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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (640)
Giuseppe Leuzzi
Sulle 70 località di mare più pregiate per gli
investimenti immobiliari del supplemento “L’Economia” del “Corriere della sera”
solo dieci sono al Sud, e quasi tutte nella gloriosa “Costiera”, con Capri e
Anacrapri. E ovviamente Taormina. L’unica novità è Cetara. E questi sono dati,
non si possono contestare.
Nella Top Venti c’è solo
Capri – che resiste anche nella Top Dieci. Il Sud non è più nemmeno il paese
d’o sole.
Il 9 agosto 1998 il
“Corriere della sera” dedicava una pagina alla Calabria con questo titolo (lo
ricorda il reprint dell’edizione di
quel giorno): “Calabria, tra le speranze tradite resiste una virtù:
l’accoglienza”. È una pagina di un “Viaggio in Italia” di Enzo Baigi. Che
sceglie di far parlare personaggi “positivi”, come ce ne sono ovunque: la
baronessa Cordopatri (“essere proprietari qui vuol dire solo fare sacrifici”),
Vittorio De Seta, don Massimo Alvaro, il fratello, il vescovo trentino di
Locri, mons. Bregantini (“la prima parola che ho imparato in Calabria è stata
«favorite»” – “La famiglia che viaggiava in treno con noi, eravamo due
studenti, rimasti senza pane, prima di darne una fetta al loro bambino, la porse
a noi”).
Il garbo,
che non è classista.
Biagi vuole anche lui come
Sciascia il suo capitano dei Carabinieri. Il suo capitano si chiama Oresta, è
romano, ma asciutto – più di Sciascia.“Mafioso si nasce o si diventa?”, gli
chiede Biagi. “Credo che si diventi”. “Un uomo d’onore chi è?” “Non esiste
più”. Infatti solo il giudice Gratteri ci crede (per vendere i libri con
Nicaso?).
Troppe lodi al Sud
Quest’anno non è il solito
antipatizzante Gian Antonio Stella, è il giornale, il “Corriere della sera”,
che s’indigna: “Maurità, Calabria batte Lombardia 16 a 1” – di “lodi” alla
Maturità. E com’è possiible, se “il Sud è sul podio anche se ha risultati
peggiori nei test Invalsi”. La cosa è poi corretta (“Calabria e Puglia in testa
nonostante i risultati più bassi nelle prove Invalsi”), ma giusto per
consentirsi un altro grande titolo.
È un progresso. Non c’è più
la mafiosità di insegnanti e commissari quest’anno, ma l’indignazione c’è
uguale. Per tutta una pagina. Di dati e commenti.
Il problema è che ci sono 760
lodi in Lombardia e 1.042 in Calabria, dieci milioni di abitanti contro due.
Peggio ancora forse con la Puglia, 760 contro 2.104, dieci milioni contro
quattro. Si potrebbe anche dire che i lombardi sono ignoranti perché sono
massicciamente pugliesi e calabresi, da un paio di generazioni. Si potrebbe
obiettare che si conosce più di una fanciulla delle meridionali lodi che si
sono già assicurate, prima ancora dela lode, un posto a Medicina alle
università di Roma e di Milano – qualcuna anche con borsa di studio. Ma non si
scherza.
Il solenne quotidiano però
non sa che si arriva alla Maturità con una valutazione numerica esito
di un curriculum regolato da precise norme e criteri, che la commissione
d’esame non può migliorare che di cinque punti, lode compresa. E non si
chiede, neppure per ipotesi, figurarsi, l’essenziale: come sono, e come
funzionano e a che cosa servono (come sono percepite) le scuole in Lombardia.
Perché mai i ragazzi arrivano alla maturità con medie così scadenti, non ci
sarà un problema di metodo, o di percezione, non ci sarà un problema di
famiglie, non ci sarà un vuoto generazionale.
L’alfatetizzazione era un
pietra al collo del Sud molti anni fa, quando il Sud era campagnolo e disperso,
oltre che povero. Ora sono almeno due generazioni che i ragazzi del Sud si
fanno mediamente cinque ore di bus, tra mattina e sera, con levata alle sei, e
anche alle cinque, e ritorno a casa alle tre e mezza del pomeriggio, in
Calabria su strade dell’Ottocento, di curve e controcurve, che seguono passo
passo le anfrattuosità del terreno, e nel mezzo un panino. Forse in queste
condizioni uno non ha di meglio che imparare, qualcosa.
Troppe lodi al Sud? Sì. Ma
il troppo è di gelosia – di meraviglia maligna: il retropensiero essendo “che
può venire di buono dal Sud?” L’Italia è bella e buona col Sud, e sempre gli dà
qualcosa. Ma i Lep sono una palla al piede, non rivalutabile – anzi aggravata
col passare del tempo, altro che eguaglianza di opportunità, altro che
democrazia, qui contano i ricchi. E forse per questo producono miracoli - i Lep
non i ricchi (quelli del Nord-Est, poi, sono particolarmente sterili). Non è
più di un’ipotesi, ma anche questa conta, no?
E questo non è un problema di
comunicazione, di giornalismo, di chi fa le pagine e di chi le scrive. È
proprio un fatto di mentalità. “Come si permettono, razza d’ignoranti?”, vuole
dire il “Corriere della sera”. Mentre la cosa è semplice: perché la scuola di
Bergamo deve essere migliore di quella di Catanzaro?
C’è un Sud (e un Nord) anche in letteratura
A proposito di un film restaurato e rimesso in
circolazione dalla Cineteca di Bologna,”La morte corre sul fiume” – “un
capolavoro fuori del tempo, di valore assoluto”, in una recensione da titolo
“Il cacciatore Robert Mitchum”, ora nella mini-antologia “Scritti di cinema”, Goffredo Fofi adombra
una “letteratura meridionale”, del Sud degli Stati Uniti. Il fim è stato tratto
dal romanzo dallo stesso titolo di Davis Grubb, “meridionale del West
Virginia”: “Grubb non scrisse altre cose dello stesso valore, ma questo romanzo
è diventato presto un classico dela letteratura nordamericana, in particolare
della letteratura del Sud degli Stati Uniti, al paio del ‘Buio oltre la siepe’
di Harper Lee, con cui ha molti punti di contatto”.
Un gruppone se ne potrebbe
estrapolare della letteratura americana che ha tempi e sintassi del Sud: Flannery O’Connor, Faulkner,
Tennessee Williams, Carson McCullers, che infatuò la snobissima Annemarie
Schwarzenbach (che più che altro praticava l’amore de loin, alla provenzale, con infuocate missive), da storie della
letteratura. E Margaret Mitchell, “Via col vento”. Mentre si penserebbe
meridionale ma è “settentrionale”, all’anagrafe e di sentimentalità, Beecher
Stowe (“La capanna dello zio Tom”).
Le radici come
un peccato
“Talvolta se mi accosto a
questa terra ne ho un urto impietoso che mi rapisce come un’acqua in piena e
vuole sommergermi” - è Cesare Pavese che parla, delle sue Langhe, in una prosa
della sua collettanea “Feria d’agosto”, nel felice 1946, “Mal di mestiere”:
“Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chissà dove. Sono fatto
pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta
che l’istinto di rapprendermi in parole….”.
Il radicamento s’impone, e
finisce nella “restanza”, ultimamente teorizzata da Teti. Pavese vi è immerso,
benché uomo di città: a 21 anni si laureava con un lungo lavoro su Walt
Whitman, fu esperto americanista, si fidanzerà pure (imnaginò di essersi
fidanzato) con una diva di Hollywood, ma era terragno – la stessa scelta di
Whitman evidentemente, il primo e grande poeta delle radici, rientra in questa
sua natura.
E – ma – se ne fa una colpa:
le parole non sono nulla, e il radicamento “è insomma peccato, come il libertinaggio,
come il sadismo e l’ubriachezza”.
È un capitale, ma è un
limite – si soggiace al radicamento come a una debolezza. Non come dice Pavese,
forse, non per un desiderio, o una deriva, di eccessi, ma per un limite
costituzionale (si nasce con l’ambiente, l’imprinting
è esteso – a partire, certo, anche dalla
parola, se è un dialetto, una parlata circoscritta, come familiare).
Il mito scoperto a Brancaleone
Si rileggono con stupore le
riflessioni sul mito che Pavese è andato sviluppando nel 1949-1950, nei “Dialoghi
con Leucò”, in “Feria d’agosto”, in scritti sparsi ora radunati nella raccolta
“Raccontare è come ballare”. Per l’acutezza, e per l’eleganza dell’ordito,
dell’argomentazione, esito evidente di lunga riflessione. Ma col dubbio: perché
non c’è un Pavese “mitico” prima dell’isolamento coatto al confino politico, l’antico
ostracismo, in una remota plaga della Calabria jonica, che si proietta o
specchia, anche se solo idealmente, nella Grecia, jonica e corinzia?
La scoperta avviene in
questo luogo, a Brancaleone, conglomerato isolato di poche case e molte agavi,
congiunto al mondo da una “littorina” che si ferma una o due volte al giorno.
Passeggiando davanti al mare, che è quello della Grecia. E per un garbo dei
locali, pure poveri per lo più e isolati, che sa di antica civiltà, quella della sacralità dell’ospite, dell’accoglienza.
Fa un curioso effetto un
“Pavese calabrese”, poiché tutto cozza, la sua natura contadina delle remote
Langhe, il cosmopolitismo torinese, la formazione e passione culturale
anglo-americana, specialmente caratterizzante negli anni 1930, la vita (e la
morte) da urbano sradicato. Ma ci sono le date, c’è la corrispondenza dal
confino con la sorella, e ci sono le opere - il racconto “Il carcere”,
probabilmente la prima scrittura narrativa di Pavese, anche se pubblicata
tardi, i tanti saggi poi raccolti nel 1949 in “Feria d’agosto”, i “Dialoghi con
Leucò”, il libro più amato, che si portò in albergo il giorno del suicidio.
La mafia della
giustizia
Dell’ennesima mega-assoluzione
all’ennesimo mega-processo del giudice Grateri quando era a Catanzaro si ride –
otto condanne e sessanta assoluzioni (condanne per reati amministrativi:
patente, porto d’armi…). Anche se ha rovinato – provato a rovinare – una azienda
familiare di tre generazioni attiva e
produttiva nel trattamento dei rifiuti, la centrale a biomasse di Cutro.
Con quali prove? Intercettazioni?
Contratti irregolari? Scarichi proibiti? O denunce di concorrenti perdenti? Fatto
sta che le “prove” non sono manipolabili, anche le intercettazioni, i contatti,
i conti. E il problema Gratteri si allarga, a quella che è la realtà delle indagini. Della polizia giudiziaria del caso. Colpire nel mucchio, non c’è altra
metodologia?
La mafia vista da vicino
effettivamente “non esiste”. È un susseguirsi di prevaricazioni e ruberie come
in ogni parte del mondo, che al Sud nessuno contrasta – se non (molto)
raramente. Nel sottinteso: il denunciante s'arrangi, se ha i soldi paghi, qui sono tutti mafiosi.
Berlino ai calabresi
Molto
della politica tedesca, in questa fase delicata di crisi del moderatismo e di sfida
delle estreme, dipende da due fratelli calabresi, Luigi e Alfonso Pantisano.
Figli di calabresi emigrati mezzo secolo fa, nati in Germania e ben tedeschi,
di eloquio e di applicazione, ma cresciuti dai nonni a Cariati Marina, in
provincia di Cosenza. Luigi, 47 anni, architetto e urbanista, con esperienze
anche in Giappone, al vertice della Linke, il partito socialista di sinistra
che sta sopravanzando la storica Spd, il partito socialdemocratico. E Alfonso,
51 anni.
Luigi
ha cominciato prestissimo, a 15 anni era nel Pds, il partito nato dal naufragio
del comunismo all’Est. Poi consigliere comunale a Stoccarda, quasi sindaco a
Ciostanza nel 2020, deputato, vice-capogruppo della Linke al Bundestag. Senza
avere nulla di Pankow, del vecchio comunismo-sovietismo, anzi pratico
nell’impegno seppure radicale – è sua la campagma che ha portato al successo il
sindaco di New York Mamdani, il caro-affitti.
Alfonso è attivista queer, della Lega Lgbtxqi. Primo funzionario di collegamento con la
comunità queer del Senato di Berlino. In vista anche come critico della
Russia di Putin, per i diritti gay.
Nulla di eccezionale, nel
senso che i fratelli non sono gli unici figli di immigrati in carriera
politica, è la prassi in quel Paese, non conta “come nasce”, conta
il saper fare. Ma particolare sì, in questo: Luigi, serio, realistico
(fattivo), sarebbe diventato capo di Avs in Ialia? Sicuramente no, la politica
è per i “dichiaratori”. E questo è un fatto italiano. Mentre un fatto meridionale è se i due fratelli sarebbero emersi nei rispettivi campi di attività a Cariati. Sicuramente no, in nessuna ipotesi - non in poco tempo, non sommersi dalle chiacchiere.
Ma questo è un problema del Sud oppure dell’Italia? È
più infetto il Sud o lo è l’Italia? È il Sud che infetta l’Italia o l’Italia
che infetta il (debole) Sud?
leuzzi@antiit.eu
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