sabato 22 agosto 2026
Giallo anarchico
L’Internazionale anarchica, dei Cento Rossi, si raduna anonimamente
a Londra. Scotland Yard li protegge – la lege protegge la libertà di
espressione, spiega loro il funzionario mandato a controllarli. Al convegno
spopola la Donna di Graz, bella e sorpresa del successo, pur avendo più di un
attentato, riuscito, alla spalle. E intervengono anche i Quattro Giusti, che
poi sono tre (“c’era un giorno un quarto, che rera caduto in un caffè di
Bordeaux, crivellato di pallottole”. Ma s’innamorano della Donna di Graz…
A
ogni pagina, a doppia colonna, ne succede una, è anarchica anche la narrazione.
Di quando, dopo Sherlock Holmes, gli scrittori di gialli per un po’ non
seppero più che dire. La ricetta diventò di comunque meravigliare, anche se di
fregnacce – con una suspense a onde
ravvicinate, costruita in una pagina e abbandonata la successiva: l’anarchia di
moda non solo come cattivo delle storie, anche come metodo.
Riedito
da numerosi editori. Con questa storia strampalata s’inauguravano nel 1933 i
Gialli Economici Mondadori, a 2 lire, tradotti alle bell’e meglio e stampati su
due colonne - come già la stampa di colportage,
da fiera, a fogli singoli. Affiancavano i Gialli Mondadori, più dignitosi.
Affiancati a loro volta da una collana detta “Il Cerchio Verde”, ma sempre di
gialli, a 50 centesimi – ogni numero quasi un’enciclopedia, gialla: un romanzo,
cinque novelle, fotostorie di film gialli, notizie varie di nera, ricostruzioni
e rivelazioni, e “problemi polizieschi a premio (“l. 50 settimanali”). Nel
ventennio di leggeva - in mancanza di meglio?
Edgar
Wallace, Il Consiglio dei Quattro (“The
Council of Justice”), Gialli Economici Mondadori, pp. 93, su due colonne,
pp.vv.
venerdì 21 agosto 2026
Ombre - 834
“Ancora suicidi
tra i soldati israeliani: la guerra di Gaza uccide anche chi la fa”. Lo dice
solo l’“Avvenire”, “quotidiano dei vescovi”, quindi “di parte” – Israele non
ama i preti (ma ama qualcuno, a parte se stesso?) – e la cosa finisce lì. Ma il
fatto c’è: “nel 2025 i militari che si sono tolti la vita sono stati 22,
quest’anno sono già 18. E il dato ufficiale eclude i congedati”.
Più i “disturbati”:
“si stimano in 50 mila gli ex soldati che hanno bisogno di assistenza
psicologica”.
È impacciata la
presidente del consiglio dovendo parlare di finanza con “Affari&Finanza”.
Pensava di controllare il sistema bancario, regolandolo da “Roma” (da Siena e
con Caltagirone), e si ritrova una Milano che si prende tutto. Per di più di
sinistra, dichiarata: l’Intesa del ferocissimo Bazoli, e Unipol degli “abbiamo
una banca”. Ha detto no a Unicredit per Bpm perché Unicredit è presieduta da
Padoan, ex minstro Dem, e ora si ritrova senza Bpm, in mano ai francesi, e
senza Mps – né le prede di Mps, né la banca stessa. La classica favola dell’apprendista
stregone.
Non ha fatto male
il duo Meloni-Giorgetti in economia, ha contenuto il debito e, fra le turbolenze
di Trump, l’inflazione. Ma ingenuo, perfino
troppo, sulle questioni di potere – di cui voleva farsi l’arbitro. Delle banche
sapendo solo ripetere che devono pagare indefinite supertasse - in un mondo che
necessita di supercoefficienti, precisi al decimale, inderogabili. Per la
vecchia mentalità, “le banche sono ladre”? Nel 2026? A volte Meloni fa
tenerezza.
Non sa nemmeno
giovarsi, Meloni, dei contrasti – irrimediabili, perché campanilistici – fra la
mega finanza Dem e la Toscana dell’eravamo “i primi e i migliori”, Dem per
riflesso condizionato.
“Zelensky fatica
a trovare un nuovo ambasciatore a Washington”. “Caccia italiani abbattono un drone
nei cieli lettoni”. “Il veicolo ucraino deviato dalla guerra elettronica russa
aveva sconfinato”. Non ce la raccontano giusta. “Caccia italiani” quanti, una
squadriglia? A caccia di droni? È così del resto da trent’anni: l’Ucraina piantata
nella Nato e nella Ue per antagonizzare la Russia è progetto americano, dell’ex
segretario di Stato Brzezinski, scritto e spiegato ne “La grande scacchiera”.
Il 21 luglio il
sindaco di Bologna indice una manifestazione per chiedere “verità e giustizia”
sulla morte di Abderahim Fakir, cioè contro la polizia. Il 13 agosto la polizia
ha individuato venti autori delle minacce a Lepore per quella manifestazione.
Che, “come visibile attraverso gli stessi post finiti nel mirino, hanno agito
utilizzando il proprio nome e cognome, senza ricorrere all’espediente di
profili falsi”. La polizia ne ha individuato uno al giorno. Compitando?
Forse un sindaco
dovrebbe essere persona seria e capace.
Ognuno ha avuto
una reazione al post in cui Ranucci si vuole un martire, come i giudici Falcone
e Borsellino. Tutti, eccetto i giudici. Non uno che abbia richiamato il conduttore
alla misura. Nemmeno il segretario del sindacato dei giudici, l’Anm.Che forse non
sa leggere?
“Aldo Moro parlò
per ben sei ore”, ricorda Paolo Franchi su formiche.net, “per argomentare sull’utilità
di un’alleanza di centrosinistra. Ma non lo fece solo per le sue spiccate doti
dialettiche, ma perché dietro c’era un pensiero, uno studio e una visione. Ciò
che adesso non accade”. O non l fece per prenderli per stanchezza? Certo che
dai sei ore ai social….
“La fede, unico
antidoto ai fallimenti amorosi”, campeggia sulla prima pagina del reprint
“Corriere della sera” del 26 febbraio 1996, non un secolo fa. Di Francesco
Alberoni, fine sociopsicologo laico socialista. Oggi non sembra vero, per il socialista,
e per la fede. L’Italia è un’altra, ma fatta di niente.
Nello stesso reprint
Massimo D’Alema flirta con Lamberto Dini, ex Banca d’Italia, ex uomo di Berlusconi,
poi di Scalfaro contro Berlusconi. È per fare che? E non solo con Dini, il Pds
ex Pci flirta con Bossi: “Senza la Lega si perde”. La nuova politica è marcia alle
radici.
“Quello che posso
dire è che mi auguro che Unicredit possa continuare ad avere solide radici
italiane”, è il commento di Meloni all’acquisizione di Commerzbank. Dopo avergli
impedito di rafforzare le radici italiane con Bpm, affermando che le radici di
Unicredit non erano italiane.
Forse vuole solo scindere
le sue responsabilità da quelle di Giorgetti, della Lega, che pensava di avere
in tasca Bpm. Ma sarebbe peggio, questi distinguo tra partiti di coalizione,
come una volta tra correnti, è il giochino democristiano più stupido.
Medaglia di
bronzo
Al bonzo Giogetti
Dal cancelliere
Merz
Per la banca
Commerz
Che poteva e non
volle
Il golden power
Sempre viva i
bonzo
Che non si può
dire sbronzo.
I Comuni
restaurano le sale di cinema abbandonate. Con mutuo. Giusto per il ricordo –
non si fa più il cinema, e se si va pochi ci vanno. Modernariato. Un po’ caro
per il cittadino. Ma un incentivo anche, certo, all’immobiliare. Non è
abbastanza ricco.
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La malavita, due secoli fa come oggi
La
prima indagine sulla camorra e dintorni – ambienti, psicologie, storie. Su
quella che sarà la camorra. Un’indagine e non un racconto d’invenzione la vuole
l’autore, noto (in Francia) come “un romanziere socialista a Napoli”, e
romanziere anche per Croce ne “La vita letteraria a Napoli dopo l’unità”. Del
resto, fu autore di almeno un centinaio di romanzi. Perché si vendevano – nella
Napoli oggi “illetterata”. Benché vertessero un po’ tutti sulla povertà, quando
non la miseria. Nel 1864, all’indomani dell’unità, aveva concluso la sua
“indagine” e la metteva in scena.
Un
romanziere socialista ma non condiscendente. Qui lo dice esplicito,
introducendo il suo studio, “su le pratiche insidiose di quelle numerose classi
che, o per accidia naturale ed aborrimento di ogni onesto lavoro, o sedotte dalla
speranza di uscire, più presto che col lavoro, dallo stato di miseria in cui
giacciono, o sopraffatte per ignoranza da’ più astuti, si danno a vivere
d’illeciti guadagni”. Molto è sulla prostituzione, che prende direttamente buona
parte modella narrazione, “Madama Antonetta”, “Blandina”, “Le farfallette”,”La
tribade”, “Carolina”, e molte pagine della seconda parte, cominciando programmaticamente
da “La prostituzione – Preliminari”. Una narrazione, però, per quanto
ripetitiva, sempre viva, per un motivo o un altro. Che pone un problema.
Il
problema è che un secolo e mezzo dopo, quasi due, la sociologia non ha fatto
passi avanti sul crimine “popolare” diffuso. La sociologia da caserma, dell’omertà
e del disdegno della proprietà – chi ha paghi. E quella dei giudici, che il
crimine vogliono “organizzato”, possibilmente in “cupole”, possibilmente politiche o almeno massoniche. E
tutti lo vogliono “ambientale”, cioè della Campania, della Sicilia e della
Calabria, e quindi c’è poco da fare, Con l’associazione, e col concorso esterno
in associazione, per le tre regioni c’è poco da fare, la repressione non è
migliorata in nulla, rispetto a un secolo e mezzo fa, quasi due, e la paga
sempre, perfino col carcere, chi non c’entra, e vorrebbe vivere in pace, come
un qualsiasi altro essere umano, negli affari o nelle professioni.
Francesco
Mastriani, I vermi, Mario Miliani
Editore, vol 2, pp. 533 € 15
giovedì 20 agosto 2026
La natalità svogliata – se il pet costa più del figlio (3)
Anche la “donna italiana”, come la “civiltà del pet”, è esercizio rischioso. Ma è un fatto. Di mentalità e modo di essere. Basti dire che l’età media delle madri al primo parto è di 32 anni, qualcosa in più di 32. Assurdo. Basta del resto poco per prenderne le misure, basta fare una conversazione in francese, o in tedesco – anche in inglese: la donna americana, virago per ecellenza, la prima e la più indipendente, non si fa nessun problema con la maternità, anche nei vent’anni, anche prima, perfino da star, del pop o di Hollywood, col tour o il kolossal in attesa.
Nel 1995-96, quando la denatalità si manifestava, era effetto della famiglia cinese: un solo figlio per coppia - con quattro nonni, niente cugini, niente zie. Ora, con le primipare a 32 anni, la storia è diversa, di donne che temono o rifiutano la maternità.
Per il ritardo o
il rifiuto della maternità si danno motivi speciosi. Si oppone la maternità alla carriera, che invece è garantita,
ci sono le leggi, e sono osservate. Gli asili nido ci sono (quelli del Comune
di Roma di una bellezza spropositata), e in mancanza ci sono i sussidi. Tutte le
scuole hanno il tempo prolungato e molte tengono i bambini fino alle 18. E poi
non ci sono i troppi nonni? La casa è un
problema – troppe leggi e sentenze anti-proprietà hanno disseccato il
mercato degli affitti - ma ci sono dei correttivi, anche sostanziosi.
La causa centrale delle denatalità è “culturale”.
Questo è più certo che argomentare la “donna
italiana” o l’amore degli animali (che non c’è: tenere un cane in
appartamento, a parte i cagnetti da grembo, è una cattiveria e una violenza).
Per la falsa “cultura dei diritti”. Che
si basa sull’anti-famiglia, per quanto di soli due corpi e due anime, e
sull’anti-procreazione. Contro la maternità, che una volta era, e in certo
femminismo ancora è, roba “di destra”, absit
iniuria - un privilegio.
(fine)
La corrida come non è stata mai scritta
Il
primo viaggio è del 1830, quasi due secoli fa. Ma “I combattimenti di tori”, scritto
nell’autunno e pubblicato l’anno dopo dalla “Revue de Paris”, con la corrida raccontata
minutamente, quello che si vede e quello che non si vede, l’attesa, il pubblico,
i regolamenti, la preparazione, si legge come non se ne fanno più – della corrida
ora forse per la ragione che è quasi proibita. Potenza della scrittura.
Le
altre lettere (i saggi uscivano in forma di corrispondenze) sono sulla Spagna
come l’Ottocento la immaginava e la voleva. Una esecuzione capitale (impiccagione) è un quadro dettaglista e ancora vivace di Valencia. Gli inevitabili briganti di passo sulla strada per Madrid - di cui uno, José Mario, supera Robin Hood. Le streghe - in Spagna non ci sono i fantasmi, non esiste nemmeno la parola, ma le streghe si. E il culto religioso, non di Dio, ma delle Vergini, che sono numerose - questo si sa, ma lo scrittore ne sa di più, di feste e di grazie ricevute. Con note particolari per l’energia
delle donne (ne nascerà quindici anni dopo - dopo altri vigagi in Spagna, da
scrittore noto, legato in particolare alla famiglia Montijo, da cui la Francia
trarrà la sua ultima imperatrice - il personaggio incredibile di Carmen) e per,
come dice la curatrice, Graziella Martina, “l’energia e la passione profuse
nella vita di tutti i giorni”.
Quattro
saggi in forma di lettere, indirizzate al direttore della “Revue de Paris”. La
quinta lettera, al direttore di “L’Artiste”, è una visita al Prado, “uno dei musei
più ricchi d’Europa” – più del Louvre, che è tutto dire, “non per il numero dei
quadri ma per la loro qualità”.
Molto
amico di Stendhal per una ventina d’anni, gli ultimi dello scrittore “milanese”,
benché più giovane di una ventina d’anni (e malgrado un’impressione negativa di
Stendhal al primo incontro), lo aveva accompagnato a Napoli, e nelle
passeggiate a Roma, ma non ne scrisse.
Prosper
Mérimée, Viaggio in Spagna, Ibis,
remainders, pp. 18 € 4
mercoledì 19 agosto 2026
La natalità svogliata – se il pet costa più del figlio (2)
Le cause socio-economiche della
natalità svogliata – più esatto che scarsa – sono da confrontare con l’esplosione, nei trent’anni di
denatalità, della cultura e pratica del pet,
dell’animale domestico o di compagnia. Una popolazione cresciuta, questa, e
rapidamente nei trent’anni, di almeno tre volte, a 65 milioni di unità - tre
mediamente per unità familiare. Con costi, per cibo, sanità, igiene, intrattenimento,
a occhio pari o superiori a quelli che richiede un bambino – i cui bisogni si
riducono con l’età, fino all’autossuficienza, e non aumentano di continuo.
Se ne occupa soltanto “Il Sole 24 Ore”,
come tema cioè economico - quanto si spende (il fatturato di settore), come e
quando. Ma è un fatto culturale, di grande impatto, di storia epocale, addirittura
di sopravvivenza, di un paese ricco, se non più molto civile. Il primo allarme,
nel 1995, fu seguioto da una ripresa, modesta, delle nascite, fino al 2008.
Poi il crollo, mentre esplodeva il culto del pet.
Di questo, della civiltà della cosa,
non c’è metro. Ma sotto la cura di molti animali si è per più motivi tentati di
dire che c’è solo frustrazione e delusione. Da parte di uomini di ogni età, con
(poche, naturalmente) eccezioni. E da parte delle donne - non tutte, ma le più
giovani solo s’incontrano distratte, attaccate polemicamente al telefonino. Abitando
in più luoghi in aree dove le passeggiate canine mattutine e serali sono, oltre
che antigieniche in modo spropositato, anche svogliate e perfino irritate, si
direbbe a naso che anche quella non sia la felicità. Però è un dato, di fatto –
un esercizio autonomo, nemmeno una moda, come di un bisogno soddisfatto-insoddisfatto,
che è l’essenza e il gusto dell’Ersatz,
del surrogato.
(continua)
Perché leggiamo ancora il giornale – Lavitola
Alla terza, o quarta, settimana dello scandalo Lavitola-Ranucci, leggiamo finalmente chi era e cosa faceva Lavitola. Editore improvvisato di un giornale, “L’Avanti!” che imitava la grafica dell’“Avanti!” storico, il giornale del partito Socialista, che faceva dirigere al bonzo De Gregorio, quello che poi, eletto da Lavitola a senatore dipietrista, lo stesso Lavitola famosamente s’incaricò nel 2006 di portare a Berlusconi, che finse di stampare – in poche copie, qualche giorno l’anno - tra il 1997 e il 2009, e col quale riuscì a intascare quasi 24 milioni (23,9) di contributi pubblici ai giornali di partito. Condannato poi alla restituzione (mai effettuata) e a quattro anni di carcere, scontati - mentre il suo direttore-senatore De Gregorio si rifugiava a Buenos Aires, protetto dai fratelli massoni contro la estradizione. Uno senza un’attività e senza un capitale, che riappare con una pescheria e un ristorante in una strada di grande circolazione a Roma, i primi anni senza clientela, mentre maneggia capitali, forse della provvidenziale compagna argentins, e inchieste (per riciclaggio in Brasile, per altri crimini a Panama e in Camerun). Che ai cronisti si vende come imprenditore del “carbon credit”, senza che nessuno si chieda cosa sono questi “credit” - sono titoli di merito per attività e impegni di decarbonizzazione (riduzione della CO2), concessi dopo una procedura complessa di riconoscimento (e possibilità di scambio, di vendita), molto sorvegliata.
Un imprenditore falsario. Uscito dal
carcere “senza una lira”. Con “una voragine di costi, non di entrate”. Per il quale
però “il contante, invece, si muoveva”.
Ma di questo non su “la Repubblica” o “Corriere
della sera”, la Grande Informazione, su “L’Altravoce”, minigiornale da XII
pagine, pubblicità comprese, e minidiffusione, in (poche) edicole del Sud, ma
completo e equilibrato, in politica interna, in politica estera, in economia,
nella giudiziaria, e perfino nello spettacolo e lo sport (meglio di tutti nella
cultura) – forse perché creato e diretto da Alessandro Barbano, un giornalista,
non sotto padrone.
Perché leggiamo ancora il giornale - immigrazione
Ci voleva “un bavarese gentile che
parla italiano” si chiama Reichel, presiede un’associazione evangelica per
l’accoglienza ai migranti, per spiegare sulla corazzata del giornalismo made in
Italy (non sempre marchio di
qualità), dopo una settimana di polemiche, in poche righe in mezzo a due pagine
di ulteriori “polemiche”, che “il Ceas, il nuovo regolamento europeo sui
migranti, semplicemente non funziona, è assurdo, ed è l’Italia il Paese più
svantaggiato”. E, “pur avendo il governo italiano partecipato alla revisione
del regolamento (aggiornava il regolamento di Dublino, n.d.r.), è possibile che
in futuro debba restare da voi fino alla metà dei rifugiati europei” - l’altra
metà sottintendendosi che “debba restare” alla Grecia -. E intanto Germania, Francia,
Danimarca possono permettersi di respingere tutti. Non è giusto”.
Niente di più. Il signor Reichel solleva
tre formidabili pietre d’inciampo – cosa è il Ceas, chi lo ha discusso e
sottoscritto per l’Italia, e perché l’Italia si deve riprendere la metà dei
“rifugiati” – per un giornalismo anche mediocre. Ma il giornalone passa oltre.
Il Ceas, Common European Asylum System, è stato discusso per molti anni, negli
ultimi due dal governo Meloni, e firmato il 14 maggio 2024 da Piantedosi – in funzione
dall’11 giugno 2024. È ancora in rodaggio – anche perché con la guerra in
Ucraina, da quattro anni la rotta balcanica dei clandestini non è più percorsa,
che colpiva la Germania soprattutto, e si fa quella degli sbarchi, Italia e Grecia.
Le sanzioni (dazi compresi) le paga chi le mette
“I governi di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso a politiche
economiche” restrittive o nazionaliste (geoeconomiche), “come divieti di
esportazione, sanzioni finanziarie e dazi doganali, per raggiungere obiettivi
non economici. I benefici di queste politiche geoeconomiche possono essere
significativi, consentendo di conseguire uno scopo geopolitico senza minacciare
o impiegare la forza militare, e senza gli elevati costi umani ed economici
della guerra. Forse il mondo dovrebbe accogliere con favore questa tendenza.
“Tuttavia, le politiche
coercitive possono essere costose per le nazioni che le impongono. Per quanto
possa essere allettante utilizzare le politiche economiche a fini coercitivi, a
volte i benefici non giustificano i costi.”
Un breve excursus
storico segue, del “mercantilismo” o geoeconomia, dal Quattrocento agli imperi
coloniali, ancora primo Novecento, e
fino alla guerra fredda. Succeduta dall’apertura delle frontiere economiche, e
al trentennio di maggiore crescita mondiale della ricchezza nella storia.
Dopodiché la geococonomia si è fatta valere di nuovo (in realtà sempre praticata,
vigorosamente, dalla Cina, l’economia che più ha beneficiato dell’apertura dei mercati, che ha sempre praticato e continua a praticare la geoeconomia, il
protezionismo, con la finanza pubblica (sovvenzioni defiscalizzazioni, premi, etc.) e con, soprattutto, la manipolazione del
cambio monetario.
La geoeconomia è un indirizzo forse auspicabile,
finché evita le guerre guerreggiate. Ma costoso, in termini di carovita e
quindi di reddito, per i molti: “L’attrattiva delle politiche geoeconomiche può essere
evidente, sebbene sia difficile misurarla. Molti obiettivi geopolitici sono
difficili da quantificare, e persino da concepire in termini monetari. Quanto
vale la sicurezza nazionale? Qual è il valore di isolare un avversario,
consolidare un’alleanza, scongiurare un potenziale attacco, evitare una guerra
disastrosa?” Ma, se i benefici sono aleatori, i costi invece sono sicuri.
“Sebbene i benefici
delle politiche geoeconomiche possano essere intangibili, molti dei costi sono
di natura più direttamente economica e quindi più facilmente analizzabili. I
responsabili politici, gli analisti e i cittadini dovrebbero riflettere sui
compromessi in gioco, su ciò a cui un Paese potrebbe rinunciare imponendo
sanzioni o dazi doganali per scopi geopolitici. Ciò non significa che tali
politiche debbano essere evitate, ma solo che sia i benefici che i costi
debbano essere presi in considerazione”..
Il monito è seguito a sua
volta da un calcolo dei costi e dei benefici.
Friden
è specialista di Economia Politica, titolare a Harvard della cattedra di
International Peace,
capo
dipartimento Studi Politici alla stessa università.
Jeffry
Friden, The Cost of Geoecomic Coercion,
Imf “F&D”, “Finance&Development”, in lìbera lettura (leggibile anche in
italiano, Il costo della coercizione
economica)
martedì 18 agosto 2026
Natalità svogliata – se il pet costa più del figlio
“la Repubblica” solleva infine, con
continuità, il tema della demografia debole in Italia. Trenta anni dopo la “scoperta”
statistica, nel 1994, che l’anno prima le morti avevano superato le nascite
(senza peraltro suscitare allarme, ce ne occupammo solo noi sul settimanale “Il
Mondo” - con un servizio che il governo francese
richiese di ripubblicare nel suo Osservatorio per il personale scolastico, ma nella disattenzione generale in Italia).
Gli effetti del declino sono noti:
troppi anziani (sanità e pensioni a rischio), troppa spesa pubblica assistenziale
(inefficiente), indebolimento del sistema scolastico, dall’infanzia all’università,
e non miglioramento, e perfino, collegato a sanità e istruzione, svuotamento delle
piccole città, dopo le campagne.
Una serie di concause della debole
demografia sono di solito analizzate: il lavoro e la carriera della donna,
retribuzioni deboli, caro-affitti e caro-case, asili nido pochi o remoti, l’accudimento
di genitori inabili o infermi. Ma non quello principale: il falso concetto femminile-femminista
che fa, da più generazioni, dai baby boomer, da 50-60 anni, il modo di essere
della “donna italiana”.
(continua)
Levantinismo al potere
Trump dice una cosa, subito gli ayatollah
dicono che non è vero. Soprattutto da quando gli Usa hanno capito in che
pantano si sono cacciati solo per lo “stretto rapporto” (tutto, fuorché sessuale
– almeno, a quanto sembra) della ditta Trump con Israele.
Il capo degli Usa alla mercé di
quattro levantini è uno spettacolo affascinante ma anche preoccupante. Anche perché lui stesso ne subisce il fascino, che si produce in lo dico-non lo dico-non l'ho detto-vediamo.
E d’altra parte l’Iran è appeso a un
ectoplasma, il fantasma del figlio di un ayatollah non dei più apprezzati – di cui
Trump o Israele ha fatto un martire. L’Iran non è un Paese uscito dal bush, ha una popolazione importante e
colta, e una storia complicata e lunga. Ma è come se: il Paese sospeso e muto dice
tutta la vergogna del regime degli ayatollah.
Anche questo è molto levantino, il
Paese muto. Nonché ovviamente per prodursi gli eventi in Medio Oriente, tra mediorientali,
persiani e arabi, con contrappunto di ebrei.
La barbarie è sempre pronta, c’è scritto
nella storia. E non c’è bisogno di prepararla, succede –le cause della barbarie
(le cause della decadenza) sono state un esercizio storico prestigioso, da Gibbon
a Santo Mazzarino, ma a babbo morto.
La guerra raccontata come in pace
“In
Albania avevo 19 anni, in Russia 20”. Memorie di guerre, della ritirata (ripiegamento) del Don, catastrofica, per le quali Rigoni Stern è famoso, e poi del confino nei lager tedeschi. Assortite da memorie in
tempo di pace, di “cose viste”, personali
o d’ambiente – l’altopiano di Asiago grande protagonista.
I
due testi più lunghi, in forma di racconto-saggio, sono sugli anni post 8 settembre
quello del titolo, “Aspettando l’alba”, della prigionia in Germania nel
1943-1945, e l‘altro, “Quasi una tregua”,
sulla ritirata, narrata come già ne “Il sergente nella neve”, fattualmemte, di soldati che hanno
perduto la guerra e cerano di salvare la vita, con tutte le pieghe e le piaghe, diarree congelamenti, suppurazioni, ma senza le recriminazioni politiche
consuete in tale tipo di racconti (in Italia e anche in Germania, due Paesi, si
direbbe, di reduci involontari: il gelo, l’abbigliamento inadatto, i comandi impreparati
e incapaci): un racconto da soldato, di una guerra persa. Fattuale, anche nel
rapporto-non rapporto con l’alleata Germania: “Quel giorno (i russi, n.d.r.) avevano
iniziato la grande battaglia per liberare Charkov (oggi Charkiv, nd.r.), e noi,
che avevamo il torto di essere vivi, eravamo d’impaccio alle manovre dei
tedeschi”.
È
la penultima raccolta di testi di Rigoni Stern, nel 2004, di testi in gran parte
disseminati nei decenni tra i quotidiani, per l’allora “terza pagina”, quindi
nella misura delle quattro cartelle. Sui suoi temi: la guerra, la Russia, i lager, e l’Altopiano, di gente buona e
giusta. Racconti di un’umanità ovunque semplice, anche nella tragedia, e
solitamente buona, comunque considerata.Tra eventi per lo più drammatici,
eppure ordinari – ordinati dal giudizio dell’uomo.
“Quasi
una tregua” è quasi un epicedio, il “diario” della vecchiaia, di impressioni e
ricordi trascurati. Della famiglia che per due secoli aveva abitato ad Asiago
al Kantun von Stern - solo quando era nato lui, nel 1920, si era stabilita in
via di Ortigara, 5 (vicino di casa di Ermanno Olmi). Di tarde scoperte: della famiglia indagata, mentre lui era
semidisperso tra Russia e Germania, e poi nei lager, dalle forze speciali SS se non fossero
ebrei, per il nome Stern, salvata dall’ottima anagrafe, che attestava Stern essere "storpiatura di un cimbrico Ernst".
Racconti brevi e brevissimi, e tuttavia pregni. Per quella felicità di narrare il nulla – il quotidiano, noto, scontato, la pausa, l’inattività, le cose – e pianamante, senza enfasi, ma facendosi ascoltare, che forse può dirsi qualità della narativa veneta. Da Rigoni Stern condivisa con Meneghello, Comisso, con lo stesso Parise, e già con Nievo – ma anche Berto non vi si sottrae. Classico: un po’ Omero, dimesso e senza rima, senza ritmo cantante, e un po’ Senofonte, con “l’epica della ritirata”. Malinconico e non trionfante. Con un "gran viaggio nella soffitta", tra i primi libri, ognuno con la su storia. Con il cane Cimbro, "che vidi piangere di commozione e d'affetto una dozzina d'anni fa, quando stavo per lasciare questo mondo". Con un ricordo di Primo Levi e uno di Nuto Revelli. Il poeta segreto Giocondo Pillonetto. E una breve-lunga (piena di cose) lettera a Jacopo - la storia di Jacopo da Bassano.
Pagine fittissime, a corpo 9. Con una cronologia della vita e delle opere.
Mario
Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri
racconti, Einaudi, pp. 152 € 11,50
lunedì 17 agosto 2026
Secondi pensieri - 590
zeulig
Arte – Perché non sarebbe filosofica – vecchio problema? Tra Nietzsche e Wagner,
nota Carlo Galli, “Nietzsche e Wagner scontro di titani”, “ciò che vi è di
vero, di non parossistico, in quello scontro titanico, tutto tedesco, è che vi
si manifesta ancora una volta l’antichissima ostilità della filosofia verso
l’arte: nell’antiplatonico Nietzsche è all’opera il medesimo riflesso intellettuale
che porta Platone a escludere dalla sua città perfetta gli artisti, troppo
lontani dalla verità, e a detestare i poeti tragici”.
Dalla “verità”? I poeti tragici non lo sono molto meno di
Platone, lontani – dalla verità delle cose?
Nietzsche
contro Wagner - Li accomuna, e li divide,
l’“inattualità” – “la decostruzione delle architetture razionali della civiltà”
(Carlo Galli). Detta così l’inimicizia insorge come gelosia e invidia, seppure
i due agissero in campi lontani, l’uno decomponendo frasi, tempi e soggetti nel
caos atonale, l’altro spopolando “col martello”. Contro ogni metafisica – a cui
assimila il teatro wagneriano, l’“arte totale” – “il rovesciamento del platonismo
diventa teatro, come dirà Heidegger”, può notare Galli.
Heidegger che non è uno satirico, e nemmeno ironico. La
“filosofia tedesca” decisamente ha bisogno di una ripassata.
Populismo –
È la forma della democrazia nel millennio. Non della
democrazia in quanto ordinamento giuridico (sempre tuttora fondamentalmente montesquieviano),
ma di molte sue espressioni reali, politiche, in Europa, in America, e in Asia
– India, Giappone, Corea del Sud. E dunque? È una reazione all’altrettanto
diffuso “mercato”, o mercatismo? Sicuramente sì, è la perplessità dei più di
fronte a un “patto” troppo sbilanciato per i meno o i pochi, furbi più che
cattivi (il sempiterno “fascismo” di ogni analisi, così incredibilmente attardate).
La colonna ne è l’antipolitica, da Mussolini a Bossi, da
“Mani Pulite”, il gruppo d’assalto, composto da andreottiani (Borrelli e Di
Pietro), comunisti e fascisti, alla liberaldemocrazia), a Grillo. Oggi
sdoppiata: opinione pubblica (essenzialmente social) e giudici “dei poveri” contro l’opinione pubblica e la
giustizia mainstream. Che sono risentite
- ma
sono di fatto, per ogni testimonianza, giocando a favore degli interessi
costituiti (finanza, editoria, rete) contro la sovranità democratica (costituzionale) - del carrierismo
più che della democrazia.
Molto è difensivo - “il supermarket della paura” se ne è
potuto dire.
Perché questa domanda sarebbe di destra? Non è
prevaricatrice, non è ristretta, nasce e si alimenta di debolezze, non ha o non
sa usare la forza. I richiami al fascismo intanto sono fuorvianti – una
polemica politica di bassissimo conio, da incapaci più che prepotenti.
È un domanda
di ricomposizione del patto sociale, se si vuole. In Italia, p.es., dopo un
trentennio, quasi quarantennio, di febbre liberista, dall’ex Pci (le “lenzuolate”
di liberalizzazioni, di privatizzazioni) a molti degli stessi “populisti”
(dipietristi, grillini), di liberismo assoluto. Quale unico criterio di qualità,
e il più democratico – della deriva darwiniana, del “più adatto” (magari solo
più furbo). Che ha finito per depauperare e marginalizzare il glorioso sistema
sanitario nazionale, per una sanità non migliore e anzi molto peggiore, er
molto costosa, anche all’interno dell’offerta pubblica (ospedali, medicinali) –
con primari e aiuti che si risparmiano la mattina per il pomeriggio, a 300 euro
l’ora) .Con un welfare che è sempre
costoso ma è ridotto a un placebo.
Si può dire che la
libertà ha tradito le sue promesse. Ma. poi, è la libertà commerciale, direbbe
Constant - avrebbe detto due secoli fa. Che eviterà pure le guerre (ma non
sembra), ma si esercita obbligando alla difensiva. Al populismo, sia pure prospettato come buona volontà, fino
al “dispotismo mite” di Tocqueville, ma inerme e inefficace, quando non è dannoso
– è Di Maio, dimenticato vice-capo del governo, che si affaccia al balcone e
decreta: “Abbiamo sconfitto la povertà”.
La riflessione è semplice
ma ardua, perché il richiamo è variegato, ma sempre su base e a fini politici,
immediati. In Italia si fa carico del populismo al governo di centrodestra in
carica oggi. Che però si è fatto e si fa carico del riequilibrio fiscale . Nell’alveo,
se si vuole, della Destra storica, che governò l’Italia postunitaria con
effetti controversi, comunque in linea col mantra europeo, del rientro dal
debito, della spesa limitata alle entrate. Mentre i governi della passata
legislatura, compreso da ultimo anche Draghi, che certamente aveva cognizione
di quanto succedeva, hanno creato dei mostri di spesa, dal reddito di cittadinanza
(“abbiamo sconfitto la povertà”, quello era) al superbonus edilizio, due fantasmi costati 400 miliardi – senza
beneficio per il sistema produttivo, giusto un’elemosina miliardaria ai beneficiari.
Una somma con cui costruire il welfare di
milioni di persone per decine di anni.
C’è insomma populismo e
populismo, uno destruens, uno construens? Certamente c’è stato, non solo
in Italia, un populismo della dissipazione. Tocqueville non c’entra, si sarebbe
meravigliato moltissimo - non era filo-italiano, non ne aveva ragione, ma aveva
studiato la storia romana.
(fine)
Possessione
– “Forma primaria di conoscenza la vuole Calasso, “La follia che viene dalle Ninfe”,
“nata molto prima dei filosofi che la nominano”. Da Omero, al primo verso dell’
“Iliade”: “L’ira di Achille è una forma di possessione”. Come dire essere
conosciuti per conoscere.- ognuno è posseduto da forme d’essere?
“Incursio,
ricordiamo”, insiste Calasso, “è il termine tecnico della possessione”. Incursioni
come segnali di una metamorfosi, “e ogni metamorfosi era un’acquisizione di
conoscenza”. Era, e perché non sarebbe?
“Era” un procedimento? Che può essere un semplice
disvelamento, la forma “naturale” (ovvia, logica) della conoscenza.
Subaltern
Studies - Senza i rigori (truismi) di Spivak, erano già di Ernesto
De Martino: popoli “subalterni” ricorrono, ricorrevano, anche nel “Mondo magico”. Anche se la loro redenzione
era effetto dell’etnologia, degli studi storico-folklorici, invece che della
politica. Nella fattispecie nel saggio del 1949, “Intorno a una storia del
mondo popolare subalterno”, pubblicato nel n. 3 di “Società”, 1949. Ma per ciò
non più intimamente – la “rivoluzione” politica è quasi ovunque fallita, specie
nell’“Africa delle indipendenze” (ma anche nel sub-continente indiano da cui
Spivak origina, dove il Pakistan nonsa darsi altra identità che islamica – e settaria,
sunnita) .
In una curiosa polemica in cui Pavese fa entrare De Martino
con Franco Fortini a proposito del saggio sulla subalternità, quest’ultimo fa
obiezione De Martino in quanto, studioso marxista, introduce nella dinamica
rivoluzionaria “magia, mistica, irrazionale” – che Fortini avvicina alla
“recente cultura irrazionalistica e in fondo folcloristica”.
Fortini aveva torto? Allora? E oggi?
zeulig@antiit.eu
Sesso e morte, Russia senza misura
Sesso
senza inibizioni, della padrona col servo, liberamente in casa, in assenza del
marito, nel letto del marito, e assassinii senza nemmeno pensarci su, del
suocero, del marito, con furbizia, con cattiveria, con le proprie mani. Per
finire sul Volga, con la tradotta verso la Siberia, tra le angherie di
carcerate e carcerati, e dello stalliere amatissimo, stupido stallone.
Un
racconto anomalo. Di un “verismo” anticipato, 1865 - specie in questa
traduzione, di Margherita Crepax, che non sdolcina e piuttosto acuisce, nel
trionfo e nella disgrazia. Una Lady
Macbeth che ispirerà Šostakóvič, con una partitura che ne ricalca le asprezze
in un’età, 1934, in cui già più non si poteva
(l’opera il compositore camuffò come la prima di una trilogia sulle
donne russe – di cui Katerina L’vovna, assassina a mani nude, non poteva certo
dirsi esemplare).
Un
racconto anomalo nella narrativa pur già aperta alla licenza – a Parigi se non
altrove – del secondo Ottocento. Passionale, anche. Licenzioso, anche – non c’è
donna che “non la dia” al primo che incontra. Libertino, sembra. Perché poi
nudo per mancanza di fede – di fede religiosa.
Un
romanzo breve – il canovaccio di un romanzo – ma pieno. Di umori (cattiveria)
in un mondo remoto – di “cuoche” e chiacchiere, e poi di tradotta notturna,
verso la Siberia. Svelto, gestuale, irriflessivo e ingiustificato. Di
una “libertà” senza limiti, e anche di prudenza, o di furbizia. Forse
antifemminista, anche in questo in anticipo sui tempi – di una donna che passa
su tutto come un carro armato. Sicuramente molto russo - come solo ora si comincia a raccontare, dopo quasi due secoli.
Nikolaj
Leskov, Una Lady Macbeth nel distretto
di Mcensk, Garzanti, pp. 11 € 5,90
domenica 16 agosto 2026
Il mondo com'è (499)
astolfo
Cimitero dei Turchi – Erano “turchi” nella Grande Guerra, inquadrati nell’esercito austriaco in Carnia e sull’altopiano di Asiago, i coscritti bosniaci. Nel racconto di memorie “La bottiglia ritrovata”, uno degli ultimi di Mario Rigoni Stern (pubblicato nella raccolta “Aspettando l’alba” nel 2004, quattro ani prima della morte) lo scrittore di Asiago ripercorre una battuta solitaria di caccia all’alba: “Giunsi al Cimitero dei Turchi – dove erano stati sepolti i soldati bosniaci caduti nel ’17 – che incominciava l’alba…”. Sull’altopiano di Asiago, il luogo per eccellenza di Rigoni Stern, una cinquantina di cimiteri militari si costeggiano, variamente denominati, qualcuno anche dei caduti austro-ungarici, ma nessuno nella nomenclatura ufficiale reca il nome “dei Turchi”: Rigoni Stern riferisce evidentemente la denominazione corrente, comune, della memoria.
Paul Goodman – Dimenticato, e anzi cancellato, dall’editoria e dagli studi, storico-letterari e critici, è immortalato come suo maestro e ispiratore da Susan Sontag da sempre, da quando adolescente puntava all’università. Sui 16-17 anni, nel suo ricordo in morte di Goodman, sulla “New York Review of Books nel 1972 (il ricordo apre la raccolta “Sotto il sole di Saturno”): “Ho letto tutti i suo libri.. .. Non c’è stato appartamento in cui ho vissuto gli ultimi ventidue anni che non abbia contenuto la maggior parte dei suoi libri”.
Era all’epoca, ancora nel 1972, uno degli ispiratori
della rivolta giovanile degli anni 1960. Molto attivo già negli anni 1940. alla
rivista “Politics”, alla quale lavorava con C. Wright Mills e Dwight McDonald, e
nell’introduzione in America della psicologia e terapia della Gestalt. E ancora
negli anni Cinquanta, col Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Uno dei
protagonisti della scena intellettuale newyorchese e americana. Ha anche una pagina
nella Anarcopedia. Ma del tutto dimenticato.
Xavier
Milei – Il presidente argentino dalla folta zazzera con la
motosega, per disboscare lo Stato, è di formazione economista, studioso della
Scuola Austriaca (Carl Menger, Bōhm-Bawerk, von Wieser, von Mises, von Hayek –
molto barbuti, molto rispettabili). Da lui elaborata in una prospettiva
“anarco-capitalista” - una non avventata elaborazione del liberalismo lo fa
approdare, coerentemente, all’anarchia.
Pondus
– È la parola latina e la misura probabilmente di
più lungo corso e di più vasta applicazione: pound in inglese, Pfund in tedesco, funt in russo. E dovunque con la stessa portata/misura, 0,453 kg.
Solo in italiano (nelle lingue neo-latine:
castigliano, francese, rumeno, ladino) la stessa misura si denomina
diversamente: libbra - da libra¸la
bilancia.
Savitri Devi – Michel
Houellebecq la menziona nel suo ultimo romanzo, “Annientare”, come Maximine
Portaz. È il suo vero nome. Morta nel 1982, in Inghilterra, e presto
dimenticata, è stata un personaggio di peso, severa e nello stesso tempo molto
impegnata, dell’estrema destra nel campo ecologico. Nazista entusiasta in gioventù,
negli anni 1930, apostola e organizzatrice del neonazismo, anche non ecologico,
nel dopoguerra.
Si può definire un’intellettuale francese – ma lei
ambiva a un’origine franco-greca - di metà Novecento. Al secolo Maximine Portaz,
o Maximiani Julia Portgas, come lei si declinava, nata a Lione, 1905 (data di
nascita più attendibile) -1982. Nata in Francia da madre inglese e padre italo-greco,
addottorata in Matematiche, con tesi di dottorato su Gottlob Frege e Bertrand
Russell. Ammiratrice fervente di Hitler, antisemita, futura negatrice dell’Olocausto,
e forse spia tedesca in India – allora sotto dominio britannico – nella guerra.
Prese il nome Savitri Devi, divinità-dea del sole,
dopo essersi convertita all’induismo ed aver sposato un bramino. Animatrice e
\o anticipatrice dell’ecologia radicale o
profonda. Sostenitrice del sistema delle
razze in India, archetipo delle leggi razziali che avrebbero governato il mondo
ordinatamente, tenendo separate le razze. Sostenitrice dell’arianesimo. Di cui
ha teorizzato da ultimo l’origine “polare”.
Johnny
Torrio – È esistito, ed è anche un personaggio (minore) di
da Empoli, “Il mago del Cremlino”. “Presidente del consiglio” dei mafiosi di
Chicago, subito dopo la guerra, la Grande Guerra, un vero boss, “rispettato” da tutti. Fino a quando non emerse nelle sue
truppe un tipo che voleva prendere il suo posto e si chiamava A.Capone. E fu
così che, nel 1924, un pomeriggio di gennaio, verso le cinque, Johnny Torrio,
il presidente del consiglio dei mafiosi di Chicago, si accascia crivellato di
pallottole davanti casa. Lo portano all’ospedale, e lui dice alla polizia: “So
chi ha fatto il colpo, ma non sono un confidente”. Poi, quando sta meglio,
chiama Al Capone, gli dà le chiavi del business
e gli dice che ha voglia di rientrare in Italia. Risultato: “Ha vissuto ancora
quindici anni, per grazia di Dio, ed è morto tranquillamente nella sua casa a
Brooklyn”. (G. da Empoli,”Il mago del Cremlino” § 25).
Rodolfo
Valentino – Si celebra per i cento anni della morte, il 24
agosto 1926, a New York (a 31 anni, di peritonite trascurata), da ultimo su
otto pagine del settimanale “Robinson”, sempre e solo come il modello del latin lover. Per la capigliatura folta impomatata, e lo sguardo assassino delle bionde, da
miope. Trascurando, anche nelle biografie, i dati familiari e personali delle origini. Si sa che è pugliese di
origine, ma non che era di madre francese, Marie Gabrielle Bardin, istitutrice o
dama di compagnia in casa dei marchesi Giovinazzi di Ducenta (la marchesa era una Ruffo
di Calabria), e di padre veterinario, già capitano di cavalleria, appassionato
di araldica (per la quale s’inventerà molti avi), Giovanni Guglielmi.
Battezzato come Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi. Terzo di quattro
figli, Beatrice, Alberto e Maria. Con la famiglia costretta presto a spostarsi, alla morte precoce del padre, prima a Taranto in casa di amici, poi a Perugia, dove la madre aveva trovato
occupazione. A Perugia fu interno per tre anni, fino ai 15, in un
convitto dell’Onaosi (Opera Nazionale
Assistenza Orfani Sanitari Italiani). Un adolescente sgraziato, e
indisciplinato. Espulso, tentò l’Istituto Nautico di Venezia. Ma non fu accettato
per la miopia, e altri problemi fisici. Riuscì a diplomarsi in Agraria, a 18
anni, a Genova, e ritornò a Taranto, da famiglie amiche.
Una biografia giovanile molto “contemporanea”, da
generazione Z. Da Taranto partì all’avventura per Parigi. Dove trovò
occupazione come ballerino nei club.
Non guadagnò abbastanza e se ne tornò a Taranto. Qui si diffondeva la fama dei
successi in America di un musicista locale, Domenico Savino, di famiglia amica
dei Guglielmi. Partì allora, aveva 18 anni, per New York. Savino lo introdusse
al night-club di buona fama “Maxim”, dove fu assunto come taxi dancer, “partner a pagamento per
balli di coppia”. E la fortuna cominciò, con le gentildonne.
Rodolfo aveva preso l’onda giusta. Rafforzata dai
legami che presto stabilì con ballerine di lungo corso che avevano formazioni
proprie, Bonnie Glass e poi Joan Sawyer. Si fece un certo nome, e passò sulla
West Coast, a San Francisco, attore-cantante-ballerino di operette. Poi Hollywood.
astolfo@antiit.eu
Si dice corruzione ma il danno è da negligenza
Analizzando i dati dell’Anac, l’ Agenzia
anti-Corruzione, Giuseppe Pasquale, tributarista emerito, accademico e al “Sole 24 Ore”, scopre che in
oltre sei anni i procedimenti
trasmessi per legge all’Anac dalle 100 procure inquirenti, prevalentemente per
reati corruttivi, sono stati 141, meno di due al mese in tutta Italia. È tutta
qui la corruzione? “Il danno economico più ingente alla collettività non deriva affatto dalla
corruzione, bensì dalla semplice negligenza, assolutamente più diffusa e nefasta
della prima”, può sintetizzare il magazine.
Si
parte dalla temibile Corte dei Conti, di negligenza massima. La fittissima
normativa anti-corruzione che poi finisce nell’inapplicazione è infatti seguita
a una falsa stima che la Corte ha fatto nel 2012. Il
16 febbraio 2012 il procuratore generale
della Corte dei Conti dava il danno da corruzione in Italia in 60 miliardi
l’anno. “Cifra clamorosamente smentita dal Sole 24 Ore quattro anni dopo, il 21
agosto 2016”, ma “con una titolazione eloquente: «La leggenda dei 60 miliardi,
stima falsa che tutti citano»”.
Nel frattempo, però, la Corte dei Conti aveva generato l’affrettata
legge n. 190 del 12 dicembre 2012, “tuttora in vigore e foriera di soluzioni
burocratiche alquanto discutibili: con autocertificazioni surreali che nessuno
controlla, con piani anticorruzione che nessuno legge, con una sfilza di corsi
di formazione che insegnano l’ovvio (“oddio, quanto è spregevole il corrotto”)”.
La corruzione certamente c’è. Ma in misura ridotta. Il
danno, alla spesa pubblica, è soprattutto "effetto della negligenza”. Per la
mancata applicazione, o inapplicabilità, delle leggi anti-corruzione. “La
negligenza – sia quella colpevole, sia quella borderline (protette, da
ultimo, da ampi margini di impunità) – è ciò che alimenta, per davvero, la
stragrande maggioranza delle inefficienze, ivi compreso il danno erariale
nazionale”. E qui l’esperto porta un caso che ancora brucia: “Com’è accaduto,
a esempio, con il dl n. 39/2024, dove si è aspettato il 29 marzo 2024 per porre
fine alle proroghe del superbonus edilizio, nonostante che, ‘distrattamente’ e
senza ipotesi di dolo, fossero frattanto state autorizzate, sia
dall’amministrazione (Rgs) sia dalla politica (il Ministro dell’economia e
delle finanze), spese allo scoperto per decine di miliardi”, benché fosse noto “l’avvenuto
esborso di agevolazioni superbonus per 33,7 miliardi oltre la copertura
finanziaria”.
Giuseppe
Pasquale, Corruzione? Meno del previsto, “Start Magazine”, in libera
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