Cerca nel blog

mercoledì 19 agosto 2015

Recessione - 40

Tutto bene, tutto secondo le previsioni del governo, più 0,2 di crescita del pil nel secondo trimestre 2015, più 0,7 nell’anno. Ma non è la ripersa dell’economia.

Il mondo va avanti anche nel secondo trimestre 2015, malgrado il rallentamento della Cina, l’Italia solo di uno 0,2 per cento. Effetto unicamente della domanda pubblica: non crescono i consumi, continuano a decrescere gli investimenti.

Vestiti, auto e case, in cinque anni la spesa giù di 67 miliardi.

“Ho sbagliato anch’io”, confessa Savino Pezzotta, ex Cisl, confermando che la riforma Fornero, con l’innalzamento improvviso dell’età pensionabile, ha escluso e continua a escludere dal lavoro i venti-trentenni.

La “ripresa record” della Spagna - sotto elezioni - si fa con più di cinque milioni di disoccupati, record europeo (mondiale in dì rapporto alla popolazione), un pil ridotto di un qarto dal 2008, e un venticinquenne su due impossibilitato a lavorare. Peggio in Andalusia.

Niente socialismo in Italia

Accoglienza mista ma critica, “Unità” e “Manifesto” compresi, e anche ironica, alla pagina del “Guardian” con cui Tony Blair invita il partito Laburista a non accreditarsi Corbyn come leader. Il “Corriere della sera” si spinge a presentare l’articolo con questo titolo: “So che mi odiate, ma ascoltatemi”. Mentre invece Blair si rivolge a tutto il partito, con queste parole: “Non importa che siate a sinistra, a destra o al centro del partito, che mi abbiate appoggiato o esecrato”. Si rivolge eccezionalmente al partito affinché resti un “partito di governo”, possibilista, realista.
Un’accoglienza bizzarra, ma non per caso: non c’è discorso socialista possibile in Italia. Non ci fu al tempo di Craxi, complice Berlinguer, non ci fu poi con D’Alema – Napolitano, come di carattere, si è guardato di far sapere che c’era, anche se è stato al Quirinale otto anni.
Perché ora si deride Blair? Si capisce il Pd sparso, che rappresenta solo se stesso - i Mineo, Civati, Fassina: ogni occasione è buona per loro per certificare che esistono. Ma i media? Non ci devno essere più socialisti. In Germania c’è solo la Merkel, in Italia ci sia solo Renzi.

Tolstoj (quasi) inedito

Alcuni dei racconti più famosi, “Il Diavolo”, “Passolungo”, “Memorie di un pazzo”, con i “Primi Ricordi”, nella traduzione di Corrado Alvaro, 1942. È la riproduzione di un “Quaderno della Medusa”, una scelta operata allora dalla figlia Tatjana. Un “Quaderno” che si proponeva la presentazione di “brani narrativi di opere poco conosciute” – anche Tolstoj ci ha messo a essere letto. La riedizione del “Quaderno” si segnala però per riprodurre larga parte della presentazione di Tatjana Tolstoj, che si estende soprattutto sulla “Sonata a Kreutzer” (di cui qui c’è l’abbozzo, “Come il marito uccide la moglie”), con molti elementi di lettura ancora “nuovi”, anche per le migliori biografie.
“Il Diavolo” fu pubblicato postumo, ed era noto in vita di Tolstoj solo all’amico Cechov, perché aveva molto di autobiografico: narra l’amore folle di una giudice per una contadina, e anche il giovane Tolstoj, scrive la figlia, aveva avuto “prima del matrimonio una relazione amorosa con una contadina di Jàsnaia Poljana, alla quale, insensibilmente, s’era affezionato”.  
“Passolungo”, la storia di un cavallo, era un’idea di Tolstoj fin dal 1856 – il nome era quello di un cavallo famoso cinquant’anni prima. Turgenev ricorda nelle “Memorie” che quello stesso anno, passeggiando con Tolstoj, questi si fermò a dire pensieri e sentimenti di una rozza che incontrarono sul sentiero:  “Non solamente egli s’identificava con essa, ma costrinse anche me a mettermi nell’animo di quell’essere disgraziato”.
Lev Nikolaevič Tolstoj, Racconti e memorie, SE, remainders, pp. 188 € 9,50

Problemi di base - 240


spock

Perché la Germania vuole i negozi greci aperti la domenica, e quelli tedeschi comodamente chiusi?

Perché la Germania vuole aumentata l’età pensionabile in Grecia, mentre abbassa la propria?

Perché la Bce certifica la robustezza delle marce banche tedesche, e boccia le banche italiane?

Perché la Bce lo dice, che penalizza le banche italiane?

Perché il presidente della Bundesbank e il ministro Schaüble aprono varchi alla specualzione – la c.d. volatilità delle Borse?

Perché la concorrenza della Germania imbattibile alle esportazioni europee con i salari bassi e socializzati non è dumping?

A chi pensa la Germania di vendere i suoi surplus a basso costo, dopo ave castrato le economie europee, ai cinesi?

Perché la Germania infrange impune tutte le regole europee, e rimprovera gli altri di farlo?

spock@antiit.eu

La scomparsa dell'Italia

Quindici anni fa Galli della Loggia ripercorreva i “caratteri originari”, dal paesaggio allo Stato, col progetto di una collana di cui questa “Identità” è una sorta d’introduzione. Un tema su cui ritorna ora, scrivendo per i giornali, con toni più drastici, denunciandone la scomparsa, in una con lo Stato. Una scomparsa che data ad almeno venticinque anni fa, più o meno. Qui invece ancora s’interroga sul perché l’unità, che doveva costituirsi sull’asse Torino-Napoli, le due monarchie nazionali, e le due più longeve, quella napoletana addirittura di sette secoli, non ha funzionato. Sulla “debolezza” di Milano, che sembra “piuttosto credere all’antipolitica”, la società politica volendo risolvere in quella civile, nell’amministrazione. Sull’estrema frammentazione amministrativa – all’unità si censivano in Italia 7.721 comuni, contro gli appena 1.307 della Francia, estesa quasi il doppio dell’Italia. Un particolarismo che va insieme con lo spirito di fazione, e quindi poi col compromesso.
Molto lo storico s’interroga sulla mancata capitalizzazione di alcuni vantaggi. La Chiesa a Roma. La civiltà antichissima, la più antica e continua d’Europa. Il “precocissimo, immane, deposito storico-culturale”. Sono italiane l’università, la banca eccetera. Il “formidabile potenziale individualizzante costituito dall’essere stata a suo tempo la culla della latinità e dall’essere la sede storica del cristianesimo cattolico”.
L’aspetto peculiare della visione italiana di Galli della Loggia resta la Chiesa, che ha creato, si può dire, l’Italia – ne ha tracciato le coordinate storiche. La riserva laica resta forte: la Chiesa a Roma ha impedito all’Italia “un suo proprio progetto statual-nazionale”. Ma sull’Italia fatta dalla Chiesa può schierare l’autorità di Leopardi, che lo dice “con la consueta lucidità” in una pagina dello “Zibaldone”: “Il credito, l’influenza e l’importanza del Papa e della Corte di Roma contribuiscono grandemente, e forse, massime in certi tempio, principalmente, a tener l’Italia in azione, a darle campo di esercitarsi nella politica e negli affari, materia e modo di negoziare, importanza e peso, negoziatori, diplomatici, politici, uomini che ebbero parte attiva negli avvenimenti e nei destini d’Europa”. Un fatto Federico Chabod, grande storico liberale, più volte rimarcava, facendo la storia della guerra, e del dopoguerra.
Tutti questi vantaggi s’infrangono nell’ottusità della sua borghesia, o la provocano? Galli della Loggia non si pone questo dubbio. Ma rileva con Machiavelli che i “gentiluomini” – che altrove, negli Stati moderni, in Inghilterra e in Francia, sono stati al centro del “vivere politico” – in Italia sono “oziosi”, “senza cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere”.
Ernesto Galli della Loggia, L’identità italiana

mercoledì 12 agosto 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (254)

Giuseppe Leuzzi

Palermo fa i conti: 300 mila euro per i convegni all’Expo, e non uno in cui si sia visto un minimo di curiosità: sempre sedie vuote. La Sicilia non interessa a nessuno, nemmeno ai siciliani di Milano, pure tanto patriottici in pasticceria? Il Sud paga anche l’Expo, la solita bufala creata da Milano?

Il Salento ha più bagni, bagnanti, discoteche della Romagna, malgrado la marginalità geografica rispetto al Centro Europa. Ma non si celebra. Non si dice neanche.

Sudismi\sadismi
Tre parole di Renzi sul Sud, “non piangiamoci addosso!”, bastano a scatenare l’ennesimo attacco lombardo a ranghi serrati. Non contro Renzi, contro il Sud:  il “Corriere della sera” non risparmia pagine e consigli su come dare una lezione al Sud. Galli della Loggia chiede la legge e l’ordine. Molti redattori e redattrici hanno mugugni da esternare – si spera non per motivi familiari. Stella trova che la Norvegia è meglio della Sicilia – e che ha anche più turisti, il che non è vero (vero è che la Sicilia non li spella: la Norvegia costa quattro volte tanto).

Il Mezzogiorno è morto con lo Stato
È un’idea dello storico Galli della Loggia: lo Stato è morto venticinque anni fa, e con esso è scomparso il Mezzogiorno.
Galli della Loggia non ha in simpatia il Sud. Venticinque anni fa proponeva cavalli di frisia e muri, domenica, sempre sul,“Corriere della sera”, esordisce con questo identikit meridionale: “Lo Stato è anche la legge e i diritti uguali. Cioè il contrario del dominio degli interessi privati o di clan, il contrario dell’evasione fiscale generalizzata, del clientelismo, della logica della raccomandazione a spese del merito, dello sperpero del pubblico denaro. Ci piacerebbe che i nostri concittadini del Mezzogiorno d’Italia ce lo ricordassero…”. Ma tutto ciò è Mezzogiorno, o non Italia? Mezzogiorno in quanto si è costituito (in senso proprio: arreso) all’Italia? Com’è governata l’Italia, dove il Mezzogiorno si colloca? L’evasione fiscale è più alta – proporzionalmente al reddito e pro capite - in Italia o nel Mezzogiorno?
Ma lo storico ha anche qualcosa da dire, oltre al malumore. “Il problema del Mezzogiorno, del suo mancato sviluppo, non è anche questo silenzio della grande maggioranza della società meridionale, a cui da tempo fa eco il silenzio e il disinteresse del resto del Paese”? Non un fatto di giornalismo, di cronache disattente: il Mezzogiorno scompare con “la crisi che dagli anni Novanta del secolo scorso – combinando elementi nazionali e internazionali, assommando il post-sessantottismo ai più vari diktat dell’Europa d Bruxelles – va disintegrando lo Stato italiano storico, formatosi con il Risorgimento e durato fin verso la fine della Prima Repubblica”. Di cui la “«questione meridionale»” era la questione…, la principale sfida alla sua esistenza, il massimo dei suoi problemi storici, a cominciare da quello del consenso”.
Una conclusione per arrivare alla quale Galli della Loggia riconosce infine lo scenario apocalittico di quest’ultimo quarto di secolo, ed è il vero tema del suo intervento. Rapidamente (giornalisticamente), ma che baratri riconosce! “Lo Stato italiano classico è andato decomponendosi” per effetto del “dogma delle privatizzazioni, l’«andare sul mercato»”, e “del trionfo delle retoriche (e delle prassi) decentralizzatrici, sindacal-partecipative, democraticistiche, antimeritocratiche”. Che sembra troppo e troppo vago ma poi, andando sul concreto, è solo troppo sintetico. Ognuno vede che la privatizzazione delle reti di servizi, ferrovie, stazioni, poste, aeroporti, autostrade (cui vanno aggiunti telefoni, elettricità, gas) ha condotto rapidamente al “loro crollo qualitativo per il pubblico indifferenziato e al loro orientamento classista a favore di chi iuò spendere”. E che gli abituali “ambiti d’azione di un tempo” dello Stato, l’istruzione, il controllo degli enti locali, la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico (e l’università, l’assistenza, oggi delegata al “terzo settore”, la stella del sottogoverno, altro che Buzzi, la stessa sanità) si sono dissolti nell’inefficienza e gli sprechi. Nonché “l’azione repressiva”, che purtroppo lo storico limita a queste due parole - la debolezza dell’apparato repressivo si può confermare per esperienza: i delitti (pizzi, dispetti, attentati, perfino assassini) non si prevengono, mai, malgrado l’abbondanza delle denunce, e di intercettazioni e controlli nelle indagini, ma lo storico non dice perché - dei Carabinieri non si parla mai, né delle Procure della Repubblica, comprese quelle più antimafiose.

La mafia capitale
Bisognava ancorare Mafia Capitale alla mafia, questione di concorsi esterni in associazione, ed ecco la ‘ndrangheta. Buzzi dice ai suoi accusatori che chiama ‘ndranghetisti tutti i calabresi. È possibile, i calabresi a Roma volentieri si dicono essi stessi ‘ndranghetisti, essendo rimasta la ‘ndrangheta l’unica connotazione. Ma questo è vero anche per i giudici di Buzzi, gli inflessibili siciliani Prestipino e Ielo, ed ecco che finalmente la Mafia Capitale è mafiosa.
Buzzi è andato in Calabria, ha preso gli appalti dai Comuni, le Province etc . per le sue cooperative, e nessuno gli ha chiesto il pizzo. Per questo, dice ”Cronache del Garantista”, i pm non gli credono: “Lei dice che è un imprenditore, che va in Calabria, lavora, e non le chiedono il pizzo?”
Questo Buzzi resta un enigma, finché non si chiarisce quello che era: un ex carcerato messo a capo di cooperative sociali, di cui è diventato il miglior imprenditore a Roma, essendosi dimostrato ben  capace di “lavorare con la politica”. E finché non si chiarisce che il “terzo settore”, volontariato e sociale, è “tutto politica”, cioè sottogoverno. Ma, forse per coprire il fatto, o più probabilmente perché è indagato dalla Procura Antimafia, dev’essere mafioso (l’istituzione crea il delitto). È anche comodo che lo sia, perché in fatto di mafia le Procure possono ora addebitare tutto a tutti. A discrezione.

Per molto meno di Roma, anzi niente (remote parentele di uno o due consiglieri), il Comune di Reggio Calabria è stato commissariato, subito dopo l’elezione del sindaco e del consiglio. Poi dice che il Sud non crede nella giustizia. Non crederà nella giustizia di Pignatone, che era uno a Reggio Calabria, quando commissariò il sindaco appena eletto, ed è un altro a Roma. 

La Provenza a Napoli
Les Baux e la Provenza, se ne parla solo in riferimento a Petrarca. Mentre ebbero una storia strettamente legata a Napoli. I signori di Les Baux, corte privilegiata dei trovatori, conti di Provenza, visconti di Marsiglia e principi di Orange, erano anche conti  di Avellino e duchi d’Andria. L’ultimo di loro morì a Napoli nel Seicento, marchese eccentrico se non bizzarro, che utilizzava un sigillo a forma di stelle a sedici punte. Proclamandosi, come tutti i suoi antenati, discendente di un bisnipote del re levantino Baldassarre, e dunque di uno dei tre Magi – “la loro vita reale è così fantastica”, commenta Rilke in una lettera a Lou Salomé, “che i troubadour rinunciano a inventare”. Arrivarono a controllare 79 città e villaggi. E il regno di Napoli – o viceversa, Napoli controllava la Provenza.
Furono famosi soprattutto per la bellezza delle donne. Che culminerà a metà Duecento nel culto di
Cécile de Baux, detta “Passe-rose”, quella che sorpassa le rose in attrattive. Famosi attraverso la poesia, che era però all’epoca un grosso veicolo internettiano, quasi facebookiano. Ma già al tempo di Cécile la dinastia era anche napoletana. Un secolo dopo un’altra bellezza provenzale, Giovanna I, sarà regina di Napoli. Figlia del duca di Calabria, regina titolare di Gerusalemme e di Sicilia, principessa d’Acaia, contessa di Provenza, sposa di quattro mariti, Andrea d’Angiò, Luigi di Taranto, Giacomo IV di Maiorca e Ottone IV di Brunswick-Grubenhagen, “il Tarantino” (sposandosi diventò principe di Taranto e conte di Acerra). Siamo qui nella storia, la dinastia è dei d’Angiò. Ma la favola di Rilke non è finita.
È a Napoli che infine la famiglia, pro o contro Giovanna, finì per installarsi. Mentre Les Baux passava dai governatori del conte di Provenza al re di Francia. Fino all’espulsione di tutti,  cittadini e residui signori di Les Baux, nel 1621 per peccato di protestantesimo.
A Napoli la dinastia rimarrà vittima, dice Rilke, della gelosie della corte e dei principi Sanseverino. Prospererà invece in Dalmazia e in Sardegna, fondandovi “robuste dinastie” - in realtà il cugino di Durazzo, Carlo, farà rinchiudere Giovanna nel castelo di Muro Lucano, inutilmente difesa da Avignone dallpantipapa Clemente VII, e poi la farà assassinare. Un piccolo romanzo di Rilke.

La mafia dell’antimafia
Rosy Bindi non ha combinato nulla alla presidenza dell’Antimafia – eccetto che usare la Commissione per attaccare i suoi nemici politici. Ora accusa Piero Sansonetti e il giornale “L’ora di Calabria” di contiguità con la ‘ndrangheta. Che invece era nato per combattere e ha combattuto. E accusa Sansonetti e il defunto giornale attraverso indiscrezioni a “Il Fatto Quotidiano”, per ingraziarselo. E questo è quanto. La paghiamo pure: non dovrebbe restituire le indennità?

I figli del giudice Borsellino hanno dovuto constatare amareggiati che l’antimafia delle carriere esiste. Era l’argomento sfortunatamente aperto da Sciascia trent’anni fa – sfortunatamente perché individuava nel carrierista proprio il giudice Borsellino (col quale poi si scusò). Il fenomeno è rilevantissimo a Palermo, anche il fratello e la sorella del giudice vittima di  Riina se ne sono avvantaggiati.  Oltre l’eterno Leoluca Orlando, il professionista principe, che è sempre sindaco di Palermo, benché abbia messo nel mirino di Riina il giudice Falcone – e lo stesso Borsellino. Lui che a una delle sue tante elezioni aveva avuto i voti unanimi di una paio di sezioni elettorali ad alta densità mafiosa.
Il fatto in sé è sgradevole, ma non necessariamente delittuoso. Se non che devia l’attenzione e la vigilanza dalle vere mafie, quelle che la Procura di Palermo da un ventennio abbondante non persegue più, a parte la cattura dovuta di Riina e Provenzano.  

L’antimafia istituzionale deflagra in Calabria - ma forse solo perché c’è più irsuta vigilanza, altrove sarà meglio? Dopo l’osservatorio della ‘ndrangheta, o Museo della ‘ndrangheta, che si è mangiato  gli 800 mila euro di dotazione  senza combinare nulla, sottraendoli a piccole somme a vario titolo, il sindaco antimafia di Reggio Calabria Falcomatà debutta con due nomine stupefacenti. Di condannati e di indagati per reati gravi. Debutta a dieci mesi dall’elezione, e già questo è dubbio - il Pd cittadino, il suo partito, lo accusa di inefficienza. Nomina suoi consiglieri e rappresentanti ai tavoli del Comune con la Provincia per l’utilizzo dei fondi Ue: 1) la criminologa Grazia Gatto, condannata a gennaio 2014 con rito abbreviato per falso in atto pubblico: insegnava all’università Mediterranea di Reggio Calabria senza averne i titoli (una semplice laurea breve, in un’università straniera sconosciuta), e comunque non riconosciuta “cultrice della materia” dal consiglio di facoltà. E insegnava per conto del titolare, il professore-giudice Alberto Cisterna, che figurava firmare il registro delle presenze; 2) Fabio Antonio Badami, un ex maresciallo capo Guardia di Finanza arrestato nel 2007 per concussione – poi non condannato per intervenuta prescrizione. I due naturalmente non sono consulenti “formalmente”,
Sono tutti belli, benché sui cinquanta. Falcomatà è anche molto giovane. E tutti renziani. Ma basta?
Già l’idea di un Museo della ‘ndrangheta era cervellotica: esaltare il crimine, sia pure in forma critica – la realtà della cosa non sfugge a nessuno.

L'America 1930-1960, memorabile ritratto

Un ricordo personale, disordinato, e anche un ritratto d’epoca che lascia il segno: il “tempo perduto” di Lillian Hellman, benché sintetico, sa di veritiero e dunque di memorabile. La famiglia materna e quella paterna. L’infanzia e l’adolescenza sradicate, sei mesi a New York e sei a New Orleans, senza amici, giusto un fico all’angolo esterno del giardino, e  senza scuola. Le strategie della figlia unica, “di due persone che certamente mi amavano per me stessa, ma che anche si compiacevano a usarmi l’una contro l’altra”. E una figlia unica per la quale “una sconfitta può sempre rigirarsi in una vittoria più tardi”. La nonna materna tirannica, nonna del Sud. Che solo temeva e rispettava il fratello. Il fratello, uomo di potere, “era anche spiritoso e di mondo”: considerava “le sue macchinazioni finanziarie come naturali non solo alle sue ma anche alle fortune del paese, e tutto questo riteneva divertente. Le zie paterne, anch’esse del Sud, che non si sa, sono tedesche e ebree, ma soprattutto vere mamme e sorelle. Le tante idiosincrasie di una biondina che si vuole sempre confusa – di cui Dashiell Hammett riuscirà più di ogni altro a venire a capo, da qui il loro lungo rapporto, trent’anni (ma forse il rapporto è inverso, “forse le cose sono andate bene perché ero testarda”). 
La prima delle quattro memorie di Lillian Hellman (poi vennero “Pentimento”, “Il tempo dei furfanti”, “Una donna segreta”), pubblicata nel 1969, dopo alcune  anticipazioni in diverse riviste, e per prima tradotta, trent’anni fa, non ha la verve delle successive. Fu riconosciuta, premiata col National Book Award 1970, e convinse la drammaturga e sceneggiatrice di cinema, con molti film famosi all’attivo, che poteva essere anche una narratrice, come aveva sempre voluto e tentato di essere. Ma è una specie di prova generale, troppo densa e tesa. Rispetto alla rapidità scaltrita e iconica delle puntate successive - già da “Pentimento”, da cui fu tratto il film cult “Julia” - che tante invidie ancora suscita alla Hellman. Specie nella guerra di Spagna, di cui Lillian Hellman fu corrispondente involontaria, che limita a insignificanti ritratti di maniera. Oppure vuota, nello straordinario soggiorno di cinque mesi in Russia, nell’inverno 1944-45, dopo un viaggio di quindici giorni attraverso mezza Siberia, su aerei speciali per lei, e con una straordinaria visita al fronte, che limita a scene di contorno, gli interpreti per lo più, e a Mosca all’hotel Metropol, per stranieri.
È però una memoria già piena di cose. Già della guerra di Spagna dice il disagio – se non è ricostruzione retrospettiva (lei pretende di limitarsi a trascrivere le note prese allora): l’ambiguità delle Brigate Internazionali, minate dalle faide ideologiche e senza un armamento in qualche modo adeguato ai cacciabombardieri nazifascisti. Con un ricordo vivo di Otto Simon, quarantenne comunista da sempre, con cui si accompagna a Valencia, impiccato a Praga, la patria comunista,  nel 1952. C’è la Russia in guerra, la “squadra” per cui l’America faceva il tifo, commossa, ammirata anche, di tanto ardimento. C’è molto Hammett, privato e pubblico, politico e letterato. Con molta Hollywood. Norma Shearer - e il marito Irving Thalberg, l’unico produttore ammirato, che Scott Fitzgerald avrebbe rappresentato male in “Il grande Gatsby”. Nathanael “Pep” West. Jean Harlow che fa la signora. Dorothy Parker ovunque, grande amica, “iniziatrice” di molto e di molti. Samuel Goldwin, geniale e avaro. La filosofica aiuto domestico Helen, nera del Sud trapiantata a New York. Sergej Eizenstein, la persona più “solida” di tuta la narrazione.E molto Hemingway, colto in vari momenti, nella collaborazione in Spagna per il docufilm di Joris Ivens, e altrove. In poche righe, indimenticabile, la paura che Fitzgerald aveva alla fine di Hemingway, del giudizio di Hem, invariabilmente distruttivo, di chiunque.
C’è anche l’Est, New York. L’editore Liveright, munifico allevatore di geni letterari, e fallimentare. Le feste di serie A, e quelle di serie B – quelle di Berlusconi xonbi ha copiato (quelli di serie A “pieni di belle donne, signore singole e divorziate, e alcune lesbiche bennate”, obbligate a parlare di libri e di Freud, benché non letto. La “donna incompiuta” cominciava a mettersi in pace con se stessa. Un ritratto disegnando dell’America negli anni1930-1960, che l’hanno trasformata.
Lillian Hellman, Una donna incompiuta

 

martedì 11 agosto 2015

Ombre - 279

Non c’è solo Sesto Fiorentino, un altro sindaco di Renzi, giovane e rottamatore, il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà, è contestato con asprezza dal suo partito: il Pd lo giudica “un equivoco” e lo accusa di incapacità, “in otto mesi ha fatto solo confusione”. Un altro di Renzi di cui non si parla.

Valentino Rossi fa gare stupende, pur avendo un mezzo inferiore a quella dei concorrenti. Magari non vince, ma è quello che fa rimonte e sorpassi impossibili. Ma non fa notizia. Conta chi vince: il “gesto tecnico” è vincere. 

Fabrizio Dragosei fa sul “Corriere della sera” la Russia come fosse cinquant’anni fa: pochi o niente passaporti, pochi visti all’entrata, controllatissimi, eccetto che per Cuba, il Vietnam e la Cina. Una Russia sorprendente, ma non è science-fiction, né un pastiche - Fabrizio è uno serio.

Però: quanti cubani che vanno in Russia! A che fare poi? I cinesi,si sa, sono dappertutto. Ma i vietnamiti?
E i russi in Versilia, émigrés?

Si capisce ora che Putin ami l’Italia: la penserà governata sempre dal Pci. Però, per il visto bisognerà avere la tessera? E la Costa Crociere, che porta a San Pietroburgo ogni settimana qualche migliaio di turisti, ha uno stock di tessere?

Si discute se Marino, il sindaco di Roma, debba restare o no. Il ministero dell’Interno pospone sempre il suo verdetto sulla relazione della prefettura di Roma. Marino sostiene di avere le carte a posto. Ma affida il sociale secondo i vecchi schemi – quelli, dice Pignatone, di Mafia Capitale: tot a sinistra e tot a destra, compresa Casa Pound.

Milano una grande mostra celebra la mamma. Lo fa in trecento modi diversi”. Il padre è finito.

“Grecia, accordo a un passo, ma Schaüble frena”. Non sembra, ma ha ganasce inconsumabili.

Mps si scopre molto migliore di come la voleva la Bce. Anche se da tempo aveva dei conti migliori, per quanto disastrosi. Migliori di tante altre banche, del Centro Europa e della Spagna, che la Bce promuoveva. Mentre promuoveva pubblico scandalo contro la banca senese. Non s’era mai visto una banca centrale che dicesse al mondo che una banca – peraltro in discrete condizioni – era al fallimento. La Bce l’ha fatto:
http://www.antiit.com/2015/01/la-seconda-guerra-europea-allitalia.html

Il romanzo di Rilke viene meglio esoterico

Due traduzioni, due Rilke. Il “romanzo” di Rilke, 1910, è disponibile in due traduzioni. Quella Garzanti di Furio Jesi, la più vecchia, quarant’anni fa, diciotto o diciannove edizioni, con introduzione critica e note al testo. E quella più recente, vent’anni fa, di Giorgio Zampa, tre edizioni. La versione più corretta sembra alla fine paradossalmente quella più intromettente e meno rispettosa, manomissoria, di Jesi. Se uno conosce Rilke per altri versi, e per gli interessi manifestati dopo “I quaderni”.
Jesi (che nello stesso 1974 pubblicava “Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke”) anticipa l’inabissamento di Rilke nella magia, mentre questo avviene più tardi. Rilke qui rifà “Werther/Wilhelm Meister” dopo Nietzsche. S’interroga, con linguaggio espressionista e tecniche pittoriche impressioniste, ancora su “Dio” (la vita, la morte, la vita che corre verso la morte). E tuttavia la traduzione di Jesi è quella che si dice più “aderente”: rilkiana, mimetica.
Lo studioso di mitologia sembrerebbe anche il meno adatto a leggere consistentemente Rilke. E invece è probabilmente il suo punto di riferimento principale. Da germanista, il campo di studi cui si dedicò professionalmente, all’univevrsità, dopo svariate altre attività, a 33 anni, nel 1964. A partire dallo studio che pubblicò quell’anno, “Rilke e l’Egitto (considerazioni sulla X Elegia di Duino)" - il lavoro post-Duino infine sbloccato dal viaggio in Egitto, davanti alla Sfinge, fra tramonto e notturno lunare.
Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, a cura di Furio Jesi, pp. XXIII + 224 € 12
Adelphi, a cura di Giorgio Zampa, pp. 213 € 19

lunedì 10 agosto 2015

Il gabbiano predone

Sculetta come un papero, un colpo in là, uno in qua, dopo aver planato con breve battito di ali verso la sua Caritas del pasto quotidiano. Va come un piedipiatti. Come un marinaio anche, un animale di mare sbarcato in terraferma, che si aggira tra i banchi chiusi del mercato, elemosinando resti sfuggiti ai netturbini. Non un bello spettacolo per un gabbiano di mare, l’occhio si distrae, ed è fatta. Un piccione imprudente, anche lui in cerca di resti, con un colpo d’ali ha beccato, lo ha già sventrato col becco acuminato, e se ne pasce avido, delle interiora ancora vive, palpitanti, boia e cannibale, sotto gli occhi di tutti.
Un rivestimento elegante rammemora di un corpo (un’anima?) brutto e sporco. Il francese lo chiama mouette, grazioso. Anche l’italiano non è male. Lo spagnolo meno, gaviota evoca garrota, lo strangolamento. L’inglese è accorto, che lo avvicina a gabbare: seagull è una sorta di imbroglione di mare.

Mouette fu una sorpresa: la prima volta che il volatile si segnalò, provocando un risveglio anticipato all’alba a Calais, fu in modo doppiamente sgradevole, col suo gracchiare stridulo: sgraziato, cattivo. 

Casanova storico del Settecento

Un ritratto impossibile, per uno scrittore agli antipodi di un personaggio che non può amare. Ma ammirare sì, per l’energia, e il suo stare al mondo, nel suo mondo. Da un insospettate punto di vista, sotto l“Iliade erotica”: un quadro insuperato della società pre-rivoluzionaria – non ancien régime, dizione ideologica, ma modo d’essere.
Stefan Zweig, Casanova, Castelbecchi, pp. 96 € 12,50

domenica 9 agosto 2015

Secondi pensieri - 226

zeulig

Antimoderno – È reazionario? La categoria è stata coniata dallo scrittore Antoine Compagnon, filologo al Collège de France, dieci anni fa, “Les Antimodernes. De Joseph De Maistre à Roland Barthes”, non ben ricevuta – soprattutto dai “barthesiani”: Barthes amava i classici ma non in opposizione alla contemporaneità, che comunque seguiva e apprezzava, anche se non la studiava. Essere “antimoderni” è essere contro la doxa, l’opinione prevalente. Essere anticonformisti, comunque di giudizio riservato. Ma una caratteristica della categorizzazione di Compagnon è nuova e indiscutibile: che il “reazionario” è anticonformista – un De Maistre di oggi difenderebbe l’illuminismo. Questo è difficile da accettare, ma forse non c’è possibilità di fuga. Compagnon è preceduto su questa strada da ampia e robusta schiera: Donoso Cortès, Jünger, Noventa, etc. Bisogna essere a disagio con la contemporaneità per essere reazionari. E viceversa forse pure, non c’è altra collocazione. Del resto, l’“antimoderno” di Compagnon non era stato inglobato nel “postmoderno”, di chi voleva essere contemporaneamente classico e tradizionalista, se non passatista, e insieme à la page?
 
Hannah Arendt – Sbiancata dal sospeto infamante di leso ebraismo per il famoso Eichmann esecutore volenteroso e banale, il suo giudizio viene bizzarramente in forse per l’incauto patrocinio prestato a Heidegger nel dopoguerra. È grazie a questo patrocinio, prima che a quello dei francesi, anche se non si dice, che si arrivò a una rapida riabilitazione, che Heidegger è Heidegger, il monumento. Un errore di giudizio politico, indotto dalla passione (Hannah era stata l’amante ventenne di Heidegger quarantenne, che per lei resterà il solo amore), sarebbe molto grave per una filosofa della politica.
Il caso si pone dopo la pubblicazione del vol. 97 delle opere di Heidegger, con alcuni dei “Quaderni neri” in cui lui stesso si presenta come ipocrita. La riserva mentale era avvertibile per molti aspetti prima della pubblicazione dei “Quaderni”: mai una parola sull’Olocausto, mai una parola su Hitler, accenni non equivoci a un’alba che non può mancare, al destino etc., e il sorriso sempre furbo, perfino ironico, anzi sardonico, di sfida. Come ci può essere una relazione personale, sentimentale, per di più senza l’impulso dei sensi, a distanza, con uno che pensa e scrive che l’Olocausto gli ebrei se lo sono voluto, è un autoannientamento, indotto dalla loro perversione filosofica e dal loro impegno cieco per la tecnica, per l’innovazione, della cosiddetta filosofia strumentale (e di quella sua propria no? della parola, del suono, perfino del numero).
Uno che pensava e diceva, anche, degli Alleati che avevano trasformato la Germania in un campo di concentramento. Col sottinteso che la guerra l’avevano fatta gli Alleati ai tedeschi, e non viceversa. Intendendosi per Alleati non i francesi o gli inglesi, ma gli odiati russi (odiati perché comunisti e perché slavi: i tedeschi hanno odiato a lungo anche gli slavi, dicendosene accerchiati) e, di più, gli americani - Hannah Arendt era divenuta americana.
Anche nella relazione d’amore, studentessa-professore, Heidegger era stato ben fascista: le imponeva appuntamenti al buio, di notte, fuori città, e quando se ne stancò la licenziò. Nel dopoguerra, non per caso, come pensava Hannah Arendt, cercò a mezzo di lei, che aveva raggiunto negli Usa un forte status accademico, e ottenne la riabilitazione. Come non sentirne, intuirne, capirne, l’ostilità? Non tanto segreta, peraltro, Heidegger parlava e scriveva anche molto. Leggendolo, nessun dubbio era possibile. Era irrilevante? No.
Oltre che Hannah Arendt, Heidegger ha avuto altre amanti ebree. Una, Elisabeth, “Lisi”, Blochmann, perfino nel rifugio di Todtnauberg, la baita costruita per lui dalla moglie Elfride. Aveva la fregola facile, e certamente un grande fascino, e tuttavia l’ebraismo – la giudeità - era per lui un fattore differenziale.

Modernità - È imprescindibile – è il presente – e per questo deformata? Dopo il postmoderno di Lyotard, 1979, la seconda modernità, o società del rischio, di Ulrich Beck, 1986, la surmodernità di Marc Augé, 1992, l’ultramodernità di Anthony Giddens, 1994,  la metamodernità, dello stesso Giddens, l’ipermodernità di Gilles Lipovetsky, 2004, l’antimdernità di Antoine Compagnon, 2005. È una rincorsa. Di scalpelli a volte acuminati ma  deboli per scalfire il presente.
Lo scrittore-artista Carlo Bordoni, volendo caratteristicamente aggredire il postmoderno, lo riduce, su “La Lettura” domenica 2 agosto, a “Drive in” (1983-1988), il programma tv contenitore di Antonio Ricci, a Jeff  Koons nell’arte, a Robert Venturi e Frank O. Gehry in architettura, a “Il nome della rosa” nella narrativa. Eco, autore del “Nome della rosa”, forse ne sarebbe sorpreso. Ma è poco, o è molto? Certo non definitivo – Francis Fukuyaama e la fine della storia saranno stati  l’ultima postmodernità.

Tempo – Si può cancellarlo, evidentemnte, con logica matematica - anche da prima di Einstein. Ma si ripropone di fatto, non solo come scansione (metronomo) e come accumulo (memoria), ma nel mutamento della natura (clima, organismi), della natura stessa dell’uomo che il tempo avrebbe escogitato, dell’astrofisica, e della stessa fisica matematica, evidentemente.

Virale – La parola del momento sta per infetto? Molti video “virali” lo sono, artefatti: “tagliati”, illuminati, accelerati, rallentati, di quel tanto che non si vede ma “fa” il messaggio. La comunicazione visiva è artefatta come quella scritta, solo che non ce n’è una retorica.
 

L'invenzione del giallo, insorpassata

Il primo dei romanzi gialli. Dei gialli europei, dopo quelli americani di Poe – il racconto giallo nacque come un’estensione del mistero, imparentato col gotico (il c’è e non c’è, forse è un fantasma, un revenant, una colpa…). Trascurato a motivo della lunghezza, il giallo si vuole rapido (ma Sherlock Holnes non è prolisso, sempre troppo?), e tuttavia ineliminabile: una pietra di fondazione e anche una finestra, anzi un balcone.
All’uscita, nel 1860, pare abbia fermato tutta Londra. Lo pubblicava Dickens, a puntate, sul settimanale “Al the Year Round”, da lui fondato l’anno prima (si pubblicherà fino al 1895). E allora: Thackeray non dormiva la notte per leggerselo, Gladstone saltò il ricevimento dopo una prima a teatro ardendo dalla curiosità, il Principe Consorte – non potendosi disturbare la regina Vittoria, troppo vittoriana – lo raccomandava ai suoi ministri: Insomma: la novità fu anche del genio pubblicitario di Dickens. Ma Collins ci mise del suo.
L’ultimo suo editore inglese, la Everyman’s Library, non lo pretende un capolavoro, ma “tuttora il miglior mistery-thriller in inglese” – e cioè il migliore, il mistery-thriller è inglese. Magari a ragione. Collins non era un debuttante. Almeno una storia gotica-di mistero è stata riscoperta recentemente, pubblicata nel 1843 su numerosi periodici americani, ambientata, come il genere allora voleva, in Italia, “The Last Stage Coachman” – poi riscritta come “Volpurno”, di apparizioni, sparizioni, etc., a Venezia e dintorni. Ma qui ha fato tesoro evidentemente della tecnica narrativa di Walter Scott – Walter si chiama il sui protagonista: molto descrittiva (digressioni, divagazioni) ma fino alla misura giusta. Dal padre William, pittore rinomato, l’abilità a coprire i fatti coi “cieli”, tutti sempre parlanti – la scenografia è forse il suo migliore strumento. Il tutto integrato dal personale gusto per il sensazionale, la sorpresa. Che il fogliettone settimanale richiedeva, e lui padroneggiava, nella giusta misura – della puntata cioè (la scrittura a volte non è misteriosa). L’esito è quella scrittura che oggi si chiama “di grande lettura”. Ma non pretestuosa, quale oggi dilaga nella scrittura delle scuole di scrittura: lungo ma necessario.
Wilkie Collins, La donna in bianco, Fazi, pp. 745 € 18,50 (vecchia edizione tasc., pp. XX-688 € 14,90)

sabato 8 agosto 2015

Letture - 223

letterautore

Aleramo – “Che duro mestiere essere una bella donna”, ha confidato Baudelaire in “Confessione” uno dei “fiori del male”. Si può capirla, fra tanti Nobel e candidati: fu faticoso.
Fu – per molti lo è ancora – l’icona della donna liberata per il partito Comunista, anche per Togliatti. Una certa concezione della donna ne emerge.

Céline – Non ha lasciato inediti, ma una corrispondenza interminabile. Di cui cioè si fa la scoperta a pezzi. Da ultimo, dopo la corrispondenza assemblata nella Pléiade nel 2009, le cinquecento lettere a Marie Canavaggia, la segretaria.  E altre, di cui il curatore della Pléiade, Jean-Paul Louis, pubblica gli aggiornamento ne “L’année Céline”.
Nelle lettere alla Canavaggia si è scoperto, tra i tanti, un corrispondete sconosciuto, il dottore Gentil, che ne ha conservato le lettere, che ora si pubblicano. Mancano in particolare le lettere ai familiari, i cui eredi non hanno voluto avere nulla da spartire con lo scrittore: alla prima moglie Edith Follet, che pure ha lavorato nell’editoria come illustratrice, e alla figlia Colette. Questa, una signora grande, bionda, molto dignitosa, ricorda il padre, nei frammenti di memorie che ha lasciato (una trentina di fogli pubblicati in parte da “Le Figaro Littéraire” il 26 maggio 2011), ma non lo frequentava, in casa sua lo scrittore non era ben visto, e anche i suoi figli se ne sono dissociati, pretendendo anzi di non averlo mai letto – Céline detestava il genero Yves Turpin, colpevole di aver fatto cinque figli a Colette, quasi senza intervallo.
Questo campo aperto disturba i biografi, anche perché è una corrispondenza vera, molto spontanea cioè, non a fini di pubblicazione come è spesso il caso dei letterati. Quella con Marcel Aymé avrebbe potuto essere una di queste, ma Aymé buttava le lettere ricevute una volta che aveva risposto. Sono molto lacunose anche le corrispodenze con gli amici, con Gen Paul e Robert Le Vigan.   
Tra le corrispondenze invece che si sanno perdute la più importante è quella con Paul Lévy, giornalista (all’“Aurore” di Clemenceau) e poi editore in proprio, col settimanale “Aux Écoutes” – che gli sopravviverà di dieci anni, fino al 1969. Lévy si distinse nel 1933, all’avvento di Hitler, promuovendo e agitando una campagna per la guerra preventiva alla Germania hitleriana. Dopo la guerra, su posizioni antigolliste, sarà il primo a pubblicare Céline, malgrado i processi.

Il razzismo (vedi “Pericolo giallo”, sotto) è un preconcetto si può dire “originario” – di mentalità, educazione, epoca - di Céline. Molto prima dei pamphlet antisemiti. Non ce n’è però traccia nella sua avventura africana: in Africa forse non considerava i neri.

Classico – Si definisce su parametri ormai “classici”, quelli della triade Sainte-Beuve, “Qu’est-ce qu’un classique?” (1850), T.S.Eliot, “What is a classic?”, 1944, e Frank Kermode, “The Classic”, 1975. Che però combaciano su tre criteri: l’universalità, la durata, la maturità (rappresentare un mondo nel miglior modo possibile, fra i tanti noti).
Kermode scriveva di Virgilio, “creato” classico in vita dalla politica imperiale, a fini politici, seppure di ampia portata. E anche questo è un criterio: si erigono a classici gli autori “più” contemporanei. Ma Virgilio è sopravvissuto.

Dante – È imperialista, oltre che libertario. Nel senso dell’impero, dell’unità politica (del mondo cristiano), come si sa. Ma anche di una cultura dominante, e non irenico, anzi un combattente. In questo senso fu al centro del progetto di Mussolini di un Danteum, o “Tempio a Dante, che doveva sorgere nei Fori Imperiali, commissionato agli architetti Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni, con sculture giganti di Sironi.

Germania – “Parlino gli altri della loro vergogna,\ io parlo della mia”, Brecht appose alla lirica “Germania” nel 1933, quando il danno era fatto. Non era tenero però neanche prima: “Germania, tu bionda, pallida”, 1920, è ugualmente sdegnata – “la terra del quando mai” (il Sankt-Nimmerleins è idiomatico per dire il santo del Mai). Un po’ alla Malaparte sull’Italia, alla Pasolini. Che però non sono considerati antitaliani, solo dei letterati vigili, e umorali, mentre Brecht è poco tedesco. Lo è ma per una minoranza.

Giallo – Ha subito una bizzarra degenerescenza, perlomeno in Italia; da genere sospetto, ai lettori oltre che alla critica, a genere passepartout . Tutto è ora giallo, anche la vicenda sentimentale, sociale, storica – si parla del giallo genere editoriale o letterario. È l’effetto Camilleri, vent’anni di primi posti in classifica dei più venduti, al ritmo di uno ogni paio di mesi? Si può capire che librai e editori – che si contendono Camilleri con rilanci, e letteralmente gli strappano i fogli dalle mani – riconducano tutto al genere. O il lettore vuole sempre, in ogni vicenda, un profumo di malsano – crimine, cattiveria, corruzione, furberia?

Pericolo giallo – S’incontra presto in Céline, a ridosso dei suoi primi viaggi in America, nelle lettere e nei “testi sociali”. Un decennio, più o meno, prima dei pamphlet. Il risentimento preconcetto contro i “gialli”, cinesi e giapponesi, che arrivavano attirati dagli alti salari, era forte e radicato in California.

Poesia - È morta con la critica? È un’ipotesi. Se la collana storica di poesia  Lo Specchio chiude,  mentre il genere dilaga in libreria: mai visti tanti scaffali di libri di poesia, che si rinnovano, quindi si vendono,  con voluminose opere complete a ripetizione, anche di viventi.
Alfonso Berardinelli lamenta la fine della poesia, e contemporaneamente la moltiplicazione del popolo dei poeti, superficiali, presuntuosi, invadenti. Che non è una buona cosa, lamentarsi – gli invadenti ci sono sempre, ma talvolta sono appassionati. Ed evidentemente leggono, questo è il punto, poiché appunto gli scaffali si moltiplicano, le opere compete etc., e l’assortimento si rinnova. Quello che non c’è più è appunto Lo Specchio, cioè il poeta che si edita consacrato, su un piedistallo critico: una collana di poeti dal potenziale sceverato se non accertato o consacrato. Ma allora è per carenza di interpreti, di critici – che magari ci saranno, ma a altre opere. L’autore è sempre il suo interprete. È così che Pasolini “nacque” con Contini, Montale con Gobetti (e Cecchi, Sergio Solmi, Debenedetti), Saba con Debenedetti. Quasimodo “nacque” con “Solaria”, e così via: mancano anche le riviste o le relazioni di affinità – i festival non servono a niente. Non mancano i poeti evidentemente, e anzi sovrabbondano, gli interpreti sì.
Anche Matteo Marchesini, poeta, narratore e saggista, lamenta “la foresta editoriale della poesia italiana, groviglio di piante parassitarie senza più stacchi tra bosco e sottobosco”. Ma questa non è una lamentela da sottobosco?

letterautore@antiit.eu

La creazione di Rilke

Una monografia in memoria, scritta a caldo subito dopo la morte di Rilke a fine 1926, pubblicata nel 1928. Con ampi stralci delle lettere del poeta. Ma anche l’avvio di un assetto critico dì Rilke tra i grandi del Novecento. “scientifico” al modo di Lou, un misto di poesia, psicoanalisi e critica letteraria.
Indirettamente, anche un’autocelebrazione, per il ruolo avuto da Lou nella maturazione di Rilke, nei tre anni del loro rapporto intimo, 1897-1900, e poi, dopo un intervallo di tre anni, nella costante, lunga corrispondenza. Che però non traspare, non c’è compiacimento: la bionda russa che fece disperare – si dice per dire – Nietzsche fu per Rilke una benedizione, in tutti i sensi.
In realtà una trasfigurazione poetica, in forma dialogica. E un ritracciamento dei percorsi inconsueti di Rilke: il “confronto” con Dio, poi con l’angelo, il dissidio con la corporalità, l’esoterismo – nel quale Lou non lo segue più.
Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke. Un incontro, SE, pp. 115 € 13

venerdì 7 agosto 2015

La storia perduta dell'Iran

Un terzo di  secolo di dominio incontrollato degli ayatollah, trentasette anni per l’esattezza, hanno partorito un accordo da media potenza, come era nelle ambizioni dello scià. Un terzo di secolo di repubblica islamica che si ricorda solo per il rigorismo reazionario e proibizionistico. Nell’oscurantismo, che è un’offesa per una nazione di tanta storia come l’Iran: culturale, politico, morale, e perfino teologico – lo spessore dottrinale di Qom e degli ayatollah si è dissolto negli affari e gli intrighi.
Niente è meglio che al tempo dello scià, e molto è peggio. È finita la poesia. È finito il cinema. È finita la società mediorientale più integrata, uomini e donne insieme, comunità religiose, comunità etniche. Non c'è la corte, ce ne sono molte. Le masse non stanno meglio. Non c’è più democrazia, anzi ce n’è sicuramente meno che con lo scià. La borghesia è sempre quella asfittica dello scià, dei bazarì, dei commercianti: affari di poco respiro e nessuna generosità – giusto le decime agli ayatollah – o innovazione.     

L'euro fa bene alla Germania

L’euro fa bene alla Germania, ma in quanto fa male ad altri paesi dell’Unione: è su un vantaggio comparato (competitivo) che si regge la cosiddetta moneta unica, da dieci anni a questa parte. Da quando cioè la Germania unita, destra politica, sinistra e sindacati insieme, per uscire dalla crisi di competitività europea nell’economia globale (delocalizzazioni, disinvestimenti, scarsa propensione all’investimento), liberalizzò totalmente il lavoro. Per poi ritagliarsi, per l’abilità politica del primo governo Merkel, la parte del leone negli aiuti europei alle banche in crisi nel 207. Stringendo subito dopo gli aiuti europei, quando a trovarsi in difficoltà fu il debito pubblico, in Italia, in Francia, e naturalmente in Grecia.
Si presenta il problema euro come un fatto tecnico. Di poteri diversi della Bce, e di tecniche di gestione della massa monetaria. Mentre il problema è l’asimmetria che si è venuta a creare, di fatto, nel sistema reale di pesi e poteri – con la preminenza economica la Germania si è assicurata anche quella politica e decisionale. L’euro è il marco. E gli altri, tutti ostaggi?

Cosa resta della Grecia

Non c’era una Germania contro la Grecia. La sindrome Grecia non c’è in Germania, e non c’era – il Bundestag ha votato rapido a grande maggioranza gli aiuti alla Grecia, e amen. Anche la “Bild Zeitung” non ha più mal di pancia. Nessuno pensa in Germania che i greci mettano le mani nelle loro tasche, o pochi. E dunque?
Chiuso subitaneamente il “dramma popolare”, resta la questione a freddo. Un’operazione politica cinica e spregiudicata, che impone la Germania all’Europa, e Angela Merkel alla Germania. Che non per caso subito dopo la chiusura della “Grecia” ha fatto sapere che si candiderà di nuovo alla cancelleria, con ben due anni d’anticipo. Un progetto non ingiustificato, forte di una consenso, come spesso succede in Germania per chi vince, plebiscitario. Tanto più se i socialdemocratici, una delle due formazioni politiche pilastro della Germania Federale, insieme con la Democrazia Cristiana, faranno come dicono, non tanto per scherzo, che potrebbero non presentare candidati contro Angela Merkel.

Fortezza Germania

Angela Merkel ha costruito forse una fortezza Germania dentro l’Europa. O forse no, resta da vedere. Sicuramente ha costruito un impero Merkel sulla Germania. Che, purtroppo non è una novità, è portata a sbandamenti ora per questo ora per quel personaggio di successo (carismatico).
Lo ha costruito a costi gravissimi per altri paesi, tra essi l’Italia. E per questo resta da vedere se l’Europa sarà “germanica”. Una crisi interminabile, e la moltiplicazione dei disoccupati. Un’uscita dalla crisi debole: l’Europa è sempre ultima nella ripresa dell’economia fra le grandi aree globali. Un costo del denaro elevato malgrado l’inflazione negativa, specie per il debito pubblico. Convulsioni interminabili dei mercati finanziari, con ripercussioni disastrose sui piani di finanziamento e investimento di molte imprese. Tutto questo senza nessuna ragione. Ma lo ha fatto.

Il giallo sbiadito

Si riedita un “classico”, di dieci anni fa: tre dei racconti del delegato di Pubblica Sicurezza Ricciardi con cui De Giovanni esordiva nel 2005, “L’omicidio Carosino”, “I vivi e i morti”, “Mammarella”. Con una nota di Aldo Putignano, “Gli esordi del commissario Ricciardi”, e una dello stesso De Giovanni, “Io e Ricciardi”. Putignano evoca McBain e Conan Doyle, ma è una falsa pista. Ricciardi è un eunuco che ha le visioni: “vede” gli atti di violenza mortali. E dunque i casi si sanno risolti, l’ingrediente è più noir che suspense. E il noir si riduce all’atto di violenza, in genere un atto di penetrazione, con punta acuminata. Più del genere horror, anzi splatter. Negli anni 1930, quindi col contorno scontato delle fascisterie. Anche involontarie – “A 37 anni compiuti (Ricciardi) non aveva mai avuto una donna”: “mai avuto”, di una donna, non si diceva nel fascismo?
È sbiadita anche Napoli. Piove sempre sul delegato e questo è una pennellata di realtà, Napoli è piovosa. Ma anche qui a modo suo, sempre speciale: “A Napoli piove in orizzontale, quando lo scirocco ti sputa in faccia”, come se non piovesse “in orizzontale” pure altrove, il vento è ovunque. E il Gambrinus reale, dove Ricciardi fa tana, è ben più vivace. Tutti vittime del resto, colpevoli o innocenti.
Maurizio De Giovanni, L’omicidio Carosino, Rizzoli Vintage, pp. 121 € 7,50