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sabato 17 gennaio 2026

Secondi pensieri - 576

zeulig
 
Grecia – I greci non sono greci, secondo molta filosofia tedesca, e soprattutto Nietzsche.
Per molti filosofi per l’“immigrazione dal Nord”.
Per Nietzsche filologo i culti greci più arcaici suggeriscono un’origine mongola. Mentre semiti (fenici) sono Afrodite e Zeus.
Nell’ultimo corso tenuto a Basilea, “Il servizio divino dei Greci”, azzardando un’analisi comparativa delle religioni del Mediterraneo in ottica quasi positivista, Nietzsche nega tutto ai Greci: non c’è una specificità greca, non culturale (e nemmeno “razziale”), non ci sono miracoli nella cultura greca, i greci antichi sono orientali.

Nietzsche parte dalla dissoluzione del concetto di razza: “Che cosa sono i «Greci di razza»? Non basta supporre che Italici, accoppiati a elementi traci e semitici, sono diventati Greci?” E dalla contaminazione: ogni “razza” è meticciato, ogni cultura contaminazione. La “grandezza greca” è proprio in questa capacità di assorbimento. Resta il problema dei “barbari”.
 
Inadeguatezza – Deriva dal culto di sé, e fa macchia d’olio, in quanto modio di essere comune.  L’insicurezza è l’esito dell’autocentramento.
Massimo Ammaniti invita ad “avere dubbi e riconoscere i propri limiti” come forma di autoprotezione, da psicoanalista di lunga esperienza e pedagogo: “Oggi molti vivono in modo egosintonico, ossia senza interrogarsi rispetto a sé stessi, senza il terzo occhio, quello che permette di riconoscere i propri limiti e le proprie difficoltà. Avere una percezione diretta, di sé e del proprio corpo, è un fenomeno molto diffuso”. Ma non rassicurante – non “formativo”: “Come nell’adolescenza, quando i ragazzi si guardano allo specchio e sono presi da ansie somatiche e ipocondriache: si parte dal corpo e si arriva all’identità”. Sartre, “L’essere e il nulla”, “descrive il senso di inadeguatezza e vergogna che si prova quando gli altri scoprono le proprie fragilità. Vedersi negli occhi degli altri oggi è tema centrale della psicanalisi. Prima era incentrata sul mondo psichico interno, oggi valorizza le relazioni, gli scambi, l’intersoggettività…”
L’egosintonia, paradossalmente, come un fattore di indebolimento – ansia, ipocondria, somatismi.
 
Populismo – Corre in rete, è la forma della rete.
Anche nella forma della critica della rete, della “tecnofobia” – di cui del resto fanno sfoggio i creatori e padroni stessi della rete.
È ragione più che sufficiente, da sola, della deriva sempre più ampia verso il populismo. Più ragionevole che non ragioni economiche o sociali. Mai l’umanità è stata così bene nella storia: in questi trentacinque anni di globalizzazione – che sono anche quelli della crescita della rete e del populismo – due terzi dell’umanità sono passati dalla sopravvivenza all’affluenza economica: unde populismus, dunque?
Si spiega così anche l’invadenza del populismo in ambiente politico e culturale che dovrebbe invece arginarlo o contrastarlo, come la Cina comunista.
 
La tecnologia è neutra, si dice. Ed è vero, si può anche pensare la rete come un immenso foro di formazione e di elevazione – di pace. Ma “il mezzo è il messaggio” di McLuhan non è meno vero. La tecnologia ha un suo essere, un modo di dire e di produrre – in questo senso non è neutra, poiché comunque incide, autonomamente. La regolamentazione degli effetti perversi non è a essa connaturata, richiese analisi e atti precisi – la tecnologia non si autoregola, non secondo criteri etici o logici (questi richiedono, oltre la consequenzialità, il limite, il senso dell’utile, della convenienza - del senso della stessa consequenzialità). Forme di correzione o di censura – di limitazione (di equilibrio, di pace).
 
Viaggio – “Il vero viaggio è un pellegrinaggio. Verso che cosa? E perché? Non lo so…. Non ha da avere giustificazione. È un pellegrinaggio, una scoperta e una sofferenza senza scopo. La ragione del viaggio è nello stesso viaggiare, nella contemplazione del movimento su cui si fonda” - Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, p. 19, un riordinamento in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in America, scritto e pubblicato tardi, nel 2013 – a 87 anni, undici prima dela morte.
P. 22: “È vero che si parte, anche senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, un bene andato smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto, un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorietamento profondo”.
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorietamento profondo”.
Anzi, è una sorta di esperienza religiosa: “Se religione, più che «legame» secondo l’incerta etimologia di «religio», è essenzialmente speranza di arrivare alla meta, intravista anche da lontano, allora il viaggio, ogni viaggio, è, almeno potenzialmente un’esperienza religiosa…. Un pellegrinaggio, sia pure verso il santuario sconosciuto o addirittura inesistente”.
Ma è anche vero (p.24) che “si viaggia sempre più in fretta, con la golosità di una bulimia indifferente ai contenuti, sorda alle situazioni, cieca di fronte alle differenze. Si diventa dei lavandini. Il menù è sempre lo stesso. I viaggi si sono stemperati in un solo linguaggio: un linguaggio «basic», semplificato, privo di risonanza, fatto di informazioni
puramente esterne, rigorosamente fattuali. Tutto è preciso, ma nello stesso tempo sciapo, prevedibile, scontato, quasi come la cucina di un vagone ristorante. La varietà cede il passo all’uniformità. La diversità si scioglie nella «sameness», cioè nella «istessità». Avanza il cosmopolitismo anonimo, frenetico e impersonale.

zeulig@antiit.eu

La sinistra europea restrittiva sull’immigrazione

Non c’è solo la Germania del cancelliere Merz, che, col sostegno dei socialdemocratici, ha bloccato i ricongiungimenti familiari dei rifugiati (categoria che beneficia di sussidi e alloggio), e ha deciso di non finanziare più le ong dei soccorsi in mare – derubricati a sfogo umanitario dell’avventurismo. Dappertutto la sinistra europea, socialista, sta ricalibrando in senso restrittivo le politiche dell’immigrazione. Per una ridefinizione dello status di esule politico, e contro l’immigrazione illegale.
Il giro di vite deciso dai socialdemocratici danesi nel 2019 è ora adottato dagli svedesi. In Gran Bretagna il Labour al governo è molto condizionato dalla corrente  Blue Labour, cui appartiene la stessa ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, che ha avviato una politica restrittiva analoga a quella danese. In Francia le formazioni di sinistra convergono sulla necessità di “affrontare il tema immigrazione”, per bloccare lo scivolamento elettorale verso il lepenismo. “Le Monde” ha ricordato che il primo “non c’è problema più grave di quello della manodopera straniera” fu il 28 giugno 1914, un mese prima della guerra, Jean Jaurès, in prima pagina sul quotidiano socialista “L’Humanité”. Un sondaggio sul tema sicurezza ha dato una maggioranza favorevole alla espulsione di tutti i condannati tra gli elettori di estrema sinistra, La France Insoumise, e i socialisti.   

Il cozzalone rinsavisce

Sorpresa, un film pedagogico. Di formazione, del padre, della figlia, e del padre con la figlia, della “genitorialità”. Poco brillante – volutamente? E raassicurante: un cinquantenne “figlio di”, cafone, scopre il senso della vita rincorrendo la figlia in fuga. Con un Checco Zalone meglio come cantautore, Luca Medici.
Il film dei record, d’incassi. Ma non sarà perché il biglietto è aumentato?
Ma, certo, manca ancora la Spagna – il film è confezionato per un pubblico doppio, Italia e Spagna.
Gennaro Nunziante, Buen Camino

venerdì 16 gennaio 2026

Ombre - 807

Decaro, pupillo, delfino e successore di Emiliano alla Regione Puglia, da lui anche difeso dai sospetti di contiguità con la malavita, dà a Emiliano, giudice integerrimo, l’incarico di consigliere giuridico, per 130 mila euro l’anno (al netto o al loro dell’iva?). Decaro non ha potuto o voluto dare a Emiliano un assessorato, da qui la consulenza, ben retribuita. Normale. Anche se entrambi sono del Pd – sono il Pd.
 
Due scandali i giudici aprono a Roma lo stesso giorno, al Garante per la Privacy e all’ex ipab (istituto pubblico d beneficenza e assistenza) San Michele. Di questa le cronache cominciano con la nomina dei dirigenti, di destra, da parte dell’assessore regionale, di destra. Della Privacy non lo sappiamo: i quattro membri dell’authority sono stati nominati dal governo Conte 2, giallo-rosso. Il malaffare di destra è politico, quello di sinistra è individuale?
 
Lo spread sul debito pubblico italiano qualche giorno fa era a 63 punti base (più caro che il debito tedesco), per il Tg 5, e a 68 per il “Corriere della sera”. Ieri era a 59 per il Tg 5 e a 64 per il “Corriere della sera”. C’è uno spread di destra e uno di sinistra? E i cinque punti di differenza come leggerli: sono una mossa della destra o della sinistra? O la matematica è un’opinione?
 
Muore un bandito in una rapina, accoltellato nella colluttazione dal padrone di casa. I complici lo lasciano davanti a un ospedale, sul quale si precipitano 200 sinti e la madre del morto, che “scardinano” la porta dell’ospedale, e pazienza. Ma il ladro “aveva una lunghissima fila di precedenti, per tutto il Nord Italia fino alla Versilia: furti in abitazione, truffe agli anziani, danneggiamenti, resistenze. Libero di muoversi – la rapina fallita è una delle tante, in zona, nelle feste.
 
Proteste in Iran, due pagine sul “Corriere della sera”, come è giusto. Con quattro articoli, di cronaca e considerazioni. Tre dei quali contro Trump e\o gli Stati Uniti. Ma il Muro non era caduto tempo fa?
 
Si spera in Trump, “l’aiuto arriverà”, contro gli ayatollah in Iran, qualsiasi cosa voglia dire – viveri? kalashnikov? col paracadute o con i marines? Da parte di tutti gli anti-trumpiani, specialmente quelli della sinistra. Un intervento americano, sia pure per cacciare  demagoghi e i preti forcaioli? 
 
Sette miliardi paghi Arcelor Mittal per avere “saccheggiato” l’ex Ilva di Taranto, in “una vera e propria killer acquisition, con la volontà cioè preordinata di estrarre valore dai complessi aziendali condotti in affitto senza poi finalizzarne l’acquisto”. Come, si sono rubati i forni? E Invitalia, cioè lo Stato, che ne era consocio, non sene accorgeva? 
 
“Referendum, il comitato del Sì «recluta» Mattarella. Il Quirinale furioso” – “Il Fatto Quotidiano” tiene banco in rete. Le due cose non sono vere, ma non importa. Forse è per questo che non si comprano più i giornali: sono inutili – banderillas per questo o quell’interesse.
 
La liberazione di Trentini e degli altri (ancora pochi) italiani in Venezuela è passata attraverso l’ambasciata americana a Caracas e il dipartimento di Stato a Washington. Sono gli Stati Uniti che governano Caracas, per mano dells signora Rodriguez, l’avvocata di cui Maduro infiorettava la sua ultima presidenza.
 
L’Italia e l’Europa non hanno avuto e non hanno nessuna influenza, nemmeno una qualche relazione con Caracas – anche se molti venezuelani sono ancora italiani. Non c’è nemmeno molta conoscenza del Sud America, nonché del Venezuela: di come si governa ed è governato, nel mondo  in cui tutto si sa, o si potrebbe, e quindi si dovrebbe. Nemmeno del petrolio si sa nulla – che è quasi asfalto e “costa” al barile sei e sette volte di più che negli altri giacimenti nel mondo.
 
Meraviglia l’esiguità delle manifestazioni per l’assassinio di Renee Nicole Good a Minneapolis da parte di un poliziotto. Da come si vede in tutti i tg americani, anche i più militanti. Le presentazioni dei tg italiani sono invece su questa linea: “Manifestazioni di massa in tutti gli Stati Uniti….”. C’è ancora, a 50 anni dal 1969, il linguaggio resistenziale.
 
La Germania è da tempo sintonizzata sull’anti-europeismo. Con critiche anche feroci. Da sinistra, centro-sinistra, la maggioranza che sostiene l’attuale governo, e più che dall’estrema destra, di Alternatiev für Deutschland. Sarà per catturare il seguito di Afd, che pesca molto nell’ex centro  politico. Ma è comunque la conferma che l’Europa che viviamo “stramba”. Intanto perché centrata su un asse franco-tedesco che non c’è. Anche perché i due governi governano poco, ormai da un paio d’anni. La Fracia nella turbolenza caratteriale, la Germania perché come al solito nelle difficoltà s’imbizzarrisce.
 
Un papa che dice la verità sulle guerre di religione, che poi sono una sola, quella islamica, dà come un senso di sollievo. Era questo il populismo che angosciava col predecessore Francesco, come una falsa carità, o la paura convertita in sorriso. Ne prende forza, curiosamente, il pacifismo, la condanna della disonorevolissima guerra aerea-missilistica, e della guerra totale, contro la popolazione inerme - entrambe inventate da Hitler, ma moltiplicate dagli Alleati, presidio di libertà.

L'invenzione dell'indiano d'America

“Nel 1928, il capo Buffalo Child Long Lance pubblicò un libro di memorie che fece scalpore nel mondo letterario. Si apriva con il suo primo ricordo: aveva appena un anno, viaggiava in un marsupio di muschio sulla schiena della madre, circondato da donne e cavalli. La mano della madre sanguinava e lei piangeva. Long Lance scrisse che quando raccontò questo ricordo alla zia anni dopo, gli fu detto che stava ricordando le "emozionanti conseguenze di una lotta indiana" in cui suo zio Iron Blanket era appena stato ucciso dai tradizionali nemici della tribù dei Piedi Neri, i Crow. La mano della madre sanguinava perché si era amputata un dito in segno di lutto. Il suo ricordo successivo fu di una caduta da cavallo all’età di 4 anni…”. Insomma il perfetto indiano, le memorie furono un grande successo. Anche mondano: Lancia Lunga poté vantare relazioni con Nastasha Rambova, l’ex moglie di Rodolfo Valentino, e con Mildred McCoy, con la cantante Vivian Hart, con la principessa Alexandra Victoria von Glūksburg, nuora dell’ultmo kaiser Guglielmo II, sposa del principe ereditario.
“Lunga Lancia era incredibilmente bello, con spalle larghe e vitino da vespa, una pelle liscia e ramata e folti capelli neri (sfiderà anche Tex, il 5 maggio del 2016, n.d.r.). Faceva ginnastica e lotta. Aveva combattuto con il campione del mondo dei pesi massimi Jack Dempsey ed era stato compagno di allenamento del leggendario olimpionico Jim Thorpe”, campione di decathlon e pentathlon, star di tutti gli sport di squadra, footbal, basket, baseball. Non era un cialtrone: si era arruolato nel 1916 in Canada per combattere nella Grande Guerra, fu a Vimy Ridge, fu ferito due volte, si congedò col grado di capitano e la Croce di Guerra. Ma nel 1932, poco più di tre anni dopo il successo delle “memorie”, fu trovato morto “nel parco di una ricca donna bianca in California”, suicida. “Senza un soldo, esiliato dall'alta società e assediato dalle accuse di non essere chi diceva di essere, di aver sfruttato un'identità falsa per affermarsi nel mondo”.
Dirsi “nativo” - indiano, pellerossa – è facile. Tanto più dopo le leggi protettive degli anni 1970, che hanno trasformato la “indianità” da handicap in una sorta di privilegio. Per arricchirsi col gioco d’azzardo, o avere una borsa di studio, o fare carriera accademica. Tanto da generare una reazione: “Una cricca di sedicenti guardiani dell'identità indiana si è formata, soprattutto sui social media, per denunciare gli intrusi”. Sulle ambiguità del problema è basata una serie di successo dal 2022, “Reservation Dogs”.
Treuer, professore di Letteratura all’università di California Sud, a Los Angeles, lavora col fratello maggiore Anton, professore di Storia, alla ricostituzione, più che della “tradizione” tribale, della lingua, Ojibwe - ogibue, o ogibué, o anche chippewa. Sicuramente non dall’“iscrizione” nei registri della riserva.  
David Treuer, Who Gets to Be Indian – And Who Decides?, “The Atlantic”, free online (leggibile  anche in italiano, Chi può essere indiano – e chi decide?)

giovedì 15 gennaio 2026

Con gli ayatollah c’è solo il dialogo

Il rovesciamento del regime khomeinsta è impossibile, non dall’esterno ma neanche dall’interno, gli Stati Uniti provano ad aprire alla avances del governo di Teheran, prima dei moti di piazza. La repressione renderà difficile la ripresa del colloquio, ma la strategia che ha prevalso a Washington, col concorso dei paesi della penisola arabica, del Qatar come dell’Arabia Saudita, è di non interrompere il contatto aperto. Cui Teheran avrebbe riposto sospendendo le esecuzioni dei dimostranti arrestati.  
Malgrado l’incoraggiamento di Trump, e le stesse minacce di Netanyahu, la rivolta in Iran è destinata a spegnersi. La reazione violentissima delle milizie khomeiniste, pasdaran , basij e altri, che poi sono milizie popolari, non militari, rede praticamente impossible, nell’analisi americana, il rovesciamento del regime. La repressione allarga enormemente la platea dei colpevoli a un eventuale cambio di regime. Che quindi si battono per se stessi più che per il regime, e sono qualche milione.
L’analisi del dipartimento di Stato combacia con quella dei gruppi di opposizione in Iran. Più il cambiamento tarda più è difficile – e ora il regime khomeinista va per il mezzo secolo, due generazioni.

Immgrazione modello danese

La premier danese Mette Frederiksen avrebbe più di un motivo per trovare udienza da Trump, anche sulla questione Groenlandia, stante la robusta politica anti-immigranti che il suo paese porta avanti da una decina d’anni. Dapprima con la maggioranza conservatrice, col sostegno dei socialdemocratici – di cui Frederiksen è la leader. Poi, dal 2019, dal governo socialista – di cui Frederiksen è stata parte da subito come ministro. Sull’argomento, “da sinistra”, che l’immigrazione irregolare lede i diritti sindacali. Ma di fatto con provvedimenti “identitari”. Una legge permette di requisire i gioielli, in garanzia, a chi fa domanda d’asilo. Sono vietati burqa e niqab, gli indumenti femminili che celano il volto. Chi fa domanda di cittadinanza è obbligato a stringere la mano del funzionario pubblico a cui la presenta – anatema per le donne islamiche. I requisiti per la cittadinanza sono diventati peraltro innumerevoli.
Lo status di rifugiato è concesso a un migliaio di richiedenti l’anno – erano 6-7 mila in precedenza.  
Dapprima generosa sul diritto d’asilo, la Danimarca è ora le più rigida. Anticipando il governo Meloni, ha disposto il confinamento dei migranti in attesa di espulsione su un’isola, Linfholm, in uso all’Istituto di veterinaria per sperimentazioni sui virus animali.
Sul “modello” danese prova ad avviarsi il governo britannico, laburista. Il nuovo ministro dell’Interno, Shabana Mahmood, per prima cosa ha ristretto le regole dell’accoglienza. Inglese di nascita, di genitori pakistani, musulmana, Mahmood si è presentata come quella che vuole “ripristinare l’ordine e il controllo”.

Borges senza intimità

Titolo civetta, per l’ennesima intervista, alla tv spagnola nel 1976, dopo la fine di Franco al ritorno della democrazia. Borges gnomico al solito, da saggio – dal filosofo che non ha voluto, o potuto, essere. Ma anche più del solito scherzoso. E autocritico. “Inquisizioni”? “Un pessimo libro”. La rilettura fa scherzosa delle “beatitudini” – il poema “Frammenti di un vangelo apocrifo”, nella raccolta “L’oro delle tigri”. Col ricordo degli anni passati in gioventù in Spagna, molto fertili. E dei maestri, Cansinos Assens a Madrid per la letteratura e Macedonio Fernàndez a Buenos Aires per la filosofia. Maestri che operavano in tertulias, in gruppo. Il che lo porta a chiedersi, nel 1976, che ne è dei giovani, che procedono isolati, che passioni hanno, “la politica, forse”, il denaro? “Tutt’al più, queste passioni possono darsi in forma individuale, non vengono più condivise, come accadeva allora”.
A suo agio si dice in tutta Europa, meno che a Parigi. E in Germania, i può aggiungere, stranamente, malgrado la venerazione che qui professa per il tedesco, di cui celebra perfino la “vocalità”. Appreso da solo, con l’aiuto di Heine, per poter leggere Schopenhauer. E poi esteso all’applicazione sassone, e alle origini islandesi.
Eccezionalmente, un accenno al suo matrimonio. Che Borges liquida come un “one’s too many”, uno è troppo. Sposerà quattro mesi prima di morire Maria Kodama, sua ex allieva all’università che lo assistette fino all’ultimo, collaboratrice e accudente. Si era sposato nel 1967, quando aveva 68 anni ed era cieco, con Elsa Artete, di 57. L’aveva conosciuta quando lei aveva 20 anni, nel 1931, e si erano scambiati parole affettuose. Ma quando si ricordò di cercarla lei era già sposata, con un ufficiale. Borges non frequentò mai la casa coniugale, dormiva dalla madre. Dopo tre anni abbandonò anche Buenos Aires, senza dire nulla alla moglie. Qualche mese dopo la separazione si incontrarono casualmente in Florida e Elsa si avvicinò per salutarlo. Borges chiese: “Chi è?” E il nipote, che lo accompagnava: “È Elsa, zio”.  
Jorge Luis Borges, Il linguaggio dell’intimità, Mimesis, pp.62 € 6

mercoledì 14 gennaio 2026

Letture - 603

letterautore


Avanguardie
– Berardinelli ne fa il funerale sul “Foglio” sabato 10, su tutti i fronti, innovazione, linguaggi, sensibilità, sotto forma di recensione-stroncatura di Vincenzo Trione, del suo ambizioso e corposo volume einaudiano “Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia”. Con lo strumento di un saggio di Enzensberger, “scritto intorno al 1960”, quindi contro le avanguardie “storiche”, futurismo, dada, surrealismo, “Le aporie dell’avanguardia”. Ma con colpi di suo: “astuzia mercantile e autopromozionale”, e carrierismo, nei media e nell’accademia (Eco, Sanguineti…) – “un termine bellicoso” per “una specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro eventuale fallimento. Li giustifica ed interpreta a priori e garantisce il significato di qualunque opera”. E ancora: “Solo furbizia pubblicitaria”, per un “successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata da «finto tonto»”.
 
Avanspettacolo - “Secondo alcuni, per esempio Fellini, alle origini del neorealismo c’è il documentario di guerra di Rossellini, i film di guerra di Rossellini, ma anche la tradizione dell’avanspettacolo, non a caso in «Roma città aperta», il film che dà il via alla grande storia del cinema italiano del dopoguerra, i protagonisti sono Magnani e Fabrizi, che sono due vecchie volpi del teatro di varietà” (G. Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 162).
 
Barocco – è vanitoso, spiega Borges nella lunga intervista tv in Spagna nel 1976, “Il linguaggio dell’intimità”: “Il barocco si contraddistingue per il peccato della vanità: se uno scrittore adotta uno stile barocco è come stesse pregando che lo si ammiri… In John Donne, o Quevedo, ad esempio, si percepiscono una certa vanità e una certa superbia dello scrittore”.
 
Cecità – Non soltanto impedisce la lettura ma isola. Anche da se stessi. Lo spiega Borges nell’intervista alla tv spagnola del 1980, “Non c’è nessuno allo specchio”, 36-37. Continuare  a leggere si può, con l’aiuto di visitatori occasionali, amici. Anche studiare si può: da cieco Borges ha studiato l’anglosassone, e ora, a 25 anni dal 1955, quando perse del tutto la vista, studia “l’islandese, la lingua madre dello svedese, del norvegese, del danese, e in fin dei conti anche dell’inglese”. Non si perde naturalmente l’ironia: “Persi definitivamente la capacità di leggere nel 1955, l’anno in cui mi nominarono direttore della Biblioteca Nacional… Così i miei amici rimasero privi di un volto, persero le lettere e comprovai, come scrissi anche una mia poesia, che non c’è nessuno allo specchio” – neanche se stesso: “Mi trovo davanti a uno specchio e non so quale orribile anziano dall’altra parte mi sta guardando”.
 
Einaudi – “Fui «protetto» all’Einaudi da Panzieri e da Renato Solmi”, Goffredo Fofi ricorda a un certo punto in “Arcipelago Sud”, “quando mi accinsi a un’inchiesta sull’immigrazione meridionale a Torino….  Questo costò a Panzieri e Somi il licenziamento quando su quell’inchiesta i redattori della casa editrice si divisero e vinse la maggioranza di influenza comunista, bocciandone la pubblicazione, in realtà, come tutti sapevano bene, perché in quell’inchiesta si attaccava duramente la Fiat e la sua politica nei confronti degli immigrati. A dirlo con più chiarezza di tutti fu, sorprendentemente, Massimo Mila, il grande musicologo”.
 
Gioia – Attraverso il proprio nome ebraico, Simcha, che vuol dire gioia, il narratore di Pachet, “Autobiografia di mio padre”, si lega a Freud, “il senso della parola Freude è pressappoco lo stesso”, e a Joyce - ma Freud trova “un mio illustre contemporaneo a cui credo di avere molto da rimproverare”.
 
Italia –“Mille anni fa Guittone d’Arezzo ideò la scrittura delle note, permettendo così al canto e alla pratica strumentale occidentale di evolersi” – “Robinson” celebra i mille anni della “notazioe guidoniana”: “Senza la notazione guidoniana… non si sarebbe sviluppata la polifonia, tante voci che cantano insieme linee melodiche differenti, né tutto ciò che ne è derivato, compresa l’orchestra sinfonica”. Né la composizione, la possibilità di azionare questa complessità “grazie al fatto di averla tutta sott’occhio in partitura”.
“A Guido si devono i nomi attuali delle note, perlomeno cinque su sette: re, mi, fa, sol, la. E ut, ancora impiegato dai francesi, in Italia sostituito nel ‘600 dalla sillaba do”. Mentre inglesi e tedeschi “conservano tuttora l’antica denominazione latina, con le lettere dell’alfabeto: A è la, B è si oppure si bemolle, C è do, eccetera”.
 
Orlando – Il racconto di V.Woolf è modellato su Vita Sackville-West, si sa. Ma l’autrice così ne scriveva all’amica il 20 marzo 1929: “ORLANDO È FINITO!!! Hai sentito una specie di strappo, come se ti stessero spezzando il collo, sabato scorso, all’una meno cinque?”. Per concludere: “Per tuti questi mesi ho vissuto dentro di te - e ora che ne esco, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”
 
Pasolini – Pedagogista lo vuole Fofi in “Arcipelago Sud”, 210, “come don Milani”: “Pasolini e don Milano restano, a parer mio, i più grandi pedagogisti della generazione succeduta a quella dei Codignola dei Borghi dei Capitini dei De Bartolomeis, delle Montessori e delle Zoebeli. Gli ultimi, ahinoi, dei gradi pedagogisti italiani del dopoguerra, della ricostruzione («pedagogisti» vollero essere anche dei grandi scrittori come Calvino, come Sciascia, come Fortini)”.
 
“Non capiva granché” di musica e si affidava a Elsa Morante, nel ricordo di G. Fofi, “Arcipelago  Sud”,147. Cioè alle registrazioni di musica popolare che Alan Lomax aveva effettuato un decennio prima: “Il disco con i canti popolari meridionali”, raccolti da Lomax, “lo possedeva e ascoltava spesso Elsa Morane, che se ne servì, siccome Pasolini sul piano della musica non capiva granché e di lei si fidava, per il commento musicale di alcuni film, a cominciare dal «Vangelo», da Bach alla «Missa Luba» africana, musiche che commentano la vita di Gesù e danno al film una forza he con le sole immagini non avrebbe avuto. Tra le musiche che la Morante passò a Pasolini quelle raccolte da Lomax commentano soprattutto il suo «Decameron», tranne, se ben ricordo, nell’episodio friulano”.
 
Regalpetra  - “«Le parrocchie di Regalpetra», con cui Sciascia si fece conoscere nel 1956, si chiamano così in omaggio alla Petra di Nino Savarese, altro notevolissimo scrittore dimenticato”, G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 127 (“altro” in aggiunta a Francesco Lanza, di cui Fofi sta trattando).
La Petra di Savarese è “la vicina Enna,… protagonista di un grande, «sintetico» e avanguardistico romanzo storico di Savarese, «I fatti di Petra. Storia di una città», 1937”.
 
Romanzi francesi – Pierre Pachet, che di francese, di letteratura francese, fu professore a Parigi, romanziere in proprio, prix Roger Caillois, ne fa fare l’anamnesi al padre, nella “Autobiografia di mio padre”, grande lettore di romanzi anche in Francia, immigrato dalla Bessarabia: “Mi piaceva molto quando un libro descriveva con esattezza un certo ambiente, una certa epoca”, e uno pensa subito a Proust ma no, “e i francesi sono famosi per la loro «psicologia», si fa presto a passare da Bergson a Bourget”. Con un limite: “Qui in Francia gli scrittori sono spesso professori di liceo”.
In effetti Ernaux lo è – lo è stata. Ma questo è un limite: “Non hanno visto molto, nelle storielle di sesso trovano il loro esotismo”. In effetti - sempre Ernaux (anche Carrère?). Ma, soprattutto, i francesi non sono russi – opina l’Opatchevsky-Pachet: ”Čechov era medico, come anche un musicista russo, ma quale?” - è Borodin.
 
Sorelle – Quella di Nietzsche, Elizabeth, quella di Pascoli, Maria, fine Ottocento, hanno segnato l’opera (l’analisi dell’opera) dei fratelli. Entrambe d vote alla destra estrema dopo la Grande Guerra, a Hitler e a Mussolini. Contro i principi e le opere dei fratelli.  

letterautore@antiit.eu

Il poeta in prima serata

Dunque, famigliare e non familiare, siamo nell’Ottocento. Ma un Pascoli come non s’i mmagina, magro, svelto, nervoso. Secco umorista. Polemico il giusto, anche quando non è più giovane e socialsita barricadiero. C’è perfino D’Annunzio con i capelli – tutt’altro D’Annunzio.
Non sono le sole sorprese. L’idea stessa è avventurosa, di fare un film – un vero film, con molti attori e molte pose, Porcari, Scamarcio, Buy, oltre al sempre giovane Federico Cesi “Zvanì” - su un poeta domestico, quasi casalingo, e di proiettarlo in prima serata.
Il romanzo di un solitario, dall’assassinio del padre agli studi erratici, a Urbino, Rimini, Firenze, Cesena e Bologna, alla vita coatta con le sorelle, Ida e Maria, poi con quest’ultima, fino alla fine, troppo legato al bicchiere, fra le tante amarezze. Fu in cattedra lontano, a Messina e poi a Bologna, ma su questo il film non s’intrattiene. Giusto un pizzico di Firenze, con Emma Corcos, la moglie del pittore Vittorio, che ricorda la lunga affettuosa corrispondenza – una sorta di rapporto interruptus.  
Un racconto ricalcato sulla biografia (pubblicata solo nel 1962) scritta da Maria-Mariù, e sulle confidenze all’amico di una vita e corrispondente Severino Ferrari. Ideato e sceneggiato da Petraglia. Con un taglio preciso, di un poeta sempre schivo e come isolato, dalla campagna romagnola al mare di Massa e alla valle chiusa del Serchio, a Castelvecchio di Barga. In convivenza forzosa con le sorelle, che ne controllano ogni movimento, confida a Severino, e anche le tasche della giacca. Ma poeta – per questo? – semplice, della vita minima, delle persone, gli animali, le piante, le cose.  
Giuseppe Piccioni, Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli, Rai 1, Raiplay

martedì 13 gennaio 2026

Problemi di base di relazione - 895

spock


“È evidente che l’uomo e la donna non sono fatti per vivere insieme; si intralciano a vicenda”, Pierre Pachet?
 
E due uomini?
 
E due donne?
 
O è il due che dà fastidio, difficile è la convivenza?
 
Tra genitori e figli, per esempio?
 
Essere single è un mercato o un’aspirazione?

spock@antiit.eu

In montagna, con Pavese, tra i tedeschi

Nel 2013, a 87 anni, il “creatore” della sociologia italiana (sua la prima cattedra in materia, nel 1960, a Roma) ha scritto e pubblicato questo ricordo del suo primo viaggio in America. Della decisione di abbandonare Adriano Olivetti sul letto d’ospedale, che tanto lo teneva in considerazione, e Cesare Pavese, che lo aveva voluto alleato nell’“aggiornamento” di Einaudi (la famosa collana viola, di scienze umane). Non ha 25 anni, ha già un notevole passato, è in Olivetti e Einaudi con una ricca biografia di creatore a animatore di riviste, nel vercellese (è di Palazzolo Vercellese), lo scultore Carlo Fait ne ha fatto il busto, in bronzo, già ai 18 anni, nonché di attivista politico, con già una delusione all’attivo: il ’48 è stato “un disastro” per un socialista come lui, benché “frazionista”, per il settarismo del Pci. L’America è la scelta di proseguire gli studi, lasciando la politica.
Un aureo libretto, di ricordi e ripensamenti. Di lettura a ogni passo interessante, stimolante. La rimemorazione è soprattutto di chi non c’era più, Adriano Olivetti, Geno Pampaloni, Pavese. Collaboratore e traduttore per conto di Pavese, e compagno di escursioni - anche tra i tedeschi che perlustrano le montagne. Con acute riflessioni sul nomadismo, sul bisogno di viaggiare, di “cambiare”. Con l’abbrivio comune a tutti i memorialisti che viggia(va)no in transatlantico, sulla classe ponte, o “parte bassa della nave”: si salpa “con notevole ritardo”, per la ricerca di clandestini, “clandestini da scovare, individuare, identificare, espellere”.
Alla sociologia si è avvicinato in Francia, nella parte non occupata: “Sfioravo i quattordici anni, entrando nella pubertà, sputavo sangue e catarro sui marciapiedi, ma con una sgangherata Gilera 125 andavo a piccolo trotto da San Remo a Ospedaletti, quindi Bordighera e Ventimiglia, e poi, passati in volata Mentone, Cagnes e Cros de Cagnes, Nizza, Boulevard Massena, la Bibliothèque comunale. Qui trovavo i libri che il neo-idealismo italiano, crociano e gentiliano, aveva proscritti”. In poche righe, come per i tanti altri motivi della breve riflessione, una grande storia.
Franco Ferrarotti, 1951: Oltre l’Oceano, gattomerlino, pp. 62 € 10

lunedì 12 gennaio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (620)

Giuseppe Leuzzi

“Il ‘padrino’ era la brutta traduzione italiana – e certamente ‘nordica’ -  di ‘The Godfather’, che qualsiasi meridionale italiano avrebbe tradotto ‘Il compare’” – Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”.
 
Si sequestra cocaina in container a Gioia Tauto come a Genova e a Livorno, ma il “centro del traffico” è a Gioia, anche se i carichi presi a Genova e Livorno sono superiori. Senza contare che Gioia Tauro è un porto di smistamento, non un terminale. Mentre a Genova e Livorno si scaricano container per clientela determinata – che utilizza quello perché in qualche misura vi è protetta.
 
Un quadro delle “liti fiscali” nel 2025 fatto dal “Sole 24 Ore” mostra una prevalenza netta delle regioni meridionali – insieme col Lazio - in numeri assoluti e, peggio, per numero di residenti: Campania 36.049, Sicilia, 31.473, Lazio 22.820, Calabria 17.917, Puglia 8.883. Ma sono ricorsi soprattutto per la Tari e l’Imu. Cioè per le case abbandonate, da decenni se non da generazioni. Il Sud è spopolato, che i Comuni pretendono tassare sulla carta.
Sulla Tari pesano anche, si vede a Roma, i ricorsi degli esercizi commerciali, che sono tassati per cifre spropositate ma senza un servizio minimamente adeguato.
 
Emigrare è viaggiare – o rinascere
“È vero che si parte, anche senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, n bene andato smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto, un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo” - Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, un riordinamento in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in America.
Forse una nascita sola non basta, si vuole-deve riprovare. Ricostituire l’atto della nascita, in autogestione-autogestazione, una sorta di autofertilizzazione di se stessi. Si emigra anche di poco, dal paese alla città, ora anche all’inverso, dalla periferia al centro, o all’inverso, di pochi chilometri e addirittura di metri, da un quartiere all’altro, da una strada all’altra dello stesso quartiere. Riproponendo abitudini in un nuovo contesto, oppure mutandole. Per un bisogno di autorealizzazione oppure di scoperta? O delle sue cose insieme, ci si realizza scoprendosi – cambiando scena, recitazione, soggetti.
Si emigra – si cambia – anche solo per l’attrazione dell’ignoto, quando si presenta promettente. Per una forma di curiosità. Nuovi mondi non necessariamente sono migliori. Ma bisogna provare.
 
 
La fame a Palermo
Al Sud la guerra finì prima, nel senso delle privazioni, della fame, già dopo l’8 settembre. Ma c’era fame ancora negli anni 1950, a Palermo, la capitale della Sicilia. Ricordando Danilo Dolci, in “Arcipelago Sud” (p. 94), Goffredo Fofi racconta: “A Trappeto”, oggi resort marino, a metà strada tra Palermo e Trapani, “vide un bambino che morì per denutrizione, fatto non insolito in quegli anni e luoghi di fame, ed è successo anche a me di vedere dei bambini morire di stenti, a Palermo. Ricordo sempre che i bambini di Cortile Cascino, anche piccolissimi, con le loro piccole unghie grattavano la calce dalle mura delle baracche e la mangiavano; ne parlai con un amico medico che mi spiegò che il calcio è fondamentale per la formazione delle ossa, e che i bambini erano guidati dall’istinto”.
Dolci scese a Palermo nel 1952. Fofi nel 1956.
 
La rendita è finita, e il capitale non se la passa bene
“Riscoprire in sé il Sud e tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud; riconquistare la salute meridionale…. Diventare più vasti, più sovranazionali, più sovraeuropei, più orientali, infine più greci”. Non era molto tempo, è il Nietzsche filologo a Basilea, quando se ne stancò, 1879.
“La rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale”, la vecchia litania dei vecchi zii sfaticati - quelli del circolo dei nobili-notabili-borghesi di Salvemini, Brancati, Sciascia (e di Camilleri, con qualche virtù) – non basta più. Il capitale è da tempo che non è più intonso, dal leghismo e anche prima. La simpatia ne era anche parte.
La simpatia si deve alla necessità che il Nord ha avuto e ha, i Nord hanno avuto, di un Sud meno tenebroso. Le Hawaii hanno prosperato solo su questo (modesto e remoto, modestissimo e remotissimo) capitale, o Tahiti e Bora Bora. Accessibili, parlanti. Mentre il Sud si macera nell’(auto)rifiuto, invece di farsene una copertina leggera, rinfrescante. Arcigno invece che simpatico, preso al laccio della (reciproca) insofferenza.
 
Sudismi\sadismi – Se tutto è mafia
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli insieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della Nazione, e tiene insieme Nord e ud e media i rispettivi interessi” - Goffredo Fofi, che tutta Italia ha conosciuto di prima mano, avendo vissuto e operato a Palermo, Torino, Milano, Roma e Napoli, in “Arcipelago Sud”, p. 36.
Dal tutto mafia non ci si salva. Fofi si cautelava: “So di esagerare, naturalmente, ma poiché mi pare che ben pochi sembrino accorgersi delle mutate condizioni socio-storiche al nostro interno e del rilievo che esse potrebbero avere in futuro, o comunque del peso che esse hanno su ogni nostra possibilità/capacità riformatrice, la provocazione può servire più dell’analisi”. Una provocazione dunque, ma agisce da capestro e condanna del Sud, irredimibile.
 
Cronache della differenza: Napoli
Dopo la sagra dei parenti alla Regione Campania – tutti eletti - la foto compiaciuta di gruppo dei capigruppo in consiglio regionale, ben 13, e tutti maschi. Si dice tanto di Napoli, ma che manchi il senso del ridicolo no.
 
Certo, molto capigruppo e molti parenti non sono napoletani, sono campani. E la differenza è grossa. Misurare la differenza fa Napoli, città capitale, e le province campane, con quella, poniamo, tra Milano e le province lombarde, o tra Roma e il Lazio, quanta somiglianza altrove e in Campania invece no, dovrebbe essere esercizio istruttivo.
 
Omaggiata da Daniela Santanché con false borse Hermès-Kelly, che poi aveva riciclato, Francesca Pascale, l’ex compagna di Berlusconi, spiega sul “Corriere della sera” le sue ansie quando “mi hanno chiamata dal negozio. Pensavo: tra una napoletana e una cuneese a chi crederanno?”
 
Il più appassionato e continuo interprete di Napoli a teatro, a Napoli, è un palermitano, Roberto Andò. Ora con “Non posso narrare la mia vita”, su Enzo Moscato. Sul filosofo poeta, drammaturgo e regista che per ultimo ha fatto teatro a Napoli, città teatrale – animatore della “nuova drammaturgia napoletana” degli anni 1980. Dei “tipi” di napoletano, quelli che lasciano la città pur restando napoletanissimi (Totò, Eduardo, Pino Daniele, La Capria) e quelli che restano. Questi sono finiti con Moscato?
 
S’inaugurano a Roma due stazioni della metro, dopo dodici anni di lavori, dove sono esposti reperti archeologici. Una delle due stazioni dal nome altisonante, Colosseo. Si spiega così l’euforia dei media - per stazioni poi poco funzionali e scomode, come la altre della metro Roma. Ma senza mai menzionare la metro di Napoli, che da tempo anima con l’archeologia le tetre stazioni.
Il paragone che si fa è “sembra New York”. Che vuol dire ignoranza – la metro di New York come esempio, che è la più inquietante. Ma anche che Napoli è fuori rotta.
 
Goffredo Fofi, napoletano d’adozione, ha a proposito di Marotta (il ritratto è ora in “Arcipelago Sud”) la “«piacioneria» partenopea”. Per dire: “Napoli è una miniera di volti e di storie appassionanti, ma anche di quella superficialità che vuol essere per forza simpatica, che spingeva Pasolini, che pure l’amava, a distinguere, come egli diceva, tra «napoletani» e «napoletanini»”. Napoli in -ino, non si penserebbe - è una città che va di corsa, anche quando sta ferma.
 
Sempre Fofi rievoca Natale Montillo, il proprietario di un cinema a Castellammare di Stabia che si fece distributore e anche produttore (“c’è il neorealismo, a Napoli si fanno film con quattro soldi girando nelle strade, li posso fare anch’io”): “E si inventò la Sap Film, che voleva dire Sant’Antonio Proteggimi Film”.
 
L’angelo della storia di Walter Benjamin è rivolto all’indietro. Fuori di metafora, Napoli è capace del miracolo all’incontrario: Casal di Principe, da tempo epitome irredimibile del malaffare, era – è – al cuore della Terra di Lavoro, nomen omen. Che, anch’essa, è diventata Terra dei Fuochi, di veleni sparsi nei campi. A volte si pensa che siano storie inventate – il progresso al contrario, la povertà che viene con la ricchezza.

leuzzi@antiit.eu

Virginia sedotta dall’aristocrazia

Il rapporto di Virginia Woolf con la più giovane esuberante Vita Sackville-West nel diario e nelle lettere della scrittrice. Anche Vita era scrittrice, di libri già di successo quando le fecero conoscere Virginia, che aveva dieci anni di più ma poche scritture. Ed era sposata, con figli, molti amanti, uomini e donne (le note al volumetto sono una successione di amanti), e viaggi avventurosi, p.es. in Persia, a cavallo. Si direbbe una virago, ma faceva innamorare, evidentemente.
Virginia passa dalla repulsione - “baffuta”, ”florida”, “tendenza al doppio mento”, “colorata come un pappagallo”, “mascolina”, “generosa e feconda” ma “poco intelligente” - al richiamo inappellabile. Effetto dell’aristocrazia – Vita ha “tutta l’agile disinvoltura dell’aristocrazia”.
Virginia è lesbica. Vita sarà “Orlando”. Che non è il successo di vendite sperato, per essere stata presentata come “biografia”, Ma non per una “razza” particolare: “Una donna ha scritto che deve fermarsi e baciare la pagina quando legge O(rlando) – una della tua razza, immagino. La percentuale di lesbiche è in aumento negli Stati Uniti, tutto grazie a te”. Poi, cinque anni dopo, il rapporto si raffredda. Il 25 aprile 1930 l’entusiasmo è ancora alle stelle, dopo avere ascoltato Vita alla radio: “Come diavolo hai imparato l’arte di essere sottile, profonda, umoristica, arcigna, schiva, satirica, calorosa, intima, profana, colloquiale, solenne, sensibile, poetica, e un caro vecchio sciatto cane da pastore – alla radio?... un trionfo”. La lettera del 18 marzo 1933 è un richiamo appassionato, ma comincia con un “be’, ti ricordi di me?”, Il 22 novembre è una lettera di solitudine: “Oh infedele, perché tutti hanno un libro e io no? Non ti ho dato Flush e Orlando? Non sono anch’io un critico, non sono una donna? Non ti interessa quello che dico? Non sono niente per te, fisicamente, moralmente, intellettualmente?” Cinque anni dopo, il 4 agosto 1938, l’incontro c’è ma è un addio.
Virginia Woolf, Se t’immagino qui sono molto felice, Garzanti, pp.95 € 5,90

domenica 11 gennaio 2026

E Salvini si fece due banche

Il governo delle banche è più arduo che non quello del non brillante, seconde le agenzie di rating, debito pubblico – si parla dell’Italia? Sembrerebbe, a giudicare dalla politica del ministro leghista (identitario, nazionalista) dell’Economia, Giorgetti. Perché consegna Bpm al Crédit Agricole, che non è più solido, né più esposto al credito, né più italiano di Unicredit. Il cui interesse per Bpm invece il ministro ha bloccato con colpi bassi. Al punto da provocare una reprimenda della commissione di Bruxelles – che la comune militanza politica con la commissaria portoghese agli Affari Finanziari Maria Luís Casanova Morgado Dias de Albuquerque gli ha consentito di annacquare, ma comunque resta.
Ad Agricole Giorgetti ha consentito anche di prendere il controllo di Bpm senza obbligo di opa, offerta di acquisto ai soci di minoranza e al pubblico, innalzando nel nuovo testo unico di finanza l’obbligo dell’opa totalitaria al possesso del 30 per cento.
Un esito che ha bisogno di uno scenario. Agricole è entrata in Italia “da sinistra”, con Bazoli. In Francia si è scontrata anche violentemente con Marine Le Pen, la referente di Salvini e la Lega, che una dozzina d’anni fa l’aveva perfino accusata, alla tv, di essere in bancarotta. A quel tempo il partito di Le Pen non aveva credito in Francia, si era dovuto indebitare con una banca russa (ceco-russa), poi fallita. Poi ha estinto anticipatamente quel debito, di sei o otto milioni. Essendo finita corteggiata dagli affari, anche dalle banche – i sondaggi danno da tempo il suo partito maggioritario. È in questa ottica che Agricole, una banca straniera, horribile dictu per la Lega, per Giorgetti gestore inflessibile del golden power, a protezione della sacra nazione, ha avuto in regalo Bpm? E una banca così esposta sul debito pubblico francese?
Il fatto ora è che la Lega ha due grandi gruppi bancari,  Mps-Mediobanca-Generali e Agricole-Bpm. Con la possibilità di estendersi anche a Bper – ma qui dovrebbe esserle più difficile, Unipol è ora parecchio più scaltra di quella di Consorte, il manager ex Pci che si congratulava di “avere una banca”, ed era Unipolbanca, quattro sportelli.

Italiane le banche più esposte in Francia

Sono italiane, dopo quelle francesi, le banche più esposte sul debito pubblico francese. Al primo posto Intesa, con poco meno di 10 miliardi un anno fa, in nona posizione. In testa, fra le banche sottoscritrci, il gruppo francese Bpce, delle popolari e le risparmio, con Natixis, per 183 miliardi, diciotto volte Intesa. La Banque Postale seguiva con 93 miliardi, e il Crédit Agricole con 83.
Unicredit risultava il secondo gruppo italiano più esposto, con 4,5 miliardi – una esposizione in linea con gli altri investimenti in bond europei – in 14ma posizione. Altre banche italiane interessate erano: Fineco (2 miliardi), Sondrio (1,5), Mediobanca (1,4), Cassa Centrale (0,9).
Non essendoci di fatto alcun rischio col debito francese, i creditori profittano semmai della situazione: se “perdono” sull’aggio, sulla commerciabilità (non finché non smobilitano), guadagnano sui rendimenti.
Ma la frammentazione bancaria europea è sicuramente un handicap - ai riequilibri, anche se solo contabili.
Un dato impressionante è che, su mille miliardi di debito pubblico francese detenuto dalle banche, fra due terzi e quattro quinti sono detenuti da banche francesi. E per un terzo dalle banche che raccolgono il risparmio “primario” - delle famiglie, le campagne, le periferie: Bpce, Agricole, Postale.

Con Bene non si ride

Un film fatto per Carmelo Bene, s’intende – santificato, come “il più grande attore del Novecento italiano”. Il film che Bene non ha mai completato - ri-girava sempre le scene, finché il produttore non interruppe la farsa.
Tre film in realtà. Uno su Maresco visto da sodali e gregari disperati, il barbiere, il direttore d’albergo, il padrone di casa, l’amico. Uno su Bene che non fa il film. E uno sul documentario che un altro regista sta facendo su Bene che non fa il film – uno come Maresco, Umberto Cantone, regista teatrale e attore di cinema (per Maresco) a Palermo.
Non un rovello pirandelliano, su identità e simili. Un divertimento. Sulla sacralità del regista messa a nudo. Che sa però di chiuso, autoreferente -  l’opposto dello humour, anche nella forma dell’ironia. È anche vero che con Bene (Carmelo) non si ride(va).
Franco Maresco, Un film fatto per Bene, Sky Cinema, Now

sabato 10 gennaio 2026

Secondi pensieri - 575

zeulig


Freud – Prende molto da Nietzsche, si sa – seppure non dichiaratamente (inconsciamente?). Dalla distruzione che Nietzsche ha operato. A fini terapeutici non si direbbe - Nietzsche saltella di baratro in baratro. L’inconscio è in fondo il radicalismo di Nietzsche, l’irruzione dell’irrazionale di Schopenhauer.
 
Immedesimazione – È il verbo del momento – ha sostituito “adeguatezza-inadeguatezza”? Vale per i comuni come per gli autori, compresi i registi di cinema, e per gli attori naturalmente – per i quali piuttosto vale la non-immedesimazione di Brecht, l’esercizio critico della professione, giusto entrare nella sagoma – la pelle – di qualcuno, litandosi a “fare il personaggio”. Per i comuni per trovare o esercitare l’empatia, altro verbo recente, la vita di relazione. E, di più, per i politici, i quali non si occupano più di una cosa, “come se fosse mia”, ma si immedesimano – p.es. i 5 Stelle, eletti mutuabili con gli elettori.
Esprime un bisogno di consistenza? Una ricerca di ubi consistam? Nell’età dei diritti? Che sarebbe quindi dissolutoria – quando si ha tutto non si ha nulla?

Nazionalismo – Va – viene fuori -per accumulo, per sedimentazione. Si vuole l’identità non la fonte, una delle fonti, ma il prodotto delle nostre azioni. Ma questo è vero e non è - molto siamo determinati, da famiglia, luoghi, lingua, mentalità. È indefettibile, siamo noi – anche nella versione polemica, dell’identitarismo (cioè nella forma anti-, contro qualcosa o qualcuno).
È come tutto, non è buono o cattivo, può esserlo.

 
Populismo – Non è – era – populismo il neo-realismo, che tanta Italia ha fatto, anche prima della Repubblica, anche quando si chiamava libro “Cuore”? L’ala progressista, poi soprattutto “valorizzata” al cinema, ma anche di tanta letteratura- compresa purtroppo, come no, tanta narrazione della Resistenza.
 
La categoria va alla deriva. Non si sapeva cosa fosse, e non si riesce a incapsularla – salvo, o tanto più perché, in estensione sembra senza limiti o contraccettivi: se tutto è populismo niente è populismo.
Ricchi e poveri, non è più la questione. Americanismo oppure anti-americanismo, di questo è ancora questiona ma ininfluente.  La Russia bizzarramente lo è: i primi moti populisti registrati come tali, Lega e lepenismo, sono filorussi. Ma senza un qualificativo, per una ragione di realpolitik – che un’analisi “scientifica” (marxista?) non disdegnerebbe? – e cioè farsi una dote politica con l’opposizione a Bruxelles, al superstato europeo, che non costa nulla, il superstato non essendoci (Lega e lepenismo al governo in Ungheria con Orbàn marciano indisturbati). Movimenti populisti che non sono antidemocratici, anzi tutti corrono col voto, libero – si fanno forti del voto popolare, benché contrastati dall’opinione pubbica, i media accreditati. Mentre l’anti-populismo, e anche il politicamente corretto, fanno perno su basi non democratiche, in specie nel comparto pubblica opinione: editoria, televisione, cinema.
 
Cosa rimane dell’onnipopulismo? Del tutto populismo, del populismo arrembante? Mote contraddizioni e forse niente. Perché la categoria è generica – vuota, un po’ come “fascismo” in Italia. In  Spagna è al governo da quattro anni il partito socialista. Un partito che ha cioè perso le elezioni, ma  governa con un partito di destra, il partito nazionalista basco Pnv, e uno di estrema destra, catalano, secessionista, Junts per Catalunya. In realtà non governando – non andando in Parlamento (non fa il bilancio, non fa le leggi): occupando il potere. L’entourage del presidente di questo governo è anche sotto processo o in carcere: il suo segretario politico è in prigione, il predecessore di questo bracci destro è sotto processo, la moglie del presidente è sotto processo, suo fratello è sotto processo, il Procuratore Generale dello Stato da lui nominato è sotto processo. Si direbbe un governo, di fatto e di diritto, come un’occupazione abusiva del potere. Ma non populista.
Perché, sempre per restare in Spagna, Abascal e Voz sono populisti e Puigdemont e Junts per Catalunya no?
 

Possesso – È un’azione, non uno status. Configura sempre una mancanza, qualcosa da riempire-possedere. La felicità del possesso non è quietudine, è sempre minacciosa, inquietante.
 
Il possesso manifesta una mancanza. È un’azione, si dispiega nel procedere, nel timore di un vuoto, sia pure di memoria, in un abbrancamento qualsiasi, anche solo a un ceppo muto (la forma di “comunicazione” che da quale tempo si accredita, in epoca green – un corpo inerte invece di uno vivo)?  


Potere – Il potere è anarchico è vecchio refrain - vecchia verità, fattuale. Pasolini argomentava, spiegando il. suo ultimo film, “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”, di aver voluto prendere a “simbolo quel potere che trasforma gli individui in oggetti”. Il potere fascista e nella fattispecie il potere repubblichino. Che per essere assoluto finisce anarchico: “Ecco”, dice, “è il potere che è anarchico…. Mai il potere è stato più anarchico che durante la Repubblica di Salò”. In forza delle leggi: “Nel potere, in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo – c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli”. Di un’anarchia però speciale: “L’anarchia degli sfruttati è disperata, idillica, e soprattutto campata in aria, eternamente irrealizzata. Mentre l’anarchia del potere si concreta con la massima facilità in articoli di codice e in prassi”.
Così, in effetti, la concepiva Sade – l’illuminismo: i suoi violenti non fanno altro che redigere regolamenti.


Psicoanalisi - Nel trattamento prolungato, e cadenzato, un appuntamento cadenzato, c’è (anche) il piacere di confessare, che i confessori al confessionale conoscono, hanno catalogato, e sanzionano come abuso: una forma di esibizionismo, e quindi di sopraffazione (far pagare questi falsi penitenti,  in denaro invece che in avemaria e paternostri, sarebbe stato meglio, più efficace, produttivo?).

Sottosuolo – “Sottosuolo è il sostrato, in cui l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri? Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo?” È la presentazione, in puro stile Dostoevskij, personaggi e storie di “Memorie del sottosuolo”, che Natalino Irti fa all’Accademia dei Lincei del suo saggio “Sguardi nel sottosuolo”. Che però nel caso sono sguardi di diritto, Irti è una giurista, che infatti continua: “E qui il diritto «privato» riprende il suo carattere privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità”. 
Il sottosuolo come campo del diritto – o il diritto come rete (ragnatela) che regge il suolo.

zeulig@antiit.eu

Il figlio si racconta nel padre

“Potrò dire di essere stato un ebreo del mio tempo”, riflette il narratore a metà percorso di questa sua autobiografia – che per lui, per suo conto, fa il figlio, lui sì letterato, ex cathedra, Pachet. Abbreviato e francesizzato per Opatchevsky, oscuro ebreo della confusa Bessarabia - parte oggi del conflitto russo con l’Ucraina, e domani probabilmente con la Romania o Moldavia – anche se con “poche occasioni di contatto con la massa del popolo russo”. Insomma, un espatriato già in patria. Che dal fondo della Russia emerge per varie destinazioni, fino a quietarsi in Francia, compresa quela dell’occupazione tedesca, senza danni, ma senza nemmeno romanzi.
Pachet non ha remore a dire – far dire al padre: “Nella Storia, da san Paolo a Marx, la figura dell’ebreo convertito ha sempre avuto tratti repellenti” (p.79) – per non dire di Gesù? Con una vindicatio de “L’ultimo dei Giusti”, lenta, lunga, ragionata, in finale della narrazione, il romanzo di grande successo di André Schwarz-Bart, poi fatto cadere nell’oblio con l’accusa di plagio, che invece rivela al narratore se stesso. “Questa non è un’opera immaginaria su un personaggio immaginario”, Pachet ha cura di notare a metà (auto)-narrazione, “ma un lavoro di auto-analisi di autoscopia, condotto su un soggetto vivente, o piuttosto morente, che poi è lo stesso”:
Con poche “verità”, non un memoir gnomico. Una è “non è la stessa cosa avere la propria mamma o non averla”. Guardingo, soprattutto con le rivoluzioni – se vanno male “ce le fanno pagare”. Misogino, ilgiusto.
Un (ri)scoperta del padre morto? O di sé nel padre. Indubbiamente un racconto simbiotico. L’ennesima narrazione dell’ebreo errante nella forma inedita dell’imedesimazione filiale, una novità per un racconto – una forma che Emanuele Trevi rigenererà con leggerezza e humour, forse con più verità, per amici e congiunti, quelli di cui ha memoria grata.
Lisa Ginzburg nella postfazione richiama l’analogo esercizio del fiosofo e psicoanalista Pontalis alla prma edizione del libro, nel 1987, come di un “libro senza autore, che si scrive da sé, per immedesimazione. Ciò che, per la verità, è di tutte le narazioni, anche le più critiche, oniriche o saccenti. Meglio di tutto Ginzburg inquadra l’autore, Pierre Pachet, “bello e insolito”, e “uomo di grande fascino”.
Pierre Pachet, Autobiografia di mio padre, Kreuzville Aleph-L’Orma, pp. 157 € 18

 

venerdì 9 gennaio 2026

Ombre - 806

Una conferenza stampa di tre ore fa sei pagine, almeno, di giornale. Mentre l’esito è nullo, molta Meloni in video e poche righe di cronaca. La conferenza stampa è solo un palcoscenico in Italia per i giornalisti, per trenta secondi di gloria sui Tg 24 ore. Di un giornalismo che non sa di che si tratta. E del resto è da qualche decennio senza contratto, a paghe residuali.
 
E così i mille o duemila prigionieri politici di Maduro, compreso il mite cooperante Trentini di cui “la Repubblica” si è fatto una bandiera, sono liberati da Trump. Il tycoon, il profittatore, il despota, eccetera. Non sappiamo da che lato girarci, pur che siamo arrabbiati.
 
Macron vuole fare la guerra alla Russia e chiama gli Stati Uniti “aggressori coloniali”. È don Chisciotte? No, è il presidente della Repubblica della Francia. Forse vuole fare un complimento, mascherato, a Trump, che di lui aveva detto all’ultimo G 7, a luglio in Canada: “Non capisce mai niente”.
 
Trump annuncia 50 milioni di barili di petrolio in arrivo dal Venezuela. Scandalo – non l’abduzione di Maduro e consorte, il petrolio. Che probabilmente è pagato, non danno di guerra. Ed equivale a sette milioni di tonnellate, lo 0,7 per cento, o il sette per mille, del consumo americano. Di greggio pesante, la cui resa in prodotti utilizzabili sarà dimezzata. Dal 1973, dalla crisi petrolifera che creò l’oro nero cinquant’anni fa, i media italiani non hanno ancora imparato cos’è il “barile”, e la differenza tra barile e barile\giorno, unità di misura della produttività di un pozzo o giacimento.
 
Ogni pochi giorni Zelensky silura, come ha usato a Mosca  nei lunghi anni della rivoluzione, qualcuno dei suoi ministri, dei suoi capi dell’esercito, dei suoi servizi segreti. Suoi nel senso che possono dare fastidio, come usava a Mosca, al “capo”. Silurati non si sa bene perché – la corruzione è vaga (è di moda in Cina, con la presidenza Xi). Zelensky è del 1978, quei dieci o dodici anni di sovietismo sono bastati a plasmarlo?
I siluramenti sono più comunisti o più orientali?
 
E dopo l’Ucraina chi? Per quanto tempo e con che esito l’Europa dovrà subire il rifacimento della storia dei tre secoli di impero russo, da Pietro il Grande in poi? Ce ne sarà per qualche decennio, perché la Russia “non esiste”, secondo i dotti media italiani: è in declino demografico, non sa lavorare, non sa produrre, non sa esportare. Sa solo fare le bombe atomiche.  
Tanta ignoranza non è possibile. Sembra un copione da servizi segreti.


La stampa americana più qualificata, “New York Times”, “Washington Pst”, “Atlantic”, “New Yorker”, “Nation”, “New York Review of Books”, che giornalmente attaccano Trump su ogni suo atto e misfatto, singolarmente trattano l’abduzione del presidente venezuelano e di sua moglie, con un centinaio di morti, e la rivendicazione del petrolio venezuelano come “nostro”, il Trump più eversivo, da ogni punto di vista, come un fatto di cronaca, uno fra i tanti. Unica critica: avere aperto a Russia e Cina un’autostrada per le annessioni in corso, di Donbass e Taiwan. Decisamente l’America è un altro mondo.
 
Non c’è stata, nonché la reazione dei media Usa, pure quotidianamente molto critici su Trump, all’incursione armata in Venezuela, e alla quasi presa di possesso del Paese (“The Atlantic”, il più anti-trumpiano di tutti, se l’è fatta spiegare da lui medesimo), ma soprattutto quella dei paesi latinoamericani, dei Caraibi, o del Sud continentale. Solo proteste formali, e rade. Nemmeno la solita animosità anti-yanquis.
 
Fotoritratto a tutta pagina lusinghiero sul “Corriere della sera” della 56nne Delcy Rodriguez, la vice di Machado, e uno a fronte tutto grinzoso della coetanea Maria Corina Machado, leader dell’opposizione ora in esilio, nonché Nobel per la pace, che pure aveva vinto le elezioni. È incredibile come il giornale della borghesia italiana va ancora al passo dei revolucionarios, per quanto imbelli accertati e ladri e tiranni.  
 
Ma è strano, o non lo è, che dei giornalisti non sappiano ancora che da cinquant’anni il sovietismo è scomparso, si è cancellato? È vero che sopravvive a Cuba, ma a Cuba non si riesce più nemmeno a fare il vecchio commercio compagno, di belle donne a poco prezzo. E i Chavez e Maduro che compagni sono, a chi hanno fatto bene?
 
“la Repubblica” in lutto per Grillo “condannato” dalla condanna del figlio per stupro. Oppure no, dipende dai commentatori, la cosa è discutibile. Ma come non vedere, dall’isolamento e l’umiliazione di Grillo, ridotto alle origini, di guitto solitario, che la democrazia ha dei limiti: quest’uomo ha vinto un paio di elezioni, e ha aumentato di 200 miliardi, almeno 200, il debito pubblico.
 
Lagarde, la presidente della Bce, che prende quattro volte il suo omologo americano, fa giustamente ridere. Cone tutto, attualmente, dell’Europa. Ma che dire delle migliaia, decine di migliaia, di impiegati pubblici italiani, ora definiti manager, Procuratori Capo delle centinaia di Procure, presidenti di Tribunale, direttori e vice di ministeri (spesso magistrati), che hanno appena vinto la battaglia contro il tetto ai loro 240 mila euro annuali? Sempre molto più del presidente della banca centrale americano, con lo zero virgola di responsabilità. Poi si dice che Trump abusa l’Europa – il tycoon, il “maiale”.
Lagarde tace. Tutti tacciono.
 
L’incursione americana a Caracas è da Far West. Ma poi Maduro è uno che in dieci o dodici anni ha ridotto la ricchezza nazionale di due terzi. Incompetente quanto duro, con un paio di migliaia di prigionieri politici. E supermercati gratuiti per i poveri, che dentro non contenevano (quasi) nulla. Il Sud America delle barzellette.