Cerca nel blog

sabato 15 agosto 2026

Letture - 620

letterautore


Coltello
– Oggi in uso tra i ragazzi e i mariti abbandonati, era “l’arma latina per eccellenza” di Mussolini, ricorda Scurati in “Fascismo e populismo”, p.34, dopo il rapporto stretto da lui instaurato dopo la guerra del 15-18, da cui usciva isolato, con l’arditismo – gli ex galeotti utilizzati  in guerra er missioni speciali. Che hanno lasciato qualche modo di dire – “il coltello fra i denti”.
Ma era in uso nelle osterie romane prima del’unità, nelle memorie di viaggiatori francesi di metà Ottocento. Soprattutto all’uscita dalle osterie – solo a Roma allora il coltello faceva un morto al giorno, così si diceva.
 
Comunista-tipo – È quello dei film americani del dopoguerra. È – era – uno di noi, secondo il non simpatizzante Ennio Flaiano, quando faceva il critico cinematografico, tardi anni 1940 soprattutto, anni non ancora di guerra fredda con ombrelli atomici. Come ogni altro “cattivo” va raffigurato, spiega Flaiano nella noterella cinematografica “Una nuova maschera” (ora in “Chiuso per noia”) come noi, come se fosse uno di noi: “Oggi”, 1949, “il Nemico è il Comunista. Perciò lo schermo americano tiene ad avvertirci che il «comunista-tipo» non è poi così brutto come lo dipinge la solita paura…. Anzi, il «comunista-tipo» è un buon diavolo, arrivato al comunismo attraverso molti complessi di inferiorità, o per mancanza di affetti: un buon diavolo che si adatterà volentieri a indossare una marsina o a mangiare il pollo con le forchetta purché lo si convinca con l’Amore…. Il comunista rivoluzionario, l’organizzatore, l’agitatore «non esistono in natura». I fratelli Pajetta sono un’allucinazione collettiva, forse uno spauracchio agitato dal Partito. Meglio ancora: sono «mostri» che al primo bacio d’amore perdono le zanne e diventano bei principini….”.
 
Umberto Eco – “Eco, vana voce”, è un palindromo di Bartezzaghi sul “Venerdì di Repubblica” – “in riferimento alla povera ninfa clamans del mito di Narciso e non certo al per niente vano Umberto”.
 
Fate – Fate fatue?  “Il nome delle fate, eredi delle ninfe, deriva dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatue, nome che si riferisce al fari profetico”, fari come parlare, “prima di dare origine, in francese e in italiano, alla parola fatuità” – Roberto Calasso, “La follia che viene dalle ninfe”, 30.
 
Fiaba – La ragione ultima – e prima –per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza” – C. Pavese, “Raccontare è monotono”,1949, in “Raccontare è come ballare”.
 
Giallo-omicidi – “Il nostro è il Paese con il secondo più basso numero di omicidi in Europa”, in rapporto alla popolazione – Giancarlo de Cataldo, “Il noir è sovversivo”. E “la percentuale di risoluzione  supera in 90 per cento”, nelle indagini di polizia.
 
Kitsch – “Ciò che oggi chiamiamo kitsch non coincide più con il cattivo gusto. Il cattivo gusto appartiene ancora all’estetica: presupponeva la possibilità del bello e, dunque, anche quella del suo fallimento. Il kitsch contemporaneo è qualcosa di più radicale. Non riguarda le forme, ma il governo delle forme: non è un’estetica ma un dispositivo. La sua funzione è neutralizzare ogni esperienza autentica dell’opera, sostituendola con un consumo immediato del suo significato – Eduardo Cicelyn, “La tentazione del kitsch che calpesta la storia”.
 
Nemico – Non è malvagio: al cinema va raffigurato, spiega Flaiano nella nota “Una nuova maschera a proposito del comunista-tipo”, a due teste. Come “nato dall’incontro di due esigenze, una drammatica e l’altra psicologica. Riassume cioè i miti della «bella addormentata» e del «principe-mostro» (miti fiabeschi che il cinema non si stancherà mai di rappresentare), e li giustifica con quella tendenza collettiva all’ottimismo che consiglia di raffigurare il Nemico come un essere che ha gli stessi nostri pregi e difetti, cioè come un essere convertibile alla nostra stessa causa, addirittura amabile”.
 
Pettegolezzo – “La letteratura, insegna Marcel, è una forma altissima e bassissima di pettegolezzo” – Chiara Valerio, “Robinson”, “My funny Albertine”.
Marcel è naturalmente Proust.
 
’47 - Il 1947, l’anno in cui Orson Welles volle girato a Roma “Cagliostro” (“grosso film d’appendice assolutamente  privo d’interesse”), l’anno dopo il voto alla donne e la proclamazione della Repubblica, che ora si celebra, “era l’anno delle difficoltà per la nuova Repubblica”, annota Flaiano critico cinematografico il 4 giugno 1949 (“Cagliostro”, in “Chiuso per noia”): “De Nicola, angosciato da dubbi (De Nicola aveva votato per la monarchia al referendum, n.d.r.), abitava in quattro stanze a palazzo Giustiniani, si lagnava di non avere il mare sotto casa come a Torre del greco, e il Quirinale era stato affittato agli americani che vi giravano, appunto, ‘Cagliostro’… Il ’47 è stato un anno difficile, ed è tutto qui: Togliatti e Nenni che preparavano il voto decisivo per onorare il centenario del ‘Manifesto comunista’, gli americani che colgono fiori nel giardino del re; la buona piccola società romana che ammira Orson Welles, mentre le signore ricominciano a mettersi penne in testa e a organizzare balli di beneficenza”.
 
Poeta - È “il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre, il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve” - C. Pavese, “Poesia è libertà”, una riflessione del 1949, pubblicata postuma, ora in “Raccontare è come ballare”.
 
Poetica del fascismo – Pavese si fa sollecitare da “un intelligente lettore” che, a proposito del suo  saggio “Il mito” gli scrive: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo vista anche troppa nel ventennio?” – in uno degli ultimi scritti, “Due poetiche”, del 14 giugno 1950 (ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”). E risponde: la poesia “nasce su un mito”, ma non necessariamente prende “lineamenti rarefatti, demoniaci o angelici, appunto mitici”. Ma è vero, “tutti oggi sentiamo fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi generi ormai codificati – il poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la prosa evocativa, il capitolo, la favola realistico-magica, ecc. Essa ha dominato in Italia tra le due guerre… - insieme alla prosa saggistico-ironica, all’«elzeviro»”.
 
Racconto – Un buon racconto è come il mito, si spiega Pavese nel saggio “Raccontare è monotono”, del 1949, ripescato nell’antologia “Raccontare è come ballare”, o come una nuotata: “Narrando non si esce dal gorgo della naturalità, così come nuotando non si esce dall’acqua, e la massa indistinta dell’acqua  sostiene e determina il movimento, dà loro un senso e un fine. La chiarezza del racconto corrisponde alla funzionalità del nuoto – gesti nitidi e precisi che si modellano sull’acqua indistinta e la modellano in cerchi, in impulsi, in giochi di schiume”.
Con un dubbio: “Dobbiamo concludere che tutto nella narrativa è stile, così come nel nuoto?” Cui si risponde: “Evidentemente, quando per stile s’intenda tutta la composizione – parole, passaggi, taglio di scene, caratteri, cadenze e riprese”.

letterautore@antiit.eu

Il genio perduto dei luoghi

"Quel complesso puzzle che è l’idea classica della sacralità dei luoghi” è il tema di questa riflessione. Di cui le ninfe, così numerose, varie e incerte, sono state e restano le animatrici, il soggetto attivo, legato alle acque – ma non soltanto alle acque (Oceanine, Nereidi, ninfe del mare, Naiadi, dei fiumi e le fonti), anche dei monti (Oreadi), delle valli (Napee), dei boschi, Aldeidi, degli alberi, Driadi e Amadriadi. Di un mondo muto animato - poi anche romano, e bizantino, si può aggiungere, e russo (le rusalka). Figlie di Zeus, o delle acque, immortali e mortali, a volte infanti, a volte guaritrici, o profetesse, ma tutte vergini, ornate di fiori, in “vesti leggere fluenti”. Lo spirito dei luoghi.
Bevilacqua è un camminatore esperto, come si suol dire, e felice. Esperto di ogni singola piega e di ogni singola efflorescenza delle sue montagne in Calabria, sull’Aspromonte, per le Serre, sulla Sila e per il Pollino, di cui è felice narratore – una sorta di curatore-creatore della natura locale (di cui i locali purtroppo, dal recente passato di fatica contadina, poco si curano), in raccolte che sfidano il tempo – “Le fantasticherie del camminatore errante”, “Il paesaggio rivelato (Calabria esotica)”, “Lettere meridiane”, “Sulle tracce di Norman Douglas” tra i tanti.  In questo volumetto, da lettore oltre che camminatore e anzi persona di vasta cultura, si applica e fare emergere, in forma di saggio,  rileggendone la mitologia e la trattatistica, il “genius loci”, il “daimon” di ogni luogo. Di ogni comunità non solo, ma anche di ogni anfratto e specie.
Bevilacqua ne ripercorte la trattatistica, di cui dà la bibliografia in appendice, da Servio e Esiodo, i primi accenni, a Vito Teti. Con molto Platone naturalmente, e Emerson, Thoreau, Hadot, La Cecla, Turri, Augé, Assunto, Bodei, molto Hillmann, recente, Eliade, Calasso, Norberg-Schulz, il “processo di individuazione” di Jung (“Anima e terra”). E i poeti: Omero naturalmente, Eliot, Pound, Heine, Rilke – ma in letteratura i richiami sarebbero interminabili (molto avrebbe giovato Whitman). E Vernon Lee (la prima che vi si è rifatta, con vari racconti, alcuni raccolti da Sellerio) nella narrativa forse meglio di Buzzati - o il non considerato Alvaro.
Un saggio su un bisogno, forse a questo punto, più che su un fatto. Un bisogno di confermarsi che nasce dall’abbandono dei luoghi, per l’emigrazioene, o la semplice, inevitabile, inesorabile, urbanizzazione. Non c’è più il genius loci nemmeno nelle piccole comunità ancora persistenti, si può aggiungere, luoghi e acque che si caratterizzavano per una onomastica e toponomastica minutissima, che magari l’Igm ancora documenta, l’hanno svanita del tutto, anche per i residenti,  nell’arco di una generazione o due, con la prima urbanizzazione postbellica. Non si sa dove si abita, e non  interessa.
Con due fastidiosi refusi (per Heidegger), alle pp. 31 e 33, non comuni per questo editore.
Francesco Bevilacqua, Genius Loci, Rubbettino, pp. 85 € 8

venerdì 14 agosto 2026

Problemi di base ambientali - 927

spock 


L’ambiente va protetto distruggendolo?
 
Con auto faraoniche?
 
Con le pale eoliche e i pannelli solari?
 
Col bosco verticale?
 
Con i grattacieli?
 
Con i data center?

spock@antiit.eu

Mussolini eterno

“Mussolini non fu soltanto l’inventore del fascismo, il fondatore dei Fasci di combattimento e del Partito nazionale fascista; fu anche l’ideatore di quella prassi, comunicazione e leadership politica che noi oggi chiamiamo populismo sovranista”. Insomma, ci siamo capiti, Meloni – il sottotitolo è “Mussolini oggi”.
È il discorso con cui Scurati ha partecipato nel 2022 alle Rencontres Internationales de Genève, un “dialogo culturale” che si tiene ogni anno tra gli amanti della pace. “La mia relazione fu presentata”, spiega, “giovedì 29 settembre, pochi giorni dopo le elezioni politiche italiane”. E per questo tanto più oggi ci tiene, per “il timbro di orazione civile e la vena di commozione che (lo) caratterizzano anche per via del momento storico in cui fu concepito e pronunciato”.
Ma senza novità. L’ennesimo ritratto di Mussolini, pieno di sé – il combattente – cinico, fortunato, violento. E opportunista: “Io sono l’uomo del dopo”, di se stesso dicendo, di quando le cose hanno preso il loro verso. Dal socialismo all’arditismo – degli avanzi di galera, le squadracce. Insomma, quello che si sa, a ufo.
L’eterna aneddotica – a naso il tema e la fatica di metà buona della storiografia italiana contemporanea, tra Mussolini, fascismo, guerre, totalitarismo e tematiche affini.
Dopo averne scritto per migliaia di pagine nei suoi romanzi storici della seria “M”, Scurati evidentemente non ne è stufo. Non ci evita nemmeno il “corpo” del duce (ma perché non si fa il corpo del Führer? Non si spogliava, certo, ma allora il magnetismo della voce, perché no, migliaia di pagine se ne potrebbero estrarre).
Con un nota finale, intitolata “Democrazia”, in cui Scurati, senza volerlo, si racconta impolitico: quando cadde il Muro di Berlino aveva vent’anni, e non se ne accorse. Male, no? 
E il populismo?

Antonio Scurati, Fascismo e populismo, “la Repubblica”-Giunti, pp. 91 € 9,90

giovedì 13 agosto 2026

Con la Germania a destra sarà dura

Si dice Germania, ma s’intende il governo. Si dice il governo Merz, ma non si intende il cancelliere, uno che sembra finto, messo là per ammortizzare il passaggio della Dc tedesca, la Cdu-Csu, dalla finta sinistra di Merkel a una solida destra, in grado di disinnescare la sfida di Alernative für Deutschland. E questo non lo fa Merz, lo fa Alexander Dobrindt.  
L’uomo forte è il ministro dell’Interno e capo della Csu, “un bavarese talmente raffinato che sembra finto”, così ritratto una quindicina d’anni fa su questo sito, allora capo della Csu, la Dc bavarese. Con barca di lungo pescaggio - e residenza, si suppone, sulla Costa Brava, allora molto pregiata, non solo dai mafiosi italiani (le sue intemperanze scaricava sul Mediterraneo, ma su Grecia e Italia, Spagna esclusa). Quello che nel 2016 disse no alla Fiat di Marchionne, il salvatore dell’auto, in Europa e negli Usa, che si proponeva di tirare la Opel fuori dai guai – no, disse Dobrindt, ci vogliono quarti di nobiltà, meglio la Francia, meglio Peugeot (che di Opel tedesche in Germania ora ne produce meno che di Fiat in Italia).
Dobrindt ricorre variamente in questo sito. Per capire con chi avrà da fare Piantedosi per gli immigrati che non piacciono, se ne può leggere nel nostro “Gentile Germania”, 2014:   
“Giovanile, velista, spigliato, un bavarese così raffinato da parere finto, Alexander Dobrindt ha impazzato contro l’Italia per tutto il 2012, fino a Natale, nel quadro d’una crociata anti-mediterranea, Spagna esclusa – per essere la Spagna mezzo visigota? o mezzo atlantica: su che mare ha casa l’onorevole Dobrindt? “Vedo la Grecia fuori dall’euro nel 2013”, confidò alla Bild alla vigilia delle ferie estive. Alla vigilia di Ferragosto attaccò l’Italia sul Tagesspiel, pigliandosela con Draghi, in quanto presidente Bce: “Salta all’occhio che Draghi si attiva sempre e fa acquistare Btp dalla Bce ogni volta che l’Italia è alle strette”. E intimandogli: “Decida da che parte sta: dalla parte dell’Unione nella stabilità o da quella dei Paesi in crisi, che tentano, zitti e mosca, di mettere le mani sui soldi dei contribuenti tedeschi”.
“Il Tagespiel lo commentò beffardo (i bavaresi non hanno buona stampa in Germania) con la prima del Giornale di Berlusconi: un QUARTO REICH a tutta pagina. Sommario: “I no della Merkel e della Germania rimettono in ginocchio noi e l’Europa”. E di spalla: “I tedeschi salvatori dell’euro? Macché, spende di più l’Italia”. Ma niente, a fine mese Dobrindt tornò alla carica, precipitando un’altra crisi per l’Italia e la Grecia, sempre via Bild, in quattro punti: 1) “Più tempo per la Grecia significa più oneri per la Germania. Non lo permetteremo. Ciò che ci vuole è una roadmap, che parta da un’ordinata uscita della Grecia dall’euro”; 2) Draghi, comprando titoli di paesi deboli, aiuta la speculazione e “fa della Bce una banca dell’inflazione”: a) “La politica di Draghi è ad alto rischio, per l’import trans-frontaliero del caro interessi”, b) “Draghi usa la Bce come uno scambiatore, per trasferire denaro dai solidi Nord ai Sud deficitari”. A novembre Dobrindt si ripeté, sempre con la Bild: “Il condono del debito greco sarebbe la rottura degli argini”. Con scarso esito a quel punto, la speculazione fu poco incisiva e Dobrindt sparì. Anche perché, dopo tanto tuonare, lui stesso precisava: “Il salvataggio della Grecia costa al contribuente tedesco per la prima volta soldi veri”.”

Ranucci o della giustizia politica

Non si dovrebbe mescolare il giornalismo con la giustizia, ma è la realtà in Italia - non ce n’è altra: i Procuratori fanno i giornalisti, i giornalisti fanno i Procuratori, e i Tribunali seguono l’onda  - chi si ricorda una sentenza fuori onda? Il caso Ranucci, uno che non capisce nemmeno quello che ha fatto, di balordo e anche di malvagio, fa il paio con l’inettitudine dei giudici, ormai accodati al primo che passa e gli abbaia. L’ultima assemblea del sindacato dei giudici, l’Anm, si ricorda perché, nell’Aula Magna della Cassazione, il top del top, si alzò in piedi per applaudire l’ingresso di Ranucci - e ora sono i soli a non protestare contro il conduttore che si appropria della memoria di Falcone e Borsellino.
Che ora Ranucci sia risparmiato dalle indagini sulla finta bomba a casa sua, e anche come direttore o caporedattore tv che si fosse permesso un decimo degli attacchi, le insinuazioni, le malversazioni (sì, il massacro dei vinai italiani, per nome, fatto senza contraddittorio da un redattore-vinaio in proprio), è la normalità. Mentre altrove sarebbero state sanzionate in tribunale, in Italia no, furono e sono osannate, perché “Ranucci è tutti noi”. E che tutti i giudici sono Ranucci, questa è la verità della cosa.

 

Se gli Usa sono al carro degli ayatollah

La portaerei senza acqua né cibo, gli arsenali vuoti per i bombardamenti sull’Iran – e per avere venduto all’Europa, perché li venda all’Ucraina, missili anti-missili e altra roba del genere. I generali che criticano il loro ministro, e ance il Presiidente. Il Presidente che dice di volere solo pace e moltiplica i bombardament, nelo Yemen, in Iran e dove capita – indiscriminati, come sono e non possono non essere tutti i bombardamenti aerei, anche se i media li vogliono “mirati”, donne e bambini non esclusi (anzi obiettivi che significano la pelle salva per il pilota). Gli Stati Uniti sono soliti all’autoflagellazione, salva la coscienza – “siamo poveri, disarmarti, mal guidati, cattivi e perdenti” – e questa all’Iran non fa eccezione. Ma questa volta con più riscontri.
È un fatto che la guerra all’Iran, che il Pentagono sapeva ­ - come lo sa chiunque sia mai stato in Iran, pre e post-khomeinista (un Paese troppo grande per le bombe aeree, e inattaccabile da terra) - non doversi mai fare, per nessun motivo, è sta fatta, due volte, ed è perduta. A tutti gli effetti: politicamente, militarmente, economicamente. Per gli Stati Uniti, per gli europei incolpevoli (colpevoli di non contare), e per le petromonarchie, già suddite americane felici e contente che ora scappano da tutte le parti.
Si vule che Trump sia stato subornato da Netanyahu, per i troppi affari della sua famiglia in Israele. Puo’ darsi, ma questo non spiega l’errore Iran. Ben più vasto – la guerra è un affare serio - e soprattutto ben noto in Israele, al governo e nella intelligence. Una diplomazia che sa tutto di tutti, e una potenza militare senza eguali nel mondo intrappolatì da una squadra di ayatollah, sia pure eredi di una cultura plurimillenaria degli affari del mondo, è una situazione, se non già di cordoglio, molto imbarazzante. Molto: le conseguenze non sono ancora chiarite, ma già molte cose sono cambiate, a Hormuz e nella penisola arabica, negli approvvigionamenti energetici, e per l’Europa, specie per i Paesi petrodipendenti come l’Italia.

 

Vecchia e nuova geografia politica in M. Oriente

“Per molti versi, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la guerra di Gaza che l’ha preceduta sembrano transformative”, innovative, tali da avere modificato gli equilibri preesistenti: “Dopo decenni di guerra sotterranea, Iran e Israele si sono ora attaccati direttamente a vicenda. E Israele e gli Stati Uniti hanno unito le forze in un modo davvero nuovo per condurre una guerra contro l’Iran”. Non è tutto. “La Repubblica islamica ha perso il suo leader supremo dopo 36 anni e gran parte delle sue infrastrutture di difesa”.
Ma poi? La Repubblica Islamica si è per questo arresa, o è sulla difensiva? A ogni sguardo no – questo lo studioso non dice, ma lascia implicito nella sua ortopanoramica aggiornata. Anche perché “gli stati del Golfo, un tempo in gran parte in grado di rimanere fuori pericolo, hanno visto i loro impianti energetici, aeroporti e hotel andare in fiamme”. E quindi non sono già più “allineati e coperti” con gli Stati Uniti – e con lo stesso Israele.
Molto è cambiato con la Guerra di Trump e Netanyahu, ma in meglio? Il Medio Oriente è quello che era, prima delle ultime guerre, un’area senza equilibri solidi, e quindi di incertezze. Peggiorate, in numero e consistenza, Non sono diminuite con la mano dura di Trump, e anzi si sono moltiplicate, in numero e forse in pericolosità.
L’autore è accedemico emerito di Studi politici all’università Texas A&M, e membro del Middle East Institute.
F. Gregory Gause III, The Middle East, Old and New,”Foreign Affairs”, sett.-ott. 2026, online il 30 luglio, in libera lettura, anche in italiano, Il Nuovo Vecchio Medio Oriente

 

mercoledì 12 agosto 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (640)

Giuseppe Leuzzi


Sulle 70 località di mare più pregiate per gli investimenti immobiliari del supplemento “L’Economia” del “Corriere della sera” solo dieci sono al Sud, e quasi tutte nella gloriosa “Costiera”, con Capri e Anacrapri. E ovviamente Taormina. L’unica novità è Cetara. E questi sono dati, non si possono contestare.
Nella Top Venti c’è solo Capri – che resiste anche nella Top Dieci. Il Sud non è più nemmeno il paese d’o sole.
 
Il 9 agosto 1998 il “Corriere della sera” dedicava una pagina alla Calabria con questo titolo (lo ricorda il reprint dell’edizione di quel giorno): “Calabria, tra le speranze tradite resiste una virtù: l’accoglienza”. È una pagina di un “Viaggio in Italia” di Enzo Baigi. Che sceglie di far parlare personaggi “positivi”, come ce ne sono ovunque: la baronessa Cordopatri (“essere proprietari qui vuol dire solo fare sacrifici”), Vittorio De Seta, don Massimo Alvaro, il fratello, il vescovo trentino di Locri, mons. Bregantini (“la prima parola che ho imparato in Calabria è stata «favorite»” – “La famiglia che viaggiava in treno con noi, eravamo due studenti, rimasti senza pane, prima di darne una fetta al loro bambino, la porse a noi”).
Il garbo, che non è classista.
 
Biagi vuole anche lui come Sciascia il suo capitano dei Carabinieri. Il suo capitano si chiama Oresta, è romano, ma asciutto – più di Sciascia.“Mafioso si nasce o si diventa?”, gli chiede Biagi. “Credo che si diventi”. “Un uomo d’onore chi è?” “Non esiste più”. Infatti solo il giudice Gratteri ci crede (per vendere i libri con Nicaso?).
 
Troppe lodi al Sud
Quest’anno non è il solito antipatizzante Gian Antonio Stella, è il giornale, il “Corriere della sera”, che s’indigna: “Maurità, Calabria batte Lombardia 16 a 1” – di “lodi” alla Maturità. E com’è possiible, se “il Sud è sul podio anche se ha risultati peggiori nei test Invalsi”. La cosa è poi corretta (“Calabria e Puglia in testa nonostante i risultati più bassi nelle prove Invalsi”), ma giusto per consentirsi un altro grande titolo.
È un progresso. Non c’è più la mafiosità di insegnanti e commissari quest’anno, ma l’indignazione c’è uguale. Per tutta una pagina. Di dati e commenti.
Il problema è che ci sono 760 lodi in Lombardia e 1.042 in Calabria, dieci milioni di abitanti contro due. Peggio ancora forse con la Puglia, 760 contro 2.104, dieci milioni contro quattro. Si potrebbe anche dire che i lombardi sono ignoranti perché sono massicciamente pugliesi e calabresi, da un paio di generazioni. Si potrebbe obiettare che si conosce più di una fanciulla delle meridionali lodi che si sono già assicurate, prima ancora dela lode, un posto a Medicina alle università di Roma e di Milano – qualcuna anche con borsa di studio. Ma non si scherza.
Il solenne quotidiano però non sa che si arriva alla Maturità con una valutazione numerica esito di un curriculum regolato da precise norme e criteri, che la commissione d’esame non può migliorare che di cinque punti, lode compresa. E non si chiede, neppure per ipotesi, figurarsi, l’essenziale: come sono, e come funzionano e a che cosa servono (come sono percepite) le scuole in Lombardia. Perché mai i ragazzi arrivano alla maturità con medie così scadenti, non ci sarà un problema di metodo, o di percezione, non ci sarà un problema di famiglie, non ci sarà un vuoto generazionale.
L’alfatetizzazione era un pietra al collo del Sud molti anni fa, quando il Sud era campagnolo e disperso, oltre che povero. Ora sono almeno due generazioni che i ragazzi del Sud si fanno mediamente cinque ore di bus, tra mattina e sera, con levata alle sei, e anche alle cinque, e ritorno a casa alle tre e mezza del pomeriggio, in Calabria su strade dell’Ottocento, di curve e controcurve, che seguono passo passo le anfrattuosità del terreno, e nel mezzo un panino. Forse in queste condizioni uno non ha di meglio che imparare, qualcosa.
Troppe lodi al Sud? Sì. Ma il troppo è di gelosia – di meraviglia maligna: il retropensiero essendo “che può venire di buono dal Sud?” L’Italia è bella e buona col Sud, e sempre gli dà qualcosa. Ma i Lep sono una palla al piede, non rivalutabile – anzi aggravata col passare del tempo, altro che eguaglianza di opportunità, altro che democrazia, qui contano i ricchi. E forse per questo producono miracoli - i Lep non i ricchi (quelli del Nord-Est, poi, sono particolarmente sterili). Non è più di un’ipotesi, ma anche questa conta, no?
E questo non è un problema di comunicazione, di giornalismo, di chi fa le pagine e di chi le scrive. È proprio un fatto di mentalità. “Come si permettono, razza d’ignoranti?”, vuole dire il “Corriere della sera”. Mentre la cosa è semplice: perché la scuola di Bergamo deve essere migliore di quella di Catanzaro?
 
C’è un Sud (e un Nord) anche in letteratura
A  proposito di un film restaurato e rimesso in circolazione dalla Cineteca di Bologna,”La morte corre sul fiume” – “un capolavoro fuori del tempo, di valore assoluto”, in una recensione da titolo “Il cacciatore Robert Mitchum”, ora nella mini-antologia  “Scritti di cinema”, Goffredo Fofi adombra una “letteratura meridionale”, del Sud degli Stati Uniti. Il fim è stato tratto dal romanzo dallo stesso titolo di Davis Grubb, “meridionale del West Virginia”: “Grubb non scrisse altre cose dello stesso valore, ma questo romanzo è diventato presto un classico dela letteratura nordamericana, in particolare della letteratura del Sud degli Stati Uniti, al paio del ‘Buio oltre la siepe’ di Harper Lee, con cui ha molti punti di contatto”.
Un gruppone se ne potrebbe estrapolare della letteratura americana che ha tempi e sintassi del Sud: Flannery O’Connor, Faulkner, Tennessee Williams, Carson McCullers, che infatuò la snobissima Annemarie Schwarzenbach (che più che altro praticava l’amore de loin, alla provenzale, con infuocate missive), da storie della letteratura. E Margaret Mitchell, “Via col vento”. Mentre si penserebbe meridionale ma è “settentrionale”, all’anagrafe e di sentimentalità, Beecher Stowe (“La capanna dello zio Tom”).
 
Le radici come un peccato
“Talvolta se mi accosto a questa terra ne ho un urto impietoso che mi rapisce come un’acqua in piena e vuole sommergermi” - è Cesare Pavese che parla, delle sue Langhe, in una prosa della sua collettanea “Feria d’agosto”, nel felice 1946, “Mal di mestiere”: “Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chissà dove. Sono fatto pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta che l’istinto di rapprendermi in parole….”.
Il radicamento s’impone, e finisce nella “restanza”, ultimamente teorizzata da Teti. Pavese vi è immerso, benché uomo di città: a 21 anni si laureava con un lungo lavoro su Walt Whitman, fu esperto americanista, si fidanzerà pure (imnaginò di essersi fidanzato) con una diva di Hollywood, ma era terragno – la stessa scelta di Whitman evidentemente, il primo e grande poeta delle radici, rientra in questa sua natura.
E – ma – se ne fa una colpa: le parole non sono nulla, e il radicamento “è insomma peccato, come il libertinaggio, come il sadismo e l’ubriachezza”.
È un capitale, ma è un limite – si soggiace al radicamento come a una debolezza. Non come dice Pavese, forse, non per un desiderio, o una deriva, di eccessi, ma per un limite costituzionale (si nasce con l’ambiente, l’imprinting  è esteso – a partire, certo, anche dalla parola, se è un dialetto, una parlata circoscritta, come familiare).
 
Il mito scoperto a Brancaleone
Si rileggono con stupore le riflessioni sul mito che Pavese è andato sviluppando nel 1949-1950, nei “Dialoghi con Leucò”, in “Feria d’agosto”, in scritti sparsi ora radunati nella raccolta “Raccontare è come ballare”. Per l’acutezza, e per l’eleganza dell’ordito, dell’argomentazione, esito evidente di lunga riflessione. Ma col dubbio: perché non c’è un Pavese “mitico” prima dell’isolamento coatto al confino politico, l’antico ostracismo, in una remota plaga della Calabria jonica, che si proietta o specchia, anche se solo idealmente, nella Grecia, jonica e corinzia?
La scoperta avviene in questo luogo, a Brancaleone, conglomerato isolato di poche case e molte agavi, congiunto al mondo da una “littorina” che si ferma una o due volte al giorno. Passeggiando davanti al mare, che è quello della Grecia. E per un garbo dei locali, pure poveri per lo più e isolati, che sa di antica civiltà, quella della sacralità dell’ospite, dell’accoglienza.
Fa un curioso effetto un “Pavese calabrese”, poiché tutto cozza, la sua natura contadina delle remote Langhe, il cosmopolitismo torinese, la formazione e passione culturale anglo-americana, specialmente caratterizzante negli anni 1930, la vita (e la morte) da urbano sradicato. Ma ci sono le date, c’è la corrispondenza dal confino con la sorella, e ci sono le opere - il racconto “Il carcere”, probabilmente la prima scrittura narrativa di Pavese, anche se pubblicata tardi, i tanti saggi poi raccolti nel 1949 in “Feria d’agosto”, i “Dialoghi con Leucò”, il libro più amato, che si portò in albergo il giorno del  suicidio.
 
La mafia della giustizia
Dell’ennesima mega-assoluzione all’ennesimo mega-processo del giudice Grateri quando era a Catanzaro si ride – otto condanne e sessanta assoluzioni (condanne per reati amministrativi: patente, porto d’armi…). Anche se ha rovinato – provato a rovinare – una azienda familiare di tre generazioni  attiva e produttiva nel trattamento dei rifiuti, la centrale a biomasse di Cutro.
Con quali prove? Intercettazioni? Contratti irregolari? Scarichi proibiti? O denunce di concorrenti perdenti? Fatto sta che le “prove” non sono manipolabili, anche le intercettazioni, i contatti, i conti. E il problema Gratteri si allarga, a quella che è la realtà delle indagini. Della polizia giudiziaria del caso. Colpire nel mucchio, non c’è altra metodologia?
La mafia vista da vicino effettivamente “non esiste”. È un susseguirsi di prevaricazioni e ruberie come in ogni parte del mondo, che al Sud nessuno contrasta – se non (molto) raramente. Nel sottinteso: il denunciante s'arrangi, se ha i soldi paghi, qui sono tutti mafiosi.

Berlino ai calabresi
Molto della politica tedesca, in questa fase delicata di crisi del moderatismo e di sfida delle estreme, dipende da due fratelli calabresi, Luigi e Alfonso Pantisano. Figli di calabresi emigrati mezzo secolo fa, nati in Germania e ben tedeschi, di eloquio e di applicazione, ma cresciuti dai nonni a Cariati Marina, in provincia di Cosenza. Luigi, 47 anni, architetto e urbanista, con esperienze anche in Giappone, al vertice della Linke, il partito socialista di sinistra che sta sopravanzando la storica Spd, il partito socialdemocratico. E Alfonso, 51  anni.
Luigi ha cominciato prestissimo, a 15 anni era nel Pds, il partito nato dal naufragio del comunismo all’Est. Poi consigliere comunale a Stoccarda, quasi sindaco a Ciostanza nel 2020, deputato, vice-capogruppo della Linke al Bundestag. Senza avere nulla di Pankow, del vecchio comunismo-sovietismo, anzi pratico nell’impegno seppure radicale – è sua la campagma che ha portato al successo il sindaco di New York Mamdani, il caro-affitti.
Alfonso è attivista queer, della Lega Lgbtxqi. Primo funzionario di collegamento con la comunità queer del Senato di Berlino. In vista anche come critico della Russia di Putin, per i diritti gay.
Nulla di eccezionale, nel senso che i fratelli non sono gli unici figli di immigrati in carriera politica, è la prassi  in quel Paese, non conta “come nasce”, conta il saper fare. Ma particolare sì, in questo: Luigi, serio, realistico (fattivo), sarebbe diventato capo di Avs in Ialia? Sicuramente no, la politica è per i “dichiaratori”. E questo è un fatto italiano.  Mentre un fatto meridionale è se i due fratelli sarebbero emersi nei rispettivi campi di attività a Cariati. Sicuramente no, in nessuna ipotesi - non in poco tempo, non sommersi dalle chiacchiere.

Ma questo è un problema del Sud oppure dell’Italia? È più infetto il Sud o lo è l’Italia? È il Sud che infetta l’Italia o l’Italia che infetta il (debole) Sud?


leuzzi@antiit.eu

Quando c’era l’umorismo

C’erano gli umoristi, Campanile, Marchesi, Fortebraccio, che ogni giorno divertivano e si leggevano, e non ci sono più. Benni, che ha ravvivato il mestiere, ma in teatro e in libreria, è morto da un anno. L’umorismo da molto più tempo – lo stesso Benni se ne asteneva, e non solo per la malattia, paralizzante.
Insomma, non ce n’è più. Non alla lettura. Resiste in teatro e in tv, col vecchio cabaret, francesismo ora sostituito  dall’americanismo stand-up comedy. Ma senza bonomia, anzi con una buona misura di acredine.
Il revival del Bar Sport di Benni che “la Repubblica” propone si sfoglia ridendo. Per la freschezza delle “cose viste”, il biliardo, il distributore automatico, il flipper, il juke-box. Ma per questo con un senso di pena. Come vergogna da tenere celata.
Diverso il racconto, del mondo a rovescio – “Il sax della nuvola rossa” in questi primi fascicoli. Qui invece  l’esagerazione s’impone, come di una “critica radicale”, e stanca.

Sei raccoltine di tre racconti accompagneranno il quotidiano fino a Ferragosto.
Stefano Benni, Ridere sul serio (“La Luisona”, etc.), “la Repubblica”, pp. 42, gratuito col quotidiano 

martedì 11 agosto 2026

Ombre - 833

È dunque vero, e fa spavento più che sgomento, che il sondaggio di Lavitola per il lancio in politica del suo amico Ranucci è stato messo a punto con l’expertise di Paolo Mieli e Stefano Cappellini, come dire il “Corriere della sera”, con mezza Rai, e “la Repubblica”. Senza scuse e senza ma dei due. Il Grande Giornalismo a livello di faccendiere sa proprio di putridume.

Con due personaggi del genere Lavitola/Tavares e Ranucci, anche se senza colpe, "Report" ci avrebbe prosperato a lungo: una vicenda tipo, con gli ingredienti della trasmissione.

 
“Carcere, fabbrica d’insicurezza”, può titolare Ferrarella sui tanti impegni per umanizzarlo, tutti disattesi. P.es. “l’annuncio di un ddl sull’ampliamento delle detenzione domiciliari in comunità per i tossicodipendenti si è trasformato in una «prospettiva pluriennale»”. Si ha paura di governare. A destra come già a sinistra. In Italia.
 
Non senza ragione, però. In Italia la “gente” dice sempre no – si vede ai referendum.
E perché si fanno in Italia tanti referendum – il Paese al mondo che ne ha fatti di più? Per non governare  (decidere). Gli italiani non sono gli svizzeri, che saranno antipatici ma sono stati democratici per due secoli e mezzo – di fatto da sette o otto secoli.
 
Un generale a quattro stelle per Vannacci a sindaco di Milano, grado massimo - seppure in quiescenza da qualche mese. Per di più dei Carabinieri. Qualche interrogativo bisogna porselo. Vannacci non era dei Carabinieri ed era a due stelle, ma solo per essere molto più giovane, ed è rimasto in spe per due o tre anni dopo le sue furiose polemiche.
 
Niente funerali di Stato, senza nemmeno camera ardente nei palazzi comunali, niente “eroismi” né “santità” scomodate per Guccini. Che forse di tutti i morti recenti è il più vicino di tutti a tutti – “il fratello maggiore che ci ha regalato la voglia di capire”, Eduardo Cicelyn. Non era “in linea”.
 
Rispetto totale per i turpi capitalisti immobiliari Investire Sgr, che vogliono espropriare lo SpinTime a Roma, “135 famiglie sul marciapiedi, 450 persone, 150 bambini, 27 nazionalità diverse”. Di più, una “comunità”, in esercizio ormai da 13 anni. E niente, nemmeno un insulto. Non si evoca nemmeno che Investire è della banca romana Nattino. Perché? Perché Finnat ha facilitato a suo tempo la liquidazione del patrimonio immobiliare (molto cospicuo) del Pci?
 
Devis Dori, diplomato in pianoforte, avvocato di professione, parlamentare 5 Stelle-Verde, propone che la Giunta della Camera per le autorizzazioni a procedere, investita dalla Procura di Roma della richiesta di autorizzazione alla disamina della corrispondenza (whatsapp) tra l’onorevole Delmastro e il ristoratore ora carcerato Capoccia, prenda visione dei whatsapp prima di decidere. Cosa che non si può – lo sanno anche gli studenti di legge, i più neghittosi: la corrispondenza è inviolabile. Li paghiamo perché?
La Giunta è chiamata a decidere sulla leggibilità della corrispondenza, non a leggere la corrispondenza per decidere. L’on.Dori presiede la stessa Giunta - ma dove li prendiamo?
 
“Gentile signora Aspesi, la secondo lei nota “underdog” dove terrà la MIGLIAIA di vestiti di cui fa quotidianamente sfoggio?” “Migliaia di vestiti. Questo è il problema. La Signora si sente in dovere di cambiarne tanti”. Roba da “signora mia”. Al mercato? No, l’interrogante si chiama Cereda, e si dice maschio, la risposta è di Aspesi, giornalista, seppure 97nne, e lei si, femmina. Su “la Repubblica”, il settimanale del venerdì. 
 
Curioso reprint  del “Corriere della sera”, per i suoi 150 anni, di un numero, domenica 2 agosto 1998 (ristampato il 6 agosto), in cui non è successo nulla, e l’apertura è “Clandestini: rivolte e un morto”. O è un “amarcord” di quando il quotidiano e il ministro dell’Interno, che era Napolitano, raccomandavano calma con gli immigrati - “Saremo rigorosi, non possiamo accoglierli tutti”, dice Napolitano nel titolo.
 
Non c’è giorno ormai, ormai da molti giorni, che in Ucraina non cada una testa per corruzione. Anche di molto importante – molti i collaboratori stretti di Zelensky. E non cadono “alla sovietica”, o alla Xi Jinping, per eliminare avversari scomodi – molti quelli a cui Zelensky ha appena dato o confermato la fiducia. Non è normale.
Ma tutto questo non fa opinione –mai un commento. Anche questo non è normale.

Pavese mitico - il mito è un festa

“Nessun bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro fatto che nessun bambino sa nulla del «paradiso infantile» in cui a suo tempo l’uomo adulto si accorgerà di essere vissuto”, p. 20. O: “Il concepire mitico dell’infanzia è un sollevare alla sfera di eventi unici e assoluti le succesive rivelazioni delle cose.Così ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole, eco di quell’altra) che dà valore, un valore assoluto, al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita”. Un “temps retrouvé”, a cui “non mamca del mito genuino nemmeno la ripetibilità”.
Una raccolta di scritti in parte (quattro) già pubblicati in “Feria d’agosto”, in parte erratici, su pubblicazini di diversissimo orientamento e spessore culturale, e un paio inediti in vita, sulle sopravvivenze del mito, nell’interesse e nell’opera di Pavese. La riflessione del titolo, del 1948, fu pubblicata su “l’Unità”, il giornale del partito Comunista.
Tre di questi scritti sono del periodo peggiore della guerra, l’inverno 1943-44, e sono stati pubblicati subito dopo, nel 1946, tanto Pavese ci teneva.In un tenpo cioè d’impegno politico assorbente, che lui però non sentiva, per formazione o costituzione, tanto più dopo il confino a Bancaleone, remoto paese sulla costa basso jonica  in Calabria, il punto più lontano da Torino, dopo una pausa a Regina Coeli, che lo aveva spaventato. Dove però aveva anche scoperto, nella sua  fantasia vissuto dal vivo, l’incantamento mitico dell’antica Grecia. Una passione che inizialmente fu per darsi uno scopo nella pena, ma poi vissuta, si può dire, come una sorta di palingenesi, di vita vissuta altra da quella condotta fino ad allora - un  traduttore, un po’ invischiato nella politica anti-regime, ma a malincuore, soprattutto sfortunato con le donne. Mentre tra le rocce e le agavi di Brancaleone, e col mare davanti, dapprima insopportabile per un terragno quale era, poi compagno di lunghe passeggiate avanti e indietro lungo la riva, e di rimuginazioni.
Non del mito colto, da cultore della materia, da studioso, qui si tratta. Del mito vissuto. “La poesia è altra cosa. In essa si sa d’inventare, ciò che non accade nel concepire mitico”. La poesia “ricalca le forme del mito e del simbolo, sperando che in esse torni a battere magicamente il cuore. Ma dimentica che essa sa d’inventare, e che il mito invece vive di fede”.
Un lavoro di scavo e di studio, di applicazione, dopo la scoperta del mito “vivente”, non remoto o trito attributo dell’invenzione Magna Grecia. Ma anche di ispirazione, nuova, persoale, entusiasta, come di ogni scoperta.
Il mito accoppiando al selvatico, sia pure sotto forma di simbolo. Al “selvatico vero”. Nulla da spartire col “Selvaggio” del vinaio Bencini e Mino Maccari, lo “Strapaese” di Longanesi. Ma sì di simbolico, di “selvatico vero”. Che dobbiamo accettare, per quanto fardello: “Dobbiamo accettare i simboli – il mistero di ognuno – con la pacata convinzione come si accettano le cose naturali. La città ci dà simboli come la campagna ci dà frutti”. Qui la considerazione  è legata alla ennesima anamnesi della donna, “il” mistero di Pavese, per simboli – “tendiamo a parlare di una donna per simboli”. Ma si può leggere in astratto, fuori dalla psicosi,
Una full immersion nelle dimensioni mitiche che Pavese  cerca di articolare razionalmente, spiegandola, illustrandola. Prose iconiche, non solo perché apodittiche come di ogni scoperta, ma vissute e viventi, in forma d’immaginazione – e di consolazione, “il mito è una festa!”.
Senza illusioni sull’impatto del mito nella narrazione, nel suo “mestiere” di narratore: “Un’amabile provincia di narratori…. applicano senza troppo crederci modi simbolici del passato – la magia, l’arbitrio, il divino. Solitamente ironizza (Cabell), qualche volta si atteggiano (Powys, Yeats, Lisi), rarissimi fanno poesia (Kafka)”.
Notevolissima la rilettura di Vico, nel quart’ultimo saggio della raccolta, “Il Mito”, del 1950 - di qualche giorno prima della morte.
L’ultimo scritto della raccolta, “L’arte di maturare”, che sarà pubblicato postumo, fa colpa alla “puerale e storicistica arte romantica” di non maturare, di coltivare anzi una sorta di pubere incoscienza - “manca il senso e il gusto della maturità”. Il mito può essere anche un Ersatz - un succedaneo, una divagazione.   

Cesare Pavese, Raccontare è come ballare, Wudz, pp. 118 € 14

lunedì 10 agosto 2026

Migranti al mercatino

Ci sono criteri per l’accettazione dei migranti irregolari? Ce ne sono per il rifiuto? No. Cioè, ci sono, ma in complessi regolamenti. Che poi ogni polizia si adatta - i regolamenti europei sono un optional, si possono seguire e anche no (basta l’ermeneutica, la interpretazione).
Ora c’è in Germania un ministro dell’Interno, che “la Repubblica”
consacra statista, a cui altrove non farebbero gestire una drogheria, uno della destra democristiana, la parte Csu della Cdu-Csu, insomma un bavarese, che ha il compito di “fare la faccia feroce” contro il partito concorrente Alternative für Deutschland, e rimanda all’Italia e alla Grecia un buon numero di migranti. In quanto Paesi di primo approdo. Dicendo semplicemente: non li vogliamo, riprendenteveli, come se fossero italiani o greci.

Questa conclusione non è per ridere. Il ministro dell’Interno a Berlino si chiama Dobrindt, ed è quello che nel 2011 chiese, con dichiarazioni pubbliche, il fallimento dell’Italia. Come se con l’Italia - a parte la ineticità assoluta della sua richiesta - non sarebbe fallita anche la Germania.
Che fare con personaggi del genere – lasciamo stare l’Europa? Forse come fa Piantedosi: sì, me li riprendo (non se li riprende, in realtà . n.d.r. – non è prassi europea, tropppo lineare), ma defalcando tutti quelli che le ong tedesche hanno depositato in Italia. Altro che politica.
L’immigrazione è un cosa seria. L’Austria, per dire, che per decenni dopo la guerra, pur a corto di uomini, di braccia, di faticatori, ha fatto una politica di crescita zero per non avere immigrati tra i piedi (meglio poveri che pieni di gastarbeiter – quando gli immigrati erano italiani, spanoli, greci e portoghesi…), ha oggi la percentuale più alta (escluso il Lussemburgo, alla pari con Cipro e con Malta, i - non - paradisi fiscali) di residenti nati all’estero, il 20 per cento. Però, non si riesce a prenderla sul serio – l’immigrazione.
 

Se l’immigrato è uno spagnolo emigrato

La Spagna ha sempre avuto il record in Europa di immigrati residenti in rapporto alla popolazione: erano al 12 per cento dei residenti censiti nel 2010. Quando l’accoglientissima – e ricercatissima – Germania era solo al 7, 9 per cento (e l’Italia, con la Gran Bretagna, altro Paese accoglientissimo, per via del Commonwealth, al 7 – e la “razzista” e “disperata” Francia al 6).
Oggi i numeri sono e non sono cambiati. Nel senso che la Spagna ha sempre 5 milioni e mezzo di residenti stranieri (conl’Italia e la Francia poco sotto, a 5,2 milioni), la metà della Germania (coi governi Merkel è arrivata a 10,6 milioni). Ma con una politica attiva dell’immigrazione. Selettiva.
Proteggendosi da quella poco utile, africana e mediorientale, per lo più sprovveduta, e tribale,  privilegiando quella sudamericana. Con una politica di porte aperte ai latino-americani, che arrivano non con l’assalto alla frontiera ma con visto e passaporto, già formati, già parlanti.
Inoltre, la Spagna da lungo tempo teorizza l’immigrazione come la valvola principale  per battere la denatalità – di cui da tempo ha afferrato le negatività. Al punto da naturalizzare, a gennaio, chiunque lo chiedesse, purché fosse in Spagna da cinque mesi. In questo casi a opera di un un governo pencolante, senza maggioranza da tempo, in Parlamento e nei sondaggi, e sotto attacco dei giudici. E ora, senza senso del ridicolo, vuole convincerci di essere sotto attacco da parte del Marocco. Sì, del pacifico Marocco. Un complotto completo con Trump dietro le quinte, al comando dei Maga. E con Israele al volante – perché no?  
 

Ma questo Ulisse era Scalfari

Ma quanto dell’Ulisse di Nolan non era in Scalfari, in questa riflessione pubblicata nel 2010, uno dei tanti tasselli in forma di autobiografia (giustificazione, rappresentazione) frammentaria, condita di filosofia, intrapresa da Scalfari a cavaliere del 2000. Anzi, benché dimenticato dai più, in  questo primo saggio di auto-filosofia, pubblicato nel 2010, Scalfari fa di Ulisse quello che vediamo al cinema

 Letto come l’uomo occidentale, personaggio di una vita che si vuole ricerca, quindi apertura e avventura. Da esploratore e ricercatore, illuminato e applicato, le due figure eminenti del mondo scalfariano, Ottocento e Novecento. Di una vita che è insieme filosofia, riflessione sulla vita. E per questo si collega agli altri pilastri eminenti della cultura occidentale – il “canone” di Eugenio va da Virgilio a Dante (il titolo è di Dante, XXVI dell’ “Inferno”: “Ma misi me per l’alto mare aperto”), e poi a Nietzsche e a Joyce – “La modernità e il pensiero danzante” è il sottotitolo, da lui voluto.
Quello di Ulisse non è il ritorno a casa, il nostos, intriso di nostalgia. È il viaggio della conoscenza. Un percorso accidentato, tra dubbi e incertezze che subentrano imponendosi alla conoscenza, alle certezza stabilite. E il mare è quello Mediterraneo – questo in Nolan non è detto, ma c’è, il mare vi è sempre conchiuso, a dimensioni umane, non oceaniche. Il Mediterraneo come spazio storico noto (e celebrato) di eventi e civiltà. Spazio conchiuso-aperto - casa 
 d’appuntamenti? -  rispettabile: luogo d’incontro (e scontro) di storie, popoli, culture, religioni.

Un “viaggio” stranamente dimenticato (anche da “la Repubblica”, il suo giornale) nelle fluviali celebrazioni in atto da un mese dell’“Odissea” di Nolan al cinema. Lo ricorda solo Saverio Vallone, l’attore, come paratesto di una mini-Odissea che prepara a Ricadi, sobborgo della Tropea paterna.
Eugenio Scalfari, Per l’alto mare aperto, Einaudi, pp. 290 €19,50

 

domenica 9 agosto 2026

Secondi pensieri - 589

zeulig


Intelligenza Artificiale
– “Le intelligenze artificiali più potenti non sono state programmate, ma addestrate. Funzionano, ma nessuno – nemmeno chi le costruisce – sa con esattezza cosa accada al loro interno” – Gilberto Corbellini su “Sole 24 Ore Domenica” 26 luglio. Qual è la differenza? Dello strumento programmato si sa il funzionamento, di quello addestrato c’è un margine d’incertezza, il meccanismo potrebbe “reagire” all’interlocuzione.
L’IA non è una macchina, razionalista. Ma nemmeno la ragione lo è, di fatto.  Qual è il problema? Che la macchina faccia concorrenza all’uomo? Forse, ma solo per la pubblicità – per attrarre, con argomentazioni civetta, e vendere spazi.
Memoria – È culturale, storica. Si sa, ora sarebbe “provato”: scienziati austriaci di neurologia ci sono arrivati seguendo “lo sviluppo dell’ippocampo, la regione del cervello coinvolta nella memoria, nel cervello dei topi, dalla nascita all’età adulta”. Ma si sapeva: era l’esito delle analisi di Chomsky, p.es., del linguaggio, nell’innatismo, o grammatica universale, o della vita pre-natale di Jung.
 
Populismo
– Rimanda a Hobbes, in linea diretta, senza deviazioni.
Va rivisitato, rispetto alle prime analisi dieci o quindici ani fa: perché si è imposto largamente, e perché l’analisi, forse, è evoluta – meno preconcetta (“basta la parola”). È diventato maggioritario ovunque – in Occidente, ma probabilmente anche altrove, anche se il Resto del mondo continua a non fare opinione. Va reinterpretato. E la chiave, più o meno, è il ritorno a Hobbes, al patto politico che si genera con la paura. L’Occidente è ricco ma, insomma, ha paura. Probabilmente ha sempre avuto paura, sarà stata la molla (la giustificazione, psicologica e  morale) del suo imperialismo. Ma probabilmente oggi di se stesso, essendosi da tempo ridotto a vuoto, di ambizioni (traguardi) e di difese (argomenti). Aperto quindi, nel vuoto, a ogni possibile accesso (politica, cultura, comunicazione, storia, linguaggi, relazioni umane, futuro, passato – insomma l’intelligenza del mondo che si vive).Tutti è proteso a un’innovazione di cui solo si considerano e si valutano (si  conoscono) i benefici economici – non per tutti – e nessun altro possibile esito. Il futuro prospettandosi come un’app, che si apre su un circuito pre-parato (come il pre-pagato): più una trappola che una via d’uscita o un sentiero che si biforca. Nel dissolversi dalla Cosa Pubblica – comunità, patto speciale, politica -  quando più se ne sente la necessità, il bisogno. Con la crescita, esplosiva, di domanda di bene pubblico: dal wifi alla laserterapia.
Un populismo come “Ersatz¨, una esercitazione sul vuoto, nel nome del niente. Un appello forse, indistinto, “salvateci tutti!”, rivolto a un non si sa chi. Non essendo individuato il nemico non si sa poi chi è o deve essere il protettore.   
 
Occasionalmente, nelle comunità poi più periferiche se non povere, questo bisogno di protezione si estrinseca nella guerra all’immigrato. Di cui poi tutti hanno più o meno bisogno – l’unico umano disponibile, e a buon mercato..Il “mercato” ha fatto promesse che non ha mantenuto – non ha arricchito tutti, e molti poveri li ha creati. Non per i ceti che più hanno bisogno, più o meno reale o prospettivo, di protezione, le libertà che i prospettavano salvifiche e rigeneranti materializzandosi piuttosto come un lusso – per chi è già “protetto”. La domanda di diritti, la solita fuga in avanti dell’America urbana di ristrette élites, intellettualoidi più che intellettuali (l’America, certa America, vibra  al diapason del fashion, del passeggero, mobile, amovibile). È di protezione che il “mondo” ha  bisogno, e cioè di Bene Pubblico, Funzione Pubblica, Stato. Solo qui la libertà si conforma per i più.
(continua)
 
Selfie – La letteratura – narrativa e poetica-  autocentrata, la “letteratura dell’ombelico”, è antevista (analizzata) da Cesare Pavese ìn uno dei suoi ultimi scritti. “L’arte di maturare” (pubblicato postumo su “Cultura e Realtà”, n.2, ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”): “La scoperta romantica che gli stampi mitici della sensibilità, i simboli che orienteranno la nostra vita, risalgono ai primi contatti con la realtà –in sostanza alla nostra fanciullezza – ha riempito la narrativa di bambini saputi, di piccoli ribelli primitivi”.etc. Una “voga”, che “ha logicamente  coinciso col gusto della caratterizzazione storica”, etc.:“L’antico tirocinio di un poeta, di un narratore, era l’educazione ai valori perenni e comuni…. l’inserimento in una mitologia collettiva in cui si lavorava come un moderno tecnico o inventore lavora sui dati tradizionali delle scienze. Il tirocinio romantico invece corrisponde alla scoperta che ogni valore assoluto è transeunte e che quindi non resta che erigere la propria esperienza, la propria mitologia in una cultura che paradossalmente riesca assoluta e normativa a tutti gli altri, alla collettività”.
Tutto preciso. Eccetto che per la conclusione: “E siccome ogni assoluto si fonda sulle origini, sul principio, ecco che tutti prendiamo le mosse dall’unico principio a noi noto – la nostra individuale prima età”. No, la prima età, come lo “storione familiare”, è un processo a ritroso, una (ri)costruzione, anche molto selettiva, perfino radicale. Per l’autorità anche di Shakespeare (“King Lear”) che Pavese cita: “man must endure\ his going hence e’en as is coming hither.\ Ripeness is all”, l’uomo deve sopportare\ il suo girovagare.\ La maturità è tutto”.  
 
Storia – “La vera conoscenza della storia è un procedimento di immedesimazione emotiva. La sua origine è l’ignavia del cuore, l’acedia” – W. Benjamin, ultimo scritto.

zeulig@antiit.eu

Baudo il tutti noi – f.to “la Repubblica”

Pippo Baudo, il nazionalpopolare, elevato a promotore della diffusione del giornale (ex) laico e liberale, ex di Scalfari, da lungo tempo ormai compromissorio, è la vera notizia – una sorta di disvelamento, di confessione non estorta. Poiché è di lui che si parla, il volume è una celebrazione, “un anno senza Pippo Baudo” come dice la copertina. Voluto e curato dalla redazione di “la Repubblica-Palermo”, per un motivo semplice, argomenta il capo della redazione, Lauria, in apertura: che è un personaggio – “ha avuto il tempo di essere uno straordinario influencer prima dell’avvento dei social, di essere nazional popolare prima dell’avvento dei populismi (quindi uno che annuncia la tempesta, o la prepara? n.d.r. - ma il seguito è solo lusinghiero), di esportare una Sicilia colta ed educata quando dilagavano ancora gli stereotipi delle coppole, dei mandolini e delle lupare”.
Tutto qui. Qualche critico, alcuni collaboratori, e molti uomini dello spettacolo testimoniano le tante eccellenze di Baudo, nell’intrattenimento, la canzone, da Castrocaro a Sanremo, e soprattutto la televisione: della diretta differita anche pre lo spettacolo lungo, di ore, per una “prussiana” capacità di organizzazione, del tatto naturale di presentatore, in grado di superare asprezze, polemiche, disfunzioni, testimoniato da molti nomi, Amadeus, Chiambretti, Cuccarini, Marcella Bella, Pausini, molto Jovanotti, e da molta Sicilia, Ficarra e Pocone, Gullotta, Silvia Salemi, Salvo La Rosa, Musumeci e Patavina. 
Emanuele Lauria – a cura di,
E riecco a voi, “la Repubblica”, pp. 191, ill., gratuito col quotidiano