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giovedì 22 ottobre 2026

Il mondo com'è (503)

astolfo 


Mitraismo
– Il culto che più era diffuso a Roma, in concomitanza col primo cristianesimo, e che a lungo ne contese la primazia. Di origine persiana, era stato diffuso nell’impero dai soldati romani nelle guerre partiche, a partire dalla guerra di Traiano, 113-117. Specialmente vivace risulta la diffusione del culto a metà del III secolo, sotto Ludovico Pio, l’imperatore tredicenne Gordiano III, degli anni 238-244. Tracce se ne ritrovano dappertutto nell’impero, dalla Siria all’Iberia, in forma di mitrei, luoghi di culto sotterranei, specie le raffigurazioni del Mitra tauroctono, che uccide il toro. Una religione misterica, per iniziati, di cui non si hanno le coordinate precise. Ma di diffusione tale da impensierire il cristianesimo. Che ne avrebbe adottato alcune modalità. Tra esse il culto sotterraneo, le catacombe.
Il mitraismo è fatto bersaglio da Giustino Martire in particolare, tra le fonti cristiane pervenute, a metà del secondo secolo, e un secolo dopo da Tertulliano. A metà dello stesso secolo, circa il 250 d.C., la Chiesa spostava il Natale di Cristo al 25 dicembre, che era la data della nascita di Mitra. In precedenza celebrava il Natale il 6 gennaio. Che sarà festa dell’Epifania, della manifestazione di Gesù Cristo come Dio Figlio incarnato - nelle chiese orientali tuttora l’Epifania è la festa del Battesimo nel fiume Giordano, in cui Gesù è detto Figlio di Dio dalla voce del Padre, in presenza dello Spirito Santo.
 
Piano Solo – È il piano che il generale De Lorenzo avrebbe apprestato nel 1964 contro eventuali “disordini”, cioè il piano di un colpo di Stato. La vicenda è stata ridimensionata, ma non nei contorni, che invece erano preoccupanti – e lo sono ora, nel giudizio storico. Contorni di cui si continua a non tenere conto.
Bisogna fare, se non la storia, che forse ancora non è possibile, l’anamnesi che invece è agli occhi di tutti e si evita. Perché bisogna sempre diffidare, ma furono gli Usa che, quando si facevano le esercitazioni in caserma per il colpo di Stato, vollero e difesero la democrazia. Insieme col Vaticano. E con l’onorevole Moro, sì, fu lui l’uomo della Resistenza, con i socialisti, Nenni e Saragat, e il governo legittimamente eletto. Mentre Togliatti agitava la piazza per indebolire il governo – creare le “condizioni oggettive” - e si diceva pronto non richiesto a votare il governo golpista di salute pubblica. Del senatore Merzagora, non altri, l’uomo dei sottoboschi di Milano, cache-sex d’ogni foja, anche lurida.
Togliatti prima di morire insisterà: il golpe se l’è inventato Nenni per fare un governo moderato. Ma quando il vecchio presidente Segni si agitava per mandare a casa il governo eletto e sostituirlo con quello tecnico, insomma con Merzagora, gli scrisse: “Di governi di emergenza ve ne possono essere diversi, e ciò implica posizioni nostre diverse”. Si riservava un posto di ministro per Longo, alle Ferrovie. In gruppo con Bencioni, il senatore fascista che organizzerà i piccoli azionisti Montedison a difesa della scalata di Cefis. Sembra di sognare. Ma a scandalo già aperto, quando l’onorevole Andreotti promuoverà il generale De Lorenzo a capo dell’esercito, e gli alti ufficiali se ne scandalizzeranno, protestando con Ferruccio Parri, l’ex capo della Resistenza, gente onorata, Paolo Gaspari, Aldo Beolchini, Giorgio Manes, un’astiosa difesa d’ufficio arrivò, sempre non richiesta:  “L’aver partecipato attivamente, con funzioni di comando, alla lotta di liberazione militare non costituisce adeguato merito militare”. Come se i protestatari fossero invidiosi. Il monito – il monito? – arrivò dall’Unità, è vero, Togliatti era morto. Perché questo è, non è infamia, il carattere non c’entra: c’entra l’intelligenza delle cose, la ragione politica.
Contro Moro, certo, il senatore Fanfani era andato ben oltre, all’annientamento fisico, se si può dire. Scrivendone sul Tempo, per la penna di Renato Angiolillo, il fondatore e padrone del giornale: “Un uomo politico tenebroso, debole, insipiente, inetto, mistificatore, alchimista impazzito, stregone maniaco, falso gigante di bronzo”. E: “Flaccido e cascante come un piccolo visir, cupo, funereo”, che avanza “spargendo il suo cammino di cadaveri e rovine”. Prose del genere.  La sua politica è “la tecnica molle, scivolosa e viscida di una piovra”. Uno che ha introdotto in politica la coincidenza dei contrari di Giordano Bruno.
Tutta la borghesia, la migliore, la più sussiegosa, era per il golpe. Il ministro dell’Interno Taviani, altro resistente. Il governatore della Banca d’Italia Carli. L’onorevole Colombo, ministro del Tesoro. Il Messaggero, cioè Roma. E il Corriere della sera, cioè Milano.  Che ogni giorno argomentavano di “disastro”, “sfacelo”, “distruzione”. Tutto perché i socialisti erano al governo. E quando udirono il “tintinnio di sciabole” a destra, s’affrettarono a mettere su un golpe di sinistra, “appoggiato dall’esercito jugoslavo”. Ma non erano scemi. Il primo socialista a poter dire la sua sul Corriere della sera sarà il mansueto Nenni, già ministro degli Esteri atlantista per un quinquennio, alla fine del 1969, prima di Piazza Fontana.
Tutto si sbriciolava nell’estate del 1964. Solo, detto del piano, non sta per solitario, bensì per l’arma dei Carabinieri, che, a parere di De Lorenzo, era la sola affidabile, non la polizia, non l’esercito. De Lorenzo, l’ispiratore del piano e suo non discreto animatore, ne parlava con chiunque, non era uno spione qualsiasi, era il comandante dei Carabinieri, della Benemerita, un comando per il quale aveva ingaggiato una furiosa battaglia, il caso politico dell’anno, il 1962, col generale Giuseppe Aloia suo maggiore, vincendola per il sostegno - la Dc era divisa - del Pci (è da giovane ch’era stato a capo dei servizi segreti, nonché medaglia d’argento, pure lui, della Resistenza). E tuttavia gli Usa mantennero saldo l’orientamento, insieme col Vaticano. Da Washington i messaggi arrivarono chiari: “Un regime di destra extra-legale sarebbe decisamente contrario ai nostri interessi a lungo termine in Italia”. Non si può fare fronte con la libertà e ricorrere ai militari. Anche per un minimo di saggezza: “È del tutto irrazionale il timore di un colpo di Stato sostenuto dall’esercito jugo-slavo. È uno scenario assolutamente irrealistico”, scrivevano dagli Usa.
 
Stretti – Hanno assicurato l’impero inglese. O meglio: l’Inghilterra se ne è assicurato il controllo, quando il Commonwealth era un impero mondiale, specie sul versante orientale, per le comunicazioni con l’India e l’Estremo Oriente. Col controllo diretto, militare, coloniale, oppure mediante accordi, alleanze, protettorati. Nel Mediterraneo con l’occupazione di Gibilterra e Malta, e il controllo di Cipro, il Bosforo e i Dardanelli tramite accordi con l’impero ottomano in chiave antirussa. L’occupazione di Suez, fino al 1956, e di Aden, sul Mar Rosso, per garantirsi la navigazione fino all’India. Con l’interdizione ad altre potenze di Hormuz, fino all’indipendenza degli Emirati, 1971. E l’occupazione di Singapore, sito allora semiabbandonato, nel 1819, da parte di Thomas Raffles, il presidente delle Indie Orientali, a presidio dello stretto di Malacca, per tenere libere le rotte fino a Hong Kong e al mare Cinese meridionale.
 
Flora Tristan – “Militante socialista” la ricorda di passata Houellebecq in “Annientare”, il romanzo del terrorismo hacker, “suocera di Gauguin”, amica di Éliphas Lévi, occultista. In realtà molto di più. Intanto, non suocera ma nonna (già defunta) di Gauguin, figlio della figlia di Flora, Aline Chazal. Flora essendo morta relativamente giovane, di qarantun’anni, nel 1844. Al termine di un logorante viaggio per tutta la Francia, per animare  circoli operai e controllare la condizione femminile. A Bordeaux, dove la città si mobilitò: operai e operaie raccolsero i soldi per il funerale, organizzarono il corteo funebre, e le eressero un monumento, inaugurato quattro anni dopo. Era autrice di romanzi popolari, nonché di ricordi di viaggio, a Londra (dove era stata nel 1825 come dama di compagnia, dopo la separazione dal violento marito, ed aveva avuto la prima esperienza di politiche per i poveri dei centri urbani) e in Perù, ed era stata animatrice di circoli operai. Nel diario del viaggio per la Francia l’anno della morte, del 1844, che fu pubblicato postumo con successo, col titolo “Tour de France”, ha ritratti di persone, eminenti e non, che ancora si leggono, nonché immagini di città: George Sand spocchiosa, Lamartine apatico, il molto cattolico e democratico Lacordaire senza alcun interesse per i poveri, Marsiglia “città viziosa”, le città “contadine” (Digione, Auxerre, Rennes) “ottuse”, per effetto della religione oltre che della povertà.
Morì precocemente, si ritiene, per effetto delle ferite subite durante un tentativo di assassinio da parte del marito, André Chazal, un incisore, uomo violento, presso cui aveva trovato impiego diciottenne, per aiutare la madre. E che poi aveva dovuto subire tutta la vita, anche dopo la separazione, intervenuta quattro anni e tre figli dopo il matrimonio – il divorzio, introdotto dalla Rivoluzione, era stato abolito nella Restaurazione, dopo il 1815. Chazal aveva tentato più volte di sequestrarla. In uno di questi tentativi sarà accusato dalla figlia Aline, la futura madre di Gauguin, di avere tentato di violentarla. Il 10 settembre 1838 attese l’ex moglie in strada e le sparò, ferendola al petto – il proiettile resterà conficcato nel corpo, impossibile estrarlo, da qui l’ipotesi di infezione mortale. Al processo Chazal fu difeso da una personalità progressista, Jules Favre, futuro ministro degli Esteri, che dipinse la ex moglie Flora come donna da non tenere in conto, per essere illegittima.
Era nata a Parigi, nel 1803, da padre peruviano, che aveva conosciuto e sposato la madre, di famiglia francese di “emigrati” politici, a Bilbao. Il matrimonio, celebrato da un prete francese anche lui “emigrato”, non venne trascritto in Francia, e ciò farà di Flora alla nascita a Parigi una illegittima. Questo pesò anche sull’eredità che il padre aveva lasciato in Perù: gli zii di Flora, benché ben disposti, non poterono farne una erede per la quota del padre, e si limitarono ad aiutarla. La invitarono anche, ad Arequipa, dove risiedevano lussuosamente, da notabili, e a Lima – un viaggio che comunque rincuorò Flora Trisan, per la condizione della donna, creola e indigena, in Perù molto più indipendente che in Francia.
Non la sola scrittrice francese impegnata, per la condizione dei lavoratori e lo status giuridico e sociale delle donne, ma quella di maggiore successo con i suoi romanzi e con i racconti di viaggio.  


astolfo@antiit.eu 

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