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La vita immaginata
“Una signora si innamorava sempre di più e un
signore si innamorava sempre di meno”.
“Splendisdissima era la vita accanto a lui
sognata.\ Nel sogno tra tutte predilelta la chiamava.\ E nella realtà?\ La realtà
non c’era”.
“Nessuno era meno innamorato di lui.\ Era il
meno innamorato di tutti i signori del mondo”.
Non è il lamento di una concubina abbandonata nel
matroneo, nell’harem. È la cronaca, ardita, rassegnata, dei tanti momenti di un
tranfert, come si suole chiamare, non scientificamente, l’infatuazione per
lo psicoterapeuta. Non la prima, Lamarque ci ha abituati con numerose altre
raccolte in corso d’opera: “Il signore d’oro”, 1986, “Poesie dando del lei”, 1989,
“Il signore degli spaventati”, 1992. L’anno scorso, per i 150 anni della nascita
di Jung – il “signore” è, è stato, junghiano - alla sua infatuazione non
corrisposta ha risintonizzato tutto il pregresso. Spiegandolo, in sottotitolo, “Poesie per Lei, Dottore (1984-2025)”, come un bouquet, una celebrazione
accademica all’Emerito, una corona d’alloro sul capo dell’eroe, lo
psicoterapeuta che l’ha seguita per quarant’anni.
Il dottor B.M. l’ha aiutata a sciogliere il nodo
della sua identità, spiega la stessa Vivian nelle due prose che completano la raccolta,
i Ringraziamenti e il cenno autobiografico che ha intitolato “Quanto ha dovuto lavorare
il mio dottore”. Vivian Lamarque, così allegra e favolista, è una bambina
rifiutata alla nascita dalla famiglia, di rigidi valdesi, perché illegittima,
ma poi tormentata da questa famiglia naturale non-famiglia anche nella famiglia
d’adozione e d’affetto. Col dottore e signore, spenta ogni passione?, si
concede ora un transfert sfrenato, completo anche di autoerotismi. suo “signore” prima che salvatore. In 142 brevi
componimenti. Basati sull’iterazione per lo più. Ma inventivi, ciò che invita alla lettura, altrimenti ripetitiva. Alcuni arricchiti di metafore,
e ritmi studiati - assonanze, qualche rima. Molti discorsivi.
Come sempre, come notava
di Vivian Lamarque Giovanni Raboni, il suo scopritore, nel 1981, “la sua
semplicità è quasi feroce”. Qui è sempre semplice nella autoironia. La
prima delle quattro plaquettes che formano la raccolta, “Il signore
d’oro”, è un omaggio al dottore nelle forme del “signore”, non antifrastiche come potrebbe
sembrare, ossequiose – si direbbe sadomaso, se il termine non fosse connotato
sugli eccessi. Apparizioni, evocazioni, lamentazioni, in diverse forme metriche
di evocazione: “Il Signore mai” per cominciare, “Il Signore della scatolina”, di
nuovo “Il Signore degli spaventati” - Vittorio Lingiardi, che firma il risvolto
e la postfazione (“L’amore in una stanza”) nel ha contati 82 differenti. Assortite
da epicedi-confessioni della “signora”: “La signora della neve” “La signora dei
baci”, “La signora non gelosa”, minuscola sempre, ininfluente sulla sua propria
storia. Tutte invocazioni all’impossibile.
La nota finale, “Quanto
ha dovuto lavorare il mio dottore”, dà anche altre coordinate, oltre che dell’infanzia
infarcita aggressivamente dalla genitorialità, naturale e non. Tutto è “iniziato”,
dice, “(finito mai) il 14 febbraio del 1984, avevo 38 anni…Alcuni amici poeti mi
consigliavano un’analisi lacaniana, altri non poeti una junghiana”. Lo
psicopompo “lacaniano aveva studio nel centro di Milano, sotto prestigiosi
portici”, benché dopo una portineria dove ribolliva il minestrone, e la prima seduta ridusse
a “meno di 30 minuti, non avevo fatto in tempo neppure a nominarli tutti quei
miei svariati genitori”. Quella col junghiano dott. B.M. (“studio quattro gradini
sotto il livello stradale”) “ne durò 90. Riuscii a elencargli non solo tutte
quante le figure genitoriali comparse sulla scena, ci fu addirittura tempo
anche per le loro scomparse (3 su 4 al compimento del mio quarto anno di vita)”.
Dopodiché tanti languori.
Vivian Lamarque, E
intanto la vita, Mondadori-Lo Specchio, pp.151, ill. € 18
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