sabato 11 novembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (543)
Al seguito
di Ferdinando II che nell’autunno del 1852 faceva una ricognizione dei possedimenti
nella Calabria Citeriore, il medico svizzero Horace Rilliet nota (“Colonna
mobile in Calabria”, XVII giornata, 13ottobre) “nella retroguardia…un esercito
di venditori di commestibili e di rinfreschi”: un’“orda di uomini e donne
semivestiti, che ci hanno seguiti da Napoli, a piedi nudi, dormendo sul primo
albero che trovano e non avendo altro bagaglio che un barilotto o un paniere;
gli uni vendono caffè, altri vino, pane, lardo o molto semplicemente acqua” (gli
acquaioli fanno gli affari migliori”).
La vita sboccia, e risboccia
Settembre
o della malinconia? Rivisto – questione di attenzione? di umore? – è un altro
film. Curioso, attraente, per la sua semplicità. Senza i dolorismi che erano sembrati
affiorare alla prima visione all’uscita.
Quattro-cinque
storie si intrecciano, di disattenzioni coniugali, o dell’amore come abitudine,
e di attenzioni giovanili timide. Che si compongono su un fondo di verità, e di
promesse di felicità. Una ragazza dell’Est prostituta col suo cliente, barone
della Psicologia abbandonato dalla moglie – uno sprovveduto, che si paga mezzora
di conversazione al mese. Una moglie e madre forse colpita da un tumore che per
il marito è un oggetto e per il figlio la donna delle pulizie. Un ragazzo
panettiere a cui la giovane dell’Est toglie il respiro. Una coppia di
ragazzetti che provano i gesti dell’amore. Due amiche che fanno uno, tanto si
vogliono bene – un rapporto tanto più affascinante, forse, perché evita le retoriche
dei “diritti” e del femminismo.
Il
racconto è aiutato da dialoghi parchi, senza sbavature (peccato che la copia
Rai 2 sia semi-intelligibile, poche parole restano del sonoro). Anche nella
disperazione, nella scoperta dell’inesistenza. E dalle immagini, altrettanto
semplici. Si direbbero di scuola: due facce il più spesso dialoganti. Però
significanti, in ogni taglio e sotto ogni illuminazione, per la scelta ben
caibrata dei visi, Bentivoglio, Ronchi (premiata per questo ai David come
miglior attrice del 2022), la cantante Thony, e i tanti debuttanti, specie
quelli che hanno molte pose, Tesa Litvan, la ragazza prostituta, e i ragazzetti
Margherita Rebeggiani e Luca Nizzoli, che recitano da veterani.
Soggettista
e sceneggiatrice, oltre che regista, Giulia Steigerwalt, già attrice di
Muccino, De Biasi, Fragnelli, si è consacrata al primo film col David di
Donatello.
Giulia
Steigerwalt, Settembre, Rai 2,
Raiplay
venerdì 10 novembre 2023
Appalti, fisco, abusi (235)
Le
stazioni di servizio fai-da-te in autostrada impegnano la carta di credito per
l’ammontare massimo “autorizzato” del rifornimento, che poi addebitano, in
attesa di “contabilizzazione” (di addebito o stralcio definitivo), insieme col
costo esatto del rifornimento. La “contabilizzazione” può durare fino a venti giorni- durata che il gestore volentieri si prende con comodo - durante i quali la spesa massima “autorizzata” è
sottratta al plafond della carta di
credito. Due viaggi in autostrada andata e ritorno nelle due settimane, da Roma
a Milano per esempio, e viceversa, possono così impegnare 500-600 euro, non
spendibili.
Non
è il solo arbitrio dei gestori delle pompe, o dei gestori delle carte, Visa, Mastercard,
Poste, etc. Bisogna anche vigilare, perché (è successo) la spesa autorizzata
viene in qualche recesso “contabilizzata” a danno dell’utente, anche se non utilizzata,
e in quel caso il recupero del non speso è arduo.
È semplice arretratezza tecnica,
del sistema di pagamento? Ci sono interessi delle carte di credito (valuta)? delle
banche (id.)? Ma le banche e\o i circuiti di pagamento non ci rimettono,
riducendo la disponibilità di debito?
Gli esercenti, 800 mila quelli residui
secondo l’Istat, sono stati gravati, in occasione del rinnovo della lotteria degli
scontrini, di una tassa di 160 euro per l’uso, obbligatorio, del pos, del terminale
per le carte. La lotteria non si sa se funziona – è farraginosa. Ma ha dato un
gettito di un miliardo, più o meno. A nessuno “scopo” dichiarato e contrario
all’equità fiscale. Una imposizione – di un governo, si può aggiungere, votato
anche perché prometteva di non mettere “le mani in tasca”. Naturalmente la
tassa degli esercenti la pagano i consumatori, nel calderone “inflazione”.
A Roma i vigili urbani del Gruppo
XII, Monteverde, e del Gruppo I, Prati, non si vedono mai, nemmeno per caso, in
Via Carini o Fonteiana, o in via Cola di Rienzo. Dove si parcheggia in doppia fila,
da entrambi i lati, creando anche problemi ai mezzi pubblici. E cosa fanno nelle
sei ore di lavoro ? Escono a coppie, due ore. Per le vie più recondite dei due
quartieri. A dispensare multe. Sempre alte, il massimo possibile: non divieto
di sosta ma sosta sull’attraversamento pedonale, anche di centimetri, o in prossimità
d’incrocio. Dai novanta euro in su. Non molte, quattro o cinque – se la coppia
è affiatata ha anche il tempo di un caffè. In un certo senso si guadagnano la
giornata.
È anche invidiabile – ammirevole?
– la leggerezza con cui questi vigili dispensano il massimo possibile delle
multe per nessun reato. È possibile, si vede, che il denaro non abbia valore.
I turbamenti della felicità
Un
racconto semplice, di una vita semplice, di tre vite semplici, marito, moglie,
figlia quindicenne. . Un mondo “normale”, di garbo e simpatia. Finché non arriva
l’infatuazione della figlia. Da parte di un ragazzo forse afflitto da turbe, cattive.
E violenze si scatenano. Un quadro di innocente domesticità che un primo amore “malato”
distrugge. Rifiutato, il ragazzo decide di vendcarsi. La decisione implica contro
vendette.
La
sintesi è di un film truculento. Ma è un film delicato e inquietante. Di buoni
sentimenti, buonissimi, gioiosi, pieni di luce, che degenerano in tormento, in
violenza. Non sul piano psicologico, di persone con proprie turbe, ma sociologico,
di modi di essere e di reagire, di rapportarsi. Un senso di morbosità,
distruttiva. Di cui De Matteo, il regista di “La bella gente”, ha fatto la sua cifra,
che inquieta invece di commuovere: facciamo il male per volere il bene? Ma lo racconta
come di un padre con una figlia adolescente, che teme le peggiori cose – qualsiasi
cosa possa capitare alla sua bella figlia è distruttivo. Soprattutto per la grazia
fresca della debuttante Greta Gasbarri, la figlia, che dà freschezza e sorriso
là dove ora le cronache si fanno immaginare la violenza in agguato, solo in città,
o con le amiche, in discoteca, la notte, l’alba.
Ivano
De Matteo, Mia, Sky Cinema
giovedì 9 novembre 2023
Secondi pensieri - 527
zeulig
Bigottismo –
È laico – puritano. Aprendo il diario “Quasi una vita” nel 1937, lo scrittore Alvaro
lo nota a proposito dell’Italia: “La morale laica è stata introdotto in Italia,
e forse non soltanto in Italia, dal liberalismo e dal socialismo. Nel
cattolicesimo non c’era bigottismo, e vi si è insinuato da quando le fedi
laiche hanno operato nella società”.
Darwinismo sociale –
Quello storico, canonizzato da Herbert Spencer, è morto – è considerato morto,
sotto la spinta novecentesca della rivoluzione, del mutamento radicale,
dell’utopia sociale, della costruzione invece dell’evoluzione. Ma di fatto persiste
e anzi s’impone, sotto la forma della psicologia, della psicoterapia. Resta
introiettata l’idea che per vivere bisogna lottare. E che bisogna lottare per moduli vincenti, ora detti
“corretti”. Per canoni, impositivi anche se mutevoli – impositivi per tutti nel
momento in cui vigono. Di apparenza fisica, o anche sostanza fisica, oltre che
di linguaggio e portamento. In famiglia, a scuola, in società (lavoro,
relazioni, comunicazione).
In
realtà la richiesta è di lottare per l’uniformità. Per dei canoni, che si vogliono
terapeutici o scientifici – sperimentati oltre che argomentati. Di fatto, trattandosi
di comportamenti, per il conformismo. A modi ideali che sono solo modi di
essere, mode, sistemi transeunti, di poteri flebili e labili – insinuanti e
dominanti su una debolezza di fondo, che il darwinismo psicologico ha indotto.
Ribaltando quella che si può dire la sostanza umana, la tradizione, la fede –
la cultura.
Darwinismo
sociale si vuole “il” progresso. E in teoria va in una col liberalismo, quindi
con l’individualismo. Ma verso l’inconsistenza – un adattamento minuto, costante,
distruttivo? E eterodiretto.
Falso –
Adrià, lo chef per eccellenza. Il prototipo
degli chef, di questi decenni di foodmania, dice alla fine che cucinare non gli piace. Lo dice per
un “ritorno di fiamma” sull’attualità, quindi sul suo business – è da qualche tempo che non faceva più i titoli. Ma è in
effetti una strana mania, quella del “gusto”, che si accoppia al fashion e al social (influencer promoter,
tiktoker…): un mondo di pubblicità senza sostanza. Se nessuno più cucina in
casa, e i ristoranti vendono precotti. Un’epoca del falso.
Viviamo
gioiosamente, in mezzo a guerre, inflazione, inverni demografici, migrazioni
violente. Il falso è il meno – o è il
tutto?
Fede – È immedesimazione,
un’appropriazione. È l’ipotesi che lo scrittore e naturalista scozzese Patrick
Brydone, libero pensatore professo, fa nel 1770, coinvolto, in quanto
viaggiatore curioso, nelle feste
religiose siciliane, in quelle semplici di paese, e nella fantasmagoria di Santa Rosalia a
Palermo, rilevando “l’ardore e l’affetto che animavano i volti dei fedeli”. Una
forma di amore, “una gioia perfettissima, che rassomiglia forse ai sentimenti
puri e delicati che si accompagnano a un amore devotissimo”. Che poi diventa un
cuore “corazzato e temprato fino a diventare impenetrabile ala fiamma della
filosofia”, della riflessione. Perché è parte di se stessi.
Brydone continua la
riflessione con un caso che gli aveva raccontato il celebre dottor Tissot,
svizzero, celebre come “principe dei medici e medico dei principi”, studioso
dell’onanismo e dell’epilessia: “Ricordo che il dottor Tissot mi disse di avere
avuto un paziente che morì di amore per Cristo, letteralmente, e anche negli
ultimi momenti sembrava godere di una felicità infinita”.
Una fede, questa
“forma di venerazione personale, che ha
bisogno di esprimersi materialmente, nei gesti, nelle parole, “di un oggetto su
cui concentrarsi coi sensi”. Del resto, concludeva, anche “gli scrittori sacri…
spesso rappresentano Dio sotto forme materiali”.
Filosofia tedesca – Georg Christoph Lichtenberg,
professore di Fisica a Gottinga, l’università dei “primati”, e uomo di mondo, poteva
concludere precocemente, attorno al 1780, in uno degli aforismi per cui è
rimasto famoso: “Appena si comincia e vedere tutto nel tutto si diventa in
genere oscuri”. Il barone fisico sapeva già che ci sarebbe stata la “filosofia
tedesca” per un secolo e mezzo e oltre, dal trio dello Stift di Tubinga a
Heidegger, intraducibile per essere inafferrabile.
Il barone però
era indulgente: della lingua del Tutto diceva che “si comincia cioè a parlare
la lingua degli angeli”. Messianica? Un mormorio?
Spinoza – Del filosofo della natura naturans Flaubert, che molto lo aveva letto e amato, scriveva nel
novembre 1879: “Questo ateo è stato,
secondo me, il più religioso degli uomini, poiché non ammetteva che Dio”.
Anche Goethe ne
aveva scritto a Jacobi in termini analoghi: “Vorrei, quanto a me, fargli
credito del nome di theissimus e christianissimus”.
Viaggio – È un “volo poetico”, perlomeno nell’armamentario
della poesia simbolista. È riflessione di
Carlo Emilio Gadda, scrittore farfallone, nel saggio “I viaggi la morte”, una
delle sue prime pubblicazioni, sulla rivista “Solaria” nel 1927 (ore nel volume
dallo stesso titolo): “Il viaggio, rivissuto o immaginato come fine a se
stesso, conferisce alla vita una tonalità ariostesca o disetica, così come fa
nei riguardi della poesia la «migrazione estetica» del simbolista, insofferente
di ogni adagiamento realistico dell’espressione”.
Con esiti metafisici: “Viaggiatori e simbolisti amano
adibire l’esperienza a catalogo per la serie indefinita delle differenziazioni
spaziali; e poi che, così praticando, la loro aisthesis si rivolge con
preferenza a questa serie spaziale, essi ne accentuano intensamente il motivo
lirico più alto, cioè la sua sognata infinità. Essi vorrebbero rifiutarsi di credere
che, come ci è dato vivere un breve tempo (scongiuri), così ci è dato
percorrere un breve spazio: auspicano perciò al loro protagonista una sorta di
immortalità spaziale, un al di là topografico ove abbia corso la esperienza
ulteriore, infinita”.
Ma questo è della poesia non solo simbolista. È della
creatività in generale. Di cui il “viaggio”, alla maniera di Baudelaire, del
“Bateau ivre” di Rimbaud, è motivazionalmente non meno di chi comunque parte non obbligato, per sua curiosità.
zeulig@antiit.eu
Ma i “Montalbano” sono di Sironi
Un
titolo non camilleriano per l’ultimo episodio ancora “sironiano” della serie. Ma
non fa niemte: all’ennesima riproposta la serie tiene ancora le posizioni, lo
spettacolo che sempre gli spettatori preferiscono - anche se con una platea ora
ridotta, da due spettatori su cinque a uno su cinque. Che sia l’ultimo episodio
diretto da Alberto Sironi – poi “completato” da Zingaretti (per i dialoghi di raccordo
delle varie scene) – questo invece si vede.
Questo
curioso passaggio a quattro mani, per la morte di Sironi – oscurata da quella
di Camilleri due settimane rima - conferma la prima impressione: i “Montalbano”
in tv sono certamente basati sui personaggi e le trovate di Camilleri, ma sono
opera di Sironi. Tutto ciò che fa il successo duraturo della serie è opera del regista,
qualsiasi lettore di Camilleri vede la differenza: gli interni per un qualche
motivo sempre affascinanti, gli esterni leggiadri, da favola, e i personaggi
(le facce, il fisico, la dizione). Scelti uno per uno, con caratterizzazioni per
qualche verso interessanti, mai scontate - scelti nella grande tribù dei
teatranti siciliani. In linea con la migliore tradizione dei film seriali in TV, quella inglese, dei Poirot, Miss Marple, Barnaby, Morse, etc., che si continua a rivedere con gusto, in repliche interminabili.
Sironi-Zingaretti,
Salvo amato, Livia mia, Rai 1
mercoledì 8 novembre 2023
Problemi di base bellicosi - 775
spock
All’inizio era Hamas?
Se vuoi la pace fai la guerra?
A ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria, Newton?.
“Zerocalcare neppure si rende conto di somigliare ad
Hamas”, Francesco Merlo?
Zerocalcare è un cretino, l’eroe di tante pagine e
supplementi del giornale di Merlo?
Ma la guerra è una partita di calcio, che si tifa e dopo
due ore finisce?
È la guerra tutta fake
news, propaganda – conta il tifo?
spock@antiit.eu
