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sabato 23 ottobre 2021

Ombre - 584

Il leader dei no vax al porto di Trieste, Buzzer, si fa sconfessare dai portuali perché la butta in politica: è 5 Stelle e punta alla carriera politica. Non è solo, il caso è anzi comune – si vede a Roma, p.es., nei licei in agitazione stagionale, dove capetti e ducetti in petto fanno le “dichiarazioni” come da copione su Instagram e tv. Si direbbe che la politica abbia un grande potere di attrazione. Mentre è miseranda, non da ora. Le due cose si collegano, è la politica ridotta al “ducismo”, alla gloriola.
C’è da rivedere tutta la teoria del potere: basta una “dichiarazione”.
 
“Lascio in un momento preoccupante per il futuro dell’Europa”,  commento merkeliano di Angela Merkel all’addio a Bruxelles. In mano l’ultima birra, alle tre del mattino, nota Ciriaco su “la Repubblica”: “La resistenza delle ore piccole le ha consegnato mille scalpi in mille trattative”.
Ma lei, naturalmente, “non c’era”.
 
“La Cdu, un partito a rischio fallimento”, nientemeno, titola di scatola il “Corriere della sera”, “orfani di Merkel, traditi da Kurz”. Già, troppe macerie, non si può fare più finta. Valentino riapre gli occhi: il Centro in Germania è in stato comatoso, lascito di Merkel, un bipartitismo radicalizzato si fa strada, per la Germania insostenibile. Ma Merkel mantiene sul piedistallo.
 
Al bicchiere della staffa di Angela Merkel a Bruxelles questa volta presiede Macron. Il presidente francese in carica non lascia la cancelliera sola un momento, sa che i suo predecessori, Hollande e Sarkozy, venivano regolarmente sbeffeggiati al bar la notte in albergo.
 
La Juventus vince a San Pietroburgo ma gioca male e anzi malissimo, dice il cronista. Che in pagella dà però agli juventini sei e anche sette, con qualche 5,5. Le pagelle sono un brutto ricordo?
 
In questa riapertura autunnale a Roma è sempre ora di punta. Il traffico intasa le strade alle dodici o alle quindici come alle otto di mattina o alle sei dei sera. Si direbbe la città affaccendata, ma a correre di qua e di là: sono pochi quelli che lavorano?
 
Molti a Roma hanno evidentemente anche di che spendere, a vuoto. La pandemia non ha significato crisi economica? O siamo tutti pensionati?
 
“Giovane uccide in chiesa deputato inglese, titola Molinari, “la Repubblica”. Sarà stato un amante deluso del deputato? Un avversario politico? Un condomino? No, è un terrorista, identificabile (si è seduto freddo accanto alla vittima): somalo, mussulmano. Ma la verità non si può dire.
C’è un motivo di ordine pubblico per non dirla? Qualche politicamente corretto? No, né ordine né correzione, c’è l’ipocrisia.
Tanto più perché la vittima è cattolica?
 
“ Esistono per la Uefa, la federazione europea del calcio, Stati che non esistono per l’Onu: lo Shakthar Donetsk, della Repubblica del Donbass, e lo Sheriff della Transnistria. Un altro diritto internazionale? Potenza di soldi? Ucraina e Moldavia, gli Stati abbandonati, non protestano.
 
Dire i no vax fascisti è facile, e i media, senza eccezione, vi si adagiano. Fascisti? Più interessante sarebbe vedere se e in che misura il covid – i contagi, i morti, la paura – abbia creato un disagio psichico, una forma di isteria, che si vuole negazionista. 

Combattenti tedeschi per l'Italia

Anche nelle guerre tedesche c’è un aspetto umano. Nella prima, 1914-18, non  dissimile da quello dei milioni di altri fanti, italiani o francesi, impantanati nelle trincee. Nella seconda alla Linea Gotica, per esempio. Che fu teatro di guerra, oltre che di rappresaglie – al passo della Futa il cimitero tedesco ospita 30.683  salme.
Nella Resistenza tedesca al nazismo, che fu forse numericamente la più ampia in tutta Europa, dal 1933 al 1945, anche se la meno efficace, c’era pure la Wehrmacht. Non l’istituzione Esercito, ma numerosi soldati. Che nel 1943 in Italia, e prima ancora in Francia, in Belgio e in Olanda, anche in Polonia, avevano scelto di disertare. “Disertori tedeschi nella Resistenza italiana” è il sottotitolo di questa raccolta.
Al conteggio, per quanto di malavoglia, circa 300 mila tedeschi hanno disertato sui vari fronti tra il 1939 e il 1945. Non era una scelta di furbizia: rischiavano la pena capitale. Un decimo sono stati processati per Fahnenflug , fuga dalla bandiera, reato punibile in guerra con la fucilazione, e successivamente con pene comunque rilevanti. In Italia, tra fine 19543 e primi 1945, un migliaio di soldati tedeschi della Wehrmacht, qualcheduno della Kriegsmarine o della Luftwaffe, scelsero di disertare. Nascondendosi oppure, in maggioranza, unendosi ai partigiani italiani. Erano slavi per lo più, ma anche tedeschi e austriaci. Il capitano di vascello Rudolf Jacobs guidò numerose azioni di Resistenza, finendo morto in combattimento in Lunigiana. Un gruppo di marconisti,  “i cinque di Albinea”, operarono per la Resistenza nella zona di Reggio Emilia – catturati nell’agosto del 1944, furono fucilati. Sulle Alpi, in Carnia e in Val Passiria, si formarono distaccamenti di disertori, nell’ambito della Resistenza. Coinvolti nella Liberazione furono anche alcuni civili tedeschi in Italia – fra tutti si ricorda il futuro traduttore di Primo Levi, Heinz Riedt.
Qualcuno è poi rimasto in Italia, integrandosi nella comunità locale dove aveva disertato. Molti sono morti. Altri hanno affrontato un difficile dopoguerra in patria: la diserzione, quale che sia il motivo, è causa di disonore, nella psicosi della “pugnalata alla schiena”, il teorema complottistico tedesco – la Germania non perde le guerre, se non perché è tradita, da generali, comunisti, disfattisti, da chiunque. Ed è punita di diritto, anche a distanza di tempo: le pene per i disertori sono state ridotte solo una ventina d’anni fa, il processo di riabilitazione per i disertori politici si è concluso solo ne 1917, quando tutti erano morti, o quasi.
Resta questa così, dopo tre quarti di secolo, “una storia insolita” per Luz Klinkhammer, lo storico italianista che dirige a Roma l’Istituto storico germanico, pioniere anche di questi studi (“L’occupazione tedesca in Italia” e “Stragi naziste. La guerra contro i civili 1943-1944”). Carrattieri e Meloni, storici contemporaneisti a Bologna, raggruppano e presentano una dozzina di ricerche locali, di personaggi e situazioni particolari, a Sarzana, Cuneo, Genova, in Maremma, Carnia, Alto Friuli, Parmense, Oltrepò pavese. Con un paio di saggi fuor tema, sulla diserzione “intellettuale”, dello scrittore Alfred Andersch e del pittore Walter Fischer. Una serie di microstorie, perché ogni situazione, si può dire, fu diversa, specifica, È una storia difficile da recuperare, per lunghi anni non è stata semplice anche per la diffidenza verso “il tedesco”: molta Resistenza non era organizzata politicamente, si faceva per reazione, d’istinto, contro l’occupazione – e contro “il tedesco” - anche prima dell’8 settembre.
Manca il caso più celebre, anche più significativo: quello del figlio primogenito di Ernst Jünger, Ernstel, confinato in una compagnia di disciplina, con i delinquenti cioè, a 18 anni, dopo un processo per disfattismo e una condanna a sei mesi, per non aver professato il nazismo, trovato morto sempre diciottenne durante un rastrellamento partigiano sulle alture di Codena, sopra Carrara. I partigiani, che cercavano chi aveva dato il colpo di grazia a uno dei loro, dentro un cespuglio trovarono due morti tedeschi. Uno era Ernstel Jünger. Un oppositore del nazismo combattente per una guerra di occupazione, quella tedesca in Italia dopo l’8 settembre. Ma ucciso da un colpo alle spalle: erano stati i partigiani, nel precedente scontro a fuoco, o un “fuoco amico”?
Mirco Carrattieri-Iara Meloni (a cura di), Partigiani della Wehrmacht, Le Piccole Pagine, pp. 359, ill. € 20

venerdì 22 ottobre 2021

Secondi pensieri - 460

zeulig


Amore
- È bellezza. Cioè una proiezione felice di se stessi. Ci innamoriamo di, ammiriamo, onoriamo la bellezza. Di una persona, un elemento, una veduta. Cioè di un’immagine, che è nostra – la persona può non rispondere ai canoni, peraltro mutevoli, della bellezza, di persone giovani e di persone mature, dei luoghi c’è l’amore del semplice, del geometrico (il palazzo, il giardino all’italiana), del pittoresco, dell’orrido. Ammiriamo,  onoriamo,  ci innamoriamo - o disamoriamo quando non proiettiamo più sull’oggetto dell’amore l’immagine della bellezza – per motivi soggettivi, anche quando li vogliamo oggettivi (un niente può rompere l’incanto, una frase, un suono, uno sguardo).
  
AutenticitàEigentlichkeit , autenticità, è in tedesco ciò che si possiede in proprio, in primo luogo se stessi. È all’origine liberarsi dal “cane da maiale” interno.
Il “gergo dell’autenticità”, dileggiato da Adorno nell’opera omonima (“Il gergo dell’autenticità”) è fatto risalire da Johann Chapoutot, “La norme nazie à l’école de l’antiquité”, a una pratica e a un’espressione di caccia antica, “liberarsi del cane da maiale interiore” – espressione “utilizzata dai nazisti e ancora molto corrente in Germania”. Liberarsi da tutto ciò che indebolisce il carattere: “L’espressione (liberarsi dal cane da maiale interiore, n.d.r.) è derivata da una pratica cinegetica antica, che consiste a stancare il cinghiale (maiale selvatico) con i cani da caccia, fino a che sia troppo stanco per fuggire o per caricare. Lo Schweine-Hund, il cane da maiale, così utilizzato è l’animale che consegna il combattente al suo boia. Metaforicamente, il «cane da maiale interno» è ciò che indebolisce il carattere. Corrente nelle SS, l’espressione è oggi in voga nei centri sportivi urbani…”  
 
Automobile – L’oggetto epocale. La “cosa”, il feticcio. Che ha dominato il Novecento e ora si tenta di domare - derubricare dal piedistallo e quasi dalla beatificazione (la velocità, il viaggio, l’annullamento dello spazio). Richiama il mito d Fetonte, il figlio del dio Elio, il sole, che chiese al padre e ottenne di poter guidare il carro del Sole, ma, perduto il controllo dei cavalli, incendiò mare e terra – finché Giove non lo uccide con un fulmine.
 
Beatitudine – Può essere – è in Rilke – Seeligkeit, piuttosto che Seligkeit: cioè qualcosa che ha da fare con l’anima, e quindi col “divino in noi” (Rilke è di religiosità profonda e vasta, perfino invadente, anche nei concetti che si penserebbero più remoti, eros, polemos, natura). Un approccio – un legame – che è della stessa parola nel corrispondente italiano.
 
Darwinismo – La Bibbia si può dirne la base, nel “Genesi” e dopo: l’uomo viene dopo gli altri animali, ed è fatto di fango. Viene a capo di una evoluzione, ed è prodotto della terra.
 
Denaro – Ha potere assoluto, in senso metaforico e metafisico prima che politico o di forza? Così Marx lo tratteggia nei “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, commentando come soleva, da filologo mancato, il “Faust” di Goethe. Là dove Faust si consola: “Ah, diavolo! Certamente mani e piedi,  testa e sedere sono tuoi! Ma tutto quello che io posso godermi allegramente non è forse mio?” In particolare il denaro,  grazie al denaro: “Se posso pagarmi sei stalloni, la loro forza non è forse la mia?”. Col commento: “Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso non è quindi determinato dalla mia individualità. Io sono brutto ma posso comperarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro”.
 
Ermeneutica – Non c’è niente come l’insensato per produrre interpretazione”, U. Eco (“Non sperate di sbarazzarvi dei libri”), l’autore del trattato sull’interpretazione.
 
Erotismo – Si autocelebra, è autoerotismo in Platone come in Rilke. Nella riflessione (argomentazione, lirismo, Accensione-invasamento), cioè nell’autosuggestione. Ciò ne spiega la brevità, connessa all’intensità, l’occasionalità (abruptness, amour fou), l’intercambiabilità (di fisico, viso, sguardo, voce, allure). L’Altro è una sorta di pietra focaia, su cui accendersi di scintille, colorate, calorose e labili - qualcosa più di un botto, ma di meccanismo analogo: riempito e sigillato alla stessa maniera, per esplodere e finire.  
 
Europa – Tra Stalin e Hitler, 1933-1953, venti anni appena del secolo XX, cento milioni di morti per violenza sono state censiti. Più, forse, che in tute le guerre della storia, la Prima cruentissima guerra mondiale compresa. La civiltà europea è - è stata - l’anticristo all’opera? La religione statale, statalista?
 
Fine del mondo – È fantasia occidentale? È biblica – dal diluvio. E ricorrente. È sintomatico che ricorra, come oggi, in periodi di massima affluenza storica – di affluenza (ricchezza, sicurezza, benessere) maggiore che in precedenza, nuovo record. È una forma di scongiuro, apotropaica? C’è un bisogno di sentirsi-essere insicuri per garantire il futuro?
L’ideologia della crisi non è un’ideologia, è un dato, un modo di essere. Un sedimento utilitaristico: prepara e consente il futuro, in un percorso elicoidale di progresso-soddisfazione-crisi-progresso.  
 

Gioconda -   L’equivoco del dipinto è nel nome. “Mona Lisa” non è propriamente gioconda. Ha la posa e l’espressione della Sfinge del Cairo. Come Leonardo non la conosceva ma come l’ha vista, vissuta e descritta Rilke, e di fatto per ogni osservatore.
La stessa sensazione di Rilke si può presumere che Leonardo abbia vissuto altrimenti. A nche non nella situazione di Rilke – viaggio (spaesamento), tramonto, notturno lunare, spazio vuoto di turisti, che l’espressione della Sfinge traducono in luce incerta, in suono inarticolato.
 
Ideologia – Si può dirla radicata, antropologicamente. La Russia, che sembrerebbe essere stata patria del sovietismo (la rivoluzione marxista-leninista) per caso, a trent’anni di distanza dal sovietismo continua a considerarsi, oltre che a essere considerata, inassimilabile – al mercato, al liberalismo, all’Occidente. Il Vietnam invece, che ha combattuto una guerra lunga e cruenta contro il capitalismo e il liberalismo, vi si è subito adattato. La Cina, pur essendo controllata d a un partito Comunista molto intromettente, non ha visto l’ora di adeguarsi al mercato più liberista.
   
Immagine – È soggettiva, direttamente, senza infingimenti: il nocciolo nudo della conoscenza – la conoscenza in immagine invece che in parole. In disegno, pittura, scultura, anche in pellicole, è come nella scrittura: una proiezione. Una creazione, l’immagine è interiore. Anche quella della vista, di una persona, un ambiente, un evento. È la “immagine del cor” di Michelangelo, come nota Hillman, lo psicagogo dell’immagine, dell’immaginazione al comando (James Hillman-Silvia Rochey, “L’ultima immagine”) – “Amor, la tua beltà non è mortale:\ nessun volto fra noi è che pareggi\ l’immagine del cor, che ‘nfiammi e reggi\ con altro foco e muovi con altr’ale”.  
 

Infanzia - E d’uso evocarla, in letteratura, al cinema, in analisi. Non una qualsiasi, osservabile, la propria. Aguzzando la memoria – la memoria aguzzina? Deducendo, da ogni sia pur vago indizio. Contestualizzando, “realtà” storiche, familiari, amicali, memorialistiche. Il ritorno all'infanzia, con qualche fondo di verità, esplorando il più possibile con consapevolezza, oltre che determinazione, non è il ricordo di un sogno. È un ritorno sempre vigile. Specie quando è sottoposto a un controllo rigoroso, il più possibile.
 
Riso – È sociale, una forma di condivisione? Umberto Eco: “Si veda un film comico da soli. Non si ride” (J.-C.-Carrière-U.Eco, “Non sperate di liberarvi dei libri”). Ma un libro comico – ce n’è, anche di Eco –si legge quasi necessariamente da soli. E si ride.


zeulig@antiit.eu

Annie erotica

Una riscrittura. Di un incanto, una possessione, una stregoneria. L’incapricciamento di un anno per un uomo più giovane, semisconosciuto. O l’amore carnale, di desiderio pieno. Con un corpo, più che con una persona. Una malia, una magia. La libertà sessualità infine guadagnata dalle donne, da una donna - non la promiscuità, il piacere. Una storia vera, o forse no, è un esercizio di scrittura, “stai a vedere come ti sdogano il porno”, ma il lettore ne è a sua volta incantato - la verità della cosa, sia pure un commerciale succès de scandale, passa in secondo piano. Annie Ernaux prova a raccontare l’erotismo come lo si vive, riempiendo le attese e gli incontri dei gesti e gli atti del sesso, e ci riesce: il sesso scritto qui funziona, in questo che è probabilmente l’unico suo racconto non tradotto.
Nel 1989, mentre l’Urss crollava, ma il lettore può non saperlo, non se ne dice niente, sapiente anti-climax, il racconto lungo, dettagliato, del desiderio-bisogno di un rapporto sessuale che la narratrice-autrice, trattandosi di un diario,  avrebbe vissuto con un russo non identificato, di cui sappiamo solo l’iniziale, S., alto, glabro, e quindi magico a toccare, la pelle e le voglie di un ragazzo, l’interprete-spia, come allora usava, incontrato in un viaggio in Urss a fine 1988, che poco dopo emerge a Parigi, all’ambasciata, a non precisate attività culturali. Lei cinquantenne, lui di una dozzina d’anni più giovane. Hanno fatto l’amore con trasporto, con violenza, senza una parola, l’ultima notte che la narratrice ha passato a Leningrado, ne riprendono la pratica a Parigi. A scadenze non fisse, il giorno e l’ora all’umore di lui, ma ogni volta con trasporto pieno, di lui e di lei, senza soste, pure in piedi per la fretta, sul pavimento, sul divano, nello studio, di lei o di uno dei suoi due figli. E non si ride, si partecipa.
Ogni minuto lei vive, anche nella vita ordinaria, sulla metro, a passeggio, al supermercato, nel pensiero di lui, un’ossessione, dolce. Anche quando, cioè sempre, lui si fa desiderare – non c’è modo per lei di attivare il rapporto, le cose succedono quando decide lui. Un rapporto allora di dipendenza? No, nemmeno questo: è l’assoluto del desiderio, ingovernabile. Forse troppo ben scritto per essere un racconto diaristico come pretende, dal vivo. Ma il lettore non lo sa.
Questo “Se perdre”, perdersi, titolaccio alla Yvonne Samson, è il rifacimento, dieci anni dopo, nel 2000, di “Passione semplice”, la storia breve della stessa avventura scritta nel 1990, a ridosso dei fatti (ma il film di Daniele Arbid sulla vicenda “L’amante russo”, “Passion simple” nell’originale francese, è sceneggiato su “Se perdre”, nei limiti del visibile). Molto più lungo della prima versione, cinque-sei volte, con molti dettagli e con molte riflessioni. E più nella cifra di Ernaux, della storia vera, raccontata sui diari.
L’artificio è qui manifesto: non c’è diario così esteso, per quanto la passione possa volersi ingombrante, eccessiva. Ma l’effetto è sorprendente: è il solo racconto erotico, di potenza a sua volta eccitante, che si possa probabilmente leggere in letteratura. Ed è scritto da una donna – le “Sfumature” di mano femminile di qualche decennio dopo, pur collocandosi per programma nel pornosoft, sono acqua fresca.  
Con S. (A. nella prima redazione) ha superato ogni limite, la narratrice confessa nella prima redazione della vicenda, “Passione semplice”: “Grazie a lui mi sono avvicinata al limite che mi separa dall’altro, al punto d’immaginare talvolta di oltrepassarlo. Ho misurato il tempo altrimenti, con tutto il mio corpo. Ho scoperto che si può essere capaci come dire di tutto”.

Chi è S., “addetto culturale” senza cultura? Ma lui, che non parla mai, mezza frase la dice: “Lavoro nela sicurezza. Cose importanti, di uomini importanti. È complicato”. Comunque non interessa: è un corpo, agile, alto, muscoloso e a pelle, col quale lei fa l’amore senza riguardi, anche se non è bello, usa slip russi ridicoli, che si sfilacciano, e non si toglie i calzini, notazione rituale (ma in “Passione semplice” al rito della rivestizione dice che se li era tolti – “Lo guardavo abbottonare la camicia, infilare i calzini…”). E non ha nome. Un destino più che un uomo. O il sogno di un desiderio: la narrazione degli incontri, delle attese, del contatto fisico immediato, degli amplessi concitati è inframezzata, sottolineata, prolungata dai sogni – la narratrice na fa due e tre per notte. “Questa derealizzzione conferita dall’iniziale”, S., avverte l’autrice nella nota che precede la pubblicazione del “diario”, “mi sembra corrispondere a ciò che quell’uomo è stato per me: una figura dell’assoluto, di ciò che suscita il terrore senza nome”.
Ernaux ha insegnato per molti anni le letterature, e si sente. Ma la lettura è possessiva anch’essa, ipnotizzante.
Annie Ernaux, Se perdre, Folio, pp. 377 € 8,60

giovedì 21 ottobre 2021

Problemi di base femminili di dizione - 665

spock

Perché le attrici italiane, anche le doppiatrici, non vanno a scuola di dizione?
 
Perché bofonchiano, pensano che parlare indistinto  sia imitare la vita reale?
 
Perché i registi,  produttori, dirigenti Rai, Mediaset, Sky, Netflix, Amazon, Disney non le correggono?
 
Siamo in tempi di #metoo, cosa ci sperano – i produttori, registi e dirigenti?
 
Anche le registe, produttrici e dirigenti donna?
 
E dunque, cosa aspettano, la scuola non è ricominciata, dal vivo?

spock@antiit.eu

Andare all'inferno con Dante - ma viene meglio scritto

Dalle figurazioni dell’“Inferno” di Dante, dipinti, incisioni, disegni, miniature, sculture, con due film muti dei primi anni 1920, a quelle del diavolo, fino alla guerra, il carcere, la fabbrica, il manicomio. Per ultimo le stelle, in qualche dipinto o incisione, nei versi di Leopardi e di Rilke, e nelle immagini in movimento del firmamento con il telescopio spaziale Hubble.
Un viaggio figurativo del Male, in età moderna e contemporanea. Dal Beato Angelico alle incisioni di Goya e di contemporanei spagnoli e catalani. Clair, storico dell’arte (“Critica della modernità”), Accademico di Francia e curatore di mostre, ha voluto ricordare in questo modo il centenario di Dante, di cui si sono concluse le celebrazioni.
Una mostra che fa epoca. E per più aspetti sorprendente, con la “Caduta degli angeli ribelli” di Andrea Commodi, primo Seicento, un dipinto e un pittore tenuti nelle segrete degli Uffizi, che la mostra squaderna anche in rilievo 3D, o col “Diavolo” frontale monumentale di sir Thomas Lawrence, tardo Settecento: un tripudio di corpi maschili in ogni posizione. Ma, indirettamente, è un omaggio alla parola di Dante, rispetto alle immagini che pure tanti artisti di nome hanno provato a ricavarne – la lista dei nomi che le Scuderie e gli organizzatori possono vantare è lunga, ci sono anche Rodin, con grandi progetti, Bosch, Breughel il Vecchio, i napoletani Salvator Rosa e Monsù Desiderio, Delacroix, Bouguereau, Manet, Balla, Otto Di, et al. - ma forse poco ispirati.  
Jean Clair,
Inferno, Scuderie del Quirinale

mercoledì 20 ottobre 2021

Letture - 470

letterautore

Classico – È l’arte della fanciullezza, della fanciullezza dell’umanità, argomenta Marx nei cosiddetti Grundrisse, l’“Introduzione alla critica dell’economia politica” del 1857: l’arte greca nacque nell’epoca della fanciullezza dell’umanità, in uno stadio insieme poco evoluto e sorpassato, che non può più tornare, ed è per questo che continua a suscitare in noi un godimento estetico, e insieme anche un canone e un modello.
Contestabile, la “fanciullezza dell’umanità”, ma rende l’idea.

Dante – È anche erotico. Un’icona gay, occulta, almeno nella prima camntica? La mostra “Inferno”, in corso alle Scuderie del Quirinale, di dipinti e incisioni, montata da Jean Clair, il “critico della modernità”, esibisce una serie formidabile di nudi maschili, rappresentati liberamente, lubricamente, in ogni posizione. A partire dal dipinto subito all’ingresso, la “Caduta degli angeli ribelli” di un Andrea Commodi, che gli Uffizi hanno tenuto in cantina fino a oggi, una sarabanda lubricissima di nudi maschili – che Clair ha fatto scolpire a tutto tondo, la tela svolgendo in un cilindro animato. O al finale, gigantesco, “Satana schiera le sue legioni”, un frontale monumentale che sfida il miglior regista porno, di Thomas Lawrence, sir per il re Giorgio III.

Non c’è stato sempre. Il Seicento figura “secolo senza Dante – solo tre edizioni della “Divina Commedia” e niente di altro. Per quasi due secoli, da fine Cinquecento fino a quasi tutto il Settecento: riscoprono Dante il tardo illuminismo e il primo romanticismo.
Dante è peraltro la “Divina Commedia”. Che anch’essa era nata in sordina, benché subito notata, come “Comedia”. Divina poi nel commento di Boccaccio. L’aggettivo entra nel titolo, in copertina, nell’edizione a stampa di Ludovico Dolce per l’editore Giolito a Venezia, nel 1555. Per subito poi cadere nell’oblio.  

Dorian Gray – È un capostipite, di molti ritratti analoghi – ogni grande autore di Fine Secolo, tra Fine Ottocento e primo Novecento, ne avrà uno, ma della letteratura germanica: Malte Laurids Brigge (Rilke), Törless (Lusil), Tonio Kröger (Th.Mann – ma anche Tadzio, per aggiungere ambiguità al mito dell’Autore, già robusto ma grave, bloccato sui “Buddenbrook”), il “figlio” di tanto Thomas Bernhard. Sulla traccia del “Wilhelm Meister” – anche il Bernhard anti-Goethe. Un racconto di formazione, ma più in forma di ritratto che di eventi. E un po’ morboso, come voleva Fine Secolo – il prototipo Oscar Wilde avendo costruito sulle fantasie paraestetiche, o paramistiche, di Huysmans, “À rebours” – “Controcorrente”.  

Germania – È la “Sassonia” di Gadda, di molti suoi borborigmi.

Giro di posta – Si diceva della lettera che arrivava il giorno dopo e veniva risposta con la stessa velocità, subito – “a giro di posta”, “a stretto giro di posta”. Da tempo desueto, almeno nel sistema postale italiano, dove le lettere, anche raccomandate, arrivano quando capita, dopo un giorno, una settimana, un mese. La mail ha sostituito il “giro di posta”, ma non è la stessa cosa: di utilità impensabile per la comunicazione istantanea, ma non più per quella scritta – si può scrivere anche elettronicamente riflettendo, ma il mezzo non si presta, con whatsapp si va sintetici, con la mail veloci, poco riflessivi.

Intellettuale – In francese il Petit Robert lo attesta nel 1265, come derivato dal basso latino  intellectualis, nel senso di spirituale e morale, e anche di mentale. Come l’italiano. In entrambe le lingua come aggettivo. Come sostantivo è del tardo Ottocento. In tedesco la parola nasce prima, con gli Intelligentzblätter, giornali locali, quasi tutti ufficiosi, di proprietà del principe, che nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento ebbero  l’esclusiva della pubblicazione degli annunci economici.

Italiano – Cent’anni fa, nell’ottobre del 1921, dal 17 al 28 ottobre, Einstein tenne a Firenze una serie di lezioni e seminari, invitato dal matematico Federigo Enriques, in italiano. L’italiano aveva parlato da ragazzo, vivendo con la famiglia a Pavia, dove gli Einstein erano comproprietari e gestori della fabbrica elettromeccanica Einstein&Garrone. La famiglia di Albert si era trasferita da pochi mesi a Milano, e successivamente a Pavia. Dove abitò palazzo Cornazzani, un fabbricato con giardino, di origine medievale, già residenza per un periodo di Foscolo.  Albert, quindicenne, era stato lasciato a Monaco a proseguire gli studi, in preparazione all’ammissione al Politecnico di Zurigo. Ma entrò in urto con gli insegnanti del Luitpold Gymnasium, che non lo appezzavano, simulò un esaurimento nervoso, e lasciò la scuola per Pavia. Dove arrivò, pare, all’insaputa dei genitori, e vi trascorse l’estate dei suoi sedici anni. Una lunga estate, preparando da solo l’ammissione al Politecnico, dove fu accettato, ma abbastanza evidentemente per imparare l’italiano. Di una compagna di svaghi estivi, Ernestina Marangoni, della vicina Casteggio, amica della sorella Maja, rimase amico tuta la vita. 
 
Nomi
- Si scrivono i nomi degli immigrati africani e asiatici, anche di seconda generazione, con la grafia francese o inglese del colonialismo. Assurdo, anche se sono così segnati nei passaporti di origine - nei paesi ex-colonie dove ancora si pratica il bilinguismo.
Assurdo anche perché il politicamente corretto emerge come ipocrita. Dovrebbe essere interesse degli immigrati farsi correggere la grafia del nome, invece di esibirla come una sorta di patente di nobiltà – io sto in Italia ma vengo da un paese “inglese” (inesauribile “invenzione della tradizione”, un altro capitolo).
 
Poe – Si può dire creazione o scoperta francese. Dopo Baudelaire, Mallarmé e Valéry, che lo hanno proclamato scrittore eccelso. Mallarmé è autore di un celebre sonetto “La tomba di Edgar Poe”. Dopo averlo detto il primo e il migliore dei contemporanei. “Il poeta americano ha, da vent’anni, suggerito una parte delle impressioni di cui vivono gli uomini della generazione contemporanea”, scriveva a Swinburne il 6 giugno 1876. E, nelle “Scolies” a commento della traduzione delle poesie di Poe: “Tutta la generazione, dall’istante in cui il grande Baudelaire produsse i ‘Racconti’ indimenticabili, fin a ora che leggerà i suoi ‘Poemi’, ha sognato Poe”.  Il sonetto fu scritto in occasione dell’erezione a Baltimore di un momento in onore di Poe, il 16 novembre 1875, su un libro d’immagini pubblicato subito dopo nella stessa città per quell’occasione - fu pubblicato in Francia sette anni dopo, nel 1883, a cura di Verlaine, nello studio su Mallarmé che fa parte dei “Poeti maledetti”.
Per Valéry è lo scrittore senza peccato, e il più ammirato, dopo Baudelaire e Mallarmé. Presentandosi a Mallarmé con una lettera il 21 ottobre1890, quindi a 23 anni, lo proclama suo maestro insieme con Poe.  In una lettera successiva, il 18 aprile 1891, ribadisce la sua “devozione particolare” a Poe, che l’ha condotto a “a dare per pegno al poeta l’analogia”. Più entusiasta ne scrive a Gide il 13 giugno 1892: “Poe… è il solo scrittore senza nessun peccato. Mai si è ingannato – non istintivamente guidato – ma con lucidità e felice riuscita fece la sintesi delle vertigini…”. Un altro se stesso.

Poesia araba – È la poesia dei sensi per Rilke. In “Ur-Geräusch”, il primo rumore, il primo suono, una prosa breve del 1919, Rilke vede nella poesia araba l’iniziazione all’uso dei cinque sensi, il suono, l’odorato, il tatto eccetera. A differenza di quella, occidentale, che invece è solo visiva. Nella poesia araba i cinque sensi hanno ciascuno sempre “simultanea e armonica presenza”, mentre nella poesia “occidentale” i sensi sono scarsamente considerati, a eccezione della vista, e quando emergono sono tenuti lontani, chiusi in precostituiti “territori”.

leterautore@antiit.eu

Il lieto fine lo perdona il paesaggio

E vissero felici e contenti, il vizio dichiarato della serie Rai, “Purché finisca bene”, una storia dall’esito scontato, una sfida?, si perdona qui con gli sfondi delle rocce di Scila e delle spiagge di sabbia di Pizzo e lo Zambrone - di fronte, vicino, a portata di mano (da qui il titolo, il fenomeno ottico Fata Morgana) la  Sicilia. Il friulano Oleotto trova anche la misura giusta, senza sottolineature, né della calabresità della protagonista né della milanesità dell’antagonista-poi-si-sa-come-va-a–finire ambrosiano – peraltro oriundo. Supportato da Nicole Grimaudo che sembra intagliata nel ruolo, di madre single tanto attiva quanto confusa e confusionaria. E da Davide Iacopini incredibilmente sobrio, in tutte le sfaccettature del personaggio.
Su un pretesto banale (due donne di Scilla vogliono diventare armatrici, di una “spadara” – le barche con l’altissimo pennone, che stanno lì per le foto, i giapponesi con i pescherecci d’altura da mezzo secolo ormai avendole messe fuori corso) e una localizzazione turistica (malocchio, magia, superstizioni, giaculatorie – san Cipriano a Scilla?), la storia di buoni sentimenti riesce comunque a decollare. La sceneggiatura si riscatta con i dialoghi, la regia con i ritmi, il racconto non mostra mai la sua inconsistenza.
Matteo Oleotto, Tutta colpa della Fata Morgana, Rai 1

martedì 19 ottobre 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (471)

Giuseppe Leuzzi
“Due settimane fa sono venuti in 400 al Cimitero Monumentale di Milano”, ricorda Giacomo Poretti di Aldo, Giovani e Giacomo, con Elvira Serra sul “Corriere della sera” a proposito dell’ape-teatro,  teatro ambulante e poco “teatrale”: “C’erano 5 fiati, io declamavo una cosa su sant’Ambrogio e sant’Agostino, un tedesco e un terrone africano”. Beh, è vero: il milanese si sposta anche al Cimitero, per “una cosa” tra due santi. Ed è pure vero che il tedesco e il terrone convivevano (insomma, si vedevano) a Milano.
 
“C’è una probabilità di mortalità infantile del 47 per cento superiore al Sud rispetto al Nord-Est dell’Italia”, Giorgio Parisi, Nobel per la Fisica. Una probabilità, cioè la proiezione del dato odierno in futuro. Cosa di cui il Sud non si è accorto? La sanità non è regionale?
 
Mafia. Un’altra etimologia è da aggiungere alle tante avanzate? Dal nome dell’isola di Mafia, in Tanzania, che deriva dall’arabo “morphyeeh”, gruppo.
 
Il risveglio del ghiro
All’improvviso un paese familiare, una comunità ignara, si scopre luogo di vertici di mafia, con banchetti di ghiri (banchetti di ghiri?), all’ombra della marijuana. Un mese o due fa tre individui sono stati scoperti coltivare marijuana su un terreno comunale, vecchio uso civico, 730 piante sono state censite. La giustizia segue il suo corso, e dopo un mese, o due, in casa degli stessi, o di uno dei tre, 235 ghiri sono rinvenuti congelati, in una cinquantina di sacchetti, più qualcuno vivo in gabbia. Di che bollare la comunità sui siti mondiali, le corrispondenze locali, i commenti affranti, con la teoria che i ghiri servono ai banchetti dei mafiosi, alle “mangiate” come si sognano a Reggio Calabria: “Ghiri, ‘ndrangheta e tradizione”, “la caccia ai ghiri e il potere della ‘ndrangheta”, “‘ndrangheta e caccia ai ghiri, il significato di un rito ancestrale”, “sequestrati ghiri congelati, piatto preferito dei boss della ‘ndrangheta”, ”è il cibo preferito dei boss di ‘ndrangheta”… L’enumerazione è inutile, videomaker, cronisti, notisti, ritualisti ripetono a pappagallo l’imbeccata. In due versioni: il banchetto era dei capimafia, oppure delle cosche di mafia quando devono siglare un patto scellerato, o una pace dopo le faide – “i ghiri sono considerati segni di potere”. Con scandalo naturalmente degli animalisti. Ma facendo un torto agli uomini di potere ‘ndranghetisti, considerati scemi.
Il ghiro è simpatico, ed è specie protetta. In Calabria è anche cibo apprezzato, molto. Lo era prima, quando la caccia era libera, e lo è rimasto anche ora che non è più cacciabile. Si capisce che dei bracconieri ne tenessero grandi quantità in freezer (ma 200? anche 100 è difficile da credere, non ce ne sono molti in giro, e la cattura è complicata). Ma anche questa non è una novità, la novità è solo che la pratica si facesse nella loro comunità, che è nell’Aspromonte. E soprattutto quello che si fa sapere ai siti mondiali, ai corrispondenti e alle gazzette locali: che il ghiro è cibo di mafia. O non sarà il ghiro matière de Calabre, come gli inchini delle Madonne ai mafiosi? Una saga locale alla maniera dei Reali di Francia. Che magari sostituisce la quotidiana “dichiarazione di esistenza” dei Cacciatori di Calabria, l’unità speciale eliportata a caccia delle sue ore di volo mensili? O di un giudice di Reggio a beneficio dei giornalisti, sempre utili – una dichiarazione è sempre meglio che lavorare? I mafiosi considerando stupidi o folklorici. La verità della cosa è che l’animaletto si vende a 5 euro l’unità. Una cifra da Christie’s.
Questo si sa. Nella celebrazione post-freezer un sito lo ricorda, indirettamente: “L’uso di cibarsene, bollito nel sugo o arrosto, risale ai legionari romani, che si portavano dietro contenitori in cui allevavano i roditori per avere a disposizione cibo per i momenti di bisogno”. I mafiosi elevando a antichi romani?
Il ghiro è cibo pregiato in Calabria, dove ogni esemplare si vende a un prezzo medio che la Lav, lega anti-vivisezione, documenta in cinque euro per esemplare. La caccia ne è diffusa, a fini commerciali, specialmente nel Cosentino e nelle Serre. Nel Cosentino nelle regioni montuose, Sila (San Giovanni in Fiore, Rossano, Castelsilano) e Pollino (Orsomarso). Nelle Serre in una vasta zona, tra le province di Vibo, Catanzaro e Reggio. La caccia, dacché il ghiro è diventato specie protetta, è risultata ai controlli specialmente diffusa a Guardavalle, Santa Cristina dello Ionio, Nardodipace, Serra San Bruno, Stilo e Bivongi. Nelle stime della Lav, nel solo territorio di Guardavalle vengono catturati 20 mila ghiri l'anno. Che sembra un numero norme, ma chissà.
 
L’America ne sa di più
Della Calabria. Al secondo o terzo film, Jonas Carpignano, sceneggiatore-regista giovane di New York, con produzione, direzione della fotografia, montaggio e colonna sonora  americani, sa raccontare in “A Chiara” la Calabria come nessuno dei registi italiani, che pure vi si cimentano ultimamente numerosi. Dall’eloquio, una dizione accuratissima dei modi di dire, ai comportamenti, a partire dagli sguardi, con l’ironia, la bontà, il rispetto, lo scherzo,  il malinconico. Non maca il delitto – il furto, la droga: il racconto è dell’amore filiale, di una figlia che scopre nel padre amato un trafficante di droga. Ma niente western, niente gangster movie, come il cinema italiano vuole – anche quello che si ambienta per qualche scena in Calabria per i fondi della Film Commission regionale. Storia e, soprattutto, caratteri Carpignano crea che sembrano solo naturali. Corpi e visi non omogeneizzati, alla fine sempre belli della loro verità, modi di essere, di parlare (quanti troncamenti, polisemici ma non ambighi), di guardare, di ridere, sorridere, di abbracciarsi, litigare. Anche nell’omogeneizzazione, dell’abbigliamento, le barbe, i tatuaggi, il fumo elettronico, le canzoni, le cuffie, comuni a questi speciali ragazzi come a tutti i loro coetanei. Nonché un forte, intenso, racconto, un lavoro filologico, etnologico di prim’ordine, sottotraccia come dev’essere, e fedele.
Tutto questo naturalmente è merito dell’autore, della sua capacità di raccontare: Carpignano anche delle buone cose (buoni sentimenti,) sa fare un dramma, sa farle rivivere. La Calabria non ha merito. Ma è in Calabria, tra Rosarno e Gioia Tauro, che questo regista newyorchese, di famiglia altoborghese lombarda, che ha scelto e sa raccontare. Dire “A Chiara” un capolavoro non  è eccessivo, Un capolavoro questo, come prima “A Ciambra”, il quartiere sul Petrace ora degradato delle case popolari costruite negli anni 1950 per sedentarizzare gli zingari a Gioia Tauro (come Arghillà, altrettanto degradato, a Reggio, e a Catanzaro quasi in centro, dove invece mantiene un qualche decoro): un Kusturica girato con pochi mezzi ma altrettanto memorabile. E prima ancora “Mediterranea”, di un Carpignano nel 2014 trentenne, sui due esiti dell’immigrazione, girato nella bidonville di Rosarno-San Ferdinando: un fratello accetta l’integrazione, per quanto povera, un  fratello la rifiuta. Ma è comunque un racconto onesto, oltre che di sorprendente attrazione, a fronte dello scontato fondale di brutti, sporchi e cattivi, da western senza luce, che fanno l’immagine di tutto ciò che si lega alla Calabria.  
Un film fatto recitare alle famiglie Rotolo, Amato e Furno. Con una buona dose quindi di rom integrati, anche qui. E a un africano immigrato, lo stesso attore di “Mediterranea”, al lavoro, vigile e distaccato, come unico sensato.
Con un omaggio, pur senza inalberare buonismi, anzi perplesso, al programma “Liberi di scegliere”, dell’avvocatessa docente G.M. (Giuseppina Maria) Patrizia Surace, reggina, una lunga carriera di studi, consulenze e applicazioni per indirizzare la pena (carcere) e la sofferenza (familiari di delinquenti) a fini pedagogici, di formazione e indirizzo. Un capolavoro civile.  
 
Aspromonte
Garibaldi ferito ai Piani d’Aspromonte fu un evento mondiale - Cialdini lo aveva anche arrestato. Commosse e mobilitò l’opinione pubblica dappertutto in Europa, e perfino in America – dove Lincoln aveva pensato a Garibaldi per la guerra di secessione. In Inghilterra furono raccolte in pochi giorni per i feriti dell’Aspromonte ben quarantamila lire. A Hyde Park una manifestazione di protesta raccolse quarantamila persone. Da Lipsia una corona in forma di allora in oro fu offerta a Garibaldi. Da Magonza mandarono una cassetta di vini pregiati (ma Garibaldi era astemio…) Lettere e attestazioni di conforto giunsero dalla Svezia, dalla Russia, dalla Francia. Lincoln rinnovò a Garibaldi l’offerta di un alto comando nell’esercito nordista.
 
Arrivando ai Piani d’Aspromonte dopo una marcia di due giorni da Reggio, estenuati dalla calura di agosto su per le balze allora desertiche della Montagna, i giovanissimi garibaldini volontari trovarono finalmente rifugio nelle vaste pinete. E soprattutto di che mangiare: le patate “arrostite”. Che si mangiano oggi come allora, cotte, con la buccia, nella cenere.  Ricorderà Garibaldi a distanza di tempi i viveri “che la popolazione dei paesi circostanti ci offriva spontaneamente”, Sant’Eufemia, Solano, Cosoleto, e le patate: “Un campo di patate sfamò i primi giunti che avevano avuto pure la previdenza di portare seco alcune fascine secche, atte ad arrostire le patate, ciò che fu eseguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziosamente”-
 
Le trote fario, argentee col punto d’oro sulla guancia, illuminano i torrenti. Antonio si fa un vanto di pescarle con una semplice esca in punta a un bastone – per poi rimetterle in acqua. Antonio è camminatore e torrentista. Specialista delle acque interne – probabilmente il solo che ne sa qualcosa nel Parco, hanno bisogno di lui per discuterne in convegni e assemblee. Ma ne parla a memoria, ora non gira più. Troppe volte ha visto la calce viva nelle acque – con cui le Guardie Forestali si fanno la cena.
 
Concetta, la serva di casa Adorno nell’“Ultima provincia”, il racconto di debutto (1962) e il capolavoro di “Luisa Adorno”, ha “viso terreo, largo ed adunco ad un tempo, involgarito da capelli per natura troppo neri”. Probabile: è “quarantenne, non era avvenente”, e faceva la serva, devota, lontana da casa (seguiva Prefetto e Prefettessa nelle varie sedi). Ma ha anche “la rigidezza del corpo, piccolo, tutto d’un pezzo, di montanara calabrese”. Quante montanare calabresi avrà conosciute la simpatica scrittrice pisana Mila Curradi, maritata “Adorno”, che il 2 agosto è morta centenaria, al suo esordio?
 
Rumia è un laghetto, nel comune di San Roberto, ma vicino a Gambarie. Di etimologia incerta, nulla comunque a che vedere col quasi omonimo Urmia, oggi in Iran, nella parte settentrionale alla frontiera con la Turchia, vecchia patria degli Ittiti, attorno al quale si sono consumate molte battaglie russe per l’espansione verso Sud. Un po’ più grande di una pozza a fronte di un quasi mare. Se non che si respira la stessa aria. Scherzi della memoria? No, l’altezza sul livello del mare è la stessa, 1.270 m.
 
“Emilio Santillo fumava sigari avana, enormi e profumati” è l’incipit di un fulminante racconto di Franco Calabro trent’anni fa sulla “Gazzetta del Sud”, per i quarant’anni del quotidiano – “Su quella montagna dove abitano i diavoli” è il titolo di una serie di suoi racconti in tema. “Sulla sua scrivania teneva una pistola col calcio di madreperla con la quale amava gingillarsi, mentre intratteneva – la cosa era ormai un rito – l’inviato del giornale del Nord spedito di corsa «laggiù» per sentire cosa veramente questo gentiluomo campano (per noi tutti era «lo sceriffo») avesse scoperto dopo l’Appalachin della ‘ndrangheta, dopo la sorpresa della radura di Montalto, uno spiazzo tra enormi faggi nel quale, la prima domenica d’ottobre del 1969, i notabili della mafia della provincia di Reggio Calabria stavano tenendo una riunione.
I nomi delle persone incappucciate?
«Ve li daremo ma non adesso. Aspettate e vedrete».
Così il questore Santillo rassicurava gli inviati, offrendo sigari e whisky, centellinando a sua volta le notizie, una al giorno. «Così – diceva – li teniamo qui».
Per anni la favola degli incappucciati di Montalto, degli insospettabili, grosse personalità del mondo politico, si diceva, fatte fuggire nel momento dell’irruzione della polizia, è stata ripetuta, condita in tutte le salse. Siamo stati in pochi («gli altri vanno via, voi restate – diceva Santillo – perciò state attenti!») a saperlo dall’inizio: gli incappucciati di Montalto non sono mai esistiti”.
Erano “la brillante e un po’ cinica trovata di Santillo”, concludeva Franco, “il quale, così facendo, era riuscito a far tenere i riflettori accesi su di lui per mesi, anni addirittura”.
“Fuggire nel momento dell’irruzione della polizia” al Montalto è impossibile: è una radura aperta e scoperta, e non vi si arriva di sorpresa. E seppure gli incappucciati fossero stati sordi, non avevano dove scappare, non ci sono e non c’erano - al tempo degli incappucciati avevamo un’esperienza quindicennale della Montagna - rifugi. Ma tutto si può credere.

leuzzi@antiit.eu

Marx erotico

Niente di memorabile, ma sì per l’immagine di un giovane Marx scanzonato e innamorato. Classicheggiante anche, tipo studente modello di filologia classica. Di eccezionale fantasia (mille figurazioni) e applicazione. Il “Vegliardo del mare” cui l’acqua è nemica, “La pazza”, “Le due cantanti d’arpa”. Scene di vita minime, idilli, fantasticherie, moralità (poche).  Con qualche frecciata epigrammatica – su Hegel fra tutti, in difesa. Qualche polemica letteraria. La riscrittura in versi di “Lucinde”, il romanzo dell’amore sensuale dello Schlegel minore, Karl, il teorico della Restaurazione, consigliere di Metternich al Congresso di Vienna. Scherzi idiomatici, tra il bavarese, lo svevo, il renano-francone. E gran parlare di Dio, con dei, preghiere, giuramenti – molto cristiano. E molti sogni – “cresciuto a essere gigantesco eroe”, “come sole il suo amore, come roccia il suo dolore”. In migliaia di versi, tutti misurati, in ballate, in sonetti, e in rima, baciata, alternata, incrociata. Traduce anche l’intera prima parte del Libro I dei “Tristia” di Ovidio, in certo modo immedesimandosi già nell’esule in quanto nemico del potere, 64 quartine in rima alternata.
Tutto questo a diciotto anni, all’innamoramento per Jenny von Westphalen, nobile ragazza che gli sarà compagna coraggiosa per tutta la vita, di stenti. Con passione subito divertita, tra diciotto-ventenni: “Jenny! Con ironia tu mi chiederai\ perché il mio canto sempre «a Jenny» è dedicato:\ è che solo per te ogni mia vena batte,\ solo per te ogni mio canto piange….”, in decasillabi marcianti, in rima alternata, la prima strofa di un sonetto.
Tre quaderni di poesie degli ultimi mesi del 1836 dedicati alla “mia cara, eternamente amata Jenny von Westphalen”, e un quarto quaderno del 1837 dedicato al padre per il compleanno, con molte poesie per l’amata. Marx è del 1818. Un’edizione-ricordo, con i testi originali e la traduzione.
“Una parentesi di giovinezza”, Paolo Barbieri che il libro ha curato? O un altro Marx dietro la barba? “I membri della Lega dei Comunisti”, nota Barbieri, “già dal 1848 lo chiamavano «papà Marx», benché allora non avesse nemmeno trent’anni.
Il genero Lafargue, che Barbieri cita, in morte ne attestava l’amore per la poesia: “Sapeva a memoria Heine e Goethe; leggeva sempre opere di poeti e sceglieva tra tutte le letterature d’Europa; ogni anno rileggeva Eschilo nel testo originale greco; venerava lui e Shakespeare…; Dante e Burns erano fra i suoi poeti prediletti”. Un canzoniere senza scintille ma corposo, il “giovane Marx” è sentimentale.
Karl Marx,
La principessa del sogno, La Vita Felice, pp. 299 € 14,50 

lunedì 18 ottobre 2021

La Domenica dell’odio

Solito teatrino avvocatesco della Domenica Sportiva su Rai 2 in attesa delle immagini di Juventus-Roma. S’intenta un processo già prima di mostrare le immagini. Nella confusione - chi dice una cosa e chi l’opposto. Per rinfocolare gli asti. Di una tv che alimenta la audience, così pensa, alimentando il sospetto – dal famoso Biscardi in poi.
Obiettivo naturalmente non l’arbitro, di cui si contesta l’operato (che sarà assolto e anche apprezzato dai commentatori dei giornali oggi), ma la Juventus. E qui si capisce il vero senso di questo giornalismo “sportivo”: la audience sarebbe il tifo juventino, ciò che realmente si insegue è invece il casino. La chiacchiera. L’odio. Il conduttore Volpi fa perfino finta di non sentire Sebino Nela, colonna storica della Roma, che fa ha fatto partecipare speranzoso che avrebbe aggiunto benzina sul fuoco, il quale invece spiega che tutti i rigori sarebbero da ribattere, tutti i difensori scattano in area insieme con chi deve calciare il rigore.
E si arriva a Eraldo Pecci, che con la sua ironica saggezza nota: “Noi tutti siamo contro il Var”. Contro i fermo-immagini delle partite - di uno sport che è velocità. Se non che il Var c’è proprio perché la Domenica Sportiva l’ha voluto. L’ha anche formato. Con la solita ipocrisia che l’immagine tv è meglio di quella diretta. Mentre si sa, qualsiasi praticante di un corridoio tv lo sa, e del resto è cultura comune con photoshop, che l’immagine varia di senso per dettagli minimi, un millesimo di secondo cambia il senso di un’azione atletica, un anticipo, un ritardo, oppure l’illuminazione, o la velocità.
Si direbbe la tv alla rincorsa dei social odiatori. Ma non sarà che i social si sono conformati a questa tv? Nasce prima la Domenica Sportiva o gli hater sarebbe ottimo problema di base di questo sito.

Amore filiale e malavita

La storia – un dramma – di amore filiale. Di una figlia che scopre l’amato padre dapprima latitante, poi trafficante di droga. Testarda, la figlia vuole la conferma dell’accusa dal padre, solo da lui, e quando l’ha avuta, sperimentata di persona, si lascia convincere dai servizi sociali, nell’ambito del programma della Regione Calabria “Liberi di scegliere”, all’affido presso una famiglia altoborghese nella città di Urbino.
Di questo però sappiamo negli ultimi minuti, o secondi, del film, per un paio d’immagini. La storia è di Chiara che svolge il suo dramma a casa, al paese, a scuola, con i cugini e con le compagne, con cui condivide come unici vizi le chiacchiere e il fumo elettronico. Una storia semplice, girata per maggiore asciuttezza in una famiglia allargata in ambiente ristretto, inusuale, marginale (Gioia Tauro), con attori che reciterebbero se stessi, tra scene e dialoghi comuni, scontati, e tuttavia possente: due ore di cinema senza una pausa, senza respiro.
Un film alla fine pedagogico, istruttivo. Ma con un po’, solo un po’, di politicamente corretto, del buonismo neo realista. La scena iniziale del film è la festa per i diciott’anni di Giulia, sorella maggiore di Chiara, la quale la vive specialmente intensa, come sua, per il rapporto che ha, stretto, con il padre, uomo solitario, taciturno, ma affettuoso, perfino sentimentale. La scena finale è la festa per i diciott’anni di Chiara a Urbino, con la madre e la sorella coetanea di affido, e i nuovi amici. Dopo il fumo in gruppo, in  piazza, con una “canna-cannone”. 
Jonas Carpignano,
A Chiara

domenica 17 ottobre 2021

Ombre cinesi

L’esposizione immobiliare cinese eguaglia il pil del Giappone. Per aggirare i controlli degli azionisti e  della banca centrale sull’indebitamento, i grandi gruppi immobiliari cinesi, anche a partecipazione statale o di autorità pubbliche (esercito, polizia, governatori, comuni, province…) hanno tenuto molti debiti fuori bilancio. La crisi nelle vendite nell’ultimo anno e mezzo, in conseguenza dell’eccesso di offerta e del calo delle vendite, per la pandemia e i lockdown, ha reso il debito insostenibile: molti gruppi non sono in grado di ripagare gli impegni alle scadenze.
La banca giapponese Nomura calcola il debito complessivo del settore immobiliare, in bilancio e fuori bilancio, in “almeno 5 mila mila miliardi di dollari”. Il doppio rispetto a cinque anni fa. Più del pil del Giappone, terza economia mondiale – 5 mila miliardi di dollari. Due volte e mezzo il pil dell’Italia.

L’artista ringiovanisce invecchiando

L’arte fa vivere più a lungo? Ci sono artisti morti giovani, e ce ne sono di età considerevole, soprattutto se si riflette che “le speranze di sopravvivenza alla nascita si sono raddoppiate dal 1870 a oggi”, 1954.
Quando si diventa vecchi? Non dipende dall’età. Oppure sì, ma con eccezioni, numerose, importanti. Benn si rifà al “nostro olimpico avo”, Goethe, e alle sua “Massime e riflessioni”: “Invecchiare significa dare inizio a un nuovo mestiere”, e “Quando si è vecchi bisogna fare di più di quando si è giovani”. Di suo, Benn osserva che il “tardo” (Rilke, Kant, Tiziano, Goethe) può essere solo una classificazione periodica, non di valore (attardato, superato, spento). Leonardo vecchio e infermo per cinque anni lavora alla “Gioconda” – e non per caso, sa quello che fa: e quando il re la vuole, “a qualsiasi prezzo”, lo supplica in ginochhio di non separarlo dal dipinto. Ma poi l’artista non muore, dopo morto diventando un classico.
Titolo “flosofico” per una conferenza brillante, perfino leggera, spiritosa, emolliente, in bocca al “mattone” Benn, poeta di ogni avanguardia – Hitler compreso, purtroppo (ma qui si difende….). La sua tesi è che invecchiare è piuttosto non un problema per artisti. Gli artisti anzi sembra che vivano più a lungo – Raffaello muore giovane, ma a 37 anni è già molto, l’età media all’epoca era di 25: l’elenco è lungo di artisti, scrittori, perfino pensatori che non soltanto hanno vissuto a lungo ma in vecchiaia si sono ringiovaniti – si sono scoperti più ingegno e più voglia che prima. Gli artisti che in vecchiaia si sono scoperti più ingegno, maggiore abilità e conoscenza, con voglia accresciuta di fare. Dall’“Opus Posthumum” di Kant ai quasi centenari operosi Michelangelo e Tiziano. Ma anche Goethe, forse non simpatico a Benn, che a 82 anni dava il tocco finale al “Faust”, cui aveva lavorato per sessant’anni – morirà l’anno dopo, è vero, ma l’elenco sarebbe comunque lungo.
Gottfried Benn, Invecchiare come problema per artisti, Adelphi, pp. 60 € 5

sabato 16 ottobre 2021

Problemi di base pavesiani bis - 664

spock

“La vita senza fumo è come il fumo senza l’arrosto”, Cesare Pavese?
 
“O poliziotti o delinquenti”, id.?
 
“La donna è un popolo nemico come il popolo tedesco”, id.?
 
“È bello vivere perché vivere è cominciare”, id.?
 
“Un artista lavora soltanto se ha degli amici che lo capiscono”, id.?
 
“Per trovare lavoro bisogna non essere disoccupati”, id.?


spock@antiit.eu

Dai boomer agli zoomer, le generazioni servono al commercio

Si fa presto a dire generazione – baby boomers, Generazione Y, Generazione X: la maggior parte dei giovani negli anni 1960 non praticava il libero amore, prendeva droghe, o protestava la guerra in Vietnam. “A un sondaggio del 1967, richiesti se bisognava aspettare il matrimonio per fare sesso, il 63 per cento dei ventenni disse sì, praticamente nella stessa percentuale della popolazione in generale. Nel 1969, quando fu chiesto ai ventenni (21-29) se avevano mai consumato marijuana, l’88 per cento disse no. Quando allo stesso gruppo fu chiesto se gli Stati Uniti dovevano ritirarsi immediatamente dal Vietnam, tre quarti dissero di no, più o meno come la popolazione in generale. E la maggior parte dei giovani negli anni 1960 non erano nemmeno specialmente progressisti”: ai sondaggi politici tra il 1966 e il 1968 il 53 per cento dei giovani risultava pro Nixon o George Wallace” – la percentuale era più alta per chi veniva dall’università, fresco di studi tra il 1962 e il 1965: il 57 per cento.
“È tempo di smetterla di parlare di generazioni”: Louis Menand, professore di Inglese a Harvard,,  storico delle idee (“The Metaphysical Club”, Pulitzer 2001, la storia intellettuale e culturale dell’America Fine Secolo), e del rinnovamento della lingua inglese col primo Novecento (“Discovering Modernism. T.S.Eliot and His Context”), nonché, recentemente, del mercato delle idee (“The marketplace of ideas”), sgonfia il concetto di generazione come si sta imponendo, una sorta di bolla intellettuale. A fini solo commerciali, di creazione, cinquant’anni fa, sull’onda del Sessantotto, e poi di sfruttamento intensificato di linee di prodotti, per teen-ager.  
Recensendo gli ultimi libri in tema, spiega sia la “generazione” sia il “fenomeno teen ager”. “La scoperta che si possono fare soldi vendendo merci ai teen-agers”, merci dedicate, distintivo generazionale, “data dai primi anni 1940, che fu anche quando il termine «cultura giovanile» apparve per la prima volta a stampa”. Erano anni di guerra, ma la cosa partiva da lontano: più gente era andata al liceo negli anni 1930. Nel 1910 solo il 14 per cento degli adolescenti, 14-17 anni, era ancora a scuola. Trent’anni più tardi, nel 1940, quella proporzione era passata al 73 per cento. E poi è sempre aumentata: nel 1955 l’84 per cento degli americani in età da scuola secondaria la frequentava (in Europa Occidentale al percentuale era del 16 per cento). Poi, tra il 1956 e il 1969, le iscrizioni all’università negli Stati Uniti sono più che raddoppiate, e il segmento demografico «gioventù» è passato da quattro a otto anni. Nel 1969 era sensato che ognuno parlasse di stili e valori e gusti dei giovani: quasi la metà della popolazione era sotto i venticinque”.
Oggi la proporzione è rovesciata: “Oggi un po’ meno di un terzo della popolazione è sotto i venticinque, ma la giovinezza rimane una grande base di consumo per piattaforme social, servizi streaming, giochi elettronici, musica, moda, cellulari, apps, e molte altre merci, dai pattini motorizzati ai contenitori ecologici per acqua”. Nasce da qui il concetto di “cultura giovanile” mobile, con l’esigenza di “ridefinirlo periodicamente”: per mantenere questo mercato in ebollizione, e per dare al business delle consulenze qualcosa da insegnare alle aziende che consigliano”.
Questa è la parte hard del saggio. Che è altrimenti godibile per documentazione storica e argomentazione. Naturalmente, “non c’è niente in natura che corrisponda a una decade, o a un secolo, o a un millennio”. Le differenze sono storiche o sociali, caratterizzazioni, quelle che nell’Ottocento erano chiamate “entelechie” generazionali. Ma qui la “differenza tra un baby boomer e un Gen-X è significativa tanto quanto la differenza tra un Leone e un Vergine”.
Louis Menand,
It’s Time to Stop talking about Generations, “The New Yorker”, free online

venerdì 15 ottobre 2021

Ombre - 583

Nelle manifestazioni no vax-no green pass a Roma stamani c’erano poche persone, sei o sette alla Bocca della Verità, una dozzina, ma sparsa, di fronte al Vittoriano. I tg dell’ora di pranzo, Rai, Mediaset, Sky, ne fanno un grande protesta. Per incitare alla rivolta? Per stupidità – non c’è la notizia se non c’è la protesta?
 
Draghi porta la solidarietà del governo, nella vignetta di Giannelli, a Landini. Che dice : “Non avevamo mai avuto così tanta solidarietà e così tante manifestazioni sull’importanza del sindacato. C’è voluta Forza Nuova”.  Una “dichiarazione di esistenza”, più che di importanza.
 
Il Columbus Day è stato ribattezzato da Biden Indigenous People’s Day, festa del popolo indigeno. Ma non è offensivo? Quando gli indiani usciranno dalle riserve alcoliche dove gli angloamericani, non Colombo, li hanno confinati, quelli che non hanno ucciso, vorranno giustamente una qualche festa di liberazione, non dell’indigenato. Com’è possibile tanta ipocrisia, spacciata per onestà?
 
Curioso – ma non molto. Protestano i lettori al “Corriere della sera” perché, promuovendo le memorie di Ilda Boccassini, ha corredato la recensione iperbolica di Saviano con un estratto sul suo tentato flirt con Falcone.
 
Rispondendo a uno di questi lettori, il direttore Fontana fustiga il doppiopesismo: “Per i nemici… si può squadernare ogni particolare, anche il più intimo, mentre per le persone che ammiriamo dovremmo nascondere atti che gli stessi protagonisti vogliono far conoscere”. Omette di dire che questo succede a sinistra, che la “buona coscienza” è ora di sinistra, che prima ne era critica.   
 
 “Erdogan sta usando l’Europa: Come? Sfruttando i migranti, con ogni mezzo”, Battistini e Gabanelli in prima pagine sul “Corriere della sera”. Sembra una cosa grave, ma come non detto.
 
È curioso – ma perché? – che l’immigrazione selvaggia sia fomentata e sfruttata da islamici, in Turchia, Libia, Tunisia, Marocco. A danno prevalentemente di islamici. 
 
Tutto può succedere al voto ma Michetti parte battuto al ballottaggio con Gualtieri per il sindaco di Roma, da concorrente che partiva con un vantaggio. Parte invece con l’handicap dei no-vax, i fascisti e fascistoidi dell’assalto allo shopping, nel primo giorno della (quasi totale) riapertura. Intimorendo negozianti e moderati, il cuore dell’elettorato di Michetti. Sarà proprio vero che la destra è stupida.
 
Il superportiere Donnarumma si fa scappare la palla dalle mani e infilare sotto le gambe, al resto ci pensano tre pali, e l’Italia fa 2-1 col Belgio. Non si riflette abbastanza sullo stellone d’Italia, in questo anno di grazia per lo sport, Nobel compreso. Sulla congiunzione astrale – eppure, gli astri esistono, direbbe Galileo.
 
“Vincere con i debiti è corretto?”, di domanda e domanda Arrigo Sacchi. E lascia implicita l’altra metà del discorso: il suo Milan non può spendere da qualche anno, il fair play finanziario si applica al Milan senza eccezioni, mentre all’Inter  è concesso di tutto. Sarà questa l’egemonia cinese. A gratis?
 
In effetti, si può dire l’Italia, se non il mondo, già nel secolo cinese. Immaginarsi una proprietà americana dell’Inter, o di qualsiasi Pellegrini o Cellino, quante Procure non si sarebbe tirate addosso. Sono le Procure sempre “compagne”, del partito Comunista Cinese? E che c’entrano gli Zhang col Pcc? O non starà Pcc per partito della Corruzione Continua?
 
La signora Jurida Kukaleshi, origini albanesi, da 23 anni in Italia, dove è sposata e imprenditrice, non può avere la cittadinanza, statuisce l’Interno, per non aver “raggiunto un grado sufficiente di integrazione nella comunità nazionale”, avendo preso una multa stradale. L’Italia dei prefetti è al di sopra di ogni immaginazione, purtroppo.
 
Non avere la cittadinanza complica molto la vita di chi è nato all’estero, o pure in Italia da genitori ancora stranieri, soprattutto per chi vuole lavorare. E per chi ha bisogno di lavoratori, imprenditori o capi famiglia. Non si calcolano i danni che fanno i prefetti, unicamente interessati all’esercizio di un potere loro – la legge si può sempre interpretare – ai fini della carriera: un passaggio di categoria, di ruolo, di mansioni, di titoli.
 
La Ferrari perde il podio, e forse la vittoria, al Gran Premio di Turchia per “un inghippo al pit stop, un mancato input del sistema che indica di ripartire”.  La Formula 1 (come ormai un po’ tutte le auto) si vince con l’elettronica: ogni bolide è gestito da centinaia di Ecu, electronic control units, unità di controllo elettronico, con al centro una Secu, Ecu standard.  Ogni vettura parte con oltre 300 sensori, una Secu che controlla oltre 4 mila parametri di input e trasmette più di tre Gigabyte di dati in tempo reale ai box, durante un Gran Premio di 300 km. Al pilota compete solo lo sterzo.
 
Non si dice la parte più significativa del voto in Germania: che il 76,6 per cento è andato a votare. E che – ora che si dispone già del flusso dei voti – la Dc tedesca, la coalizione Cdu-Csu, non ha avuto astenuti, o quasi (50 mila sono calcolati), ma delusi, che hanno votato Socialdemocrazia (un milione e mezzo), Verdi (poco meno di un milione), Liberali (mezzo milione). Non c’è più in Germania la polemica anti-latina di dieci anni fa, ma questa volta sarebbe stata giustificata: il voto resta partecipato e politico, la Germania non si gingilla con i comici di piazza, come nel mondo latino, Italia, Francia, Spagna.

Giallo filosofico, sotto osservazione

Un guazzabuglio. Una mezza pagina folgorante avvia un racconto balordo, di balordi, con la scusa che tutti osserviamo e siamo osservati – c’è dispendio di fotografi, registi, operatori, spie e satelliti spia. Aggravato dall’ortografia alla Bernhard - quella ridotta alla virgola, di cui il tedesco non può fare a meno, altrimenti non si capisce. Caricatura in terza persona del monologo interiore oflusso di coscienza, joyciano e bloomberghiano - ma in Bernhard il periodare incessante è dell’io, come il flusso di coscienza, e di maestria musicale, qui si pretende in terza persona - e senza ritmo: un guazzabuglio.
Il quinto o il sesto dei “gialli filosofici” di Dürrenmatt, da cui tenersi alla larga.
La vecchia traduzione Marcos y Marcos di Giovanna Agabio, rivista da Roberto Cazzola, probabilmente non peggiora il risultato (potrebbe?) ma non lo migliora – sono da compiangere due traduttori invece di uno.
Friedrich Dürrenmatt, L’incarico, Adelphi, pp. 107, € 15

giovedì 14 ottobre 2021

Teheran a Beirut, come nello Yemen

Gran viavai di ministri occidentali a Beirut, di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, questa estate, dopo che gli ayatollah iraniani sono entrati a piedi uniti dentro gli affari libanesi. L’intervento diretto di Teheran a Beirut data ormai da oltre un anno, da quando la polveriera-porto è saltata, con centinaia di morti e la rovina di mezza città, svelando l’ammasso di armi e munizioni di Hezbollah e Amal, i movimenti sciiti libanesi su cui Teheran aveva fatto fino ad allora conto.
Alla visite niente è seguito, Teheran ha anzi mano libera. La manifestazione di oggi contro il giudice Tareq Bitar, che ha incriminato alcuni ex ministri di Amal, ne è un segno. La manifestazione, organizzata da Amal e Hezbollah per chiedere la rimozione del giudice incaricato delle indagini sull’esplosione al porto, ne è la conferma. Amal asserisce che i manifestanti morti sono suoi militanti, e sono vittime di “cecchini” cristiani, in quanto appostato nel quartiere cristiano prossimo all’ufficio del giudice. Ma non è così: ci sono stati morti ma non si sa a opera di chi. La manifestazione è chiaramente intesa a rompere il fronte nazionale al governo con i cristiani in atto da qualche anno.
Il giudice Bitar era stato già ricusato da due ministri di Amal, di cui aveva chiesto il rinvio a giudizio, dopo che erano stati espulsi dal governo per corruzione, ma senza successo. Per appoggiare le domanda di ricusazione di altri due ministri convocati da Bitar, Amal e Hezbollah hanno organizzato la manifestazione di oggi, con l’inento dichiarato di rompere le tregua istituzionale, in una guera civile mascherata.
Il giudice Tareq Bitar ha il torto di essere cattolico, benché in fama di morigerato e inflessibile. È  subentrarato a febbraio al primo titolare dell’inchiesta sull’esplosione al porto, Fadi Sawan, ricusato con successo dai ministri di Amal che aveva rinviato a giudizio. Colpevole anche lui, benché procuratore militare in fama di inflessibile, di essere cristiano maronita, cioè cattolico.
Nelle gite diplomatiche a Beirut, benché a nessun effetto, si sono segnalati per l’assenza l’Italia e il Vaticano.  

Il mondo com'è (433)

astolfo


San Cromazio – Il vescovo di Aquileia fra 300 e 400, forse originario di Spagna, amico di san Gerolamo, impegnato contro l’arianesimo, è all’origine di riti “asiatici” (ebrei, egiziani) entrati nel cerimoniale della chiesa di Roma. Il rito pre-battesimale della lavanda dei piedi, ora rito del Giovedì Santo. La Pasqua come rito di Passione e di Liberazione, come nella Pesah ebraica. Il simbolismo animale dei quattro evangelisti. La croce di san Cromazio, adottata come logo di Cristo, era il simbolo egiziano della vita: è l’ “albero della vita” di cui in san Giovanni nell’“Apocalisse”: “Da una parte e dall’altra del fiume si trova l’albero della vita che dà dodici frutti per ogni mese, e le foglie dell’albero per la guarigione delle nazioni”.
 
Egeo
- La Turchia che vuole le acque territoriali fin dentro la Grecia ripete la vecchia politica dell’impero persiano, che portò a un’ostilità di secoli con Atene, Sparta e gli altri potentati ellenici.
 
Longitudine – È stata a lungo discussa come problema dirimente delle sfere di influenza coloniale. Il problema che sarà detto, dopo che a metà Ottocento verrà adottato come riferimento orario nel mondo il meridiano di Greenwich, dell’antimeridiano di Greenwich.
Wikipedia lo sintetizza credibilmente: “In passato la latitudine in mare poteva essere calcolata abbastanza facilmente; ma la longitudine sembrava impraticabile. Il problema era assai grave per la navigazione d’altura, allora del tutto incerta e rischiosa e, come è facile aspettarsi, questa situazione di incertezza e di pericolosità era particolarmente sofferta dagli inglesi che allora dominavano i mari. Nel 1714 il Parlamento inglese con il Longitude Act diede vita ad un’apposita Commissione per la Longitudine con il compito di assegnare un enorme premio a chiunque fosse stato in grado di inventare un metodo sicuro ed affidabile per calcolare la misura della longitudine
”.

In precedenza, tra i tanti metodi tentati ci fu quello della “polvere di simpatia”: “Il metodo per la misurazione che si rifaceva alle proprietà della polvere di simpatia consisteva nel prendere un cane, procurargli una piaga in modo che rimanesse sempre aperta e imbarcarlo su una nave. Ad un’ora concordata, per esempio a mezzanotte, nel porto da dove era salpata la nave si spargeva una sostanza irritante sulla lama insanguinata che aveva ferito l’animale con l’effetto di provocare dolore al cane che avrebbe guaito segnalando in questo modo che in quel momento era mezzanotte sul meridiano di partenza e, conoscendo lora locale, si poteva dedurre la longitudine”.
Sulla questione, “polvere di simpatia” o “unguentm armarium” (v. sotto) Umberto Eco ha impiantato il lungo romanzo “L’isola che non c’è”. Il protagonista Roberto de la Rive, naufragato su … una nave abbandonata, riacquistando la memoria ricorda a sprazzi un suo precedente viaggio su una nave, “Amarilli”, probabilmente in missione per cercare il punto fijo, per ragioni di spartizione delle sfere d’influenza coloniale, e di questo viaggio ricorda di avere trovato sulla nave un cane, nascosto ai passeggeri, un cane ferito, ferito in Inghilterra, e ora torturato: qualcuno sulla nave aveva cura che rimanesse sempre piagato. Ci riusciva con la “polvere di simpatia”: qualcuno a Londra, ogni giorno, a un’ora fissa, potava alla luce l’arma della ferita, o il panno imbevuto del sangue del cane, e la ferita si riapriva.
 
Occupazione italiana – In vacanza sulla “costa anatolica”, la Turchia ex greca, il Mephisto della “Domenica” del “Sole 24 Ore” dell’altra domenica rivede “nelle vie del Dodecaneso, lì di fronte, a Rodi, strade magnifiche e palazzi costruiti quando era il «Possedimento» (1912-1943), vanto del Bel Paese. Qui oggi gli anziani parlano la lingua di Dante”. Elenca poi i misfatti dell’occupazione italiana, in Grecia e in Albania, che sono rimossi – si studia l’imperialismo italiano solo in Africa, e quello tardo, di Graziani e Badoglio. Un’occupazione che così sintetizza: “L’odio selvaggio di militari regi contro gli albanesi delle colonie del Protettorato italiano (19339-1943), passato alla storia per stragi analoghe a quello del Vietnam. Poco importa la reggia di Tirana per Vittorio Emanuele III (che mai vi pernottò), capolavoro di Gio Ponti, boiserie strepitose tuttora intatte, a fronte della storia infamante di giustizia sommaria contro civili greci, comunità ebraiche (Darmytha e Igoumenitsa) e slave (Kosovo e Macedonia). Il tentativo scellerato di conquistare la Grecia si risolse con villaggi messi a fuoco, impiccagioni pubbliche (1942), torture di prigionieri catturati da fascisti italo-albanesi. A Mallakasha fu una Marzabotto (1944), col seguito di ritorsioni dei partigiani albanesi contro soldati e carabinieri dopo l’8 settembre”.  
 
Stregoni – Ce ne sono, ce ne sono stati fino a recente, in Toscana. Lo stregone di Poppi nel  Casentino, che pretendeva di sollevarsi nottetempo su un carro di fuoco e di volare per il cielo, riuscendo nella sessa notte ad assistere contemporaneamente a tre messe, a Costantinopoli, a Gerusalemme e a Roma. Uomo pio e non venale, benvoluto dalla popolazione, e dal parroco. C’era del resto nell’aretino, così si dice, una chiesa della Madonna delle streghe.
Presso un altro castello, in Valdarno, tra Valdarno e Valdarno e Valdambra, a Galatrona, hanno alloggiato per secoli generazioni di maghi e stregoni. Capostipite, quello di cui si sa dagli annali, Nepo da Galatrona, medico personale a Firenze di Giovanni dei Medici e poi mago al servizio di Lorenzo il Magnifico, noto per curare anche gli animali e per praticare incantesimi. La sua farmacopea era segreta, ma si sapeva di un “unguento armario”,  composto da ingredienti esotici: polvere di mummia, muschio prelevato dal teschio di un morto assassinato, grasso di orsa, lombrichi. Descritto di statura grande, capelli neri, barba tagliata a spazzola, carnagione bruna, vestito all’orientale o alla turca, con pantaloni larghi, cappello a punta, mantello.
 
Unguento armario – Quella propriamente detto è una polvere miracolosa in grado di risanare una ferita se applicata non sulla ferita stessa ma sull’arma o oggetto che l’ha provocata. L’inventore, negli anni 1620, ne fu l’inglese Kenelm Digby, cortigiano, “filosofo”, corsaro, diplomatico, cattolico, viaggiatore e residente anche in Italia, a Firenze, dai Medici scientisti, e a Roma, che lo chiamò Unguentum armarium vel Weapon Salve, salvezza dalle armi, e ne pubblicò la composizione in una pubblicazione che intitolava “Discours sur la poudre de la simpathie”, sulla polvere di simpatia. Un composto di vetriolo polverizzato e gomma. Da applicare su un panno insanguinato dalla ferita, oppure sull’arma che l’aveva provocata.
Il principio era che il composto, se applicato sulla ferita l’avrebbe naturalmente ustionata. Ma applicato sul panno insanguinato o sull’arma avrebbe risanato (seccato) la ferita, per un procedimento di “simpatia”, favorito dai raggi del sole: la luce del sole, trasportando gli atomi, avrebbe catturato quelli della ferita e quelli del sangue sul panno o sull’arma, combinandoli per simpatia nella forma della guarigione. Per questo Digby divenne baronetto, oltre che famoso – ufficialmente Giacomo I lo insignì del titolo in ricompensa per i servizi da Digby offerti al figlio Carlo a Madrid, dove l’erede al trono inglese cercava moglie.
Ne “L’isola che non c’è” Eco fa rientrare anche l’unguentum armarium.


Yiddish -  L’adattamento del tedesco parlato, semplificato nella pronuncia, nella sintassi e nella trascrizione, si è sviluppato a partire attorno al Mille nella Germani centrale come tedesco più semplice, anzi elementare, a uso delle donne, come meno alfabetizzate. Specie le donne ebree - gli ebrei figuravano ai tempi come più ignoranti, poveri e quindi ignoranti.
Questa etimologia è ritenuta di fantasia, ma non ce n’è una migliore. Le altre sono presuntive, di una  comunità ebraica rispetto a un’altra. Derivata dal gotico, che dal IV al XVII secolo sopravvisse in Crimea, e quindi sarebbe la parlata dei cazari convertiti all’ebraismo. La parlata degli slavi e baltici in area polacca, che si dicevano ebrei per non venire rapiti e venduti come schiavi.  


astolfo@antiit.eu