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Ma questo Ulisse era Scalfari
Ma
quanto dell’Ulisse di Nolan non era in Scalfari, in questa riflessione
pubblicata nel 2010, uno dei tanti tasselli in forma di autobiografia
(giustificazione, rappresentazione) frammentaria, condita di filosofia, intrapresa
da Scalfari a cavaliere del 2000. Anzi, benché dimenticato dai più, in questo primo saggio di
auto-filosofia, pubblicato nel 2010, Scalfari fa di Ulisse quello che vediamo al cinema
Letto come l’uomo occidentale, personaggio di una vita che si vuole ricerca,
quindi apertura e avventura. Da esploratore e ricercatore, illuminato e applicato,
le due figure eminenti del mondo scalfariano, Ottocento e Novecento. Di una
vita che è insieme filosofia, riflessione sulla vita. E per questo si collega
agli altri pilastri eminenti della cultura occidentale – il “canone” di Eugenio
va da Virgilio a Dante (il titolo è di Dante, XXVI dell’ “Inferno”: “Ma misi me
per l’alto mare aperto”), e poi a Nietzsche e a Joyce – “La modernità e il
pensiero danzante” è il sottotitolo, da lui voluto.
Quello
di Ulisse non è il ritorno a casa, il nostos,
intriso di nostalgia. È il viaggio della conoscenza. Un percorso accidentato,
tra dubbi e incertezze che subentrano imponendosi alla conoscenza, alle certezza
stabilite. E il mare è quello Mediterraneo – questo in Nolan non è detto, ma
c’è, il mare vi è sempre conchiuso, a dimensioni umane, non oceaniche. Il Mediterraneo
come spazio storico noto (e celebrato) di eventi e civiltà. Spazio conchiuso-aperto - casa d’appuntamenti? - rispettabile: luogo d’incontro (e scontro) di storie,
popoli, culture, religioni.
Un
“viaggio” stranamente dimenticato (anche da “la Repubblica”, il suo giornale)
nelle fluviali celebrazioni in atto da un mese dell’“Odissea” di Nolan al
cinema. Lo ricorda solo Saverio Vallone, l’attore, come paratesto di una
mini-Odissea che prepara a Ricadi, sobborgo della Tropea paterna.
Eugenio
Scalfari, Per l’alto mare aperto,
Einaudi, pp. 290 €19,50
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