Liberare
Jaravulus è impossibile perché la Turchia non vuole. Erdogan voleva - e vuole
ancora, forte del suo ruolo di organizzatore del G 20 – una no-fly zone al confine. Che
dice anti-aviazione russa e anti-Assad, per bloccare i raid del governo
centrale siriano e di Putin contro gli insorti. Ma i curdi di Siria non sono
insorti contro Assad, e Assad non li ha bombardati e non intende bombardarli.
Di fatto la Tirchia protegge l’Is. O ostacola i curdi, in Siria oltre che in
Irak, come era da tempo noto, che però è la stessa cosa.
Si perdona alla Turchia l’ostilità ai
curdi di Siria, o il favoreggiamento dell’Is, in considerazione della sfida che
al governo centrale muovono i curdi turchi dal 1984, col Pkk di Ocalan e con
una guerriglia sistematica. In questa chiave gli Usa e Cameron non hanno
sostenuto i curdi dell’Iraq, che avrebbero potuto impedire all’Is il controllo
della zona petrolifera del Nord iracheno, attorno a Mossul, area a prevalenza curda.
domenica 15 novembre 2015
Is in rotta con i curdi
I curdi da soli
hanno preso all’Is due dei tre punti franchi in Siria al confine con la Turchia,
Kobane e Tal Abyad, attraverso i quali il
califfato faceva passare, col benestare turco, volontari, soldi e armi. E
potrebbero chiudere anche il terzo varco, Jarabulus, se solo gli Usa li
sostenessero con l’aviazione. Con la copertura dei caccia Usa hanno invece
liberato dall’Is Sinjar, la cittadina capitale degli yazidi, che il califfato voleva
sterminare. I curdi di Siria, non i guerriglieri – peshmerga – curdi della Turchia, da trent’anni in guerra col governo
di Ankara. Una minoranza, fra tutti i curdi, molto poco battagliera, quella
siriana, e anzi integrata con la popolazione a prevalenza araba, benché conti
una consistenza di 2.2 milioni, il 10 per cento di tutti i siriani (prima della
guerra civile).
L’opinione pubblica è poco informata
Il primo tentativo di
inquadrare questo fenomeno novecentesco, l’opinione pubblica, che doveva
sostantivare la democrazia come patrimonio dell’individuo, attraverso l’informazione
diffusa, è un k.o., autoinflitto. Da parte di un giornalista influente e fondatore
di giornali, “New Republic”. Le parti sono già fatte nell’introduzione: “Il
mondo reale è insieme troppo grande e complesso, e troppo volatile per una conoscenza diretta”.
La cognizione-acquisizione della sua realtà ognuno quindi se la fa col suo
bagaglio mentale, soggettivo, prevenuto, e necessariamente limitato. E da solo
anzi non ce la fa.
Lippmann, che sarà poi
influente commentatore politico (suo è il conio di “guerra fredda”, della “fabbrica del consenso”,e del
concetto di “stereotipo”), era un democratico, collaboratore del presidente Wilson
negli stessi mesi in cui scriveva questo “Public Opinion”, in qualità di capo
ricercatore per i negoziati di pace che concludevano la guerra. Ma il fatto è
che “viviamo nello stesso mondo, ma pensiamo e sentiamo in mondi diversi”.
Senza per questo essere esclusi dai processi decisionali: il saggio di Lippmann
è un’apologia del giornalismo, a cui delega la funzione di chiarire al pubblico
i temi in discussione, e soprattutto di mettere in chiaro le azioni e i disegni
del potere.
Lippmann condivideva l’illusione
“pubblicistica, della openness, di
Wilson. Ma conclude a una concezione mediata, anche elitistica contro le
premesse (tecnica, autocratica), dell’opinione pubblica. Realistica, certo, e
non idealistica.
L’opinione pubblica è
giudizio e pregiudizio. Più questo che quello. Ed è una forma di difesa più che
di conoscenza. Questo era vero quando Lippmann pubblicò la sua riflessione, nel
1922, al termpo delle ideologie montanti, ed è vero anche oggi, che l’opinione va
allo sbando, senza “linea” e senza argini.
Walter
Lippmann, L’opinione pubblica,
Donzelli, pp. XX-304, € 13Public Opinion, free online
Ombre - 292
Si sfoglia il giornale con doppio
smarrimento il giorno dopo la guerra mussulmana a Parigi. L’Italia è: la
giudice Scognamiglio e il marito Manna, da cui è divisa e che la inguaia, Bassolino
contro De Luca, Della Valle politico, Bruti Liberati e la sua Milano “sempre
corrotta”, D’Addario in lacrime che non ha guadagnato abbastanza dalla notte
con Berlusconi, le carte del papa. Cinque pagine di nulla, di ordinaria
infamia.
Al Giubileo 200 milioni, 150 al dopo
Expo. Sembra una barzelletta, d è il
governo d’Italia riunito per le emergenze.
Il consiglio interclasse dell’elementare
Matteotti di Firenze proibisce la visita delle terze alla mostra “Bellezza
divina” a Palazzo Strozzi “per venire incontro alla sensibilità delle famiglie
non cattoliche visto il tema religioso della mostra”. Il consiglio di classe
cioè le insegnanti – il preside, maschio, si defila, “non c’ero”. Di che
bocciare queste maestre.
“Dal 2008 a oggi la Iaaf ha nascosto 155
casi di doping. I russi solo 15”. Mosca risponde alle accuse con un’accusa un
po’ più circostanziata. Ma la Iaaf non risponde. Il più pulito in questa
atletica ha la rogna.
Anche Schwazer vuole essere riabilitato.
Cioè no, la Iaaf risponde. Si riunisce
sotto la presidenza del britannico Coe e squalifica tutta la Russia,”a tempo indeterminato”.
A Londra è sempre guerra fredda, da letterati che si volevano spioni, Le Carrè,
Greene, Blunt, etc. Ma Coe non faceva
gli 800, o era un intellettuale pure lui? E faceva la spia?
Hsh Nordbank, di Amburgo, specialista
dei noli, è in crisi da cinque anni. È stata
salvata tre volte dal governo federale tedesco, dal Land Schleswig-Holstein e
dal Senato di Amburgo. Ha passato un anno fa lo stress test della Banca centrale europea, a differenza di molte
banche italiane, che non hanno avuto niente di aiuto pubblico. E ora chiede altri
tre miliardi di aiuto pubblico per non fallire Poi si dice che l’Europa non
funziona: funziona, eccome.
Nel mentre che autorizza il salvataggio
tedesco, la stessa Commissione di Bruxelles non autorizza la bad bank italiana. Il tutto a opera di Margrethe Vestager,
commissario alla Concorrenza. Cioè a eliminare la concorrenza?
Ma Vestager è danese e quindi ha ragione
lei - viene dal Nord: tutto si può fare.
La Honda che ha le prove telemetriche
del calcio di Valentino Rossi a Marquez e non le fa vedere per “proteggere lo sport
e non mettere benzina sul fuoco” è perfino inverosimile. Va bene che il Giappone
è un mondo a parte, ma come pensano che si faccia ilo sport, senza lealtà.
Per quanto il manager così sportivo di
Honda ha un nome italiano, Livio Suppo.
I nostalgici Pci-Pds-Ds si staccano dal
Pd democristianizzato e subito esce il conto di quanto lo Stato, il contribuente,
noi, abbiamo pagato per i loro debiti , dell’ “Unità”, delle feste, etc.: 107
milioni. Sergio Rizzo dettaglia tutto.
La cifra è rilevante, ma ha tutta l’aria
di essere solo un inizio.
Paterno rimbrotto di papa Bergoglio:
“Rubare documenti è un reato”. Anzi: “quei documenti”. Quelli rubati da certe persone. Che il papa
considerava e considera.
Prima il papa doveva dire, scrive Vecchi
sul “Corriere della sera”: “Far uscire quei documenti è stato un errore”. Che
era un errore – era un errore dirlo, quasi una professione di correo. I
segretari del papa hanno paura di vendette?
Ma è il papa o Pignatone? Viaggia
Francesco fatuo alla creazione di un romanzo criminale anche per il suo Vaticano,
doppiando Roma.Vede troppo la tv?
La chiesa ora vuole anche “sporca”. È perché,
per non pagare la perpetua?
Prima assoluta, benché in differita, del
connubio ambrosiano Procura-Corriere della sera, con la sceneggiata dell’interrogatorio
“in gran segreto a fine luglio” della funzionaria di polizia del caso Ruby, da
parte dei pm di Boccassini. – si chiamano Gagliano e Siciliano per la storia,
ma forse non c’entrano. Tutto preciso questa volta, la Procura scrive meglio di
Ferrarella? Personaggi, contorni, battute, in crescendo, fino all’acme con l’interrogata
in lacrime.
Boccasini, che non nega un rinvio a
giudizio a nessuno, fa sapere sul “Corriere” che con la funzionaria avrà un
occhio di riguardo. Solidarietà femminile? Etnica?
La Rai vi sveglia alle 7 con le notizie dicendovi che
sono le 8. Per mettervi fretta? Perché gli piace l’ora solare? Troppa fatica cambiare l’ora?
sabato 14 novembre 2015
Guerra civile
È guerra ma
civile. Della Francia contro i suoi “figli”, gente che ha allevato e le si
rivolta contro, con odio crudele.
Gli attentati di Parigi sono anche altro: incapacità di governo, irresponsabilità o inefficienza di polizia. Ma sono soprattutto la rivolta di gruppi non più esigui di giovani islamici francesi. È un dato di fatto, che sta a monte della dialettica politica – anche se finirà per focalizzare l’attenzione sulla politica, il rifiuto dell’immigrazione, il rifiuto dell’integrazione, etc.
Gli attentati di Parigi sono anche altro: incapacità di governo, irresponsabilità o inefficienza di polizia. Ma sono soprattutto la rivolta di gruppi non più esigui di giovani islamici francesi. È un dato di fatto, che sta a monte della dialettica politica – anche se finirà per focalizzare l’attenzione sulla politica, il rifiuto dell’immigrazione, il rifiuto dell’integrazione, etc.
Questi gruppi non
nascono dal nulla, senza un sostrato sociale, familiare, amicale. Sono
migliaia i volontari estremisti, nell’omertà delle famiglie, gli amici, l’ambiente
urbano e sociale. Specie in alcune moschee, che sono fucine di odio, nemmeno camufate. Mentre le già occhiutissime polizie, ora con forte presenza
di immigrati negli organici, restano inerti. Ed è un dato
che accomuna la Francia, col Belgio, alla Gran Bretagna, i paesi che hanno la maggiore
immigrazione asiatica e nordafricana di matrice islamica, e più l’hanno
integrata – oggi non si può dire “meglio”.
Ci saranno misure
di polizia. Ma è la forma dell’integrazione che andrà sotto scrutinio. Da oggi
siamo meno liberi, si suole dire in simili occasioni, ed è vero – l’Italia per
esempio non si è più liberata della tutela giudiziaria sotto la quale si è
posta negli anni delle Br. L’Europa andrà a destra, e ci saranno restrizioni
sule, comunità mussulmane, politiche se non civili. E quindi la guerra è solo
aperta.
Avanti adagio
Le reazioni a
caldo sono bellicose, ma ci vuole accortezza. Hollande ha sbagliato a
proclamare il bombardamento dell’Is, che forse poi non ha neanche fatto, come
fosse a una partita – il personaggio purtroppo è questo. Lo stesso errore, che
poi il governo ha bloccato, della Marina italiana pronta a bombardare gli
scafisti, cioè la Libia. Bisogna avere un obiettivo, l’arte militare fino a
questo punto è semplice. E bisogna coprirsi le spalle.
Tutti dichiarano
guerra all’Is, non da ora. Ma con le processioni – le sfilate, le
manifestazioni, le dichiarazioni. La realtà è quella che questo sito elencava
due mesi fa
e il 23 maggio:
e anche prima.
Si parta, da
europei, dalla sottrazione della Germania a ogni responsabilità militare. E a
monte dall’impossibilità di varare una Pesc, la politica estera comune e di
difesa. Per la gloriola che ancora domina le politiche francese e britannica,
inconsistente ma perniciosa. Da occidentali si parta dalle ambiguità di Obama,
irretito nei “sogni del padre”, la sua prima e fondamentale (onesta)
riflessione – in realtà “Sogni da mio
padre”, il kenyota islamico sordo a ogni responsabilità.
La reazione all’Is
non può essere per ora che riflessiva.
Avanti con l’Iran, Assad e Putin
Il Medio Oriente
che più ha aizzato la furia islamica, l’Iran khomeinista, delle crociate
anti-occidentali, e la Siria di Assad, sordo a ogni minima riforma democratica,
sono ora l’unico fronte che l’Occidente per sconfiggere l’Is. Che si combatte
coi bombardamenti a nessun edito senza le truppe a terra, fanti e artiglieri.
Iran e Siria in una con la Russia, che bombarda dall’alto meglio degli Usa.
L’Iran khomeinista
che ha scatenato la furia islamica ora la paga come minoranza sciita. Di Assad
è inutile dire. Di Putin, all’improvviso è come se fosse partner occidentale
eccellente, malgrado le sanzioni. Lo dicono loro, ma non è meno vero. “La Francia ha conosciuto quello che
in Siria viviamo da cinque anni” è il commento di Assad, che sicuramente non troverà
contestazioni in Francia - da Hollande forse, ma Hollande due anni voleva capitanare
l’invasione della Siria… Putin, che aveva appena chiesto la collaborazione americana
per l’aereo caduto nel Sinai, ha potuto telefonare, credibile: “La comunità
internazionale dovrebbe unire i propri sforzi per combattere efficacemente il
terrorismo”..
L’Is non ha bisogno di colore
“Gli
ideali, le strategie e gli obiettivi” dell’Is sono purtroppo uno solo, e anche brutale,
su cui l’analisi dovrebbe convergere realistica, invece di dibattere e di fatto
sminuire il fenomeno. E con l’analisi il reportage,
inveve di camuffarsi sotto l’anonimato, dotto e saputo, giustificandosi col
dovere d’informare – la prima informazione è questa: la guerra.
Le
mamme, il velo, i volontari, tutte le derive della “comprensione”, nonché le
schiave, gli stupri, le decapitazioni, e gli altri artifici di una disinforanzione
da intelligence di scarsa fantasia, è
robaccia. L’Is non ha bisogno di colore.
L’islam non è colore giornalistico, sia pure sanguinolento e critico. È una forza religiosa,
è una forza politica, è una forza militare. È una forza, con la quale bisogna
confrontarsi. Non da ora: da trent’anni è finito il collateralismo dell’islam
con l’Occidente contro il sovietismo, da trentacinque anzi, con Khomeini, e da
allora la ua partita è contro l’Occidente, in casa e fuori casa.
L’Is
è una forza anche insidiosa. Fnanziata e armata. Protetta diplomaticamente. Da
molti che dicono di volerla combattere, ma di fatto se ne guardano e anzi la
favoriscono.
L’edizione
aggiornata, rispetto a quella di aprile, purtroppo nn aggiunge nulla, sorpassata
dai fatti di Parigi. Le migliori firma del giornale, e la stessa prefazione di
Sergio Fomano, che forse ha troppa considerazione della Turchia in questa fase,
non aiutano a capire un semplice fatto: che si sradica il terrorismo combattendolo
in Siria, dove è ancora possibile. E isolandolo
in Iraq, dove anche la Turchia allora lo abbandonerebbe.
AA.
VV., acura di Luigi Ippolito, Che cos’è
l’Isis, Corriere della sera, pp. 156 € 7,90
venerdì 13 novembre 2015
Secondi pensieri - 239
zeulig
Età
– Ogni
età è buona. E anche il fine vita: si vive il giusto. Ma la “veneranda età” non
c’è più, più non si concepisce. Di Senofane, il filosofo ionico dell’Asia
Minore di 2.500 anni fa, presto emigrato a Messina, Velia e Catania, si ricorda
che visse oltre i novant’anni. Demetrio Falereo, nella sua opera “Sulla
vecchiaia”, di cui restano come di ogni altro dei suoi tanti scritti pochi
frammenti, dice che Senofane seppellì i suoi figli con le sue mani. E questo
certo non è auspicabile.
Galileo - Da Galileo a
Darwin, la fine dell’umanesimo? Ma Galileo è grande umanista. È doppio
“galileo”, il dio dei cristiani.
È di moda il Galileo né devoto né pio,
per un riscatto che si vuole un’annessione a un laicismo inteso anticristiano.
Con l’aiuto anche del perdono richiesto a nome della chiesa da Giovani Paolo II
– una sorta di abiura ecclesiastica. Ma lo era, e questo è da valutare nell’insieme
del personaggio e anzi come sua specificità: come conciliare una fede e la
scienza. Il “problema religioso” gli era estraneo, come arguiva Antonio Banfi,
ma solo nel senso che la religione per lui non era un problema. Né ha valore la
testimonianza rivangata da Antonio Beltràn Mari, l’ultimo editore del
“Dialogo”, della denuncia al Sant’Uffizio da parte del suo segretario a Padova Silvestro Pagnoni già nel 1604, una dozzina d’anni prima
del processo intentato dal domenicano Caccini che Galileo andava poco a messa,
e anzi spesso diceva di andare a messa e invece andava “da quella sua putana
Marina veneziana”. Parte della condanna nel 1633, si ricorderà, era di recitare
una volta la settimana i Salmi penitenziali, per tre anni, pratica che Galileo
delegò alla figlia suora Maria Celeste – che però morì poco dopo, non potendo
esaudire il voto-condanna.
Non molto si pretese da Galileo al
processo. E a non molto, da un punto di vista successivo, lui si tenne fermo: la natura e il valore della scoperta
scientifica.
È questo il
dato, semplice e capitale, a cui Galileo viene ancorato dall’opinione scientifica
più autorevole e non pregiudiziata – quindi non italiana, dove la chiesa è
presenza deformante. La novità di Galileo è l’ipotesi riscontrata di fatto,
come si legge nella sintesi di Einstein, in prefazione alla traduzione inglese
del 1962 del “Dialogo sui massimi sistemi”, che di questa semplice metodologia
fa uno spartiacque – uno dei migliori scritti di Einstein, anche accessibile,
che però non si traduce. Ripresa da Popper in “Conoscenza oggettiva”, che è
molto sul metodo galileiano, e incidentalmente su Einstein che parla di Galileo.
Materia di un corso e una serie di conferenze che il fisico americano Michael
Fowler, cultore di Galileo, tiene all’Uva, l’università della Virginia.
Abbiamo avuto
due rivoluzioni nella nostra percezione dell’universo, spiega Fowler. La prima,
di Galileo, è la presa d’atto che ciò che vediamo in cielo, luna, pianeti,
sole, stelle, sono oggetti fisici.
Nonm cioè sostanze eteree,come si credeva. Questa scoperta, unitamente
all’evidenza crescente che la terra girava attorno al sole, portò Newton alla
conclusione che il moto degli oggetti fisici celesti obbediva alle stesse leggi
fisiche egli oggetti sulla terra. Si completò così il primo quadro unificato
dell’universo. La seconda rivoluzione è quella di Einstein, dello spazio e il tempo
correlati, della massa e l’energia aspetti diversi della stessa cosa.
Un metodo semplice,
dal suo cannocchiale al Webb Space Telescope, che però andava “inventato”.
Milton parla di Galileo nella
“Aeropagitica”, 1644, avendolo incontrato, dichiara, a Firenze nel 1638, e lo
ricorda in tre libri del “Paradiso perduto”. Nella “Aeropagitica” ricorda
Galileo “invecchiato prigioniero dell’Inquisizione perché pensava in astronomia
diversamente da quanto i censori francescani e domenicani pensavano”. Galileo
era un effetti confinato nella sua villa a Arcetri, già di 74 anni – morirà nel
1642 – e mezzo cieco. Milton lo dice anche testimone delle “condizioni servili
in cui il sapere era stato ridotto” in Italia, offuscando la “la gloria
dell’ingegno italiano”. Questo invece non è vero: nello stesso anno 1638
Galileo pubblicava “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
scienze, attinenti la mecanca e i moti locali”, solo un po’ meno vivace del
“Dialogo”.|
Mondo
- È
– resta – percezione? “Ci sono due giovani pesci”,
è una parabola raccontata da David Foster Wallace alla cerimonia di laurea del
Kenyon College, Ohio, il 21 maggio 2005, “che nuotano uno vicino all’altro e
incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un
cenno di saluto e poi dice «Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?» I due giovani
pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli
chiede «ma cosa diavolo è l’acqua?»
Tre anni dopo Wallace
si uccideva per
disperazione, benché scrittore di successo, avviandosi ai cinquant’anni.
Opinione
Pubblica
– È concetto e fatto ugualmente vaghi. Dopo quasi un secolo non più precisati
dei termini in cui Walter Lippman li poneva nel 1922. Perché non c’è
un’opinione comune, al contrario: “Le persone vivono nello stesso mondo ma
pensano e sentono in mondi diversi”. E perché il mondo non si lascia
interpretare univocamente, e anzi presenta vari ostacoli e diversivi, materiali
e psicologici: censure e autocensure, o forme di riserbo, tempo, attenzione,
aspettative, velocità, semplificazione, linguaggi.
La vaghezza risalta nella metodologia e
gli effetti dei sondaggi, che dovrebbero esserne il termometro. Fermi
all’obiezione che Herbert Blumer, sociologo della comunicazione a Chicago,
avanzava in un sintetico saggio nel 1848, “Public
Opinion and Public Opinion Polling”, quando il sondaggio politico
entrava in scena, nelle presidenziali americane. Una “analisi scientifica”
della “opinione pubblica” non è possibile - tantomeno nella forma dei sondaggi.
Non essendo possibile “isolare l’oggetto” della ricerca: opinione pubblica è concetto
astratto e generico.
Senso – Della morte
come della vita, se ne è angosciati se si è vissuti spensieratamente, senza
obblighi e senza misura. O se ne è angosciati prima, impedendosi una vita
spensierata… È un senso soggettivo, che prescinde dalle condizioni reali o
pratiche della vita: c’è lo spensierato pieno di problemi e c’è l’angosciato
che pure non ha alcun problema - di soldi, salute, affetti.
Tempo – È progressivo
– è scansione – ma indefinito. La storia c’è, si può contare, gli anni pure, ma
la qualità del tempo resta indefinita, e anche da ultimo la quantità. Variano
le ere e i climi, si è giovani o vecchi a seconda delle latitudini, delle
epoche, delle culture, il calendario è una convenzione. Quanto alla qualità, in
astronomia si conta in anni luce, per ogni specie animale il tempo è diverso,
in certi sport è perfino impercettibile, seppure decisivo.
zeulig@antiit.eu
Vita dissoluta in famiglia
“Il
Medio Oriente, la Francia, l’Inghilterra… Sì, era tutto ben architettato…
Sfortunatamente per lui nel 1925 nessuno volle la guera. Tutto filava
liscio…C’era denaro per tutti”. La guerra per cui si era preparato, ammassando
petrolio,carbone, acciaio. I corsi delle materie prime erano crollati, il
grande affare aveva lasciato il grande speculatore solo con le sue manie. Inizia
da qui il ritratto dettagliato di una dissoluzione, familiare, personale,
nell’arco di tre generazioni.
Una
sola inquadratura – anche in senso tecnico: Némirovsky aveva cominciato a
lavorare per il cine. Una lunga insistita carrellata, un interno familiare:
lei, lui, il vecchio padre, il figlio, la vecchia cugina, vecchia fiamma. Con
la vita quotidiana: l’ufficio, i saldi, il cinema, la gita in macchina la
domenica, colazioni e cene muti, amori dissolti, se ce ne sono stati. Ogni
passione spenta, cattiveria compresa. Un lungo malinconico inverno, anche
quando Parigi ribolle di calore, della vita quando si arrotola su se stessa,
commiserandosi, su un piano inclinato. Per la forza della tristezza.
Dei
due filoni su cui Irène Némirovsky più si è esercitata, questo è di quello
paterno, di tanti racconti e del “David Golder”, la narrazione più riuscita -
prima della postuma “Suite francese”. L’altro filone, “Il ballo”, “Il vino
della solitudine”, è della madre aborrita. Sempre la famiglia al centro
dell’abominio-dissoluzione.
Némirovsky
è al meglio nella competenza e il tratto veloce sugli affari. Nel disagio
intimistico rovina con la sua storia, quasi per fatto personale. Della
maturità, i quarant’anni, quando i figli scoprono i padri, che malgrado tutto
non amano – mentre i padri vorrebbero essere, essere stati, unici e soli. E il
testimone che dovrebbe essere passato invece cade. Lasciando la famiglia
sguarnita, che non ha altra ragione d’essere in questa scrittrice che la
perpetuazione e la memoria.
Irène
Némirovsky, La pedina sullo scacchiere,
Editori Internazionali Riuniti, remainders, pp. 169 € 7,25
giovedì 12 novembre 2015
Il mondo com'è (238)
astolfo
Fascismo
–
Visto nei vecchi cinegiornali è angosciante, tale è la mediocrità “teatrale” –
gestuale, comportamentale – di chi teneva in pugno il paese. Mussolini sempre
col mento in fuori non interessato mai a nulla, sprezzante di tutto, di tutti -
compiacente col ghigno di sopportazione sulla bazza. Un re che si allunga, con
tanti artifici, stivaloni, la doppia alzata del berretto militare, penne
altissime sulla doppia alzata, un matrimonio mediocre, con una principessa non
di rango. A capo e al di sopra di un paese che invece sa uscire dalla Grande Depressione,
ha una lira forte, esporta molto, rispettato dalle diplomazie.
Latinità
–
È un mito, falso e anche rischioso: un’approssimazione sbagliata. Si vuole al
Nord Europa, e anche in Italia, un certo numero di paesi acculati al Mediterraneo,
o più frequentemente alla latinità. Mentre l’Italia ha solo sofferto delle
“sorelle” latine. Innumerevoli le invasioni e depredazioni da parte della Francia.
Regimi predatori di marca spagnola a Milano, a Napoli, in Sicilia. Nonché il
sacco di Roma a opera dell’imperatore
ispano-fiammingo Carlo V, che troncò ogni ambizione e il promettente sviluppo
di un’Italia fino ad allora innovativa, magnifica, più e meglio di ogni altro in
Europa – nel nome di una Riforma che altrove il bigotto imperatore reprimeva senza
limiti. Nulla del genere l’Italia ha invece sofferto a opera degli austro-germanici,
pur mettendo nel conto il Barbarossa e Radeztsky – c’è stata l’occupazione
tedesca nell’ultimo anno e mezzo della guerra ma quella è un’altra storia.
Anche nell’Europa unita, la grande
storia de dopoguerra, l’Italia ha potuto contare ancora qualcosa soprattutto
giocando di sponda per gli Stati Uniti. E in Europa quando ha avuto udienza a
Bonn e a Berlino, mai a Parigi. La Francia, la “sorella latina”, ha anzi sempre
brigato e briga per escluderla da ogni consesso o decisione di livello
internazionale, con De Gaulle, con Giscard d’Estaing, con Mitterand e con Sarkozy,
per non dire dell’amorfo Hollande, benché militi nello stesso partito degli
ultimi governi italiani. Lo stesso la Spagna, fino a tutto il Settecento e anche ora – passato il periodo incerto del postfranchismo,
col parademocristiano Adolfo Suarez e il socialista dei tempi di Craxi Felipe
Gonzalez, con re “romano” Juan Carlos ancora in sensi.
Sondaggi
–
Fanno la politica, Si presume che ne siano un termometrico, e invece sono un’arma,
non dissimile dal vecchio comizio, solo aggiornato alle tecniche ultime. Uno
strumento della politica: “Mi conviene di più se dico, se faccio, se propongo,
se parlo, se sto zitto, se attacco, se difendo, se faccio l’ottimista, il pessimista…
Il successo di Grillo, come già di Berlusconi, va sull’onda dei sondaggi,
online il primo, coi metodi di rilevamento tradizionali (interviste per lo più,
a campione) il secondo. Il blog di Grillo non è una palestra, è un sondaggio
costante. Cioè: è una palestra libera di passioni e (ri)sentimenti, ma su tempi
e tracce proposte. E a fini di misurazione, di censimento a analisi, non tanto di
partecipazione.
In America, dove il sondaggio politico
(Gallup) ha debuttato nel 1948 con un fallimento – dava la vittoria ai repubblicani
alle presidenziali di fine anno che invece furono vinte dal democratico Truman –
il sondaggio politico è dichiaratamente usato non a fini conoscitivi, ma come
arma, pro o contro un personaggio, una politica, un partito.
Sono parte, se non causa, dell’oscillazione
inafferrabile dell’orientamento politico. Il sondaggio politico, cioè generalizzato,
raramente risponde agli umori reali della popolazione - tanto per questo, tanto per quello, e tanto
astenuto. Chi risponde deve collocarsi, o viene collocato, in una gabbia: la
domanda è una gabbia. Si può anche avere un sondaggio favorevole all’aumento
delle tasse, per ipotesi, se più tasse per i più significa meno tasse per
alcuni, oppure se la domanda è “volete migliori servizi e pagare più gasse”. La
risposta è comunque l’espressione di un’opinione, formulata senza impegno e di per
sé mutevole. In Italia, dove non si possono pubblicare i sondaggi politici
nelle due settimane precedenti un’elezione, le previsioni possono risultare
anche largamente sbagliate perché il voto si decide giorno per giorno.
Soprattutto dacché i radicamenti di partito, le affiliazioni di una vita, si
sono evaporati.
Il sondaggio politico è solo una
branca delle più generali tecniche di marketing: un 1-2 per cento del valore globale
del settore, oggi sui 550-600 milioni, con 8-10 milioni di fatturato annuo. E
quello meno affinato o affinabile, rispetto alla nuove tecnologie di comunicazione.
Il meno produttivo, anche se fa molto “opinione”, cioè rumore.
L’opinione in realtà non si fida
dei sondaggi. Uno studio americano – un sondaggio… - rileva che tre cittadini
su quattro non si fida, ritiene i sondaggi una forma di marketing aggressivo,
per questo o quel candidato o forza politica, subliminale, traditrice. In
Italia la percentuale è ancora minore: si diceva disponibile al sondaggio
politico uno su cinque interpellati vent’anni fa, ora un interpellato su dieci.
Il campione raramente e solo per
caso è “significativo”. Nei paesi a grande mobilità, territorìale e sociale, come l’America, ma anche in Italia.
È necessariamente limitato per numero, mille-duemila rispondenti, e di
difficile peso tra molte componenti, culturali, geografiche, professionali,
censuarie. In America, dove il sondaggio telefonico si può fare solo su numerazioni
fisse - la legge impedisce il ricorso ai cellulari, sia per i sondaggi politici
che per il marketing – il rispondente è più spesso una persona in età, o una casalinga.
In Italia, dove invece il contatto mobile è consentito, sfuma la collocazione geografica
del campione. Né risolve limitare il sondaggio ai numeri fissi: fra un terzo e
la metà della popolazione non è raggiungibile in Italia che col cellulare, data
la forte penetrazione della telefonia mobile scelta dagli operatori.
La soluzione del problema si
tenta mixando il cellulare col fisso e con internet. Ma una metà o poco meno
della popolazione non è connessa. E riguarda una fetta molto caratterizzata: in
età, poco istruita, meridionale. Con uguale diritto di voto. L’unico “significato”
del sondaggio politico è di favorire o danneggiare una candidatura, in base
alle “intenzioni di voto” del committente.
Sonoro – È bandito, l’inquinamento
acustico è l Grande Male. È bandito anche dove sarebbe necessario. Sono d’uso
alle mostre le presentazioni in video. Di organizzatori, storici e storiche
dell’arte, di ambienti, di situazioni, di vecchie storie e vecchi filmati. Ma
sono muti. Per non disturbare i visitatori. Il disturbo è solo sonoro,
l’inquinamento acustico. Non visivo, per esempio. Non di affollamento. Non di cattiva
illuminazione.
astolfo@antiit.eu
Bravi ragazzi russi
Alexievič,
a lungo corrispondente da Mosca per i giornali del suo apese, racconta i morti
russi in Afghanistan negli anni 1980 – ci fu un’invasione sovietica dell’Afghanistan
nel 1979… Con pietà. Con forti drammatizzazioni.
Un
libro contro la guerra – anche se si riedita in chiave antirussa e nel quadro
della sanzioni, della creazione del nemico Russia.
Svetlana
Alexievič, Ragazzi di zinco, e\o,
pp. 320 € 14
mercoledì 11 novembre 2015
Problemi di base vaticani - 253
spock
Ma quanto parla il papa, è lo Spirito Santo?
Ma quanto parla il papa, è lo Spirito Santo?
O lo
Spirito Santo dice (anche) sciocchezze?
O è una
strategia di comunicazione – parlate di me?
Di un
papa di strada?
Recupero
compreso della convivialità a tavola?
Ma dove
l’ha trovata Francesco Francesca Immacolata Chaouqui?
E questa
storia dei fedeli, che vogliamo poveri, mentre i laici li vogliamo importanti?
I
gesuiti ammirano molto i massoni: forse perché li hanno fatto fuori più volte?
Fatto
sta che ora non ci sono più pedofili nella chiesa – erano tutti con Ratzinger?
spock@antiit.eu
La dittatura acuisce l’immaginazione
“Dal
Liberty” è una mostra in realtà degli anni tra le due guerra. Fecondissimi, in
un regime politico asfittico – provinciale, sussiegoso. I cinegiornali d’epoca
che la mostra ha scelto lo documentano in modo oggi sarcastico, tanta era la
mediocrità. Ma artigiani e artisti hanno lavorato molto e con ingegno, nelle
decorazioni, il mobilio, il vaselame, le porcellane, l’arredamento. È come se
la dittatura concentrasse la creatività, malgrado i limiti imposti dall’autarchia
culturale, e dal nazionalismo. Uno show di “ottimismo paradossale”, dicono i
curatori, che prefigura lo “stile italiano” e il design moderno tutto, anche
fuori d’Italia.
Le
mostre che il Palazzo delle Esposizioni ha allestito in parallelo confermano
involontariamente una sorta di italismo che sottende alle dittature. “Russia on the road” mostra la pittura
sovietica dei mezzi di locomozione tra il 1920 e il 1970: temi e modi scontati,
trionfalistici. La mitizzazione dei mezzi di trasporto veloci, dell’era della
velocità, viene facile in un paese di geografia smisurata. Colori, tagli e
soggetti quindi pompieristici, il tutto sempre bello. E tuttavia pieno ancora
di energia.
All’interno
di un progetto, per quanto abortito, di trasformare le utopie in realtà e il
reale in mito. Che si vede ancora.
L’impressione
di forza sotto la dittatura riemeerga per il raffronto inevitabile con i “pezzi”
degli stessi anni della collezione Phillips di Washington. Che è un museo e
anche un progetto didattico, ideato dal miliardario Phillips negli anni 1920
per dare all’America il concetto stesso di museo, di documentazione dell’antico
- nonché del rinnovato legame con l’Europa sancito dalla guerra. Una collezione
piena di capolavori, ma fredda. E più nell’arte del “mondo libero”,
postbellico: l’astratto è gelido.inespresivo, inerte.
Una dolce vita?
Dal Liberty al design italiano 1900-1940,
Russia on the
Road. 1920-1990
Impressionisti e
moderni. Capolavori della Phillips Collection di Washington
Roma,
Palazzo delle Esposizioni, € 12
martedì 10 novembre 2015
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (265)
Giuseppe Leuzzi
Ho fatto il “Vangelo”, dice Pasolini a
Gideon Bachmann, al Sud e per il Sud: “Il Sud avrebbe dovuto riconoscersi
meglio nel film, considerato il fatto che l’ho girato lì e di lì sono i
protagonisti, il popolo, i paesaggi, e la vita rappresentata. Invece i
meridionali non sono proprio andati a vederlo. Evidentemente sono meno cattolici
che al Nord”. Nient’altro, compos sui:
il Sud non porta all’autocritica, è uno specchio opaco.
Per fare un esempio di come il bisogno
privi di libertà e cultura – tesi discutibile – Pasolini sceglie parlando con
Gideon Bachmann nel 1965 la Puglia, “un esempio che conosco bene”: ”È sempre
vissuta in uno stato di estrema servilità. Non ha mai avuto libertà, è sempre
stata in uno stato di brutale necessità. E la Puglia non ha prodotto un poeta,
non ha prodotto un pittore, non ha prodotto un filosofo. Non ha dato nulla”. La
Puglia?
“Se pensate del bene, lo direte, ma
inutilmente; non vi si crederà: noi siamo mal conosciuti; e non si vuole
conoscerci meglio”. Lo dice la zarina Carlotta di Prussia, sposa di Nicola I, al
marchese de Custine in veste di inviato speciale a Pietroburgo nel 1839
(l’aneddoto è in “Lettere dalla Russia”). Il pregiudizio prevale su tutto, e
sopratutto sul giudizio.
Custine stesso ne penserà male, e
scriverà cose orrende della Russia per un migliaio di pagine - a parte il
piccolo snobismo di dirsi interpellato dalla zarina, aneddoto inventato, che
gli insegna la verità che gli fa piacere (“si è sempre giovani di cuore e d’immaginazione”), e per questo fa eccezione, meritandosi questo ogni virtù. Del dispotismo e dell’asservimento al
dispotismo – la servitù volontaria. Che però in Russia c’è – c’era.
L’associazione
mafiosa
Succede nel giornalismo di non occuparsi
mai di alcune cose. Succedeva fino a qualche tempo fa: chi faceva cronaca
giudiziaria non si occupava mai di politica estera, ci vogliono le lingue, e
viceversa, lo specialista di politica estera non si occupava di giudiziaria.
Felicemente, bisogna dire – la giudiziaria è un trojajo. Ma quando capita, si
ricorda meglio.
Una sola volta così è capitato d
dover fare la giudiziaria in senso proprio. Un po’ per sostituzione estiva – d’agosto
i giornali sono sguarniti – e un po’ per
tribalismo, consumandosi il fatto in Calabria. Nella
sessione feriale del il giudice Francesco Colicchia decretò che in tutta Italia
si registrassero tutti i versamenti o i ritiri in biglietti da centomila.
Irriso unanimemente, il giudice Colicchia si difese on semplicità: “Si
sta per effettuare il pagamento di un riscatto e devo poter arrivare ai
rapitori”.
Era a parlarci di spirito vivacissimo, il dottor
Colicchia, e coraggioso. Nel gennaio 1978 aveva fatto condannare una ventina di
‘ndranghetisti teorizzando il delitto di associazione mafiosa, che trovava
molti ostacoli al riconoscimento giuridico. Anche i collaboratori di Colicchia
nell’indagine, il colonnello dei Carabinieri Morelli e il sostituto Procuratore
Guido Papalia chiedevano la nuova specie di reato. Il comando dei Carabinieri
disponeva di un voluminoso organigramma di tutti i gruppi mafiosi della
provincia, costruito con le informazioni bancarie e il casellario penale della
Francia, dell’Australia e del Canada – allora le banche erano impenetrabili in
Italia, e non c’era un casellario unificato dei carichi pendenti.
L’associazione mafiosa fu introdotta poi nel
1982, con la legge La Torre-Rognoni, ed è costata la vita al suo proponente, il
deputato siciliano del Pci. Il colonnello comandante di Reggio Calabria, cui fu
bloccato il passaggio a generale, preferì lasciare l’Arma e entrare nel
privato. Il sostituto Papalia, inviso a Reggio, dovette cercarsi un’altra sede,
e si è poi illustrato a capo della Procura d Verona. Il giudice Colicchia
morirà qualche anno dopo. Dicono di crepacuore. Una cosca di Seminara, il suo
paese, sotto processo per un rapimento di persona, ottenne il trasferimento del
giudizio da Palmi a Reggio, e Colicchia, cui toccò di giudicare il caso, li
assolse. Poi morì.
Calabria
Piovono in poche ore 60 cm. di pioggia
tra Gioiosa Marina e Gioia Tauro, sui due versanti, Jonio e Tirreno, con venti a
80 km\h., facendo straripare i torrenti. Molte devastazioni, c’è anche qualche morto.
Il “Corriere della sera” ne tratta con una pagina deprecatoria di un inviato, in
un villaggio turistico che non gli è simpatico, che dice costruito in una zona
(forse) a rischio, a 200 km. di distanza. Sempre in Calabria, però: la colpa è
regionale, inestinguibile. Per le vacanze mal riuscite?
Nomini la Calabria, si accende una luce,
sempre la stessa.
Mezza alluvione tra Gioia Tauro e Locri.
Campagne allagate, strade e ferrovie interrotte. C’è stato anche un morto. Poi due.
E niente, nemmeno un’immagine, né nei giornali né nei telegiornali. La Calabria
è in punizione? Non fa notizia – cioè: non gliene frega nulla a nessuno.
Mattia Preti a Roma e altrove. Portato
da Vittorio Sgarbi. Anche per l’attribuzionismo, perché no, che trova nel Seicento
una miniera. Ma il “cavalier calabrese” è di poco interesse in Calabria.
Antonio Leone, curatore della mostra di
Preti alla Galleria Corsini a Roma, ne tenta una biografia, e dice che a 17
“fuggì da luogo nativo”, Taverna. Perché doveva “fuggire”? Tra l’altro per
raggiungere il fratello maggiore Gregorio, che era a Roma apprezzato pittore.
Perché dal luogo nativo si fugge.
È la regione che ha più avvocati per
mille abitanti, 6,8.
Dei cinquanta “migliori vini” non uno
viene dalla Calabria I cui vini erano apprezzati
unanimemente dai viaggiatori nel Sette e Ottocento. Anche nei primi del
Novecento. È da lì che è cominciato il regresso?
C’è un senso tattile della decadenza
della provincia di Reggio Calabria, una volta la più ricca della regione, e una
delle più ricche in assoluto subito dopo la guerra – quando più del reddito
contava la disponibilità di cibo. Le strade abbandonate, l’aeroporto
semichiuso, rifiuti dappertutto, non raccolti da decenni. Ma più c’è un senso “certificato”:
la piana di Gioia Gauro, che ha l’ulivicultura a maggiore intensità mondiale,
non ha un olio dop. La carta dei vini Michelin si ferma implacabile a Vibo e
Catanzaro: il greco di Bianco, lo zibibbo di Bagnara, il cerasuolo di Palmi,
scomparsi. Scomparsi anche gli agrumi, a coltivazione già intensiva nella piana
di Gioia con centro a Rosarno, e nei dintorni di Reggio con specialità a fruttificazione
anticipata e posticipata – qui in favore di costruzioni polverose interminate.
Taranto, distrutta dai Goti, si
ricostituisce in piccole dimensioni con
profughi calabresi – G. Berto, “Il mare dove nascono i miti”, 97. Profughi
dagli stessi Goti.
leuzzi@antiit.eu
La scoperta dell’ordinario
La
felicità a Roma a Torre Angela invece che a Campo Marzio, dietro al Parlamento.
Le vite dei genitori, dopo morti. I grevi affarucci romani. Il commerciante
abitudinario che per distrazione immagina di liquidare l’attività e godersi il
ricavato si ritrova soddisfatto e padrone di sé nella routine giornaliera minuziosamente regolata. Sette racconti dell’ordinario
straordinario, graziosi. Di fatti all’improvviso curiosi e quasi
preternaturali, ma in realtà di scoperta dell’ordinario.
I
figli che si accorgono dei padri dopo la morte è il tema più riuscito: anche i
genitori hanno una vita, di amori per lo più. Con le gioie dell’attesa e del
segerto, del piacere rimandato – o della lontananza, del rapporto immaginario.
La
mano di Brusadeelli, di maniera, ritaglia a tutto tondo queste figurine grigie
su sfondo grigio - Roma è opaca, nuvolosa, fredda. Un innesto prodigioso, con
un effetto d’insolita animazione. Tanto più per un mondo sbaidito, di
personaggi-non-personagi.:
Stefano
Brusadelli, Sette piccole atrocità,
Il sole 24 Ore, pp. 78 € 0,50
lunedì 9 novembre 2015
Problemi di base - 252
spock
Dall’unisex al genderless: tutti
castrati?
Perché
gli ecologisti non fanno figli e gli altri sì?
Perché i poveri provano sono più felici dei
ricchi, chi lo dice?
“Se uno confessa di mentire, dice la
verità o una bugia? (Hegel)”.
“Non chiunque dice il falso mente (sant’Agostino)? ”
Perché un poliziotto che venga a conoscenza di un reato,
possa impedirlo, e non lo faccia, risponde di quel reato come se lo avesse
commesso (art. 40 Codice penale)?
Perché lo stesso
libro costa 24,50 euro su amazon.it e 16 dollari su amazon.com, cioè la metà?
spock@antiit.eu
L’immigrazione fa bene
Depurata
dei barconi della disperazione, e dei campi di rifugiati, ormai innumerevoli in
Africa e in Medio Oriente, l’immigrazione fa bene e non danni. È sempre stato
così e continua a esserlo, per chi emigra e per i popoli e i luoghi presso cui
approda. Diventa nociva in casi specifici. Quando copre criminali e traffici illeciti, e quando, appunto, non è governata. Come avviene in Europa.
L’emigrazione
c’è sempre stata. E tanto più è necessaria ora all’Europa in crisi stabile di nascite.
La demografia vuole un coefficiente di fertilità – nascite per donna fertile –
di 2,1 per mantenere stabile la popolazione, mentre l’Europa viaggia ormai da
tempo sull’1,6-1,5. Con l’Italia e la Germania meno prolifiche di tutti, il coefficiente
di fertilità approssimando alla metà di quello necessario per riprodurre la
popolazione.
È in
questa chiave che Angela Merkel ha detto: “Si può fare”, è gestibile. La
Germania federale ne ha lunga esperienza, avendo dovuto sopperire alla mancanza
di maschi in età lavorativa nel dopoguerra, e successivamente per un’offerta di
forza lavoro insufficiente rispetto alla domanda del sistema produttivo. Lo ha
fatto con le gigantesche immigrazioni forzate dall’Est, otto milioni di persone
sloggiate dalla Russia e dalla Polonia, e poi con i Gastarbeiter del Sud Europa, italiani, greci, spagnoli, portoghesi,
jugoslavi. Per una terza ondata di lavoro immigrato ha fatto – e continua a fare –
ricorso in Turchia. Ora può aprire una quarta fase, verso gli arabi: siriani,
iracheni, nordafricani.
Il
governo dell’immigrazione in effetti non è difficile. Consta di due fasi: l’accoglienza
e l’integrazione. Sull’accoglienza l’Italia, paese di frontiera, si è portata a
buoni livelli. Sfama bene o male e alloggia le centomila emergenze, quelli dei
barconi. E integra in qualche modo ogni anno 150-180 mila nuovi immigrati, con
un’attività e in cerca di un permesso di soggiorno. Ma questo con difficoltà: l’Italia
non ha un programma d’integrazione.
L’integrazione
si fa attraverso la formazione accelerata, di lavoro e linguistica. Su questo
aspetto la Germania è invece più avanti – fare il caso dei paesi scandinavi non
è d’aiuto, lavorano su piccoli numeri. La Germania integra ogni anno sui 300
mila nuovi immigrati. Con gli stessi abusi che in Italia: salari in nero,
niente minimi, nessuna forma di sicurezza. Ma anche con una politica efficace
di formazione e istruzione.
Il
beneficio per la Germania delle politiche dell’integrazione è duplice. Da un
lato ha una forza lavoro produttiva, semispecializzata e non solo generica. Dall’altro
stimola nuovo potere d’acquisto: l’immigrato integrato entra nell’ottica
nazionale, abbandonando le sudditanze psicologiche ereditarie che aveva alla
partenza. È solo in Italia che il polacco o il rumeno immigrato, magari da vent’anni,
compra solo tedesco, o il maghrebino solo francese.
Benjamin confuso, in politica e in amore
“Capii che per noi non c’è solitudine
se nello stesso momento la persona amata, sia pure in un luogo dove non
possiamo raggiungerla, è anch’essa sola”. Benjamin è sempre coinvolgente, ma
qui ancora di più, perché è lui stesso coinvolto. In un amore impossibile, incapricciato
di una donna “impossibile da amare”, quale la dirà la figlia nelle memorie,
Dagmara Kimele - madre a sua volta di un’altra regista teatrale ora celebre, Māra Ķimele.
Incontrata a Capri nel 1924, Asja Lacis, la donna per la
quale Benjamin va a Mosca, era una bolscevica pura e dura – Capri conserva
molte memorie di comunisti russi, anche Sorrento - e teatrante innovativa e di
successo, in Russia, in Lettonia e in Germania. Farà il carcere duro nelle “purghe”,
e quindici anni di cofino in Kazakistan, dal 1939 al 1954, ma non defletterà. Anzi, tornerà a dirigere un
teatro in Lettonia, scontate le angherie, con immutata fede. Anche in amore, con l’amante e marito di sempre, Bernhard Reich, austriaco, commediografo.
Non il carattere più indicato per il mansueto Benjamin, oltre
che sua maggiore di un anno e più amori. Ma quella che lo introdusse al suo
confuso marxismo, con sgomento dell’amico di una vita Gershom Scholem, che lo
ricorda nella presentazione. Di uno che conosceva poco e male Marx, e per
niente Lenin, e per formazione era alieno dai catechismi e dalle fedi.
Lui stesso ne è conscio, che
valuta in questo “Diario” l’adesione al comunismo in termini di opportunità,
ora e qui – in Russia, in Germania. Nelle lettere che accompagnavano il diario,
a Martin Buber e altri, il giudizio è ancora più esplicitamente sospeso.
Il “Diario” è degli anni 1923-1927, in cui Benjamin si
era scoperto narratore, e usa qui il metodo sperimentato di dire ciò che vede.
Quindi negozi, persone, luoghi (piazze, strade, la metropolitana moscovita, il
mausoleo di Lenin), giocattoli. Ma lo spirito non c’è, o allora è riservato.
Incontra celebrità letterarie che non capisce, non sapendo il russo,
Mejerhold, Majakovskij, Andrey Belyi, e quelli che capisce dicono
sciocchezze – un accademico gli colloca Shakespeare prima di Gutenerg. Non un grande diario di
viaggio.
Il racconto è lungo, ma copre poche settimane, dal 6 dicembre
1926 a fine gennaio 1927. E poco o niente di Asja, l’unico grande amore: la
confusione è anche affettiva. Scholem stesso ne è spiazzato: “Una spiacevole e deprimente sorpresa” è la
donna del suo amico, tra continue liti. Senza nessun rilievo, deve lamentare,
dello spessore culturale della donna. Che lo sfruttava, forse, ma non lo
illudeva – giusto qualche bacio è registrato, strappato. Benjamin passava le
giornate con Reich, suo interprete, cicerone e accorto guardiano.
Ma, poi, Asja c’è, in negativo. Benjamin stesso ne
registra “durezze e disamore”. E sa che lei vuole da lui più che altro regali e
denaro, per mettere su un appartamento a Riga. Quando Asja lavorerà a Berlino
nel 1929-1930, ospite dell’ambasciata sovietica, due mesi li passerà con
Benjamin. Ma se ne conoscono solo le liti. E tuttavia Bejamin era andato a
Mosca sparato a proporle il matrimonio, con lo scandenzario per un figlio. Un
racconto retrospettivamente tenero, di debolezze.
Si
ristampa Benjamin, fuori diritti, ormai nelle pieghe, nei fogli del cestino, ma
non si ristampa questo “Diario” che più e meglio lo ritrae (in italiano è
disponibile solo nelle Opere complete, al vol. 2). L’edizione americana, che riprende
quella dello speciale n. 35 della rivista “October” (inverno 1985) dell’Mit
Press, è arricchita di foto della Russia di allora e di ora. Una parte del “Diario”
è uscita in forma di corrispondenza per il periodico di Martin Buber “Die
Kreatur”, e in due o tre appunti sparsi ripresi in altre raccolte di
Benjamin (sul cinema, sul gusto dei letterati per i gruppuscoli). Uno di questi, su un negozio di giocattoli, pubblicato con alcune foto
su un radiocorriere tedesco, è riprodotto in appendice nell’edizione americana .
Walter
Benjamin, Diario moscovita
Moscow Diary, Harvard
University Press, pp. 165, ill. $ 25
domenica 8 novembre 2015
Ombre - 291
Lorenzo campione mondiale di moto, al
modo che sappiamo, ringrazia “il popolo spagnolo” che l’ha sostenuto. Niemte di meno, o voleva dire Marquez Pedrosa, gregari volontari? E il popolo nipponico no?
Non è solo un “biscotto” spagnolo nel mondiale di moto. Ci sono di mezzo i giapponesi ultrapotenti - comandano a bacchetta i cronisti di settore: Honda e Yamaha. Fanno finta di competere, ma su questo finale di campionato si sono accordate per darsi più lustro: senza il “caso Rossi” il finale di mondiale sarebbe stato piatto.
Però, “la Spagna” effettivamente è col campione Lorenzo. “As”, “Marca”, “El Mundo”, El Paìs” online sono un osanna a Lorenzo, il campione nazionale, senza un accenno agli intrallazzi con Marquez.
Non è solo un “biscotto” spagnolo nel mondiale di moto. Ci sono di mezzo i giapponesi ultrapotenti - comandano a bacchetta i cronisti di settore: Honda e Yamaha. Fanno finta di competere, ma su questo finale di campionato si sono accordate per darsi più lustro: senza il “caso Rossi” il finale di mondiale sarebbe stato piatto.
Però, “la Spagna” effettivamente è col campione Lorenzo. “As”, “Marca”, “El Mundo”, El Paìs” online sono un osanna a Lorenzo, il campione nazionale, senza un accenno agli intrallazzi con Marquez.
Non passa giorno che Milano non si celebri, sui suoi giornali, migliore di Roma. Raccoglie più spazzatura, la ricicla meglio, ha più netturbini per abitante, ne ha meno. Migliore sulla spazzatura?
E perché Milano è “superiore” ma solo
nei confronti di Roma?
Scalfari, che cinquant’anni fa aveva
aperto il confronto, con la superiorità morale di Milano, ora ci ripensa,
sempre sull’“Espresso”: “Non esiste una capitale morale”.
“Non esiste” è proprio romano.
Corradino – nome predestinato? – Mineo, non avendo mai fatto nulla
in vita sua, da dirigente Rai, direttore di giornali e parlamentare, non capisce
che ora non lo facciano capo del governo, o del partito, insomma capo, e dice
il suo capo Renzi “subalterno a una donna bella e decisa”. In effetti la testa
del capo Mineo ce l’ha: una “donna bella e decisa” è quello che tutte le donne vorrebbero
essere, e gli uomini avere.
Dice Sacchi di Tavecchio: “Vince il
silenzio omertoso. Dietro di lui interessi forti”. Di chi? Coraggio, Sacchi.
Calogero Mannino, assolto –
provvisoriamente - dallo Stato-mafia, si compiace di avere trovato un giudice
“giusto”. Non un giudice, uno giusto. Il giudice normalmente è ingiusto?
Mannino viene giudicato da venticinque
anni come mafioso. Ma di quale mafia, a questo punto? Nel frattempo ha cambiato
pelle alcune volte, solo i giudici sono gli stessi.
Il Pd ha combinato un macello a Roma.
Vari macelli, con in più una perdita d’immagine colossale per la città. Ma
niente scuse, la colpa è di Marino.
Trastevere si rifà la piazza San Cosimato.
Che era stata rifatta quattro o cinque anni fa, un cantiere di 18-24 mesi. “È
la vergogna del nostro quartiere”, dice (martedì) la presidente della
circoscrizione Alfonsi per giustificare l’appalto. Senza scuse.
Il prefetto Gabrielli dà una mano e lascia
al loro posto i presidenti di circoscrizione: di dimette il consiglio comunale
ma i consigli municipali restano al loro posto. Sono (quasi) tutti del Pd: il
prefetto dà una mano al Pd. Ma non era uno di Alfano?
Pignatone è invece fedele. Marino
minaccia liste civiche contro il Pd alle nuove elezioni comunali e lui gli dà
il falso in dichiarazione. In gioco sono ben 753 euro di spese non ben
giustificate: Marino deve andare a processo.
Ma perché non dargli l’associazione mafiosa? Bisogna insistere: un concorso esterno, perlomeno. Sarebbe la soluzione.
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Sinistra sinistra
Che fare della Russia
La rivoluzione
ha bloccato l’ammodernamento e la democrazia. La rivoluzione del 1917, di cui lo
stalinismo o sovietismo, perpetuato di fatto fino a Gorbaciov, fu figlio non
bastardo. Il disinvolto marchese de Custine l’aveva previsto nel 1839: la
reazione è insostenibile, se non ci sarà il liberalismo ci sarà la rivoluzione,
“una più terribile di quella di cui l’Occidente risente ancora gli effetti”.
Non poteva prevedere che la rivoluzione sarebbe stata essa stessa reazionaria,
cortocircuitando la Russia nella fase di europeizzazione – più avanti allora di
molta Europa, forse della stessa Italia, diritti civili compresi. L’aveva previsto
dopo un viaggio breve a Pietroburgo, con una coda a Mosca, seppure imbeccato da
informatori russi d’eccezione, i principi liberali - alcuni peraltro vicini
allo zar. Il centralismo statalista è diventato legge e tallone di ferro
implacabile, eliminando ogni individualità e sbarrando ogni apertura sociale,
in una finta uguaglianza che era in realtà un regime di polizia. Bene. Ma
perché si ristampano queste “Lettere” oggi?
“La Russia nel
1839”, poi “Lettere dalla Russia”, fu un classico dell’antisovietismo nella
guerra fredda, a un secolo dalla pubblicazione nel 1842. Si ripubblica in una
delle edizioni approntate in quegli anni, quella di Pierre Nora nel 1970. Per
dire che siamo in presenza della stessa Russia? Le condizioni formali ci sono:
le sanzioni, le basi militari, la Cia con la disinformacija. E il marchese de Custine: “La Russia vede
nell’Europa una preda che le sarà consegnata presto o tardi dai nostri
dissensi: fomenta da noi l’ananrchia nella speranza di profittare della
corruzione”. La corruzione, il dissenso, la Russia, la politica di potenza, anche
gli ingredienti ci sono tutti. Ma la Russia, malgrado Putin, è evidentemente
un’altra, e il lettore non ci si ritrova. Si legge il marchese più per il
contorno – per il personaggio - che per la sua Russia.
Guerra fredda
De Custine fu
riscoperto nei primi anni 1950, con un parallelo tra la sua Russia, di Nicola
I, e quella di Stalin. Boris Souvarine, l’ex animatore della Terza
Internazionale, filosovietica, e del partito Comunista francese alla nascita, vi
aveva già accennato nel 1935, nella sua biografia rivelatrice di Stalin. Ma il
richiamo divenne opinione nella guerra fredda. George Kennan, l’ex ambasciatore
americano a Mosca, lo ravvivò nel 1969, contro il breznevismo, “The Marquis de
Custine and his «Russia in 1839»”, la raccolta di lezioni da lui tenute a
Oxford nel 1969: “Pur ammettndo che non era un ottimo libro sulla Russia nel 1839,
siamo di fronte al fatto inquietante che è un libro eccellente, probabilmente
il libro migliore, sulla Russia di Josef Stalin, e non un cattivo libro sulla
Russia di Breznev e Kossighin”. Il suo predecessore a Mosca, il generale Bedell
Smith, ne aveva pubblicato un estratto nel 1951, intitolandolo “Un viaggio per
il nostro tempo”, con la premessa: “Avrei potuto prendere alla lettera molte
pagine del suo diario e, sostituendo nomi e date di oggi a quelli di un secolo
fa, averli mandati al dipartimento di Stato come mie relazioni ufficiali”. Il
1839 di Custine “era la realtà del 1939 e la quasi realtà del 1969”, conclude
Nora, lo storico francese che ha collazionato e presenta questa edizione –
circa un terzo del voluminoso originale in quattro volumi (l’originale si
ritrova nella collezione “Thésaurus” di Actes Sud, con prefazione di H.Carrère d’Encausse, l’unica edizione
integrale dopo il 1853, dopo le prime dal fulminante successo).
La teoria
allora prevaleva del “raschia il sovietico e ci trovi un russo”, sulla traccia
della battuta napoleonica “raschia un russo e ci trovi il tartaro”. In questa ottica il marchese è
stato montato a equivalente di Tocqueville, le “Lettere dalla Russia” come “La
democrazia in America”. Due opere invece imparagonabili.
È vero che Custine
decise il viaggio in Russia sull’onda del successo di Tocqueville. E che il
successo di queste “Lettere” fu
altrettanto immediato e vasto come quello della “Democrazia in America”: quattro
edizioni in tre anni, più numerose edizioni pirata in Belgio, e duecentomila
copie vendute all’estero. Col plauso di Herzen, il fuoriuscito di maggiore
peso: “Il libro più interessante che sia stato scritto sulla Russia da un
straniero”. Al successo contribuì l’interesse per la Russia, che, benché
europeizzata da poco, veniva considerata “amica e sorella” nella Francia della
Restaurazione. Per i legami che l’aristocrazia emigrata nella rivoluzione, e lo
stesso Chateaubriand, “patrigno” di Custine, vi avevano allacciato. Una
vicinanza cui contribuivano anche i gesuiti, cui il marchese era devoto, col
loro collegio di Pietroburgo. Malgrado le ferite che la Russia infliggeva alla
Polonia, “la Francia del Nord”. Ma non c’è molto della Russia nell’opera di
Custine.
Le “Lettere”
sono opera di repertorio, condita con fonti giornalistiche. Vera Milchina, della università di San Pietroburgo, “«La Russie en 1839» du marquis
de Custine et ses sources contemporaines”, “Cahiers du monde russe”
(disponibile online http://monderusse.revues.org/42), riduce le fonti all’ambasciatore francese a San
Pietroburgo, Prosper de Barante, che Custine non cita, e ad alcuni giornali parigini.
Come fonti
Custine cita in appendice un professore di russo a Parigi, Girard, e un
Grassini, “fratello della celebre cantante”, oltre a imprecisati principi russi
(cui Nora dà però plausibili nomi) incontrati in Germania, dove decise di fare
il viaggio. Le testimonianze di Girard e Grassini sono successive, raccolte nel
1842, mentre il libro veniva scritto. Girard è un soldato di Napoleone fatto
prigioniero, il cui racconto certifica “l’inumanità dei russi”. Anche Grassini,
incontrato a Milano nel febbraio 1842, è stato in Russia nel 1812, con l’armata
del viceré d’Italia: prigioniero a Smolensk, conferma “la ferocia dei soldati
russi”, ma vuole testimoniare anche la bontà della popolazione. Soprattutto
delle donne, “contadine o grandi dame”. Non un grande racconto.
Oggi per di più
non si può dire “raschi Putin e ci trovi Stalin”. E dunque? Ha ragione Hélène
Carrère d’Encause: quest’opera “testimonia il difficile incontro tra la Russia
tesa verso l’Europa e l’Europa, che non seppe mai come trattare e comprendere
la Russia”. Custine ha solo “mal visto ma ben indovinato”, come dice lui
stesso, lo zarismo, e lo sviluppo inevitabile di quel sistema, la rivoluzione. A
ogni pagina è questione di dispotismo: la Russia è “l’incubo di un governo assoluto
e di una nazione di schiavi”. Putin? Volendo, ce n’è anche per lui: dello zar
Nicola I si dice che “sfida l’Europa invece d’incensarla”. Ma è uno dei modi
dire della stessa cosa, il marchese è insistente oltre che monotono. La solfa
se la fa ripetere perfino dallo zar, in un’intervista immaginaria: “Il dispotismo
esiste ancora in Russia, poiché è l’essenza del mio governo; ma risponde al
genio della nazione”. Allo zar fa pure mettere sotto accusa, in vece sua, il
regime rappresentativo che non gli era simpatico. Che non è, premette, “la repubblica
delle città antiche”: “Comprare i voti, corrompere le coscienze, sedurre gli
uni e ingannare gli altri”.
Ritorna dal
viaggio in qualche modo conciliato con la monarchia costituzionale: “Andavo in
Russia per trovare argomenti contro il governo rappresentativo, ne ritorno partigiano
delle costituzioni”. Ma con una sola idea della Russia: la servitù. Volontaria.
Di automi. Eccetto gli spioni – compreso il mistificatore degli stranieri,
quello che imbroglia le carte (la disinformacja
già all’opera). Di burocrati. Inefficienti. Per concludere – una conclusione
ribadita a ogni pagina: “La vita sociale in quel paese è una cospirazione permanente
contro la verità”. “La civiltà russa è ancora così vicina alle origini che somiglia
alla barbarie”. Di citazioni del genere ce n’è una infinità: “Un uomo sincero,
in quel paese, passerebbe per pazzo”.
Il paese? Il modo
di vivere? Di pensare? La gente? C’erano borghesi nella Russia del 1839, ma qui
non ci sono. E nemmeno i nobili. Solo i despoti. Pietro il Grande molto, un po’
di Nicola I, moltissimo di Ivan il Terribile, di cui un centinaio di pagine o
poco meno non bastano a dire tutta la malvagità - il ritratto di Ivan, benché
copiato da Karamzine, storico prevenuto, il Tacito degli zar, è però anche
terribilmente vivo, ben più sfaccettato e raccapricciante di quello del famoso
film di Eizenstein. Metà del libro è su Pietroburgo, che gli riesce ostica – il
marchese ne parla malissimo, ma anche benissimo. Il resto è contro i russi, più
che contro la Russia, per il “fanatismo dell’obbedienza”, “un paese dealle
passioni sfrenate o dai caratteri deboli, dei rivoltati o degli automati, senza
intermediario tra il tiranno e lo schiavo”. Mosca, intravista, è alttrettanto
ostica: “città mostruosa”, “a Mosca si
dimentica l’Europa”. Ma poi “tutto qui fa paesaggio”, e la città richiama, “non
si saprebbe dire perché, Persepolis, Baghdad, Babilonia, Palmira, romanzesche
capitali dei paesi favoolosi la cui storia è una poesia e l’architettura un
sogno”… La vechia e futura capitale risolve nel Cremlino, attorno alle malefatte
di Ivan, e nella confutazione di Mme de Staël, che Mosca aveva detto “la Roma
del Nord”: no, “Roma è più estranea a Mosca di Pechino”.
Il riassunto
finale, una ventina di pagine, basta e avanza: “I russi non immaginano niente”.
“I russi non sanno che copiare, senza migliorare”. Le donne sono squadrate,
villose, pulciose. Eccetto la zarina, che s’intrattiene col marchese in varie occasioni
come una gentildonna borghese, con scambio salottiero di repartee – il marchese ha di questi svarioni. Gli uomini invece
sono belli, bellissimi. Il marchese lo
ripete anche nel riassunto finale fino al deliquio, “molto amabili e
molto infelici”. Sono però pure il contrario: greci del basso impero, cinesi, orientali,
liberti, barbari, “grossolani o indelicati come i Calmucchi, sporchi come i
Lapponi, belli come gli angeli, ignoranti come i selvaggi”. A cosa credere? Ma
gli uomini, anche se russi, introducono al marchese, il vero protagonista delle
“Lettere”.
Un marchese divino
La storia del
libro e quella di Custine sono meglio della sua Russia. La lettura migliore è
del romanzo che Nora gli costruisce attorno, nella prefazione e nelle rubriche
a corredo. Il romanzo della vita anzitutto. Figlio di una madre troppo bella, Delphine,
che darà il nome all’eroina e il titolo al romanzone “italiano” di Mme de Staël,
per vent’anni amante di Chateaubriand, e di un padre ghigliottinato, come il
nonno, Astolphe de Custine si libera quando lo scandalo lo mette al bando della
società dei suoi pari. Quando fu trovato semimorto, nel quartiere equivoco di
Saint-Denis, bastonato dai commilitoni di un artigliere col quale aveva
convegno galante a pagamento. Si ristabilì, e prese a convivere liberamente col
giovane inglese Édouard de Sainte-Barbe. Per alcuni anni con Édouard e con un
giovane bello e spiantato nobile polacco, Ignace Gurowski. Fino a che questi,
dopo cinque anni di intimità e lunghi viaggi col marchese, non sedusse l’infanta
Isabella di Spagna, sottraendola al convento dove la famlglia reale spagnola l’aveva
rinchiusa, e la sposò. Sempre nobilissimo, malgrado l’ostracismo, e molto pio
malgrado il “vizio” come lui lo chiamava. Amante anche per questo dell’Italia,
dove era quasi sempre - nel 1850 sarà in udienza privata dal papa Pio IX.
Dogmatico, di “fede ardente” lo dice Nora, da mistico.
Ricchissimo, malgrado
due o tre rovesci di Borsa, dà anche ricevimenti e feste alla migliore intellettualità
di Parigi, avendo deciso che il suo futuro sarà di scrittore. E che nomi: Hugo,
George Sand, Théophile Gautier, Balzac, che molto lo consiglierà e aiuterà editorialmente,
Lamartine, Baudelaire, che ne scriverà l’elogio in morte. È anche corrispondente
di Rahel Varnhagen a Berlino, “il romanticismo in persona”. E col marito di
lei, il diplomatico prussiano Karl Augustin Varnhagen von Ense, il miglior
conoscitore della Russia, A Varnhagen marito le “Lettere” devono molto, oltre
che a una serie di principi russi incontrati in Germania e a Pietroburgo, Alexander
Turguenev, zio del futuro romanziere, Kozlowski, Viazemski, Golitsine, Ciadaeev
– ma le vere fonti sono altre, come si è detto. A Vienna, in coppia con Gurowski nel 1835,
incontra più volte Balzac, che è venuto a conoscervi Mme Hanska, dal quale ha
molti consigli pratici. Anche il viaggio in Russia fa con Gurowski, e col
cameriere italiano Antonio.
Viaggia sempre.
Ai viaggi l’aveva iniziato la madre nel 1811, quando aveva 21 anni, portandoselo
al seguito in una peregrinazione di tre anni per mezza Europa, in compagnia del
suo nuovo amante, lo psichiatra Koreff. Durante la quale il marchese mise a punto
il suo genere: resoconti di viaggio epistolari immaginari, molto elaborati.
Compresa l’intervista, dopo morte, al personaggio importante, artificio che
farà fortuna.
Prima di Saint-Denis
aveva tentato, eroico, il matrimonio. Dopo aver rifiutato varie candidate della
madre, aveva scelto una giovane remissiva, alla quale aveva anche fatto un
figlio. Entrambi, madre e figlio, morirono presto. E Custine si emancipò. Ai ricevimenti
presiedeva il suo compagno di sempre Edouard de Sainte-Barbe. A cui il marchese
era infedele, ma di cui farà il suo erede universale – i parenti contestarono
il testamento ma persero la causa
(frattanto Édouard era morto).
Con i romanzi
non ebbe successo. Uno, “Aloysius”, ha la stessa storia dello stendhaliano
“Armance”, e fu scritto nello stesso anno, 1827, probabilmente su un aneddoto
vero, o una situazione che i due scrittori, che si frequentavano, conoscevano o
si erano inventati. Ma il suo è noioso, come i suoi altri romanzi. Le lettere
invece ebbero successo, dalla Calabria, dall’Italia, dalla Germania. Queste
dalla Russia più di tutte. Ma subito poi dimenticate. Con le “Lettere”, conclude Nora, “Custine ha scritto
a modo suo il suo «Viaggio al termine della notte»”, anche lui reazionario radicalmente
anarchico: “Anche a lui non è stato perdonato”. Beh, no.
Astolphe de
Custine, Lettere dalla Russia,
Adelphi, pp. 363 € 20
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