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giovedì 19 dicembre 2024

La guerra di Erdogan ai curdi (di Siria)

Nel 2018, alla dissoluzione dell’impero ottomano, i curdi costituivano l’unico possibile Stato: una popolazione, una lingua, un territorio. Per evitarlo, saggezza coloniale, furono divisi in tre: una parte alla nuova Turchia, una parte alla Francia (Siria) e una parte all’Inghilterra (Iraq). Da allora combattono, e niente, non c’è via d’uscita per loro. Sono un popolo, sono mussulmani ma sono “moderni”, democratici e rispettosi dei diritti.
“Siamo democratici, inclusivi, femministi e mussulmani”, può dire oggi a Nicastro sul “Corriere della sera” l’avvocato Amina Omar, già presidente del Consiglio Democratico Siriano, dei curdi di Siria. Che si autogovernano da una quindicina d’anni, nel caos del paese, di Assad e dopo. 
Il Consiglio governa il Rojava. Ridenominazione della regione Nord della Siria, lungo la frontiera con l’Iraq e la Turchia. Ma contro di esso è in atto una guerra non tanto nascosta, solo “dimenticata”, di Erdogan. Contro l’idea di uno Stato curdo, che fatalmente attrarrebbe il Curdistan turco. E contro un islamismo femminista.
Erdogan ha armato una Syrian National Army, alleata di quello che resta dell’Is in Siria - dello Stato islamico, che controlla la Siria centrale - contro il Rojava, col quale confina per tutta la sua lunghezza. Lo stesso Erdogan che la Ue finanzia lautamente per “gestire” l’esodo dei siriani: curdi stanchi delle guerre, e perseguitati dall’Is. Quindi sue vittime - da avviare peraltro sulla rotta balcanica, invece di accudirle, o su quella della Magna Grecia, verso Locri e Crotone.

La scoperta dell’Africa

Scopre il “Corriere della sera” con Rampini le guerre “dimenticate” dell’Africa. E la politica degenerata che avvelena il continente: dittature. corruzione, guerre tribali. Camuffata da anticolonialismo er le “anime belle”. Un assurdo, sotto gli occhi di tutti, e non remoto, anzi alle porte di casa. Che solo questo sito ha documentato:
http://www.antiit.com/2019/02/il-mondo-come-366.html
http://www.antiit.com/2018/09/quanto-lafrica-potrebbe-essere-ricca.html
http://www.antiit.com/2024/10/lafrica-suo-malgrado.html
(alcuni take).
Se ne vede lo specchio all’emigrazione: confusa e problematica. È praticamente impossibile individuare chi è protetto dalle convenzioni internazionali sui diritti civili e politici. Ogni africano vi avr ebbe diritto. E questo non può essere: non si può trasferire l’Africa in Europa.
A che fine poi, per importare la stessa incapacità politica e sociale? Non si emigra dall’Africa per decisione ponderata, come nei film, per costruirsi un futuro – che sarebbe una benedizione, l’emigrante ha una marcia in più. Si emigra con la stessa superficialità con cui si vive e ci si governa in Africa. E d’altra parte è difficile l’integrazione: non ci sono disegni di integrazione, se non in casi rari (per la mediazione di missioni e parrocchie, o delle poche organizzazioni umanitarie non avventuristiche – un 5 per cento dell’immigrazione africana, il 10?) Ci sono agenzie in Nigeria che promettono “Roma” alle donne per la prostituzione, all’opera da anni, decenni. E altre per la mendicità…. L’unico obiettivo essendo “money”, fare un po’ di soldi. Soprattutto non ci sono reti, parentali, amicali, di indirizzo pratico (economico, finanziario) per gli africani come ce ne sono per le comunità asiatiche, di indiani, pakistani, bengalesi o filippini, o anche per i sudamericani (peruviani). Mentre ci sono le mafie, dette “nigeriane”, per il caporalato, la prostituzione, lo spaccio. C’è la dissoluzione sociale.

Cronache dell’altro mondo – informative (316)

 “Come i Sunday Morning News Shows promuovono un’agenda anti-palestinese per Washington”.
“Dall’ottobre 2023 le rubriche d’informazione domenicali delle maggiori emittenti nazionali, “Meet the Press” della Nbc, “This Week” di Abc, “Face the Nation” della Cbs, e “State of the Union” della “Cnn, non hanno mai avuto un solo ospite palestinese”.
“Con l’eccezione di una sola intervista, i programmi domenicali di notizie hanno coperto “la cosiddetta «guerra Israele-Hamas» senza mai parlare con un solo palestinese, o con un americano palestinese”.
È la conclusione di una ricerca condotta dal settimanale di sinistra “The Nation”. Al cui parere “i centri media di centro-sinistra hanno aiutato a vendere, sottostimare, e fornire copertura alla guerra su Gaza dell’amministrazione Biden”. In aggiunta, scrive il settimanale, “questi programmi mostrano un costante pregiudizio anti-palestinese. Con cura usano termini emotivi per descrivere le vittime israeliane, ignorano gli scudi umani palestinesi e le vittime palestinesi di stupro, e normalmente esibiscono esponenti israeliani credibilmente accusati di crimini di guerra - soprattutto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu”.
 “Gli shows domenicali sono un barometro utile delle priorità dei media Usa upstream, che fanno opinione. Importanti non perché raccolgano alte percentuali di ascolto ma perché, come il settimanale “The Atlantic” ha spiegato nel 2018, fissano l’agenda” per Washington: “Cristallizzano le pratiche del consenso nel giornalismo, e esibiscono in miniatura il suo rapporto con la classe politica”.

Babbo Natale, per resuscitarci

“Il reverendo anglicano Paul Chamberlain”, nomen omen?, “della diocesi di Portsmouth, si è presentato in una quinta elementare di Klee-on-the-Solent, nello Hampshire, e ha spiegato ai bambini che ormai erano abbastanza grandi da sapere la verità: Babbo Natale non esiste, l’unico vero eroe del Natale è Gesù Bambino”. È notizia di oggi, proprio mentre si ricorda una analoga di settanta e passa anni – si ricorda per la ripublicazione di questo saggio di Lévi Strauss.
Una storia che finisce oggi come allora: “I genitori hanno protestato con la scuola, che ha protestato con la diocesi, che ha costretto lo sventurato reverend a fare ammenda”. Nel 1951 un parroco di Digione, in Francia, processò Babbo Natale, lo condanno, convocò tutti i bambini e ragazzi della parrocchia, alcune centinaia, e lo bruciò nella forma di un pupazzo. Un autodafé, nel 1951? Ma più serioso che buffonesco. Che fece la prima pagina dei giornali, e creò anche qualche risentimento nella Francia “repubblicana”, cioè laica e negli stessi cattolici: il sindaco e deputato di Digione era un prete, il canonico Kir, che si tenne ostinatamente fuori dalle polemiche.   
Lévi-Strauss si chiese come mai il bonario Babbo Natale potesse suscitare così arcigni sentimenti e risentimenti, e ci trovò alcune più che valide ragioni. Questa riflessione proponendo, breve ma succosa (su “Les Temps Modernes”, la rivista di Sartre), non tanto per “giustificare le ragioni per le quali Babbo Natale piace ai bambini, ma piuttosto quelle che hanno portato gli adulti a inventarlo”.
Una prima conclusione è che si tratta di “un codice differenziale che distingue i bambini dagli adolescenti e gli adulti”. Uno dei tanti “riti di passaggio e di iniziazione”, che hanno la funzione pratica di aiutare “gli adulti a mantener I loro discendenti nell’ordine e nell’obbedienza”. Uno di questi riti, che somiglia “in modo sorprendente a quello che stiamo esaminando”, L.S. lo trovava presso i katchina, “indiani del sud-ovest degli Stati Uniti”. Che innovavano rispetto alla tradizione: i loro antenati non torna(va)no per punire o ricompensare i bambini, come le vecchie figure dell’Orco o del Castigamatti, ma in figura benevola, in quanto dispensatori di doni.
Segue una veloce rivisitazione dei riti analoghi nel passato, fino a quello fondativo, i Saturnali romani. Che L.-S. trova analoghi in tutto e per tutto, perfino le date. Ripresi nel Medioevo con le caratteristiche di oggi: “La distinzione tra classi e censo è temporaneamente abolita”, ma allo stesso tempo “il gruppo sociale si scinde in due: la gioventù si costituisce in modo autonomo ed elegge il proprio sovrano”. E si costituivano “bande di bambini” – che poi saranno passate in Halloween -  che “vanno di casa in casa cantando e porgendo gli auguri, ricevendo in cambio frutta e dolci” – detti in Francia guisarts (in Calabria, si può aggiungere, “sàmburi”).
E dunque Natale. Che si comincia ad attendere già a settembre – ma non usa(va) dire: agosto, capo d’inverno? “Credere in una generosità senza limiti, in un altruismo senza secondi fini; in un breve intervallo durante il quale è sospesa ogni paura, ogni invidia, ogni rancore”. Natale diventa una sorta di preghiera, di scongiuro, che ogni anno “indirizziamo ai bambini - incarnazione tradizionale dei morti – perché acconsentano, credendo in Babbo Natale, ad aiutarci a credere nella vita”.
Una riedizione della prima traduzione trent’anni fa, con un ampio saggio di presentazione (e interpretazione) di Antonino Buttitta, che l’aveva voluta, “Ritorno dei morti e rifondazione della vita”. E una nuova introduzione di Gianfranco Marrone,
Claude Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato
, Sellerio, pp. 108 € 13

mercoledì 18 dicembre 2024

Problemi di base storici - 838

spock


La storia è il conforto del presente?
 
È lo stampo del presente?
 
E ne è la gabbia?
 
La storia è la scena dell’essere – anche del volere?
 
S’impara sempre dal passato – se il presente è già ieri?
 
La memoria si dilata col digitale oppure si comprime?


spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – siriache (315)

Il nuovo uomo forte della Siria, Al-Julani, è ufficialmente ricercato dagli Stati Uniti, con una taglia di 10 milioni di dollari, in quanto “terrorista mondiale specialmente designato”, come fondatore della branca siriana di Al Qaeda, poi Is, stato islamico.
Il presidente Biden ha definito il cambio di regime “un’occasione storica per il popolo siriano, che lotta da lungo tempo per costruire un avvenire miglior”.
Gli Stati Uniti tengono ancora la Siria sotto sanzioni economiche. Controllano militarmente un quarto del territorio siriano. E ne controllano pure, attraverso i curdi siriani, le (modeste) riserve di petrolio e gas. Sotto il controllo, diretto e indiretto, degli Stati Uniti sono campi di detenzione per decine di migliaia di siriani, nelle zone già controllate dal’Is e poi liberate.

Israele abbandonato, dalle sinistre

Israele ha perso il sostegno – e i valori? – della sinistra, in Europa, nell’Occidente, e dunque ha perso se stesso. Una tesi radicale, ma problematica.
Colombo, ultranovantenne,  ripubblica un vecchio saggio del 2007, aggiornato agli ultimi eventi, e con un senso di disperazione. Di fallimento di un disegno che a questo punto gli si rivela utopia. E dà per perduto Israele. Non quello di Netanyahu, Israele in sé: la copertina è la stella a sei punte, gialla come nelle vecchie interdizioni, su un fondo di fiamme.
“Israele ricco, potente, usurpatore di case e di terre, colpevole di occupazione, esecutore di «apartheid» e del «muro della vergogna». Israele assassino”: gli slogan pro-Palestina sono il filo del corruccio di Colombo. Con uno strano sguardo, non sull’interno, su come si evolve la composizione sociale e politica di Israele, che sostiene la politica di annientamento di Netanyahu, con corredo di irrisioni ai “due Stati”, allo “Stato palestinese”. Ma sull’esterno, come l’“opinione pubblica” evolve nel mondo nei confronti di Israele.
La riedizione si vuole un grido di dolore su come la sinistra – la politica di sinistra, in Europa, negli Stati Uniti - si allontana da Israele. Cioè sul fatto che Israele si faccia sostenere piuttosto dalle destre. Il mite Colombo è diventato nella maturità un cacciatore intransigente di destre, e questo soprattutto gli duole, che Israele non riceva – e non cerchi? – l’appoggio delle sinistre, dei (pochi) Paesi democratici.
“Israele ha nuovi amici. I nuovi amici di Israele vengono dalla parte sbagliata della storia”. Mah, non c’è di peggio? E non è finita, la curiosità è doppia. È colpa delle sinistre – in Europa, in America – se Israele si perde. “La sinistra italiana ha abbandonato Israele, consegnandolo di fatto alla destra e a un destino di guerra. Israele appartiene al mondo e ai valori della sinistra. Senza il sostegno della sinistra del mondo Israele muore”. Di chi la colpa?
Furio Colombo, La fine di Israele
, Baldini + Castoldi, pp. 160 € 19

martedì 17 dicembre 2024

Il problema dell’Italia è l’America, - ma non l’Argentina

Con la visita a Roma di Milei, basettoni, sfottò, noncuranza, ritorna l’Argentina come brutta copia dell’Italia. O fantasma dell’Italia, quale l’Italia potrebbe diventare, se non…. Oggi ne fa la sintesi Cazzullo, sul “Corriere della sera”: “L’Argentina, con l’inflazione che Milei si vanta di aver ridotto al 124 per cento, è per noi un memento di come potrebbe essere ridotta l’Italia senza l’ancoraggio europeo”.
Che c’entra l’Italia con l’Argentina? Da qualche decennio il tormentone mancava.
Ignoranza dell’Argentina? Sicuramente del problema italiano, il debito, creato con la corsa a entrare nell’euro, auspici Ciampi, Draghi e Prodi, senza prima consolidare il debito stesso (l’Italia entrò nell’euro con la barzelletta del prestito forzoso di 35 mila lire per ogni contribuente, per “rientrare nei parametri”). E da allora il debito si moltiplica da solo.
Da trent’anni l’Italia ogni anno stringe la cinghia – spende meno di quanto incassa (il famoso “attivo primario”). Ma ogni anno deve pagare una taglia di 50 miliardi. Per interessi che le agenzie del credito tengono altissimi - con la ridicola ragione che l’Italia non è più affidabile del Paraguay, e anzi peggio della Bulgaria (agenzie americane, per investitori americani: quindi, se si vuole, l’America c’entra, ma non è l’Argentina).
50 miliardi l’anno non sono pochi – farebbero un paese ricchissimo.
La crisi del debito non è una novità. Carlo Cipolla, storico dell’economia, lo spiega nella sua “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi” – facile e accessibile, costa solo 13 euro: l’unità si è fatta a debito, e ogni pochi anni dopo l’unità l’indebitamento è diventato critico. Nel dopoguerra l’ottima politica di Einaudi, La Malfa, un po’ anche Carli, aveva evitato il cappio. Ma cinquant’anni fa, esattamente, col bilancio del 1974, finito il boom con la guerra del petrolio, e con le casse prosciugate per pagare gli sceicchi, è riapparso, e con l’inflazione si è moltiplicato rapidissimamente. Andava consolidato entro i parametri europei, prima dell’entrata nell’euro, come chiedeva la Bundesbank.

Giallo disamore

Una storia (in)amorevole, più che un giallo. Di amori quali usano, violenti: stupri, femminicidi. Anche quando sono distratti, delle belle di mestiere. Una storia, in filigrana, di uomini senza donne - inaccessibili ora come forse lo erano prima, ma in forma dichiarata. “Il buio su un piatto d’argento” è il sottotitolo.
Una storia di (dis)amori intervallati dalla poesia. Dal mistero della poesia, della parola. Quale si può cogitare a Roma, al cimitero degli Inglesi, in pace idilliaca in pieno cafarnao. Luogo d’elezione del quartiere Ostiense.
Una storia di quartiere. Patrizia Licata se ne può dire ormai specialista, dei quartieri di Roma, geografia e anime - il quartiere come il paese, il villaggio, ha un’anima, seppure compressa. Ha già raccontato il Nomentano e Trieste (“Un caso irrisolto”) e Montesacro (“La donna nella vasca”). Qui racconta Ostiense, tra Piramide, Porta San Paolo, Gazometro e l’ex Porto fluviale, col ponte pedonale verso l’altra riva del Tevere. Un quartiere notturno, di movida.
Tre poliziotti indagano, un detective, un ispettore e un commissario, sulle violenze che si succedono, contro donne trenta-quarantenni. Figure materne, seppure giovanili? Ma vanno senza indizi, a naso. E anche loro, più che altro, ragionano, o non ragionano, delle strane forme di rapporti amorosi che hanno intrattenuto e intrattengono. Un giallo degli amori.
Con un ricordo e un medaglione di Jacqueline Risset, francesista alla Sapienza e poeta, “bellissima, gentile, sensibile, piena di talento”. Che “la poesia è ritmo, diceva”. Un cameo unico nella letteratura italiana, anche se Risset ne fu in larghi segmenti generosa protagonista.
Patriza Licata, Le due facce
, Laurum, pp. 200 € 16

lunedì 16 dicembre 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (579)

Giuseppe Leuzzi


La città dove si vive peggio in Italia è Reggio Calabria, 107ma. Appena meno di Reggio Calabria sta messa Napoli, al posto 106. E sul serio, “Il Sole 24 Ore” ci lavora su un anno, non per ridere. Con Reggio Calabria e Napoli condividono il basso della classifica altre città del Sud, che è inutile elencare.

Si sta bene solo in Lombardia, sei città tra le quindici migliori. E nel Veneto, cinque. Si sta bene solo nel leghismo. 
 
Per la visita del re di Spagna Felipe VI a Napoli, e l’accoglienza fervorosa ed ei maggiorenti della città, accademici e imprenditori, Marino Niola nota che “per loro e per i partenopei in generale gli antichi sovrani sono insieme un sogno e un mugugno”. Per gli uni l’incarnazione della modernità anticipata, per gli altri della centralità perduta”. Della modernità prima dell’Italia, dell’unità.
 
Le tre materie prime da tenere sotto osservazione nel 2025”, titola l’“Economist” nel suo numero di fine anno “The World Ahead” (, cosa accadrà: “Il prezzo di arance, caffè e uranio resterà elevato”. Delle arance? Non delle arance italiane, di Sicilia e Calabria – la Puglia va un po’ meglio, sa vendere. Perché non sanno organizzare la distribuzione - il valore aggiunto va ai grossisti-distributori.
 
L’Europa fatta a Palermo
In “Verranno di notte”, nelle pieghe del panegirico contro la barbarie che ci minaccia, “Lo spettro della barbarie in Europa”, Paolo Rumiz ha l’idea di un’altra Europa. Non più quella che ci governa. Carolingia. Renana. Franco-tedesca per intendersi. Rugginosa in effetti, da operetta triste. Ma quella del nome, della principessa di Tiro che invaghì Zeus con la sua bellezza e fu dal dio sedotta in forma di toro mansueto, bianco, e trasportata in volo a Creta.

Quella di Federico II, lo “stupor Mundi” degli epicedi, del monaco benedettino inglese Matteo da Parigi, che ne registra la morte il 13 dicembre 1250: Obiit… principum mundi maximus Frethericus, stupor mundi et immutator mirabilis»”, il magnifico riformatore. “L’imperatore che riconquistò Gerusalemme senza versare una goccia di sangue”, continua Rumiz, “il monarca illuminato dalla corte itinerante, che aveva al seguito anche consiglieri arabi, greci ed ebrei. Federico, il migliore dei re d’Italia. Il tedesco che mise in riga i feudatari, unì il Nord e il Sud del Continente e separò lo Stato dalla Chiesa. «Più leggo di lui e più mi accorgo che rappresenta il vertice dei valori oggi più dimenticati»”, si fa dire da “Lucia, colta ed appassionata guida turistica pugliese”.

Il terzo “vento di Soave” di Dante, imperatore venuto di Svevia - “la luce de la gran Costanza”, al canto III del Paradiso, “che del secondo vento di Soave\ generò ‘l terzo e l’ultima possanza”. Una Germania mediterranea, un’Italia transalpina (partendo da Palermo)? Si può fantasticare anche sulla storia, per quanto indelebile.

Il nome riporta sempre lì, attorno al Reno. La sostanza, certo, era diversa.

Il sogno dello sviluppo
La Cina, dove trent’anni usava per tutti un decoro modesto, la stessa bibicletta, nera, e bluse grige, senza colletto per risparmio, sfila ora con intere scolaresche, non classi, scuole, dal Pantheon a Largo Argentina: centinaia di ragazzi in tutte le fogge, pettinature, calzature, abbigliamenti, loquaci o silenziosi, col cellulare in mano oppure no, in gita scolastica trascontinentale. Sono immagini reali che sembrano un sogno.
O fatti. La Corea che con difficoltà passa dai generali al voto, e in otto-dieci anni è all’avanguardia per urbanistica, istruzione, sanità e industria. La stessa Russia bolscevica, finita nel marciume e la violenza della corruzione, appena trent’anni fa, ora capace di tenere testa all’Occidente in guerra, e insieme d’investire, commerciare, viaggiare, per affari o per riposo, spendendo anche molto.
Ci vuole una “liberazione”, una scossa, per stimolare la “crescita” (l’economia), il benessere, la ricchezza. Il sogno è che un giorno Carabinieri e Polizia dicano che non si può più essere mafiosi – le categorie sono cambiate. E vedere se il Sud non si arricchisce e arricchisce come tutti gli altri “sottosviluppati”. 


Se il Sud è un trampolino di lancio
Grasso, Pignatone, Cafiero de Raho, Scarpinato, Gratteri, c’è una categoria di persone per le quali il Sud è una miniera, altro che ritardo. Il Sud è una buona pedana per fare carriera, nell’antimafia, che ovunque. E chi non ci riesce, forse per avere mirato troppo in alto, come Ingroia o Di Matteo, può comunque passare i suoi giorni comodo in tribuna, seduto sulla sua buona coscienza, con lo Stato mafia, e il Dio dei mafiosi.
I giudici minacciano ora sfracelli, ma non se la passano male. Fanno la legge. Nessuno li ha delegati, ma loro la fanno lo stesso. Come scrive il giurisperito massimo Cassese, “oggi sono diventati il quarto potere dello Stato”. Per autorità propria, poiché nessuna costituzione li regola, e quindi di potenza massima.
Minacciare sfracelli è manifestazione infine non surrettizia di tanto potere. Al Sud è senza limiti, Col cosiddetto “concorso esterno” in reati associativi (da cui non ci si può difendere se non “dopo” il giudizio) e col sequestro preventivo dei beni – col noto affarismo di comodo, alla fine del quale nulla resti da restituire. Il Sud può essere provvido.
 
Il futuro della Sicilia
Franco Lo Piparo contesta Sciascia rudemente – “Sicilia isola continentale. Psicoanalisi di un’identità”, pp. 42-46 - a proposito del futuro che in Sicilia  non c’è, il tempo grammaticale. Tra l’altro spiegando che il tema, sollevato da Sciascia in “La Sicilia come metafora”, 1979, era stato introdotto, incidentalmente, dallo storico Denis Mack Smith nella “Storia dell Sicilia Medievale e Moderna”, 1968.
Scriveva Sciascia: “”La paura del domani e l’insicurezza qui da noi sono tali che si ignora la forma futura dei verbi. Non si dice mai «Domani andrò in campagna», ma «Dumani vajiu in campagna», domani vado in campagna. Si parla del futuro al presente. Così, quando mi si interroga sull’originario pessimismo dei siciliani, mi viene voglia di rispondere: «Come volete non essere pessimisti in un paese dove il verbo al futuro non esiste?»”  
Mack Smith: “I contadini disdegnavano anch’essi i nuovi metodi di coltivazione… Si riteneva comunemente ... che un cambiamento fosse sinonimo di peggioramento… In un’economia in cui tutto era precario, un comune lavoratore della terra non poteva mai fare programmi per l’avvenire. Forse la mancanza del futuro nel dialetto siciliano era espressione di questa difficoltà a pensare al domani”.
Per il linguista il problema non si pone: “In tutte le lingue l’evento futuro può essere segnalato da un avverbio temporale mantenendo il verbo al presente: domani vado in campagna in italiano, demain je vais à la campagne in francese, mañana voy al campo in spagnolo….. e si può continuare ancora per molto”. E poi: “In alcune varianti, ma non in tutte, del siciliano moderno manca o è debolmente presente il cosiddetto futuro sintetico (formatosi nelle lingue neolatine secondo lo schema verbo all’infinito + habere, per cui mangiare ho = manger-ò) ma non il futuro perifrastico o analitico (avir a + verbo all’infinito = aiu a ghiri, aiu a manciari). Il futuro perifrastico si trova in lingue come l’inglese (I will go) ol il tedesco (Ich werde gehen) parlate da parlanti che nessuno ritiene etnicamente pessimisti”.
 
Cronache della differenza: Calabria
“Dopo il delitto di Miami”, ricorda Santo Versace a proposito dell’assassinio del fratello Gianni, “le banche d’affari ci davano per falliti e dovevamo persino respingere le accuse di mafia. Litigai con Gianni Barbacetto: se fossimo stati di Voghera come Valentino non avrebbe mai insinuato una cosa del genere”.
 
Si scopre casualmente, per le vicende travagliate della sua eredità. che Ginni Vatitmo era di origine calabrese. Il padre lo era, di Cetraro (Cosenza), arrivato a Torino dopo il concorso per guardia carceraria, e lo stesso filosofo, già orfano di padre, aveva passato nella famiglia paterna a Cetraro gli anni dello sfollamento, dopo i bombardamenti del 1942. Le radici contano e non contano.
 
 “C’è più somiglianza tra un calabrese e un piemontese che tra un calabrese e un siciliano”. È un complimento, Gramsci ne scrive alla cognata Tania l’11 aprile 1927, tra righe feroci contro la Sicilia, dove era temporaneamente carcerato.
 
Genesio, l’allenatore del Lille, brillante squadra di calcio costruita con pochi soldi, nipote di nonni di Mammola, che in casa parlavano solo francese (ci provavano) per francesizzarsi prima, non sa niente di italiano ma ha forte il senso della famiglia – pasti in comune, zie, cugini, eccetera.  
Il nono era un bambino abbandonato, cui l’assistenza pubblica diede il cognome fittizio di Genesio – piuttosto che di Italiano, Esposito, Trovato, Innocenti, e i vari composti di Dio.
 
Non c’è conoscenza che sia stato in Calabria in vacanza e non se ne lamenti: niente corrisponde al sito, disordine, sporcizia, strafottenza. La Calabria è salita ai primi posti quest’anno per il turismo delle famiglie, favorita dall’impraticabilità di molte destinazioni tradizionali, romagnole e marchigiane, per le mucilaggini. A buon prezzo. Ma non sa capitalizzare – le risorse non mancano, non si sa gestirle.
 
Non è violenta, contrariamente alla percezione. Reggio Calabria viene all’80mo posto nella classifica della delittuosità del “Sole 24 Ore”. Catanzaro è la più pericolosa, avendo ancora nel 2023 il Procuratore Gratteri, al 41mo posto. Segue la provincia di Vibo, al 61mo posto, per il troppo turismo, e quindi gli scippi, prima sconosciuti. Crotone segue al 77mo posto, Cosenza al 95mo.
 
Commisso? È calabrese, e non conta. “Gli Agnelli? Lui è il loro opposto”, dice un manager della Fiorentina di Rocco Commisso, il patron della squadra, al capo dei servizi sportivi del “Financial Times”, Ahmed Murad, nella pagina che il quotidiano dedicò alla Fiorentina e a Commisso un paio d’anni fa: “Se lei passa un minuto con qualcuno di Torino, e poi con uno della Calabria, è come l’olio e l’acqua, non importa quanti soldi abbia. Non voglio dire non c’è gente per bene al Sud. Ma non sarà alla pari”.

A Commisso, benché abbia investito, di soldi suoi, nella Fiorentina 350-400 milioni, o forse per questo, “La Gazzetta dello Sport” non aveva risparmiato, nota incredulo il giornalista del “Financial Times”, il solito commento: “Don Rocco, più che da un grande gangster movie di Coppola o Scorsese, sembra uscito da un poliziesco italiano di serie B”. Incredulo, il giornalista, perché sapeva degli intrallazzi cinesi e americani a carico delle squadre milanesi – ne riferisce.

leuzzi@antiit.eu

La scoperta del figlio, da morto

Industriale indaffarato a New York, settantenne, che non ha mai voluto un figlio (un ruolo per il dimenticato Richard Gere), scopre di averne uno, in Canada. Lo scopre perché il giovane è morto, suicida.
Lo scopre cone un figlio ancora vivo. Padre protettivo, anche nelle magagne – non ha mai voluto un figlio perché disprezzato e percosso dal padre fino alla maggiore età.
Il finale è alla canadese – freddo, bizzarro: un matrimonio fra due morti, un rito taoista, pare, o cinese, di buon auspicio per le famiglie (ci sono nelle cronache traffici illeciti in Cina di spose-cadavere). Ma il soggetto e il trattamento sono multiformi, pieni di situazioni e persone bizzarre-normali, coinvolgenti.  
Savi Gabizon, Era mio figlio,
Sky Cinema

domenica 15 dicembre 2024

Problemi di base bellicosi siies - 837

spock


“Le bombe dell’esercito israeliano hanno fatto 150 mila vittime tra morti e feriti e distrutto l’80 per cento di Gaza”, Abu Mazen?
 
“In questi mesi Biden ha permesso a Netanyahu di fare quello che voleva”, id.?
 
Gli Usa hanno respinto tre volte le risoluzioni dell’Onu”, id.?
 
“Mentre proponevano il cessate il fuoco, da noi sostenuti, gli Usa continuavano a fornire armi all’Idf”, id.?
 
“È scritto che il futuro di Israele va da Gerusalemme a Damasco”, Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze?
 
“Ogni guerra è una guerra civile”, C. Pavese?

spock@antiit.eu

Il mite macellaio

Dietro l’immagine del vegliardo tremebondo e mite, Biden lascia una presidenza da rude macellaio. Per avere abbandonato gli afghani, le afghane, dopo quasi vent’anni, ai talebani. Come ora in Siria, alla mercé di un terrorista venduto come un br av’uomo – uno su cui aveva messo una taglia di 10 milioni di dollari, organizzatore di attentati suicidi e stragi d’innocenti. Liberando peraltro la Siria mentre la bombarda, e tiene in campi di conentramento decine di migliaia di siriani, per lo più ragazzi e bambini.
E per l’Ucraina, dove tanto ha fatto per provocare l’invasione, e niente dopo, né una tregua, né un negoziato qualsiasi. Una guerra buona per smaltire l’armamento obsoleto, a spese degli ucraini. E imporre sanzioni selettive che colpiscono di ritorno l’Unione Europea - mentre gli Stati Uniti gozzovigliano con gli attivi russi nelle piazze finanziarie della City e di Wall Street. Ma più per avere fornito a Netanyahu il munizionamento per un anno di bombardamenti quotidiani di due milioni di persone stipate in un quartiere di Roma. Mentre mandava su e già, a giorni alterni, il suo ministro degli Esteri Blinken in “missione di pace” - per meglio prendere la mira? Europa alo stremo e Medio Oriente in fiamme, di nuovo, un monnmento.

Giallo d’acqua, sporca

Poirot nel dopoguerra si è ritirato a Venezia in solitudine, in lite con l’umanità che tanta violenza ha esercitato in guerra. Ma non pacificato – i suoi baffi su Kenneth Branagh sono sempre ritti, ispidi. E si lascia perfino trascinare in una storia trucida di spiritismi, morti improvvise, porte che sbattono, arpie che volano, bambini saputi, su un sfondo cupo, di acque turbolente. Un guazzabuglio.
Branagh nei panni d Poirot era inverosimile anche nel primo episodio del suo trittico, “Assassinio sull’Orient-Express”. “Poirot e la strage degli innocenti” (tit. orig. “Hallowe’en Party”), l’originale di Agatha Christie “Assassinio a Venezia”, non è a Venezia, ed è cupo ma non catastrofico – fu pubblicato, nel 1969, con dedica a P.G.Wodehouse, lo scrittore umoristico di Jeeves il maggiordomo. Branagh più che a Poirot tiene alla sua opera di regista: nel primo episodio ha fatto un racconto di un paio d’ore con protagonista la neve, i ghiacci, i silenzi (e un Poirot mobile, quasi saltimbanco), nel secondo “Assassinio sul Nilo” la luce che viene dal deserto (e un Poirot innamorato….), in questo l’acqua, brutta e sporca. 
Kenneth Branagh, As
sassinio a Venezia, Sky Cinema, Now

sabato 14 dicembre 2024

Problemi di base bellicosi quinquies - 836

 spock


“L’Europa può permettersi di esistere senza la Russia”, Paolo Rumiz?
 
Perché privarsi della Russia, è velenosa?
 
Quanto o più degli Stati Uniti nel Vietnam, dodici anni di bombardamenti, massicci?
 
Si fa una guerra e poi la pace, oppure una guerra dopo l’altra?
 
Oppure tante guerre insieme, a Gaza, nel Libano, in Siria, lo svuotamento del vecchio arsenale non ha fine?
 
E il presidente Biden, cos’ha da ridere?

spock@antiit.eu

Il mondo com'è (481)

astolfo


Émilie du Châtelet
– A lungo celebrata come donna di mondo e letterata, compagna per quindici anni di Voltaire, è ora ricordata come una delle prime scienziate francesi, matematica e fisica. La sua traduzione dei “Principia Mathematica” di Newton , che fa testo in francese ancora oggi, l’aveva segnalata già al suo tempo. Sostenuta nella ricerca anche da Voltaire, nella lunga convivenza che i due ebbero a Cirey, era stata introdotta alla fisica, a Newton e a Bernoulli, da Samuel König. Oltre che di Newton, fu anche l’introduttrice in Francia di Leibniz, di cui provò sperimentalmente la teoria che l’energia cinetica (la cosiddetta “forza viva”) è proporzionale alla massa e al quadrato della velocità.
La relazione con König fu forse l’unica sua non sessuale. Madame du Châtelet è infatti anche l’antesignana della libertà sessuale della donna – è stata a lungo più nota per questo. Visse poco, 43 anni, dal 1706 al 1749, e sempre in comunione col marito, un marchese di vita e abitudini militari, di cui mantenne
 il titolo e il nome, sposato a 19 anni, e col quale ebbe tre figli: una a vent’anni, uno a ventuno, uno a ventotto, morto dopo la nascita - una quarta gravidanza, con un ultimo amante, ne provocherà la morte, il 4 settembre 1749 – Émilie morirà sei giorni dopo il parto, di una bambina.

Era cresciuta in una famiglia molto colta e molto aperta. Erano di casa Fontenelle e il poeta Rousseau, Jean-Baptiste. Ebbe precettori per le sue esigenze e i suoi interessi, come li avevano avuti i fratelli maschi, maggiori di lei. Studiosa del latino, del greco, del tedesco, e dell’inglese. Delle matematiche. E della musica. Presentata a corte a 16 anni, ne godrà i privilegi e ne apprezzerà le passioni – danza, canto, teatro, conversazione, moda, gioielli. A Parigi è l’autrice di un “Discorso sulla felicità”, e l’animatrice dei salotti. Ha molti amanti: il marchese di Guébriant, il maresciallo de Richelieu, e Maupertuis. Prima di Voltaire, con il quale convivrà per quindici anni, dal 1733 – lei di 27 anni, lui di 39. Nel castello di lei – del marito di lei – a Cirey, nel ducato di Lorena, allora quasi indipendente dal regno di Francia (Voltaire temeva persecuzioni politiche).
Una convivenza fertile per lei. Studia Leibniz. Si concerta con gli scienziati tutti dell’epoca: Maupertuis, König, Bernoulli, Euler, Réaumur, Buffon. È in questa convivenza che avvia la traduzione di Newton. Nella vicina Lunéville, la “Versailles” del duca di Lorena, l’ex re di Polonia Stanislaa Leszczynski, suocero di Ligi XV, incontra l’ufficiale e poeta Jean-François de Saint-Lambert, col quale si concede un’ultima avventura. Ne avrà la figlia, la cui nascita la porterà a morte – al parto e ai suoi ultimi giorni è assistita dal marito e da Voltaire.
Con Voltaire ha anche lavorato a lungo a una lettura critica delle Scritture. Ma è sul versante scientifico che la convivenza fu per lei fertile. E senza remore. A Parigi essendo proibito alle donne l’accesso ai caffè, luoghi di ritrovo e discussione tra scienziati - matematici, astronomi, fisici - un aneddoto la vuole presentarsi vestita da uomo a uno di questi ritrovi. Ma era riconosciuta donna di scienza già in vita, poiché risulta membro dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna – l’unico che all’epoca accettasse le donne – iscritta nel registro l’1 aprile 1746 (un’iscrizione di cui menava vanto nella corrispondenza).
(continua)

Grandma Moses – “Nonna Moses”, l’artista folk (o naif) più importante d’America, più apprezzata, quotata e amata, morta a 101 anni nel 1961, scoprì la pittura a 75 anni, più o meno. Dieci anni dopo era “un fenomeno di marketing in pieno slancio”: Hallmark, il gruppo specializzato in carte e oggetti per le Feste di fine anno e le vacanze, vendette 16 milioni di cartoline di Natale di Grandma Moses nel 1947. “Ho sempre voluto dipingere”, aveva detto quattro anni prima, “ma non ho avuto tempo finché non ho fatto 76 anni”.
Nata nel 1860 Anna Mary Robertson Moses, in una famiglia di contadini – benché vantassero ascendenze tra i pellegrini del Mayflower, i primi coloni inglesi - nelle campagne dello stato di New York, a 12 anni era andata a servizio. A 15 aveva sposato un bracciante, col quale era emigrata in Virginia, fittavoli nella Shenandoah Valley. Ebbe dieci figli, di cui cinque morti nei primi anni. Nel 1905 era ritornata con la sua propria famiglia all’origine, a Earl Bridge, al confine del New York col Vermont, dove rilevarono una latteria. Morto il marito nel 1927, quando lei aveva 67 anni, la futura Grandma Moses provò a cavarsela coi ricami. Arrivò alla pittura, a suo dire, nel 1935. E già tre anni dopo un collezionista di New York, Louis Caldor, le comprava dei quadretti – in mostra in un emporio locale. Nel 1939 teneva una prima esposizione al Museum of Modern Arts. L’anno successivo entrava nella scuderia del mercante d’arte newyorchese Otto Kallir. Che ne farà nel dopoguerra l’altra faccia dell’America, l’antagonista di Jackson Pollock, della pittura astratta. Entrambi campioni dell’americanità: Pollock dinamico, inventivo, aggressivo, “Grandma” Moses modesta, tradizionale, solida. Pittrice instancabile dello stesso soggetto, in termini di taglio, prospetto, colori, in forme di campi, boschi, colline, con edifici modesti e figurine “fiamminghe” in primo piano.    

Horace Greeley – Hjalmar Schacht, il banchiere centrale tedesco degli anni 1920 e 1930, famoso per avere salvato il marco dalla superinflazione nei primi 1920, e nei primi 1930 per avere eliminato la disoccupazione di massa, spiega nelle memorie il suo strano nome, Hjalmar Horace Greeley Schacht. Lo spiega con la didascalia di un articolo che la rivista “Time” gli dedicò nel secondo dopoguerra, quando, denazificato, intraprese l’attività di consulente allo sviluppo nel Terzo Mondo. Sotto la sua foto, tra il generale Neguib, allora a capo dell’Egitto, e della sua propria moglie, di Schacht, la didascalia diceva: “Go East, old man”. E si spiegava così: Horace Greeley era un politico americano, famoso per avere incitato i giovani della East Coast, che bighellonavano nei grandi porti di New York e Boston a intraprendere l’avventura del West, nell’America dei grandi spazi, che offriva opportunità per tutti: “Go West!”. Il padre di Schacht, che aveva passato sette anni negli Stati Uniti in cerca di fortuna, come contabile e poi in affari, era un ammiratore di Greeley, “un Democratico tutto d’un pezzo” – in realtà Repubblicano, seppure della fazione Liberal Republican. Fondatore anche del quotidiano di New York “Tribune”, poi “New York Herald Tribune” – nel dopoguerra sarà ripreso per mezzo secolo, tra il1967 e il 2013, in Europa, a Parigi.
 
Legge dei pieni poteri – Ermächtigungsgesetz nell’originale tedesco (Enabling Law nel repertorio angloamericano), è la legge del 23 marzo 1933 con cui il Parlamento tedesco, il Reichstag, autorizzava il governo a varare modifiche alla Costituzione. Cioè a destituire lo stesso Reichstag, e ad istituire lo Stato totalitario.
Una legge non articolata. Brevissima, di una dozzina di righe, in cinque articoli. Che nessun giudice peraltro, nemmeno alla Corte Costituzionale, dirà illegale o incostituzionale. Anzi, uno dei giudici costituzionali, Erich Schultze, ebbe a obiettare alla successiva pretesa di Hitler a una “rivoluzione nazista”, spiegando che il termine “rivoluzione” andava inteso in questo caso non come un rovesciamento dell’ordine costituzionale ma piuttosto da riferire al radicalismo politico di Hitler.  
Il voto veniva dopo l’incendio del Reichstag, provocato da Hitler ma imputato ai comunisti. E dopo le elezioni del 5 marzo, che Hitler aveva vinto ma senza arrivare alla maggioranza. E si svolse sotto varie forme di pressione e intimidazione delle SA. In assenza dei deputati comunisti (81), e di 26 dei 120 deputati socialdemocratici, ristretti nei
lager subito il voto con un decreto che li incolpava dell’incendio del Reichstag. Ma il Reichstag avrebbe potuto dire no alla legge: Hitler non aveva la maggioranza, era al governo ancora con i partiti del Centro, e comunque la legge costituzionale dei pieni poteri richiedeva la maggioranza qualificata di due terzi del voto.
Malgrado l’illegalità già ampiamene imposta sulle istituzioni, Hitler aveva bisogno di una legge del Reichstag per sopprimere di fatto il Reichstag. Per superare il prevedibile rifiuto altrimenti del presidente Hindenburg, attestato su una linea di resistenza formalistica. Singolare il parallelismo anche in questo caso, del passaggio ai pieni poteri, con l’analogo passaggio italiano, di Mussolini il 24 dicembre 1925, un anno dopo l’assunzione di responsabilità dell’assassinio d Matteotti, e il ritiro dell’opposizione sull’Aventino.
A Berlino l’opposizione non si ritirò, ma fu divisa in tre: 109 assenti (107 confinati, uno del Centro e uno del partito Popolare), 94 contro (i socialdemocratici), e 444 a favore, di cui solo 288 del
partito nazionalsocialista. I voti decisivi vennero dai partiti di orientamento cattolico. E dal partito Nazionale Popolare, che nella repubblica di Weimar, prima di Hitler, aveva stimolato gli orientamenti antisemiti e anticattolici. Decisero i 72 sì del Centro (Zentrum – uno era assente), più i 19 dell’affiliato Partito Popolare Bavarese. E i 52 del partito Nazionale Popolare.
A favore dei pieni poteri a Hitler anche i quattro protestanti del Servizio Popolare Sociale Cristiano, i cinque del partito Statale (l’ex partito Democratico, di centro-sinistra), i due del partito dei Coltivatori, uno del partito Pollare (uno assente), e il voto del rappresentante del Landbund, degli agrari.
Hitler aveva negoziato, e concluso il 22 marzo, alla viglia del voto, un accordo col presidente del partito del Centro (Zentrum), Ludwig Kaas, un prete, cui prometteva la libera attività del partito, la protezione delle libertà civili e religiose, e delle scuole religiose, e il posto assicurato per i dipendenti pubblici affiliati del partito. In parlamento Hitler presentò la legge nei termini di questa presunta intesa. Kaas intervenne per assicurare il sostegno del suo aprtito, “sospendendo le preoccupazioni” – accanto a lui l’ex capo del partito, ed ex cancelliere nel 1931, Heinrich Brüning, invece tacque, malgrado la solennità del voto.
Il giorno dopo il voto Kaas si recò a Roma, “per discutere”, disse, “la possibilità di un accordo comprensivo tra chiesa e stato”. Quello che sarà firmato il 20 luglio, il concordato – firmato a Roma dal cardinale Pacelli, il futuro Pio XII, segretario di Stato, già nunzio in Germania fino al 1929, e fero oppositore dei socialisti, oltre che dei comunisti (così Brüning testimonierà nelle memorie). Il concordato fu firmato alla presenza di Kaas, del vice-cancelliere ancora in carica von Papen, del partito di Kaas, del ministro dell’Interno Rudolf Buttmann, e dei cardinali Pizzarro e Ottaviano, in aggiunta a Pacelli.
Il cardinale Pacelli, nunzio in Germania fino al 1929, era soprattutto preoccupato dalle sinistre, dai socialisti oltre che dai comunisti. Era stato quindi nel 1931, quando già era cardinale a Roma e segretario di Stato, avversario della Grande Coazione che si tentò fra Popolari e Socialisti per governare la Germania durante la recessione seguita al crac del 1929, e prevenire lo scivolamento del voto verso le estreme. Secondo i ricordi di Brüning, in un incontro del 931, quando lo stesso Brüning era cancelliere, fece fortissime pressioni per la dissoluzione della Grande Coalizione, facendone una precondizione per la stipula del concordato.


astolfo@antiit.eu

Israele prigioniera dei razzisti

Il progressivo scivolamento del Likud, il partito di Netanyahu, verso l’estremismo razzista di destra, di cui ora è prigioniero. Con interpolazione di dibattiti parlamentari artefatti, per impedire critiche al governo. Discorsi infiammati dei ministri più oltranzisti, apertamente razzisti, Smotrich e Ben Gvir – quest’ultimo già condannato per terrorismo. Con molti commenti critici. Che però, evidentemente, lasciano il tempo che trovano: il documentario è in onda dall’1 ottobre, e da allora la situazione si è più estremizzata.
Ehud Barak, il generale che fu l’ultimo primo ministro laburista, venticinque anni fa, può denunciare le responabilità dei servizi d’informazione, dell’esercito e del governo nella strage del 7 ottobre. Per avere lasciato il confine con Gaza incustodito. Immagini crude, di violenza e di disperazione, ricordano il 7 ottobre.
In francese, con sottotitoli in italiano.  
Israele: i ministri del caos
, Arte, online

venerdì 13 dicembre 2024

Ombre - 750

“La Spagna attira i nostri figli dieci volte più di quanto l’Italia richiami gli spagnoli, eppure ha il doppio dei nostri occupati”, nota Vecchio su “la Repubblica”, da Napoli dove ha seguito la visita del re di Spagna. E opina: “È come se cercassero lì un bandolo che porta alle origini”. Al netto del “fumo” libero – e delle leggi permissivissime? Si capitalizza anche sulla legge dei rimpatri, per la quale basta un incarico minimo.


Massini fa storia a sé, è un Grande Autore, ma fa senso che “la Repubblica” attenda la copertina di “Time” per informare i lettori che “Donald conquista New York”. Non più il “tycoon”, non il fascista, ma uno che ha stravinto, per due volte le elezioni da sfavorito, in partenza e in corsa. “Donald, uno stregone biondo alla conquista di New York”. Quasi un’incoronazione.


All’improvviso, dopo due anni di crescita del prodotto interno lordo, anche se a tassi sempre più ridotti, si scopre, la Confindustria scopre, che l’industria è “in calo da 21 mesi”. Sbadataggine? No, c’era negli indici statistici – e si sa, la ex Fiat smobilita, e la Fiat (automotive) ha un peso determinante nella produzione industriale. No, la Confindustria non si lamenta per motivi politici. E l’informazione? Sbadataggine o incapacità – di leggere i numeri?

Lia Iovenitti, la scrittrice abruzzese che vive a Seul, traduttrice della Nobel Han Kang, spiega sul “Venerdì di Repubblica”, le tange differenze di stili di vita, e conclude con questo aneddoto: i tassisti “ti chiedono d a dove vieni, e se rispondi «italiana» vogliono i dettagli, e trovi quello che ti lascia a bocca aperta: «L’Aquila? Mai sentita… dove rimane, rispetto al Rubicone»”. In Italia la geografia è stata abolita, insieme con la storia, dalla riforma Berlinguer, venticinque anni fa, e quanti sanno, nonché del Rubicone, dell’Aquila?   

Usa nei giornali con le guerre, uno “più informato”, che ogni giorno recita a soggetto. Ora c’è Kiev, l’Ucraina, dietro il rivolgimento in Siria – due piccioni in uno. Con addestratori e droni. Come se gli addestratori e i droni fossero invisibili. Uno vuole bene all’Ucraina, perché dev’essere afflitto da queste scemenze? Non c’è una propaganda intelligente?

Netanyahu annuncia bombardamenti della Siria “liberata” per distruggere i depositi di armi chimiche. Li distrugge con le bombe, li libera nell’aria? Ma non mostra di averne trovati. E nessuno gli chiede se e perché – basta la parola. Anche in Iraq, abbiamo fatto la guerra contro le armi chimiche di Saddam Hussein. Che però non le ha usate, perché non ce le aveva.
La chimica è un’arma buona a tutto. Bisogna aggiornare Marc Bloch e le bugie di guerra – o guerra di bugie.

Liquidato Biden, anche i Democratici in America ora sono per un qualche accordo in Ucraina – e non più per la Nato ubiqua, fino all’Indo-Pacifico, una sorta di polizia mondiale, e anzi per ridimensionare l’Alleanza. Trump è contagioso? Il giornale numero uno anti-Trump, con contumelie ogni giorno, pubblica un manifesto per una fine negoziata (di Niall Ferguson e Harry Halem, due pubblicisti) come invito a Trunp: “Come Trump può vincere la Pace in Ucraina”. E insieme propone la sintetica considerazione: “Come Biden ha fatto un casino in Ucraina”.

Schlein a Torino intrattiene gli operai ai cancelli di Mirafiori con una concione contro il governo. Non contro Stellantis. O contro Elkann, che ha venduto la Fiat a Stellantis. Perché è amica di barca di Elkann? Comunismo e affari? Un fatto tribale? Tutto è possibile. Ma, poi, Elkann non è anche l’editore di Gedi, l’unico suo investimento a perdere? Fiancheggiatore (gratuito?) del Pd.

Però, i lavoratori che protestavano a Mirafiori, dipendenti per di più di un’azienda fornitrice di servizi a Stellantis, sono stati subito rassicurati da Stellantis, cioè da Elkann. Stellantis è nel casino, senza amministratore delegato, e praticamente senza management. Schlein ha fatto un miracolo – la Santa dei cancelli? L’amichettismo non viene per nuocere? In assenza di una politica, è qualcosa.

Stefania S ., scrittrice super-bestseller, “ha vissuto in Spagna e risiede a Dubai”. Una cittadina del mondo? No, risiede a Dubai, città di grattacieli e piscine coperte raffreddate, contro la calura, un deserto polveroso fino a quarant’anni fa, che non fa pagar le tasse se si compra un appartamento, e chiude un occhio sulla residenza effettiva – quei mesi necessari per non pagare le tasse in Italia.


Calcio spettacolo Atalanta-Real Madrid. Dall’inizio alla fine. Dell’Atalanta, monte ingaggi un quinto, o un decimo, del club spagnolo. Che gioca in contropiede - tenta la fortuna. Niente a che vedere col mesto campionato italiano. L’Atalanta perde, per caso, ma dà spettacolo.  
“Spettacolari” anche i commentatori, Canessa e Bergomi. Che pure solitamente sanno compartecipare il match. Parlano solo dei divi madridisti – Bellingham dall’inizio alla fine, dopo Mbappé finché ha giocato. Senza mai dire che il duo s’è fatto bello grazie all’unico scarso dell’Atalanta, il povero Hien. Se non sono ricchi non li vogliamo?

Sartre contro Camus, nel nome di Stalin

Il dono a sorpresa di Landini a Meloni di Camus, “L’uomo in rivolta”, un lungo saggio che smantellava, nel 1951, le bugie del comunismo sovietico, e le sue matrici marxiste, apre una finestra su quegli anni e quel mondo, quando l’Europa degli intelligenti anelava di diventare comunista sovietica, cioè all’epoca staliniana – una storia che non si fa. Quando Camus era irriso, come un falso pensatore, superficiale, se non venduto alla propaganda americana. Da parte di un sovietismo di risulta, che si considerava ed era considerato all’avanguardia di ogni bene, intelligenza, impegno, serietà, progresso. Per il genio di Sartre, della sua rivista “Les Temps Modernes”, e dell’intellettualità parigina rive gauche che Sartre dominava di notte, da un caffè a un cabaret a un altro caffè – Sartre si ubriacava per dormire.
L’opera “capitale” del suo grande amico Camus Sartre fece recensire da un redattore (poi direttore) della rivista, Francis Jeanson. Su un tono ironico, quasi beffardo. Un pensiero “indefinitamente plastico e malleabile”. “Un umanismo vago”. Una “rivolta contro le rivoluzioni”. Una “pseudofilosofia di una pseudostoria delle «rivoluzioni»? ‘L’uomo in rivolta' è anzitutto un gran libro mancato”.
Camus, indispettito, protestò col “Direttore dei ‘Tempi moderni’”, non con l’amico, ex, Sartre: “Signor Direttore…”. Mettendo “Les Temps Modernes” al rimorchio di “Esprit”, la rivista di Merleau-Ponty, cattolicesimo radicale (di sinistra), che da tempo polemizzava con lui.
Sartre pubblicò le lettera, con l’intestazione “Lettre au Directeur de Temps Modernes”. Seguita da un commento, altrettanto lungo e polemico come la lettera: “La nostra amicizia non era facile, ma non la rimpiangerò” l’attacco. Sartre prosegue dicendo l’ex amico afflitto “da una cupa dismisura che maschera le vostre difficoltà interiori” e rovesciando su di lui il tema della sua lettera: “Una dittatura violenta e cerimoniosa si è installata in voi, che si appoggia su una burocrazia astratta, e pretende di far regnare la legge morale”.
Non grande filosofia, ma un fatto storico preciso, e irreperibile (forse solo in François Furet, “Il passato di un’illusione”, trent’anni fa, poi silenzio).
Albert Camus, La rupture avec Sartre, “Le Monde” Hors-série “Camus”, free online
 

giovedì 12 dicembre 2024

Grande Israele

Dichiarando il Golan siriano parte di Israele, Netanyahu ha dato avvio al disegno di Grande Israele di cui il suo governo è sostenitore. Un passo era stato già avviato con la demilitarizzazione del Libano Sud, dall’attuale frontiera fino al fiume Litani.
Il disegno di Grande Israele si estende nell’immediato anche a Gaza. È questa, si ritiene, la ragione dei bombardamenti pesanti sui campi profughi che ancora abitano la Striscia.
Il conflitto scatenato da Hamas si concluderebbe così con l’allargamento di Israele verso il Libano, la Siria e Gaza.
Molto i sostenitori del Grande Israele si attendono dalla seconda presidenza Trump: l’annessione definitiva di Gerusalemme Est, e l’annessione de facto della Cisgiordania, sotto forma di amministrazione civile e giudiziaria.  
Il disegno storico di Grande Israele è molto più vasto. Bezazel Smotrich, giovane e influente ministro delle Finanze di Netanyahu, ne definiva l’1 ottobre in un documentario sulla rete Arte i confini allargandoli a territori imprecisati del Libano, e della Giordania, l’Egitto, la Siria, l’Iraq e l’Arabia Saudita. In particolare, quasi presagendo l’attualità, Smotrich affermava: “È scritto che il futuro di Gerusalemme è di espandersi fino a Damasco”.
In precedenza, parlando in Francia nel marzo del 2023, mostrava una carta di Israele che includeva la Giordania e la Cisgiordania.
Smotrich è il fondatore e capo del Partito Nazionale Religioso-Sionismo Religioso - nato dalla fusione tra un Partito Sionista Religioso e La Casa Ebraica. Il 7 ottobre avrebbe fatto perdere al partito molti consensi nei sondaggi, ma non ne ha indebolito la posizione. Il documentario di Arte, in rete dall’1 ottobre, accosta Smotrich a Itamar Ben Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale,  e li presenta come “i ministri del caos”, ma estremamente determinati, e sarcastici, nel ribadire la “colonizzazione” .