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venerdì 24 luglio 2026

Fascino del fascismo

Il titolo centrale della raccolta di saggi che Susan Sontag venne pubblicando negli anni 1970 sulla “New ork Review of Books”, “Fascino fascista” , è un polemico corpo a corpo con la società newyorchese liberal che celebrava la regista tedesca Leni Riefenstahl alla pubblicazione del suo reportage fotografico “I Nuba”. E con l’occasione al rispolvero dei film documentari per cui Riefenstahl era stata celebre trent’anni prima, in Germania e anche fuori, “Olympia”, sull’Olimpiade di Berlino, 1936, e “Il trionfo della volontà”, 1934, sul congresso a Norimberga del partito Nazista. Film fino ad allora, bisogna anche dire, praticamente invisibili, non proiettabili, per ragioni di opportunità politica.
Sontag è molto polemica, con editori, commentatori, critici, femministe – al punto da meritarsi un rimprovero pubblico da Adrienne Rich, l’ultima sospettabile di fascismo. Sontag vuole Riefenstahl colpevole comunque, benché assolta dalla commissione di denazificazione, senza particolari problemi. Con argomentazione  anche conclusiva: Riefenstahl è stata nazista, comunque hitleriana, anche se senza colpe specifche che potevano e dovevano interdirla. Fuori dal processo, però, quanto alle colpe naziste e postnaziste, meglio sorvolare - anche da parte della Resistenza: le colpe meglio che siano oggettive, fattuali, riscontrabili. E con la polemica insistita Sontag finisce per porre il problema, piuttosto che risolverlo: il fascino del fascismo. 
Il fascino del fascismo, se c’è (ma c’è), è sempre minoritario, e resta inspiegato. Della divisa, delle adunate, del finto bellicismo, del corpo. Di più tra i minorati per qualche aspetto, psicologico o fisico. O se si vuole – ma perché sarebbero fascismo – della bellezza, la simmetria, la competizine e, eh sì, l’ordine. È un’attrattiva come un’altra finché non è nociva.

Il saggio del titolo è una sorta di appendice alla bibbia del saturnismo, del temperamento malinconico, il trattato di Robert Burton,”Anatomia della malinconia”, con una nuova casistica. Sul tema sarà poi prodiga la Scadinavia – Lars von Trier, Jon Fosse. Sontag ne tratta a proposito di Walter Benjamin. In un ritratto che è la cosa migliore del volume – e probabilmente il migliore dei tanti ritratti che di Benjamin si leggono, di Scholem, Adorno, Arendt, et al.  
L’apertura è un po’ terrificante, dello scrittore – lei scrittrice, a Parigi, per un anno – alla maniera di san Gerolamo, in solitudine nella caverna: Susan Sontag vuole “diventare 
scrittrice”, e si isola in una stanza piccola, con un letto, una sedia, un tavolino piccolo e una macchina da scrivere. Poi, col Benjamin resuscitato, resuscita anche, con un testo breve ma a tutto tondo, originale ma vero, Roland Barthes in morte.

Un testo importante, ma molto datato, “Accostarsi ad Artaud”, prende un terzo del volume – è l’introduzione, di cui si è voluta incaricare, della presentazione di Artaud in America nel 1975, con l’antologia “Selected Writings” da lei stessa curata. “L’Hitler di Sylberberg”, a proposito  lunghissimo film documentario a più dispense sulla Germania di Hitler, e un ritratto di Canetti, “La mente come passione”, completano la raccolta.   
Susan Sontag,
Sotto il segno di Saturno, nottetempo, pp. 207 €17

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