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Th. Mann diviso tra le Germanie
Il ritorno
dimesso, come controvoglia, di Thomas Mann in Germania nel 1949, dopo 13 anni
di esilio volontario negli Stati Uniti. Lusingato dal premio Goethe – doppio premio Goethe, uno a Francoforte, nella Germania Est, e uno a Weimar, nella Germania Est.
Cui seguirà, il film non lo dice ma lo spettatore lo sa, la decisione finale di
non ritornare in Germania, non all’Ovest e non all’Est, ma di stabilirsi in Svizzera,
seppure nella parte di lingua tedesca. Accompagnato da Erika, in funzione di autista\segretaria,
la primogenita, amata\amante, che accudisce il padre in ogni minima esigenza. Anche
quando, intervenuto tra le due cerimonie il suicidio di Klaus, il figlio e
fratello tanto caro a entrambi, il padre decide di proseguire con la cerimonia.
Un racconto dimesso.
Seguendo Erika – gli arrivi, le partenze, le presentazioni, i discorsi, la
burocrazia. In bianco e nero, di immagini semplici, informative, anche nel rapporto
privato, padre\figlia, quasi nulla “recitato”, eccetto per la figura di un colonnello
tedesco-sovietico cui si fa presiedere il premio a Weimar. Per un’evocazione-testimonianza
politica, della Germania nel 1949, divisa e solo un po’ in piedi dopo le distruzioni
belliche. Col solito burocratismo spento a Ovest e un teutonismo sbracato all’Est
– tanto più che la cerimonia è rallegrata dal coro dell’Armata Rossa, tipo macchietta.
La Germania raccontata
da un polacco – col titolo scritto in inglese, invece della forma tedesca Vaterland.
Inevitabile, anche se probabilmente non voluta, una certa ironia. Ridicolo
un po’- pieno di sé - è anche Thomas Mann, che invece, prima di diventare il monumento
di se stesso, era uno piuttosto vivace e anche mordace. Ma un racconto che
ipnotizza, forse per la semplicità.
Nel personaggio di
Erika, la figlia che si sacrifica, talvolta essa stessa con cadenze teutoniche,
seppure geniale di suo, assume anche in vari momenti valenza poetica – tanto più
per essere lieve, evocata. Da qui il finale, anch’esso “tedesco” ma elegiaco: una
chiesa disastrata, che Erika autista e il padre passeggero, sempre nel sedile posteriore,
senza dirsi nulla si fermano per darle un’occhiata, ha un organo semidistrutto, da
cui due appassionati, che tentano di rimetterlo in sesto, raddrizzando le canne,
sollevando polvere e fumi, fanno uscire a mo’ di prova, un po’ sconnesso, un po’
in sordina, il Bach “brandeburghese”.
Pawel Pawlikowski,
Fatherland
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