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martedì 20 ottobre 2026

Th. Mann diviso tra le Germanie

Il ritorno dimesso, come controvoglia, di Thomas Mann in Germania nel 1949, dopo 13 anni di esilio volontario negli Stati Uniti. Lusingato dal premio Goethe – doppio premio Goethe, uno a Francoforte, nella Germania Est, e uno a Weimar, nella Germania Est. Cui seguirà, il film non lo dice ma lo spettatore lo sa, la decisione finale di non ritornare in Germania, non all’Ovest e non all’Est, ma di stabilirsi in Svizzera, seppure nella parte di lingua tedesca. Accompagnato da Erika, in funzione di autista\segretaria, la primogenita, amata\amante, che accudisce il padre in ogni minima esigenza. Anche quando, intervenuto tra le due cerimonie il suicidio di Klaus, il figlio e fratello tanto caro a entrambi, il padre decide di proseguire con la cerimonia.

Un racconto dimesso. Seguendo Erika – gli arrivi, le partenze, le presentazioni, i discorsi, la burocrazia. In bianco e nero, di immagini semplici, informative, anche nel rapporto privato, padre\figlia, quasi nulla “recitato”, eccetto per la figura di un colonnello tedesco-sovietico cui si fa presiedere il premio a Weimar. Per un’evocazione-testimonianza politica, della Germania nel 1949, divisa e solo un po’ in piedi dopo le distruzioni belliche. Col solito burocratismo spento a Ovest e un teutonismo sbracato all’Est – tanto più che la cerimonia è rallegrata dal coro dell’Armata Rossa, tipo macchietta.
La Germania raccontata da un polacco – col titolo scritto in inglese, invece della forma tedesca Vaterland. Inevitabile, anche se probabilmente non voluta, una certa ironia. Ridicolo un po’- pieno di sé - è anche Thomas Mann, che invece, prima di diventare il monumento di se stesso, era uno piuttosto vivace e anche mordace. Ma un racconto che ipnotizza, forse per la semplicità.
Nel personaggio di Erika, la figlia che si sacrifica, talvolta essa stessa con cadenze teutoniche, seppure geniale di suo, assume anche in vari momenti valenza poetica – tanto più per essere lieve, evocata. Da qui il finale, anch’esso “tedesco” ma elegiaco: una chiesa disastrata, che Erika autista e il padre passeggero, sempre nel sedile posteriore, senza dirsi nulla si fermano per darle un’occhiata, ha un organo semidistrutto, da cui due appassionati, che tentano di rimetterlo in sesto, raddrizzando le canne, sollevando polvere e fumi, fanno uscire a mo’ di prova, un po’ sconnesso, un po’ in sordina, il Bach “brandeburghese”.
Pawel Pawlikowski,
Fatherland

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