Corriere della sera” mobilita Gianni Santucci e Pierluigi Battista, per una cronaca e un commento, in cui di questo non c’è cenno.
Battisti sostiene di essere stato condannato in una serie di processi falsi istruiti dal Pm Spataro. Ma di questo non c’è mai traccia nelle cronache in Italia, neanche per caso. Neanche per dire che Battisti mente.
È Ferragosto e non si capisce bene. I Della Valle, nelle more della lunga corrispondenza con Moratti, il signore dell’Inter, con la quale divergono l’attenzione, o è l’estate dei signori?, scrivono una lettera aperta a Firenze: “Vogliamo un segnale dal sindaco e dai tifosi”. Altrimenti, intendono, molliamo la Fiorentina, la squadra di calcio. Un giorno. Il giorno dopo il sindaco Renzi manda una lettera aperta ai della Valle: “Firenze vi vuole bene”. Sembra da ridere e invece vuole dire: “Il progetto Castello ripartirà, me ne occupo”.
Ne parlano, in pubblico, a Ferragosto perché il Procuratore Quattrocchi è in vacanza? O il Procuratore è d’accordo? Castello è la più grossa operazione immobiliare in corso in Italia.
È capace di gestire le pressioni”: è la lode migliore che Prandelli trova per Giuseppe Rossi. Che è italiano, ma è nato e cresciuto negli Stati Uniti, lontano dal modo psicolabile del pallone italiano.
Dieci anni di appalti inutili per braccialetti elettronici, ci mancava anche questa. La giustizia è proprio corrotta. Per pochi soldi. Per appalti “politici”.
Perché non si fa un’inchiesta sulla Procura di Bologna, che scelse di proteggere il fronte palestinese? C’è un’organizzazione (intesa, accordo, fronte) per l’uso “politico” del terrorismo, come denuncia Battisti, il terrorista-scrittore – di cui il Brasile, un paese amico e democratico, è bene non dimenticarlo, riconosce le ragioni?
Prime pagine, e autorevoli commenti, di Roger Abravanel e altri, al “Corriere della sera”, dall’1 al 5 agosto per i troppi 100 e lode a un liceo di Reggio Calabria, lo scientifico Da Vinci. Che invece si scopre ora in testa a tutte le graduatorie nazionali di merito, pur essendo un liceo con 1.800 iscritti. Giornalismo? Un vero giornale sarebbe andato a vedere come si gestisce un liceo con 1.800 iscritti. O magari a far parlare i suoi tanti ragazzi “medaglie d’oro”, nazionali e internazionali.
Un vero giornale sarebbe magari andato a vedere perché nel Veneto gli studenti non sanno leggere, come si apprende dai dati comparativi che premiano il Da Vinci.
I buoni giornali non danno tregua a Renata Polverini, sia che vada alla fiera del peperoncino di Guglielmo Rositani, sia, in mancanza di meglio, se la sua scorta pretende di seguirla al ristorante. Hanno anche tentato d’incastrarla con l’affitto, e con qualche relazione, ma gli è andata buca. Tutto questo perché Polverini a sorpresa dimostra di saperci fare? Una donna, per giunta di destra. Non è possibile, ma è vero: quando si farà una storia spadoliniana dell’epoca, attraverso i giornali, una storia politica, sarà l’epoca della vergogna.
Battisti, condannato in Italia a quattro ergastoli, vive libero in Brasile. Riconosciuto nelle sue ragioni, se non assolto, dal governo e dai tribunali brasiliani. Intervistato da un settimanale brasiliano afferma di non avere ucciso né ferito nessuno. L’Ansa lo riferisce, che molti giornali italiani più o meno riprendono. Il “Corriere della sera” mobilita Gianni Santucci e Pierluigi Battista, per una cronaca e un commento, in cui di questo non c’è cenno.
Battisti sostiene di essere stato condannato in una serie di processi falsi istruiti dal Pm Spataro. Ma di questo non c’è mai traccia nelle cronache in Italia, neanche per caso. Neanche per dire che Battisti mente.
È Ferragosto e non si capisce bene. I Della Valle, nelle more della lunga corrispondenza con Moratti, il signore dell’Inter, con la quale divergono l’attenzione, o è l’estate dei signori?, scrivono una lettera aperta a Firenze: “Vogliamo un segnale dal sindaco e dai tifosi”. Altrimenti, intendono, molliamo la Fiorentina, la squadra di calcio. Un giorno. Il giorno dopo il sindaco Renzi manda una lettera aperta ai della Valle: “Firenze vi vuole bene”. Sembra da ridere e invece vuole dire: “Il progetto Castello ripartirà, me ne occupo”.
Ne parlano, in pubblico, a Ferragosto perché il Procuratore Quattrocchi è in vacanza? O il Procuratore è d’accordo? Castello è la più grossa operazione immobiliare in corso in Italia.
È capace di gestire le pressioni”: è la lode migliore che Prandelli trova per Giuseppe Rossi. Che è italiano, ma è nato e cresciuto negli Stati Uniti, lontano dal modo psicolabile del pallone italiano.
Dieci anni di appalti inutili per braccialetti elettronici, ci mancava anche questa. La giustizia è proprio corrotta. Per pochi soldi. Per appalti “politici”.
Répaci grande e amaro
Al centro del libro, anche figurativamente, il discorso che Répaci, candidato del Fronte Popolare a senatore nel collegio della sua Palmi, tenne in piazza nel 1948. Otto pagine (“il discorso è durato due ore”…) che fanno un prontuario dell’inutilità dell’intellettuale in politica. Pur essendo Leonida il fratello di Mariano Répaci, che il socialismo aveva radicato a Palmi, e il Comune di Palmi dalla liberazione per molti anni socialista, come pure poi il seggio senatoriale, con Giuseppe Carbone prima e poi con Giuseppe Marazzita, Leonida fu bocciato: il discorso, di cui evidentemente andava fiero ancora vent’anni dopo, è un manuale del “come perdere”. O l’inutilità è del Pci, che in Calabria ha avuto minore presenza e più deboli radici che in ogni altra regione d’Italia, compreso il Veneto bigotto. Un libro, anche per questo, di speciale interesse, non locale.
Si riedita nel quadro delle opere di Leonida Répaci questa raccolta a lungo trascurata, di antropologia locale (“un rapporto della civiltà calabrese” la dice nell’introduzione Luigi M.Lombardi Satriani), di un autore trascurato. C’è dunque una civiltà calabrese? La Calabria è molte cose, unita oggi solo dalla disgrazia politica, di una democrazia che non finisce di vomitare infamia – non disseminata peraltro uniformemente. Ma è un libro di rara intelligenza. Di ottima storia peraltro, sorprendente e accurata. Anche se con qualche confusione tra feudo e latifondo, o fedecommesso, legato in gran parte dall’eversione della manomorta (ma la breve storia del latifondo, a p.252, è di rara, ancorché concisa, precisione), e l’assenza, nella dettagliata genealogia, dei normanni e i bizantini, quelli che più hanno “occupato” la regione.
Un’opera che in un altro mondo (un’altra regione, un’altra Italia) avrebbero reso a Répaci un’altra considerazione. Ma questa è la Calabria qual è, rispettosa e indifferente. Una “grande civiltà” in effetti c’è, per magia dell’autore, in mezza pagina (p.9). In mezza pagina imbattibile è anche l’italiano (32-3). Stupefacente, all’interno del cap. II, “La Calabria grande”, la sinossi di storia bruzia. Con una sintesi che non si saprebbe contraddire, seppure oggi remota e anzi avulsa: “La civiltà della Calabria, quella per la quale è immortale, si fonda sulla prima categoria di interessi: quelli spirituali”. Una storia meravigliosa è quella di Catanzaro, anch’essa in mezza pagina (281). Per il resto l’intento celebrativo, e in lunghi pezzi autocelebrativo, non soverchia mai quello critico.
Alcune cose, che Répaci non mette in rilievo, giustificano da sole il titolo. In queste trecento pagine, nell’arco di venticinque anni, il solo evento di rilievo in Calabria è la visita di Fanfani. Crotone, che Répaci vedeva land of opportunity per eccellenza, vede ridotta dopo quarant’anni la “grandiosa prospettiva del mercato orientale, oltre che dell’industrializzazione”, a punto d’approdo per i barconi degli immigrati orientali. La vendita impossibile di un uliveto a Castellace, sintetizzata in un breve dialogo del 1963, testimoniabile per esperienza diretta, si confronta, dopo quarant’anni, col sequestro o la confisca di tutto l’agro di quel paesino di ex galeotti: la proprietà privata non difesa è oggi confidata a Libera, con pattuglie blindate di carabinieri al seguito, e questa è la lotta alla mafia.
C’è anche lo scrittore, sotto il polemista. Specialista, sotto l’ambizioso programma della saga familiare, di racconti brevissimi, fulminanti. La morte del fratello Peppe. La lotta suicida dello squalo con lo spada. O il perito Bussola travolto dalla scienza – esemplare della “coglionella”, che sembra l’espressione tipica dello spiritaccio locale.
C’è la parsimonia che non è una virtù,l’accontentarsi di niente, la sordidezza dell’abitazione: “Su questa capacità di adattamento, sull’abitudine a non avere niente, è stata consolidata la servitù sociale”. Che è vero e non lo è. Non lo è perché la servitù sociale in Calabria è sempre stata contenuta e contestata, al confronto col resto d’Europa – il confronto col resto d’Italia non è altrettanto macroscopicamente favorevole perché in Italia , col papa e col vescovo, la servitù sociale non è ma stata molta (bisognerà prima o poi uscire dai calchi interpretativi e riprendere la storia). Tanta insofferenza non toglie però che il calabrese viva oggi - quando Répaci scrive e ancora dopo cinquant’anni - come se fosse in regime di sottomissione, quale la descrive Répaci, perché non ha capito la democrazia, i meccanismi che ne fanno un’arma di liberazione: “Quella capacità di adattamento significa comuni senza strade, senz’acqua, senza luce, senza scuole, senza ospedali, senza gabinetti scientifici, senza teatri, senza cinema, senza biblioteche, senza asili infantili, senza cimitero”. Che sembra un’esagerazione ma è la realtà di quasi tutti i paesi calabresi. Che, se hanno ora tutti il cimitero, hanno anche case troppi piccole o troppo grandi, e debiti.
Dell’eversione della manomorta, a “partire dalla riforma antifeudale di Pietro Colletta e Pasquale Scura”, Répaci individua peraltro i germi infettivi. In cambio di poco o nulla, e incendiando gli archivi per eliminarne le prove, milioni di ettari sono stati passati a borghesie ingorde e inutili. Con l’appropriazione successiva anche delle terre comunali, assegnate dalle riforme ai comuni per gli usi civici (tutti gli usi civici, sia che i comuni abbiano rifiutate le assegnazioni, sia che le abbiano accettate).
Répaci si vuole calabrese a parte intiera, senza la riserva cui il suo ruolo in Italia e la sua formazione cosmopolita potrebbero indurlo, eccessivo sempre, partecipe, sia pure da antropologo, più che critico. Per esempio nel gusto insopprimibile della beffa, ai danni dei folli di paese, la “coglionella” degli “innocenti”. Che qui si vendicano: nell’episodio celebrato dell’agrimensore Bussola, che invecchia immaginandosi scienziato, il presidente americano contemporaneo di Gentile, Mussolini e Vittorio Emanuele III è Truman, e la vicenda di Bussola farlocco si trascina per alcuni decenni, una specie di fascismo eterno. Molto calabrese anche l’autocelebrazione, la discrezione e l’indiscrezione sono ugualmente autoctoni , che qui abbonda - sul declivio, purtroppo, piccolo borghese.
“C’è qualche pagina di troppo”, nota Luigi M. Lombardi Satriani nella presentazione, per esempio gli elogi di Sansone e Debenedetti allo stesso Répaci. Ma anche questo è un segno dell’isolamento dell’autore nella sua “terra amara”, di una sorta di snobismo proletario nei confronti di qualsiasi autorità e quindi anche del genio, malgrado il professo riconoscimento delle qualità morali e intellettuali, che è forse l’indifferenza del bisogno, della vita dura, o più probabilmente di un’anarchia distruttiva, di un individualismo che è invidia sociale.
È, come tutto in Répaci, un libro affrettato: farcito, anche poco curato, con alcuni effetti sgradevoli. Questo si segnala per il settarismo, tanto forte da condizionare un animo pure irruento e tollerante quale Répaci era. Fa la cronaca minuta nel 1963 a Cosenza di un convegno per creare l’università, con profluvio di nomi, avendo cura di tacere quello di Giacomo Mancini, che l’università della Calabria progettò e creò – a Mancini potrà liberamente tributare grandi elogi in “La Pietrosa racconta”, quando “al teatro Sciarrone\ Giacomo Mancini ministro\ del governo Aldo Moro\ dà la grande notizia\ che sarà realizzata\ la Casa della cultura\ da me suggeritagli”, per i settant’anni dello scrittore. La faziosità è anch’essa molto calabrese.
Leonida Répaci, Calabria grande amara, Rubbettino, pp. 347 € 15
Si riedita nel quadro delle opere di Leonida Répaci questa raccolta a lungo trascurata, di antropologia locale (“un rapporto della civiltà calabrese” la dice nell’introduzione Luigi M.Lombardi Satriani), di un autore trascurato. C’è dunque una civiltà calabrese? La Calabria è molte cose, unita oggi solo dalla disgrazia politica, di una democrazia che non finisce di vomitare infamia – non disseminata peraltro uniformemente. Ma è un libro di rara intelligenza. Di ottima storia peraltro, sorprendente e accurata. Anche se con qualche confusione tra feudo e latifondo, o fedecommesso, legato in gran parte dall’eversione della manomorta (ma la breve storia del latifondo, a p.252, è di rara, ancorché concisa, precisione), e l’assenza, nella dettagliata genealogia, dei normanni e i bizantini, quelli che più hanno “occupato” la regione.
Un’opera che in un altro mondo (un’altra regione, un’altra Italia) avrebbero reso a Répaci un’altra considerazione. Ma questa è la Calabria qual è, rispettosa e indifferente. Una “grande civiltà” in effetti c’è, per magia dell’autore, in mezza pagina (p.9). In mezza pagina imbattibile è anche l’italiano (32-3). Stupefacente, all’interno del cap. II, “La Calabria grande”, la sinossi di storia bruzia. Con una sintesi che non si saprebbe contraddire, seppure oggi remota e anzi avulsa: “La civiltà della Calabria, quella per la quale è immortale, si fonda sulla prima categoria di interessi: quelli spirituali”. Una storia meravigliosa è quella di Catanzaro, anch’essa in mezza pagina (281). Per il resto l’intento celebrativo, e in lunghi pezzi autocelebrativo, non soverchia mai quello critico.
Alcune cose, che Répaci non mette in rilievo, giustificano da sole il titolo. In queste trecento pagine, nell’arco di venticinque anni, il solo evento di rilievo in Calabria è la visita di Fanfani. Crotone, che Répaci vedeva land of opportunity per eccellenza, vede ridotta dopo quarant’anni la “grandiosa prospettiva del mercato orientale, oltre che dell’industrializzazione”, a punto d’approdo per i barconi degli immigrati orientali. La vendita impossibile di un uliveto a Castellace, sintetizzata in un breve dialogo del 1963, testimoniabile per esperienza diretta, si confronta, dopo quarant’anni, col sequestro o la confisca di tutto l’agro di quel paesino di ex galeotti: la proprietà privata non difesa è oggi confidata a Libera, con pattuglie blindate di carabinieri al seguito, e questa è la lotta alla mafia.
C’è anche lo scrittore, sotto il polemista. Specialista, sotto l’ambizioso programma della saga familiare, di racconti brevissimi, fulminanti. La morte del fratello Peppe. La lotta suicida dello squalo con lo spada. O il perito Bussola travolto dalla scienza – esemplare della “coglionella”, che sembra l’espressione tipica dello spiritaccio locale.
C’è la parsimonia che non è una virtù,l’accontentarsi di niente, la sordidezza dell’abitazione: “Su questa capacità di adattamento, sull’abitudine a non avere niente, è stata consolidata la servitù sociale”. Che è vero e non lo è. Non lo è perché la servitù sociale in Calabria è sempre stata contenuta e contestata, al confronto col resto d’Europa – il confronto col resto d’Italia non è altrettanto macroscopicamente favorevole perché in Italia , col papa e col vescovo, la servitù sociale non è ma stata molta (bisognerà prima o poi uscire dai calchi interpretativi e riprendere la storia). Tanta insofferenza non toglie però che il calabrese viva oggi - quando Répaci scrive e ancora dopo cinquant’anni - come se fosse in regime di sottomissione, quale la descrive Répaci, perché non ha capito la democrazia, i meccanismi che ne fanno un’arma di liberazione: “Quella capacità di adattamento significa comuni senza strade, senz’acqua, senza luce, senza scuole, senza ospedali, senza gabinetti scientifici, senza teatri, senza cinema, senza biblioteche, senza asili infantili, senza cimitero”. Che sembra un’esagerazione ma è la realtà di quasi tutti i paesi calabresi. Che, se hanno ora tutti il cimitero, hanno anche case troppi piccole o troppo grandi, e debiti.
Dell’eversione della manomorta, a “partire dalla riforma antifeudale di Pietro Colletta e Pasquale Scura”, Répaci individua peraltro i germi infettivi. In cambio di poco o nulla, e incendiando gli archivi per eliminarne le prove, milioni di ettari sono stati passati a borghesie ingorde e inutili. Con l’appropriazione successiva anche delle terre comunali, assegnate dalle riforme ai comuni per gli usi civici (tutti gli usi civici, sia che i comuni abbiano rifiutate le assegnazioni, sia che le abbiano accettate).
Répaci si vuole calabrese a parte intiera, senza la riserva cui il suo ruolo in Italia e la sua formazione cosmopolita potrebbero indurlo, eccessivo sempre, partecipe, sia pure da antropologo, più che critico. Per esempio nel gusto insopprimibile della beffa, ai danni dei folli di paese, la “coglionella” degli “innocenti”. Che qui si vendicano: nell’episodio celebrato dell’agrimensore Bussola, che invecchia immaginandosi scienziato, il presidente americano contemporaneo di Gentile, Mussolini e Vittorio Emanuele III è Truman, e la vicenda di Bussola farlocco si trascina per alcuni decenni, una specie di fascismo eterno. Molto calabrese anche l’autocelebrazione, la discrezione e l’indiscrezione sono ugualmente autoctoni , che qui abbonda - sul declivio, purtroppo, piccolo borghese.
“C’è qualche pagina di troppo”, nota Luigi M. Lombardi Satriani nella presentazione, per esempio gli elogi di Sansone e Debenedetti allo stesso Répaci. Ma anche questo è un segno dell’isolamento dell’autore nella sua “terra amara”, di una sorta di snobismo proletario nei confronti di qualsiasi autorità e quindi anche del genio, malgrado il professo riconoscimento delle qualità morali e intellettuali, che è forse l’indifferenza del bisogno, della vita dura, o più probabilmente di un’anarchia distruttiva, di un individualismo che è invidia sociale.
È, come tutto in Répaci, un libro affrettato: farcito, anche poco curato, con alcuni effetti sgradevoli. Questo si segnala per il settarismo, tanto forte da condizionare un animo pure irruento e tollerante quale Répaci era. Fa la cronaca minuta nel 1963 a Cosenza di un convegno per creare l’università, con profluvio di nomi, avendo cura di tacere quello di Giacomo Mancini, che l’università della Calabria progettò e creò – a Mancini potrà liberamente tributare grandi elogi in “La Pietrosa racconta”, quando “al teatro Sciarrone\ Giacomo Mancini ministro\ del governo Aldo Moro\ dà la grande notizia\ che sarà realizzata\ la Casa della cultura\ da me suggeritagli”, per i settant’anni dello scrittore. La faziosità è anch’essa molto calabrese.
Leonida Répaci, Calabria grande amara, Rubbettino, pp. 347 € 15
venerdì 19 agosto 2011
I 100 e lode di Reggio C. e il “Corriere” razzista
Se il “Corriere della sera” è Milano, Milano è razzista, e non c’è difesa. Lo ha sperimentato la preside del liceo scientifico Da Vinci di Reggio Calabria, Giuseppina Princi, che non ha trovato in tre settimane uno spazio nemmeno piccolo alla paginate di dileggio del “Corriere della sera” per i “troppi” 100 e lode dei suoi maturandi. Il cui unico scopo a questo punto è solo uno: rendere la vita impossibile a chi studia in Calabria.
Dopo molto inutile cabotaggio la preside Princi ha avuto due colonnine sulla “Gazzetta del sud”, nella pagina di Reggio Calabria. Vale la pena rileggerle, seppure a nessun fine utile a questo punto, per gli ottimi argomenti che espone. I 100 e lode al suo istituto sono stati 20 e non 26. Per un liceo che “è, numericamente, il più complesso d’Italia con i suoi circa 1.800 iscritti”, e 320 maturati quest’anno. I voti alla maturità sono in linea con le “prove comparative internazionali”: nelle prove Ocse Pisa (programma per la valutazione internazionale dell’allievo) l’Istituto di Valutazione Nazionale (Invalsi) ha certificato per il Da Vinci risultati “non solo al di sopra della media Ocse, ma anche della media del Veneto”: in matematica, scienze e lettura la media Ocse è di 493, “i ragazzi del Vinci hanno riportato i voti di 513, 520 e 549”, il Veneto di 508, 518 e 505. I suoi studenti, continua la preside, hanno anche ottenuto riconoscimenti extra scolastici: medaglia d’oro nazionale di fisica, di biologia e di astronomia, medaglia d’argento alle olimpiadi di biologia di luglio a Taiwan, e tre classificati tra i 25 migliori studenti d’Italia a giudizio della ministra Gelmini e del presidente dell’Accademia dei Lincei. Gli esami di maturità sono stati seguiti e revisionati dagli Ispettori, senza alcun rilievo critico.
La preside Princi non ha avuto neanche le attese scuse dell’assessora vicentina alla Cultura Martini. Una signora che aveva preteso copia dei verbali di classe degli ultimi tre anni degli studenti del liceo scientifico di Reggio Calabria maturati col 100 e lode. Cultura? Il Veneto dirà un giorno che non è stato leghista, ma questa è purtroppo la realtà.
Il “Corriere della sera” non è stato il solo a rilanciare il razzismo leghista. Ma ci ha schierato pure l’esperto, che conviene a questo punto rileggere,
http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cronache/2011/08/02/benvenuti-al-sud-con-cento-e-lode-roger-abravanel_full.shtml
e ha aperto le ostilità l’1 agosto condendo le argomentazioni leghiste con centinaia di interventi a supporto online. Un vero plebiscito di stupidaggini, che ancora oggi fanno testo sul sito.
Dopo molto inutile cabotaggio la preside Princi ha avuto due colonnine sulla “Gazzetta del sud”, nella pagina di Reggio Calabria. Vale la pena rileggerle, seppure a nessun fine utile a questo punto, per gli ottimi argomenti che espone. I 100 e lode al suo istituto sono stati 20 e non 26. Per un liceo che “è, numericamente, il più complesso d’Italia con i suoi circa 1.800 iscritti”, e 320 maturati quest’anno. I voti alla maturità sono in linea con le “prove comparative internazionali”: nelle prove Ocse Pisa (programma per la valutazione internazionale dell’allievo) l’Istituto di Valutazione Nazionale (Invalsi) ha certificato per il Da Vinci risultati “non solo al di sopra della media Ocse, ma anche della media del Veneto”: in matematica, scienze e lettura la media Ocse è di 493, “i ragazzi del Vinci hanno riportato i voti di 513, 520 e 549”, il Veneto di 508, 518 e 505. I suoi studenti, continua la preside, hanno anche ottenuto riconoscimenti extra scolastici: medaglia d’oro nazionale di fisica, di biologia e di astronomia, medaglia d’argento alle olimpiadi di biologia di luglio a Taiwan, e tre classificati tra i 25 migliori studenti d’Italia a giudizio della ministra Gelmini e del presidente dell’Accademia dei Lincei. Gli esami di maturità sono stati seguiti e revisionati dagli Ispettori, senza alcun rilievo critico.
La preside Princi non ha avuto neanche le attese scuse dell’assessora vicentina alla Cultura Martini. Una signora che aveva preteso copia dei verbali di classe degli ultimi tre anni degli studenti del liceo scientifico di Reggio Calabria maturati col 100 e lode. Cultura? Il Veneto dirà un giorno che non è stato leghista, ma questa è purtroppo la realtà.
Il “Corriere della sera” non è stato il solo a rilanciare il razzismo leghista. Ma ci ha schierato pure l’esperto, che conviene a questo punto rileggere,
http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cronache/2011/08/02/benvenuti-al-sud-con-cento-e-lode-roger-abravanel_full.shtml
e ha aperto le ostilità l’1 agosto condendo le argomentazioni leghiste con centinaia di interventi a supporto online. Un vero plebiscito di stupidaggini, che ancora oggi fanno testo sul sito.
Yourcenar sadomaso
La raccolta è nella media dei racconti da trenta righe del vecchio concorso della rivista “Achab” – quanti piccoli-e Yourcenar saranno stati bocciati inavvertitamente? Con presentazione e postfazione incredibilmente sciatte. Il postfatore traduttore, Francesco Saba Sardi, usa “ne si assicurò”, “una curiosità la impulse” e altrettali preziosismi.
Yourcenar forse non ha fondo, ma la qualità dei suoi interpreti è irritante, per vacuità e supponenza. Il racconto del titolo è però originale, sado-maso – molto costruito, una sorta di saggetto S-M.
Marguerite Yourcenar, Racconto azzurro
Yourcenar forse non ha fondo, ma la qualità dei suoi interpreti è irritante, per vacuità e supponenza. Il racconto del titolo è però originale, sado-maso – molto costruito, una sorta di saggetto S-M.
Marguerite Yourcenar, Racconto azzurro
mercoledì 17 agosto 2011
I giudici contro le legge
È come se la sindrome Procuratori della Repubblica, superficiali, carrieristi, aggressivi, si fosse installata nella giudicatura. Nel caso di Alessandria, dell’ubriaco assassino di quattro giovani francesi, e in troppi altri analoghi, è evidente da più segnali l’atteggiamento provocatorio del giudice di fronte alla legge – la quale non vuole il carcere per un incensurato, che non mostri segni o abbia l’occasione di reiterare il reato.
Si è trovato un giudice per la liberazione dell’assassino in tempo reale, mentre normalmente gli accusati aspettano mesi per incontrane uno. Di fronte al quale giudice gli inquirenti, carabinieri e polizia stradale, hanno trovato opportuno tacere i precedenti di cui sicuramente le loro Note si servizio, se non il casellario giudiziario, sono pieni: Ilir Betim, l’assassino, no n è uno venuto fuori dal nulla. Costringendo il governo a ipotizzare un apposito ridicolo reato di “omicidio sull’autostrada”.
Si resta allibiti di fronte alla posizione della Procura di Alessandria, la sostituta Sara Pozzetti e il capo Michele Di Lecce: “Si tratta di una persona incensurata con una vita normale e un lavoro stabile”, si sono premurati di far sapere nell’imminenza del plurimo omicidio. Ma più deve preoccupare che si sia trovato un giudice che ha dato loro credito. La figura del giudice è quella del giurisperito pensoso che applica la legge con equità e rigore. Ma è falsa: il giudice italiano, che ogni tanto è stato o sarà Procuratore, è un piccolo politicante impiantato nella giustizia. Vendicativo – provocatore, ama definirsi.
Si è trovato un giudice per la liberazione dell’assassino in tempo reale, mentre normalmente gli accusati aspettano mesi per incontrane uno. Di fronte al quale giudice gli inquirenti, carabinieri e polizia stradale, hanno trovato opportuno tacere i precedenti di cui sicuramente le loro Note si servizio, se non il casellario giudiziario, sono pieni: Ilir Betim, l’assassino, no n è uno venuto fuori dal nulla. Costringendo il governo a ipotizzare un apposito ridicolo reato di “omicidio sull’autostrada”.
Si resta allibiti di fronte alla posizione della Procura di Alessandria, la sostituta Sara Pozzetti e il capo Michele Di Lecce: “Si tratta di una persona incensurata con una vita normale e un lavoro stabile”, si sono premurati di far sapere nell’imminenza del plurimo omicidio. Ma più deve preoccupare che si sia trovato un giudice che ha dato loro credito. La figura del giudice è quella del giurisperito pensoso che applica la legge con equità e rigore. Ma è falsa: il giudice italiano, che ogni tanto è stato o sarà Procuratore, è un piccolo politicante impiantato nella giustizia. Vendicativo – provocatore, ama definirsi.
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