sabato 20 dicembre 2025
La Manovra del nulla
I giornali si vendono, e non trovano compratori. Se non esoterici – una famiglia greca, uno dei troppi figli del self-made man Del Vecchio, qualche riccastro criptocorrentista. Perché, in realtà cosa si vende, a parte bilanci in perdita, non colmabile? Una informazione nel formato riforma Rai 1975, come messa in pratica da Andrea Barbato al TG 2, tutta puntata sulla politica, la prima metà del giornale o del telegiornale. E quindi pagine su pagine su ogni scena e fuoriscena di ogni partito e di ogni politico, ora ccupate dai mostruosi self col telefonino, e le battute standard, lunghe dieci secondi, quindici, trenta, su ogni questione, anche la più irrilevante o ininteressante, che si decide sia “del giorno”. Come il pesce fresco ma di interesse per nessuno. Oppure semplificatrici, e ripetitive, di temi e arcani specialistici, che necessiterebbero invece di onestà, applicazione e cultura. Oggi le guerre, p.es., o il tesoro russo all’estero.
Natale made in Italy
Non più il solito Bach per Natale, ma lo Scarlatti che
fece scuola all’Europa ma di cui si è dimenticato il tricentenario, insieme con due
padani, Vivaldi e Corelli – il veneziano fece a Roma una redditizia “opera in carnovale”,
il ravennate di Fusignano (come Arrigo Sacchi, l’allenatore) fece di Roma la
sua terra promessa - e il riscoperto Manfredini, pistoiese, come per dire che “tutte
le strade portano a Roma”, o una sorta di Natale made in Italy. Con
questi ingredienti il maestro Quarta, ricercatore emerito e specialista della
musica barocca, che per l’Accademia Filarmonica Romana, fondata e ‘presieduta da
Paolo Baratta, ha creato lìensemble Concerto Romano, ha catturato il teatro
romano, pieno in ogni settore, uno dei più capienti d’Italia. Fino ad appassionarlo,
cosa non facil, alla musica barocca. Anche
per l’ausilio esperto e fresco, nell’arduo gorgheggio che infioretta il canto
barocco, della giovane soprano Carlotta Colombo - una lombarda felicemente valorizzata
a Roma.
Alessandro Quarta, Concerto di Natale, Teatro
Argentina, Roma
venerdì 19 dicembre 2025
Macron vuole un'altra Europa, più italiana
Scrive Macron al “Financial Times” una lettera che
potrebbe essere stata scritta da Roma: rafforzare il mercato unico (liberalizzarlo),
“liberare il risparmio europeo” (mercato europeo dei capitali, cioè debito europeo).
Concetti che ribadisce nella seconda parte della lettera, sui rapporti con la
Cina. L’asse franco-tedesco che ci governa non è più d’interesse?
Sotto il titolo: “Abbiamo urgente bisogno di riequilibrare le relazioni
UE-Cina.
Per risolvere gravi squilibri commerciali saranno necessarie
cooperazione e azioni coordinate”,
il presidente francese, di ritorno da una visita di Stato a Pechino, fa
questa analisi-proposta del futuro immediato della Unione Europea:
“Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo ammonta ora a
ben 1.000 miliardi di dollari. Il suo surplus con la UE è quasi raddoppiato,
raggiungendo i 300 miliardi di euro in 10 anni. La combinazione tra dazi
statunitensi e consumi interni ridotti fa sì che le esportazioni cinesi stiano
ora inondando l'Europa.
“Questa situazione non è sostenibile, né per l’Europa né per la
Cina. Tuttavia, imporre dazi e quote sulle importazioni cinesi sarebbe una
risposta poco collaborativa. Dobbiamo riconoscere che questi squilibri sono il
risultato sia della debole produttività della UE sia della politica cinese di
crescita trainata dalle esportazioni.
“Continuare in questa direzione comporta il rischio di una grave disputa
commerciale, ma sia la Cina che la UE hanno i mezzi per invertire gli
squilibri. Rafforzare il mercato unico e liberare il risparmio europeo
stimolerebbe l’innovazione e la crescita nel continente. Livellare le
condizioni di investimento nelle due regioni aumenterebbe la quota della
domanda interna come fonte di crescita. “Per quanto riguarda la UE, la prima
cosa che dobbiamo fare è attuare una nuova agenda economica basata sulla
competitività, l’innovazione e la protezione. Per aumentare la
competitività, l’Europa deve completare il suo mercato interno nei settori dell’energia,
della salute e del digitale, oltre a investire massicciamente in innovazione,
ricerca e tecnologie dirompenti in settori ad alto potenziale di crescita.
Anche la riduzione del rischio in tutti i materiali critici, nelle tecnologie
fisiche e digitali dovrebbe essere parte di tale agenda. Dobbiamo anche
facilitare alle aziende la crescita e la competitività con i loro competitor
globali. Non dovremmo vergognarci di una “preferenza europea”, purché ciò
significhi sostenere la produzione strategica – nei settori automobilistico,
energetico, sanitario e tecnologico – all’interno dei nostri confini. La
protezione dalla concorrenza sleale è il fondamento della resilienza. Non
dobbiamo essere ingenui: una strategia di protezione credibile richiede che
disponiamo dei mezzi per difenderci da chi infrange le regole. Per questo
motivo disponiamo di una serie di strumenti di protezione commerciale, tra cui
tariffe doganali e misure anticoercitive. Nessuno dovrebbe avere dubbi sulla
nostra volontà di utilizzarli.
“In secondo luogo, per finanziare gli investimenti di cui abbiamo
bisogno, l’Europa deve fare leva sul suo bacino di circa 30.000 miliardi di
euro di risparmi. Ogni anno 300 miliardi di euro vengono investiti all’estero.
È ora che noi europei ci assumiamo il rischio di investire nelle nostre
aziende. La semplificazione della regolamentazione, la cartolarizzazione e la
vigilanza unificata libereranno capitali tanto necessari. L’attuazione
dell'Unione del Risparmio e degli Investimenti garantirà la libera circolazione
dei risparmi europei per finanziare l’innovazione e la crescita.
L’Europa dovrebbe inoltre cercare di rafforzare il ruolo internazionale
dell’euro, attraverso lo sviluppo di stablecoin e l'introduzione di un euro
digitale, nonché la creazione di attività sicure e liquide per finanziare la
difesa e le tecnologie. Infine, la competitività europea non dovrebbe essere
vittima del deprezzamento del dollaro e del renminbi.
“In terzo luogo, la Cina deve affrontare i suoi squilibri interni. Una
politica fiscale più favorevole, volta a ridurre il risparmio e a promuovere i
consumi interni e lo sviluppo di un'economia dei servizi, è essenziale per la
sua crescita a lungo termine. In quarto luogo, è essenziale riequilibrare i
flussi di investimenti diretti esteri. La Cina beneficia da tempo degli
investimenti diretti esteri (IDE) e della cooperazione europea, anche in ambito
tecnologico. L’UE ha investito quasi 240 miliardi di euro in Cina, mentre la
Cina ne ha investiti meno di 65 miliardi nell'UE. Oggi è leader nella
transizione energetica e nelle tecnologie per la mobilità pulita, mentre l’Europa
continua a essere leader in molti settori dei servizi.
“Un quadro ottimale per le nostre due regioni è quello della
cooperazione. L’UE deve rimanere aperta agli investimenti della Cina nei
settori in cui è leader, a condizione che i cinesi contribuiscano a generare
occupazione e innovazione e a condividere la tecnologia. Allo stesso tempo, il
settore dei servizi europeo deve continuare a investire e svilupparsi nel
mercato cinese. Durante il mio ultimo viaggio in Cina, ho chiarito che o
riequilibramo le relazioni economiche in modo cooperativo – coinvolgendo Cina,
Stati Uniti e Unione Europea in un autentico partenariato – oppure l’Europa non
avrà altra scelta che adottare misure più protezionistiche. Preferisco di gran
lunga la cooperazione, ma sosterrò il ricorso a quest'ultima se necessario.
“Sono tuttavia convinto che, tenendo realmente conto delle esigenze e
degli interessi reciproci, possiamo definire un'agenda macroeconomica
internazionale che andrà a vantaggio di tutti. Ecco perché è così urgente
rafforzare la competitività, l’innovazione e la protezione dell’UE. Ciò implica
anche la difesa della sovranità regolamentare dell’UE, anche nei confronti
degli Stati Uniti.
“La risoluzione degli squilibri globali sarà al centro dell’agenda della
presidenza francese del G7 del prossimo anno” (in agenda a metà giugno).
Riconoscersi nell’irriconoscibilità, il paradosso del divismo
Piccoli ricordi, formato tascabile, di una vita in scena.
Di una professione il cui scopo non è affermarsi ma celarsi: “Non è la riconoscibilità,
ma esattamente il suo contrario”. O, come dell’attore dice Jeremy Irons, nella breve
postfazione di Mario Sesti, di una professione di precariato: “Abitare nella
vita di un’altra persna, a tempo determianto”. Di una persona, si può aggiungere,
che è un personaggio, variabile – un monumento d’aria, trasmutabile.
Prossimo ai settanta, Fabrizio Bentivoglio, “Fabrizietto”,
esuma ricordi gradevoli o utili. Per z
aneddoti rapidi, sapidi. Qualcuno stupefacente: l’idolo Volontè che non
si perde “La vera storia della signora delle camelie”, il film di Bolognini,
anche se nella lavorazione si manifesta un tumore al polmone, che opera
immediatamente.
Memorie d’esperienze anche, utili come lezione.
“Giorgio Strehler, quando vede un attore in difficoltà su una battuta, gli
chiede di tradurla nel suo dialetto d’origine e poi, dopo averne colto l’autentictà
del suono e del significato, di tradurla nuovamente in italiano mantenendo quell’impronta”.
O la messinscena originale della “Gatta Cenerentola”, 1976, irrecuperabile, se
non per pochi frammenti, vissuta come lezione del maestro Roberto De Simone – un
ricordo, in effetti, quella prima edizione, incancellabile.
Coi problemi del mestiere, dall’invisibilità alla ripetitività.
Ferruccio Soleri che per una vita fa l’Arlecchino di Strehler. O “fare cinema”.
“Un set cinematografico non ha quasi niente di sacro. Arrivi ore prima, vieni truccato,
vestito…. e poi parcheggiato in un camerino ad aspettare” che la “scena” sia pronta:
“Queste attese possono essere interminabili”, non si sa quando si va in scena, e
la scena “ha la durata di un ciak: pochi minuti, a volte secondi”.
Ma, poi, la “non riconioscibiltà” è il premio del
bravo attore, non la condanna: “Il vero obiettivo di un attore non è la ricoscibilità
ma esattamente il suo contrario – megliose ottenuta con poco”, un tic, un paio
di baffi, un’andatura. Un “paradosso del divismo” se ne potrebbe ricavare.
Il tutto qui sintetizzato raccontato nel volumetto
invece per fatti, arguzie, persone.
Fabrizio Bentivoglio, Piccolo almanacco dell’attore,
le Formiche, pp.pp. 139 €15
giovedì 18 dicembre 2025
Usa vs. Cina in tre mosse – anzi quattro
C’è la Cina al primo posto della nuova “Strategia di difesa” Usa. La marginalizzazione dell’Europa ne è una conseguenza. C’è la Cina soprattutto al Pentagono. Dove l’opinione
ormai è comune che i veri dominus strategici sono i vice del segretario alla
Difesa Hegseth – di suo poco più di un bell’uomo, venendo dall’intrattenimento
televisivo. E tra i vice il più accreditato di autorevolezza è Elbridge Colby.
Nipote di William Colby, capo della Cia negli anni1970, cresciuto in Giappone,
fino all’università, studioso e analista di politica internazionale, già al dipartimento
della Difesa (assistente di un vice-segretario) col primo Trump. Autore nel 2021
di un libro, “The strategy of Denial”, nel senso di negare o prevenire la possibilità
che la Cina si faccia potenza egemone.
Questa la “dottrina Colby”, desunta dal suo libro. La Cina è il solo attore
internazionale nella posizione di minacciare seriamente gli interessi vitali
americani. Altri paesi come la Russia e l’Iran sono potenzialmente dannosi e sono
più aggressivi. Ma sono potenze più piccole, e con vicinati in grado di controbilanciarne
l’aggressività.
L’Asia è la più importante regione economica nel mercato mondiale e la
posizione della Cina dentro l’Asia le offre l’opportunità di imporre la sua egemonia.
La politica americana di difesa dovrebbe prevenire l’egemonia della Cina con alleanze
anti-egemoniche.
Per dare credibilità a queste alleanze gli Stati Uniti devono dare loro
la priorità rispetto ad altri teatri, e cioè il Medio Oriente e l’Europa.
Per essere efficaci, queste alleanze devono essere dichiaratamente
difensive – gli Stati Uniti non devono attentare al governo cinese né prevenire
lo sviluppo della Cina. Ma il Giappone è sulla strada per diventare la terza potenza militare mondiale, dopo Usa e Russia. Senza contare il riarmo che Trump ha deciso di Taiwan.
Il vero racconto dietro il flauto magico di Mozart
L’ultima opera di Mozart è in realtà una non-opera, è
un Singspiel, all’uso germanico: un teatro cantato, che alterna canto e
recitazione. Comprensivo di arie, duetti, terzetti, quintetti, ma fondamentalmente
recitato: un dramma o commedia in musica – qui piuttosto una favola.
Schikaneder, che fornì a Mozart il libretto, era uomo
di teatro. Di giro, non di corte. Con un ruolo vario o tuttofare, di attore,
adattatore (di Shakespeare, Schiller, Goethe), nonché autore in proprio, di drammi,
operette e commedie musicali. Il racconto che Mozart volle musicare è dell’“unione
degli opposti”, della luce e la tenebra, del cielo e la terra, del maschio e la
femmina, e quindi dell’amore. In uno scenario “orientale”, egiziano. Un mondo
fiabesco perché ingenuo, infantile, per una sorta di “musica per bambini” (Ingmar
Bergman ne ha fatto un film per e con i bambini), o della favola bella.
L’idea di riproporre il testo come opera a sé stante è
di Gian Piero Bona, che ne dà anche la traduzione, a fronte dell’originale. Con
un saggio di Citati, “La luce della note”, su Schikaneder, il suo rapporto con
Mozart, e il senso recondito, esoterico, della favola. E uno di Jurgen Baltrušaitis,
inedito in Italia, “L’Egitto dell’opera lirica e della massoneria”.
Emanuel Schikaneder, Il flauto magico, Adelphi,
pp. 274 € 16
mercoledì 17 dicembre 2025
Il drone ci guarda, e ci bombarda
Le due guerre, in Palestina e in Ucraina, hanno consacrato l’uso dei droni
quale arma. Con funzioni sostitutive di vasto impiego nell’aviazione (osservazione
e caccia) e in artiglieria (aggiustamento e tiro). Israele li ha subiti, di fabbricazione
iraniana, in uso agli Hezbollah e ai Pasdaran. Ma poi li ha utilizzai
diffusamente, per la sorveglianza di Gaza e del Libano, e in funzione operativa
nei bombardamenti dell’Iran e della stessa Gaza. In Ucraina sono stati
probabilmente l’arma di difesa più efficace per Kiev, in terraferma, nel mar
Nero, in territorio russo.
I droni hanno sostituito i ricognitori classici: l’aviazione leggera e, in artiglieria, gli osservatori sul campo. L’Ucraina, che allo scoppio della guerra
ne era sprovvista, se non per una trentina di “avvistatori” di fabbricazione
turca, con i quali ottenne alcuni successi in Crimea e contro la flotta russa, ne
ha fatto un uso decisivo per bloccare l’“Operazione Speciale” russa. Sviluppando
una propria capacità di produzione, e strategie nuove di impiego, specie in territorio
russo. Lo stesso ha fatto la Russia, utilizzando dapprima i droni iraniani Shahed,
droni”suicidi”, senza ritorno, poi producendoli in proprio, con adattamenti.
La Russia ha sviluppato soprattutto droni First Person View (Fpv),
pilotabili a distanza, forniti di registrazione radiocomandata delle immagini, e
anche di cariche esplosive in grado di penetrare le corazze dei mezzi pesanti a
terra - entro un raggio d’azione ancora limitato, fino a 30 km. Usatissimo da
Israele a Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania. L’altro tipo di droni, droni “suicidi”,
funziona come un missile, è cioè a perdere, anche se per un raggio d’azione ampio,
fino a 2.000 km, e con esplosivo però ridotto, di 4-50 kg. Ma costa poco, 35 mila
dollari – il costo minore di un missile, anche del missile anti-aereo, come
quello in uso in Israele, varia tra 1 e 2 milioni di dollari.
Cronache dell’altro mondo – militari (374)
Da tempo gli Stati Uniti non
proteggono più militarmente l’Occidente. Fa scandalo la nuova Dottrina Strategica
della presidenza Trump, ma essa è nei fatti da tempo. Il dossier del Pentagono
dei militari in servizio attivo conta le truppe all’estero in 177 mila. Non una
grande c0ifra. Di essi solo un terzo sono ancora stazionati nella Ue: Germania
34.5347, Italia 12.332, Spagna 3.627, Belgio 1.060, Olanda 416, Grecia 415,
Polonia 329 - una presenza in molti paesi figurativa.
Gli Stati Uniti garantiscono l’“ombrello
nucleare” (10 mila militari sono stazionati in Gran Bretagna), ma le basi eurpee
sono in disarmo.
Restano forti invece le basi in Asia:
Giappone 52,793 unità, Corea del Sud 22.844, Guam 6.795, Bahrain 3.368.
E martedì sinistra
Immagini di Meloni
o di Salvini che dicono una cosa, in genere urlata, da comizio, comunque con
sonoro antipatizzante, e un ospite in studio critica, per cinque e anche dieci
minuti. Un’immensità. Ospiti Bersani, Gratteri, Christillin (con Meloni e Salvini
si alterna anche Trump, Cristillin sa l’inglese), Padellaro, con incursioni di Casalino,
fino a dove si è retto – ma va avanti per due ore e passa, sempre lo stesso
schema. Uno dopo l’altro, uno si alza ed esce, l’altro entra e si siede - qualche
volta si vedono in due, a metà schermo – forse uno è a casa, o dietro le
quinte, in attesa di entrare. Non è nemmeno propaganda, è solo noia – si capisce
che il Pd, e anche i 5 Stelle di Conte, abbiano l’aria stantia. Ma questo “spettacolo”
è seguito da un milione e mezzo di persone, senza defezioni nelle due-tre ore, uno
share del 9 per cento, un record per La 7. Mah!
Sembra il tiro al
bersagio del Luna park, tra svago e penitenza. O il gioco delle freccette. A
chi becca il bersaglio, ora sull’occhio, ora in fronte, ora sulla bocca. Aizzati
dal conduttore con l’ironia fissa in bocca, sembra un rictus. A bersaglio comunque
fermo, anche se si agita. Non è informazione e non è nemmeno critica.
Capita una sera in
cui né le reti generaliste né Sky offrono altro, eccetto “Sandokan”. Di cadere
su un talk-show, genere evitato da qualche lustro. Il problema è la tv,
italiana? Ma la sinistra, possibile che non riesca a cambiare, le stesse facce,
gli stessi toni, lo stesso ghigno?
Giovanni Floris, Di
Martedì, La 7
martedì 16 dicembre 2025
Cronache dell’altro mondo – populiste (373)
Il tour “Fighting Oligarchy” delle vedettes
democratico-socialiste Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez ha avuto poco
successo. Il sindaco eletto di New York Zohran Mamdani, altro socialista, è
invece passato dall’1 per cento dei primi sondaggi a oltre il 50 per cento dei
voti alle elezioni, con la promessa di ridurre i prezzi alimentari e di
congelare gli affitti.
Uno dei grandi misteri dell'ascesa
del populismo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è il motivo per cui ne abbia
beneficiato la destra politica invece che la sinistra. Per anni, i progressisti
americani hanno cercato di mobilitare il voto sulle disuguaglianze economiche. Senza
effetto. E si torturano: “Come è possibile che gi americani si arrabbino così
tanto con gli immigrati e non con i miliardari?”
La psicologia alla base del populismo
contemporaneo ha altre visioni. Il populismo odierno è una rivolta contro
le élites cognitive, non contro quelle economiche. Il suo fulcro è l’affermazione
del buon senso rispetto alle teorie intellettuali. Puntando su disuguaglianze e
oligarchia le sinistre puntano su astrazioni, un approccio che rischia più di
alienare che di coinvolgere l’elettore medio.
I
prezzi dei generi alimentari, o delle cure mediche, hanno un altro impatto che
i diritti. Un anno fa l’assassinio mirato a Manhattan di un dirigente dell’assicurazione
UnitedHealthcare ha innescato un incendio populista, scatenando una diffusa
venerazione per l’assassino, Luigi Mangione.
(Joseph
Heath, professore di Filosofia, “In Due Course”, post su Substack)
L’Intelligenza Artificiale sarà intelligente – e provvida
“Una nuova
Rivoluzione Industriale?”, si chiede il Fondo Monetario in questo numero di fine
anno della sua rivista, l’anno che ha visto l’ingresso in forze nei processi
produttivi dell’intelligenza artificiale. E una rivoluzione da temere? È già già successo
con la prima rivoluzione industriale, della metallurgia e la meccanica, con la
seconda, della ferrovia e il vapore, nell’Ottocento, e a fine Novecento con l’Ict,
l’industria dell’informazione e le comunicazioni. Senza danni, solo adattamenti.
In un cammino ascendente della ricchezza globale, e della sua distribuzione.
“Da Atene agli
Abbasidi fino all’odierna Anglosfera, creatività e commercio guidano la
grandezza”. Ogni rivoluzione industriale, dacché l’Inghilterra ha introdotto la
tecnologia nella storia, è guardata con sospetto e con paura, esordisce Norberg,
l’autore di “Open. La storia del progresso umano”, e prima ancora di un “Manifesto
capitalista”, o “Come il libero mercato salverà il mondo”. Un liberista
trinariciuto. Che riprende e riadatta le vecchie riflessioni di Adam Smith. Con
meno filosofia e più dati. Ma in forma di monito, contro la politica americana dei
dazi.
Il ragionamento è
semplice. Gli imperi hanno prosperato aprendosi al mondo. Come per gli Abbassidi
a Baghdad nel IX secolo che programmarono la città e la politica per farsi centro
del mondo, aprendosi alle culture e ai commerci, e prosperarono immensamente per
secoli, la “mentalità aperta è una delle chiavi del successo di sette grandi
civiltà che abbracciano due millenni e mezzo”. Gli insegnamenti pratici di
queste culture, è la conclusione, non potrebbero essere più importanti oggi,
mentre i paesi scelgono ancora una volta di isolarsi – fisicamente,
economicamente, digitalmente e dalle nuove idee.
Johan Norberg, Why Civilizations
Flourish and Fail, Imf “F&D – Finance and Develoment”, dicembre 2025 (leggibile
anche in italiano, Perché le civiltà prosperano e falliscono)
lunedì 15 dicembre 2025
Problemi di base letterari - 892
spock
Si scrive per i lettori?
E perché scrivere se non si hanno
lettori?
Perché scrivere se i lettori
sono assenti?
Perché scrivere?
Un grande scrittore scrive per
scrivere, e basta?
E uno piccolo?
spock@antiit.eu
La (non) famosa lite tra Pasolini e Manganelli
Pasolini è diventato “corsaro” per caso, secondo Piero
Ottone, il direttore del “Corriere della sera” che nel 1973 lo pubblicò in
prima pagina. Pasolini era stato invitato a scrivere sul “Corriere”, scrive Ottone nelle memorie, su proposta del suo vice
Gaspare Barbiellini Amidei, in una rubrica interna, “Tribuna aperta”, di
opinioni che non impegnavano il giornale. Una domenica che la prima era praticamente
vuota Pasolini finì in prima pagina, e da lì non si mosse più.
Simonetti, specialista del Novecento (ma anche di Stendhal,
“Dei pericoli della linguua italiana”), recupera per la Fondazione Corriere della
sera i “pezzi” di Pasolini, che i lettori conoscono perché confluiti in due
volumi, “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, rivisti e organizzati dallo stesso
autore, nella pubblicazione originaria, co la titolazione redazionale, quella che
è uscita sul giornale, con le eventuali varianti, discusse e più o meno approvate.
Con una lunga e analitica rilettura, da parte del curatore, che fornisce anche
molti utili riferimenti bigliografici, dei tempi e dei modi del Pasolini “corsaro”,
Gli articoli si rileggono, a distanza, come fossero in
pagina, come “pezzi” di oratoria. Simonetti stesso, che li ripropone, lo nota
ripetutamente, come infastidito. “Quasi tutti i temi affrontati da Pasolini sul
«Corriere della sera»” erano “stati anticipati negli anni Sessanta…. nei classici
di Marcuse, Horkheimer e Adorno – mai o quasi mai citati nei pezzi sul «Corriere”,
e adattati alla “pratica, e speciamente nelle azioni e nei comportamenti
dei giovani che ama”. Con gande sfoggio, e capacità, di retorica linguistica. L’aggettivazione,
“come sempre in Pasolini rigogliosa, concitata”. In genere raddoppiata e
triplicata – “atroce, stupido, repressivo conformismo”, “sviluppo stupido e
atroce”, “orribile, perché servile e volgare”. Per “una più generale tendenza
retorica all’eccesso”. Per “accumulazioni”, “elenchi iperbolici”, e “frequentissimo
ricorso al climax”, ascendente o discendente”. In un “più generale orientamento
all’iterazione”. Con “un ruolo centrale” affidato alle anafore”, le “ripetizioni
tipiche dell’oratoria classica” e delle requisitorie. Con molte “interrogative
dirette, anch’esse di schietta marca oratoria”. “Pezzi” in assetto teatrale, dello
scrittore come di fronte a un pubblico. E l’uso costante dell’ossimoro, forma
di “aggressione verbale”. Nella specie della sineciosi o sinecismo, come molto presto
aveva rilevato Franco Fortini: l’arte di assolutizzare con due aggettivi a contrasto.
Per l’abuso del paradosso – “secondo una logica ossimorico-paradossale”. Da esperto
della comunicazione giornalistica: “Le sue opinioni vengono contese dai
maggiori quotidiani nazionali (oltre al «Corriere della sera» e «Tempo», «La Stampa»,
«Il Mondo», «Paese Sera», «Il Giorno», «Epoca», «l’Unità» e altri ancora)”.
Tanta capacità stilistica ne fa dei reperti ancora
vivi. Ma col fastidio di leggere la critica della “borghesia”, ripetuta,
costante, checché la borghesia significhi, di Pasolini e della pubblicistica d’epoca,
a opera di borghesi, anche “grandi borghesi” come si vorrebbero, come Pasolini
era. sul giornale per antonomasia della borghesia – tanto borghese che presume
di avere ragione anche del rivoltoso Pasolini, che mostra di non temere: lo sollecitava,
lo pubblicava all’istante, lo rilanciava.
C’è il disagio in genere della rilettura di Pasolini,
abile causeur, ma contraddittorio e non profetico, o malamente. Un forte
retore, contro ogni contraddizione, ma non un profeta, e nemmeno grande analista.
Senza principi in realtà, e senza nemmeno passioni. Anche se lo scettico Simonetti
cade qui nell’equivoco, anche lui: “Una delle idee più generali della «psicologia
selvaggia» di Pasolini negli anni del «Corriere» affonda le sue radici profonde
in una circostanza dolorosa ma privatissima: nel 1973 Ninetto Davoli si era
sposato con una coetanea, facendo improvvisamente sentire Pasolini più solo e
più vecchio che mai”. Solo per scelta, anche con i compagni di una vita,
Moravia, Maraini. E vecchio a quarant’anni, essendo anche “Pasolini”,
attivissimo su mille fronti? L’amore di Ninetto deluso, ci ha scritto anche un
libro di sonetti? Una finzione. Perché, se Ninetto era il suo “figlio”, come
poteva esserne geloso?
Il mondo reale, della cui “conoscenza” Pasolini si faceva
bandiera, era quello delle cacce notturne. Del rimorchio o dragaggio di ragazzi,
al Castro Pretorio, al Colosseo, nei tanti luoghi di prostituzione. Le “cacce”
nobilitate in contemporanea dagli entomologi scrittori, Jünger, Nabokov, erano
quelle delle marchette notturne. Come lo era il suo Sud, facendo la tara dei
tanti sermoni – Napoli e la Calabria (le caserme di Castro Pretorio?). Una
prossemica delimitata dal sesso. Non dall’amore, dall’atto. Perciò inesausta, di
cui le profezie sono il rigurgito, per la cattiva coscienza – Pasolini non era
un libertino, era rimasto agli atti impuri del suo primo romanzo. E un’assiologia,
camuffata di civiltà, del popolo dei marchettari.
“A rendere unico questo giornalismo non è soltanto la
partecipazione di una folla di giovani”, Simonetti si ritrova a metà trattazione
a rilevare, di corpi prestanti, in qualsiasi luogo Pasolini si fosse trovato,
una sorta di monodia monotematica, “ma anche il fatto che, altrove trionfante e
vitalistica, nelle pagine del quotidiano questa presenza diventa
prevalentemente depressiva, minacciosa, apocalittica”. Più che per il luogo
della scrittura, il “Corriere della sera”, per l’arco di tempo della
collaborazione al quotidiano, 1973-1975.
Insomma, un ottimo “scrittore”, sempre adeguato al
tema, non una bandiera, non un maestro, nemmeno un compagno di strada – se non
per il dannuzianesimo minore, peraltro in abito sempre composto, alla Malaparte.»
La novità della raccolta
riguarda la mancata pubblicazione sul “Corriere della sera” di due “pezzi”. Uno,
intitolato “Cani”, che Pasolini riprenderà in “Scritti corsari”, per, dirà
Barbiellini Amidei, “la (da lui presunta), omosessualità di san Paolo”. L’altro,
“Quiz”, nella polemica sull’aborto, perché “era il ritratto ironico e corrosivo
di un famoso collaboratore del «Corriere»”. A lungo si è pensato che questi
potesse essere Biagi. Simonetti spiega che non poteva essere: Biagi non era
entrato nella polemica sull’aborto. Anche perché, va aggiunto, Pasolini, che
aveva provato anche la televisione, con la pubblicità commerciale, era stato
aiutato indirettamente da Biagi con un “Pier Paolo Pasolini e gli ex compagni
di scuola della III B” nel programma “Terza B facciamo l’appello”, una
rievocazione del liceo bolognese, di Pasolini e di Biagi (evitando i compagni
che non amavano Pasolini perché lo sospettavano di fascismo, di essere
addirittura un informatore politico). No, spiega Simonetti in pagine sapide, il
collaboratore preso di mira, con prosa fulminante, era Giorgio Manganelli. Che
con altrettanta malcelata violenza aveva criticato Pasolini sull’aborto, il giorno
dopo il suo articolo, sullo stesso “Corriere della sera”- “Tribuna aperta” –
una perorazione seducente, con le stesse armi retoriche di Pasolini, che
riscosse, in privato, l’entusiasmo di Calvino. Lunghi estratti della polemica valgono
la (ri)lettura degli articoli.
Gianluigi Simonetti (a cura di), Pasolini e il
«Corriere della sera», Fondazione Corriere della sera, pp. 475 € 19
domenica 14 dicembre 2025
Ombre - 803
Esportazioni in grande spolvero: l’Italia ha superato
il Giappone quest’anno, nei primi nove mesi (190 miliardi di dollari contro
184), collocandosi al quarto posto, dopo Cina, Stati Uniti e Germania. Grazie
soprattutto alle esportazioni verso gli Stati Uniti, colmando il buco del 2024
(-3,3 per cento) con un aumento del 9 per cento. Che storia ci viene raccontata
di Trump, dei dazi, dei fulmini e le saette?
“I dazi d Trump non mordono. Più 20 per cento l’export
verso gli Usa”. O dice “il Messaggero2, riguarda il Lazio e l’Abruzzo, ma non
c’è da sospettare che le due regioni abbiano fatto meglio di altre. Si fa informazione
per incitare alla paura e all’odio?
“Uno dei più grandi choc del pontificato di Francesco
fu la sedia bianca rimasta vuota a un concerto
“organizzato proprio per lui, il Papa”, ricorda Cazzullo
nella posta dei lettori: “Non solo Bergoglio non si presentò, lasciò filtrare
anche la motivazione: «Non sono un principe rinascimentale, ho da lavorare»”. Come
se il concerto glielo avessero organizzato a sua insaputa. Che personaggio, un
papa che le studiava tutte per “uscire sul giornale”.
La notizia era sfuggita al fatto. L’informazione è “di
risulta” - come la differenziata?
“Mister Asfalto a caccia di sponsor nel Pd” - nel Pd
romano, l’imprenditore Mirko Pellegrini è di Tivoli: “Per gli appalti!”, ha detto
ai giudici che lo hanno arrestato, “ho cercato un aggancio con Goffredo Bettini
e Claudio Mancini”. Bettini risultando off-limits, “mi misi alla ricerca
di qualcuno che potesse presentarmi Claudio Mancini”. Incontri “casuali” sono seguiti.
E gli appalti.
I giudici non credono a “Mister Asfalto”, l’on. Mancini
non è indagato, ma tutti sanno a Roma che gli appalti vanno come dice lui.
I datteri israeliani quest’anno si chiamano medjoul.
I pompelmi non si vendono più.
La solita geremiade, per il festival del partito meloniano,
sulla destra senza cultura, quest’anno aggrappata a Pasolini nel cinquantenario,
etc.. Mentre c’è più cultura conservatrice che progressista, e anzi si potrebbe
dire la cultura conservatrice, senza referenti culturali. Ma “Atreju” stessa
non è Michael Ende, “La storia infinita”, che tutti i cinquantenni che leggono hanno
letto - anche di sinistra. Come Tolkien, e tutto il fantasy che ora si
sdogana. O, per restare alla letteratura, col riscoperto Céline, come già con
Pound, con Hamsun. E Proust è di sinistra, e Joyce?
Gli affitti annuali e pluriennali, fissi o quasi, e non
rinegoziabili, si tassano al 26 per cento, gli affitti brevi e brevissimi, articolabili
a piacimento, stagionalmente, o anche mensilmente o settimanalmente o giornalmente,
e non controllabili, al 21. Poi si dice l’equità fiscale. Oppure con ci sono più
affitti, si capisce la crisi demografica. I governi, si sa, governano per
vincere le elezioni, E i Parlamenti?
E così Müller, il gelato di “fate l’amore con il sapore”,
passa a destra, all’Afd – mossa evidentemente non azzardata, per un prodotto di
massa. Altri seguiranno, è inevitabile: è difficile dire Afd nazista, anche se
ha in corpo personaggi nostalgici, piuttosto sarà il movimento che ha sdoganato
la destra incostituzionale. Il Mittelstand, la federazione dei piccoli
imprenditori, da tempo è per l’abbattimento del Brandmauer, il muro di fuoco
contro Afd, analogo al patto “repubblicano” in Francia contro il lepenismo.
Retrospettivamente, Afd fa quello che Berlusconi ha fatto con la Lega di Bossi
secessionista e con i neofascisti, li ha normalizzati, costituzionalizzati.
Chiarita e proclamata la normativa europea contro i
(feroci) mercanti dell’immigrazione, con la delocalizzazione fuori Schengen
dell’accertamento del diritto d’asilo, cosa escogiteranno le giudici tricoteuses
di Roma e Milano per “liberare l’Africa”? Prima si appellavano al diritto europeo
sui paesi sicuri e i non sicuri – diritto europeo che non c’era perché non ci
può essere (non c’è una diplomazia europea). Ma per i media italiani bastava
la parola, della giudice.
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L’antico (Egitto) ineguagliato
Un po’ dell’antico
Egitto a Roma. Non molti reperti, “solo” 130, non tutti preziosissimi, né ignoti.
Alcuni vengono da Torino, tra essi la Mensa Isiaca, la tavoletta di epoca
romana che conserva molte memorie dell’antico Egitto. In aggiunta a quelli del
Cairo e di Luxor. Tra essi il sarcofago della regina Ahhotep, d’oro. Ma tutti
etstimnaiza di un’arte e una civiltà estremamente evolute e dotate tremila anni
fa. Una consolazione – una storia vecchia come oggi.
Un revival e
un remainder affascinanti l’Egitto ha organizzato in concomitanza con la
riapertura del vecchio Mueso Egizio del Cairo, ora ingigantito in Gem, Grand
Egytiam Museum, e collocato alle Piramidi accanto alla Sfinge. Accanto alla
mostra romana, altre mostre sono organizzate a New York, e in Giappone, Corea
del Sud, Australia, Olanda, Gran Bretagna. Amsterdam.
Il vecchio Museo
Egizio del Cairo, in piazza Tahrir, dietro l’Hilton, a lungo è stato stato
rifugio generoso, accessibile malgrado i sacchi di sabbia, i vetri oscurati e
infeltriti, e le altre protezioni dai bombardamenti, del 1967, per chi viaggiava
al Cairo. Una riserva di ottimismo, tale era – è – la bellezza. Della tmba i
Tutankhamon, dei tanti manufatti, a partire dalle mummie, commoventi. Una
iniezione anche di ottimismo, erano, sono, reperti di una storia vecchia di
tremila e quattromila anni, di ricchezza e di gusto, nonché di abilità, di esiti
perfino ineguagliati.
Tesori dei Faraoni, Scuderie del
Quirinale, Roma
sabato 13 dicembre 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (617)
Giuseppe Leuzzi
“Motta, Milano 1919”, “con Bruno Barbieri”, emiliano, lancia
un panettone “alla mediterranea”. Di gusto poco mediterraneo, per la verità, ma
non è questo il punto: il Mediterraneo, aggettivo e sostantivo, è ancora a premio.
Panarea e Pantelleria sono bene isole lombarde, milanesi. Sono ben dépendances
padane, è il Sud che è antipatico.
Il Procuratore Capo di Caltanissetta
De Luca, nel 1992 giovane aggiunto a Palermo, accusa alla commissione parlamentare Antimafia metà o tre quarti della Procura di Palermo all’epoca
quali complici o favoreggiatori delle stragi contro i giudici Falcone e Borsellino.
Dice cose che si sapevano, e che continuano a dirsi, inutilmente. Il Procuratore
Pignatone è il più accusato, ma non si difende.
Non è visto da destra dopo il
visto da sinistra. Oppure sì. La giustizia è allora, quando c'è, solo politica.
La giustizia è l’avvocato
giusto
“L’altro ispettore” - l’originale
miniserie sulle morti sul lavoro e sulle indagini che sarebbe possibile svolgere
per prevenirle o sanzionarle - la Rai fa finuire al rovescio: l’arresto per
mafia dell’ispettore. Contro tutte le regole, e la narrazione sottostante. Cinque
secondi brutali, con la Procuratrice, sua compagna d’infanzia e di letto, e i Carabinieri
che gli mettono le manette e la parola fine. Fine della storia del coraggioso e
intelligente ispettore che tanti reati ha scoperto e punito, a Lucca, nelle
puntate precedenti.
Qualcosa si subodorava, perché
il giovane ispettore si faceva arrivare a Lucca da Reggio Calabria, dove era
rimasto vedovo. Provenienza e condizione dovevano nascondere qualcosa – secondo
le regole dei gialli. Però, si diceva, la miniserie è basata sui romanzi e l’esperienza
personale di Pasquale Sgrò, originario di Reggio e una vita ispettore del lavoro
a Lucca (dove tuttora è in attitività con un suo proprio Studio Sgro, di
consulenza per prevenzione infortuni, igiene del lavoro, normative ambientali),
e Reggio sarà un’evocazione casuale. E invece no?
Un racconto che finisce capovolto
non ha senso. Il finale dev’essere un invito a una seconda serie, a seguire “L’altro
ispettore” la stagione prossima. Bizzarro, ma è l’unica spiegazione possibile.
Ma, se così è – così è –, si propone,
la Rai propone, una narrazione in cui si denncia la delittuosità della
giustizia. Che è terribile, da vedere in tv, da denunciare, ma è un dato di fatto.
L’ispettore coraggioso si è
incontrato a Lucca, e poi scontrato, con un’altra compagna di scuola, molto bella,
molto ricca, e molto potente. Gestora ora di un’azienda fondata dal padre, un
avvocato famoso a Lucca per vincere tutte le cause – e specialmente quelle di
incidenti sul lavoro. Lo spettatore è portato a immaginare che l’influenza si
estenda anche sulle Procure odierne, a Reggio Calabria come a Lucca – tanto più
che un’associazione mafiosa non si nega a nessuno.
Se così è, una rivoluzione. Ma
di un sentito normale in Calabria, a Reggio Calabria. Dove ci sono stati
avvocati che vincevano sempre le cause. Il più famoso che si ricordi è
l’avvocato Mazzeo di Palmi, che era stato anche presidente democristiano della
provincia, e candidato non fortunato al Senato. A Reggio l’avvocato Panuccio
era famoso per vincere sempre le cause in Appello – le cause civili, dove sono in
ballo i soldi, con un presidente molto autoritario. Poi, quando a Palmi la
Procura della Repubblica passò a sinistra, le cause le vincevano gli avvocati
Bajetta e William Gioffré.
L’Aspromonte è
francese
Alla fine, la controversa etimologia
di Aspromonte più valida è la traduzione dal francese, lingua nella quale il toponimo
ricorre per la prima vota, nel poema cavalleresco che s’intitolò Chanson d’Aspremont,
che i re normanni di Sicilia commissionarono per la Terza Crociata, o Crociata
dei Re, che portò a Messina per una lunga preparazione, tra il 1189 e il
1190, i regnanti europei. Di un francese ancora imbevuto di langue d’oc, dell’Occitania, la
Francia meridionale, provenzale.
La combinazione di mons e aspros,
la montagna e il biancastro, non regge. Perché il versante jonico della
Montagna sarà pure stato brullo - lo era a fino a qualche decennio fa – tanto da
apparire “bianco” ai coloni greci, ma il combinato aspro-monte in questa
derivazione lega una parola latina a una greca, e non è possibile (tra la
grecità e la romanità passano cinque secoli buoni). L’Aspromonte non c’è in Pausania
e nell’antica trattatistica, emerge nel 12mo secolo col poema. Che fa di “Risa”,
Reggio Calabria, la roccaforte contro i Saraceni – come in effetti a lungo era
stata.
Aspro, secco, rude, ruvido è aspre
in occitano, il “francese meridionale” - nella forma âpre in francese.
Aspremont è in Francia un paese collinare delle Alpi Marittime – Aspermùnt in
lingua “nizzarda”, residuo della langue d’oc. Come patronimico il sito
Geneanet lo registra 116 209 volte! In forme tutte francofone: Apremon,
Aspremon, Appremond, Appremont, Dappremont, d’Aspremont, Dapremon, Daspremont,
Daspremon, d’Ampremont, d’Apremon, Aprenom, Appremon, Premon, Premont, Premond, Promon, Promont, Promond, Apromon, Appromont, Apromont.
C’è stato anche un casato
nobiliare d’Aspremont – dei d’Aspremont o Apremont: originario della Lorena, Apremont-la-Forêt,
da prima del XIImo secolo, estinto nel sec. XVmo. Di cui è disponibile online
una circostanziata ministoria.
Aspromonte wikipedia lo dà “desueto in italiano”.
Sudismi\sadismi - Sud Cayenna
“Il Sole 24 Ore” fa la
classifica delle città dove si vive meglio, e copre gli ultimi 25 posti con
città meridionali, dove si vive cioè peggio. Né va meglio in cima alla
classifica: tra le quaranta dove si vive meglio c’è solo Cagliari, al 39mo o
40mo posto – e senza particolare enfasi (forse solo perché i milanesi usano
ancora fare i bagni di mare in Sardegna).
Lo stesso per gli ospedali. Si
compila una graduatoria, naturalmente scientifica, su criteri misurabili, su una base amplissima, 1.117
strutture pubbliche e private, da cui risulta che fra i 15 ospedali migliori
sono uno è meridionale - il quindicesimo, il policlinico universitario Federico
II di Napoli. Qui la graduatoria è più significativa: 15 sono gli ospedali che
rispettano tutti gli standard fissati per legge dieci anni fa. E fanno capirre perché
le regioni meridionali si indebitano per la sanità con le altre regioni. Ma è
anche vero che – il fatto è accertabile, tra familiari, amici e conoscenti – la pubblictà
è sulla salute più che mai l’anima del commercio.
Il Sud non si sa vendere – per il gusto della lagna?
Ma il Nord (o è Milano?) è all’opposto, senza misura.
Cronache della
differenza: Milano
Il menu di Davide
Oldani per il dopo-Scala: “Spaghetti 3D Artisia, vellutata di zucca con semi
tostati, polvere di caffè e sciroppo al balsamico, il baccalà tiepido setato
con uvetta appassita, rustìn negàa di vitello - piatto tipico, con quel
sound del dialetto milanese che quasi diventa internazionale”.
Si decide di giocare
Milan-Como in Australia, per “valorizzare il brand all’estero. Con due giornate (48 ore) di volo e alternanza climatica. Poi
si decide di no, perché gli australiani vogliono arbitri locali. “Non esiste”,
opina il perfido Jack O’Malley sul “Foglio”, “non si può mica rischiare di scoprire
che sono più bravi degli arbitri italiani”. Italiani o lumbard?
Di “illuminismo
delirante”, Giovani Agosti, esegeta e amico di Arbasino, lo vuole “assolutamente
lombardo”. Benché, premette, “Roma sia stata la città in cui ha vissuto più a
lungo e in cui si può dire rinato”: “Era come quelle ville lombarde nelle quali
una facciata perfettamente neoclassica convive con un romantico giardino all’inglese”.
Di “anima logica e razionale” e “spirito indomabile, ingredienti che
confguravano una sorta di illuminismo delirante, tipico del carattere lombardo”.
Fra
i tanti complimenti del “milanese” Stendhal due poco noti sono nel saggio inedito
sulla lingua italiana che infine si pubblica, “Dei pericoli della lingua italiana”. Milano è “la più felice di tutte le città d’Italia” - che sono tutte
felici, sottintende (“Complimenti a Monti”). E la sua lingua è la migliore –
detto in immaginoso italiano: “Val più un’idea vera in preto meneghino, che
un’idea commune rivestita di superbe toscaniche spoglie”.
Il
siculo Caltagirone padrone di Milano, non si crederebbe. Resta da vedere come pagherà.
I precedenti sono stati onerosi: Michelangelo Virgillito, Michele Sindona, Enrico
Cuccia, Salvatore Ligresti. La città tenta, e poi distrugge. I
Quattro Cavalieri di Catania prosperarono, migliori imprese di costruzioni d’Italia,
finché non sbarcarono a Milano. Per farsi incoronare. Ricoperti di mafia, persero
tutto – in pochi mesi il lavoro di più vite.
Non
era difficile prevederlo qualche settimana fa. Milano è divisa, come per la Nuova
Urbanistica: l’indagine va avanti, con molte pezze d’appoggio, l’opinione ha
riserve, “Il Sole 24 Ore” e il “Corriere della sera” - gli interessi sono sempre
cauti. Ma non c’è dubbio che per Caltagirone finirà male – nella fattispecie
anche malissimo.
Marracash,
narrano le bio, “fino all’età di dieci anni ha vissuto in una casa di ringhiera
di via Bramante, per un periodo in un monolocale che il padre (operaio, n.d.r.)
condivideva con cinque colleghi”. Negli anni 1980.
Oggi via Bramante, “piena
di buchi, diventerà uno sterrato”, denuncia Giovanni Storti – “potremmo
chiamarla viottolo di campagna”. Via Bramante, pensare, piazza della Lega
Lombarda. Quando si dice la Nuova Urbanistica.
Si lamenta per una pagina, può lamentarsi per una pagina,
Attilio Fontana, leghista, presidente della Regione Lombardia, perché non c’erano
né Mattarella né Meloni alla prima della Scala, solo il ministro della Cultura:
“Bossi aveva agione: alla politica romana il Nord dà fastidio”. E non sa che
pratica un detto meridionale: “Chiagne e fotti”.
Il suo omonimo direttore del
“Corriere”, Luciano, ciociaro, gli ha dato la tribuna ingenuamente?
Il vittimismo della Lega non cessa di stupire. Provinciale,
paesano, di cortile. Di una città e un mondo che si vogliono, si celebrano, si premiano
anche, tra i primi: intelligenti, svelti, laboriosi, e non generosi, se non altro
per interesse, ma micragnosi. Di questo Fontana si sa solo che aveva il problema
di non potersi ricandidare, quando sarà, dopo due elezioni vinte. Ma è la
Lombardia, che lo ha votato e lo rivoterebbe.
Fontana, il leghista, presidente della regione
Lombardia, vuole essere preciso, si potrebbe sospettarlo di mancato razzismo:
“I nostri principi, i valori e le modalità di fare politica sono quelli che più
intercettano l’anima dei lombardi, dei nordici in genere”.
“Cinquemila in fila per un omaggio a Ornella Vanoni”.
Solo cinquemila? Milano non si spende. Ma il presidente Fontana qui ha
ragione: non è taccagneria, è lavorerio – la camera ardente è stata aperta un
lunedì. A Roma sarebbe stato diverso, questo è vero: un funerale della stessa
milanesissima Vanoni avrebbe trascinato le folle – e non per una sola mattina
lavorativa, e non in teatro, piccolo benché grande, al Campidoglio, come
minimo.
Come che andrà, l’apertura
dell’Olimpiade invernale per la Befana è già un esito formidabile. Una Olimpiade
invernale a Milano. A vent’anni, meno, di quella di Torino - un successo
promozionale già enorme. Senza avere la neve – con quella di altre due Regioni,
benché anch’esse leghiste. E una cerimonia pubblicitaria in mondovisione per l’apertura,
in uno stadio, San Siro, da demolire.
Anche un iperromano come Malagò
a presiedere la Fondazione Milano-Cortina, e a portare l’Olimpiade invernale a
Milano, contro ogni ragione, è notevole. Mentre la sua città, Roma, rinunciava
a una candidatura sicura – sicura di non farcela.
leuzzi@antiit.eu
L’italiano si parla meglio in dialetto
“Dunque noi scriviamo tutti in una lingua morta,
eccetto quando scriviamo in veneziano, in milanese, in piemontese, ed è questo
uno dei nostri più grandi problemi”. Il “milanese” Stendhal si poneva già nel
1818 la “questione della lingua”, dell’italiano, che prendeva anche Leopardi
(ma in un altro mondo, Leopardi non c’era a Milano), e Manzoni dieci anni dopo avrebbe
risolto riscrivendo il romanzo come usava a Firenze.
Stendhal si pone la questione da “italiano”. Denunciando,
come tutti, l’accademismo della prosa letteraria. E finendo per (dover)
concludere che in Italia, stante il frazionamento politico regionale, si scrive
bene, sensato, espressivo, solo come si parla, nelle varie derive dialettali -
non nel trecentesco fiorentino della Crusca.
Il 26 febbraio 1818 Parini pubblicava un critica alla
Crusca, al formalismo, “Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario
della Crusca”. Il 3 marzo Stendhal ha già trovato il perché e il come l’italiano
stenta a farsi lingua viva. Una memoria che dà subito da leggere e commentare
al suo amico Silvio Pellico e al traduttore di Destutt de Tracy, il primo linguista
moderno, Giuseppe Compagnoni, e da tradurre a Giuseppe Vismara, altro amico – che
in tre giorni, tra il 12 e il15 marzo, provvede. I tre danno anche consigli a Stendhal,
che ne tiene conto nel ai margini e dentro il manoscritto.
Un testo stendhaliano inedito è una sorpresa. Tanto
più che non manca di umori. Marcello Simonetta lo recupera, lo ritraduce, e ne
spiega genesi ed evoluzione, con una buona dotazione di note in appoggio. Ma
lasciando aperto il termine centrale della riflessione di Stendhal sulla lingua
letteraria, la tournure, del parlato, dello scritto, che è fondamentale per
l’espressività, ma che in italiano non ha corrispondente – Simonetta opta per “giro
di frase”.
La critica alla Crusca non è una novità. Stendhal la vivacizza col solito brio. Con il solito entusiasmo per tutto quanto
è italiano. Simonetta ci aggiunge una notazione del diario, lo stesso 4 marzo
quando il saggio è finito: “The greatest event of his life” ha avuto luogo quel giorno, la
visita alla affascinante Metilde Dembowski Viscontini, “who pleases to him”. Un
felicione, lo Stendhal milanese, come nelle questioni di lingua.
Stendhal, Dei pericoli della lingua italiana,
La nave di Teseo, pp. 127 € 15
venerdì 12 dicembre 2025
Letture - 599
letterautore
Autobio – Heine nel
1854, in “La Germania”, al § “Confessioni”, sosteneva che il genere selfie non
può essere veritiero, che parlando di se stessi non si possa fare a meno di
mentire. Per vanità. A partire da Rousseau, con esempi, che il genere ha innescato
(Heine non conosceva sant’Agostino?). Poi c’è stata la psicoanalisi: è cambiato
qualcosa nel modo di rappresentarsi – anche soltanto rimemorarsi, a fin
terapeutici, certo?
Il genere si fa ascendere a Rousseau, le cui memorie (sui suoi primi 53
anni, infanzia compresa) però furono pubblicate postume, nel 1782 e nel 1789.
Casanova le sue, molto estese, “Histoire de ma vie”, le scrisse
successivamente, tra il 1789 e il 1798. Ispirato da Rousseau, che aveva avuto
grande successo? Il genere era già in uso?
In realtà Rousseau si pubblicò postumo per questioni legali: nel 1771 Mme
d’Épinay, appoggiata da Diderot, aveva fatto intervenire la polizia per
bloccare le letture pubbliche che Rousseau aveva avviato delle memorie. D’Épinay
aveva ospitato a lungo Rousseau dal 1756 nella sua tenuta, la Chevrette,
in un chalet detto Ermitage, ai margini del parco, ma l’idillio era finito
male per le critiche contro Rousseau e le memorie sollevate da Diderot
e per la frequentazione nella tenuta del barone Friedrich Melchior von Grimm, l’autore
della “Correspondance Littéraire” (la pubblicazione per corrispondenza su
abbonamento, con 25 abbonati - forse 26, se anche Federico di Prussia a un
certo punto sottoscrisse). che si fece l’amante della d’Épinay. Mentre Russeau
s’innamorava “perdutamente” della cognata di Mme d’Épinay, Sophie d’Houdetot.
Dostoevskij – Era razzista.
Nabokov, che non lo ama, lo fa notare nel mezzo dell’acida lezione che gli
dedica in America (“Lezioni di letteratura russa”), seppure tra parentesi, a
proposito di un personaggio delle “Memorie del sottosuolo” dal nome bizzarro,
Ferfičkin, “un cognome da commedia; è d’origine tedesca ed è un volgare fanfarone.
(Bisogna notare che Dostoevskij aveva una sorta di odio patologico per i tedeschi,,
i polacchi e gli ebrei, e questo risulta dai suoi scritti)”.
Nabokov, perfido?, lo fa anche “straordinario umorista”: “Il godimento
della degradazione è uno dei tempi prediletti di Dostoevskij”, che “aveva un
talento meraviglioso per mescolare la commedia alla tragedia; lo si potrebbe
definire uno straordinario umorista, di un umorismo sempre al limite
dell’isteria”. Ma confuso, nella trattazione del suo tema prediletto, il
peccato, “l’atto, il peccato, dando per scontato…. Una convenzione letteraria
simile a quelle dei romanzi «gotici» e sentimentali di cui si era nutrito”.
Genocidio – È riferimento –
anatema – comune da tempo, e si usa indifferentemente, senza particolare carica
emotiva. Da Pasolini e Moravia, p. e., con rimando anche naturalmente a Marx
(che i due avevano letto? le orride prose sociologizzanti dello scambio
direbbero di no), in una polemica alla vigilia dell’assassinio del poeta, a
proposito dell’articolo di Pasolini “Le mie proposte su scuola e tv”, sul
“Corriere deal sera”, 29 ottobre 1975: “Moravia dice che la borghesizzazione
consumistica non abolisce le classi sociali. Ma mi provi che io ho mai detto
una simile sciocchezza. Mi produca un mio testo dove sia contenuta una simile
sciocchezza. La borghesizzazione fa parte della lotta di classe. Ed è per
questo che ho citato e cito fino all’ossessione l’espressione di Marx
«genocidio», «genocidio culturale». La classe dominante…. ha proceduto in questi
anni in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche…”
– cosa non vera peraltro, la “classe dominante” in Italia ha fatto “tesoro”
delle “culture particolaristiche” (negli anni dello scambio Pasolini-Moravia, p.
es., delle cucine regionali, mentre faceva apparizione a Milano, con Gualtiero Marchesi,
il fantomatico “territorio”).
“Verso il genocidio”, sempre col sussidio di Marx, era il tema di un intervento
un anno prima di Pasolini al festival provinciale dell’“Unità” a Milano, il 27
settembre 1974 - pubblicato su “Rinascita” con la stessa data, poi ripreso, col
titolo “Genocidio”, in “Scritti corsari”. Al festival Pasolini si giustificava
in apertura: “Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica.
Sono un letterato, cioè non un politico o sociologo (Pasolini dialogava con
Napolitano e con Roberto Guiducci, n.d.r.), che non possiede, soprattutto linguisticamente,
i termini” giusti. E, continuava a premettere, parlava non per un’esperienza
politica nel senso specifico, e per così dire professionale, della parola, ma per
esperienza “direi quasi esistenziale”. Ma procedeva senza esitazioni, materia
dell’intervento è “il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società
italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione
di larghe zone della società stessa”. Facendo appello a Marx per l’ortodossia, “che
nel ‘Manifesto’ descrive con chiarezza e
precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia verso determinati strati
delle classi umane, soprattutto non operai ma sottoproletari o certe popolazioni
coloniali”.
Il genocidio di fatto non c’è nel “Manifesto”, né nel resto di Marx, e
probabilmente neppure in Engels.
Marx – C’è pure in Cline, nella prima parte di
“Londra”. E c’è per lamentarne il fraintendimento, come Céline fa dire al suo amabile
e amato vecchio anarchico Borokrom, che gli ascoltatori a Hyde Park Corner trattavano
da “somaro”, “testone”: “Vedi Ferdinando, niente da fare con gli uomini, non hanno più umiltà… quello
che gli piace in Marx, te lo dico io, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come
Victor Hugo ma allora da ebreaccio, capisci, un romantico debordante con cifre
e precisazioni. È triste!”
Rivoluzione – Anche la rivoluzione
Céline ha in “Londra”, facendola trattare in modo derisorio dal suo alter ego
anarchista Borokrom, che “all’occasione s’infilava nei diversi meeting dell’Insurrezione
che si tenevano ai quattro angoli della città… I rifugiati di tutte le persecuzioni
in un segreto condiviso da duemila persone si radunavano per litigare
all’infinito. I mezzi per instaurare la giustizia sociale erano troppo
eccitanti e diversi per non provocare mille vocazioni infinitamente esclusive.
Il Paradiso non è che uno strattonamento furioso. L’oratore più acido, più
polmonare, finiva per impadronirsi con la forza del segreto della Felicità. Gli
altri allora se ne andavano abbattuti, barcollanti, avendo f atto il pieno di acrimonia,
curvi sotto la fuliggine umida, trattandolo di asino a ogni passo”. Per concludere:
“Borokrom sapeva bene tutto questo. Possedeva a casa la lista ufficiale e completa
dei traditori accuratamene aggiornata dal 1869”.
Russia – I russi non sono
romantici, Dostoevskij argomenta, ironicamente ma non del tutto, nelle “Memorie
del sottosuolo”, al § 1 della parte seconda: “Noialtri russi, parlando così in
generale, non li abbiamo avuti mai quei romantici tedeschi e soprattutto francesi,
tutti proiettati di là dalle stelle…. Noialtri, invece, qui in terra di Russia non
ne abbiamo, di imbecilli; è una cosa risaputa; ed è appunto questo che ci
distingue dalle altre terre a noi straniere…. Le caratteristiche del nostro romanticismo
sono: il capire tutto, il vedere tutto e il vedere, spesso, in modo incomparabilmente
più chiaro di quanto vedano i più arcipositivi tra i nostri intelletti; il non
conciliarsi mai con nessuno e con nulla, ma al contempo il non disdegnare
alcunché; l’evitare tutto, il cedere a tutto, l’agire in ogni frangente in modo
politico; il non perdere mai di vista il fine utile, pratico…”.
E ancora: “Cioè, che sto dicendo!, il romantico è sempre intelligente;
volevo solo notare che se ne abbiamo avuti anche noi di romantici-imbecilli, essi
non entrano comunque nel conto, e precisamente perché quand’erano ancora nel
fiore delle loro forze si trasformarono definitivamente in tedeschi, e …
andarono tutti quanti a stabilirsi da qualche parte laggiù, perlopiù a Weimar o
nello Schwarzwald”.
Sartre – “Un giornalista
francese” per Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, § Dostoevskij – a
proposito dell’“uomo topo” che Dostoevskij inscena nelle “Memorie del sottosuolo”,
che a lungo discetta dell’impossibilità di vivere: “I mediocri imitatori di
Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, hanno perpetuato questa
tendenza fino a oggi” (le notazioni di Nabokov su Dostoevskij risalgono ai primi
anni 1950).
Sineciosi -Variante
dell’ossimoro, è la figura retorica “più ricorrente e tipica” di Pasolini per
Franco Fortini, “La contraddizione”, 1959 (ora in “Attraverso Pasolini”).
L’accostamento di concetti e categorie semanticamente opposte. Come esempio
viene citato il “rosa orrendo” dell’Africa. Più calzante è l’esempio forse più noto,
della rubrica settimanale che Pasolini teneva per “Il Mondo”, del ladruncolo
che sfila il portafogli mentre simula un atto d’amore, “malandrino e onesto”.
Stile accusatorio – Dostoevskij
lo fa adottare al suo narratore di “Memorie del sottosuolo”. Igor Sibaldi
spiega, in nota alla sua edizione del racconto, che lo “stile «accusatorio»”
era entrato in voga, in Russia, negli anni Cinquanta (del 1800), “come forma
letteraria dell’impegno sociale”.
letterautore@antiit.eu
A scuola bordello
Arrivata la serie all’epilogo, la Rai “catalana” (la serie
è adattata dalla tv catalana) esplode in un fuoco d’artificio sessuale. Professori
e ragazzi scopano – ci tentano – anche a Montecassino, dentro e fuori il monastero.
Dopo avere tentato il triolismo a casa. E in sala professori si arriva a fare
figli – oltre a esercitare la disciplina con i baci, non casti.
O sarà un’altra funzione per la scuola, fottere e
farsi fottere?
Andrea Rebuzzi, Un professore, Rai 1, Raiplay
giovedì 11 dicembre 2025
Cronache dell’altro mondo – artificiali (372)
“La carenza di elettricità per i nuovi data
center potrebbe sgonfiare la «bolla» di Borsa dell’Intelligenza Artificiale. Un data
center assorbe almeno 1 Gigawatt di potenza elettrica, l’equivalente della
potenza di un reattore nucleare.
“In America i data center
assorbono una capacità complessiva di 51 GW. Che utilizzati al massimo della capacità
equivalgono al 5 per cento della domanda di picco. Non molto. Ma la capacità necessaria
per l’IA è in crescita esponenziale. Secondo S&P Global Energy, entro il 2028
i data center necessiteranno di una capacità aggiuntiva di 44 GW.
La nuova potenza in costruzione, che entrerà in funzione nei prossimi tre anni
sarà in grado di fornire solo 25 nuovi GW ai data center.
“”Gli «hyperscaler» della tecnologia,
Amazon, Google, Meta e Microsoft, hanno in programma investimenti di più di 400
miliardi di dollari per data center che alimentino lo sviluppo
dell’IA. Da qui la necessità di moltiplicare la potenza elettrica. OpenAi ha chiesto
al governo federale di fissarsi l’obiettivo di far costruire 100 GW l’anno di
nuova capacità – quindi 100 reattori nucleari l’anno.
La moltiplicazione della potenza è
indispensabile anche per fare fronte alla concorrenza cinese: “Nel 2024 la Cina
ha aggiunto 429 GW di nuova potenza, più di un terzo dell’intera potenza
statunitense più della metà della crescita elettrica mondiale. Gli Stati Uniti hanno
contribuito con soli 51 GW, ovvero il 12 per cento (della Cina, n.d.r.)”.
(“The Economist”)
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