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mercoledì 23 dicembre 2015

Il giallo Dickens

Gradevole Dickens anche in questi reportages dispersi in forma di racconti (“Il Sole” riprende quattro dei dei nove testi della raccolta Clichy). Su avventurieri, procedure e misteri del tempo. Polizieschi propriamente no, ma Dickens amava il racconto “criminale”, “Oliver Twist”  ne è già uno, anche “Casa desolata” per molti aspetti, Wilkie Collins era suo collaboratore al giornale, e Sherlock Holmes non tarderà, giusto una ventina d’anni – questi racconti vanno dal 1850 al 1867.
Oppure sì, i racconti sono polizieschi in senso proprio, non del giallo ma della polizia. Che era appena nata, la polizia urbana, e non sapeva come fare. In una Londra che oggi si direbbe ingovernabile: una enorme chinatown,  i Quartieri Spagnoli per quattro-cinque milioni di persone, o forse quindici. La nuovissima figura del poliziotto-detective, quale Dickens la spiega nel 1850, farà testo per oltre un secoo e mezzo in una letteratura sterminata. Dickens detective sa già dell’indizio: “Un pelo o due svelano dove sta nascosto un leone. Una piccola chiave apre una porta molto pesante”. L’“osservatore di uomini” che costantemente qualcosa d’insignificante confronti, di persone o cose, “farebbe bene a darvi grande importanza”.
Con una breve e solida introduzione, e un ricco appparato di note, di Fabrizio Bagatti. Nelle note si leggono due pagine di Dickens - una lettera inviata al “Times” nel 1849 - sulla pena di morte, una esecuzione per impiccagione, memorabili. È in uno di questi testi l’interrogativo affermativo “A che punto è la notte”, di origine shakespeariana (“Macbeth”), che sarà titolo del fortunato giallo politico di Fruttero (un dickensiano) e Lucentini.
L’ultimo testo è un gustoso saggio sulla polizia politica in uso nel continente - sconosciuta in Inghilterra - e in specie a Napoli, di cui Dickens fa uno spietato test case. È il testo all’origine della poi famosa e decisiva indignazione di Gladstone.
Charles Dickens, Guardie e ladri, Clichy, pp. 249 € 10
Racconti polizieschi, Il Sole 24 Ore, pp. 89 € 0,50

martedì 22 dicembre 2015

I partiti scompaiono solo in Italia

È unanime e ormai rituale, a ogni elezione, l’evocazione dei partiti come se fossero scomparsi e non si riesce a richiamarli in vita. Mentre i partiti non son scomparsi. Sono vivi e operosi, e sempre gli stessi, negli Usa, in Gran Bretagna, in Germania, nella stessa Spagna di domenica (le due nuove formazioni sono spin-off delle due vecchie con facce giovani). In Austria, in Portogallo, in Belgio, in Olanda, ovunque. Anche in Grecia: Syriza è ormai un partito come gli altri, ha raccolto l’eredità del Pasok, il partito Socialista, con facce nuove. La Francia va avanti da vent’anni col gioco della desistenza, contro Le Pen, a favore dei vecchi partiti, benché inerti: due volte per i gollisti, una  volta per i socialisti. Dove i partiti sono scomparsi è in Italia – e in Russia, ma in Russia ci sono mai stati?
La scomparsa dei partiti avviene solo in Italia. I vecchi partiti sono stati sciolti dai Carabinieri. Il Pci e l’Msi, che i Carabinieri simpaticamente avevano lasciato in piedi, non hanno retto. E i nuovi non sono partiti: berlusconiani, dipietristi, ingroiani, vendoliani, grillini. C’è il Pd. Che però è – è nato volutamente così - una formazione movimentista, “liquida”. Per sfuggire all’impossibile compromesso di Berlinguer, l’ennesimo tatticismo del Pci che lo ha portato alla dissoluzione. E non riesce a quagliare. Perché assomma due entità inconciliabili, almeno finora: gli ex comunisti e gli ex democristiani.
Il Pd potrebbe cambiare pelle, nel solco tracciato da Napolitano, il presidente ex Pci. Che ha affidato il governo e il Pd agli ex Dc: Monti, Letta, Renzi. Gli ex comunisti dovrebbero trasformarsi in democristiani, nelle pratiche politiche e negli schieramenti. Sembra difficile, e forse non auspicabile. Ma, se succedesse, si avrebbe in Italia un solo partito.
Non ci sono indagini, né sociologhe né politiche, sul perché in Italia l’attività politica sia impossibile. L’ipotesi più attendibile è che sia per effetto dell’antipolitica: dell’apparato repressivo (giudici, polizie) e degli interessi costituiti, via media. Ce n’è un’altra?

L’Is come Hezbollah

L’Italia potrebbe avere la chiave di una “soluzione” per l’Is, come la ebbe con Hezbollah nel Libano. Una formazione che in tutto e per tutto anticipò l’Is negli anni 1980 – con la sola differenza che era sciita, mentre l’Is è sunnita: rapimenti, taglieggiamenti, attentati, attacchi suicidi, molti spettacolari, esecuzioni sommarie, in Libano e fuori, e proclami. Reagan propose una coalizione dei volenterosi per riportare il paese alla pace, cui aderirono la Francia e l’Italia di Spadolini, un grosso contingente.
Non fu un’esperienza felice. Francesi e americani ci lasciarono molti morti, 241 marines e 56 legionari, in uno degli attacchi suicidi più spettacolari, il 23 ottobre. Dieci giorni dopo  fu violato il quartier generale israeliano d’occupazione a Tiro, con 29 morti. Americani e francesi lasciarono il Libano. Spingendo il presidente Pertini a chiedere nel messagio di fine anno il rimpatrio del contingente italiano. Che però passò l’esperienza indenne. Grazie ai colegamenti mantenuti con Teheran, che Hezbollah aveva creato e in vari modi alimentava.
La missione poi perse di scopo col ritiro delle truppe israeliane dal Libano, ma il seme era stato gettato. E quando ci sono tornati vent’anni dopo, nel 2006, per l’impegno preso da D’Alema, ministro degli Esteri, con Condoleezza Rice, segretario di Stato di Bush, il più forte impegno italiano all’estero, in uomini e materiali, Hezbollah si è trasformata in  una forza di stabilizzazione.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (269)

Giuseppe Leuzzi

Sudismi|sadismi
Galli della Loggia ha aperto sul “Corriere della sera” una campagna per il Sud. Cioè contro. Dice che in Calabria non vorrebbe doversi fare una tac – e perché dovrebbe? speriamo di no. Catanzaro non gli piace. Palermo centro neppure. Né la costa napoletana da Pozzuoli a Castellammare. Però, il Sud è molto grande e ha molte coste, il professore potrebbe pure rifarsi l’occhio altrove.

Galli della Loggia dice anche le cose note: il Sud non studia e non lavora, non produce, è più povero della Grecia, della Germania Est, etc. Ma dice pure che da un quarto di secolo “rapidamente tutto ciò che riguardava il Sud…ha acquistato un sapore di imbroglio, di corruzione, di raccomandazioni. Certo, il resto d’Italia non era da meno. Però lo era di meno”. Questo non è vero: la corruzione di tutta la Calabria, in venticinque anni, non vale quella del Mose da sola, o quella dell’Expo, o quella del  Monte dei Paschi, o gli sperperi delle autostrade lombarde, per dirne alcune.
Di più il Nord ha, certo, il leghismo. Di cui lo storico non tiene conto. E che altro fa il leghismo se non parlare male? Degli zingari, degli immigrati, dei tedeschi, e del Sud.

Oppure no, il leghismo non fa storia. Galli della Loggia autonomamente un quarto di secolo fa sulla “Stampa” pubblicava “Dieci comandamenti contro la mafia”, dei quali l’ultimo postulava: “Lo Stato deve rendere la vita impossibile come e più della mafia”. Tagliando l’acqua, l’elettricità, il telefono, togliendo la patente.
Un storico molto severo. Che però la colpa della mafia dà alle vittime.

Emigrazione e accoglienza
La Calabria, che ha probabilmente il tasso più elevato di emigrazione, tra le regioni d’Italia, in rapporto alla popolazione, ha accolto vaste immigrazioni: gli ebrei, i primi, i bizantini non iconoclasti, gli albanesi, la comunità più cospicua, i valdesi, e ora ripopola i borghi abbandonati con gli africani. Poiché la storia difetta in Calabria, proviamo a farcene una sintesi con alcune fonti disparate, Craufurd Tait Ramage, “Calabria pittoresca e romantica”, e Giuseppe Berto, “Il mare dove nascono i miti”.
I valdesi, dice Tait Ramage, si sono stabiliti a Guardia Piemontese verso la metà del Trecento (Berto dice il Duecento): “Narra un autore di trecento anni fa che, «essendosi ritrovati alcuni Valdesi con un gentiluomo calabrese in Torino, alloggiati insieme in un’osteria, in familiare discorso si fosse rappresentato che le valli erano tanto popolate che non vi si poteva cavare il vitto, onde esso gli offrì terre vacanti in Calabria». Erano albigesi, che si trasferirono volentieri in Calabria per evitare le persecuzioni. Si stabilirono nella zona impervia di Montalto (?), allora segregata dal mondo, lontana dall’unica strada di accesso, che era la vecchia via Popilia (la quale invece corre all’interno, n.d.r.). “Lì gli eretici poterono prosperare e moltiplicarsi in pace, ottennero dai feudatari numerosi privilegi, fondarono parecchie colonie, tra le quali, appunto, Guardia, messa in alto e fortificata”, contro i saraceni. La pace era tale che si sarebbero spinti a “pretendere il riconoscimento degli stessi diritti di libertà religiosa che, con la pace di Augusta, erano stati riconosciuti ai protestanti in Germania”. Ma il viceré di Napoli, lo spagnolo duca di Alcalà, bigotto come il suo re Filippo II, nel 1561 inviò le truppe per portarli alla ragione”.
“Furono sconfitti di notte, con uno stratagemma”, secondo Berto. Incuriosito a sua volta, era il 1948, lui alle prime armi come scrittore giornalista, che parlassero un dialetto misto di molte parole piemontesi-francesi.
Gli ebrei Berto dice “un nucleo importante della popolazione della Calabria”. Vi giunsero verso il 1200, spiega ai suoi lettori del “Tempo”, e si stabilirono a Corigliano, da lì spingendosi verso Cosenza, Tropea, Crotone, Catanzaro e Reggio. Così numerosi che in molte città e paesi c’è un quartiere loro, la giudecca. Quando  i turchi, dietro suggerimento, si disse, degli ebrei, continua Berto, s’impadronirono del Santo Sepolcro a Gerusalemme, il papa Martino indisse nel 1429 una crociata e persuase Giovanna II, la regina di Napoli, a gravare gli ebrei di una tassa. Quando gli ebrei furono cacciati dalla Spagna nel 1492, quattromila famiglie emigrarono in Calabria. Ma per poco: il regno cadde in mani spagnole e “l’intera popolazione ebraica venne cacciata da una terra dove aveva pacificamente vissuto per oltre trecento anni”. Salvo marranizzarsi.
Berto tratta anche degli albanesi. Si sono stabiliti nel regno di Napoli nel Quattrocento, preferendo l’esilio piuttosto che sottomettersi ai turchi. Erano parte della chiesa greca, ma si sono poi sotomessi all’autorità del papa, come colui che poteva difenderli meglio, senza che sia mai stata usata la forza per questo. Il matrimonio celebrano secondo il rito greco.

Oblomov al Sud
“Gioventù qui ci passa ad annodare”, è il senso della lassa dal titolo omonimo, dove D’Arrigo evoca (nella raccolta “Codice siciliano), la sua gioventù a Messina, guardando “il continente”. Oblomoviano, vitellonesco. Ma non generazionale: un modo di essere costitutivo. Per l’insoddisfazione di sé che si adagia nella certezza che “fuori”, “nell’altro mondo”, tutto invece calzerebbe a perfezione, e ogni aspettativa sarebbe esaudita.
“A noi senz’anima solo un’immagine” è un altro titolo della lassa. “È sera e ci diciamo a Sud: «Italia»” è la ninna nanna. Pur riconoscendo, altro componimento, che il nome si evoca  “Come un amuleto per noi in un rito”.

Nord malandrino
D’Arrigo ha anche, sempre in “Codice siciliano”, il Nord “malandrino” – e l’Italia “sortilegio”, “col malocchio” – nello “sguardo sprezzante delle donne: “. Evocando
“il senno di Sicilia nelle donne
che sprezzo lungo il fulvo sguardo hanno
per la sorte, il loro Nord malandrino,
Nord sempre duellato con olio e sale,
quando Nord è più forte, o Sole o lunna,
o Italia quando sortilegio, statua
col seno palombino, col malocchio”.

Immagine in stereotipia
“A noi senz’anima solo un’immagine
Può fare da fatalità, destino,
colpire la fantasia”. 
L’immagine, per il siciliano dello Stretto, è dell’Italia: “Al davanzale
Sta questa donna che si chiama Italia”,
Affacciata sul mare, equivoca: “Di donna all’aria del davanzale
La fama svaria fra bene e male”.
“Senz’anima” è il nodo-snodo. Crescere in un Sud “senz’anima”, in una pedagogia che tiene il Sud “senza’anima”. Si sottovaluta il leghismo, non se ne afferra mai abbastanza la durezza. La potenza e l’abiezione dello stereotipo – un “semplice” stereotipo.

leuzzi@antiit.eu

Il fascino discreto del nazismo

Si riscopre la verità sul nazismo di Heidegger dopo la pubblicazione dei “Quaderni neri” - da lui voluta, e approntata – che era nvece sotto gli occhi di tutti, durante il nazismo e subito dopo. Il “Discorso del rettorato”, 1933, Jaspers poté definire subito “il fondamento nazionalsocialista dell’università”. Nel 1945, alla denazificazione, Heidegger fu interdetto dall’insegnamento. Se ne è riparlato nel 1952, quando Löwith, discepolo deluso, portò le prove su “Les temps modernes”, la rivista dello haideggeriano Sartre. E poi regorlamente dopo.  Qui in un pubblico dibattito tenuto a Heidelberg il 5 febbraio 1988, per i 55 anni del “Discorso del Rettorato”, a ridosso del libro di Farias, “Heidegger e il nazismo”.
Un dibattito informale, senza testi scritti. Che Mireille Calle-Gruber, presente alla serata nell’anfiteatro dell’università, riesuma. Con una nota irrisolutiva di Jean-Luc Nancy. Un dibattito, allora, non sul “caso Heidegger”, ma su una traccia anodina: “Heidegger, portata filosofica e politica del suo pensiero”.
Il problema in realtà non è se Heidegger fu nazista, lui stesso se lo disse con Carl Schmitt in “Ex captivitate salus”. Il problema irrisolto è se fu anche eazzista, e perché non si pentì dell’Olocausto. Perrché mai chiese scusa, adducedo magari l’errore o la cattiva informazione, e nemmeno si disse addolorato. Heidegger non era razzista bilogico, e anzi il biologico riteneva una sciocchezza. Ma fu anche negazionista? No, però. Non negò Auschwitz. Ma non volle riconoscerlo, ricoscerne la specificità. L’aveva anzi appaiato all’esodo con molto morti dei tedecshi dalla Slesia e dalla Galizia, cacciati dai russi e dai polacchi. E l’aveva ricompreso – non lui, i suoi difensori – nel probelma più generale della sopravvenienza della tecnica, dell’umanismo anti-umanista, per cui niente vale se non l’efficienza.
Dirlo antirazzista è d’altra parte troppo – Lacou-Labarthe ha qualche sospetto, dell’antisemitismo velato che emergerà nei “Quaderni neri”. C’è un razzismo spirituale, che in Heidegger era forte, e molto prima dei ”Quaderni neri”: la sua trattazione del linguaggio, centrata sul Volk, è germanocentrica – forse provinciale, ma allora non proprio eraclitea,  cristallina.
E poi c’è sempre il nazismo, in attesa di giudizio malgrado le condanne. Il “caso Heidegger” viene ridotto, anche in questo dibattito, a quello della Colpa: se – lui lo rifiutava – la Germania doveva professare una Colpa nazionale. Ma in questo aveva più ragione lui che non Jaspers – in fondo, la Germania ha avuto la resistenza più numerosa e agguerrita al fascismo. No, quello che resta da chiarire, sotto lo scudo della Colpa-Condanna, è il fascino dirompente dello hitlerismo. Vincente, appassionante – anche a Parigi, dove pure era l’occupante. Effetto della potenza militare ma, di più, evidentemente, per una sua attrattiva che non viene esaminata – il soldato comunque suscita risentimento. Biologicamente, non ci vuole Heidegger, il nazismo era risibile: “piccolo e nero”, panciuto, piedi piatti, denti cariati più che alto, atletico e biondo - questo era quello di Leni Riefenstahl, un’altra storia (che, anch’essa, non si può vedere né dire). E impacciato e ignorante, non quello che si mistifica nei film.
L’ordinatrice ricorda che per l’occasione Gadamer, l’ultimo discepolo devoto di Heidegger, aveva voluto partecipare a tutti i costi, anche se anfitrione del convegno era Derrida, con cui aveva litigato – voleva spiegare il mancato razzismo di Heidegger (ma anche Derrida non ha mai discusso il nazismo di Heidegger). Richiama la folta partecipazione del pubblico, oltre un migliaio di persone, per alcune ore di discussione in francese. E ricostituisce il contesto: non c’era solo il libro di Farias, in quei giorni, c’era anche il negazionismo di Faurisson, e l’affare De Man. Paul De Man si era scoperto dopo morto un collaborazionista. Non per caso – anche se era reduce da una serie impressionante di traumi familiari: l’abbandono del padre, la morte in un incidente del fratello maggiore, già condannato per stupro, il suicidio della madre. Aveva scritto per “Le Soir”, il quotidiano più influente del Belgio, e per il giornale tedesco “Het Flemische Land”, terra fiamminga, a favore del nazista Nuovo Ordine Europeo, contro la cultura francese, e contro la “degenerazione ebraica”. Derrida, suo maestro in decostruzionismo, ne aveva difeso la memoria con un “Mémoires – pour Paul de Man”.
Jacques Derrida-Hans Gadamer-Philippe Lacoue-Labarthes, Il caso Heidegger. Una filosofia nazista? Mimesis, pp. 110 € 12

lunedì 21 dicembre 2015

Ombre - 297

Il partito Popolare di Rajoy ha perso le elezioni in Spagna – indiscutibilmente: il 16 per cento di voti e 60 deputati (su 350) in meno. Ma nell’informazione ufficiale italiana ha vinto, alla Rai e Sky, e nei giornali allineati. Per non dispiacere a Bruxelles, a Angela Merkel patrona di Rajoy? Ma Renzi  e i suoi media non dovrebbero celebrare piuttosto la sconfitta? Sono “popolari” in petto anch’essi?

Duettano-duellano Visco e Cantone, sui maggiori giornali. Professandosi reciproca stima e anzi amicizia. Solo non dicono di che natura. Come l’amicizia Moro-Fanfani, Moro-Andreotti, Andreotti-Fanfani, Andreotti-Forlani: letale.

Scantona Cantone nell’intervista prontamente messa su col “Corriere della sera” dopo quella di Visco il giorno prima con “Repubblica”.
Forse per dare argione alla vignetta di Giannelli che lo illustra: “Contro la corruzione giocheremo ai quattro cantoni”. In effetti, cosa ha fatto Cantone, a parte che parlare - è telegenico. E candidarsi – ma il Pd non lo candida – a sindaco di Napoli?

Ma poi non resiste, e smentisce secondo prassi per confermare.  È vero che Visco è andato venerdì da Mattarella a difendere la Banca d’Italia e lamentarsi del governo? “No”, risponde Cantone, Visco ha detto che l’incontro “era fissato da tempo e non ho ragioni per non credergli”. E aggiunge: Venerdì mattina ho telefonato a Visco e al segretario generale della presidenza della Repubblica”. Per dare gli auguri?

Renzi sceglie di attaccare Merkel, su ogni fronte, in ogni occasione, conferenze stampa, vertici, interviste, sgambate romane. Ma nessuno in Germania ne parla, né giornali né tv. Nemmeno per criticarlo.

Il giudice di Arezzo Rossi, che indaga su Banca Etruria ed è anche consulente di Renzi, sostiene: “Per me nessun incarico politico”. Renzi, e Letta prima, certo non sono politici, ma lo Spirito Santo non è politico?
Supponenza di giudice? Di democristiano? Di tutt’e due, Rossi è buon praticante.

“Istanbul. Tra lotta e repressione la rivoluzione turca spiegata con l’arte”. Trionfalista apre “Repubblica” sulla mostra che il governo turco organizza al Maxxi di Roma. Uno sponsor governativo è un ottimo fund raising, le istituzioni culturali ne hanno bisogno. ? Ma che rivoluzione sta facendo la Turchia?

Chiede misericordia il cardinale Bagnasco. Che certamente non si è appropriato dei soldi dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, ma per questo è sotto processo a opera di Francesca Immacolata Chaouqui. Che è anche lei sotto processo per le carte su Bagnasco mandate fuori dal Vaticano. Ma sc ritte da chi? Manca un tassello all’inchiesta.
Ci voleva proprio, il giubileo della misericordia: un bel pasticcio ha fatto il papa giustiziere, far risultare ladri e profittatori i suoi cardinali.

Si mobilita il “Corriere della sera”, lettori e Sergio Romano compresi, a stigmatizzare Berlusconi che voleva alla Corte Costituzionale almeno “uno di destra”: è immorale, dicono. Dopo un’infornata di giudici rigorosamente di partito - del partito di Renzi. È l’ipocrisia che regge l’informazione? Si capisce che nessuno senta più bisogno del giornale.

E dica, dica: “Lei prevede che in Italia ci sarà bail-in dei conti correnti, quindi contagio, e poi richiesta di aiuto al fondo salvataggi, con l’arrivo della Troika”? Federico Fubini incalza un Lars Fed, che presenta uomo di Schäuble, e uno dei “cinque saggi” del governo tedesco. La Troika non si capisce cosa sia, ma il senso è chiaro: l’Italia deve fallire. Feld, saggio, si schermisce: “«Staremo a vedere» (ride)”.

È straordinario il numero degli analisti tedeschi, economisti, futurologi, tutti consulenti del governo tedesco, che sanno cosa l’Italia rischia, dove, in quale momento, e cosa deve fare. Cose che neanche gli economisti italiani sanno: loro fanno il futuro, i tedeschi.

Questi analisti sono forse una proiezione del “Corriere della sera” e di Fubini, forse no. Forse è così che il governo tedesco governa l’Europa, con una intelligence accademica invece che di carabinieri.

“Cristiani, vi stermineremo, vi faremo saltare in aria con il vostro papa”. Un tunisino e un palestinese di quarant’anni si sono divertiti a insolentire i militari di guardia alla basilica d Santa Maria Maggiore a Roma. Due ubriaconi. Ma il sentimento ormai è quello – un tempo avrebbero detto “cornuti!” (“sbirri!”, “vaffa”).

L’Approccio Reggiano conquista gli Usa

Nel 2012 Renée Dinnerstein, maestra a Brooklyn e poi consulente scolastico, progettò un contatto approfondito fra la pedagogia americana più attenta e il Reggio Emilia Appoach o metodo reggiano. Forte di un primo contatto maturato da giovane quando si trovò a risiedere a Roma, e di successive partecipazioni a eventi e seminari della pedagogia diffusa reggiana, aveva maturato il convincimento che quell’approccio era il più produttivo. Sia dal punto di vista del bambino, dello sviluppo della sua creatività, che da quello familiare e sociale. Tanto più nell’epoca della connettività, che è una chance per i molti, ma un rischio letale per i meno adatti – come semrpe avviene neile epoche di cambiamento.
La metodologia reggiana intanto era cresciuta nella valutazione internazionale. In particolare negli Stati Uniti. Nel dicembre del 1991, “Newsweek” aveva definito l’asilo Diana, all’interno dei giardini pubblici di Reggio Emilia, la più avanzata istituzione per la prima infanzia nel mondo. L’anno dopo vennero il prestigioso premio Lego in Danimarca, nel 1993 il Premio Kohl a Chicago.
Nel corso del 2012 Dinnerstein organizzò una full immersion di una settimana per 68 educatori, in prevalenza americani e tutti di ingua inglese, a Reggio Emilia. L’immersione si fece nell’ottobre 2012, e causò una conversione in massa: il fatto di essere dei ricercatori, e non dei “badanti”, e quasi pigmalioni dello svilppo del fancilullo, ha entusiasmato i partecipanti. Come orizzonte di vita e di lavoro, e anche per gli effetti immediati. Il libro si apre con un testo redatto da due bambini di quinta elementare, Max Gryce e Sophie MacKay, della Opal School, del museo per Bambini di Portland nell’Oregon, dove l’Approccio Reggiano è praticato, che è un piccolo miracolo. La pagiennta si legge, oltre che per l’immediatezza dell’espressione, come un trattatello, chiaro, completo, di pedagogia dell’immagine, dell’occhio. Grazie all’abitudine ormai acquisita dai bambini in pochi mesi di situarsi, di porsi in relazione con le persone e i luoghi, la natura, il tempo, le cose. È uno dei primi esiti del viaggio a Reggio.
Il “Reggio Approach” ha una storia recente ma consolidata. È nato si può dire casualmente, per le esigenze dell’immediato dopoguerra, quando bisognò ricostruire sulle macerie, e la manodopera femminile era necessaria per la scarsezza di quella maschile, creando il problema dell’assistenza alla prima infanzia. Si crearono i primi asili nido informali, non più necessariamente di suore e non a pagamento, a turno, in associazione, in cooperativa, di vicinato, di quartiere, di azienda, con assistenza necessariamente non formata, se non per le prime necessità, l’alimentazione, l’igiene. Su queste esperienze diffuse una pedagogia poco alla volta emerse, all’insegna anch’essa dell’informalità. Che Loris Malaguzzi organizzerà su base ampia, e teorizzerà come metodo.
Maestro elementare, alla Liberazione Malaguzzi, svanito lo Stato,  si era trovato a dover organizzare una scuola rurale, per i bambini di contadini e operati, in un paesino nei pressi di Reggio. Fu la prima di una serie: l’esperimento fece capire a Malaguzzi che la scuola poteva autogestirsi, facendo a meno dei benefici, ma anche delle metolodologie, dello Stato. Successivamente si addottorò in Psicologia al Cnr a Roma, e al ritorno a Reggio cominciò a lavorare anche per il Comune, al Consultorio per bambini in difficoltà, oltre che per le scuole autogestite. Il Reggio Emilia Approach prende così corpo anche nelle scuole statali.
Nel 1963 Malaguzzi convinse il Comune a organizzare quella che è oggi la scuola materna, dai tre ai cinque anni. Una  decisione istituzionale che abbisognò di un’opera di convincimento delle famiglie, come ricorda il ritatto dell’educatore su wikipedia: “Una volta a settimana portavamo la scuola in città. Letteralmente, noi caricavamo noi stessi, i bambini, ed i nostri strumenti di lavoro su un camion e facevamo scuola e organizzavamo delle mostre all’aria aperta, nei parchi pubblici o sotto il portico del teatro comunale. I bambini erano felici. La gente guardava; erano sorpresi e facevano domande”.
Il bambino sa 100 lingue
Nel 1970 Reggio Emilia apre la strada anche agli asili nido, dai tre mei ai tre anni. Sull’esperienza maturata si comincia a costruire una metodologia. Una rivista, “Zerosei”, raccoglie e affina le esperienze. Si fanno convegni di confronto. Malaguzzi sintetizza in varie pubblicazioni gli esperimenti e gli esiti. Nel 1980 fonda il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, sempre a Reggio Emilia. Morirà nel 1994 – l’anno in cui è nato “Reggio Children”, centro internazionale per la difesa e lo sviluppo dei diritti e delle potenzialità dei bambini. Avendo definito il “Reggio Approach”, ormai riconosciuto internazionalmente, su queste lineee: il bambino è un soggetto di diritti e un produttore di conoscenze, guidato da propri, diversificati, interessi: i bambini sono comunicatori, posseggono “100 linguaggi”; l’apprendimento avviene autonomamente; all’interno di una rete di relazioni con gli educatori, la famiglia, l’ambiente (e i linguaggi).
Il bambino del “Reggio Approach” è ricettore e insieme creatore di conoscenza, va quindi seguito nel senso di lasciarlo libero di interagire con l’ambiente, ascoltarne le riflessioni, coglierne il senso, stimolarlo ulteriormente. È il bambino il protagonista e direttore del proprio percorso di apprendimento. È uno sviluppo dell’idea “costruttivista” di Piaget, che vedeva il bambino come costruttore di conoscenze, ma quasi isolato. No, Reggio lo vuole dotato di un potenziale maggiore, attivato dall’interazione con gli altri bambini, gli oggetti, l’ambiente, gli adulti. ll ruolo dell’insegnante è di accompagnamento e aiuto.  Anche di apprendimento: Malaguzzi lo dice “co-apprendista”, insieme al bambino, “all’interno della situazione di apprendimento”, col contributo delle sue cognizioni e delle sue esperienze. L’educatore si qualifica soprattutto come ricercatore.
Il libro ne fa un monumeto – e Heinemann, il grupo angloamericano leader dell’editoria per la formazione. Le discussioni nei seminari e workshop, a Reggio e dopo, sono cresciute fra i partecipanti di intensità e di scopo, e il progetto di una proposta di rinnovamento della prima educazione è nato. Con il contributo di specialisti e esperti, che hanno proposto i saggi di cui si compone il volume. Non più il nozionismo, ma uno stimolo al bambino ad aprirsi e interagire: a svilupparsi autonomamente. Lui e l’insegnante insieme. Un principio semplice che Loris Malaguzzi così sintetizzava: “Apprendimento e insegnamento non dovrebbero stare su rive opposte, a guardare il fiume scorrere sotto; dovrebbero inveve imbarcarsi insieme in un viaggio sull’acqua”.
Matt Glover-Ellin Oliver Keen (eds), The Teacher you want to be, Heinemann, pp. 234 € 31 

domenica 20 dicembre 2015

L’Europa al di sotto di ogni sospetto

Muoiono bambini al largo di Bodrum per traversate che nessuno ostacola, in un paese, la Turchia, dove c’è sempre un poliziotto accanto a voi: ogni profugo che se ne va è benvenuto.
Muoiono per una traversata di 5-6 miglia, per la quale i genitori devono pagare 1.500 dollari: vengono annegati? Il ricordo emerge insistente del doganiere greco che sconsigliava la traversata inversa: “Bodrum non è Alicarnasso. Bodrum vuole dire prigione”.
Per l’emergenza profughi in Turchia il governo tedesco ha imposto alla Ue un aiuto subito di tre miliardi di euro, cui ogni paese dovrà contribuire. Per annegarli meglio?
La Turchia lamenta un milione di profughi siriani alla frontiera. Il Libano, superficie un ottantesimo della Turchia, popolazione un ventesimo, ne ha due milioni. Ma al governo tedesco il Libano non interessa e quindi l’Europa non lo sa. Neanche al papa il Libano e i suoi profughi interessano molto.

Dice Visco sereno, il governatore della Banca d’Italia, a Fabio Bogo di “Repubblica: “Tra il 2008 e il 2014 il sostegno pubblico al settore finanziario nell’area dell’euro è costato in media il 5 per cento del pil. L’Italia è l’unico paese ad aver registrato un marginale guadagno dagli interventi”.
Tradotto: l’intervento a favore delle banche è costato quasi mille miliardi, cifra strabiliante. L’Italia è stata l’unico paese virtuoso. Ma allora: quando si è trattato di spendere pochi spicci, privati e non pubblici, per evitare il fallimento delle quattro banche locali del centro Italia, come mai l’Europa si è fatta arcigna? Visco ne ha paura? Di Schulz, Juncker, personaggi così, di Vesterhagen, Hill? Una settimana dopo che la Germania aveva salvato la banca di Amburgo, azionisti compresi, con tre miliardi di euro pubblici. Che la Ue ha avallato come non aiuti di Stato.

Chi è Hill, Lord Hill, barone di Oareford? Un signore inglese che voleva le quattro banche fallite – un disastro. È questo signore un mentecatto? È il solito inglese con la puzza al naso, uno dei tanti baroni che Londra manda volentieri a Bruxelles? No, è il commissario Ue ai Servizi finanziari. A favore di chi? E chi è Vestagen, o Vesterhagen, non ne sappiamo neppure il nome?

L’egemonia senza popolo

Un libello sulla sinistra francese che “cerca disperatamente il suo popolo”. Diagnosi attardata, benché di uno studioso accademico. Con attrezzi attardati: l’egemonia culturale di Grasmci come preliminare alla vittoria politica. Quasi commovente, essendo una perorazione – di una collezione “Pugni sul tavolo”. Ma non c’è tema o materia su cui la sinistra sia al passo coi tempi: Europa, diritto familiare, natalità, nazionalità, identità culturale, l’elenco di Brustier è impressionante – e il lavoro? Teorizzata da Gramsci a sinistra e praticata dai partiti comunisti, l’egemonia culturale è ora anzi la causa principale della sterilità politica della sinistra stessa, coltivando la propria sopravivenza, il “sottogoverno” della cultura: favori vicendevoli, posti, prebende.
“Á demain, Gramsci” dà l’addio all’egemonia in Francia, dove la pretesa è vuota da tempo, da prima della caduta del Muro. Una riflessione sterile, stereotipa, che ha provocato  abbandoni anche illustri, da Debray e Finkielkraut, una dozzina di nomi rinomati. Ma è facile da leggere perché in Italia non è diverso: la pretesa è immutata alla Rai, nelle redazioni, sempre molto controllate, nell’editoria, nei festival culturali che dilagano. Mentre l’egemonia vera è della destra, in alto e in basso – in economia, in politica e nel linguaggio, dal conformismo al turpiloquio. Cui la sinistra concorre appunto con l’albagia.  
Gaël Brustier, Á demain, Gramsci, Cerf, pp. 72. € 5

Milano, il “Corriere”, Renzi e Visco

Perché il Corriere della sera” attacca la Banca d’Italia sulla questione Etruria? È questo in filigrana il senso del “Qualcuno pagherà”, l’autodifesa oggi del presidente della Banca d’Italia Visco, affidata a “Repubblica”.
A lungo Milano ha attaccato la Banca d’Italia. Ma si pensava acqua passata, con la conclusione degli accorpamenti bancari – le banche milanesi volevano avere mano libera, la Banca d’Italia voleva regolamentare  le acquisizioni. È stata anche una campagna personale di Bazoli, contro l’ex  governatore Fazio. Ma Bazoli ora non conta più nel “Corriere della sera”. Oppure sì – quanto conta Elkann, che ci mette i soldi?
Forse è indigesto il decreto sulle Popolari, grande strumento del sottogoverno ambrosiano. Voluto da Visco per chiudere la tante zone dombra delle gestioni e portare un po più di trasparenza.
O si può pensare a un regolamento dei conti ancora interminato tra vecchi e nuovi “popolari”, gli ex Dc. Fazio, vecchio popolare sturziano, che non s’immischiava di politica, fu fatto fuori da Bazoli, popolare aggressivo, dossettiano, fanfaniano. L’analogo si riproduce ora con Renzi, aggressivissimo e anzi monopolista, di cui il giornale milanese è portavoce? Questo è più probabile.
La misura dello scontro è data dal Procuratore di Arezzo Rossi, amico e consulente dei Boschi e di Renzi. Che continua a inquisire gli organi di controllo, la Consob e la Banca d’Italia, invece che il consiglio d’amministrazione di Etruria e i suoi referenti politici. E oggi fornisce documenti riservati, spaiati, contro Consob e Banca d’Italia, allo stesso giornale che intervista Visco. 

sabato 19 dicembre 2015

Letture - 239

letterautore

Amore – Nel Settecento veniva senza veli. Prima cioè delle “tendine alle finestre” (Virginia Woolf, “Orlando”): dell’amore romantico e dei pudori biedermeier. Haendel, col librettista Metastasio, abate, così lo declinano in “Poro, re dell’Indie”:
Cleofide, l’amata: “Caro amico amplesso!\ al mio seno,
Poro, l’amato: “Dolce amico amplesso! al core oppresso,
Cleofide e Poro: “Già dai vita e fai goder”.
Il duetto così si concluderà, dopo alterne vicende:
Cleofide: “Caro, vieni a’ mio seno\ Dopo tanto soffrir!\ Sento ch’io vengo meno\ Per un sì gran gioir”.
Poro: “Cara, torno al tuo seno\ Dopo tanto soffrir!\ Scaccia si bel sereno\ L’ombra del mio martir”.
Coro e tutti quanti: “Dopo tanto penare\ È più grato il piacer;\ Chi sà, costante amare,\ Rende immenso il goder”.

Dante – Fu anche un pagano, nella forma rinascimentale, da proto umanista. Rivendicato per tale da varie correnti di pensiero, ma non solo. Gli “spiriti magni” dell’antichità elegge a profeti del cristianesimo. Dal pagano Virgilio si fa guidare alla salvezza. Il tradimento di Cesare appaia nell’ “Inferno” a quello di Cristo: Bruto e Cassio “latrano” nel punto più profondo della dannazione, al canto XXXIV, insieme con Giuda.

Egemonia – Si sentono a Radio Tre interlocutori dotti, specialisti, professori, che danno all’Is la “forza della novità”,  l’attrattiva dell’idealità,  il fascino dell’azione, la forza di attrazione della violenza. Tutte le approssimazioni che si leggono sul web meno che l’essenziale.
Le danno a un agitato Gr 3 del mattino, di conduttori marcianti e squillanti, che troncano le frasi per “dare ritmo”. Saranno quindi gli esperti in sintonia col rinnovamento, col tentativo di radio Rai di tenere il passo delle tendenze  - non c’è più comunicazione ma show, esibizione, agudezas. Però in quella rete sempre saldamente centrata sull’egemonia culturale (noi e nessun altro), suonano sinistre. In tempi di mercato e di trend, l’egemonia dev’essere di tendenza anch’essa? Cioè liberista, consumista, sciocca?
Ma la disinvoltura del Gr 3 dà quasi l’allegria. Nelle plumbee Radio e Rai Tre, dove tutto si vuole di sinistra mentre è di destra, e anche molto di destra, in economia, in politica, e nel linguaggio. E si celebra come un rito funerario, catacombali solitamente anche i toni, da sacrestia, da estrema unzione, di conduttori e ospiti ugualmente – ospiti se hanno passato la “prova sezione”. Che dispensano sospirando paccottiglia, placcata malamente, similoro pretenzioso. Ma senza sosta, un martellamento cavo e sinistro, ogni giorno, ogni ora. È – si dice, si vuole – di sinistra l’organizzazione della cultura: l’egemonia è una cordata, un gruppo di potere?

Questa egemonia si contenta di squalificare la cultura dominante come “altri”, nemmeno degni di nome, i residuati. È un forma di superbia, da vecchia zia che spregia i mortali da cui è tenuta in vita, dall’alto di un suo personale iperuranio.
In Francia, in Germania, in Inghilterra si riconosce che la sinistra non è sconfitta per caso ma perché non ha più egemonia (non sa che pensare), la quale non è un diritto ma una battaglia rinnovata da vincere. In Italia c’è una cultura al potere che non sa e non conta nulla: ignorante per essere cieca, e piena di sé. La debolezza dell’Italia è in questa schizofrenia? Girare per una libreria Feltrinelli dà i brividi.

Figli – Accanto alle “mogli” – le vere autrici – si schierano ora anche i figli? Alessandro Quasimodo, l’attore e regista, figlio non amato che si libera dei cimeli del padre, ha suscitato le ire del “Corriere della sera”. Paolo Di Stefano l’ha accusato di avidità. Ma potrebbe trattarsi anche qui di un caso di “moglie”. La moglie abbandonata di Quasimodo, Maria Cumani, anche lei poetessa, nonché danzatrice, e madre di Alessandro. Quella del figlio sarebbe una vendetta per conto della madre.
Però, sua madre non è la sola vittima di Quasimodo, Alessandro si sta lasciando sfuggire la vera vendetta. Non c’era solo “l’amante di Stoccolma” che indispettisce Alessandro, quella la cui compagnia Quasimodo preferì alla moglie per ritirare il Nobel. Nel 1935, quando trentacinquenne se la faceva con Sibilla Aleramo, cinquantanove, aveva contemporaneamente: una moglie, un’amante, Amelia Spezialetti, alla quale stava facendo la figlia Orietta, e altre passioni femminili. Aleramo gli serviva, uno. Due: papà era un galletto. La sua moglie all’epoca era Bice Donetti, cassiera di bar, anche lei più attempata di lui – che poi è morta, nel 1946. Del resto Alessandro è nato nel 1939, quando Bice Donetti ancora non era morta.
Anche lo zio di Alessandro, Elio Vittorini, era incostante. Aveva preso Rosina Quasimodo ventenne, la sorella del futuro Nobel, con la “fuitina” (la notte a letto insieme fuori casa) a Siracusa. Poi, dopo pochi anni, l’aveva progressivamente abbandonata per Ginetta Varisco, gentile milanese.
Notevoli pure i figli di Vittorini, entrambi con Rosina – che però non lo odiava, si risposò felice anche lei: il primo, Giusto Curzio, fu chiamato così in onore, nel 1928, di Curzio Malaparte, il secondo, Demetrio, è anglista e felice biografo del padre e dei Quasimodo.

Madri – È genere ora ubiquo: diffuso, anche se caro, e multiforme, con le surrogate, la procreazione in vitro, l’inseminazione artificiale. Vi si esercita anche Dacia Maraini, su due lunghe pagine del “Corriere della sera”, a proposito delle madri surrogate, o gestazioni in affitto. Con questo esempio: “Perfino la Madonna che, secondo la narrazione cattolica, ha concepito un figlio per conto terzi – ovvero lo Spirito Santo – l’ha però donato, da accudire, con meravigliosa fiducia e rispetto, al proprio compagno di vita”.

Maledettismo - Aldo Nove insulta il suicida di Civitavecchia: “Che cazzo sono «sti risparmi»?” Eccetto i suoi naturalmente. Che cosa non si fa per uscire sui giornali? È il maledettismo di oggi, per un cent in più. 
Nove ha annunciato anche di avere lasciato facebook: nuova notizia. 

Pasolini – È voluto diventare da ultimo un personaggio televisivo. E non a fini pubblicitari, promozionali, essendo già un monumento. A “Carosello”, con la sua voce. A “Terza liceo” di Biagi, per raccontarsi bugie coi coetanei bolognesi. Col birignao antitaliano. E magisteriale sempre. Per un bisogno d’ordine?
Le ultime immagini legate a “Salò, Sade”, il film e le tante interviste con cui lo ha accompagnato, lo danno soddisfatto. Uno che sapeva che le rappresentazioni di sadismo sono sadismo. Come il marchese era diventato totalitario, di un’idea sola, semplificata – non più smarrito o isolato, quale figurava prima. Con la passione per san Paolo, che del clericalismo è quintessenza, uno che voleva giudicare gli angeli, nel mentre che declamava il sacro. Ma con lo sguardo assente, introspettivo: da disadattato, malgrado il didattismo. Il lettore scafato rinviando inevitabilmente a Malaparte – è Malaparte l’inventore del genere, il monito al lettore.


Vangeli – Sono molto femministi, in effetti. Per l’epoca perfino bizzarri, come nelle religioni orientali, culti egiziani inclusi. Mentre sono avulsi dalla tradizione ebraica e da quella greca. Anche nei modi di dire.

letterautore@antiit.eu

Dio salvi la politica con un messia

A prima vista viene da ridere: l’operaismo ricondotto alla teologia - il sottotitolo è “la teologia come lingua della politica”. Effetto del Muro, della caduta del Muro, e delle illusioni. Ma l’intento è nobile: come ridare autonomia alla politica – Tronti, autore acclamato di “Operai e capitale”, 1966,  oggi a 84 anni felice senatore Pd,  è anche autore di uno schmittiano “L’autonomia del politico”. Ridare dignita alla politica, riconquistare la libertà perduta nel liberismo, e nella confusione mentale.
Il testo è una spremuta di un corso tenuto all’Istituto di Studi Filosofici di Napoli nel 2010, sul tema “Una teologia politica contro la crisi della politica”. E Tronti lo dedica alle “giovani generazioni, se ce ne saranno ancora, di intellettuali politici”. Non un fishing for compassion.
La teologia politica è la pratica ideologica – assolutista, esclusiva, risolutiva. Ma una cosa è la “teologia politica” di Carl Schmitt, cap. III del libro dallo stesso titolo, 1922, poi 1933: “Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”. Un’altra è la teologia politica di Tronti, che resta in questo marxiano: uno che “pensa per capire, ma capisce per cambiare”. Alla teologia issandosi col messianesimo.
Che lo Stato mimi – senza saperlo - la chiesa non è però una novità di Schmitt. È parte della vecchia polemica legittimista, e lo stesso Schmitt lo riconosce. Che si rifà ai polemisti cattolici dell’Ottocento, Bonald, De Maistre (Joseph), e Donoso Cortés – che Schmitt eleva a “Hobbes dell’Ottocento”. Tronti ne è folgorato. Ma non per scherzo – non perché è la deriva politica e ideologica del suo partito Democratico. Come De Maistre, trova “infallibilità” e “sovranità” “perfettamente sinonimi”.
Teologia, morale e politica
È difficile non concordare col Donoso di Schmitt: “Egli vede che con il teologico scompare il morale, e con esso l’idea politica, e ogni decisione morale e politica viene paralizzata nell’aldiquà paradisiaco di una vita immediata e naturale, e di una corporeità libera da problemi”. Il lettore di giornali ci ritrova la semplicioneria sua quotidiana. Se non che la via d’uscita non può essere la teologia, sia pure umanizzata – o, come usa oggi, “naturalistica”, cioè affaristica..
Ma Schmitt è solo la partenza, Tronti lo usa per arrivare a Benjamin, che riflette su Schmitt, e sulla contestazione che a Schmitt subito pose Erik Peterson, lo specialista di patristica convertito cattolico, come lo era sempre stato Schmitt, “Il monoteismo come problema politico”, 1935. Il messianismo come spirito dell’utopia (E.Bloch) è della rivelazione (Benjamin): il Messia è colui che compie la storia vincendo l’Anticristo - il male, l’oblio della tradizione, che invece va ”in ogni epoca” strappata “al conformismo”. Un percorso “dal teologico al politico attraverso il messianico”. Se non che, conclude Tronti, siamo negli anni Venti-Trenta, “il tragico invade la Storia: non l’abbassa, la solleva. Benjamin è arrivato da Bloch a Marx: cammino perfetto. Bloch senza Marx non funziona come non funziona Marx senza Lenin”. Che non è vero, Marx funziona senza Lenin.
Ma dove siamo finiti, suppostamente via Benjamin? A un Benjamin che da teologo politico approda a politico teologo. Senza colpa, è vero, di Tronti. È di Benjamin, “I «passages» di Parigi”, “l’intenzione di dimostrare un materialismo storico che ha annichilito in sé l’idea di progresso”. Di più, è un Benjamin leninista quasi mussoliniano, gentiliano: “Proprio qui il materialismo storico ha tutte le ragioni per distinguersi nettamente  rispetto alle forme tradizionali del pensiero borghese. Il suo concetto fondamentale non è il progresso, ma l’attualizzazione”. Il Benjamin del Diamat fa solo pena, per la tragedia di cui fu vittima.
Qui casca insomma Tronti: “Il Novecento realisticamente è il sole dell’avvenire. Benjamin è vivo e lotta insieme a noi”. Però, questo è vero: “I nomi che qui chiamiamo in campo - Schmitt, Benjamin, Taubes - hanno questo in comune: sono pensatori del tempo, del proprio tempo”. Per questo soprattutto apprezzabili, ma anche fertili: “Solo chi apprende col pensiero il proprio tempo è pensatore für ewig”. Essi pongono “il grande tema di nichilismo e potere. Un tema di sconcertante attualità, una delle «regolarità» della storia. Un’eredità post-novecentesca che attende ancora di essere appresa”. Tronti ci prova, di fare “una sorta di «Per la critica della teogia politica» sul modello della marxiana «Per la critica dell’economia politica»”. Ma surrettiziamente desiste.
Escatologia occidentale
Tra Schmitt e Benjamin media Taubes - il Taubes della “Teologia politica di san Paolo”, mediato a sua volta da Elettra Stimilli. Rabbino filosofo ma scrittore gradevole, e un personaggio, con una storia. Rettore della Freie Universität di Berlino nel ’68, ebbe contestazione terribile da Rudi Dutschke e altri inflessibili. Che gli bruciarono l’insegna dell’unversità, a lui l’“apocalittico della rivoluzione”, del Dio che gioca a dadi, condannandoci in anticipo o redimendoci – gliela bruciò uno studente Teufel, il diavolo. A Dutschke diede, da sinistra, il precetto che Paratore dava ai contestatori a Roma, d’imparare il latino – in altra occasione lamenterà che a Parigi tutti vogliono lavorare su Heidegger, o su Nietzsche, anche quelli che non sanno il tedesco. Figlio di un grande rabbino, che si era salvato negli anni bui a Zurigo, fu ordinato anche lui rabbino, nel 1943. Ma mentre redigeva per il dottorato una “Escatologia occidentale” in cui rifà in chiave nichilista l’”Apocalisse dell’anima tedesca” del suo maestro cattolico Urs von Balthasar. Il nichilismo che è la sconfitta - il nichilismo è saggezza di Campanile, Achille: tutti fabbrichiamo un morto, ciascuno il suo. Un ermeneuta, esploratore dei sensi nascosti. “In divergente accordo”, subito poi, col decisionista Schmitt. Nonché beneficiario, dopo Max Frisch, degli ardori di Ingeborg Bachmann, la poetessa.
Taubes era anche venuto, con Scholem, alla conclusione che “un tedesco è un tedesco, e un ebreo è un ebreo”, e che un ebreo non si può dire “tedesco di confessione ebraica, idiozia odiosa e indegna”. Della teologia politica diffidava – dell’ebraismo disse, lui rabbino: “È teologia politica, questa è la sua «croce»”. Ma a volte ce n’è bisogno. Schmitt  apprezzava perche “apocalittico antiapocalittico”.
Di Carl Schmitt, altro esito pratico, Taubes aveva individuato con semplicità, sotto le interminabili discussioni, il punto debole, della tesi basica Amico\Nemico: “Se non si ammette che tra gli uomini la guerra poi porta alla pace, essa diventerà sempre più violenta, brutale, sfrenata”. Esito cui convenne lo stesso epurando Schmitt di “Ex captivitate salus”, la salvezza dalla cattività: “Il nemico è la figura del nostro stesso problema”. Sostenne poi Schmitt, in contesa con lo stesso Taubes sul concetto nuovo del tempo e della storia che si apre con il cristianesimo in quanto escatologia: “Il regno cristiano è ciò che arresta (kat-echon) l’Anticristo”. Si cambia il mondo con giudizio: “Per un cristiano delle origini la storia è il kat-echon, la fede in qualcosa che arresti la fine del mondo”. Spiega Taubes: “Solo attraverso l’esperienza della fine della storia la storia è diventata una «strada a senso unico», quale si rappresenta la storia occidentale”. Non un buon esito
I “Quaderni neri”
Una rivendicazione di Carl Schmitt, da parte di Tronti ex operaista. Contro “lo storicismo dell’idealismo, lo scientismo del positivismo”. Col supporto di Benjamin e Taubes. Con qualche questione incidentale curiosa. Una è se Benjamin si può dire un marcionita moderno. Intendendo Marcione come colui che “inventò” la gnosi. Mentre non la inventò. Ma negò il Vecchio Testamento, e questo sicuramente non è Benjamin, in nessuna forma, né innata, di linguaggio, mentalità, vocabolario mentale, eccetera, né di programma.
Nello stile diretto di Taubes, che mima, Tronti ne esuma anche una lettera a Arwin Mohler che meglio di tutto inquadra i “Quaderni neri” – lo scandalo prestuoso che oggi se ne fa, bella scoperta: “«Ex captivitate salus»”, il dialogo postbellico – non risarcitorio: niente scuse – tra Schmitt e Heidegger sulle rispettive colpe, è “un resoconto sconvolgente di come i due abbiano accolto con soddisfazione la «rivoluzione» nazionalsocialista, che addirittura vi abbiano «preso parte»” – abbiano potuto, con tutta la loro sapienza, di pensatori profondi e uomini adulti. E ancora: “Se solo M.H., una volta che il discorso da rettore del 1933 è rimasto davanti agli occhi di tutti, oltre a qualche altra cosa (….),  avesse avuto il coraggio di giudicare se stesso allo stesso modo, avrebbe indicato alla gioventù tedesca in cerca di orientamento una via migliore del Feldweg, il sentiero di campagna”, la ritirata.
Il progetto di Tronti, ribadito in fine, non può che essere auspicabile: “Nella libertà politica, «attuale» forma di oppressione, va colta la possibiltià, rivoluzionaria, che giunga a compimento il progetto antico di liberazione umana”. Come no.
Di sé Tronti dice, nelle interviste: “Sono sconfitto, non un vinto. Però abbiamo perso non una battaglia ma la guerra del Novecento”.
Mario Tronti, Il nano e il manichino, Cstelvecchi, pp. 61 € 7,50

venerdì 18 dicembre 2015

L’euriformatorio

Depurata dall’effetto “diversivo”, da banche, cioè, conflitti d’interesse, mozioni di sfiducia, risparmiatori truffati, l’offensiva di Renzi contro Bruxelles lascerà il segno. Non sulla Germania, che vive in isolamento. Né su Merkel, che magari la farà propria – fa tutto proprio, è una spugna. Ma sulla Commissione, sui commissari, sui loro direttori generali e in generale su “Bruxelles”. Una spericolata e autoimmune burocrazia, al di sopra di ogni sospetto. Che decide con questa scala di priorità: prima la Germania, gli interessi tedeschi, poi l’Olanda col Lussemburgo, poi la Francia, poi tutti gi altri.
Va avanti a ruota libera la Ue di Juncker ruota di scorta di Angela Merkel. Senza pudori.  La vicenda di Nord Stream merita un trattamento a parte. Il raddoppio del gasdotto germanico supplisce in pratica il fallimento del gasdotto mediterraneo verso la Grecia e l’Italia, attraverso la Bulgaria. La Bulgaria ha detto no improvvisamente a un progetto che si portava avanti da un decennio. Ufficialmente per ottemperare alle sanzioni contro la Russia, ma a costi gravosissimi. La Bulgaria si priva dei diritti miliardari di transito e delle forniture privilegiate di gas, e si espone a costose azioni risarcitorie per gli investimenti già effettuati, dalla Russia e anche dall’Eni. In cambio di che? Da parte di chi?
E qual è il problema con gli immigrati? Che l’Italia e la Grecia non prendono abbastanza impronte digitali. Che forse è vero forse no, ma cozza con altri dati invece certi. Che Ungheria e Croazia non prendono le impronte, non ne hanno nemmeno la struttura. O che gli accordi per la ripartizione in quote degli arrivi dal Mediterraneo sono disattesi da tutti. E gli immigrati non sono pochi. Sono già arrivati quest’anno 868 mila clandestini via Mediterraneo, di cui 721 mila in Grecia, 143 mila in Italia (con tremila morti). Angela Merkel ha deciso che invece vuole privilegiare la Turchia, per questioni di business, e allora ha convocato una Ue ristretta per finanziare i profughi e gli immigrati in Turchia. Con tre miliardi, cifra inverosimile. Di cui lItalia, senza averlo deciso, dovrà sborsare una quota - non molto meno degli aiuti che riceve dalla Ue per il salvataggio e la prima accoglienza dei clandestini.
Sembra un vaudeville, ma è l’Europa allo stato attuale. Anche le sanzioni contro la Russia, che Merkel impone a ogni scadenza, poi le viola senza danno.
Cosa succederà è però anche chiaro. Merkel dirà che Renzi ha ragione – è il suo metodo. E continuerà a comandare.
La responsabilità di questa Europa è d’altra parte italiana. Ci si può sottrarre ai diktat di Bruxelles, è prassi normale. Non più su quelli monetari, per la trappola euro, della moneta unica vincolante (ma anche su questo la Germania ci è riuscita, con la Francia), ma per il resto sì. “Procedure” miliardarie d’infrazione, per esempio ai tempi di Monti commissario Ue, contro la Germania, sono state disattese senza danno. La responsabilità è dei governi italiani: delle sue rappresentanze a Bruxelles, dei suoi ministeri. Della teoria e pratica del famoso vincolo europeo o esterno, del farsi fare le cose, come scolari dalla maestra. 
La pratica è eminentemente democristiana. E allora Renzi? Forse Renzi è un democristiano diverso. Parla infatti con i socialisti e non con l’amica Merkel – oppure no? 

Tutto il gas alla Germania

Distorta è sull’Europa anche – soprattutto – l’informazione. L’attacco di Renzi al Consiglio europeo in corso oggi sul doppio gioco tedesco con la Russia non è venuto inatteso.
Renzi aveva bloccato dieci giorni fa il rinnovo delle sanzioni contro la Russia per protesta contro il progetto di raddoppio (in realtà di quadruplicamento, il raddoppio c’è già stato) del gasdotto Nord Stream, dalla Russia alla Germania via mar Baltico. Per questo motivo aveva fatto richiedere al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, polacco, di mettere la questione all’ordine del giorno della riunione di ieri e oggi.
Ne aveva parlato non un giornale italiano, ma il “Financial Times”, con i corrispondenti a Bruxelles e a Roma. Martedì 15 dicembre, in anticipo ma preciso. Sulle intenzioni del governo italiano, e anche sui dati: investimenti, 11 miliardi di dollari, portata, tracciati. Che ancora sfuggono ai media italiani. Così come la posizione del governo tedesco. Secondo il quale il Nord Stream 2 è un progetto commerciale, su cui il governo non ha poteri - e quindi non si violano le sanzioni? Oppure – ancora più ridicolo – è un gasdotto su cui la Ue non ha competenza poiché è costruito in acque internazionali.
Il progetto è portato avanti dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che per questo è entrato in buoni rapporti con Angela Merkel, dalla quale è stato sconfitto nel 2006. In teoria il Nord Stream 2 nasce fallimentare, perché in contrasto coi regolamenti europei antimonopolio: il socio straniero di Nord Stream, la russa Gazprom, avrebbe una posizione dominante sul mercato europeo, e quindi dovrebbe spogliarsi della partecipazione, o limitare l’uso dela gigantesca condotta. Ma i soci non se ne preoccupano.
Anche il titolo del “FT” è preciso: “L’italiano Renzi si unisce all’opposizione al Nord Stream 2”. L’opposizione viene dalla Polonia e dai paesi Baltici, che sono tagliati fuori. Questo fa capire meglio di che natura è il no della Bulgaria al South Stream: la Bulgaria non ha contrasti con la Russia, la Polonia e i paesi baltici sì, e tuttavia un gasdotto che li attraversasse, loro, lo volevano.
Tagliato fuori è naturalmente il gruppo italiano Eni, che sul gas per primo ha puntato in Europa come fonte di energia pulita, e ne è tuttora il maggior player. E per primissimo aveva puntato sul gas della Russia, già nel 1968.
Ma senza scandalo, la Commissione di Bruxelles tace.

Fisco, appalti, abusi (81)

Sarà la camera arbitrale dell’Anac, l’Autorità presieduta dal giudice Cantone, a gestire i ricorsi degli obbligazionisti truffati. La camera è composta da cinque giurisperiti che hanno altre, private, attività. Si occupa di affari plurimilionari occasionali. E non ha gli strumenti procedurali per arbitrare nella fattispecie. A differenza di Consob e Banca d’Italia. L’incarico è andato all’Anac perché Cantone è in stretto rapporto con Renzi. E per allungare i tempi dei rimborsi?

Sotto l’ombrello della massima trasparenza, garantita dal trio Marino-Gabbrielli-Cantone, si sono fatti gli appalti per il giubileo con ribassi di oltre il 40 per cento. Quindi: o il capitolato è stato redatto in modo che il vincitore poi faccia la metà dell’opera prevista. Oppure il bando è stato gonfiato.

Per il giubileo trasparente appalti senza gara. Il meccanismo è semplice. Si spezzettano gli appalti in lotti da meno di un milione. Si può così andare a trattativa privata. È il metodo Rutelli, o “giubilare”, sperimentato per il 2000. Si moltiplicano così i beneficiari  A favore, allora, del “partito” degli architetti e ingeneri, i titolari degli studi-imprese.
Di una dotazione statale di quattromila miliardi di lire (con la metro C, in calendario da vent’anni…), Rutelli restituì la metà, e con l’altra metà fece duemila appalti da un miliardo.

Per ogni acquisto le profumerie Limoni regalano un buono per una riduzione del 25 per cento sulla prossima spesa nello stesso negozio.  Ma inevitabilmente, quando siete tornati, il prodotto che volete non è in promozione. Chiedetene un altro, qualsiasi altro, non è in promozione,. La promozione serve per invogliare il cliente, o per allontanarlo?

L’e-commerce conviene, com’è noto – una miniera: ricarichi enormi, tutti a utile. Conviene anche all’acquirente, per i prodotti standard che non richiedono esami preventivi. Non fosse per il vezzo dei venditori di suddividere gli ordini e moltiplicare le spedizioni - specie amazon, ma anche Ibs e altri. A un costo. Creando problemi di reperibilità all’acquirente per la consegna.

Lo Sda Poste ha una logistica minuta sul territorio. Ne ha anche il software, con la tracciabilità e la consegna, col giorno e magari l’ora presumibile. Ma o consegna prima oppure dopo. Non sarebbe meglio consegnare come previsto, anche per ridurre la reperibilità, che ha un costo per tutti, per il destinatario e per il consegnatario, col secondo tentativo?


Le anime rifatte

Riviste su Sky a un anno di distanza, le “Anime nere” di Munzi sono tutt’altro: intime e non gridate, vittime e non sopraffattrici, avventurose più che delittuose. Elegiache invece che horror

Una specie di favola mafiosa, della violenza ineluttabile. In questo memorabile.
Ma è come se il film fosse stato rifatto. E forse lo è. Per minute ma sostanziose rimodulazioni del montaggio. Sul laconico, del parlato, della gestualità. È comunque un altro racconto. 
Due o tre fotogrammi in più lo ambientano favolisticamente, in un paese abbandonato - Africo Vecchio. Il parlato è modesto, sottotono, come è l’uso locale, dialettale, non più urlato. Anche i rumori sono attutiti. Più di una scena manca dall’originale, pre-Venezia 2014, di quelle horror. Il vero mafioso, Barreca-Due Naschie, è quasi cancellato - il Male è una rete, senza volto. Il ruolo di Marco Leonardi, il fratello buono-cattivo, l’interpratzione migliore del film, sembra ed è ampliato – sarà il destino di Leonardi, l’ex bambino di “Cinema Paradiso”, di essere rimontato?
Francesco Munzi, Anime nere

giovedì 17 dicembre 2015

Problemi di base - 257

spock

Dice il papa. “Noi cristiani e i mussulmani siamo figli di Dio”. E gli altri no, di chi sarebbero figli?

Vuole amore il papa: per il mare, per la montagna, per il denaro?

Ma la misericordia è più o meno dell’indulgenza?

Giubileo: tanto rumore (commissario straordinario, spese straordinarie, polizie straordinarie, ospitalità diffusa, diffusissima) per nulla?

L’Europa si è dissolta e il cardinale Ruini cambia opzione, lascia l’opzione europea e torna a quella americana: ma con un papa anti-yanqui?

Questo Ruini che dice che dobbiamo essere quello che siamo, non è un altro cardinale da eliminare?

Ma anche questo parroco di Monza che in una scuola cattolica rifiuta la messa di Natale “per non discriminare studenti di altre fedi”, perché dice messa?

spock@antiit.eu