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lunedì 12 ottobre 2026

Secondi pensieri - 592

zeulig


Dio – Un Tutto, che si può anche – si deve – concepire come di materia e spirito, silenzio e parole, essere e farsi. Per trials and errors, anche Lui? Anche di bene e male? Ma dentro una scelta creativa, e quindi continuativa. Inventiva allora, e non evoluzionistica. E di vita (non di morte), e di bene (non di male).
Della creazione come un processo. Cioè, con un prima e un dopo. Interviene (è il principio che) a vivifica la materia inerte, accidentale, e il tempo immemoriale. Con l’avvio-formazione della memoria, minerale, vegetale, animale, umana.
Vicino e lontano, come lo dice sant’Agostino, palese e nascosto – si rivela, nel mentre che si occulta.
 
È una consolazione, ma senza che questo lo diminuisca – è un attributo umano, fra i tanti che gli si dedicano-imputano.
 
Gloria
- C’è un fiore che appassisce senza essere fiorito? Sì, si può essere il Maestro della Madonna Straus, bravo come Giotto e ignoto.
 
Ragione
– Non un punto d’arrivo – un “sistema”. Come per la verità: è un ragionamento, un procedimento.  
La ragione di Hegel è la compiutezza, la verità – una sintesi definitiva e assoluta. Mentre è da ogni punto di vista un laboratorio. Anche un materiale in fermentazione, un mosto, ma di un processo chimico, uno schema, che viene portato periodicamente a sostanza, a cosa.

È anche sistema, per non fare torto a Hegel: tutto può essere sistematico ma indefinito – il sistema è evolutivo, comunque mutevole.  
 
Realtà - È noto, dopo Aristotele e gli Analitici posteriori, che la definizione d’una cosa e la prova della sua esistenza sono diverse e separate. Da qui il senso d’irrealtà, pur conoscendosi, anzi per il fatto di conoscersi. In filosofia la cosa è assestata da Spinoza, dove dice, aprendo l’Etica, “per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l‘esistenza”. Che non nega, come Schopenhauer pensa, Aristotele, “l’esistenza non appartiene all’essenza della cosa”. Ma l’esistenza è faticosa, dovendo farsi l’esame di coscienza.
 
Suicidio - “Per suicidarsi non bisogna molto amarsi”, Albert Camus, “I giusti”, atto primo, il terrorista Stepan.
 
Tradizione – S’inventa, si sa, anche accuratamente, perché no. Anche per altri parametri che quelli degli storici che hanno inventato l’invenzione della tradizione, Hobsbawm e Ranger.
Fu alla base, uno dei fondamenti, dell’imperialismo coloniale – che si voleva retto, giusto, civilizzatore, non un atto di forza. Sir Richard Turnbull, uno degli ultimi governatori di Aden, trovò che l’impero aveva di britannico solo il fuck off, o vaffanculo, e il football. Non il cricket, che pure sarebbe invece propriamente imperiale, giocandosi su tre, quattro, cinque giorni. Ma, quanto alle origini e al carattere, è il cricket più inglese o più orientale, corfiota, indiano? O non saranno gli inglesi indiani sbiaditi, infrolliti?
Quante tradizioni l’imperialismo, folklore compreso in quanto scienza, non ha inventato per i popoli sottomessi. Specie in Africa – continente “disabitato” – cioè incolto. Che a volte aveva le sue tradizioni, ma allora si confinavano all’animismo, per quanto indefinito.  

È un meccanismo. Anche facile – quante “tradizioni” gli americani non si sono poi inventate, e si inventano. Non dissimile l’ampolla del Po a Pontida – suona bene, una assonanza, bilabiale, insonora ma robusta. Meglio ancora: l’ampolla del Po a Pontida dei popoli padani: una superallitterazione, puro Seicento. 

zeulig@antiit.eu

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