sabato 13 luglio 2024
L’Occidente schierato e muto
Fa impressione vedere 32 capi di governo,
della parte più ricca e potente del mondo, tutti vestiti allo stesso modo,
camicia bianca e cravatta, a eccezione naturalmente di Meloni, comunque in tailleur
pantalone grigio, tutti con lo stesso sorriso, attorno a un presidente degli
Stati Uniti che non connette. Da cui dipendono senza obiezioni.
La guerra di popolo che generò le guerre per l’unità
Molti documenti sul “Decennio francese” sono andati
distrutti all’Archivio di Stato di Napoli nei bombardamenti del 1943-44.
Mozzillo documenta tutti i restanti, per il periodo e l’area che lo interessa,
il 1806-1808 in Calabria. Integrandoli con altri materiali, provenienti dagli archivi di Cosenza e
Palermo, dall’archivio Cavallo-Marincola di Amantea e da altri minori. E dagli
archivi francesi, la Biblioteca Nazionale e gli Archives de Guerre, per le
corrispondenze dei generali francesi comandanti sul campo, Reynier e Manhès. Oltre naturalmente
alla tante pubblicazioni, anche dei generali francesi, riguardanti quegli anni e quegli eventi,
L’assunto è
semplice: “Capire perché la Calabria si ribelli e quali i motivi di fondo di
questa autentica insurrezione popolare”. Con gli assunti sussidiari se “essa
anticipi davvero la guerriglia spagnola”, di cui Napoleone in persona non venne
a capo. E se non abbia costituito “il modello storico di quela guerra
insurrezionale teorizzata e auspicata per primo da Carlo Bianco di
Saint-Jorioz”. A cui si rifaceva “il pensiero mazziniano della guerra
insurrezinale”. E dopo di lui “quegli scritto risorgimentali – Guglielmo Pepe,
Cesare Balbo, Carlo Pisacane – convinti che soltanto abbandonando i metodi di
guerra tradizionali e affidandosi a una nuova concezione di lotta e di
resistenza l’Italia avrebbe potuto conquistare unità e indipendenza” (pp.
79-80).
All’interno della documentazione una corposa
antologia su “Realtà e mito del calabrese”. Per lo più di fantasia. Eccetto una
lettera di Giuseppe Bonaparte al fratello Napoleone, 16 aprile 1806, “pensosa e
accorta” a distanza di così tanto tempo – Giuseppe “fu il primo re dei
napoletani a voler conoscere la sue terre”. La corrispondenza con Napoleone si
segnala anche, bisognerebbe dirlo, perché Napoleone vedeva e voleva la
conquista come saccheggi autorizzati e distruzione.
Un’ampia introduzione mette in quadro, storico e
fattuale, la documentazione di oltre un migliaio di pagine. Con una ampia nota
bibliografica, e indici diffusi dei nomi, dei luoghi e degli autori – ma
precisi per le illustrazioni, generici per documenti e autori.
Atanasio Mozzillo, Cronache della Calabria in
guerra, Edizioni Scientifiche Italiane, 3 voll, pp. 1.350, rill. ill. pp.vv.
venerdì 12 luglio 2024
Ombre - 728
Si contesta a Milano l’intestazione di Malpensa a Berlusconi. Gli rende giustizia l’ex compagna giovane Pascale, che “grazie alla sua bontà e lungimiranza” ha tra le tante cose undici cani al seguito, più della regina Elisabetta, e due superattici a Firenze, con vista sulla cupola e il campanile, adattati a b&b, dai quali, per 300 euro a persona a notte, la società di gestione, che è pure la sua, ha guadagnato in poche settimane del secondo trimestre 28 mila euro netti. Una coppia esemplare, non sbilanciata, non nei reciproci interessi.
Dire Putin per Zelensky è un lapsus, innocente (come tutti i lapsus malgrado Freud). Ma Trump per Kamala Harris è rabbia compressa. Contro una vice-presidente che è solo una arrivista giudiziaria, messa lì solo perché donna, e politicamente innocua - reputata innocua prima della sfrontata campagna contro Biden.
Si
intervista Cafiero de Raho, parlamentare 5 Stelle, napoletano eletto a Bologna,
contro la legge che depenalizza l’abuso d’ufficio. “I sindaci erano contro”, afferma
con faccia di bronzo l’onorevole, già Procuratore Nazionale Antimafia. Ruolo
nel quale non ha mai parlato con un solo sindaco, per non “macchiarsi”.
Procuratore
Capo a Reggio Calabria il gentiluomo non uscì di casa per quasi quattro anni
per non contaminarsi. E perché concorse alla carica a Reggio Calabria? Un
purgatorio, per l’ascesa alla Procura Nazionale: cinque anni a 240 mila euro l’anno,
e vitalizio in linea.
L’
Arera, l’Autorità che sorveglia e tutela il mercato dell’energia, dice che il mercato
libero fa aumentare i prezzi del gas e delle altre fonti. Beati loro, che se ne
sono accorti. Il ruolo delle Autorità di sorveglianza dei mercati, create da
Prodi venticinque anni fa, feudo incessantemente democristiano, è incomprensibile: controllano sfere
di mercato, ma a favore di chi – non degli utenti\consumtori?
San
Polo d’Arezzo, teatro nel 1944 di una strage nazifascista di 64 persone, in tempi
diversi e con modalità specialmente raccapriccianti - 48 si dovettero scavare
la fossa, dove furono seppelliti vivi e fati saltare con la dinamite. Quest’anno,
per la rievocazione, si collegata la nipote del comandante tedesco, il tenente
Wolf Ewert, che ha chiesto scusa - “non sapevamo”, etc. Ma Ewert aveva fatto politica
nel dopoguerra, nella destra neonazista, presidente dal 1952 al 1956 del Nationale Partei Deutschlands.
Furono
molti gli ufficiali tedeschi che dopo la guerra entrarono in politica. Ewert,
che comandava una compagnia del reggimento Grenadier 274, aveva come
sottotenente (di complemento, laureato in legge, uno della HitlerJugend) Klaus
Konrad. Che nel dopoguerra militò nel partito Socialdemocratico, e fu deputato
per tre legislature, dal 1969 al 1980.
Fronte
compatto e agitato antifascista e pro-Macron in Italia al voto francese, dando per
scontato la vittoria dei lepenisti. Mentre si sapeva che, se il Rassemblement
dei Le Pen non vinceva al primo turno, al ballottaggio avrebbe perso, come è
consuetudine da una quarantina d’anni – da quando il lepenismo esiste. Contro l’union sacrée o “fronte Repubblicano”,
di sinistre, centro e destre non lepeniste. Provincialismo? Eco
irriflesso della stampa francese? Ma i media francesi agitano l’allarme per
invitare al voto. Che infatti in Francia al ballottaggio è sempre elevato, da
quando esiste il movimento lepenista. In democrazia si vota contro?
“Bagnaia-Sinner,
l’Italia che vince”, “Un’Italia mai vista a Wimbledon”, “Il nostro onore
italico salvato solo da Orsato” (il giorno prima, il
giorno dopo l’arbitro – Orsato è un arbitro – non è stato designato per la
finale dal designatore Rosetti, della tribù Collina, saldamente al
comando del business). Non è linguaggio
meloniano, o “fascista”, è giornalìstico.
Fa
piacere che Sinner vinca, ma che c’entra l’onore? Di fascista (nazionalista)
residua sicuramente il linguaggio, anche a sinistra.
Grande
vittoria del Pd a Firenze – dove ha sempre vinto. Grande vittoria di una
sindaca a Firenze. Una donna. La nipote di Piero Bargellini. Etc. Che a un mese
dal voto non riesce a varare una giunta – gli interessi del Pd a Firenze, dopo
tante sindacature, sono una giungla.
Si
fanno “svuotacarceri” – una volta erano chiamate amnistie o, surrettiziamente,
indulti - per alleviare il sovraffollamento carcerario – e guadagnarsi due e
trecento voti per ciascun beneficiario. Mentre non si fa quello che ormai è prassi,
incivilire la carcerazione. Per esempio col lavoro. A Massa i detenuti lavorano
tutti. Per lo Stato: fanno lenzuola, federe, coperte e copriletti per le altre
carceri. Acquisiscono le manualità necessarie con un corso. Lavorano metà
giornata, Vengono pagati.
Torna
a scendere lo spread, dopo che Eurostat ha convalidato la richiesta di spalmare
il debito da Superbonus su dieci anni invece che su quattro – il deficit di
bilancio del 7 per cento del 2023, che ha posto l’Italia in difficoltà a Bruxelles,
dovrebbe appiattirsi già quest’anno. Ma di questo non sappiamo nulla. Va bene
l’opposizione al governo, ma un minimo d’informazione – l’indebiamento e lo spread
interessano tutti quanti?
“La
prima priorità è sicuramente il sistema sanitario nazionale”, spiega lo storico
inglese David Sassoon dopo la vittoria laburista: “Ci sono sette milioni di britannici
in lista d’attesa, per visite, esami, interventi”. E aggiunge: “La sanità si
regge su lavoratori immigrati o figli di immigrati”. Il personale sanitario, ma
anche i medici. In Inghilterra lo sanno.
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Vecchia vera Italia
Nel 1940-41, nel pieno di una guerra oltraggiosa, di un regime sofferto,
Calamandrei si concede una vacanza mentale. Cioè torna ai fondamentali: la
vita, il linguaggio (la letteratura, la poesia), la natura. Questa soprattutto,
che lui vive, in questo frangente storico, con abbandono. In una casa di
campagna che in realtà è la sua casa al mare, al Poveromo di Marina di Massa,
vicino di casa di moltri altri personaggi. Savinio, Longhi, et al. Sotto le Apuane, a portata di
passeggiata – e saranno la parte centrale, forse la più evocativa tra le tante,
del Calamandrei cercatore provetto di funghi. E per Natale 1941 invia agli
amici questo libro, di cui ha fatto stampare 300 copie, a uso solo personale,
dall’editore Lemonnnier, con le illustrazioni di Pietro Parigi – “discusse
minuziosamente con l’autore”, annota nella presentazione Silvia Calamandrei.
Un capolavoro nascosto. Di forte letteratura – linguaggio – benché di
giurista. Di studiatissima naturalezza, e avvincente, benché di argomenti
poveri. Il ricordo del padre. Del padre col figlio. Del nonno, giudice
istruttore, con cui l’autore fa tutto e impara tutto, dalle aste alla
rifioritura del cappero (provarsi!), o alla smielatura, con l’eccidio delle api
– e l’“acqua melata”. Di Montauto e di Montepulcano. Delle prime avventure
solitarie, fuori casa, fuori paese. Dei fiori e le piante. La vita bella e infelice
delle farfalle, lunghi capitoli, Col trionfo finale dei funghi: la sveglia all’alba,
il bosco, i “posti”, e la vita e la società dei funghi - i lunghi capitoli
finali si leggono come un’odissea, altrettanto pieni di piccole e grandi sorprese.
La maggiore, e quella che definisce l’opera, la sensibilità di Calamandrei? I funghi sono vegetali e animali, con
una loro fisionomia, mobile, alla maniera delle forme ibride marine, da cui la
vita si è messa in movimento, le meduse, le stelle di mare, i coralli….
Una lettura semplice, di cose minute, e invece avvincente: il severo
giurista fa rivivere l’infanzia, “il dolce tempo della libertà”, in un tempo
senza tempo, in luoghi estremamente caratterizzati che sanno di ovunque - si
legge come se si fosse cullati.
La narrazione si vuole ed è giocosa anche se l’occasione è mesta. I ricordi fluiscono vivaci, sereni, copme da bambino emergono le figurine
delle decalcomanie: “Tali ancor oggi, fatti di tinte pure che si infiammano
contro luce, mi appaioono i ricordi dell’infanzia”. Ciò avviene nell’“ambiguo
tempo fra i quaranta e i cinquant’anni, in cui ci si accorge che la nostra tribù
comincia a fare i preparativi per la partenza”. Nella “stagione degli addii”,
che Calamandrei vuole “tempestosa”, fra le speranze della gioventù e la rassegnazione
della vecchiaia”. Che sono poi le stagioni della vita: “Ieri sono partiti i
nostri genitori verso la morte, domani partitanno i nostri figliuoli verso la
loro vita”. Ma è un passaggio che è anche “un incantesimo”: “Ci accorgiamo che
la gioventù è finita quando si è spenta in noi questa seconda vista infantile che
nella labile parvenza delle cose riesce a secernere la convincente ed eterna
verità delle cose sognte”.
Con una terminologia sempre precisa. Anche desueta. Parole ricorrono che
si pensano locali, campanilistiche, da veglie di Neri, e invece hanno dignità
di Crusca, per essere o dire cose precise - il lessico s’impoverisce più che
arricchirsi?
Un’opera salvata da Christophe Carraud, il petrarchista francese, che
prima l’ha tradotta una dozzina d’anni fa per le sue edizioni Conférence, e poi
è riuscito a farla riprendere in originale. Con una messa in qadro di Silvia
Calamandrei, la nipote di Piero – figlia di Franco Calamandrei. “In quest’opera
la patria trova la sua lingua”, può annotare Carraud, senza ostentazioni
polemiche, la sua vera natura. Come Iris Origo accennava nella lettera di
ringraziamento: il fatto o l’idea che “in certe forme di letteratura la lingua
faccia parte del paesaggio che descrive”. Qui modesta, diretta, veritiera.
Piero Calamandrei, Inventario della casa di campagna, Edizioni di
Storia e Letteratura, pp. 293, ill. € 18
giovedì 11 luglio 2024
L’Aggiustizia in Italia e il modello Usa
È straordinario quanto il diffusissimo romanzo “Presunto innocente” dell’ex Procuratore pubblico e avvocato di Chicago Scott Thurow spieghi i punti nevralgici del processo penale americano in contraddizione con la pratica, se non la deontologia, del nuovo processo penale che contemporaneamente si varava in Italia – il romanzo è del 1987, il nuovo codice di procedura penale, codice Vassalli (o Vassalli-Pisapia) e del 1988. Che introduceva in Italia il processo accusatorio, il “modello americano”. In contraddizione di fatto naturalmente, non c’è menzione nel romanzo del diritto italiano.
Marginale, ma non poi tanto, è costante è il richiamo nelle procedure americane, a un lessico giuridico romano, con formule ricorrenti, estremamente sintetiche ma note a tutti – cosa che non c’è nel codice Vassalli: vi et armis, o venire, duces tecum (subpoena duces tecum), habeas corpus naturalmente, etc.. E la raccomandazione costante del giudice alla giuria che tocca allo Stato provare la colpevolezza, che essere imputato non vuol direcessere colpevole, che ogni imputato è innocente fino alla condanna.
In Italia il “processo accusatorio” ha significato l’allargamento spropositato dei poteri e delle pratiche delle Procure. A fronte delle quali il giudice di convalida, gup o gip, è un mero archivista. Con gli effetti che conosciamo, quasi quarant’anni di scandalismi, più che di giudizi veri e di condanne fondate. Di dominio incontestabile delle Procure sull’opinione pubblica, a fini funesti, senza mai responsabilità. “Negli Stati Uniti”, è l’incipit del cap. 22, “l’accusa non può interporre appello. È un principio costituzionale sancito dalla Corte Suprema del paese”. Per controbilanciare i poteri del Procurare in istruttoria: “La maestà dell’incarico, il potere di dare disposizioni alla polizia, il pregiudizio in suo favore che è inevitabile da parte della giuria” - in Italia dell’opinione pubblica.
Il Procuratore Capo e il Sostituto che nel romanzo usano la loro funzione come punitiva, per convinzione o odio personale, sono italiani.
E naturalmente è come nei film: in America l’accusato può effettuare e valere in giudizio investigazioni difensive.
Simone, santa laica del Novecento
“Non provo in alcun
grado amore per la Chiesa propriamente detta”. Questa “autobiografia
spirituale” confidata al padre Perrin, suo sostegno negli anni tristi dello
sfollamento a Marsiglia, 1940-1942, è una serie di fratture, di
contraddizioni, ma tutte coerenti: lettere e riflessioni di straordinaria
intensità, anche per uno spirito profano.
Simone
Weil ha un senso preciso del religioso e della religione, e della sua
aspirazione a “farsi cattolica”: Dio, Cristo e la fede sì, li ama “quanto può
amarli “un essere così miserevolmente insufficiente”, i santi pure, “la
liturgia, i canti, l’architettura, i riti, le cerimonie cattoliche”, anche “i
sei o sette cattolici di autentica spiritualità che il caso mi ha fatto
incontrare nel corso della vita”, la chiesa no. Della chiesa ha paura. “Non per
la sua colpa”, non tanto, ma perché “essa è un fatto sociale”. Una comunità,
che ingloba. Questo le fa paura. Non tanto per individualismo, quanto perché si
sa “influenzabile”, con “una forte tendenza a essere gregaria”.
“Il
cristianesimo” peraltro “è cattolico di diritto ma non di fatto. Tante cose ne
sono fuori”. Soprattutto per l’uso del’anatema, della scomunica. Simone Weil lo
integra, nel saggio formidabilmente denso che intitola “Forme dell’amore
implicito di Dio”. Che propone una teologia oggi al centro del papato, di
Ratzinger e di Bergoglio – anche se il credito non viene riconosciuto: “Distaccarsi
dalla propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare ad immaginare di
essere il centro del creato, riconoscere che tutti i punti del mondo sono
altrettanti centri allo stesso titolo e che il vero centro sta fuori dal mondo,
significa acconsentire al fatto che la necessità domina sulla materia e che la
libera scelta sta al centro stesso di ogni anima. Questo consenso è amore.
Questo amore, in quanto si rivolge alle persone pensanti è carità del prossimo,
in quanto si rivolge alla materia è amore per l’ordine del creato, oppure – che
è poi lo stesso – amore per la bellezza del creato”.
Con molti
pilastri solidi piantati nell’antropologia e sociologia del religioso. Per
un’etica e una filosofia pratica piene di verità. Su Amore, Bellezza, Piacere,
Matrimonio, Assoluto, Poesia, Provvidenza, e sugli stessi misteri, Creazione,
Incarnazione, Finalità, Necessità. La natura, la bellezza, la bellezza del
creato. Una trattazione diversa “delle forme del potere”: dall’“Iliade”, il
poema della forza, al Cristo in croce. Sulla misericordia divina. Sulla
preghiera anche, dopo un primo rifiuto. Sulla compassione.
Interessante
è il ritratto che della filosofa traccia il padre Perrin presentando la
raccolta nel 1949.. Per l’esito deprimente dell’esperienza di operaia in
fabbrica, che non la lascerà più: “La prova fu superiore alle sue forze:
l’anima fu come schiacciata dalla coscienza della sventura ed ella ne rimase
segnata per tuta a vita”. E per la poliedricità degli interessi e le enormi
energie intellettuali, malgrado la prostrazione fisica, durante i due anni di
sfollamento a Marsiglia. Malgrado lo sradicamento, elaborò e pubblicò numerosi
e importanti saggi: “L’Iliade o il poema della forza”, “L’agonia di una
civiltà”, “L’ispirazione occitanica”, Le “Intuizioni pre-cristiane”, su Platone
e i pitagorici, e quelli confluiti in questa raccolta, “L’amore di Dio e il
male”, e il fertilissimo “Forme dell’amore implicito di Dio”. Mentre come
“letture predilette” aveva le “Memorie” del cardinale de Retz, e “I tragici” di
Agrippa d’Aubigné.
L’”amore
implicito di Dio” è la religione costituita: le chiese, l’intermediazione. La
religione è senz’altro parte del sentimento religioso e va rispettata. Ma non
tutte in egual modo: “La religione di Israele, per esempio, dev’essere stata
un’intermediaria molto imperfetta, se si è potuto crocifiggere Cristo. La
religione romana forse non meritava a nessun titolo il nome di religione”.
Singolare
la confidenza di Simone al padre Perrin della tentazionne del suicidio a
quattordici anni “a causa delle mie mediocri facoltà naturali”. Una delle
incertezze dell’adolescenza, ma nel suo caso singolare, precisa: il confronto
con “le doti straordinarie di mio frateo (il matematico André, n.d.r.), che ha
avuto un’infanzia e una giovinezza paragonabili a quelle di Pascal”. Singolare
anche la “conversione”: a Solesmes, celebre per i riti della Settimana Santa,
nella Pasqua del 1938: l’arcangelo la visita in persona di “un giovane inglese
cattolico”, che le fa conoscere i poeti secenteschi inglesi detti metafisici e
le fa scoprire l’amore, nella forma del poemetto “Love” di George Hebert
(“L’amore mi accolse… L’amore mi prese per mano… «Bisogna che tu sieda», disse
l’Amore, «che tu gusti il mio cibo». Così mi sedetti e mangiai”).
Ma non è
questo il tono delle lettere. Scrive a p. Perrin a un certo punto come una
mistica, come in attesa di una impregnazione: “Il pensiero deve essere vuoto,
in attesa, non deve cercare alcunché, ma deve essere pronto ad accogliere nella
sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi”. Forse l’esperienza religiosa
più vissuta – più elevata – di tutto il Novecento.
Pubblicazione in tascabile della riedizione di Sala e Gaeta del 2008. Con una notevole massa di note. E da alcuni materiali
inediti, in aggiunta alle lettere. Una “Riflessione sul buon uso degli studi
scolastici in vista dell’amore di Dio”. E appunti e brutte copie delle
lettere.
Simone
Weil, Attesa di Dio, Adelphi, pp. 350 € 14
mercoledì 10 luglio 2024
Problemi di base stupidi ter - 815
spock
C’è stupidità e stupidità?
Come c’è ignoranza e ignoranza?
La stupidità non ha vergogna?
La stupidità non ha limiti?
La stupidità è contagiosa?
Si nasce stupidi, o si diventa?
spock@antiit.eu
Il futuro è statale
Le “transizioni”, sia quella verde, sia quella tecnologica
(semiconduttori, terre rare, intelligenza artificiale), sono costose, e non si
possono fare senza finanziamenti statali. Quelli decisi da Biden, con l’Ira (Inflation
Reduction Act) e col Chips Act, che programmano investimenti pubblici per,
rispettivamente, 369 e 280 miliardi di dollari, sono solo un assaggio. Una fabbrica di semiconduttori
di ultima generazione implica investimenti per venti-trenta miliardi di dollari.
Si parla di mercato, di protezione o ricostituzione delle condizioni di mercato,
ma gli investimenti sono pubblici.
Questo è almeno l’entità e la natura dell’investimento
nell’ottica del reshoring, del
rimpatrio in Usa e in Europa di produzioni già delegate all’Estremo Orioente Il Chips Act di Biden, 9 agosto 2022, è un
legge-quadro da 280 miliardi di spesa per
la rcerca e la produzione di semiconduttori, stanziandone 53 miliardi nei
primi cinque anni, nei settori tecnologici – 39 dei quali destinati a nuove
fabbriche negli Stati Uniti. Ne hanno già beneficiato General Motors (il
fornitore di GM GlobalFoundries), Tsmc (Taiwan Semicondctor Manufacturing Company),
Samsung, Micron. L’investimento di Tsmc è peraltro di ben 65 miliardi in sei anni
(rivisto al rialzo dagli iniziali 45 miliardi due anni fa), e potrà contare su
un sussidio americano di 6,6 miliardi – oltre a 6-7 miliardi di prestiti garantiti, sempre dal governo federale
Usa.
Non c’è Procuratore innocente – o gli ominicidi in Usa
Il vice-Procuratore concorre al posto di Procuratore
Capo, vince l’elezione popolare, e incrimina l’altro Vice, il suo vecchio
collega, fedele al Procuratore Capo uscente. Segue una causa lunga mezzo volume.
Questo romanzo del 1987 di Scott Thurow, dieci anni
dopo l’esordio come scrittore, deve molto alla sua precedente esperienza di
assistente del Procuratore Capo di
Chicago, ed è definito una sorte di capostipite del legal thriller. In realtà,
è la storia di una vendetta, femminile. Un aspetto della famiglia americana di
cui non si parla: gli ominicidi, più determinati anche se (molto) meno numerosi dei femminicidi. In forme
anche sottili, studiate, fredde, oltre che violente. Un aspetto della libertà
della donna americana, che l’ha avuta e l’ha esercitata da sempre, con decisione,
anche se di questo non c’è traccia nella storia americana – l’ha esercitata in
famiglia, su questioni familiari. Thurow è maestro di questo: della donna che
si prende il suo piacere con chi vuole, senza limiti, di pratiche e di scelte,
e della donna che si vendica, con astuzia, con freddezza. La gelosia è ingrediente femminile molto americano - come in Italia dovremmo sapere dal caso di Meredith Kercher, assassinata senza altro movente.
In tema di legal
thriller, è curioso che negli stessi anni l’Italia si studiava di
introdurre il “processo accusatorio” all’americana, con l’allargamento
spropositato dei poteri e delle pratiche delle Procure – con gli effetti che
conosciamo, trent’anni di dominio dell’opinione pubblica, a fini funesti.
Poteri e pratiche che nel romanzo, sempre avvincente, costituiscono la sua prima
lunga parte. In una America peraltro che sembra molto democristiana, e meridionale: il posto, la raccomandazione, le clientele, i tradimenti, i pettegolezzi, anonimi e non.
Scott Thurow, Presunto innocente, I Miti,
pp.604 € 7,90
martedì 9 luglio 2024
Il mondo com'è (476)
astolfo
Vincenzo Bianco – Trascurato in morte, anche dalle storie del Pci, fu uno dei massimi rappresentanti del partito Comunista a Mosca subito prima e durante la guerra, delegato di Togliatti al Comintern, l’organizzazione dei partiti comunisti nel mondo, dove era in confidenza col segretario Dimitrov – l’artefice con Togliatti nel 1935, prima delle ”purghe” staliniane, della politica dei Fronti Popolari, cioè dell’alleanza del partito Comunista con i partiti progressisti “borghesi”, nelle democrazie “borghesi”. Ebbe fama nel 1945, nome di battaglia “Vittorio”, o “colonnello Krieger”, delle formazioni partigiane comuniste, in qualità di plenipotenziario del Pci a Trieste. Filotitino, a favore dell’annessione di Trieste alla Jugoslavia. Ma non al corrente, si dirà successivamente, delle foibe: ne fu chiesto il processo, una volta conclusa la vicenda di Trieste a favore dell’Italia, ma non fu processato.
A suo merito fu invece ascritto l’interessamento a Mosca a favore dei militari italiani dell’Armir, il corpo di spedizione in Russia, prigionieri dell’esercito russo – un interessamento di cui fu incaricato da Togliatti, a scopo di proselitismo. “Bianco, in particolare”, scrive la storica che si è occupata da ultimo dell’Armir, Maria Teresa Giusti, “I prigionieri italiani in Russia”, “all’inizio del 1943, subito dopo la disfatta dell’esercito italiano sul fronte del Don, ebbe l’incarico di organizzare il lavoro politico tra i prigionieri di guerra italiani, creando le scuole politiche e il giornale per i prigionieri”.
Bianco allargò il suo campo d’azione in senso genericamente filantropico. Visitò i campi di prigionia e ne scrisse preoccupato a Togliatti, che anche lui risiedeva a Mosca. In una lettera presto famosa del 31 gennaio 1943 gli scriveva: “Ti pongo una questione molto delicata di carattere politico molto grande. Penso che bisogna trovare una via, un mezzo per cercare, con le dovute forme,con il dovuto tatto politico, di porre il problema, affinché non abbia a registrarsi il caso che i prigionieri di guerra muoiano in massa come ciò è già avvenuto”. Togliatti gli rispose celiando, il 15 febbraio, in un’altra lettera famosa resa pubblica trent’anni fa, quando si aprirono gli archivi di Mosca. Una lettera che fece “accapponare” Achille Occhetto, il segretario del Pci-Pds. Il giornale “la Repubblica” s’incaricò si svelenire la risposta di Togliatti, asserendo che lo storico che l’aveva recuperata aveva commesso errori di trascrizione o di lettura. Ma la lettera è chiara: “L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te. O quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi. E ti spiego il perché”. Il perché è che “l’ideologia imperialista e brigantesca del fascismo” è penetrata nel popolo. Che quindi ha bisogno di un risveglio brusco: “Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia”. Proseguiva citando “i massacri” di Dogali e Adua, “uno dei più potenti stimoli allo sviluppo del movimento socialista” in Italia. E concludeva: “Io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo, ma nelle durezze oggettive che può provocare la fine di molti di loro non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia.
“E ora alle questioni pratiche di lavoro.”
Bianco replicò il 20 marzo - “seccamente", dice Giusti, ma senza seguito: “Non condivido il tuo punto di vista e perciò mi sono rivolto a Giorgio”. Giorgio è Dimitrov, il segretario del Comintern. Che il 16 marzo annotava nel diario, poi pubblico: “Bianco mi ha informato del suo viaggio nel campo dei prigionieri di guerra di Tiomnikov…. Un’enorme mortalità. Deficienze nel campo. Impostazioni sbagliate del comandante del campo, ecc..Gli ho chiesto una relazione scritta”. La relazione fu dettagliata delle sofferenze inutili nei campi (Bianco prendeva le parti anche dei prigionieri tedeschi) ma restò negli archivi.
Il seguito della vicenda è di venti mesi dopo. Per Natale del 1944, con le truppe sovietiche già in Germania, Togliatti chiese l’autorizzazione alla raccolta e distribuzione di “piccoli regali” ai soldati e agli ufficiali italiani prigionieri, un “importante evento politico” . L’autorizzazione fu negata e Togliatti commentò che ne era compromesso il lavoro antifascista nei campi. Gli italiani prigionieri dopo il contrattacco sovietico erano 70 mila. Di essi 20 mila si calcola siano morti nel primo inverno, negli spostamenti tra i campi. Degli altri 50 mila sopravvivevano a fine guerra circa 10 mila, poi gradualmente rimpatriati.
Nel 1950, pochi mesi dopo la “scomunica” staliniana di Tito nel 1948, Bianco fu sospeso da ogni incarico di partito. Per trent’anni lavorerà ignorato all’archivio dell’ “Unità”, addetto alla traduzione dal russo di articoli della “Pravda”, il giornale del partito Comunista Sovietico.
Regina Coeli – Un carcere col nome della Madonna del “Salve, Regina”. Era un convento di suore, creato a metà Seicento, vittima delle leggi “eversive” (dell’asse ecclesiastico) dell’Italia laica, 1866 e 1867, applicate a Roma subito dopo Porta Pia. Una delle prime applicazioni a Roma delle leggi: nel 1881 il complesso era già destinato a carcere. La ristrutturazione fu completata nel 1900.
Nel frattempo un edificio contiguo era stato destinato a carcere femminile, detto delle Mantellate. Un altro convento del Seicento - Mantellate dal nome popolare delle suore che lo abitavano – che serviva anche, attraverso una ruota aperta sulla strada, a riceve i neonati abbandonati.
Poiché il carcere è sotto il Gianicolo, sotto la grande terrazza del colle, questa è stata a lungo luogo di comunicazione con i detenuti, che si riconoscevano sulle terrazze-tetto, e nei cortili. L’ultimo scampolo di questo commercio si ebbe quando vi fu detenuto Enzo Tortora: i fotografi puntarono per molti giorni tetti e cortili per carpire qualche immagine del popolare presentatore.
Sauditi – In Arabia Saudita, Stato patrimoniale secondo la terminologia di Max Weber, cioè proprietà privata, di una persona-famiglia-dinastia, tutto è di proprietà della famiglia regnante, i figli del fondatore del reame, Abdelaziz ibn Feisal al Saud. Il re in carica, Salman, è l’ultimo dei fratellastri figli di al Saud. Il suo successore designato, figlio del re in carica, Mohammed bin Salman, inaugura una seconda linea.
Nel 1974, un anno dopo lo “shock petrolifero” che triplicò i prezzi del petrolio, un principe saudita teneva banco a Montecarlo, al casinò. Ljuba Rizzoli, oggi 92nne, allora vamp di gran lustro, moglie dell’editore-produttore Rizzoli, lo ricorda in un’intervista con Aldo Cazzullo sul “Corriere della sera”. La signora Rizzoli va “a prenotare il tavolo del baccarat, ma mi avvisano che è già riservato all’erede al trono saudita, appunto Fahd”. Non era esattamente così: l’erede al trono era Khaled. Che un anno dopo succederà al fratello Feisal, il primo sovrano che aveva introdotto un minimo di modernizzazione nel reame, consentendo l’uso della radio a transistor (veicolo dell’aborrita propaganda egiziana, “rivoluzionaria” - nasseriana, laica) e aprendo una scuola per fanciulle, con insegnanti ciechi. Feisal sarà assassinato a palazzo l’anno dopo, il 25 marzo 1975 – a opera, si disse, di un nipote squilibrato.
Fahd non era ancora principe ereditario, lo sarà dopo la morte di Feisal, scelto dai fratelli. E sarà re nel 1982, dopo Khaled: regnerà a lungo, fino al 2005, nazionalizzerà il petrolio (fino ad allora di proprietà del consorzio americano Aramco), senza inimicarsi le compagnie, e modernizzerà l’Arabia Saudita dal punto di vista economico, creando industrie locali a valle della produzione di petrolio greggio - seppure con manodopera straniera (il saudita non fa lavori meniali). Ma è vero che a fine 1974-primi 1975 si era stabilito a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casinò, rilanciando senza riserve.
Avvenne come Ljuba Rizzoli dice: “Al casinò non si vince mai. Chi dice di poterlo fare scientificamente è uno stupido”. Il banco non saltò. Del principe, dopo qualche mese, non si parlò più – fino a che non riemerse come principe ereditario.
Fahd non era il solo: i principi sauditi, per un paio d’anni dopo la colossale fortuna capitatagli con lo shock petrolifero, erano studiati in America, nelle pubblicazioni di psicologia, come portatori di una nuova sindrome. Che rimase poi senza nome, ma il dibattito fu concorde che era un disturbo forte della personalità, nel senso della megalomania.
Feisal si ricorda l’estate del 1959 al luna park londinese di Battersea sull’autoscontro, con un paio di ragazzette inglesi divertitissime di giocare col paludatissimo gentleman. Quando scese, fece un sorriso mesto mentre si girava per allontanarsi, alto, di figura ascetica. Le ragazze invece si commentavano eccitate, rosse in viso, l’avventura. Altre figure ieratiche, anche esse in tunica color dell’aria, seguivano sparse il principe. Una di esse si fermò a distanza, per ringraziare le ragazze. Non era dato sentire se parlava l’inglese, ma poi, sempre tenendosi a distanza, porse con la mano aperta due biglietti da venti sterline. Le ragazze si guardarono sorprese, e all’unisono, senza parlare, si misero a correre a tutta velocità – il cortigiano, ripiegati i biglietti nella manica, sorrise comprensivo.
Svizzera
- La Svizzera nasce sacra: il
capo degli Elvetici aveva nome tropaico, domotaurus,
toro potente. Il toro con le corna è simbolo di potenza, anche i santi e i
profeti se ne adornano.
astolfo@antiit.eu
Come fare “piazza pulita” della democrazia
Un lungo articolo del
giornale “la Repubblica” – il tinello degli zii brontoloni. Sul tema “libri e
idee per un’dentità democratica”. Un libro di “assenze”, si vede che gli otto “zii”
qui presenti leggono poco, o leggono male.
Otto “interventi”
perfino svogliati. In linea con quanto il giornale vuole farsi dire? È possibile,
cosa non si fa per una collaborazione – per “uscire sul giornale”, diceva già
Gogol’.
Curiosa silloge per la
figlia di un giornalista famoso come biografo del conterraneo Gramsci: Gramsci
non c’è in questo aeropago della democrazia. Ma c’è poco di altro – Croce almeno
ha una menzione, una sola, di passaggio, Gobetti pure.
Simonetta Fiori, La biblioteca di Raskolnikov, Einaudi, pp. X + 218 € 18€
lunedì 8 luglio 2024
Macron riporta la destra al centro
Come i lettori del sito sanno,
http://www.antiit.com/2024/07/ombre-727.html
http://www.antiit.com/2024/07/ma-parigi-il-governo-non-sara-di-le-pen.html
la “scommessa” di Macron col voto
anticipato era la ricostituzione del “fronte repubblicano” al ballottaggio, al
secondo turno di voto. Per isolare e battere la destra lepenista. Bloccando lo
scìvolamento in atto da oltre un anno verso il Rassemblement National, il
partito dei Le Pen, degli elettori moderati, che sono il perno del peso
politico di Macron.
La scommessa è riuscita, gli elettori non
lepenisti di fronte alla “minaccia” si sono recati in massa alle urne al
ballottaggio, e ora Macron ha probabilmente più deputati del Rassemblement,
anche se meno del Fronte Popolare.
Resta che il Rassemblement è ora il primo partito, anche se penalizzato al secondo turno dalle desistenze. Più pesante del partito di Macronbe dei Repubblicani, ex gollisti: la minaccia è stata evitata ma non disinnescata. Ora il problema di Macron è quindj di fare un
governo senza il Fronte Popolare,
alle cui desistenze deve la riuscita dei suoi canddati. Non sarà facile
sbarazzarsi del Fronte, ma l’esito non può essere altrimenti. La Francia ha una
situazione finanziaria sui mercati internazionali perfino più debole in questo momento
di quella dell’Italia, per un disavanzo di bilancio elevatissimo, il 7 per
cento, e non riducibile in tempio brevi, e il Fronte assolutamente non può
andare al governo. Non con Macron – baluardo e alfiere dell’osservanza finanziaria.
L’alternativa però è dfficile – è la parte
difficile della “scommessa”. Dividere il Fronte Popolare lasciando fuori i “comunisti”.
Oppure far convivere i lepenisti con i macroniani al governo, sotto un primo
ministro forse neutro ma di nomina macroniana.
I mercati finanziari oggi sono
“riflessivi”, che vuol dire niente panico, e fiducia in Macron. Il quale già
prima del voto, giovedì, aveva chiarito che la vittoria al secondo turno non avrebbe
implicato un “cambio di regime”.
Totò in America e la transizione verde
Un lunga story , di una truffa degli anni
2010, durata una dozzina d’anni, a danno
del fisco americano, per qualche miliardo, con un generatore mobile e greeen, montato su un caravan, a
pannelli solari. Che era stato all’origine il ripiego di un meccanico mezzo fallito,
senza più un’officina, o un’idea di cosa fare. Un generatore non inquinante, e
mobile? Ma è un’idea geniale.
Inizialmente i primi
mediatori pensarono di venderlo come impianto di pannelli solari
mobile, che evitasse quindi i furti
degli stessi pannelli in assenza, per lavoro o vacanza, i pannelli solari
installati sul tetto di casa. Finché uomini (donne nel caso) d’affari e un
primario studio legale non trovarono che si poteva vendere a caro prezzo a
clienti facoltosi, che così potevano portare in deduzione dal fisco il 30 per
cento del valore del manufatto – più caro il manufatto, più alto il credito di imposta. Senza bisogno del manufatto.
I generatori non si fabbricavano – giusto un centinaio da
esibire nelle fiere e nei contest. Si
vendevano in lend-lease al 30 per cento
del costo dichiarato, quanto bastava all’acquirente per dedurne il costo come credito
fiscale. Molti grandi investitori ci hanno messo molti soldi.
Una serie di equivoci e
di trucchi esilaranti – sembra una gag
di Totò. Se non per l’esito finale, il fallimento. Ma dopo molti anni, a causa
principalmente del covid, e dopo aver truffato il Tesoro americano di molti
miliardi in crediti fiscali per la transizione verde.
Ariel Shabar, The billion-dollar Ponzi Scheme that hooked
Warren Buffett and the U.S.Treasury, www.the atlantic.com, free online
domenica 7 luglio 2024
Ecobusiness
“Il tappo che non si stacca” è “l’arma
decisiva” per salvare il mare, e le balene – ne divorano a migliaia. Il tappo
delle bottiglie di plastica. Dell’acqua minerale: “La norma europea per
limitare il dilagare di microplastiche negli oceani”. Le magaplastiche possono
tranquillamente navigare? Se non fosse un dramma, che commedia!
L’uso smodato dell’acqua “minerale”, cioè
in bottiglia, quello invece è salubre. Che l’Italia fa in concorrenza con il
Messico a chi ne consuma di più, pro capite. Ora, in Messico si può capire,
l’acqua corrente va con la “maledizione di Montezuma”, solo un gradino più giù
del colera. Ma in Italia? Con le Alpi, gli Appennini, le sorgenti?
L’uso dele fonti di energia rinnovabili,
alternative alle fossili, è in Italia, in Europa, all’8 per cento del totale, o
al 12? Se fosse al 12 cosa cambia? Le
fonti alternative non possono sostituire niente finché la circolazione
automobilistica cresce. Come è anche giusto che sia, non solo gli americani e
gli europei possono andare in macchina. Il consumo di fonti fossili cresce
anche con la macchina elettrica – cresce forse di più, poiché bisogna produrre
molta più elettricità. Tanto più che i volumi delle automobili sono ora il
triplo di quello che erano quarant’anni fa – più dispendio di materiali, da
produrre con consumo di energia, più peso, più consumo di combustibile – oltre
che di spazio, di aria, di ambiente (con più o con meno sicurezza? a giudicare
dalla Rca con meno, molto meno).
Le due Resistenze – le due narrazioni
Un racconto-verità. Tra
fine 1943 e primi del 1945, nelle valli di Comacchio, della guerra civile, tra
i fascisti, con i volenterosi collaboratori, comandati dai tedeschi, le
esecuzioni sommarie, i lavori forzati in Germania, e la Resistenza, politica,
organizzata, e occasionale, disperata. L’“Agnese” del racconto è personaggio
reale, assicura l’autrice in una nota al testo. E Renata Viganò stessa è
personaggio in dramma, “Contessa”, alla macchia con un bambino piccolo, nelle
alterne vicende del marito, comandante di formazione partigiana, prigioniero
dei tedecshi e poi evaso, per diciannove lunghi mesi.
Un racconto sommesso,
mai un trionfalismo. Ma alla rilettura datato, all’ombra delle “magnifiche
sorti e progressive”, quali erano forse d’obbligo subito dop la guerra, quando
il racconto fu scritto e subito pubblicato – Renata Viganò era personaggio
letterario noto, poetessa esordiente già a dodici anni, nel 1912. L’uscita
occasionale in questa serie del “Corriere della sera” dopo “Il partigiano
Johnny” delinea due modi di raccontare (avere vissuto?) la Resistenza. Quella
fattuale, anche nela sua casualità, di Fenoglio, della narrazione piemontese in
genere, di Pavese e si può aggiungere di Calvino (“Ultimo viene il corvo”, “Il
sentiero dei nidi di ragno”), e quella invece, più o meno, di partito,
politica, pedagogica.
Renata Viganò, L’Agnese va a morire, “Corriere della
sera”, pp. 287 €8,90
sabato 6 luglio 2024
Cinquant’anni fa l’anno dell’Europa
Il 1974, cinquant’anni fa, era stato dichiarato
da Kissinger, neo segretario di Stato, “l’anno dell’Europa”. E intendeva: di fare
i conti con l’Europa. Con l’Europa reduce dallo shock petrolifero – domeniche a
piedi, ascensori fermi, mini-lampade, mini-riscaldamento, e prezzi alle stelle –
l’inflazione durerà un decennio, in Italia al 20 per cento e più.
Lo shock petrolifero Kissinger aveva programmato
con insistenza. Come richiesto nel 1970 dalla banca dei Rockefeller, il cui
esponente politico Kissinger aveva appoggiato prima di – e contro – Nixon, di cui era ora il consigliere
più apprezato. Un suo aiutante, “esperto energetico”, quando era alla Sicurezza
Nazinonale, James Akins, presenziava alle assise arabe spiegando ai modesti
sceicchi, grati di tanta considerazione, che stavano svendendo un tesoro. E
allo scià di Persia con lfidando la famosa considerazione: “Un litro di benzina,
bene deperibile, costa meno di una bottiglia di acqua minarale”. Ai Congressi Arabi
del petrolio, con cui i principati si gingillavano per non sapere che fare (il petrolio
era in mano alle compagnie), specie a quello del 1970 in Kuwait, dal 16 al 22 marzo, Akins meravigliò
anche i più nazionalisti. Che poi erano uno solo, Abdallah Tariqi, ex ministro dello stesso
Kuwait, già dimissionato - voleva nazionalizzare le compagnie. Tariqi subodoro' un tranello: a Akins che invitava a "fare la guerra all'Occidente" obiettava accigliato: "È una provocazione, vogliono mettere il nostro petrolio fuori mercato".
Lo shock petrolifero, si ricorderà, venne
in contemporanea con la guerra dello Yom Kippur, con cui l’Egitto, sbaragliato
sei anni prima in sei giorni, si riprese in un fiat il Sinai. Un Blitzkrieg siro-egiziano di cui l’America
“non sapeva niente”, di piano, progetti, nemmeno dello schieramento di truppe,
che fu massiccio, malgrado i tanti satelliti spia già in orbita.
L’Europa unita non piaceva in America.
Kissinger ironizzava: “Quale numero di telefono devo fare se voglio chiamare l’Europa”? Mentre del suo presidente Nixon si faceva sapere
che nello Studio Ovale, cioè con i suoi collaboratori, parlava in questi termini:
“Non sanno chi sono e non vanno d’accordo. Dobbiamo continuare a lavorare con i
vari governi, e non con quell’idiota (“jackass”) che sta a Bruxelles”. C’era
dispetto per i progetti allora europei di una politica mediterranea, o come si
diceva euro-araba.
Ma a Parigi il governo non sarà di Le Pen
Su
577 seggi parlamentari in Francia solo 76 sono stati vinti al primo turno. Di questi
38 lepenisti.
I lepenisti sono la metà degli eletti
con più del 50 per cento, ma sono solo 38. Domani al secondo turno vincono le
“desistenze”, gli accordi fra fra due o tre candidature ammesse al ballottaggio
per favorirne una. Nessuno ha fatto desistenza a favore del Rassemblement
National, del partito lepenista.
Si parla tanto di trionfo, e di Le Pen al
governo a Parigi, che si mette in braccio a Putin, e fa crollare le Borse. Ma
domani parte sfavorita. Si sono fatti 218 accordi di desistenza. Ma quasi tutti
fra macroniani e Fronte Popolare – qualcuno fra le componenti del Fronte, che è
variegato. Se i macroniani e i frontisti andanno a votare – e ci andranno,
sono molto motivati - è questo fronte che avrà vinto domani sera, non Marine Le
Pen.
Il fatto è talmente accertato - temuto- che
Macron, dopo le desistenze, si è affrettato
a precisare che non ci sarà un governo di sinistra lunedì. Si è affrettato giovedì,
lunedi aveva chiamato al “fronte unico contro la destra”.
Presidente della Repubblica, Macron è
preoccupato di assicurare la stabilità (credibilità) finanziaria della Francia.
E del resto i macroniani sono di destra anche loro, anche se si vogliono
liberali e non nazionalisti. Né ha lasciato insensibile Macron la richiesta,
già emersa nel Fronte Popolare, di dare le dimissioni per rifare subito le
presidenziali – col Fronte Poplare ancora caldo, e Macron non rieleggibile.
Viva l’uninominale secco – f.to trasformismo
Giovedì la Gran Bretagna ha votato,
venerdì c’era già il governo. Meraviglia, plausi, compiacimenti, “questa sì che
è democrazia”,”rispettato il voto degli elettori”, “pragmatismo ed efficienza”.
Efficiente il governo inglese non è, non
molto. Ed è anche vero che con il 34 per cento dei voti si può ottenere – il laburista
Starmer ha ottenuto – il 65 per cento dei seggi. Ma allora: il collegio elettorale
uninominale secco (chi ottiene pù voti è eletto, anche col 25 o 20 per cento, e
senza recuperi, regionali o nazionali) è un bene? E perché avere un partito che
vince le elezioni, con un primo ministro designato in anticipo, non sarebbe un
bene? Ed è un bene che un partito come l’estrema destra di Farage abbia solo
cinque seggi, pur essendo stato il terzo partito per numero totale di suffragi?
Ha votato solo il 50 per cento, il 7,5 per
cento in meno che nel 2020. Starmer ha ottenuto 412 seggi su 650 aumentando i
voti rispetto al 2020 di appena l’1,6 per cento, di niente. I conservatori hanno
avuto 121 deputati con il 23,7 per cento dei voti. I LiberaralDemocratici hanno
avuto 72 deputati con il 12,2 per cento dei voti. L’estrema destra di Farage
solo 5 con il l4 per cento.
È giusto? È ingiusto? È un sistema
elettorale, navigato, non contestato, come tutte regole del gioco. Da noi si
chiama fascista il premierato, che un partito vada alle elezioni con un programma
e un indizio di governo. Oltre Manica si vota per avere un governo. In Italia
la governabilità è odiatissima. Le elezioni sono per boiardi, piccoli, anche piccolissimi
– anche non corrotti. Non più solo fra democristiani, che si litigavano per
programma (come tuttora usa fra Renzi, Calenda, Letta, Franceschini, etc.).
In Gran Bretagna si premia il governo
invece del trasformismo. È più democratico il trasformismo – il parlamentare è
solo con la sua coscienza, e con gli “elettori che rappresenta”? Ma la coscienza
non c’entra, il trasformismo è solo opportunismo.
Il cervello a molla
“Tra fine Settecento e
inizio Ottocento la scienza comincia a indagare la riproducibilità dell’essere
umano, sia per via biologica (gli esperimenti sull’elettricità, Galvani e
Volta), sia per via meccanica (gli automi, le bambole animate).
“Tale idea si riflette
in letteratura: il “Frankenstein, or The modern Prometheus (Frankestein o il
moderno Prometeo, 1818) di Mary Shelley è un ponte tra il gothic novel, in cui
il fantastico e l’occulto contaminano di notturno la rappresentazione della
realtà, e un nuovo atteggiamento che assegna alla scienza le
potenzialità del meraviglioso…. inaugurando simbolicamente e concretamente il
genere della fantascienza”. Che però si vuole
scienza. “È un fantastico di tipo nuovo quello che si coagula nelle forme
riconoscibili del romanzo di Mary Shelley e che emerge in modo diffuso nel
primo scorcio dell’Ottocento. In
Germania, in particolare, dalle macerie del romanticismo la tensione verso il
meraviglioso emigra verso ciò che nella cultura dell’epoca possiede statuto di
centralità rispetto ai movimenti anche convulsi che caratterizzano l’evolversi
del secolo: la logica scientifica e le sue ricadute attraverso le
innovazioni tecnologiche".
Un “processo di
rivolgimenti e sussulti”. Nel quale “tuttavia, i vecchi dèi fanno fatica a
morire. La creatura artificiale nel corso dell’Ottocento e per buona parte del
Novecento viene rappresentata come inferiore all’umano. Proprio Frankenstein è
un’epitome di questa tendenza: la Creatura è irrimediabilmente
assegnata al rango di monstrum, pur
in presenza di qualità intellettuali e morali che ne fanno per molti versi un
uomo ideale”.
Ed ecco la differenza,
la novità, che c’era già: “Ma si tratta dell’uomo ideale dell’Illuminismo,
l’uomo‑macchina che nel proprio principio giustifica la possibilità di essere
costruito e riprodotto come qualsiasi
meccanismo automatico, e anzi portato a perfezione ben al di là di quelle che
sono le caratteristiche umane". Una “prospettiva
implicita nella celebre formulazione di La Mettrie, che retoricamente si chiede: «Occorre altro
[...], per provare
che l’uomo non
è che un
animale, ossia un insieme di molle che si caricano tutte le une con le
altre senza che si possa
dire da quale
punto del cerchio
umano la natura
abbia cominciato?». E continua: «Se queste molle differiscono fra loro
non è che per la sede e per il grado di forza, e mai per la loro natura: e di
conseguenza l’anima non è che un principio di
movimento, o una parte materiale sensibile del cervello che si può, senza tema
di errore, considerare come una molla…”
Ecco da che nascono le castronerie che offre Chatgpt:
è una molla? Le scienze neurologiche non hanno progredito molto da La Mettrie - ora si aspettano molto, anche loro, dalla fisica quantistica....: il grande interrogativo rimane sempre la coscienza.
Una riflessione sulle “Notti fiorentine” di Heine,
il poeta tedesco che si fece francese. In rete il saggio appare sotto titolo e
sinossi in inglese.
Alessandro Fambrini, di Seravezza, è ordinario di
Letteratura tedesca a Pisa.
Alessandro Fambrini, Simulacri imperfetti, corpi mortali
e creature immortali,
ojs.unica.it, libero online
venerdì 5 luglio 2024
Ombre - 727
Menano
i tedeschi, organizzatori dell’Europeo, nei primi minuti, per impedire alla
Spagna la solita partenza fulminea, ai polpacci, alle caviglie, ai piedi, e
niente ammonizioni. Al 7’ esce il primo spagnolo acciaccato, e niente. Il primo
cartellino arriva al 30’ – subito compensato da uno, inesistente, a un calciatore
spagnolo.
La
Germania poi non demerita, pur perdendo (la partita sarà stata la vera finale del torneo, fra due squadre bellissime negli ottavi e in questa sfida). Ma non c’è onestà nel calcio.
I
mercati hanno festeggiato martedì il voto francese: temevano il Fronte Popolare, non il fascismo. Soprattutto
stavano col fiato sospeso le banche, benché il Fronte fosse sponsorizzato dal
loro uomo di fiducia, il presidente Macron. Che ora, fatti gli apparentamenti con il Fronte, per
raccogliere qualche voto ai suoi residui candidati promette: “Il governo mai col Fronte
Popolare”.
Alle
europee “prima che si aprissero le urne la Cei e la Comece (vescovi dell’Ue)
hanno dispensato univoci consigli agli elettori in Italia e negli altri 26
Paesi interessati” - Filippo Di Giacomo, “il Venerdì di Repubblica” . Però.
Esito? “Il successo elettorale di tutti i firmatari del Manifesto Pro
Vita&Famiglia. E il flop quasi totale dei cattopiddi sostenuti dai vescovi”. Però.
Poi
si dice che il cattolicesimo è dei pecoroni – la libertà, anche di pensiero, si
vuole laica, al più protestante.
Dice
l’ovvio Mattarella a Trieste: “Un governo non ha poteri senza limiti”. C’è la
Costituzione. Ma ci si aggrappa a tutto – “i paletti del Colle”, “monito di Mattarella”.
In mancanza di argomenti – se non è ignoranza? È come il fascismo in agguato,
nel 2024.
La
verità è che Mattarella lo dice perché ha intenzione di promulgare la legge sul
premierato, se si farà.
Il
presidente americano non connette (lo sanno i suoi interlocutori, lo sapeva il
giudice che lo ha interrogato), ma non si pone un “problema Biden” oggi, solo
chi sarà il nuovo presidente. Strano modo di affrontare i problemi. Specie per
un giornalismo che si celebra per l’intelligenza e l’onestà. L’America non ce
la racconta più giusta?
Hanno
più pagine sul problema Biden “la Repubblica” e il “Corriere della sera” che il
“New York Times” o il “Washington Post”. Pagine di nessuna utilità
(informazione) del resto: molto “colore”, la moglie, la sorella, località e
problematiche connesse ignote ai più, e ininteressanti. Provincialismo? Così
masochista? C’è un allarme sotterraneo da disinnescare?
Dovendo
in qualche modo coprire le castronerie di Conte, “compagno” del Campo Largo, il
capo di ben due governi del primo Mattarella, Gramellini dice che ok, ma il
ministro Sangiuliano è peggio. C’è una logica gramelliniana?
Verderami
insiste, le prove del complotto di Scalfaro contro Berlusconi sono ora due: c’è
quella, indiretta, di Lamberto Dini, sempre sul “Corriere della sera”, lunedì,
dopo quella del cardinale Ruini. Ma niente, non interessa a nessuno.
Non
si dimette Spalletti, l’allenatore della vergogna, filosofeggiando. E non si dimette
Gravina presidente della Federazione Calcio, che ha fallito già il Mondiale
2022. Uno che si paga lo stipendio del presidente della Repubblica, 240 mila
euro. E presiede all’incredibile giustizia di Chiné&Co., per cui,
condannata la Juventus, si può fare a meno delle plusvalenze fittizie più
corpose, vedi Osimhen, anche di indagare. Una Federazione di mutuo soccorso, per gli amici.
Faceva senso vedere l’impegno e l’applicazione dei
calciatori della Svizzera, kossovari, serbi, turchi, africani, sudamericani per
lo più. Di un paese che si pensa non tenero con gli immigrati – le memorie vanno
a Nino Manfredi, “Pane e cioccolata”. Che invece collaborano tra di loro, e
soprattutto si impegnano. Mentre l’Italia è ferma alla Bossi-Fini, “abbasso lo
straniero”. Che ci mette vent’anni per avere al cittadinanza, se gli va bene –
se ha battuto qualche record sportivo. L’Italia ha molti punti deboli, ma quasi
tutti se li è creati e se li crea. La stupidità non ha limiti?
Si sono pagati fino a 500 euro per la partita
Italia-Svizzera a Berlino, oltre il viaggio e l’alloggio. Da tifosi da curva,
non da tribune. L’Italia allora non è in crisi, l’Italia che non gioca.
Il
“Corriere della sera” dà spazio al cardinale Becciu. Che sarà pure un criminale
ma il Tribunale di Pignatone che l’ha condannato era osceno. Almeno in questo
Becciu ha ragione: Pignatone – altra scelta personale del papa (anche Pignatone
massone?) – torna a Pio IX. All’infallibilità
del papa, che ha condannato il cardinale motu proprio,
fuori e prima del Tribunale.
Però,
l’infallibilità è di Pio IX, ma dopo Porta Pa: c’entra anche qui la massoneria?
Nella vicenda Becciu sono entrate due donne in età.
Una accusatrice, e una (probabile) profittatrice. Una volta i parroci, quando
le beghine (allora si potevano chiamare così) li importunavano con accuse e
vendette, le sospendevano dalla confessione - e quindi, allora, dalla
comunione. Le sospendevano dai sacramenti. Oggi, certo, è l’era dei social, e
dei diritti, il papa si tiene aggiornato: bisogna avere un pettegolezzo più di
ogni altro.
Emoziona tutti a questo Europeo Cristiano Ronaldo, che segna, non segn, piage di vergogna, corre e salta a quaranta anni tifosi e giornalisti. Mentre era antipatico quando giocava nella Juventus, non ai tifosi, che riempivano gli stadi per vederlo, ma ai Gianni Brera di ringhiera - quantum mutati ab illo.
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