A questo punto è
chiaro che la crisi dell’Italia e di buona parte dell’Europa è imposta. Ma non
da un errore di politica economica. La chiave è già in “Gentile Germania”,
loc.cit.:
“Ufficialmente
la Germania sosteneva, guardando ai saldi della bilancia interna della Banca
centrale europea, che la Bundesbank sopporta i costi maggiori della crisi.
Trovandosi per questo sovraesposta nei confronti del Sud Europa, dei paesi col
debito più alto, e quindi essa stessa a rischio contraccolpi. Era la tesi del
presidente della Bundesbank, Weidmann, e più ancora del beffardo Sinn. Mentre i
conti dicevano il contrario: il Sud Europa paga l’austerità, la Germania
accumula attivi. Sono questi attivi fragili, a rischio cancellazione? Ma è la
Germania che ne blocca il bilanciamento, col no a una politica Bce espansiva e
il no agli stimoli alla sua domanda interna, che consentirebbero più esportazioni
– più lavoro, più reddito - ai partner euro”.
lunedì 24 novembre 2014
Le banche non sono uguali – e i quisling abbondano
C’è
molta non informazione, e anche disinformazione, sulla crisi europea. Mentre i
fatti sono noti ai più, e più in Germania. Ne dà alcuni casi “Gentile Germania”,
loc.cit.:
“Il predominio
tedesco si è in breve irrobustito ovunque: nel fiscal compact, nel commercio estero, e soprattutto nelle banche. La
Germania ha potuto ricapitalizzare le Landesbanken, le banche regionali organi
del sottogoverno, con sovvenzioni che la Ue proibisce, senza scandalo del Commissario
alla Concorrenza Almunia. Lo stesso che invece arcigno contesta al piano di
rilancio del Monte dei Paschi il “futuro”, “possibile” ricorso ad aiuti di
Stato. Un assurdo, se non fosse una politica. Da parte di uno noto a Bruxelles
per essere “il tedesco”, benché spagnolo.
Almunia non è il
solo tedesco di complemento – lo sono stati di più Draghi, come vedremo, e
Monti: il vincente beneficia di una forte attrattiva. Per tutto il tragico 2012
giornalisti e giornali illustri promossero in Italia una campagna anti Fiat, colpevole
di non cedere l’Alfa Romeo alla Volkswagen, su
indicazioni e indiscrezioni Volkswagen. La Fiat diceva di no, che non
vendeva, e quelli insistevano che sì, l’Alfa andava venduta a Vw, e dicevano
anche come.
“La prassi non è
insolita. Il caso preclaro è di Leoluca Orlando, che da “consigliere giuridico”
trent’anni fa sacrificò il distretto minerario di Agrigento alla Salz u. Kali,
dea germanica dei sali marocchini. Fu premiato con una laurea in Filosofia,
anche se da un’università secondaria”.
domenica 23 novembre 2014
Secondi pensieri - 196
zeulig
Diritti – Sono un’aggressione: hanno cancellato ogni scuso e appiattito le diversità. Di storia, lingua, religione, etnia, di genere anche, e
di geografia, clima, assi terrestri, meridiani e paralleli, e con la
globalizzazione anche quelle industriali, commerciali, alimentari, sociali. E
la morale: l’etica dei diritti è una uguale validità - e una uguale
impunibilità. Lo svuotamento di ogni senso morale, qualunque esso sia.
Il genere (sesso)
viene declinato, e pare anche esercitato, ora in 53 o 56 accezioni diverse,
cioè in nessuna. Il corteggiamento, il fidanzamento e il matrimonio si sono
dissolti nella relazione. Che si vuole aperta,
cioè una porta girevole. La fascinazione è scorretta, e anche giuridicamente
perseguibile in tribunale.
Si esercita
come un diritto il suicidio. Ma più ancora il suicidio-omicidio, ogni giorno milioni di volte, di motorini che
guizzano sulle buche, i binari, la destra, contromano, in curva, per la precedenza,
e per lasciare onta indelebile su chi li falcerà. O il suicidio per colpa, del
pedone che affronta le strisce telefonando e guardando dall’altro alto, anche
lui perché ha la precedenza.
Essendo
tutti eguali per il necessario antirazzismo, siamo tutti anche stinti. È
difficile prendersi: identificarsi, difendersi, affrancarsi. Oltre che proteggersi.
Anche il
delitto è omogeneizzato: il Br e il tagliateste Isis sono lo stesso.
Felicità – “Necessaria per vivere”, la dice Guido
Morselli. Non si vive senza, il singolo e anche il gruppo sociale, senza una
qualche forma di speranza. È la speranza. Il fatto stesso di esistere.
Filosofia tedesca - Sembra onnipresente,
inesauribile, ma solo in Italia - e in Francia. Si possono leggere corposi
libri di filosofia in inglese, perfino Wittgenstein, e non trovarvi mai
un riferimento tedesco. È ferma peraltro a Heidegger, con dubbi, e più per
l’operosità di Hannah Arendt, la sua amante.
Wittgenstein fa all’inizio riferimento a Frege, ma più in qualità di
matematico, e quindi logico – si dice che Wittgenstein fosse stato portato alla
filosofia da Schopenhauer, ma non si vede come. Si può leggere Anscombe, allieva,
collaboratrice e esecutrice testamentaria di Wittgenstein, funzione per la
quale imparò il tedesco, leggerne seicento pagine di fila, e non imbattersi in
un tedesco. Un paio di righe per Kant, ma niente Hegel, Schopenhauer, l’onnipresente
Nietzsche. I grandi ordinatori della storia, e della condizione umana. Alcuni ottimi
sceneggiatori, anche narratori, Heidegger incluso, quando se ne viene a capo. Ma
più che altro di libri di devozione, citabili, aforismabili. Col vezzo dei
rovesciamenti – della dialettica: l’amore è la morte, il desiderio è dolore, la
vitalità inganno e allucinazione, e Sofia Loren è Tina Pica. L’analitica è
tosta, ma è filosofia, e ne fa a meno.
Identità – Goffredo Fofi a Torino nel 1970 tra gli immigrati non ci
trovava meridionali ma pugliesi e calabresi, e napoletani, siciliani, etc., o meglio
ancora palermitani, catanesi, tarantini e così via. Le identificazioni erano il
più possibile ristrette. Analogamente nell’emigrazione all’estero, forte era, e
tuttora in qualche misura è, la “insularità”: comunità che, pur proclamandosi
americane, australiane etc, si riconoscono nei paesi e le tradizioni d’origine,
per dialetti, usi alimentari, feste, riti religiosi, riti sociali.
Il fatto è tanto più rilevante in
quanto la diversità spesso è amministrativa, di storia recente cioè, e accidentale.
Se non come gli Stati per i quali ora rischiamo la guerra, Irak, Siria, Libano,
principati arabi, creati un secolo fa col regolo, da remote capitali coloniali,
comunque divisi o accorpati per ragioni e da autorità esterne alla comunità
identitaria. Due paesi riuniti in uno, per esempio, o i dodici che Mussolini
accorpò per rimpolpare Reggio Calabria, o divisioni provinciali e regionali che
tagliano e separano comunità storicamente omogenee. Non
c’è soluzione di continuità tra Siena, o Grosseto, e Viterbo, scendendo lungo
la Cassia o l’Aurelia. Ma sono due mondi diversi, per colori, disposizione, dimensioni
e cura delle case, per atteggiamento e perfino abbigliamento, per la parlata,
anche il linguaggio può essere segnato dal limite burocratico.
Le regioni dividono, o accorpano, ancora
più a capriccio, ma anch’esse riescono in qualche modo a incidere sull’identità.
La Puglia è almeno tre, il Salento, il Gargano e il baresano, ma “pugliese” è
una buona identità. La Campania è caratterizzata sull’asse Napoli-Caserta, già
a Salerno è diversa. O il Lazio, il più composito. La Toscana parla la stessa
lingua, ma non tutta. Lucca non ha nulla in comune
con Massa, non il linguaggio, e nemmeno la lingua. La divisione amministrativa finisce
per consolidare una diversa lingua, e un diverso linguaggio. Mentalità.
Costumi. Giudizio. Fedi, religiose, politiche. Consumi, stili di vita.
Il fatto
non è solo italiano. La differenza più radicale si presenta forse tra Francia e
Spagna al confine catalano. La stessa lingua e la stessa tradizione, catalana,
sono vissute in modo diametralmente opposto di qua e di là della frontiera.
Inerte (economicamente, commercialmente) e rognosa (razzista, sciovinista) a
Perpignan, febbrile e aperta a Figueras.
Ogni
città, ogni paese, finisce per avere una sua “configurazione” (Norbert Elias),
un sistema di interrelazioni specifico o “chiuso”, che cristallizza nel tempo
in comportamenti e mentalità, pur attraverso frizioni, e anche conflitti, che
la stessa interdipendenza accentua. Questi nuclei, “configurati”, si
identificano nella rete di cui sono parte, etnica, storica, linguistica. E
tuttavia le differenze ci sono pure. O, se si vuole, uno dei fili o delle
gabbie di questa rete è il sistema di relazioni amministrative, istituzionali:
a volte basta un semplice tratto sulla carta per segnare differenze vistose.
Marx - Fu
giornalista, dopo rapidi studi di dottrina dello Stato, filosofia e storia,
senza dottorato, anche se pretenderà di rovesciare Hegel. Engels lo paragona a
Darwin. Ma è a Spencer che somiglia: la lotta di classe come il darwinismo
sociale, la sopravvivenza del più forte. L’economia o l’interesse non spiega
l’uomo, nemmeno l’uomo corporale, senz’anima, e neppure l’odio, non spiega la
guerra, né l’ilare tragedia dell’amore, il sacrificio di sé, la procreazione,
incluso dell’impresa economica, il piacere. Marx che si vuole critico è
astratto, irrealistico. Entusiasma ma è sterile. Solo produce odi improduttivi,
della perfida Albione, degli yankee,
dei padroni, di chi possiede di più. Se c’è qualcuno che sa, con cognizione di
causa, che il mercato è incontrollabile è lui - con più cognizione di causa di
Smith. La filosofia della prassi è certo novità eccezionale, ma il suo inveramento
avviene in Dostoevskij, o in Gide volendo essere beneducati, e Heidegger.
Sarà stato una promessa filosofica a ventisette
anni, poi per altri quaranta un giornalista e agitatore politico. Non era
facile, il valore economico è recente, fino a Hobbes non c’era un’assiologia
dei beni. E a Marx si è fermato: non c’è una teoria del valore successiva, del
valore come lavoro – in italiano è perfino anagrammatica. I suoi critici
capitalisti ne ricalcano i fondamentali. Ma la critica del capitalismo è
reazionaria: i reazionari prima di Marx, e con più veemenza, criticano il
capitalismo, il mercato dei soldi.
Niente – Al contrario del vuoto, non ha uno spazio che lo delimiti.
È per questo che si può confondere, viene confuso, col tutto.
“Ciò che si chiama niente non
s’incontra che nel tempo e nel discorso”, è riflessione di Leonardo – “nel
tempo si trova tra il passato e il futuro” quando il presente non si nega.
“Nella natura” invece, “il niente non s’incontra: si associa alle cose
impossibili”.
Opinione pubblica – Giulio Cesare Vanini, di Taurisano in Terra d’Otranto,
morto poco più che trentenne a Tolosa, bruciato sul rogo come eretico, lasciò
un libro “Dell’opinion regina degli uomini e degli dei”. Non la forza né la
spada hanno svuotato l’Olimpo, mutato le dinastie, collocato il trono sull’altare,
o l’altare sul trono, e azionato le rivoluzioni di popolo, ma l’opinione. Gli
fa eco Vincenzo Padula, letterato risorgimentale calabrese: “La quale in sul
principio è un pensiero senza voce, poi una voce senza eco, e finalmente
un’eco, la quale, rimbalzando dalla capanna alla reggia, impone silenzio alle
discordi passioni e caccia innanzi le moltitudini ed i Governi a raggiungere
uno scopo indeclinabile e definito”. O non piuttosto a disorientarli e disorganizzarli?
zeulig@antiit.eu
L’Italia non è la Svizzera
Aveva scelto
i dintorni di Varese, “città giardino”, quasi la Svizzera, per il suo buen retiro da Milano e dall mondo, da “agricoltore”,
come si qualificherà nei documenti.. Salvo vederli invasi come tutta l’Italia
negli anni postbellici da polvere e cemento. Una “distruzione” contro cui non
cessa di battersi, con articoli di giornali, sul “Tempo” e “La Prealpina”, e
con lettere. Di cui una, polemica e inedita, a Umberto Eco. L’ecologia fu un fronte
inquietante e importante per lo scrittore, come documenta questo piccolo catalogo
di una mostra che Varese qualche tempo fa che i suoi amici e estimatori gli hanno
dedicato al chiostro di Voltorre.
“La
bellezza è richiamo, è ricchezza”, spiega in un articolo del 1952, “e se il
proletariato svizzero è il più agiato d’Europa lo deve al 70 per cento al fatto
che lassù questa verità è stata compresa per tempo”. Il paesaggio, insiste, è “cosa
tua”, tua di ognuno. Una ricchezza che eccede anche l’arte: “Veramente la
natura eccede talvolta le facoltà dell’arte, se non altro per l’impossibilità
che è in certe creature di capire nei limiti di essa e di acconciarsi al suo
modulo”.
Guido
Morselli, Natura e uomo, Nem, pp.24
€ 10
sabato 22 novembre 2014
Letture -193
letterautore
Anonimo – La
pratica corrente dei confidenti e pentiti l’ha indebolito. Anche come strumento
di polizia – fino a non molti anni fa si insegnava nei Servizi I delle tre
polizie come strumento per aprire indagini e colpire nemici. Ma come genere non
è mai stato popolare in letteratura, troppo discreditato. De Amicis e Sciascia ne trattarono
scandalizzati, da aristocratici della scrittura e della comunicazione.
Di casi letterari
si ricordano “La vedova Beffarda” di Carter Dickson, un divertimento sulla pratica,
che poi è servito a qualche giallo inglese della serie Barnaby o Poirot, e la
storia di Marie de Morell, una tragedia”francese”. Il dicksoniano sir Henry
Merrivale discute l’opinione se la lettera anonima non sia genere femminile:
“La maggior parte della gente, perfino persone coltissime, crede che il novanta
per cento delle lettere anonime sia scritto da donne isteriche. Vero o no?”. Lo
fa cioè per ridere: il giallo si svolge su questa falsariga e naturalmente il
colpevole poi non è femmina.
Marie de
Morell è una ragazza che scrive una serie di lettere anonime, ai suoi genitori
compresi, per mettere in cattiva luce un tenente di Saumur, l’accademia di cui
il generale suo padre è direttore. La colpa del giovane ufficiale è di non
averle fatto la corte, lodando invece la bellezza della madre, di cui la figlia
ha il complesso. Dopo qualche tempo, Marie denuncia ai genitori un tentativo di
stupro notturno in casa. Si giungerà a un processo celebre, spostato per
maggior risalto da Saumur a Parigi, aperto al pubblico benché la “vittima” sia
minorenne, Devéria e Daumier vi
assisteranno per documentare le scene madri, in cui il tenente viene
condannato, il 5 luglio 1835, dopo cinque udienze. Contro ogni evidenza: la
grafia degli anonimi è di Marie de Morell, la finestra del tentato stupro è
rotta dall’interno e non dall’esterno, Marie non ha chiesto aiuto né, la
governante dormiva nella stanza accanto, i genitori poco più in là. Sulla base
di indagini condotte da due giudici istruttori uno cieco e l’altro sordo. E
grazie all’influenza degli avvocati dei Morell, Berryer e Odilon Barrot, i più
cari e quotati del foro.
La giustizia, nel
caso, non sarà da meno dell’anonimo. Quindici anni dopo la condanna, Barrot,
divenuto ministro della Giustizia nel governo post-1848 di Luigi-Napoleone
Bonaparte, riabilita il condannato, senza riaprire il processo. De la Roncière,
il condannato, riprende la carriera militare, e da tenente diviene governatore
delle Colonie. Marie de Morell fu certamente l’autrice degli anonimi, e quasi
certamente ha messo lei in scena il tentato stupro. Soffriva, si disse già
all’epoca del processo, di allucinazioni, con crisi violente vicine alla
catalessia. Sarà marchesa d’Eyragues, e avrà quattro figli, senza rimorsi. Il
padre aveva lasciato Saumur e l’esercito subito dopo la condanna, schiacciato
dai dubbi.
Comunista – Il
Battaglia fa derivare la parola dal francese, e il Petit Robert la data al
1842. Il Tommaseo, un ventennio dopo, registra la parola come “Istituzione
sociale, o piuttosto sogno d’istituzione in cui i beni materiali fossero tutti
ugualmente distribuiti ad arbitrio de’ capi della società”. E commenta: “parole
e idea esotica”. Giusti l’aveva recepita immediatamente, scrivendone a un
amico: “Comunisti! Figurarsi se in Toscana, con tre braccia di terreno a testa
che abbiamo, tanto per farci seppellire, vi può essere mai il comunismo nemmeno
di nome!”
Il
termine fu equivalente, in origine, a repubblicano e “fuochista” (incendiario).
E stava per chi rivendicava le terre comuni, in gran parte di provenienza
ecclesiastica a seguito delle leggi eversive, usurpate gratuitamente dai
profittatori della manomorta. Ricorda Vincenzo Padula, sacerdote, scrittore e
patriota dei moti del 1848: “nei moti del 1848 gli ufficiali del Governo (napoltano,
n.d.r.) davano ai liberali il nome di teste riscaldate”, ma i borbonici “per
crescerne le reità gli appellarono fochisti e comunisti”. Di nient’altro colpevoli
che di “rivendicare ai comuni le vaste tenute usurpate dai grandi proprietari,
che non avevano lasciato all’infinita turba dei braccianti un palmo di terra
che potessero coltivare”.
Ironia – Si
lega alla “tentazione totalitaria”? Sembrerebbe il contrario – l’ironia non è
dissacrante? Ma l’atteggiamento di alterità di fronte all’esistente ha portato
nel Novecento la triade di eccellenza Céline, Pound, Hamsun al fascismo e al
nazismo. Tutt’e tre peraltro oggi politicamente correttissimi, coinvolti
personalmente e intelligentemente nelle questioni dell’epoca: Céline nella questione
sociale, Hamsun nella natura, Pound nella filologia.
Marx - È uno scrittore, precisamente
uno storico creativo. Voleva scrivere, sapeva scrivere, e lo sapeva: “Il
vantaggio dei miei scritti”, scrive in vecchiaia a Engels, “quali che ne siano
i limiti, è che sono un insieme artistico”.
Rosa
Luxemburg trovava il primo libro, “tanto apprezzato”, del “Capitale” “finemente
lavorato, rococò, à la Hegel”.
Marx avrebbe sottoscritto la critica. Non aveva orecchio e in traduzione viene
meglio – con “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, la versione italiana
invece di quella sorda originale, si sarebbe potuto dire che anche Marx
cominciò con un endecasillabo, lo scattante pentametro giambico di Dante.
Probità – Le
“buone lettere” non possono farne a meno, argomenta Leonardo, “Codice
Atlantico”, 76 r.a: la buona letteratura ha per autori persone dotate di
“probità naturale”. Leonardo dà più credito al letterato probo, anche se poco
abile nella retorica, a uno che è abile lettere ma “nudo di probità”.
San Sebastiano – Il
santo più rappresentato, dopo san Gerolamo. Un mito, esemplare del culto della
bellezza e del mondo che venne col Rinascimento. Rielaborato nel senso della
bellezza della giovinezza, della forza fisica, in un mondo chiuso, mascolino –
militare – e con significato erotico e fallico evidente. Un adattamento della
vera storia per consentire un esercizio pittorico libero del nudo, in chiesa. Del
nudo maschile. Tanto più in quanto era stato popolarizzato, fino a tutto il
Seicento, come protettore contro la peste – lo sostituì nella mansione san
Carlo Borromeo. Terzo patrono peraltro, fino al Quattrocento, di Roma, dopo san
Pietro e san Paolo. Ma fu popolare soprattutto nelle Fiandre e in Spagna, più
che in Italia. Non sempre giovane e talvolta vestito – fino a Memling, che osò
spogliarne il busto.
Il
vero san Sebastiano fu salvato da sant’Irene, che lo curò con le sue ancelle.
Poi finì lapidato nel Colosseo, e buttato nella Cloaca Massima. Le donne sono
scomparse dalla storia. La chiesa lo considera morto per sagittazione, celebrandolo
il 20 gennaio – dell’anno 268 – quando il supplizio delle frecce ebbe luogo
sull’Appia.
Visse
al tempo degli imperatori Diocleziano e Massimiano, e Diocleziano lo nominò
capitano della prima compagna delle guardie. Poiché non aveva titolo al ruolo –
riservato ai patrizi o agli eroi di guerra – si è supposto che fosse un
“favorito” di Diocleziano. Divenne un mito letterario con D’Annunzio, prima che
con Mishima: “Il martirio di san Sebastiano” è celebrazione sadomasochista –
“bisogna che ognuno uccida il suo amore, prima che esso riviva sette volte più
ardente”, col santo martirizzato dai suoi stessi compagni. Prima c’era solo negli
Atti di san Sebastiano, del V secolo, falsamente attribuiti a sant’Ambrogio.
Sherlock Holmes – È
diventato una sherlockiana, una collana mensile di falsi. E forse questa è
l’attrattiva del personaggio: di rendere il falso vero. Attraente, possibile,
verosimile nell’inverosimile. Nel nome della verità, naturalmente.
Il
giallo è più materia di ordinario inverosimile (straordinario) che di verità.
Questa è accessoria – nel noir può non esserci, la violenza copre tutto. Nella
rassegnazione naturalmente - il noir ha gusto amaro.
Spesa pubblica – L’1
febbraio 1865 il poeta patriota Vincenzo Padula già lo sapeva: “La Camera si
scinde in partiti, il giornalismo salariato sostiene il ministero a furia di
bugie, si fa molto rumore per un nonnulla, da un progetto ne succede un altro,
le ambizioni mirano non al bene del paese ma a carpire un portafoglio, e tra
mille passioni tempestose che scoppiano nell’arena parlamentare la cassa dello
Stato si trova vuota alla fine, e il come se ne ignora”.
letterautore@antiit.eu
La leggenda nera dell’Aspromonte
Un caso peculiare
del racconto che crea la realtà: l’Aspromonte è vittima consenziente e quasi
goduriosa del titolo che lo celebra. Cupo, afflittivo. Quasi verista in ritardo
– e fuori delle corde di Alvaro. Si è imposto come un reportage, e come tale si
rilegge – anche se solo nelle scuole. Creando una immarcescibile leggenda nera
dell’Aspromonte, montagna gentile.
Ha
segnato la narrativa meridionale, il genere se non sono brutti e sporchi non li
vogliamo: i Rea, Scotellaro, Nigro, Jovine, Strati, molta Sardegna, lo stesso
Silone come Alvaro cosmopolita. E molta narrativa post neo realista, Morante,
Parise. Si fosse fermato a questi racconti, Alvaro sarebbe peraltro “l’eterno
esule” che diceva Pampaloni. Tanto più per identificarsi, nel mezzo del
racconto-romanzo del titolo della raccolta, nell’allievo del san Giuseppe de Merode,
benché rifiutato dall’istituzione: il buon borghese del Risorgimento e l’Italia
unita. Con la deprecazione d’uso: “In questo paese anche la pioggia è nemica”, “È una civiltà che scompare, e su di essa non
c’è da piangere”. Tanto più, ancora, per essere forte scrittore. Ma, allora,
uno che fa torto a se stesso, poiché ha altre frecce al suo arco.
“Gente in Aspromonte”, prima di diventare il
marchio d’infamia della montagna, era stato un grazioso elzeviro, il primo di
Corrado Alvaro sulla “Stampa”, il 14 gennaio 1927, più in armonia con la natura
dell’Aspromonte: un eremita e il suo aiutante sono beneficiari e vittime, con
la forte ironia dei luoghi, dei portenti che promettono e non sanno produrre
Corrado
Alvaro, Gente in Aspromonte
venerdì 21 novembre 2014
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (226)
Giuseppe Leuzzi
Luca Ricolfi stima sempre in 50 miliardi il flusso annuale di
risorse dal Nord verso il Sud e Roma. Oggi come nel 2010. Ma è la vecchia cifra
è di Draghi, che da presidente della Banca d’Italia nel 2008 si prendeva la
briga di valutare in 3 punti di pil “l’afflusso netto verso il Sud di risorse
intermediate dall’operatore pubblico”.
Ora che il pil è diminuito, non sarà diminuito anche il
flusso annuale di risorse dal Nord verso il Sud.
Ed è un flusso netto, al netto di quanto il Sud paga senza
ritorno?
I Carabinieri, che si erano già segnalati per i
video della Madonna di Polsi mafiosa, e per l’inchino della Madonna di
Tresilico al boss, hanno immortalato gli ‘ndranghetisti in cascina in
Lombardia, a giurarsi fedeltà nel nome di Mazzini, Garibaldi e La Marmora, pena
il cianuro. Ora, nessuno ‘ndranghetista si è mai suicidato, nemmeno col
cianuro.
E La Marmora? Chi è costui? Quale La Marmora?
Dice: sono massoni. Gli ‘ndranghetisti giurano
per Mazzini, Garibaldi e La Marmora perché erano massoni. Gli ‘ndranghetisti
sono andati a scuola, che sanno tante cose? O sono massoni. E gli
intercettatori no? Quelli che le intercettazioni diffondono, se non quelli che
le fanno.
Le processioni di Marx
Le
processioni. Come non si è guardato ad esse con l’occhio di Marx, in questo
caso acuto? Marx bollava la religione come “l’oppio dei popoli”, è risaputo. Ma
in senso buono, come l’ultima risorsa dei deprivati. Ecco cosa diceva
esattamente, nella “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”: “La religione è il
singhiozzo della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, lo spirito
di una condizione di vita priva di spiritualità. È l’oppio dei popoli”.
Per Marx la religione popolare aveva una valenza positiva. A
Feuerbach, che la religione riduceva a frutto di una coscienza capovolta del mondo, e
quindi la voleva finita nel mondo tecnico e democratico, Marx aveva obiettato
già nel 1844 che essa sarà pure un inganno che l’uomo opera su se stesso, ma è
una consolazione e una promessa di verità.. Ma già Shakespeare l’aveva detto nel “Re Lear”, che “ormai nessuno
vede più miracoli eccetto gli infelici”, e il popolo di Marx non vuole essere
infelice.
Si pratica la magia al Sud
Non c’è solo una letteratura del Sud – mentre non c’è del
Nord, malgrado gli sforzi di Dionisotti e Mauri. C’è anche un magia del Sud, De
Martino ne era convinto. Ma subordinata. Magia nel senso di pratiche magiche.
Come materia folklorica. Etnologica. Antropologica. Subordinata nel senso di Gayatri
Chakravorti Spivak e dei
suoi “subaltern studies”. La
metodologia di alcuni storici indiani degli anni 1980, che rilessero la storia
dell’India dal punto di vista della “subalternità”, cui Gramsci aveva accennato
nelle “Note sulla storia d’Italia”, mediata da Edward Said.
L’egemonia moderata dominante nel Risorgimento Gramsci aveva arricchita col riconoscimento della capacità di dominio culturale degli stessi moderati,
Cavour naturalmente in testa. Con Gramsci, e con Foucault, Derrida e Barthes, i
subaltern studies avevano concluso
rapidamente che il padrone vince sempre, perché ha e dà le parole, racconta la storia. Con la coscienza maliziosa, da parte di Spivak:
“Io scrivo, naturalmente, all’interno di un luogo nel quale si lavora per la
produzione ideologica del neo colonialismo anche se sotto l’influenza di
pensatori come Foucault”.
Concludendo col “mostrare le complicità tra il soggetto e
l’oggetto della ricerca – tra il gruppo dei Subaltern Studies e la
subalternità”. Che non
è un paradosso.
Resta inalterata l’esigenza di
Gramsci: “Le classi inferiori” devono “conquistare l’autocoscienza attraverso
una serie di negazioni”. De
Martino lo faceva attraverso una serie di affermazioni. Lusinghiere, se si
vuole: la fascinazione è comunque un segno di vita e forse una risorsa. Ma dove
si incontra? Quella ricerca era di foglie secche, già sessant’anni fa. La subalternità, già in Gramsci, è l’introiezione
della dipendenza.
Quanto alla magia, bisogna infine
rendere giustizia al Nord. Essa era ed è ben viva al Nord, sotto le specie del
satanismo. Con messe nere e circoli iniziatici. Con morti anche.
Il
condono mafioso 3
Se si vuole creare, ingigantire, irrobustire le
mafie, bene, è quello che si fa. Celebrandole molto e colpendole poco e tardi. Non
negli interessi principali, la droga, la finanza. Gli arresti di balordi
corredando di giuramenti, iniziazioni, riti, devozioni, santini, “pungimenti” e
altre messinscene ancora più balore.i ancora più balordi. Nonché di conferenze
stampa celebrative, e di storie, sociologie, interviste magnificatrici, di assassini
e pentiti. Di testimonianze prese sempre
per buone e eccellenti. Soprattutto se a carico dei propri nemici – un uomo
politico, un uomo d’affari, un inquirente, concorrente nella carriera, un
giornalista concorrente nella confidenza, un avvocato, qualche vescovo (i vescovi
ora non più, con papa Francesco).
È evidente che i Carabinieri hanno videoautori molto
buoni, ma uno non sa se congratularsi. Perché mai la mafia ha prosperato tanto, e tanto invasivamente, come
in quest’epoca di antimafie
istituzionalizzate e ridondanti. E di pentiti, che pure sono migliaia. E forse
meglio che video autori sarebbero stati agenti dell’ordine. Un Messina Denaro
si cattura e basta, non si lascia sfuggire alla cattura una, due, dieci volte, a
dieci, venti o cento inquirenti messinadenarologi, primula rossa, robin hood, mago
houdini.
I vaniloqui di Riina, con sconosciuti messi alle sue costole in cella,
condurrebbero a chiedersi: tutto qui? E invece l’estorsione non si punisce
subito, e amen. No, s’interviene dopo venti e trent’anni, quando è diventata
pratica abituale, con atti d’accusa magari di cento e mille pagine, ma quando i
soldi sono scomparsi, e i morti hanno fatto catasta.
Oltre che per l’abiezione, Riina fa paura per
la stolidità: non sembra capire molto di quello che dice. Ma questo è l’uomo
che ha fatto tremare lo Stato. Uno il cui cervello è solo nella potenza di
fuoco, degli altri per di più. Ma, è vero, indisturbato: lui può mettere le bombe,
lo Stato no. E anzi deve difendersi dai riinologi: estimatori, compagni in
cella, intercettatori, scoopisti. Questo è vero: la mafia crea ricchezza, dà
lavoro.
In “L’assalto al cielo”, una
raccolta di studi sull’emigrazione, la storica Andreina De Clementi pone “le complicità dei contesti”:
“Perché negli Usa proibizionisti degli anni trenta sì, e in Canada o in
Australia o in Francia no?” È
vero e non lo è: l’emigrazione
è varia, per provenienza, destinazione, epoca, e quindi si compone di realtà diverse,
che variamente si sovrappongono. Ma a proposito dell’insorgenza mafiosa si può
testimoniare che proprio in Canada, Australia e Francia essa si manifestava
ancora di recente. La grande differenza, più che nel contesto, stava nell’approccio.
Attorno
al 1980, a Reggio Calabria, indagando sui rapimenti di persona, il comando dei
Carabinieri aveva ricostituito, stante il segreto bancario in Italia, le
diversificazioni finanziarie di cui alcune mafie erano già specialiste
attraverso i contatti australiani o canadesi, di parentela o paesanità. E in
almeno un caso, i Pesce di Rosarno, in Francia. Una rete dettagliata dei
movimenti di denaro con persone e banche della Locride e della Piana di Gioia
Tauro era stata ricostruita grazie alle segnalazioni delle polizie di Canada,
Australia e Francia. Che però si guardavano bene dal farne un fenomeno
speciale. Diverso era - è - l’approccio.
Non
dovendone fare terreno di bagarre politica, l’apparato
repressivo di quei paesi non indulgeva in società segrete, cupole, associazioni
e concorsi esterni, ritardando di decenni e di generazioni la punizione del
crimine, bensì colpiva subito i rei. Molto più semplice, e anche
produttivo.
leuzzi@antiit.eu
Leonardo faceva il verso a Dan Brown
Dan Brown e il “Codice da Vinci” non
cessano di fare vittime, tra esse lo stesso Leonardo. La Biblioteca Vaticana,
la Liberia Editrice Vaticana, e Sabrina Sforza Galitzia quattro anni fa ne
proposero una versione autentica, rintracciando il codice segreto nell’arazzo
ai Musei Vaticani che riproduce il Cenacolo di Milano – “Il Cenacolo di
Leonardo in Vaticano. Storia di un arazzo in seta e oro”. Leggendone la
raccolta francese non si sa che pensarne. Ci sarà la guerra mondiale, senza codici
senza limiti, (“si vedranno sulla terra creature che senza posa si combatteranno,
con grandi perdite e morti da una parte e dall’atra”). Ci sarà lo schiavismo –
c’è già stata la scoperta dell’America: “O città dell’Africa! I vostri propri
figli saranno fatti a pezzi nelle loro stesse dimore, dai più crudeli e feroci
animali dello stesso paese”. E anche la crisi demografica, perché no: “La
natura desidera sterminare la razza umana, come essendo inutile al mondo e
distruttrice di ogni cosa creata”. E c’è naturalmente il Leonardo visionario
precursore, dell’elicottero, della nave a vapore, e ora di internet. A leggerlo,
è più che altro apocalittico, in ogni materia, api, formiche, montoni, ghiande,
castagne, cielo, acqua, aria.
La mostra dell’Ambrosiana quest’anno
ritorna al Leonardo classico, mettendo in relazione il “Codice Atlantico” col “Trattato
della pittura”. Sui quattro temi principali: la tecnica della pittura, l’ottica
e la prospettiva, la figura umana (proporzioni, anatomia, movimento), le luci e
le ombre col colore e la pittura del paesaggio. Due anni fa (11 dicembre 2012-\10
marzo 2013), la mostra “I diluvi e le profezie” puntava anch’essa, seppure più
con le figure che con i ragionamenti, sul profetismo del presunto “codice”
segreto. Ma le profezie definiva “satiriche”, nel contesto storico di Fini
Secolo, fine Quattrocento, “percorso da un pessimismo apocalittico”. Quasi che,
si potrebbe dire, facesse il verso in anticipo al fortunato bestsellerista. Nel
“Codice Atlantico”, 155 r. a, Leonardo stesso si fa un programma di “profezie”:
“Tratta dapprima degli animali ragionevoli”, e poi a scendere altri sette temi
via via meno importanti – ottavo e ultimo “le cose filosofiche”.
La mini-raccolta francese è però assortita
di due molto più vaste sezioni di “Pensieri” filosofici e di “Aforsimi”, ben
più leonardesche. Confermando, con questo ipertascabile, la fortuna sempre viva
di Leonardo oltralpe . Che da noi è confinato – era, ora non più – alla pubblicità
di Telecom. In francese è possibile leggerne
anche due volumi di “Taccuini”. Questo volumetto contiene anche estratti “inediti”,
delle collezioni Leicester e Forster..
Léonard de Vinci, Prophéties, Folio, pp. 115 € 2
Il Trattato della Pittura, tracce e
convergenze, 9 settembre-14 dicembre a Milano, alla Pinacoteca Ambrosiana e
nella Sacrestia del Bramante (Santa Maria delle Grazie)
giovedì 20 novembre 2014
Fisco, appalti, abusi (61)
Equitalia deposita alla Casa Comunale
di Roma la vostra multa, insieme con 9.991 altre, un certo giorno di fine
luglio, senza darvene comunicazione. Dopodiché tre anni dopo, vi chiede il doppio
della somma. Senza nemmeno incorrere nel divieto di usura, nonché di truffa -
il doppio lo conteggia a vario titolo, indennità, compensi etc. Ben congegnato,
se non fosse una società di Stato, e comunque soggetta alla legge.
Anche la multa che è all’origine
dell’atto ingiuntivo di Equitalia può non essere mai stata notificata.
All’Ufficio Contravvenzioni di Roma Capitale è pratica corrente. Dopo un congruo
periodo di tempo, lasciato passare per cancellare la memoria, mediamente tre
anni, la multa verrà passata all’esazione raddoppiata. Come far fruttare un
bene intangibile, una multa stradale - magari contestabile. Ingegnoso anche
questo, ma non è un furto con violenza?
Andrea Garibaldi ha, sul “Corriere
della sera-Roma” del 19 novembre (“Poste, i sogni e la realtà”) gli avvisi mai
recapitati di una raccomandata non consegnata. Questa non è una novità, ma è
ora pratica corrente a Roma: il postino delle raccomandate passa e non lascia
avvisi – ma non passa, ha un secondo lavoro. Il destinatario finisce così nella
rete di Roma Capitale, Ufficio Contravvenzioni, e quindi di Equitalia. Nelle
raccomandate, questi sì recapitate, che raddoppiano e triplicano la multa.
Inefficienze? A caro presso per i
destinatari, a volte carissimo. Ma è inutile protestare con le Poste, Garibaldi
spiega in dettaglio.
Ma perché non potrebbe essere un
complotto, sempre per far fruttare un bene intangibile, seppure tra ladri? Almeno
sembrerebbe una cosa intelligente. Un complotto tra Vigili Urbani, Poste e
Equitalia: c’è nulla di più antipatico - in uno Stato legalitario si direbbero
altrimenti?
Si è impunemente sollecitati a connessioni con le numerazioni
satellitari, 0016, 0011, etc, costosissime e di
nessuna utilità se non per il dialer, senza che mai la polizia postale
pensi di intervenire. Né la carissima Autorità Garante delle Comunicazioni.
Per la Befana del 2010 l’Autorità aveva disposto il blocco automatico di
queste chiamate. Ma era forse uno scherzo – avrà confuso la Befana col Carnevale.
Si è disturbati diecine di volte
giornalmente dai dialer satellitari,
e i non accorti truffati. E sollecitati da innumerevoli call center, diecine di volte giornalmente, con offerte farlocche
di tariffe telefoniche, luce e gas. Chiamano in automatico, grazie al non
piccolo mercato degli elenchi della concorrenza, che si penserebbero riservati.
Che vengono scaricati dalla reti, Terna, Snam, Telecom – o da esse venduti?
Senza che le Autorità della Comunicazione e dell’Energia, o il Garante della
Privacy abbiano nulla da ridire. Si è assediati e truffati nel nome del mercato
e della protezione del consumatore.
Un pacco spedito con Poste Italiane
cambia tre uffici postali nella città di spedizione (Bologna) e tre nella città
di destinazione (Roma). La logistica non è stata ancora inventata.
Sda-Poste, per gli stessi pacchi
che girano per sei uffici in due città, offre il tracciamento automatico. L’entrata
e uscita dagli uffici il tracciamento segue al minuto. La notizia della
consegna la dà due giorni dopo. Sda-Poste se ne separa a malincuore?
Si proclamano a Roma, e in altre
città, due o tre domeniche a piedi d’inverno contro l’inquinamento atmosferico.
Senza effetto, si sa, tanto più quando piove. Ma bisogna giustificare,
coi disagi per tutti, quando piove non si può andare nemmeno a piedi o in bici,
gli onerosi stipendi e costi di gestione delle varie strutture ambientali. Che ora
difendono le domeniche a piedi come un fatto pedagogico. Alla bestemmia?
La via di fuga non è Keynes
Il punto più drammatico è quando il Renzo
Fubini del titolo, prozio dell’autore, giovane, brillante economista, viene
attirato fuori casa in valle d’Aosta con un trucco dalla polizia fascista, a
fine 1944, a guerra finita, sulla base di un anonimo che lo denuncia in quanto
ebreo, e deportato a Auschwitz, in tempo per morirvi quando l’Armata Rossa
liberatrice era alle porte. Ma non lo è, anche qui Fubini crea un anticlimax: ciò che gli interessa è
ragionare. Su questo come sugli altri reportages
che si intrecciano: i sinti dei cinque palazzoni sventrati di Catanzaro che
rispondono allo stesso numero civico, vile Isonzo 222, massa di manovra
elettorale decisiva, a 50 euro a crocetta; i nazionalisti razzisti greci di
Alba Dorata, una sorta di Nuova Europa, a Nicea, il posto del concilio, dove il
capotribù, pittore fallito come Hitler, conciona contro il complotto ebraico e
regala un trancio di tonno a famiglia; il monetarismo tra le due guerre,
nell’analisi di Albert O. Hirschmann, studente a Trieste di Renzo Fubini, e
quindi si presume dello stesso Fubini. Anzi, non gli interessa nemmeno
ragionare, ma esporre e far agire i pezzi del puzzle o i lego della
costruzione disastrosa che tutti sanno, tutti vedono, e nessuno previene o
corregge, allora come oggi. Come se la via di fuga in realtà non esistesse, le
catastrofi fossero ineluttabili anche se annunciate.
È più, di fatto, una “storia” della
crisi. Una storia che Fubini vuole interessante per il dibattito economico che
sottende. Anche perché Einaudi non protesse il suo allievo - non lo avvertì, è
stato detto, del pericolo imminente - ma questo Federico Fubini non lo dice, e
Renzo sicuramente non lo pensava, anche perché sapeva bene da solo cosa
succedeva. La “storia” è più dei Fubini economisti, testimoni della crisi. Quella
che Renzo sperimentò e studiò in America, dove si trovava nei primi anni 1930 con
una borsa della Rockefeller Foundation, inviato da Einaudi, e quella di oggi,
esplosa con la Grecia. Federico Fubini la rintraccia da giornalista economico, ma
più attento alle dinamiche politiche e sociali che alle questioni di potere,
politico, manageriale o accademico. Con molte pagine sul keynesismo contro il
liberalismo – anche se Keynes si voleva liberale.
Non ce ne sarebbe materia: Renzo Fubini,
a quel che si deduce, non è Hirschmann, e non era contro Einaudi. E i mezzi
migliori per uscire dalla crisi sono sicuramente dell’uno e dell’altro tipo,
keynesiani (spesa pubblica) e liberali. Renzo Fubini negli Usa senz’altro lo
avrà saputo. La discussione è piuttosto un segno di vivenza nell’apatia che sta
sommergendo l’Italia e l’Europa. La crisi del 1920 fu vinta con una politica ultraliberale.
Alla crisi successiva al crac del 1929
si rimediò anche con misure di spesa pubblica – compresa la vantata
Tennesseee Valley Authority, molto famosa in Italia per via della Cassa del
Mezzogiorno che vi fu modellata, che però ebbe un ruolo ritardato nel tempo e marginale,
limitato territorialmente. Ma il liberismo ha avuto miglior effetto del keynesismo,
andrebbe aggiunto.
Il crac del 1920 fu vinto in pochi mesi,
già l’anno successivo l’economia Usa galoppava. La grande depressione degli
anni 1930 si segnala invece non tanto per la profondità del punto di crisi
quanto per la lentezza con cui gli Usa recuperarono, per il misto di misure liberali-statali
con cui se ne tentò la soluzione. Per un più di democrazia, o di malintesa
giustizia sociale. Nel 1929, alla vigilia del crac, la quota di ricchezza dei
più ricchi si era notevolmente ristretta rispetto al 1920, benché in un mercato
liberista. E si può continuare col crac del 2007, che gli Usa hanno riassorbito
prontamente con la nazionalizzazione-privatizzazione delle banche, a costo
quasi zero per le stesse banche - un enorme indebitamento pubblico, sui trenta
punti di pil, a favore del mercato. Con l’effetto di dimezzare subito la
disoccupazione.
Più interessante è, in filigrana sul racconto
di Federico Fubini, il ruolo dei due liberalismi, quello ortodosso di von
Hajek-Einaudi e quello di Keynes, in rispetto alla libertà. O al totalitarismo.
Su cui, anche qui, qualcosa va aggiunto. La colpa di Einaudi sarebbe stata in
realtà di essere rimasto “ancorato alla visione classica di von Hajek”, in pace
e in guerra. Ma in guerra von Hajek fu personalmente attivo contro il
totalitarismo come e più di Keynes. Mentre in pace è dubbio che sia stato il
keynesismo l’antidoto alla grande depressione, se non appunto per il ruolo,
limitato, della Tennesseee Valley Authority. Lo stesso Keynes lo dice.
Nella prefazione all’edizione tedesca,
datata 7 settembre 1936, Keynes presenta la “teoria generale” come un rivolgimento
da lui attuato rispetto ai principi dell’economia classica, fino ad Alfred
Marshall, di cui era stato allievo e aveva praticato per anni la dottrina. E lamenta
di essere per questo poco seguito o capito nelle economie classiche “di libera
concorrenza e di prevalente laissez-faire”. In Germania invece si aspetta di
più. Un paese i cui economisti, scrive, sono sempre stati critici rispetto
all’adeguatezza della teoria classica al mondo contemporaneo. Ma senza trovare
una teoria alternativa. Quella che più avrebbe potuto riempire il vuoto, del
Wicksell, continua Keynes, era piuttosto seguita dagli studiosi di Svezia e
Austria, e “questi ultimi integravano le sue idee con la teoria tipicamente
austriaca, in modo da ravvicinarla alla tradizione classica”, ricardiana.
Keynes ritiene improbo il compito di “superare l’agnosticismo economico
tedesco”. Persuadere gli economisti tedeschi che “i metodi di analisi formali”
possono contribuire all’economia di fatto, contemporanea. Ma, si dice ,”dopotutto,
l’amore della teoria è tipicamente tedesco”, e dunque confida. Un ultimo
ostacolo è che la teoria generale è costruita su casi, esempi e bibliografia “principalmente
con riferimento alla condizioni esistenti nei paesi anglosassoni”. Ma non
dispera: “Cionondimeno, la teoria complessiva della produzione, che questo
libro si propone di offrire, si adatta assai più facilmente alle condizioni di
uno Stato totalitario di quanto lo sia la teoria della produzione e della
distribuzione di un volume dato di produzione, ottenuta in condizione di libera
concorrenza e di prevalente laissez-faire”.
Federico Fubini, La via di fuga. Storia di Renzo fubini, Mondadori, pp. 221 € 17,50
mercoledì 19 novembre 2014
L’Opera comica di Roma
Per
migliorare i conti dell’Opera di Roma, invece di moltiplicare le
rappresentazioni e i biglietti, il sindaco Marino e il suo supermanager Fuortes
hanno licenziato il coro e l’orchestra. Come il famoso marito che a dispetto
della moglie se li tagliava. Dicendo che per divertirsi si sarebbero messi una
protesi: avrebbero fatto la stagione in outsourcing, prendendo l’opera qua e là.
Come se costasse meno. Mentre si tenevano i 350 amministrativi. Da pagare a
debito, poiché hanno fatto saltare la stagione e gli abbonamenti..
Ora
hanno riassunto il coro e l’opera. Congratulandosi: “La fermezza paga”. Cioè,
si sono riempite le casse? Senza più Muti, che assicurava gli abbonamenti e gli
esauriti, senza una stagione, e senza nessuna tranquillità del personale artistico.
Tutto
questo, il licenziamento, la riassunzione e le fermezza col plauso costante
delle cronache romane, al “Messaggero”, a “Repubblica”, al “Corriere della sera”.
Per obbedienza di partito? Il partito della “Roma ladrona”?
Si
discute se Renzi non sia un corpo estraneo al partito Democratico e alla sinistra.
Ma forse è un anticorpo: senza di che altro se ne direbbe? O un cache-sex: senza non sarebbe un bel vedere.
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Il matriarcato è un sogno
È la riedizione
della scelta operata da Maria Piera Candotti vent’anni fa, in chiave femminista,
nella congerie di rifacimenti e ampliamenti cui Frazer sottopose il suo opus magnum.
Per dire, paradossalmente, che il matriarcato non esiste. È un’evoluzione, ammette
lo studioso, dal comunismo sessuale primitivo, ma niente più. Ricorda alcuni
casi, delle isole Pelew, e della tribù dei Khasi, nel Malayam, provincia
nord-orientale dell’India, entro l’Assam. Che ripetono le strutture note dell’Egitto dei faraoni: clan esogamici matrilineari,
la madre sola proprietaria, eredità avunculare, le antenate privilegiate nei
culti sugli antenati, divinità femminili a protezione della casa, culti e
profetismi femminili. Ma è e resta maschilista.
Questi casi
Frazer registra come rarità. La “regola generale” è che “la società è stata in
passato e – poiché non muta l’umana natura – sarà con ogni verosimiglianza
anche in futuro governata soprattutto dalla forza maschile e dall’intelligenza
maschile”. Ci sono eccezioni, ma “la teoria di una ginecocrazia è davvero un
sogno di visionari e pedanti”. La stessa predominanza di divinità femminili, tra
i Khasi e altrove, è creazione maschile: le grandi religioni sono creazioni maschili.
Si può
dargliene credito considerando le sopravvivenze, a Bagnara in Calabria, nella
Sardegna barbaricina, nello stesso progressista stato indiano del Kerala, oggi
come un secolo fa nelle ricerche di Paul Lafargue, tra i Nair. Ma questa fenomenologia, sociale più che religiosa,
non è nelle corde di Frazer. La curatrice ha estratto questi testi dall’edizione
1907-1912, la terza, in dodici volumi, del “Ramo d’oro”, più il supplemento
aggiunto nel 1937. Sono testi che non si trovano tradotti nell’edizione
ridotta, approntata da Frazer nel 1922, e poi servita per le traduzioni. In italiano
si edita sempre quella dell’editore romano Stock del 1925, opera di Lauro de
Bosis, lo scrittore che insegnava italianistica a Harvard, dove è ricordato con
una cattedra, e morirà nel 1931 a trent’anni nel mare della Corsica, inseguito dagli areei
di Balbo, dopo un volo-beffa su Roma con lancio di manifestini antifascisti. L’edizione
Stock sarà ripresa da Pavese nel 1950 per Einaudi, e dal 1965 da Boringhieri. Questa
edizione mette insieme pagine tratte dal secondo volume dell’edizione integrale, “Adonis, Attis, Osiris”, quarta parte, e dal supplemento del
1937.
James
G.Frazer, Matriarcato e dee-madri,
Mimesis, pp. 98 € 5,90
Di più
questa scelta dice indirettamente su Frazer. Lo studioso scozzese è più una
figura di autodidatta. Alla maniera dei grandi repertoristi americani di quegli
anni, quali Charles Lea (celibato dei preti, confessione obbligatoria,
inquisizione), Alexander Del Mar (storico e critico della economia), James Ford Rhodes, specie diffusa tra fine Ottocento e primo Novecento. Mauss, Lévi-Srauss e Wittgenstein
ne fanno un “letterato”, uno convincente. A prescindere dalla verità di ciò che
assume.
Stupidario ambrosiano
Non si capacita Stella sul “Corriere della sera” che i ricercatori
italiani diventino professori all’estero. Perché reputa le università italiane
peggiori di quelle turche. La graduatoria la prende da un Times International.
Di New York? Di Londra? Un Times qualsiasi?
Sono peggiori di quelle turche eccetto la Bocconi – che può
pagare.
“Siamo
pessimisti, ci mancano i sogni”, getta l’allarme Severgnini su “Sette”. È il
motivo è questo: il rapporto Prosperity Index del Legatum Institute, mettendo a
confronto 142 paesi colloca l’Italia al 132mo. La domanda era: “È un buon
momento per cercare lavoro?”
E
il Legatum Institute?
L’Italia
è il paese dove si sta peggio, troppo stress- fa peggio la Polonia. È la classifica
del “Corriere della sera” “secondo l’ultima ricerca europea”. I più sereni sono
i danesi e gli svedesi.
O
non potrebbe essere un’ultima sfida protestanti-cattolici?
Umberto
Veronesi: ”Liberalizzare la cannabis, è innocua”.
Id.:
“Se si deve ricorrere al proibizionismo, significa che abbiamo fallito nella nostra
azione educativa”.
martedì 18 novembre 2014
Una politica estera per l'Europa?
Uno
Stato palestinese, contro le tergiversazioni di Netanyahu, e una politica di
buon vicinato con la Russia. Che la Ue abbia, o voglia, una politica estera e
di difesa? Dopo averla osteggiata per un decennio, la Germania unitamente alla
Francia e alla Gran Bretagna. Sarebbe una novità non da poco, di peso politico
non inferiore alle convulsioni della politica di bilancio e monetaria, bisogna
aspettare per vedere.
Mogherini
non è sola. Angela Merkel è anche lei contro la politica aggressiva antirussa, di
cui elenca preoccupata i troppi fronti: Ucraina, Moldavia, Georgia e “i Balcani
occidentali”, tra Bosnia e Skropska. Non
è un allarme eccessivo. Che la Bosnia islamica sia schierata col militantismo
antioccidentale non è dirimente. Non con gli Usa, apparentemente, e nemmeno con
Francia e Gran Bretagna. Il fronte dell’“armiamoci e partite” delle tante guerre
che ha scatenato ultimamente, in Libia, Siria e Ucraina, e l’Europa ha pagato e
paga – oltre naturalmente a quello che pagano gli ucraini, i libici e i
siriani. Il fronte degli arsenali da guerra da smaltire, e dell’industria bellica
di alimentare.Se Mogherini dura
Mogherini, se dura, avrà anche modo di riscontrare che non c’e una singola azione che gli Usa abbiano intrapreso dopo la caduta del Muro, che non abbia danneggiato l’Europa. Tutti i fronti aperti sono europei, e nelle aree limitrofe in paesi di primaria importanza per l’Europa, dalle guerre del Golfo a quelle dei Balcani e alle primavere arabe. Per le fonti di energia, per il contagio terroristico, per la tratta degli immigrati. Anzi, ancora prima del 1989, già dal 1973: la cosiddetta guerra del petrolio mise in ginocchio l’Europa e risollevò l’economia americana, reduce dall'inconvertivbilità del dollaro, quansi una dichiarazone di insolvenza. Una “guerra” scatenata dall’Arabia Saudita e dall’Iran, allora anch’esso suddito fedele degli Stati Uniti. Contro la “Fortezza Europa”, di cui il conio è americano.
Hamsun paranoide
Un Hamsun
inedito, in questi racconti e bozzetti dispersi, pubblicati su giornali
norvegesi, danesi e americani, recuperati dopo la morte dello scrittore dal
critico norvegese Lars Frode Larsen, subito tradotti sessant’anni fa, e poi
abbandonati. Scritti nel pieno della maturità letteraria di Hamsun, tra il 1884
e il 1906, ma non collimanti col calco whitmaniano che è la sua maschera postuma,
di uomo semplice di campagna, ispirato dalla natura, spirito anarcoide,
irriducibile all’autorità, e alla piattezza della vita urbana e borghese. La
raccolta ne conferma la qualità di scrittura, ma in un altro quadro. Di
giovanissimo iperletterato. E accidioso. Pieno di tic molto urbani, e anzi paranoide.
I primi racconti
sono del letterato ventenne “determinato raggiungere il successo, sicuro del
proprio talento”, come nota nella perfetta presentazione Fulvio Ferrari. Sono
successivi ma fissano quell’esperienza, dunque caratterizzante per lo scrittore.
Un ventenne che ha già pubblicato due romanzi, “Il misterioso” e “Biørger”, e
un poema, “Un rincontro”, è disceso dal Nordland alla capitale Kristiania
(Oslo) per farsi un nome, e a questo fine gira i giornali e organizza conferenze
sui migliori nomi su piazza, Strindberg, etc.
Una
raccolta sempre da leggere, seppure ineguale. Ma curiosa. Smentisce la favola di
un Hamsun uomo della natura e quasi naïf,
anarchico individualista e beffardo, che è venuta buona nella posterità per
esorcizzare il suo nazionalismo pangermanico, e infine l’ubriacatura per
Hitler. C’è il risentimento ancorato all’ironia. Il racconto lungo “Il mio compagno
di viaggio” è anzi da paranoia. Non ingiustificata nell’economia del racconto. Ma
anch’esso, come un po’ tutti i racconti e i bozzetti della raccolta, intinto
nell’ipocondria, con una forte dose di misantropia. Kristiania non va bene,
Bergen neppure, né Lillesand, dove vive, borgo di scemi, le ragazze, ingenue,
belle e anche virginali, finiscono “dietro i portoni”, e pure gli amici sono
importuni. La raccolta si legge come un autoritratto compito dell’autore,
ripetuto, ribadito. Ce l’ha perfino coi morti, uno spreco, tutti quei marmi, i fiori,
le pulizie costanti, “tutto questo capitale morto”, “un capitale pietrificato”.
È un Hamsun
attivissimo. Gli anni che si rifletteranno in questi racconti e bozzetti, nel
mentre che organizzava conferenze, lo
vedono due volte negli Stati Uniti, nel febbraio 1882 per un paio d’anni, e nel
1887 per un altro anno, tra mille progetti, tentativi, mestieri, impiegato
postale ad Aurdal, infine scrittore affermato –“Fame” è del 1890, “Misteri” del
1892, “Pan” del 1895. E tuttavia lagnoso, abitudinario di nessuna abitudine,
lunatico – anche in senso etimologico (p. 143). Ridicolizza “Punch” e le
caricature, lui che ne è specialista. Al punto che non incontra altro per
strada, lamentando: “Che vuoi farci? Sparta internava i suoi storpi…”.
I cattivi
umori di “Cattive giornate”, il penultimo testo della accolta, che è del 1897, nel
pieno della gloria, Ferrari legge elegantemente come una satira di Strindberg,
“notoriamente una delle figure più ingrate della storia della letteratura”, che
Hamsun ammirava molto e aiutò, a Parigi e in Norvegia. Ma è solo un bel
“racconto” di Ferrari, nessun riferimento a Strindberg è possibile, l’astio è
troppo. E del resto i cattivi umori seguitano nell’ultimo racconto, “In
clinica”, quasi dieci anni dopo, nel 1906.
Questi “Frammenti”
aprono un’altra dimensione, non necessariamente riduttiva, di Hamsun. Lui
probabilmente avrebbe protestato, alla sua riduzione postuma a vate della
natura. Se un corretto giudizio storico fosse possibile, non ne avrebbe
comunque bisogno. Tarmo Kunnas, che l’ha studiato a lungo - da “La tentazione
fascista”, 1972, a “L’avventura di Hamsun “ in via di traduzione, e ora,
insieme con un’ottantina di grandi intellettuali tra le due guerre, in un
voluminoso “Il fascino del fascismo” – dice di Hamsun: “Era un patriota
norvegese. Poteva deridere il razzismo di Quisling (il governo norvegese collaborazionista
durante l’occupazione tedesca; n.d.r.), ma nel suo cuore aveva l’idea della
grande Norvegia germanica”.
Il segno
distintivo resterà quello delineato dal prefatore di un’altra edizione Oscar di
Hamsun (“Pan”), Anton Reininger, che ascrive Hamsun all’area germanica: pensava,
scriveva e si ritrovava nella cultura germanica, da cui era stato peraltro
subito riconosciuto e apprezzato. Singolare l’assenza dell’“America”, sia come
fatto culturale (letture, riferimenti) sia come valori, modi di essere e di pensare,
giusto il rifiuto – “Come, come, cheapest
milk & wine”, l’insegna di una chiesa del Wyoming è l’unico ricordo.
Knut
Hamsun, Frammenti di vita
lunedì 17 novembre 2014
L’Italia fu presto delusa
È un “romanzo francese” (Flaubert,
Maupassant) o borghese, di adulteri, che si rilegge come quadro storico-politico:
il primo romanzo della delusione della politica, della democrazia, dell’Italia.
È del 1885 – ma il disincanto era già stagionato.
Matilde Serao, La conquista di Roma, Elliot, pp. 253 € 16,40
Il mondo com'è (195)
astolfo
Aggiornamento – È sessuale. Papa
Bergoglio si è fatto rinchiudere anche lui nella gabbia del sesso. Che non gli pertiene
, forse neppure in confessionale, se il peccato è trasgredire i comandamenti.
Come gli altri papi innovatori delle costituzioni ecclesiastiche, Benedetto XVI
e Paolo VI, anch’essi vittime volontarie dell’ossessione del sesso: papa
Montini inciampò nella contraccezione, papa Ratzinger nella pedofilia, ora
Francesco nella sodomia. La spiritualità confondendo, e in definitiva il vero
aggiornamento, con l’opinione pubblica, che per natura è volubile, pettegola e anche beffarda. I due
buoni papi che la chiesa ha avuto dopo la guerra – dopo Pio XII, il papa della
guerra – se ne sono fregati: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, intenti a
rivoluzionare la chiesa nel dominio della chiesa, l’ecumenismo, il dialogo. Dopotutto la generazione è opera della lussuria. Con
gli altri è come se il celibato fosse una fissazione e una tentazione.
Sul
sesso, è vero, è da tempo che la chiesa incespica. Pur avendo dentro di sé gli
anticorpi. L’abate Gioberti a metà Ottocento, che fu primo ministro dei Savoia
e voleva il matrimonio civile, o don
Sturzo un secolo dopo. Volere la modernità e inciampare nel sesso è una
contraddizione e un’assurdità, ma s’intende una questione di potere, malcelata.
Burocrazia - È quella del Piemonte, devastata,
devastante, attraverso cui si compì rapidamente dopo l’unità la “conquista regia”. L’8 febbraio 1865 il
sacerdote, poeta e patriota Vincenzo Padula poteva scrivere sul suo giornale
“Il Bruzio”: “Siccome il governo fa tutto, e dà le norme di tutto con
sterminati regolamenti (e gli stampati finora in Torino potrebbero coprire la
superficie della terra), è chiaro che nei governi accentratori impiegato non
sia più che uno spedizioniere. Di qui, creduto non necessario l’ingegno in chi
non l’ha, dannato lo impiegato ai lavori materiali, a lavori di esecuzione, che
il fanno bieta se nacque pieno d’ingegno e cavolo se nacque bieta, l’opinione invalsa che ad esercitare un
impiego basti qualunque uomo”. Con disprezzo del burocrate, e il malcontento
del burocrate stesso.
Era
chiaro anche l’altro aspetto, la burocrazia pletorica, costosa, inefficiente:
“L’enorme numero degl’impiegati poi, oltre il dispendio incredibile che
partorisce all’erario, produce il pessimo effetto di dare all’amministrazione
un’aria di pedanteria, perché egli è evidente che a scusare la loro esistenza
si sono dovuti separare uffizii inseparabili, e ridurre ciascuno ad un tritume
di pratiche , e con perdita di tempo, di denaro e di ordine affidare a quattro
ciò che meglio sarebbe andato fatto da uno solo”.
Europa-Usa – È una
relazione privilegiata all’apparenza e di costante concorrenza, se non ostilità
,di fatto. Prosegue dal lato europeo nel quadro dell’interdipendenza che
reggeva la guerra fredda. Di alleanza stretta contro un mondo radicalmente
ostile. Mentre gli Usa se ne sono sganciati a partire dal 1973, nel quadro
della multipolarità di Kissinger, che introduceva altre sponde nello scacchiere
internazionale. Di cui i primi esiti furono la guerra del Kippur, che prese
Israele di sorpresa, e la concomitante guerra del petrolio, a opera dell’Iran
dello scià e dell’Arabia Saudita, i due paesi mediorientali più legati a
Washington. Per agganciare il nazionalismo arabo e islamico, e mettere a nudo
l’Europa, petrolio dipendente. Lo stesso poi per i diritti civili e umanitari.
Per la globalizzazione, che si è fatta lungo l’asse Usa-Cina. Per il
nazionalismo antirusso nell’Europa orientale e fin nel il Caucaso: tante guerre
sono state sono impiantate all’interno
proprio dell’Europa. Per l’islam radicale in tutto il Medio Oriente e il Nord
Africa fino all’Algeria, ormai da trentacinque anni, un mondo che è la
frontiera dell’Europa. Il tutto, sempre,
a iniziativa e con il patrocinio Usa.
All’Apec
di Pechino, il forum dei paesi del Pacifico, si è deciso che la Russia che avrà
un’area di libero scambio con gli Usa come potenza asiatica. Perché la Ue non
le consente di restare in Europa? O meglio, non sa di non consentirlo, ma fa
quello che gli Usa le dicono di fare.
Marx – La vera
biografia resta da fare, che pure è semplice. Marx era uno che capiva una diecina di lingue, corrispondeva con
migliaia di persone, leggeva i giornali di tutto il mondo. E non ha mai fatto
la fila per il burro, benché disoccupato.
Si è cos detto tutto. Si può aggiungere che
fu marxianamente figlio del tempo, gli anni fra il 1851 e il 1862, quando
rintanato nella biblioteca al British Museum ponzò i quattrocento articoli per
la New York Tribune e la New American Cyclopedia e la critica
dell’economia, mentre i tribunali disgregavano il comunismo e la corsa alla
ricchezza subentrava con la pace alla scoperta dell’oro in California.
Non fu marxiano, però, per il lavoro. Non solo in Ford alla fine, e
in Owen all’inizio, ma nella Cadbury, alla Rowntree e in ogni altra azienda
quacchera, in molte società cattoliche e in quelle socialiste del mutuo
soccorso, l’Ottocento ricorreva al lavoro per migliorare l’igiene e
l’istruzione, o il rispetto di sé. Finché il lavoro non fu disseccato nel
plusvalore. Di cui le critiche presto erano emerse con Eduard Bernstein, e poi
con Rosa Luxemburg, semplici, Marx le avrebbe sottoscritte: il moderno
proletario è sempre povero ma non pauperizzato, la crescita della ricchezza non
viene con la diminuzione del numero dei capitalisti ma con la loro
moltiplicazione – si potrebbe fare un partito di massa dei ricchi, non fossero
tanto ricchi da farsi passare per poveri. E lo slogan “i proletari non hanno
padri” non è vero, purtroppo. Ma questo era contro l’interesse del Partito a
farsi Stato.
Non
fu però buon politico: collerico, fazioso, dispettoso. Non un agitatore, era un
pantofolaio. Ma era cattivo politico perché era cattivo comunista.
Mediterraneo – È la riprova
che l’imperialismo è volontario – una forma di servitù volontaria. In larga
misura e nella sua essenza: convince prima di opprimere.
È
stato da tempo svuotato a favore del Nord Europa. Se Dante è tedesco – quando
non è islamico. La pittura italiana origina dalla fiamminga e anzi la copia. La
scoperta dell’America è vichinga – quando non è islamica, anch’essa. E anche l’umanesimo,
chissà: non erano Petrarca e soci che andavano in cerca di Platone ma i
conventi tedeschi che li conservavano, e magari glieli nascondevano, agli
italiani predatori, per meglio conservarli. Del resto non è da oggi che la
Germania incarna la Grecia – che anch’essa è venuta dal Nord, dorica e
“ariana”.
Lo
svuotamento non avviene con la forza, ma con la persuasione – con la forza
delle cose. Si vede nei due paesi che sono allo stesso tempo mediterranei e
atlantici, o continentali, Francia e Spagna. Per i quali il Mediterraneo è
politicamente, territorialmente, e socialmente inesistente, quando non è un
danno. Se la Catalogna si staccherà dalla Castiglia, la Castiglia ne sarà al
fondo contenta. La Catalogna che peraltro è, con le Baleari, una dépendance, immobiliare e di affari,
della Germania
Ora
il Mediterraneo viene riempito di profughi e assassini, nel nome del’islam e
della riconquista. È una legge fisica: il vuoto si riempie. Ma quanti quisling:
non si può dire che il Mediterraneo sia stato o sia coartato: è stato ed è
volentieri gregario. Si vede nella crisi economica. Si vede nell’uso delle
macchine – ah, le macchine tedesche, che vogliono sempre assistenza.
Neoguelfismo – È ancora
arretrato rispetto al “Rinnovamento” dell’abate Gioberti: avversione ai
concordati, separazione assoluta delle giurisdizioni laica ed ecclesiastica,
matrimoni civili, istruzione pubblica, riscatto della manimorte, nessuna
sovranità, né di Stato né di territorio, al papa, con vantaggio per la sua
autorità morale e spirituale.
O
al Capecelatro, arcivescovo di Taranto, intellettuale napoletano giansenista,
ma di etica epicurea più che rigorista. Che propugnava un’istruzione laica e
liberale, e polemizzava contro il celibato ecclesiastico, la censura
(inquisizione), la clausura, l’infallibilità e l’assolutismo pontifici.
Plebiscitarismo – “Il guaio è
la carenza, non l’eccesso, di leadership”, lamenta bene Michele Salvati su “Lettura”
ieri. Il plebiscitarismo ha moltiplicato la mediocrità - arrivismo,
pressapochismo: dal sindaco di Roma Marino allo stesso Grillo.
astolfo@antiit.eu
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