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sabato 4 aprile 2026

Ombre - 818

“Spero che stia cercando una via d’uscita”. Non va per parabole il papa americano col presidente degli Stati Uniti, talmente insensata è la guerra. Ma è uno dei pochi americani che sembrano saperlo – a parte il disappunto il sabato mattina quando gli altri americani fanno il pieno di benzina e il gallone costa un dollaro in più.
Non si può dire, il mondo è vario, ma l’aria all’improvviso è da fine impero – che parte dal non capire il mondo là fuori (non sapere e non voler sapere).
 
Una crisi dagli sviluppi impensabili, tutti negativi, si abbatte sull’Europa e molta parte del resto del mondo per la guerra di Trump e Netanyahu. Le psicologie contano, e quelle di Trump e Netanyahu sono autoreferenti – io è il mio Dio. Ma è anche chiaro che questa guerra fa gli interessi degli Stati Uniti, interessi economici – per il dollaro, per i Treasury, e per il fondamentale comparto dell’energia, che ricapitalizza per i necessari investimenti che programmava.
In un mese di guerra l’economia Usa riparte a passo di carica, il resto del mondo resta in surplace.
 
La Francia, che per quarant’anni e passa si è tenuta, polemicamente, fuori della Nato, ora si fa paladina della Nato contro gli Stati Uniti - contro Trump, ma comunque contro gli Stati Uniti. Battimani in Italia. L’ignoranza porta alla stupidità?
 
Trump ha avviato contro l’Iran una guerra che: 1) non può vincere, neanche se (soprattutto se) prova l’invasione da terra; 2) solo per fare un favore al suo amico Netanyahu, 3) la sta perdendo, per gli Stati Uniti e per mezzo mondo. È semplice. Ma non si dice. Anche se Trump non ha mai avuto buona stampa.
 
La guerra, anche questa, è un fatto politico, ma è pianificata, e combattuta, dai militari. Gli Stati maggiori americani sanno benissimo che una guerra contro l’Iran necessiterebbe di una mobilitazione n volte superiore a quella in atto. Ma non hanno detto, e nemmeno fatto, a quel che si vede, nulla. Questo non è il ruolo delle forze armate in una democrazia: se non devono sostituirsi al potere politico, hanno però l’obbligo di tenerlo informato e ammaestrarlo.
 
Di fronte a tanta insipienza uno si chiede come mai l’Europa si senta ancora protetta dall’America. Giusto quando bastava la deterrenza? Ma oggi che le guerre sono possibili e si fanno, una dopo l’altra, anche da parte di uno Stato tutto sommato piccolo e piccolissimo come Israele?  
 
Non è tanto l’adulterio che colpisce nella vicenda Piantedosi, dopo Sangiuliano (e la stessa Meloni),  quanto la pochezza degli scandali cui si espongono. Che governanti, ministri della Repubblica, si lascino irretire da persone di poco conto - sicuramente dotate di attributi, ma non sappiamo quali. E unicamente interessate alla loro posizione di potere.
Se ne è fatto un problema di ministri di destra, quindi di supposto trittico “Dio, patria, famiglia”, ma non è questo il punto, il punto è la capacità di giudizio.
 
O anche: che governanti, ministri, si impiglino in vicende e con persone senza qualità – senza glamour, senza passioni, 
giusto un po’ di notorietà social, di gossip. Un ministro che apprezza il gossip, o non gli si sottrae non è un po’ come il ladro che vuole fare il banchiere?

 
Ogni giorno una carta nuova dalla Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato giusto il Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani (naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i. Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita. Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).

 

Si terremota il calcio solo dopo il terzo Mondiale, dodici anni, di calcio perduto. Sembra. Ma è sempre la stessa manfrina, democristiana: Gravina, Abete, Lotito, Malagò, etc. - e non poteva mancare Renzi. Democristiani di destra e democristiani di sinistra – si dice per dire. Il calcio, la ricerca scientifica, l’energia, lo spazio sono feudi intoccabili.

Si può dire la Dc una scienza, del potere. Sul principio indefettibile “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, da Lucrezio a Lavoisier.

 

Ha dato all’Inter con la simulazione i tre punti decisivi per vincere il campionato, e con la stessa noncuranza ha affossato l’Italia ai Mondiale – che voleva e poteva andare al Mondiale del calcio, come le spettava. Uno così in altro ambito ne uscirebbe distrutto. Nel calcio italiano no.

 

Domenica delle Palme infausta per i devoti cattolici. A Gerusalemme a opera dei “perfidi ebrei”. A Roma del sindaco Gualtieri, che pure è della parrocchietta: il sindaco ha messo il petto in fuori e ha proibito la circolazione. Ai non milionari – quelli che non hanno le macchine elettriche. Non c’è rimedio, l’irenismo attiva fulmini e soprusi.

A Pilato le chiavi della storia

Caillois, che ha scritto moltissimo, da sociologo e da critico letterario, il suo primo e unico romanzo lo ha scritto tardi, a cinquant’anni, nel 1962, e lo ha fatto inventandosi un Pilato extra large. L’amletismo del suo Pilato facendo però non di poco conto: è nientemeno se fare o non fare la storia, duemila anni di cristianesimo - duemila anni all’oggi, più o meno.
Pilato è quello conosciuto, annoiato e al solito esasperato dagli ebrei litigiosi che gli toccava governare. Ma che in quella mattina fredda, fuori dal pretorio, dato che i grandi sacerdoti pretendevano di non contaminarsi, entrando nel pretorio un giorno di sabato, nel colloquio breve che ha col pregiudicato che gli portavano, lo trova pieno di senso. E anzi ne ricava come delle visioni - come era avvenuto a sua moglie Procula. Fa il suo dovete di prefetto: interroga l’accusato, interroga Giuda, valuta le sue leggi (romane) e la ragione di Stato (mi conviene più se…). E spinto dal sogno-visione della moglie cerca la verità della cosa con un mago caldeo. Che antevede tutto: gli prospetta nientemeno che il futuro del cristianesimo, con la condanna del Cristo.
Il disegno di Caillois romanziere è di elevare il personaggio e il suo ruolo ai destini della storia. Dopo il sogno o visione della moglie Procula o Procla – che, è bene ricordare, è santa per la chiesa greco-ortodossa ed etiope. Il mago non dissipa il dubbio, e anzi lo chiarisce: farsi complice del (di un) disegno divino, oppure imporre il diritto - la ragione e la libertà umane?
Un exploit notevole. Benché di fatto una sintesi della storia quale è già avvenuta. Di arduo, e riuscito, è fare diventare la storia una sorta di premonizione, afflizione, una scelta-non-scelta. E una veduta della religione come è, un fatto storico, non inevitabile.
Nulla di nuovo su tutti i fronti, ma un racconto di premonizioni tenuto su con maestria. In realtà, un racconto dell’inevitabilità della storia – le porte girevoli (sliding doors) sono solo esercizi mentali, un gioco.
Roger Caillois, Ponzio Pilato
, Sellerio, pp. 148 € 12

venerdì 3 aprile 2026

Letture - 610

letterautore 


Antonioni
– “Era soprannomato «il cretino»”, Anna Maria Mori ricorda fra i tanti personaggi che animano il suo ultimo libro, “Disordine”: “Dai suoi colleghi. Fu Monicelli a coniare l’epiteto. Non voleva essere una mancanza di rispetto, ma solo una trovata divertente come era la commedia all’italiana. «Il cretino», si disse, per tutta la vita aveva provato inutilmente a comunicare attraverso l’incomunicabilità”.
 
Brecht – “Con le sue tozze dita da criminale” lo ricorda Frederic Prokosch in “Voci”, 159, al termine di una discussione in birreria a New York, “da ‘Pete’, un piccolo, squallido bar in fondo a Third Avenue”, presente anche Klaus Mann, se Hitler non fosse omosessuale – questione posta da Brecht stesso. “La birra suggerì a Brecht pensieri filosofici. Era un uomo vigoroso, brutto, con una faccia animalesca, gli occhi infossati, grossi zigomi piatti, ciuffi di capelli sulla fronte. Era una faccia medievale, come se un intagliatore l’avesse ricavata da legno di quercia: non la faccia di un santo ma quella di un abate faceto e maligno”.
 
Cinema – “Ricordo ‘Satyricon’. uno dei film più difficili di Fellini: a Torino rimase tre mesi in programmazione. Adesso sarebbe impensabile” – Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia.
 
Dante – Sapeva di Budda – se non erta buddista in petto, come già “fratello d’amore”? È l’ipotesi di Dario Olivero, che presenta su “Repubblica” il film documentario su Tucci, l’orientalista (“Giuseppe Tucci, sule strade dell’Est”): “I francescani lanciati verso l’India inseguivano il sole che nasce al mondo «come fa questo talvolta di Gange», nelle parole volutamente oscure di Dante (al canto XXI del “Paradiso”, al panegirico dei grandi santi, Francesco e Domenico, n.d.r.) che già aveva visto le affinità tra il poverello di Assisi e la figura di Buddha”.
 
Fontana di Trevi
  Prima di diventare un “oggetto” turistico, viveva d’incanto. Ne “La dolce vita”, e nel ricordo di una notte che Frederich Prokosch vi passò con Dylan Thomas – ora in “Voci”, al racconto “Il calderone”: “La sorpresa maggiore mi capitò un giorno in via Poli…. Torrenti d’acqua uscivano con un rumore di tuono dal fianco di una roccia e si rovesciavano in una cascata spumeggiante tra dèi e cavali marini”. Prokosch ci prese l’abitudine: “Nella calura dell’estate la brezza che si levava dal turbine d’acqua dava un delizioso refrigerio e aveva un meraviglioso effetto musicale”.

Altri effetti miracolosi fa rilevare in altra occasione da “un amico, un uomo grassoccio che alla balaustra si godeva lo spettacolo dei cavalli”, il poeta Dylan Thomas, “un po’ ubriaco naturalmente”: “”Non sono stupefacenti, questi cavalli?... E più li guardo, più diventano misteriosi. La pietra si trasforma in acqua e l’acqua in pietra e i cavalli sono fatti per metà di pietra e per metà d’acqua… E quello che è ancora più strano sono le nuvole che si trasformano in marmo”.
 
Giuda – Uno zelota, un nazionalista ebreo? È l’ipotesi di Carlo Nordio, da vecchio Procuratore della Repubblica, esperto di indagini, in “Processo a Gesù”, la mini-serie pubblicata sul “Foglio” nell’estate del 2025 e ora raccolta nel mini-libro dallo stesso titolo – è l’ipotesi che cuce assieme tutte le (poche) testimonianze, e le (molte) analisi. “Forse fu proprio la delusione di uno o più dei suoi seguaci, inizialmente convinti che il proselitismo del Maestro fosse indirizzato alla rivolta politica, ad abbandonare Gesù e probabilmente a tradirlo”. Il Messia della Bibbia doveva venire con la spada in pugno e redimere il popolo di Israele. I discepoli, ignoranti e non, si affiancarono a Gesù in questa ottica: “La predicazione messianica, nella tradizione giudaica, era intimamente connessa a una affermazione nazionalistica, a maggior ragione quando il popolo gemeva sotto la dittatura straniera”. Che in questa materia era ferrea: “Le ricorrenti rivolte del primo secolo, che culminarono con la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, erano quasi sempre ispirate da predicatori apocalittici”. Nei cui confronti “i romani agivano con rapidità ed efficacia. I nomi di Varo, Coponio e dello stesso Tito sono associati a esecuzioni di massa quali si sarebbero viste, duemila anni più tardi, solo con il nazismo. Durante l’assedio di Gerusalemme le fonti oscillano fra le seicentomila e un milione di vittime, e concordano che non vi erano più alberi per le crocefissioni”.
 
Raffaello - “La scuola di Atene” come una matrioska, un soggetto a vari strati cabalistici. Fr. Prokosch, “Voci”, p. 209, ricorda la poetessa Marianne Moore a un ricevimento, eccitata dall’aver appena ascoltato una conferenza di Edgar Wind sull’affresco: “Secondo la sua interpretazione, ogni particolare aveva un significato cabalistico, e sotto quel significato se ne annidava un altro più profondo che ne nascondeva un altro ancora più profondo”.
Nella conferenza del celebrato iconologo, “un personaggio che univa una straordinaria vivacità d’ingegno a un aspetto ieratico”, commenta Prokosch, il dipinto “era diventato una specie di bambola russa”.
 
Scrivere – “È uno strano, singolare modo di esistere, asociale, solitario, dannato, sì, ha in sé qualcosa di dannato” – “soltanto ciò che si pubblica, i libri, diventano sociali, associabili, aprono una via verso un Tu, verso una realtà disperatamente cercata e a volte raggiunta…. È un atto compulsivo, un’ossessione, una dannazione, una punizione” – I. Bachmann, “Discorso di accettazione del premio della Confindustria tedesca, 2 maggio 1972 (ora nella raccolta “A occhi aperti”).
 
“Lo scrittore – anche questo è nella sua natura – è rivolto con tutto il suo essere verso il Tu, verso un Altro al quale vorrebbe far pervenire la sua esperienza dell’uomo (o la sua esperienza delle cose, del mondo e della sua epoca, sì, anche di tutto questo!), ma in particolare l’esperienza di quell’uomo che egli stesso o gli altri possono essere e delle situazioni in cui egli stesso e gli altri sono esseri umani al massimo grado. Sondando il terreno, cerca a tentoni la forma del mondo, i tratti dell’uomo contemporaneo” – I. Bachmann, “L’uomo può affrontare la verità”. Discorso al premio per radiodrammi Associazione ciechi di guerra, 17 maggio 1965, ora in I. Bachmann, “A occhi aperti”, p.99,
 
Tolstoj – “«Il destino ha voluto», diceva, «che Tolstoj non conoscesse l’ironia»”. Diceva Thomas Mann, in visita alla famiglia Prokosch in Texas un secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. E per questo, secondo Th. Mann, “è un miracolo che riuscisse a scrivere così bene”.
 
Davide Maria Turoldo - Ricordando con Gnoli sul “Robinson” i suoi anni difficili a Firenze, 1950-1960, profuga dall’Istria, Anna Maria Mori di positivo dice: “La bellezza asfissiante della città, certo. E alcune prediche di padre David Maria Turoldo nella Santissima Annunziata.  Ricordo la basilica serpe piena e l’uomo alto, biondo, ascetico con una voce profonda che tuonava contro le ingiustizie. Faceva un effetto strano vedere donne ricchissime avvolte nelle pellicce e cariche di gioielli rapite alle sue parole”.
 
Anni Venti – “Un decennio, quello degli anni Venti, che amava i libri”, Frederik Prokosch, “Voci”, p.52.

letterautore@antiit.eu

Ingordigia e malamori

La storia di due amiche, l’una bella l’altra studiosa, nelle spire di una normalità assassina, il disturbo alimentare. Un film didattico, sugli eccessi e i rischi della bulimia nervosa – divorare per vomitare. Sceneggiatura del libro dallo stesso titolo di Maruska Albertazzi, che racconta di centinaia di storie vere. Ed è dedicato a cinque giovani “che non ce l’hanno fatta”.
Di questo “disturbo” psico-alimentare infatti si può morire, di infarto. Figurativamente e in atto. Per inaffettività subite e per divorare il cibo (nel caso in questione anche rubando lo street food dove capita), per poi ributtarlo - piegati sul water. L’una per vivere sola in un ambiente frigido di lusso, l’altra per vivere stiracchiata tra due genitori separati e in lite, l’uno con l’altro, col mondo, con la vita.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità i morti per disturbi alimentari, anoressia e bulimia soprattutto, sono ogni anno più dei morti per incidenti stradali – solo muoiono in silenzio.
Un bel ruolo per la giovanissima Federica Pala - se solo alle giovani attrici fosse insegnata un po’ di dizione, o altrimenti passarle alle doppiatrici. Isabela Leoni prova a uscire dalla serialità ripetitiva, da pilota automatico, con momenti di grade richiamo.
Isabella Leoni, Qualcosa di lilla, Rai 1, RaiPlay

giovedì 2 aprile 2026

Il mondo è sempre fossile

Tanto parlare di transizione verde (che cosa a tutti gli italiani in bolletta dui 200 euro l’anno) da almeno un decennio, e il mondo dipende sempre dai combustibili fossili, per  l’86,6 per cento dei consumi di energia (“Statistical Review of the World Energy 2025” dell’Energy Institute). La Cina per l’88,2 – con larga parte al carbone. Gli Stati Uniti , l’altro grande mercato, per l’82,2. Anche l’Europa non si porta bene, dipendendo da carbone e idrocarburi per il 73,4 per cento dei consumi.
Le rinnovabili coprono appena il 5,5 per cento. Poco di più del nucleare, 5,1 – con l’idrogeno al 2,7.
L’unico Paese virtuoso si può dire la Francia, che dipende dai fossili per meno della metà dei consumi, il 45,7 per cento Ma questo in virtù della scelta decisamente nucleare fatta cinquant’anni fa, con una cinquantina di centrali nucleari oggi in esercizio, che forniscono una percentuale anche superiore, seppure di poco, a quelle dei fossili, il 46,1 per cento.
Del nucleare, l’Europa e gli Stati Uniti hanno ridotto nell’ultimo decennio il peso sulle fonti di energia. In Europa è sceso dal 32 per cento del 2014 al 23,1 nel 2024. – con una riduzione anche della Francia “tutto nucleare”, dal 17,2 per cento del totale mondiale al 13,5. Il nucleare americano, nel 2014 un terzo del nucleare mondiale, si è ridotto dieci anni dopo di quattro punti, aa 29,2 per cento. Mentre la Cina ha fatto il percorso inverso rispetto a Ue e Usa, passando dal 5,2 del nucleare mondiale al 16.

L’islam non venne dal nulla

 Un primo tentativo di “fare la storia” del regime iraniano, detto “degli ayatollah”, ossia della legge coranica, nella lettura sciita, del sacrificio come legge e meta. Dagli inizi di Khomeiny alla rivolta contro lo scià, al progressivo indurimento di Khomeiny – specie quando fu sfidato dai militanti integralisti di sinistra, i mujahiddin del popolo: nel 1981 fecero saltare in aria il ministero della Giustizia con il Grande Ayatollah Behesti (persona coltissima) che vi studiava l’adattamento della legge coranica alla vita moderna, e assassinarono il presidente Rajai e il primo ministro Bahonar. La lunga guerra contro la tentata invasione di Saddam Hussein. Il passaggio delle consegne di Khomeiny morente dall’ayatollah Montazeri, costituzionalista, ad Alì Khamenei, uomo di non grande dottrina.
Il resto è quasi cronaca, con le repressioni violente dei movimenti di protesta giovanili, le intromissioni in Iraq, nello Yemen (in guerra non dichiarata contro l’Arabia Saudita) e in Libano, l’inimicizia coltivata di Israele, il programma atomico.
Una rassegna dei fatti limitata all’interno. Che prima o poi necessiterà di una messa in quadro internazionale. Molto resta naturalmente da dire – mezzo secolo, quasi, di storia non è poco. Khomeiny non era nessuno, un oscuro ayatollah di poca scienza (auto)esiliato da Qom a Kerbala, altra città santa dello sciismo, in Iraq - una raccolta delle sue fatwa, i pareri giurisprudenziali in materia di etica e di condotta, pubblicata quando già era al potere, fu letta come opera goliardica di oppositori. Recuperato dalla Cia, e installato in un bosco non lontano da Parigi, supercontrollato dal Deuxième Bureau, il servizio segreto francese. Che organizzò per mesi  incontri quotidiani meridiani dell’ayatollah con i giornalisti e provvedeva, insieme con la Cia, alla registrazione e riproduzione in enormi quantità, in audio e videocassette, dei suoi messaggi, e alla loro diffusione immediata a Teheran, il giorno dopo. Un vero e proprio build-up, un’operazione politico-pubblicitaria organizzatissima, e di facile successo. 
Questa “rivoluzione” fu bizzarramente benedetta da Foucault - nelle vesti di teorico del potere. Quando la Francia s’illudeva di poter “entrare” nel petrolio iraniano, da sempre feudo anglosassone, dapprima inglese poi, dopo la guerra, americano. Khomeiny adottò per i primi anni anche un economista franco-iraniano, Abol Hassan Banisadr, come presidente.
Era il tempo che la politica americana agiva di concerto con l’islam jihadista. È finita come si sa.  Cominciando dal “caldo invito” del presidente americano Carter, con l’invio a Teheran anche del gen. Huyser, non un uomo di primo piano, vice-comandante delle truppe Usa in Germania, ma suo uomo di fiducia, per convincere lo scià ad abbandonare il Paese all’islam. È finita cioè con la fine politica anche di Carter: mandò i marines a liberare (chissà come pensava di poterlo fare) i cinquanta e più americani dell’ambasciata fatti prigionieri dagli “studenti della rivoluzione” (organizzati da un giovane mullah, Mussavì Khoiniha) a Teheran, gli elicotteri con le truppe sceltissime d’assalto si insabbiarono, e Reagan stravinse le presidenziali.
“Dedicato alle ragazze iraniane”, come fanno le autrici, è però limitativo, Come se la democrazia in Iran fosse una questione di velo. Un po’ perché c’è una “donna iraniana”, del tutto autonoma, ma riservata, con una sua mentalità e un modo di essere suo proprio e diverso da quello che si vuole “occidentale”. Un po’ perché il fermento anti-regime è prevalentemente politico, e coinvolge tutti, non solo le donne: contestata è la legge coranica, e il potere assoluto della polizia politica. E d’altra parte il regime c’è, dopo mezzo secolo è incistato anche nell’Iran urbano, il più moderno che si possa pensare. L’ultimo film di Panahi, “Un semplice incidente”, involontariamente lo fa vedere: tre giovani oppositori che hanno scoperto e rapito un torturatore di regime non sanno che farsene. Il regime ha tanta opposizione quanto radicamento - l’Iran non è una repubblica delle banane.  
Greta Privitera-Barbara Stefanelli. Gli ayatollah, “Corriere della sera”, pp. 63, gratuito col giornale

mercoledì 1 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – calcistiche (397)

I bosniaci tifosi della loro Nazionale di calcio, che ha espulso l’Italia dal Mondiale americano, potrebbero non poterci andare, in America, a veder giocare la loro squadra. La Bosnia Erzegovina rientra fra i 75 paesi che un decreto di Trump a metà gennaio ha escluso dalla concessione automatica del visto – bisogna fare una pratica per averlo.
Anche i brasiliani si trovano nella stessa situazione.
Altri Paesi qualificati per la Coppa del Mondo nordamericana inclusi nella sospensiva del 15 gennaio sono:  Iran, Colombia, Uruguay, Giordania, Uzbekistan, Haiti, Algeria, Capo Verde, Egitto, Ghana, Costa d’Avorio, Marocco, Senegal, Tunisia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo.

Cronache dell’altro mondo – bellico-religiose (396)

Una settimana fa il ministro della Difesa Pete Hegseth ha voluto guidare al Pentagono il servizio religioso, il suo primo dall’inizio della guerra contro l’Iran, invitando alla violenza “contro coloro che non meritano pietà”. E alla preghiera affinché “ogni proiettile colpisca il bersaglio” contro gli avversari della nazione.
La cerimonia si è tenuta in diretta streaming per tutto il personale, civile e militare. Da quando è capo delle forze armate Hegseth, che prima era un presentatore della tv Fox, fa costante riferimento alla sua fede evangelica, e ama parlare degli Stati Uniti come di una “nazione cristiana”, che si fa un dovere di militare contro chi ne menoma i principi.
La preghiera letta nella sua prima celebrazione post-Iran, attribuita a un cappellano militare, chiedeva: “Che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione. Dona ai nostri soldati saggezza in ogni decisione, resistenza per la prova che li attende, unità incrollabile e una violenza d’azione travolgente contro coloro che non meritano pietà”. Concludendo biblicamente con i Salmi: “Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, e non mi sono voltato indietro finché non li ho annientati”.

L’amerikano del Grande Israele

“Chi è forte sopravvive”, potrebbe essere la massima di Netanyahu, spiega Frattini in apertura, esumando una copertina di “Time”. Ma più vero è l’inverso: chi sopravvive è il più forte. Il più longevo dei primi ministri israeliani, quasi vent’anni al potere, ha nella durata la sua forza. E in nessun altro aspetto se non il sionismo intollerante, che però, pur praticandolo, nega.
È l’impressione – è la verità del personaggio – dei rapidi tratti che ne dà Frattini. Che tutti portano all’introduzione dell’“americanismo” in Israele, nella politica e negli affari, con l’aria condizionata nei kibbutz, da parte di questo leader israeliano che è a tutti gli effetti un ebreo americano. La disinvoltura in politica e negli affari – fino al processo, che da molti anni con vari accorgimenti evita, per corruzione. I tanti scandali, e le denunce anche degli aiuti domestici, delle intemperanze e  volgarità della moglie e dei figli. Il figlio maggiore Yael che se ne sta a Miami dopo il 7 ottobre, invece di arruolarsi.
Una vera biografia, in breve, per fatti significativi, del primo ministro israeliano più chiacchierato e più duraturo, e più combattivo. Che ha sdoganato l’estremismo sionista del Grande Israele, anzi se ne fa monumento. Nessun dubbio che resterà alla storia come quello che ha gettato le fondamenta fisiche del Grande Israele, distruggendo, più o meno, i palestinesi e i loro alleati e sostenitori, in Libano e nello Yemen. Ha “sistemato” la Siria. Ha comunque dato lezioni memorabili all’Iran, con gli assassinii eccellenti e con i bombardamenti.
Netanyahu, si può aggiungere, non nasce dal nulla. È succeduto, la prima volta a capo del governo, al premier laburista Shimon Peres, Nobel per la Pace, che aveva dotato Israele di un arsenale nucleare. Ha governato muovendosi dal centro sempre più verso l’estrema destra. Per restare al potere ma anche per convinzione, sotto la dissimulazione del moderato. E forse manca l’essenziale, anche in questa breve e polemica bio politica di Frattini, parlando di Netanyahu: l’impreparazione il 7 ottobre, di un Paese e un governo che sanno tutto di tutti – anche dove si trovano i generali iraniani in ogni momento e come possono essere uccisi - con la frontiera di Gaza letteralmente sguarnita, sono solo dovute all’impiego dell’esercito in Cisgiordania. La frontiera con Gaza non era presidiata il 7 ottobre perché l’esercito era impegnato in Cisgiordania, a sostegno della polizia, la quale presidia i territori a sostegno dei coloni, dei più violenti. Ed è un esercito di coscritti, popolare, non di professionisti delle armi dalla pelle dura.   
Davide Frattini, Netanyahu, “Corriere della sera”, pp. 61, gratuito col giornale

martedì 31 marzo 2026

Problemi di base borgesiani (di verità) - 908

spock


“Il tempo è oblio, ed è memoria”, J.L.Borges?
 
“Errare è necessario”, id.?
 
“La speranza, in un certo senso, è una forma d’incertezza, nella quale non si fa che attendere e  attendere….”, id.?
 
“Insistere nel dire sempre la verità è una pedanteria”, id.?
 
“Volere sempre affermare il vero sarebbe un esercizio di vanità e di egoismo”, id.?

spock@antiit.eu

Lo smemorato della Passione

“«Si chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo»”.
Nei Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai vecchio e acciaccato lamenta – a colloquio col filosofo epicureo “Elio Lamia”, amico degli anni in Giudea, che il filosofo amava frequentare per le danzatrici del ventre “siriane” - la fine turbolenta di un’onorata carriera. Vittima delle invidie burocratiche. E in specie del proconsole di Siria Vitellio. Lamia è sempre bel ami, Pilato è invece lagnoso. Lungamente. Di Vitellio e, di più, degli ebrei infidi che gli è toccato amministrare. Nella “triste Gerusalemme, dove gli ebrei mi abbeverano di amarezza e disgusto”, cattivi, infidi – “non potendoli governare, bisognerà distruggerli”.
La sinossi dice tutto. Un po’ poco per un racconto che Sciascia voleva “perfetto (uno dei più perfetti che il genere annoveri)”, e ha voluto tradurre personalmente, guarnendolo di una dotta lettura (ripresa nella più recente riedizione francese del racconto). La vicenda, viene da dire, era altrimenti romanzabile. Che non vuole dire nulla, se non che il personaggio in sé è piatto, un primo caso di banalità del male – o del bene in questo caso, procedendo egli al disegno del Signore?
Nemmeno un Pilato protoantisemita regge, non in questo racconto, dove invece l’amico filosofo può ribattere sugli ebrei tutto il contrario: “Io, che vivevo a Gerusalemme, da curioso, e mi mescolavo al popolo, ho potuto scoprire in questi uomini virtù oscure, che ti furono nascoste. Ho conosciuto ebrei pieni di dolcezza, i cui costumi semplici e il cuore fedele mi richiamavano…”, etc. etc..  
Giusto duemila anni fa, nel 26, Ponzio Pilato era nominato prefetto di Giudea. I Vangeli lo renderanno famoso, e a partire dal III secolo, a mano a mano che prendeva corpo il “deicidio” ebraico, è passato nella memoria popolare come un santo suo malgrado (è santo in cattedra per la chiesa etiopica), insieme con la moglie, quella del sogno premonitore. L’indagine di Carlo Nordio lo ridimensiona non poco: un burocrate romano, che applicò la legge romana, in ogni istante della Passione di Cristo:
http://www.antiit.com/2026/03/pilato-il-primo-procuratore-e-giudice.html
 
France pubblicò il racconto nel 1892. Nella raccolta “L’Étui de nacre”. È un primo approccio di A. France alla storia e civiltà romane, critico. Un primo germe nella fermentazione di un percorso progressivo della storia, che vedrà la luce nel 1905 in “Sulla pietra bianca” (tradotto nel 1960 dalla vecchia Bur): una collezione di dialoghi filosofici su razzismo e antisemitismo, storicismo e cristianesimo, nonché sul processo a san Paolo, la durata delle civiltà, la storia come incontro e conflitto, tra potenti e tra popoli, in una prospettiva già umanitaria, da Società delle Nazioni, o Stati Uniti del Mondo.
Anatole France, Il Procuratore della Giudea, Sellerio, pp. 48 € 7

lunedì 30 marzo 2026

La storia è scritta

Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì, volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo, concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché, non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita, i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa, dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.

Rinascita senza resurrezione

“Un ragno porta guadagno, porta fortuna”. Non sarà il solo inconveniente della famiglia di Roma Nord costretta dalle alterne fortune ad accettare, protestando irriconoscente, la vecchia abitazione in un vecchio paese del vecchio compagno di scuola senza fortune di famiglia e senza fortuna propria, che ora fa il giardiniere al circolo del golf (ex) del milionario sfortunato. Marito dell’ex compagna di scuola che ora fa la collaboratrice scolastica, cioè, per Roma Nord, indefettibilmente “la bidella”.
Dal solito fatto di cronaca, dei ricchi di Roma Nord che perdono risparmi e capitali affidati a money manager truffaldini - in genere senza fantasia: adottano il vecchio “schema Ponzi” (guadagni sempre molto, fino a che non hai perso tutto). E dalla normale situazione di ricchi e poveri alla stessa scuola, un tempo. Un’idea semplice e promettente, che Cortese sceneggia, con Moccia, nei modi più scontati.
Ottimi anche i ruoli: Cucinotta si abbassa a fare la bidella, romanesca, e ne fa un (suo primo?) ruolo brillante, affiancata da un Memphis che sembra nato per quello. Paolo Ruffini e Ilaria Spada fanno i pariolini cretini, e sembrano nati per quello – Ruffini anche con la nasale toscana, per dire la puzza al naso. Ma non si ride – si dicono le solite cose.
Fabrizio Maria Cortese, Poveri noi, Sky Cinema, Now

 

domenica 29 marzo 2026

Ombre - 817

Che tipo di terrorista è il cardinale Pizzaballa, al punto da non consentirgli di celebrare Messa la domenica delle Palme? Certo, Netanyahu non si vergogna di niente – per questo è famoso. Ma non è solo: “un centinaio” gli oppositori in piazza a Gerusalemme, “un centinaio” a Tel Aviv.
Nello stesso giorno l’esercito israeliano uccide tre giornalisti in Libano, a sangue freddo, e gli Houthi geriscono dodici soldati americani in una base sorvegliatissima in Arabia Saudita. Non è un ritratto della guerra, ma lo è: è una guerra nata male che va a finire malissimo. Arrivano i marines, si dice come si diceva quando arrivavano “i nostri”, ma sarebbe un eccidio, di marines – occupare l’Iran, con i marines?

Accade di vedere Fo, Feydeau e Plauto di seguito in teatro, e nessuno ride. E poi di leggere Alberto Barbera, il direttore della Mostra del cinema di Venezia che dice: “Guardo quattromila film all’anno (ma Zalone ancora mi manca?”. E si capisce il perché, non ride neppure lui. O non si capisce, non sappiamo più ridere? 

Non Trump ma Rubio, che ha o ha assunto un’aria diplomatica, riservata, all’uscita dal G 7 con i colleghi dell’Occidente, parla di Zelensky come di un avversario, per giunta bugiardo – “dice, l’ho sentito io, insiste, ripete, ma non è vero”. Manca poco che gli Usa lo mandino al plotone d’esecuzione. La guerra del resto gliel’hanno pagata (e un po’, probabile, gliel’hanno anche fatta, non solo per lo spionaggio). L’America si è accorta che con gli slavi la partita è sempre aperta.
 
Callas contro Rubio al G 7 (G 8, con la Ue invece della Russia?). Callas – Estonia – che accusa gli Stati Uniti di non avere fatto nulla per difendere l’Ucraina. Risposta ovvia. Mah, ci sono anche i  Baltici nella Europa orientale, non solo gli slavi.
 
Il papa americano che per la sua prima visita in Europa sceglie Montecarlo significa che non ha capito nulla di Europa – e con lui il suo cancelliere Parolin,  l’indimenticato autore della mediazione tra Russia e Ucraina (affidata al cardinale di strada Zuppi….). Che in Europa vige l’ipocrisia, come sapeva a praticava il suo predecessore, anche lui americano ma latino.
 
La Norvegia dei colossi, incubo dell’Italia del calcio, che spesso umilia, iene battuta con semplicità dall’Olanda. Da un’Olanda senza più fenomeni. Eccetto uno, Koopmeiners, che invece nella Juventus, dopo averlo pagato, e pagarlo, a caro prezzo, non lo fanno nemmeno giocare, se non per fare numero, tanto è inutile. Sarà questo Koopmeiners un furbo, oppure è il famoso calcio made in Italy?
 
Ma il gruppo Antenna, a cui Elkann ha ceduto Gedi, cioè “la Repubblica”, è un gruppo audiovisivo – di intrattenitori, non di giornalisti. In pratica ha comprato (ha anche pagato, oltre ad assumersi i debiti?) Deejay, Capital e le altre emittenti del gruppo Gedi. Nel quale la sola “Repubblica” ha in organico 250 giornalisti – per fare un giornale da 50 mila lettori (con res e al  50 per cento, essendo un giornale nazionale e non localizzato – non come il ”Corriere della sera” a Milano, “il Messaggero” a Roma, “La Stampa” a Torino, “Il Mattino” a Napoli).
 
Non si celebra Habermas in Germania tanto quanto sui giornali italiani. Qua e là, curiosamente, non si ricorda che è un sopravvissuto, giusto perché suo padre era un clinico e lo salvò dall’incenerimento: nato con una malformazione alla bocca, era destinato al Programma T 4 di Hitler, di “purificazione della razza”. Il destino di cui fu vittima un cugino di papa Ratzinger, portato d’autorità “al sanatorio” e mai ritornato. Mentre capita di leggere in contemporanea, su “7”, il pittore Baselitz, classe 1938, che solo ricorda: “Non conosco nessuna famiglia, davvero nessuna, dove ci fosse resistenza. Solo persone fiere di ciò che stava accadendo. I genitori erano orgogliosi dei loro figli diventati soldati”.
 
Non suscita scandalo, e nemmeno curiosità, che Israele abbia una lista di persone a da uccidere nel mondo. Nemmeno fra i detrattori di Israele. Ci si abitua a tutto? L’odio (la critica si trasforma in dio) si accumula, e si nasconde?
Una bella cosa non è. Nemmeno come tattica bellica - rafforza il Nemico, lo moltiplica.
 
Mentre Netanyahu invade il Libano dopo Gaza (il sud del Libano, fino al Litani), storici e politologi israeliani affermano e documentano anche l’invasione della Cisgiordania. Con la tecnica delle infiltrazioni. Di un’avanguardia di coloni armata, protetta da polizia, esercito e tribunali israeliani. E con l’arresto indiscriminato di giovani e non più giovani palestinesi, possibili terroristi, In un quadro di espulsione in massa. Possibile che in Israele bisogna avere una cattedra universitaria per rendersi conto di cosa succede?


Dopo trent’anni e infiniti lutti lo Stato rientra nelle telecomunicazioni. Era all’avanguardia nella cablatura, col progetto Saturno della Stet-Sip, ha voluto bloccare tutto per privatizzare, e si ritrova in mano una ex Sip fatta di niente, se non del nuovo progetto di cablatura. Dopo trent’anni. Non è la sola privatizzazione sbagliata. Non si discutono in Italia le privatizzazioni, perché volute e operate da Ciampi e Draghi. Ma la buona volontà non basta.

Morte e resurrezione - una Pasqua al cinema

Un Natale, o meglio una Pasqua, in abiti e situazioni borghesi, di (piccole) speculazioni, (piccole) superchierie, (ingenui) battesimi-rivelazioni, e (piccolo) femminismo d’epoca. Un uomo dabbene, solo abbandonato dalla moglie livorosa con la quale condivide l’affido dei figli, è accusato di colpa nella morte accidentale della figlia problematica, lasciata “cinque secondi” sola in canoa per rispondere all’ennesima telefonata intimidatoria della ex moglie. Con richiesta di risarcimento, da parte della ex moglie e dell’altro figlio, che la madre tiene sotto custodia. Si fa per questo un processo, cui l’accusato, che ha abbandonato per senso di colpa compagna e professione, per vivere isolato in un tugurio, una stalla affittata come immobile d’epoca, in una campagna spoglia, non ha nessuna voglia di partecipare per difendersi - ma poi ci va.   
Un racconto tanto semplice che sembra di vita vissuta - ma è anche una situazione comune, a parte la morte accidentale. Sul quale Virzì ha imbastito un piccolo capolavoro. Aiutato anche da un Mastandrea che sembra in ogni espressione la forma michelangiolesca – perfetta – del colpevole-vittima.
Ingegnoso l’innesto, a contrappuntare la miserevole vicenda di odi familiari, di un gruppetto di giovani patiti che vogliono e fanno rifiorire i campi abbandonati, viti, erbe e fiori. Capitanati da una “contessina toscanaccia”, personaggio anomalo, ma Virzì dopotutto è ben toscano, ossia la ragazza adulta. Ruolo per il quale ha dovuto ricorrere alla francese Galatéa Bellugi, che a trent’anni sa fare la ventenne senza pensieri.     
Paolo Virzì, Cinque secondi, Sky Cinema, Now

sabato 28 marzo 2026

Il mondo com'è (493)

astolfo


Abate Barruel
– Si può dire il padre del complottismo – dello “stile paranoide” in politica, come lo chiama la Scienza Politica. Il nome che tanto spesso ricorre nei romanzi di Eco è un gesuita espulso dalla Francia nel 1783, per la soppressione dell’ordine da parte del papa Clemente XIV, con la bolla “Redemptor”, che nella città libera di Amburgo vent’anni più tardi, nel 1803, e nel generale contesto di reazione continentale alla Rivoluzione francese, fu in grado di far stampare cinque volumi di “Mémoires pour servir à l’histoire du Jacobinisme”, che divenne subito un classico. Di elaborazione e “prova” della rivoluzione come cospirazione. Un primo caso – il secondo in realtà, l’abate pubblicava dopo l’americano John Robison, che però si era esibito in un solo volume, nel 1798, “Proofs of a Conspiracy against All the Religions and Governments of Europe”. Come Robison (ma con più argomenti e maggiore diffusione: la sua opera fu subito tradotta in inglese e pubblicata sia a Londra che a New York), l’abate denunciava “una cospirazione tripla”. Ordita cioè da anticristiani, massoni e Illuminati – la società segreta di Monaco di Baviera, anni 1770, avversaria e concorrente della massoneria. Contro la religione e la pace. “Dimostreremo ciò che è imperativo far sapere alle nazioni e ai loro governanti”, premetteva l’abate: “A loro diremo: che ogni aspetto della Rivoluzione francese, fin ai crimini più orribili, fu previsto, contemplato, architettato, deciso, decretato; che tutto fu conseguenza della più profonda malvagità, e fu preparato e prodotto da uomini che soli tirano le fila delle cospirazioni intrecciate da tempo nelle società segrete, e che sapevano come scegliere e accelerare i momenti favorevoli ai loro piani. Sebbene nel quotidiano scorrere degli eventi storici siano capitate circostanze che non sembravano in alcun modo effetto di cospirazioni, tuttavia ci fu una causa con i suoi agenti segreti, che provocarono tali eventi, che seppero come approfittare delle circostanze o perfino come far sì che venissero in essere, e che indirizzarono ogni cosa al loro fine principale. Le circostanze possono aver servito da pretesto e da occasione, ma la casa madre della Rivoluzione, dei suoi grandi crimini, delle sue enormi atrocità, fu sempre indipendente e autonoma, e consistette di complotti escogitati già da lungo tempo e profondamente meditati”. Questa è la pagina iniziale, al volume primo.
Manzoni, che lavorò a lungo a una storia della rivoluzione francese in comparazione con la rivoluzione italiana, senza arrivare a una stesura definitiva, di proposito evitò l’abate Barruel e altre pubblicazioni analoghe – Manzoni morirà in odore di giansenismo, se non di eresia, e comunque di sostenitore della Rivoluzione (
la “Civiltà cattolica”, la pubblicazione dei gesuiti, non ne registrò nemmeno la morte, e un anno dopo lo ricordò negativament.  

 
Caboto – Scoprì il baccalà. Ha, in breve, una biografia avventurosissima da Marco Belpoliti in “Nord Nord”, p. 250: “Giovanni Caboto, un veneziano d’adozione, una delle vittime della fama di Colombo, noto in Inghilterra come John Cabot, nato probabilmente a Gaeta, anche se Kurlansky lo dà per genovese e lo suppone conoscente di Colombo, anzi testimone di un suo trionfale ritorno dal secondo viaggio verso le Indie. Caboto lavorava per il re d’Inghilterra ed esplorò le coste settentrionali del Nord America in suo nome aprendo la strada alla colonizzazione di quelle terre…. È lui che scopre la nuova fonte di merluzzo nel 1497. In una lettera di tal Raimondo da Soncino al Duca di Milano si riferisce che Caboto  dice d’aver incontrato un mare che pullula tanto di pesce da eclissare quello dell’Islanda: è la Terra Nuova di cui parla Artusi. Uomo sfortunato, se ne partì di nuovo verso le terre scoperte. Era l’anno 1498. E scomparve forse in mare. Nessun ne seppe più nulla”.
 
Complotto gesuita – Uno, reale, fu quello di Guy Fawkes a Londra nel 1605 contro il Parlamento eletto e contro il re Giacomo I, “La congiura delle polveri” o “Il tradimento dei gesuiti” (The Gunpowder Plot -  The Jesuit Treason). Nel secolo seguente i gesuiti furono risentiti
 ovunque in Europa, anche nei paesi cattolici, Portogallo, Spagna, Francia, Austria, Baviera, come un’organizzazione troppo potente, in parte per essere collegati e influenti presso alcune case regnanti, in parte perché messi nel mirino delle obbedienze massoniche. In Portogallo nel 1759 il marchese di Pombal, massone, primo ministro, soppresse formalmente l’ordine, che l’anno prima aveva accusato di ingerenza politica, e in particolare di essere coinvolti in un attentato al re, Giuseppe I, attentato che forse non aveva avuto luogo, deportando i gesuiti nelle Americhe e confiscandone i beni in Portogallo. Tre anni più tardi, nel 1762, i gesuiti vennero sotto accusa in Francia, alla corte di Luigi XV, aperta agli Illuministi, in quanto “troppo potenti”. Nel 1767, cinque anni più tardi, il re di Spagna Carlo III espulse i gesuiti col pretesto di “disobbedienza” alla Corona – su pressione del partito del “regalismo”, che sosteneva il controllo statale sula chiesa. Lo stesso fecero Giuseppe II a Vienna e il re di Napoli Ferdinando IV. Nel 1773 il papa Clemente XIV soppresse l’ordine, con la bolla “Dominus ac Redemptor”, sotto la pressione delle potenze cattoliche”, Austria, Spagna, Portogallo – verso Prussia, Russia, la stessa Gran Bretagna, e per un breve tempo anche l’Olanda, tutti  paesi non cattolici. Senza argomenti teologici, giusto “per ristabilire la pace nella Chiesa”. Dopo 41 anni, nel 1814, Pio VII ristabiliva l’ordine.

Ma la questione non si risolse con la bolla di Pio VII. Nel 1820 era la Russia a ostracizzare i gesuiti. Altri bandi li colpirono in Spagna, nel 1834 e nel 1932 – saranno riammessi da Franco, nel 1938.
 
Ku Klux Klan – Prese abbigliamento e liturgia dalla chiesa cattolica. Fondato a Natale del 1865, a Pulaski, nel Tennessee,  da un gruppo di Democratici che avevano combattuto la guerra civile con la Confederazione sudista, si pose nell’alveo evo del nativismo, avviato trent’anni prima, in ottica di guerra di religione “nativistica” contro i nuovi immigrati irlandesi, polacchi e austrotedeschi, cattolici. Adottando, Richard Hofstadter spiega ne libello “Lo stile paranoide nella politica americana”, una sorta di liturgia para-cattolica: “Il Ku Klux Klan imitò il cattolicesimo al punto da indossare paramenti sacerdotali, sviluppare un elaborato rituale e un’altrettanto elaborata gerarchia”.
 
Nativismo – Nasce in America con questo nome nel 1844, ma era già pratica corrente da circa un secolo, da molto prima della rivoluzione indipendentista, e s’intendeva a protezione dei coloni, non dei nativi americani. Dei coloni di origine britannica, contro gli immigrati di altra nazionalità dall’Europa. In particolare contro i tedeschi, i cosiddetti Pennsylvania Dutch. Si diffuse nel primo Ottocento, subito dopo la paranoia del complotto massonico, in funzione anticattolica – contro l’immigrazione irlandese e di lingua tedesca, di tedeschi e austriaci. Un movimento contro il cattolicesimo, inteso come una cospirazione contro certi valori, un certo stile di vita.
Due personaggi in particolare l’animarono. Uno era l’inventore del telegrafo, nonché pittore di grido, Samuel Finley Breese Morse – il cui padre, Jedidiah, si era già affermato come denunciatore degli Illuminati, la setta bavarese. L’influenza del cattolicesimo, perniciosa per la “libertà degli americani”, Morse denunciava dappertutto, nel 1835, col libello “Foreign Conspiracy against the Liberties of the United States”. Nel mondo della Restaurazione, l’America si ergeva baluardo di libertà politiche e religiose, e per questo stesso fatto si riteneva – si diceva - bersaglio inevitabile di papi e despoti. Principalmente del principe di Metternich: “L’Austria agisce oggi nel nostro Paese…Fa viaggiare per tutto il Paese i suoi missionari gesuiti, li ha ben riforniti di denaro, ne ha creato una fontana intera perché non sono mai al secco”. Presto qualche rampollo degli Asburgo verrà insediato come imperatore degli Stati Uniti, eccetera.
Sempre contro Metternich, sempre nel 1835, scese in campo anche Lyman Beecher – il padre di Harriett Beecher Stowe, che sarà l’autrice della “Capanna dello zio Tom”. Con un pamphlet che intitolò “A Plea for the West”: La battaglia è stata ingaggiata dai cattolici nel Grande West, argomentava, il futuro del Paese, una vasta marea di immigrati, ostile alle libere istituzioni, occupa il West, moltiplicando le violenze, riempiendo le carceri, affollando gli ospizi, moltiplicando le tasse, mandando “al timone del nostro Paese mani inesperte”. Tutto opera dei gesuiti, organizzati da Metternich. A differenza di Morse, Beecher disapprovava la violazione dei diritti civili dei cattolici e gli incendi dei conventi, ma invitava i protestanti a una più intensa militanza.
L’anno dopo, nel 1836, usciva “il libro probabilmente più letto negli Stati Uniti in quel periodo” (R. Hofstadter,”Lo stile paranoide nella politica americana”), presuntamente di una canadese ventenne, Maria Monk: “Awful Disclosures”. Un concentrato di nefandezze conventuali da “monaca di Monza”, che Maria Monk avrebbe vissuto in prima persona, per sette anni, dai tredici ai venti anni. Libero accesso a preti e monaci, anche attraverso tunnel segreti, gravidanze à gogo, neonati schiacciati, affogati o strangolati alla nascita, poi bruciati etc. Monk cadde presto in disgrazia: subito dopo la pubblicazione del libro, nell’ottobre dello stesso 1836, un editore newyorchese di giornali protestanti, il col. William Leete Stone, fece svolgere un’indagine nel convento teatro delle nefandezze narrate, da cui risultò che l’autrice non c’era mai stata. Ma le “Awful Disclosures of Maria Monk, or The Hidden Secrets of a Nun’s Life in a Convent Exposed” fu il libro più letto negli  Stati Uniti - prima della “Capanna dello Zio Tom”. Tanto da consentire grosse percentuali di diritti d’autore, che scatenarono tra gli aventi diritto, veri o presunti, molteplici cause. Maria Monk, che da ragazza era stata in manicomio, visse e morì in miseria – morì presto, nel 1849, di delirium tremens nell’ospedale del penitenziario di Roosevelt Island, dove era stata carcerata per furto.
 
astolfo@antiit.eu

A Milano è sempre resurrezione

Longhi rifà il “Miracolo a Milano” di De Sica e Zavattini molto diverso da quello “poetico” originale, ma sulla doppia traccia che De Sica stesso enunciava ai cronisti che lo avevano scovato sul set milanese – prima quindi del montaggio del film, della storia come poi si è veduta: “Milano non sa quanta materia di cinema contenga”. E spiegava: “Di cinema realista e poetico: la sua gente, voglio dire, e anche il suo paesaggio, eguale e livellato: questo Prato dell’Ortica, questi treni che passano a ogni minuto, queste baracche rappezzate, con sullo sfondo i falansteri di cemento, zeppi di uomini-formiche”. Montandolo come un dramma, più che come la commediola fiabesca originale. Rimpolpandola come uno storione di Milano quale era e come è cambiata. Nelle statistiche, più volte aggiornate, nei modi (i personaggi), nel linguaggio. La Milano com’era e com’è facendo culminare in un sermoncino della Madunina, scesa dal pinnacolo del Duomo per celebrarla. Celebrare la città e insieme spronarla, nella lingua che ha dimenticato o trascura, e anche, nella stessa lingua, per ammonirla.
Il miracolo di De Sica e Zavattini ripreso a teatro, per una doppia celebrazione, dei 75 anni del film e degli ottanta del “Piccolo”, l’istituzione milanese voluta da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, il primo teatro stabile d’Italia – oggi forte di ben tre sale, la Grassi e il Teatro Studio Melato oltre al Teatro Strehler, e di una scuola di recitazione ambita. Molto manipolato da Longhi. Che ha preso il film di De Sica e Zavattini, con l’idea del riscatto, della rigenerazione, al lume della bontà, e con alcuni personaggi, alcuni aneddoti, partendo dalla scoperta iniziale della bontà sotto il cavolo, e il funerale del vecchio, ma come un canovaccio. Sul quale ha innestato numeri, canzoni, eventi storici, buoni propositi e inevitabili fallimenti, fantasie, racconti, per uno straordinario spettacolo d’attualità.

Sui due binari indicati da De Sica un altro tipo di spettacolo, che ha più del grand opéra che della fiaba originale. Il poetico diventa didattico o anche magico, o stregonesco. Il reale, il mondo piccolo dei senza dimora marginalizzato, che diventa invece attore e in qualche modo protagonista del cambiamento – del “miracolo” economico, che la statistica periodicamente accerta e fa valere in scena. Con molti arricchimenti. Totò il Buono, il santo miracoloso del film, è rimpolpato dalle fantasie adolescenziali di Peer Gynt, con Ibsen quindi (Ibsen in esilio volontario a Ischia, libero da nebbie e ubbie) sovrapposto a De Sica e Zavattini – una performance straordinaria di Guanciale. Sulla base del didatticismo alla Brecht – “vi spieghiamo cosa state vedendo”. E con una spruzzata, verbale invece che pittorica, di milanesità (a opera del linguista Gino Cervi - anche quando si tratta di versi di Zavattini, tradotti dal luzzarese: è un recupero, Milano ha dimenticato il dialetto), alla maniera delle figurine di Bruegel il Vecchio, “Proverbi fiamminghi”.  Il film era di caratteri, il miracolo di Longhi è di cose - con sconfinamenti inevitabili nella speculazione edilizia, un tormentone (dei cappelli, per la verità sinonimo meridionale di notabili). Ma nel quadro di una celebrazione eccezionale della città, ieri e oggi.
Uno spettacolo ambizioso, con molta storia e affollati cambi di scena, di personaggi, di situazioni. Con scene, costumi e ritmi alla Brecht, di un teatro che immediatamente si autodenuncia o autodenuda – la solita bugia del “questa è realtà, non finzione”. In una spettacolarizzazione alla Ronconi, alla cui scuola Longhi si ascrive. Per una recitazione tumultuosa e svelta di tre ore abbondanti. Retta da un cast che non si dà soste, tra cambi di costume, di ruoli, di età, di dizione, di fisico e di psicologia. Attorno al mattatore Lino Guanciale, Totò il Buono, un gruppo ristretto e indiavolato, ognuno con tre-quattro ruoli da rappresentare: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. In cima, all’inizio e alla fine, nel ruolo naturalmente di Lolotte, la fatina della favola, Giulia Lazzarini, la sola milanese, novantenne. Gli allievi della scuola di teatro aiutano al “tutto è scena”, che è la verità di Brecht, all’ingresso, nell’intervallo, e soprattutto in scena, ognuno con cinque-sei cambi di personaggio e di costume. I costumi-non costumi - non disegnati cioè ma in mock-up, modelli messi su tentativamente dalle sarte con i materiali disponibili – di Gianluca Sbicca (“le vestizioni sono 235”) sono parte vivente dello spettacolo.  
Con un buonissimo programma di sala (consultabile online liberamente), ricco di molte foto di scena, e di vari saggi, di Valentina Fortichiari e altri specialisti di Zavattini e di Milano.
Curiosa opera di non milanesi, anche qui come nel film, su Milano: Paolo Di Paolo, Lino Guanciale e Longhi - solo Longhi si può dire, come già Zavattini all’epoca, milanese d’adozione. Che si fa concludere con una vibrata reprimenda\esortazione dalla “bela Madunina”, scesa dal cielo del Duomo, “tuta d’ora e piscinina”. Programmata a coronamento dello sforzo ormai quinquennale di Milano di riappropriarsi del “Miracolo” di De Sica e Zavattini, all’epoca, 1951, materia di polemiche anche aspre. Questa volta i milanesi hanno apprezzato, lo spettacolo è andato subito esaurito, e se ne fanno recite straordinarie.
Claudio Longhi, Miracolo a Milano, Teatro Strehler, Milano

venerdì 27 marzo 2026

Problemi di base veritieri - 907

spock

È saggio chi è sciocco?
 
È sciocco chi è saggio?
 
Se non c’è la verità tutto è possibile?
 
Oppure impossibile?
 
È vero quello che è falso?
 
È falso quello che è vero?


spock@antiit.eu


Pilato, il primo procuratore e giudice

Il Procuratore di Venezia, ex, sostituto Procuratore, vecchio Liberale, di quando c’erano i Liberali del Partito Liberale, seppure allo zoo, specie protetta, rifà il processo a Gesù sulle carte otto-novecentesche, di studi, analisi, ipotesi, perplessità e conclusioni non conclusive della vicenda, otto-novecenteschi. Non da storico dilettante, ma da giurista inquirente. Partendo dalla tesi, fra i tanti che se ne sono occupati, “di Weiss e Schweitzer, che Gesù avesse del regno di Dio una concezione esclusivamente escatologica, e che fosse completamente indifferente alle vicende di questo mondo”. Come dire: fate di me quello che volete, non me ne importa (Weiss non si sa, ma Albert Schweitzer sono ben 700 e più pagine per arrivare a questa conclusione).
Una serie di risvolti gialli si susseguono, che non vale rivelare. Ma chi vuole Gesù a morte è detto subito: Ponzio Pilato - prefetto della Giudea e non “procuratore”. Cioè Roma. Soldati romani lo catturarono – addirittura una coorte. E perché nel Getsemani, di notte? Qui altri due gialli si sommano. L’unica cosa che si può dire è che al riesame, semplice, del Vangeli, il “deicidio” sembra invenzione del solo Matteo.
Perché condannare Gesù? Questo si può dire: troppo popolare a Gerusalemme, appena vi era entrato, e poi col passaggio al Tempio. Tutto in pochi giorni, in poche ore. C’era una guerriglia in corso anti-romana, degli zeloti, patrioti ebrei, oggi diremmo terroristi, e Pilato non si fidava. Gesù non può essere stato condannato dal sinedrio ebraico, che le condanne a morte comminava per lapidazione. La crocefissione era “pena capitale tipicamente romana”, e fu operata da soldati romani. L’arresto sul Getsemani era stato operato da una coorte – addirittura – romana. E alle nove del mattino il prefetto Pilato era ad aspettare il reo – “Pilato era già là ad aspettarlo. Era l’ora terza” – all’apertura dell’orario d’ufficio.
La crocefissione, attestata anche da Tacito e Flavio Giuseppe, era pena terribile, oltre che infamante: “Cicerone la definiva «crudelissimum teterrimumque  suppplicium», il più crudele e odioso dei supplizi, Era una morte riservata agli schiavi turbolenti e ai provinciali ribelli”. Con la flagellazione, “che riduceva il corpo a una massa sanguinolenta, idonea ad attirare insetti e rapaci durante l’agonia”. E il sovraccarico del patibulum, “una trave pesante che sarebbe stata posta trasversalmente sul palo”. Fino al “Golgotha, luogo del cranio” - altrimenti ignoto. Romana anche la constatazione della morte, nel caso di Gesù con la lancia infilata nel costato – normalmente si faceva spezzando le gambe delle vittime, per sollecitare eventuali contrazioni spasmiche. La controprova della condanna romana, da parte di Pilato, arriva dopo la morte, quando sarà sempre Pilato ad autorizzare l’onorata sepoltura del crocifisso all’uso ebraico - da parte di Giuseppe d’Arimatea.
Pilato, insomma, un grande imbroglio. “Ad esempio, il gesto di lavarsi le mani è sicuramente una interpolazione, trattandosi di un rituale puramente ebraico estraneo alla mentalità romana” – qui con qualche dubbio: i romani non si lavavano? Ancora peggio gli è andata, aggiunge Nordio, con “gli Acta Pilati e tuti i libelli agiografici fioriti nei decenni successivi, che giunsero alla beatificazione di questo mediocre burocrate arrivista e della moglie visionaria. Se non fosse stato per Gesù, il suo nome sarebbe quasi sparito (è menzionato da Tacito e da Flavio Giuseppe)”.
Non è finita: perché solo Gesù e non anche i discepoli, che pure lo seguivano armati – lo erano anche la notte sul Getsemani? E qui insorge il problema Giuda: un discepolo che si vendeva per 30 denari - comunque non pagati dal Sinedrio, dagli ebrei? Non si sa, ma altre ipotesi sono più convincenti, soprattutto quella politica (era Giuda uno zelota, un militante nazionalista) e quella spionistica.
Un giallo dai molteplici fili, con qualche ricaduta critica sugli stessi Vangeli, su Matteo specialmente, e su Giovanni. Un passatempo, forse, del Procuratore in pensione, ma pieno di cose: il problema Gesù, il problema Giuda, il problema Ponzio Pilato. Di argomentazioni convincenti, seppure di problemi sempre aperti. E pieno di cose, seppure in poche pagine. 
A p. 40 c’è tutto, quello che un buon investigatore deve sapere: “Quando il predicatore arrivò a Gerusalemme, durante il periodo pasquale ricco di fermenti e di tensioni, la vigilanza fu intensificata. Il sospetto diventò certezza quando Gesù, con la sua irruzione al Tempio, entrò in conflitto con l’apparato sacerdotale, e soprattutto quando cominciò a circolare l’avvento di un nuovo regno. Poco importava che nella visione del suo ideatore questa realtà fosse squisitamente spirituale ed escatologica: nella cultura ebraica il Messia era anche un condottiero militare che avrebbe riportato Israele alle sue primitive grandezze”.
Carlo Nordio
, Processo a Gesù, Il Foglio, p. 64 € 1,50

giovedì 26 marzo 2026

C’è della follia nel metodo Trump

Dopo il Venezuela, il Grande Pacificatore Trump è partito all’assalto dell’Iran. Per farne una cittadella democratica? Un avamposto dell’Occidente – senza velo? Un vassallo d’Israele? Per fare un favore alle petromonarchie, sue amiche e benefattrici (i.d. sunniti contro sciiti)? Per far raddoppiare il prezzo della benzina? Non si sa. Forse soltanto fuorviato dai suoi (non eccellenti) servizi segreti. Forse dall’ignoranza (Khamenei come Maduro). Forse dal suo amico Netanyahu. E ora penserà che abbaiando penultimatum spaventa quattro pretonzoli. Mentre si sa, si vede, che più la guerra dura meglio gli ayatollah si sentono.

Si potrebbe anche pensare che il dealer per eccellenza, il venditore di polizze, questa volta ha toppato. Ma non senza conseguenze: un mese di bombardamenti e assassinii eccellenti e niente - solo mezzo mondo nei guai, specie i più poveri e deboli (con la favola delle petromonarchie disvelata - e Kiev? abbandonata alle 3 M, Macron, Meloni, Merz?).

Tanto furbo e fortunato in affari, tanto maldestro, il presidente degli Stati Uniti, nell’universo mondo, che è vasto e vario. L’Iran, attaccato proditoriamente due volte, a giugno e a febbraio, da Trump con Netanyahu, nel mezzo, in teoria, di un negoziato, venderà cara la pelle. Che altro deve fare?
Attaccare il nemico di sorpresa mentre è venuto a trattare non si è mai fatto, e quindi – porterà bene o porterà male?