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Fascino del fascismo
Il
titolo centrale della raccolta di saggi che Susan Sontag venne pubblicando
negli anni 1970 sulla “New ork Review of Books”, “Fascino fascista” , è un
polemico corpo a corpo con la società newyorchese liberal che celebrava la regista tedesca Leni Riefenstahl alla
pubblicazione del suo reportage fotografico
“I Nuba”. E con l’occasione al rispolvero dei film documentari per cui
Riefenstahl era stata celebre trent’anni prima, in Germania e anche fuori, “Olympia”,
sull’Olimpiade di Berlino, 1936, e “Il trionfo della volontà”, 1934, sul
congresso a Norimberga del partito Nazista. Film fino ad allora, bisogna anche
dire, praticamente invisibili, non proiettabili, per ragioni di opportunità
politica.
Sontag
è molto polemica, con editori, commentatori, critici, femministe – al punto da
meritarsi un rimprovero pubblico da Adrienne Rich, l’ultima sospettabile di
fascismo. Sontag vuole Riefenstahl colpevole comunque, benché assolta dalla commissione
di denazificazione, senza particolari problemi. Con argomentazione anche conclusiva: Riefenstahl è stata nazista,
comunque hitleriana, anche se senza colpe specifche che potevano e dovevano interdirla.
Fuori dal processo, però, quanto alle colpe naziste e postnaziste, meglio sorvolare -
anche da parte della Resistenza: le colpe meglio che siano oggettive, fattuali,
riscontrabili. E con la polemica insistita Sontag finisce per porre il problema, piuttosto che
risolverlo: il fascino del fascismo.
Il
fascino del fascismo, se c’è (ma c’è), è sempre minoritario, e resta inspiegato.
Della divisa, delle adunate, del finto bellicismo, del corpo. Di più tra i
minorati per qualche aspetto, psicologico o fisico. O se si vuole – ma perché sarebbero fascismo –
della bellezza, la simmetria, la competizine e, eh sì, l’ordine. È un’attrattiva
come un’altra finché non è nociva.
Il
saggio del titolo è una sorta di appendice alla bibbia del saturnismo, del
temperamento malinconico, il trattato di Robert Burton,”Anatomia della
malinconia”, con una nuova casistica. Sul tema sarà poi prodiga la Scadinavia –
Lars von Trier, Jon Fosse. Sontag ne tratta a proposito di Walter Benjamin. In
un ritratto che è la cosa migliore del volume – e probabilmente il migliore dei
tanti ritratti che di Benjamin si leggono, di Scholem, Adorno, Arendt, et al.
L’apertura
è un po’ terrificante, dello scrittore – lei scrittrice, a Parigi, per un anno –
alla maniera di san Gerolamo, in solitudine nella caverna: Susan Sontag vuole “diventare scrittrice”, e si isola in una stanza piccola, con
un letto, una sedia, un tavolino piccolo e una macchina da scrivere. Poi, col
Benjamin resuscitato, resuscita anche, con un testo breve ma a tutto tondo, originale ma vero, Roland
Barthes in morte.
Un
testo importante, ma molto datato, “Accostarsi ad Artaud”, prende un terzo del
volume – è l’introduzione, di cui si è voluta incaricare, della presentazione
di Artaud in America nel 1975, con l’antologia “Selected Writings” da lei
stessa curata. “L’Hitler di Sylberberg”, a proposito lunghissimo film documentario a più dispense sulla Germania di Hitler, e un ritratto di Canetti, “La mente come
passione”, completano la raccolta.
Susan
Sontag, Sotto il segno di Saturno,
nottetempo, pp. 207 €17
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