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lunedì 17 agosto 2026

Secondi pensieri - 590

zeulig
 
Arte – Perché non sarebbe filosofica – vecchio problema? Tra Nietzsche e Wagner, nota Carlo Galli, “Nietzsche e Wagner scontro di titani”, “ciò che vi è di vero, di non parossistico, in quello scontro titanico, tutto tedesco, è che vi si manifesta ancora una volta l’antichissima ostilità della filosofia verso l’arte: nell’antiplatonico Nietzsche è all’opera il medesimo riflesso intellettuale che porta Platone a escludere dalla sua città perfetta gli artisti, troppo lontani dalla verità, e a detestare i poeti tragici”.
Dalla “verità”? I poeti tragici non lo sono molto meno di Platone, lontani – dalla verità delle cose?
 
Nietzsche contro Wagner - Li accomuna, e li divide, l’“inattualità” – “la decostruzione delle architetture razionali della civiltà” (Carlo Galli). Detta così l’inimicizia insorge come gelosia e invidia, seppure i due agissero in campi lontani, l’uno decomponendo frasi, tempi e soggetti nel caos atonale, l’altro spopolando “col martello”. Contro ogni metafisica – a cui assimila il teatro wagneriano, l’“arte totale” – “il rovesciamento del platonismo diventa teatro, come dirà Heidegger”, può notare Galli.
Heidegger che non è uno satirico, e nemmeno ironico. La “filosofia tedesca” decisamente ha bisogno di una ripassata.
 
Populismo – È la forma della democrazia nel millennio. Non della democrazia in quanto ordinamento giuridico (sempre tuttora fondamentalmente montesquieviano), ma di molte sue espressioni reali, politiche, in Europa, in America, e in Asia – India, Giappone, Corea del Sud. E dunque? È una reazione all’altrettanto diffuso “mercato”, o mercatismo? Sicuramente sì, è la perplessità dei più di fronte a un “patto” troppo sbilanciato per i meno o i pochi, furbi più che cattivi (il sempiterno “fascismo” di ogni analisi, così incredibilmente attardate).   
 
La colonna ne è l’antipolitica, da Mussolini a Bossi, da “Mani Pulite”, il gruppo d’assalto, composto da andreottiani (Borrelli e Di Pietro), comunisti e fascisti, alla liberaldemocrazia), a Grillo. Oggi sdoppiata: opinione pubblica (essenzialmente social) e giudici “dei poveri” contro l’opinione pubblica e la giustizia mainstream. Che sono risentite  - ma sono di fatto, per ogni testimonianza, giocando a favore degli interessi costituiti (finanza, editoria, rete) contro la sovranità  democratica (costituzionale) - del carrierismo più che della democrazia.
 
Molto è difensivo - “il supermarket della paura” se ne è potuto dire.
 
Perché questa domanda sarebbe di destra? Non è prevaricatrice, non è ristretta, nasce e si alimenta di debolezze, non ha o non sa usare la forza. I richiami al fascismo intanto sono fuorvianti – una polemica politica di bassissimo conio, da incapaci più che prepotenti.
È un domanda di ricomposizione del patto sociale, se si vuole. In Italia, p.es., dopo un trentennio, quasi quarantennio, di febbre liberista, dall’ex Pci (le “lenzuolate” di liberalizzazioni, di privatizzazioni) a molti degli stessi “populisti” (dipietristi, grillini), di liberismo assoluto. Quale unico criterio di qualità, e il più democratico – della deriva darwiniana, del “più adatto” (magari solo più furbo). Che ha finito per depauperare e marginalizzare il glorioso sistema sanitario nazionale, per una sanità non migliore e anzi molto peggiore, er molto costosa, anche all’interno dell’offerta pubblica (ospedali, medicinali) – con primari e aiuti che si risparmiano la mattina per il pomeriggio, a 300 euro l’ora) .Con un welfare che è sempre costoso ma è ridotto a un placebo.
Si può dire che la libertà ha tradito le sue promesse. Ma. poi, è la libertà commerciale, direbbe Constant - avrebbe detto due secoli fa. Che eviterà pure le guerre (ma non sembra), ma si esercita obbligando alla difensiva. Al populismo,  sia pure prospettato come buona volontà, fino al “dispotismo mite” di Tocqueville, ma inerme e inefficace, quando non è dannoso – è Di Maio, dimenticato vice-capo del governo, che si affaccia al balcone e decreta: “Abbiamo sconfitto la povertà”.
 
La riflessione è semplice ma ardua, perché il richiamo è variegato, ma sempre su base e a fini politici, immediati. In Italia si fa carico del populismo al governo di centrodestra in carica oggi. Che però si è fatto e si fa carico del riequilibrio fiscale . Nell’alveo, se si vuole, della Destra storica, che governò l’Italia postunitaria con effetti controversi, comunque in linea col mantra europeo, del rientro dal debito, della spesa limitata alle entrate. Mentre i governi della passata legislatura, compreso da ultimo anche Draghi, che certamente aveva cognizione di quanto succedeva, hanno creato dei mostri di spesa, dal reddito di cittadinanza (“abbiamo sconfitto la povertà”, quello era) al superbonus  edilizio, due fantasmi costati 400 miliardi – senza beneficio per il sistema produttivo, giusto un’elemosina miliardaria ai beneficiari. Una somma con cui costruire il welfare di milioni di persone per decine di anni.
C’è insomma populismo e populismo, uno destruens, uno construens? Certamente c’è stato, non solo in Italia, un populismo della dissipazione. Tocqueville non c’entra, si sarebbe meravigliato moltissimo - non era filo-italiano, non ne aveva ragione, ma aveva studiato la storia romana.
(fine)
 
Possessione – “Forma primaria di conoscenza la vuole  Calasso, “La follia che viene dalle Ninfe”, “nata molto prima dei filosofi che la nominano”. Da Omero, al primo verso dell’ “Iliade”: “L’ira di Achille è una forma di possessione”. Come dire essere conosciuti per conoscere.- ognuno è posseduto da forme d’essere?
 
Incursio, ricordiamo”, insiste Calasso, “è il termine tecnico della possessione”. Incursioni come segnali di una metamorfosi, “e ogni metamorfosi era un’acquisizione di conoscenza”. Era, e perché non sarebbe?
“Era” un procedimento? Che può essere un semplice disvelamento, la forma “naturale” (ovvia, logica) della conoscenza.
 
Subaltern Studies - Senza i rigori (truismi) di Spivak, erano già di Ernesto De Martino: popoli “subalterni” ricorrono, ricorrevano,  anche nel “Mondo magico”. Anche se la loro redenzione era effetto dell’etnologia, degli studi storico-folklorici, invece che della politica. Nella fattispecie nel saggio del 1949, “Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, pubblicato nel n. 3 di “Società”, 1949. Ma per ciò non più intimamente – la “rivoluzione” politica è quasi ovunque fallita, specie nell’“Africa delle indipendenze” (ma anche nel sub-continente indiano da cui Spivak origina, dove il Pakistan nonsa darsi altra identità che islamica – e settaria, sunnita) .
 
In una curiosa polemica in cui Pavese fa entrare De Martino con Franco Fortini a proposito del saggio sulla subalternità, quest’ultimo fa obiezione De Martino in quanto, studioso marxista, introduce nella dinamica rivoluzionaria “magia, mistica, irrazionale” – che Fortini avvicina alla “recente cultura irrazionalistica e in fondo folcloristica”.
Fortini aveva torto? Allora? E oggi?  

zeulig@antiit.eu

Sesso e morte, Russia senza misura

Sesso senza inibizioni, della padrona col servo, liberamente in casa, in assenza del marito, nel letto del marito, e assassinii senza nemmeno pensarci su, del suocero, del marito, con furbizia, con cattiveria, con le proprie mani. Per finire sul Volga, con la tradotta verso la Siberia, tra le angherie di carcerate e carcerati, e dello stalliere amatissimo, stupido stallone. 
Un racconto anomalo. Di un “verismo” anticipato, 1865 - specie in questa traduzione, di Margherita Crepax, che non sdolcina e piuttosto acuisce, nel trionfo e nella disgrazia. Una  Lady Macbeth che ispirerà Šostakóvič, con una partitura che ne ricalca le asprezze in un’età, 1934, in cui già più non si poteva  (l’opera il compositore camuffò come la prima di una trilogia sulle donne russe – di cui Katerina L’vovna, assassina a mani nude, non poteva certo dirsi esemplare).
Un racconto anomalo nella narrativa pur già aperta alla licenza – a Parigi se non altrove – del secondo Ottocento. Passionale, anche. Licenzioso, anche – non c’è donna che “non la dia” al primo che incontra. Libertino, sembra. Perché poi nudo per mancanza di fede – di fede religiosa.
Un romanzo breve – il canovaccio di un romanzo – ma pieno. Di umori (cattiveria) in un mondo remoto – di “cuoche” e chiacchiere, e poi di tradotta notturna, verso la Siberia. Svelto, gestuale, irriflessivo e ingiustificato. Di una “libertà” senza limiti, e anche di prudenza, o di furbizia. Forse antifemminista, anche in questo in anticipo sui tempi – di una donna che passa su tutto come un carro armato. Sicuramente molto russo - come solo ora si comincia a raccontare, dopo quasi due secoli.
Nikolaj Leskov, Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk, Garzanti, pp. 11 € 5,90

domenica 16 agosto 2026

Il mondo com'è (499)

astolfo

Paul Goodman – Dimenticato, e anzi cancellato, dall’editoria e dagli studi, storico-letterari e critici, è immortalato come suo maestro e ispiratore da Susan Sontag da sempre, da quando adolescente puntava all’università. Sui 16-17 anni, nel suo ricordo in morte di Goodman, sulla “New York Review of Books nel 1972 (il ricordo apre la raccolta “Sotto il sole di Saturno”): “Ho letto tutti i suo libri.. .. Non c’è stato appartamento in cui ho vissuto gli ultimi ventidue anni che non abbia contenuto la maggior parte dei suoi libri”.
Era all’epoca, ancora nel 1972, uno degli ispiratori della rivolta giovanile degli anni 1960. Molto attivo già negli anni 1940. alla rivista “Politics”, alla quale lavorava con C. Wright Mills e Dwight McDonald, e nell’introduzione in America della psicologia e terapia della Gestalt. E ancora negli anni Cinquanta, col Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Uno dei protagonisti della scena intellettuale newyorchese e americana. Ha anche una pagina nella Anarcopedia. Ma del tutto dimenticato.
 
Xavier Milei
– Il presidente argentino dalla folta zazzera con la motosega, per disboscare lo Stato, è di formazione economista, studioso della Scuola Austriaca (Carl Menger, Bōhm-Bawerk, von Wieser, von Mises, von Hayek – molto barbuti, molto rispettabili). Da lui elaborata in una prospettiva “anarco-capitalista” - una non avventata elaborazione del liberalismo lo fa approdare, coerentemente, all’anarchia.
 
Pondus
– È la parola latina e la misura probabilmente di più lungo corso e di più vasta applicazione: pound in inglese, Pfund in tedesco, funt in russo. E dovunque con la stessa portata/misura, 0,453 kg.

Solo in italiano (nelle lingue neo-latine: castigliano, francese, rumeno, ladino) la stessa misura si denomina diversamente: libbra - da libra¸la bilancia.
 
Savitri  Devi – Michel Houellebecq la menziona nel suo ultimo romanzo, “Annientare”, come Maximine Portaz. È il suo vero nome. Morta nel 1982, in Inghilterra, e presto dimenticata, è stata un personaggio di peso, severa e nello stesso tempo molto impegnata, dell’estrema destra nel campo  ecologico. Nazista entusiasta in gioventù, negli anni 1930, apostola e organizzatrice del neonazismo, anche non ecologico, nel dopoguerra.
Si può definire un’intellettuale francese – ma lei ambiva a un’origine franco-greca - di metà Novecento. Al secolo Maximine Portaz, o Maximiani Julia Portgas, come lei si declinava, nata a Lione, 1905 (data di nascita più attendibile) -1982. Nata in Francia da madre inglese e padre italo-greco, addottorata in Matematiche, con tesi di dottorato su Gottlob Frege e Bertrand Russell. Ammiratrice fervente di Hitler, antisemita, futura negatrice dell’Olocausto, e forse spia tedesca in India – allora sotto dominio britannico – nella guerra.
Prese il nome Savitri Devi, divinità-dea del sole, dopo essersi convertita all’induismo ed aver sposato un bramino. Animatrice e \o anticipatrice dell’ecologia  radicale o profonda. Sostenitrice  del sistema delle razze in India, archetipo delle leggi razziali che avrebbero governato il mondo ordinatamente, tenendo separate le razze. Sostenitrice dell’arianesimo. Di cui ha teorizzato da ultimo l’origine “polare”.
 
Johnny Torrio – È esistito, ed è anche un personaggio (minore) di da Empoli, “Il mago del Cremlino”. “Presidente del consiglio” dei mafiosi di Chicago, subito dopo la guerra, la Grande Guerra, un vero boss, “rispettato” da tutti. Fino a quando non emerse nelle sue truppe un tipo che voleva prendere il suo posto e si chiamava A.Capone. E fu così che, nel 1924, un pomeriggio di gennaio, verso le cinque, Johnny Torrio, il presidente del consiglio dei mafiosi di Chicago, si accascia crivellato di pallottole davanti casa. Lo portano all’ospedale, e lui dice alla polizia: “So chi ha fatto il colpo, ma non sono un confidente”. Poi, quando sta meglio, chiama Al Capone, gli dà le chiavi del business e gli dice che ha voglia di rientrare in Italia. Risultato: “Ha vissuto ancora quindici anni, per grazia di Dio, ed è morto tranquillamente nella sua casa a Brooklyn”. (G. da Empoli,”Il mago del Cremlino” § 25).
 
Rodolfo Valentino – Si celebra per i cento anni della morte, il 24 agosto 1926, a New York (a 31 anni, di peritonite trascurata), da ultimo su otto pagine del settimanale “Robinson”, sempre e solo come il modello del latin lover. Per la capigliatura folta impomatata, e lo sguardo assassino delle bionde, da miope. Trascurando, anche nelle biografie, i dati familiari e personali delle origini. Si sa che è pugliese di origine, ma non che era di madre francese, Marie Gabrielle Bardin, istitutrice o dama di compagnia in casa dei marchesi Giovinazzi di Ducenta (la marchesa era una Ruffo di Calabria), e di padre veterinario, già capitano di cavalleria, appassionato di araldica (per la quale s’inventerà molti avi), Giovanni Guglielmi. Battezzato come Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi. Terzo di quattro figli, Beatrice, Alberto e Maria. Con la famiglia costretta presto a spostarsi, alla morte precoce del padre, prima a Taranto in casa di amici, poi a Perugia, dove la madre aveva trovato occupazione. A Perugia fu interno per tre anni, fino ai 15, in un convitto  dell’Onaosi (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani). Un adolescente sgraziato, e indisciplinato. Espulso, tentò l’Istituto Nautico di Venezia. Ma non fu accettato per la miopia, e altri problemi fisici. Riuscì a diplomarsi in Agraria, a 18 anni, a Genova, e ritornò a Taranto, da famiglie amiche.
Una biografia giovanile molto “contemporanea”, da generazione Z. Da Taranto partì all’avventura per Parigi. Dove trovò occupazione come ballerino nei club. Non guadagnò abbastanza e se ne tornò a Taranto. Qui si diffondeva la fama dei successi in America di un musicista locale, Domenico Savino, di famiglia amica dei Guglielmi. Partì allora, aveva 18 anni, per New York. Savino lo introdusse al night-club  di buona fama “Maxim”, dove fu assunto come taxi dancer, “partner a pagamento per balli di coppia”. E la fortuna cominciò, con le gentildonne.
Rodolfo aveva preso l’onda giusta. Rafforzata dai legami che presto stabilì con ballerine di lungo corso che avevano formazioni proprie, Bonnie Glass e poi Joan Sawyer. Si fece un certo nome, e passò sulla West Coast, a San Francisco, attore-cantante-ballerino di operette. Poi Hollywood. 

astolfo@antiit.eu

Si dice corruzione ma il danno è da negligenza

Analizzando i dati dell’Anac, l’ Agenzia anti-Corruzione, Giuseppe Pasquale, tributarista emerito,  accademico e al “Sole 24 Ore”, scopre che in oltre sei anni i procedimenti trasmessi per legge all’Anac dalle 100 procure inquirenti, prevalentemente per reati corruttivi, sono stati 141, meno di due al mese in tutta Italia. È tutta qui la corruzione? Il danno economico più ingente alla collettività non deriva affatto dalla corruzione, bensì dalla semplice negligenza, assolutamente più diffusa e nefasta della prima”, può sintetizzare il magazine.
Si parte dalla temibile Corte dei Conti, di negligenza massima. La fittissima normativa anti-corruzione che poi finisce nell’inapplicazione è infatti seguita a una falsa stima che la Corte ha fatto nel 2012. Il 16 febbraio 2012  il procuratore generale della Corte dei Conti dava il danno da corruzione in Italia in 60 miliardi l’anno. “Cifra clamorosamente smentita dal Sole 24 Ore quattro anni dopo, il 21 agosto 2016”, ma “con una titolazione eloquente: «La leggenda dei 60 miliardi, stima falsa che tutti citano»”.
Nel frattempo, però, la Corte dei Conti aveva generato l’affrettata legge n. 190 del 12 dicembre 2012, “tuttora in vigore e foriera di soluzioni burocratiche alquanto discutibili: con autocertificazioni surreali che nessuno controlla, con piani anticorruzione che nessuno legge, con una sfilza di corsi di formazione che insegnano l’ovvio (“oddio, quanto è spregevole il corrotto”)”.
La corruzione certamente c’è. Ma in misura ridotta. Il danno, alla spesa pubblica, è soprattutto "effetto della negligenza”. Per la mancata applicazione, o inapp
licabilità, delle leggi anti-corruzione. “La negligenza – sia quella colpevole, sia quella  borderline (protette, da ultimo, da ampi margini di impunità) – è ciò che alimenta, per davvero, la stragrande maggioranza delle inefficienze, ivi compreso il danno erariale nazionale”. E qui l’esperto porta un caso che ancora brucia: “Com’è accaduto, a esempio, con il dl n. 39/2024, dove si è aspettato il 29 marzo 2024 per porre fine alle proroghe del superbonus edilizio, nonostante che, ‘distrattamente’ e senza ipotesi di dolo, fossero frattanto state autorizzate, sia dall’amministrazione (Rgs) sia dalla politica (il Ministro dell’economia e delle finanze), spese allo scoperto per decine di miliardi”, benché fosse noto “l’avvenuto esborso di agevolazioni superbonus per 33,7 miliardi oltre la copertura finanziaria”.

Giuseppe Pasquale, Corruzione? Meno del previsto, “Start Magazine”, in libera lettura online