sabato 26 dicembre 2020
La spia
Una confidenza si era stabilita in via Garibaldi con la vicina di piano, abitare in posti belli induce una sottile malinconia. Donna espansiva e di buona conversazione, giovane, bionda, che di sé solo ha detto essere rumena. La conoscenza è avvenuta dalla macellaia, il ritrovamento a volte da Giovanni. Una stendhaliana amicizia amorosa, il titillamento del come potrebbe essere, acuito dal suo essere rumena a Roma, quando il visto non era facile, per la sua aria anche non equivoca, e l’occupazione improbabile, professore d’orchestra alla Rai, dov’è chiamata Cavalla Ostrogota – ce ne sono, non amate: brave, costano poco e non rompono. Acuito dall’essere che non è, e dal possibile che si vuole escludere. Analizzando Dioniso dal sesso incerto, Bacone conclude che “ogni affetto violento ha sesso incerto, ha insieme impeto virile e impotenza femminile”. Non sempre – è Dioniso anche “L’amore è come l’edera” – ma l’amicizia amorosa è il motore perpetuo del desiderio.
Spaghetti-moschettieri n. 2
È l’ultima missione dei
moschettieri del re, dopo la penultima un anno fa: i moschettieri sono stanchi,
hanno tutti i 35 anni di contributi, non ne possono più di obbedire, e anche la
regina non ne può più. Salveranno l’amore di una ragazzino e una ragazzina, che
la madre americana villana vorrebbe portarsi via in America – nessun riferimento
a persone o eventi realmente accaduti?
Il primo film del dopo (si
sperava) pandemia, girato a settembre e ottobre. Con Favino-D’Artagnan, Mastandrea-Athos
e Papaleo-Porthos. Manca Rubini-Aramis, sostituito da un lupo - che parla, con la
voce di Sergio Rubini. Con un Cyrano fuori secolo. E con un salvatore
politicamente corretto di bambini in mare, Scarpati, un geppetto dilaniato
dagli squali.
Un “Brancaleone” alla buona, un po’ alla Bud Spenser e un po’
alla Sergio Leone (i baraccamenti nella campagna dell’Alto Lazio, tra i girasoli
sfioriti, tra i noccioli), scalcagnato il giusto. Il maggior successo di pubblico, pare, per un film della emittente e pagamento.
Si ride. I moschettieri sono vecchiotti, con 35 anni di contributi e qualche malanno, la regina pure non
ne può più, e poi tutti sono stanchi di obbedire, a che cosa? Alla fine ce la
faranno, contro venti e tempeste, e servizi segreti di SM britannica, da 001 a 007,
che parlano cockney.
Giovanni Veronesi, Tutti per 1 – 1 per tutti, Sky Cinema
venerdì 25 dicembre 2020
Problemi di base del male - 613
spock
Omnia munda mundis (San Paolo?: tutto è puro per i puri? tutto è (im)mondo per i
mondi?
La
mela di Eva era il male – lesse male la mela?
Dal
male non può nascere il bene: il frutto corrisponde al seme”, Seneca?
“Chi
può pretendere di conoscere un dio” – Platone?
Un bambino
è nato per noi?
“E Cristo?
Un anarchico che ce l’ha fatta”, Malraux?
“La
speranza è l’ultimo dei mali”, Cacciari?
spock@antiit.eu
Il libro è il mondo
“Io so bene che non è possibile
leggere tutti i libri che compro. Però continuo a comprarne. Compro il tempo
che non avrò”. La libridine trova una ragione. Che al librofago non interessa,
ma è ragione valida.
“I libri aspettano. Ci aspettano.
Intanto ci leggono”. Anche questo è vero.
E c’è “l’età dei libri”. Con una
sorpresa: il libro è già internettiano. Leggere è comunque “un compito profondamente
e inevitabilmente sociale. Leggendo, stiamo con gli altri lettori; creiamo una
società”, Gardini dà un’altra dimensione della lettura, che si connotava per
essere un atto individuale, solitario.
Finché si legge (si può
ipotizzare, non è fantascienza, che non si legga più), “sappiamo che altri
pensano e sentono”. Non necessariamente “come noi”, ma “sappiamo di non essere
soli”, Gutemberg ha già riunito (creato) un mondo, prima di McLuhan. Una
riflessione su fondo filosofico: “Non esiste solo l’io nell’io. Esiste in
ciascuno un «noi». I libri stanno per tale «noi». Sono il nostro «interiore»,
che ci accompagnerà sempre”. Magari non ce ne accorgiamo, ma sono all’opera:
“Comprare un libro è come dire al mondo: entra, sta’ con noi”.
Una serie di riflessioni di un saggista
che è un gran lettore, e bibliofilo. Garbate. Eccetto che per il consiglio di non prestare un libro. No, il libro è
anche condivisione, soprattutto condivisione. Con l’autore, col mondo, e quindi
con gli amici.
Nicola Gardini, Il libro è quella cosa, Garzanti, pp.
109 € 4,90
giovedì 24 dicembre 2020
Ecobusiness
Calvino ne ha fatto il quadro nella favola di
Leonia, una delle “Città invisibili” (§ “Le città continue. 1”): “La città di
Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia
tra lenzuola fresche…. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di
plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio.
Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori,
materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti…. Tanto
che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il
godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da
sé, il mondarsi d’una ricorrente
impurità… Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo
chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande… Aggiungi che
più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura
migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e
combustioni…. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo
sterminato immondezzaio non stessero premento immondezzai di altre città…”.
“Un bonus «idrico» fino a mille euro per chi
sostituisce i rubinetti per limitare gli sprechi d’acqua”. A volte sembra di
sognare, di quanta avidità l’ideologia ambientale può giustificare e assolvere,
anzi premiare.
Si sono abbattute lungo le autostrade le barriere
vegetali (oleandri e altri arbusti) per metteri muretti divisori, “perché così
vuole la Ue”. Con grande impegno di denaro pubblico. Ora si abbattono i muretti
per metterci le barriere vegetali, nel nome dell’ecologia. O non per fare
appalti? Moltiplicando i rifiuti. Per usi non necessari, e anzi delittuosi.
A cinquant’anni dal loro lancio,
http://www.antiit.com/2017/01/il-business-ambiente.html
le politiche antinquinamento hanno moltiplicato
l’inquinamento, moltiplicando per un coefficiente prossimo all’infinito i
rifiuti. Per un business eccezionale,
straordinario, dell’industria degli imballaggi - nonché del trattamento degli stessi rifiuti, nella economia cosiddetta circolare. E per la moltiplicazione degli autoveicoli, di numero e di volume: sono in circolazione quattro volte tanti
autoveicoli che nel 1970, e di volumi mediamente doppi (siamo alla
impraticabilità di buona parte della rete stradale extraurbana, due mezzi non
possono incrociarsi) - con effetti minimi sulla sicurezza, e massimi per il
consumo di materiali, plastiche e ferruginose, e di combustibili.
Come rivivere in un film, due e tre volte
Una vecchia coppia ritorna agli
anni Settanta, quando si sono conosciuti: un maniera per rivitalizzare il rapporto
– per raccontare la terza età sfuggendo al lacrimevole. Usando i mezzi che lui,
disegnatore, fumettista, rifiuta – non ha neanche il cellulare: le
ricostruzioni storiche su ordinazione, roba da network, da serie che spopolano
sui social.
Un’idea geniale. Di raccontare la
terza età sfuggendo al lacrimevole. E di fare un film su come si fa il film, sulla
sceneggiatura: la rappresentazione dal vivo - dal vero – di come si crea una
storia e un film. Con un’attrice brillante dalle molte carature, Doria Tillier,
che tiene il passo di Diinel Auteuil e Fanny Ardant.
Tillier, attrice già matura, s’illustra
per tre o quattro pellicole, non viste in Italia – una con lo stesso Bedos. Qui
è solo formidabile. Attrice di teatro dai pochi spettatori, che per vivere, e
per l’amore non felice che la lega al produttore, accetta i ruoli degli sceneggiati,
telecomandata dallo stesso nevrotico produttore sullo storyboard tramite
auricolare, più spesso si ribella e recita a soggetto, sdoppiandosi,
triplicandosi, quadruplicandosi, bionda, bruna, rossa, amante turbolenta,
ragazza romantica, madre di famiglia, amica affettuosa. Una presenza ben fisica
ma sfuggente, la sua sedia alla fine storia di ogni storia è sempre vuota, che
invece risolve.
Un film apprezzato all’ultima
Festa del Cinema a Roma da vivo, prima del virus. Che sembra un altro modo, ma
era appena ieri.
Nicolas Bedos, La Belle Époque, Sky Cinema 2
mercoledì 23 dicembre 2020
Vero o falso
Il
giudice sportivo Sandulli, già distintosi nel 2006 per avere coronato l’inchiesta
tutta napoletana contro la Juventus scaraventandola in serie B, ha condannato
in appello il Napoli, per Juventus-Napoli non giocata, con motivazione
sbagliata per farsela bocciare da Collegio di garanzia del Coni? Non è un
sospetto, è un fatto: Sandulli è un giurista figlio di giurista, che a Napoli è
un vanto, il padre Ruggiero fu giudice di Cassazione, e giocatore del Napoli,
conosce bene il diritto e sa come giocarselo.
Navalny
sì è inventato la telefonata con l’agente di Putin che gli racconta, in
dettaglio, per una interminabile ora al telefono, senza accertarsi dell’identità
del suo interlocutore, come lo ha avvelenato? Questo è possibile ma improbabile:
non ne aveva bisogno. Putin è uno che governa la Russia con buon credito e largo
margine, ma come tutti gli uomini di potere, ancorché eletto, ama eliminare
chiunque gli dia ombra. Sia pure solo un blogger. Senza necessità.
Mezzo
tg e mezzo giornale tempestano da un mese o due con la crisi di governo. Che
invece non ci può essere: i parlamentari uscenti sarebbero per due terzi abbondanti
disoccupati. A fronte dei 17 mila euro lordi, al mese, rimborsi spese compresi,
12.500 netti (i rimborsi spese non si tassano…), per 14 mesi, che si sono
assicurati ancora per due anni e mezzo. La politologia di questa Repubblica è
semplice.
Problemi di base di tecnologia cinese - 612
spock
Perché
il computer costa meno ma non funziona?
Perché
il telefono da tavolo Brondi, che funzionava così bene, lo abbiamo cambiato quattro
volte in garanzia, e sempre funziona poco e male?
Quanto
costa un telefono da tavolo a Brondi se per 50 euro ne dà quattro in garanzia?
Si crea
valore in Cina o si distrugge valore – reddito, diritti, libertà, e anche merce?
Il
mercato ha cancellato l’economia?
E
l’etica?
spock@antiit.eu
Appalti, fisco, abusi (192)
Intesa si allaccia
alla Cariplo che ha ingurgitato, la Cassa di rispasmio delle province lombarde,
con la sezione Piccole e Medie Imprese. Con un obiettivo esagerato: farne
crescere 200 mila in pochi anni. Ma la Cariplo di Gordano Dell’Amore
probabilmete superò quella cifra, negli anni del boom, 1950-1960, e dopo.
Niente è impossibile, volendo – sapendo – lavorare.
Il bancomat “non è abilitato ai pagamenti online”, solo
le carte prepagate. Non si sapeva, si scopre ora che la app IO che gestisce il cashback, il rimborso percentuale dei
pagamenti effettuati con carta, di debito o di credito, non ne carica le
transazioni. Cioè il metodo più diffuso e semplice di pagamento non in contanti.
Il cashback è uno strumento per combattere
l’evasione fiscale e il riciclaggio oppure uno strumento di propaganda
politica, a carico del fisco – come il reddito di cittadinanza nell’80-90 per
cento dei casi?
Né il governo né la
app IO hanno ritenuto di specificare, nei tanti comunicati, bollettini, forum,
domande e risposte, che il bancomat non è abilitato al programma cashback. Anzi,
IO lo ha caricato, e tuttora lo carica, diligente. Solo avvertendo, in piccolo,
in altra sezione, che “c’è qualche problema”, e consigliando di “contattare la
banca di emissione”. Cioè di perdere mezze ore e ore in coda ai numeri verdi e
alle chat, o ai telefoni della filiale che non rispondono mai.
Banche e assicurazioni
soprattutto, fra tutti i servizi, hano reso la vita difficile agli utenti col
distanziamento e il lavoro a distanza. Non c’è mai nessuno a rispondere ai
problemi, e nemmeno a fisare gli appuntamenti – se non per caso, qualche giorno.
E scrivere email è come buttare il messaggio nella bottiglia a mare.
Morire dal ridere, con Eduardo
Un Castellitto strepitoso, che
tira fuori Eduardo dalla napoletanità. Una lettura finalmente giusta di
Eduardo, che ha scritto commedie e non proclami o saggetti. Sia pure commedie
agre o acide, all’italiana. Di cui è l’inventore, insieme con i neo realisti al
cinema, Rossellini, De Sica e i tanti altri. Nella stagione creativa del primo
dopoguerra. Natale è fatale, ma dopo aver riso.
De Angelis e Castellitto hanno provato ciò che per un paio di generazioni almeno, e forse per loro stessi, nel loro intimo, è inosabile: sganciare le commedie di Eduardo da Eduardo, dalla sua fisicità, il suo porgere, garbato e drammatico. Eduardo non è più qui, da tempo (da molto tempo: a Roma negli ultimi anni veniva al Ridotto del teatro Eliseo, il pubblico non era molto). Mentre il suo teatro ha diritto alla ripresa.
C’è molta difficoltà a
rappresentare Eduardo in Italia, se non in copia conforme – cosa non possibile.
Si pretende un certificato di napoletanità, anche se non si sa che cosa sia. E
di impegno sociale e politico – quello che una volta era “la tessera” (del
Pci). Mentre le prime analisi delle sue commedie, anni 1940-1950, in Italia e a
Londra, ne mettevano in luce la morale reazionaria: la tradizione, la famiglia,
la paternità, il rispetto. E Eduardo era rappresentato all’estero già nel 1947,
a Buenos Aires, e poi a Londra, qui con successo enorme, quindi tanto
dialettale, o “napoletano”, non è.
La verità è che Eduardo no, ma la
sua opera è sganciata, sganciabile, dal colorismo napoletano, e dalla sua
stessa figura e parlata. Una stagione teatrale molto fertile degli anni
1940-1950, ligure, veneta, lombarda, si è persa perché ristretta al
provincialismo. De Angelis e la Rai hanno provato a fare Eduardo fuori dai cliché e il risultato è ottimo: Eduardo
è ancora rappresentabile – come già sapevano i londinesi sessanta-settant’anni
fa, con Lawrence Olivier (e Zeffirelli!).
Edoardo de Angelis, Natale in casa Cupiello, Rai 1
martedì 22 dicembre 2020
Secondi pensieri - 437
zeulig
Com-dividuo – Si fa tesoro del mit- heideggeriano per ribaltare la base
dell’esistenza. Che però era già quella, da quando si pensa (si scrive il
pensiero): dell’identità irriducibilmente multipla, di individui e di geni (famiglie,
società, tribù, poi nazionalità…). Dell’umanità una, certo, e indivisibile. Ma
si vuole e sembra una scoperta, o meglio un progresso nella riflessione.
Nietzsche direbbe che com-dividuo non funziona, dividuo essendo qualcosa che (si) divide. Comunque, e pluribus unum è il rapporto. Di cui si
può rovesciare l’ottica, se e quando privilegiare l’uno o i più, ma non la dialettica, la relazione logica. Io non è solo io, è anche noi. Le persone con cui vive, i luoghi che abita, o che anche non abita ma si figura e desidera/rigetta, gli oggetti che usa o anche non usa - i vestiti come i libri, o le immagini. La vita è di relazione, anche la più solitaria. L’individuo nasce e si qualifica in comunità – famiglia, società, tribù.
Connotandosi peraltro basilarmente di un valore sottostante e non personale, la
libertà. Di giudizio e di azione.
Il meticciato è
tornato all’onore politico, con Léopold Sédar Senghor e il Sartre del razzismo
anti-razzista del 1948, “Orfeo nero”, come acquisizione. Acquisizione della cultura
europea – le istituzioni e la conoscenza - da parte dell’africano. Che porta in
dote il “senziente” piuttosto che il “conoscente”: la natura animata, il ballo
– il ritmo -, il canto, la souplesse,
di corpo e di spirito. Non c’è etnicismo valevole per l’Europa, il più piccolo
dei continenti – peraltro non separato fisicamente dalla Grande Madre Asia, i
“primati” sono roba politica, dell’Ottocento, anche se sono sopravvissuti fin
alla seconda terribile guerra mondiale e alla decolonizzazione. Ma parliamo di
storia, limitata – anche brillante, oltre che mertrière. La condizione umana non è masi stata di isolamento, in
nessuna riflessione e in nessun modo di vivere.
La con-divisione
non è una novità. Si vuole un’ideologia, ma allora è altra cosa: in nome di che
partito, per quali fini?
Coscienza – È, resta, il luogo del
giudizio, anche oggi che ce n’è la nostalgia, dopo il ripudio, nel mezzo di una
comunicazione vacua tanto quanto invasiva. Il deposito di tutte le informazioni possibili, ancorché solo potenziale. Di
accesso libero, cioè, ancorché episodico. E plastica: frammentaria, evolutiva.
Mai intera, o fissa. Curata: è selezionatrice, l’accesso non vi è libero. Ma ad
ogni momento attendibile e inattendibile, neanche per se stessi: in evoluzione
continua, dubita e fa dubitare nel mentre che rassicura..
È facile anche
mutarla, basta un minimo cambio d’umore. Anche indotto, da una luce, un tepore,
un contatto, un elisir.
Emblema – Non è annotazione,
promemoria, è la cosa in sé? Italo Calvino fa parlare in questo senso Marco
Polo e il Gran Kan nelle “Città invisibili”, nel primo momento, quando Marco,
inviato alla scoperta delle città, riferisce e racconta con emblemi, non
conoscendo la lingua del Kan. Era una comunicazione confusa, ma “tutto quel che
Marco mostrava aveva il potere degli emblemi, che una volta visti non si
possono dimenticare né rimuovere”.
E il potere comunicativo
delle cose, sia pure sotto forma di emblemi, è maggiore, più intenso, del
linguaggio parlato? È quello che lo stesso Kan è potato a concludere quando
Marco Polo comincia a saper parlare, ed è preciso, minuzioso. Ogni notizia, per
quanto circostanziata, prende per l’imperatore la forma dell’oggetto o gesto
con cui inizialmente era stata designata. Ma funziona come una trappola: “Il nuovo
dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un
nuovo senso”. Al punto da trascinare l’imperatore a dubitare dell’impero e di
sé – o almeno così Marco Polo-Calvino vuole fargli credere: “Forse l’impero,
pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente. «Il giorno
in cui conoscerò tutti gli emblemi», chiese a Marco, «riuscirò a possedere il
mio impero, finalmente?» E il veneziano: «Sire, non lo credere: quel giorno
sarai tu stesso emblema tra gli emblemi»”.
Un esercizio di
divinazione (potere), non di logica, quello di Marco. La conoscenza è
imperfetta ma non irrelata. L’emblema non è il sostituto della cosa. La cosa
esiste anche prima di essere parlata, ma è il linguaggio che le dà un senso,
oggi, domani, dopo.
Emozioni – Una forma di conoscenza –
“parte della coscienza” le dice Sartre, “La Psyché”, “le Erlebnisse, che si possono chiamare emozioni”. Intenzionale anche,
voluta. Comunque non autonoma né eterodeterminata - da un evento, un accadimento,
un oggetto, una qualsiasi pietra d’inciampo. Ma parte della coscienza – del
proprio, si direbbe più a proposito, personale, apparato cognitivo.
L’emozione è sempre
singolare, caratteriale. Condizionata da una situazione esterna, ma non
determinata – si può ridere al funerale e piangere alla festa. Parte dell’ego.
Costruito, anche se non voluto a comando. È nell’intimo e spontaneamente la
stessa costruzione che si adopera nell’artificio della rappresentazione, quando
l’attore deve fingerle: ci può arrivare con sussidi esterni, chimici,
meccanici, ma meglio se per lui si cerano – o lui stesso si crea – le condizioni
preliminari all’emozione.
Falso-vero – “Ci sforzavamo di
distinguere il vero dal falso e soprattutto di scoprire se non stavano dicendo
il falso per far credere il vero, o il vero per far credere il falso. C’era il
falso-vero e il vero-falso…”. Ricordando della guerra, la Grande Guerra, la
lettura dei giornali “tra le righe” – “con la fronte aggrottata e lo sguardo
marcio di malizia e diffidenza” – lo scrittore Simenon enuclea in sintesi la sostanza della comunicazione: un
processo selettivo.
Non c’è opinione
vergine, l’opinione pubblica è un processo selettivo..
Memoria – È ridondante –
accrescitiva, fantasiosa, inventiva. Ma anche diminutiva – riduttiva, episodica,
frammentaria. O distruttiva. Consigliera inattendibile.
È il luogo della colpa. Infettivo: se è parte – poiché lo è – della
coscienza, questa diventa una sorta di luogo delle colpe, di deposito di ciò
che non dovrebbe essere. Più a a lungo, con più costanza, e con più peso, delle
realizzazioni, di ciò che dà soddisfazione o orgoglio.
Morte assistita – Si
chiama la buona morte ma commercialmente: è un suicidio a pagamento. Invece che
arruolare le prefiche, il morituro paga medici, infermieri (-re) e cliniche
asettiche, ancorché sorde e grigie. In Svizzera perché vi si parlano quattro
lingue. Anche l’inglese.
Ricerca –Il viaggio di scoperta,
fisico o mentale, è di arricchimento e insieme di indebolimento. Nel passato: “ Arrivando a ogni nuova città il
viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere”, nota Calvino
raccontando Marco Polo a caccia delle
“Città Invisibili”. E “l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più
t’aspetta al varco in luoghi estranei e non posseduti”. E nel futuro, lo stesso
per “i futuri non realizzati”: “I futuri non realizzati sono solo rami del
passato: rami secchi”.
Da qui il carattere demoniaco della ricerca. Certo non angelico, c’è
sempre da perdere qualcosa, nel modo di essere, in carriera, nell’autostima.
È una scommessa. C’è chi si gioca la smorfia, e chi un’ipotesi,
magari a lungo vagliata.
zeulig@antiit.eu
Il Sud non è demenziale
Concludendo la miniserie, Miniero
dà una parvenza di già visto alla sua provocazione demenziale: il commissariato
di Apulia, benché di svitati, in un paese dove non succede mai niente, non
chiude, ha effettivamente qualcosa da fare – l’uso della cocaina, non si dice
ma si sa, essendo ormai come il fumo, come il panino di mezzogiorno. Ma non
persuade – è come se lui stesso sapesse che non funziona.
Questo “Cops”, dichiara Miniero,
è modellato sul “Kops” svedese di Josef Fares, 2003, che invece è piaciuto
molto ed è un film di culto. Gli svitati stralunati possono essere solo nordici,
il Sud non ci azzecca? L’umorismo ha un linguaggio locale – culturale? Il Sud
non ha humour – o non è tutto humour (è la sua debolezza-forza)?
Luca Miniero, Cops 2 – Una banda di poliziotti, Sky
Cinema
lunedì 21 dicembre 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (443)
Giuseppe Leuzzi
Il ministro della
Sanità Speranza non ha reso noti gli esiti delle ispezioni da lui ordinate sui
numeri della pandemia in Campania e in Sicilia. Gli esiti devono essere stati
positivi (i numeri erano veritieri), altrimenti sarebbe stato reato, da perseguire
penalmente. Il ministro lucano lo ha fatto per ingraziarsi i media, che
dovevano spostare la colpa dal Nord al Sud? Non c’è altra spiegazione.
“Vale di più un
operaio, un magazziniere, un commesso, un imprenditore lombardo rispetto a un
ministeriale romano. È un dato di fatto. Se si ammala un lombardo,
economicamente, vale di più rispetto a un laziale”. È il sillogismo dell’onorevole
Ciocca, parlamentare della Lega a Strasburgo.
Un commesso
magari no – ci sono degli ottimi commessi alla Camera dei Deputati, alti,
robusti, sapienti, efficienti, ma per il resto magari è vero. E quindi un lombardo,
qualsiasi cosa faccia, vale più di un laziale. Ma l’onorevole non è solo sgradevole,
è minaccioso – la Lega non cambia, in fondo è onesta.
In Italia si
muove molto di coronavirus, viene raccontato, perché ci sono molti anziani. Ma
non più della Germania, dove i morti sono la metà. La verità è che il sistema
sanitario è incapace di affrontare la pandemia: è indebolito, non sa organizzarsi per le emergenze, ha perso anche competenze. Si muore di più –
come numero di morti in rapporto ai ricoverati, e in rapporto a contagiati –
nelle aree dove la sanità è stata riorganizzata al profitto: nella Padania. In
Lombarda, Veneto, Emilia padana e Piemonte orientale. Ma questo non si può
nemmeno dire.
Ora i media
spostano l’attenzione su Natale e Capodanno, sui veglioni, le vigilie, le visite
in famiglia. Ma dove si continua a morire? Soprattutto in Lombardia Veneto,
Piemonte, Emilia. Il 64,6 per cento del totale dei quasi 70 mila decessi –
68.799 per l’esattezza fino a ieri.
L’eccellenza a Ottaviano
A Ottaviano,
“vicino Napoli”, informano le cronache, una multinazionale campana, di nome
Adler, leader mondiale nella componentistica automotive, fornitrice di Ferrrari, Porsche, Audi, Rolls-Royce,
Agusta-Westland, Boeing, Bombardier, presente in 23 paesi con 70 stabilimenti,
e 13 centri di ricerca, avvia col governo israeliano un osservatorio
tecnologico multisettoriale, per aiutare gli imprenditori a creare nuovi modelli
di business, e rileva la divisione Acoustics del gruppo STS, cinque
stabilimenti, tre in Italia, uno in Brasile, uno in Polonia, etc. Fa l’attività
normale di una multinazionale.
Adler non è la
sola, a Ottaviano si fa impiantistica, informatica (Apple), agroalimentare,
moda e arredamento, etc. – come a Pomezia, zona industriale decentrata di Roma,
lo stesso, per Napoli, è Ottaviano. Ma se ne parla solo per avere dato i natali
al camorrista Cutolo, e come “il paese in cui la vita di un uomo non vale nulla”.
Una cronaca alla milanese, dei tanti Adler del Sud, sarebbe risolutiva, seppure
in immaginazione.
Il benessere del malessere
Il “Sole 24
Ore”, in linea col governo giallorosso?, incorona ai primi posti della buona
vita l’Emilia, e per prima Bologna. Che
Milena Gabanelli, che vi risiede dal 1974, descrive così sul “Corriere della
sera”: “Da anni è diventata sporca, e ci sono strade infrequentabili per la
quantità di’immondizia…È diventata anche avara. Vuole la fattura? Allora costa
un po’ di più”.
Gabanelli ci
resta perché il medico di base le ha fatto il vaccino antinfluenzale, e perché
il sabato sera può “andare a ballare”. E a Crotone no – ultimo posto?
Quest’anno la
classifica del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita nelle province è zavorrata
dall’incidenza del virus, che ha colpito le aree più ricche. E indirettamente
le ha colpite anche nella voce che più pesa nell’indice, l’andamento del pil, e
in quella mediamente “pesante” intitolata “Demografia e società”, due indici
che vedono ai primi posti le province meridionali. Con l’attività produttiva bloccata
arretrano meno, o non arretrano, le economie a forte presenza pubblica dal lato
reddito e di economia di sussistenza dal lato consumi. Ai primi posti spingendo
così le province meridionali, Vibo Valentia in testa, dove il pil, di già
povero, non arretra, o allora di scarti irrisori,1-0-2 per cento. Ciononostante,
la classifica generale vede il Sud agli ultimi posti: le posizioni dall’86 al
107, le ultime, sono saldamente meridionali, da Cosenza a Crotone.
Saldamente settentrionali
sono le classifiche settoriali, dei consumi, dei servizi. Eccetto la giustizia e
sicurezza – chi l’avrebbe detto? - dove primeggia Oristano, con ottime posizioni
di Campobasso e Agrigento. Le città dove si è meno sicuri sono, nell’ordine,
Firenze, Milano e… Bologna.
Agli ultimi
posti il Sud, comprese la civilissima Siracusa, la vulcanica Palermo, per
offerta e consumi culturali – ma in compagnia di Trento e Varese.
La classifica
non è un indice di come vanno le cose in Italia, è il quadro del dominio del
Nord – di come il Nord si vede e vede il mondo. Sul web gira da un anno un titolo del “Corriere della
sera” che sembra un falso: “Il divario fra Nord e Sud verrà colmato solo nel
2020”. È un titolo vero, del 13 settembre 1972, di un rapporto dell’economista
Pasquale Saraceno, l’ultimo meridionalista, l’inventore della Cassa del
Mezzogiorno. Ma lui non poteva sapere che di lì a poco, nemmeno vent’anni, “Milano”
avrebbe sovvertito lo Stato di diritto, e lo Stato – nel mondo hobbesiano il
leone prende tutto.
Il dialetto non sa essere provinciale
Nel filone
letterario in voga delle mini-storie, della vita di provincia, l’uso del
dialetto, che il settimanale “La Lettura” tratta in lungo nel numero dell’altro
sabato, non è più eccezionale, né
sorprendente. Non come lo era stato in Gadda – in qualche misura anche in Pasolini.
Piuttosto è parte del non-linguaggio, della koiné
coatta - degli ahò, che cazzo! fanculo etc. – a vocabolario limitato.
È come se il
dialetto fosse – dovesse essere – un segreto, un (piccolo) tesoro nascosto. Utilizzato
in serie, non più ad arte, è come il romanesco al cinema, una non lingua. Probabilmente
perché, di fatto, “in povincia non succede niente”, come argomenta e documenta
sullo stesso settimanale il graphic novelist
tefano Zattera. Oggi come al tempo de “I vitelloni”.
Il dialetto si sfianca
fuori contesto. O anche se volto artificiosamente a pompare la vita di
provincia in una dimensione drammatica, narrabile - a meno dei “Vitelloni”, una volta, una sola, eccezionale. Il
dialetto non basta, se la provincia è la sola realtà – la provincia è morta, asfittica,
e il dialetto cn essa. Un dialetto caratterizzante – vivo, drammatizzante – non
sa essere provinciale, legato un orizzonte
basso, circoscritto.
Calabria
“Nel
2004 i tifosi del Verona”, a Crotone per la partita, è da supporre”,
“lanciarono migliaia di banconote (fotocopiate) da 500 euro, urlando «Vi
abbiamo portato i soldi!»”. Lo ricorda sul “Venerdì di Repubblica” Maurizio
Forino, artista e scrittore di Crotone, premio “Città di Crotone”, con una nota
di biasimo verso la città: “Quindici anni dopo non è cambiato niente”. Non
nella Lega, a Crotone. Sempre ultima in graduatoria, la città più povera
d’Italia.
Ci
dev’essere qualcuno, nella ricca Italia, meno ricco degli altri. O: la povertà
non può più essere dignitosa, non in Calabria.
A
propositio di Crotone – piove sul bagnato…- trambusto in rete perché a Santa Severina, castello bizantino
normanno e borgo storico, non più densamente popolato ma molto esteso, una
ottantaseienne in crisi cardiaca è stata caricata sull’Ape del marito invece che
sull’ambulanza per il traspoprto in ospedale. Foto e video a gogò, lazzi e
ghigni, l’Italia si è mobilitata. Ma più la Calabria, probabilmente.
Ma
non è stato un salvataggio, meritevole? Un colpo d’astuzia dei soccorritori,
ambulanzieri e medico, l’Ape essendo il
solo mezzo veloce che passi per i vicoli.
Camilleri,
che usa nella sua personale lingua molti termini comuni alle due rive, benché fosse
di Agrigento, il posto in Sicilia più lontano, racconta in più episodi dello Stretto
(Tindari, il ferry-boat, con gli arancini) e della Calabria, Gioia Tauro,
Cosenza. È probabilmente l’unico scrittore siciliano che non salta a Roma e a
Milano.
Ha
il record in Italia, in rapporto alla popolazione, degli scomparsi, le persone
di cui si è denunciata la scomparsa. Su base regionale (i dati disponibili sono
di fine 2018) il fenomeno interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denunce sul
totale (1974-2018) di circa 228 mila. Seguivano il Lazio, con 8.023 casi, la
Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria, 4.659, e la Puglia, 4.080.
Morra
come Rosy Bindi, dei parlamentari non calabresi si fanno eleggere in Calabria.
Potendo contare su Grandi Elettori locali. Per poi sanzionare la Calabria come
terra di mafia a capo della speciale Commissione parlamentare antimafia. Eccetto
i loro Grandi Elettori locali, naturalmente esenti da connessioni dubbie e voti
di scambio.
Il
candidato ideale per la Regione Calabria? Un medico milanese prossimo alla
pensione nato a Gioiosa Ionica. Ha curato la mamma di Berlusconi e questo basta.
Magari è anche un’ottima persona.
Molti
i parlamentari eletti in Calabria che non hanno alcun contatto con la Calabria,
da Rosy Bindi a Salvini. Tutti eccetto Sgarbi, che perloemno si occupò di
consigliare la pavimentazione ad alcuni Comuni, e ad altri la tinteggiatura
delle facciate in piazza. E, forte del suo ascendente televisivo, fu ascoltato,
a Gerace, Serra San Bruno, Mileto, Ardore.
È
curiosa ed è unica in Italia questa preferenza degli elettori calabresi per parlamentari
piovuti da lontano. Dai quali poi non hanno nulla, nemmeno un’interrogazione
parlamentare. Mentre eleggere dei locali potrebbe incrementare il pil regionale
di un paio di miloni l’anno, per le spese obbligate dei parlamentari stessi e
dei loro familiari.
Mimmo Rotella,
nato e cresciuto a Catanzaro, è celebrato dall’editore Skira e da Germano
Celant con due ricchissimi volumi. Nei quali d Catznaaro c’è solo la data di nascita.
C’è
al vertice della regione Calabria un gay
e un leghista diverso, Nino Zirlì. Che era semplice assessore alla Cultura, ma anche
vicereggente della giunta, per la stima che gli portava Jole Santelli, la presidente
eletta – “un’amica di oltre vent’anni, parte della mia famiglia”. Uno che ha
girato tutto il centro-destra, da Berlusconi a Meloni e Salvini, ovunque responsabile
della sezione Cultura – la famosa cultira di destra inafferrabile. Un politico,
non c’è dubbio, e molto calabrese, volendosi eccessivo. Che altrove
spopolerebbe, “un personaggio”, ma essendo calabrese si rappresenta nei media
come un pazzo.
leuzzi@antiit.eu
Spia e gentiluomo
“In sé la pratica dell’inganno
non è particolarmente faticosa; è una questione d’esperienza, di esperienza
professionale, è una capacità che la maggior parte di noi può acquisire. Ma mentre un imbroglione, un attore o un
giocatore d’azzardo può rientrare dalla performance
nei ranghi dei suoi ammiratori, l’agente segreto non ha questo sollievo”. Lo
spione è prigioniero del suo ruolo: “Per lui l’inganno è anzitutto una
questione di autodifesa. E deve proteggersi non solo dall’esterno, ma dall’interno”,
da se stesso, “e contro gli impulsi più naturali”. Sono frasi del primo libro,
subito di gran successo, di Le Carré nel 1963, che il suo amico Lane nell’epicedio
sul “New Yorker” pone in apertura, come a dire “vita infelice di una spia”.
Il ricordo è però tutto in
positivo. Di uno scrittore che fu una spia. E una spia forse fra le meno leali,
poiché si celava sotto lo statuto di diplomatico (in Inghilterra il servizio segreto fa capo al Foreign Office, al ministero degli Esteri). Successore in Germania di George Blake, lo spione inglese cha faceva il doppio gioco per Mosca - dove ancora vive, centenario. Ma ne scrisse onestamente, quali che siano gli eventi reali cui possa avere preso parte personalmente. E
soprattutto, nota il critico cinematografico della rivista newyorchese, che è anche
uno specialista di Ian Fleming (e di Patrick Leigh Fermor), uno scrittore che
regge agli anni. Non di genere, soprattutto se lo si compara, nello stesso genere,
lo spionaggio, con Ian Fleming: uno scrittore e basta.
Ma fu un uomo anche, spia e
tutto, di un’altra epoca. Lane cita da “The Pigeon Tunnel”, il libro di memorie
di Le Carré non tradotto, la sua meraviglia, quando era giovane diplomatico a
Bonn nei primi anni 1960: “Era un tempo, ci racconta, in cui vite pulite e
produttive erano vissute, nello spirito del servizio pubblico, da tedeschi dal
passato sporco, e quell’enigma – com’è possibile che si proceda e si
prosperi, come nazione o come individui, quando per farlo ci vuole un atto così
monumentale di dimenticanza? – chiaramente è rimasto incollato a Le Carré”.
Anthony Lane, John Le Carré missed nothing, “The New
Yorker”, 14 dicembre 2020
domenica 20 dicembre 2020
Ombre - 542
Il
tasso di mortalità nei venti paesi con più contagi da covid è in Italia molto più elevato che altrove. Si dice perché l’aspettativa di vita è
più elevata – troppi vecchi - e l’ipotesi i media accreditano. Mentre
non è vero – i tedeschi non vivono meno di noi, ma muoiono per la metà. Vero è
che il sistema sanitario non era in condizioni di fronteggiare l’epidemia in
primavera, e non ha rimediato durante l’estate. Non per incapacità ma perché è un
sistema privato convenzionato. Investe cioè quanto basta per assicurarsi la
rendita.
Non
finisce di stupire la telenovela della Procura di Perugia attorno alla prova d’italiano
del calciatore oriundo Suarez: rogatorie internazionali, intercettazioni, messaggi,
decrittazioni. Come se fosse il primo oriundo italiano che vuole la
cittadinanza (e il diritto di voto…), magari solo per avere la pensione sociale,
senza sapere nulla dell’Italia. L’odio anti-juventino non basta. È capo della
Procura il giudice Cantore amico di Renzi, che in quattro o cinque anni all’Autorità
anti Corruzione non ha scovato, in Italia, un solo corrotto - stessa genia di
fancazzisti?
Tesla vola in Borsa ed entra nel panteon delle società più ricche, la sesta, dopo le cinque del digitale: Apple, Amazon, Microsoft, Alphabet-Google e Facebook. Delle quali ogni azione si scambia per migliaia di dollari. Mentre da Londra il Financial Times garantisce che tutto è in ordine, non si tratta di speculazione al rialzo. Per conto deel banche di affari? Che altro deve succedere, se le quotazioni non hanno più nessun rapporto con nessun indice?
Casalino l’ha fatta grossa, con le cantatine per Haftar sugli ostaggi di Mazara, siciliani e non, presi dai suoi corsari. Gli ostaggi non si sono fatti incantare, e per prima cosa hanno denunciato i maltrattamenti. Anche perché i siciliani conoscono bene la Libia.
Poi magari si scopre che Berlusconi dice la verità, e che gli ostaggi italiani sono stai liberati da Haftar perché glielo ha ordinato Putin. Nulla di più probabile, conoscendo la Libia.
La
Marina libica? Può la Libia avere una Marina, di gentiluomini e di codici? Avere
la Libia come Quarta Sponda e non saperne niente: com’è possibile? In Italia
sì.
Il
sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, invita le scuole nella letterina di
Natale a cantare “senza riferimenti religiosi”. Protesta il. vescovo, poiché
Natale è, bene o male, festa cristiana. Ma in questo modo: “Non si capisce, né
si può condividere, la scelta degli amici del Comune”. Montino, ex compagno
“migliorista” ora dem, è “amico” nella terminologia dem, cioè ex Dc.
La
app IO per il cashback non funziona. Non
registra alcune carte, non registra alcuni pagamenti, eccetera. Tutte cose che
tutti sanno. Ma di esse non si dice: supplementi e libretti – pagati dal
governo? - si susseguono a magnificare questa munifica invenzione per abbattere
il riciclaggio e l’evasione fiscale. Che bisogno c’è, in effetti, del giornale?
Nell’esposto
dell’ex sindaco di Roma Marino contro il gruppo Pics (pronto intervento centro
storico) dei vigili urbani per attività di dossieraggio (spionaggio a fini
scandalistici) a suo danno, si cita una telefonata tra i fratelli Marra,
dirigenti comunali. Renato, allora dirigente della Municipale, dice a
Raffaele, che sarà capo di gabinetto della sindaca Raggi: “Queste notizie sono
state diffuse ad arte dal Pics, che controllava per il Pd gli spostamenti di
Marino”. Il Pd faceva spiare dai vigili fannulloni il suo sindaco.
“Bastano
recinti elettrificati, e un bel numero di cani”, e la protezione delle greggi
dai lupi è assicurata. Lo garantisce Rosario Fico dopo che i lupi hanno fatto
strage di pecore sulla via Cassia alla periferia di Roma - Fico è uno che, assicura il “Corriere della
sera-Roma”, “si occupa di lupi da quarant’anni”. Semplice, no? Che vogliono gli
allevatori, il lupo dev’essere libero di sbranare.
L’animalismo
è selettivo, c’è un animale più animale degli altri. Lo assicura lo stesso Fico:
i lupi “non attaccano l’uomo! Semmai gli animali domestici, un cane, un gatto”.
Sebastian
Coe chiede al “Corriere della sera” di fare – e Gaia Piccardi volenterosa
gliela fa – un’intervista sullo stato dell’atletica. Per parlare di antidoping.
Di Russia, Coleman, la troppo maschia Semenya. Ma non di Schwazer, il podista
che Coe ha azzoppato con un falso antidoping. È un giornalismo senza curiosità?
Forse il “Corriere della sera” è un giornale russo, non italiano? Forse
Schwazer, nell’occasione, l’abbiamo retrocesso all’Austria?
“Un
appalto medio dura 1.276 giorni. Le norme sulle gare (degli appalti pubblici,
n.d.r.) sono cambiate 140 volte in quattro anni. E, prima del Codice degli appalti,
223 volte in nove anni”, Ferruccio De Bortoli, “L’Economia”.
“Il
decreto Semplificazioni”, di settembre, “ha ancora bisogno di 64 decreti
attuativi”, id.: “La paura della firma attanaglia i funzionari”.
Incredibile
lista di politici “colpiti da provvedimenti giudiziari, stritolati nel tribunale
mediatico e poi risultati innocenti”, contati da Battista sul “Corriere della sera”
lunedì. Battista ne ha contati 29, tutti distrutti nella carriera e anche nella
vita, qualcuno (Riva, il siderurgico) con danno grave all’economia.
Battista
dimentica però che manettaro è soprattutto il suo giornale, di cui è stato vice-direttore. A partite dal famoso “avviso” a Berlusconi, inventato per menomarlo alla
vigilia di un congresso mondiale a Napoli contro la criminalità. O, appena
l’anno scorso, a favore di due drogati assassini, e contro la loro vittima, il brigadiere dei
Carabinieri Cerciello Rega. Ci sarà una Norimberga dei cronisti giudiziari?
Pierpaolo
Sileri, politico, chirurgo e accademico italiano, grillino, vice-ministro della
Salute, va da Giletti su “La 7” e chiede le dimissioni del segretario generale
del suo ministero. Non faceva prima a licenziarlo? O non gli interessa il funzionamento
del ministero, solo apparire in tv?
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Calvino cartesiano
Un Oscar non si sa se più
prestigioso, con presentazioni e spiegazioni, una qui dello stesso Calvino,
oppure spoiler, guastatore del
piacere della lettura. La presentazione di Calvino, una lezione alla Columbia
University di New York, spiega in dettaglio il suo modo di lavorare – per
appunti occasionali e non per piani di accumulo – e la “costruzione” del libro, delle
singole città invisibili, e poi degli accorpamenti. Dentro un quadro di comodo, i colloqui
di Marco Polo col Gran Khan. Tutto freddo, come sarà la lettura.
La “costruzione” in realtà
Calvino non la spiega. Un mazzo di 55 carte di città. Tagliate in 9 mazzetti,
disposti in linea. Di 10 carte i due esterni, di 5 gli altri 7. Carte di 11segni:
memoria, desiderio, segno, scambi, occhi, nome, morte, cielo, sottili, continue,
nascoste. Ogni segno di 5 semi. Calvino ha costruito il mazzo per frammenti,
lungo molti anni, che poi ha assemblato. Sotto forma di lettere di Marco Polo
al presunto (errato) imperatore dei Tartari Kublai Khan, o in conversazioni con
lui. Con una morale, insomma, una conclusione: la vita è un inferno.
Testi improbabili, le città
invisibili sono inafferrabili. Non filosofici, non fantastici, non stilistici o
filologici, ma che il lettore è presunto magnificare per la loro stranezza panglossianamente
come i migliori dei testi possibili. E senza dimenticare Palazzeschi, di cui Calvino si professava devoto, nelle sue più caratterizzanti sfaccettature, dal futurismo al fantasy. Un Calvino, si direbbe, urbanista - il linguaggio
è quello, da “Domus”, “Casabella”. Cerebrale. Troppo, cioè confuso. Se non è Paul Klee messo in pagina, come Calvino pretende in una delle lezioni americane propriamente dette - dove preende che i suoi racconti germogliano per caso, da una immagine.
Nella narrazione come nella
critica Calvino si vuole nella lezione alla Columbia qui anteposta di regola cartesiana:
leggerezza, chiarezza, necessità. Una necessità di maniera, in linea col
proprio impianto. Anche, per quanto sofisticata, una sorta di regressione al
linguaggio infantile, dei primi anni di linguistica, quando le parole sono
belle, e si concatenano in frasi belle, non importa quanto relate al mondo – alle
cose, ai fatti.
Un’oggettivizzazione estrema,
anche se alleviata da emblemi – o appesantita dai discorsi sugli emblemi. Senza
più funzione emotiva, anche se con compartecipazione dell’autore. Che si
avverte profonda, al limite dell’insouciance,
ma per questo in realtà di rifiuto, quasi ironico. Di rifiuto della parola. Ora:
uno scrittore che rifiuta la parola, seppure per distacco o rifiuto
programmatico, da “ora ti scandalizzo il borghese”? “Borghese” è da ridere, ma
non molti anni fa era riferimento d’obbligo: tutto ciò che l’autore non voleva essere, pur
essendolo – c’è niente di più “borghese” di un “autore”?
Il racconto, il genere racconto,
si radica nella “necessità”, in una certa consecutio,
un certo ordine. Non per Calvino a un certo punto, che invece vuole lasciarlo
aperto – forse in linea col nouveau roman d’oltralpe, benché questa esperienza
non abbia adottata. C’è un racconto aperto? Se stimola la fantasia del lettore sì,
su questa linea sembra muoversi questo “secondo” Calvino.
La lettura in parallelo di Simone
de Beauvoir, dei suoi “Colloqui con Jean-Paul Sartre” nell’estate del 1974 a
Roma, tutto fa scadere però, sotto l’apparenza della logica, nell’improbabile. “Raccontando
si rivelava una necessità”, così Sartre spiega i suoi approcci letterari, “che
era il concatenamento delle parole le une alle altre, che erano scelte per
concatenarsi…E c’era anche, ma molto vagamente, l’idea che ci sono delle buone
parole, delle parole che fanno bello concatenandosi le une alle altre, e che
fanno dopo una bella frase”. Questo succedeva a Sartre bambino – “questo è durato
fino ai dodici anni”.
Di Sartre è, negli stessi colloqui romani, quando passa a scrivere saggi, la regola “delle idee molto cartesiane:
leggerezza, chiarezza, necessità”. Di Calvino invece il progetto è in evidenza, esibito,
in una disincarnazione eccessiva. Di un virtuosismo gelido: la narrazione diventa
un calembour chilometrico,
insopportabile. Non sorprendente né sapiente, insistito. Una tortura. Specie al
confronto, per esempio, con Primo Levi, che ha saputo far parlare gli elementi.
Italo Calvino, Le città invisibili, Sorrisi e Canzoni
Tv + la Repubblica, pp. 165 € 9,90
sabato 19 dicembre 2020
Il mondo com'è (417)
astolfo
Bach – Quando morì non se ne fece l’annuncio. Solo quattro
anni dopo, breve, col titolo “Suonatore d’organo di fama mondiale”, che non
voleva dire nulla, giusto un “echo” pubblicitario di qualche editore. Con le
qualifiche di “compositore di corte” e “maestro di musica”. Senza un cenno alle
opere. È per questo che non ci sono autografi: se ne scrive molto, da qualche
tempo moltissimo, ma sono congetture. S’era dovuto arrangiare. Accettare un
incarico alla corte sassone di Dresda, quasi straniera, snobbato dagli ottimi
fabbricanti di organi di quella città, come già a Lipsia, intrattenersi
soprattutto con nobili slavi, copiare montagne di musica non tedesca, andare
fino a Potsdam a suonare il piano a Federico il Grande, che non si degnò di
ascoltarlo, nonché elogiarlo e remunerarlo. Il suo solo viaggio all’estero fu a
Carlsbad, a passare le acque, che si trovava in Boemia, terra asburgica. Si
capisce che il suo figliolo più giovane abbia presto cercato fortuna in Italia,
con Mozart che incrocerà a Milano e Bologna e poi a Londra.
Eugenetica - A Mosca il
comunismo sperimentò nel 1932 l’accoppiamento di una donna con un orango. Per
migliorare la razza dell’orango? Per provare Darwin.
Questo
precedente è mancato a Nolte, nel suo sistema della “colpa è sempre degli
altri”: qui la colpa è senz’altro degli altri. Ma bisogna dire che in fatto di
Aktion T 4 (eliminazione delle “vite indegne di essere vissute”, portatori di
handicap mentali o malattie genetiche inguaribili) ed eugenetica Nolte tace su
tutti i fronti - l’eugenetica adorna i petti migliori.
Freud
- Ebbe una figlia bellissima, Anna, e la tenne chiusa in casa. La figlia
amava le donne, e Freud non lo seppe mai. Anna si portò in casa l’amica del
cuore, che era la casa di Freud. Una vita a tre di cui Freud non si accorgeva, a
Vienna e a Londra. Anna tenne in terapia il figlio dell’amica per 45 anni.
Anna
era il nome di una sorella di Freud, la prima delle cinque, e fu la sola a
sfuggire alla furia hitleriana, essendo emigrata in America giovanissima nel
1889. Le altre sorelle, Rosa, Marie, Adolfine e Pauline, Freud inspiegabilmente
lasciò inaccudite a Vienna quando, dopo l’Anschluss, si decise a emigrare, e
finiranno in campo di concentramento, tra il 1942 e il 1943. Del loro destino nessuno
si è mai occupato, i biografi di Freud tutti sorvolano. Giusto Jones le
ricorda, per dire, a proposito della loro fine, che «Freud, per fortuna, non
avrebbe mai saputo nulla di ciò che sarebbe accaduto loro», essendo premorto, a
Londra, onorato, in una bella residenza, nel 1939. D' altra parte Freud,
commenta lo stesso Jones, “non aveva
alcun motivo di preoccuparsi delle sorelle, visto che all’epoca del suo
trasferimento a Londra la persecuzione degli ebrei era appena cominciata”. Ma
questo non è vero: Norimberga era legge da qualche anno, Freud fu subito
importunato dalle SS, Anna fu rinchiusa in camera di sicurezza. Il 13 marzo
l’Anschluss fu dichiarato, il 15 marzo Freud
subì una prima irruzione in casa, di attivisti nazisti in divisa, che
pretesero una taglia, il 22 marzo la Gestapo fermava Anna.
L’emigrazione
si prospettò subito. Si dice che Freud nicchiasse, perché si sentiva vecchio, e
non abbastanza ricco per traslocare. Ma non nella corrispondenza: subito con i
corrispondenti registra la minaccia. E avvia la pratica per l’emigrazione. Paga
le due tasse imposte dal nuovo regime agli ebrei che emigrano, la Reichsfluchtsteuer, per il diritto
all’emigrazione, e la Juva, Judenvermögensabgabe
(patrimoniale speciale per gli ebrei), conclude rapidamente la complessa
burocrazia per l’espatrio, e il 4 giugno parte per Londra, dove abiterà il
comodo Maresfeld Garden. Può portare con sé tutto quello che vuole, compresa la
collezione di statuette antiche, e i familiari che vuole. Compilò una lista di
17 individui: la moglie, i figli e i nipoti, le due cameriere, il medico personale
con la famiglia, e il cane. Ma non le
sorelle.
Vittorio
Mussolini dirà che la partenza fu facilitata dall’intervento del padre,
ammiratore di Freud. Il quale gli aveva mandato copia con dedica del libro
sulla guerra, in originale tedesco, “Warum Krieg?”, perché la guerra. La dedica
è impegnativa: “A Benito Mussolini coi rispettosi saluti di un vecchio che nel
detentore del potere riconosce l’eroe della civiltà” – il libro con la dedica
si conserva tra i resti della biblioteca di Mussolini all’Archivio Centrale. Se
non che, due mesi dopo aver ricevuto il libro, Mussolini firmava sul “Popolo
d’Italia” un articolo di condanna della psicoanalisi come impostura.
La
vicenda è analizzata in un libro di Roberto Zapperi, “Freud e Mussolini”. E molto
ridimensionata. Il 25 aprile 1933 Freud ricevette per un consulto lo
psicoanalista triestino Edoardo Weiss, col suo paziente Gioacchino Forzano, il
drammaturgo. Forzano portava in regalo a Freud un volume con i drammi scritti
in collaborazione con Mussolini, tradotti in tedesco. Freud contraccambiò col
libro sulla guerra e la dedica.
Hitler – Se ne può dire
molto, fuori dell’anatema. Poi indiscutibilmente la “belva”, fu fino alla
Cecoslovacchia onorato più che temuto. Per aver risollevato la Germania, anche
se con qualche eccesso manesco. Gli accordi di Monaco trovarono entusiasti i
pacifisti, non soltanto l’opportunista Chamberlain - tra essi Simone Weil,
politologa per ogni altro verso acuta.
In
tutto copia-succube di Mussolini, ne adotta pure il marmo, il travertino,
invidiosissimo dell’architettura Novecento colossale, di Speer tentando di fare
un Piacentini.
Invade
la Russia come a una scampagnata, scrivevano gli inviati di guerra Malaparte e
Lino Pellegrini, nelle giornate tiepide dell’Ucraina a giugno.
Si
rappresentano Hitler e il nazismo come una barbarie soprammessa alla Germania, mentre
furono popolarissimi. Brutti ma abili: bambini e ragazzi vissero privilegiati e
accuditi, d’inverno e d’estate, in città e nei campeggi, i film luce erano fantastici
di luci e avventura, il nemico considerato sempre vinto. Fu una galoppata di cavalli,
non di asini.
Sartre-Simone de Beauvoir – Furono, fin dagli
inizi, una coppia aperta, ma anche adescatori, cioè reprensibili, secondo
l’etica odierna. Lei in particolare, essendo bisessuale, ha portato nella coppia
giovani che poi hanno lamentato la relazione come un trauma. Tre in particolare,
Olga Kosakiewicz, Bianca Bienenfeld (poi Lamblin) e Natalie Sorokin, che il ménage à trois con Sartre e De Beauvoir quando erano al liceo avrebbe danneggiato
psicologicamente.
Nel
1939 Simone de Beauvoir è sospesa un prima volta dall’insegnamento per il
rapporto con Bianca Bienenfeld, una sedicenne, figlia di un ebreo polacco
rifugiato in Francia per sfuggire ai pogrom. Ripreso l’insegnamento, ne sarà
definitivamente sospesa il 17 giugno 1943, alla fine dell’anno scolastico, a seguito
di un denuncia per “eccitazione di un minore alla dissolutezza” – una denuncia
depositata a dicembre del 1941 dalla madre di Natalie Sorokine: il processo si
era concluso con un “non luogo a procedere”, ma il ministero dell’Istruzione
tenne conto della denuncia. La relazione insegnante-allievo non è infrequente
né illegale in Francia – il presidente Macron è uno, che a sedici anni è stato innamorato
dall’insegnante di Lettere Brigitte Trogneux, poi sua moglie, allora
quarantenne, sposata e madre di tre figli. Ma nel 1943 il ministero tenne conto
del precedente. Simone de Beauvoir non contestò il licenziamento. Sarà
reintegrata nell’insegnamento alla liberazione, il 30 luglio 1945, ma non
insegnò più.
Bianca
Lamblin, una cugina di Georges Perec, ebbe anch’essa come insegnante a sedici
anni SdB, con la quale intrecciò una relazione. Di cui fu parte presto anche
Sartre. Di lei ci sono molte tracce nella corrispondenza tra Sartre e SdB,
sotto lo pseudonimo Louise Védrine - nelle “Lettere al Castoro e alcune altre”
di Sartre, pubblicate nel 1990. Lamblin reagì polemicamente nel 1993, con i “Mémoires
d’une jeune fille dérangée”, mimando un celebre titolo di SdB, “Mémoires d’une
jeune fille rangée”.
Olga
e la sorella Wanda, anch’essa amante di Sartre, e forse di De Beauvoir, erano
attrici. Olga sposerà nel 1946 Jacques-Laurent Bost, un vecchio amante di de
Beauvoir. La coppia Bost resterà una delle amicizie più consolidate di Sartre e
de Beauvoir. Olga e Wanda accudiranno Sartre saltuariamente, accompagnandolo
nei viaggi o di notte a casa sua, negli anni 1970. Due delle tanti amanti che se ne occuparono, nel decennio di decadimento
fisico che Sartre visse fino alla morte (morirà il 15 aprile 1980), insieme con
altre vecchie relazioni, anche di molti anni: Michèle Vian, ex moglie di Boris
Vian, Liliane Siegel. Con l’aggiunta di amiche giovani. E delle figlie adottive
della coppia: Sylvie Le Bon, di SdB, e Arlette Elkaïm, di Sartre. Ancora nel
1978, nota Simone de Beauvoir in “La cerimonia degli addii”, benché afflitto da
amnesie, incontinenza, frequenti cadute, solitario in casa o per strada, tra gli
eccessi di alcol e di fumo, “frequentava sempre molte giovani”: Melina, “la
giovane greca” che l’anno prima aveva licenziato, con una piccola somma per le
sue spese a Parigi, “e numerose altre”. E di questo si vantava: “Non sono mai
piaciuto di più alle donne”. Non senza ragione, commenta SdB, “è a molte di
esse che doveva il piacere di vivere”, malgrado le menomazioni fisiche. Donne,
giovani e non, che anche manteneva: ancora nel 1978, nota SdB, “versava
regolarmente ogni mese somme abbastanza grosse a diverse persone”. Al punto da
indebitarsi e non poter spendere per sé nemmeno per la cose minute.
Simone
de Beauvoir, oltre che col “giovane Bost”, allievo di Sartre, ha avuto una
relazione lunga con Nelson Algren, romanzata nei “Mandarini”, poi testimoniata
dalla pubblicazione della corrispondenza. E, da luglio 1952 al 1958 con Claude Lanzmann,
che ritroverà nei sei anni che sopravvisse alla morte di Sartre, fino al 1986. Con Sartre ha continuato a darsi del voi, come usava un tempo, tra vecchi coniugi, non più amanti.
astolfo@antiit.eu
Cnr, centro niente ricerca
Ha trovato il
Cnr nel 2014 con 70 milioni di buco, e lo lascia con 70 milioni di buco. Cioè,
non lo lascia: la presidenza Inguscio al Cnr è come se non ci fosse stata in
questi sette anni, ma il governo la proroga con ogni decreto per l’emergenza
covid, fino a fine luglio, poi al 15 ottobre, poi…
Dopo il 15
ottobre non si sa, ma il presidente del Cnr è stato messo lì da Renzi e quindi
non si tocca. La presidenza Inguscio è scaduta a febbraio, ma tra le tante
pietre d’inciampo che Renzi solleva ogni due giorni al governo, il Mes, la gestione
del Recovery Fund, la direzione Rai, che
pure non è scaduta, il Cnr si segnala per la sua assenza. La ricerca è, come l’energia,
ancora campo chiuso per la vecchia gestione democristiana del potere, cioè
delle università, e il Pd ne perpetua l’infeudamento.
Non è un buon
segno per la ricerca scientifica, si direbbe. Ma il Cnr non fa ricerca: è un
organismo burocratico che si limita a gestire le spese del personale – la Cgil
Ricerca, la direzione Personale e il presidente Inguscio stanno anche fisicamente
insieme, nel palazzo a piazzale Aldo Moro. Gestisce i 70 milioni che ogni anno gli
mancano, da quando il governo Monti gliene ha sottratto la dotazione.
Lo Stato non
fa ricerca. L’Istat dice che l’Italia spende in ricerca lo 0,5 per cento del
prodotto interno lordo. E ha 5,6 ricercatori ogni mille abitanti – cifra assurda,
saremmo un popolo di scienziati. Mentre la verità è che lo Stato non spende
niente nella ricerca pura, necessariamente pubblica. E la capacità italiana di
attirare risorse dall’European Research Council, che finanzia la ricerca in Europa,
con un forte contributo italiano, è tra le più basse. Anche se gli italiani
sono i primi, o secondi, per numero di
progetti vinti in sede europea. Ma sono italiani che lavorano oltralpe. Il Cnr,
che dovrebbe coordinare e promuovere, non sa farlo – non lo ha fatto
specialmente in questa lunga gestione “renziana”.
La ricerca si
finanzia autonomamente, concorrendo ai vari bandi regionali (le Regioni
finanziano la ricerca) e internazionali. Quello che lo Stato spende secondo l’Istat,
lo 0,5 del pil o quel che sia, che è comunque la metà della Germania, lo spende
per l’industria collegata alla ricerca: lo spaziale soprattutto, i poli tecnologici
di Genova e Miano, l’Infn, con i suoi costosi impianti a caccia di particelle.
Silenzio stampa
L’app Immuni,
che dieci milioni avrebbero scaricato, ha segnalato in nove mesi solo 600 casi
di positività. Niente. L’app IO, a dieci giorni dall’avvio del programma
Cashback , non funziona. Non registra i pagamenti bancomat. Non carica alcune
carte di credito, per esempio le American Express. Non dialoga in nessuno modo,
se non attraverso farraginose risposte preconfezionate – prima dell’avvio del
Cashback. Non riesce a darsi un minimo di
efficienza.
La rivoluzione
tecnologica del nuovo al governo è zero. Anzi è negativa, comportando perdite
di tempo ed energie. Alle app zero bisognerebbe aggiungere la fibra che funziona
a capriccio, e i fumosi percorsi delle identità digitali, spid e pec, che
sembrano disegnati per smarrire le identità.
Non è meraviglia, è parte della burocrazia, incapace di adeguarsi in qualche
modo, se non di innovare. Meraviglia sarebbe
se le app funzionassero.
La novità è il silenzio stampa. Rumorosissimo.
E sì che i media hanno bisogno di notizie, se per ore e paginate non fanno che
riciclare le chiacchiere su Conte. I media di destra evidentemente sono
incapaci di capire. Quelli di sinistra, ora che il Pd è al governo, mostrano la
vecchia sindrome Pci, non disturbare il manovratore, stiamo lavorando per voi.
Napoli in giallo, umoristico
Un gioco di parole per una
giornata ordinaria, la solita GdM, “Giornata di Merda”, benché sia la vigilia del
santo Natale, che fila come un frecciarossa. Irreale, inverosimile e tutto, ma l’orchestrazione
si prende l’attenzione – rima permettendo. De Giovanni dirà che a Napoli tutto
è possibile, e invece no – altrimenti perché scriverne, in giallo poi? Mentre
sono realistiche, finalmente, le “dimensioni” fisiche delle sue donne, la modestia
del consultorio pubblico, la cattiveria della mamma con la figlia (non solo
napoletana, per la verità: un mistero,
sfuggito anche a Freud).
Una Giornata di Merda di
Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di questa e di molte altre
avventure (il racconto, il primo di Mina Settembre, è estratto dall’antologia
Sellerio 2013, “Regalo di Natale”). Che invece ritrova il marito ripudiato in
funzione per una volta utile, forse un nuovo flirt, il rispetto del portiere voyeur, e una camorra distratta e
perdente.
Un titolo goliardico per un racconto spartiacque, di
quando De Giovanni ha iniziato a propendere verso il giallo
umoristico-satirico. L’unico metro possibile, si direbbe, da maestro di taglio napoletano
che altrimenti non può venire a capo del suo mondo. Con un cappottino rosso reminiscenza
della “Felicie” di Simenon – al cui fascino cede il freddo Maigret?
Maurizio De Giovanni, Un giorno di Settembre a Natale, la
Repubblica, pp. 47, gratuito col quotidiano
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