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lunedì 30 luglio 2018

Tutti liberi, senza libertà

Si ripropone “l’Unico” tra i classici della filosofia. Beché sia stato reietto dalla filosofia succesiva, da Nietzsche a Heidegger. Riproposto come manuale politico, o bibbia dell’anarchia, e quasi del tutti liberi o tutti sciolti odierno – ancue questo a torto.
Sossio Giametta lo rilegge come un’anticipazione, se non una previsione, passata inascoltata. Come manifesto dell’individuo. Sciolto da ogni vincolo, e anzi ribelle. E per questo antidoto al totalitarismo, sempre in agguato. Ma la fatica di Giametta si conclude in un momento che si potrebbe definire stirneriano, anomico. Dove però la relazione contraria appare probabile e anzi evidente: non c’è liberazione, in questa storia dei diritti di ognuno, inalienabili e inesauribili, e anzi assoggettamento. Sia pure nelle forme morbide o subdole dell’entusiasmo o affidamento. La domanda ponendo se non è l’individuo assoluto –isolato, segmentato, parcellizzato, ognuno il monumento di se stesso, sciolto anche dalla tradizione, e dalla storia - pronubo del totalitarismo, succube della propaganda.
Si vede col grillismo, che si propone e propone la definitiva emanazione dell’autonomia individuale, ed è in realtà succube di ogni, pur aberrante, campagna pubblicitaria – nonché del culto del Capo. Attraverso i canali tradizionali, tv (talk show), giornali (interviste, dichiarazioni), e attraverso i social, così liberi per tutti di programma, e di fatto così legati, perfino succubi. Grillo può sostenere le sciocchezze più sconce, con una maschera perfino studiata, di fronte e di profilo, meglio in piedi, da clown irridente, ed essere creduto ciecamente, alla lettera, e obbedito.
Dovrebbe essere il classico dell’anarchia, anzi il testo fondante, ma non può esserlo, per un motivo quasi ovvio. Marx lo criticò subito, con Engels. Nell’“Ideologia tedesca”. Come quello che celebra l’individuo borghese, il proprietario. Che agisce sulla base dell’egoismo, del proprio interesse. E questo, anche senza calcolo, è: l’individuo di Stirner è caduco, senza integrazione o comunità di appartenenza. Definita con criteri sociali, culturali, generazionali, religiosi, nazionali, o anche solo residenziali, di quartiere.
Un bel libro, l’edizione “definitiva” di un testo problematico. Riprodotto in originale, con la traduzione e l’introduzione di Sossio Giametta – la vastissima bibliografia è di Vincenzo Cicero.
Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, Bompiani, pp.992 € 40

domenica 29 luglio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (370)

Giuseppe Leuzzi

Molte forme linguistiche neolatine non hanno il tempo futuro, compreso il dialetto siciliano (e il calabrese), e ciò ha dato origine alla filosofia, di origine sciasciana, di un popolo che non ha futuro perché non ha futuro. Mentre il senso è diverso, il futuro è in origine, e rimane nei dialetti neolatini con forte presenza greca, una forma di aoristo, di possibilità.  Lo dimostra Ulderico Nisticò in “Controgrammatica della Calabria” - ora in  “Controstoria della Calabria).

Il futuro è del resto derivato dal congiuntivo, forma anche latina di possibilità.

Chievo salvo per un cavillo. Per analoga infrazione bilanci truccati, il Cesena e stato declassato e infine dichiarato fallito. Ma qui al posto del Chievo andava ripescato il Crotone, e per la serie A va bene cosi: niente trasferte al Sud. Giusto Napoli, che è vicino Roma e dà sempre buoni incassi - quote parti appetitose.

Si scioglie per mafia il consiglio comunale di Vittoria, in Sicilia. E si stringe il cuore: un Comune amministrato da sempre da socialisti e comunisti, che dell’estrema povertà, tutto pietra e aridità, è riuscito a fare una ricchezza. Con le colture astagionali in serra, specie dei prodotti dell’orto nei mesi invernali – il famoso “Pachino” è di fatto un’invenzione di Vittoria. Con piccoli e microproduttori che, organizzati in cooperative, sono riusciti a uscire dalla miseria.

Si tiene il Peperoncino Day, del “frutto piccante per antonomasia”, che la Calabria ha lanciato con notevole impegno di risorse, quale prodotto dietetico e salubre. Una tre giorni in realtà di “appuntamenti di alta gastronomia, convegni, seminari, esposizioni di produttori”. Si tiene a Viareggio. Organizzato dalla Regione Toscana, C’è chi semina, e chi sa vendere.

Il record del malaffare
Record in Calabria dei consigli comunali sciolti in un anno, dodici. L’Interno lo comunica con orgoglio, come fosse un exploit, e un successo della lotta alla criminalità. Mentre è un espediente troppo facile per troppe prefetture, per le carriere dei funzionari.
Solo in due dei dieci consigli comunali sciolti ci sono dei processi pendenti, con accuse precise. In altri si tratta di contiguità, presunte. Per parentele lontane. Ma nei paesi tutti sono parenti, lontani. La differenza la fanno solo gli informatori, sono loro che stabiliscono quali “parentele” sono attive oppure no. La decisione è comunque di funzionari che non hanno titolo per prenderla.
A Platì sono stati sciolti per mafia quattro consigli comunali di seguito, dopo altrettanti periodi di commissariamento, sempre per via della parentela diffusa. A San Luca, comune limitrofo, da due o tre elezioni nessuno si candida più, per non fare la stessa fine.   
Lo scioglimento del consiglio comunale per evitare pressioni mafiose sembrava una buona ricetta, ma non lo è, a giudicare dai casi, per nessun motivo. Salvo vere e proprie indagini su vere e proprie delittuosità, mafiose e non. L’assenza di un’amministrazione locale non è un rimedio da nessun punto di vista, tanto più in ambiti socialmente degradati come sono quelli a dominanza mafiosa.
Di Platì resta un curiosità. È stato la capitale dei rapimenti di persona in Aspromonte per un ventennio,  negli anni 1970-1990. Nessuno perseguito con successo. Benché l’Anonima Sequestri non fosse in realtà anonima. Nessuno scioglimento di consigli comunali all’epoca.  

Processioni
Le processioni, che disturbano il papa e il vescovo di Oppido-Palmi, Milito, disturbavano già un secolo e mezzo fa:
“Io non so se è per spirito di giustizia, non so se ho un brutto carattere, se mi manca un venerdì, ma io non posso mai guardare una processione senza ridere e senza avere pietà dell’umanità. Niente mi sembra più grottesco né insieme più cinico. Questo signore vestito d’oro e d’argento, riparati da un baldacchino carico d’oro portato da quattro o otto uomini, tutti fra i più laidi, i più avvizziti, trai più incartapecoriti, ci dicono che quest’uomo nel suo ostensorio d’oro porta la verità, il solo Dio. Suda, il portatore, è stanco, si indispettisce se una nuvola cupa oscura il cielo, e una carrozza attraversa il corteo o se un indifferente si tiene il cappello in testa, eppure regge il maestro supremo nelle sue mani ed è impotente a dissipare la nuvola, ad arrestare la carrozza, a costringere l’indifferente a scoprirsi la testa.
A che serve dunque abitare in un’ostia se non ci si fa rispettare di più? A che serve essere Dio se non si può nemmeno impedire a colui che vi porta di averne le tasche piene?
E se si è Dio, perché farsi circondare da tanti spaventosi cretini? Perché, guardate una processione, esaminate ognuna delle facce dei portatori di ceri: non ce n’è una sola che non muova alla pietà, al disgusto, al disprezzo o alla diffidenza. La faccia più onesta è quella che è soltanto ipocrita”… - e così per un’altra pagina e mezza.
È il ritaglio di “Le Grelot. Chiarivari (sic) belge”, giornale massone, di giovedì 15 settembre 1864, tiratura 282.397 copie, che Baudelaire conservava per il progettato libro sul Belgio (ricostruito, cinquant’anni dopo la sua morte, sulle carte del lascito, “La capitale delle Scimmie”), al cap. “Volgarità ed empietà belghe”. 

Ora, mons. Milito non è empio. Ma parla con la stessa franchezza – la stessa del “Grelot”, e del papa Francesco: scherza, in chiesa, e dice anche le barzellette. Solo, parla stretto, imitando Verdone quando fa l’imitazione del suo insegnate di religione, un prete calabrese appunto, che aveva la pronuncia stretta. E non gli piacciono le processioni.

Aspromonte
Nel suo racconto della sparatoria con i “piemontesi” Garibaldi dice che i suoi erano arrivati sull’Aspromonte stremati, da due giorni di marcia, con “grande difetto di calzatura”, e senza viveri. La sosta fu decisa per mangiar e: “Un campo di patate sfamò i primi giunti, che avevano avuto la previdenza di portare seco alcune fascine secche, atte ad arrostire le patate, ciò che è e seguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziose”. I Piani di Aspromonte sono ancora un campo di patate. Una patata di ottimo gusto e resistente, di cui non si riesce a ottenere la dop perché sull’Aspromonte  “c’è la mafia”.

Garibaldi fu un brigante, anche lui? Come non pensarci? I bersaglieri gli spararono ai Piani di Aspromonte, e lo arrestarono.

Il padre del capriolo – Antonio nel suo rifugio “Biancospino” è seguito da un minuscolo quadrupede, su gambe altissime, magrolino ma determinato – sembra accigliato più che preoccupato. “No, non è un cerbiatto, è un cucciolo di capriolo. Che è successo? Un signore che lo ha visto nel bosco, pensando che si fosse smarrito, lo ha portato dai Forestali. I Forestali, non sapendo come curarlo, hanno chiamato l’Ente Parco. L’Ente Parco la stessa cosa, a chi lo portiamo, lo diamo a Antonio Barca. E mi tocca fare da papa: questo ogni quattro ore magia, perciò mi devo alzare la note, la mattina. Mi sembra che lo sto salvando.
“Allora come funziona. Quando i caprioli partoriscono, abbandonano i cuccioli in un angolino nel bosco, o in mezzo ala sterpaglia, e poi ogni quattro ore vanno a dargli da mangiare. Perché la natura li ha programmati in un modo che non emanano nessun odore. E sanno stare immobili. Perciò i predatori non li sentono e non li vedono. La gente questa cosa non la sa, e ogni tanto capita qualcuno che li trova, e pensando il cucciolo smarrito lo porta ai Forestali. La cosa brutta è che, una volta che lo rimuovono non si può riportare più nel bosco perché la mamma lo rifiuta. Ma crescono così quasi con un’altra natura. Tanto è vero che, quando sono grandi, non si possono più liberare, sono imprintati. Ormai sono troppo vicini all’uomo, ed è pericoloso liberarli, non hanno difese.
“E insomma, a cinquantadue anni mi tocca rifare da papà. Speriamo che cresca bene.”

Antonio e Thérèse Barca sono famosi in mezza Europa, ma per il loro garbo. E la competenza nei loro ambiti di competenza, estrema di Antonio per la natura, del Parco e fuori del Parco, flora, fauna, acque, sentieri, vedute, bird-watching (passi stagionali), correnti d’aria.

Una montagna piena di santi. Eufemia, Cristina, Stefano, sant’Elia, san Francesco. E di Madonne: della Montagna, delle Grazie, della Catena, Assunta, Immacolata….

Una montagna piena di acque: fiumare, torrenti, cascate, e sorgenti. A lungo segnata nella topografia mentale di pastori, tagliaboschi e viandanti, dai nomi delle sorgenti. Cui corrisponde una sorta di culto dell’acqua. Sono – erano – numerosi quelli che si facevano lunghi percorsi, anche prima di abbreviarli con l’automobile, per una particolare acqua di una particolare sorgente. Di cui erano o si professavano specialisti. Lo specialista in acque era comune.
Le carte dettagliate dell’Igm, se ancora esistono, dovrebbero averle registrate – molte adesso sono seccate, per incuria, o perché canalizzate verso gli acquedotti.

Terrano è il vento dell’Aspromonte, “perché è come il respiro della terra”, dice Mimmo Zappone, “Lumi come stelle” (nelle raccolte “Il cavallo Ungaretti” e “Le maschere del saracino”). Ma è detto così nei paesi di mare, solo sul versante tirrenico, a Gioia Tauro, Palmi, Bagnara, Scilla. Porta via la pioggia.

La montagna d’estate senza pioggia – giusto quanto serve ai funghi.
Col mare e la Magna Grecia a vista.

L’aria elettrica, dei fulmini senza nuvole, nel cielo già spazzato dalla tramontana.
La luminosità dell’aria elettrica. Per l’elettricità statica. Che dà scintille e contorni luminosi nell’umidità.
I fulmini che cascano a grappoli nel cielo senza nuvole, nell’aria gravida di elettricità statica: le notti sono limpide in questi casi, senza bisogno della luna. Che sembra però s’infili dappertutto, anche se è uno spicchio magro.
L’aria “secca, elettrica, eccitante, sottile, che favorisce la pazzia” è di Montale, “Ventidue prose elvetiche” – è “l’aria dell’Engadina”.

leuzzi@antiit.eu

Il poeta è comunitario

Il titolo della raccolta è quello del primo appunto, il primo di cinque. Ma il tema del primo appunto, 1898, si esplicita nell’ultimo, “Rumore originario”, datato “Soglio 1919, nel giorno dell’Assunzione” – un Ferragosto operoso. L’accostamento di due esperienze fisiche, l’incisione a scuola, al laboratorio di Fisica, del rullo del fonografo, e la dissezione di un cranio alla scuola di Anatomia a Parigi qualche anno dopo, con la “sutura coronale” bene in evidenza, un accostamento senza ragione che però lo perseguita da tempo, infine risolvendo nella possibilità che la punta del fonografo, riportata sulla “sutura coronale del cranio” possa lo stesso “originare un suono, una successione di suoni, una musica”.
Modeste riflessioni, sulla soglia sempre tra visibile e invisibile. Sui toni sempre dell’elegia. L’arte è compenetrazione, tra “la grande melodia partecipe delle cose e dei profumi, di sensazioni presenti e di ricorrenze passate, di tramonti e nostalgie”e “le singole voci che con se stesse portano a compimento questo unanime coro”. L’appunto “Sul poeta” lo teorizza, riprendendo l’immagine dei rematori della feluca sul Nilo, la cui animalità ostile si umanizza nel canto e nella sincronicità.
Si riprende in conclusione l’apologia della “comunanza” del primo appunto, quello del titolo. Cui però fa seguito in questa raccolta un “Frammento dei solitari”, un esercizio di “chiara comprensione”, dove invece “non esistono esperienze vissute in comunione” e “solo le separazioni e gli addii possono essere condivisi”.
Rainer Maria Rilke, Appunti sulla melodia delle cose, Passigli, pp. 85 € 8,50

sabato 28 luglio 2018

L'innovazione è monopolista

Fallisce a Palermo Mosaicoon. Non per mancanza di idee (prodotto), ma per non aver accettato o propiziato il proprio riacquisto dentro un più grande established operatore dell’innovazione. Quando ha cercato capitale per crescere in proprio, è stata segata.
Non si finisce di celebrare l’innovazione come il mercato dei cento fiori. Ma è un mercato monopolista, tipicamente. Da una parte e dall’altra, bisogna dire, dei creativi e dei monopoli.
Si sviluppa un asset creativo, che abbia bisogno di poco o punto investimento. Si crea un bisogno, uno che duri almeno qualche mese. E si vende. Il caso di Mosaicoon è un’eccezione, e probabilmente un errore del management.
L’innovazione è costituzionalmente monopolistica. Diffusiva, ma poi subito convergente, come una branca, o una foglia, del big business. Non c’è mai stato nell’industria tanto accentramento monopolitistico quanto in quest’era digitale, tipicamente innovativa, con soli tre operatori, e forse già due – Amazon e Google, senza Facebook?

Cronache dell'altro mondo - il cazzone americano

Il comandante dei Pasdaran iraniani twitta il twittaroTrump: “Puoi iniziare una guerra, ma saremo noi a finirla. Chiedi ai tuoi predecessori. Smettila di minacciare, siamo pronti a fronteggiarvi.  Siete andati in Afghanistan con decine di carri armati e mezzi blindati. Cosa avete ottenuto? Adesso implorate i talebani”. Ineccepibile.
Quando si farà la storia dell’imperalismo americano, ci saranno sorprese. E perché questa storia non si fa, è talmente avventurosa? Prima c’era la guerra fredda, la minaccia sovietica all’Europa, ma ora?
Gli Stati Uniti si sono imposti come liberatori fino alla guerra di Corea, 1950-53, e poi all’occupazione anglo-francese di Suez, 1956. Poi, a partire da Cuba e Castro, un serie di disavventure
 e sconfitte.  Cuba, Vietnam, Iran (da Mossadeq in poi), Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, quante guerre perdute. Con la lunga stagione dei generali in Sud America, il “cortile di casa”, in Brasile, Argentina e Cile.
E anche dove hanno vinto, quante incognite. Per esempio cavalcando il mondo retrivo della penisola arabica contro l’Europa, dalla guerra del petrolio del 1973 alla Libia. O sfidando la Russia, in Ucraina e in tutta la fascia europea orientale, senza avere un obiettivo e un iter – o anche qui contro l’Europa, per mettere i bastoni fra le ruote alla Fortress Europa e all’integrazione politica? 


Putin a Helsinki ha regalato a Trump il pallone ricordo del mondiale. La “Washington post” e altri primari media americani hanno subito sospettato, e anzi scoperto, che il Pallone contiene un chip, per intercettare il presidente americano… Se ci si sono applicati, vuol dire che sanno che la cosa tira, creduta.
Ora, c’era una famosa dizione “cazzone americano”, alla fine della guerra, al Sud e non solo, un po’ vendicativa ma non solo, da sconfitti invidiosi, per dire l’americano bonaccione, che era facile truffare. Ma fino a questo punto, l’americano crede tutto? 
Tutti i media americani non fanno che elaborare arcana e misteri del Russiagate. Che però non interessa al pubblico, i sondaggi lo dicono a ogni rilevazione. Allora, questo Russiagate è una questione politica contro Trump. Bene. Ma va avanti da due anni questo Russiagate, e la popolarità di Trump non ne soffre, anzi è in aumento. E allora?
Il Russiagate vedrebbe il sistema elettorale e il voto presidenziale 2016 inficiati dai servizi segreti russi. Un fatto gravissimo, un attacco fantascientifico alla democrazia. Ma da oltre un anno che c’è una inchiesta giudiziaria e niente, solo pettegolezzi.
Per non dire della inefficienza dei servizi segreti americani, che non hanno prevenuto né subodorato nulla: Fbi, Cia, Nsa e gli spionaggi militari. Che anzi sono accusatori, non accusati.
Oltre alle tre sigle più note, un’altra dozzina di servizi segreti operano negli Usa, militari e non. È possibile, è democratico?

L'opinione ignota

L’incredibìle Trump ha sondaggi in America sempre solidi, e anzi in miglioramento, benché abbia contro tutta l’informazione, che gli dà torto su ogni iniziativa: migranti,mussulmani, tasse, Russia, Corea, Ue, Cina, etc. E dunque? Tutti informati negli Usa, ma a nessun fine? L’informazione è irrilevante? O è sbagliata?
La popolarità dei regimi autoritari, o presentati-risentiti come tali dalla “opinione pubblica”, dovrebbe portare a interrogarsi sulla stessa Op, e sui fascismi. Non farlo pregiudica la difesa della democrazia. Oltre che la natura e la qualità degli studi storici.
Non basta dire populismo, senza spiegarne i connotati. O fascismo, come era l’uso cent’anni fa. Si sono fatti studi egregi, negli ani 1950, prima della grande bonaccia antifascista, sulle “cause” del fascismo: le origini e il successo dei fascismi, anche senza violenza. Di cui però si è perduto il seme: nulla si fa di analogo ora che il populismo dilaga.

Bevendo sotto il vulcano

Un caso riuscito di narrativa barocca. a metà Novecento. Sul nulla, le ultime dodici ore di un ubriacone, il giorno dei Morti del 1938, inglese come Lowry, trapiantato in Messico, come Lowry. Che è anche l’ultimo giorno di vita, sappiamo dal primo capitolo, introduttivo.  Ma questo non cambia, non c’è tragedia, si muore come si vive, ripetitivi, noiosi, lamentosi.
Un esercizio di bravura. Che si legge con simpatia, ma stiracchiato. Alla “Ulisse”, ma senza i problemi che animano l’odissea cittadina di Bloom, la ventina di racconti assemblati da Joyce.
Il Messico è “il paradiso terrestre”. Tutti sono belli-e-buoni col morituro, detto il Console. È stato abbandonato anche dalla moglie amata e amante, Yvonne, sconfitta dal suo alcolismo inguaribile. Ma morirà in sua compagnia, lei è tornata per un ultimo contatto. Accudito da amici fedeli. Il dottore locale, pediatra e psicologo. Il regista-produttore di film francese Laruelle che, artigliere, è stato in guerra al comando del capo-batteria Guillaume Apollinaire, e ora progetta una nuova versione di Faust, rileggendo quello di Marlowe.
Il protagonista è detto il Console perché è o è stato console più o meno onorario dell’Inghilterra a Cuernavaca. Qui ribattezzata con l’antico nome nahuatl. La città sotto il vulcano – in realtà due, I vulcani sono due. Ma ora non più, in un Messico ora filotedesco, anzi filonazista.
Si parte con una citazione impegnativa, dall’ Antigone” di Sofocle: “I prodigi sono molti, nessuno è più portentoso dell’uomo”. Un racconto d’autore per autori. Un libro per questo di culto, già tradotto nel 1961 da Giorgio Monicelli, qui rifatto da Marco Rossari. Ma forse di culto - più che per scrittori, come prova di bravura -  per gli alcolisti e i loro prossimi. “Una Divina Commedia ubriaca” lo disse Lowry scrivendo all’editore per dissiparne i dubbi, e ubriaca è certo. Da mal di testa più che inebriante.
Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, Feltrinelli, p.426 € 18


venerdì 27 luglio 2018

Il campionato senza Berlusconi – Berlusconi 27

Si gioca a Roma come a Mosca. In Russia un campionato senza l’Italia, che la Mediaset di Berlusconi aveva fatto di tutto per aggiudicarsi, a caro prezzo. E in Italia un governo di destra, con i voti di Berlusconi, senza Berlusconi.
Mediaset ha rimediato, pare, anche senza l’Italia. Anche se non è detto che non avrebbe venduto di più, più spazi, più cari, con l’Italia in gara. Berlusconi si sbraccia, ma come un nuotatore poco sicuro. Ha vaticinato Di Maio perento, poi Salvini, ora ci tenta col governo nel suo insieme. Che è un ibrido difficilmente immaginabile se non ci fosse, ma c’è proprio per i voti di Berlusconi. A partire dallo stesso Salvini, senatore in Calabria, un posto che lui non sa nemmeno dov’è, ma punto di forza del centro-destra, di Forza Italia cioè e delll’ex An.
Ma il calcio è più ancora rivelatore. Mediaset ha dovuto accantonare i sogni di gloria Premium (tv a pagamento) dopo essersi svenata per tre anni con la Champions League. Per i tre anni avendo avuto da vendere solo la Juventus, che a Berlusconi non va giù, e al suo staff sportivo nemmeno – lui viaggia solo con auto rigorosamente tedesche, e non ha avuto una parola da dire, l’unico italiano, in morte di Marchionne. Tre anni di niente per il Milan, trafficato da Berlusconi per mani subdole cinesi. Che ora si riprende, riscattato da un fondo americano, soprattutto per le nuove tipologie di mercato e i nuovi equilibri finanziari introdotti dalla Juventus.
Si può dirne di più. C’è una tecnica calcistica che mira, più che al dribbling e alla velocità – alla tecnica e alla sorpresa - all’occupazione degli spazi. Berlusconi al Milan era tutto per l’attacco – l’attacco è la miglior difesa eccetera: due centravanti, tre centravanti… Di fatto lui è l’occupatore degli interstizi. Da quando faceva la tv privata in assenza di una legge che la regolasse – o la impedisse. Berlusconi politico si conferma sempre più l’occupatore degli spazi.
Non gli è stato difficile: Berlusconi è il prodotto, o eroe, involontario, della sinistra (ex) compromissoria, che pensava di avere vinto tutti i campionati e le coppe. E anche ora Berlusconi ha vinto. Ma con i voti suoi si sono fatti un governo senza di lui.
Volendo razionalizzare, si potrebbe dire che chi la fa l’aspetti. O che le resurrezioni non sono eterne, a un certo punto smettono. Ma non c’è altra spiegazione: la sua forza è – era – la sua debolezza.

Zemania e il doping atletico

Gli allenamenti di Zeman erano duri, molti suoi calciatori non hano durato, campioni per una-due stagioni. All’Olimpico a Roma e allo stadio dei Marmi faceva salire i gradoni di corsa, altri 70 cm. E i calciatori in allenamento faceva gareggiare in “ripetute” di un chilometro, dieci per ogni seduta . corse cronomerate. Zeman è anche famoso per avere denunciato Del Piero e Vialli come dopati, chimicamente. Non era vero. Ma il suo non era doping atletico? Spremere i calciatori per prestazioni super da un’ora, per poi accasciarsi sul lettino ortopedico? Gli allenamenti di Zeman non erano segreti, è vero. Ma non si discutevano. E tuttora non se ne parla – Zeman è l’allenatore forse più popolare e comunque intoccabile d’Italia, per essere antijuventino, e per non aveva mai vinto nulla. Dei suoi metodi impropri si è sempre saputo ma non si dice. Ora Di Francesco onesto lo dice con chiarezza a Zincone su “Sette”: “Per quattro giorni consecutivi ci toccavano dieci ripetute da un chilometro. Diciamo che poi ho pagato per questi sforzi. Mi sono appena operato a entrambe le gambe”. 
Totti, un altro che avrebbe potuto vincere moltissimo e non ha vinto (quasi) niente, nei suoi anni di carriera post Zeman poteva solo camminare, poco.

Amori freddi pre-gaddiani

Un breviario, un “manualetto” a lungo progettato e infine rapidamente redatto, l’ultimo della gioventù scapigliata prima di fare carriera a Roma con Crispi, nel 1887. L’unico che dà luce, anche, alle donne, da parte di un misogino dichiarato. Scritto, secondo Dante Isella, avendo in mente Mimì Maraini, o forse la madre di lei, Adelaide Pandiani. Opera “singolare e unica”, stilistica, tipografica, di genere. Ma con sprazzi di puro gaddismo –il radicamento dell’Ingegnere qui appare indubitabile. Insieme con molte note da tema di composizione.
Il primo amore è delle immagini. La Madonna al capo del letto, “una giovanetta quattordicenne, bionda e ricciuta, vestita da paggio”, e altre. Con professioni del tipo: “Ancor prima che il nostro amore prenda un nome, amiamo”. Il secondo amore è per i mobili di casa. Insieme con i libri. E con “la voce della Terra… la grande progenitrice degli dei e degli uomini. Poi vengono, in classe, i poeti latini dell’amore,Tibullo, Catulllo, Properzio, Ovidio. E poi le “donne” dei romanzi, inglesi e francesi – Lucia Mondella? “La tosa , sicuramente, possedeva un cuor non dipinto, ma tramandava anche – almeno, al sospettoso mio olfato – il caratteristico odore di cotonina e stallatico delle villane lombarde” (questa non sarebbe piaciuta a Gadda).
Notazioni casuali. Senza rilievo, se non autobiografico. Il testo è qui guarnito della fitta corrispondenza, 39 lettere nel 1887, in sei mesi, per la pubblicazione della brochure.
Carlo Dossi, Amori, Otto/Novecento, remainders, pp. 127 € 6 

giovedì 26 luglio 2018

Problemi di base ingenui - 435

spock


Più ingenuo-a o più corrotto-a?

Più ingenui, più corrotti?

Chi non capisce si assolve?

Ma è l’ingenuità un’attenuante o un’aggravante?

L’anticamera della virtù o della corruzione?

O non sarà la madre di tutti i vizi?

Come il burro al coltello, l’aria al vento, la benzina al fuoco?

spock@antiit.eu

Il libraio felice

In Florida, in un’isola non grande, c’è ancora un libraio, con libreria, aperta. Un libraio di successo. Su tutto. Lavoratore metodico dalle sei di mattina alle nove di sera ogni giorno. E uomo dai molteplici piaceri e interessi. Mantiene viva e attiva la comunità locale di scrittori, contro follie e alcol. Si scopa le autrici giovani in tour promozionale. Si arricchisce commerciando libri. Tanto prime edizioni che bestseller da banco. Un vincente, senza danni collaterali per nessuno: sa vendere e divertire. Anche quando si gioca l’Fbi, sui manoscritti di Francis Scott Fitzgerald rubati alla biblioteca di Princeton dove sono in deposito.
Un favolello a lieto fine, anche se la morale non è esaltante – il crimine paga. Del tempo dell’abbondanza, quando i soldi bastano per tutto. Un divertimento di Grisham, e del lettore. La location anche è particolare, una “Camino Island” - che è il titolo originale del libro – quasi mediterranea, un’America umanizzata.
Il “caso” in realtà non c’è: sia Princeton che l’Fbi tengono nascosto il furto, la polizia federale contentandosi di mandare dentro gli esecutori materiali, l’università e l’assicurazione di recuperare i manoscritti con lo sconto, dividendosi la spesa. I manoscritti rubati torneranno al loro posto, dopo una una serie di jeux de dupes, previo riscatto multimilionario, che però non pesa a nessuno. E tutti avranno beneficiato della sporca storia. Morale: i libri sono buoni, sempre.
John Grisham, Il caso Fitzgerald, I Miti, pp. 381 7,90

mercoledì 25 luglio 2018

Secondi pensieri - 354

zeulig


Diritti - La bilancia dei diritti è sottile nei rapporti interni alla tribù, dove la cimice è uguale all’elefante, per il dovere dell’uguaglianza. Del singolo di fronte al gruppo e alla stessa comunità. Dello stesso criminale di fronte alle sue vittime.
Qualcosa va rivista nella dottrina dei diritti. Che pure era stata ampiamente “assestata”, da Kant e Constant, e dalla pubblicistica liberale. Il tutto diritti è una sovversione, ma contro chi, contro che? Sembra un autogoal, non fortuito evidentemente trattandosi di riflessione,  senza vantaggio per nessuno. Per non dire che una società di tutti diritti è impraticabile. “I diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti , di diritti moriremo. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi e soprattutto del domani”: si può dirlo con Marchionne, un manager non digiuno di filosofia. O col dimenticato Mazzini. 

Essere – È dei romanzi. Della memoria (rimpianto, sogno, nostalgia, rifiuto) e della fantasia? Immateriale ma non inesistente, e anzi più insistente, duro, coriaceo, in trasformabile - ,a nion implasmabile.
Umberto Eco ne tratta a proposito della visibilità (in una delle conferenze degli anni 2000 e 2010 alla Milamesiana, “L’invisibile”, ora in “Sulle spalle dei giganti”): tante realtà, che ci seguitano e anche ci perseguitano, sono invisibili. Raffigurabili, ma immateriali, non conformati fisicamente. Non con una forma propria, e nemmeno con un esser-ci proprio: creazioni. Creazione forse non precisa (perfetta) é conclusa, ma estesa e non scalfibile: “I personaggi della narrativa non solo sono inventati, e quindi secondo il buonsenso inesistenti (e ciò che non esiste non può essere visto), ma sono invisibili anche in quanto espressi non attraverso immagini ma attraverso parole, e spesso neppure descritti con dovizia di particolari fisici. Eppure questi personaggi esistono in qualche modo al di fuori dei romanzi”, in “infinite immagini di ogni genere”.
Per esempio Anna Karenina. O Dumas de “I garibaldini”, quando, visitando lo Chateau d’If, in rotta verso Quarto e la Sicilia, dove aveva rinchiuso per quattordici anni Edmond Dantès, prima di farlo conte di Montecristo, e dove lo aveva fatto visitare dall’abate Faria: “È un privilegio dei romanzieri creare personaggi che uccidono quelli degli storici. La ragione è che gli storici evocano solo meri fantasmi mentre i romanzieri creano persone in carne e ossa”.

La prima ontologia è del concetto stesso, della parola, di essere. Materiale, tangibile? Verbale, mentale? Della materialità del pensiero?

Felicità – “Se credeste di aver trovato la felicità, non sentireste il bisogno di dividerne la ricetta con tutti?” “No.” “Io sì. Non potrei credere che sono felice se non vedessi altri uomini vivere nella mia stessa maniera. Così ho la prova della mia felicità”. Baudelaire fa svolgere questo argomento a un belga, a Bruxelles, come prova della stupidità dei belgi. Ma il suo argomento è migliore? “Tali erano i discorsi di un Belga che, senza nessun incitamento da parte mia mi si è appiccicato quattro ore per raccontarmi che era ricchissimo”, etc. , “e tutto questo perché, sperando di sbarazzarmene, gli avevo detto che per me non c’era felicità se non nella solitudine”.
Un tema apparentemente da insolubilia, antinomico – vero per un verso, e per il suo opposto. Ma è, come Dio, un problema (pensiero) che distingue l’uomo nell’animalità – in quel 2 per cento, o 0,2 per cento?, che differenzia l’uomo dall’orango.

Iliade – Il poema della forza, per il famoso titolo di Simone Weil. Ma più, quantitativamente e nell’atmosfera, è il poema della necessità, del destino. Della guerra, ferrea necessità cui nessuno può sottrarsi, né per meriti né per forza o astuzia.
Dal punto di vista del progresso, delle età della storia, è il culmine dell’età del bronzo. Figurativamente, di una bronzea necessità cui gli uomini sottostanno. Di passioni senza senso, meno che mai di razionalità o interesse benthamita, utilitarista
Poema della giustizia lo dice Citati, leggendolo interlinearmente. Ma della forza circa della giustizia, e inappellabile.

Redenzione - La Didaché è semplice, la Dottrina dei Dodici Apostoli: due sono le vie, della vita e della morte, e la differenza è grande. La via della vita è netta: anzitutto amerai Dio che ti ha creato, poi il prossimo tuo come te stesso.
Sapienza èignorare il male. La Praefatio dell’ufficio funebre, anche nel nuovo Messale Romano, è “vita mutatur non tollitur”. Non si muore, la redenzione è il segreto del cristiano, la redenzione in vita, Giobbe bestemmia quando dice: “Un uomo che muore è finito”. S i rinasce, Senza inganno, la redenzione è in vita.

Sogni – Freud li analizza scomponendoli. Li ricolloca nel passato, immenso deposito memoriale da cui vengono, insorgenze occasionali ma non fortuite. Pieni di sensi, nelle pieghe e nell’insieme. Che Freud scompone e ricompone, con distinzioni, dislocazioni, classificazioni. La lettura tradizionale, o non freudiana, è della occasionalità. Ma più del vaticinio, per quanto oscuro: il sogno non sommuove-rimuove il passato, anticipa il futuro, oscuramente, minacciosamente – il. Futuro è una minaccia per la ragione, in ragione della sua stessa oscurità.

Teatro – “L’esaltazione della morte è un teatro politico”. Chi lo diceva, nessuno? L’esaltazione è teatro – e viceversa, è vero anche del teatro intimista. Il teatro protegge, la rappresentazione. La distanzi azione. È un rimedio terapeutico naturale – spontaneo.

Transitiva – Una “proprietà” spontanea (naturale), benché-ma di nessuna consistenza logica. O alla Sherlock Holmes, artificiosa - naturale per essere sottile, ingegnosa.
A Bruxelles, dove si era infognato negli ultimi due anni di vita, benché disprezzasse tutto dei belgi, Baudelaire ne fa involontaria esposizione burlesca (“mi sono servito dell’ironia”) – tutto è possibile: “A tutti quelli che mi domandavano perché restassi così a lungo in Belgio (non amano che gli stranieri restino troppo a lungo) io rispondevo confidenzialmente che ero un informatore della polizia. E mi hanno creduto! Ad altri che mi ero esiliato dalla Francia perché là avevo commesso crimini”, etc. etc., “E mi hanno creduto! Esasperato, ho dichiarato che ero non solo assassino ma pederasta. Questa rivelazione ha portato a un risultato del tutto inatteso. I musicisti belgi ne hanno concluso che Richard Wagner è pederasta”.  Baudelaire fu uno dei primissimi apostoli di Wagner – e purtroppo dello spirito wagneriano.
L’induzione è un procedimento rischioso, arrischiato, e pericoloso. In nota, i curatori di Baudelaire, “La capitale delle Scimmie”, un volume che assembla tardivamente le sue annotazione contro Bruxelles e il Belgio, i curatori lo dicono: “Baudelaire, oltre allo scritto su Wagner, doveva aver lodato Wagner in pubblico, e gli ascoltatori ne avevano ricavato l’impressione riportata nella nota”.

zeulig@antiit.eu

Dorian Gray in serie A

Vita e avventure di Cristiano Rinaldo, il “colpo del secolo”. Da ragazzo in Portogallo, debuttante a 17 anni, il Manchester United, il Real Madrid, cinque palloni d’oro, una mezza dozzina di Champions League. Uno che da solo ha fatto in dieci anni più gol di tutti gli attaccanti messi inseme della Juventus, la sua nuova squadra. Bello e atletico. Il calciatore che ha vinto più di tutti, più di Messi. E ora vuole guadagnare quanto Messi – quasi (ma al netto del fisco in italia guadagnerà di più”). Con i retroscena del suo passaggio a sensazione dal Real Madrid alla Juventus - che aveva sconfitto quasi da solo nell’ultima Champions.
Uno antipatico – non era simpatico a molti madridisti, che pure con lui hanno (quasi) sempre vinto -  ma non senza ragioni. Che dovrebbe riconciliare ora gli italiani con lo sport, col calcio – col calcio  sui giornali, in tv,  allo stadio. Quando gioca lui e anche no. Uno, insomma, importante.
Un volume bello, generoso per il prezzo. Di molte foto e di superlativi. Ma inquietante. Da Vecchia Gloria, che viene a farsi il canto del cigno mettendo a frutto il capitale accumulato. Ma di più da Dorian Gray, o dell’eterna giovinezza. Nel sorriso che è un ghigno, nella cura minuziosa segreta del corpo, un po’ anche nei ragionamenti.
AA. VV., Ronaldo – Il Re è bianconero, La Gazzetta dello Sport, pp. 143, ill. €4,99

martedì 24 luglio 2018

Ombre - 425

Diceva Bertinotti: “Il passaggio di Marchionne ha portato il deserto a Mirafiori”. Ma un deserto fiorito, non come quello arido che Bertinotti ha portato alla sinistra.

Di Maio va in tv a “potenziare il reato di legittima difesa”. Potenziare un reato? Un ministro? La legittima difesa un reato? Parole libere in tv, si sono sempre dette. Ma questo è (quasi) capo del governo.

Grillo dunque ha solo settant’anni. Che da dieci ha conquistato l’Italia col sogghigno e la domina. In effetti ha qualcosa di Zeus, nel viso barbuto irsuto se non nella voce,.  Siamo in un mondo omerico, iliadico?


“La Repubblica” vuole fare le pulci a Casaleggio che critica il Parlamento, con titolo e sommari aggressivi. Ma Sebastiano Messina non trova precedenti che non vadano nella stessa direzione, col governo Craxi nel 1984, con i tanti tranelli a Prodi, con le interminabili mediazioni di Berlusconi.

Quest’anno l’Italia ha passato due dei tre mesi estivi indenne agli incendi. Sì, qualcosa alle pinete romane, ma poco e bene identificato. Non i soliti incendi in Sardegna, in Sicilia. Non c’è “l’incendio”, il fuoco va appiccato.

A Seravezza, nella pieve romanica  di San Martino ad Azzano, “la chiesa di Michelangelo”, si espone in una collettiva di scultura un mezzo busto con due uomini in età che si baciano con trasporto. Proteste. Ma chi è qui la minoranza da proteggere?

Candida Morvillo fa sul ”Corriere della sera” lo storione di Maria Callas che lascia il marito e provvido agente Meneghini per Onassis, che non la sposerà – sposerà Jacqueline Kennedy, più glamour. È difficile vedere il fascino di Onassis che non era bello, né colto né spiritoso. Era solo ricco. E solo per questo due done simbolo spasimavano per lui: Callas e Jaqueline Bouvier Kennedy.  Eea solo cinquan t’anni fa: il femminismo avrà liberato le donne dalle donne, più che dagli uomini.

Cazzullo ricorda ai lettori che gliene scrivono che il “fenomeno Ronaldo”, di antipatia otre che di goal e palloni d’oro, indisponeva molti madridisti. Che pure gli dovevano molte vittorie. E ne cita uno, il più illustre, lo scrittore Javier Marias, che su “Vanity Fair” lo ha detto “tropo presuntuoso”  e “puerile”. E anche poco intelligente. Tanto da diventare l’emblema del calcio business – uno che da solo riscatta tutto il calcio business italiano? Dire uno poco intelligente non è molto intelligente.  

“Tensioni nel governo: i rapporti tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il vice premier Luigi Di Maio sarebbero ai minimi storici” – “è la prima pagina del “Corriere della sera”. Ma i due non si conoscono da nemmeno un mese? E “sarebbero” che notizia è?

Tante promesse di riduzione del carico fiscale, ogni giorno, ma il primo provvedimento grillino-leghista è di aumento, per le imprese e le famiglie: più contributi per badanti e colf, meno contratti a tempo, niente sgravi per posti di lavoro a tempo indeterminato.

“Se mi venisse chiesto nelle sedi opportune di lasciare, ne trarrei subito le conseguenze”. Parla ellittico Tito Boeri, presidente dell’Inps, dicmenticando di essere stato messo lì da un politico amico, e non per concorso pubblico. È la supponenza del governo dei tecnici, di scalfariana memoria, una bugia e anche un trucco.

Fa scandalo “Huffingron post” sulla querela di Salvini contro Saviano scritta su carta intestata del Viminale.  Invece di far capire se è la querela è fondata o pretestuosa. O di chiedersi se non è una querela politica, del ministro, del governo. Ci sono le fake news, e poi?

Succede l’iradiddio nell’immigrazione dalla Libia. Che i vescovi si limitano a censurare in questo modo: “Basta toni aggressivi”. Per dire: ce l’abbiamo con Salvini. Invece di andare a vedere, o magari a dirci, loro che sanno, i vescovi sanno tutto, come e perché tanti africani vengono caricati come bestie e buttati al mare da altri africani? Dirlo è razzismo?

Fa il paio la Cei, la conferenza dei vescovi, col Fico-pensiero: “Le vite vanno sempre salvate”. Di rara incisività. È la chiesa di Bergoglio, basta un titolo di giornale?


Ponzio Pilato si lava la memoria


Si riedita in continuazione il “racconto perfetto” di Sciascia, “uno dei più perfetti che il genere annoveri”. Anche se non si vede perché. Se non è la “sicilitudine” che Sciascia coltivava. Ponzio Pilato è forse in pensione in Sicilia, dove, dice, “possiedo delle terre, e coltivo e vendo il mio grano” - no, è nei Campi Flegrei? O la laicità. Che però non confligge con la confessionalità, se il racconto ora riprendono le Dehoniane, alla bolognese Libreria del Santo.
Il procuratore è Ponzio Pilato, quello che si lavava le mani. Anche se erroneamente: quello era prefetto, un funzionario pubblico, e non procuratore, uno libero di arricchirsi. Un errore indotto, dice Sciascia, da Flavio Giuseppe, cui France si rifà.
Un altro cui France si rifà, spiegava Sciascia, che il racconto a suo tempo ha esumato e anche tradotto, è Tacito. Lo storico non trascura i cristiani, li ricorda nella persecuzione di Nerone, ma non li apprezza e anzi li disprezza. Come Anatole France, che pure molto scrisse di religione: nel lungo fantasy “Gli angeli ribelli” (dove Satana prende il posto di Dio, e Dio all’inferno si riscopre umano) Dio fa dire “bugiardo” dagli angeli ribelli, e un po’ ignorante.
Gesù è “il Nazareno”, “vale a dire il santo”, spiega France: “Non pare si conoscesse un paese di Nazareth nel primo secolo dell’era cristiana”. Ponzio Pilato è vecchio, pensionato, astioso con gli ebrei, avendo speso la sua vita attiva a Gerusalemme senza migliorare la posizione. Di Gesù il Nazareno non si ricorda. 
Un racconto laico, ma non irridente: sfiora la bestemmia e l’antisemitismo ma entro limiti. Il Pilato di France è soprattutto uno che si lamenta sempre. Un perseguitato. Quando era in attività dagli ebrei, presso i quali a Gerusalemme si è insabbiato, con tutta la carriera, per una vita. E anche alla fine, in pensione, lamenta di sentire sul collo gli emissari di Vitellio, il governatore di Siracusa, senza motivo specifico.
Anatole France, Il procuratore di Giudea, Edb, pp. 56 € 7


lunedì 23 luglio 2018

Il mondo com'è (348)

astolfo


Cooperazione – L’Italia se n’è dotata nel 1983. Col governo Colombo, di centro-sinistra. Che patrocinò una proposta  dei Radicali di Pannella, istituendo un fondo di un migliaio di miliardi (di lire) l’anno per aiuti allo sviluppo. Era qualche anno dopo la Decade dello Sviluppo decretata dall’Onu, in sostanza degli aiuti internazionali allo sviluppo.
L’Italia vi si avviò dopo questo prima legge con costanza. Dapprima con gli obiettori di coscienza al servizio militare obbligatorio, volontari nei paesi in via di sviluppo. Poi con il terzo settore, della organizzazioni non  profit del lavoro e dell’impresa. La prima legge di regolamentazione delle ong è del 1987.
Oggi le spese per la cooperazione allo sviluppo ammontano a circa dodici miliardi, di cui cinque per i migranti. Non se ne fa più un rilevamento specifico, né contabile né  statistico, molte spese rientrando in capitoli complessi, di varia destinazione, soprattutto quelle dei Comuni e altri enti territoriali. Il loro ammontare è presunto, ma con buona base probabilistica.
Complessivamente, le organizzazioni umanitarie che operano fuori dell’Italia sono poco meno di un migliaio. Impegnate in poco più di duemila progetti in cento paesi, in Africa prevalentemente e Sud America. Su fondi italiani, con copertura ora più spesso europea. Sono organizzazioni non profit, ma con impianto economicistico. Occupano stabilmente 20 mila persone, più 81 mila su base volontaria (consulenza, part time, occasionale.), e a titolo gratuito-remunerato (fondo spese, gettoni, consulenze). In forte crescita ultimamente; dal 2014 ha incrementato del 31 per cento gli occupati.
I criteri di gestione, e anche i rapporti fra le società di cooperazione, sono improntati alla contabilità  economicistica. Le ong sanitarie, per esempio Emergency o Croce Rossa, pagano per poter fornire assistenza ai migranti sulle navi delle Ong di pronto soccorso, rifacendosi di questo costo con i rimborsi per ogni migrante assistito a titolo dela cooperazione. Le ong di pronto soccorso a loro volta si avvalgono di un rimborso pro capite per ogni migrante imbarcato, e delle royalties che impongono a ogni altra attività di servizio sulle loro imbarcazioni (Emergency o Croce Rossa).
La cooperazione internazionale, ai migranti o ai paesi poveri, è una parte del più ampio terzo settore. Molto più ampio, coprendo in outsourcing tutte le attività sociali pubbliche, dall’assistenza ai poveri (alimentazione, abitazione, abbigliamento, medicinali, cure mediche), ai minorati, ai tossicomani,  all’Aids, alla terza età.

Germania – C’è stato a lungo dominante – c’è tuttora sotto traccia – un’ideologia della “libertà tedesca”. Come qualcosa di superiore naturalmente – la Germania è sempre in gara. Ma non è forte il senso della libertà nelle tribù e le selve, basti ricordare che la guerra di liberazione fu per la Germania condotta dall’Austria, contro anche l’inerte Prussia: fallita nel 1809 a Wagram, riprese vittoriosa nel 1813- dopo che Napoleone, come poi Hitler, era stato sderenato dalla Russia (nel ‘42 l’Austria non c’era più).

Hitler - Nulla di terribile in Hitler, a parte la ragionevolezza.  Un unicum  certo. Ma non sono i tedeschi tedeschi? Lo sono, e hanno tutto il diritto di esserlo. Solo che un clone di Hitler non figurerebbe nemmeno in  birreria, era astemio.

Matteotti – Ha il più gran numero di vie, piazze, scuole intestate al suo nome, secondo l’archivio di Pagine Bianche. Il secondo intestatario più ricorrente è Garibaldi.

Matrinonio- È stato all’origine monogamico, di più, tribale e quasi familiare. Ci fu un tempo, che Frazer ha esplorato in quattro volumi, in cui l’uomo sposava solo donne della sua tribù. Per non dire dei faraoni, che sposavano le sorelle. Una volta il coniugio era necessariamente incesto, ancora Zeus genera Persefone con la madre Rea, e con la figlia Persefone genera Dioniso.
L’origine del matrimonio, è evidente, è conservativa: del patrimonio, i figli, le energie vitali.
Tribù - Pensare alla chiesa, una qualsiasi chiesa, che vuole uno sterminio, ne gode, o sta a guardare, è da folli. Ma non per la tribù, che tutto vince, e apodittico fa l’impensabile – è per questo che si lascia trascinare e poi si subordina: il libero spirito delle tribù è sempre violento, poiché è limitato. Ciò vale per il germanesimo, un’ubriacatura che va dal 1848 (Wagner, lo stesso Marx) al 1945, ma anche epr l’ebraismo dello Stato etnico. Per il Dio della Bibbia, volendo andare a fondo della cosa, l’unico “Dio degli eserciti” fra i tanti “buoni”, nota Simone Weil sconsolata.
L’identità torna nella vertigine di assoluto: quando la Chiesa, l’Europa e la storia sono letti in chiave di antisemitismo, la semplificazione è ben tedesca. È filologia a due dimensioni. Comune è pure il noi e loro, il resto del mondo cioè, l’eccezionalità di stirpe e destino. E il misticismo senza Dio, in musica, filosofia, teologia, cose nobili ma senza Redenzione. A è anche vero, benché oltraggioso: la Germania di fine Ottocento, la nazione misterica e mistica, della comunità di sangue e l’annientamento dell’Europa, va in parallelo con la rinascita ebraica. Wittgenstein si scopre ebreo, e perciò antisemita.

Tradizione – Nonché tradirsi (essere tradita) fa presto a sparire. Nei periodi di cambiamenti “tecnologici”, come oggi, anche all’interno della sessa generazione – c’è poca o pochissima memoria oggi.
La storia di Thomas Mann “è sempre più vecchia dei suoi anni”. Ma secondo Lévi-Strauss gli eventi storici si dissolvono in una serie di processi fisici, la storia non ha un contenuto. Questo sembra azzardato – Lévi-Strauss non è solo un processo fisico – ma forse è vero. Non ci sono tribù passate alla democrazia, neppure in Europa, gli zingari come i germanici, le tribù sono incorreggibili. Né ci sono vergini fuori che in Occidente, la verginità è concetto a territorio limitato. E si fa presto a sparire. Una volta gli asiatici sbarcavano in Europa a Napoli, da qui la popolarità delle romanze napoletane in Cina e Giappone. Ma ora Napoli non esiste più. Tutto il mondo va a Firenze a vedere il Davide, ma potrebbe un giorno decidere che Santa Sofia a Istanbul è meglio, la moschea, o una guglia gotica a Gotheim. O una partita di baseball. È successo, succederà. Roma è già semisparita: la romanità, prima che a Mussolini, si dovette al culto assiduo dei sassoni, e dell’Ottantanove, ma la Rivoluzione è finita, gli inglesi impoveriti, i tedeschi distratti. La romanità, benché tarda, di Lois Riegl e Franz Wickhoff è sparita con la memoria dei viennesi. E potrebbe essere negata da un qualche movimento per il retaggio degli unni. L’età di mezzo, Comuni e Rinascimento, e lo stesso Umanesimo devono molto a svizzeri, francesi e americani. Ma gli svizzeri più non se ne occupano la Francia e l’America hanno altri orizzonti.

Università – Ha incrementato o indebolito gli studi? Non nel senso della diffusione, ma dello sviluppo, dell’invenzione,, delle penetrazione delle conoscenze. Si critica oggi l’università di massa, ma i limiti che se ne vituperano, di un esamificio a scapito della ricerca e della formazione, già all’origine si denunciavano, in canzoni popolari, di ampia audience, del tipo  raccolto nei “Carmina burana”, e presso autori stimati. “Florebat olim studium,\ nunc vertitur in tedium” è l’incipit del canto 6 dei “Carmina”, che rispecchia la dura critica espressa da Filippo il Cancelliere, a cavaliere del Duecento, sull’università di Parigi dove lavorava, la futura Sorbona:  “Una volta, quando ogni maestro insegnava per suo conto e non si conosceva neppure il nome dell’università, le lezioni e le discussioni erano frequenti e c’era zelo per lo studio. Ora invece vi siete uniti per formare un’università, e le lezioni sono diventate rare, tutto si fa in fretta e l’insegnamento si riduce a ben poco,; il tempo sottratto alle lezioni lo si consuma in riunioni e discussioni. E in queste assemblee, mentre gli anziani deliberano e legiferano, i giovani pensano solo ad architettare abominevoli complotti e preparare spedizioni notturne”  (cit. da Jacques Verger, “Le università del Medioevo”, 63-64). 

astolfo@antiit.eu