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sabato 15 agosto 2026

Letture - 620

letterautore


Coltello
– Oggi in uso tra i ragazzi e i mariti abbandonati, era “l’arma latina per eccellenza” di Mussolini, ricorda Scurati in “Fascismo e populismo”, p.34, dopo il rapporto stretto da lui instaurato dopo la guerra del 15-18, da cui usciva isolato, con l’arditismo – gli ex galeotti utilizzati  in guerra er missioni speciali. Che hanno lasciato qualche modo di dire – “il coltello fra i denti”.
Ma era in uso nelle osterie romane prima del’unità, nelle memorie di viaggiatori francesi di metà Ottocento. Soprattutto all’uscita dalle osterie – solo a Roma allora il coltello faceva un morto al giorno, così si diceva.
 
Comunista-tipo – È quello dei film americani del dopoguerra. È – era – uno di noi, secondo il non simpatizzante Ennio Flaiano, quando faceva il critico cinematografico, tardi anni 1940 soprattutto, anni non ancora di guerra fredda con ombrelli atomici. Come ogni altro “cattivo” va raffigurato, spiega Flaiano nella noterella cinematografica “Una nuova maschera” (ora in “Chiuso per noia”) come noi, come se fosse uno di noi: “Oggi”, 1949, “il Nemico è il Comunista. Perciò lo schermo americano tiene ad avvertirci che il «comunista-tipo» non è poi così brutto come lo dipinge la solita paura…. Anzi, il «comunista-tipo» è un buon diavolo, arrivato al comunismo attraverso molti complessi di inferiorità, o per mancanza di affetti: un buon diavolo che si adatterà volentieri a indossare una marsina o a mangiare il pollo con le forchetta purché lo si convinca con l’Amore…. Il comunista rivoluzionario, l’organizzatore, l’agitatore «non esistono in natura». I fratelli Pajetta sono un’allucinazione collettiva, forse uno spauracchio agitato dal Partito. Meglio ancora: sono «mostri» che al primo bacio d’amore perdono le zanne e diventano bei principini….”.
 
Umberto Eco – “Eco, vana voce”, è un palindromo di Bartezzaghi sul “Venerdì di Repubblica” – “in riferimento alla povera ninfa clamans del mito di Narciso e non certo al per niente vano Umberto”.
 
Fate – Fate fatue?  “Il nome delle fate, eredi delle ninfe, deriva dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatue, nome che si riferisce al fari profetico”, fari come parlare, “prima di dare origine, in francese e in italiano, alla parola fatuità” – Roberto Calasso, “La follia che viene dalle ninfe”, 30.
 
Fiaba – La ragione ultima – e prima –per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza” – C. Pavese, “Raccontare è monotono”,1949, in “Raccontare è come ballare”.
 
Giallo-omicidi – “Il nostro è il Paese con il secondo più basso numero di omicidi in Europa”, in rapporto alla popolazione – Giancarlo de Cataldo, “Il noir è sovversivo”. E “la percentuale di risoluzione  supera in 90 per cento”, nelle indagini di polizia.
 
Kitsch – “Ciò che oggi chiamiamo kitsch non coincide più con il cattivo gusto. Il cattivo gusto appartiene ancora all’estetica: presupponeva la possibilità del bello e, dunque, anche quella del suo fallimento. Il kitsch contemporaneo è qualcosa di più radicale. Non riguarda le forme, ma il governo delle forme: non è un’estetica ma un dispositivo. La sua funzione è neutralizzare ogni esperienza autentica dell’opera, sostituendola con un consumo immediato del suo significato – Eduardo Cicelyn, “La tentazione del kitsch che calpesta la storia”.
 
Nemico – Non è malvagio: al cinema va raffigurato, spiega Flaiano nella nota “Una nuova maschera a proposito del comunista-tipo”, a due teste. Come “nato dall’incontro di due esigenze, una drammatica e l’altra psicologica. Riassume cioè i miti della «bella addormentata» e del «principe-mostro» (miti fiabeschi che il cinema non si stancherà mai di rappresentare), e li giustifica con quella tendenza collettiva all’ottimismo che consiglia di raffigurare il Nemico come un essere che ha gli stessi nostri pregi e difetti, cioè come un essere convertibile alla nostra stessa causa, addirittura amabile”.
 
Pettegolezzo – “La letteratura, insegna Marcel, è una forma altissima e bassissima di pettegolezzo” – Chiara Valerio, “Robinson”, “My funny Albertine”.
Marcel è naturalmente Proust.
 
’47 - Il 1947, l’anno in cui Orson Welles volle girato a Roma “Cagliostro” (“grosso film d’appendice assolutamente  privo d’interesse”), l’anno dopo il voto alla donne e la proclamazione della Repubblica, che ora si celebra, “era l’anno delle difficoltà per la nuova Repubblica”, annota Flaiano critico cinematografico il 4 giugno 1949 (“Cagliostro”, in “Chiuso per noia”): “De Nicola, angosciato da dubbi (De Nicola aveva votato per la monarchia al referendum, n.d.r.), abitava in quattro stanze a palazzo Giustiniani, si lagnava di non avere il mare sotto casa come a Torre del greco, e il Quirinale era stato affittato agli americani che vi giravano, appunto, ‘Cagliostro’… Il ’47 è stato un anno difficile, ed è tutto qui: Togliatti e Nenni che preparavano il voto decisivo per onorare il centenario del ‘Manifesto comunista’, gli americani che colgono fiori nel giardino del re; la buona piccola società romana che ammira Orson Welles, mentre le signore ricominciano a mettersi penne in testa e a organizzare balli di beneficenza”.
 
Poeta - È “il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre, il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve” - C. Pavese, “Poesia è libertà”, una riflessione del 1949, pubblicata postuma, ora in “Raccontare è come ballare”.
 
Poetica del fascismo – Pavese si fa sollecitare da “un intelligente lettore” che, a proposito del suo  saggio “Il mito” gli scrive: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo vista anche troppa nel ventennio?” – in uno degli ultimi scritti, “Due poetiche”, del 14 giugno 1950 (ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”). E risponde: la poesia “nasce su un mito”, ma non necessariamente prende “lineamenti rarefatti, demoniaci o angelici, appunto mitici”. Ma è vero, “tutti oggi sentiamo fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi generi ormai codificati – il poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la prosa evocativa, il capitolo, la favola realistico-magica, ecc. Essa ha dominato in Italia tra le due guerre… - insieme alla prosa saggistico-ironica, all’«elzeviro»”.
 
Racconto – Un buon racconto è come il mito, si spiega Pavese nel saggio “Raccontare è monotono”, del 1949, ripescato nell’antologia “Raccontare è come ballare”, o come una nuotata: “Narrando non si esce dal gorgo della naturalità, così come nuotando non si esce dall’acqua, e la massa indistinta dell’acqua  sostiene e determina il movimento, dà loro un senso e un fine. La chiarezza del racconto corrisponde alla funzionalità del nuoto – gesti nitidi e precisi che si modellano sull’acqua indistinta e la modellano in cerchi, in impulsi, in giochi di schiume”.
Con un dubbio: “Dobbiamo concludere che tutto nella narrativa è stile, così come nel nuoto?” Cui si risponde: “Evidentemente, quando per stile s’intenda tutta la composizione – parole, passaggi, taglio di scene, caratteri, cadenze e riprese”.

letterautore@antiit.eu

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