Salgono sull’8 a viale Trastevere tre albanesi, o zingari, giovani, un uomo e due donne, una delle quali, di sguardo e portamento autorevoli, è incinta. L’8 è la “metropolitana di superficie” che a Roma serve mezza città, insomma un tram, che di solito è affollato, ma non a quest’ora, a mezzogiorno. L’entrata dei tre allarma un gruppo di asiatici sulla parte anteriore sopraelevata del tram, che vanno al loro commercio, ma niente di più. Tutti sono puliti, vestiti con proprietà, di taglio, di colori. L’albanese, o zingaro che sia, ha la camicia bianca e la cravatta. Gli ambulanti asiatici tengono i loro oggetti, occhiali, bigiotteria, orologi, in cartelle ripiegate a valigia. C’è l’aria condizionata, e c’è posto per tutti, eccetto che per il vostro testimone e i tre albanesi, o zingari, compresa la donna incinta, cui nessuno offre il posto, né lei lo cerca.
Si procede nel cicaleccio di lingue ignote, nel rumore attutito della linea ferrata. Finché dalla porta, prima della fermata, un signore robusto non intona la litania: “Non mi toccare! Fai il furbo? Non ridere, io ti riconosco, sa'? La gente come te non dovrebbe stare in libertà” eccetera. Avviandosi all’uscita, si è sentito toccare dal giovane albanese\zingaro, e ha temuto il borseggio. Il giovane sorride, l’incinta si avanza maestosa e interpella l’accusatore. Non si capisce cosa dice, se non “incinta”, che ripete toccandosi il ventre, ma è arrabbiata. L’accusatore si difende: “Cosa vuoi? Ma chi ti conosce? E guarda negli occhi le persone quando ci parli”, e scende. La donna lo accompagna con uno sprezzante, ben pronunciato: “Vaffanculo!”.
È un innesco. Dalla predella anteriore gli asiatici avviano, in gruppo e a turno, una filippica contro la donna. Non si capisce che dicono, ma il loro “vaffanculo”, singolo e di gruppo, è scandito. La donna li fronteggia con voce sonoramente vivace, anche se composta, di cui solo si afferrano un paio di “incinta”, sottolineati dalla mano che batte sulla pancia. L’alterco dura fino alla fermata successiva, a piazza Sonnino i tre albanesi\zingari scendono. Ha l’ultima parola la giovane matrona, che si gira dal marciapiedi, e attraverso la porta ancora aperta lancia l’ultimo “vaffanculo!”. Poi le porte lente si richiudono, e si riparte.
Sul ponte Garibaldi il tram sembra avere un’ulteriore esitazione – pare che il rollio faccia vibrare i pilastri del ponte, come un reggimento che segnasse il passo, sono stati fatti degli studi, se non sono ubbie da colonnello in pensione. Tre degli asiatici si preparano a scendere al ministero con le loro cartelle. E una conversazione ravvicinata sale progressivamente di tono. Un signore baffuto in età ha ripreso il discorso: “Io voglio essere padrone a casa mia. Tutti vogliono essere padroni a casa loro, è un loro diritto”. Si rivolge a una ragazza seduta accanto alla porta, che a lungo ha guardato intenta, senza alzarsi, la donna incinta. Sembrano padre e figlia, o zio e nipote, c’è familiarità tra i due. La ragazza dice qualcosa, che non si ode, il baffuto tuona: “Io non dico che non ci sia spazio per tutti, ma a casa mia comando io. Sarò felice di ospitarvi, ma a casa mia comando io”, eccetera. L’8 intanto è arrivato all’Argentina, e i due se ne vanno separatamente senza salutarsi. Il “Fanculo pensiero”, prima che del comico Grillo, è di autore croato. È residuo quindi del comunismo. Potrebbe essere di disappunto, per quello che non è stato. O di rabbia, una reazione a quello che è stato?
Non c’è tempo per pensarci, l’H arriva, che va a Termini ed è coincidenza rara, sul marciapiedi di palazzo Caetani. Arriva ma non apre le porte. E anzi riparte nel mentre che il vostro testimone è giunto trafelato davanti alla porta. Il “vaffanculo!” all’indirizzo dell’autista dev’essere stato sonoro, si sa che gli autisti dell’Atac sono stronzi e vi chiudono le porte in faccia, tanto che lo stesso autobus sussulta, mentre si ferma. È un lungo momento, l’autista apre la porta, ma potrebbe essere un invito al litigio che conviene evitare, poi lento riparte. E' che non c’è fermata in quel luogo dell’H, la palina non la segna - l’H è uno di quei bus che saltano una fermata su due, o due su tre, l’Atac non organizza le fermate per favorire le coincidenze.
sabato 6 ottobre 2007
Per "Le Monde" chiedere all'Eliseo
Colombani passa a Sarkozy con dovizia di argomenti. Non per ambizione, da direttore silurato del "Monde" per eccesso di sinistrismo, ma per il repubblicanesimo e altre stoiche virtù. Si può essere ipocriti impunemente. Ma bisogna dire che Colombani non era ingenuo negli attacchi all'Italia per tutto il governo Berlusconi, e anche prima e anche dopo. A somiglianza dell'altro opinion leader straniero in Italia, l'"Economist", il cui direttore Bill Emmott è stato anch'egli poi silurato. Colombani con più spregiudicatezza, arrivando a mettere sotto accusa più volte il presidente Ciampi, con la scusa che non cacciava Berlusconi, benché eletto a grande maggioranza. Era il tempo in cui la Francia si comprava mezza Italia, dagli ipermercati alla Edison e alle banche, e Colombani spalleggiava in realtà la furiosa campagna del destrissimo Chirac, il presidente del 18 per cento dei francesi. In Francia e in Inghilterra i migliori giornali, quelli che fanno opinione in Italia, vengono sempre schierati quando ci sono interessi finanziari o commmerciali in gioco, di volta in volta sulla corruzione, la mafia, Berlusconi: in una serie storica i due tipi di attacchi combaciano sempre.
venerdì 5 ottobre 2007
Si dice "Corriere" ma è l'eco di Santoro
Apertura e due pagine del “Corriere della sera” per “Anno zero”, Santoro in tv. Con contorno di pettegolezzo, e un inviato a casa di Curzi, che di Santoro fu l'inventore. Chi l’avrebbe detto, di un giornale che, al tempo di “Lascia e raddoppia”, pensava che bastava non parlarne per cancellare Mike Buongiorno. Nemesi della storia? È la conferma che la tv surclassa il giornalismo? Santoro coi suoi quattro filibustieri è più bravo delle maestose flotte del grande giornalismo - è anche vero che alla tv basta poco, della giudicessa di Milano riesce a fare una pin-up.
Il fatto è importante, ma in fondo marginale – chi se ne frega dell’opinione pubblica? Ma è vero che Santoro coi suoi quattro filibustieri determinano l’agenda politica della nazione, e questa è miseria. I veri poveri, in questa Italia di avidi e prepotenti, sono i politici.
Il fatto è importante, ma in fondo marginale – chi se ne frega dell’opinione pubblica? Ma è vero che Santoro coi suoi quattro filibustieri determinano l’agenda politica della nazione, e questa è miseria. I veri poveri, in questa Italia di avidi e prepotenti, sono i politici.
domenica 30 settembre 2007
Polsi, il luogo di culto con più continuità
Giuseppe Leuzzi
Andando per l’Aspromonte s’incontrano nella buona stagione trekker in solitudine e mountain biker entusiasti, ma soprattutto s’incontrano pellegrini. Di una specie particolare, devoti e caciaroni: vanno di preferenza in gruppi, e la fede manifestano in balli, botti e “mangiate”. Ballano anche dentro il santuario che è la loro meta, di Polsi o della Madre del Divin Pastore, più nota come Madonna della Montagna, sul versante jonico dell’Aspromonte. È una devozione che le autorità stanno modernizzando a tappe forzate, ma ancora prorompente di un’antica vitalità.
I pellegrini si moltiplicano nella seconda metà di agosto, per la festa che si celebra il 2 settembre. Arrivando spesso in fuoristrada: l’Aspromonte, “il luogo più aspro d’Italia” ancora per Norman Douglas, che fu in Calabria più volte tra il 1912 e il 1915, camminatore esperto, è oggi percorribile agevolmente con strade asfaltate – solo dal lato di San Luca Polsi resta isolato, cui un’improvvida politica l’ha legato amministrativamente. Ma in molti ancora preferiscono il pellegrinaggio a piedi, come si è sempre fatto, per le balze scoscese che si frappongono tra San Luca e il santuario, e giù quasi a picco dal piano di Carmelia e dal passo dei Reggitani, gli accessi che raccolgono i devoti rispettivamente dell’area jonica, del versante tirrenico - la piana di Gioia Tauro, Palmi, Bagnara, Messina – e di Reggio e lo Jonio reggino. Un gruppo di giovani di Bagaladi ci va a piedi: “Sono tre giorni e tre notti di cammino”, dicono senza enfasi.
Benché elevato, a 862 metri di altezza, il santuario si trova in una conca nella pancia della “montagna” – la “montagna” è l’Aspromonte. Un po’ protetto e un po’ imprigionato fra gli strapiombi. È una chiesa non grande, su un poggio che guarda il torrente Bonamico, formato a monte da due fiumare, attorniata da pochi chioschi di rinfreschi e ricordini, e dalle “case” residue delle comunità polsiane, quelle di Pedavoli (oggi Delianuova), Messina e Bagnara. Un eremo che la massa dei pellegrini soverchia dopo Ferragosto col numero e la voglia di festa. Che ogni gruppo si fa da sé, preferibilmente di notte, anche se il santuario non ha strutture di accoglienza. Un ex convento, che nel Novecento è servito da dormitorio di fortuna, oggi ristrutturato, è chiuso al pubblico: è utilizzato per convegni a carattere religioso, e da gruppi di pellegrini selezionati dal rettore, don Pino Strangio. Ma i pellegrini non si aspettano niente: dormono dove capita, nelle case, per terra, dentro la stessa chiesa, e ripartono contenti.
In realtà a Polsi non si dorme. Vi si va per pregare, ma la preghiera è soprattutto ballare la tarantella, sparare in aria (ora sempre meno: in teoria è proibito), e mangiare il castrato, il “capro”. Una realtà che supera l’immaginazione: fino agli ultimi divieti sanitari si scannavano e scuoiavano ogni giorno centinaia di capri, le pelli venivano stese ad asciugare lungo il Bonamico, le acque del torrente scorrevano rosse di sangue. Con la ristrutturazione avviata nel 2002, su iniziativa del Parco dell'Asperomonte e della diocesi di Locri-Gerace, allora retta da monsignor Giancarlo Bregantini, dai commissari prefettizi inviati a San Luca dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia, il sacrificio dei capri è stato ristretto ad appositi piccoli macelli. Nel 2006 è stato proibito, sempre per ragioni sanitarie, ma non per questo il capro non è più mangiato.
È un rito anomalo. La tarantella, che si suona e si balla ininterrottamente, notte e giorno, vi contribuisce col suo ritmo ossessivo da danza rituale. È tuttavia un rito “intimamente religioso”, secondo lo stesso vescovo del santuario, monsignor Giancarlo Bregantini, a capo dal 1994 della diocesi di Locri e Gerace. Bregantini, che con decisione ne ha avviato la normalizzazione, Polsi ha voluto aggiunto al sito e all’annuario ecclesiastico in lingua inglese, “diocesi di Locri, Gerace (e Polsi)”. Anche per il laico Tonino Perna, sociologo all’università di Messina, già deputato del Pci-Pds, ex presidente del Parco dell’Aspromonte, il pellegrinaggio “è una manifestazione di fede, un punto d’identità forte”, non regressivo: “È una devozione popolare, con forti elementi di liberazione”.
È una devozione femminile. I paesi e le città che hanno casa a Polsi sono legati al culto mariano. Continuazione, si tende oggi a pensare, del matriarcato di Locri, la colonia magnogreca, creata nel 719-720 a.C., del cui bacino Polsi sarebbe stato l’apice interno, “segreto” – tanto più se si considera che il Bonamico era a tratti navigabile ancora in epoca romana. Polsi si può dire dunque per molteplici indizi il luogo di culto con più continuità nel Mediterraneo e in Europa.
Caricato di connotazioni mafiose nel secolo scorso, il santuario se n’è rapidamente liberato nell’ultimo decennio, per il rinnovamento imposto da mons. Bregantni. Nonché a opera del Parco, che nel 2001 ha fatto adottare una Carta della civiltà dell’Aspromonte, e patrocina ogni anno Giornate della legalità nei comuni che ne fanno parte. La “mafia a Polsi” è – è stata - uno dei miti, seppure recenti e mediatici, legati al santuario: una “onorata società” vi terrebbe ogni anno una riunione per speciale devozione alla Madonna. Mentre il contrario è vero, il sacrilegio è la norma della locale criminalità: nel secolo scorso cinque preti del santuario sono stati assassinati (sette secondo alcuni), gli arredi, la Madonna e il Ceppo – la cassa che raccoglie le offerte – regolarmente spogliati (la notte del 30 ottobre 1936 di sei chili d’oro), incluse la “corazza” d’oro della statua e, tre volte, la corona d’oro.
La festa non cessa il 2 settembre. Una seconda celebrazione si tiene il 14 settembre, la festa della Croce. Di cui la chiesa vuole valorizzare la simbologia in altro contesto, della latinizzazione del culto come nascita dell’Europa. Poi Polsi entra in letargo, come dopo una forte febbre. “Per sei mesi”, dice il rettore Strangio, “parliamo coi fiocchi di neve e coi lupi alle cancellate”.
Persiste su Polsi, come su tutta la Calabria, “il silenzio della storia” di un lontano saggio di Leonida Repaci. Aggravato per il santuario dall’isolamento, che ha favorito a diverse epoche il saccheggio. Sono stati asportati molti dipinti e la biblioteca, più volte gli arredi, oltre agli ori e agli ex voto di pregio, e degli archivi non c’è traccia. Di quaranta codici greci che il visitatore apostolico Calceòpulo trovò a Polsi nel 1457 ne sopravvivono in biblioteche note solo tre. Le ultime due tele sono state sottratte nel 1973. La violenza è favorita dall’impunità: la chiesetta bizantina di San Giorgio, nella valle di Pietra Cappa a un’ora a piedi da Polsi, accanto a una casa della Forestale, veniva distrutta nei primi anni Settanta da un locale imprenditore con un suo bulldozer alla ricerca del tesoro nascosto dal santo sotto il pavimento. Ma, in attesa dei documenti, sono molti i segni che fanno la storia di Polsi.
L’origine archivistica del nome combacia con una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S.Maria de Popsi, a.1328 S.Maria de Ypopsi, gr. Antico epòpsios, onniveggente. Sofocle ha un Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle decime: quella di Popsi nel 1324 quando l’abate Romano paga sette tareni e dieci grani, quella d’Ypopsi nel 1328 quando l’abate Nilo paga dieci tareni. In un sinassario del 1174, residuo della biblioteca di Polsi, Salvatore Gemelli ha rintracciato, “Storia, tradizioni e leggende a Polsi di Aspromonte”, una mano posteriore, del Quattrocento, che si firma “io, fratello del monaco Barnaba della Madonna di Popsi”. Nel Nuovo Testamento, altro volume superstite della biblioteca greca di Polsi, ora a Parigi, si attesta che esso è proprietà di “Romano, monaco, con l’abito del monaco, della Madonna di Epopsi”. Popsi ricorre fino al 1750. Gemelli ha una guida dettagliata, compilata in quell’anno, della Madonna di Poupsis. Analoga guida a fine Settecento reca invece Madonna di Polsi. Nel 1960, quindici anni prima della pubblicazione del Gemelli, gli editori del “Liber Visitationis” del Calceòpulo, Laurent e Guillou, avevano escluso che Popsi potesse corrispondere a Polsi, ma sbagliavano.
La chiesa in Calabria è stata per sette secoli di rito greco, dopo l’occupazione bizantina nel secolo settimo. Nel 732 l’imperatore di Bisanzio Leone l’Isaurico, l’Iconoclasta, aveva separato la Calabria dalla chiesa di Roma. Nel 736 vi fu adottato il rito greco – la lingua era già in uso, accanto al latino. Con una pronta accettazione, soprattutto da parte del clero: molti sacerdoti trovarono l’uso greco più comodo anche per la possibilità che esso concedeva di ammogliarsi, nonché per i controlli gerarchici affievoliti. Nello stesso secolo ottavo i basiliani arrivarono a frotte da Bisanzio per sfuggire l’iconoclastia, il divieto di venerare le immagini. Tanto più accetti a Roma in quanto erano monaci e non ponevano problemi di celibato. Nel 1472 la diocesi di Oppido viene unita a quella di Gerace, retta da Attanasio Calceòpulo. Sarà questo vescovo greco, un monaco del Monte Athos, basiliano, che seguì Bessarione a Roma nell’ultimo tentativo al concilio di Firenze di riunificate le chiese d’Oriente e Occidente, a mutare nel 1473 nelle due diocesi il rito greco nel latino. Il 19 marzo 1481 un decreto romano abolì il rito greco in Calabria. I basiliani si ritirarono a Grottaferrata.
Il cambiamento sarà progressivo: ancora un secolo dopo i paesi aspromontani di Pedavoli, Paracorio, Scido, Giorgia, Cozzapodini, Sitizano, Lubrichi, saranno citati dal Barrio, “De Situ et Antiquitate Calabriae”, come “villaggi greci, che la religione celebrano in lingua e usi greci, anche se nel quotidiano usano la lingua greca e la latina”. Ma Polsi farà capo da allora alla diocesi di Gerace-Locri, il primo vescovo di Polsi è lo stesso Calceòpulo. Il cui “Liber Visitationis (1457-58)” dei luoghi pastorali è ricco di particolari e, a ogni riscontro, preciso. A Polsi trovò una comunità di cinque monaci, guidati da un abate sapiente e venerabile, Gerasimo, che disponevano dei quaranta manoscritti greci poi andati perduti, una biblioteca allora considerevole.
Il sito è meglio descritto da Edward Lear, che vi passò a metà Ottocento, e nei “Diari” ne fece oggetto di vari schizzi, di una tavola, e di due pagine dettagliate: “Per certo, Santa Maria di Polsi è uno dei posti più notevoli in cui mi sia imbattuto”. Dopo averne descritto la topografia, ne rimarca la mancanza di visuale, come di solito hanno i monasteri isolati in Italia: “Il carattere perpendicolare è singolarmente sorprendente, le rocce alberate a destra e a sinistra chiudendolo come le quinte di un teatro… Qui tutt’attorno, di sopra e di sotto, sono boschi ravvicinati e montagne – nessuno sbocco, nessuna varietà: rigida solitudine e un senso di eremitaggio regnano”. Il Superiore gli spiega che per la maggior parte dell’anno i monaci conducono vita isolata, quando non sepolti dalla neve, con la sola compagnia di qualche montanaro di passaggio, “gente semplice, tenace, senza niente dell’espressione di ferocia che i Lavater inglesi attaccano per vecchia tradizione alla fisionomia calabrese” - il Superiore (l’arciprete Domenico Fera) si meraviglia molto all’idea dei preti (anglicani) che si sposano, e Lear si diverte a citarlo in italiano: “Vescovi sposati? O cielo, una moglie di arcivescovo!” Il “carattere perpendicolare” significa che per accedere a Polsi, che è a 862 metri di altezza, si scende. Specie dal passo dei Reggitani, per un dislivello quasi a piombo di mille metri. Notevole la scarpata anche scendendo da Carmelia, per Bocale e la fonte della Pregna, la sorgente della donna incinta.
I controlli e gli ammodernamenti hanno attenuato ma non cancellato il carattere popolare della festa: si balla, si mangia e si spara lungo la strada, e poi in chiesa. Oggi si tende a dire “pagane” queste manifestazioni. I razionalisti e i credenti moderni tornano schifati da Polsi: dalle pelli appese con le mosche, dai pentoloni sul fuoco per bollire la capra, dal ballo ossessivo, profano, anche indecoroso. Insomma dal popolaresco, che sembra farvi la caricatura di se stesso. Ma pagano connota anche qualcosa di irreligioso, e questo non è nel carattere di Polsi. Corrado Alvaro, che di Polsi ha scritto in più occasioni (Antonio Delfino ne ha redatto una silloge in “A Polsi, con Alvaro sui sentieri dell’anima”), nel sussidiario “Calabria”, da lui compilato nel 1931, ricorda anch’egli perplesso il luogo e la festa: “Dirò d'una festa che è forse la più animata delle Calabrie (allora durava tre notti e tre giorni, n.d.r.)... Nell’Aspromonte abbiamo un Santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. È un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie...”, con un inciso che è una riserva: “Le feste fanno conoscere la natura degli uomini”. Più persuasive le note di padre Stefano De Fiores, altro sanlucoto illustre, gordinario di Teologia mariana alla Gregoriana, riprese da Domenico Caruso in “Storia e folklore calabrese”: “A Polsi si evidenziano le note della pietà mariana popolare: il senso di una presenza viva dotata di potenza e bontà, l’attrattiva della bellezza, l’esigenza di contatto immediato, il bisogno di far festa”. Sono le note con cui, in linguaggio moderno, il musicologo Roberto De Simone, ricostruendo nei suoi ricordi (“Novelle K 666”) le devozioni popolari dei suburbi napoletani, da lui vissute con trasporto, così ne analizza il senso: “Un rito battesimale in cui si convogliano e si riplasmano culturalmente il malessere esistenziale, le colpe collettive, una medianità repressa, lo sgomento di essere toccati o invasi dal numinoso, come avveniva in lontani orizzonti precristiani”. Com’è sempre avvenuto, anche se in forme diverse: più che arcaiche queste sono esperienze di cui il mondo s’è privato, che, individualista, borghese, decoroso, rifiuta l’arcano e il “numinoso”.
La religiosità è tema arduo. La religiosità popolare è tuttavia indiscutibile, in qualsiasi forma. Si discuteva trent’anni fa (1977) se la religione popolare continui a vivificare, tesi americana, o se essa non sia invece, tesi europea, un residuato folklorico. Erano gli anni in cui Ambrogio Donini, lo storico marxista delle religioni, deprecava nella prefazione al Gemelli: “Troppo a lungo la storia delle tradizioni popolari ha costituito poco più di un capitolo a parte nelle denunce delle puerilità e delle “degenerazioni” dei ceti popolari”. Oggi nessuno mette in discussione la tesi americana. In Calabria, nel primo volume della progettata “La pietà popolare in Italia” che le sue Edizioni di Storia e Letteratura inauguravano dieci anni fa appunto con questa regione, il compianto storico Gabriele De Rosa trovava “nomi greci, antichi e meno antichi, che accarezzano il linguaggio e la memoria di un grande passato, senza ritorno, ormai immobile, esausto e sfinito come una terra esangue”. Ma, notava, “la Grecia e Bisanzio, i monaci del Mercurion e le celle montane del Cilento, san Fantino e san Nilo, san Leo hanno salvato le coste (dall’invasione saracena, n.d.r.) con la preghiera come implorazione di grazia”. La preghiera, in tutte le sue forme, è implorazione di grazia. Che sopravvive anche nella modernità, e travalica “la “cecaggine””, diceva il dotto sacerdote, degli usi confraternali e dei folklorismi. “Il fascino di questa terra”, commenta monsignor Gianfranco Ravasi sul “Sole 24 Ore” del 24 gennaio 1999, “è nei suoi due volti, quello bizantino e quello latino, ora in dialettica ora in contrappunto armonico”. Delle settanta Madonne censite in “La pietà popolare in Calabria”, ventidue sono di matrice orientale. Gli spazi più densi di pietà popolare risultano la Vallis Salinarum, o valle degli ulivi, l’attuale piana di Gioia Tauro, e il Mercurion, la valle che unisce Calabria e Lucania sullo Jonio.
Nasce da qui il detto del vescovo Bregantini, prete trentino: “Se vuoi conoscere la Calabria devi conoscere l’Aspromonte, ma se vuoi conoscere l’Aspromonte devi conoscere Polsi”. Un detto forse rassegnato, e che tuttavia potrebbe restare a esergo della sua prelatura. È la stessa conclusione di Perna, “è il cuore dell’Aspromonte”, che a Polsi avrebbe voluto la sede del Parco, non fosse stato per il difficile accesso e per l’equivoca associazione a San Luca, il comune cui il santuario risulta frazione. Il cuore della Calabria è dunque un santuario. Anche per lo scrittore Antonio Delfino, memoria storica e narratore dell’Aspromonte e di Polsi (“Gente di Calabria", “Amo l’Aspromonte”, “La nave della ‘ndrangheta” sono alcune delle sue raccolte di racconti), “non c’è dubbio, Polsi è il cuore della montagna”. Si va a Polsi “non per una devozione specifica ma per amore della Madonna”, spiega Delfino, “potrebbe essere questa la vera fede”. Una devozione popolare e anche spontanea, organizzata ma non promossa da congregazioni, associazioni, patronati, e a lungo anzi osteggiata, dopo le leggi anticlericali e eversive della proprietà ecclesiastica degli ultimi Borboni e dell’Italia unita. Ma parte, bisogna dire, anche della cultura alta dei luoghi, quella che ha primeggiato tra Ottocento e Novecento, compreso il recalcitrante Alvaro, e fino a Francescantonio Leuzzi, massone professo (libero docente di Semeiotica medica a Napoli, Leuzzi si aggregò alla sparuta dozzina di ordinari universitari che rifiutarono il giuramento al fascismo, perdendo la cattedra e lo stipendio). La devozione, il pellegrinaggio e la Madonna della Montagna furono soggetto dei poeti latinisti insigni, Diego Vitrioli di Reggio, Francesco Sofia Alessio di Taurianova, che primeggiavano al premio Amsterdam, il certamen di poesia latina della Reale Accademia Nederlandese.
Il pellegrinaggio è certo speciale. “Il pellegrinaggio evoca moltitudini di pellegrini che attraversano montagne, fiumi, foreste”, ironizzano Fruttero e Lucentini nel loro romanzo-catalogo, “L’amante senza fissa dimora”. Quello di Polsi non evoca, è. I pellegrini andavano fino a ieri in “carovane”, nei sei mesi di tempo clemente. È un uso che non si è perduto: le carovane si ricostituiscono ancora da molti luoghi, soprattutto per la festa, nella seconda metà di agosto, che culmina il 2 settembre con la processione della Madonna per le balze che circondano il santuario. Sono folle che l’esiguità dei sentieri e delle strutture ingigantisce, gruppi familiari, di clan, di quartiere, di parrocchia, e ora circoli culturali, talvolta organizzati da procuratori. Dallo Jonio le carovane risalgono il Bonamico, la tipica “fiumara” dell’Aspromonte. Dal Tirreno si va a Polsi attraverso Delianuova e il Piano di Carmelia, da Reggio e l’estrema punta della penisola per Gambarie e il Piano dei Reggitani, sotto il Montalto. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso i Messinesi – ma venivano da Ganzirri, Capo Faro e altri paesini più che dalla città – arrivavano a Delianuova il pomeriggio del 31 agosto, e dopo alcune ore ripartivano a piedi, via Carmelia, per essere a Polsi alle prime ore dell’1 settembre.
Per secoli, fino a questi primi anni del millennio, il pellegrinaggio è stato come Corrado Alvaro lo ha ripetutamente descritto, da “Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia” - la sua prima operina di diciassettenne, con le “belle cardole”, le ragazze di Cardeto in costume, che ballavano vivaci e aggraziate la tarantella - a “Gente in Aspromonte”. Sul pellegrinaggio è centrato il racconto “Consolata” della raccolta, con “la Madonna di pietra colorata”, “la folla compatta”, la chiesa ridotta a “mistico ovile”, dove i pastori portano in voto “le mucche e le capre infiocchettate”. Ma già il racconto lungo del titolo, “Gente in Aspromonte”, crea attorno ai pellegrini una delle sue scene principali, che scaldano la buona stagione del chiuso e cupo villaggio “cantando e suonando giorno e notte”. Si grida “viva Maria!” e si sparano colpi di fucile: “La folla si snodava lungo lo stretto sentiero in fila indiana. I bambini piangevano nelle ceste che le donne portavano sulla testa, i muli con qualche signore seduto sopra facevano rotolare a valle i sassi, una signora vestita bene camminava a piedi nudi tenendo le scarpe in mano, per voto. Una donna del popolo andava con le trecce sciolte…” Il santuario è remoto: “Nella valle l’ombra era alta, e pareva che la riempisse, col rumore di un torrente che si gettava da un salto del monte”. Varie scene movimentano il percorso: “Una comitiva sbucò suonando e sparando in aria. Andava avanti uno con una zampogna, e un altro batteva ora il pugno ora le cinque dita a un tamburello. Altri lo seguivano a passo di ballo, per voto, come potevano, uomini e donne. Uomini e donne si davano a tratti, ballando, dei gran colpi con le natiche, senza ridere… Un’altra frotta di pellegrini sbucò coi fucili sulla strada. Avevano accese le fiaccole… ”.
Nel racconto “Festa a Polsi”, così Antonio Delfino ricorda il pellegrinaggio del 1943: “Sul greto del Bonamico i pellegrini stanchi dormivano in giacigli improvvisati, al rumore piacevole dei sassi che rotolavano tra la corrente. Le sonagliere dei muli interrompevano il silenzio della notte. Dal Puntone della Croce, un formicaio umano, dopo una breve sosta alla fonte della Pregna, scendeva attraverso la sterrata della Figurella, dopo aver depositato, grandi e piccini, una pietra portata sulle spalle, ai piedi di una croce di legno che dominava tutta la vallata. La pietra, come simbolo di penitenza, che, davanti alla croce, libera l’uomo da ogni colpa. Al ponte della Sedia, breve sosta per entrare a Polsi, tra i secolari castagni piantati dai monaci basiliani all’inizio del primo millennio e poi l’acre odore del castrato, rosolato tra le pietre della fiumara ed offerto tra la fraganza delle felci”. Sotto i castagni, crepita a tratti la fucileria: “Era l’annuncio dell’arrivo di qualche carovana, che per antica tradizione si fermava all’ingresso di Polsi per ricevere, prima di entrare in chiesa, dal Superiore, lo stendardo con l’effigie della Madonna”.
Anche il santuario è speciale. Polsi è il luogo di culto con la più lunga continuità nel Mediterraneo e in Europa. Partendo dalla fondazione della vicina Locri, che si fa ascendere al 7189-720 a.C., da parte di coloni greci, una colonia matriarcale. La scelta di Polsi come sito religioso di Locri può sembrare incongrua: per quanto vicino in linea d’aria, e il Bonamico fosse all’epoca in parte navigabile, il santuario è stato a lungo, e resta tuttora, di faticoso accesso. Ma un santuario, più che alle feste, serviva allora a custodire un segreto, talvolta anzi quello più importante, l’anima segreta della nazione. Era questo il senso dell’uso allora corrente di celebrare i nuclei centrali dei riti fondamentali in segreto. La ritualità e la collocazione dei primi santuari greci ripetono l’inclinazione all’arcano dei primi sacerdozi, che venivano dal Sud Mediterraneo, dall’Egitto e da Creta.
A Polsi, dove “si scende”, la devozione è simbolicamente una discesa agli inferi, che ripete quella di Persefone. Persefone è l’antica divinità di Locri. Risponde al mito di una fanciulla bellissima, “dal volto di bocciolo”, figlia di Zeus e Demetra, la “madre terra”, rapita dal dio degli Inferi Ade mentre giocava coi figli di Oceano sui prati lussureggianti di fiori. Quando Persefone stese le mani verso il narciso la terrà si spalancò, Ade ne emerse e se la portò via in lacrime sul suo cocchio dorato. Nelle innumerevoli pinakes, tavolette votive in terracotta, rinvenute negli scavi a Locri e ora al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, Persefone presiede alle attività agricole. Il culto è tramandato tal quale nella vicina Bova, colonia di Locri, la domenica delle Palme nella processione delle “Persephoni”, grandi statue femminili di foglie d’ulivo (della varietà Chianese‑Sinopolitana, l’ulivo di alto fusto che forma nella Piana di Gioia Tauro il panorama forse più emozionante della Calabria). Ed era analogo al culto della Dea Madre nel santuario epirota di Dodoni, sull’altro versante dello Jonio, altrettanto remoto e segreto che Polsi.
La devozione è tipicamente mariana, anche se in forme tutte sue – anch’esse insomma speciali: della Madonna che, oltre ad essere la madre di Cristo, eredita tutte le funzioni cultuali delle antiche divinità femminili. Il filo non si è mai interrotto dall’antichità, che attorno e in prossimità dell’Aspromonte ha avvertito e onorato “presenze” femminili: Persefone, Afrodite, che a Locri aveva tre luoghi di culto distinti, ed era la divinità di Palmi-Bagnara-Scilla-Messina, e il Toro. La Persefone dell’Alt Museum di Berlino, uno dei gioielli museali della capitale tedesca, che sarebbe stata trafugata un secolo fa da Locri (Alvaro ne racconta la storia in "Mastrangelina"), si adorna anche di simboli marini, per sovrapposizione col culto di Afrodite. “La pietà popolare in Italia” censisce non lontano, a Nicastro, anche una Madonna delle Cucchiarelle, dal greco cochlea per conchiglia, cristianizzazione anch’essa del mito di Afrodite. È il culto della fertilità. La Madonna di Polsi, la “Madonna dal volto di popolana” (Delfino), è forse il caso più appariscente di esibizione frontale del corpo di Cristo, anche se è sfuggito al repertorio classico, “The Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion”, di Leo Steinberg: più che mostrarlo, ostenta il Bambino nella sua nudità. La traccia persiste nelle colonie locresi della piana di Gioia Tauro, Medma (Rosarno) e Metauro (Palmi), in una con la toponomastica legata al toro, residuo di un altro filone del culto della Dea Madre, Artemide Tauropolos, la cretese Madonna del Toro. La Vergine associata al Toro è reminiscenza micenea – ampie sono le tracce micenee nel Sud d’Italia, benché inesplorate - di origine minoico-cretese. I Normanni, cui si deve la rinascita di Polsi, edificarono molte chiese di varia devozione a Maria nella fascia tirrenica, da Tropea a Reggio.
Polsi è da sempre luogo di riferimento di Messina e Palmi, di Bagnara, di Delianuova, sottocolonia di Bova, e di altri centri legati al culto mariano. Con una distinta struttura matriarcale a Bagnara, e nelle finitime Pellegrina e Solano, Solano, perdurante a Novecento inoltrato e nucleo centrale di “Horcynus Orca”, l’epica di Stefano D’Arrigo, materia di studio ancora a metà secolo della Sorbona, della Fondation Nationale des Sciences Politiques, sotto la direzione di Jean Meyriat. Per i messinesi Polsi è un riferimento fin dal terzo secolo dopo Cristo: vi si sarebbero a lungo rifugiati per sfuggire alle persecuzioni. Bagnaroti sono stati – e lo sono ancora nelle occasioni meno importanti – i portantini della statua nella processione. In maggior parte bagnaroti sono stati fino a recente i procuratori della festa, ora membri del comitato. Deliesi sono stati fino agli anni 1970 i bancarellari, poi sostituiti da sanlucoti. Sono tutti devoti di Maria i paesi che a varie epoche, come vedremo, hanno avuto a Polsi delle case di accoglienza per i pellegrini. Alto ma profondo, il santuario è, come dice ancora Bregantini, il “grembo dell’Aspromonte”. La caratterizzazione si conferma con le leggende dell’Alto Medio Evo, del Sabba e della Sibilla. Quando, al termine della processione, la statua della Madonna giunge davanti al santuario, viene rigirata rapidamente, in maniera che possa far fronte alla Maga Sibilla, la morte, che la insidia dal capo della valle. Buona parte delle leggende e della storia che accompagnano dopo il Mille la rinascita del santuario lo legano al sentimento della Dea Madre. Ancora nel 1647, nel “Sentimento dell’Opera”, la sinossi del suo “Adamo Perduto”, pubblicato quell’anno a Cosenza, nel quale molti vedono l’originale del “Paradiso perduto” di Milton, Serafino della Calandra, frate predicatore, annuncia “fra breve… un’altra operetta, titulata Venere Pudica, e Martire della Città di Locri, adesso Gerace”.
L’antropologia della festa, di Jesi, Lanternari, Lombardi Satriani, non manca di mettere in rilievo come il pellegrinaggio sia stato a lungo l’unica occasione di viaggiare, specie per le donne. E una sorta di carnevale sacro, di liberazione periodica del controllo sociale – molti comportamenti restrittivi, in famiglia e fuori, sono determinati nelle società statiche dalla “faccia della gente”, dal controllo sociale. “Le donne, per esempio, sia pure per un breve tempo, uscivano da uno stato di costrizione” (Giovanni Sole, “Il cammino verso la Grande Madre”, in Luigi M. Lombardi Satriani, a cura di, “Madonne, pellegrinaggi e santi”). Il pellegrinaggio era anche “un’occasione per fare ciò che in tempi normali era proibito”. Henry Swinburne e Norman Douglas, i viaggiatori a piedi di fine Ottocento in Calabria, trovano presso i santuari donne momentaneamente libere e corteggiamenti. Polsi è praticamente assente nella letteratura di viaggio, se si eccettua il dettaglista Lear. E anche nell’antropologia religiosa: si sono fatti studi su molte Madonne in Calabria, ma non su Polsi. Ma non per questo i connotati del culto sono meno precisi. Un gruppo di donne di san Giorgio Morgeto, da Perna incontrate tre anni fa sul sentiero per il santuario, ci andavano, dissero, “per liberarsi dalle famiglie, dai mariti”, almeno per qualche giorno.
La storia risale al secolo XI, nel quadro della “latinizzazione” della Calabria, a opera dei normanni. Ne sono testimonianza la Croce di ferro, e alcuni tratti costruttivi che ripetono la Cattolica di Mileto, la città nell’entroterra di Tropea che fu la capitale dei Normanni dal 1058 al 1110, del Gran Conte Ruggero e di suo figlio Ruggero II. Roberto il Guiscardo, il Furbo, scende in Italia con la seconda ondata dei figli di Tancredi nel 1047. Nel 1056 succede a Unfredo in Puglia. È un violento, tanto da incorrere nella scomunica. Ma è anche un politico: si ravvede e si lega alla curia romana. Nel 1058 scende in Calabria. Lo accompagna il fratello più piccolo, Ruggero, che sarà il Gran Conte. Dal tempo di Pipino il Breve il papa sempre ha usato i francesi - i franchi, i normanni, gli angioini e fino a Napoleone III - per curare gli interessi temporali nella penisola. Mileto, prima capitale del Conte Ruggero, nel 1058, è la prima diocesi di culto latino del Meridione, nel 1080. Vi nacque Ruggero II il Normanno, che nel 1110 riuscì a sbarcare in Sicilia, spostando la capitale a Messina.
Il recupero di Polsi a luogo di culto si fece a opera dei basiliani, monaci greci di culto latino, che scesero a Polsi, secondo l’etnografo Raffaele Corso, abbandonando il cenobio aspromontano del monte Pistocchìo – ove dei ruderi non classificati sono tuttora visibili. La costruzione del santuario è datata convenzionalmente 1144: la data spiega il legame speciale del rinato santuario con Messina, oltre che con i Normanni. Ma i primi documenti – quelli che ne danno l’etimologia – sono di due secoli dopo. Una Madonna bizantina bruna (“nera”) Gorgoepikoos, “la Madonna che ascolta pronta”, del genere in cui la Madonna o il Bambino reggono il globo crocifero, su tavola, sarebbe anch’essa del Trecento. Le case e i pellegrinaggi sono certificati dal 1457, dalla visita del futuro vescovo Calceòpulo: le coltivazioni sono ordinate, scrive il visitatore, gli spazi puliti, le case spaziose. Ne residuano, di fronte alla torre campanaria, quella ampia di Bagnara e quella di Campo Calabro, e di fronte alla porta principale quelle di Messina, Ganzirri e Pedavoli (Delianuova), che nel 1894 il superiore don Enrico Macrì ha fatto demolire e ricostruire, ridimensionandole, “ad incremento della piazza, a scopo di fare un nuovo ingresso alla chiesa”. Restano attive anche la casa di Platì, la casa di Cittanova, la lunga fila delle case di Condofuri.
Da almeno sei secoli, dunque, il santuario ha una struttura ricettiva, che nella scala del Quattrocento si può considerare di dimensioni molto ampie. Ed era dotato di vasti censi, canoni e proprietà fondiarie. Nel 1604 una “platea” dei beni del santuario rivendicati dall’abate don Giovanni Sanchez in territorio di Bianco, San Luca, Careri, Natile, Bovalino, Casignana, Condojanni, Santa Giorgìa di Santa Cristina, Platì, assommava a poco meno di mille ettari, calcola Gemelli, più delle proprietà della diocesi di Gerace-Locri. A fine Ottocento risultano censite le case – due stanze sovrapposte, su un “basso”, lo scantinato – di Bagnara, Pedavoli, Oppido, Santa Cristina, Mammola, Sambatello, e quelle di Messina, quattro stanze con una balconata in legno, e Reggio, tre stanze. Ognuna con un orto di tre tomoli, pari a un ettaro nell’area aspromontana – il tomolo è una misura di capacità del frumento, pari a 55-56 litri: tomolata, e anche tomolo, è la superficie necessaria a produrre un tomolo di grano, nella valle del Bonamico pari a un terzo di ettaro.
La statua monumentale della Madonna, in pietra siracusana, del peso di otto quintali, opera dello scultore Rinaldo Bonanno, fu portata a Polsi in regalo dai messinesi nel 1580. Messina punteggia molti momenti della storia di Polsi – forse perché la Sicilia non è afflitta dal morbo del “silenzio della storia”. Bonanno, messinese, allievo di Montorsoli e Montanini, ne mediò l’ispirazione ellenistica in numerose rappresentazioni di Bambini giocosi e Madonne giovanili e materne. La tiara d’argento nella quale la Croce di ferro è contenuta è del 1632, offerta dai messinesi. Si devono ai messinesi, di Messina e di Ganzirri, le dotazioni di maggior pregio del santuario. Il diario del primo parroco nominato da Gerace nel 1730, il dottore protopapa don Stefano Piteri, da Careri, scoperto e conservato da Vincenzo De Cristo a Cittanova, e in parte pubblicato da mons. Raschellà (“Nuove luci su Polsi”), dà il tono: “La festa di questa gran signora non ha giorno determinato, poiché da maggio fino a tutto novembre è una continua festa”. La festa si faceva allora il 4 settembre, “festa particolare”, scrive il dottore, per “l’arrivo dei Signori Messinesi”. Nel 1731 i Messinesi portarono in dono “un Tabernacolo; un trono coronato con bellissima corona a finissimo intaglio fatto tutto d’oro guarnito; un ombrello di bellissimo drappo guarnito alla moda; una sfera d’argento e un avanti altare o paliotto di damasco forestiero con la cornice di mistura”, oltre alle offerte personali, in gioielli e al ceppo. Il vescovo, intervenuto al culmine delle celebrazioni, registrò quell’anno “più di settantacinque grazie segnalate”, di cui diciotto “strepitose e consolantissime”. L’altare in marmo policromo fu offerto dai messinesi nel 1737.
Un po’ ovunque in Sicilia, più spesso in chiesette bizantine, è diffuso il culto della Madonna in riferimento a Polsi, celebrata come Madonna della Montagna ad Alì Superiore, e come Madonna del Bosco a Milazzo, Partinico, Bisacquino, Buscemi, Rodia nei pressi di Messina – sin dal Medio Evo – e Messina. A Messina nel 1614 si eresse una chiesa in onore della Madonna del Bosco – il quadro della Madonna sarà dipinto dal Catalano l’Antico l’anno successivo – e si costituì una confraternita per i pellegrinaggi a Polsi. Distrutta dal terremoto del 1908 e riedificata, la chiesa fu poi demolita per sempre dai bombardamenti alleati del 1943. Fino a una ventina d’anni fa Ganzirri ha onorato la Madonna di Polsi anche con una festa sulle rive dei suoi laghi l’ultima domenica di settembre. A metà Settecento risultavano a Polsi una casa dei Messinesi, una dei Ganzirroti e Faroti e una del canonico messinese Gullì. Per i messinesi, nel 1799, risultavano nella casa di Polsi sei stanze, coi relativi bassi, e i balconi di legno.
Il campanile e la navata principale della chiesa sono dei primi del Settecento. Il convento è stato ricostruito a partire dal 1740. La Croce fu collocata nel 1771 sopra un altare policromo fatto erigere quello stesso anno dal marchese Vincenzo Maria Carafa per la guarigione – la resurrezione – del figlio, marchesino di Roccella. Nel 1784 la Cassa Sacra, istituita dal governo borbonico di Napoli per finanziare la ricostruzione dopo il sisma catastrofico dell’anno precedente, requisiva nel santuario un quintale abbondante di oro e argento.
Il santuario è stato variamente retto da abati, priori, superiori, rettori. Con la ripresa dell’interesse della curia di Gerace ai primi del Settecento, la chiesa fu eretta a parrocchia con un proprio titolare, in quanto a grande distanza dai centri abitati, variamente chiamato vicario, curato, protopapa, canonico, arciprete - in aggiunta al titolo di abate, eccetera. San Luca, il centro più vicino, distava dodici miglia di un sentiero accidentato da torrenti e burroni. In precedenza il santuario sarebbe stato affidato all’ufficiatura dell’abate dell’ex convento basiliano di Potamia, il villaggio vicino San Luca che una frana distrusse nel 1592. Gli abati, di cui si ha traccia dal 1604, sono venuti da Platì principalmente, e da svariati altri luoghi, Careri, Bianco, Casalnuovo d’Africo, Santa Severina, perfino da Napoli, prima che da San Luca.
La statua della Madonna non viene rimossa per la processione, salvo che per i giubilei (incoronazioni), i primi tre ogni cinquant’anni dal 1881, dal 2006 ogni venticinque anni. In processione va la minuta statua lignea regalata a questo fine nel 1881 dal conte Ruffo di Sinopoli. Il convento ha ospitato fino a prima dell’ultima guerra dei frati detti di San Paolo l’Eremita, novizi e cercatori diffusi un po’ in tutta la Calabria, che non pronunciavano voti. Successivamente, fino alla recente ristrutturazione, è rimasto in abbandono, ospitando i pellegrini in giacigli di fortuna.
La leggenda riporta le origini del santuario agli albori dl IV secolo, quando papa Silvestro I vi ritrovò i cristiani messinesi che vi si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni dell’imperatore Costantino, e insieme pregando ne ottennero la conversione nel 313. Il luogo mantiene intatte le sue leggende. Che hanno sempre un fondo storico, per quanto presumibile. Partendo dalla più attendibile, l’origine greca antica. Attestata da tre caratteristiche che l’etnologia considera di chiaro significato: il ballo in chiesa, i fuochi (i botti), l’ecatombe. Il pellegrino di Polsi deve mangiare il capro: è, era, una cerimonia di chiaro nome, anche se desueto, l’antica ecatombe, il sacrificio di animali presso il tempio (gli usi che vanno via via scomparendo per la modernizzazione sono documentati nella raccolta di foto storiche “Saluti da Polsi”, Nuove Edizioni Barbaro). Il ballo, la tarantella, accentua nel modo “reggitano”, o meglio aspromontano, la diatonia antico greca, accordi semplici reiterati con minime variazioni. Maria Barresi lo fa derivare dal kordax, il ballo che intervalla le commedie greche ("Il Kordax dalla Grecia alla mafia"). Ma più probabilmente deriva dal sikinnis, il ballo dei satiri, anch’esso come il kordax inteso a propiziare la Fertilità. Il kordax, un ballo mascherato, è detto dai testi antichi “lascivo”, “sguaiato”, “osceno”, mentre il sikinnis, detto “vivace”, “rapido”, “vigoroso”, al più “sapido”, risponde meglio alla tarantella aspromontana, che si balla in coppia, variamente assortita da un maestro di ballo tra i partecipanti disposti in circolo – “quando c’è ruota c’è festa”, dice il maestro Battaglia, dell’Associazione dei Suonatori di Cardeto. All’uso greco rimandano anche le “case” e le fazioni: le prime sono reminiscenze dei tesori – in realtà edifici a forma di altare, o comunque sigillati - che le città greche e magnogreche depositavano presso i maggiori santuari, in segno di devozione e a suggello di alleanze, mentre le contese, che contraddistinguevano le antiche polis, si rinnovano a Polsi per portare la statua in processione, tra Bagnara e San luca, per portare lo stendardo, tra Reggio e Messina, per reggere le aste del baldacchino, idem.
Il sincretismo è persistente, i miti non hanno mai cessato di proliferare al centro di quel “bosco sul mare” che è l’Aspromonte, un paesaggio privilegiato che il Parco oggi protegge. Andando a Polsi s’incontrano ancora il Sabba e le Sibille. Successivamente i Normanni, che hanno dato il nome all’Aspromonte, lo hanno popolato anche dei loro cicli di avventure cavalleresche, il ciclo carolingio, con la “Chanson d’Aspremont”, e quello bretone, dalla Fata Morgana di re Artù a Guerrin Meschino. La tradizione che vuole l’Aspromonte greco, “bianco monte”, non ha base filologica: coniuga aspros, greco per bianco, col latino mons. La montagna peraltro non ha nome prima, lo prende con la venuta dei normanni, che vi insediano i lori cicli di avventure. Ricollocandole, con minime variazioni onomastiche, tra i suoi boschi e il mare dello Stretto di Messina, che i normanni agognavano di traversare – i nemici erano sempre gli stessi, gli infedeli arabi. La maggiore novità della “Chanson d’Aspremont” rispetto agli altri cicli cavallereschi è il posto che essa fa ai romiti delle Rocche, oggi dette di San Pietro, e della montagna in generale, uomini di preghiera, difensori del popolo, ammirati dai nemici mussulmani. Di cui nelle balze sopra Natile, non lontano da Polsi, che riproducono in piccolo le Meteore della Grecia o la Cappadocia in Turchia, si trovano tuttora consistenti tracce.
Ancorato alla leggenda è anche il manufatto del santuario di più sicura ascendenza storica, la Croce normanna. La Croce, in ferro battuto, grezzo, alta cm.70, sarebbe stata rinvenuta da un torello. O meglio da un pastorello cui il vitello lo indica. Un’altra leggenda la vuole rinvenuta dai levrieri del Conte Ruggero, nel corso di una battuta di caccia, nel 1084. Una terza leggenda i levrieri dice del Re Ruggero e il ritrovamento del 1144 – epoca nella quale il re normanno era già a Palermo. Le tre ipotesi vengono il superiore di Polsi Domenico Fera sintetizza a Edward Lear in una: il Toro attese il passaggio di Ruggero per spingerlo, scavando la Croce, a costruire il monastero. La leggenda pastorale si colloca in luoghi dell’Aspromonte legati al pellegrinaggio, Santa Cristina, Carmelia, Pedavoli, Piano o passo dei Reggitani.
La croce è comunque “rinvenuta”, non “appare”. Mons. Vincenzo Raschellà, che nel 1938 pubblicò gli esiti delle sue ricerche nell’archivio della diocesi di Locri in “Nuove Luci sul santuario di Polsi”, opina che la croce fosse residuata dal frontone della chiesetta dello stesso nome, Santa Maria di Polsi, esistente dai primi secoli dell’evo cristiano alle Rocche di Juncari, luogo di devozione greco-ortodosso, travolta - da terremoto o alluvione – attorno al 1500. La Croce ha ora un culto rinnovato. È stata portata in processione nella diocesi di Gerace nel 1997, quindi anche a Crotone e Ganzirri, e per la Pasqua del 2006 fino a Roma, dove il cardinale Javier Lozano Barragàn ne ha celebrato il “significato per l’Europa”.
Addendum. Nel quadro dell’appiattimento mediatico del Sud sulla delinquenza, Polsi viene nuovamente legato alla mafia, la ‘ndrangheta. E più specificamente a quella di San Luca, in particolare nell’estate del 2007, dopo l’esecuzione di sei sanlucoti a Duisburg in Germania. Le Radio Rai del 2 settembre 2007 hanno fatto delle celebrazioni la “festa patronale” di San Luca, e questo è l’unico inconveniente reale della devozione. È San Luca che, con la vicina Platì, ha riverberato sinistra fama sul santuario. Dapprima con l’industria dei sequestri negli ultimi trent’anni del Novecento - attorno a Platì-San Luca Cesare Casella fu tenuto in cattività per due anni, e Alessandra Sgarella, l’ultima sequestrata, per otto mesi nel 1998. Ora col commercio europeo della droga. Ma anche prima, bisogna dire: si rubava già in “Gente in Aspromonte” l’oro della Madonna e le offerte, per giocarseli a carte. Un sacrilegio non temuto: Alvaro lo attribuisce nel racconto a un “forestiero”, un “parente del priore”, uno “di un paese vicino dove la gente era la più furba della contrada”, e cioè Platì, ma nel cupo villaggio che fa da sfondo al racconto, cioè a San Luca, il sacrilegio non suscita nessuno scandalo.
Il santuario si trova alla stessa distanza, geografica e a piedi, da San Luca che da Delianuova o da Platì. Ed è intimamente legato anche all’area tirrenica. L’ultimo giubileo è stato celebrato a fine 2006-inizio 2007 con un pellegrinaggio della Madonna della Montagna attraverso tutte le parrocchie della Piana di Gioia Tauro. Ma un paio di segretari comunali e ora la prelatura Bregantini lo hanno legato a San Luca. I segretari comunali originari di San Luca operando nei Comuni di Bovalino e Delianuova negli anni 1920-1930 hanno fatto di San Luca il Comune più grande dell’Aspromonte: il paese che Corrado Alvaro fissava nell’estrema indigenza, nella chiusura, nella sopravvivenza, di poche case in pietra e malta continuamente sbriciolate dal torrente, diventava in quegli anni surrettiziamente il maggior “proprietario” dell’Aspromonte, con diecimila ettari ed estese propaggini perfino sul versante tirrenico, un sedicesimo di tutto l’Aspromonte, poco meno di un settimo del Parco, di cui fanno parte una quarantina di Comuni.
La questione dell’appartenenza non è di poco conto. Un abate peraltro benemerito del santuario, don Giosafatto Mittiga di Platì, mentore e fonte di Alvaro giovinetto, tentò di risolverla negli anni 1920 creando una diocesi a se stante, che avrebbe raggruppato attorno a Polsi alcune parrocchie di Gerace-Locri (San Luca, Cirella, Natile) e di Oppido Mamertina (Delianuova, Scido, Santa Cristina d’Aspromonte), ma fu sconfessato a Roma. Polsi resta frazione di San Luca, e il rettore di Polsi è, dopo Mittiga, il parroco di San Luca. L’ipotesi è che la Madonna della Montagna si riverberi benevolmente su San Luca. È dubbio, San Luca avendo bisogno non di compiacenza ma di una brusca repressione e di una sana prevenzione. Mentre l’inverso è possibile, e anzi avviene: che il santuario e la devozione passino per mafiosi. Nel 1931 Francesco Siciliano, segretario comunale di Bovalino, attribuiva ai sanlucoti il titolo di portantini della statua nella processione del secondo giubileo, per “diritto di dominazione del proprio territorio”. Il maresciallo Giuseppe Delfino e il canonico Francesco Pangallo avevano statuito a favore dei bagnaroti, per diritto tradizionale, ma senza effetto. Al terzo giubileo, nel 1981, il rettore del santuario, don Pino Strangio, ha sanzionato il cambiamento: “Questo momento (la processione, n.d.r.) appartiene alla gente di San Luca”.
(Il sommario di queste note è stato pubblicato nel numero di settembre del "National Geographic)
Andando per l’Aspromonte s’incontrano nella buona stagione trekker in solitudine e mountain biker entusiasti, ma soprattutto s’incontrano pellegrini. Di una specie particolare, devoti e caciaroni: vanno di preferenza in gruppi, e la fede manifestano in balli, botti e “mangiate”. Ballano anche dentro il santuario che è la loro meta, di Polsi o della Madre del Divin Pastore, più nota come Madonna della Montagna, sul versante jonico dell’Aspromonte. È una devozione che le autorità stanno modernizzando a tappe forzate, ma ancora prorompente di un’antica vitalità.
I pellegrini si moltiplicano nella seconda metà di agosto, per la festa che si celebra il 2 settembre. Arrivando spesso in fuoristrada: l’Aspromonte, “il luogo più aspro d’Italia” ancora per Norman Douglas, che fu in Calabria più volte tra il 1912 e il 1915, camminatore esperto, è oggi percorribile agevolmente con strade asfaltate – solo dal lato di San Luca Polsi resta isolato, cui un’improvvida politica l’ha legato amministrativamente. Ma in molti ancora preferiscono il pellegrinaggio a piedi, come si è sempre fatto, per le balze scoscese che si frappongono tra San Luca e il santuario, e giù quasi a picco dal piano di Carmelia e dal passo dei Reggitani, gli accessi che raccolgono i devoti rispettivamente dell’area jonica, del versante tirrenico - la piana di Gioia Tauro, Palmi, Bagnara, Messina – e di Reggio e lo Jonio reggino. Un gruppo di giovani di Bagaladi ci va a piedi: “Sono tre giorni e tre notti di cammino”, dicono senza enfasi.
Benché elevato, a 862 metri di altezza, il santuario si trova in una conca nella pancia della “montagna” – la “montagna” è l’Aspromonte. Un po’ protetto e un po’ imprigionato fra gli strapiombi. È una chiesa non grande, su un poggio che guarda il torrente Bonamico, formato a monte da due fiumare, attorniata da pochi chioschi di rinfreschi e ricordini, e dalle “case” residue delle comunità polsiane, quelle di Pedavoli (oggi Delianuova), Messina e Bagnara. Un eremo che la massa dei pellegrini soverchia dopo Ferragosto col numero e la voglia di festa. Che ogni gruppo si fa da sé, preferibilmente di notte, anche se il santuario non ha strutture di accoglienza. Un ex convento, che nel Novecento è servito da dormitorio di fortuna, oggi ristrutturato, è chiuso al pubblico: è utilizzato per convegni a carattere religioso, e da gruppi di pellegrini selezionati dal rettore, don Pino Strangio. Ma i pellegrini non si aspettano niente: dormono dove capita, nelle case, per terra, dentro la stessa chiesa, e ripartono contenti.
In realtà a Polsi non si dorme. Vi si va per pregare, ma la preghiera è soprattutto ballare la tarantella, sparare in aria (ora sempre meno: in teoria è proibito), e mangiare il castrato, il “capro”. Una realtà che supera l’immaginazione: fino agli ultimi divieti sanitari si scannavano e scuoiavano ogni giorno centinaia di capri, le pelli venivano stese ad asciugare lungo il Bonamico, le acque del torrente scorrevano rosse di sangue. Con la ristrutturazione avviata nel 2002, su iniziativa del Parco dell'Asperomonte e della diocesi di Locri-Gerace, allora retta da monsignor Giancarlo Bregantini, dai commissari prefettizi inviati a San Luca dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia, il sacrificio dei capri è stato ristretto ad appositi piccoli macelli. Nel 2006 è stato proibito, sempre per ragioni sanitarie, ma non per questo il capro non è più mangiato.
È un rito anomalo. La tarantella, che si suona e si balla ininterrottamente, notte e giorno, vi contribuisce col suo ritmo ossessivo da danza rituale. È tuttavia un rito “intimamente religioso”, secondo lo stesso vescovo del santuario, monsignor Giancarlo Bregantini, a capo dal 1994 della diocesi di Locri e Gerace. Bregantini, che con decisione ne ha avviato la normalizzazione, Polsi ha voluto aggiunto al sito e all’annuario ecclesiastico in lingua inglese, “diocesi di Locri, Gerace (e Polsi)”. Anche per il laico Tonino Perna, sociologo all’università di Messina, già deputato del Pci-Pds, ex presidente del Parco dell’Aspromonte, il pellegrinaggio “è una manifestazione di fede, un punto d’identità forte”, non regressivo: “È una devozione popolare, con forti elementi di liberazione”.
È una devozione femminile. I paesi e le città che hanno casa a Polsi sono legati al culto mariano. Continuazione, si tende oggi a pensare, del matriarcato di Locri, la colonia magnogreca, creata nel 719-720 a.C., del cui bacino Polsi sarebbe stato l’apice interno, “segreto” – tanto più se si considera che il Bonamico era a tratti navigabile ancora in epoca romana. Polsi si può dire dunque per molteplici indizi il luogo di culto con più continuità nel Mediterraneo e in Europa.
Caricato di connotazioni mafiose nel secolo scorso, il santuario se n’è rapidamente liberato nell’ultimo decennio, per il rinnovamento imposto da mons. Bregantni. Nonché a opera del Parco, che nel 2001 ha fatto adottare una Carta della civiltà dell’Aspromonte, e patrocina ogni anno Giornate della legalità nei comuni che ne fanno parte. La “mafia a Polsi” è – è stata - uno dei miti, seppure recenti e mediatici, legati al santuario: una “onorata società” vi terrebbe ogni anno una riunione per speciale devozione alla Madonna. Mentre il contrario è vero, il sacrilegio è la norma della locale criminalità: nel secolo scorso cinque preti del santuario sono stati assassinati (sette secondo alcuni), gli arredi, la Madonna e il Ceppo – la cassa che raccoglie le offerte – regolarmente spogliati (la notte del 30 ottobre 1936 di sei chili d’oro), incluse la “corazza” d’oro della statua e, tre volte, la corona d’oro.
La festa non cessa il 2 settembre. Una seconda celebrazione si tiene il 14 settembre, la festa della Croce. Di cui la chiesa vuole valorizzare la simbologia in altro contesto, della latinizzazione del culto come nascita dell’Europa. Poi Polsi entra in letargo, come dopo una forte febbre. “Per sei mesi”, dice il rettore Strangio, “parliamo coi fiocchi di neve e coi lupi alle cancellate”.
Persiste su Polsi, come su tutta la Calabria, “il silenzio della storia” di un lontano saggio di Leonida Repaci. Aggravato per il santuario dall’isolamento, che ha favorito a diverse epoche il saccheggio. Sono stati asportati molti dipinti e la biblioteca, più volte gli arredi, oltre agli ori e agli ex voto di pregio, e degli archivi non c’è traccia. Di quaranta codici greci che il visitatore apostolico Calceòpulo trovò a Polsi nel 1457 ne sopravvivono in biblioteche note solo tre. Le ultime due tele sono state sottratte nel 1973. La violenza è favorita dall’impunità: la chiesetta bizantina di San Giorgio, nella valle di Pietra Cappa a un’ora a piedi da Polsi, accanto a una casa della Forestale, veniva distrutta nei primi anni Settanta da un locale imprenditore con un suo bulldozer alla ricerca del tesoro nascosto dal santo sotto il pavimento. Ma, in attesa dei documenti, sono molti i segni che fanno la storia di Polsi.
L’origine archivistica del nome combacia con una convincente etimologia, che Rohlfs così sintetizza: “A. 1324 S.Maria de Popsi, a.1328 S.Maria de Ypopsi, gr. Antico epòpsios, onniveggente. Sofocle ha un Zeus epòpsios”. Le due tracce sono del Catalogo delle decime: quella di Popsi nel 1324 quando l’abate Romano paga sette tareni e dieci grani, quella d’Ypopsi nel 1328 quando l’abate Nilo paga dieci tareni. In un sinassario del 1174, residuo della biblioteca di Polsi, Salvatore Gemelli ha rintracciato, “Storia, tradizioni e leggende a Polsi di Aspromonte”, una mano posteriore, del Quattrocento, che si firma “io, fratello del monaco Barnaba della Madonna di Popsi”. Nel Nuovo Testamento, altro volume superstite della biblioteca greca di Polsi, ora a Parigi, si attesta che esso è proprietà di “Romano, monaco, con l’abito del monaco, della Madonna di Epopsi”. Popsi ricorre fino al 1750. Gemelli ha una guida dettagliata, compilata in quell’anno, della Madonna di Poupsis. Analoga guida a fine Settecento reca invece Madonna di Polsi. Nel 1960, quindici anni prima della pubblicazione del Gemelli, gli editori del “Liber Visitationis” del Calceòpulo, Laurent e Guillou, avevano escluso che Popsi potesse corrispondere a Polsi, ma sbagliavano.
La chiesa in Calabria è stata per sette secoli di rito greco, dopo l’occupazione bizantina nel secolo settimo. Nel 732 l’imperatore di Bisanzio Leone l’Isaurico, l’Iconoclasta, aveva separato la Calabria dalla chiesa di Roma. Nel 736 vi fu adottato il rito greco – la lingua era già in uso, accanto al latino. Con una pronta accettazione, soprattutto da parte del clero: molti sacerdoti trovarono l’uso greco più comodo anche per la possibilità che esso concedeva di ammogliarsi, nonché per i controlli gerarchici affievoliti. Nello stesso secolo ottavo i basiliani arrivarono a frotte da Bisanzio per sfuggire l’iconoclastia, il divieto di venerare le immagini. Tanto più accetti a Roma in quanto erano monaci e non ponevano problemi di celibato. Nel 1472 la diocesi di Oppido viene unita a quella di Gerace, retta da Attanasio Calceòpulo. Sarà questo vescovo greco, un monaco del Monte Athos, basiliano, che seguì Bessarione a Roma nell’ultimo tentativo al concilio di Firenze di riunificate le chiese d’Oriente e Occidente, a mutare nel 1473 nelle due diocesi il rito greco nel latino. Il 19 marzo 1481 un decreto romano abolì il rito greco in Calabria. I basiliani si ritirarono a Grottaferrata.
Il cambiamento sarà progressivo: ancora un secolo dopo i paesi aspromontani di Pedavoli, Paracorio, Scido, Giorgia, Cozzapodini, Sitizano, Lubrichi, saranno citati dal Barrio, “De Situ et Antiquitate Calabriae”, come “villaggi greci, che la religione celebrano in lingua e usi greci, anche se nel quotidiano usano la lingua greca e la latina”. Ma Polsi farà capo da allora alla diocesi di Gerace-Locri, il primo vescovo di Polsi è lo stesso Calceòpulo. Il cui “Liber Visitationis (1457-58)” dei luoghi pastorali è ricco di particolari e, a ogni riscontro, preciso. A Polsi trovò una comunità di cinque monaci, guidati da un abate sapiente e venerabile, Gerasimo, che disponevano dei quaranta manoscritti greci poi andati perduti, una biblioteca allora considerevole.
Il sito è meglio descritto da Edward Lear, che vi passò a metà Ottocento, e nei “Diari” ne fece oggetto di vari schizzi, di una tavola, e di due pagine dettagliate: “Per certo, Santa Maria di Polsi è uno dei posti più notevoli in cui mi sia imbattuto”. Dopo averne descritto la topografia, ne rimarca la mancanza di visuale, come di solito hanno i monasteri isolati in Italia: “Il carattere perpendicolare è singolarmente sorprendente, le rocce alberate a destra e a sinistra chiudendolo come le quinte di un teatro… Qui tutt’attorno, di sopra e di sotto, sono boschi ravvicinati e montagne – nessuno sbocco, nessuna varietà: rigida solitudine e un senso di eremitaggio regnano”. Il Superiore gli spiega che per la maggior parte dell’anno i monaci conducono vita isolata, quando non sepolti dalla neve, con la sola compagnia di qualche montanaro di passaggio, “gente semplice, tenace, senza niente dell’espressione di ferocia che i Lavater inglesi attaccano per vecchia tradizione alla fisionomia calabrese” - il Superiore (l’arciprete Domenico Fera) si meraviglia molto all’idea dei preti (anglicani) che si sposano, e Lear si diverte a citarlo in italiano: “Vescovi sposati? O cielo, una moglie di arcivescovo!” Il “carattere perpendicolare” significa che per accedere a Polsi, che è a 862 metri di altezza, si scende. Specie dal passo dei Reggitani, per un dislivello quasi a piombo di mille metri. Notevole la scarpata anche scendendo da Carmelia, per Bocale e la fonte della Pregna, la sorgente della donna incinta.
I controlli e gli ammodernamenti hanno attenuato ma non cancellato il carattere popolare della festa: si balla, si mangia e si spara lungo la strada, e poi in chiesa. Oggi si tende a dire “pagane” queste manifestazioni. I razionalisti e i credenti moderni tornano schifati da Polsi: dalle pelli appese con le mosche, dai pentoloni sul fuoco per bollire la capra, dal ballo ossessivo, profano, anche indecoroso. Insomma dal popolaresco, che sembra farvi la caricatura di se stesso. Ma pagano connota anche qualcosa di irreligioso, e questo non è nel carattere di Polsi. Corrado Alvaro, che di Polsi ha scritto in più occasioni (Antonio Delfino ne ha redatto una silloge in “A Polsi, con Alvaro sui sentieri dell’anima”), nel sussidiario “Calabria”, da lui compilato nel 1931, ricorda anch’egli perplesso il luogo e la festa: “Dirò d'una festa che è forse la più animata delle Calabrie (allora durava tre notti e tre giorni, n.d.r.)... Nell’Aspromonte abbiamo un Santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. È un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie...”, con un inciso che è una riserva: “Le feste fanno conoscere la natura degli uomini”. Più persuasive le note di padre Stefano De Fiores, altro sanlucoto illustre, gordinario di Teologia mariana alla Gregoriana, riprese da Domenico Caruso in “Storia e folklore calabrese”: “A Polsi si evidenziano le note della pietà mariana popolare: il senso di una presenza viva dotata di potenza e bontà, l’attrattiva della bellezza, l’esigenza di contatto immediato, il bisogno di far festa”. Sono le note con cui, in linguaggio moderno, il musicologo Roberto De Simone, ricostruendo nei suoi ricordi (“Novelle K 666”) le devozioni popolari dei suburbi napoletani, da lui vissute con trasporto, così ne analizza il senso: “Un rito battesimale in cui si convogliano e si riplasmano culturalmente il malessere esistenziale, le colpe collettive, una medianità repressa, lo sgomento di essere toccati o invasi dal numinoso, come avveniva in lontani orizzonti precristiani”. Com’è sempre avvenuto, anche se in forme diverse: più che arcaiche queste sono esperienze di cui il mondo s’è privato, che, individualista, borghese, decoroso, rifiuta l’arcano e il “numinoso”.
La religiosità è tema arduo. La religiosità popolare è tuttavia indiscutibile, in qualsiasi forma. Si discuteva trent’anni fa (1977) se la religione popolare continui a vivificare, tesi americana, o se essa non sia invece, tesi europea, un residuato folklorico. Erano gli anni in cui Ambrogio Donini, lo storico marxista delle religioni, deprecava nella prefazione al Gemelli: “Troppo a lungo la storia delle tradizioni popolari ha costituito poco più di un capitolo a parte nelle denunce delle puerilità e delle “degenerazioni” dei ceti popolari”. Oggi nessuno mette in discussione la tesi americana. In Calabria, nel primo volume della progettata “La pietà popolare in Italia” che le sue Edizioni di Storia e Letteratura inauguravano dieci anni fa appunto con questa regione, il compianto storico Gabriele De Rosa trovava “nomi greci, antichi e meno antichi, che accarezzano il linguaggio e la memoria di un grande passato, senza ritorno, ormai immobile, esausto e sfinito come una terra esangue”. Ma, notava, “la Grecia e Bisanzio, i monaci del Mercurion e le celle montane del Cilento, san Fantino e san Nilo, san Leo hanno salvato le coste (dall’invasione saracena, n.d.r.) con la preghiera come implorazione di grazia”. La preghiera, in tutte le sue forme, è implorazione di grazia. Che sopravvive anche nella modernità, e travalica “la “cecaggine””, diceva il dotto sacerdote, degli usi confraternali e dei folklorismi. “Il fascino di questa terra”, commenta monsignor Gianfranco Ravasi sul “Sole 24 Ore” del 24 gennaio 1999, “è nei suoi due volti, quello bizantino e quello latino, ora in dialettica ora in contrappunto armonico”. Delle settanta Madonne censite in “La pietà popolare in Calabria”, ventidue sono di matrice orientale. Gli spazi più densi di pietà popolare risultano la Vallis Salinarum, o valle degli ulivi, l’attuale piana di Gioia Tauro, e il Mercurion, la valle che unisce Calabria e Lucania sullo Jonio.
Nasce da qui il detto del vescovo Bregantini, prete trentino: “Se vuoi conoscere la Calabria devi conoscere l’Aspromonte, ma se vuoi conoscere l’Aspromonte devi conoscere Polsi”. Un detto forse rassegnato, e che tuttavia potrebbe restare a esergo della sua prelatura. È la stessa conclusione di Perna, “è il cuore dell’Aspromonte”, che a Polsi avrebbe voluto la sede del Parco, non fosse stato per il difficile accesso e per l’equivoca associazione a San Luca, il comune cui il santuario risulta frazione. Il cuore della Calabria è dunque un santuario. Anche per lo scrittore Antonio Delfino, memoria storica e narratore dell’Aspromonte e di Polsi (“Gente di Calabria", “Amo l’Aspromonte”, “La nave della ‘ndrangheta” sono alcune delle sue raccolte di racconti), “non c’è dubbio, Polsi è il cuore della montagna”. Si va a Polsi “non per una devozione specifica ma per amore della Madonna”, spiega Delfino, “potrebbe essere questa la vera fede”. Una devozione popolare e anche spontanea, organizzata ma non promossa da congregazioni, associazioni, patronati, e a lungo anzi osteggiata, dopo le leggi anticlericali e eversive della proprietà ecclesiastica degli ultimi Borboni e dell’Italia unita. Ma parte, bisogna dire, anche della cultura alta dei luoghi, quella che ha primeggiato tra Ottocento e Novecento, compreso il recalcitrante Alvaro, e fino a Francescantonio Leuzzi, massone professo (libero docente di Semeiotica medica a Napoli, Leuzzi si aggregò alla sparuta dozzina di ordinari universitari che rifiutarono il giuramento al fascismo, perdendo la cattedra e lo stipendio). La devozione, il pellegrinaggio e la Madonna della Montagna furono soggetto dei poeti latinisti insigni, Diego Vitrioli di Reggio, Francesco Sofia Alessio di Taurianova, che primeggiavano al premio Amsterdam, il certamen di poesia latina della Reale Accademia Nederlandese.
Il pellegrinaggio è certo speciale. “Il pellegrinaggio evoca moltitudini di pellegrini che attraversano montagne, fiumi, foreste”, ironizzano Fruttero e Lucentini nel loro romanzo-catalogo, “L’amante senza fissa dimora”. Quello di Polsi non evoca, è. I pellegrini andavano fino a ieri in “carovane”, nei sei mesi di tempo clemente. È un uso che non si è perduto: le carovane si ricostituiscono ancora da molti luoghi, soprattutto per la festa, nella seconda metà di agosto, che culmina il 2 settembre con la processione della Madonna per le balze che circondano il santuario. Sono folle che l’esiguità dei sentieri e delle strutture ingigantisce, gruppi familiari, di clan, di quartiere, di parrocchia, e ora circoli culturali, talvolta organizzati da procuratori. Dallo Jonio le carovane risalgono il Bonamico, la tipica “fiumara” dell’Aspromonte. Dal Tirreno si va a Polsi attraverso Delianuova e il Piano di Carmelia, da Reggio e l’estrema punta della penisola per Gambarie e il Piano dei Reggitani, sotto il Montalto. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso i Messinesi – ma venivano da Ganzirri, Capo Faro e altri paesini più che dalla città – arrivavano a Delianuova il pomeriggio del 31 agosto, e dopo alcune ore ripartivano a piedi, via Carmelia, per essere a Polsi alle prime ore dell’1 settembre.
Per secoli, fino a questi primi anni del millennio, il pellegrinaggio è stato come Corrado Alvaro lo ha ripetutamente descritto, da “Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia” - la sua prima operina di diciassettenne, con le “belle cardole”, le ragazze di Cardeto in costume, che ballavano vivaci e aggraziate la tarantella - a “Gente in Aspromonte”. Sul pellegrinaggio è centrato il racconto “Consolata” della raccolta, con “la Madonna di pietra colorata”, “la folla compatta”, la chiesa ridotta a “mistico ovile”, dove i pastori portano in voto “le mucche e le capre infiocchettate”. Ma già il racconto lungo del titolo, “Gente in Aspromonte”, crea attorno ai pellegrini una delle sue scene principali, che scaldano la buona stagione del chiuso e cupo villaggio “cantando e suonando giorno e notte”. Si grida “viva Maria!” e si sparano colpi di fucile: “La folla si snodava lungo lo stretto sentiero in fila indiana. I bambini piangevano nelle ceste che le donne portavano sulla testa, i muli con qualche signore seduto sopra facevano rotolare a valle i sassi, una signora vestita bene camminava a piedi nudi tenendo le scarpe in mano, per voto. Una donna del popolo andava con le trecce sciolte…” Il santuario è remoto: “Nella valle l’ombra era alta, e pareva che la riempisse, col rumore di un torrente che si gettava da un salto del monte”. Varie scene movimentano il percorso: “Una comitiva sbucò suonando e sparando in aria. Andava avanti uno con una zampogna, e un altro batteva ora il pugno ora le cinque dita a un tamburello. Altri lo seguivano a passo di ballo, per voto, come potevano, uomini e donne. Uomini e donne si davano a tratti, ballando, dei gran colpi con le natiche, senza ridere… Un’altra frotta di pellegrini sbucò coi fucili sulla strada. Avevano accese le fiaccole… ”.
Nel racconto “Festa a Polsi”, così Antonio Delfino ricorda il pellegrinaggio del 1943: “Sul greto del Bonamico i pellegrini stanchi dormivano in giacigli improvvisati, al rumore piacevole dei sassi che rotolavano tra la corrente. Le sonagliere dei muli interrompevano il silenzio della notte. Dal Puntone della Croce, un formicaio umano, dopo una breve sosta alla fonte della Pregna, scendeva attraverso la sterrata della Figurella, dopo aver depositato, grandi e piccini, una pietra portata sulle spalle, ai piedi di una croce di legno che dominava tutta la vallata. La pietra, come simbolo di penitenza, che, davanti alla croce, libera l’uomo da ogni colpa. Al ponte della Sedia, breve sosta per entrare a Polsi, tra i secolari castagni piantati dai monaci basiliani all’inizio del primo millennio e poi l’acre odore del castrato, rosolato tra le pietre della fiumara ed offerto tra la fraganza delle felci”. Sotto i castagni, crepita a tratti la fucileria: “Era l’annuncio dell’arrivo di qualche carovana, che per antica tradizione si fermava all’ingresso di Polsi per ricevere, prima di entrare in chiesa, dal Superiore, lo stendardo con l’effigie della Madonna”.
Anche il santuario è speciale. Polsi è il luogo di culto con la più lunga continuità nel Mediterraneo e in Europa. Partendo dalla fondazione della vicina Locri, che si fa ascendere al 7189-720 a.C., da parte di coloni greci, una colonia matriarcale. La scelta di Polsi come sito religioso di Locri può sembrare incongrua: per quanto vicino in linea d’aria, e il Bonamico fosse all’epoca in parte navigabile, il santuario è stato a lungo, e resta tuttora, di faticoso accesso. Ma un santuario, più che alle feste, serviva allora a custodire un segreto, talvolta anzi quello più importante, l’anima segreta della nazione. Era questo il senso dell’uso allora corrente di celebrare i nuclei centrali dei riti fondamentali in segreto. La ritualità e la collocazione dei primi santuari greci ripetono l’inclinazione all’arcano dei primi sacerdozi, che venivano dal Sud Mediterraneo, dall’Egitto e da Creta.
A Polsi, dove “si scende”, la devozione è simbolicamente una discesa agli inferi, che ripete quella di Persefone. Persefone è l’antica divinità di Locri. Risponde al mito di una fanciulla bellissima, “dal volto di bocciolo”, figlia di Zeus e Demetra, la “madre terra”, rapita dal dio degli Inferi Ade mentre giocava coi figli di Oceano sui prati lussureggianti di fiori. Quando Persefone stese le mani verso il narciso la terrà si spalancò, Ade ne emerse e se la portò via in lacrime sul suo cocchio dorato. Nelle innumerevoli pinakes, tavolette votive in terracotta, rinvenute negli scavi a Locri e ora al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, Persefone presiede alle attività agricole. Il culto è tramandato tal quale nella vicina Bova, colonia di Locri, la domenica delle Palme nella processione delle “Persephoni”, grandi statue femminili di foglie d’ulivo (della varietà Chianese‑Sinopolitana, l’ulivo di alto fusto che forma nella Piana di Gioia Tauro il panorama forse più emozionante della Calabria). Ed era analogo al culto della Dea Madre nel santuario epirota di Dodoni, sull’altro versante dello Jonio, altrettanto remoto e segreto che Polsi.
La devozione è tipicamente mariana, anche se in forme tutte sue – anch’esse insomma speciali: della Madonna che, oltre ad essere la madre di Cristo, eredita tutte le funzioni cultuali delle antiche divinità femminili. Il filo non si è mai interrotto dall’antichità, che attorno e in prossimità dell’Aspromonte ha avvertito e onorato “presenze” femminili: Persefone, Afrodite, che a Locri aveva tre luoghi di culto distinti, ed era la divinità di Palmi-Bagnara-Scilla-Messina, e il Toro. La Persefone dell’Alt Museum di Berlino, uno dei gioielli museali della capitale tedesca, che sarebbe stata trafugata un secolo fa da Locri (Alvaro ne racconta la storia in "Mastrangelina"), si adorna anche di simboli marini, per sovrapposizione col culto di Afrodite. “La pietà popolare in Italia” censisce non lontano, a Nicastro, anche una Madonna delle Cucchiarelle, dal greco cochlea per conchiglia, cristianizzazione anch’essa del mito di Afrodite. È il culto della fertilità. La Madonna di Polsi, la “Madonna dal volto di popolana” (Delfino), è forse il caso più appariscente di esibizione frontale del corpo di Cristo, anche se è sfuggito al repertorio classico, “The Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion”, di Leo Steinberg: più che mostrarlo, ostenta il Bambino nella sua nudità. La traccia persiste nelle colonie locresi della piana di Gioia Tauro, Medma (Rosarno) e Metauro (Palmi), in una con la toponomastica legata al toro, residuo di un altro filone del culto della Dea Madre, Artemide Tauropolos, la cretese Madonna del Toro. La Vergine associata al Toro è reminiscenza micenea – ampie sono le tracce micenee nel Sud d’Italia, benché inesplorate - di origine minoico-cretese. I Normanni, cui si deve la rinascita di Polsi, edificarono molte chiese di varia devozione a Maria nella fascia tirrenica, da Tropea a Reggio.
Polsi è da sempre luogo di riferimento di Messina e Palmi, di Bagnara, di Delianuova, sottocolonia di Bova, e di altri centri legati al culto mariano. Con una distinta struttura matriarcale a Bagnara, e nelle finitime Pellegrina e Solano, Solano, perdurante a Novecento inoltrato e nucleo centrale di “Horcynus Orca”, l’epica di Stefano D’Arrigo, materia di studio ancora a metà secolo della Sorbona, della Fondation Nationale des Sciences Politiques, sotto la direzione di Jean Meyriat. Per i messinesi Polsi è un riferimento fin dal terzo secolo dopo Cristo: vi si sarebbero a lungo rifugiati per sfuggire alle persecuzioni. Bagnaroti sono stati – e lo sono ancora nelle occasioni meno importanti – i portantini della statua nella processione. In maggior parte bagnaroti sono stati fino a recente i procuratori della festa, ora membri del comitato. Deliesi sono stati fino agli anni 1970 i bancarellari, poi sostituiti da sanlucoti. Sono tutti devoti di Maria i paesi che a varie epoche, come vedremo, hanno avuto a Polsi delle case di accoglienza per i pellegrini. Alto ma profondo, il santuario è, come dice ancora Bregantini, il “grembo dell’Aspromonte”. La caratterizzazione si conferma con le leggende dell’Alto Medio Evo, del Sabba e della Sibilla. Quando, al termine della processione, la statua della Madonna giunge davanti al santuario, viene rigirata rapidamente, in maniera che possa far fronte alla Maga Sibilla, la morte, che la insidia dal capo della valle. Buona parte delle leggende e della storia che accompagnano dopo il Mille la rinascita del santuario lo legano al sentimento della Dea Madre. Ancora nel 1647, nel “Sentimento dell’Opera”, la sinossi del suo “Adamo Perduto”, pubblicato quell’anno a Cosenza, nel quale molti vedono l’originale del “Paradiso perduto” di Milton, Serafino della Calandra, frate predicatore, annuncia “fra breve… un’altra operetta, titulata Venere Pudica, e Martire della Città di Locri, adesso Gerace”.
L’antropologia della festa, di Jesi, Lanternari, Lombardi Satriani, non manca di mettere in rilievo come il pellegrinaggio sia stato a lungo l’unica occasione di viaggiare, specie per le donne. E una sorta di carnevale sacro, di liberazione periodica del controllo sociale – molti comportamenti restrittivi, in famiglia e fuori, sono determinati nelle società statiche dalla “faccia della gente”, dal controllo sociale. “Le donne, per esempio, sia pure per un breve tempo, uscivano da uno stato di costrizione” (Giovanni Sole, “Il cammino verso la Grande Madre”, in Luigi M. Lombardi Satriani, a cura di, “Madonne, pellegrinaggi e santi”). Il pellegrinaggio era anche “un’occasione per fare ciò che in tempi normali era proibito”. Henry Swinburne e Norman Douglas, i viaggiatori a piedi di fine Ottocento in Calabria, trovano presso i santuari donne momentaneamente libere e corteggiamenti. Polsi è praticamente assente nella letteratura di viaggio, se si eccettua il dettaglista Lear. E anche nell’antropologia religiosa: si sono fatti studi su molte Madonne in Calabria, ma non su Polsi. Ma non per questo i connotati del culto sono meno precisi. Un gruppo di donne di san Giorgio Morgeto, da Perna incontrate tre anni fa sul sentiero per il santuario, ci andavano, dissero, “per liberarsi dalle famiglie, dai mariti”, almeno per qualche giorno.
La storia risale al secolo XI, nel quadro della “latinizzazione” della Calabria, a opera dei normanni. Ne sono testimonianza la Croce di ferro, e alcuni tratti costruttivi che ripetono la Cattolica di Mileto, la città nell’entroterra di Tropea che fu la capitale dei Normanni dal 1058 al 1110, del Gran Conte Ruggero e di suo figlio Ruggero II. Roberto il Guiscardo, il Furbo, scende in Italia con la seconda ondata dei figli di Tancredi nel 1047. Nel 1056 succede a Unfredo in Puglia. È un violento, tanto da incorrere nella scomunica. Ma è anche un politico: si ravvede e si lega alla curia romana. Nel 1058 scende in Calabria. Lo accompagna il fratello più piccolo, Ruggero, che sarà il Gran Conte. Dal tempo di Pipino il Breve il papa sempre ha usato i francesi - i franchi, i normanni, gli angioini e fino a Napoleone III - per curare gli interessi temporali nella penisola. Mileto, prima capitale del Conte Ruggero, nel 1058, è la prima diocesi di culto latino del Meridione, nel 1080. Vi nacque Ruggero II il Normanno, che nel 1110 riuscì a sbarcare in Sicilia, spostando la capitale a Messina.
Il recupero di Polsi a luogo di culto si fece a opera dei basiliani, monaci greci di culto latino, che scesero a Polsi, secondo l’etnografo Raffaele Corso, abbandonando il cenobio aspromontano del monte Pistocchìo – ove dei ruderi non classificati sono tuttora visibili. La costruzione del santuario è datata convenzionalmente 1144: la data spiega il legame speciale del rinato santuario con Messina, oltre che con i Normanni. Ma i primi documenti – quelli che ne danno l’etimologia – sono di due secoli dopo. Una Madonna bizantina bruna (“nera”) Gorgoepikoos, “la Madonna che ascolta pronta”, del genere in cui la Madonna o il Bambino reggono il globo crocifero, su tavola, sarebbe anch’essa del Trecento. Le case e i pellegrinaggi sono certificati dal 1457, dalla visita del futuro vescovo Calceòpulo: le coltivazioni sono ordinate, scrive il visitatore, gli spazi puliti, le case spaziose. Ne residuano, di fronte alla torre campanaria, quella ampia di Bagnara e quella di Campo Calabro, e di fronte alla porta principale quelle di Messina, Ganzirri e Pedavoli (Delianuova), che nel 1894 il superiore don Enrico Macrì ha fatto demolire e ricostruire, ridimensionandole, “ad incremento della piazza, a scopo di fare un nuovo ingresso alla chiesa”. Restano attive anche la casa di Platì, la casa di Cittanova, la lunga fila delle case di Condofuri.
Da almeno sei secoli, dunque, il santuario ha una struttura ricettiva, che nella scala del Quattrocento si può considerare di dimensioni molto ampie. Ed era dotato di vasti censi, canoni e proprietà fondiarie. Nel 1604 una “platea” dei beni del santuario rivendicati dall’abate don Giovanni Sanchez in territorio di Bianco, San Luca, Careri, Natile, Bovalino, Casignana, Condojanni, Santa Giorgìa di Santa Cristina, Platì, assommava a poco meno di mille ettari, calcola Gemelli, più delle proprietà della diocesi di Gerace-Locri. A fine Ottocento risultano censite le case – due stanze sovrapposte, su un “basso”, lo scantinato – di Bagnara, Pedavoli, Oppido, Santa Cristina, Mammola, Sambatello, e quelle di Messina, quattro stanze con una balconata in legno, e Reggio, tre stanze. Ognuna con un orto di tre tomoli, pari a un ettaro nell’area aspromontana – il tomolo è una misura di capacità del frumento, pari a 55-56 litri: tomolata, e anche tomolo, è la superficie necessaria a produrre un tomolo di grano, nella valle del Bonamico pari a un terzo di ettaro.
La statua monumentale della Madonna, in pietra siracusana, del peso di otto quintali, opera dello scultore Rinaldo Bonanno, fu portata a Polsi in regalo dai messinesi nel 1580. Messina punteggia molti momenti della storia di Polsi – forse perché la Sicilia non è afflitta dal morbo del “silenzio della storia”. Bonanno, messinese, allievo di Montorsoli e Montanini, ne mediò l’ispirazione ellenistica in numerose rappresentazioni di Bambini giocosi e Madonne giovanili e materne. La tiara d’argento nella quale la Croce di ferro è contenuta è del 1632, offerta dai messinesi. Si devono ai messinesi, di Messina e di Ganzirri, le dotazioni di maggior pregio del santuario. Il diario del primo parroco nominato da Gerace nel 1730, il dottore protopapa don Stefano Piteri, da Careri, scoperto e conservato da Vincenzo De Cristo a Cittanova, e in parte pubblicato da mons. Raschellà (“Nuove luci su Polsi”), dà il tono: “La festa di questa gran signora non ha giorno determinato, poiché da maggio fino a tutto novembre è una continua festa”. La festa si faceva allora il 4 settembre, “festa particolare”, scrive il dottore, per “l’arrivo dei Signori Messinesi”. Nel 1731 i Messinesi portarono in dono “un Tabernacolo; un trono coronato con bellissima corona a finissimo intaglio fatto tutto d’oro guarnito; un ombrello di bellissimo drappo guarnito alla moda; una sfera d’argento e un avanti altare o paliotto di damasco forestiero con la cornice di mistura”, oltre alle offerte personali, in gioielli e al ceppo. Il vescovo, intervenuto al culmine delle celebrazioni, registrò quell’anno “più di settantacinque grazie segnalate”, di cui diciotto “strepitose e consolantissime”. L’altare in marmo policromo fu offerto dai messinesi nel 1737.
Un po’ ovunque in Sicilia, più spesso in chiesette bizantine, è diffuso il culto della Madonna in riferimento a Polsi, celebrata come Madonna della Montagna ad Alì Superiore, e come Madonna del Bosco a Milazzo, Partinico, Bisacquino, Buscemi, Rodia nei pressi di Messina – sin dal Medio Evo – e Messina. A Messina nel 1614 si eresse una chiesa in onore della Madonna del Bosco – il quadro della Madonna sarà dipinto dal Catalano l’Antico l’anno successivo – e si costituì una confraternita per i pellegrinaggi a Polsi. Distrutta dal terremoto del 1908 e riedificata, la chiesa fu poi demolita per sempre dai bombardamenti alleati del 1943. Fino a una ventina d’anni fa Ganzirri ha onorato la Madonna di Polsi anche con una festa sulle rive dei suoi laghi l’ultima domenica di settembre. A metà Settecento risultavano a Polsi una casa dei Messinesi, una dei Ganzirroti e Faroti e una del canonico messinese Gullì. Per i messinesi, nel 1799, risultavano nella casa di Polsi sei stanze, coi relativi bassi, e i balconi di legno.
Il campanile e la navata principale della chiesa sono dei primi del Settecento. Il convento è stato ricostruito a partire dal 1740. La Croce fu collocata nel 1771 sopra un altare policromo fatto erigere quello stesso anno dal marchese Vincenzo Maria Carafa per la guarigione – la resurrezione – del figlio, marchesino di Roccella. Nel 1784 la Cassa Sacra, istituita dal governo borbonico di Napoli per finanziare la ricostruzione dopo il sisma catastrofico dell’anno precedente, requisiva nel santuario un quintale abbondante di oro e argento.
Il santuario è stato variamente retto da abati, priori, superiori, rettori. Con la ripresa dell’interesse della curia di Gerace ai primi del Settecento, la chiesa fu eretta a parrocchia con un proprio titolare, in quanto a grande distanza dai centri abitati, variamente chiamato vicario, curato, protopapa, canonico, arciprete - in aggiunta al titolo di abate, eccetera. San Luca, il centro più vicino, distava dodici miglia di un sentiero accidentato da torrenti e burroni. In precedenza il santuario sarebbe stato affidato all’ufficiatura dell’abate dell’ex convento basiliano di Potamia, il villaggio vicino San Luca che una frana distrusse nel 1592. Gli abati, di cui si ha traccia dal 1604, sono venuti da Platì principalmente, e da svariati altri luoghi, Careri, Bianco, Casalnuovo d’Africo, Santa Severina, perfino da Napoli, prima che da San Luca.
La statua della Madonna non viene rimossa per la processione, salvo che per i giubilei (incoronazioni), i primi tre ogni cinquant’anni dal 1881, dal 2006 ogni venticinque anni. In processione va la minuta statua lignea regalata a questo fine nel 1881 dal conte Ruffo di Sinopoli. Il convento ha ospitato fino a prima dell’ultima guerra dei frati detti di San Paolo l’Eremita, novizi e cercatori diffusi un po’ in tutta la Calabria, che non pronunciavano voti. Successivamente, fino alla recente ristrutturazione, è rimasto in abbandono, ospitando i pellegrini in giacigli di fortuna.
La leggenda riporta le origini del santuario agli albori dl IV secolo, quando papa Silvestro I vi ritrovò i cristiani messinesi che vi si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni dell’imperatore Costantino, e insieme pregando ne ottennero la conversione nel 313. Il luogo mantiene intatte le sue leggende. Che hanno sempre un fondo storico, per quanto presumibile. Partendo dalla più attendibile, l’origine greca antica. Attestata da tre caratteristiche che l’etnologia considera di chiaro significato: il ballo in chiesa, i fuochi (i botti), l’ecatombe. Il pellegrino di Polsi deve mangiare il capro: è, era, una cerimonia di chiaro nome, anche se desueto, l’antica ecatombe, il sacrificio di animali presso il tempio (gli usi che vanno via via scomparendo per la modernizzazione sono documentati nella raccolta di foto storiche “Saluti da Polsi”, Nuove Edizioni Barbaro). Il ballo, la tarantella, accentua nel modo “reggitano”, o meglio aspromontano, la diatonia antico greca, accordi semplici reiterati con minime variazioni. Maria Barresi lo fa derivare dal kordax, il ballo che intervalla le commedie greche ("Il Kordax dalla Grecia alla mafia"). Ma più probabilmente deriva dal sikinnis, il ballo dei satiri, anch’esso come il kordax inteso a propiziare la Fertilità. Il kordax, un ballo mascherato, è detto dai testi antichi “lascivo”, “sguaiato”, “osceno”, mentre il sikinnis, detto “vivace”, “rapido”, “vigoroso”, al più “sapido”, risponde meglio alla tarantella aspromontana, che si balla in coppia, variamente assortita da un maestro di ballo tra i partecipanti disposti in circolo – “quando c’è ruota c’è festa”, dice il maestro Battaglia, dell’Associazione dei Suonatori di Cardeto. All’uso greco rimandano anche le “case” e le fazioni: le prime sono reminiscenze dei tesori – in realtà edifici a forma di altare, o comunque sigillati - che le città greche e magnogreche depositavano presso i maggiori santuari, in segno di devozione e a suggello di alleanze, mentre le contese, che contraddistinguevano le antiche polis, si rinnovano a Polsi per portare la statua in processione, tra Bagnara e San luca, per portare lo stendardo, tra Reggio e Messina, per reggere le aste del baldacchino, idem.
Il sincretismo è persistente, i miti non hanno mai cessato di proliferare al centro di quel “bosco sul mare” che è l’Aspromonte, un paesaggio privilegiato che il Parco oggi protegge. Andando a Polsi s’incontrano ancora il Sabba e le Sibille. Successivamente i Normanni, che hanno dato il nome all’Aspromonte, lo hanno popolato anche dei loro cicli di avventure cavalleresche, il ciclo carolingio, con la “Chanson d’Aspremont”, e quello bretone, dalla Fata Morgana di re Artù a Guerrin Meschino. La tradizione che vuole l’Aspromonte greco, “bianco monte”, non ha base filologica: coniuga aspros, greco per bianco, col latino mons. La montagna peraltro non ha nome prima, lo prende con la venuta dei normanni, che vi insediano i lori cicli di avventure. Ricollocandole, con minime variazioni onomastiche, tra i suoi boschi e il mare dello Stretto di Messina, che i normanni agognavano di traversare – i nemici erano sempre gli stessi, gli infedeli arabi. La maggiore novità della “Chanson d’Aspremont” rispetto agli altri cicli cavallereschi è il posto che essa fa ai romiti delle Rocche, oggi dette di San Pietro, e della montagna in generale, uomini di preghiera, difensori del popolo, ammirati dai nemici mussulmani. Di cui nelle balze sopra Natile, non lontano da Polsi, che riproducono in piccolo le Meteore della Grecia o la Cappadocia in Turchia, si trovano tuttora consistenti tracce.
Ancorato alla leggenda è anche il manufatto del santuario di più sicura ascendenza storica, la Croce normanna. La Croce, in ferro battuto, grezzo, alta cm.70, sarebbe stata rinvenuta da un torello. O meglio da un pastorello cui il vitello lo indica. Un’altra leggenda la vuole rinvenuta dai levrieri del Conte Ruggero, nel corso di una battuta di caccia, nel 1084. Una terza leggenda i levrieri dice del Re Ruggero e il ritrovamento del 1144 – epoca nella quale il re normanno era già a Palermo. Le tre ipotesi vengono il superiore di Polsi Domenico Fera sintetizza a Edward Lear in una: il Toro attese il passaggio di Ruggero per spingerlo, scavando la Croce, a costruire il monastero. La leggenda pastorale si colloca in luoghi dell’Aspromonte legati al pellegrinaggio, Santa Cristina, Carmelia, Pedavoli, Piano o passo dei Reggitani.
La croce è comunque “rinvenuta”, non “appare”. Mons. Vincenzo Raschellà, che nel 1938 pubblicò gli esiti delle sue ricerche nell’archivio della diocesi di Locri in “Nuove Luci sul santuario di Polsi”, opina che la croce fosse residuata dal frontone della chiesetta dello stesso nome, Santa Maria di Polsi, esistente dai primi secoli dell’evo cristiano alle Rocche di Juncari, luogo di devozione greco-ortodosso, travolta - da terremoto o alluvione – attorno al 1500. La Croce ha ora un culto rinnovato. È stata portata in processione nella diocesi di Gerace nel 1997, quindi anche a Crotone e Ganzirri, e per la Pasqua del 2006 fino a Roma, dove il cardinale Javier Lozano Barragàn ne ha celebrato il “significato per l’Europa”.
Addendum. Nel quadro dell’appiattimento mediatico del Sud sulla delinquenza, Polsi viene nuovamente legato alla mafia, la ‘ndrangheta. E più specificamente a quella di San Luca, in particolare nell’estate del 2007, dopo l’esecuzione di sei sanlucoti a Duisburg in Germania. Le Radio Rai del 2 settembre 2007 hanno fatto delle celebrazioni la “festa patronale” di San Luca, e questo è l’unico inconveniente reale della devozione. È San Luca che, con la vicina Platì, ha riverberato sinistra fama sul santuario. Dapprima con l’industria dei sequestri negli ultimi trent’anni del Novecento - attorno a Platì-San Luca Cesare Casella fu tenuto in cattività per due anni, e Alessandra Sgarella, l’ultima sequestrata, per otto mesi nel 1998. Ora col commercio europeo della droga. Ma anche prima, bisogna dire: si rubava già in “Gente in Aspromonte” l’oro della Madonna e le offerte, per giocarseli a carte. Un sacrilegio non temuto: Alvaro lo attribuisce nel racconto a un “forestiero”, un “parente del priore”, uno “di un paese vicino dove la gente era la più furba della contrada”, e cioè Platì, ma nel cupo villaggio che fa da sfondo al racconto, cioè a San Luca, il sacrilegio non suscita nessuno scandalo.
Il santuario si trova alla stessa distanza, geografica e a piedi, da San Luca che da Delianuova o da Platì. Ed è intimamente legato anche all’area tirrenica. L’ultimo giubileo è stato celebrato a fine 2006-inizio 2007 con un pellegrinaggio della Madonna della Montagna attraverso tutte le parrocchie della Piana di Gioia Tauro. Ma un paio di segretari comunali e ora la prelatura Bregantini lo hanno legato a San Luca. I segretari comunali originari di San Luca operando nei Comuni di Bovalino e Delianuova negli anni 1920-1930 hanno fatto di San Luca il Comune più grande dell’Aspromonte: il paese che Corrado Alvaro fissava nell’estrema indigenza, nella chiusura, nella sopravvivenza, di poche case in pietra e malta continuamente sbriciolate dal torrente, diventava in quegli anni surrettiziamente il maggior “proprietario” dell’Aspromonte, con diecimila ettari ed estese propaggini perfino sul versante tirrenico, un sedicesimo di tutto l’Aspromonte, poco meno di un settimo del Parco, di cui fanno parte una quarantina di Comuni.
La questione dell’appartenenza non è di poco conto. Un abate peraltro benemerito del santuario, don Giosafatto Mittiga di Platì, mentore e fonte di Alvaro giovinetto, tentò di risolverla negli anni 1920 creando una diocesi a se stante, che avrebbe raggruppato attorno a Polsi alcune parrocchie di Gerace-Locri (San Luca, Cirella, Natile) e di Oppido Mamertina (Delianuova, Scido, Santa Cristina d’Aspromonte), ma fu sconfessato a Roma. Polsi resta frazione di San Luca, e il rettore di Polsi è, dopo Mittiga, il parroco di San Luca. L’ipotesi è che la Madonna della Montagna si riverberi benevolmente su San Luca. È dubbio, San Luca avendo bisogno non di compiacenza ma di una brusca repressione e di una sana prevenzione. Mentre l’inverso è possibile, e anzi avviene: che il santuario e la devozione passino per mafiosi. Nel 1931 Francesco Siciliano, segretario comunale di Bovalino, attribuiva ai sanlucoti il titolo di portantini della statua nella processione del secondo giubileo, per “diritto di dominazione del proprio territorio”. Il maresciallo Giuseppe Delfino e il canonico Francesco Pangallo avevano statuito a favore dei bagnaroti, per diritto tradizionale, ma senza effetto. Al terzo giubileo, nel 1981, il rettore del santuario, don Pino Strangio, ha sanzionato il cambiamento: “Questo momento (la processione, n.d.r.) appartiene alla gente di San Luca”.
(Il sommario di queste note è stato pubblicato nel numero di settembre del "National Geographic)
venerdì 28 settembre 2007
Quattro milioni alle primarie sono i parenti
Prodi non cade, naturalmente, perché ha le primarie del Partito Democratico, poi ha la Finanziaria, poi… E perché dovrebbe cadere, perché lo critica Grillo? Miseria del giornalismo! I trecentomila di Grillo non sono niente, Cofferati ne portò in piazza tre milioni, che non è un genio. Tre milioni sono gli italiani che si candidano in politica: quelli di Grillo sono quindi appena un decimo degli italiani politicanti.
Prodi vince comunque le primarie. Se Veltroni ha un largo seguito bene, si guarderà dal mettere in crisi come primo atto il governo. Ma Veltroni e il Pd rischiano molto. Se l’affluenza alle primarie si fermerà ai quattro milioni di Prodi, allora si potrà dire che è il Pd è un partito dei parenti: i candidati sono trentacinquemila, tutti in età, con famiglie quindi numerose, e a 100-110 votanti a testa si copre abbondantemente quell’affluenza. Il nuovo partito dovrebbe nascere con 8-10 milioni di voti, e questa è un’impresa quasi impossibile per Veltroni, altro che battere Letta, Bindi o Gawronski, la temibile concorrenza.
Prodi vince comunque le primarie. Se Veltroni ha un largo seguito bene, si guarderà dal mettere in crisi come primo atto il governo. Ma Veltroni e il Pd rischiano molto. Se l’affluenza alle primarie si fermerà ai quattro milioni di Prodi, allora si potrà dire che è il Pd è un partito dei parenti: i candidati sono trentacinquemila, tutti in età, con famiglie quindi numerose, e a 100-110 votanti a testa si copre abbondantemente quell’affluenza. Il nuovo partito dovrebbe nascere con 8-10 milioni di voti, e questa è un’impresa quasi impossibile per Veltroni, altro che battere Letta, Bindi o Gawronski, la temibile concorrenza.
Eco maître-à-penser del non pensare
“Repubblica” lancia il libro di Eco sulla bruttezza con la copertina e un’intervistona, in cui Eco non dice nulla, se non freddure, e non per incapacità dell’ottimo intervistatore Merlo, paziente lasciandosi fotografare. C’è un non detto in Eco, che pure è tanto presente, massmediologo, filosofo, scrittore di best-seller, giornalista, maître-à-penser, l’intellettuale di maggior peso. Non una riserva mentale ma un disprezzo benevolo, di qualcuno che s’interessa alle cose, ma per non avere nulla da fare.
È per questo motivo che firma i manifesti indigesti? L’ultimo lunedì per Ahmadinejad, dopo quelli per la Br, il giorno stesso in cui l’uomo dei preti andava all’Onu per negare l’Olocausto e offendere gli omosessuali. Eco non è naturalmente un negazionista. Né un oltranzista sessuale. Ma non è nemmeno l’opposto. Eco sa che l’appello dei trecento, o tremila, intellettuali pro Iran all’Onu ha solo il senso di far trionfare Ahmadinejad. Ma per lui il “trionfo” non c’è, e dunque una firma vale l’altra.
È per questo motivo che firma i manifesti indigesti? L’ultimo lunedì per Ahmadinejad, dopo quelli per la Br, il giorno stesso in cui l’uomo dei preti andava all’Onu per negare l’Olocausto e offendere gli omosessuali. Eco non è naturalmente un negazionista. Né un oltranzista sessuale. Ma non è nemmeno l’opposto. Eco sa che l’appello dei trecento, o tremila, intellettuali pro Iran all’Onu ha solo il senso di far trionfare Ahmadinejad. Ma per lui il “trionfo” non c’è, e dunque una firma vale l’altra.
giovedì 27 settembre 2007
Catastrofi: i Borboni facevano meglio prima
Dieci anni per ricostruire Assisi e il resto dell’Appennino umbro-marchigiano lesionato (poco) dal terremoto. Altrettanti per restaurare la cattedrale di Noto dopo il crollo. Sono imprese riuscite, Assisi e Noto, di cui tutti si congratulano, a fronte dei terremoti che hanno lasciato strascichi ventennali, in Friuli, o trentennali, il Belice. Ma che pensare allora dei vituperati Borboni, che dopo i terremoti facevano ricostruzioni rapide, ben progettate, ben finanziate? Con studi geodetici-fisici, sismici, architettonici. Nella Sicilia di Sud-Est, dopo il sisma del 1693, crearono in vent’anni un mondo barocco di una ricchezza impressionante, a Catania e nelle città rifatte, Noto, Caltagirone, Grammichele, Vizzini, Militello, le due Ragusa, Inferiore e Superiore, Chiaramente Gulfi, Còmiso, Bìscari, Mòdica, e altre. L’impianto urbanistico, con regolamenti rigidi, e molte abitazioni leggere della ricostruzione della piana di Gioia Tauro dopo il sisma del 1783 hanno retto fino all’ “abusivismo di necessità” del compromesso storico. Mentre la ricostruzione a Messina dopo il terremoto del 1908 lasciava il quartiere Giostre nelle baracche fino agli anni Sessanta - fino a che non ci passò l'autostrada. La tecnica nell’Italia unita non avrà certamente fatto passi indietro. O è questione di tangenti? Ma sotto i Borboni, per quanto esecrati, si rubava una minima parte delle risorse pubbliche rispetto a quanto si ruba oggi. Anche perché ogni ricostruzione veniva finanziata con apposite requisizioni forzose, civili ed ecclesiastiche, e ognuno vigilava sull’uso delle risorse a lui sottratte. Bisognerà rivalutare i Borboni?
Sìrcana: Rcs risarcisce Prodi per lo stato di crisi
La vicenda di Sìrcana è orrenda, ma per quello che non si dice, anche se sta sotto gli occhi di tutti. Le foto ricattatrici sono state comprate e messe fuori mercato dalla Rcs, la casa editrice che dodici anni fa ha avuto da Prodi un compiacente “stato di crisi” per superare l’art.18 e licenziare chi voleva. Ecco chi vendeva gli “stati di crisi”, per aziende che erano e sono le più ricche del settore, quali Rcs, Repubblica-L’Espresso, La Stampa: non i sindacalisti distaccati al quarto piano del ministero del Lavoro, che riusciva incomprensibile, ma l’ineffabile Treu, che poi è stato convenientemente messo da parte, e Prodi. Se ne capiscono le fortune, di personaggio tanto mediocre, tra i grandi giornali.
Che stagione! Un milione e settecentomila posti di lavoro cancellati in due anni dagli “stati di crisi”. Uno scandalo così è perfino inconcepibile. Corona sarà un ricattatore e Sìrcana un povero Cristo che va a puttane, ma peggio di tutti è lo scandalo dell’informazione. I giornali sono il vero puttanaio, che si fa colmare dalle buffonate.
Che stagione! Un milione e settecentomila posti di lavoro cancellati in due anni dagli “stati di crisi”. Uno scandalo così è perfino inconcepibile. Corona sarà un ricattatore e Sìrcana un povero Cristo che va a puttane, ma peggio di tutti è lo scandalo dell’informazione. I giornali sono il vero puttanaio, che si fa colmare dalle buffonate.
La politica estera di Prodi è marcare D'Alema
Eccetto che in famiglia, si suppone (con le intercettazioni non si sa mai…), il vice-presidente del consiglio e ministro degli Esteri D’Alema è seguito dal presidente del consiglio Prodi come un’ombra. Un marcamento incessante e ravvicinato, da fiato sul collo. È il primo imperativo di Prodi da quando è tornato al governo: dovunque D’Alema vada Prodi arriva il giorno dopo, o due giorni dopo. A Mosca, a Madrid, in Libano, in Afghanistan, a Washington, all’Onu, chiunque D’Alema veda Prodi lo vuole vedere subito, Rice, Garzai, i sudanesi, gli iraniani… Con più giornalisti al seguito, gliene toccano di più, e più spazio sulla Rai. E questo è il nocciolo della politica estera.
Nocerino in realtà ha assolto Moratti
Un frillo percorre i tifosi, Milano manda sotto processo Galliani e Moratti. Invece no, manda sotto processo Galliani e l’oscuro vice di Moratti all’Inter, in realtà assolve Moratti. Non c’era dubbio che così sarebbe andata, Carlo Nocerino, il giudice fidato delle indagini eccellenti a Milano ha fatto quello che doveva fare – come a suo tempo assolse tutti i big della Rizzoli-Corriere della sera, che avevano procurato uno stratosferico buco di bilancio, di 1.300 miliardi. Milano non condanna, anzi neanche li processa, i buoni milanesi, se ci sono responsabilità vanno addebitate a personaggi di fuori, a manager sconosciuti, e a Berlusconi. Non si parla naturalmente dei passaporti falsi all’Inter. Né delle accuse, ancorché riscontrate, di Tavaroli sui dossier illegali chiesti da Moratti e da Facchetti - anche il grande terzino era un famiglio di Moratti, o così lo considera il patron, che se ne riverbera l’integrità. Né si è mai indagato, anzi non se ne parla nemmeno, di una squadra che spende il doppio di quanto incassa, 400 milioni contro 200, e ha debiti di poco inferiori alla metà di quelli della Fiat, il maggior gruppo italiano.
Cioè si è indagato, ma il giudice Nocerino a giugno aveva già assolto l'Inter, e nel caso anche il Milan, dal falso in bilancio, sotto forma di ipotesi di rinvio a giudizio. L'atto d'accusa, di appena nove pagine, di cui tre di generalità e formule procedurali, a tre anni dai fatti, cioè in prossimità della prescrizione, non aveva ingannato nessuno. “Il Sole 24 Ore” l'aveve anzi preso a pretesto per assolvere i bilanci dell’Inter, lodando la munificità di Moratti. Milano sempre si assolve. Non si parla nemmeno del collocamento Saras, ormai sono due anni, con rialzi sicuramente pilotati che tanto impensierirono la Consob. La giustizia sportiva dell'ottimo procuratore Borrelli, che nemmeno fa il gesto di muoversi, se non altro ha il pregio della coerenza.
Cioè si è indagato, ma il giudice Nocerino a giugno aveva già assolto l'Inter, e nel caso anche il Milan, dal falso in bilancio, sotto forma di ipotesi di rinvio a giudizio. L'atto d'accusa, di appena nove pagine, di cui tre di generalità e formule procedurali, a tre anni dai fatti, cioè in prossimità della prescrizione, non aveva ingannato nessuno. “Il Sole 24 Ore” l'aveve anzi preso a pretesto per assolvere i bilanci dell’Inter, lodando la munificità di Moratti. Milano sempre si assolve. Non si parla nemmeno del collocamento Saras, ormai sono due anni, con rialzi sicuramente pilotati che tanto impensierirono la Consob. La giustizia sportiva dell'ottimo procuratore Borrelli, che nemmeno fa il gesto di muoversi, se non altro ha il pregio della coerenza.
I politici sono comici, ma da avanspettacolo
Invece del promesso cartone di “Heidi”, Rai Due inflessibile prolunga il question time che vede protagonista Di Pietro. Ora, Di Pietro è ministro ma continua, con visibile gaudio, a fare il comico: con strafalcioni ricercati, smorfie, divagazioni, risposte interminabili a quesiti semplici, senza mai rispondere (deve dire se l’autostrada Salerno-Reggio sarà chiusa per un decennio a Gioia Tauro, con danno per i trasporti della Sicilia tutta, di cui praticamente raddoppia, o quasi, i tempi - è così, l’autostrada è già chiusa, ma Di Pietro nega). Il tutto vigilato dal piccolo occhio furbesco. E uno si chiede: sono alla Rai, in Parlamento, ascolto un ministro, o sono in un noioso teatrino?
“Sono grandi comici i politici”, Sgarbi l'altra settimana ha teorizzato alla stessa Rai Due per ridimensionare Grillo, mimando Bossi, Di Pietro, Andreotti & Co. È vero, questa politica è un teatro comico, ma di avanspettacolo: si raccontano barzellette aspettando le soubrettes. Che sono già vizze benché giovani, veline, postine, squillo e portatrici di droga, ma le chiappe e le tette in qualche modo sporgono ancora alte. Questi comici invece sono suonati, più che altro parlano per passare il tempo, aspettando un magistrato integerrimo, un criminale pentito, un giornalista etico che li spazzi via, draghi di cui s’immaginano nel frattempo sangiorgi. Preparandosi acconcia giustificazione davanti alla storia che chiederà loro conto dei gravi danni inflitti all’Italia: ma noi scherzavamo.
“Sono grandi comici i politici”, Sgarbi l'altra settimana ha teorizzato alla stessa Rai Due per ridimensionare Grillo, mimando Bossi, Di Pietro, Andreotti & Co. È vero, questa politica è un teatro comico, ma di avanspettacolo: si raccontano barzellette aspettando le soubrettes. Che sono già vizze benché giovani, veline, postine, squillo e portatrici di droga, ma le chiappe e le tette in qualche modo sporgono ancora alte. Questi comici invece sono suonati, più che altro parlano per passare il tempo, aspettando un magistrato integerrimo, un criminale pentito, un giornalista etico che li spazzi via, draghi di cui s’immaginano nel frattempo sangiorgi. Preparandosi acconcia giustificazione davanti alla storia che chiederà loro conto dei gravi danni inflitti all’Italia: ma noi scherzavamo.
mercoledì 26 settembre 2007
Mastella sfida la Giustizia Napolitana
C’è una connotazione tribale nella contesa tra il ministro della Giustizia Mastella e il sostituto procuratore De Magistris. Che sta a in esilio Catanzaro, essendo napoletano. Napoletanissimo bene, nell’abbigliamento prima ancora che nell’eloquio, e nella distinta concezione della giustizia come divertimento, la Giustizia Napolitana. Come Henry John Woodcock, come Beatrice, il pm di “Gomorra” e Moggi, Miller, Mancuso, o Palazzi, altro artefice della Cupola Moggi, e i tanti napoletani illustri che invece che a Potenza o Catanzaro sono stati pe6r loro fortuna primattori a Milano, Torino, Roma: D’Ambrosio, Borrelli, Greco, Boccassini, Guariniello, Ormanni, eccetera. Inflessibili, fantastici, imprevedibili, il colorito nutrito dal sonno dei giusti, che della giustizia fanno una Piedigrotta inesausta. De Magistris è più bello di Woodcock, e anche di Beatrice, seppure di eleganza meno curata, casual.
Mastella forse non lo sa, ma lui, ras politico di Benevento, non sopporta la strafottenza napoletana. Si agita perché, tra intercettazioni, missioni, consulenze milionarie e testimoni illustri a centinaia, i suoi corregionali gli prosciugano le scarse risorse del ministero, ma è il fatto tribale che non digerisce. Può anche darsi che Mastella sia invischiato nelle indagini di De Magistris, ma non è questo che gli brucia. Né del resto importa al magistrato, che non si accontenta di un eventuale affaruccio di Mastella, un grasso longobardo sperduto nel bush.
Mastella forse non lo sa, ma lui, ras politico di Benevento, non sopporta la strafottenza napoletana. Si agita perché, tra intercettazioni, missioni, consulenze milionarie e testimoni illustri a centinaia, i suoi corregionali gli prosciugano le scarse risorse del ministero, ma è il fatto tribale che non digerisce. Può anche darsi che Mastella sia invischiato nelle indagini di De Magistris, ma non è questo che gli brucia. Né del resto importa al magistrato, che non si accontenta di un eventuale affaruccio di Mastella, un grasso longobardo sperduto nel bush.
A chi il "Corriere"? Agli amici di Prodi
Grandi manovre tra la Rcs e Palazzo Chigi in vista dei mutamenti possibili nella proprietà del quotidiano: Antonello Perticone, l’amministratore del gruppo del “Corriere della sera” si tiene in contatto diretto col presidente del consiglio Romano Prodi o, in sua assenza, col suo capo della segreteria. Teoricamente gli equilibri interni al patto di controllo del “Corriere” potrebbero mutare per il disimpegno della Fiat, che ha in portafoglio il 10,29 per cento delle azioni, e di Capitalia, che ha il 2 per cento, dopo la fusione in Unicredit. Ma né il nuovo padrone di Capitalia, Alessandro Profumo, né la proprietà e il management di Fiat vogliono disimpegnarsi. La partita si gioca attorno a Mediobanca, che è la prima azionista di Rcs (13,26 per cento) e ne è da trent’anni il dominus, e i cui equilibri proprietari sono in forte movimento: Fiat ha ceduto la sua residua quota dell'1,83 per cento a Goldman Sachs, che cerca compratori, mentre Profumo vuole dimettere la quota di Capitalia, 9,39 per cento (Unicredit e Capitalia insieme verrebbero ad avere altrimenti uno schiacciante 18,07).
I giocatori che Prodi ha schierato per Mediobanca, in vista del “Corriere”, sono di prima grandezza. Bazoli su tutti: manca al presidente di Intesa, per completare la sua egemonia su Milano e in generale sul sistema bancario, una presenza in Mediobanca. Col sostegno di altri amici della Popolari, in primis della Popolare di Milano di Mazzotta. Tra gli imprenditori Prodi mette avanti i Benetton – accettando a parziale compensazione la candidatura di Fininvest. L’entrata di Bazoli e degli altri amici viene giustificata col bisogno di bilanciare l’annunciata intenzione dei soci francesi, Bolloré in testa, di accrescere il proprio impegno in Mediobanca, e nella costellazione Mediobanca, Generali, “Corriere”, etc.
Perricone è il manager che ha comprato le foto scomode a Prodi per toglierle dal mercato - il vero scandalo nello scandalo Corona: un contributo irrituale, forse anche illegale, alla politica, di 150 mila euro dichiarati tra "Oggi" e "Novella". Prodi si è occupato personalmente di tutti i grandi affari dell’ultimo anno e mezzo: Banca d'Italia, Intesa-San Paolo, Unicredit-Capitalia, Telecom Italia, Autostrade-Abertis, Enel-Endesa, Eni-Gazprom, Rai, Alitalia, Coni\Figc - stabilendo già un record: passerà alla storia come il capo di governo che più si è immischiato negli affari. Talune soluzioni anzi ha lui stesso proposto e caldeggiato (Intesa-San Paolo, Unicredit-Capitalia), altre le ha imposte (Telecom).
I giocatori che Prodi ha schierato per Mediobanca, in vista del “Corriere”, sono di prima grandezza. Bazoli su tutti: manca al presidente di Intesa, per completare la sua egemonia su Milano e in generale sul sistema bancario, una presenza in Mediobanca. Col sostegno di altri amici della Popolari, in primis della Popolare di Milano di Mazzotta. Tra gli imprenditori Prodi mette avanti i Benetton – accettando a parziale compensazione la candidatura di Fininvest. L’entrata di Bazoli e degli altri amici viene giustificata col bisogno di bilanciare l’annunciata intenzione dei soci francesi, Bolloré in testa, di accrescere il proprio impegno in Mediobanca, e nella costellazione Mediobanca, Generali, “Corriere”, etc.
Perricone è il manager che ha comprato le foto scomode a Prodi per toglierle dal mercato - il vero scandalo nello scandalo Corona: un contributo irrituale, forse anche illegale, alla politica, di 150 mila euro dichiarati tra "Oggi" e "Novella". Prodi si è occupato personalmente di tutti i grandi affari dell’ultimo anno e mezzo: Banca d'Italia, Intesa-San Paolo, Unicredit-Capitalia, Telecom Italia, Autostrade-Abertis, Enel-Endesa, Eni-Gazprom, Rai, Alitalia, Coni\Figc - stabilendo già un record: passerà alla storia come il capo di governo che più si è immischiato negli affari. Talune soluzioni anzi ha lui stesso proposto e caldeggiato (Intesa-San Paolo, Unicredit-Capitalia), altre le ha imposte (Telecom).
martedì 25 settembre 2007
"Il sangue dei vinti", senza Togliatti?
Curioso libro, dove, malgrado il dettaglio, ripetuto, insistito, monotono, prevale il non detto. Di una situazione peraltro che nel 1946, e ancora nel 1947, veniva detta tranquillamente di guerra civile. Senza contare che i vinti la loro vittoria l'hanno avuta, eccome, nei primi anni Cinquanta. Quando i peggiori arnesi repubblichini si godevano l'impunità dell'amnistia, mentre fioccavano le condanne di ex partigiani per reati comuni. Al punto che Giuliano Vassalli dovette proporre provocatoriamente un "delitto di partecipazione alla Resistenza", analogo a quello di "collaborazionismo fascista", per allargare anche ai partigiani l'amnistia per "reati connessi".
Il dettaglio non è contestualizzato. Non c’è la politica: le elezioni, le formazioni dei partiti. E solo qua e là, ritualmente, si contrappunta la vivenza con la menzione delle sevizie e degli eccidi contro i partigiani. Lo stesso dettaglio spesso è trascurato, in troppi episodi congestionati – molti dei nomi citati hanno una storia. È evidente il desiderio di segnalare le responsabilità del Pci. Ma qui con la tecnica del cerchiobottismo: Togliatti non sapeva. Ma se i comunisti venivano rifugiati a migliaia a Praga e in Jugoslavia, per evitare i processi, come faceva Togliatti a non sapere?
Pansa si è assunto un compito coraggioso, per il quale è oggetto di astio, e anche di censure. Ma anche per questo, per le censure, dovrebbe essere conseguente. Non da storico, la sua non è storia. Ma il compito che si è assunto non è da storico, è un impegno civile di divulgazione per la verità. È in questo dichiarato, e fa male che l’onestà sia rifiutata – rifiutarlo come sorico è una scusa. Sono ancora vivi quelli che hanno perduto padri, fratelli, zii, e qualcuno anche la madre, per la “giustizia del popolo”. Molti a destra, ma molti anche a sinistra, non è questo l’ostacolo alla verità. Ma tanto più allora bisognerebbe andare alla radice del problema: che non è il numero dei morti, in una guerra civile i morti sono sempre troppi e senza giustificazione, ma proprio la mancanza della verità. La politica del linguaggio doppio, della ipocrisia, con tutta la sua ipocrita durezza.
Il dettaglio non è contestualizzato. Non c’è la politica: le elezioni, le formazioni dei partiti. E solo qua e là, ritualmente, si contrappunta la vivenza con la menzione delle sevizie e degli eccidi contro i partigiani. Lo stesso dettaglio spesso è trascurato, in troppi episodi congestionati – molti dei nomi citati hanno una storia. È evidente il desiderio di segnalare le responsabilità del Pci. Ma qui con la tecnica del cerchiobottismo: Togliatti non sapeva. Ma se i comunisti venivano rifugiati a migliaia a Praga e in Jugoslavia, per evitare i processi, come faceva Togliatti a non sapere?
Pansa si è assunto un compito coraggioso, per il quale è oggetto di astio, e anche di censure. Ma anche per questo, per le censure, dovrebbe essere conseguente. Non da storico, la sua non è storia. Ma il compito che si è assunto non è da storico, è un impegno civile di divulgazione per la verità. È in questo dichiarato, e fa male che l’onestà sia rifiutata – rifiutarlo come sorico è una scusa. Sono ancora vivi quelli che hanno perduto padri, fratelli, zii, e qualcuno anche la madre, per la “giustizia del popolo”. Molti a destra, ma molti anche a sinistra, non è questo l’ostacolo alla verità. Ma tanto più allora bisognerebbe andare alla radice del problema: che non è il numero dei morti, in una guerra civile i morti sono sempre troppi e senza giustificazione, ma proprio la mancanza della verità. La politica del linguaggio doppio, della ipocrisia, con tutta la sua ipocrita durezza.
Montanelli, "Morire in piedi" - copiando
La differenza maggiore è Ghestapo, che Montanelli italianizza anche nella scrittura, il resto è più o meno uguale: se non è una copia è un calco. Si ripubblica “Morire in piedi” (Rcs, pp. 152 con indici, euro 16), con prefazione di Sergio Romano, il libro del 1949 sull’opposizione militare a Hitler di Indro Montanelli, senza specificarne il debito con “Wehrmacht contro Hitler”, il libro-memoria di Fabian von Schlabrendorff, pubblicato nel 1946 col titolo “Offiziere gegen Hitler”, a cura e con prefazione di Gero von S.Gaevernitz, in un’edizione svizzero-americana, a Zurigo prima, poi a Askona (Ascona?)-New York, tradotto da Arturo Barone per le Edizioni Gentile La Rassegna d’Italia nel maggio 1947. Solo riconoscimento è nell’avvertenza di Montanelli: un generico rinvio a “molti” memorialisti, “una minima parte” dei quali tradotti - nella prima edizione, Longanesi 1949, qui indirettamente ripresa, il libro si presentava come un reportage originale: “Le grandi figure dell’ultimo esercito germanico, ricostruite sulle molteplici fonti del dopoguerra e attraverso un’inchiesta svolta personalmente dall’Autore in Germania”.
Montanelli ha qualche marcia in più di Schlabrendorff: fa leggere d’un fiato le 140 pagine di attentati falliti che si succedono uguali come in una comica di Ridolini, con interesse cioè e senza farle cadere nel ridicolo. Non a torto sanzionato da Eco quale “fenomeno” e “abilissimo autore di pastiches storico-letterari” (“Il costume di casa”, pp. 169-74), Montanelli parte con maestria, dalla rappresentazione dell’attentato del 20 luglio, e col canonico “ricostruiamone la storia”. E ha un paio di storie in più, affascinante quella di Vlasov, con la caratterizzazione di Stauffenberg. Ma anche nella versione di Barone il libro è scorrevole, e talvolta meglio sceneggiato. L’edizione Gentile, benché funestata dal salto di un quinterno nell’edizione consultata, è un bel libro, con prefazione, nota dell’editore, Gero von S. Gaevernitz, e quarta di copertina precise, esaurienti, e ottime foto nel testo. Von Gaevernitz era stato braccio destro di Allen Dulles, il capo dell'Oss in Svizzera durante la guerra, ed era rimasto legato alla Cia, che succedette all'Oss: ciò spiega le plurime edizioni del libro e la loro accuratezza, nella povertà quasi bellica della grafica - è anche un indizio per la riedizione di cui Montanelli si fece tempestivo autore, ma con ogni probabilità insignificante.
Montanelli salta le pagine in cui Schlabrendorff tratteggia la resistenza non militare a Hitler, anche se vi si rappresentano belle personalità. È l’altra differenza tra i due libri. Si perde così Gustav Dahrendorf, socialista, padre del sociologo politico baronetto Ralf Dahrendorf. Ma dà più ritmo al suo racconto. Dà anche spazio alle colpe degli Alleati, che S.-von G. omettono, con le vicende dell’ammiraglio Canaris, dell’Anschluss e di Monaco. Nel dettaglio, Montanelli omette le prime dieci pagine di S., le pagine 25 (von Ketteler e Hadelmayer) e 28 (S. a Londra da Lloyd George), la p. 37 (il Vaticano all’opera contro la guerra nel 1940), il capitolo su Goerdeler, col proclama in dettaglio che il borgomastro aveva preparato per la popolazione, e le pagine conclusive. Per il resto è tutto uguale, talvolta alla pagina. Il socialista antisemita antinazista Ernst Nieskich mandato dallo Stato maggiore a Mosca a trattare intese e spartizioni col maresciallo Tuchačevskij. Lo smantellamento dello Stato Maggiore con le accuse a Blomberg (ha sposato la segretaria, una puttana) e a Fritsch (omosessualità). Il complotto contro Fritsch raccontato ai congiurati dall’addetto militare di Hitler, Hossbach (p. 24 di S., e 25 dell’edizione Rcs). Il rivolgimento allo Stato Maggiore (pp.27-28 di entrambi i libri). Poi il parallelismo si sgrana: il ruolo del cristiano-democratico bavarese Josef Müller (p.22 e p.59), il letargo della Resistenza allo scoppio della guerra (pp. 33 e 39), il “generale rosso” Hammerstein” (pp.35-36 e 53-54), Guderian che è ricevuto da Hitler ma non riesce a dire una parola (pp.43 e 86), il piano Treschkow-Witzleben (pp.53-55 e 89-90).
A questo punto ricorre l’unico riconoscimento a Schlabrendorff, obliquo. Montanelli ne cita il libro in tedesco tra parentesi a p.83 “(è Schlabrendorff stesso che ha raccontato tutto questo nel suo "Offiziere gegen Hitler", e a voce mi ha fornito particolari inediti)”, e a p.88 ne cita il piano: “S. ha lasciato il resoconto che ci ha confermato a viva voce”. Anzi peggio che obliquo: il resoconto di S., continua M., “coincide con le memorie (per ora segretissime) di Beck e Witzleben”. Si capisce che il direttore del “Corriere”, Mario Borsa, abbia dirottato sul “Corriere d’Informazione”, giornaletto del pomeriggio, le corrispondenze del suo inviato, che in teoria aveva passato così tanti mesi in Germania alla ricerca della verità: proponeva “memorie segretissime” (quello di sapere i segreti è un vizio molto italiano: sarà un format linguistico?). Di seguito, nella stessa pagina, M. riprende parola per parola da S., senza citarlo, gli usi alimentari e ipnotici di Hitler. E continua col calco. Nel cap. XI, pp.86-92, sintetizza il cap.“Il tentativo di attentato del 13 marzo 1943” di S.. Alle pp. 88-89 ricalca l’aneddoto delle pp.72-73 di S. sugli inneschi speciali che non funzionano, e delle bottiglie esplosive di pseudo-brandy che viaggiano per la Germania tra grandi ufficiali ignari. Poi Montanelli salta l’esposizione dei piani di Goerdeler (ne liquida il proclama in poche righe a p.117), e nella corrispondenza tra le pagine S. risulta avanti: il circolo di Kreisau (pp.99-100 di S., 95-96 di M.), i leader socialisti sindacali Leber e Leuschner (pp.113-115 e 98-99), il resoconto delle ore successive all’attentato del 10 luglio, che anche S. drammatizza (pp. 141 segg, e pp.120 segg.).
Un altro riconoscimento a Schlabrendorff Montanelli lo ha dato cinquant’anni dopo, nella sua “Stanza” sul “Corriere” del 26 febbraio 1997. Ma sempre indiretto. E con alcuni errori, che Sergio Romano ripete nell’introduzione all’edizione odierna: Schlabrendorff non fu avvocato a Norimberga “dei criminali di guerra”, ma consulente volontario del generale Donovan sul contributo delle chiese alla Resistenza, e non sopravisse al “bombardamento violento di Dachau (quello in cui trovò la morte Mafalda di Savoia)”, perché era in prigione a Berlino. Sul bombardamento reale subito da Schlabrendorff Montanelli si è perso una storia molto montanelliana: l’accusato si salvò e l’accusatore, l’ex comunista Roland Freisler, che giudicava in paramenti rossobruni, fu giustiziato. Avvenne durante il processo al Tribunale popolare: ci fu un bombardamento, il procuratore speciale Freisler scese con l’accusato nel rifugio, una bomba penetrò tutti i piani del tribunale, scosse la cantina, una trave si staccò dal soffitto, e lo uccise. Uccise Freisler.
Montanelli ha qualche marcia in più di Schlabrendorff: fa leggere d’un fiato le 140 pagine di attentati falliti che si succedono uguali come in una comica di Ridolini, con interesse cioè e senza farle cadere nel ridicolo. Non a torto sanzionato da Eco quale “fenomeno” e “abilissimo autore di pastiches storico-letterari” (“Il costume di casa”, pp. 169-74), Montanelli parte con maestria, dalla rappresentazione dell’attentato del 20 luglio, e col canonico “ricostruiamone la storia”. E ha un paio di storie in più, affascinante quella di Vlasov, con la caratterizzazione di Stauffenberg. Ma anche nella versione di Barone il libro è scorrevole, e talvolta meglio sceneggiato. L’edizione Gentile, benché funestata dal salto di un quinterno nell’edizione consultata, è un bel libro, con prefazione, nota dell’editore, Gero von S. Gaevernitz, e quarta di copertina precise, esaurienti, e ottime foto nel testo. Von Gaevernitz era stato braccio destro di Allen Dulles, il capo dell'Oss in Svizzera durante la guerra, ed era rimasto legato alla Cia, che succedette all'Oss: ciò spiega le plurime edizioni del libro e la loro accuratezza, nella povertà quasi bellica della grafica - è anche un indizio per la riedizione di cui Montanelli si fece tempestivo autore, ma con ogni probabilità insignificante.
Montanelli salta le pagine in cui Schlabrendorff tratteggia la resistenza non militare a Hitler, anche se vi si rappresentano belle personalità. È l’altra differenza tra i due libri. Si perde così Gustav Dahrendorf, socialista, padre del sociologo politico baronetto Ralf Dahrendorf. Ma dà più ritmo al suo racconto. Dà anche spazio alle colpe degli Alleati, che S.-von G. omettono, con le vicende dell’ammiraglio Canaris, dell’Anschluss e di Monaco. Nel dettaglio, Montanelli omette le prime dieci pagine di S., le pagine 25 (von Ketteler e Hadelmayer) e 28 (S. a Londra da Lloyd George), la p. 37 (il Vaticano all’opera contro la guerra nel 1940), il capitolo su Goerdeler, col proclama in dettaglio che il borgomastro aveva preparato per la popolazione, e le pagine conclusive. Per il resto è tutto uguale, talvolta alla pagina. Il socialista antisemita antinazista Ernst Nieskich mandato dallo Stato maggiore a Mosca a trattare intese e spartizioni col maresciallo Tuchačevskij. Lo smantellamento dello Stato Maggiore con le accuse a Blomberg (ha sposato la segretaria, una puttana) e a Fritsch (omosessualità). Il complotto contro Fritsch raccontato ai congiurati dall’addetto militare di Hitler, Hossbach (p. 24 di S., e 25 dell’edizione Rcs). Il rivolgimento allo Stato Maggiore (pp.27-28 di entrambi i libri). Poi il parallelismo si sgrana: il ruolo del cristiano-democratico bavarese Josef Müller (p.22 e p.59), il letargo della Resistenza allo scoppio della guerra (pp. 33 e 39), il “generale rosso” Hammerstein” (pp.35-36 e 53-54), Guderian che è ricevuto da Hitler ma non riesce a dire una parola (pp.43 e 86), il piano Treschkow-Witzleben (pp.53-55 e 89-90).
A questo punto ricorre l’unico riconoscimento a Schlabrendorff, obliquo. Montanelli ne cita il libro in tedesco tra parentesi a p.83 “(è Schlabrendorff stesso che ha raccontato tutto questo nel suo "Offiziere gegen Hitler", e a voce mi ha fornito particolari inediti)”, e a p.88 ne cita il piano: “S. ha lasciato il resoconto che ci ha confermato a viva voce”. Anzi peggio che obliquo: il resoconto di S., continua M., “coincide con le memorie (per ora segretissime) di Beck e Witzleben”. Si capisce che il direttore del “Corriere”, Mario Borsa, abbia dirottato sul “Corriere d’Informazione”, giornaletto del pomeriggio, le corrispondenze del suo inviato, che in teoria aveva passato così tanti mesi in Germania alla ricerca della verità: proponeva “memorie segretissime” (quello di sapere i segreti è un vizio molto italiano: sarà un format linguistico?). Di seguito, nella stessa pagina, M. riprende parola per parola da S., senza citarlo, gli usi alimentari e ipnotici di Hitler. E continua col calco. Nel cap. XI, pp.86-92, sintetizza il cap.“Il tentativo di attentato del 13 marzo 1943” di S.. Alle pp. 88-89 ricalca l’aneddoto delle pp.72-73 di S. sugli inneschi speciali che non funzionano, e delle bottiglie esplosive di pseudo-brandy che viaggiano per la Germania tra grandi ufficiali ignari. Poi Montanelli salta l’esposizione dei piani di Goerdeler (ne liquida il proclama in poche righe a p.117), e nella corrispondenza tra le pagine S. risulta avanti: il circolo di Kreisau (pp.99-100 di S., 95-96 di M.), i leader socialisti sindacali Leber e Leuschner (pp.113-115 e 98-99), il resoconto delle ore successive all’attentato del 10 luglio, che anche S. drammatizza (pp. 141 segg, e pp.120 segg.).
Un altro riconoscimento a Schlabrendorff Montanelli lo ha dato cinquant’anni dopo, nella sua “Stanza” sul “Corriere” del 26 febbraio 1997. Ma sempre indiretto. E con alcuni errori, che Sergio Romano ripete nell’introduzione all’edizione odierna: Schlabrendorff non fu avvocato a Norimberga “dei criminali di guerra”, ma consulente volontario del generale Donovan sul contributo delle chiese alla Resistenza, e non sopravisse al “bombardamento violento di Dachau (quello in cui trovò la morte Mafalda di Savoia)”, perché era in prigione a Berlino. Sul bombardamento reale subito da Schlabrendorff Montanelli si è perso una storia molto montanelliana: l’accusato si salvò e l’accusatore, l’ex comunista Roland Freisler, che giudicava in paramenti rossobruni, fu giustiziato. Avvenne durante il processo al Tribunale popolare: ci fu un bombardamento, il procuratore speciale Freisler scese con l’accusato nel rifugio, una bomba penetrò tutti i piani del tribunale, scosse la cantina, una trave si staccò dal soffitto, e lo uccise. Uccise Freisler.
Fabian von Schlabrendorff, un avvocato che divenne a cavaliere del 1970 presidente della Corte costituzionale a Bonn, era stato segretario in gioventù di Otto von Bismarck, e aveva poi sposato Luitgarde Bismarck, nipote di Ruth von Kleist-Retzow, altra figura di rilievo della Resistenza.
Prettamente montanelliane sono solo le forzature e le inversioni di senso della storia. I ripetuti incisi su Mafalda di Savoia ogni volta che ci sono morti per bombardamenti – la principessa era dopo la guerra la fidanzata d’Italia. O Hitler “che usava fare troncare la testa con l’ascia a chi propalava barzellette sul regime”. I tedeschi “scesi in guerra senza entusiasmo”. I “campi di concentramento degli ebrei” già nel 1938. Dove già si commettevano “atrocità” e sui quali circolavano “dicerie” che suscitavano “orrore anche in molti degli stessi nazisti”. Harro Schulze-Boysen, organizzatore dell’Orchestra Rossa, ridotto a “intellettuale surrealista”. E il solito, accattivante, conformismo dell’anticonformismo: porsi dal lato dei deboli, sconfitti, perdenti, ma sempre per un altro potere vincente: Hitler voleva “consegnare l’Europa al comunismo”.
Prettamente montanelliane sono solo le forzature e le inversioni di senso della storia. I ripetuti incisi su Mafalda di Savoia ogni volta che ci sono morti per bombardamenti – la principessa era dopo la guerra la fidanzata d’Italia. O Hitler “che usava fare troncare la testa con l’ascia a chi propalava barzellette sul regime”. I tedeschi “scesi in guerra senza entusiasmo”. I “campi di concentramento degli ebrei” già nel 1938. Dove già si commettevano “atrocità” e sui quali circolavano “dicerie” che suscitavano “orrore anche in molti degli stessi nazisti”. Harro Schulze-Boysen, organizzatore dell’Orchestra Rossa, ridotto a “intellettuale surrealista”. E il solito, accattivante, conformismo dell’anticonformismo: porsi dal lato dei deboli, sconfitti, perdenti, ma sempre per un altro potere vincente: Hitler voleva “consegnare l’Europa al comunismo”.
lunedì 24 settembre 2007
Barresi, "Non dire niente" - i fantasmi tra noi
La scrittura si risolve, in questo romanzo d’esordio, nella “scena”, in una rappresentazione: da una presumibile esperienza di vita, di fatti avvenuti e persone di carne, sia pure delle cronache, Barresi estrae i fantasmi. Anche la tela di fondo su cui muove le anime smarrite, benché reale (il tribunale, la scuola, le feste, le tradizioni), è ectoplasmica, e contribuisce a una sorta di ghost story. Che è benevola, in contrasto col genere, per un desiderio di bontà, per l’emersione dell’io narrante nel vago mondo delle pulsioni. O per un bisogno di ancoraggio politicamente corretto in una realtà che s’indovina degradata da multiple violenze. In questo impegno svanisce anche il concreto, la vita relazionale, il lavoro, gli affetti familiari, il rapporto col territorio e la sua “natura” (la storia, le tradizioni, la mentalità), e la stessa violenza, che è detta anziché rappresentata, e anzi data per scontata.
Un caso per molti aspetti straordinario, tanto più in un'opera prima, di costruzione retorica di pulsioni fantastiche. Di rappresentazione, in unità di tempo e luogo, col prima e il dopo, le coordinate, i personaggi in scena, e col ricorso ai generi in voga, il giudiziario, il poliziesco, il civile, di un flusso di coscienza analitico, innocente.
Maria Barresi, Non dire niente, Solfanelli, pp.185, euro 12
Un caso per molti aspetti straordinario, tanto più in un'opera prima, di costruzione retorica di pulsioni fantastiche. Di rappresentazione, in unità di tempo e luogo, col prima e il dopo, le coordinate, i personaggi in scena, e col ricorso ai generi in voga, il giudiziario, il poliziesco, il civile, di un flusso di coscienza analitico, innocente.
Maria Barresi, Non dire niente, Solfanelli, pp.185, euro 12
Torna la fascia sociale
Il ministro per le Attività Produttive Bersani sta approntando un decreto che, ridefinendo la "fascia sociale", esoneri i redditi minori dai provvedimenti dell’Autorità per l’energia recanti aumenti dei prezzi dell’elettricità e del gas. Dispone in pratica il ritorno alla vecchia fascia sociale, quella che fino a dieci anni fa, fino alla privatizzazione, ha garantito esenzioni dagli aumenti dell’Enel, o aumenti contenuti, per i due terzi degli utenti italiani – il criterio per beneficiare della fascia sociale essendo una potenza installata di tre Kw, questo contatore è stato adottato dalla massa degli utenti. L’esenzione sarà ora estesa anche ai consumi di gas.
Il provvedimento potrebbe fare parte già della finanziaria che il governo varerà a fine mese. In questa prospettiva Bersani ha avviato un discreto build-up del provvedimento stesso, la creazione delle attese, presso i suoi colleghi di governo e la stampa locale. Il criterio che si prende in considerazione per la nuova esenzione è quello fiscale: dovrebbe beneficiarne grosso modo la no tax area. E' lo stesso criterio che s'intende adottare per gli sgravi Ici: i benefici scaglionare in proporzione inversa al reddito. Ma non si esclude il ritorno al vecchio sistema, di adottare tariffe contenute fino a un certo quantitativo di consumi.
Il provvedimento potrebbe fare parte già della finanziaria che il governo varerà a fine mese. In questa prospettiva Bersani ha avviato un discreto build-up del provvedimento stesso, la creazione delle attese, presso i suoi colleghi di governo e la stampa locale. Il criterio che si prende in considerazione per la nuova esenzione è quello fiscale: dovrebbe beneficiarne grosso modo la no tax area. E' lo stesso criterio che s'intende adottare per gli sgravi Ici: i benefici scaglionare in proporzione inversa al reddito. Ma non si esclude il ritorno al vecchio sistema, di adottare tariffe contenute fino a un certo quantitativo di consumi.
sabato 22 settembre 2007
Il Patriarca di Marquez sembra Castro
Strani effetti alla rilettura dell'"Autunno del patriarca" di Garcia Marquez. Si conferma la straordinaria ricchezza di linguaggio, fresco, almeno nella traduzione di Enrico Cicogna, senza traccia del lavoro lento di composizione e riscrittura - benché il joycismo non sia oggi godibile, e la tessitura sapiente sappia di ricamo, perfino di folklorismo. Il linguaggio è straordinariamente inventivo, pur se di stretto vocabolario. Sempre con quel senso del millenario estratto dalla sordidezza, dall’“assenza di storia”: il passaggio della cometa, l’eclissi, i segni, la madre… Un libello più che un racconto, ma inavvertito è lo sforzo di rappresentare in un personaggio una storia e un mondo, la fradicia società politica caraibica – i “fanti di marina” della Potenza occupante devono esercitare molta pazienza. Utile, e forse innovativa, l’estrapolazione del monologo dal flusso di coscienza psicologico, anche se grammaticalmente incerto.
Uno strano effetto è che sembra l’anticipo dell’agonia di Castro. Nell’impianto, e in tanti particolari, “fiaccato da un morbo comiziale”, “la mano di damigella”, la durata senza tempo (il Patriarca si vede ai cent'anni di potere, Castro è vicino ai cinquanta). L’“Autunno del patriarca” è modellato su Papa Doc, il “Padre Nostro” Duvalier, il tiranno allora di Haiti. Ma si applica sinistramente a Castro, l’unico dittatore immortale, ancorché non amato. Un altro effetto è che, essendo il personaggio inconsistente, è palesemente – volutamente - un’allegoria: l’allegoria dell’America Latina, a partire da Città del Messico, dove Garcia Marquez risiede. Dopo Parigi, forse la città più letterata del mondo. Classicamente, l’America Latina è vittima della sua stessa immagine. Anche quando non vorrebbe, ne rifugge. È il meccanismo del sottosviluppo: si avvita su se stesso perché se ne parla.
Un terzo effetto è che il linguaggio eccessivo (aggressivo), che sempre col tempo si riduce a bozzettismo, isterilisce lo scrittore. Joyce è ammutolito, Gadda faceva la macchietta di se stesso. Anche Céline era ammutolito dopo “Morte a credito”, i pamphlet sono piatti: è rinato con l’abominio, unico francese accusato di collaborazionismo. Dopo “L’autunno del patriarca”, 1975, Garcia Marquez ha pubblicato molto, ma niente di notevole, e forse non nuovo. “L’autunno del patriarca” è una sorta di condanna inflitta a stesso, un nodo scorsoio duro benché infiocchettato.
Uno strano effetto è che sembra l’anticipo dell’agonia di Castro. Nell’impianto, e in tanti particolari, “fiaccato da un morbo comiziale”, “la mano di damigella”, la durata senza tempo (il Patriarca si vede ai cent'anni di potere, Castro è vicino ai cinquanta). L’“Autunno del patriarca” è modellato su Papa Doc, il “Padre Nostro” Duvalier, il tiranno allora di Haiti. Ma si applica sinistramente a Castro, l’unico dittatore immortale, ancorché non amato. Un altro effetto è che, essendo il personaggio inconsistente, è palesemente – volutamente - un’allegoria: l’allegoria dell’America Latina, a partire da Città del Messico, dove Garcia Marquez risiede. Dopo Parigi, forse la città più letterata del mondo. Classicamente, l’America Latina è vittima della sua stessa immagine. Anche quando non vorrebbe, ne rifugge. È il meccanismo del sottosviluppo: si avvita su se stesso perché se ne parla.
Un terzo effetto è che il linguaggio eccessivo (aggressivo), che sempre col tempo si riduce a bozzettismo, isterilisce lo scrittore. Joyce è ammutolito, Gadda faceva la macchietta di se stesso. Anche Céline era ammutolito dopo “Morte a credito”, i pamphlet sono piatti: è rinato con l’abominio, unico francese accusato di collaborazionismo. Dopo “L’autunno del patriarca”, 1975, Garcia Marquez ha pubblicato molto, ma niente di notevole, e forse non nuovo. “L’autunno del patriarca” è una sorta di condanna inflitta a stesso, un nodo scorsoio duro benché infiocchettato.
Veltroni lottizzato, otto regioni ai Dc
“Questo è un paese con la testa girata indietro. È un paese che non ha voglia di cambiare”. L’Italia? Butterebbe tutto all’aria. Ieri aveva detto: “Siamo un paese malato”. Non: sono malato. Veltroni, forse per doversi confrontare con i vampiri locali, oggi della Toscana, l’altra settimana della Sicilia, e prima ancora della Puglia, della Calabria, eccetera, ha perduto la bontà, e anche il giudizio. È il “comico per eccellenza”, direbbe Sgarbi, della politica italiana, ma senza più humour: anche gli attori che più si identificano con la recita hanno a volte mancamenti di spirito. Specie quelli che non si sono mai fermati a pensare: “Ho sbagliato”. La realtà locale è sordida? Lo sara la “sua” realtà locale, i ras del suo ex Pci e della sua ex Dc. La procedura contorta per la creazione del Pd, che Pirani gli contestava ieri l’altro su “Repubblica”, l’ha pure voluta lui. E non si tratta di errori, né di uno né di cinque come li elenca Pirani, ma dell’unica possibilità per “questo” Pd di costituirsi: una lottizzazione, per dare agli ex democristiani almeno otto regioni su venti, visto che gli ex comunisti avranno la segreteria, o presidenza che sia, Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzi, Veneto, Friuli, Trentino-Alto Adige, Molise o Campania. Col contributo, ove necessario, di sperimentati compagni, a Napoli, in Calabria, una riedizione dell'"entrismo".
Questo Pd è l’ennesima incarnazione dell’ex Pci in fuga: fino a quando ci saranno ex comunisti non ne verrà nulla di buono, non capiscono. Non hanno fatto l’esame di coscienza non per malafede, ma proprio perché non capiscono. Una realtà così semplice come quella italiana, che il Pci cominternista ha bloccato con l’indisponibilità politica, e gli ex Pci intasano con i residui indecorosi del Comintern, il sindacato del “di qui non mi muovo”, il giornalismo di batteria, i minuti privilegi dell’essere compagni, negli affari, nella cooperazione, nelle politiche delle assunzioni.
Questo Pd è l’ennesima incarnazione dell’ex Pci in fuga: fino a quando ci saranno ex comunisti non ne verrà nulla di buono, non capiscono. Non hanno fatto l’esame di coscienza non per malafede, ma proprio perché non capiscono. Una realtà così semplice come quella italiana, che il Pci cominternista ha bloccato con l’indisponibilità politica, e gli ex Pci intasano con i residui indecorosi del Comintern, il sindacato del “di qui non mi muovo”, il giornalismo di batteria, i minuti privilegi dell’essere compagni, negli affari, nella cooperazione, nelle politiche delle assunzioni.
giovedì 20 settembre 2007
La cafoneria milanese sbugiardata in Turchia
Si è presentata con undici stranieri, undici campioni, no?, e i turchi l’hanno strapazzata, una squadra la cui stella è stato Appiah, figurarsi, uno scarto della Juventus. Sette turchi, con tre vecchi brasiliani e uno scandinavo muscoloso, i cui ingaggi tutti insieme probabilmente non eguagliano quello di Ibrahimovic, si sono divertiti: gol, pali, rigori negati, tiri in porta a raffica, possesso palla, corsa, tecnica, tattica.
L’Inter è molto milanese: con padroni, i Moratti, che sono “di destra e di sinistra”, si arricchiscono in Borsa, e hanno superbi Guidi Rossi a servizio, il rispetto dei Borrelli, un allenatore che dà lezioni a tutti, qualche gol facendo con gli scarti della Lazio, Mihajlovic prima, ora Stankovic e Cesar, e una stampa inginocchiata, rosa e bianca – i pali turchi vi sono ridotti oggi da due a uno, né ci sono stati rigori negati. Istanbul dunque surclassa Milano, e questo dice tutto, il bazar snobba la cafoneria.
Resta da spiegare perché questo scandalo sia proposto e venga accettato in Italia quale esempio di etica, in politica, nello sport e nella città. Con un bilancio tra l’altro da sempre opaco, nel commercio dei tantissimi atleti stranieri, estero su estero (il metodo Cragnotti), nel commercio dei passaporti, nelle ricapitalizzazioni. Che i pochi atleti italiani, poco redditizi evidentemente estero su estero, che si è trovati tra i piedi ha liquidato, Toldo, il Supereroe di Olanda-Italia, Cristiano Zanetti, Cannavaro, salvato da Moggi, Pirlo, che fa la fortuna di Berlusconi, e della Nazionale, e Materazzi, salvato da Lippi. Il campionato questa squadra ha vinto simbolicamente a fine aprile con due gol di Materazi, un difensore che di gol gliene ha fatti otto, più degli ottimi attaccanti Adriano, Cruz, Crespo, stelle internazionali, pagati molto più di lui, che deve solo ringraziare Lippi per aver retto a Moratti e Mancini, che lo avevano demolito e volevano allontanarlo. Dopo dieci anni, o undici, di orrenda gestione questa squadra è ancora adulata come beneamata. È solo piaggeria? Ci sono soldi? È Milano.
L’Inter è molto milanese: con padroni, i Moratti, che sono “di destra e di sinistra”, si arricchiscono in Borsa, e hanno superbi Guidi Rossi a servizio, il rispetto dei Borrelli, un allenatore che dà lezioni a tutti, qualche gol facendo con gli scarti della Lazio, Mihajlovic prima, ora Stankovic e Cesar, e una stampa inginocchiata, rosa e bianca – i pali turchi vi sono ridotti oggi da due a uno, né ci sono stati rigori negati. Istanbul dunque surclassa Milano, e questo dice tutto, il bazar snobba la cafoneria.
Resta da spiegare perché questo scandalo sia proposto e venga accettato in Italia quale esempio di etica, in politica, nello sport e nella città. Con un bilancio tra l’altro da sempre opaco, nel commercio dei tantissimi atleti stranieri, estero su estero (il metodo Cragnotti), nel commercio dei passaporti, nelle ricapitalizzazioni. Che i pochi atleti italiani, poco redditizi evidentemente estero su estero, che si è trovati tra i piedi ha liquidato, Toldo, il Supereroe di Olanda-Italia, Cristiano Zanetti, Cannavaro, salvato da Moggi, Pirlo, che fa la fortuna di Berlusconi, e della Nazionale, e Materazzi, salvato da Lippi. Il campionato questa squadra ha vinto simbolicamente a fine aprile con due gol di Materazi, un difensore che di gol gliene ha fatti otto, più degli ottimi attaccanti Adriano, Cruz, Crespo, stelle internazionali, pagati molto più di lui, che deve solo ringraziare Lippi per aver retto a Moratti e Mancini, che lo avevano demolito e volevano allontanarlo. Dopo dieci anni, o undici, di orrenda gestione questa squadra è ancora adulata come beneamata. È solo piaggeria? Ci sono soldi? È Milano.
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