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martedì 10 marzo 2015

Che fatica il teatro

Il teatro sul teatro è faticoso. Qui è penitenziario. E urlato.
Gli Oscar sono parte del problema.
Alejandro González Iñárritu, Birdman

lunedì 9 marzo 2015

L’Europa a due velocità

L’Europa? “È stata divisa, sempre”. Ma non su tutto evidentemente: “Devo aggiungere, per esperienza personale, che quando è in ballo il Mediterraneo, è difficile attirare l’attenzione dei paesi del Nord. Quand’ero alla Commissione, hanno sempre bocciato ogni mia proposta, come la Banca per il Mediterraneo o le università miste. Dopo l’allargamento a Est, l’unica vera esportazione di democrazia della storia, avevamo l’impegno d dare una risposta anche al Sud. Quell’impegno non è stato onorato”.  È Romano Prodi che confessa, non richiesto, al “Corriere della sera” ieri molte pietre che ha sul cuore. Questa è una: i paesi del Sud Europa fanno quello che dice la Germania, che poi se ne frega.
Si sapeva ma sentirselo confermare di prima mano, e dal responsabile, in un certo senso, della disparità, è una notizia.
Ci sono tre verità in questa intervista molto importante con Paolo Valentino. Prodi, come tutti gli italiani di vertice alla Ue, ora Draghi, si compiacciono di assecondare la Germania (lo steso avviene per gli spagnoli, e perfino per i francesi) Prodi difende l’allargamento a Est da lui fortemente voluto, che è stato come costituire una maggioranza predefinita, un’Europa tedesca.
Gli effetti, come si vede, sono stati negativi sull’Europa stessa oltre che sull’Italia e i cosiddetti “paesi del Sud” Europa. Questa divisione è una sciocchezza, e se continuata sarà letale. Non c’è un’Europa del Nord e un’Europa del Sud, con pesi specifici diversi. Un paese come la Finlandia o l’Estonia ha, dovrebbe avere, un peso specifico infinitamente inferiore all’Italia e anche alla Spagna. Succede l’inverso e non è un bene, lo vedono tutti. La Germania maltratta la Grecia e ne può fare a meno. Ha anche maltrattato l’Italia, ma la Germania senza l’Italia non va in nessun posto.
Un terzo punto s’impone. Prodi non è mai stato nelle corde del “Corriere della sera”. Ma confinarne l’intervista, che dice molte cose, e tutte importanti, alla pagina 14, sotto Pino Sarcina e la Mogherini, è un’indicazione precisa: Prodi è un eretico, e viene ospitato giusto perché è Prodi. L’Europa a due velocità ha molti quisling: si fanno meglio gli affarucci?

L’Europa circondata dagli Usa

Lo dice Prodi e non può più non essere vero: “Queste sanzioni non sono eque. Le esportazioni americane verso la Russia sono aumentate”. È sceso dall’Aventino apposta per dirlo, dopo due anni di silenzio, con un’intervista da lui stesso propiziata al “Corriere della sera”. Le sanzioni contro la Russia avvantaggiano gli affari Usa, mentre hanno creato problemi seri a molte economie europee. Li avvantaggiano direttamente. E indirettamente: la caduta del prezzo del petrolio si è fermata, e questo è quello che gli Usa vogliono, il petrolio caro, per poter mettere in produzione i loro costosissimi, e tossici, scisti bituminosi.
È la verità dei fatti. Non da ora. L’Occidente non esiste più da quando si è disciolto l’Oriente, il blocco sovietico. La solidarietà occidentale, la concertazione. Non negli affari monetari, né in quelli economici e nemmeno in quelli strategici e politici. La stessa Nato, l’organizzazione militare di difesa, esiste solo perché non è stata sciolta, di fatto è come se non ci fosse. Ognuno va in ordine sparso, e cura i suoi interessi. Ma un’ottica perversa persiste: che gli Usa siano il padrino e il baluardo del contrafforte europeo dell’Occidente, mentre fanno solo i loro interessi, con un’ottica puramente americana. Che è, per molti aspetti, antieuropea. . Non c’e una singola azione intrapresa dagli Stati Uniti dopo la caduta del Muro che non abbia danneggiato l’Europa. Tutti i fronti aperti sono europei, e nelle aree limitrofe in paesi di primaria importanza per l’Europa, dalle guerre del Golfo a quelle dei Balcani e alle primavere arabe. Per le fonti di energia, per il contagio terroristico, per la tratta degli immigrati. Anzi, ancora prima del 1989, già dal 1973: la cosiddetta guerra del petrolio mise in ginocchio l’Europa e risollevò l’economia americana, reduce dall’inconvertibilità del dollaro, quasi una dichiarazione di insolvenza, con la guerra già perduta in Vietnam, una sconfitta colossale. La guerra del petrolio fu scatenata dall’Arabia Saudita e dall’Iran, allora anch’esso suddito fedele degli Stati Uniti. Contro la “Fortezza Europa”, di cui il conio è americano.
L’elenco delle imprese dannose è impressionante. Angela Merkel ne ha elencate a novembre quattro ancora aperte: Ucraina, Moldavia, Georgia e “i Balcani occidentali”, tra Bosnia e Skropska. Tutte crisi volute dagli Stati Uniti di cui l’Europa deve farsi carico. A nessun effetto, non di democrazia e nemmeno di diritti elementari. Ma queste solo dentro l’Europa - e senza contare la guerra che Washington ci ha imposto alla Serbia, per creare un Kossovo che è un pied-à-terre di banditi. Ci sono anche la Libia, la Siria, l’Iraq, che anch’essi confinano con l’Europa. E la destabilizzazione del Nord Africa. Con i soldi dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, tutti amerikani

Berlusconi santo a Milano, salvo il "Corriere"

Sembra la fine del mondo, la Rcs in mano a Mondadori – la Rcs Libri, senza i giornali. E invece succede: essendo in Borsa, la Rcs ha dovuto comunicare che sta trattando con Mondadori in esclusiva – cioè sta per definire - la cessione della Rcs Libri. Per non dire che altrimenti tutto il gruppo va al fallimento. Con perdite di 220 milioni nel 2013 e 110 nel 2014. Debiti in crescita, ora a mezzo miliardo. E caputale irriosiro.
La cosa era nell’aria almeno da quattro anni, se perfino questo sito la ipotizzava:
Ma non bisogna parlarne, acqua in bocca. Berlusconi non è il diavolo?
O non sarà invece un santo? Questo Berlusconi si conferma, perlomeno in affari, uno da fare santo presto. Ha salvato quarant’anni fa la Rusconi, comprandole Italia 1. E poi la Mondadori, praticamente fallita, comprandole Rete 4. Ora salva il “Corriere della sera”, pagandogli profumatamente i libri – che potrebbe prodursi in proprio.
Diavolo di un Berlusconi, proprio ora che si libera del diavolo Milan.

Sinistro silenzio

Succedono cose sinistre a sinistra, a Roma, nel silenzio. Il giudice Ielo con i Carabinieri in Campidoglio per acquisire la delibera appena varata che (non) privatizza gli immobili del Comune. È successo qualcosa? I Carabinieri pubblicano delibere e verbali che rinnovano o aprono concessioni e appalti a Buzzi in pochi secondi. Silenzio. Un anno e mezzo di appalti al Comune di Roma, da quando c’è Marino, senza gara d’appalto. Ma non s’è saputo. E il Pd romano commissariato, lo sapevate? Che Buzzi fosse il rappresentante della Lega delle cooperative a Roma sarà stato detto, ma è dimenticato. Quello che importa è che era in ditta con Carminati, che è stato un brigatista nero.
Ora, le colpe saranno pure dei “neri”. Ma dei “rossi”? Di questi rossi: di Renzi, a cui Buzzi pagava le cene elettorali, e Marino, di cui Buzzi finanziò la campagna elettorale e i cui assessori si gestiva. Senza contare che Carminati è stato terrorista da ragazzo, rimettendoci un occhio, senza colpa, ora è un ex carcerato, membro della cooperativa di Buzzi. Che è un’istituzione sociale, voluta a sinistra, da gente d’impegno, Di Liegro e Laura Ingrao, e anche benemerita, per il recupero degli ex carcerati. Silenzio. Quando non si arriccia il naso: 29 giugno? ex carcerati? che orrore!
Può anche darsi che Ielo sia un giudice nero. Tale veniva classificato a Milano, quando era in pool coi neri dichiarati Davico, Di Pietro e De Pasquale. Ma il suo capo Pignatone non presidiava la conferenza programmatica del Pd a Roma il 29 novembre – due giorno dopo i Carabinieri facevano scoppiare “Mafia Capitale”? Silenzio. Un capo della Procura a un’assise di partito? Silenzio.
Ora c’è questa storia del governo Monti che paga sull’unghia due miliardi e mezzo a una banca d’affari come controassicurazione sullo spread a novembre del 2011. Una truffa. Di una banca di cui è stato consulente o direttore, o di una analoga – sono vasi comunicanti. Come lo sono stati Draghi, Prodi e Enrico Letta. Ne avete sentito parlare? E magari il governo Monti è stato fatto apposta in fretta per sbrigare la pratica, Morgan Stanley ne aveva bisogno per il bilancio 2011.
La casistica purtroppo è interminabile. Il Porcellum deriso dalla Corte Costituzionale non era la legge elettorale toscana, che il Pd si è fatto per governare la regione? Silenzio. L’Italicum che si vorrebbe scandaloso non somiglia tanto alla legge elettorale umbra, che il Pd umbro si è fato per governare in santa pace la regione? Silenzio.

Sade apprendista di Boccaccio

Sade voleva essere Boccaccio. Lo ha inseguito per molti anni, in prigione e fuori. Qualche traccia ne è rimasta, in questa raccolta messa assieme, negli anni tra le due guerre, da Maurice Heine (le “Storielle” sono la prima parte della raccolta complessiva), uno dei tre “editori” di Sade, con Apollinaire e Gilbert Lély. Che celebra i duecento anni della morte del marchese all’insegna della bonomia e la leggerezza.
Sono racconti del tipo licenzioso. Le “Storielle” riprendono il titolo di Tallemant ds Réaux, i “Racconti e favolelli” sarebbero opera di un trovatore non più prude del Settecento. Le prime “Storielle” sono copiate da Mme du Noyer, l’ugonotta impenitente che frequentò anche la Provenza cattolicissima e il castello dei Sade, tra Sei e Settecento, ripresa dalle sue “Lettres historiques et galantes”. Altri sono rifacimenti dei racconti in versi alla moda ancora nel primo Settecento, di cui era specialista Jean-Baptiste Grécourt. È l’apprendistato di Sade: la formazione letteraria si faceva allora copiando. Sade ne fece in abbondanza, anche di Voltaire, Freret e D’Holbach.
Questi brevi racconti sono pure il suo canovaccio. Venticinque aneddoti svelti, eccetto “Emilie de Tourville” e “Il presidente mistificato” (contro i giudici Sade aveva il dente avvelenato). Ne deriverà la “Justine”, “I crimini dell’amore”, con “L’idea sui romanzi”, la “Nuova Justine”, e il romanzo storico, e quasi religioso,  “La Marchesa di Gange”. Ma il modello è Boccaccio.
Heine ha riprodotto una serie di quaderni bene ordinati del lascito, di cui manca il primo, andato smarrito. E vi ha trovato il progetto, poi non realizzato, di una seconda raccolta da intitolarsi “Il Boccaccio francese”.
Sade, marchese di, Storielle, racconti e fabliaux, Lindau, pp. 260 € 21
Storielle, Elliot, pp. 61 € 8,50

domenica 8 marzo 2015

Stupidario giornalistico

“Con Aida, Roma per un giorno capitale della musica nel mondo” – “Corriere della sera-Roma”.

L’Italia è al 73mo posto per libertà di stampa. In una classifica stilata da Reporters senza frotières. Dietro il Ghana, il Botswana, la Moldavia, il Salvador e altre roccaforti della libera opinione.

Le ragazze italiane di quindici anni sono tre mesi indietro rispetto ai coetanei maschi in matematica.

Il maltempo è “colpa dell’energia accumulata a causa dei pochi uragani” – “la Repubblica”.

“L’etologa si batte il petto con le mani, il gorilla risponde. Sono parole in codice” – Danilo Mainardi, “Sette”

“La berlinetta rossa con un cuore da Formula 1”. La berlinetta si chiama Ferrari 488 GTB, e ha un motore da 8 cilindri turbo da 4 mila cm3, 670 cavalli, 0-200 km  h in 8 secondi.

“Le leggi rottamano i diritti: dalla responsabilità dei magistrati al Jobs Act”. Giancarlo De Cataldo, giudice-scrittore.

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L’alfiere donna, sognante e indomabile

La storia di Catalina de Erauso, l’alfiere donna del primo Seicento in Spagna, che lei stessa aveva scritto, raccontata da De Quincey. Attratto dalla inverosimiglianza del fatto vero, a petto della credulità che spesso si presta ai romanzi. Per un estratto molto dequinceyano. Le memorie di Catalina, “Kate”, pubblicate da Sellerio venticinque anni fa, “Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima”, sono apocrife. Ma per ciò stesso ottimo pretesto alle digressioni. Catalina uccide al buio il suo proprio fratello, che l’ha salvata senza sapere che è sua sorella? Soccorre l’esegesi del “Vecchio marinaio”, all’insaputa di Coleridge naturalmente. E quanto bene non fa, per quattro pagine, un bicchierino di brandy, anche se i medici lo sconsigliano - compreso il dottor Darwin, il nonno - per questa superstizione della sobrietà? Alla fine la morale della storia, del vero inverosimile, e viceversa, viene graziosamente spiegata.
Una summa dell’arte di raccontare, stravagante e ovvia, del “tenue oppiofago erudito” di Borges – con una traduzione, firmata Giuditta Vulpius, straordinariamente all’altezza: sembra De Quincey in italiano, altrettanto svelto, divagante e naturale. L’originale, peraltro, vi si prestava: “Sono cariche di elettricità per le vicende contenute”, annotò de Quincey delle brevi memorie: “Ma anche, per il modo stesso di raccontare le vicende, sono di una scarna asciuttezza”. Qui aggiungendo: “Catalina non appartiene a una categoria di persone per le quali io nutra un particolare interesse, ma sono sempre stato attratto dall’energia e dall’indomabile coraggio”, delle “anime sognanti e sensibili che si ribellano all’ingiustizia e all’inadeguatezza di questo mondo”.
Una vicenda solo apparentemente scabrosa. Al papa Catalina si confermerà, in tarda età, “pura come un bambino”. E non era una monaca. Era stata cresciuta in convento perché il nobile padre non voleva una figlia, ma ne evase a quindici anni, per divenire l’uomo che il padre vagheggiava, d’arme e d’imprese. La sua è la storia di una bambina rifiutata, che si fa la sua vita, tra gli uomini come allora usava. Senza scandalo – l’Inquisizione era sempre occhiuta, e i gesuiti.
Evasa dal convento nel 1607, a quindici anni, cucendosi un abito maschile con la tonaca di novizia, s’imbarca per le Americhe, col nome di Francisco de Loyola. La sua nave naufraga, dopo la lunga circumnavigazione del capo Horn, in prossimità della meta, il porto peruviano di Paiva, lei sola si salva. Uccide un gentiluomo che la insulta, e per evitare la forca rischia di venire sposata a una gentildonna, parente del morto, che se ne è invaghita - lequivocò si ripeterà, con una bellissima giovanissima creola. Scappa. Arruolata incognita dal fratello, è subito promossa alfiere sul campo. Scappa di nuovo, dopo l’assassinio non voluto del fratello. Rischia di morire sui ghiacci delle Ande, usw.
In Cile si arruola col nome di Alonso Diaz Ramirez e ritorna in guerra. Ferita, temendo la morte, confessa di essere donna. Ristabilita, diserta. Il vescovo di Guamanga a cui si rivolge per aiuto le consiglia di entrare temporaneamente in convento, ma la vicenda ormai è nota, diffusa anche in Europa.  Soggetto di racconti scritti e anche di commedie. Da qui in poi è storia. L’arcivescovo vicereale di Lima è richiesto di occuparsene nel 1620. Quattro anni più tardi Catalina viene imbarcata per la Spagna. Un anno e mezzo dopo, il 29 giugno 1626, è ricevuta a Roma dal papa Urbano VIII, che la autorizza a vivere liberamente da uomo, e a  indossare abiti maschili. Ma resta soggetto di curiosità. Più pittori ne fanno il ritratto, tra essi nel 1630 Francisco Pacheco, il suocero di Velazquez. Nel 1645, a 53 anni, parte di nuove per le America, per il Messico. Dove vivrà facendo la mulattiera a Veracruz. Morirà cinque anni dopo.
De Quincey, Le avventure di una monaca vestita da uomo, excelsior 1881 (remainders), pp. 176 € 5,08

sabato 7 marzo 2015

Problemi di base - 218

spock

Definire l’indefinito?

Quanto definita è una definizione, e quanto indefinita?

La creatura, che è stata creata e vuole creare, quanto è darwininana?

Un’evoluzione senza creature?

L’uomo i filosofi vogliono artigiano e poeta, d’azione e pensieroso, naturale e artificiale, soggetto e oggetto, corpo e anima. E gli uomini come vogliono i filosofi?

Perché è impossibile tradurre la filosofia tedesca, capirla cioè?

I giudici baresi del clan Emiliano sono antifascisti o fascisti? “Fatti insufficienti sempre provocano pericolo” - Spock, “Star Trek: The original Series”

spock@antiit.eu

L’odio della Fiat

Una buon notizia, le assunzioni alla Fiat. Ma trova poco spazio, giusto le poche righe obbligate, peraltro poco convinte. Anche nei giornali del gruppo.
Al “Corriere della sera” la Fiat – la famiglia – è stata la sola a mettere soldi veri nell’aumento di capitale 2014, ed è ora la sola disponibile a un’altra ricapitalizzazione. Ma Milano, e il giornale stesso, non la vogliono. Meglio fallire (il fallimento del “Corriere della sera”….) che la Fiat.
Un odio che fa il paio con quello della Cgil. La Cgil è stata un sindacato del Pci. Qualcuno si ricorda ancora Berlinguer che ai cancelli della Fiat nell’autunno del 1980 ne chiedeva l’occupazione. Ma ora, dopo venticinque anni dalla caduta delle illusioni?
Sembra incredibile che si possa odiare chi crea lavoro. No solo a Melfi, ma anche a Torino-Grugliasco, con la resurrezione della Maserati. Di cui si preferisce non parlare. Ma è quello che accade.
La Volkswagen fa in Germania le macchine per la Germania e l’Europa, la Fiat non può farle in Italia. I lavoratori tedeschi direbbero i giornali e la Cgil schiavi assermentati?
Per le macchinone tedesche ripetuti sperticati elogi, della Maserati poco o niente. I tedeschi pagano meglio? No, i giornalisti italiani non si vendono. Cioè: si vendono gratis - non sono passionali?
Se non che, il cappello ideologico non essendoci più, cos’è questa passione? La stupidità è violenza, sempre e comunque.

L’odio dei torinesi - Berlusconi 17

Da quando teneva il santino dell’Avvocato sul comodino, in vent’anni Berlusconi ha maturato un odio feroce contro “i torinesi”: la Fiat e i suoi padroni. Un addendo su questo aspetto è necessario, la berlusconeide di questo sito sarebbe monca senza. E anche la storia del capitalismo italiano.
Le berline e supercar tedesche esibite per sé e le sue numerose famiglie, nonché per i ministri dipendenti, con relativi sottosegretari. Il taglio di ogni sovvenzione al gruppo torinese, anche dei contributi per la ricerca. L’altero mutismo, dall’alto di palazzo Chigi, quando il gruppo torinese rischiò il fallimento. I bastoni fra le ruote, successivamente, per la chiusura di Termini Imerese – niente prepensionamenti né ammortizzatori sociali. Dopo aver sferrato l’attacco basso, il più risentito e cattivo: contro la Juventus, faccia e cuore dei torinesi. Col suo presidente di Lega, un giornalista convertito manager, e i giudici di comodo in Federazione, coi suoi giornalisti, specie quelli della Rai, e col suo arbitro-modello, che convocava settimanalmente e fece pagare dal suo sponsor.
Un odio non ingiustificato. All’Avvocato Berlusconi non piaceva, e lo snobbò. E quando Berlusconi ci riprovò, nel 2001, gli fornì un ministro degli Esteri che combinerà il disastro del G 8 di Genova. Il disprezzo è stato continuo del suo giornale, “La Stampa”. E delle banche con cui i torinesi fanno circolo a Milano. Geronzi provò a mettere pace, ma a rischio della sua propria carriera: gli Agnelli e Bazoli non ne vollero sapere, come già Cuccia. Pur con le pezze al culo, la Fiat per la prima e unica volta della sua storia sfidò il governo, i governi Berlusconi.
Ma anche in questa sfida, al tirare delle somme, Berlusconi esce sfiancato. La Juventus è sempre in piedi mentre lui deve cercare qualche “filippino” per il Milan. E la sua uscita dalla scena politica si fa allinsegna dellAvvocato - del suo “ci vuole la sinistra per fare qualcosa di destra”

La libertà della disfatta

Una favola alla Malaparte, sempre sulla guerra, ma composta, senza eroi né diavoli, e poche immagini esagerate. La favola della disfatta, e del coraggio di vivere. Un alpino di Bergamo, attendente, distaccato a Scilla a difendere l’Italia dall’invasione alleata, porta il suo tenente morto alla famiglia a Napoli. A dorso di un asino disperso. In una cassa di fortuna che si è fabbricata, zavorrata di fieno e carbonella per tenere il corpo asciutto, quasi mummificato..
Una traccia di racconto: un soggetto da cinema dilatato a trattamentone. Con una moralità: “Sempre, in ogni tempo, la disfatta rappresenta per le popolazioni più misere, più infelici, una sorta di meravigliosa e terribile occasione alla libertà, a una vita nuova più ricca e dignitosa”. 
Curzio Malaparte, Il compagno di viaggio, excelsior 1881 (remainders), pp. 98, ill. € 4,72

venerdì 6 marzo 2015

Ombre - 258

Rimproverano in Francia a Marine Le Pen il comizio a Roma con Lega e Casa Pound: troppo estremista. Le Pen, dunque, meno estremista della Lega.

È più osceno Berlusconi o chi lo intercetta? Sia pure un colonnello della Finanza (lo stesso che si vendeva le informazioni a giornaliste compiacenti?)

E i giudici baresi del giudice barese Emiliano: non c’è per loro il reato di stalking?
E per i colonnelli della Finanza, che intercettavano quando non c’era nessuna indagine?

Questo Emiliano che ha aperto Bari alle mafie (bische, sale giochi, spaccio) vuole ora la presidenza della Regione Puglia: dove deve arrivare il partito dei giudici? Devono controllare la Regione Puglia, cioè la sanità e le strade, cioè il business.

La prescrizione a diciotto anni, cioè un processo di (almeno) diciotto anni, che riforma! Per arricchire gli avvocati, e lasciare giudici e carabinieri a poltrire.
La giustizia del Pd la fa un avvocato, Ermini.

Pompe e trombe per il quantitative easing di Draghi e Merkel, che arriva lunedì con due anni – almeno - di ritardo. Il Nobel americano Engle, l’economista premiato nel 2003 per gli studi sui tassi d’interesse e le dinamiche di mercato, denuncia “ritardi e ambiguità”. Ma c’è solo Eugenio Occorsio a sentirlo.

Ci curiamo troppo e male: “La medicalizzazione è sostenuta da interessi economici, dalla disinformazione (cinismo esagerato) da parte dei mass-media e dei social network, e dalle esagerate promesse di ricercatori e clinici. È il trionfo del mercato contro l’interesse degli ammalati”. Silvio Garattini lo confida al bollettino della Casagit, la mutua dei giornalisti. Farne uno scoop, no? I media sono disattenti?

L’Italia esporta prodotti alimentari per 30 miliardi, la Germania per 56. Si mangia meglio in Germania? Ci sono più ulivi, vigne, ortaggi, frutteti agrumeti?

Standard and Poor’s declasssa l’Italia, abusivamente. Morgan Stanley chiede i danni allo Stato italiano per i prestiti in essere: due miliardi e mezzo. Lo Stato paga, senza nemmeno perdere un giorno.
La cifra enorme, e il fatto, abnorme sotto tutti i punti di vista, non fanno notizia.

Mario Monti, il presidente del consiglio pagatore, ne ha sentito parlare. La Consob, consultata, non sa se Morgan Stanley è azionista di Standard and Poor’s. Ma non lo sanno tutti?
E pensare che Monti, come già Draghi, Prodi, Enrico Letta, è stato consulente o “direttore” delle banche d’affari che gestiscono le agenzie di rating, se non della stessa Morgan Stanley.

Diciotto pagine di pubblicità in un giorno solo di Unipol sui maggiori quotidiani valgono una messa. Di pubblicità finanziaria, quella che costa di più. Per non comunicare nulla, sotto il diluvio di numeri.
I giorni non si comprano, si pagano.

Questo Lino Saputo di Montelepre, che si vuole uno dei canadesi più ricchi, e si è comprato il Bologna, che aspettano i giudici bolognesi per metterlo dentro per mafia? Non può essere mica un concorrente onesto. O il Bologna è una bufala, tipo il Parma?

L’artista, trinitario scaleno

L’autore è creatore. L’analogia non è nuova, ma l’autore di Dorothy Sayers è anche trinitario, e spiega la Trinità, il mistero dei misteri religiosi: una triade governa il processo creativo, Idea, Energia (la carica creativa) e Potere (la capacità di modellare). Non impersuasivo, e per di più divertente.
“Suppongo che di tutti i dogmi cristiani la dottrina della Trinità goda la peggiore reputazione di oscurità e lontananza dall’esperienza comune”, la scrittrice non bara. Con “l’effetto per chi la contempla di cecità, per assenza o per eccesso di luce”. Ma questo è quello che si propone, di “dimostrare” la Trinità. Non solo in Dio ma anche nello scrittore – che fa Dio.
Un saggio fuori tempo, fuori misura anche – sicuramente fuori dalla speditezza di lord Wimsey, il gentleman per caso detective per cui Sayers è famosa. Ma divertente, seppure non facile. E ad ogni piega vero, seppure paradossale. È anche tortuoso, ma si vorrebbe non averlo finito. Per l’assunto bislacco, e per le tante scoperte – riconoscimenti, ritrovamenti.
Non è un divertimento. La Trinità Sayers affronta da conoscitrice della materia, figlia di pastore. Dal credo di sant’Attanasio alla Theologia Britannica, la Theologia Germanica, sant’Agostino naturalmente, san Tommaso d’Aquino, e i molti aristotelici di Oxford. Dove si laureò in lingue e letterature medievali – nel 1913 una donna non poteva laurearsi, il titolo le fu riconosciuto dopo la guerra. Ragazza madre, poi sposata a un divorziato, Atherton Fleming, un giornalista, femminista, insegnante (anche in Normandia), pubblicitaria (accreditata di slogan ancora famosi), drammaturga, filologa (tradusse la “Divina Commedia”, “la mia cosa migliore”, con tre volumi di “dantesca”), pedagoga (il suo manuale “The Lost Tools of Learning”, 1947, è stato a lungo libro di testo negli Usa), un’attività non smise mai: la controversia religiosa. Elisa Grimi, “The Dragon Lady”,  la ricorda combattiva al Socratic Club di Oxford ancora nel 1948, in una celebre contesa con Elizabeth Anscombe attorno a “Miracoli”, il trattato filosofico con cui C.S. Lewis, filosofo in cattedra e presidente del Club, intendeva consacrarsi – una contesa al termine della quale Lewis abbandonerà di colpo la filosofia per buttarsi nella fantasy, con le “Cronache di Narnia”, l’Harry Potter degli anni 1950. Ma è anche un divertimento.
Niente beghinismo. “Dio è misterioso”, esordisce, “e così, per quel che vale, è l’universo, e ogni altro uomo e ogni altro sé, e la biscia sul viottolo in giardino; ma nessuno di questi è così misterioso da corrispondere a niente nell’umana conoscenza”. Si usa far discendere da Dio tutte le cose. Dorothy Sayers vuole fare il cammino inverso: ascendere a Dio, anzi al Dio più misterioso, della Trinità, attraverso il suo lavoro. Di scrittrice. Quindi creatrice, anche lei. Sfidando il giapponese della barzelletta: “Onorevole Padre, benissimo. Onorevole Figlio, benissimo. Ma Onorevole Uccello non lo capisco”.
Lo fa per analogia. Stabilito preliminarmente che tutta la conoscenza, di Dio e dell’ultimo essere, dell’ultima parola, è analogica: Dio si conosce per analogia, il linguaggio è analogico. Non però un archetipo platonico: la Trinità è qualcosa derivata dall’esperienza. Di autore: “L’esperienza dell’artista prova che la dottrina trinitaria dell’Idea, Energia, Potere è, piuttosto alla lettera, cosa intende essere: una dottrina della Mente Creativa”. Idea, Energia, Potere è il processo creativo quale Sayers  individua d’acchito. Tre categorie – momenti della creazione - arbitrarie e fattuali. Come le tre unità drammatiche di Aristotele, che sono “affermazioni di fatti”  non “editti arbitrari”. In compagnia di molti ricostituenti exempla.
Analogamente, se l’autore è Dio, Dio è lo scrittore. L’analogia si realizza in forma di autobiografia. Nella creazione Dio scrive la sua autobiografia. E come l’autobiografia (lo scrittore non può darci due autobiografie, non può cioè mostrarsi come due persone con due vite differenti), la creazione è unica. Potere, power, ha in inglese connotazione simile all’Energia, e in italiano all’organizzazione politica e sociale, ma qui è la capacità di rileggersi (analizzarsi, emendarsi) e di comunicare agli altri.
Tutto-padre e tutto-figlio
Unica avvertenza: la Trinità dello scrittore è “scalena”: “La co-parità della Trinità Divina è rappresentata in pitture e negli emblemi massonici come un triangolo equilatero; ma la trinità dello scrittore è raramente altro che scalena, e talvolta è fantasticamente irregolare”. Con l’avvertenza, per di pi più, del “Credo” di sant’Attanasio – di cui fa molto caso, a partire dall’esergo: “Un Padre, non tre padri; un Figlio, non tre figli; uno Spirito Santo, non tre spiriti santi”. Che detto della divinità sembra strano, ma dell’autore no. Il tutto-padre è quello che con l’Idea ha già risolto – a volte è anche un critico, l’ “erudito secco-come-polvere”, a volte quello famoso che “ha l’idea più meravigliosa di un libro, se solo avesse il tempo di sedersi e scriverlo”. Un patripassiano. E così il tutto-figlio, che si riempie di se stesso (Swinburne, gli eufuisti, “Meredith al suo peggio”, in parte Joyce, “la verbosità attaccapanni”, con due pagine di Anna Livia Plurabelle e il Liffey, il fiume, che a Dublino chiamano anche Anna Liffey…).
Un trattatello ricco di umori, e di intelligenza critica. A partire dalla “lettura” della nostra ricezione. Di “Amleto” che “sappiamo a memoria”, e delle novità. Non per altro, per “il potere di associazione delle parole”. L’analogia con la creazione artistica è deliziosa. Fluida, magnetica. Molto fattuale peraltro: è come il paradiso del Dio dei teologi, “immanente e trascendente”.
L’analogia accompagna di persuasive verità, in forma di linguaggio corrente. “L’universo non è un lavoro finito”. E se è un dramma, possiamo recitarlo, anche bene,  senza averlo “letto”, senza sapere di che si tratta – succede agli attori del cinema, e anche del teatro (una famosa attrice lo fece per decenni, Mrs. Pritchard, l’“ispirata idiota” di Jonson). Per il creatore è diverso: la creazione è un “atto d’amore”, e “l’amore è la più crudele delle passioni” – oggi “inflazionata di ogni sorta di associazioni, dalle più banali alle più tremende”, ma anche qui l’analogia aiuta: è anzitutto l’amore di se stessi.
Molto si tratta di teatro, la passione più vera, inappagata, dell’autrice non ne resta nulla, giusto la menzione di alcuni drammi radio per la Bbc sulla vita di Gesù. Con un capitolo sul problem solving o la detective-story. Ma con insorgenze, da conversatrice amabile. Immaginazione è fantasia? “L’immaginazione creativa è la nemica della fantasia, e il suo antidoto”. Il potere della parola è evocativo (T.S.Eliot), associativo (Joyce), trasfigurativo (Sayers – ma comune: un passo non rilevante del suo “Nove Sarti” fa ascendere al Libro di Giobbe, al Libro di Isaia, ai Salmi di David, e a Milton, Keats, Browning, Tennyson, Camile Doyle, T.S.Eliot, Donne, nonché agli angeli del soffitto della chiesa in parrocchia…). E c’è un potere cieco della parola, denso: “Quando Salomone o chi per lui scrisse il “Cantico dei cantici” non intese scrivere un epitalamio del Cristo con la sua chiesa”, e tuttavia. O la fenomenologia: “Cominciamo a sospettare che l’approccio puramente analitico ai fenomeni ci sta portando solo più e più in là nel’abisso della disintegrazione e della casualità”. E se “è vero, come i panteisti dicono, che il creatore è semplicemente la somma di tutte le sue opere”, allora Shakespeare è il tomo con tutte le sue opere?
La teologia alla fine non c’entra – c’è all’inizio per rompere le difese? È giusto un vangelo per autori. Di una messia un po’ caustica. Soprattutto per aver agganciato i lettori fedeli all’amo indigesto della teologia – non siamo tutti laici e anzi agnostici?
Dorothy Sayers, The Mind of the Maker, HarpeOne, pp. 229 € 12

L’età del falso

Vince MasterChef, nell’ultima gara all’ultimo respiro coi due concorrenti rimasti,  il cuoco che “Striscia la notizia” ha anticipato due sere prima. Senza scandalo per nessuno. Anzi, Sky che organizza l’evento si frega le mani per lo scandalo facendo finta di minacciare querele, e un milione e mezzo si spettatori, a pagamento, si gode la finta gara. Gara che non è dal vivo, come si lascia intendere, ma pre-registrata – con una o due varianti sul vincitore finale. Uno spettacolo in forma di finta gara.
Lo stesso per il festival di Sanremo. Dove il “voto popolare” è comprato dagli autori e le case discografiche, e il vincitore, anche lì, si sa prima della gara. Lo stesso al Grande Fratello, all’Isola dei Famosi, e ad altre gare, più o meno di sopravvivenza, più o meno a quiz. E a tutti i reality, a partire dal “Truman Show” di Jim Carrey. Sono spettacoli ma con la pretesa di essere eventi veri. E come tali sono goduti. 
L’esito della “gara” a Masterchef non era un segreto. Da tempo. Ma nessun giornale lo ha detto, pur pullulando di redattori gastronomici e della comunicazione.

L’età del lamento

Se fa freddo fa troppo freddo - improvviso, eccessivo, insostenibile. Se caldo troppo caldo – umido, arido, afoso. Si muore anche, di freddo e di caldo. Morire non è una novità, ma nuovo è l’allarme. Senza contare che ogni linea di temperatura implica un mutamento climatico – “dove andremo a finire?”
Per l’Italia è una novità. Fino a non molti anni fa le previsioni del tempo erano burocratiche, dell’Aviazione. Ora abbondano i siti meteorologici, giorno per giorno, ora per ora, paese per paese, e i media fanno del tempo la notizia principale.
Si direbbe una buona notizia: segno che non ci sono problemi urgenti. E invece no, è un’altra pietra della demoralizzazione. Che si accompagna al non fare, alla burocratizzazione: una costosissima inerzia.
L’Anas non libera le strade come dovrebbe, da frane o neve: dichiara lo stato di isolamento, e va a scaldarsi con l’aperitivo. O d’estate: ci vogliono tre pattuglie per spegnere un piccolo focolare lungo la strada, dello sbadato  che ha buttato la cicca accesa. Si chiami il 112 per segnalare l’inizio d’incendio: pronto arriva il milite. Arrivano in coppia, uno controlla il fuoco, l’altro chiama l’Anas. L’Anas interviene per chiamare i pompieri. Infine, ma un’oretta è passata, arrivano i pompieri, quando bastava una pala.

giovedì 5 marzo 2015

Secondi pensieri - 208

zeulig

Anamorfosi  - Deforma ma non occulta, e anzi allarga la prospettiva.  Come modo di ricerca e come paradigma compiuto.
Una rappresentazione da specchio anamorfico non (necessariamente) deforma la realtà, che è sempre deforme – non geometrica, non logica: è il reale filtrato dalle passioni, che più spesso sono solo un modo d’essere che un atto, più o meno volontario. O la costruzione di un labirinto, per curiosità, per vezzo, per sfida. Di cui non è prigionieri in realtà, ma in cui anzi si vaga a piacere.

Citazione –È l’effetto dell’isolamento. Si parla con la lettura, per non parlarsi da soli.
La riflessione (filosofia) è solitaria. Si dialoga sempre, ma sempre con gli assenti, e più con i morti, con le citazioni. Le corrispondenze tra i filosofi sono sempre piatte, se non per il “lato umano”.

La filosofia è fatta di citazioni. È una ruminazione, il filosofo si può dire un ruminante. Anche quando parla con gli “esempi”. Le manca il petit fait vrai di Stendhal, di cui Barthes dice che “fa sentire il reale” – il Barthes delle “Mitologie” quotidiane: il dettaglio che fa l’emozione.

Critica - La critica non avvince se non da un punto fermo. Se non afferma una cosa: una forza, un partito, un gruppo, un’idea condivisa.

Decadenza – È malarica, contagiosa. Il discorso sul declino della civiltà genera una reazione conservatrice, di rigetto: la decadenza vuole potersi compiangere, o resistere, sia pure all’ultimo sangue.

Il discorso della crisi non è rigenerante - inventivo, euforizzante. È un epicedio, da prefiche. Una forma di eutanasia.

Materia - L’Arnheim di Musil, i bibliotecari deliranti di Borges: la meraviglia è indotta dalla materia più esanime – persone che non sono. La meraviglia non è nella materia ma nella sua rappresentazione. È per questo che la materia non esiste? Non si trova, resta oscura.

Metafisica nordica - “Metafisica nordica” è titolo ne 1938 di Oskar Becker, un filosofo nazista. Ne parla in forma di critica a “Essere e tempo”, l’opera capitale-rivelatrice, dieci anni prima, di Martin Heidegger, come non abbastanza fondatrice di una, appunto, metafisica nordica. Ma Heidegger non obiettò, limitandosi ad aggiungere che i tedeschi sono “un popolo metafisico”. Inafferrabile?
Nella sua celebrazione di Gerhard Gentzen, “Il genio perduto della logica” - il matematico tedesco morto giovane a Praga, di fame, dopo esere stato arrestato dall’Armata Rossa nel 1945 - Eckhart Mentzler-Trott dice Becker di “fisico estremamente delicato, natura quasi timida”. Apprezzato nel dopoguerra, professore in cattedra e poi emerito a Bonn, proprio per avere ammesso di essere stato nazista. Becker era anche polemico, oltre che timido: dopo la notte dei Cristali il 9 novembre del 1938, il pogrom di Stato antiebraico, protestò con la rivista di “Storia della matematica”, con la quale collaborava, perché aveva un redattore ebreo. Si era laureato nel 1922 con Husserl, che poi sarà radiato dall’insegnamento in quanto ebreo, con la tesi “Esistenza matematica”. Era stato poi assistente di Heidegger, uno dei discepoli mandati in cattedra da Husserl. Infine professore a Bonn.  Nella “Metafisica nordica” oppone il “ricercatore nordico” al mondo magico del “negro del Congo”, e “gli uomini produttivi nordici” alla “interpretazione-esistenza del mondo del deserto mediorientale”. Benché apprezzato nel dopoguerra per la dirittura morale, il professor Becker non era molto esplicito. 
Inoltre, benché assistente a lungo di Heidegger, apprezza nello stesso saggio la tecnica, che il suo maestro aveva esecrato: “La tecnologia fondata sulla scienza naturale nrodica ha conquistato il mondo”. Ma anche Heidegger  in quegli anni la apprezzava (“l’aereo che ha portato Hitler all’incontro con Mussolini fa la storia”), tornerà a esecrarla dopo la guerra, in quanto yankee.

Parola - È immaginaria, poiché non si può pensare, e quindi parlare, che per immagini – metafore, analogie. Da Dio al gatto di casa.

Terrore – È modernamente autoindotto, prima che reale. Effetto della comunicazione impositiva, attraverso la massa che fa aggio sul giudizio. E dell’indagine preponderante sul giudizio analitico stesso. Una delle forme della guerra che non c’è – non sappiamo - di Baudrillard.
L’Is che certamente, come già i talebani, ha una sua realtà terroristica, la magnifica però, pochi anni dopo i bruti barbuti afghani, con tecniche molto Madison Avenue, anche se non proprio sofisticate. Opera di consulenti d’immagine e pubblicitari. La mano si vede dai suoi video. Una sfilata di pick-up, tutti della stessa marca e colore. Tutti puliti, come nei film di guerra (di propaganda) inglesi cinquanta-sessant’anni fa. Colori vivaci, rosso arancio dei condannati, nero lucido per i boia, bianco latte per gli inservienti, riconoscibili, e di tonalità studiata per non “sbattere”.nell’immagine. La guerra dell’Is appare mediatica.
È certo peraltro che società di consulenza sono pagate (dagli sceicchi?) per sceneggiare i video – non molto, la tecnica non è granché. Società di consulenza sono pagate (dai servizi americani e inglesi) per recuperare i video dispersi nel web e proporli all’analisi. Cioè ai media. Che non si fanno scrupolo d magnificarli, anche ripetitivamente. Come sempre, il vero nemico è interno.

Traduzione – L’intraducibile è incomprensibile, l’incomprensibile è falso – ambiguo, artefatto, volutamente errato, illusorio.
Non traducibile è il pensiero unico – singolare, innovativo (rivoluzionario, di scoperta: la scoperta si fa nel riconoscimento): è non significante. Perché è ipocrita, essendo affarismo?

zeulig@antiit.eu

La scuola dei genitori

Alzarsi presto, fare in fretta (quaderni, merende, calzini, magliette, scarponcini, zaini, colori, penne, cancellini), avere il pupo pronto per l’ora giusta, che sempre tende a scartare, e correre, si è sempre un minuto in ritardo. E invece, sorpresa, ora a scuola il bambino va volentieri, e anche i genitori. Anche d’inverno, quando fa freddo e piove, si ritrovano pigiati sotto la modesta tettoia dell’ingresso, anche prima dell’ora. Ben portanti, curati, sorridenti, distesi, pronti alla conversazione. Più spesso due genitori per ogni bambino invece che uno per tre o quattro, come usava per ridurre l’incomodo. Brillanti, in genere piacevoli. Che i bambini volentieri trascurano, facendosi risucchiare dalla scuola come da un automa.
La conversazione continua poi gaia, per i più al caffè, anche i giorni di pioggia. Non necessariamente sui bambini, anzi non sui bambini. Un po’ sulla scuola, ma si sa che la scuola pone sempre problemi. La scuola è un social forum, si direbbe, dei genitori. Il mondo cambia: sono la generazione dell’aperitivo. Ora anche del brunch. Che non serve per mangiare, cioè sì, anche per mangiare facendo finta di non mangiare, il bamboccione è disappetente, ma soprattutto per la conversazione.

La morale in poesia e in immagine

Un colportage anticipato, a ridosso della stampa (quasi) in serie. La diffusione era sempre ristretta, e non era propriamente popolare, anzi, gli emblemi di Alciato sono in latino. Ma inavvertitamente, per amore di novità, l’umanista ambrosiano operava per portare le arti liberali - la poesia, la filosofia pratica, la religione, la mitologia - alla portata del maggior numero, con illustrazioni e didascalie. L’opera ebbe 150 edizioni, qualcuna di più in poco più di un secolo, tra Cinque e Seicento. Con traduzioni in italiano, in francese, in spagnolo, in tedesco e in inglese.
Alciato, professore di diritto ma umanista a tutto campo, fu personaggio molto famoso in vita in tutta Europa. Insegnò per tre-quattro anni a Avignone, dove molti intellettuali europei si recarono ad ascoltarlo, insignito infine da Leone X del titolo di conte palatino. Fu poi avvocato a Milano, la sua città, tornò ad Avignone per un paio d’anni, poi insegnò a Bruges, e infine a Pavia – dove però stava malvolentieri, e per vari anni si assentò, per insegnare a Bologna e a Ferrara. Era una personalità molto nota tra gli umanisti europei, apprezzato dallo stesso Calvino, autore di una prefazione a un suo scritto pubblicato a Parigi nel 1530. Alciato era pubblicato ovunque, a Basilea, a Lione, a Parigi. E ad Augusta, dove nel 1531 furono stampati questi “Emblemata”.
Con gli “Emblemi” Alciato volle gareggiare con Erasmo, col quale era in corrispondenza, con i suoi “Adagia”, arricchendo le moralità, in brevi distici, in latino, di illustrazioni. Ma non aveva la vivacità di Erasmo, era un collezionista, di versi altrui. A Milano, mentre ancora studiava, collezionò due libri di epigrafie latine, “Monumentorum veterumque inscriptionum collectanea”. A Erasmo aveva anche fatto avere un trattatello antimonastico, “Contra vitam monasticam”, che poi volle indietro, per paura della reazione anti-Riforma (ilo scritto sarà pubblicato in Olanda a fine Seicento).
Si gareggiava nel Cinquecento, e ancora nel Seicento, in emblemi e blasoni. Genere non nuovo, usava già nel Medio Evo. Arricchito, dopo l’umanesimo, con la mitologia classica. La raccolta Alciato pubblicò nel 1531 in 104 emblemi, ognuno illustrato da una xilografia. Che nelle edizioni successive arricchì, fino ai 190 di quella veneziana del 1546 – una postuma, padovana, nel 1621, fu accresciuta a 212. Questa edizione riprende quelle del 1531 e del 1534. In forma di regalo, un’edizione fastosa e critica insieme, la stessa del 2009, curata da Mino Gabriele, lo studioso di iconografia e iconologia, in collana economica.
Mario Praz, che ne fu cultore, ha scritto diffusamente degli emblemi, cui più di tutto si appassionava, negli “Studi sul concettismo”. Il genere per eccellenza, lo dice, dell’“oraziano utile dulci, la base teoretica di tutta la letteratura fino ai giorni nostri”. Con fine pedagogico, morale – e come tale sarà fatto proprio anche dai gesuiti: gli emblemi sosterranno “la tecnica ignaziana di applicare i sensi per aiutare l’immaginazione a raffigurarsi in minuti dettagli il trasporto religioso, l’orrore del peccato e il tormento dell’inferno, le delizie di una vita pia”. Ma questo è già il fine di Alciato. “Esse rendevano accessibile a tutti il soprannaturale materializzandolo”, aggiunge Praz: “La fissità dell’immagine emblematica era infinitamente suggestiva”.
Andrea Alciato, Il libro degli emblemi, Adelphi, pp. LXXVI-745, ill., € 22
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mercoledì 4 marzo 2015

Letture - 206

letterautore

Bloomsbury – È l’eredità di Oscar Wilde, operosa e molto trasgressiva, ma senza scandalo. È un sodalizio di Cambridge, più tardi trasferito a Bloomsbury, a Londra vicino all’università. Di menti solide, Forster, Keynes, Moore. Radicate nella stagione fertile e anticonformista di Cambridge, tra Bertrand Russell, Whitehead, Lytton Strachey, e lo stesso Wittgenstein. E poi a Londra con la fertile e ramificata famiglia degli Stephen, Virginia (Stephen) Woolf e Vanessa (Stephen) Bell. Innovatore presunto delle lettere inglesi, col flusso di coscienza, la psicologia, e la sintassi, nonché la frivolezza esibita. Ma unito al fondo da un decadentismo affettato - da non-decadentismo. E più vero nel taciuto radicamento: che è Wilde, nelle giuste proporzioni, di allusioni senza scandalo. Per l’omosessualità e la licenza intellettuale. E soprattutto privato: di persone e personaggi più repressi, e autorepressi, che liberati.
Si vede alla scrittura. Le migliori (Forster, V.Woolf) sono inattuali, irrecuperabili – datate, deboli. Inerti, se non come divertimento. Tutto, sempre, artefatto, molto. Molto Inghilterra, molto di maniera, con la puzza al naso della non puzza al naso. Moderata e allusiva ma dura, come per l’omosessualità.

Esilio - È sempre una sofferenza, una privazione. La patria ha una sua consistenza, per quanto discutibile. Si vede dagli iraniani emigrati a Parigi, da due scrittrici in particolare, Abnusse Shalmani e Goli Tarachi. Che, benché onorate in Francia, dove hanno ricevuto notorietà e stima, Tarachi a settant’anni, tuttavia vi risiedono  disagio. Anche, anzi specialmente, quando sono oggetto di buona volontà, di disponibilità. È sempre l’afflizione di Ovidio confinato nel Mar Nero. Fatto rivivere da Vintila Horia nel 1960, un altro che alla Francia doveva quasi tutto (compreso il premio Goncourt, che poi lo stalinista Sartre lo costrinse a rifiutare), e Christoph Ransmayr una trentina d’anni dopo.
Diversa l’emigrazione. L’emigrato si integra volentieri. L’elenco è ormai lungo degli immigrati che dopo pochi anni sanno e vogliono esprimersi in italiano: Helga Schneider, Ornela Vorpsi, Helena Janeczek, Amara Lakhous, Younis Tawfik, Talye Selasi, Helene Paraskeva, Christiana de Caldars Brito, e numerosi altri scrittori, soprattutto del Nord Africa e dell’Est Europa, che hanno scelto, come già Edith Bruck,  l’italiano da immigrati recenti. Fino a Jumpha Lahiri, che da autore di successo in inglese negli Usa, ha scelto l’Italia e l’italiano, come spiega nell’emozionante “In altre parole”.

Furto – È il meccanismo principe del mercato dell’arte. Le copie non solo, ma il vero e proprio furto. Specie delle istituzioni museali, grandi ricettatori. Il British Museum ha 3.200 pezzi “di incerta provenienza”, scrive Fabio Cavalera in un agghiacciante reportage sul “Corriere della sera”. E 75 mila monete di “fonte inappropriata”. La storia della turpitudine, se non della criminalità, va riscritta.
Si rubava due volte in guerra: Hitler rubava, inglesi e americani compravano. Le istituzioni non i mercanti.

Germania – La prima controversia nazionale nel Novecento non fu quella famosa tra gli storici venticinque anni fa, nel 1986-7, sul nazismo, ma avvenne cinquant’anni prima , nel 1934, all’interno del regime nazista ma altrettanto furibonda, fra i partigiani della “razza tedesca” e quelli della “razza nordica”. Teorico della prima era Fritz Merkenschlager, biologo, membro del partito nazista e delle Sa, mentre la razza nordica, cui tenevano le SS, era teorizzata da Hans Günther. A Jünger e Carl Schmitt fu chiesto di schierarsi. Merkenschlager, per il quale essi tenevano, perdette la contesa. Fu arrestato e detenuto per tre anni, senza capi d’accusa né condanne – poi liberato per essere arruolato in guerra nella Wehrmacht.

“Metafisica nordica” è titolo nel 1938 di Oskar Becker, filosofo nazista. La teorizzò in forma di critica a “Essere e tempo”, l’opera capitale-rivelatrice dieci anni prima di Martin Heidegger, come non abbastanza fondatrice, di una, appunto, metafisica nordica. Heidegger non obiettò, limitandosi ad aggiungere che i tedeschi sono “un popolo metafisico”.
Becker oggi è dimenticato. Nella sua celebrazione di Gerhard Gentzen, “Il genio perduto della logica”, Eckhart Mentzler-Trott dice Becker en passant di “fisico estremamente delicato, natura quasi timida”. Fu apprezzato nel dopoguerra, professore confermato e poi emerito a Bonn, per aver ammesso di essere stato nazista. Ma era polemico, da quello che racconta poi Mentzler-Trott, non timido: dopo la notte dei Cristalli il 9 novembre del 1938, il pogrom di Stato antiebraico, protestò con la rivista di “Storia della matematica”, con la quale collaborava, perché aveva un redattore ebreo.
Becker è uno che si era laureato nel 1922 con Husserl, che poi sarà radiato dall’insegnamento in quanto ebreo, con la tesi “Esistenza matematica”. Poi assistente di Heidegger, uno dei discepoli mandati in cattedra da Husserl. Infine professore a Bonn.  Nella “Metafisica nordica” oppone il “ricercatore nordico” al mondo magico del “negro del Congo” e “gli uomini produttivi nordici” alla “interpretazione-esistenza del mondo del deserto mediorientale”. Benché apprezzato nel dopoguerra per la dirittura morale, il professor Becker non era molto esplicito.  
Inoltre, benché assistente a lungo di Heidegger, apprezza nello stesso saggio la tecnica che il suo maestro esecrava: “La tecnologia fondata sulla scienza naturale nordica ha conquistato il mondo”. Ma anche Heidegger in quegli anni apprezzava la tecnica (“l’aereo che ha portato Hitler all’incontro con Mussolini fa la storia”, la motorizzazione della Wehrmacht). Tornerà a esecrala dopo la guerra, in quanto yankee.

Joyce – Perché la chiave di “Finnegans Wake” non sarebbe Lucia? Lucia Joyce era psicotica, con James parlavano in una lingua chiusa a loro due. Lo dice Carson McCullers, che di mondi proibiti se n’intende. All’interramento di James Lucia dice: “Ora è sepolto nella terra, e sente tutto quello che si dice. Furbo, no?” Senza ombra d’incesto, è l’amore filiale, una forma di esclusione, e in questo caso un dolore, non un desiderio proibito.

Recensioni – Emmanuel Carrère firma il blurb per il nuovo libro di Marco Missiroli, e Missiroli fa un capolavoro su “Sette” del nuovo libro di Carrère su Gesù e la fede – non si capisce se acquistata o perduta, m questo è irrilevante. Unisce i due la Scuola Holden, è vero.

Talk-show – Usano le interviste agli scrittori sui libri appena pubblicati. Che fanno aumentare le vendite, ma sono spettacolo freddo. Si suppone che qualcuno abbia letto il libro di cui si parla. Se non il conduttore qualcuno per conto suo. Ma non è la stessa cosa. Il libro è stato protagonista in televisione solo con Bernard Pivot e “Apostrophes”, perché Pivot leggeva i libri di cui discorreva, tre e anche quattro a settimana, ne sapeva il senso, il contesto e le sottigliezze, e aveva letto i precedenti libri degli autori che invitava. Non succede lo stesso nei programmi di Rai Tre, di Fazio o Di Gregorio come prima di Augias, o della 7. L’autore famoso, Eco, etc., fa audience ma la trasmissione sarà sempre impacciata e fredda. Ci vuole anche una certa sensibilità: saper parlare di libri non è la stessa cosa che parlare di un film, per esempio, o di un evento sportivo.
Non è una novità. “Ciò che è di grande e disastrosa importanza è la provata incapacità di persone supposte istruite di leggere”, lamentava Dorothy Sayers, la giallista, in un lungo saggio del 1941, “The Mind of the Maker”. E continuava: “È risaputo fra gli insegnanti che una larga percentuale di bocciature deriva dal «non leggere la domanda»”. Per quanto il redattore-collaboratore che propone il libro e prepara la scheda sia stato esauriente e perspicace, il conduttore non può padroneggiare la materia. Peggio ancora: non sa ascoltare, o non può. Che in una conversazione è letale. Succede spesso da Fazio, come succedeva con Biagi, che l’intervistato sollevi parlando un tema o riveli un fatto sorprendente e il conduttore non se ne accorga. Deve calcolare la lunghezza della riposta, introdurre un’interiezione qualsiasi, conteggiare il minutaggio residuo, rimemorizzare la scaletta.
Ma, poi, non è la stessa cosa perché nessuno, nei talk-show televisivi, ha letto il libro di cui si parla.

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