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lunedì 23 settembre 2013

Secondi pensieri - 150

zeulig

Amore - È un ancoraggio alle forme naturali (istintuali) della vita. Nonché al mutuum auditorium prima che adiutorium, alla conversazione. Il rimedio alla solitarietà che è il proprio della condizione umana, della vita sempre al singolare.

Ecologia – Si applica bizzarramente alla protezione dei beni rinnovabili, aria, acqua e  materie legnose, nella cui riproduzione la natura eccelle.

Invidia – “Un errore della natura cognitiva e di quella morale”, la dice il ragazzo Nietzsche. Un errore logico, di conoscenza, dunque. Lo dice scolasticamente, ma meglio che da grande, nella “Gaia scienza”. “Ecco un invidioso: non augurategli di avere dei figli: sarebbe geloso di loro eprché non può avere la loro età”. Dove l’invidia apparenta alla gelosia. Il giovanissimo Nietzsche ne fa un modo della conoscenza – in linea a non sappiamo quale dettato professorale al suo famoso liceo di Pforta. Come se, sapendosi leggere bene la società, le cose si disporrebbero senza invidia. Mentre è una disposizione dell’animo: una costante insufficienza – deprezzamento di sé – che si ribalta in misantropia: disprezzo, rivalsa, sopruso. Ne è la pezza giustificativa, nell’etica personale e nella politica. È la molla della democrazia, che la democrazia è chiamata a comprimere, governare.

È la base del rivoluzionarismo. Soprattutto sociale, ma anche politico. Che si esaurisce più spesso nel possesso – la borghesia italiana e la manomorta. Ma sempre alimenta l’estremismo, l’oltranzismo incontenibile. Di cui l’ingrediente topico non è la cosa in sé per cui si protesta, ma un rifiuto-possesso di fondo, nelle vesti del protagonismo (eroismo, martirio).

Morte – L’invito di Zarathustra alla morte “libera”- attesa, non sorprendente, non spaventosa, e anche voluta – è poetico, simbolico, allegorico, non filosofico, come tutto l’inno-poema, e non nuovo. Culmina, nell’onirismo di Nietzsche, la sua concezione di sempre. La morte cambia aspetto con la contemporaneità, post-Nietzsche, intesa degli svaghi e dell’edonismo. Dell’orizzonte basso e la razionalità ovvia, a basso voltaggio.
È nella storia il fatto più scontato. Meno événementiel, raramente drammatico . E nelle storie: molto meno di un amore, che non è raro, si sa, e mai unico.

Onore – Un tempo molto diffuso, onora il padre e la madre, parola d’onore, giurì d’onore, sul mio onore, punto d’onore, onore militare , onorevole, fare onore, tornare in onore, salvare l’onore, avere l’onore, rendere gli onori, con grande onore, con tutti gli onori, delitto d’onore e delitto contro l’onore, codice d’onore, l’onore delle donne, l’onore della nazione, del nome, della famiglia, della ditta, dell’istituto, del governo, della patria, della bandiera, dell’esercito, militare, l’onore del mento, in onore, la pace onorevole, questione d’onore, campo d’onore, spada d’onore, nastri d’onore, codice d’onore,  posto d’onore, tribuna d’onore, ospite d’onore, damigella d’onore, gli estremi, funebri, onori, senso dell’onore, debito d’onore, ferito nell’onore, geloso dell’onore,  onorare il debito, perdere l’onore, macchiare l’onore, con onore, senza onore, punto d’onore, salvare l’onore, offendere l’onore, l’alto onore, a suo onore, in onore, in onore di, picchetto d’onore, guardia d’onore, scorta d’onore, picchetto d’onore, parata d’onore, avere in onore, avido d’onori, la scala degli oniri, gli onori della carica, gli onori divini, un onore, grande onore, troppo onore, vostro onore, onorevole, uomo d’onore, onorevolmente, ad onore (laurea, riconoscimento, premio), l’onore della vittoria, a onor del vero. Ora non più.

Storia - La storia di Tucidide è governata dal principio di gravità, dalla forza: “Degli dei crediamo, e degli uomini sappiamo, che dominano ovunque possono”. Che a Roma sarà detto da san Gerolamo biblicamente, derivato dall’“Ecclesiaste”, “nihil novi sub sole”. Con moto uniforme, ripetitivo. Mentre per Platone è, come la vita e il mondo, illusoria. È da poco, da sant’Agostino, che è diventata una fabbrica: l’opificio dell’uomo. Nel suo piccolo anch’egli creatore, diceva il santo, Con la parola, a fronte della Parola di Dio eterna. L’homo faber prima era prometeico, mitico – anch’esso illusorio?

Verecondia – È materia ignota, sia letteraria sia, nell’era cristiana, filosofica. La patristica l’ha sostituita con la verginità, materia di molti trattati: col fato corporale.
Il dizionario la registra come timore di fare qualcosa che possa venire rimproverato. Citando Dante, “Convivio”, 4, XXV: “La verecundia è una paura di disonoranza per fallo commesso”. Dante tratta della migliore adolescenza, alla quale dice necessaria “la passione della vergogna”: “La vergogna è apertissimo segno in adolescenza di nobilitade”.  Per “vergogna” intendendo “tre passioni necessarie al fondamento della nostra vita buona: l’una si è Stupore; l’altra si è Pudore; la terza si è Verecundia”. Delle tre “passioni” dà una definizione e un esempio tratto da Stazio, “lo dolce poeta, nel primo libro della Tebana Istoria”. Della sua “verecundia” spiega che “di questa paura nasce un pentimento del fallo, lo quale ha in sé una amaritudine che è castiga mento a più non fallire”. L’esempio portando di Polinice, che al re Adrato tace, tra i motivi della sua violenza contro il padre Edipo, i delitti dello stesso Edipo, “perché bene appare, vergogna essere necessaria a quella etade” - anche in un violento come Polinice?

È intesa quasi esclusivamente in senso passivo, atteggiamento riservato e modesto dovuto a un naturale senso del pudore, dice il vocabolario. In origine, in Cicerone e Tito Livio, primo secolo quindi a.C., in Roma repubblicana, era una passione attiva: di discrezione, decenza, attitudine o portamento, delicatezza, assenza voluta di vanità. È con Quintiliano, un secolo dopo, in Roma imperiale, che diventa sinonimo di timidezza, mancanza di sicurezza, di ardimento.

zeulig@antiit.eu

Il ragno Gadda e la rete

Un libro di note, su 41 lettere, molte di servizio, estive la più parte e brevi, di Gadda a Citati, dal 1957 al 1969: avrebbe fatto felice Gadda, che ne fece di eccellenti? Si parte dalla riconoscenza per la presentazione critica, sul settimanale “Il Punto”, del Pasticciaccio” da parte di Citati, funzionario della casa editrice, Garzanti, che aveva aiutato Gadda nella redazione (“discussi per anni con Gadda, specie per la seconda parte, mai pubblicata”): ai temi e ai toni di Citati si atterranno i critici. Godibile nei suoi limiti.
Citati gli era tramite per la collaborazione al “Giorno”, e queste lettere sono quindi utili anche per vedere come Gadda fa germogliare e sviluppa le sue proposte giornalistiche, su Manzoni e su argomenti apparentemente a lui alieni, ma ben attuali. Tra le tante bizzarrie del Capitano in congedo c’è pure quella di essere stato nell’ormai lungo dopoguerra il solo “giornalista” alla Orwell, capace di capire la contemporaneità, e comunque di saperla individuare, d’interrogarsi di fronte a essa - Gadda giornalista alla Orwell prende quasi un tomo delle opere di Garzanti. Con un orientamento definito ma senza preconcetto.
Poi, però, questo è un libro di lettere, che nel caso di Gadda significano sfoghi. Noiosi a questo punto, immutabili per lo più, riboboli di malanni, malignità, anche nell’elogio, e soldi, anticipi, premi, la-rendita-che-non-basta-cchiù e il fisco. Irriconoscente e infedele con gli editori e anche con gli amici. Un pettegolio iterativo, anche degradato. Non fosse per il ghigno cachinnico. E per le note, che sono però del curatore. Cui si deve anche il building parallelo di Citati, che solleva dal gaddismo - a meno che questi “libri degli amici” (Cattaneo, Arbasino, Parise, la lista è lunga) non siano un po troppo puntati sul bislacco: Gadda era umorale, ma soprattutto faceto.  .
L’autore è in nota
Il vero libro è l’apparato del curatore, Giorgio Pinotti, redattore capo dell’editrice, cui si devono le cento pagine abbondanti di introduzioni, note, riferimenti. Un gran lavoro, di gusto. Anche se manca la nota più di tutte golosa, l’indice dei nomi. Curiosa anche l’esclusione, tra le tante invenzioni lessicali messe in quadro, dei “solferinosi” e stamposi” di p. 52. Pinotti rinforza la raccolta con un saggio di Citati su Gadda, tanto per fare i pesi, e uno suo utilissimo su Gadda e Citati. Dalla congerie gaddiana espungedo, prudente ma insinuante, la nevrastenia governata, l’ipocondria come arma, e il “D’Annunzio-Gadda” cui l’Ingegnere indulgeva. D’ D’Annunzio ritraccia implacabile le tante impronte nella lingua, nella estensione-deformazione delle parole e delle strutture, nelle “neo formazioni parasintetiche” – oltre che, come si suole dire, nel barocchismo. Non uno dei tanti libri di lettere di Gadda, uno che segna più punti.
Di Gadda si può dire questo un destino avverso, fra i molti di cui si lusingava, a cui non avrebbe mai pensato: essere condannato alle note. A un libro da leggere non per il ragno ma per la rete. Le note richiamando altre note - la rete è internettiana, vorace senza confini (senza criteri).
Sono ormai una ventina i libri di lettere di Gadda a questo e a quello, il cui interesse, e non dei maggiori, tipo potin, sono le chiavi, le note. Qui però non fini a se stesse: confluiscono in una sorta di autobiografia esplicita. Questa raccolta spinge ad andare oltre il rapporto personale con questo e quello, il controverso carattere di Gadda delineando esplicito, definito.
Ingeneroso, profittatore, ipocondriaco
Gadda era diffidente, come si sa, ma pure selettivo. In base agli umori, e più alle convenienze. Ingeneroso, anche, dietro le buone maniere, e profittatore. Con gli editori, e anche con gli amici. A Citati, a un seguito di inviti a una vacanza prolungata, al mare o in montagna, più volte ogni estate, Gadda oppone invariabilmente un rifiuto, dopo magari qualche accettazione simulata. Mentre si lascia sbattere qua e là da Parise, suo nuovo occasionale (vicino di casa) conoscente. Evidentemente uomo di lettere nelle sue corde, per il giovanilismo, e il calcolato sadismo, nella misura giusta per l’Ingegnere. Dal “pazzo Parise” si fa imporre subito, al banco del bar al caffè una mattina, una gita lì per lì a Bracciano-Manziana “su spider-rossa-biposto-inglese cilindrata 1.600”, senza la signora, “la sua bella signora-madonna del Giambellino”, con colazione sul lago naturalmente “ottima, con certi gnocchi trascendenti e digeribilissimi”. E subito poi un incredibile, infernale per lui, viaggio di ventiquattro ore – poi prolungato per la stanchezza – a Venezia, a presenziare all’anteprima di “Accattone”, il film di Pasolini. Sapendo per di più che Goffredo è stato spinto a circuirlo da “Pietro Paolo”, per avere una celebrità in più all’evento. La trasferta, che avrebbe stroncato chiunque, e immaginarsi un settantenne ipocondriaco, lo esilara.
Il rapporto costante con Citati, dal 1957 al 1969, è del resto tenuto senza mai smettere il lei, anche il “dottor Citati”: Gadda sapeva tenere in soggezione a asservire. Mentre con Parise è passato subito al tu. Il diverso trattamento di Citati e di Parise è esteso alla portiera Katia. E perfino a Attilio Bertolucci – che finirà anch’egli depresso, dopo una vita da pigmalione generoso, assicurativo e inattaccabile, di sconosciuti, figli, amici, ma veramente, fisicamente, per lunghi anni.
Il lutto non s’addice
Citati celebra Gadda luttuoso, preso da angosce giovanili e anzi infantili, e forse prenatali. Che ci sono, Gadda le manifesta, ma alla Svevo, da un piano superiore. Marciandoci spudorato, ironico. Costante la lagna nei tredici anni, poco più che sessantenne all’inizio, ma da subito e invariabilmente ipocondriaco. Il tanto che gli necessitava per indurre la compassione, la mobilitazione altrui. Attento invece a tutto.
I “disturbi” ci sono. Se non per altro il “disturbo” di buttarli in faccia alle persone in continuazione – questo, in una strategia, sarebbe un errore, confliggendo col Gadda ben educato e garbato, e forse lo è. Ma non gli impediscono di lavorare molto (scritture, riscritture, bozze, contratti), battagliare, brigare, vedere persone. Sempre oltraggiosamente vittima, “stretto e avvinghiato da spietati odii e oltraggi, come il vecchio Laocoonte dalle serpi”. Uno che soffre tanto, soffre sempre di qualcosa, e poi va a mangiare alla buca di Ripetta. Abitudine contratta quando lavorava ala Rai, dall’altro lato di piazza del Popolo, ma che da via Blumenstihl, coi mezzi pubblici di allora, comportava un lungo viaggio. Uno che mangia – in un mese prende sette chili! Uno che fa sempre i conti perché gli manca un soldo, ma va al ristorante, ha la governante (“assistente domestica, termine ufficiale obbligativo per legge”), ed è concupito e ricontrattato dai migliori editori. Non ha il telefono ma solo per taccagneria. Potendo sfruttare la “gentile concierge, la russa e generosa Katia”, che se ne fa tramite col suo telefono, la portiera ce l’ha, “con un saliscendi di tutte le ore: dal seminterrato al mio secondo piano” – con Katia si sdebita alludendo a sue pratiche col “cetriolone extramaritale”. Ha una pensione e una rendita modeste, ma cospicui diritti d’autore e di cinema, molti premi letterari, e ricche collaborazioni ai giornali. Ha la fascia del cappello bisunta di sudore, attesta Citati, ma per vezzo e non per bisogno, e comunque veste bene, non è trasandato. .
Affettatissimo sempre: “Non ho forze per telefonare”, si scusa insolente con Citati, “”per fare i numeri del telefono, per ricordare i tempi di comunicazione, ecc.”. Come tutti gli ipocondriaci  monotematico sul sé. In soliloquio perenne. Al mondo chiudendosi sornione, per meglio controllarlo, in quello che se ne può ricavare – in tutte le sue vite Gadda è sempre vittima. Ma ben vivo e attento, all’ultimissima attualità. Rispettoso sempre delle autorità, malgrado le proteste, e delle convenienze. Per esempio dei “coniugi Moravia”, Alberto e Elsa Morante, compagnia che non amava. Si veda qui il racconto privato a Citati contro i Moravia, uno dei pezzi forti del libro - fondato del resto più che malevolo.
Le lettere confermano in modo clamoroso il contrario di ciò che dicono. Intanto per la quantità, sterminata. Poi per la vena comunque fresca. Poi per lo stile, sempre costruito, ora che siamo tutti epistolografi a causa di internet e facebook questo si vede anche senza occhio critico, ironico il giusto, e attento, attentissimo, all’interlocutore. Da Gadda costruito brillantemente, lelettere si leggono volentieri per questo, perché sono rallegranti e mai cupe. Anche nelle interminabili giaculatorie qui, di un Gadda che si approfittava di Citati. E dunque?
Senza questa esilarazione, non resterebbero che carboni bruciati, un borborigma interminabile. Mentre tutto è lieta sorpresa, per lui stesso che mai si sottraeva. Non in ufficio, quando lavorava, né con gli “importuni”. Nemmeno alle cene in Trastevere che sono quanto di più lontano dalla sua “immagine Gadda” – qui le celebra nel medaglione della raccolta, la cena con “i due coniugi” romanzieri: “Molto baccano, «le borghesie fasciste», il «Risorgimento fascista», etc. La mania della storiografia facile mi pare che prenda la mano”.
Gadda è uno degli scrittori meno umorali (cattivi, atrabiliari, nevrotici), che il canone del bravo scrittore prevede. Di buon umore sempre e socievolissimo, malgrado le lamentele continui, gli acciacchi, le depressioni. Che Citati, bisogna rilevare, assevera stranamente, giacché ne ha avuto a lungo quasi quotidiana frequentazione. E ben accorto, ponderato. Il lamento è parte della malattia, sicuro sintomo. Ma di una malattia allora gaia, anche paracula.
All male
È il Gadda personaggio che resta, un po’ più preciso del gentile signore malaticcio. E anche del Gadda sulfureo col quale s’è tentato di rinvigorirlo.
Un altro Schopenhauer si direbbe, dopo tanti epistolari, incontinente. Entrambi insolenti con le miti sorelle. Di egocentrismo cioè “perfetto”. Non fosse per la sessualità, che nel filosofo è straripante, nello scrittore è contenuta, inesistente. Il po’ di scandalismo che si è tentato con Gadda questa lettura lo ridimensiona: l’incapricciamento per Parise, aitante e maschiaccio, ma ben sposato, definisce e delimita un’altra delle porte aperte del discorso su Gadda, le fulminazioni maschili non vanno in lui oltre il piacere semplice della compagnia. Sul sesso è rimasto, parole e opere, all’adolescenza, al tempo dei compagni di casino – se ne ride per questo, il suo pantagruelismo è in argomento del genere  goliardico. E agli scambi d’obbligo nella naja, in trincea e in licenza dalla trincea. Gadda è troppo controllato per un rapporto sessuale. È l’esatto opposto, per dire, degli incontinenti Arbasino e Pasolini – con i quali peraltro, malgrado la devozione dei due giovanotti, si teneva sul lei, il tu riservando ai sicuri non sboccati né smanettatori: qui Parise, in tralice anche Bernardo Bertolucci.
Il suo eros è sicuramente maschile, ma da uomo a uomo, senza sesso cioè. Hollywood al solito ne dà le connotazioni coi film all male, di guerra, d’avventura, da qualche tempo suburbani, di ubriacature e follie. A Firenze Piero Santi adombrava, attorno al 1960, vivente dunque Gadda, gite notturne negli anni Trenta con l’Ingegnere su per l’Erta Canina, al riparo dai viali. È possibile, Santi aveva allora l’età giusta. Ma lo stesso Santi, che insegnava dagli Scolopi, quindi sotto controllo,  amava la compagnia dei giovani giusto per riempire la lunga solitudine della sera.
Carlo Emilio Gadda, Un gomitolo di concause, Adelphi, pp. 239 € 14


domenica 22 settembre 2013

L’invidia è un errore cognitivo

Quattro temi di Nietzsche a diciott’anni al liceo, con un’introduzione di Armando Torno. Scolastici – ottocenteschi, sordi – gli altri svolgimenti, sulla patria, il rispetto dei morti, i rischi della ricchezza. Sull’invidia, invece, Nietzsche sa già quello che saprà nella “Gaia scienza”: “Un errore della natura cognitiva e di quella morale”...  
Friedrich Nietzsche, Può un invidioso essere felice?, Elliot, pp. 44 € 6

Letture - 148

letterautore

Autobio – Si diceva parlarsi addosso, la scrittura peggiore. Ora, sul fondamento di Proust, dilaga rispettata, e quasi unica forma di scrittura. Parlarsi di sé, parlarmi di me, personaggio, autore e pubblico insieme, è la massima ambizione e la più gradita. Sicuri che sfocerà in un parlatemi di me. A partire dai ricordi d’infanzia da inventare liberamente.
È vero che “si” scrive. Girando attorno a sé. Svevo dava una coscienza di sé non importuna – di uno che la sua vita, non avendola vissuta, la scriveva. Il che è peraltro vero due volte: per lo scrittore la scrittura è vita, fa, corregge, struttura la vita. Svevo giungeva in vecchiaia, sempre non importuno, ad augurarsi una vita “letteraturizzata”, rivista se non riscritta: “L’unica parte importante della vita”, dice il suo “Vegliardo”, “è il raccoglimento”, e questa volta non fuori del senno comune. Ma qui è diverso: s’impone il sé, seppure fittizio, quasi sempre indigesto. Se ne fanno festival. Si celebrano. Se ne fanno festival, cioè si celebrano in massa. Ed è come un’aggressione: non più un racconto, ma un racconto falso volutamente imposto. Una falsità doppia, la seconda violenta: di un testimone falso, un denunciante, un informatore, che potesse ghignare soddisfatto e protetto delle sue falsità.
“Una sentimentale cappa del cuore o un’ostentazione”, dice Magris l’autobiografismo.
La memoria è fatta di buchi, di vuoti più che di pieni, ed è casuale (occasionale). Basta leggere Proust. Oppure Svevo, che dieci anni più tardi di “Dalla parte di Swann” già scrive una “Coscienza” piena d’ironia.

Bertolucci - Bernardo fu poeta crepuscolare agli esordi a vent’anni – quando già aveva filmato la morte del porco. Con la plaquette “In cerca del mistero”, titolo pascoliano. Ma più forse in armonia con l’umbratile Pasolini, amico di famiglia e mentore - anche se Bernardo mai gliene pagherà tributo. La raccolta di B.B. Gadda, che avrebbe voluto recensirla sul “Giorno” per sdebito col padre Attilio, apprezza non per altro, per non essere montaliana o luziana: :”Arrivare a fare a 20 anni, oggi dei versi discreti e non montaliani o luz…zureggianti, credo non sia trascurabile merito”, scrisse a Citati, suo patrono al “Giorno”. Cogliendone subito però l’aspetto distintivo di una vita, il rapporto conflittuale con l’ottimo padre: “Il maestro di B.B. è il padre A.B. e non il pigolante Zvânì”, Pascoli: “Forse B.B. vuole «distaccarsi dal papà», con l’orgogliuzzo, tipico dei giovani, di creare un distacco, un crepaccio, tra la propria vetta dolomitica e la prossima vetta del padre”. E insisteva: “Crepaccio analogo a quello che separa e identifica le Cinque Torri, o le stregate parvenze della Croda da Lago”. 

Editoria – Si fa sempre gran caso, specie ora per il centenario della prima edizione, di Proust che dovette pagarsi la pubblicazione di “La strada di Swann”, benché non fosse un esordiente, e da un editore commerciale noto e non da uno “di vanità”. E dovette orchestrare l’uscita del libro con gli amici, le conoscenze nei giornali, e le auto recensioni. Anche Gadda – lo spiega a Neri Pozza in una lettera del 1946 – ha dovuto pagarsi per una decina d’anni la pubblicazione dei suoi “primi 4 libri”, in tirature limitatissime, benché curati, “con perizia rara”, da Alessandro Bonsanti, “cui va la mia gratitudine affettuosa”, e la pubblicazione di scritti vari sulla rivista “Solaria”. I libri sono “La Madonna dei filosofi” (1931), “Il castello di Udine” (934), “Le meraviglie d’Italia” (1939) e “Gli anni” (1943), pubblicati dai fratelli Parenti: “Per ognuno dei quattro ho sborsato una certa somma, a titolo di contribuzione spese-stampa: diciamo 1500 di allora, ogni volta; piccole somme ho mandato a «Solaria» per la stampa dei primi racconti o saggi… Nulla ho mai «introitato» per diritti d’autore”.
Si conferma che l’editoria è un investimento. Ma dell’autore. Di tempo, fatiche e anche soldi. Scrivere è quindi una passione, bella e brutta come tutte, serena e limacciosa, avvincente e deprimente.  L’editore è un gabelliere, a volte un bandito di passo. A volte intelligente, uno che fa crescere il capitale. L’editoria online, a spese zero, a parte la scrittura, beneficia per questo di tante speranze, non perché “il libro non costa nulla e si risparmia la carta”. In Francia e negli Usa il libro “non costa nulla”, e la carta si ricicla.

Kierkegaard – Nessuna celebrazione, nessuna riedizione o ritraduzione, nessuno studio su Kierkegaard per il bicentenario della nascita qualche mese fa. È una forma di “Ripresa”, il suo saggio del 1847, sulla ripetizione che non è ripetizione – il nucleo di Borges? Lui si sarebbe divertito moltissimo.

Manzoni – Gadda che, sii sa, gli fu sempre fedelissimo, dice di avere “letto dieci volte i P.S. da ragazzo, fra i 9 e i 16”. Lo scive a Citati, proponendo di difendere Manzoni dai “giudizi di Moravia, un po’ montati a freddo, questi, nel loro disceverativo e rigido sistematismo antilombardo, antivattekapèsca” - ne scriverà poi estesamente, dandosi l’arduo compito di confutare l’addebito di “realismo cattolico”.
Proust – Per il centenario del primo volume della “Ricerca”, fra due mesi, si va alla ricerca anche di un Proust “giallo”. Qualcuno lo trova nella “Prigioniera”: lo spionaggio della gelosia. Non c’è rimedio?

Albertine-Alfred, rileggendo l’opera nel suo farsi, nelle riscritture radicali di Proust, si collega all’abbandono e poi alla morte di Alfred Agostinelli. Così come la riprogettazione di tutta la “Ricerca”. Sembra azzardato ma non lo è, Compagnon lo doimostra agevolmente nel corso 2012-2013 al Colège de France:
Agostinelli, autista di Proust a Cabourg, poi suo segretario, se ne va l’1 dicembre 1913, subito dopo il successo un po’ a sorpresa di “Dalla parte di Swann”, e a maggio muore in un incidente. La ristrutturazione dell’intera “Ricerca” Compagnon riporta al successo, di scandalo più che critico, del primo volume, ma anche dell’abbandono e alla morte di Agostinelli. Nel precedente progetto non c’è nessuna traccia della “Prigioniera” né della “Fuggitiva o Albertine scomparsa”.

Sovietismo – C’è di più, si vede in libreria, sui giornali, ora col mercato imperante, e per effetto del mercato, che col neo realismo di prima del Muro, che si esercitava invece con vergogna e quasi per dovere. C’è anzi soprattutto in letteratura, più che nelle istituzioni. Nel “mercato delle parole”: il giornalismo e la narrativa (la critica è scomparsa). Dove si codificano e impongono – è il mercato – linguaggi e tematiche. Non c’è mai stato tanto neo realismo – corrività nelle disgrazie, il procedimento per accumulo, il bruto-buono e l’eroe-cattivo – come dopo il Muro. Prima c’erano altri narratori, Soldati, Berto, Chiara, eccetera. Ora temi e svolgimenti sono dettati dall’attualità, nel verso del politicamente corretto. Compresa la stessa attualità letteraria, l’ultimo successo di mercato.
Non c’è in realtà nella letteratura perché la critica è scomparsa – c’è nella narrativa. E si può dire scomparsa perché il cosiddetto pensiero unico l’ha declassata e svuotata: non c’è spazio per la critica letteraria e non ce n’è bisogno. Il prodotto è indiscutibile.

Tomasi di Lampedusa – L’unica gloria palermitana. Con Giovanni Meli, al più. Palermo non ha scrittori di fama, che abbiano lasciato una traccia. Catania sì: Domenico Tempio, Verga, Capuana, De Roberto, Martoglio, Brancati. Agrigento pure: Pirandello, Sciascia, Bufalino (per estensione, come fa Sironi con i film di Montalbano), Camilleri. Anche Messina fa più di Palermo: D’Arrigo, Consolo, Lucio Piccolo.

Verecondia - Gadda la proponeva per un saggio a Luciano Anceschi per la rivista “Il Verri”, nel 1960, lamentando che essa sia pretesa dallo scrittore e dall’artista mentre l’Impudicizia può liberamente esibirsi. E ancora con differenze fra lo scrittore e l’artista: “Un cavolo dipinto è tollerato, un cavolo descritto è impensabile. Il nudo vivo e vivente, il nudo maschile e femminile sulle spiagge d’Italia (3.500 km.) non offende quanto il nudo scritto”. Ma la Verecondia, ghigna, è inapplicabile: “Contraddizioni in termini: volere e disvolere: la letteratura non è stata sempre una letteratura per cresimande nel passato. Lo potrà essere nel futuro, se la Verecondia avrà battuto l’Impudicizia”. Per concludere sprezzante: “Il lettore che vorrà chiamarsi Verecondo dovrà dedicarsi alla matematica, alla musica pura e strumentale e alla pesca subaquea (senza c), astenendosi dall’atletica leggera”. La c potrebbe disturbare la Verecondia.
Ma è “la” materia dei “Promessi sposi”, da Gadda veneratissimi. 

letterautore@antiit.eu

sabato 21 settembre 2013

L’India ai piedi di Eliade

Un saggio breve, concettoso, sullo yoga tantrico - di cui Eliade rivendica la “scoperta”. Con la presentazione di “un’opera immensa, che conterà duemila pagine ed è preceduta da una prefazione di trecentodue pagine”, sul tempio giavanese di Borobudur . Si fanno libri con poco. Nel mezzo estratti di un diario di Eliade in India dal 1928, poco più che ventenne, al 1931. Dove fece incontri, con Tucci, Tagore, e lo stesso suo maestro Dasgupta, da cui chiunque avrebbe ricavato di più, e con anglo-indiani razzisti simpatici. Così giovane e così vecchio?
Mircea Eliade, Erotismo mistico indiano, Castelvecchi, pp. 93 € 9

Ciclisti e gay contro bottegai

Ciclisti in festa a Roma sui Fori Imperiali, da un lato, che chiedono pedonalizzazioni spinte della città. A pochi metri negozianti infuriati. Della centralissima via Labicana, ridotta a quattro corsie di scorrimento, “murate”, senza cioè possibilità di attraversamento, verso la stazione Termini e Porta Maggiore. E dell’ancora più frequentata, fino a ieri, via Merulana, convertita in autostrada urbana, intasata.
Il sindaco non s’è fatto vedere e non ha soluzioni. Ma il suo cuore, fa dire, è per la pedonalizzazione. Senza curarsi dell’intasamento adiacente.
Lo scontro ha turbato l’assemblea nazionale del Pd. Che teme di perdere i bottegai. Molti dei quali hanno votato Pd e probabilmente lo stesso Marino, l’Esquilino è di sinistra.
L’irritazione è anche forte tra i residenti dell’Esquilino, che dietro le due vie di scorrimento è un colle residenziale di pregio, l’unico rimasto nel centro della città. Lo era: le sue stradine sono ora invase da percorsi di snellimento, benché tortuosi, di forti correnti di traffico, in direzione san Giovanni e via Appia. Una rivoluzione, per abitudini di vita consolidate da cent’anni, e un terremoto per i valori di mercato.
L’irritazione è forte perché “si sa” che l’occupazione dell’Esquilino è stata fatta per liberare il Celio, il colle antistante sul quale è sempre transitato il traffico da e per san Giovanni. E questo perché da zona militare è diventata centro della movida gay. La prova naturalmente non c’è che il sindaco abbia favorito gli interessi dietro la movida. Ma si sa, questo sì, che la chiusura al traffico dell’ultimo segmento di strada attorno al Colosseo (a una parte del traffico, i mezzi pubblici pesanti, i veri nemici del monumento, ci transitano sempre), si poteva fare senza rivoluzionare i flussi circostanti.

Le primarie generano mostri

Meglio che un congresso le primarie. Per chi governerà il partito: l’assemblea del Pd ha fatto una scelta che crede democratica e liberatoria e invece non lo è nei fatti. Anzi potrebbe essere, com’è stata finora, traditrice. La politica non ama i vuoti. La politica non s’improvvisa. La politica è una summa – una risultante. Sono frasi fatte ma hanno più senso delle primarie. Un breve excursus lo prova.
La chiusura dei pochi metri di Colosseo ancora contornati dal traffico, operazione semplice, Ignazio Marino ha complicato all’inverosimile. E un’Olimpiade che nessuno vuole ha proposto. Nient’altro ha fatto, a meno che non siano vere le voci sulle sue intenzioni: ridurre i campi rom (tre sono stati già sgomberati, senza motivo), cacciare gli occupanti dal teatro Valle, cacciare il sovrintendente Catello dall’Opera, non potendo cacciare il maestro Muti – due che hanno dato in tre anni lustro mondiale, meglio della Scala, a un’Opera abituata da sempre a non lavorare. Il neo sindaco di Roma Marino, ex candidato a tutte le primarie, conferma che, così come le pratica il Pd, le primarie stesse sono una selezione bruta, dopo il mago Veltroni, il fenomeno Renzi e il Rodotà di Grillo.
Le primarie, dove funzionano come selezione politica, cioè negli Usa, sono uno strumento complesso e “di partito”. Servono per allargare il partito alle nuove generazioni e alla platea del voto, non a combatterlo. E nelle ultime sei elezioni presidenziali, da Clinton in poi, sono state strumento formidabile di finanziamento della politica. Non sono centro di spesa e palestra per parvenu.
Renzi è diventato un leader, al punto da pensarsi unico, dopo una gara con tre vecchi ex comunisti rinscimuniti che si dividevano il voto del loro (ex) partito. Questo non sarebbe stato possibile negli Usa. O allora con effetti deleteri. Si prenda Obama, che ha preso tutti di sorpresa, per la gioventù, il colore, la prestanza: alla sua prima prova ha perso una guerra che non ha fatto: non trova le prove per cui ha dichiarato la guerra, incorona Assad gentiluomo, si fa propagandare, dai suoi stessi servizi segreti, gli oppositori in Siria come sfruttatori delle volontarie”. Dopo non aver saputo governare l’economia e la banca per cinque anni ormai - non ha nemmeno un candidato alle Federal Reserve. L’altra grande sorpresa presidenziale, Kennedy, premiato perché giovanile, cattolico, jet-set, amante delle belle donne, è stato probabilmente il peggior presidente del dopoguerra: due guerre perse, al Vietnam e a Cuba, quella a Cuba assortita di un embargo odiosissimo di ormai mezzo secolo, e la crisi dei missili, una quasi guerra nucleare.
Quanto al voto popolare: sarebbe stato Kennedy rieletto? Obama c’è riuscito contro un non-candidato - chi era? Lestablishment - destra e sinistra unite - governa anche con le non candidature.

Lo scandalo degli scandali

Non c’è paragone tra lo scandalo Del Turco e lo scandalo Lorenzetti. Questo acclarato, per prove certe, ritardato e non accelerato dagli esiti, quello montato sulla vendetta di un fallito e teatralizzato, senza mai una prova. Quello politico, al centro del potere, questo di intrighi locali. Non c’è paragone tra le paginate dei grandi quotidiani su Del Turco, e le notiziole sulla Lorenzetti, svogliate.
Il motivo è che Del Turco era socialista? L’odio si sa che è irragionevole. Ma uno del Pd difeso dalle televisioni di Berlusconi? Ci tocca anche un Berlusconi difensore dei perseguitati.
E com’è possibile tanta concordia nella grande stampa, Corriere-Repubblica-Stampa-Messaggero? C’è una spectre? Un direttore che scarti, un cronista vero in altri tempi si trovava. 

venerdì 20 settembre 2013

Allontanare Muti, non si può

Non si sa dalla fonte, Marino non parla più, ma nello spoil system che vuole applicare a Roma soprattutto punterebbe a sostituire il vertice dell’opera, dopo quello dei vigili urbani. Più che dell’Ama, Atac e altre municipalizzate. Per un motivo: intervenire prima che la stagione parta e irrobustisca l’attuale dirigenza, che nelle passate stagioni ha lavorato con grande successo, rianimando un’istituzione da tempo morta.
Nel mirino è il sovrintendente, Catello De Martino. Il direttore artistico Alessio Vlad ha lavorato e lavora soprattutto col centro-sinistra.
La sostituzione del sovrintendente, in sé, non pone problemi a Marino: l’ex direttore dell’Itg, International Technology Group, allora Eni, non è forte nemmeno col centro-destra. Ma il suo allontanamento potrebbe comportare il no di Riccardo Muti, direttore onorario a vita. O un gesto clamoroso dello stesso Muti. Anche se Muti è il vero obiettivo di Marino, allontanarlo. 

Quando l’Italia fu divisa, dall’unità

La storia d’Italia comincia a metà Ottocento. Pasquale Villari, Giuseppe La Farina, Luigi Zini, modenese dimenticato, Carlo Botta, Luigi Carlo Farini, il futuro luogotenente di Cavour che affosserà il progetto, e Isidoro Del Lungo sono all’opera per trovare “il vincolo occulto” (Del Lungo) tra gli Stati italiani. Ma c’erano due partiti, e gli studi si sono cristallizzati su due Italie. Lì sono rimasti, benché due Italie siano altrettanto arbitrarie che una.
Cavour aveva mandato a Napoli Salvatore Pes, marchese di Villamarina, col quale s’intratteneva in francese, e l’ammiraglio Persano. Per far sollevare Napoli, prima che Garibaldi gliela liberasse. Ci aveva pensato per tempo, inviando Villamarina a gennaio del 1860. Ma il marchese non era ancora arrivato che già si disimpegnava col suo capo: “I napoletani “tutti mentono più o meno… la nobiltà è nulla o sanfedista… La massa è stupida e brutale… Nel terzo stato si trova qualche individualità, qualche bella intelligenza, ma di natura paurosa, senza energia”. A febbraio si ripeteva: “Li credo incapaci”. Persano sarà più diplomatico. Ma a metà agosto Cavour si disse deluso con Ricasoli, niente rivoluzione a Napoli: “Gli abbiamo dato tutti i mezzi per farla: armi, denari, soldati, uomini di consiglio, uomini d’azione. Se la materia nel Regno è talmente infradicita da non essere più suscettibile di fermento, io non so che farci”.
Altri meridionali fuorusciti e l’ammiraglio Thaon de Revel misero in guardia Cavour sull’incapacità dei suoi inviati, che per questo addebitavano ai napoletani la mancata sollevazione della città. Cavour ci ripensò, che non poteva fare l’unità senza i suoi “cari napoletani”, ma era già troppo tardi. Costantino Nigra, partendo per Napoli come segretario del principe di Carignano, terza scelta di Cavour a Napoli in sostituzione del cattivissimo Farini, aveva, confidò agli amici, “una paura maledetta”.
Farini sarà quello degli “affricani”. In viaggio senza soste dall’Adriatico a Teano per l’incontro, attraversando Molise e Terra di Lavoro, si eternizzerà sbuffando, nel suo primo rapporto a Cavour: “Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù”. Non che ne conoscesse molti: Farini non era stato e non andrà mai in Affrica. 
Claudia Petraccone, Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia dal 1860 al 1914

Ombre - 190

Fino a ieri il Teatro Valle occupato a Roma era simbolo di genialità e eroismo. Ora di abusivismo. Cos’è cambiato? Il sindaco. Era Alemanno, è Marino. Da non credere.
Borgna, Montefoschi, Cordelli animano, non isolati, il nuovo fronte di resistenza. Quest’ultimo vale una lettura: “La Fondazione e i soldi pubblici nel teatro occupato”.

Il professor Silvestri di Messina, eletto alla presidenza della Consulta per divisione, 8 a 7, sente il bisogno di dire subito del porcellum che presenta “aspetti problematici”. Ma, aggiunge, “questo non significa anticipare un giudizio di costituzionalità”. Qui lo dico e qui lo nego.

Solo la Cisl Funzione Pubblica protesta contro al chiusura di mille uffici giudiziari. Blandamente. Ma si riafferma così la vecchia-nuova Dc. Forza di comando e di opposizione.

A molti la chiusura degli uffici giudiziari periferici semplifica la vita. A giudici e cancelliere per esempio che abitavano in città (la moglie lavoratrice, le scuole dei figli) dovevano sorbirsi impossibili pendolarismi, da Roma per esempio a Pontecorvo e ritorno, tutto in un giorno, quattro ore di fatica, ogni giorno, oltre al costo. Ma bisogna protestare.

Si continuano a sgomberare a Roma i campi rom. Ma senza più scandalo. Le cronache solo si adontano della resistenza degli sgomberati: è violenza, strillano. Ma dove li trovano, i capi cronaca, i cronisti?

Renzi è un battutiere, e se ne compiace, ma si lamenta che sul web lo prendono in giro per questo. È una celebrazione, ma vorrebbe che si parlasse di lui come grande politico.

La celebrazione di Renzi battutiere dovrebbe in effetti farlo pensare: finora non ha vinto niente. Giusto le primarie a Firenze, ma contro tre ex Pci che si facevano la guerra e non s’erano accorti che c’erano le primarie - era tanti anni fa. Ora non c’è nulla da sfilare a nessuno. Ela parrocchietta che portò allora ai gazebo non basta.

Le stessa lettera, scritta in casa?, con la stessa risposta di Sergio Romano, il “Corriere della sera” pubblica venerdì e poi martedì. Ironica sulla denuncia per falsa testimonianza dei testimoni della difesa al processo contro Fede: non incriminati dalle giudici in aula ma che rischiano, se non falsificati, di svuotare le condanne delle stesse giudici. Che le giudici di Milano intendano bene?
Riti ambrosiani. Milano non gradisce le giudici sacrestane: domani potrebbero attaccare, invece che il puttanesimo, la droga per esempio, o le truffe.

“Filmeremo le mani” che votano, minaccia Grillo, ai suoi e agli altri, sul voto segreto. E Rodotà, anche lui fa il regista?

Seduti per terra davanti al palco per un’ora e mezza ad ascoltare Renzi intervistato dalla velina Varetto, direttore di Sky, c’era “tutto il gotha del Pd piemontese, compresi il sindaco Fassino e l’ex ministro Profumo”. Si ricava la notizia dai giornaletti locali di Torino, non c’è sulla ”Stampa”. Anche una foto di Fassino e Profumo in adorazione di Renzi avrebbe giovato. Non alla censura.

Tema di Renzi, parole e concetti, era: “Se andiamo alle elezioni li asfaltiamo”.
Fare le elezioni ora, un messaggio di saggezza politica, partitica, personale, inarrivabile. A parte l’asfalto.

Fassino e Profumo per terra mentre sul palco si agitano i giovani renziani, soprattutto le giovani. Il partito si rinnova?

Ci sono le cifre ora della rapidità d’intervento della Giunta del Senato sulle immunità: in media lavora un’ora a settimane, una settimana su due. Berlusconi deve avere creato molti fastidi ai senatori.

Marchionne, che preside l’Associazione europea dei costruttori di auto, ne diserta le riunioni. Il perché non ce lo dicono: non vogliono dispiacere alla Volkswagen.

I giudici di Siena hanno infine scoperto che il Monte dei Paschi trafficava con la politica. Dopo un anno di indagini. Trafficava con i berlusconiani Verdini e Gianni Letta.
E lo dicono anche, senza vergogna. I giudici? Antonio Nastasi, Aldo Natalini, Giuseppe Grosso.

“Qualche mese fa un gruppo di lavoro della Duke University è riuscita a provare la trasmissione del pensiero tra i topi, informa l’altro mercoledì Massimo Vincenzi su “Repubblica”. Dunque, i topi pensano, non ballano più?

Affarismo

Stabilità propone Antonio Polito come un valore. Sul “Corriere della sera”, giornale di Milano, il giornale e la città che più si battono contro, facendo finta di invocarla. Polito, che sfonda una porta aperta, non spiega infatti perché non ci si arriva. Chi non la consente. Perché anzi si viene condannati per questo, facendone immancabilmente il piano di Gelli – Gelli? Da venticinque anni.
Solo benefici dalla stabilità di governo. La capacità di progettazione e di esecuzione. La mobilitazione della burocrazia. La semplificazione. Un orizzonte agli affari. Una garanzia alla giustizia. Un qualsiasi programma di governo, per quanto contestabile, sarà più buono dell’attendismo. La burocrazia viene eretta a stupida barriera contro ogni efficienza, mentre il contrario è vero: la burocrazia vuole essere ben governata, impazzisce se non ha governo – indicazioni, direttive, norme. La semplificazione parla per sé: che sia meglio per tutti pagare le tasse sotto tre o quattro titoli invece che per ottanta adempimenti diversi, ogni anno, quanti ne competono a ogni impresa, anche artigianale, e a molti commercianti, è ovvio: ma lo può fare solo un governo che dura, le norme da sfoltire sono una giungla. Che gli affari vogliano un governo piuttosto che la corruzione del non-governo sembra anche questo ovvio – il non-governo è il governo della corruzione (sottogoverno, favori, intrallazzi, abusi).
Che ci voglia un freno alla giustizia è più complesso. Ma è chiaro: “Milano”, lestablishment, l’affarismo, si serve dei giudici, di questi giudici, suoi manutengoli, per alimentare l’incertezza. Infatti, senza che nessuno l’abbia mai criticata apertamente, la stabilità è sempre stata resa impossibile, dai giudici e da “Milano” – non solo dal “Corriere della sera”, bisogna dire, anche dagli altri giornali di opinione.

giovedì 19 settembre 2013

L’Italia ha due destre, più Grillo

L’Italia ha due destre, bisogna pensarci, è questo il suo collo di bottiglia: quella di Berlusconi dichiarata, e quella del partito Democratico. Il governo Letta, delle chiacchiere e dei rinvii, ne è l’espressione giusta. Né lui né il suo partito hanno del resto posizioni di sinistra da far valere. Non sul lavoro, non sulle tasse, non sul reddito, e non  sulla giustizia – che è la base di ogni socialismo. Anche sulla costituzione, che pure è da riformare in molti capi, Letta e il Pd non sanno e non vogliono sapere.
È una destra smunta, poco di destra: non fa le cose che dovrebbe, sul lavoro, le tasse e la spesa pubblica – salva la dignità, avviare tutti al lavoro, rimettere in moto il motore, e poi, quando ci sarà da spartire, rifare le leggi: la legge è fatta per questo, per tenere conto del presente. Ma è conservatrice, in entrambe le espressioni: non cambia mai niente.
Si dice che i loro governi non governano perché il sistema costituzionale non lo consente. Ma non lo modificano. Si limitano a dire, da decenni, che andrebbe modificato. Del resto, non hanno governato neanche quando avevano in Parlamento maggioranze ampie.
Entrambe le destre sono prudenti, si dice anche, per la necessità d’inseguire il voto di centro. In realtà i due partiti prendono sempre gli stessi voti, mentre il resto del voto non è di palude, è anzi molto deciso. Ultima dimostrazione Grillo. 
Grillo si può leggere solo sulla stampa straniera, oggi in un’intervista con lo scrittore Peter Schneider, che conosce bene l’Italia e l’italiano, per il settimanale tedesco “Die Zeit”: sa le cose, è chiaro, ed è deciso. Su tutti i temi, l’euro, il debito, la Germania, Bersani e il Pd, i 19 milioni di pensionati e i 5 milioni di dipendenti pubblici. Ma è un conservatore: si tiene la giustizia così com’è, fascistoide, e la costituzione immutata, compreso il porcellum.

Varianti à gogo su Proust

Varianti à gogo: per il centenario della pubblicazione di “La strada di Swann”, a novembre, si privilegia la lettura di Proust “tra le righe”. Non più in cerca di chiavi, ma dei temi accennati e abbandonati, delle riprese, e della riscrittura. Di questa soprattutto, che Proust praticava infaticabile su ogni dattiloscritto e ogni bozza avesse per le mani.
Il Proust delle varianti assorbirà agevolmente un altro secolo, almeno. Ma il lettore può vedere di che si tratta alla libera consultazione che il sito Gallica.Bnf, Bibliothèque Nationale de France offre sperimentalmente:
Proust. Cent ans de “Recherche”, “Le Magazine Littéraire”, settembre, € 6,20 

Il segno di Rutelli

Questi si vedevano qualche mese fa sul tram a Roma, che è sempre piena di sorprese anche se ha un solo tram.
Quella che sta malferma e ce l’ha con i turisti che sono appena saliti a Botteghe Oscure. Con gli ebrei polacchi, dunque, se non sono israeliani, poiché parlano l’incomprensibile polacco con qualche parola tedesca storpiata, che potrebbe essere yiddisch. Potrebbero venire dal ghetto, che sta dietro la via dei Polacchi. O forse sono buoni cattolici anch’essi e non ebrei, se vengono dalla loro chiesa, che sta in Botteghe Oscure, davanti proprio alla via dei Polacchi.
Questa è l’ultima, prima c’è quella che sulla porta inveisce contro un omone che ingombra l’uscita, chiamandolo, chissà perché, questo animale miscredente. L’uomo si gira con sguardo di pazienza, mettendosi da parte, è un prete.
Prima ancora c’è quello che, come tutti, ha problemi a tenersi in piedi e se la prende con un signore di pelle scura che non gli cede il posto:
- I nostri padroni – è la cosa più decente che dice.
Il nero seduto lo guarda, prima di alzarsi, e poi fa:
- Prego, si sedesse. Ero distratto, vossia mi deve perdonare. – Anche l’accento è marcatamente siciliano.
Ma non è finita, perché il siciliano e il malfermo avviano una conversazione razzista sul perché non bisogna essere razzisti. Concludendo:
- La colpa è di Rutelli – del fatto che sui mezzi pubblici di Roma non si sa come tenersi in piedi, non ci sono appigli. Anche se il sindaco è ora Alemanno, dopo Veltroni succeduto a Rutelli. Che potrebbe essere un complimento: Rutelli ha lasciato il segno. 

mercoledì 18 settembre 2013

Il mondo com'è (147)

astolfo

Democrazia – Non è automatica. Al contrario: il suffragio universale si scontra con la capacità delle masse di governarsi. Cioè con l’incapacità. Fenomeno durevole e impollinante. È questo il problema del Sud, che arriva troppo tardi al parlamentarismo, dopo millenni di signoraggio e vita chiusa nei paesi. Ma è il problema, sia di sottogoverno come in Italia sia, peggio, di capacità di libertà, anche della Germania. Anch’essa arrivata tardi alla democrazia.

Geografia – Non s’insegna più a scuola, proprio ora che l’epoca si vuole naturalistica. Ma resta all’origine di buona parte delle politiche mondiali, guerre comprese. Se non delle “politiche ecologiche”, che allo stato sono più che altro un business, di nessuno o scarso effetto. Resta all’origine anche dei “destini” dei popoli. Qui con riserve, ma non senza ragioni.
Tutto il dibattito meridionalista e antimeridionalista in Italia si può dire basato sulla “Storia degli Stati Italiani dalla caduta dell’Impero Romano fino all’anno 1840”, pubblicata a Firenze nel 1842. Forse indirettamente, ma allora con più peso alle ragioni di “Enrico Leo” - un discepolo di Herder e di Karl Ritter, il geografo considerato all’origine della moderna geografia, con Alexander von Humboldt.

L’Italia è divisa in due, argomentava Leo, perché è due distinte Italie geograficamente. A Nord dell’Appennino ha pianure, collegamenti facili, corsi d’acqua irreggimentabili e sfruttabili, per comunicazioni e irrigazione, mercati naturalmente aperti. A Sud è frastagliata e chiusa dai monti, in valli strette, tra corsi d’acqua ribelli: una natura (geografia) che fa insocievoli anche le popolazioni.

Facebook - Vale i suoi soldi, 45 dollari, dopo l’inabissamento del titolo, ora che ha una politica aggressiva. Non più l’amico disinteressato, la piattaforma delle bizze del mondo, ma un venditore aggressivo di spazi pubblicitari, in cerca di lettori-clienti in ogni vano riposto. Anche nei recessi di google, pure così ben protetti.

Islam – La Siria degli Assad, a lungo sostenitrice del terrorismo, come un tempo Gheddafi, ne è ora la vittima. Non è solo una beffa da servizi segreti: prendere le forze terroriste al loro laccio. Né è solo l’effetto apprendista stregone, per cui il terrorismo inevitabilmente finisce per rivoltarsi contro i suoi controllori. Negli snodi che la violenza che si appella all’islam hanno coltivato c’è un ripensamento, per un raggiunto senso del limite nei rapporti internazionali. La pausa, se non il revirement, di Siria, Iran e Pakistan, che con diverse motivazioni e modalità hanno fornito mezzi, coperture e rifugio al terrorismo islamico in Libano, Israele, Palestina, Usa, Europa, e un po’ ovunque nel mondo islamico, riconsiderano in vario modo l’opzione.

C’è una data di nascita del fondamentalismo islamico, ed è “occidentale”. Risale all’assunzione del potere in Pakistan da parte delle forze armate, col generale Zia ul Haq a luglio del 1977. Costruirà  ottomila moschee e cinquemila madrasse, scuole coraniche. Le madrasse erano 270 nel 1947, all’indipendenza, 700 nel 1970, settemila nel 1980 (oggi sono 14 mila).
La sharia tornò in vigore nelle zone tribali della North West Frontier e del Waziristan. Era ache l’unica forma di legalità ivi possibile. La sharia  ai “passi” kiplinghiani è all’origine dei talebani. La loro prima manifestazione fu di dichiarare il Waziristan “emirato islamico”.

“La crisi dell’islam” di Bernard Lewis è stata pubblicata ne 2003, nel dopo 1 Settembre, ma viene da lontano, dall’avvento di Khomeini, e resta incontestata.
Sentirsi minacciati dall’islam è segno al più della decrepitudine dell’Europa, che avendo goduto di un periodo di pace senza precedenti ha dimenticato i veri conflitti. Il terrorismo è gangsterismo, nell’islam attuale, anche se beneficia del sostegno di alcuni governi.
Lo schema Noi e Loro di Oriana Fallaci non funziona. Il Loro è composito - il Noi pure, e anche molto. Le tesi di un best-seller possono fare la verità, in un’epoca frastornata dalla “comunicazione di massa in massa”, dall’immediatezza, ma non sono la verità.

Antimodernista, è antiborghese. C’è una ragione precisa per cui nessun regime politico rappresentativo, con elezioni pubbliche, ha attecchito nei paesi islamici. Neppure in quelli più a lungo o più strettamente legati all’Europa e all’America. Non in Libano, né in Giordania, Egitto, Tunisia, Algeria, lo stesso Marocco, per più aspetti la stessa Turchia. Per non dire della penisola arabica e dell’Arco della Crisi. Il Marocco, con la politica dei passi minimi, che solo il sovrano in definitiva protegge, ne è la conferma: le società islamiche, che il colonialismo aveva forzato nel senso della polverizzazione della società, in qualche modo forzandole alla rappresentanza politica, si sono rapidamente neo tribalizzate dopo l’indipendenza.

Onore – A lungo monopolizzato dal fascismo, ora dall’illegalità nelle mafie.

Sovietismo – Non si può dire morto col Muro: c’’era prima del sovietismo propriamente detto e gli sopravvive, largamente. Anche fuori dalla Russia: è, senza la polizia segreta, la burocratizzazione, istituzionale, sociale e individuale. Qui col controllo indiretto delle coscienze: il politicamente coretto vi concorre, per esempio. O lo stesso ordine che si vuole di mercato: un prodotto, una tipologia di prodotti, uno standard qualitativo, una procedura, non imposti ma è obbligati.

astolfo@antiit.eu 

Il diamante grigio, antenato di “Sostiene Pererira”

Una maratona affannata, in grigio. Quasi un libro “Cuore” della letteratura catalana. Riedito qui con un’introduzione di Sandra Cisneros e una postfazione di Giuseppe Tavani. Che ne fa una nuova traduzione, dopo quella di Giuseppe Cintoli nel 1970 per Mondadori, e quella di Anna Maria Saludes per Bollati Boringhieri nel 1990.
Sandra Cisneros è andata a vedere piazza del Diamante a Barcellona e non l’ha trovata, non come la fantasticava, come se il racconto fosse una cosa reale e non un delirio. Ma la sua ricerca è sintomatica: il lungo racconto segna il ritorno alla narrativa della scrittrice catalana, nel 1962 a Ginevra, dopo un quarto di secolo di esilio dalla Barcellona franchista e di silenzio. Sul canone neo realista allora in auge nella letteratura “latina”, dove il racconto dev’essere dolente, dei balli compresi, gli innamoramenti, i baci, i figli, e la stessa repubblica rivoluzionarioa. Il neo realismo vuole tutto virato sul grigio, di colpe e, peggio, di complessi oscuri di colpa, senza gioie, che se ci sono si soffocano: vite senza orizzonte e senza luce, senza storia in definitiva, e senza spessore, il famoso mondo piatto di Abbott, o a una dimensione – ma in altro senso – del contemporaneo Marcuse, anch’egli allora in auge. Senza elevazioni, né metafisiche né retoriche, né addensanti politici, ideologici, ribelli: “realistici” cioè sofferenti. Secondo il vecchio canone del verismo soprammesso a un certo “impegno” politico, derivato peraltro dal sovietismo.
Sono narrazioni monotematiche, per cancellazione di memoria più che per concrezione: per censure. Non vite perdute: vite non vissute, seppure di fretta. Natàlia,  “Colombetta”, ha momenti lieti, confrontandosi, prima che con un marito buono senza palle, con un uomo che è “l’argento vivo”, seppure con “quel qualcosa che tendeva a far soffrire”. Ma non fa mai alzare la testa al lettore: qualsiasi storia comincia nei 49 capitoletti sa già che finisce male. Vive-scrive però di corsa. E intervalla il disgraziere di humour e fantasie, la cifra anteriore di Mercé Rogoreda, che le aveva dato premi e fama prima delle guerra civile, e che riprenderà nei racconti successivi a questa parentesi – “Piazza del diamante” avrà un sequel quattro anni dopo, “Via delle camelie”. E tiene il lettore avvinto. Una lunga carrellata in soggettiva, si direbbe al cinema, di grande virtuosisimo.  
Il romanzo è un classico catalano. O meglio un libro di culto. Anche in Italia, se ogni vent’anni se ne fa una riedizione. Cisneros ne ha saputo da un parcheggiatore texano. Tabucchi ne fu stregato, prima di Garcia Marquez. Anche se non ricorda bene. Ha scoperto Rodoreda con questo romanzo “alla fine degli anni  Sessanta” e ha tentato invano di proporlo in Italia, dove “c’era un ambiente ostile al romanzo”, ma non se ne stava facendo la prima traduzione, che uscì nel 1970? Anche lui è andato alla piazza del Diamante, e ce l’ha trovata e vi s’è commosso, dice, ma forse era molti anni fa. Ne è rimasto, però, fulminato forse non senza effetto, a distanza: “Sostiene Pereira” forse deve molto a Rodoreda, a questo racconto, ha lo stesso ritmo, della frase breve, e si svolge come una lunga carrellata, seppure con punto si vista sghembo, di una terza che è anche una prima – e col presente invece dell’imperfetto: una soluzione, o “la” soluzione, al discorso indiretto libero che tormentava Pasolini.
Mercè Rodoreda, La piazza del diamante, Beat, pp. 203 €9

martedì 17 settembre 2013

Non toccare Rodotà

I pasdaran della Costituzione, Grillo e Rodotà, sono contro il voto segreto al Senato.
E alle elezioni?
Rodotà, ancora uno sforzo!

Filologia a perdere sullo spirito tedesco

La guerra era attesa in Germania nel 1914, per la primavera. Curtius e Pasquali ne ebbero separatamente preavviso, Serajevo fu solo un incidente. Ma è detto en passant, tra il quadretto di questo o quell’accademico, e altri ricordi, magari di come all’epoca si stava a tavola. Gli antichisti si divertono, Ludwig Curtius che aveva scritto le “Memorie”, nel 1950, e Pasquali che qui lo recensiva, nel 1952.
Una “recensione” curiosa, soprattutto di sé, e lunga, un altro libro di memorie. Duecento pagine di narrazioni, a specchio dei ricordi dell’amico, anche vive: della famiglia, di Roma, di Firenze, di Forte dei Marmi, degli studi in Italia e in Germania, degli antichisti, i “magnanimi” e i “parvanimi”. Di una serie di italianofili di grande rilievo, di cui naturalmente in Italia non si coltiva la memoria: Giorgio Kano, gli Hildebrand, altri. Degli artisti, anch’essi dimenticati, con villa-studio sui colli a Firenze. Della vita privata in Italia a fine Ottocento: gli usi e i tic della famiglia borghese, le interdizioni alimentari - di acqua e frutta. La sfilata pomeridiana in carrozza al Corso, con la regina Margherita e, qualche volta, il re Umberto – rigido e incapace. La villa cardinalizia romana e le ville di artisti (stranieri) a Firenze. Il bagno vestiti, al mare e nei fiumi.
La forma recensione si presta, Curtius fu personaggio vivace. Cominciò come precettore di “Willi”  Furtwängler, il futuro maestro, figlio di un direttore di museo. Fu archeologo in Grecia (Egina) e Turchia, spione in guerra in Grecia e in Bulgaria, e dal 1928 direttore dell’Istituto Germanico a Roma, per dieci anni fino a che Hitler non lo destituì, su denuncia di alcuni borsisti-allievi – ma di questo si sa per caso, come pure di Hitler al potere, che quando venne a Roma Curtius si era rifiutato di omaggiare, benché ne fosse funzionario. 
Un atro mondo, che pure fu Italia fino all’immediato dopoguerra. De Sanctis lamentava nelle note autobiografiche negli anni 1850 un’università a Napoli clericalizzata, con l’obbligo di certificare la messa domenicale e la comunione. La stessa cosa attesta Pasquali, senza citare De Sanctis, per i suoi anni 1950, a Firenze e Roma. Anche i laghi Prespà, tra Grecia e Albania, si può testimoniare, sono di fascino immutato. Ma molto non è detto, o trascurato, o minimizzato: i filologi soprattutto si divertono, lievi, cioè superficiali.
Molto si dice di Roma, scontato per due romani, di buono (“è la prima città umanistica del mondo”) e di cattivo. Cioè superficialmente. Così come nelle tante notazioni sui caratteri degli italiani e dei tedeschi, più ridicole che assurde. Da parte di due che non credevano a queste generalizzazioni – “nulla al mondo è più difficile a intendere che un popolo”: recensito e recensore fanno a gare nelle grossolanità (banalità) sui caratteri nazionali. Anche il titolo è ambiguo: dà conto della forma recensione, ma è come se: 1) Pasquali avesse scritto una storia dello spirito tedesco, e 2) lo “spirito tedesco” fosse stato a lui contemporaneo. Mentre è solo un’eco dello “Spirito tedesco” di Benedetto Croce  germanofilo dieci anni prima, che non si cita – uno spirito traviato che Croce, con meno curve del germanofilo non pentito Pasquali, riporta alla mancata latinizzazione della gran parte della Germania, e a Lutero, all’io-e-il-mio-Dio.
Curioso ripescaggio di una recensione. Riproposta per i sessant’anni in edizioncina paludata, con molte note e tre introduzioni, di Giacomo Devoto, Eduard Fraenkel e Marco Romani Mistretta, tutte a loro volta con note. Fra le curiosità, la mancanza di un inquadramento del Curtius – che il lettore configura come uno spirito all’avventura, mentre non lo era. E nessun accenno, né in Paquali né nei commentatori, al contemporaneo e più celebre Ernst Robert Curtius, l’inventore del topos  letterario e autore del già celebre “Letteratura europea e Medioevo latino”- non erano parenti, ma s’incontrarono, si studiarono?
Giorgio Pasquali, Storia dello spirito tedesco nelle memorie d’un contemporaneo, Adelphi, pp. 260 € 16

lunedì 16 settembre 2013

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (181)

Giuseppe Leuzzi

Al primo Parlamento italiano si pensò di candidare Verdi. Che rifiutò. Cavour allora prese la questione in mano e gli scrisse. Adducendo questo motivo, in aggiunta al “decoro del Parlamento” e al “credito al gran partito nazionale”: “Ne imporrà ai nostri immaginosi colleghi della parte meridionale d’Italia, suscettibili d’i subire l’influenza del genio artistico più assai di noi abitatori della fredda valle del Po”.

Le persone più felici vivono al Nord, assicura l’Onu: Danimarca, Norvegia, Svizzera, Olanda, Svezia, Canada, Finlandia, Austria, Islanda e Australia. O l’Australia è al Sud?

A Landiano, comune di Novara, i dodici bambini “non etnici” della locale scuola sono ritirati dai genitori, per salvaguardarli dai venticinque altri alunni, rom. Landiano è comune con 600 abitanti, e ha la scuola. Per 35 bambini
Dieci anni fa la scuola andava chiusa, e i landianesi pregarono i rom più vicini di mandare i loro figli a scuola per scongiurare l’evento. Canicattì?

Il Nord criminale
Si fa periodicamente caso del Nord criminale quando è possibile incriminare qualche ‘ndranghetista. Ogni due o tre anni. Qua e là. Nello hinterland di Milano. O di Torino. O di Imperia. È giusto, la giustizia segua il suo corso. Ma sapendo di che si tratta c’è da sorridere: voti di scambio prevalentemente. In cambio di qualche appalto, non di gran conto, uno o due milioni, oppure di niente. Non c’è invece un Nord criminale dove lo è, al centro del potere, politico ed economico, e di sostanza. La Popolare di Milano, il Monte dei Paschi e la Cassa di Risparmio di Genova. La Milano-Serravalle. I Riva. I Ligresti. La Saipem e la Finmeccanica. La Lega. La Regione Lombardia.
L’elenco del crimine al Nord è lungo, e  non può essere esaustivo, ognuno lo sa che viva in Italia. Si fanno i nomi di ciò che emerge, ma si sa che molto del resto è criminale. Si può arguire che si ruba al Nord perché al Nord ci sono gli affari. Ma ci sono anche al Sud, pochi ma non così corrotti. Mentre in conto al Nord vanno pure messe alcune Procure della Repubblica, conniventi: la Procura di Milano, così selettiva, quella di Siena, quella di Genova. Non esclusa la chiesa, specie la curia milanese: la questione San Raffaele, fosse don Verzé colpevole o fosse innocente, è comunque un peccato, grave.

Il Nord virtuoso
Si propagandano elettrodomestici tedeschi che, sotto forma di “economia” e “protezione dell’ambiente”, impegnano al picco una potenza di 3 kv, anche di più. Il massimo della potenza installata nel 90 perento delle abitazioni. Che sono quindi obbligate a stare al buio quando la lavatrice gira. Oppure passare a 6 kv, raddoppiando – più o meno – i costi di esercizio.

Le auto tedesche si vogliono sempre supercar, piene cioè di gadget. Inutili per lo più. Con spreco di materiali plastici e ferruginosi. Prodotti solitamente nel nome della protezione dell’ambiente. Un altro buon motivo per farle pagare di più, contenti.

È in corso nella Ue l’europeizzazione dei dottorati. Seminari intereuropei e corsi settimanali sono tenuti qui e lì, non necessariamente in sedi universitarie. Sono occasioni anzi per i docenti, i dottorandi  essendo pochi, di combinare insegnamento e vacanziella. Ma allora più nel Nord Europa: si programmano corsi in Danimarca, Norvegia, Islanda, i paesi non dell’euro che per questo sono carissimi, e dove quindi a proprie spese non si potrebbe viaggiare. Benché inclementi.  

Si programmano i dottorati europei in posti settentrionali di preferenza, più o meno desolati – grigi, umidi, isolati in campagna – che si pretendono naturalisti e romantici. Il naturalismo ci vuole, è il trademark del millennio. Anche per questo, allora, in alloggi di fortuna, del tipo ostello, con letti a castello, con servizi collettivi, anche il lavandino. Ma carissimi, come un albergo di lusso.
È un abuso, al modo settentrionale, non cinico e anzi meritorio, dei fondi Ue.
È anche una forma di autarchia: il Nord è insofferente di doversi “fare le vacanze” al Sud.

Gi appalti sono inutili
Gli appalti pubblici non sono il volano di niente. Non dell’imprenditoria, non dello sviluppo, neppure in forma di infrastrutturazione. È stato il più grosso, e grave, equivoco delle politiche dello sviluppo dle terzomondismo: l’investimento pubblico come radice fruttifera e motorino d’avviamento e volano dello sviluppo.
L’investimento pubblico è fine a se stesso, un passaggio di denaro. Allo stesso modo della finta occupazione, opere “pubbliche”, lavori socialmente utili, consulenze, le tante società comunali per incarichi remunerati. Senza effetto se non il passaggio di denaro che comportano. Non migliorano i servizi, non creano professionalità, non migliorano gli standard, abbassano quelli in essere e in qualche modo attivi. Sono anche sterili politicamente, e diseducativi: E sono semrpe sterili politicamente: i beneficati dai quali non si richiede nulla non si riconosceranno profittatori, diranno concussori i benefattori -, il sindaco, l’assessore, il consigliere provinciale o regionale, il parlamentare
Anche le strade, le scuole, la salute, le attività culturali possono essere fine a se stesse, come gli appalti e le assunzioni. Se non rientrano in una struttura d’insieme che ne metta a frutto il potenziale e ne assicuri la ricarica. Molte iniziative sono peraltro fine a se stesse, dichiaratamente: premi, festival, dispensari, guardie mediche, corsi di formazione posticci. Perfino l’investimento nell’istruzione può essere fine a se stesso, se non è gestito – cosa rara, nelle infrastrutture come nell’insegnamento. Quando non è dichiaratamente un postificio, per dare posti di bidello o di insegnante, degli stipendi.

L’investimento pubblico non crea le condizioni dello sviluppo. E funziona solo dove queste condizioni sono consolidate, o tentano di radicarsi. La scuola di musica di Delianuova, divenuta celebre nazionalmente per le attenzioni del maestro Muti, è “privata”: di un’associazione, dei contributi delle famiglie, della passione che sa instillare nei ragazzi. In dieci anni ha formato oltre un  centinaio di ragazzi, raggiungendo buoni livelli performativi. La sua orchestra di fiati è stata invitata in Toscana, in Sicilia, in Puglia, a Reggio Calabria per il centocinquantenario dell’unità, e a Ravenna, al festival del maestro Muti – nelle ultime due esibizioni diretta dallo stesso muti. L’investimento pubblico, di  Comune, Provincia, Regione, Comunità montana, Parco dell’Aspromonte, si segnala per le promesse non mantenute, tutte.

leuzzi@antiit.eu