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lunedì 25 marzo 2019

Marx com’era – in parte

È “Il tardo Karl Marx” nel nucleo originale in tedesco. Già pubblicato due anni fa come “L’ultimo Marx (1881-1883). Saggio di biografia intellettuale”. Ora molto ampliato.
È una rivisitazione del lavoro di riflessione del Marx maturo. Musto, che ha esordito negli studi marxiani con un “Karl Marx’s Grundrisse”, la filosofia del giovane Marx, ne completa l’evoluzione. In parallelo con la ricostruzione dell’attività politica che Marx svolse precipuamente nel venticinquennio. Attivissimo – costruttivo e distruttivo insieme, molto fazioso. Nonché col lavoro febbrile di giornalismo, di analisi quasi quotidiana degli eventi politici. C’è la maturazione della teoria politica – piuttosto una semplificazione, man a mano che Marx si indentificava col “suo” partito, demolendo ogni altra fazione e ogni altra proposta o dottrina. C’è la maturazione della critica dell’economia politica. E c’è, novità della ricerca di Musto già con la prima “biografia intellettuale”, l’antropologia, la curiosità di tipo antropologico che occupò Marx negli ultimi due-tre anni: le società pre-capitaliste e la proprietà indivisa, o l’abolizione della servitù e la costituzione di uno Stato moderno nella Russia che disprezzava.
Musto, ultimo giovane comunista Pci, ora uno dei giovani talenti espatriati, ritorna a Marx, fuori del marxismo che lo ha imbalsamato nel Novecento – del marxismo-leninismo, o marxismo sovietico, la funerea recitazione del Diamat, il materialismo dialettico. Ipotizzando con qualche fondamento che “tra i classici del pensiero economico e filosofico” Marx è “quello il cui profilo è maggiormente mutato nel corso degli ultimi decenni”. Resta da indagare la formazione di Marx, un liberale radicalizzato. E la sua capacità, o applicazione, di buona scrittura, nei testi – saggi politici e “storici”, articoli, polemiche, lettere - non “di pensiero”: vivace, spigliata, perfino sbarazzina.
Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883), Einaudi, pp. 344 € 30

domenica 24 marzo 2019

Senza più gas

L’Italia, che è stata per per decenni l’inventore e il broker del mercato europeo del gas, resta fuori dalle grandi rotte di importazione, dall’ex Unione Sovietica, dal Golfo Persico e dall’Africa. Fra progetti tramontati, nel disinteresse del maggiore importatore, la Snam del gruppo Eni, e confusi veti politici. Con la prospettiva di pagare presto il gas più caro che in qualsiasi altro paese europeo – dopo averne creato il mercato.
Puntare sul gas come fonte di energia pulita è stata una grande invenzione italiana - del gruppo Eni, allora pubblico. Mentre la Francia puntava sul tutto elettrico nucleare, e la Germania su un mix di carbone e nucleare. L’Italia aveva anche creato un’estesa rete di gasdotti, transeuropea e transmediterranea, mobilitando l’importazione di oltre trenta miliardi di metri cubi l’anno.
Dal primo accorco con Mosca, nel 1960, a fine secolo, l’Eni-Snam ha lavorato in posizione di punta in Europa nel mercato dell’energia pulita: all’accordo del 1968 un secondo ne è seguito con Mosca nel 1974, che raddoppiava le importazioni, e nello stesso anno uno ne sottoscriveva con l’Algeria, per un eguale ammontare. Mentre si apriva alle importazioni dall’Olanda e dalla Libia, e lavorava alle importazioni dall’Egitto e dalla Nigeria.  
Poi è venuta la “liberalizzazione” del mercato del gas. Che in Italia ha significato che tutti debbono guadagnarci, tutti gli amici: le aziende municipalizzate e i distributori privati – alcuni, naturalmente. E l’Eni-Snam, ora privatizzato, quindi in una logica di massimizzazione del profitto, non ha più interesse a gestire pipelines per ingrassare gli amici. L’Eni è diventato anche grande produttore di gas in proprio, in Egitto, in Mozambico e altrove, ma preferisce venderlo.

Andreotti, Scalfari, i neofascisti e l’attacco alla Banca d’Italia


Quarant’anni fa, il 24 marzo 1979, un sabato, la Procura di Roma arrestò il vice-direttore generale della Banca d’Italia Mario Sarcinelli, direttore della Vigilanza, e ritirò il passaporto al governatore, Paolo Baffi, non potendolo arrestare “in ragione dell’età avanzata”. Con l’accusa di favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio nella vigilanza sul credito al gruppo chimico Sir di Angelo “Nino” Rovelli.
Il 21 marzo aveva giurato il quinto governo Andreotti, il primo dopo quelli del compromesso storico – Dc-Pci - dello stesso Andreotti. Un governo minoritario, composto da Dc, repubblicani e socialdemocratici, nato sfiduciato al Senato, in carica per gli affari correnti, per primo il voto il 3-4 giugno – i sondaggi davano il Pci perdente e Berlinguer aveva ritirato il sostegno a Andreotti: al voto il Pci subirà la prima sconfitta del dopoguerra, perdendo il 4 per cento, da qui il mito di Andreotti.
La Procura di Roma era saldamente andreottiana. Dal Procuratore capo Giovanni Di Matteo, che finirà sotto inchiesta per l’assassinio del giudice Mario Amato. Al sostituto Infelisi e al giudice istruttore Alibrandi, quello che avviò e quello che concluse l’azione giudiziaria. Al sostituto Claudio Vitalone, andreottiano dichiarato, che con Alibrandi e Infelisi dominava in Procura – i diversi ruoli, inquirenti o giudicanti, sono sempre stati aleatori nel sistema giudiziario. Antonio Alibrandi era di dichiarata fede fascista – la memoria del figlio Alessandro, terrorista dei Nar, Nuclei Armati Rivoluzionari neofascisti (ne sarà vittima, un anno dopo l’attacco di Alibrandi alla Banca d’Italia, il giudice istruttore Amato), morto il 5 dicembre 1981 in un conflitto con i Carabinieri, al quartiere Labaro a Roma, è stata per molti anni ricordata ogni 5 dicembre con grandi scritte a piazza Rosolino Pilo a Monteverdevecchio, il quartiere dove abitata.
La stessa mattina del 4 marzo moriva a Roma Ugo La Malfa, fresco ministro del Bilancio del Quinto Andreotti, colpito da ictus cerebrale. Sapeva dal giorno prima dell’attacco alla Banca d’Italia, informato da Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale, che lo ha scritto nei suoi diari – informato da Di Matteo, Maccanico aveva informato, oltre che La Malfa, il presidente Pertini e lo stesso Baffi. La Malfa era anche demoralizzato dalla semi-insubordinazione subita nel suo partito, il Pri, contro il Quinto Andreotti – Bruno Visentini, senatore, aveva rifiutato di farne parte con polemica pubblica.
Sarcinelli e Baffi saranno prosciolti due anni dopo. Senza che si specificasse il perché dell’azione giudiziaria. Ma senza nemmeno una loro azione risarcitoria. Una reazione ci sarà da parte di Baffi, ma blanda, e anni dopo gli eventi. Sarcinelli fu visto da Valentino Parlato nel 1983 con meraviglia “scodinzolare” dietro Andreotti all’inaugurazione della Fiera del Mediterraneo, allora evento importante a Bari.
La Banca d’Italia era nei si dice sotto accusa per aver favorito il gruppo Sir prossimo al fallimento. Ma di fatto, nella questione, Sarcinelli era stato quello che aveva bloccato l’Imi, la banca del credito industriale allora pubblica, da ulteriori finanziamenti a Rovelli. Successivamente, i giudici istruttori milanesi Turone e Colombo diranno che Alibrandi agiva nel quadro della P 2, per evitare che la Banca Privata di Sindona, anch’essa prossima al fallimento, fosse bloccata da Sarcinelli. Maccanico dice nei diari che l’attacco riguardava non la Sir ma l’Italcasse, la “sistemazione” di un debito di 300 miliardi di lire che Gaetano Caltagirone, amico di Andreotti, non era in grado o non voleva onorare con l’istituto centrale delle casse di risparmio.
Una quinta ipotesi lega l’attacco agli assetti al vertice della Banca d’Italia. Dove Andreotti voleva Ferdinando Ventriglia, allora a capo del Banco di Napoli. Guido Carli, dimettendosi nell’estate del 1975 da governatore, lo aveva indicato. Ma il direttorio aveva fatto una scelta diversa. Oltre che da Carli e Andreotti, Ventriglia era caldeggiato da Scalfari. Che condivideva con Andreotti anche il sostegno a Rovelli.
Rovelli, il “Clark Gable della Brianza”, era diventato industriale chimico nei primi anni 1970 grazie ai “pareri di conformità” del Cipe, il comitato per la programmazione econmica, che gli diedero accesso ai finanziamenti a fondo perduto, oppure a tassi agevolati da parte dell’Imi e di altro istituto analogo, Icipu. Specie nel 1974-1976, quando al Bilancio, il ministero del Cipe, siedeva Andreotti, nei due ultimi governi Moro.   

Ma che simpaticone quel ladro di biblioteche

Un racconto colorito. Documentato naturalmente, e analizzato, ma alla fine divertente. Perché tale è il personaggio nella ricostruzione di Luzzatto, anche se protagonista colpevole di uno scandalo. Trafugatore di libri dalle biblioteche, almeno duemilaseicento da quella dei Girolamini a Napoli di cui era direttore, volumi pregiati e pregiatissimi – la biblioteca degli Oratoriani, frequentata da Vico. Nonché falsario, geniale naturalmente: ha costruito con lo scanner una copia “originale” del “Sidereus Nuncius” di Galileo. E a tempo perso traffichino, con Giancarlo Galan, con D’Alema, con chi capitava – non senza l’immancabile russo di ogni storia.
Un libro alla “Limonov”, o le vite degli altri che Carrère ha risuscitato. Con l’acribia dello storico, ma innamorato del suo soggetto. Uno che ha agito per “amore superiore dei libri”. Che si è autodenunciato, anche di crimini che altrimenti non sarebbero stati scoperti – il falso Galilei era stato legittimato dai massimi esperti. E in galera, Luzzatto tiene a dire, si è anche laureate (in Storia…), e si occupa di migliorare la vita dei co-detenuti. Pentito, se non altro, della morte del padre di crepacuore. Insomma, di molte virtù?
Una storia divertita e divertente, sotto lo scudo di Brecht – “non aver paura dell’umorismo, la storia senza umorismo è stomachevole”. Un narratore smaliziato, alla Carrère, avrebbe drammatizzato il personaggio nei suoi tanti misfatti, per esempio il tradimento di familiari e amici, piuttosto che impegnarsi, da storico, nella morta pratica del revisionismo – “vi dimostro che la verità è un’altra”. Che finisce nell’assoluzione del confessore, necessaria. Ma è pur sempre il racconto di una realtà che sembra invenzione – e viceversa, senza bisogno di teorizzarla: la realtà può avere entrambe le connotazioni, contro il principio aristotelico di non contraddizione.
Fuori dall’immaginazione per esempio una lettera della madre di Marino Massimo De Caro, questo il nome del personaggio, vecchia comunista e, come il marito, sindacalista Cgil, che la colpa, dice, è di Berlusconi, del “ventennio berlusconiano”, della “fascinazione del berlusconismo rampante”. Leggere per credere.

Sergio Luzzatto, Max Fox, o le relazioni pericolose, Einaudi, pp. 302 € 20

sabato 23 marzo 2019

Il mondo com'è (370)

astolfo

Botteghe Oscure – La sede del Pci è scomparsa con le carte, e con armi? Due personaggi ancora in vista, non screditati, danno una curiosa versione della chiusura della sede storica del partito Comunista Italiano nel dopoguerra. Cirino Pomicino in “Strettamente riservato” dice di avere saputo alla fine di maggio 1992 da Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno nel governo Andreotti, “che il Sisde lo aveva informato di un fatto strano: a notte fonda erano partiti da Botteghe Oscure due camion carichi di carte e di armi”. E aggiunge: “Il ricordo mi è stato confermato ancora una volta dallo stesso Scotti nell’autunno del 1999”.   
Non c’è stata nessuna reazione, né a Pomicino né a Scotti, personaggi ancora a galla e attivi. Il Pci sarà scomparso senza lasciare non solo nessun erede ma nessuna memoria. Era Pci la “scuola storica” italiana del dopoguerra: anch’essa si è dileguata col partito.

Dialogo delle fedi - È esercitazione cattolica. Anche un manifesto, se si vuole, della chiesa di Roma. Che in tema organizza ricerche, storiche e teologiche, dibattiti, convegni, celebrazioni anche fastose. Ma non è tema di discussione altrove, tra protestanti, islamici, israeliti, buddisti di varia scuola, indù, o altre fedi. Tutti convengono di tanto in tanto a  Roma, su invito della chiesa romana, ma per il galateo convegnistico internazionale – non si rifiuta un invito, a Roma poi, e si porta anzi un contributo, ma modesto e modestissimo (il rabbino di Roma perfino polemico, o la chiesa valdese). Non si spessore, non teologico, non storico. Giusto qualche esercitazione si registra isolata di teologi protestanti, per lo più luterani. Né organizzano mai convegni sul tema di loro iniziativa. Tra i protestanti anzi, oltre che tra gli islamici e gli israeliti, c’è una distinta costante animosità verso i cattolici e le loro istituzioni, anche laiche o di servizio (scuola, salute, accoglienza, assistenza). Un cinese o un filippino, un bengalese, un cingalese cristiano a Roma, di altra confessione che la cattolica, diffida istintivamente, e se non per istinto ci è portato dai suoi pastori, di preti, frati e monache, nelle tante istituzioni confessionali, una vastissima rete in Italia, che aiutano gli stranieri e gli immigrati, nel voto (occupazione, diritti), le pratiche amministrative, l’abitazione, l’assistenza medica, l’istruzione, attraverso le parrocchie, la Caritas, le Acli, e altre istituzioni sociali non discriminatorie, seppure confessionali. C’è molta, anche dichiarata, animosità contro la chiesa romana. Sull’omosessualità come sulle adozioni, o su Pio XII e gli ebrei, la presenza in terra infidelium, il femminismo, su ogni occorrenza: tutto nella chiesa romana è sbagliato, e sempre perfido. Singolarmente sterili i viaggi del papa in Turchia, al Cairo, a Dubai: non hanno niente né aperto alcun dialogo. Al Cairo il papa ha proposto un documento sulla pluralità delle religioni, che l'imam di Al Azhar ha tranquillamente sottoscritto, da intellettuale libero quale è, non da decano degli ulema o custode della fede, senza minimamente deflettere dalla vera fede, quella di Maometto - e senza contare che la taqyiah, la dissimulazione onesta, gli è religiosamente consentita, e anzi consigliata.

Gilets jaunes – Hanno “visto”, all’origine, il bluff ecologico. Degli “accordi di Parigi”, sottoscritti tranquillamente dai maggiori inquinatori al mondo, colpevoli di due terzi abbondanti dell’inquinamento atmosferico, Cina, India e altre potenze asiatiche, senza poi darsi cura di ridurre le emissioni nocive. Un’indifferenza che Macron ha preteso di finanziare, cavaliere bianco dell’ambiente. Con una tassa ecologica sui carburanti di 25 centesimi al litro. Un’enormità, anche se il fine si dichiara nobile: ridurre i consumi e favorire il passaggio ai veicoli ibridi o già elettrici. Di fatto una snobberia, se non un finanziamento ai fabbricanti di auto ibride, e una sorta di finanziamento indiretto ai grandi inquinatori, all’ombra della grandeur degli Accordi di Parigi. Un’imposta anche “ingiusta”, come sono tutte le imposte indirette su consumi di base. Che pesano sui meno abbienti.  Per un obiettivo palesemente irrealizzabile e di fatto subdolo. Per ridurre i consumi di  carburanti finanziando l’elettricità, le fonti rinnovabili. Come se queste non fossero fonte di inquinamento. Ma in realtà, si sa, per finanziare le rendite di chi (in teoria) produce energia da fonti non fossili. Una snobberia in quanto intesa alla gloria di Macron, portabandiera e leader degli Accodi di Parigi, naturalmente “storici”.   

Populismo – Ha attecchito in Europa nella versione americana. Nella ripulsa tardo ottocentesca, e poi a sprazzi per tutto il Novecento, della finanza predatoria e senza confini, oggi della globalizzazione. La ripulsa dell’immigrazione selvaggia si colloca nella stessa ottica: degli “interessi” che vogliono un mercato del lavoro senza regole e senza diritti – senza contratti, senza minimi retributivi. Steve Bannon, che ne è l’alfiere, in Italia confinato all’anatema, lo ha spiegato nell’unica occasione in cui è stato fatto parlare in Italia, a Rai 2 venerdi all’una di notte – in una trasmissione che non per caso si intitola “Povera patria”?  

Terrorismo – Quello islamico è occidentale? “IL terrorismo islamico è figlio di due rivoluzioni,(francese e russa)”, così “La lettura” sintetizza domenica 17 marzo  lo storico Didier Musiedlak – l’intervista con cui Alessandra Tarquini presenta l’ultimo studio di Musiedlak, uno specialista del fascismo e dei totalitarismi, “L’atelier occidental du terrorisme”. Ma è opera anche dei regimi totalitari, specifica lo storico francese: non solo della Russia sovietica, anche della Germania nazista e dell’Italia fascista”. E l’islam?
Il terrorismo è occidentale, specifica Musiedlak, perché è legato “all’avvento della società di massa”: “Il fenomeno si collega al processo di decomposizione delle società tradizionali, all’avvento delle masse e alla loro rivolta”. Questo avviene da fine Ottocento: “Sin dal periodo che precede la guerra del 1914 la matrice del terrorismo moderno è chiaramente definita: strutturazione di reti internazionali, uso di santuari, definizione di una disciplina militare nel partito politico, uso di scienza e tecnologia per scopi criminali, un immancabile attaccamento a un’ideologia”. Questo è vero del terrorismo europeo, “occidentale”. Ma quello islamico? “È a causa della colonizzazione e della decolonizzazione”. Nell’uno e nell’altro caso, “l’Occidente è stato accusato di distruggere la Umma (la comunità musulmana) in favore del nazionalismo europeo”. Il “Corano” non propone rivoluzioni: “I musulmani più radicali hanno utilizzato un concetto occidentale”. In linea generale, ecco il loro peccato, “hanno fatto propri concetti fortemente laici”, cioè occidentali, senza la civiltà occidentale, il fondamentalismo islamico non sarebbe stato possibile”.
Strana tesi per uno storico, di una storia segmentata e non in continuo. Di un millennio e mezzo di confrontazioni. Con un piglio più spesso, tra le grandi battaglie, decisamente terroristico, nell’organizzazione e negli effetti, corsaro – saraceno, babaresco – di sbarchi predatori e abbordaggi. Oltre che di organizzazioni terroristiche nel senso contemporaneo, di cellule appositamente addestrate, da Alamut e altrove. Molto nazionalismo del Novecento è stato peraltro arabo e islamico (Nasser, Gheddafi, il Baath, il panarabismo, il khomeinismo, coi pasdaran e gli hezbollah, i talebani), e induista, e buddista. “Senza la civiltà occidentale, il fondamentalismo islamico non sarebbe stato possibile”. No, c’è dopo, ma c’era anche prima.
L’argomento in realtà lo stesso Musiedlak ritorce: “In termini di valori, l’ideologia islamista si oppone efficacemente all’ideologia occidentale, perché le due aree culturali hanno una pretesa analoga, quella di diffondere un messaggio universale. In questo contesto, gli islamisti ritengono che i giovani musulmani immigrati debbano prepararsi all’assalto finale contro l’Occidente malato di materialismo”.
L’“ideologia occidentale” non fa nessuna guerra, da tempo. È peraltro sulla difensiva, addebitandosi l’etnocentrismo, e semmai si limita a pretendere il rispetto dei valori umani, o semplicemente civili.


astolfo@antiit.eu

Contro Gesù


Le toledoth Yeshu, le ingiurie ebraiche a Gesù, “figlio di una puttana”, e a Maria “donna della lussuria”. Proprio come le censivano gli Inquisitori, per esempio Bernardo Gui nel “Manuale dell’inquisitore”.
Un libro inquietante. Un libro di gioventù, più sarcastico che “corretto”, che il rabbino di Roma sembra avere dimenticato.
Riccardo Di Segni, Il Vangelo del ghetto

venerdì 22 marzo 2019

La Concorrenza è sospetta a Bruxelles

La Popolare di Bari chiederà i danni a Bruxelles per la liquidazione di Tercas, l’ex Cassa di risparmio di Teramo, per una cifra da definire, da mezzo miliardo a tre miliardi. Il danno è tanto vasto che è difficile da calcolare. All’esborso per l’acquisto di Tercas, vanificato dalla liquidazione coatta, vanno aggiunte la perdita dei depositi, della clientela Tercas e di parte della clientela della stessa Bari, nonché la riduzione drastica degli attivi, per la cessione forzata dei crediti, e il crollo delle valutazioni di Borsa, con conseguente svalutazioni. Non si riflette abbastanza sulla gravità dell’improvvido bail-in. Che peraltro, pur risultando un regolamento europeo, solo la Banca d’Italia ha voluto applicare, come la commissaria alla Concorrenza Vestager si è affrettata a precisare.
Nicastro, il liquidatore di Carife, Carichieri, Etruria e Banca Marche, spiega oggi a Fubini su “Corriere della sera” che la liquidazione è stata “inutile e perniciosa”: “La svalutazione dei crediti deteriorati delle quattro banche al 17,5 per cento mise pressione sull’intero sistema, accelerando la crisi degli altri istituti, dalle venete al Monte dei Paschi”. Non un errore, insomma. Un disastro a vantaggio dei collettori, del recupero crediti.
Questo in aggiunta al danno a tutto il settore bancario in Italia: “Le quattro banche non valevano neppure l’1 per cento del settore in Italia. Eppure quell’episodio ha bloccato l’emissione di bond per tutto il sistema nel periodo seguente”.
Che non sia un errore lo stesso Nicastro lo spiega a proposito delle modalità d’intervento di Bruxelles: la direzione Concorrenza ha “l’abitudine.. .di non mettere niente nero su bianco”, ma di arroccarsi a “influenzare le decisioni”, ponendo paletti e livelli. Il metodo, usava dire, della moral suasion. Che però può esercitare chi ha carisma, per qualità dimostrate. Mentre, spiega Nicastro, “la direzione Concorrenza è un organo della commissione in cui pochi tecnici preparano le decisioni”. Tecnici, va aggiunto, a porte girevoli, dalla doppia e triplice vita, un po’ di qua un o’ di là dalla barricata – senza che un conflitto d’interessi (ma è corruzione) si faccia valere. Mario Monti lo sapeva che ebbe vita difficilissima alla direzione Concorrenza.   

La Calabria di Alvaro a tre dimensioni

Racconti brevi, da “due colonne” da “terza pagina”, quale allora usava nei quotidiani, ma sigolarmente in rilievo – i “racconti” da “terza pagina” erano per lo più elzeviri, ghirigori. Di personaggi e, soprattutto, di ambienti. Eccetto il racconto del titolo, quaranta pagine di brogliaccio di romanzo - un progetto poi abbandonato?
In gran parte racconti della terra di Alvaro, dei luoghi dell’infanzia, tra l’Aspromonte e lo Jonio, o dell’autore studente, ragazzaccio ramingo, in una provinciale bohème. Tuttora vivaci. E ben più veritieri di quelli per cui Alvaro sarà famoso un anno dopo, della raccolta “Gente in Aspromonte”, che si rileggono tagliati con la retorica verista – il povero è disgraziato. Perfino il barone, un ricco povero, che in “Gente in Aspromonte”, è lo scontato villain, s’ispessisce fuori dalle due dimensioni.
Corrado Alvaro, L’amata alla finestra, Bompiani, pp. XXXIII + 232 € 8

giovedì 21 marzo 2019

Potevano non sapere – il segreto di Pulcinella


Dell’avvocato di sapeva. Dell’assessore Berdini pure, che si era dimesso per questo. Però non si diceva – poco, solo di Berdini, che però, vista la mala parata, si è eclissato. La “stampa”, che volentieri è scandalistica, si è fermata a Roma, al Campidoglio. Fascino della sindaca? Interessi dei padroni immobiliaristi - padroni dei giornali? Traffico delle influenze – posti, consulenze, bella gioventù?
Sapeva naturalmente la sindaca: lo sapeva come tutti, se non d’ufficio – altrimenti che ci sta a fare? E sapeva Di Maio, che casca dal pero: un capo partito e vice capo di governo che non sapeva nulla dell’appalto, dell’unico appalto, del suo partito, la cosa non depone a suo favore.
Ora si sa che Camillo Mezzacapo non era il mediatore, solo il collettore. Mediatore è un studio di ben altro spessore. Con contatti al più alto livello con la dirigenza della Roma e col vecchio vertice 5 Stelle – ma davvero il capo dei 5 Stelle è Di Maio? Ma non si dice. In attesa che la Procura faccia un passo avanti?
Questo è lo snodo principale dell’affare stadio: oltre che il non sapere, va segnalata nel caso la caduta improvvisa del brocardo ambrosiano “non poteva non sapere”, che tanta giustizia ha mietuto in Italia. Specie a opera, appunto, della Procura di Milano, quando si trattava di abbattere l’autonomia del politico. Nella quale brillava proprio Ielo, oggi Procuratore della corruzione a Roma. Che infine, sapendolo tutti, non ha potuto non denunciare il Campidoglio. Ma proteggendo appunto Raggi e Di Maio: loro “possono non sapere” – nonché Grillo, che è all’origine dell’affare.
L’opera distruttrice dell’antipolitica non è completata? Che altro vuole dall’Italia che ha disossato?

Renzi alla corte di Francia


Parte da Parigi l’attacco di Renzi a Zingaretti. A ogni ipotesi di rilancio del Pd, che pure è ancora il suo partito. Non c’è un fronte antisovranista che Macron possa organizzare, da Tsipras agli spagnoli, il voto europeo sarà dappertutto nazionale. E comunque Renzi non rappresenta nulla, altro che se stesso. Si è fatto vedere a Parigi solo per dispetto.
Renzi dice di averlo detto a Zingaretti, ma il suo viaggio a Parigi, alla corte di Macron, è un siluro, un inizio di scalzamento. Macron è un politico di destra, e non rappresenta nulla per l’Italia, nulla di buono. Nell’immaginario italiano, per l’elettore: il riflesso condizionato a sinistra è anti-Macron. Il tipo francese che rinfocola disagi e astio fuori dall’esagono, non soltanto in Italia. Ipocrita: ributta gli africani su Ventimiglia col manganello mentre si finge samaritano soccorritore contro il governo italiano. Presuntuoso: s’immagina grande leader mondiale, con Xi, con Trump, con Putin, con i sauditi, con Angela Merkel, che abbozzano ironici per contenerne l’invadenza. Subdolo: cerca, con incontri, vertici, conferenze, e con manomissioni militari che non sono un segreto per nessuno, di impadronirsi della Libia, contro ogni interesse italiano. Sabota gli investimenti italiani in Francia.
Renzi a Parigi personalmente non ottiene nulla – fare il cortigiano di Macron non lo aiuta, tanto più per il suo pessimo francese, ridicolo. Ma ottiene di danneggiare il Pd.
Lo scopo lui stesso manifesta col parallelo siluro sulla politica delle frontiere sicure – in arte militare si direbbe un fuoco di sbarramento: non contro un obiettivo ma per marcare il terreno e preparare l’offensiva. Contro gli accordi di Minniti in Libia proponendo la politica delle porte aperte di Matteo Orfini. La politica di Orfini… - di Orfini?
L’attacco a Minniti è espediente. Minniti – che pure è stato sottosegretario di Renzi alla Sicurezza - in qualche modo aveva limitato gli sbarchi. La “dottrina Orfini” finge di credere alle narrazioni di lager e torture in Libia a carico dei poveri baldi africani, ma giusto per far capire che il Pd è il partito delle porte aperte. Per non farlo votare.
Forse Renzi non è un politico, benché Scalfari lo benedicesse la domenica. O è uno perfido. Magari si accontenta di raccogliere il Pd al 10 per cento a maggio dopo il voto, invece del 20 che cominciava a prospettarsi.

Europa iperprotezionista, mercantile

La più protezionista è l’Europa. Anzi peggio, mercantilista: ogni paese dell’Unione lavora al proprio vantaggio a danno di altri. Si può comprare dappertutto e investire, negli Usa meglio che ovunque in Europa, anche in Cina, perfino in Russia, ma non in Germania o in Francia.
Non c’è un investimento italiano in Francia che sia andato a buon fine, dai Quattro Condottieri favoleggiati negli anni 1980, Agnelli, De Benedetti, Gardini, Berlusconi, agli accordi recenti tra Fincantieri e Stx, e tra Essilor e Luxottica. Sempre la parte francese lavora per sabotare gli accordi sottoscritti quando ne aveva bisogno, sempre il governo francese sostiene il sabotaggio, sempre Bruxelles sostiene Parigi.
In Germania gli investimenti semplicemente non si possono fare. Se si eccettua Triumph Adler, una società di macchine da scrivere fallita, che fu rifilata a De Benedetti, per le cure inutili di Franco Tatò – un’operazione ridicola. Chi ci ha provato è stato respinto senza scuse. Dai governi -  socialdemocratici e cristiano-democratici ugualmente - non dagli azionisti. Dalla Continental (Pirelli) a Commerzbank (Generali), e Opel. Opel nel 2009 non poté essere rilevata dalla Fiat, Angela Merkel non volle, General Motors ha dovuto sostenere altri otto anni di perdite, finché Peugeot, partner accettabile a Merkel per il finto sostegno alla politica francese di grandeur, si è fatta sotto due anni fa per rilevarla. 
Unica acquisizione italiana in Germania la Hypovereinsbank, la banca della Baviera, che Profumo comprò al suo solito al galoppo nel 2005 per Unicredit. Era una banca semifallita, per la quale il gruppo milanese ha dovuto spendere più di un patrimonio. Fino alla radicale ristrutturazione dei successori di Profumo dieci anni dopo, con la chiusura di metà degli sportelli. Una cessione che fu un affare per i soci bavaresi: nel 2005 la quasi totalità degli azionisti votò per la fusione, mettendosi al sicuro in tasca cinque azioni Unicredit contro una Hypovereinsbank.
Francia e Germania hanno potuto invece comprare liberamente in Italia: banche, grande  distribuzione, meccanica, chimica, agroalimentare, qualsiasi cosa. Solo Alfa Romeo è sfuggita, che Volkswagen voleva assolutamente, aveva pure due grandi firme a sostenerla, Massimo Mucchetti e Oscar Giannino - ma solo perché c’era Marchionne, che sapeva negoziare.

Il tradimento della borghesia è antico

Una storia del meridionalismo un po’ invecchiata – “La questione meridionale da Cavour a Gramsci” è il sottotitolo. Della dozzina di ampi capitoli che la compongono, per quasi seicento pagine, monografie su singoli autori-personaggi, alcuni sono sorpassati, per vari motivi: Turiello, Napoleone Colajanni, Ciccotti, lo stesso finale, “La conclusione rivoluzionaria del meridionalismo. Dorso e Gramsci”. Il lungo saggio su Salvemini, un centinaio di pagine, è più testimonianza della passione politica di Salvadori. Ma gli altri sono eccellenti, e praticamente nuovi, specie i saggi sui conservatori progressisti: Pasquale Villari, Franchetti, Sonnino, figure che l’inglese chiana high tory, conservatori intelligenti, economisti e sociologi politici realisti, per quanto reazionari di programma. Più un’eccellente trattazione ancora vergine, che andrebbe ripresa col leghismo, “L’interpretazione razzistica dell’inferiorità meridionale” – Orano, Niceforo, Lombroso, Sergi.
L’impianto anche resta valido: l’Italia arranca, e il Sud con essa, per il liberalismo asfittico, dall’unità al fascismo. Che di quel liberalismo è l’esito, non la negazione: “Il liberalismo italiano si sviluppò nel dominio incondizionato della borghesia… Liberalismo e fascismo, che veduti in chiave meramente ideologica si contrappongono in antitesi invincibile, si legano logicamente”. Impianto ribadito a ogni passo. Di Giustino Fortunato - che ricorda empaticamente, benché contestandogli, coi dati, l’“abbaglio” sulla “buona economia” borbonica – riporta in più punti il bon mot che Nino Valeri ha registrato: “Il fascismo non è una rivoluzione, il fascismo è una rivelazione”.  Fortunato per questo anche di fatto, sembra dirlo Salvadori: “Vivrà abbastanza da individuare l’anima reazionaria della borghesia italiana”.
Questa tesi era contestata ancora prima che fosse formulata così ampiamente, già negli anni 1950 – “Il mito del buongoverno” è del 1960. E poi da Spadolini, Rosario Romeo, Galli della Loggia, e altri estimatori del giolittismo, se non del trasformismo – “purché si governi”. Ma è fuori di dubbio che il liberalismo è in Italia sempre asfittico. Anche dopo ottant’anni di repubblica. Figlio dell’unificazione rapace e della manomorta, dell’appropriazione facile e indebita di ogni bene , ecclesiastico come meridionale – il concetto di pubblico in Italia è molto privato. E perciò poco produttivo economicamente, e per niente riproduttivo politicamente. La tesi di Croce nella “Storia d’Italia”, che Salvadori contesta, seppure rispettosamete (fa contestare da Salvemini e altri), del “non possiamo non dirci liberali”, o del progresso in democrazia, è agli occhi di tutti puro idealismo.  
Massimo L. Salvadori, Il mito del buongoverno.

mercoledì 20 marzo 2019

La Corte europea sconfessa la Bce

Si chiama in causa Vestager, la commissaria Ue alla Concorrenza, per il crac imposto alle banche italiane nel 2014. Solo alle banche italiane. Ma la decisione di Bruxelles di considerare aiuto di Stato l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi, e quindi di impedirlo (il Fondo interbancario serve proprio per questo…), si è basato sulle analisi e le decisioni di Francoforte, della Vigilanza Bce, della Bce.
Di questo non si parla nei giornali oggi. Per i quali del resto, se si eccettuano i quotidiani economici, “Sole 24 Ore” e “Milano Finanza”, la notizia del giorno è una non notizia – l’Italia è tutta felicemente attaccata allo sbarco degli africani a Lampedusa: “la Repubblica”, “la Stampa” e il resto del gruppo De Benedetti la trascurano in prima, il “Corriere della sera” ne fa un richiamo minimo. Non si può parlare male di Draghi, ma bisogna sapere che l’Italia è stata jugulata, solo l’Italia, anche se sotto la mano della direttrice alla Vigilanza di Draghi, una signora francese di nessuna qualità.
Il ricorso di Renzi e Padoan alla Corte europea è stato firmato anche dalla Banca d’Italia. Ma è la Banca d’Italia che aveva sottoscritto la regolamentazione del bail-in (paghino azionisti, obbligazionisti e depositanti), assurda prima che tragica, e che in nessun altro posto si sono sognati di applicare fuori che in Italia.  

Sulle banche l’Europa è un verminaio

Per fare l’Europa bancaria si chiedono patrimonializzazioni e accorpamenti. Che l’Italia ha fatto e fa. Mentre la Germania, per dirne una, non ci pensa - la fusione in corso tra Deutsche e Commerzbank si fa per evitare due fallimenti.
La Germania è anche contro l’unione bancaria, e quindi è solo conseguente. Ma si può applicare una regolamentazione stringente a un solo paese dell’Unione, e non agli altri? La Germania ha speso sui 300 miliardi per salvare le sue banche, senza fare “aiuto di Stato”: Vestager o chi per lei non se ne è accorta. E si guarda bene dal fare le “riforme di struttura” che riempiono “la stampa” italiana: ha sempre, come aveva, 385 casse di risparmio e 875 banche cooperative.
Oggi, in occasione della pronuncia della Corte europea, si legge qualcosa di tutto questo - poco. Che però, pur essendo ben noto, è solitamente taciuto. Può darsi per inesperienza o incapacità, ma è ipotesi implausibile: il diverso trattamento di Bruxelles è l’evidenza.

Grillo progettista

Il no all’Olimpiade e il sì allo stadio dell’As Roma sono opera di Grillo. Sono stati voluti e decisi da lui, che per questo in entrambi i casi è stato a Roma a imporre la decisione alla sindaca Raggi.
È il curioso – il mistero – della questione. Perché no all’Olimpiade, che avrebbe portato a Roma investimenti miliardari, e sì a un progetto immobiliare che comporterà per il Comune e lo Stato solo spese.
Allora Grillo era per statuto il “fondatore” dei 5 Stelle, e il suo intervento si spiega così. Ma non se ne ricorda un altro altrettanto deciso e decisivo in materie altre che che l’immobiliare. A Roma. Nel campo sportivo.
Ha Grillo consiglieri romani? Attivi nell’immobiliare? Sotto forma di eventi sportivi? A titolo gratuito?

Gli stadi immobiliari

Si chiamano stadi ma sono progetti immobiliari. Quello della Roma, a Tor di Valle, dopo quello della Fiorentina al Castello. Che tanti strascichi giudiziari hanno comportato, a Firenze a carico dell’amministrazione (ex) Pci, quella prima di Renzi - il progetto ha dodici anni di vita. A Roma a carico dei 5 Stelle: l’avvocato Lanzalone, De Vito, e altri - e non è finita.
Novanta ettari da “valorizzare” a Firenze, molto meno a Roma, ma con cubature enormi, inizialmente anche con due grattacieli. È per questo che non si fanno stadi moderni, come “la stampa” sportiva lamenta: non è facile autorizzare grandi speculazioni, con oneri di urbanizzazione (strade eccetera) a carico dei Comuni. A Torino, dove non c’era la “valorizzazione” immobiliare, lo stadio è stato fatto.
L’immobiliare è prevalente, non c’è un vero interesse dei tifosi, e quindi dei club calcistici in sé. Tor di Valle è molto più scomodo per i romanisti dell’Olimpico, Castello ancora peggio per i viola, rispetto al Franchi. È di interesse delle proprietà, Della Valle a Firenze, e James Pallotta, il manager di hedge fund incongruo padrone della Roma.   

Heidegger zen

“Il circolo si fa vizioso e il rebus si complica”. A un certo punto Leonardo Vittorio Arena, lo studioso zen dello Zen che cura la pubblicazione, s’impazientisce, pure lui. Al termine di una lunga disamina di un breve colloquio fra l’accademico germanista di Tokyo Tezuka e Heidegger, a fine marzo 1954, a Friburgo. Per vedere se si poteva estendere a Heidegger anche Budda, con le derivate zen – zen  nipponiche. E magari arrivare a una sintesi heideggeriana di Oriente e Occidente.
Heidegger ci prende gusto - essere il dio anche dell’Oriente, perché no. E tempesta l’intervistatore di domande, facendone poi tesoro nel saggio “Da un colloquio nell’ascolto del linguaggio”, in “In cammino verso il linguaggio”. Saggio che Arena propiende sia una autoconfessione più che un dialogo, un rimirarsi allo specchio, un selfie.
Questa edizioncina colma il vuoto aperto dal dialogo heideggeriano col Giapponese riportando la versione che del “dialogo” aveva trascritto Tezuka. Ma sappiamo già che Heidegger ci aveva rinunciato, dalla famosa intervista “postuma” a “Der Spiegel”, “Ormai solo un dio ci potrà salvare”: “Per cambiare modo di pensare è necessario l’aiuto della tradizione europea e di una sua riappropriazione. Il pensiero viene modificato solo da quel pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione”. In particolare, “esso non può aver luogo tramite l’assunzione del buddismo zen o di altre esperienze orientali del mondo” – “supposto che la casa dell’essere sia la stessa per il Giappone e per l’Europa…”, conclude Arena sardonico.
Il punto è, benché Arena lo complichi in rompicapo, se sensibilità e logica si apparentino. Cui si arriva da “Rashomon”, il film - la sola conoscenza che Heidegger manifesta del Giappone. Che è tratto, spiega Tezuka, da un racconto di Akutagawa. Il quale lo scrisse sotto l’influsso di Browning, del poema narrative “L’anello e il libro”: il fatto (un omicidio) spiegato da testimonianze contrastanti.
Singolare che un’ora con Heidegger abbia prodotto tanta filosofia, e tanti guasti. Tezuka era un germanista e quindi il colloquio non ha avuto bisogno di interpreti, ma un’ora? Per dirimere Oriente da Occidnete. “Alcuni filosofi giapponesi dicono che Heidegger si è spinto avanti”, attesta Arena, “rispeto ai suoi colleghi occidentali, nella comprensione dello Zen, ma non è penetrato a fondo nello stesso tessuto dello Zen”. Per aver visto “Rashomon”? Tra l’altro perdendosi l’inquadratura principale, quella di cui Tezuk e Arena fanno lunga trattazione. Di “una mano posata, nella quale si fa presente … la realtà di uno sfiorare che rimane infinitamente lontano  da ogni toccare” (Tezuka), Con commento di Arena: “La mano dell’attore, in «Rashomon», non è neanche in primo piano, e ciò le conferisce un valore Zen superiore, suggerendo analoghe concentrazioni nonsensical”.
Nonsense , insomma. Beh, può essere divertente.
Tomio Tezuka, Un’ora con Heidegger, Mimesis, pp. 70 € 5,90  

martedì 19 marzo 2019

Problemi di base femministi - 478

spock


Dunque, le donne corrono più degli uomini, più resistenti?

E arrivano prima?

Fanno anche più gol?

Ma perché nascondersi dietro i presidenti, Sarkozy, Macron?

A quando la ginecologia invece dell’antropologia?

O sarà una gineco-antropologia – il genere non è eliminabile?

E l’alta moda per gli uomini?

spock@antiit.eu

Allo scrittore fa bene la pittura


Un lungo saggio autobiografico dello scrittore marocchino accompagna i suoi dipinti. Ghirigori perlopiù, decorativi. “Ut pictura poësis”, la sintesi di Orazio, la poesia è un quadro, si è fatta ricorrente per molti scrittori nel Novecento: Breton, Cocteau, Michaud, Adonis, Barthes, Kundera, Pasolini, Testori, Buzzati, e Ernesto Sabato, che per dipingere cessò di scrivere. L’inverso è pure vero, ma qualche anno fa, di Michelangelo per esempio, e di Leonardo – di più recente c’è solo Toti Scialoja, filastrocche. Ben Jelloun fa di più: ha scritto anche di arte, di Mitoraj, Rotella, Guccione, de Conciliis, sui quali riproduce qui alcuni contributi critici.

Ben Jelloun è sempre stato attratto dalle arti plastiche, che ha praticato parallelamente alla scrittura, ma senza progetto né ambizione. Per il gusto, e per lunga frequentazione  dei “musei”: di Picasso in particolare e di Giacometti. Ma di più si dice attratto dalla musica. Dal jazz, la passione da adolescente che non lo ha mai abbandonato. Che ritma, dice, la sua scrittura – della pittura non si può dire, sono divertimenti: “Il jazz è presente nel ritmo delle mie frasi. Solo io sono in grado di individuarlo”.
Tahar Ben Jelloun, Ecrire, peindre, Il Cigno GG Edizioni p. 96, ill., sip

lunedì 18 marzo 2019

L’Europa coda dell’Asia


L’Europa è un’appendice dell’Asia. Basta guardare l’atlante. E ripassare la storia: per spostamenti successivi si è formata alla deriva dell’Asia, via Indukush e Mesopotamia – con un po’ di Africa aS ud, lungo il Nilo e l’Egitto.
Torna con la Via della Seta l’Europa coda dell’Asia? C’è indubbia la fascinazione che la Cina esercita, il mercato del millennio, la patria dell’arricchitevi. Per tutta l’Europa, non soltanto per Di Maio e Conte. Angela Merkel vi fa, vi ha fatto per una decade, un pellegrinaggio ogni anno. Macron, al solito, ha tentato di imitarla. Vendere a un milione e trecentomila persone, mediamente ricche, è attrazione irresistibile – il Grande Mercato occidentale è meno della metà. E il governo cinese, benché comunista, ha settemila anni di storia del saperci fare, avvolgente ma non ingombrante.
La Cina è un paese comunista, e questo non potrà non risentirsi. Non farà il secolo: non si possono arricchire le persone e tenerle con la museruola.Anche la motorizzazione di massa è insostenibile, una macchina per famiglia, o due macchine. Nella globalizzazione non sarà maestre e padrona, ea lungo. E senza la globalizzazione ancora meno.