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Gli ebrei patrimonio dell'Italia
Grande apprezzamento in America,
alla recente traduzione, dall’università di Princeton. Mentre in Italia l’assunto
di Anna Foa, che gli ebrei sono parte della storia della penisola - se non dell’Italia,
che è venuta tardi, da nemmeno un paio di secoli - e che non si può fare la
storia dell’Italia senza gli ebrei, scontato quando il libro è uscito, cinque
anni fa (e subito ristampato), può non essere più vero dopo il 7 Ottobre.
Il rapporto è sempre stato di arricchimento
vicendevole, in Italia. Anche attraverso persecuzioni e isolamento – locali e di
breve durata. La cultura ebraica si è trasformata durante l’impero, e
successivamente con la Chiesa. Ma, ed è la novità di questa storia, ha contribuito
a trasformare la storia dell’Italia. Se non quella politica, quella culturale.
Foa ci può trovare punti importanti,
anche di rottura, di novità. Su aspetti già noti della storia ebraica, di cu il
Novecento ha fatto presto, dopo l’Olocausto, a dimenticarsi. In particolare l’emergere del misticismo cabalistico all’interno
dell’ebraismo italiano si può pensare abbia concorso alla fioritura scientifica
del Cinque-Seicento: un modo di pensare simbolico, di fede nel potere dei numeri,
dela parola, che si può ritenere il fondo culturale del problematismo
galileiano, della scienza mderna. E poi gli stampatori, i traduttori, i medici.
I musici – con un interrogativo non peregrino: ci sarebbe stata la fioritura musicale
che fa il distintivo dell’Italia, sacra e profana, senza “la preminenza
musicale degli ebrei”, strumentale e melodico-tecnica?
La presenza ebraica, di uomini
e idee, è rilevante nell’Illuminismo, nel Risorgimento, nella prima storia dell’Italia,
Grande Guerra compresa, e fino al fascismo (anche al fianco del fascismo, gli
ebrei come gli italiani – non solo la Sarfatti, l’amante che “inventò” il
Mussolini demagogo). Che perseguitò, si può aggiungere, ma non sradicò e nemmeno
allentò il legame ebraismo-Italia – “naturale”, cioè spontaneo e ovvio, anche
durante le persecuzioni mussoliniane.
Israele ha ora introdotto una cesura?
La strage del 7 ottobre ha commosso l’Italia senza distinzione, ma ha anche
rivelato che forse è ora possibile pensare agli ebrei italiani senza l’Italia. Agli
ebrei italiani di pensarsi senza l’Italia, più che l’Italia di pensarsi senza
gli ebrei. Ha rivelato che Israele ha cambiato prospettive e attese degli ebrei
italiani – a parte la comodità dei due passaporti. Per legami familiari e d’interessi
sempre più diffusi e stretti – mentre si diffidava di Israele ancora al tempo del
suo massimo successo, con la spettacolare guerra dei Sei Giorni cinquant’anni
fa (“quelli sono pazzi, fanno sempre guerre ”). Israele, già prima del 7
ottobre anche se Foa, da storica, non poteva, o non ha voluto, avventurarsi in
una disamina politica, ha cambiato le carte: l’ebraismo italiano è passato da
una nazione e una religione a due nazioni. Per i tanti legami, di affari e
familiari, che si sono intrecciati, tra comunità italiana e Israele. Riflessi
nella gestione della Lega delle comunità ebraiche, nelle polemiche del rabbino di
Roma Di Segni, nell’esibizione del segno vestimentario distintivo.
La ricostruzione di Anna Foa resta avvincente
– “la storia
degli ebrei in Italia è antichissima e affascinante”, come vuole l’editore: “È
difficile immaginare il nostro paese, la sua storia, la sua identità senza il
loro contributo”. Ed è un fatto che la diaspora ebraica, se fu provocata da Roma, si diffuse in Europa
e nel mondo da Roma e dall’Italia. Che resta, in vario modo, all’origine di
buona parte della storia del popolo ebraico. Di ebrei che poi nei secoli ebbero
difficoltà a inquadrarsi in una delle due grandi divisioni della diaspora,
dell’Est e dell’Ovest – sono “ebrei italiani”. Protetti dai papi più spesso che
non perseguitati – perfino dall’inventore del ghetto, il papa Paolo IV Carafa. Mai
oggetto di pogrom popolari. Parafrasando le celebrazioni Unesco, ebrei patrimonio dell’Italia.
Anna Foa, Gli ebrei in Italia, Laterza, pp. 312 € 24
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