Scandalo da manuale per la ministra Prestigiacomo. Da manuale del dossier, anonimo, feroce, inutile – se non a svilire la politica. Magistrale anche nel senso di spiegare quanto la sinistra sia imbelle, questa sinistra berlingueriana, e anzi sia sinistra e non di sinistra. E di confermare Pascal nel suo nobile precetto che “la morale se ne infischia della questione morale”, quando questa è opera di spioni, seppure in veste di Guardia di Finanza, ufficio I, e di giudici.
In un’inchiesta di cui non si sa nulla, un interlocutore di cui non si sa nulla dice al telefono una frase che tutti i ministeriali dicono ogni giorno: “Quella spenne con la carta a destra e a manca”, perché il ministro "rubba", si sa. I ministeriali romani dicono di peggio, non avendo da lavorare: una volta dicevano troie la moglie e le figlie dei ministri e dei sottosegretari, ora con le pari opportunità non hanno più bisogno dello stato di famiglia dei loro capi.
Naturalmente, tutti “sappiamo” che c’è ben altro. Che la telefonata è “organizzata”, e serve solo ad accedere ai conti della carta di credito ministeriale. Che la Guardia di Finanza sa già che la Prestigiacomo ha fatto, fosse pure per una volta, un uso personale della carta ministeriale. E che si sia fatta la telefonata per poter accedere ai conti della stessa carta. Accedervi pubblicamente, poiché già li conosce. Avremo infatti ora lunghe liste di cosa la Prestigiacomo compra con la carta, sua o del ministero: mutande, e di che colore, reggiseni, e di che misura, pellicce, una ministra dell’Ambiente, oh scandalo, eccetera.
Ma tutto questo ci fa paura e non piacere. Che ci siano ufficiali dello Stato che passano il loro tempo non a indagare e punire evasori, mafiosi, grassatori, ma ad architettare trappole per i politici. A Pisa come a Bari. Non secondario motivo d’inquietudine è che l’indagine “dovuta” si chiuderà, fra un anno o due, con un nulla di fatto. Ma avendo squalificato ancora un poco la politica, sia pure di destra. Ora, non si capisce perché ci siano corpi dello Stato che operano unicamente a sabotare la politica. Se questo non è un golpe continuo, sia pure di giudici e servizi non deviati giacché si professano compagni.
venerdì 2 ottobre 2009
L'inferno del diavolo Santoro
È buio lo scenario di Santoro, livido, anche le facce in primo piano. Con un fondale virato al rosso, specie l’ambulacro dove si riprendono le tricoteuses che plaudono, se non sono figuranti. Un mondo infero che paga, l’uomo è regista accorto, visto che tiene incollati al televisore sette milioni di persone per tre noiosissime ore. Maestro del cattivo gusto, com’è giusto nell’era del gossip: la faccia della D’Addario ingingatita, incombente da ogni lato, come una balena vorace, e “in camera”, per rocordare il bordello, con l’intervistatore sudato, come ansimasse.
Sono sette milioni d’italiani che ci credono: non si divertono, ci credono. La parte nobile, si penserebbe, di una audience. E tuttavia, il diavolo è sempre infido, specie se è troppo intelligente. I suoi seguaci li fa sentire di parte, grazie all’opera solerte del regista alle immagini (scenografie, tagli, risate e applausi di una sola parte), e a Vauro e Travaglio, come se partecipassero alla rivoluzione, alla resistenza, all'antiqualcosa. Ma tante palle personalmente, freddamente, alza, che ieri sera avranno finalmente rincuorato i berlusconiani. Compresa la D’Addario che dice: “Questa è la prima serata che faccio in Italia”. Ora dovremo sapere quanto chiede la D’Addario ai giornali compagni, e quanto l’ha pagata la Rai - lei e Bernstein, notoriamente molto venale, per dire che Berlusconi è Stalian, con l'aria per di più avvinazzata.
Berlusconi l’ha detto per stizza, ma non è inverosimile che Santoro, che lui stesso scelse a suo tempo per le prime serate di Mediaset, non gli porti voti: a sinistra c’è anche gente che ragiona. Non si capisce altrimenti che la Rai faccia festa coi suoi guai, l’orrenda D’Addario che fu la sua compagna di letto: quattro ore di prestazione gratuita a grande ascolto, due ore e mezza da Santoro, visto da sinistra, e un’ora e mezza da Vespa, visto da destra - qui con i malimconici figuranti che applaudono quando devono, e devono farlo spesso, per tenere desta l'attezione.
Sono sette milioni d’italiani che ci credono: non si divertono, ci credono. La parte nobile, si penserebbe, di una audience. E tuttavia, il diavolo è sempre infido, specie se è troppo intelligente. I suoi seguaci li fa sentire di parte, grazie all’opera solerte del regista alle immagini (scenografie, tagli, risate e applausi di una sola parte), e a Vauro e Travaglio, come se partecipassero alla rivoluzione, alla resistenza, all'antiqualcosa. Ma tante palle personalmente, freddamente, alza, che ieri sera avranno finalmente rincuorato i berlusconiani. Compresa la D’Addario che dice: “Questa è la prima serata che faccio in Italia”. Ora dovremo sapere quanto chiede la D’Addario ai giornali compagni, e quanto l’ha pagata la Rai - lei e Bernstein, notoriamente molto venale, per dire che Berlusconi è Stalian, con l'aria per di più avvinazzata.
Berlusconi l’ha detto per stizza, ma non è inverosimile che Santoro, che lui stesso scelse a suo tempo per le prime serate di Mediaset, non gli porti voti: a sinistra c’è anche gente che ragiona. Non si capisce altrimenti che la Rai faccia festa coi suoi guai, l’orrenda D’Addario che fu la sua compagna di letto: quattro ore di prestazione gratuita a grande ascolto, due ore e mezza da Santoro, visto da sinistra, e un’ora e mezza da Vespa, visto da destra - qui con i malimconici figuranti che applaudono quando devono, e devono farlo spesso, per tenere desta l'attezione.
giovedì 1 ottobre 2009
Risparmiateci la provincia
Se lo dice il Fondo monetario è vero, che ci governano le banche. Se lo dice Tremonti è una sciocchezza, un’aggressione eccetera.
Tutti concordi su Tremonti e le banche, con lo stesso titolo, “Repubblica”, “Stampa”, quotidiani locali di “Repubblica”, “l’Unità”. Non si potrebbe modificare il titolo?
Le rendition di terroristi internazionali - i rapimenti di persona - sono un delitto grave per la Procura di Milano se fatte all’epoca di Bush. Non quelle fatte all’epoca di Clinton e Gore, che la hanno volute.
Le guerre di Bush sono cattive. Ma se le fa Obama sono buone.
Il “Times” è "glorioso" - trent’anni fa, forse.
Le migliaia con la virgola, invece del punto: 1,000,000. Un milione non è un euro.
L’Iran è come il Kuwait, oppure la Libia. Insomma, sono da quelle parti, musulmani.
Non è una trama, è un giallo.
Il “Financial Times” e l’“Economist” sono bibbie. Di che? Sono giornali inglesi, come altri sono italiani – solo Ronchey credeva che fossero “diversi”. La differenza è che la Regina non legge il “Corriere della sera”, e se lo legge non lo porta ad esempio.
Le graduatorie del “Financial Times” e dell’“Economist” sono molto inglesi, per buoni inglesi – già gli scozzesi le leggono con disagio.
Tutti concordi su Tremonti e le banche, con lo stesso titolo, “Repubblica”, “Stampa”, quotidiani locali di “Repubblica”, “l’Unità”. Non si potrebbe modificare il titolo?
Le rendition di terroristi internazionali - i rapimenti di persona - sono un delitto grave per la Procura di Milano se fatte all’epoca di Bush. Non quelle fatte all’epoca di Clinton e Gore, che la hanno volute.
Le guerre di Bush sono cattive. Ma se le fa Obama sono buone.
Il “Times” è "glorioso" - trent’anni fa, forse.
Le migliaia con la virgola, invece del punto: 1,000,000. Un milione non è un euro.
L’Iran è come il Kuwait, oppure la Libia. Insomma, sono da quelle parti, musulmani.
Non è una trama, è un giallo.
Il “Financial Times” e l’“Economist” sono bibbie. Di che? Sono giornali inglesi, come altri sono italiani – solo Ronchey credeva che fossero “diversi”. La differenza è che la Regina non legge il “Corriere della sera”, e se lo legge non lo porta ad esempio.
Le graduatorie del “Financial Times” e dell’“Economist” sono molto inglesi, per buoni inglesi – già gli scozzesi le leggono con disagio.
Lo scopo non è quello di...
Quello. Ci vorrebbe una crociata per la sua abolizione. “Quello” è pleonastico: l’intento sarebbe quello di, lo scopo è quello di, la tendenza è quella di…
Oltre. Il magistrato e scrittore Carofiglio, che tiene corsi sul giallo giudiziario, scrive nel risvolto di “Testimone inconsapevole”, suo primo best-seller: “Oltre varie pubblicazioni di settore... (quest’opera) è la sua prima opera narrativa”. Oltre? Scerbanenco fa l’uno e l’altro, “Sei giorni di preavviso”: “Il suo compito, oltre che di.., era quello di…”.
Mentre. “La previsione del debito era di 1200 miliardi mentre le uscite reali 4800 milioni…” E perché non il punto dopo il migliaio, 1.200, 4.800? “Mentre”, “invece” sono usati come congiunzione, mentre invece sono avversativi. È insensato dire “sabato alle 21 spettacolo di Wilma De Angelis, domenica invece, sempre alle 21, di Milva”. O “a Milano l’indice Mibtel è salito dello 0,24 per cento, mentre il Cac a Parigi dello 0,21”.
Parentesi. Si mettono le cose tra parentesi. Il filosofo Diego Marconi nel suo libro “Per la verità”, in cui afferma la verità delle cose, mette tra parentesi la sua definizione “(la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio dei fatti)”.
Virgolette. Si mette tra virgolette, che indicano una forma d’irrealtà, tutto. “Lo show di Santoro è “aggressivo””. Lo sarebbe senza le virgolette, o non lo sarebbe? Nella Spagna al tempo di Franco si metteva tra virgolette “Israele”, come ancora nella stampa araba.
Più di. Sky nella pubblicità 2008 esibisce “più di” 19 generi narrativi in catalogo. Quanti sono, venti? trenta? diciannove e mezzo? Anche scrittori buoni scrivono: “Ha più di vent’anni”. Venti e mezzo? Trenta?
Fatto. “È un fatto che”: questo fatto è ridondante. Il “fatto innovativo” è la novità.
Oggettivo. “Oggettivamente a mio avviso” è residuo delle cellule Pci.
A parte che. Dice il Procuratore Capo dell’Aquila in tv dopo il terremoto: “A parte che, se ci saranno illegalità, chi le ha commesse non sarà indagato ma subito arrestato”. A parte che andava detto: “Se emergeranno illegalità”, che ci sono già state cioè e non ci saranno. Ma “a parte che”?
A livello. A livello culturale, sociale, politico….
Oltre. Il magistrato e scrittore Carofiglio, che tiene corsi sul giallo giudiziario, scrive nel risvolto di “Testimone inconsapevole”, suo primo best-seller: “Oltre varie pubblicazioni di settore... (quest’opera) è la sua prima opera narrativa”. Oltre? Scerbanenco fa l’uno e l’altro, “Sei giorni di preavviso”: “Il suo compito, oltre che di.., era quello di…”.
Mentre. “La previsione del debito era di 1200 miliardi mentre le uscite reali 4800 milioni…” E perché non il punto dopo il migliaio, 1.200, 4.800? “Mentre”, “invece” sono usati come congiunzione, mentre invece sono avversativi. È insensato dire “sabato alle 21 spettacolo di Wilma De Angelis, domenica invece, sempre alle 21, di Milva”. O “a Milano l’indice Mibtel è salito dello 0,24 per cento, mentre il Cac a Parigi dello 0,21”.
Parentesi. Si mettono le cose tra parentesi. Il filosofo Diego Marconi nel suo libro “Per la verità”, in cui afferma la verità delle cose, mette tra parentesi la sua definizione “(la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio dei fatti)”.
Virgolette. Si mette tra virgolette, che indicano una forma d’irrealtà, tutto. “Lo show di Santoro è “aggressivo””. Lo sarebbe senza le virgolette, o non lo sarebbe? Nella Spagna al tempo di Franco si metteva tra virgolette “Israele”, come ancora nella stampa araba.
Più di. Sky nella pubblicità 2008 esibisce “più di” 19 generi narrativi in catalogo. Quanti sono, venti? trenta? diciannove e mezzo? Anche scrittori buoni scrivono: “Ha più di vent’anni”. Venti e mezzo? Trenta?
Fatto. “È un fatto che”: questo fatto è ridondante. Il “fatto innovativo” è la novità.
Oggettivo. “Oggettivamente a mio avviso” è residuo delle cellule Pci.
A parte che. Dice il Procuratore Capo dell’Aquila in tv dopo il terremoto: “A parte che, se ci saranno illegalità, chi le ha commesse non sarà indagato ma subito arrestato”. A parte che andava detto: “Se emergeranno illegalità”, che ci sono già state cioè e non ci saranno. Ma “a parte che”?
A livello. A livello culturale, sociale, politico….
martedì 29 settembre 2009
Il pazzo che si crede Pizzuto o la filologia inutile
Una lettura sterile. Di “Così” a dieci anni dalla prima pubblicazione, recuperato da Antonio Pane, che da Firenze coltiva con passione la sicilitudine, al recupero autorizzato “da un codicillo testamentario”, e a sessanta dalla composizione. Di “Sul ponte di Avignone”, recuperato venticinque anni fa per Mondadori da Pedullà, che lo dice “il primo romanzo della seconda vita di Pizzuto”, già pubblicato settant’anni fa, con lo pseudonimo di Hais. Impossibile quella di “Testamento”, a quarant’anni dalla prima pubblicazione nel Saggiatore con una nota superlativa di Contini, che ora si ripubblica sempre per la cura di Pane, in quella che Polistampa porta avanti come l'opera omnia dello scrittore-questore palermitano.L’ultimo Pizzuto, “la seconda vita” della scrittore, è un caso di Spätstil, il tardo stile comune a molti compositori tedeschi e qualche scrittore, dirompente ma più per essere ermetico, o insomma involuto: più che l’apertura di nuovi fecondi percorsi in genere segna la stanchezza.
L’unico interesse è la luce retroflessa che Pizzuto, col suo enorme credito, getta sulla migliore filologia del Novecento, Debenedetti, Nencioni, Contini, Jacobbi, Bazlen, Montale, Luzi, Pedullà. Si può dire che non ci sia stato patrocinante eccellente che non si sia esercitato, con entusiasmo se non con gusto, su Pizzuto. “Scoperto” da Lerici-Bazlen con “Signorina Rosina” nel 1959, a 66 anni, dopo lunghe e insistite peripezie, dieci anni dopo ha già un suo capitolo nella “Letteratura dell’Italia unita 1861-1968” che Contini pubblica nel 1968. Con un’ampia presentazione, in questa stessa storia della letteratura, di “Testamento”, che uscirà per il Saggiatore nel 1969. La sintassi di Pizzuto, dice il filologo principe, “rammenta” la classicità, “ma nell’essenziale porta addirittura lontano dall’indoeuropeo, per quell’attenuazione e tendenziale soppressione dell’opposizione tra nome e verbo che qualifica il cinese e lingue affini” – tre “–one” in una riga dicono l’attenzione di Contini, certo sperduto tra il cinese e gli affini.
Letto tutto Pizzuto cosa resta? Parole in libertà. “Sul ponte di Avignone” è una storia reale di abiezione, a fronte della complice finzione sveviana. Ma non più di tanto, su una traccia struggente da “Tre orfanelle”. Lo scrittore non maschera il neo realismo, la stucchevole commedia all’italiana da disgrazie cumulative: “Sul ponte” è l’insostenibile pesantezza della bigamia, che si stiracchia per anni e generazioni, una forma di egoismo incredibilmente selvaggia, un personale tsunami - con gli irritanti palermitani “esci il piedino”, “uscì il braccio” (un miracolo è semmai la prefazione di Pedullà, di attenzione, cura, misura, ma è la enensima manifestazione del critico che fa l'autore).
Che si possano utilizzare le parole senza senso, neppure onomatopeico (musicale), per lessico grammaticale o sintattico, questo è insensato. L’espressione compiaciuta dell’inespressione, la “lezione” di Joyce capovolta, e quindi delle avanguardie, il futurismo, il surrealismo, le macchine letterarie. Forse è un effetto dell’antindustrialismo (antiumanesimo), comune alle prefiche del Diamat e del fascismo, di cui Pizzuto fu funzionario più che volenteroso alla Polizia Politica, non sapendo che la macchina in sé è sterile. In uno dei tre, forse in “Testamento”, c’è il pazzo che si crede Pizzuto, e questo è tutto.
Antonio Pizzuto, Testamento, Polistampa, pp. 312, € 23
Così
Sul ponte di Avignone
L’unico interesse è la luce retroflessa che Pizzuto, col suo enorme credito, getta sulla migliore filologia del Novecento, Debenedetti, Nencioni, Contini, Jacobbi, Bazlen, Montale, Luzi, Pedullà. Si può dire che non ci sia stato patrocinante eccellente che non si sia esercitato, con entusiasmo se non con gusto, su Pizzuto. “Scoperto” da Lerici-Bazlen con “Signorina Rosina” nel 1959, a 66 anni, dopo lunghe e insistite peripezie, dieci anni dopo ha già un suo capitolo nella “Letteratura dell’Italia unita 1861-1968” che Contini pubblica nel 1968. Con un’ampia presentazione, in questa stessa storia della letteratura, di “Testamento”, che uscirà per il Saggiatore nel 1969. La sintassi di Pizzuto, dice il filologo principe, “rammenta” la classicità, “ma nell’essenziale porta addirittura lontano dall’indoeuropeo, per quell’attenuazione e tendenziale soppressione dell’opposizione tra nome e verbo che qualifica il cinese e lingue affini” – tre “–one” in una riga dicono l’attenzione di Contini, certo sperduto tra il cinese e gli affini.
Letto tutto Pizzuto cosa resta? Parole in libertà. “Sul ponte di Avignone” è una storia reale di abiezione, a fronte della complice finzione sveviana. Ma non più di tanto, su una traccia struggente da “Tre orfanelle”. Lo scrittore non maschera il neo realismo, la stucchevole commedia all’italiana da disgrazie cumulative: “Sul ponte” è l’insostenibile pesantezza della bigamia, che si stiracchia per anni e generazioni, una forma di egoismo incredibilmente selvaggia, un personale tsunami - con gli irritanti palermitani “esci il piedino”, “uscì il braccio” (un miracolo è semmai la prefazione di Pedullà, di attenzione, cura, misura, ma è la enensima manifestazione del critico che fa l'autore).
Che si possano utilizzare le parole senza senso, neppure onomatopeico (musicale), per lessico grammaticale o sintattico, questo è insensato. L’espressione compiaciuta dell’inespressione, la “lezione” di Joyce capovolta, e quindi delle avanguardie, il futurismo, il surrealismo, le macchine letterarie. Forse è un effetto dell’antindustrialismo (antiumanesimo), comune alle prefiche del Diamat e del fascismo, di cui Pizzuto fu funzionario più che volenteroso alla Polizia Politica, non sapendo che la macchina in sé è sterile. In uno dei tre, forse in “Testamento”, c’è il pazzo che si crede Pizzuto, e questo è tutto.
Antonio Pizzuto, Testamento, Polistampa, pp. 312, € 23
Così
Sul ponte di Avignone
L'attore è scimmia dal Settecento
All’origine della filosofia dell’attore? Michel Sticotti ne anticipa i due fondamenti: “Singerie sublime”, poi adottato da Diderot, e “Le caractère prope du Grand Acteure est de n’en avoir aucun”.
Claudio Meldolesi, Gli Sticotti, comici italiani nei teatri del Settecento
Claudio Meldolesi, Gli Sticotti, comici italiani nei teatri del Settecento
Il patto per l'unità d'Italia non decolla
Fini si tira fuori dal patto per l’unità d’Italia? Il presidente della Camera è rimasto solo, alla festa milanese del suo partito, tra gli sponsor del patto nazionale destra-sinistra, Tremonti e il “Corriere della sera”. Il patto che lo stesso Tremonti ha lanciato un mese fa sul “Corriere della sera”, d’accordo con Bazoli e D’Alema, col pretesto delle celebrazioni, l’anno prossimo, dell’unità d’Italia. Per un governo di unità nazionale, anche senza Bossi, sicuramente senza i dipietristi, nell’ipotesi “in morte di Berlusconi” – in morte politica, beninteso,
Tremonti è stato al copione. Ha fatto finta che Fini non l’abbia sabotato in tutti i modi nel passato governo berlusconiano, sulla finanziaria, che disse “truccata”, ed era vicepresidente del consiglio, la vendita degli immobili pubblici, la questione Fazio. Fino a farlo cacciare brutalmente dal governo stesso. Il presidente del consiglio in pectore ha anzi elogiato Fini per la sua sagacia sulla questione immigrati. E ha proposto di riportare al centro la famosa questione meridionale, altro ritornante cavallo di battaglia del presidente della Camera, nelle pause della sua signorile distrazione. Ma non è stato ricambiato: Fini gli ha confermato la sua altezzosità, da superba seconda o terza carica dello Stato.
Il motivo non è stato capito. O è Fini stesso che si vuole candidare all’unità nazionale. Oppure il presidente della Camera ha capito che a Milano non è aria di aperture verso gli immigrati, per la cittadinanza e il diritto di voto, prematuri, demagogici, e per la questione meridionale, che è solo parole. D’Alema, che è stato a Milano per altri convegni e avrebbe dovuto fare il secondo passo, d’altra parte non si è sbilanciato. Si sa che da sempre ritiene Fini il suo dioscuro, uno col quale gli piacerebbe dividere il futuro dell’Italia. E che sarebbe perplesso sulla capacità di Tremonti di tessere la tela: “Tremonti non è Amato”, è stato sentito dire.
Il congresso democratico ancora non è chiuso, e D’Alema non ha voluto rischiare di danneggiare Bersani? È possibile. Ma c’è anche chi gli consiglia di puntare su Casini. Che sarebbe miglior uomo di collegamento politico, per una sorta di Dc interpartitica. Senza essere più forte di Tremonti.
Tremonti è stato al copione. Ha fatto finta che Fini non l’abbia sabotato in tutti i modi nel passato governo berlusconiano, sulla finanziaria, che disse “truccata”, ed era vicepresidente del consiglio, la vendita degli immobili pubblici, la questione Fazio. Fino a farlo cacciare brutalmente dal governo stesso. Il presidente del consiglio in pectore ha anzi elogiato Fini per la sua sagacia sulla questione immigrati. E ha proposto di riportare al centro la famosa questione meridionale, altro ritornante cavallo di battaglia del presidente della Camera, nelle pause della sua signorile distrazione. Ma non è stato ricambiato: Fini gli ha confermato la sua altezzosità, da superba seconda o terza carica dello Stato.
Il motivo non è stato capito. O è Fini stesso che si vuole candidare all’unità nazionale. Oppure il presidente della Camera ha capito che a Milano non è aria di aperture verso gli immigrati, per la cittadinanza e il diritto di voto, prematuri, demagogici, e per la questione meridionale, che è solo parole. D’Alema, che è stato a Milano per altri convegni e avrebbe dovuto fare il secondo passo, d’altra parte non si è sbilanciato. Si sa che da sempre ritiene Fini il suo dioscuro, uno col quale gli piacerebbe dividere il futuro dell’Italia. E che sarebbe perplesso sulla capacità di Tremonti di tessere la tela: “Tremonti non è Amato”, è stato sentito dire.
Il congresso democratico ancora non è chiuso, e D’Alema non ha voluto rischiare di danneggiare Bersani? È possibile. Ma c’è anche chi gli consiglia di puntare su Casini. Che sarebbe miglior uomo di collegamento politico, per una sorta di Dc interpartitica. Senza essere più forte di Tremonti.
lunedì 28 settembre 2009
Letture - 15
letterautore
Galileo – Si rovesciano i ruoli curiosamente nelle celebrazioni: i laici sono per la tribunalizzazione della storia, i credenti felici che la chiesa si sia sbarazzata delle pretese tribunalizie.
Curiosamente ma non troppo: questo Duemila è un seicento rovesciato, altrettanto svagato, pettegolo. La scienza è inquisitoriale, che si vuole senza limiti, fino a imporre cloni e morti precoci, i fedeli invece sono contenti che la chiesa li lasci liberi.
Nietzsche - È molto Machiavelli, nel discorso sulla fortuna (ratio irrationalis) e contro la virtù cristiana.
Parola – Vale – pesa – per la quantità? Un tempo significava, aveva anche sensi forti, ampia materia ha dato alla filologia. Era l’epoca del riserbo. Ora tende all’indistinto: le parole esagerate devono esserlo sempre di più, e sono il linguaggio della politica, dell’economia, della sociologia, della giustizia (i tribunali stabiliscono che niente più è ingiurioso, visto i linguaggi correnti), perfino della tecnica, ma non dicono nulla. Quelle della filologia è da tempo che non dicono più, e bisogna inventarne di nuove, come se i concetti fossero nuovi tipi di particelle, quanti, quark, bosoni. È l’epoca della loquacità: telefono, televisione, internet, talk show, reality.
C’è un’epoca per le parole significanti e una per le insignificanti? Se è così, non può essere la pace (siamo in pace da sessant’anni, malgrado tutto) il pegno del linguaggio insignificante, le passioni spente, la noia? La pace e il benessere, malgrado tutto.
O necessitano le parole balzi sempre più azzardati, eccessivi, per farsi udire? O è in corso un rinnovamento semantico, un’altra specie di uomo e di linguaggio? Forse per questo la letteratura non recupera più, come ha sempre usato ciclicamente da Omero, le vecchie ambizioni di durata.
Pirandello – Curioso il suo fascismo: tiepido, se non ostile, quando tutti erano fascisti, Croce compreso, passa con Mussolini per il delitto Matteotti. C’è una vena di bastian contrario in questo autore così poco, anzi nient’affatto eccentrico, tutto casa e lavoro?
La vita coniugale, di follia ordinaria, e il rapporto virginale con Marta Abba, altra follia. Pirandello non sarebbe che un realista, dietro il linguaggio espressionista delle narrazioni, e i soggetti tagliati sul bizzarro – più che nei bozzetti siciliani. Per uno, certo, che era nato al Caos. Vicino ad Agrigento, la città di Empedocle – c’è un destino in tutti i suoi nomi, da Caos in qua.
Non fa un teatro dell’assurdo ma delle possibilità. "Soltanto i pazzi sono sicuri e risoluti", direbbe il Montaigne dei "Saggi" (I, 26). Esplora altri terreni, allentando la briglia all’invenzione. Senza preoccuparsi della norma e senza esercitarsi nell’innovazione che divora se stessa. Alla maniera di Dante all’"Inferno" (XI, 93): "Che non men che saper dubbiar m’aggrada". Procede così a ranghi sciolti su un fronte vasto, da esperienze trite: la casa, la famiglia, la professione, il reddito. Ibsen irrompe nella personalità – nella personalità della morale puritana: non c’è una Nora palermitana o napoletana, e neppure lombarda. Pirandello irrompe nell’ordinario quotidiano.
Romanticismo - È una forma di femminismo. Si fa nascere da un falso, il falso Ossian, puritano, cioè portato alla morte. E questa tendenza ce l’ha, sono due secoli ormai che opprime il mondo. Ma l’idea romantica della donna e dell’amore è opera delle donne: D’Aulnoy, Monaca portoghese, Lafayette – quella dei trovatori e della cavalleria è posata, formale. Quindi nei romanzi e all’opera una serie di eroine si sono succedute, Bovary, Anna Karenina, Norma, Violetta, Tosca, Lucia, con un contorno d’imbecilli.
Roth Joseph – Wittgenstein incontra a Vienna ("Diari segreti", 6 gennaio 1915) un capitano Roth "infinitamente antipatico" a pranzo a Möndling. J. Roth è invece "infinitamente simpatico": è questa la qualità della sua prosa, accattivante.
È eccezionale perché è tedesco. È l’unico scrittore tedesco (forse anche Schiller – Goethe l’avrebbe voluto) aperto alle passioni. Scrittore di cuore e non di testa.
Perché è ebreo? Ma era ebreo Freud, che invece scrive di testa. C’è uno scrittore ebreo passionale e non cerebrale? Qualcuno arriva all’ironia – Singer, Philip Roth.
È poeta dei reduci. Poeta in quanto non è riuscito a andare a fondo del loro dramma, da idealista buttato nel sangue e nel fango. Non si pone mai la domanda, con facile risposta: che idealismo era il suo? Per il vecchio kaiser? Per una patria che nessuno minacciava? Per acquisire un’altra identità, tedesca, comoda nello Stato plurinazionale?
Se così è, è un caso drammatico dell’assimilazione – della trasmigrazione in una cultura e una società "superiori". Perché l’ironia di J. Roth, il suo senso critico, si ferma al di qua? La sua tragedia è in questo essere un moderno nessuno, vissuto e non di comodo. Si salva col dono della scrittura, da giornalista e da narratore.
Può darsi che la capacità di affabulazione ottunda o acuisca l’autocritica (l’autodissoluzione, il masochismo involontario)? Heine se ne sta fuori allegramente, Kafka e J. Roth vi s’impantanano. Se l’autocoscienza è una pesca random, l’affabulazione ne ingigantisce e irrobustisce le reti micidiali.
Shakespeare – L’onestà, secondo Antonio del "Giulio Cesare", è la forma più raffinata d’inganno.
Di che cultura è la violenza di Shakespeare: della Controriforma, della Riforma?
Stendhal – Il Cenci-don Giovanni assomiglia al "Don Juan" di Byron. Stendhal incontra Byron con Hobhouse a Milano nel 1816: è uno sconosciuto, gli inglesi se lo filano poco. Byron compone il "Don Juan" nel 1818.
Hobhouse è l’unica testimonianza vera su Stendhal a Milano. Tardiva, a cinquant’anni dai fatti, quando scopre che Stendhal è diventato una celebrità. E tuttavia sempre riduttiva. Lo incontra con Byron, a casa Breme e altrove, con "molte celebrità", che Monti, Pellico…: "Uno degli Intendenti dei Mobili della Corona, già segretario di gabinetto di Napoleone"; "c’era lì un Monsieur de Bayle, uno dei segretari di Napoleone"; "ha un modo troppo crudo di dire le cose"; "ha l’aria d un materialista, e lo è senza dubbio".
Strutturalismo – Musil, "Saggi", 76, contro le analogie cui indulge Spengler: "Esistono farfalle giallo-limone ed esistono cinesi giallo-limone. In un certo senso si può allora dire: la farfalla è il cinese nano alato mitteleuropeo".
Che c’entra Spengler con lo strutturalismo? Già.
Tomasi di Lampedusa – L’incongruità di una moglie lituana, nobile spiantata, analista. Moglie di quanto di più siciliano c’era a Palermo, e refrattario alle psicoscienze.
Chi la frequentava? Aspiranti mondani, abbastanza freddi da superare il ridicolo? Borghesi ricchi? Le signore? O non era la principessa Tomasi ritenuta una strega – atteso anche l’aspetto fisico? La psicanalisi si presterebbe a rinverdire l’esoterismo – pendoli, divinazione, spiritismo – in ambiente disponibile. I cugini Piccolo ne erano ghiotti.
Tomasi sarà stato inattaccabile a tutto quello con cui ha convissuto.
Wagner – Come non leggerlo con la "grammatica" di Ludwig I e II, falso Rinascimento, Neuschwanstein, etc.? Con la differenza che i Ludwig non ne facevano una filosofia, tanto meno dell’avvenire. Non ne facevano nemmeno un’arte, essendo in parte buontemponi in parte matti.
Woolf, Virginia – Il cambiamento di sesso ("Orlando"), come trovata, non è inedito. Come caso doloroso, di grave squilibrio psicologico (Herculine Barbin). Come caso d’avventura ("L’alfiere"). Nel porno (Eleonora, nel racconto omonimo della rivoluzione francese, cambia sesso con le circostanze). Altre volte è vissuto, nella realtà o nell’apparenza (Capitan Fracassa, Giovanna d’Arco), come maschera liberatoria, un esercizio teatrale. Ma Orlando non soffre, non gioca e non insegue il piacere. È l’indifferenza sessuale.
letterautore@antiit.eu
Ombre - 29
Attacca la Rai il governo Berlusconi, e la attacca "il Giornale" di Berlusconi. Una cosa che più sfrontata non si può. E tuttavia, i sei milioni di ascoltatori di Santoro, l’oggetto dell’attacco, sono isolati. Come se gli altri diciotto milioni di spettatori fossero tutti contro di lui. Sono fascisti i diciotto milioni o i sei?
Santoro dal canto suo gongola: tra Berlusconi e Masi non potrebbe augurarsi nemici migliori.
L’Europa conta poco o niente nel G 20, come conta poco nell’economia globale, che si è fatta a sua insaputa, tra Usa e Cina – mentre ‘Europa si offendeva per Tienanmen, Clinton liberava il drago cinese. Quattro presenze, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, cinque con la Commissione di Bruxelles, grandi di storia e prosopopea, e niente: le banche falliscono, si salvano, e si pagano lauti bonus senza che l’Europa possa dire bah!, l’euro conta meno dello yuan, e dello yen, le guerre si fanno a sua insaputa, tratta per l’Iran senza saperne nulla. Non è una novità. Ma "La Stampa" e il "Corriere" dicono che solo l’Italia non conta. Per dare ragione a Berlusconi, che lamenta il disfattismo?
Il gruppo L’Espresso avvia, con l’incrociatore leggero "Micromega", lo smantellamento di Di Pietro. Per ora sono tiri d’assaggio. Che non escludono, anzi implicano, una ricomposizione. Ma è uno dei due assi storici di Mani Pulite che si rompe, quello De Benedetti-Passera-Di Pietro.
È un aggiustamento in vista dell’unione nazionale? Certo, l’unione non si può fare senza Di Pietro: Berlusconi non si metterà mai da parte, se non morto.
Si continuano a nascondere le pattuglie dei vigili e della stradale, e gli autovelox, malgrado il decreto del ministro Bianchi che ne impone la visibilità. Non pattugliano le strade per ricordare la prudenza e dissuadere gli imprudenti, ma per fregare gli automobilisti, spesso anche i prudenti. Contro le legge. Una tendenza insopprimibile a essere sbirri: sarà italica? Da segnalare a Ciampi per le celebrazioni?
I comuni che installano autovelox, a guardare bene in giro per l’Italia, sono di sinistra. La sinistra è più lenta? Ha più bisogno di soldi? È legata ai (tre) fornitori di apparecchi, e del relativo servizio di telemetria?
Capita col giornale un supplemento, a pagamento, di pubblicità. Ce ne sono a giorni fissi, che quindi si possono evitare, e per caso. È il caso di "Style", un mensile del "Corriere della sera". Nonché pagarli, non si riesce nemmeno a evitare la curiosità di sfogliarli. Sono la pubblicità più sgradita, perché è scritta come se fosse un articolo, di giornalismo. Ma "Style" di ottobre ha di più: lo scrittore Scaraffia che dandineggia su un signor Perini e la Perini Navi. Che non si sa cosa sia, ma si fa fotografare premiato con i suoi tristi manager in Costa Smeralda, le solite targhe dallo stesso premiato pagate. E gli dà un premio all’eleganza. Eleganza?
Lunga cronaca di Gianluca Luzi su Berlusconi all’Assemblea dell’Onu a New York. In cui si parla soprattutto di quattro righe del "Wall Street Journal", contro Berlusconi e contro l’Italia in Afghanistan.
Lo spazio non manca, ma non basta all’inviato di "Repubblica" per dire che il "Wsj" è di Murdoch e obbedisce al padrone. Che è in guerra contro il digitale Mediaset.
Ma, certo, non è un golpe intellettuale, come Brunetta pretenderebbe. È piuttosto aria di dossier.
Si litiga nel Pd sulla Ru486, l’aborto fai da te. La senatrice Bianchi, capogruppo in commissione Sanità, lascia l’incarico. Commenta Ignazio Marino: "Dorina Bianchi è omai un problema oggettivo per il Partito Democratico".
Questo scienziato che non è scienziato, medico che non è medico, cattolico che non è cattolico, (ex) comunista che non è mai stato comunista, si scopre infine che cos’è: è uno stalinista (oggettivo era il Diamat staliniano, l’indimenticabile materialismo dialettico). È pure candidato a capo del Pd, o anche la candidatura è falsa?
"Striscia la notizia" presenta la stagione parodiando l’uso e abuso di dossier nei giornali. Feltri è fotomontato su Noemi Letizia, Ezio Mauro tra due ragazze. I parlamentari Zanda, Pd, e Donadi, Idv, criticano aspramente "la tv di Berlusconi" che "diffama" il direttore di "Repubblica" e presentano istantanee interrogazioni. Su (non) sollecitazione di Mauro, questo (non) è un golpe - che dice Brunetta? In fondo sono cose per ridere.
Da non trascurare: "El Paìs", anch’esso all’istante, denuncia la libertà di stampa defunta in Italia. Ora, "Striscia la notizia" la vendono anche in Spagna? Diavolo d’un Berlusconi….
È sempre lo stesso schema: Berlusconi fa di tutto per perdere, e niente, i suoi nemici lo fanno rivincere.
Sarkozy fa causa in Francia contro Villepin, che voleva incastrarlo per conto di Chirac e impedirgli la candidatura all’Eliseo – i tre sono dello stesso partito. I giornali del made in Italy spirituale sono per Sarkozy. Ma praticando essi stessi ogni giorno gli incastri di Villepin – che non per nulla sarà buon italianista. Anche se la ricetta francese, dossier, traducono in americano, gossip.
È il dossier Villepin di Sarkozy che tace il fatto che Sarkozy in quanto presidente è anche il capo in Francia dei magistrati, e quindi non dovrebbe fare causa?
Bernard Henri Lévy va col ministro francese della Guerra in Afghanistan, e lo trova pacificato. Non tutto, le zone controllate dai francesi. Che hanno avuto più morti degli italiani, con meno uomini impegnati, ma, certo, sono "meglio". Questo, uno, è quello che crede il "Corriere della sera", il giorno dopo i funerali dei militari italiani, morti si è ampiamente scritto per niente.
Due: si può immaginare Vattimo che va in Afghanistan, magari con Parisi che le truppe italiane ce le ha mandate invece che con La Russa, e dica che la pace è possibile?
A due settimane dalla loro partecipazione al lancio del "Fatto", i giudici di Palermo Ingroia e Scarpinato si giustificano col dott. Battista del "Corriere" dicendo che hanno presenziato per informarsi di che giornale si trattasse. Richiesti di collaborare, dicono, volevano vedere che giornale è.
Si può essere ipocriti, la legge non lo proibisce. Ma perché esserlo?
I due giudici si fanno vivi sul "Corriere" a due settimane dalla cronaca di Pierluigi Battista, il giorno dell’uscita del "Fatto". Non per cercare visibilità, per se stessi e per il "Fatto".
Si celebrano i funerali solenni dei morti in guerra, con una coreografia impressionante, con larga partecipazione e anche commozione. Muore anche la prima vittima italiana dell’influenza suina. Ma il cardinale Bagnasco convoca tutti i vescovi italiani e, con le tendine tirate, difende il "caso Boffo". Il caso Boffo?
Roba da preti, di cinquant’anni fa. Per Nassirya il predecessore di Bagnasco, Ruini, era stato il pacificatore degli italiani. Altro carattere forse. Ma altra concezione del sacerdozio: c’era Giovanni Paolo II e ai vescovi politicanti italiani aveva messo la museruola. A fin di bene, come si vede.
Il giudice libera dopo ventiquattro ore Tarantini, che la Procura aveva messo dentro per pericolo di fuga e inquinamento di prove. Dopo un anno, più o meno, che lo indaga, la Procura ha tentato di passare al "metodo Di Pietro": sbattere uno dentro buttando via le chiavi, secondo la terminologia del secondino, qualcosa dirà. Tarantini si è meravigliato, avendo finora collaborato. Ma, evidentemente, non ha detto il nome che la Procura di Bari si aspetta.
Insomma, nulla di nuovo. Ma D’Alema? È lui tutto questo, che sempre preannuncia nuovi scandali?
Santoro dal canto suo gongola: tra Berlusconi e Masi non potrebbe augurarsi nemici migliori.
L’Europa conta poco o niente nel G 20, come conta poco nell’economia globale, che si è fatta a sua insaputa, tra Usa e Cina – mentre ‘Europa si offendeva per Tienanmen, Clinton liberava il drago cinese. Quattro presenze, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, cinque con la Commissione di Bruxelles, grandi di storia e prosopopea, e niente: le banche falliscono, si salvano, e si pagano lauti bonus senza che l’Europa possa dire bah!, l’euro conta meno dello yuan, e dello yen, le guerre si fanno a sua insaputa, tratta per l’Iran senza saperne nulla. Non è una novità. Ma "La Stampa" e il "Corriere" dicono che solo l’Italia non conta. Per dare ragione a Berlusconi, che lamenta il disfattismo?
Il gruppo L’Espresso avvia, con l’incrociatore leggero "Micromega", lo smantellamento di Di Pietro. Per ora sono tiri d’assaggio. Che non escludono, anzi implicano, una ricomposizione. Ma è uno dei due assi storici di Mani Pulite che si rompe, quello De Benedetti-Passera-Di Pietro.
È un aggiustamento in vista dell’unione nazionale? Certo, l’unione non si può fare senza Di Pietro: Berlusconi non si metterà mai da parte, se non morto.
Si continuano a nascondere le pattuglie dei vigili e della stradale, e gli autovelox, malgrado il decreto del ministro Bianchi che ne impone la visibilità. Non pattugliano le strade per ricordare la prudenza e dissuadere gli imprudenti, ma per fregare gli automobilisti, spesso anche i prudenti. Contro le legge. Una tendenza insopprimibile a essere sbirri: sarà italica? Da segnalare a Ciampi per le celebrazioni?
I comuni che installano autovelox, a guardare bene in giro per l’Italia, sono di sinistra. La sinistra è più lenta? Ha più bisogno di soldi? È legata ai (tre) fornitori di apparecchi, e del relativo servizio di telemetria?
Capita col giornale un supplemento, a pagamento, di pubblicità. Ce ne sono a giorni fissi, che quindi si possono evitare, e per caso. È il caso di "Style", un mensile del "Corriere della sera". Nonché pagarli, non si riesce nemmeno a evitare la curiosità di sfogliarli. Sono la pubblicità più sgradita, perché è scritta come se fosse un articolo, di giornalismo. Ma "Style" di ottobre ha di più: lo scrittore Scaraffia che dandineggia su un signor Perini e la Perini Navi. Che non si sa cosa sia, ma si fa fotografare premiato con i suoi tristi manager in Costa Smeralda, le solite targhe dallo stesso premiato pagate. E gli dà un premio all’eleganza. Eleganza?
Lunga cronaca di Gianluca Luzi su Berlusconi all’Assemblea dell’Onu a New York. In cui si parla soprattutto di quattro righe del "Wall Street Journal", contro Berlusconi e contro l’Italia in Afghanistan.
Lo spazio non manca, ma non basta all’inviato di "Repubblica" per dire che il "Wsj" è di Murdoch e obbedisce al padrone. Che è in guerra contro il digitale Mediaset.
Ma, certo, non è un golpe intellettuale, come Brunetta pretenderebbe. È piuttosto aria di dossier.
Si litiga nel Pd sulla Ru486, l’aborto fai da te. La senatrice Bianchi, capogruppo in commissione Sanità, lascia l’incarico. Commenta Ignazio Marino: "Dorina Bianchi è omai un problema oggettivo per il Partito Democratico".
Questo scienziato che non è scienziato, medico che non è medico, cattolico che non è cattolico, (ex) comunista che non è mai stato comunista, si scopre infine che cos’è: è uno stalinista (oggettivo era il Diamat staliniano, l’indimenticabile materialismo dialettico). È pure candidato a capo del Pd, o anche la candidatura è falsa?
"Striscia la notizia" presenta la stagione parodiando l’uso e abuso di dossier nei giornali. Feltri è fotomontato su Noemi Letizia, Ezio Mauro tra due ragazze. I parlamentari Zanda, Pd, e Donadi, Idv, criticano aspramente "la tv di Berlusconi" che "diffama" il direttore di "Repubblica" e presentano istantanee interrogazioni. Su (non) sollecitazione di Mauro, questo (non) è un golpe - che dice Brunetta? In fondo sono cose per ridere.
Da non trascurare: "El Paìs", anch’esso all’istante, denuncia la libertà di stampa defunta in Italia. Ora, "Striscia la notizia" la vendono anche in Spagna? Diavolo d’un Berlusconi….
È sempre lo stesso schema: Berlusconi fa di tutto per perdere, e niente, i suoi nemici lo fanno rivincere.
Sarkozy fa causa in Francia contro Villepin, che voleva incastrarlo per conto di Chirac e impedirgli la candidatura all’Eliseo – i tre sono dello stesso partito. I giornali del made in Italy spirituale sono per Sarkozy. Ma praticando essi stessi ogni giorno gli incastri di Villepin – che non per nulla sarà buon italianista. Anche se la ricetta francese, dossier, traducono in americano, gossip.
È il dossier Villepin di Sarkozy che tace il fatto che Sarkozy in quanto presidente è anche il capo in Francia dei magistrati, e quindi non dovrebbe fare causa?
Bernard Henri Lévy va col ministro francese della Guerra in Afghanistan, e lo trova pacificato. Non tutto, le zone controllate dai francesi. Che hanno avuto più morti degli italiani, con meno uomini impegnati, ma, certo, sono "meglio". Questo, uno, è quello che crede il "Corriere della sera", il giorno dopo i funerali dei militari italiani, morti si è ampiamente scritto per niente.
Due: si può immaginare Vattimo che va in Afghanistan, magari con Parisi che le truppe italiane ce le ha mandate invece che con La Russa, e dica che la pace è possibile?
A due settimane dalla loro partecipazione al lancio del "Fatto", i giudici di Palermo Ingroia e Scarpinato si giustificano col dott. Battista del "Corriere" dicendo che hanno presenziato per informarsi di che giornale si trattasse. Richiesti di collaborare, dicono, volevano vedere che giornale è.
Si può essere ipocriti, la legge non lo proibisce. Ma perché esserlo?
I due giudici si fanno vivi sul "Corriere" a due settimane dalla cronaca di Pierluigi Battista, il giorno dell’uscita del "Fatto". Non per cercare visibilità, per se stessi e per il "Fatto".
Si celebrano i funerali solenni dei morti in guerra, con una coreografia impressionante, con larga partecipazione e anche commozione. Muore anche la prima vittima italiana dell’influenza suina. Ma il cardinale Bagnasco convoca tutti i vescovi italiani e, con le tendine tirate, difende il "caso Boffo". Il caso Boffo?
Roba da preti, di cinquant’anni fa. Per Nassirya il predecessore di Bagnasco, Ruini, era stato il pacificatore degli italiani. Altro carattere forse. Ma altra concezione del sacerdozio: c’era Giovanni Paolo II e ai vescovi politicanti italiani aveva messo la museruola. A fin di bene, come si vede.
Il giudice libera dopo ventiquattro ore Tarantini, che la Procura aveva messo dentro per pericolo di fuga e inquinamento di prove. Dopo un anno, più o meno, che lo indaga, la Procura ha tentato di passare al "metodo Di Pietro": sbattere uno dentro buttando via le chiavi, secondo la terminologia del secondino, qualcosa dirà. Tarantini si è meravigliato, avendo finora collaborato. Ma, evidentemente, non ha detto il nome che la Procura di Bari si aspetta.
Insomma, nulla di nuovo. Ma D’Alema? È lui tutto questo, che sempre preannuncia nuovi scandali?
venerdì 25 settembre 2009
Roma era un'altra
È tutta un paradosso la civiltà romana in Rosenberg, “Democrazia e lotta di classe nell’antichità”, e tuttavia persuasiva, perfino evidente. Rosenberg, protagonista di questa narrazione del filologo classico Canfora, che vi si conferma il miglior narratore degli anni 1990, è l’antichista tedesco degli anni di Hitler, mezzo comunista e mezzo anticomunista. Le “novità”:
- schiavi: non erano poi tanti - solo in Sicilia erano in soprannumero (p.87)
- Omero, poeta degli aristocratici (99)
- teatro: gratuito per grandi masse – il teatro greco ne fu influenzato (124)
- democrazia: governo della maggioranza dei più poveri – altrimenti decide il ceto medio (126)
- imperatori: presidenti a vita (176)
- decentramento: massimo in ogni zona dell’impero, senza polizie (179)
- sociale: in tutte le zone dell’impero spese pubbliche per tutti (178)
- latifondo: è diffusissimo ma non malvisto dai contadini (p.183)
Luciano Canfora, Il comunista senza partito
- schiavi: non erano poi tanti - solo in Sicilia erano in soprannumero (p.87)
- Omero, poeta degli aristocratici (99)
- teatro: gratuito per grandi masse – il teatro greco ne fu influenzato (124)
- democrazia: governo della maggioranza dei più poveri – altrimenti decide il ceto medio (126)
- imperatori: presidenti a vita (176)
- decentramento: massimo in ogni zona dell’impero, senza polizie (179)
- sociale: in tutte le zone dell’impero spese pubbliche per tutti (178)
- latifondo: è diffusissimo ma non malvisto dai contadini (p.183)
Luciano Canfora, Il comunista senza partito
Il mondo com'è - 23
astolfo
Democrazia – Non contano in politica le cose che si fanno, neppure quelle che si danno, ma i sentimenti che si stimolano, e i legami di gruppo, ideali, che attraverso di essi si stabiliscono. Anche se la scienza politica e Marx pretendono il contrario. La prima, elementare, democrazia contemporanea è populista, di tipo nazional-fascista (i primati), poi ideologica (comunismo sovietico) e ora fondamentalista (esclusiva).
Guerra - È sempre totale. Vauban ha calcolato che dalla caduta dell’impero romano al suo secolo erano stati uccisi 12 non combattenti, e mutilati 120, per ogni soldato morto o mutilato in battaglia.
Guerrafondaio è in inglese warmonger. Cioè, dice Hobbes, “Leviatano”, II, 21, whoremonger, puttaniere. È la guerra (inglese) puttana?
Potere – Si identifica con l’arte del potere. Della forza, cioè. E della furbizia, la menzogna, la sopraffazione. Ma con Hobbes – il Covenant – diventa strumento del debole: il patto dà il potere a chi non ce l’ha.
Con lo Stato produttivo e sociale (politiche del lavoro, istruzione, sanità, previdenza, lavori pubblici, ambiente), in regime di voto popolare, è la strumentazione democratica – con tutti i suoi difetti.
L’anarchia, a questo punto, non è utopia. È paura – al meglio è irresponsabilità (goliardia).
Produttività – Si lega alle produzioni inutili, delle professioni “non utili” di Adam Smith, che a quelle primarie o necessarie – l’allevatore, il contadino, il fabbro, il tessitore, il muratore. I re Magi offrono a Gesù prodotti inutili. Le epoche di grande sviluppo si accompagnano a grande dissipazioni, che restano come monumenti (il Quattrocento italiano), o si disperdono nel consumo (contemporaneità).
Pudore – Ce n’è oggi più di ieri, è un argine alla violenza (sotto le specie della vergogna). Ciò conferma ce un progresso esiste, dice Savinio (“Nuova Enciclopedia”, p. 216). Ma è un pudore legato alla rispettabilità, valore borghese - anticamente pudicizia e impudicizia erano cerimoniali. Il progresso si conferma allora borghese, e non è male. Ma la sua vergogna non fa argine alla violenza.
Quarantotto – La sua nazione-primato, con la razza, darà carattere di massa alla guerra. E al totalitarismo. Al nichilismo cioè, e per converso all’anarchia. Il nazionalismo è la seconda ideologia collettiva, dopo la libertà, ma la più persistente: il Quarantotto può più dell’Ottantanove.
Quattrocento – Epoca d’invenzioni meravigliose, la cupola, la letteratura fantastica, la prospettiva (che anticipa geometricamente la relatività einsteiniana: punto di fuga-infinito e coinvolgimento, “raddrizzando” la superficie delle cose), la filologia, la scienza politica. Oggi ci interessa per la magia, e un platonismo ce si vorrebbe far scadere in plotinismo.
Riformismo Ha “fatto” più lo Statuto dei lavoratori, una legge del Parlamento, o il Sistema sanitario nazionale (la pubblicizzazione più spinta che si sia mai avuta della sanità, fuori del sistema sovietico), che tutto il comunismo di Togliatti prima, e di Berlinguer dopo, coi suoi governicchi andreottiani. Analogamente, nel mercato del lavoro odierno, la Legge Biagi. Cosa vuol dire che il riformismo è impossibile? Forse nella logica. Ma nella logica nulla è reale: nulla avviene, tutto si dissolve, nell’incoerenza che è padrona.
Risorgimento – Si celebra con disagio l’unità per il leghismo, ma anche, se non di più, per la coscienza, al Sud, al Nord, nelle città, nelle campagne, che il Risorgimento fu dei Savoia e non di Cavour. Che l’Italia fu ed è del compromesso e non della libertà.
Il Risorgimento ha una parabola nettissima a coda di pesce: dal grande movimento di libertà del 1848, in tutta l’Italia, anche nei paesi più remoti dell’Aspromonte o delle Madonie, al liberalismo modernizzante e industrioso di Cavour, alla cortigianeria dei Savoia. Dopo non c’è più storia fino al fascismo, primo regime “democratico”, o popolare, della storia italiana unitaria (ceto politico nuovo, opere sociali, edilizia popolare, scuole, ospedali, ruralità), una parentesi in un pattern persistente. Liquidando Cavour, i Savoia hanno liquidato il liberalismo, che in Italia non c’è più stato e non c’è. Centro-sinistra con Rattazzi, centro-destra con Quintino Sella, quindi centro-sinistra, con Depretis, Crispi e Giolitti. Ma sempre e solo l’interclassismo che fa bene ai moderati, i futuri gattopardi, con qualche aggiustamento, sofferto, dopo gli scossoni violenti: la morfologia politica non è cambiata per 150 anni, con l’eccezione del ventennio.
L’Italia repubblicana s’è riagganciata al modulo Savoia, recuperandone il linguaggio, il modello d’azione politica (seppure nobilitandolo in Giolitti, a opera dei grandi storici, Spadolini, Galli della Loggia), e perfino il personale. I socialisti, che hanno tentato di rompere questa gabbia, sono stati sterminati. Da qui il successo – l’attenzione, l’attesa – dell’impresentabile Bossi.
Che Italietta hanno costruito i Savoia, dopo avere insegnato a vituperare il Settecento, il Seicento, e i democomunisti. All’inzio del Seicento la “fuga a Roma” era comune e anzi d’obbligo tra gli artisti, Callot, Lorrain, Poussin. Mozart dice Salisburgo chiusa alle arti, mentre l’Italia… Ma non si pianta un pino sulla Roma-Ostia, non si fa un diplomato di violino, si prendono all’Est.
astolfo@antiit.eu
Democrazia – Non contano in politica le cose che si fanno, neppure quelle che si danno, ma i sentimenti che si stimolano, e i legami di gruppo, ideali, che attraverso di essi si stabiliscono. Anche se la scienza politica e Marx pretendono il contrario. La prima, elementare, democrazia contemporanea è populista, di tipo nazional-fascista (i primati), poi ideologica (comunismo sovietico) e ora fondamentalista (esclusiva).
Guerra - È sempre totale. Vauban ha calcolato che dalla caduta dell’impero romano al suo secolo erano stati uccisi 12 non combattenti, e mutilati 120, per ogni soldato morto o mutilato in battaglia.
Guerrafondaio è in inglese warmonger. Cioè, dice Hobbes, “Leviatano”, II, 21, whoremonger, puttaniere. È la guerra (inglese) puttana?
Potere – Si identifica con l’arte del potere. Della forza, cioè. E della furbizia, la menzogna, la sopraffazione. Ma con Hobbes – il Covenant – diventa strumento del debole: il patto dà il potere a chi non ce l’ha.
Con lo Stato produttivo e sociale (politiche del lavoro, istruzione, sanità, previdenza, lavori pubblici, ambiente), in regime di voto popolare, è la strumentazione democratica – con tutti i suoi difetti.
L’anarchia, a questo punto, non è utopia. È paura – al meglio è irresponsabilità (goliardia).
Produttività – Si lega alle produzioni inutili, delle professioni “non utili” di Adam Smith, che a quelle primarie o necessarie – l’allevatore, il contadino, il fabbro, il tessitore, il muratore. I re Magi offrono a Gesù prodotti inutili. Le epoche di grande sviluppo si accompagnano a grande dissipazioni, che restano come monumenti (il Quattrocento italiano), o si disperdono nel consumo (contemporaneità).
Pudore – Ce n’è oggi più di ieri, è un argine alla violenza (sotto le specie della vergogna). Ciò conferma ce un progresso esiste, dice Savinio (“Nuova Enciclopedia”, p. 216). Ma è un pudore legato alla rispettabilità, valore borghese - anticamente pudicizia e impudicizia erano cerimoniali. Il progresso si conferma allora borghese, e non è male. Ma la sua vergogna non fa argine alla violenza.
Quarantotto – La sua nazione-primato, con la razza, darà carattere di massa alla guerra. E al totalitarismo. Al nichilismo cioè, e per converso all’anarchia. Il nazionalismo è la seconda ideologia collettiva, dopo la libertà, ma la più persistente: il Quarantotto può più dell’Ottantanove.
Quattrocento – Epoca d’invenzioni meravigliose, la cupola, la letteratura fantastica, la prospettiva (che anticipa geometricamente la relatività einsteiniana: punto di fuga-infinito e coinvolgimento, “raddrizzando” la superficie delle cose), la filologia, la scienza politica. Oggi ci interessa per la magia, e un platonismo ce si vorrebbe far scadere in plotinismo.
Riformismo Ha “fatto” più lo Statuto dei lavoratori, una legge del Parlamento, o il Sistema sanitario nazionale (la pubblicizzazione più spinta che si sia mai avuta della sanità, fuori del sistema sovietico), che tutto il comunismo di Togliatti prima, e di Berlinguer dopo, coi suoi governicchi andreottiani. Analogamente, nel mercato del lavoro odierno, la Legge Biagi. Cosa vuol dire che il riformismo è impossibile? Forse nella logica. Ma nella logica nulla è reale: nulla avviene, tutto si dissolve, nell’incoerenza che è padrona.
Risorgimento – Si celebra con disagio l’unità per il leghismo, ma anche, se non di più, per la coscienza, al Sud, al Nord, nelle città, nelle campagne, che il Risorgimento fu dei Savoia e non di Cavour. Che l’Italia fu ed è del compromesso e non della libertà.
Il Risorgimento ha una parabola nettissima a coda di pesce: dal grande movimento di libertà del 1848, in tutta l’Italia, anche nei paesi più remoti dell’Aspromonte o delle Madonie, al liberalismo modernizzante e industrioso di Cavour, alla cortigianeria dei Savoia. Dopo non c’è più storia fino al fascismo, primo regime “democratico”, o popolare, della storia italiana unitaria (ceto politico nuovo, opere sociali, edilizia popolare, scuole, ospedali, ruralità), una parentesi in un pattern persistente. Liquidando Cavour, i Savoia hanno liquidato il liberalismo, che in Italia non c’è più stato e non c’è. Centro-sinistra con Rattazzi, centro-destra con Quintino Sella, quindi centro-sinistra, con Depretis, Crispi e Giolitti. Ma sempre e solo l’interclassismo che fa bene ai moderati, i futuri gattopardi, con qualche aggiustamento, sofferto, dopo gli scossoni violenti: la morfologia politica non è cambiata per 150 anni, con l’eccezione del ventennio.
L’Italia repubblicana s’è riagganciata al modulo Savoia, recuperandone il linguaggio, il modello d’azione politica (seppure nobilitandolo in Giolitti, a opera dei grandi storici, Spadolini, Galli della Loggia), e perfino il personale. I socialisti, che hanno tentato di rompere questa gabbia, sono stati sterminati. Da qui il successo – l’attenzione, l’attesa – dell’impresentabile Bossi.
Che Italietta hanno costruito i Savoia, dopo avere insegnato a vituperare il Settecento, il Seicento, e i democomunisti. All’inzio del Seicento la “fuga a Roma” era comune e anzi d’obbligo tra gli artisti, Callot, Lorrain, Poussin. Mozart dice Salisburgo chiusa alle arti, mentre l’Italia… Ma non si pianta un pino sulla Roma-Ostia, non si fa un diplomato di violino, si prendono all’Est.
astolfo@antiit.eu
giovedì 24 settembre 2009
Problemi di base - 18
spock
Se Galileo non è Galileo, chi era?
Perché c’è l’ipocrisia?
È vero che l’universo è un ammasso scorreggione?
C’è ancora la Cgil, a parte che in Confindustria? E il sindacato?
Perché si studiano tanto i Vespri Siciliani, di cui ben poco si sa, Masaniello e Cola di Rienzo, due capitani di borgata, e si sopravvaluta Garibaldi?
Per chi non crede, che altro c’è oltre la vita?
Perché i poveri sono cattivi con i poveri (gli altri li rispettano)?
Non si ride nemmeno in Petrarca, perché?
Quant’è sociale l’impegno sociale?
E quant’è morale la morale, così totalitaria?
spock@antiit.eu
Se Galileo non è Galileo, chi era?
Perché c’è l’ipocrisia?
È vero che l’universo è un ammasso scorreggione?
C’è ancora la Cgil, a parte che in Confindustria? E il sindacato?
Perché si studiano tanto i Vespri Siciliani, di cui ben poco si sa, Masaniello e Cola di Rienzo, due capitani di borgata, e si sopravvaluta Garibaldi?
Per chi non crede, che altro c’è oltre la vita?
Perché i poveri sono cattivi con i poveri (gli altri li rispettano)?
Non si ride nemmeno in Petrarca, perché?
Quant’è sociale l’impegno sociale?
E quant’è morale la morale, così totalitaria?
spock@antiit.eu
Quando l'italiano era colto
Un riesame sentimentale, di ciò che era e non è più: la conoscenza dell’italiano come chiave d’accesso a una cultura. Con un forte senso d’identificazione. Fra gli autori più recenti Brugnolo documenta il caso noto di Joyce, e quello rimosso di Pound. Con largo spazio a quelli classici di Milton, Montaigne, Louise Labé, Rabelais. La diffusione dell’italiano si rinverdisce ora con gli immigrati che l’adottano quale lingua, ma è poca cosa rispetto a ciò che fu.
Non solo dei petrarcheschi, l’italiano è stato a lungo, fino al Seicento, la lingua colta d’Europa, anche se i dotti continuavano a scriversi in latino. E non solo dei poeti (tra essi pure la regina Margherita di Navarra, cui però non piaceva l’“Inferno”, e Christine de Pisan, veneziana di nascita), ma anche degli storici e degli scienziati. Montaigne e Diderot, qui ricordati, lo scrivevano con arguzia. Voltaire lo praticò fino a imitarne i dialetti – scrisse a Goldoni in veneziano, come documenta una vecchia pubblicazione di Emilio Bodrero, il nazionalista che fu senatore e sottosegretario di Mussolini alla Pubblica Istruzione, “Poesie e prose in italiano di scrittori stranieri”, uscito postumo cinquant’anni fa (giustificandosi col Cesarotti: “In italiano si dice tutto ciò che si vuole, in francese soltanto ciò che si può”, censura cioè permettendo). Una lingua indubbiamente necessaria per avere accesso un mondo d’arte – un tempo, oggi è ridicolo perfino ricordarlo, che l’italiano più dell’Italia si mostra degradato, impoverito, nell’uso quotidiano e nella letteratura. La “fuga a Roma” era normale e anzi d’obbligo per gli artisti a fine 500, inizi 600: Callot, Lorrain, Poussin. Mozart trovava Salisburgo chiusa all’arte, l’Italia al contrario…. Era prima dell’Italietta costruita da Savoia, dopo avere rinnegato il Settecento, e il Seicento.
Furio Brugnolo, La lingua di cui si vanta Amore, Carocci, pp. 136, € 15,50
Non solo dei petrarcheschi, l’italiano è stato a lungo, fino al Seicento, la lingua colta d’Europa, anche se i dotti continuavano a scriversi in latino. E non solo dei poeti (tra essi pure la regina Margherita di Navarra, cui però non piaceva l’“Inferno”, e Christine de Pisan, veneziana di nascita), ma anche degli storici e degli scienziati. Montaigne e Diderot, qui ricordati, lo scrivevano con arguzia. Voltaire lo praticò fino a imitarne i dialetti – scrisse a Goldoni in veneziano, come documenta una vecchia pubblicazione di Emilio Bodrero, il nazionalista che fu senatore e sottosegretario di Mussolini alla Pubblica Istruzione, “Poesie e prose in italiano di scrittori stranieri”, uscito postumo cinquant’anni fa (giustificandosi col Cesarotti: “In italiano si dice tutto ciò che si vuole, in francese soltanto ciò che si può”, censura cioè permettendo). Una lingua indubbiamente necessaria per avere accesso un mondo d’arte – un tempo, oggi è ridicolo perfino ricordarlo, che l’italiano più dell’Italia si mostra degradato, impoverito, nell’uso quotidiano e nella letteratura. La “fuga a Roma” era normale e anzi d’obbligo per gli artisti a fine 500, inizi 600: Callot, Lorrain, Poussin. Mozart trovava Salisburgo chiusa all’arte, l’Italia al contrario…. Era prima dell’Italietta costruita da Savoia, dopo avere rinnegato il Settecento, e il Seicento.
Furio Brugnolo, La lingua di cui si vanta Amore, Carocci, pp. 136, € 15,50
mercoledì 23 settembre 2009
Il poeta è inviato davvero speciale
Si pubblica tutto di Ripellino, è lo scrittore del Novecento forse ancora più letto, ma le corrispondenza dall’amata Praga sotto i carri armati erano rimaste confinate, in piccola parte, in un libricino di Scheiwiller vecchio ormai di vent’anni, “I fatti di Praga”. Ora si ripubblicano, tutti, nell’ambito della “sicilitudine”: Antonio Pane, che aveva curato la raccolta Scheiwiller con Alessandro Fo, la riedita ampliata in qualità di cultore dell’isola. Un po’ di contesto non avrebbe fatto male, al coraggio di Ripellino e anche dell’“Espresso”, che era quello di Livio Zanetti, e in quegli anni si trasformava dal formato lenzuolo a quello magazine, ma era sempre ben diverso dall’attuale.
Allora parlavano di Praga, ne parlavano da sinistra, i media di destra, allora di destra, Il “Corriere della sera”, Montanelli eccetera. A sinistra prevaleva, e prevale, il non detto. Valga quello che racconta di quegli anni, 1968-1969, “La gioia del giorno”, il romanzo del secondo Novecento di Astolfo, che i lettori di questo sito ben conoscono. Al festival di Venezia del 1968, che fu rivoluzionario, “una petizione per Praga non ha raccolto una sola firma, il Partito non vuole”. O si prenda Pasolini, che fu poeta d’occasione ma fu, ed è ancora, la coscienza della nazione: nel 1968 “l’hanno inviato a Praga per dire ai cechi di rinunciare alla libertà e al socialismo per «una dimensione internazionalista e planetaria», argomentando per Breznev il «dovere» d’invadere il Paese”. Nel 1969 “Jan Palach non gli è piaciuto, lui che piange su ogni destino. È andato a Praga e ha dato a quei signori una lezione. Inaugurava la rubrica su Tempo al tempo dell’invasione e non ne ha fatto cenno. Lui è proprio quello che «non sa nulla, ma lo sa meglio», come si dice a Praga. I guasti del comunismo, anche senza la tessera, sono illimitati – è questo il realismo politico che dà fastidio, quello dei maestri analfabeti”.
Pasolini non era solo naturalmente – lui è sempre in qualche mainstream, sia pure di anticonformisti, purché non solitari. C’era Enzensberger, la coscienza dei tedeschi: “Anche Enzensberger capisce di più. «A Praga», dice, «hanno un orizzonte politico estremamente limitato. La loro sostanza politica è misera. Le concezioni e le esperienza cubane e cinesi sono ignorate o respinte in blocco». Meglio Cuba che Praga, insomma, o Mao”. E “il Manifesto”, sempre nel 1969, dopo Palach: “«Il Manifesto» è già al numero quattro e il commento s’intitola «Praga è sola». Comincia: «La Cecoslovacchia non suscita più vera emozione»”. Ripellino, vero poeta, era un inviato davvero speciale.
Angelo Maria Ripellino, L’ora di Praga, Le Lettere, pp. 325, € 22
Allora parlavano di Praga, ne parlavano da sinistra, i media di destra, allora di destra, Il “Corriere della sera”, Montanelli eccetera. A sinistra prevaleva, e prevale, il non detto. Valga quello che racconta di quegli anni, 1968-1969, “La gioia del giorno”, il romanzo del secondo Novecento di Astolfo, che i lettori di questo sito ben conoscono. Al festival di Venezia del 1968, che fu rivoluzionario, “una petizione per Praga non ha raccolto una sola firma, il Partito non vuole”. O si prenda Pasolini, che fu poeta d’occasione ma fu, ed è ancora, la coscienza della nazione: nel 1968 “l’hanno inviato a Praga per dire ai cechi di rinunciare alla libertà e al socialismo per «una dimensione internazionalista e planetaria», argomentando per Breznev il «dovere» d’invadere il Paese”. Nel 1969 “Jan Palach non gli è piaciuto, lui che piange su ogni destino. È andato a Praga e ha dato a quei signori una lezione. Inaugurava la rubrica su Tempo al tempo dell’invasione e non ne ha fatto cenno. Lui è proprio quello che «non sa nulla, ma lo sa meglio», come si dice a Praga. I guasti del comunismo, anche senza la tessera, sono illimitati – è questo il realismo politico che dà fastidio, quello dei maestri analfabeti”.
Pasolini non era solo naturalmente – lui è sempre in qualche mainstream, sia pure di anticonformisti, purché non solitari. C’era Enzensberger, la coscienza dei tedeschi: “Anche Enzensberger capisce di più. «A Praga», dice, «hanno un orizzonte politico estremamente limitato. La loro sostanza politica è misera. Le concezioni e le esperienza cubane e cinesi sono ignorate o respinte in blocco». Meglio Cuba che Praga, insomma, o Mao”. E “il Manifesto”, sempre nel 1969, dopo Palach: “«Il Manifesto» è già al numero quattro e il commento s’intitola «Praga è sola». Comincia: «La Cecoslovacchia non suscita più vera emozione»”. Ripellino, vero poeta, era un inviato davvero speciale.
Angelo Maria Ripellino, L’ora di Praga, Le Lettere, pp. 325, € 22
Le fede corretta di Marthe
La chiave è in apertura: "Tutte le democrazie moderne vivono attualmente un clima di paura, e la crescente diversità religiosa è attualmente uno dei fattori che suscita il timore più intenso". Ed è sbagliata: oggi, nel Novecento, nel Duemila, per la prima volta la religione non è fattore di guerra. Se non per un islam bellicoso, costola del khomeinismo, che è in guerra con gli Usa. Lo stesso radicalismo, mescolato con un aggressivoflusso migratorio transmediterraneo, atterrisce pure l'Europa. Non siamo in presenza di una guerra di tutti contro tutti per motivi religiosi, e anzi non siamo in presenza di una guerra, per la prima volta nella storia, da settanta anni. Se non di una parte non grande dell'islam contro il mondo, lo stesso islam compreso.
Il resto è un esercizio di scuola, almeno in questa forma ridotta del saggio, sul rispetto della fede – delle fedi – che la libertà di coscienza implica. Che è quello, arguisce Nussbaum – ma con troppo buona volontà – dei Padri Pellegrini e quindi della Costituzione americana. Esso viene disatteso quando una religione si vuole fondante, o nazionale, o “comunitaria”. È il caso, dice la filosofa, del giudeo-cristianismo, europeo o occidentale. O quando esclude questa o quella minoranza religiosa, dichiarandone la proliferazione nociva all’unità della nazione. È il caso di una pronuncia della Corte Suprema nel 1990. Che, voluta dal primo giudice supremo cattolico, Scalia, basta alla filosofa per dire il disegno unico, della religione negata dai neo conservatori fautori dell’unità giudeo-cristiana.
Un esercizio di politicamente corretto, su cose che nessuno in realtà contesta, neppure i neo con – sono alcuni secoli che il fondamentalismo non è cristiano. Non nuova: sono cinquanta anni, dal terzomondismo, che si fa ammenda di etnocentrismo. Non a sorpresa: Nussbaum è cristiana di nascita e ebrea di elezione – negarsi per essere ha contagiato pure la solida filosofa.
Con troppa buona volontà perché: 1) i Pellegrini non erano molto tolleranti, anzi se ne andavano in America, terreno suppostamente vergine, per non dover convivere con altre fedi; 2) la Costituzione americana è opera di laici di nessuna fede – la fede non si risolve nella coscienza civile. Al più, i migliori tra loro, Washington, Jefferson, Hamilton, rispettavano le coscienze turbate. Nussbaum lo sa bene, che a proposito del neo scientismo della bioetica, della “teoria fisiologica riduzionista della vita e della morte degli organismi”, la bolla come una “soluzione che avvilisce l’umanità”. Ai termini della Costituzione americana no – la teoria fisioligica riduzionista potrà non prevalere, ma solo in dpendenza dagli umori politici, degli elettori. La Costituzione è cristiana e tollerante perché tale era il mondo (la cultura, la nazione, l’emisfero) che l’ha espressa - la costituzione è una delle fedi.
Marthe C. Nussbaum, Liberta di coscienza e religione, Il Mulino, pp. 83, € 10
Il resto è un esercizio di scuola, almeno in questa forma ridotta del saggio, sul rispetto della fede – delle fedi – che la libertà di coscienza implica. Che è quello, arguisce Nussbaum – ma con troppo buona volontà – dei Padri Pellegrini e quindi della Costituzione americana. Esso viene disatteso quando una religione si vuole fondante, o nazionale, o “comunitaria”. È il caso, dice la filosofa, del giudeo-cristianismo, europeo o occidentale. O quando esclude questa o quella minoranza religiosa, dichiarandone la proliferazione nociva all’unità della nazione. È il caso di una pronuncia della Corte Suprema nel 1990. Che, voluta dal primo giudice supremo cattolico, Scalia, basta alla filosofa per dire il disegno unico, della religione negata dai neo conservatori fautori dell’unità giudeo-cristiana.
Un esercizio di politicamente corretto, su cose che nessuno in realtà contesta, neppure i neo con – sono alcuni secoli che il fondamentalismo non è cristiano. Non nuova: sono cinquanta anni, dal terzomondismo, che si fa ammenda di etnocentrismo. Non a sorpresa: Nussbaum è cristiana di nascita e ebrea di elezione – negarsi per essere ha contagiato pure la solida filosofa.
Con troppa buona volontà perché: 1) i Pellegrini non erano molto tolleranti, anzi se ne andavano in America, terreno suppostamente vergine, per non dover convivere con altre fedi; 2) la Costituzione americana è opera di laici di nessuna fede – la fede non si risolve nella coscienza civile. Al più, i migliori tra loro, Washington, Jefferson, Hamilton, rispettavano le coscienze turbate. Nussbaum lo sa bene, che a proposito del neo scientismo della bioetica, della “teoria fisiologica riduzionista della vita e della morte degli organismi”, la bolla come una “soluzione che avvilisce l’umanità”. Ai termini della Costituzione americana no – la teoria fisioligica riduzionista potrà non prevalere, ma solo in dpendenza dagli umori politici, degli elettori. La Costituzione è cristiana e tollerante perché tale era il mondo (la cultura, la nazione, l’emisfero) che l’ha espressa - la costituzione è una delle fedi.
Marthe C. Nussbaum, Liberta di coscienza e religione, Il Mulino, pp. 83, € 10
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (43)
Giuseppe Leuzzi
Oslo è la Locride nella ricostruzione omerica di Felice Vinci, ingegnere nucleare, quindi da tempo disoccupato, che l’“Iliade” sposta nel Baltico e l’“Odissea”. In un “Omero nel Baltico” che le Librerie del Sole per bambini vendono illustrato. Per l’avventura, e per il relativismo culturale, nel senso che tutto si può dire, tutto l’immaginabile. Troia è verso Helsinki, resta da trovare per l’ingegnere Itaca, un’isola ospitale.
È una estensione della Dea Bianca di Graves, che i greci portò fino in Scandinavia. E tuttavia non è ammissibile un Vinci che porti Odino a Reggio Calabria. Nemmeno a Siracusa. Benché i miti nordici siano pieni di eroi giganti, che combattono in perdita. Vinti, o comunque condannati.
La dottoressa Christine Pellech, studiosa d’Austria, paese senza mare, deduce invece dall’“Odissea”, in particolare dalla colorazione dei mari, che per i greci la terra non fosse un disco ma una sfera, per cui correvano in tondo, non da qui a lì. Le questioni omeriche sono geopolitiche, si sa che Omero, cieco, ha idea vaga dei colori, specie del mare.
La studiosa è la stessa che gli Argonauti ha spedito tempo fa in Scandinavia. Apollonio Rodio è occupazione cara da tre secoli alla Mitteleuropa, il periplo degli Argonauti, che si faccia nell’Adriatico se non in Scandinavia.
Napoli è anema e core con Julia Roberts. La diva è in città per girare una scena in pizzeria. “Per la produzione c’era però poco colore”, informa l’Ansa, “così sono stati stesi finti panni ai balconi di Forcella”. Perché finti?
In “Coppi e Bartali” dice Malaparte che i toscani e piemontesi sono ritenuti essere, e lo sono, i più intelligenti tra le popolazioni italiane. È la chiave strapaese che ritorna col leghismo. Come erano, e sono, ritenuti i meridionali? A parte che lazzaroni.
Il calabrese si vorrebbe tenace, posto che è il testardo per definizione. (“testardo come un calabrese”). Ma non è la stessa cosa. La tenacia implica impegno continuo, umore costante, equilibrio. La testardaggine può invece essere puntiglio, e abitudine. E dall’altra di accesiooni, punte di orgoglio, fino alla collera, incontrollata e breve. Il calabrese è piuttosto sentimentale. Su un fondo di privazione. Che non è povertà, non di mezzi naturali, perché la natura è sovrabbondante in Calabria. Ma di governo, di cultura – di rispetto cioè di sé.
La giustizia negataMafia
Dimostra che o la sopravvivenza del più forte è una caricatura della teoria evoluzionista, oppure che l'evoluzione è sbagliata. Sempre il mafioso, dopo avere eliminato dieci, venti, cento avversari e concorrenti più forti di lui, viene eliminato senza residui e senza sforzi, o da un altro mafioso meno forte di lui, oppure da un debole, un incensurato, un ragazzo, uno scemo, una donna, una spia.
Ron Dennis, Max Mosley, Bernie Ecclestone, dopo i banchieri: dove ci sono soldi il malaffare è inglese. A danno di latini, la Ferrari, la Renault, Briatore, Alonso. È mafia? No, è massoneria. Ma è la stessa cosa. E in più controlla – fa – l’opinione, il “Times”, il “Financial Times”, l’“Economist”, eccetera.
È una delle forme legalitarie del crimine, costituzionali: si sviluppa a mano a mano che scopre che anch’essa è protetta dal diritto. Il vecchio mafioso era conscio di essere un bandito. Non più o meno cattivo, ma fuori dall’ordinamento sociale. Il mafioso (appalti, droga, banca e finanza, protezione) si forma quando scopre che è un cittadino come gli altri, protetto quindi dallo stato, a meno che lo Stato non provi che si è comportato male. Cosa improbabile, perché il delitto contro la proprietà tende a scomparire come categoria penale, e perché basta concentrarsi solo un po’, con l’ausilio dei migliori consigliori su piazza, per occultare le prove. Il banditismo scompare, appare un’altra forma di accumulazione.
Il solo delitto in qualche modo perseguito essendo quello di sangue, ecco perché il vero nemico della mafia è la concorrenza.
C’è un che di ribellismo irrazionale nella mafia: il mafioso accumula violenza sapendo che in nessun caso potrà beneficiarne. Se non arrivano i carabinieri, prima o poi lo colpirà il nemico, il veccio mafioso o il nuovissimo.
È opera di devastazione, non di costruzione di un ordine: le analisi che ci vedono un fattore di governo sono deboli, troppo - non innocenti.
È araba fenice, ogni giorno rinasce. Ogni volta che un'azione antimafia si conclude, e se ne fanno una al giorno, bisogna chiedersi se essa stessa non è un atto di mafia. Un criterio è: si perseguono gli estorsori in attività, gli immobiliaristi e le imprese mafiose in attività, i trafficanti di droga, di carne umana e di falsi in attività oggi, oppure i latitanti di venti, trenta e quarant'anni fa?
Antimafia
Il figlio di Ciancimino collabora. Per dire che Berlusconi è la mafia. Cioè lo dice e non lo dice – parla di papello, che è tutto dire (i siciliani, sempre più intelligenti degli altri, sono molto scoperti, parlano come pensano: papello sta per documento nel gergo della goliardia).
Il figlio di Ciancimino collabora e non collabora. Aspetta prima di sapere quanti anni gli condonano, e quanta parte del patrimonio, accumulato dal babbo in Svizzera, Canada, Venezuela e Bangkok, potrà conservare.
Giustizia? Giustizia per il Sud? Antimafia.
Ciancimino fu carcerato per un periodo a piazza di Spagna a Roma. Proprio così, il capo dei capi. In casa sua, una delle tante. Col solo obbligo della firma, ogni giorno dai carabinieri in piazza San Lorenzo in Lucina, la piazza dietro il Parlamento di cui Rutelli aveva fatto un salotto politico en plein air. Quando non era indisposto, e non si poteva fare i cento metri, cioè via Condotti. Democraticamente, infatti, dai carabinieri ci andava a piedi, piazza di Spagna, san Lorenzo in Lucina e via Condotti sono isola pedonale.
Massimo, il pentito non pentito, era personaggio vispo e in vista di questa Roma privilegiata. Quando non viaggiava tra i possedimenti di famiglia nei tre continenti.
leuzzi@antiit.eu
Oslo è la Locride nella ricostruzione omerica di Felice Vinci, ingegnere nucleare, quindi da tempo disoccupato, che l’“Iliade” sposta nel Baltico e l’“Odissea”. In un “Omero nel Baltico” che le Librerie del Sole per bambini vendono illustrato. Per l’avventura, e per il relativismo culturale, nel senso che tutto si può dire, tutto l’immaginabile. Troia è verso Helsinki, resta da trovare per l’ingegnere Itaca, un’isola ospitale.
È una estensione della Dea Bianca di Graves, che i greci portò fino in Scandinavia. E tuttavia non è ammissibile un Vinci che porti Odino a Reggio Calabria. Nemmeno a Siracusa. Benché i miti nordici siano pieni di eroi giganti, che combattono in perdita. Vinti, o comunque condannati.
La dottoressa Christine Pellech, studiosa d’Austria, paese senza mare, deduce invece dall’“Odissea”, in particolare dalla colorazione dei mari, che per i greci la terra non fosse un disco ma una sfera, per cui correvano in tondo, non da qui a lì. Le questioni omeriche sono geopolitiche, si sa che Omero, cieco, ha idea vaga dei colori, specie del mare.
La studiosa è la stessa che gli Argonauti ha spedito tempo fa in Scandinavia. Apollonio Rodio è occupazione cara da tre secoli alla Mitteleuropa, il periplo degli Argonauti, che si faccia nell’Adriatico se non in Scandinavia.
Napoli è anema e core con Julia Roberts. La diva è in città per girare una scena in pizzeria. “Per la produzione c’era però poco colore”, informa l’Ansa, “così sono stati stesi finti panni ai balconi di Forcella”. Perché finti?
In “Coppi e Bartali” dice Malaparte che i toscani e piemontesi sono ritenuti essere, e lo sono, i più intelligenti tra le popolazioni italiane. È la chiave strapaese che ritorna col leghismo. Come erano, e sono, ritenuti i meridionali? A parte che lazzaroni.
Il calabrese si vorrebbe tenace, posto che è il testardo per definizione. (“testardo come un calabrese”). Ma non è la stessa cosa. La tenacia implica impegno continuo, umore costante, equilibrio. La testardaggine può invece essere puntiglio, e abitudine. E dall’altra di accesiooni, punte di orgoglio, fino alla collera, incontrollata e breve. Il calabrese è piuttosto sentimentale. Su un fondo di privazione. Che non è povertà, non di mezzi naturali, perché la natura è sovrabbondante in Calabria. Ma di governo, di cultura – di rispetto cioè di sé.
La giustizia negataMafia
Dimostra che o la sopravvivenza del più forte è una caricatura della teoria evoluzionista, oppure che l'evoluzione è sbagliata. Sempre il mafioso, dopo avere eliminato dieci, venti, cento avversari e concorrenti più forti di lui, viene eliminato senza residui e senza sforzi, o da un altro mafioso meno forte di lui, oppure da un debole, un incensurato, un ragazzo, uno scemo, una donna, una spia.
Ron Dennis, Max Mosley, Bernie Ecclestone, dopo i banchieri: dove ci sono soldi il malaffare è inglese. A danno di latini, la Ferrari, la Renault, Briatore, Alonso. È mafia? No, è massoneria. Ma è la stessa cosa. E in più controlla – fa – l’opinione, il “Times”, il “Financial Times”, l’“Economist”, eccetera.
È una delle forme legalitarie del crimine, costituzionali: si sviluppa a mano a mano che scopre che anch’essa è protetta dal diritto. Il vecchio mafioso era conscio di essere un bandito. Non più o meno cattivo, ma fuori dall’ordinamento sociale. Il mafioso (appalti, droga, banca e finanza, protezione) si forma quando scopre che è un cittadino come gli altri, protetto quindi dallo stato, a meno che lo Stato non provi che si è comportato male. Cosa improbabile, perché il delitto contro la proprietà tende a scomparire come categoria penale, e perché basta concentrarsi solo un po’, con l’ausilio dei migliori consigliori su piazza, per occultare le prove. Il banditismo scompare, appare un’altra forma di accumulazione.
Il solo delitto in qualche modo perseguito essendo quello di sangue, ecco perché il vero nemico della mafia è la concorrenza.
C’è un che di ribellismo irrazionale nella mafia: il mafioso accumula violenza sapendo che in nessun caso potrà beneficiarne. Se non arrivano i carabinieri, prima o poi lo colpirà il nemico, il veccio mafioso o il nuovissimo.
È opera di devastazione, non di costruzione di un ordine: le analisi che ci vedono un fattore di governo sono deboli, troppo - non innocenti.
È araba fenice, ogni giorno rinasce. Ogni volta che un'azione antimafia si conclude, e se ne fanno una al giorno, bisogna chiedersi se essa stessa non è un atto di mafia. Un criterio è: si perseguono gli estorsori in attività, gli immobiliaristi e le imprese mafiose in attività, i trafficanti di droga, di carne umana e di falsi in attività oggi, oppure i latitanti di venti, trenta e quarant'anni fa?
Antimafia
Il figlio di Ciancimino collabora. Per dire che Berlusconi è la mafia. Cioè lo dice e non lo dice – parla di papello, che è tutto dire (i siciliani, sempre più intelligenti degli altri, sono molto scoperti, parlano come pensano: papello sta per documento nel gergo della goliardia).
Il figlio di Ciancimino collabora e non collabora. Aspetta prima di sapere quanti anni gli condonano, e quanta parte del patrimonio, accumulato dal babbo in Svizzera, Canada, Venezuela e Bangkok, potrà conservare.
Giustizia? Giustizia per il Sud? Antimafia.
Ciancimino fu carcerato per un periodo a piazza di Spagna a Roma. Proprio così, il capo dei capi. In casa sua, una delle tante. Col solo obbligo della firma, ogni giorno dai carabinieri in piazza San Lorenzo in Lucina, la piazza dietro il Parlamento di cui Rutelli aveva fatto un salotto politico en plein air. Quando non era indisposto, e non si poteva fare i cento metri, cioè via Condotti. Democraticamente, infatti, dai carabinieri ci andava a piedi, piazza di Spagna, san Lorenzo in Lucina e via Condotti sono isola pedonale.
Massimo, il pentito non pentito, era personaggio vispo e in vista di questa Roma privilegiata. Quando non viaggiava tra i possedimenti di famiglia nei tre continenti.
leuzzi@antiit.eu
martedì 22 settembre 2009
Il governo dei fichi (secchi) del "Corriere"
Golpe annunciato dunque, con calendario: dopo la finanziaria e prima della riforma della giustizia. Anche il divieto delle intercettazioni non deve passare, che porterebbe a Berlusconi in segreto tanti voti democratici. Grosso modo, il governo si cambia a gennaio. Segue un percorso lineare e perfino trasparente la strategia messa a punto da D’Alema a Milano, col “Corriere della sera”, Bazoli e Geronzi, che Brunetta ha denunciato come un golpe, seppure dei belli-e-buoni della Repubblica, i più fichi. Ma scoperto: l’obiettivo è dichiarato di portare a palazzo Chigi la marionetta Tremonti, il Dini del Duemila. Con una “coalizione di volenterosi” cui sono iscritti Fini, Casini, il Pd di Bersani, bella copia di D’Alema, e il cardinale Bagnasco, il capo dei vescovi. Al presidente Napolitano è demandato il compito di rendere difficile a Berlusconi il ricompattamento dei suoi col ricatto del voto di fiducia.
Negli schemi è fatta, a Milano ogni giorno si contano i numeri e ogni giorno si ha l’impressione di vederli crescere. Ma ci sono delle incognite, che lo stesso Napolitano riflette. Tentennando fra il rigore costituzionale, sebbene annacquato da un ventennio di governo per decreto, stante la mancata riforma del Parlamento, e l’opportunità di tenersi comunque il governo eletto – il presidente della Repubblica ha in orrore il settennato scalfariano di Parlamenti sciolti e governi del presidente. D’Alema non sembra dominare tutti i dossier che ha aperto. A Bari lo strapotere della banda Emiliano è sempre più contestato, in Procura e in Tribunale. Lo stesso “Corriere della sera” non nasconde che il sindaco-giudice è una macchietta, che finge ora la ribellione a D’Alema per riconquistare Nichi Vendola, dopo averlo mandato sotto accusa, e per riconvertirsi anche a destra – Emiliano si vuole concorrente di Berlusconi… Il tentativo di delegittimare la procuratrice Digeronimo ha avuto il solo effetto di una rivolta dei giudici.
Tituba naturalmente Casini. Pensava di dominare la scena col grande Centro. L’alleanza nazionale di Fini e Tremonti lo spiazza ed è disorientato. Mentre tra i vescovi non è un segreto il timore di essere acculati all’omofilia, per la riproposizione del caso Boffo come frontiera di resistenza. E, peggio, alla pedofilia: fra gli scandali taciuti ci sarebbero dei balletti rosa – e non mancano le Procure che ci andrebbero a nozze. Né convince la strategia di Bagnasco, di considerare acquisito il sì del centrodestra sulle leggi di bioetica, e di allargare i margini portando al governo la sinistra: molti temono che il gesuitismo politico non finisca per orientare negativamente quello che sarà un voto libero, di coscienza.
C’è poi Berlusconi, non del tutto inerte. Certo di arrivare alle regionali, è certo anche di poterle vincerle a condizioni minime. Con la Campania naturalmente, e un candidato appena presentabile nel Lazio, dove Marrazzo, che si ricandida, parte con gli handicap del ticket sanitario a 4 euro e cinque anni di governo inutile. In bilico sarebbe pure il Piemonte. Se conquista il Lazio, Berlusconi non potrà essere mandato a casa.
Negli schemi è fatta, a Milano ogni giorno si contano i numeri e ogni giorno si ha l’impressione di vederli crescere. Ma ci sono delle incognite, che lo stesso Napolitano riflette. Tentennando fra il rigore costituzionale, sebbene annacquato da un ventennio di governo per decreto, stante la mancata riforma del Parlamento, e l’opportunità di tenersi comunque il governo eletto – il presidente della Repubblica ha in orrore il settennato scalfariano di Parlamenti sciolti e governi del presidente. D’Alema non sembra dominare tutti i dossier che ha aperto. A Bari lo strapotere della banda Emiliano è sempre più contestato, in Procura e in Tribunale. Lo stesso “Corriere della sera” non nasconde che il sindaco-giudice è una macchietta, che finge ora la ribellione a D’Alema per riconquistare Nichi Vendola, dopo averlo mandato sotto accusa, e per riconvertirsi anche a destra – Emiliano si vuole concorrente di Berlusconi… Il tentativo di delegittimare la procuratrice Digeronimo ha avuto il solo effetto di una rivolta dei giudici.
Tituba naturalmente Casini. Pensava di dominare la scena col grande Centro. L’alleanza nazionale di Fini e Tremonti lo spiazza ed è disorientato. Mentre tra i vescovi non è un segreto il timore di essere acculati all’omofilia, per la riproposizione del caso Boffo come frontiera di resistenza. E, peggio, alla pedofilia: fra gli scandali taciuti ci sarebbero dei balletti rosa – e non mancano le Procure che ci andrebbero a nozze. Né convince la strategia di Bagnasco, di considerare acquisito il sì del centrodestra sulle leggi di bioetica, e di allargare i margini portando al governo la sinistra: molti temono che il gesuitismo politico non finisca per orientare negativamente quello che sarà un voto libero, di coscienza.
C’è poi Berlusconi, non del tutto inerte. Certo di arrivare alle regionali, è certo anche di poterle vincerle a condizioni minime. Con la Campania naturalmente, e un candidato appena presentabile nel Lazio, dove Marrazzo, che si ricandida, parte con gli handicap del ticket sanitario a 4 euro e cinque anni di governo inutile. In bilico sarebbe pure il Piemonte. Se conquista il Lazio, Berlusconi non potrà essere mandato a casa.
L'Inpgi non basta più, bisogna intaccare i coefficienti
Hanno passato quota 500 (sono a 503) i prepensionamenti di giornalisti alla ripresa dopo le vacanze. Al mega pensionamento del gruppo l’Espresso-Repubblica si sono aggiunti quelli del “Messaggero”, cinquanta, dell’Ansa e dell’agenzia Italia. Non è finita, poiché anche la Rai sta mettendo a posto un programma di liquidazione annunciata. Per cui le quiescenze anticipate potrebbero ammontare quest’anno per l’Inpgi, la previdenza dei giornalisti, a mille o poco meno. Una cifra abnorme – gli iscritti all’Istituto sono poco più di dieci volte tanto. Che solo in parte la nuova 416, la legge delle provvidenze all’editoria, ammortizza.
Il conferimento dello Stato all’Inpgi, in conto prepensionamenti che la stessa legge autorizza, e finanzia fiscalmente per la parte editoriale, è di venti milioni. A un onere aggiuntivo medio per l’Inpgi di 200 mila euro a prepensionato, lo Stato copre appena un quinto dei prepensionamenti già autorizzati. Un’altra parte è stata posta a carico degli editori, nell’ultimo contratto dei giornalisti. Ma lo scossone per l’Inpgi non potrà essere colmato.
Al fondo riemerge così l’ipotesi di ridurre i coefficienti delle future pensioni. Se nera parlato in passato solo per escludere ogni riduzione, stante la florida gestione dell’Istituto. Ma dopo questo assalto alla diligenza è certo che questo sarà il nodo centrale del prossimo contratto. Il ministero del Lavoro, autorità di vigilanza sulle casse autonome, è già in allarme. In passato, una sana gestione autonoma della previdenza era considerata il primo baluardo della libertà di stampa.
Il conferimento dello Stato all’Inpgi, in conto prepensionamenti che la stessa legge autorizza, e finanzia fiscalmente per la parte editoriale, è di venti milioni. A un onere aggiuntivo medio per l’Inpgi di 200 mila euro a prepensionato, lo Stato copre appena un quinto dei prepensionamenti già autorizzati. Un’altra parte è stata posta a carico degli editori, nell’ultimo contratto dei giornalisti. Ma lo scossone per l’Inpgi non potrà essere colmato.
Al fondo riemerge così l’ipotesi di ridurre i coefficienti delle future pensioni. Se nera parlato in passato solo per escludere ogni riduzione, stante la florida gestione dell’Istituto. Ma dopo questo assalto alla diligenza è certo che questo sarà il nodo centrale del prossimo contratto. Il ministero del Lavoro, autorità di vigilanza sulle casse autonome, è già in allarme. In passato, una sana gestione autonoma della previdenza era considerata il primo baluardo della libertà di stampa.
lunedì 21 settembre 2009
Montagna incantata, Mann feroce
"La Montagna incantata” come romanzo dell'ipocondria? La malattia che si coltiva è una condanna grave per ogni altro su cui pesa, parente, innamorato, amico. Si spiega che se ne possa fare gigantesca vendetta, con gli eletti confinati in un sanatorio per reggia, e con un dottore per re, una scena grottesca, insopportabile, di maschere. Ma è anche un teatrino dello psicologismo, molto fin-de-siècle. E una micro rappresentazione dell'Europa? Un’agghiacciante – lunga, insistita, irata – presa per il culo: della sensibilità di fine Ottocento, o morbosità, della estenuazione del romanticismo? Scritta dopo la carneficina della guerra. Una fin de partie. Del romanticismo perenne, anche: introspezione, inerzia, culto del disordine e del dolore, autogratificazione. Ma ottocento pagine d’ironia a corpo 8 sono troppe. Con chi ce l'ha Thomas Mann? Perché questo ghgino stiracchiato invece di una pernacchia semplice? Perché c'era dentro. Ma non lui, non direttamente. Se fosse la moglie, che si è fatta ricoverare a lungo in sanatorio? Con la quale ha fatto tanti figli, come il Tolstòj della "Sonata a Kreutzer". Ma che è l'oggetto, si sa, di "Sangue velsungo", racconto molto violento. Il mondo della moglie, ebrei snob, entusiasti di ogni tendenza, proni a ogni moda? L'irritazione palese di "Sangue velsungo", e anche dell'"Eletto", è indizio di un malanimo forte. Il Berghof è il mondo dei pamés di fine secolo (Montesquiou, Proust). Chi vi si diverte è la signora Salamon, nome ebraico per definizione, anche se la connotazione viene taciuta. Nel saggio del 1939 Thomas Mann ne dice tutt'altro. Ma forse lui stesso idealizza la "Montagna incantata". C’è molta amarezza in Thomas Mann, qui e non solo. Tanto più se si considera che l’ironia non è divertente per il signore di Lubecca, sotto le sembianze del rivoluzionario Settembrini: “L’ironia è il fiore velenoso del quietismo, il falso splendore dello spirito corrotto, la maggiore delle dissolutezze”. Con chi ce l’ha? Settembrini non rileva mai connotati razziali, H.Castorp e l'autore sì. L'autore non è Settembrini. Settembrini è Heinrich? Thomas è stato sempre ambiguo in politica, per ultimo con il Bruder Hitler, fratello Hitler. L'autore si colloca tra i due "vestiti neri", di suo nonno e del nonno di Settembrini, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi in rotta col presente? Poche cose di Thomas Mann non sono ironiche: i “Buddenbrook”, “Giuseppe”, “Morte a Venezia”, per quanto melodrammatico. Alcune volte è feroce. In “Sangue velsungo” per esempio. Qui nell’ “innamoramento” di Castorp – le donne, la malattia. O nelle cineserie dei titoli: “Rispettabile annuvolarsi del volto”, “Zuffa dell’eternità (è l’“innamoramento”) e luce improvvisa”… Tomas Mann fa il verso all’ipocondria, al romanticismo estenuato, per ridere del quale gli viene buono anche Carducci, alla noia come arte, all’introspezione inerte. Di una “profondità di petto”, se la tubercolosi si potesse dire in musica, cioè esterna. Vent’anni dopo tenterà di salvare il tutto battendo su questo tasto: un concentrato di svariati mondi spirituale risucchiati dalla voluttà della morte. Che non è falso: tutti quelli che entrano al sanatorio, sia pure per una visita di poche ore, “hanno” una malattia. È l’aura di Léon Daudet (“Mélancholie”). E si può dire al contrario: va, anche casualmente, al sanatorio chi è “portato” alla malattia. Ma Thomas Mann può non essere cosciente che ha ridicolizzato un mondo, con ragli acutissimi e sberleffi anche tropo insistiti (sempre l’“innamoramento” di Castorp)? Se così fosse il romanzone è agghiacciante. Perché tanta rabbia? E tanta ipocrisia? Il Grande Borghese era terribilmente in dissidio: col mondo che lo circondava, come spesso dice, e quindi, come si suol dire, al fondo con se stesso. Ma, se così è, per portare le colpe di altri. Questa “storia ermetica”, nell’“addio” finale di Castorp, è una resa dei conti con qualcosa che l’autore non riesce a liquidare, o non può. Che non è la Germania – la difenderà anche contro gli Usa che l’avevano ospitato esule e onorato.E non è se stesso, Thomas Mann è inscalfibile: lui è, e solo lui, un Buddenbrook, un signore del “reale”, delle cose solide - o meglio degli “uomini vestiti di nero” (“per porre una severa distanza fra sé e le epoche nelle quali vivevano”), qui sotto i nomi di Castorp e Settembrini, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi tutti d’un pezzo. Una curiosità resta la lettura seriosa che Thomas Mann fa dell'Italia: era così l'Italia di fine Ottocento? O era lui così? Più positivo, quindi, che sarcastico. Una seconda curiosità è la ricorrenza di molti tempi agostiniani, delle "Confessioni": storia, tempo, memoria. Sarebbe stato più ovvio trattarli alla maniera di Aristotele, "Fisica", e più divertente, o di Platone, "Timeo". Chi è Thomas Mann? Thomas Mann, La montagna incantata
Letture - 14
letterautore
Dante – Alla fine ha messo cinque papi all’inferno, e due eretici in paradiso.
Longfellow ha iniziato la traduzione di Dante, la traduzione sistematica della “Commedia”, nel 1861 e non è più uscito di casa. Jacqueline Risset, che la “Commedia” per ultimo ha reso in francese, testimonia lo stress, il “consumo” che l’autore fa del traduttore. Anche in senso proprio: la “Commedia” di Jacqueline Risset è Dante, benché in francese, benché a fine Novecento.
Il traduttore come un doppio dell’autore, dunque, se riesce a immedesimarsi in lui. Ma non avviene per tutti gli autori, non è necessario – e anzi può essere controproducente: essere proustiani con Proust, per esempio, riesce sempre stuccosissimo.
È l’uomo, l’essere umano maschile. Che eleva il desiderio – Beatrice - allo stato angelico. L’inverso non c’è – non è possibile – e non perché le donne non amano gli uomini, ma per l’impossibile trasformazione dell’angelo in desiderio, si brucerebbe le ali.
Dantesco è l’infernale, sta per odio, esilio, solitudine, e per orrido, macabro, trucido. Mentre il suo viaggio è verso il paradiso, l’amore cioè e la sapienza. Da uomo colto, il più colto dei suoi anni, profondo conoscitore di tutte le arti liberali e anche della geografia, buon filosofo e filologo.
Per Gadda (“Novelle del ducato in fiamme”) Dante è “grande pettegolo”.
Galileo – La scoperta (riscoperta) dell’invenzione non è cosa da poco – o l’invenzione della scoperta. Invenzione si vuole ridurre etimologicamente a ritrovamento, come a dire: “Nulla di nuovo”. E invece è una forma di conoscenza nuova, in quanto, passando per l’astrazione (p.es.: studiare la caduta dei pesi nel vuoto), passa per l’ignoto. Sarà una ricognizione dell’esistente, poiché creatori non siamo, ma intrepida e fantastica.
Il coraggio di Galileo non è solo il metodo ma una diversa umanità. Per il principio della libertà individuale, nella geometria del mondo. Un’individualità che si può enucleare anzitutto, senza offendere Dio, e quindi felice. E si esercita “all’aperto”, nella natura, non nel chiuso della malinconia o della magia, e procede con ardimento e socievolezza.
Kafka – Letto attraverso i diari e le lettere disamora. Non è più un creatore ma un ometto sul sofà dell’analista.
Avvicinare l’opera alla vita e alla personalità dell’autore è rischioso. Il personaggio Proust delle lettere, degli articoli, delle frequentazioni allevia di simpatia la mostruosità della “Recherche”. Il personaggio Kafka rende mostruoso, perfino sinistro, il fascino della sua opera. Persona di un egocentrismo totale, attento unicamente alle sue fobie (quell’io, io, io delle lettere), chiuso alla comunicazione, con le donne e con gli amici, chiuso alla passione (“Lettere al padre”). Scrive da entomologo perché vive da millepiedi.
Brod ne nobilita l’insensibilità sentimentale nell’ascesi, nella religiosità esoterica se non nell’ebraismo. E invece Kafka non è sensibile alla religione, nemmeno sotto forma di paura.
Joyce – In quanto scrittore delle prime, impressionanti, parolacce, si è “liberato” nella parlata comune di Roma e Trieste?
Malaparte – Sostiene (“Benedetti italiani”) che Firenze è tutto, romanica, bizantina, gotica, ma non rinascimentale. È possibile: i fiorentini, noiosi attaccabrighe, non è possibile che abbiano fatto il Rinascimento, così positivo, compiaciuto. Forse con alcuni fiorentini di Roma, Leone X, Clemente VII, Beato Angelico, Michelangelo.
Malaparte vuole essere gotico, dalla “Rivolta dei santi maledetti” a “La pelle”. Invece è un rinascimentale in ritardo – un rondista: levigato, proporzionato, sontuoso, grande e bello.
Ha al suo attivo due prime mondiali: il primo “romanzo” della (contro la) grande guerra, “La rivolta dei santi maledetti”, e il primo della guerra di Hitler e Mussolini, “Kaputt”.
Thomas Mann – È lui, e solo lui, un Buddenbrook, un signore del “reale”, delle cose solide. O meglio degli “uomini vestiti di nero” (“per porre una severa distanza fra sé e le epoche nelle quali vivevano”, sotto i nomi di Castorp e Settembrini nella “Montagna incantata”, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi tutti d’un pezzo).
Marx - “Liberale quanto un dogma religioso”, lo dice Chesterston. Ma non era il barbone collerico che si vuole, anzi come Democrito, il primo materialista, se la rideva. Era, insomma, un borghese – quello che lui magnificò come borghese. Pensa anche come Napoleone più che, criticamente, come Hegel: semplifica la storia perché vuole farsene una.
Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione, l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi della monoliticità. Che è quella che la Rivoluzione diede di sé nel mondo, ma questo a opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica, si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della piazza parigina, il grande, assordante silenzio del popolo francese. Che quando si espresse fu contro i regicidi e i ghigliottinardi. Ci furono semmai tante rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non vuole dire nulla.
È evangelico, è vero, anche se non lo sa, è Cristo – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat.
La verità è, è sempre stata, che la fabbrica non ha consistenza, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione l’ha sempre saputo. E che ciò è auspicabile, anche politicamente: altrimenti il comunismo è di schiavi, senza umanità, avendo eliminato ogni spazio, comune e personale.
Novecento – La letteratura è, per la prima volta, monotematica e formale, radicalmente, nel secolo più fattivo (non si può dire costruttivo) della storia. Fino a tutto l’Ottocento si voleva piena di cose. Le cose del Novecento letterario sono presto dette:
Proust: “Gli svaghi di un ragazzo un po’ malato (molto avviene a letto)”
Céline: “Un cavaliere contro la guerra”
Joyce: “Sesso e lingua (sesso è lingua?)”
Kafka: “?”
Musil: “Far parlare l’afasico, con protesi stuzzicante (l’omosessualità, l’incesto)”
Thomas Mann: è dell’Ottocento
Hemingway: “A caccia e a pesca”
Calvino: “La superficie delle cose”
Sciascia: “Siamo tutti siciliani – per non esserlo”
Pirandello: è di tutti i secoli, come Shakespeare.
Per la prima volta? Ma già Petrarca, l’ellenismo, i lirici greci. Non è ritornante, questa malinconia dello spirito, l’autismo della parola?
letterautore@antiit.eu
Dante – Alla fine ha messo cinque papi all’inferno, e due eretici in paradiso.
Longfellow ha iniziato la traduzione di Dante, la traduzione sistematica della “Commedia”, nel 1861 e non è più uscito di casa. Jacqueline Risset, che la “Commedia” per ultimo ha reso in francese, testimonia lo stress, il “consumo” che l’autore fa del traduttore. Anche in senso proprio: la “Commedia” di Jacqueline Risset è Dante, benché in francese, benché a fine Novecento.
Il traduttore come un doppio dell’autore, dunque, se riesce a immedesimarsi in lui. Ma non avviene per tutti gli autori, non è necessario – e anzi può essere controproducente: essere proustiani con Proust, per esempio, riesce sempre stuccosissimo.
È l’uomo, l’essere umano maschile. Che eleva il desiderio – Beatrice - allo stato angelico. L’inverso non c’è – non è possibile – e non perché le donne non amano gli uomini, ma per l’impossibile trasformazione dell’angelo in desiderio, si brucerebbe le ali.
Dantesco è l’infernale, sta per odio, esilio, solitudine, e per orrido, macabro, trucido. Mentre il suo viaggio è verso il paradiso, l’amore cioè e la sapienza. Da uomo colto, il più colto dei suoi anni, profondo conoscitore di tutte le arti liberali e anche della geografia, buon filosofo e filologo.
Per Gadda (“Novelle del ducato in fiamme”) Dante è “grande pettegolo”.
Galileo – La scoperta (riscoperta) dell’invenzione non è cosa da poco – o l’invenzione della scoperta. Invenzione si vuole ridurre etimologicamente a ritrovamento, come a dire: “Nulla di nuovo”. E invece è una forma di conoscenza nuova, in quanto, passando per l’astrazione (p.es.: studiare la caduta dei pesi nel vuoto), passa per l’ignoto. Sarà una ricognizione dell’esistente, poiché creatori non siamo, ma intrepida e fantastica.
Il coraggio di Galileo non è solo il metodo ma una diversa umanità. Per il principio della libertà individuale, nella geometria del mondo. Un’individualità che si può enucleare anzitutto, senza offendere Dio, e quindi felice. E si esercita “all’aperto”, nella natura, non nel chiuso della malinconia o della magia, e procede con ardimento e socievolezza.
Kafka – Letto attraverso i diari e le lettere disamora. Non è più un creatore ma un ometto sul sofà dell’analista.
Avvicinare l’opera alla vita e alla personalità dell’autore è rischioso. Il personaggio Proust delle lettere, degli articoli, delle frequentazioni allevia di simpatia la mostruosità della “Recherche”. Il personaggio Kafka rende mostruoso, perfino sinistro, il fascino della sua opera. Persona di un egocentrismo totale, attento unicamente alle sue fobie (quell’io, io, io delle lettere), chiuso alla comunicazione, con le donne e con gli amici, chiuso alla passione (“Lettere al padre”). Scrive da entomologo perché vive da millepiedi.
Brod ne nobilita l’insensibilità sentimentale nell’ascesi, nella religiosità esoterica se non nell’ebraismo. E invece Kafka non è sensibile alla religione, nemmeno sotto forma di paura.
Joyce – In quanto scrittore delle prime, impressionanti, parolacce, si è “liberato” nella parlata comune di Roma e Trieste?
Malaparte – Sostiene (“Benedetti italiani”) che Firenze è tutto, romanica, bizantina, gotica, ma non rinascimentale. È possibile: i fiorentini, noiosi attaccabrighe, non è possibile che abbiano fatto il Rinascimento, così positivo, compiaciuto. Forse con alcuni fiorentini di Roma, Leone X, Clemente VII, Beato Angelico, Michelangelo.
Malaparte vuole essere gotico, dalla “Rivolta dei santi maledetti” a “La pelle”. Invece è un rinascimentale in ritardo – un rondista: levigato, proporzionato, sontuoso, grande e bello.
Ha al suo attivo due prime mondiali: il primo “romanzo” della (contro la) grande guerra, “La rivolta dei santi maledetti”, e il primo della guerra di Hitler e Mussolini, “Kaputt”.
Thomas Mann – È lui, e solo lui, un Buddenbrook, un signore del “reale”, delle cose solide. O meglio degli “uomini vestiti di nero” (“per porre una severa distanza fra sé e le epoche nelle quali vivevano”, sotto i nomi di Castorp e Settembrini nella “Montagna incantata”, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi tutti d’un pezzo).
Marx - “Liberale quanto un dogma religioso”, lo dice Chesterston. Ma non era il barbone collerico che si vuole, anzi come Democrito, il primo materialista, se la rideva. Era, insomma, un borghese – quello che lui magnificò come borghese. Pensa anche come Napoleone più che, criticamente, come Hegel: semplifica la storia perché vuole farsene una.
Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione, l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi della monoliticità. Che è quella che la Rivoluzione diede di sé nel mondo, ma questo a opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica, si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della piazza parigina, il grande, assordante silenzio del popolo francese. Che quando si espresse fu contro i regicidi e i ghigliottinardi. Ci furono semmai tante rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non vuole dire nulla.
È evangelico, è vero, anche se non lo sa, è Cristo – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat.
La verità è, è sempre stata, che la fabbrica non ha consistenza, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione l’ha sempre saputo. E che ciò è auspicabile, anche politicamente: altrimenti il comunismo è di schiavi, senza umanità, avendo eliminato ogni spazio, comune e personale.
Novecento – La letteratura è, per la prima volta, monotematica e formale, radicalmente, nel secolo più fattivo (non si può dire costruttivo) della storia. Fino a tutto l’Ottocento si voleva piena di cose. Le cose del Novecento letterario sono presto dette:
Proust: “Gli svaghi di un ragazzo un po’ malato (molto avviene a letto)”
Céline: “Un cavaliere contro la guerra”
Joyce: “Sesso e lingua (sesso è lingua?)”
Kafka: “?”
Musil: “Far parlare l’afasico, con protesi stuzzicante (l’omosessualità, l’incesto)”
Thomas Mann: è dell’Ottocento
Hemingway: “A caccia e a pesca”
Calvino: “La superficie delle cose”
Sciascia: “Siamo tutti siciliani – per non esserlo”
Pirandello: è di tutti i secoli, come Shakespeare.
Per la prima volta? Ma già Petrarca, l’ellenismo, i lirici greci. Non è ritornante, questa malinconia dello spirito, l’autismo della parola?
letterautore@antiit.eu
Iscriviti a:
Post (Atom)
