sabato 18 novembre 2023
Il debito della Germania e quello dell’Italia, che senso ha
Il ministro tedesco dell’Economia Lindner non vuole un patto di stabilità flessibile, perché preoccupato dal debito italiano. Frena quindi sulla definizione del nuova patto di stabilità, che pure va varato a giorni. Mentre in contemporanea la Corte costituzionale tedesca lo sanziona per aver postato illegalmente 60 miliardi di spesa in debito in “veicoli fuori bilancio”.
Lo sciopero di Landini, che senso ha
Le agenzie di valutazione
confermano il rating dell’Italia e migliorano
l’outlook. Ma “la Repubblica”, il
“Corriere della sera”, un po’ anche “Il Sole 24 Ore”, con ben due specialisti, mantengono le riserve. Che senso ha?
“Guerra dei numerri sullo
sciopero” - “la Repubblica”, “Corriere della
sera”. Mentre si sa che l’adesione spontanea è stata bassissima, dove ognuno la
riscontra, a scuola, nei trasporti. Che senso ha?
Alla manifestazione per lo
sciopero Cgil e Uil, a Piazza del Popolo a Roma, “il leader Cgil Landini attacca sul
premierato”. Uno sciopero contro il premierato, che senso ha?
Il momento culminante della
manifestazione Cgil-Uil a Piazza del Popolo a Roma è stato quando ha voluto parlare
la studentessa Claudia Caporusso, dell’associazione universitaria Sapienza
Futura: fischi e contestazioni. Organizzati dal Pd romano, covo da sempre minaccioso.
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La vita rinasce nell'agape
Un
racconto in stato di grazia: la vita povera, orgogliosa (di pregiudizi) e miserevole,
di un mondo senza futuro, alla periferia
di una città deindustrializzata (Durham, Nord-Est estremo delI’Inghilterra, al confine
con la Scozia invece fiorente), di case dall’entrata stretta per difendersi dal
freddo, unico punto d’incontro il pub per la solita birra quotidiana, tra i
compagni e le conversazioni di sempre, si rianima per la collocazione nelle
case disabitate di profughi dalla Siria, donne per lo più con i figli – i mariti
essendo stati uccisi o carcerati seviziati. Dopo la prima reazione di rifiuto, con
le note argomentazioni, la smorta periferia trapassa all’accettazione. Ma, di più,
a un senso ritrovato di comunità. Di umanità.
In
stato di grazia Loach, che considera il film la sua ultima fatica, avviandosi verso
i novant’anni. Grazie al lavoro del “suo” sceneggiatore di sempre, Paul Laverty,
vent’anni di meno. E ai protagonisti che si è scelto, il corpulento Dave Turner,
e la debuttante Ebla Mari, siriana drusa, attrice e regista al suo paese, convincente
ragazza siriana grazie agli occhi verdi e alle sopracciglia nere – gente di mestiere, venendo dal teatro, come usa nella cinematografia inglese, e non dal
Grande Fratello. A tratti perfino emozionante.
Il
miracolo si compie gradualmente, come per decorso naturale. Tra persone che più
non vivevano, da anni, da decenni, se non rimuginando il tempo che fu, e più
volentieri quello dei padri, del “buon tempo antico”. Su uno dei detti del
padre del protagonista, il Turner barista del pub “The old Oak”, “when you eat together you stick together”,
mangiare insieme per restare uniti - che è poi la agape del primo cristianesimo. La cucina è la cura di ogni dolore per le
madri siriane, anche della morte degli uomini lontani, e i locali finiscono per
(ri)scoprirne i benefici. Una iniezione di vita.
Il mono-ambiente, piccolo, comune, si presta alla compassione e alle complicità –
fa fede il film cult dello scrittore Auster, “Smoke”, del tabaccaio a Brooklyn. Ma qui un Loach senza più gli aculei del Diamat scopre - fa scoprire al suo pubblico, un
po’ perplesso – le passioni dentro il precetto (l’abitudine, l’ideologia,
l’inerzia mentale). E il culmine di questo senso ritrovato della comunità
(dell’umanità) proietta nella cattedrale di Durham, il “monumento costruito dai
Normanni, mille anni fa”. Che ingigantisce, maestoso. Senza le deprecazioni
d’uso, il lavoro schiavistico, lo sfruttamento, l’esibizione di ricchezza, optando
per l’elogio, dell’impegno di tanti, della determinazione, della santità del lavoro.
E impreziosisce in finale con una processione, evento “mediterraneo” ma non
fuori posto, simboleggiando l’unità, la comunità.
Ken
Loach, The old Oak
venerdì 17 novembre 2023
La popolazione europea cresce solo con l’immigrazione
Tutta l’Europa di Schengen, i 27
paesi Ue più Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein, ha una popolazione naturale in contrazione. Alcuni hanno
una popolazione residente in calo anche al lordo dell’immigrazione, per prima l’Italia.
I paesi di immigrazione più
antica e stabilizzata registrano però una popolazione stabile in aumento, anche se lieve. Francia, Germania,
Svizzera, Belgio, Olanda, e da qualche anno anche la Norvegia, hano un “saldo naturale”
della popolazione positivo, anche se per numeri marginali, per effetto
dell’immigrazione stabilizzata.
La Gran Bretagna non è censita da
Eurostat in quanto al di fuori della Ue e di Schengen , ma è, in base ai suoni
dati censitari, il paese col più forte aumento demografico nel Millennio, dai
54 milioni del censimento 1991 ai 59 del Duemila, ai circa 68 milioni di oggi.
La Germania segreta di Heidegger, senza gli ebrei
Se
Heidegger era antisemita. Sì, lo era, ma spiritualmente, metafisicamente.
Aborriva inece il razzismo biologico, per molteplici dichiarazioni. Ebbe anche
amanti ebree, va aggiunto, cui rimase attaccato, per di più filosofe, quindi
anche l’antisemitismo metafisico potrebbe essere contestabile – ma è vero che
non leggeva le riflessioni delle amanti, nemmeno di Hannah Arendt lesse mai
niente.
L’ebraismo
(Judentum) Heidegger sanziona insieme con la
meccanizzazione (tecnologia) e con la denazionalizzazione (cosmopolitismo, mondialismo).
E non in sé, come fede o insieme di valori, ma come razza-non-razza, in quanto sprovvista
di domesticità, di luogo e destino comune, di patria o terra natia, e di un
sentito collettivo. Senz’altro è così che Heidegger la pensa. Ma questo
esaurisce il suo problema del Judentum,
che ha voluto riproporre nei “Quaderni neri”, gli appunti organizzati, che ha lasciato
pronti per la pubblicazione?
“Chi
siamo noi?” è quesito che lo accompagna dagli inizi, da prima ancora di “Essere
e tempo”, nota Escudero: “«Essere e tempo» descrive i modi di essere insieme
autentici e inautentici con cui ogni persona realizza la sua storia, identità e
individualità… Una delle parole-chiave nel regno del pensiero di Heidegger, non
sempre visibile, è il «Sé» nelle sue diverse modalità di essere io stesso, te
stesso, noi stessi, essi stessi e voi stessi”. Insomma, il “il sé possiede una
peculiare priorità ontologica”. Da qui il “chi siamo noi”. Che diventa con “Essere
e tempo”, e più ancora con i corsi del
1935 su Hölderlin, in una anche col sentito culturale nazionale, la ricerca del
germanesimo, del Deutschtum. Che
Heidegger svolge attorno al poeta sui temi della patria, della terra, del territorio,
del sangue. Con riferimenti alla nozione di “Germania segreta”, la Germania a
venire, un “luogo comune del romanticismo”, riproposto dopo la Grande Guerra
dal Circolo Stefan George – non solo Hölderlin, “tra gli altri Fichte,
Schiller, Herder, e Heine invocano la grande, misteriosa, nascosta e anonima
Germania a venire”.
Qesto
è indubbio. “Questa segreta Germania spirituale”, può rilevare Escudero, “è
citata apertamente in «L’università tedesca», un discoso del 1934 indirizzato
agli studenti stranieri”. Heidegger vi evoca una Germania in cui, a suo dire, “poeti
e pensatori cerarono un nuovo mondo spirituale nel quale la prevalenza della
natura e i poteri della storia erano ripensati e presentati in una forte unità
nell’essenza dell’assoluto” . Tre specie di grandi spiriti che operarono tra il
1770 e il 1830, sempre nelle parole di Heidegger: “1) La nuova poesia tedesca
(Klopstock, Herder, Goethe, Schiller e i Romantici); 2) la nuova filosofia
tedesca (Kant, Fichte, Schleiermacher, Schelling, Hegel); 3) la nuova politica
tedesca di statisti e soldati prussiani (Freiherr von Stein, Hardenberg,
Humboldt, Gneisenau, e Clausewitz)”.
L’impressione
è netta che, metafisica o non metafisica, Heidegger ce l’aveva con gli ebrei
perché erano i soli in Germania che facevano filosofia nei suoi anni – a cominciare
dal “padre” putativo rinnegato Husserl. I soli, che forse non leggeva anche se suoi
tifosi, ma di cui sapeva l’esistenza, di altra filosofia non degnandosi – solo di
qualche remoto greco classico (l’assenza
di altra filosofia contemporanea, o non tedesca, nella riflessione di Heidegger
è tema ancora vergine, anche se sterminato). Una spiega riduttiva, perfino
banale, ma altre non ce n’è. Per quanto i suoi allievi a distanza s’ingegnino,
non c’è una “metafisica ebraica” da cui Heidegger si distanzia, nei suoi
scritti non si vede e non c’è, mentre c’erano dei filosofi, ebrei di madre, che
gli davano fastidio, anche suoi allievi. In fondo, nei “Quaderni neri” lo dice quasi
esplicito, e anche altrove – dichiarato si direbbe per il suo modo aggrovigliato
di esprimersi: non vuole che altri, che sono quasi soltanto ebrei, s’intromettano,
nella questione dell’essere. Ci saranno stati degli ebrei che non gli erano simpatici,
ma il Judentum che lo ossessiona sono i tanti filosofi
tedeschi ebrei. La Germania “segreta” era tanto più idealizzata perché gli ebrei non s’intromettevano.
Jesùs
Adrián Escudero, “Who are We – the
Germans?” Heidegger on the Germans and
the Jewish People, Academia-edu
giovedì 16 novembre 2023
Letture - 537
letterautore
Corrado Alvaro – Progettava un poema
di diecimila versi, che non portò a termine (e di cui si sono perse le tracce
anche negli inediti?). Ne parla in un’intervista nel 1935, e in due lettere a
Valentino Bompiani, in qualità di editore, nel 1938 e nel 1939.
Autofiction - “Il più bel cielo stellato
ci appare vuoto, se visto attraverso un cannocchiale rovesciato”, Georg
Christoph Lichtenberg, D 469.
Dante – Su
“Dante e l’islam” stabiliva il giusto criterio Umberto Eco in un articolo
su “l’Espresso” il 18 dicembre
2014, un commento alla riedizione Luni della ricerca di Asìn
Palacios. Di cui molto apprezzava l’erudizione, e la “scrittura piacevole”. Eco
dà molto credito a Maria Corti, la filologa di Pavia “che molto si era battuta
per riconoscere la presenza di queste fonti mussulmane nell’opera di Dante”. Ma
dopo avere spiegato l’intrico di conoscenze in quei secoli, malgrado le guerre
tra cristiani e mussulmani. Ed elencato in dettaglio una serie di probabili altre
fonti – oltre quelle, compreso Brunetto Latini che di D ante era stato maestro,
che avevano tradotto o comunque mediato i acconti arabo-mussulmani. Una piccola
parte di “molte visioni medievali, dove si raccontava di visite ai regni dell’oltretomba.
Sono la “Vita di san Macario romano”, il
“Viaggio di tre santi monaci al paradiso terrestre”, la “Visione di Tugdalo”, “sino
alla leggenda del Pozzo di San Patrizio”.
Dio, patria, famiglia – È un
motto mazziniano. Laico – di sinistra?
Manzoni - Fu linguista, di
rara perspicacia, oltre che storico e moralista (filosofo) – e naturalmente
quello per cui è celebrato, poeta, drammaturgo (tragediografo), romanziere. Una
lettera da lui inviata l’11 luglio 1843 allo storico francese Jean-Joseph
Poujoulat che preparava una “Histoire de Saint Augustin”, da Poujoulat pubblicata
in appendice alla prima edizione del libro l’anno successivo, fa chiarezza con
sicuri criteri che “Cassiciacum”, il luogo lombardo dove Agostino si trasferì
con la famiglia da catecumeno cristiano, per prepararsi al battesimo, era l’odierno
Casciago, e non Cassago – come allora si
pretendeva, e si ancora si pretende. Contestato subito da un monsignore della
Biblioteca Ambrosiana, Luigi Braghi, Manzoni scomparve dalla riedizione dello
studio di Poujoulat. Ma la lettera resta –la recupera Gianni Santucci “La
Lettura” di domenica 12: “Difficile credere che la desinenza in ago…, alterazione naturale di acum, abbia potuto sostituirsi a iciacum, facendo sparire una sillaba di
suono così marcato”. Nel passaggio dal latino al volgare, argomenta Manzoni, ago sostituisce acum o agum, iacum o iagum, ma non erode la consonante precedente.
E fa gli esempi, di Biliagum diventata
Bellinzago e non Belago, di Ambrecianum
diventata Imbersago e non Imbrago. Da qui il percorso Cassiciacum-Cassiciago-Cassciago-Casciago:
“Non vi sarebbe stato altro mutamento che la semplice soppressione della i:
cosa abbastanza ordinaria nel milanese”.
Narcisismo - È sigillo dell’epoca,
Willy Pasini. “Diventeremo tutti fluidi?” chiede allo psicoterapeuta Candida
Morvillo sul “Corriere della sera”. Risposta: “Si va in questa direzione, che
non è fluidità ma narcisismo: oggi, conta il desiderio, che parte da Sè,
l’oggetto d’amore è intercambiabile”.
Piacere
–
Quello sessuale è solo naturale, conclude il fisico pensatore Lichtenberg: “La
rete divisoria tra piacere e peccato è così sottile che anche la corrente del lentissimo
sangue di un settantenne può infrangerla. E allora? La natura vuole allora ciò
che non vuole? O la ragione pensa ciò che non può pensare? Follia!” B 334.
“Se la natura non avesse voluto che la
testa desse retta alle esigenze del basso ventre, che bisogno avrebbe avuto di
collegare la testa con il basso ventre?” B323 – “questo, senza fare
propriamente ciò che si chiama peccato, avrebbe potuto satollarsi e accoppiarsi
a sazietà, mentre la testa, senza il corpo, sarebbe stata libera di costruire
sistemi, fare astrazioni e, senza vino e amore, cantare e chiacchierare.
Avvelenando i baci, la natura ha fatto molto peggio dei nemici che, in guerra,
avvelenano le frecce”.
Repubblica ideale – “Nella Repubblica dei dotti ognuno
vuole comandare: non vi sono capi e questo è male. Ogni generale deve per così
dire preparare il piano, montare la guardia, ramazzare e andare a prendere l’acqua.
Nessun vuol dare una mano all’altro”, G.F.Lichtenberg, “Lo scandaglio dell’anima”,
D 483.
Rubens – “Too much meat!” era il commento
anonimo sui muri esterni di una mostra a Anversa -qualche
decennio fa, del pittore ora celebrato a Roma e Mantova, oltre che a Genova -
troppa ciccia. Su”Robinson” Melania Mazzucco ne celebra la ricerca della bellezza
e della classicità, ma in fatto di figure femminili dipinge soprattutto poignets d’amour e celluliti.
Serie tv – Sono il nuovo romanzo popolare per Carlo Verdone, che esemplifica (nella
presentazione al libro di Mario Sesti, “Le 250 serie tv da non perdere”) citando
“I Soprano”, “Mad Men” o “Il trono di spade”, e li appaia a Dickens. Altrettanto
fluviali nell’esperienza “binge whatching”,
la visione di seguito delle serie, invece che a puntate. E James Gandolfini (“I
Soprano”), Michelle Dockery (“Donwnton Abbey”) o Vanessa Scalera (“Imma
Tataranni”), attori non specialmente identificati prima della serie, con essa di
colpo divenuti “una presenza familiare per chiunque”. Come i personaggi del “Copperfield”,
sottinteso, o del “Canto di Natale”.
Dumas naturalmente si può aggiungere all’elenco dei “seriali”
ottocenteschi, forse Salgari, il Victor Hugo dei “Miserabili”, l’Eugéne Sue dei
“Misteri di Parigi”. E ricordare che erano romanzi quasi tutti a puntate, seriali,
scritti appositamente per reggere il fondo pagina del quotidiano, legandosi
senza problemi per il lettore con la puntata precedente e con quella seguente.
Tutto, secondo Verdone, assommano le serie tv. Anche i
progetti incompiuti dei grandi registi del passato, “da Buñuel a Fellini, da
De Sica a Kubrik, da John Ford a Sergio Leone”, che “hanno sempre, in sordina,
lamentato le dimensioni limitate” del fil in sala, “quelle (quasi) due ore (o
poco più” di proiezioni. E le “forme e stili del racconto e del linguaggio
cinematografico che per certi versi appartenevano alla sua archeologia: il flashback…, il montaggio alternato…, il cliffhanger”. E la reinvenzione dei
titoli di testa. Un’ubriacatura.
Verdone non mette nella serialità-romanzo popolare il personaggio
eponimo del genere, lo Zingaretti-Montalbano, che è anche l’identificazione più
radicata: c’è un perché?
Suicidi – Nelle lettere e
le arti sono, possono essere, “performativi”, un fare dopo tanto immaginare e
scrivere? Leonetta Bentivoglio rivisita i suicidi di Anne Sexton, maga-strega
della poesia americana di metà Novecento e della sua “amica-rivale” Sylvia Plath,
giovane madre di famiglia e lady cooptata
dell’upper class britannica, entrambe
allieve di Robert Lowell, “fondatore della «poesia confessionale»”, come forme
di teatro: “Mentre Sylvia infilò la testa nel forno dopo aver preparato
accudenti tazze di latte caldo per i suoi bambini (suicidio da presepe domestico),
Anne, più provocante e diva, si spogliò nuda, indossò una pelliccia della
madre, brindò con un bicchiere di vodca, e si fece divorare dal monossido si carbonio in garage (suicidio
da femme fatale)” – “Anne Sexton, scandalosa strega”, “Robinson”, 12 novembre. Anne,
“scandalosa e promiscua”, alle lezioni da Lowell “si presentava ingioiellata,
impellicciata, truccatissima e ubriaca”.
letterautore@antiit.eu
Corsa all’eredità, per ridere, controvoglia
Una
commedia che dovrebbe essere brillante, sui nipoti che accorrono al capezzale
della zia ricca morente (Agel Musco ci provava novant’anni fa col suo primo
film parlato, “L’eredità dello zio buonanima”, col regista Amleto Palermi),
con trovate anche brillanti, con attori di mestiere e carisma (Kathleeen Turner, Toni
Collette, David Duchovny, Anna Fanis, che
viene svolta sottotono e quasi controvoglia. E non s ne può fare torto alla
sceneggiatura, è di mano dello stesso regista.
Una
produzione Sky, forse per il pubblico americano.
Dean
Craig, The Estate, Sky Cinema
mercoledì 15 novembre 2023
Secondi pensieri - 528
zeulig
Dialettica - Il triangolo
dialettico non è ridicolo: sponda, controsponda, carambola. Qui siamo e qui
restiamo.
Essere – È divenire, certo, è in progress.
Divenire,
cioè tutto scorre, ma da dove a dove? Da nessun inizio a nessuna fine - dal
nulla al nulla? È la macchina del vento. L’essere, certo, è il divenire, ma non
per questo più consistente, e nemmeno logico.
Ciò che non è è ciò di cui non si può
dire. Lo dice Wittgenstein ma lo sapeva gia Parmenide, in Platone. Questo è il
paradosso dei paradossi, per chi si di-letta di logica, che non ha mai
inventato nulla, nemmeno nel senso di tro-vato. L’origine ama nascondersi.
L’ignoranza, meglio nasconderla.
Marxismo
–
Era minato, ben prima del crollo del sovietismo, dagli stessi suoi seguaci ,
anche se eretici. La
filosofia della prassi di Gentile liberava il marxismo dalle incrostazioni,
naturalistiche, pa-leo materialiste, idealiste, e con Gramsci delineava il
marxismo migliore: la filosofia è
rivoluzione. Ma i risultati non hanno cessato di essere catastrofici, sia pure
sotto la specie fascista-sovietica: la filosofia del primato del divenire, o
della rivoluzione totale, si è rovesciata nel nichilismo.
Il nichilismo si imputa a Nietzsche ma il
poveretto non c’entra, impazzì per essersi battuto contro questo avvento per
lui chiarissimo. Heidegger semmai, che ne è l’esegeta, ne è anche testimone, se
non attore. Una filosofia che, aspettando la rivoluzione, non spiega la storia
è un errore o un trucco, non spiegandosi i totalitarismi se non come una parentesi.
Mentre una civiltà che al suo culmine stermina ebrei, zigani, kulaki e ogni
indifeso, deve far riflettere.
Anche perché, se il sovietismo si è dovuto
arrendere al mercato, al consumismo, il fascismo essenzialmente si è sconfitto,
per l’impazienza di Hitler. Dopo essere stato fenomeno mondiale, dice bene
Croce: “In tutto il mondo contemporaneo si è celebrato il Superuomo e il Duce”.
E dunque non si può liquidarlo. E non nel senso dell’irrompere nella storia dell’Anticristo,
il diavolo, il male assoluto, ma in senso storico: non è la barbarie dei pochi,
è la mostruosità di una cultura si vuole rivoluzionaria, radicalmente nuova,
antiborghese, irreligiosa, di massa. Alla fine del tempo non c’è la perfetta
società socialista, ma magnaccia e iene ridenti.
Nichilismo
-
Heidegger, intricandolo, l’annienta. Annienta il niente, dietro, sopra, sotto
di esso prospettando profondità e anzi abissi. Ma questa saracinesca tra l’io e
la vita, tra l’io e la verità, e la disarticolazione conseguente dell’io, hanno
radice filosofica? O non sono una vendetta della realtà sull’io factotum? Di
certo si radicano nel grasso. Il nichilismo viene con l’affluenza, là dove e
quando, per la prima volta nella storia, la borghesia ne è il motore, la creazione
della ricchezza. Il nichilismo è filosofia da sazietà. Quando la malattia e la
fame sono vinti, il filosofo e il poeta si guardano l’ombelico e si annoiano.
Pensano il pensiero del pensiero, la lingua della lingua, la poesia della
poesia. E gli gira la testa, se scopano si contano le pulsazioni. Si filosofa ora
nella brousse, negli Urali, e forse nel Gobi.
Il nichilismo è categoria reazionaria, l’abominio
dell’esistente, non innova, non libera, e non esplora. “Esser-là”
nell’esistenza, lo diceva Jean Paul per scherzo. Il
nichilismo d’autore suona falso. Per l’argomen-to da che pulpito la predica,
non del tutto volgare. Tale è la cura che la scrittura richiede, per creare, diffondere,
spiegare: non è roba da stanchi, o angosciati. Un professore universitario,
quali sono i filosofi oggi, ha poi impegni pratici doppi, con le fotocopiatrici
e le sessioni d’esame.
Si trova nelle pieghe più sorprendenti, per
esempio il nichilismo gesuita. O di Brecht, cresciuto dai gesuiti, figlio di
amministratore delegato, che ne mantiene il nichilismo radicale, nel furore
pedagogico.
Oggettivo – Il termine chiave del lessico marxiano, ora defunto ma dominante fino al
crollo del sovietismo, sta per “destinale”,
“destino”? Nella lettura del marxista Canfora nel ciclo di conferenze tematiche
“Le parole della storia” (sul tema “libertà”, dopo “Risorgimento” e “fascismo”),
tenuto a Bari, riprodotta sul “Corriere della sera”. Indica l’insieme dei “«condizionamenti»
che stanno alla base di decisioni apparentemente «libere»”. Questo già nella
classicità, quando l’articolazione della
società tra “liberi” e “schiavi”
consentiva ai privilegiati, pochi secondo alcune scuole,per esempio gli stoici,
di essere “liberi” – “da vincoli, condizionamenti, bisogni fittizi, ambizioni,
etc.”. Per questo la libertà è “una faticosa marcia”, “un processo perenne che
non avrà mai fine pur essendo ineludibile e necessario”. Un pessimismo o messianismo
che Marx avrebbe sicuramente avversato: la libertà è qui e ora, a ogni istante
in ogni avversità, oggettiva oppure no. In uno stesso paesaggio ma con approccio
diverso – di azione e non di riflessione, di riflessione per l’azione.
Verità - È “nelle sfumature”, spiega George Brandes a Nietzsche nella prima lettera
che gli scriveva: “Lei è molto
tedesco. Il suo spirito, di regola così brillante, sembra venire meno quando la
verità è nella sfumatura”.
Brandes, di nascita Cohen,
poi filologo anche italianista, e punto di riferimento dei letterati danesi primo
Novecento (“scoprì” Karen Blixen, ne valorizzò I raconti), veniva dalla
frequentazione di Kierkegaard, certo meno epigrammatico di Nietzsche.
Si può essere bugiardi e dire
la verità.
La verità è che non c’è la
verità.
zeulig@antiit.eu
Se ci vuole una “cultura del Sud” nell'Italia leghista
In
questo che si annuncia come un primo volume, le benemerite edizioni “Local
Genius. Giornale delle Identità Territoriali”, che hanno meritoriamente ripubblicato,
a larga diffusione, in volumi curati, l’“Ulisse
in Italia” di Armin W olf, le vere storie dei “Briganti di Calabria”, e “Il terremoto del 1783”, propone cinque
schede bibliografiche di personaggi calabresi della cultura, Pitagora,
Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella e Telesio, di Antonela Iacobino, e
una ventina di schede di altri personaggi (ricompresi Campanella e Telesio) tratte
da altri autori. Una scelta varia, che va da Zenone al Tasso, al Bernini e allo
Spagnoletto (Juepe de Ribera).
Una
proposta curiosa, dacché non esiste una cultura “calabrese”, o “meridionale”, avulsa
da quella italiana ed europea. Se non come luogo di nascita, o di esercizio,
per qualche verso o tempo, della professione. È come se l’Italia vivesse sempre
sotto l’impronta leghista, del Lombardo-Veneto che quarant’anni fa provò a riformulare
l’unità sulla sola base del disprezzo del Sud. Sempre in trincea, a giustificarsi,
a dimostrare qualcosa, sempre in difesa.
È anche
vero che i personaggi di allora volteggiano ancora sopra la nostra testa. Tipo l’incredibile
Calderoli, oggi affabile ministro delle velenose autonomie regionali. Il leghismo
è un impeto calcolatore, molto – furbo e non passionale. E certo va contrastato
in ogni piega, non si sa mai, tanto è subdolo.
Antonella
Iacobino (a cura di), La Calabria e il
Sud. Grandi personaggi, Local Genius, pp. 274 € 10
martedì 14 novembre 2023
Problemi di base mortuari - 776
spock
Un malato terminale soffre meno se muore?
Chi non soffre meno se muore?
“Che una malattia sia inguaribile non vuol dire che la
persona non è curabile”, Eugenia Roccella?
S i vive più intensamente morendo?
Scompare, è scomparso, perché? i morti scompaiono?
Sono i porci che si mangiano i figli?
spock@antiit.eu
Cortellesi straripante, comica e tragica
Un
drama-comedy sul maschilismo, a Roma,
ancora occupata dagli Alleati. Un po’ triste ma non disperato - il peggio del
marito manesco è un balletto: l’uomo ha bisogno di ballare per colpire la
moglie.
Mimando
il neo-realismo, bianco e nero e schermo quadrato, su un tema zavattiniano –
che non si può dire – Cortellesi sceneggiatrice, oltre che regista, ricostruisce
Roma nel 1945, con gli americani, i caseggiati, le famiglie, le amicizie, le code
al panificio, le malelingue, i suoceri importuni, i fidanzamenti pomposi, le
visite di condoglianze per un caffè, e altre minuzie, basandosi sui ricordi,
dice, di madre e nonne. Non un film sul maschilismo in realtà, il
marito-Mastandrea è una macchietta, sempre esagerato: saluta la moglie con un
ceffone alzandosi la mattina (è la primissima scena), fa il balletto, è ridotto
un cencio dal padre autoritario che gli occupa la casa, s’inginocchia in piazza
disperato quando il padre muore…. Il quadro cupo e violento è di fatto lieve,
per l’aneddotica, e per l’esito della storia: la rivincita delle donne è sottile,
fiabesca – una vera scena da film neorealista. Cortellesi insomma non rinuncia alla sua cifra, di solida anche se lieve ironia - alla sua maschera di stupore. Una autoconsacrazione
Il
miracolo del film è il successo grande di pubblico. Di una certa età, ma sempre
affollato, a tre settimane dall’uscita. C’è Roma com’era, un amarcord quindi.
Ma questo vale per Roma, e a Roma per i romani che c’erano, mentre il film è
visto ovunque. La chiave del successo è probabilmente Cortellesi stessa come protagonista:
regge tutte le scene, in una moltitudine di espressioni. Forse avvantaggiata
dal controluce dell’attrice-notoriamente-comica. Ma l’effetto è magnetico.
La
regia è aggiornata alle ultime tendenze. Con la scena quadrata appunto, e il
ripristino dei “titoli di testa”, la
scena che li precede, che introduce il film e mette lo spettatore sulla sua
lunghezza d’onda.
Paola
Cortellesi, C’è ancora domani
lunedì 13 novembre 2023
Se l’Ucraina ci va bene anche mutilata
Il segretario della Nato Rasmussen,
cioè l’America, sparge la voce che l’Ucraina può entrare nella Nato senza i territori
annessi dalla Russia. Cioè, un’Ucraina mutilata per servire agli interessi
occidentali, americani. A una politica attiva di accerchiamento della Russia,
tramite gli Stati limitrofi, Polonia, Moldavia. Georgia, Baltici e Ucraina, e
se possibile Turchia e Medio Oriente turcofono.
Rasmussen parla dopo che
Zelensky, il presidente che impersona la guerra giusta ucraina, di difesa dell’integrità
territoriale, è criticato dal comandante dell’esercito, Zaluzhny. Criticato apertamente,
cioè con parole forti e in pubblico.
Non è la prima stranezza di questa
guerra, che vede l’Ucraina sacrificata, ma non si sa a che cosa – il sentiment antirusso non vi attecchisce,
malgrado tutto.
Per Landini sindaco, ex sindacato
Salvini rimprovera a Landini, che
ha chiamato lo sciopero per venerdì, “il week-end lungo”. Come a dire: una
furbata, per avere più adesioni promettendo una lunga vacanza, di tre giorni
invece di due. Ginnastica politica. Però è vero che tre scioperi su quattro sono
chiamati il venerdì, proprio per questo motivo, per incentivare la adesioni - e il quarto, più raramente, il lunedì. Perché,
altrimenti, non si sa perché si sciopera.
Gli appelli allo sciopero in tv,
come un tempo i manifesti e i volantini, ora elencano una “serie di problemi”. Con
una strana correlazione, a proposito di volantini a più voci, con un altro “autunno caldo”,
ma quello veramente, nel 1969. Uno sciopero non per una cosa o due ma per un po’
di tutto. Oggi più di allora. Allora, per esempio, c’era anche la scuola nei manifestini,
ma come diritto allo studio. Oggi c’è la scuola, ma di tutto un po’: edilizia,
sicurezza, retribuzioni, borse di studio, alloggi per fuori sede, meno tasse,
più trasporti, pubblici, gratuiti. O le pensioni, per la fuoriuscita anticipata
dal lavoro. Che è il contrario delle politiche sindacali di allora.
Allora gli scioperi erano
politici. E ora? Non si possono dire nemmeno politici – scioperare per Conte,
per Schlein? Certo, Landini si potrebbe candidare, come gà Cofferati, altro
manager di “adunate oceaniche” Cgil, ma a sindaco di Bologna? Certo, sindaco e
sindacato suonano all’unisono. Ma i lavoratori? Chi rappresenta il sindacato?
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Si dice in città,
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L’apprendistato africano di Blixen-Dinesen
Un
libro de chevet, riposante per i
momenti di riposo. Divagazioni sulle occorrenze della vita: i progetti, i
problemi, il credito, il debito. Condite da riflessioni sui temi che occupano
la fantasia: l’amore, l’abbandono, la solitudine, l’entusiamo, la delusione.
Nelle lettere che Karen Blixen, non ancora “Isak Dinesen”, in Africa o in
viaggio dall’Africa all’Europa e viceversa, inviava ai suoi familiari,
soprattutto alla madre Ingeborg e al fratello tuttofare Thomas. Una
corrispondenza che è anche l’apprendistato della sua futura attività di narratrice
- e di cultrice dell’immagine - invece che di farmer baronessa, nella cornice anglicizzante del Kenya coloniale.
Dal
1914, prima della Grande Guerra, al 1931, quando la sua farm africana fallì, la baronessa danese Karen Blixen decise di
vivere sull’altopiano kenyota, dal clima più spesso brumoso come a casa, un’esperienza
da castellana, una che innamora e comanda, illuminata e rispettata, su Kikuyu
sparsi, Somali, Masai, sui leoni e gli sciacalli. Come, si dirà poi, da scrittrice
famosa, “una snob eletta da Dio”, di “indomabile
amore per la grandezza, che è stato «il mio demone»”. Un’esperienza che, scorrendone
le lettere, ne ha mutato le prospettive, e il carattere. Ma lontana dallo
stereotipo del futuro “La mia Africa”,
del libro e del film – le foto che corredano il volume, numerosissime, si aprono
con un ritratto di Karen nel 1913 diverso: un viso tondo, uno sguardo complice
e malandrino, non l’affilata altierezza di Meryl Streep, che la impersona
nel film.
La
corrispondenza è naturalmente appesantita dalle vicende biografiche - o alleggerita,
se si sta al gossip: problemi
finanziari ricorrenti, e rapporti personali per lo più problematici, col marito
Bror Blixen, poi divorziato, e col maggiore pilota Denys Finch Hatton, col
quale la relazione fu intesa (poetica), entusiasta e tormentata, anche da una
maternità non voluta, quindi abortita, che presto morirà in un incidente, lasciandola sola, e con i
creditori alle calcagna. Ma le vicende sono vissute con spirito leggero, la
futura narratrice veleggia al di sopra delle macerie – se non fu un’incapacità
di vivere la vita “reale”, degli affari, le stagioni, le piogge, la siccità, i
raccolti, le anticipazioni, i mercati. Sempre curiosamente ispirandosi, come
incarnandola, a Freja, che evoca, la divinità nordica di tutto ciò che è vita, amore,
bellezza, anche nella guerra e la morte.
Un
volume di oltre 2.500 lettere. Tutte fitte di cose, alcune molto lunghe. Curate,
come per la posterità, anche negli aspeti più casuali o marginali. Come se gli anni
dell’Africa fossero un apprendistato, un esilio volontario in ambiente esotico
per meglio affinare l’arte del racconto – raccontarsi una vita propria mentre
se ne vive un’altra, quella materiale, anagrafica.
Un
volume messo assieme da Frans Lasson nel 1982, con l’aiuto di Thomas. Ottimamente
curato da Bruno Benni, specialista solitario della letteratura danese, da Andersen
in qua.
Isak
Dinesen, Lettere dall’Africa. 1914-1931,
Adelphi pp. 488, ill. € 28
domenica 12 novembre 2023
Ombre - 693
In
linea di diritto non si può dire, forse in Inghilterra un giudice può decidere
che una bambina soffre meno se muore (ma: chi non soffre meno se muore?). Di
fatto, è l’autorità di una cerusica inglese che fa testo, contro un ospedale
italiano di avanguardia. La democrazia, come il diritto, sono belli, ma up to a point – come nei “divertimenti” di Evelyn Waugh (che però era
cattolico….): inglese è meglio.
In
guerra, si sa, si può dire qualsiasi cosa – ci si deve difendere. Ma perché propinare, dopo un anno o due, in America,
una verità che tutti sanno, che è stata l’Ucraina a sabotare il gasdotto gigante
russo-tedesco? Imputando pure la cosa a un ufficiale ucraino che ora sarebbe in
disgrazia. Per consentire alla Germania di sostenere l’Ucraina malgrado tutto?
E poi? Che guerra stiamo combattendo?
L’Fbi
ferma il sindaco di New York per strada, per sequestrargli i cellulari e l’ipad.
Non poteva farlo in casa o in ufficio? L’America si gloria di una polizia
politica – ha tenuto su per anni un Russiagate, con rogatorie internazionali,
perfino in Italia, cioè scomodando un po’ tutti, che sapeva basato su un falso.
L’America
ospita a San Francisco il summit annuale dell’accordo di cooperazione economica
Asia-Pacifico. Il presidente Biden incontrerà il cinese Xi? Si, no, infine c’è
una data. È stata l’America, che pure ospita la conferenza, a cercare
l’incontro, mentre Xi faceva il difficile. Non c’è confronto sul piano
militare, ma l’America ha soggezione della Cina, sul piano economico, e su
quello culturale – l’Oriente marcia a larghi passi.
Allungandosi
la lista delle banche che si sottraggono al prelievo sugli extra-profitti, con Mediolanum che si
accoda a Unicredit, Intesa, Bpm, Bper, Mediobanca, Credem, Agricole, Sondrio,
Mcc, si arriva a Mps. Che è una banca del Tesoro… La maggioranza regna ma non governa
– governa di fatto l’establishment burocratico,
non di destra? L’anticipo a dicembre agli statali
del benefit vacanze a valere nel 2024,
costo 2 miliardi (900 euro pro capite in media) , è più del
prelievo forzoso fallito.
Fra
i candidati all’Unione Europea, la commissione di Bruxelles sceglie, oltre
l’Ucraina, la Moldova e la Georgia. Cioè tutto quanto trova contro la Russia:
per il bene dell’Unione, o per fare lo zerbino degli Stati Uniti?
Si
combatte sul passaggio di Alitalia-Ita a Lufthansa una strana battaglia: Bruxelles
chiede centinaia di informative, utili solo per bloccare l’operazione. Bruxelles
che dà torto alla Germania non si era mai visto. Non succede per esempio ora sugli
aiuti tedeschi alla siderurgia nazionale –che mettono fuori mercato l’acciaio
non tedesco. Le seicento o mille informative richieste a Ita sono un modo per ridurre
i pochi, se ci sono, vantaggi del passaggio a Lufthansa – Lufthansa deve
prenderla per niente?
Elly
Schlein indignata chiede l’espulsione di Rama, una vita da socialista, dal
partito Socialista Europeo. Lei che socialista non è. Evidentemente si prende
sul serio. Ma pensare a Schlein che colloquia con Scholz, o con Sanchez, sembra
da fantascienza.
A
Malaga, al congresso annuale dei socialisti europei, si fa vedere per quattro
ore, di cui tre per andata e ritorno da e per l’aeroporto.
“Suv,
una passione italiana. Un successo inarrestabile, quello delle auto a ruote
alte. Che ora si prendono più della metà del mercato”. Transizione, verso dove?
“La
piccola elettrica Volvo pronta per la rivoluzione. Design moderno, dimensioni
contenute e prezzo competitivo per il nuovo Suv d’alta gamma”. Prezzo, a
partire da 36 mila euro. Recessione? Crisi?
In
Italia diminuisce il reddito medio delle famiglie. Solo in Italia in tutta
Europa. La rendita non basta più, s’intacca il capitale – l’italiano ha il patrimonio
medio più elevato in Europa. È il tempo delle cicale.
Diminuiscono
in particolare i salari “reali”, al netto dell’inflazione: in Italia molto di
più rispetto agli altri paesi industriali, del 7,5 per cento rispetto al 2019, ante-covid
– contro un meno 2,5 nella media dei paesi industriali, Italia compresa.
Un
mese di guerra e ancora nessuno ci ha detto che Hamas al comando è opera del
governo israeliano, deliberata: Netanyahu ha operato per indebolire l’Autorità
Nazionale Palestinese, finanziando e rifornendo Hamas tramite i suoi alleati
arabi, gli Emirati soprattutto.
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Napoleone, un pallone gonfiato
In
occasione dell’uscita del film “Napoleon” di Ridley Scott, regista “napoleonico”
di suo, che ora ripunta decisamente all’Oscar, ha propiziato nella stampa
americana una serie di analisi, ripensamenti, riesami del personaggio, in America non così popolare
come in Europa. Ripescando un vecchio saggio, in occasione dell’apertura a
Parigi nel 2019 del piccolo museo Imperial Art al parco di Monceau, la rivista
ne ridimensiona brutalmente la figura, per la sua “macanza di un vero progetto,
oltre che imporre e mantenere il potere”. Per “una propensione al sentimentale
come al brutale”. E per una sorta di
violenza sull’opinione puibblica: “La presentazione fu cruciale al suo lungo
successo. Il numero di bollettini e ordini
del giorno che emanò formano una narrativa corrente inesauribilmente ottimista
e arrogante, senza vergogna esagerando le perdite nemiche e minimizzando le
proprie. Questi bollettini sono costitutivi della leggenda di Napoleone, frequentemente
riprodotti da entusiasti che sembrano allegramente indifferenti alla loro
mendacità”.
Ferdinand
Mount, An ordinary Man, “The New
York Review of Books”, 4 aprile 2019, free from the archive
sabato 11 novembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (543)
Giuseppe Leuzzi
L’Istat ridimensiona infine,
dopo quattro decenni, la presa della malavita sull’economia nazionale: dei 192
miliardi di “economia sommersa” nel 2021, ultimo dato ricostruito, 18 miliardi
derivano da “attività illegali”. Trent’anni fa si attribuiva alle mafie un terzo,
se non la metà, dell’economia somemrsa o ilegale. Per creare un mito?
Uno studente fuori sede spende
in media in un anno 19 mila euro (alloggio, pasti, trasporti, tasse, materiale
didttic, salute) – poco meno di 17 mila in un ateneo del Centro. Poi si dice
che il Sud s’impoverisce, che alimenta l’economia dei “fuori sede”, da Roma in
su.
La sentenza-lezione della Cassazione alla sezione del Tribunale e alla corte d’Assise di
Palermo in materia di Stato-mafia non è ridicola, come sembra (in effetti, i
giudici bocciati delle sue istanze restano ai loro posti e anzi avranno fatto
carriera, per anzianità, “a cieli aperti” come usa in magistratura). Non lo
è perché fa capire come nei vent’anni dell’inchiesta e dei giudizi la mafia sia
rimasta intonsa a Palermo. Anzi, se non fosse per la cronaca quotidiana, non ci
sarebbe, la giustizia non se ne cura. Hanno solo arrestato Messina Denaro, ma
era uno di trenta e più anni fa – se non si è consegnato lui, per un ultimo
sberleffo.
Com’e(ra) ricco il Sud
Alessandro Gassman, nella
veste di ecologo, fa sul “Venerdì di Repubblica” il caso della seta a Catanzaro,
a proposito della Cooperativa Nido di Seta, messa su da Miriam Pugliese, Domenico
Vivino e Giovanna Bagnato: “Pochi sapranno che dal XIV al XVIII secolo Catanzaro
è stata una delle città europee più importanti nella produzione e tessitura della
seta. Una grande tradizione, che purtroppo nell’era dell’industrializzazione si
è via via perduta”. No, si è perduta con l’unità, definitivamente. Già intaccata
dalle ultime politiche doganali borboniche. Il medio svizzero Horace Rilliet la
descrive ben viva e produttiva a metà Ottocento, nel diario “Colonna mobile in
Calabria 1852”, un resoconto dettagliato e figurato, per imagini, del suo attraversamento
della Calabria nell’autunno del 1852, al seguito del re che visitava le province
con un “colonna mobile” - di soldati di tute le lingue, per lo più tedescofoni.
“La seta”, scrive alla
“Giornata XVI” (le pp. 179-180 dell’edizione Rubbettino), “una delle prime
fonti di ricchezza di questo paese, era stata così sfruttata dalle imposte
drurante il feudalesimo da esserne completamente schiacciata”. Ma anche
successivamene, abolito “l’antico feudlesimo”, dai “grandi proprietar”
assenteisti, che il loro interesse limitavano al prestito a strozzo ai
coltivatori, la seta era solo un cespite da tassare: “La seta cruda, ad
esempio, pagava un diritto che, per il modo in cui si percepiva, era
estremamente vessatorio e oneroso; la seta era pesata al momento in cui usciva
dalla filatura, cioè ancora imbevuta d’aqua, e quindi quasi al doppio del suo
peso reale”, e la tassa si pagava sulla seta bagnata.”C’erano anche altri
diritti”, continua Rilliet, “locali, feudali, reali, provinciali” sulla lavorazione
della seta. “Per esempio: il diritto di Bisignano prendeva 7 grani a libbra,
oltre il diritto provinciale, che ammontava a 42 grani e mezzo. Poi bisognava
aggiungere I diritti d’esportazione, da cui tuttavia una saggia legge del 1804
liberò l’industrtia sericola” – del 1804, cioè ancora di mano del re Borbone
Ferdinando IV, il regno diventerà napoleonico due anni dopo, anche I Borboni
sapevano quello che facevano. “D’allora questa industria”, continua Rilliet,
“ha preso uno sviluppo notevole e il regno fornisce attualmente un milione di
libbre di seta che fruttano tre milioni di ducati”. Una produzione “suscettibile
di grande aumento perché il gelso è ancora poco coltivato e anche completamente
sconociuto in molte località”. E perché
la coltura del gelso non si estende? Per la diffidenza del conatdino. E perché
il conatdino è diffidente? Perché non ha un patto di fiducia con il grande borghese
che lo finanzia, e gli propone il cambamento.
Ma non c’è solo la coltivazione:
“La Calabria possiede parecchie filande che, benché primitive, forniscono un’eccellente
seta per cucire”. Piccole e grandi. “Primitive” ma “a un livelo di perfezione simile a quello di
altri paesi, del Piemomte, della Lombardia, e i cui prodotti sono molto
ricercati. Tali sono le più belle filande di Reggio, Villa San Giovanni
(costruita sul modello di San Leucio, vicino Caserta), Cosenza e molte altre,
che hanno aumentato e migliorato di molto la loro produzione”.
L’industria della seta in Calabria,
è la conclusione del medico svizzero, è meno produttiva rispetto a Napoli, a San
Leucio, “ma ogni anno porta progresso e miglioramento e va detto che negli
ultimo venti anni gli utili sono quasi raddoppiati”.
È una storia molto raccontata,
ma sempre sorprendente, quelle del Sud che avrebbe potuto essere e non è staao.
Per esempio industriale - anche della grande industria a Napoli e dintorni, che
era anche il primo porto europeo dell’Asia, la “porta d’Europa”. La ferriere di Mongiana,
per esempio, per restare al Rilliet, altro caso che dovrebbe essere stranoto e
invece non lo è, “le cui numerose fabbriche di acciaio e d’artiglieria sono le
più importanti del regno”. La siderrugia di Mongiana era pubblica, si potevan
senz’altro modernizzare, adattare alle tecniche in evoluzione di produzione e
di mercato, ammesso che gli imprenditori-gestori locali no ci riuscisero, ma
non si è fatto.
Un secolo prima, poco meno,
nel 1770, lo scrittore e naturalista scozzese Patrick Brydone si meravigliava
della ricchezza delle colture in Sicilia: “Ci stupimmo a vedere come erano
ricchi I raccolti, molto più abbondanti che in Inghilterra e nelle Fiandre, dove
il buon terreno è curato con tutte le arti”. Ma qui senza beneficio per
ilcoltivatore: “Qui il misero contadino ce la fa appena a solcare il suolo, e
mietere col cuore grosso la messe più abbondante. A che pro gli viene largita?”,
la natura è genersoa? “Soltanto per gravare come un peso morto sulle sue
braccia. Quando non va persa del tutto, dato che l’esportazione è proibita a
coloro che non possono pagare al sovrano un prezzo esorbitante”. E commenta:
“Che differenza tra la Sicilia”, ubertosa, “e la piccola selvaggia Svizzera!” –
che il viaggiatore aveva appena visitato. Analoga considerazione farà anche lo
svizzero Rilliet, sempre domandandosi perché tanta ricchezza producesse tanta
povertà: “Il paesaggio che attraversiamo è un soggetto serio, perché alla vista
della fertilità e dell’abbondanza che vi regnano, ci si domanda da dove può
venire questa indolenza degli abitanti, questa mancanza di spirito d’impresa, questo
abbandono di ogni attività e commercio presso un popolo che nei tempi antichi
della Magna Grecia produceva anti capolavori, contava tanti filosofi importanti,
e aveva una cultura e una civiltà d’avanguardia”. Non per denegerazione,
arguiva il medico: “Gli abitanti di questa provincia si distingono per la loro
forza fisica, la loro forma slanciata ed elegante, i lineamenti belli e
regolari così come per la finezza del loro spirito e della loro intelligenza”.
E si rispondeva: hanno pesato la decadenza e le guerre, contro i barbari, tra “greci”,
contro gli arabi e poi i normanni, gli angioini, gli svevi. “Il risultato per
questo popolo”, è l’analisi del medico svizero, “fu una diffidenza incurabile per
tutto ciò che gli veniva da fuori e quindi la distruzione di ogni
comunicazione, di ogni commercio e scambio di idee. In seguito allo spopolamento
dle paese, immense distese di terreno furono abbandonate e trascurate. Questi stessi
terreni inondati dai fiumi generarono febbri e malattie pestilenziali….”.
Lo spopolamento in realtà è
costante da alcuni secoli, quindi andrebbe indagato (re-indagato) più a fondo. Ma
da qualche tempo, si può dire già da dopo l’unità, l’aggiornamento fu costante
e per certi aspetti febbrile, l’adeguamento ai canoni di produzione e d’immagine.
Ma fu un aggiornamento non fecondo, non riproduttivo. Si emigra e si copia, ci
si adatta e non si costruisce, o poco, troppo poco. Sul passato, e sulla
mentalità?, ha gravato la feudalità, un millennio e più di regime feudale, remoto
e vessatorio, di diritti e non di doveri, che ebbe il suo acme nei primi secoli
del secondo millennio, tra Normanni, Angioini e Svevi, ma perdurò sotto i regni
di Aragoma e di Spagna. Tra Sette e Ottocento, tra Filangieri e i francesi a
Napoli, la feudalità fu cancellata, ma perdurava negli istituti del fedecommesso,
il sistema diffusissimo per secoli per cui si
compravano e si vendevano fondi, sulla carta, fra proprietari assenteisti (un
abbozzo di riesame ne tentavamo su questo sito in più occasioni qualche anno
fa, in particolare
http://www.antiit.com/2009/12/sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-51.html
http://www.antiit.com/2011/09/sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-100.html)
La Calabria restava affidata ai contadini
poveri, indebitati col padrone lontano, che se sapeva qualcosa erano solo i
confini dei possedimenti che aveva acquistato e il numero dei “fuochi”, delle
famiglie che gli dovevano ogni anno qualcosa.
Nostos, richiamo ancestrale
C’è una personalità dei
luoghi. Invasiva anche, intromettente. Molti ne risentono gli efetti, tra gli
emigrati, anche per scelta, che conservano l’mmagine, tra i tanti luoghi dove
possono essere transitati o finiti, di quello dove sono nati e cresciuti, e
spesso ci ritornano anche, anche a costo di un delusione – che è inevitabile, e
però si rimargina. Helen Barolini, la scrittrice americana che prese il nome
del marito, Antonio Barolini, lo scrittore vicentino che fu corripondente di
“Epoca” e “La Stampa” a New York, di suo Helen Mollica, morta a marzo di 98
anni, di nonni calabresi, lo spiega nel romanzo “Umbertina”. Tina, la pronipote
di Umbertina, bisnonna emigrata quasi un secolo prima negli Stati Uniti, dove
ha creato una famiglia prospera, malgrado il carattere ruvido e l’ignoranza, ha
deciso di andare a vedere il luogo dove Umbertina è nata. E ne resta delusa,
ovviamente, ma insieme attratta, da una forza che non si spiega: “Sempre più si
sentiva un’intrusa in quell luogo in rovina come il monastero della valle di
sotto. E a cosa le serviva inseguire Umbertina? si domandò. La sua venuta a
Castagna era stata motivata più dal desiderio di perdersi che da quello di
trovare Umbertina. Cosa l’accomunava ai tuguri impoveriti di questo luogo…,
all’isolamento e all’arretratezza? Ora lei era il prodotto di un’istruzione.
Non c’era via di ritorno. Infatti il messaggio di Umbertina era: partite,
prendete uan direzione, andate vanti seNza più voltarvi. Eppure Tina era lì perché nessun messaggio
riusciva a sopraffare il suo sentimento di dover essere lì. Si sentiva legata a
questo posto da una sorta di necessità ancestrale…”.
La bellezza è
leghista
Le ragazze a Palermo sono libere in famiglia e in
società, nota ancora Brydone nel 1770, con meraviglia.
E si sposano “giovanissime, spesso riescono a vedere la quinta o sesta
generazione”.
Brydone non depreca la costumanza: “In generale sono
vivaci e simpatiche; in molte parti d’Italia sarebbero considera te attraenti.
Un napoletano o un romano senz’altro sarebbero di questa opinione”. Non invece
al Nord: “Un piemontese invece le direbbe molto ordinarie (e allo stesso modo
la penserebbe la maggior parte degli inglesi)”.
La
bellezza Brydone trova “regionale”, localizzata: “Ricordo che dopo aver fatto
il giro della Savoia e del basso Vallese ogni donna che incontravamo in
Svizzera ci sembrava un angelo”. Lo stesso accade in Germania, aggiunge, e
chiede retoricamente al (finto) corrispondente cui indirizza le sue impressioni: “Ti sarà facile ricordare
che incredibile differenza ci sia tra una bellezza di Milano e una di Torino,
nonostante che queste due località siano così vicine”.
Cronache della
differenza: Napoli
“Un paradiso abitato da demoni” è copyright di Mary
Shelley. Croce, nella sua dottissima ricerca (ottimamente sintetizzata su wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Un_paradiso_abitato_da_diavoli)
ne trova traccia già nel Cinquecento, ma Mary
Shelley ne sarebbe stata il veicolo di maggiore diffusione.
Gli Shelley abitarono Napoli nell’inverno 1818-1819.
L’avevano eletta loro residenza italiana, ma la lasciarono dopo tre mesi,
durante i quali erano vissuti in isolamento – avevano ricevuto solo un medico,
dicono i biografi. Lasciarono Napoli su un tema “napoletano”: una bambina
comprata fatta passare per loro figlia, di Mary oppure della sua sorella
Jane\Claire che li accompagnava. La bambina moirrà di pochi mesi, ma intanto
gli Shelley erano stati denunciati da una coppia di domestici, Paolo ed Elisa,
che avevano licenziato perché si erano sposati.
A Napoli Percy Bysse Shelley dedicherà un’ode, nell’entusiasmo
per i moti liberali del 1820-1821.
Al solito semiserio, Gadda ne celebra una gloria
dimenticata, Ernesto Cacace (nella raccolta di saggi “I Viaggi, la Morte”), l’inventore
della nipiologia, o scienza del lattante, come distinta dalla pediatria. Nipiol è per i più la linea dolciaria per l’infanzia
della Buitoni (ora Heinz). Ma la nipiologia esiste: è, dice la Treccani,
“ lo studio integrale del lattante da tutti
i punti di vista: biologico, psicologico, antropologico, clinico, igienico”.
“Il nuovo oro di Napoli” è a Scampia – “Corriere della
sera”: “L’università Federico II vi trasferisce la nuova sede.” Fare bene si può,
anche rapidamente – cambiare. Specialmente contro il crimine, a Scampia come a
Caivano: basta agire.
“ I napoletani, come i Greci, detestano i forestieri”,
annota Alvaro, “Quasi una vita”, durante il soggiorno a Napoli nel 1947, dal 7
marzo al 15 luglio, alla direzione del giornale “Il Risorgimento”, di proprietà
di Achille Lauro (che presto rimprovererà ad Alvaro un “accentuato orientamento
di sinistra”): “Temono di essere offesi con le grossolanità di cui soltanto
Napoli può giudicare la portata, perché sono maestri in materia”.
“Il vero presente per i napoletani è il passato”,
annota ancora Alvaro della tavolata che lo festeggia dopo le dimissioni dal
“Risorgimento”. “A proposito del quale”,
annota ancora, cioè del giornale, “un
collaboratore mi diceva ironicamente: «L’Europa a Napoli!». E un altro: «Se
Picasso fosse a Napoli, non gli faremmo decorare neppure un bar»”. Ma a Napoli,
commenta Alvaro,”gli scrittori e gli artisti credono di essere al centro”.
Ancora
di Napoli Alvaro registra questa cosa vista: “Un tale toglie l’asfalto da una
strada, e lo carica su un carretto per venderlo poco oltre. C’è qualcuno
attorno che protesta. Altri lo difende dicendo: “Tanto, non è roba nostra”.
Al seguito
di Ferdinando II che nell’autunno del 1852 faceva una ricognizione dei possedimenti
nella Calabria Citeriore, il medico svizzero Horace Rilliet nota (“Colonna
mobile in Calabria”, XVII giornata, 13ottobre) “nella retroguardia…un esercito
di venditori di commestibili e di rinfreschi”: un’“orda di uomini e donne
semivestiti, che ci hanno seguiti da Napoli, a piedi nudi, dormendo sul primo
albero che trovano e non avendo altro bagaglio che un barilotto o un paniere;
gli uni vendono caffè, altri vino, pane, lardo o molto semplicemente acqua” (gli
acquaioli fanno gli affari migliori”).
leuzzi@antiit.eu
La vita sboccia, e risboccia
Settembre
o della malinconia? Rivisto – questione di attenzione? di umore? – è un altro
film. Curioso, attraente, per la sua semplicità. Senza i dolorismi che erano sembrati
affiorare alla prima visione all’uscita.
Quattro-cinque
storie si intrecciano, di disattenzioni coniugali, o dell’amore come abitudine,
e di attenzioni giovanili timide. Che si compongono su un fondo di verità, e di
promesse di felicità. Una ragazza dell’Est prostituta col suo cliente, barone
della Psicologia abbandonato dalla moglie – uno sprovveduto, che si paga mezzora
di conversazione al mese. Una moglie e madre forse colpita da un tumore che per
il marito è un oggetto e per il figlio la donna delle pulizie. Un ragazzo
panettiere a cui la giovane dell’Est toglie il respiro. Una coppia di
ragazzetti che provano i gesti dell’amore. Due amiche che fanno uno, tanto si
vogliono bene – un rapporto tanto più affascinante, forse, perché evita le retoriche
dei “diritti” e del femminismo.
Il
racconto è aiutato da dialoghi parchi, senza sbavature (peccato che la copia
Rai 2 sia semi-intelligibile, poche parole restano del sonoro). Anche nella
disperazione, nella scoperta dell’inesistenza. E dalle immagini, altrettanto
semplici. Si direbbero di scuola: due facce il più spesso dialoganti. Però
significanti, in ogni taglio e sotto ogni illuminazione, per la scelta ben
caibrata dei visi, Bentivoglio, Ronchi (premiata per questo ai David come
miglior attrice del 2022), la cantante Thony, e i tanti debuttanti, specie
quelli che hanno molte pose, Tesa Litvan, la ragazza prostituta, e i ragazzetti
Margherita Rebeggiani e Luca Nizzoli, che recitano da veterani.
Soggettista
e sceneggiatrice, oltre che regista, Giulia Steigerwalt, già attrice di
Muccino, De Biasi, Fragnelli, si è consacrata al primo film col David di
Donatello.
Giulia
Steigerwalt, Settembre, Rai 2,
Raiplay
venerdì 10 novembre 2023
Appalti, fisco, abusi (235)
Le
stazioni di servizio fai-da-te in autostrada impegnano la carta di credito per
l’ammontare massimo “autorizzato” del rifornimento, che poi addebitano, in
attesa di “contabilizzazione” (di addebito o stralcio definitivo), insieme col
costo esatto del rifornimento. La “contabilizzazione” può durare fino a venti giorni- durata che il gestore volentieri si prende con comodo - durante i quali la spesa massima “autorizzata” è
sottratta al plafond della carta di
credito. Due viaggi in autostrada andata e ritorno nelle due settimane, da Roma
a Milano per esempio, e viceversa, possono così impegnare 500-600 euro, non
spendibili.
Non
è il solo arbitrio dei gestori delle pompe, o dei gestori delle carte, Visa, Mastercard,
Poste, etc. Bisogna anche vigilare, perché (è successo) la spesa autorizzata
viene in qualche recesso “contabilizzata” a danno dell’utente, anche se non utilizzata,
e in quel caso il recupero del non speso è arduo.
È semplice arretratezza tecnica,
del sistema di pagamento? Ci sono interessi delle carte di credito (valuta)? delle
banche (id.)? Ma le banche e\o i circuiti di pagamento non ci rimettono,
riducendo la disponibilità di debito?
Gli esercenti, 800 mila quelli residui
secondo l’Istat, sono stati gravati, in occasione del rinnovo della lotteria degli
scontrini, di una tassa di 160 euro per l’uso, obbligatorio, del pos, del terminale
per le carte. La lotteria non si sa se funziona – è farraginosa. Ma ha dato un
gettito di un miliardo, più o meno. A nessuno “scopo” dichiarato e contrario
all’equità fiscale. Una imposizione – di un governo, si può aggiungere, votato
anche perché prometteva di non mettere “le mani in tasca”. Naturalmente la
tassa degli esercenti la pagano i consumatori, nel calderone “inflazione”.
A Roma i vigili urbani del Gruppo
XII, Monteverde, e del Gruppo I, Prati, non si vedono mai, nemmeno per caso, in
Via Carini o Fonteiana, o in via Cola di Rienzo. Dove si parcheggia in doppia fila,
da entrambi i lati, creando anche problemi ai mezzi pubblici. E cosa fanno nelle
sei ore di lavoro ? Escono a coppie, due ore. Per le vie più recondite dei due
quartieri. A dispensare multe. Sempre alte, il massimo possibile: non divieto
di sosta ma sosta sull’attraversamento pedonale, anche di centimetri, o in prossimità
d’incrocio. Dai novanta euro in su. Non molte, quattro o cinque – se la coppia
è affiatata ha anche il tempo di un caffè. In un certo senso si guadagnano la
giornata.
È anche invidiabile – ammirevole?
– la leggerezza con cui questi vigili dispensano il massimo possibile delle
multe per nessun reato. È possibile, si vede, che il denaro non abbia valore.
I turbamenti della felicità
Un
racconto semplice, di una vita semplice, di tre vite semplici, marito, moglie,
figlia quindicenne. . Un mondo “normale”, di garbo e simpatia. Finché non arriva
l’infatuazione della figlia. Da parte di un ragazzo forse afflitto da turbe, cattive.
E violenze si scatenano. Un quadro di innocente domesticità che un primo amore “malato”
distrugge. Rifiutato, il ragazzo decide di vendcarsi. La decisione implica contro
vendette.
La
sintesi è di un film truculento. Ma è un film delicato e inquietante. Di buoni
sentimenti, buonissimi, gioiosi, pieni di luce, che degenerano in tormento, in
violenza. Non sul piano psicologico, di persone con proprie turbe, ma sociologico,
di modi di essere e di reagire, di rapportarsi. Un senso di morbosità,
distruttiva. Di cui De Matteo, il regista di “La bella gente”, ha fatto la sua cifra,
che inquieta invece di commuovere: facciamo il male per volere il bene? Ma lo racconta
come di un padre con una figlia adolescente, che teme le peggiori cose – qualsiasi
cosa possa capitare alla sua bella figlia è distruttivo. Soprattutto per la grazia
fresca della debuttante Greta Gasbarri, la figlia, che dà freschezza e sorriso
là dove ora le cronache si fanno immaginare la violenza in agguato, solo in città,
o con le amiche, in discoteca, la notte, l’alba.
Ivano
De Matteo, Mia, Sky Cinema
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