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Coltello – Oggi in uso
tra i ragazzi e i mariti abbandonati, era “l’arma latina per eccellenza” di
Mussolini, ricorda Scurati in “Fascismo e populismo”, p.34, dopo il rapporto
stretto da lui instaurato dopo la guerra del 15-18, da cui usciva isolato, con l’arditismo
– gli ex galeotti utilizzati in guerra
er missioni speciali. Che hanno lasciato qualche modo di dire – “il coltello fra
i denti”.
Ma
era in uso nelle osterie romane prima del’unità, nelle memorie di viaggiatori
francesi di metà Ottocento. Soprattutto all’uscita dalle osterie – solo a Roma
allora il coltello faceva un morto al giorno, così si diceva.
Comunista-tipo – È quello dei film americani del dopoguerra. È – era – uno di noi,
secondo il non simpatizzante Ennio Flaiano, quando faceva il critico
cinematografico, tardi anni 1940 soprattutto, anni non ancora di guerra fredda con
ombrelli atomici. Come ogni altro “cattivo” va raffigurato, spiega Flaiano nella
noterella cinematografica “Una nuova maschera” (ora in “Chiuso per noia”) come
noi, come se fosse uno di noi: “Oggi”, 1949, “il Nemico è il Comunista. Perciò
lo schermo americano tiene ad avvertirci che il «comunista-tipo» non è poi così
brutto come lo dipinge la solita paura…. Anzi, il «comunista-tipo» è un buon
diavolo, arrivato al comunismo attraverso molti complessi di inferiorità, o per mancanza di affetti: un buon diavolo che si adatterà volentieri a indossare una
marsina o a mangiare il pollo con le forchetta purché lo si convinca con
l’Amore…. Il comunista rivoluzionario, l’organizzatore, l’agitatore «non
esistono in natura». I fratelli Pajetta sono un’allucinazione collettiva, forse
uno spauracchio agitato dal Partito. Meglio ancora: sono «mostri» che al primo
bacio d’amore perdono le zanne e diventano bei principini….”.
Umberto Eco – “Eco, vana
voce”, è un palindromo di Bartezzaghi sul “Venerdì di Repubblica” – “in
riferimento alla povera ninfa clamans del
mito di Narciso e non certo al per niente vano Umberto”.
Fate – Fate fatue? “Il nome delle fate, eredi delle ninfe, deriva
dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatue, nome che si
riferisce al fari profetico”, fari come parlare, “prima di dare
origine, in francese e in italiano, alla parola fatuità” – Roberto Calasso, “La
follia che viene dalle ninfe”, 30.
Fiaba – La ragione ultima – e prima
–per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza
l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza” – C. Pavese,
“Raccontare è monotono”,1949, in “Raccontare è come ballare”.
Giallo-omicidi – “Il nostro è il Paese con il secondo
più basso numero di omicidi in Europa”, in rapporto alla popolazione – Giancarlo
de Cataldo, “Il noir è sovversivo”. E
“la percentuale di risoluzione supera in
90 per cento”, nelle indagini di polizia.
Kitsch – “Ciò che oggi chiamiamo kitsch non
coincide più con il cattivo gusto. Il cattivo gusto appartiene ancora
all’estetica: presupponeva la possibilità del bello e, dunque, anche quella del
suo fallimento. Il kitsch contemporaneo è qualcosa di più radicale. Non riguarda
le forme, ma il governo delle forme: non è un’estetica ma un dispositivo. La
sua funzione è neutralizzare ogni esperienza autentica dell’opera,
sostituendola con un consumo immediato del suo significato – Eduardo Cicelyn,
“La tentazione del kitsch che calpesta la storia”.
Nemico – Non è malvagio: al cinema va raffigurato, spiega Flaiano nella nota “Una nuova maschera
a proposito del comunista-tipo”, a due teste. Come “nato dall’incontro di due
esigenze, una drammatica e l’altra psicologica. Riassume cioè i miti della
«bella addormentata» e del «principe-mostro» (miti fiabeschi che il cinema non
si stancherà mai di rappresentare), e li giustifica con quella tendenza collettiva
all’ottimismo che consiglia di raffigurare il Nemico come un essere che ha gli
stessi nostri pregi e difetti, cioè come un essere convertibile alla nostra
stessa causa, addirittura amabile”.
Pettegolezzo – “La letteratura,
insegna Marcel, è una forma altissima e bassissima di pettegolezzo” – Chiara
Valerio, “Robinson”, “My funny Albertine”.
Marcel
è naturalmente Proust.
’47 - Il
1947, l’anno in cui Orson Welles volle girato a Roma “Cagliostro” (“grosso film
d’appendice assolutamente privo
d’interesse”), l’anno dopo il voto alla donne e la proclamazione della Repubblica,
che ora si celebra, “era l’anno delle difficoltà per la nuova Repubblica”, annota
Flaiano critico cinematografico il 4 giugno 1949 (“Cagliostro”, in “Chiuso per
noia”): “De Nicola, angosciato da dubbi (De Nicola aveva votato per la monarchia
al referendum, n.d.r.), abitava in quattro stanze a palazzo Giustiniani, si lagnava
di non avere il mare sotto casa come a Torre del greco, e il Quirinale era stato
affittato agli americani che vi giravano, appunto, ‘Cagliostro’… Il ’47 è stato
un anno difficile, ed è tutto qui: Togliatti e Nenni che preparavano il voto decisivo
per onorare il centenario del ‘Manifesto comunista’, gli americani che colgono
fiori nel giardino del re; la buona piccola società romana che ammira Orson
Welles, mentre le signore ricominciano a mettersi penne in testa e a organizzare
balli di beneficenza”.
Poeta - È “il pioniere e l’epigono. Il
primo inventa, comprende e passa oltre, il secondo, toccato dall’evidente ambiguo
fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci
costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve” - C. Pavese,
“Poesia è libertà”, una riflessione del 1949, pubblicata postuma, ora in
“Raccontare è come ballare”.
Poetica del fascismo – Pavese si fa sollecitare
da “un intelligente lettore” che, a proposito del suo saggio “Il mito” gli scrive: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo
vista anche troppa nel ventennio?” – in uno degli ultimi scritti, “Due
poetiche”, del 14 giugno 1950 (ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”).
E risponde: la poesia “nasce su un mito”, ma non necessariamente prende “lineamenti
rarefatti, demoniaci o angelici, appunto mitici”. Ma è vero, “tutti oggi sentiamo
fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi generi ormai codificati – il
poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la prosa evocativa, il capitolo, la favola
realistico-magica, ecc. Essa ha dominato in Italia tra le due guerre… - insieme
alla prosa saggistico-ironica, all’«elzeviro»”.
Racconto – Un buon racconto
è come il mito, si spiega Pavese nel saggio “Raccontare è monotono”, del 1949,
ripescato nell’antologia “Raccontare è come ballare”, o come una nuotata: “Narrando non si esce dal
gorgo della naturalità, così come nuotando non si esce dall’acqua, e la massa
indistinta dell’acqua sostiene e determina
il movimento, dà loro un senso e un fine. La chiarezza del racconto corrisponde
alla funzionalità del nuoto – gesti nitidi e precisi che si modellano
sull’acqua indistinta e la modellano in cerchi, in impulsi, in giochi di
schiume”.
Con
un dubbio: “Dobbiamo concludere che tutto nella narrativa è stile, così come nel nuoto?” Cui si
risponde: “Evidentemente, quando per stile s’intenda tutta la composizione –
parole, passaggi, taglio di scene, caratteri, cadenze e riprese”.
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