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sabato 4 aprile 2015

Gesù beato tra le donne

Abbattendo il “tabù della contaminazione”, Gesù di Nazaret ha aperto l’altra metà del cielo – il sottotiolo è “Tabù e trasgressione” (l’edizione inglese inverte titolo e sottotitolo). All’insegna, come per tutti, dell’amore. Contro la cultura ebraica, sessualista e gerarchica. Non è un trattatello femminista, tantomeno antisemita, è il programma del nuovo papato: “Dio è padre solo perché gli uomini sono fatti a sua immagine e somiglianza, e torneranno a somigliargli realmente solo perché, restituiti alla libertà della persona e al rischio della propria unicità interiore, potranno mettere in atto un’infinita capacità di amare”.
Naturalmente non è così, ma è come se la teologia papale recente, di Ratzinger e Bergoglio congiunti dell’enciclica “Lumen Fidei”, fosse stata ispirata da questa donna, oggi novantenne,  che “ufficialmente insegna(va) antropologia culturale nelle facoltà di lettere e medicina dell’università di Roma”. Il saggio, vecchio di trentacinque anni e non ristampato, è anche una summa del “religioso”, oggi fuori catalogo, e quindi tanto più utile. Il “miracolo” è comune a tutte le religioni, e a tutti gli uomini, “di fronte a un potere che li trascende”: “Qualunque sia questo Potere: dei, Dio, demoni, spiriti, antenati,santi, l’uomo pensa di potervisi aggrappare con particolari tecniche: preghiere, rituali, formule magiche, sacrifici, per cambiare il suo destino”. Con “la potenza della parola”, scritta o parlata. Questa potenza, interamente rinnovata da Gesù di Nazaret, è sì effetto della “fede”, ma “in senso capovolto”: “È l’uomo che «pone» il trascendente, e… riesce così a circuirlo”.
Un Gesù laico, oggi si direbbe “riformato”, ma non menomato. “Per Gesù la preghiera è soltanto un atteggiamento interiore; o per lo meno l’intenzione d’amore è una premessa indispensabile per potersi mettere in comunicazione con Dio”.  In Matteo è detto con chiarezza, con asprezza: “La tua parola sia sì sì, no no”, contro “coloro che credono di venire esauditi a forza di parole”. Questa liberazione è stata tradita, specie a danno della donna, ma “qualcosa del fascino di questa libertà è rimasto, se non altro nel linguaggio dei grandi «amanti di Dio»”. Concetti basici, anche, ma oggi quasi esoterici.
Si parte dalla rivoluzione evangelica. Un “genio” è “un catalizzatore”. Ma per questo stesso motivo “nessun genio è mai uscito dal tessuto culturale in cui vive”, pena l’infertilità. Gesù di Nazaret invece “ha rotto totalmente il modello culturale” ebraico, che era il suo, caso unico fra i “geni”. Anzi ha “negato le strutture portanti del sacro, comuni a tutte le società e a tutte le religioni che conosciamo”. Magli ci arriva con un approccio antropologico a ciò che i vangeli dicono di Gesù: 1) la rottura con la famiglia, già ai dodici anni, e con la preghiera comune, escludendo “la liturgia e la preghiera di gruppo”, così come “la necessità del tempio e dei sacerdoti”; 2) la rottura dello schema sessuofobico del potere, dell’“evitazione della donna” (“il rapporto diretto e semplicissimo di Gesù con le donne, che pure rappresentavano la «classe» più impura, più contaminante”): “Eliminare il sistema della contaminazione, eliminare i rituali, la gerarchia sacerdotale, i tempi, festivi, gli spazi sacri, la dipendenza parentale, è una rivoluzione che implica conseguenze politiche  sociali tali da trasformare totalmente qualsiasi tessuto istituzionale”.
Evitare la “evitazione delle donne” è un miracolo quotidiano e costante. Le donne erano tenute fuori dal fatto religioso. E impure, sia pure periodicamente. La Samaritana fa testo perché “le Samaritane erano considerate mestruate dopo la nascita”. Un miracolo, si può aggiungere, doppio, perché non patronale: senza suponenza, ordinario. Il ripudio dell’ebraismo sa di Marcione, dell’incompatibilità teologica del Dio dei Vangeli col Dio dell’Antico Testamento, che non può essere. Ma come fatto culturale è altrettanto innegabile: il punto di vista antropologico è fertile. L’amore sì, per uomini e donne indistintamente, è una novità, ma più spesso la novità (insegnamento) del Vangelo è una radicalizzazione della Bibbia e non un’opposizione. “Ama il prossimo tuo come te stesso” è ebraico. Gesù aggiunge: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. Anche “ama il tuo nemico” è rintracciabile nel Vecchio Testamento, nei “Proverbi”, 25, 21. Nel Vangelo si intensifica, e cambia valenza etica: il vecchio precetto, socratico, di soffrire piuttosto che infliggere il male ad altri, sostituisce col fare del bene agli altri. O l’adulterio: “Avete inteso che fu detto: «Non commettere adulterio»,; ma i vi dico: chiunque guarda una dona per d desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”.
Notevoli anche le ricadute a margine. La negazione del valore dei rapporti di sangue, allora totalizzante, con esclusione di ogni base razziale. L’identità tra corpo e spirito. Marx e Freud uniti nella cultura ebraica, come si sa, ma in questo modo: il messianismo, sia pure laico (l’eliminazione degli istinti repressi, l’eliminazione delle classi), del “saremo felici e contenti” sulla terra. Il legame streto tra parola e sessualità, esibito nella Bibbia (si giura sugli organi genitali maschili), comune a tutte le letterature. Il “Padre nostro”, considerato “la preghiera per eccellenza”, Magli scopre assemblaggio di interpolazioni dei discepoli, essendo in contrasto “con tutto il pensiero e l’azione di Gesù, mentre risponde pienamente ai valori della cultura ebraica” – non ha letto la lettura di Simone Weil (non la nomina, pur aprendo la trattazione col tema ben weiliano del “genio”, proprio della Weil alla soglia del battesimo, dell’“Attesa di dio”), si sarebbe ricreduta: o l’antropologia vede altre cose? Ed è vero, punto per punto: fino al finale del “debito” e la “tentazione”, che son ancora la legge del taglione e il Dio “tremendo e geloso”.
Capitolo impegnativo è l’alleanza tra Dio e Israele presentato come “legame matrimoniale”, da cui “nasceranno numerosi figli”. Una relazione analogamente intessuta di tradimenti, adulteri, prostituzione – “Israele è la sposa di Dio”. Il rapporto è di tutt’altra natura col Gesù di Nazaret: “Fonda un rapporto d’amore in cui l’altro rimane «altro»”, non più in quanto parte di un genos o un gruppo, ma “un assolto di per sé”. Impegnativa – qui irrisolta, Magli ci tornerà sopra - la revisione della mariologia. Con un provvisorio ridimensionamento del ruolo della “madre di Dio”, in quanto “«proiezione» (senza dare a questo termine nessuna accezione di carattere psicoanalitico) di un immaginario maschile che non ha nulla a che fare con le donne come realtà fisiche, esistenziale e concreta, salvo ch per i divieti che per esse ne discendono”. Lasciando intatte le tabuizzazioni, “in particolar modo nei confronti del meccanismo biologico della sessualità femminile”, mestruazioni, gravidanza, puerperio, allattamento, aborto, “sia spontaneo che provocato”.
Anche l’ultima cena e l’eucarestia; chi li ha inventati, si chiede l’antropologa – questo è un mistero anche per lei, qui non c’è nulla nella cultura ebraica che i discepoli abbiano potuto mediare. Più in generale, Ida Magli segue Gesù e lo capisce fino al Getsemani. Restano fuori, incomprensibili, liquidati in breve, l’ultima cena, la passione, la resurrezione, le donne al sepolcro. Il Gesù non più di Nazaret.
Ida Magli, Gesù di Nazaret

Cassettisti al Monte di Pietà

Ora è il momento del pegno delle pellicce. L’edificio e la piazza si chiamano sempre del Monte di Pietà, ma restaurati con larghezza di mezzi sono degna cornice. Impegnando la pelliccia si ottiene abbastanza contate per riscattare le polizze dei gioielli di primavera-estate. A luglio s’impegnano tutte le gioie, meno le poche da portarsi dietro in vacanza. In autunno si cominciano a riscattare le polizze, e il circuito continua così virtuoso.
Il Monte di Pietà conserva il nome ma ha mutato la funzione. Cioè no, si è aggiornato: la vecchia funzione al fondo la mantiene, quella che Gregorio XIII Boncompagni e Sisto V Peretti vollero, “l’assicurazione delle sostanze de’ pupilli e vedove”. Serve da deposito gratuito, se si sa fare un accorto dosaggio tra pegni e riscatti, per gli oggetti di pregio che oggi è così difficile tenere al sicuro in casa. Le assicurazioni costano, e non garantiscono il rimborso. Il Monte dei Paschi invece garantisce la massima sicurezza, a costo zero.

venerdì 3 aprile 2015

Ombre - 262

A Woodcock sta antipatico il generale Adinolfi della Guardia di Finanza. Ogni  paio d’anni lo fa dire un criminale dai suoi cronisti giudiziari, per un tre-quattro giorni. Poi più niente.
Magari il generale sta antipatico all’ufficiale della Finanza che muove Woodcock.

E poi, dice Gratteri al “Corriere della sera”, un’intercettazione costa 3,5 euro a giornata. Niente. Ma per 250 milioni l’anno fanno 72 milioni e mezzo di giornate ascoltate. Di che riempire molti giornali.

“Le intercettazioni sono la prova più evidente del reato”, dice ancora Gratteri, “perché fornita dalla viva voce dei protagonisti”.  Il giudice Gratteri presiede una Commissione per la Nuove Norme Antimafia, si capisce che si diverta.

Più che indignata, la senatrice  5 Stelle Taverna  è delusa: “Pignatone per me è un’icona”. L’icona la inquisisce per l’ostruzionismo al Senato. Pratica politica, senza dubbio, e non penale. Ma la senatrice non denuncia Pignatone, è delusa: senza icone – senza santi – i grillini sono smarriti.

A che pro la sfuriata di D’Alema contro le “intercettazioni” calunniatorie? E chi glielo ha fatto fare? Ma si vede che giovano. Anche Bertolaso dopo una sfuriata analoga uscì dalle inchieste, sia dei giudici che delle loro antenne in redazione.

Nelle intercettazioni di Woodcock il sindaco di Ischia dovrebbe raccomandare uno che si è “laureato carabiniere”. L’ordinanza sintetizza un’intercettazione in cui un indagato dice all’altro che “un suo amico che si è appena laureato carabiniere vuole andare ai servizi” - non al gabinetto ma ai servizi segreti. Sintesi di carabinieri?
 
Mezza pagina per Landini in piazza sul “Sole 24 Ore”, con foto in prima, e un “Landini attacca Renzi”. Senza dire che in piazza era solo, con Susanna Camusso, Bindi, Civati, Fassina, Pollastrini, e i dirigenti ambulanti di Sel. Creazione del nemico? Ritualismo padroni-sindacati?

“La giustizia tardiva è sempre una giustizia negata, come recita una massima della Corte suprema statunitense”, il professor Ainis ricorda sul “Corriere della sera”. Ma né il professore né il giornale spendono una parola sulla legge del “fine processo mai”. Sarà giusto che la giustizia sia negata.

Commovente, eroica, la difesa che i giornalisti hanno fatto a lungo di Lufthansa. Lubitz ha nascosto il certificato medico – che il emdico ha comunicato anche all’azienda. Lubitz aveva appena saputo che avrebbe perso al vista. La ragazza che lo dice un mitomane è a sua volta una mitomane. Tutto pur di non dire che Lubitz si è fermato nelle scuole Lufthansa, dove ha manifestato problemi psichici, e poi è stato assunto. E forse non hanno nemmeno biglietti gratuiti dalla Lufthansa.

Come ha detto Spohr: Lufthansa ha i migliori piloti al mondo, è la migliore linea aerea al mondo, etc. etc.  Senza senso del ridicolo. In nessun giornalista. Come se ci fosse una graduatoria dei piloti, o delle linee aeree.
C’è sempre una presunzione d’innocenza per i potenti.

Venerdì Renzi vara la riforma della Rai. Sabato il tg 1 parla dell’Airbus tedesco al diciassettesimo minuto. Prima dieci minuti di “Foxy” Knox e Solletico, poi Landini (celando la piazza vuta), Renzi, Salvini, Mattarella. Mancavano Grasso e Boldrini, ma c’era Romani. La Rai è irriformabile? Indeformabile: di galoppini.

Ogni settimana un indirizzo scelto: piazza Navona, il Pantheon, piazza del Popolo, Fontana di Trevi. Questa settimana è via Veneto. Il capo dei vigili, un assessore, la presidente del primo municipio, e il fotografo della “Dolce Vita” Barillari smantellano una terrazza abusiva, di caffè o ristorante. Per lo squallore dell’azione esemplare, e la foto sul giornale. Senza alcun senso della legalità - l’abusivismo si persegue, non si tollera.

Alla stazione di Via Veneto, il team degli smantellatori evoca pure il Giubileo: dicono che lo fanno per il Giubileo. E la via Crucis no, siamo a Pasqua?

Valentina Nappi, infaticabile pornoattrice, trova anche il tempo di redigere un blog su “Micromega”, “le idee della sinistra”. Da dove scrive a Carlo Rovelli, e “in uno scenario politico quale quello contemporaneo, segnato dal riemergere di movimenti demagogici in molti casi contraddistinti da un comunitarismo identitario con tratti neo-premoderni e potenzialmente fascisti”, lo invita al dialogo. Invita Rovelli come uomo di scienza. Di una scienza del porno?

Finisce in vacca Calciopoli, con alcuni stritolamenti (Juventus, Moggi, Giraudo e un paio di arbitri) e nessun colpevole. Moggi può dire: “Abbiamo scherzato per nove anni, il processo si è risolto nel nulla, solo tante spese. È stato accertato che il campionato era regolare, regolari i sorteggi, e le conversazioni con le schede estere non ci sono state”. Nel nulla no: Narducci è Procuratore Capo, Beatrice in Cassazione, un paio di giornalisti direttori, e il tenente colonnello generale.  

Che colpe hanno i bambini?

Singolare “day after” disneyano. Niente più luci, colori e sorrisi, ma disgrazie e disastri, in un  mondo cupo – sono brutti anche i belli. Tratto da un musical di successi ripetuti in un trentennio, a New York e a Londra, costruito da Sondheim su un libro di James Lapine - a sua volta ispirato da Bettelheim, “Il mondo incantato” – l’orrore delle favole non impaurisce i bambini, li forma. Ma girato in un piccolo giudizio universale. Forse per l’assonanza con “out of the woods”, idiomatico per “fuori dai guai”, quindi “nei guai”.
Cinque-sei delle favole trascritte dai fratelli Grimm vengono legate in un’unica storia. Ma a scarso effetto, eccetto che per le lunghe evocazioni della colpa, delle madri cattive, terra compresa, e del destino avverso – Bettelheim non c’entra, lui sa, il bambino, che nella tragedia c’è il lieto fine, la morale della favola.
Lo stesso Lapine firma la sceneggiatura, di cui RobMarshall è produttore e regista – l’autore di “Chicago”, “Nine” e “Memorie di una geisha”. Lo presenta come un film “fantasy crossover”, un incrocio dei generi fantasy. Ma sono due lunghe ore di post-diluvio.
Rob Marshall, Into the woods

giovedì 2 aprile 2015

Il mondo com'è (211)

astolfo

Arabia Saudita – La proiezione militare diretta all’esterno è una novità totale – ora nello Yemen, a capo di una coalizione araba. Finora il governo saudita, pur essendo protagonista assoluto sulla scena araba e islamica sommate assieme, ha evitato per programma di esporsi.  “La politica estera saudita ha elevato l’azione indiretta a specifica forma d’arte”, scriveva Kissinger nel 1982, “Years of upheaval”, e il metodo è rimasto valido fino all’intervento nello Yemen.
L’intervento si è reso necessario perché l’Arabia Saudita si confronta da un cinquantennio con l’Iran, l’altra potenza del Golfo, e non può tollerare un governo filo iraniano al suo confine meridionale. Secondo Kissinger,  una proiezione diretta all’esterno non è nell’interesse della monarchia saudita: “Una politica di forte proiezione esterna la renderebbe il punto focale di tutte le dispute”. Aprendola agli urti con l’instabilità circostante: “Richieste, minacce e blandizie il cui impatto cumulativo potrebbe minarne sia l’indipendenza che la coesione”. Il nuove re Salman ha deciso altrimenti.
La casa regnante saudita si è costituita attraverso un lento processo di unificazione della penisola, durato due secoli e mezzo, fino al 1932, data della fondazione dello Stato odierno. Si è costituita attorno alla tribù del Negged, la regione desertica centrale. A partire dall’alleanza, nel 1744, col movimento fondamentalista wahabita, il clan degli ash-Sheikh, discendenti di Muhammad al-Wahab (1703-1792). Le stime saudite valutano in 75 miliardi di dollari negli ultimi quarant’anni, dal boom del petrolio, il flusso di finanziamenti al proselitismo wahabita, in Medio Oriente, Nord Africa e Africa sub sahariana – in Mali, Nigeria, Senegal, Suda, Somalia, Kenya, e altrove.
L’intervento diretto coincide con la successione reale. Col nuovo sovrano, Salman, il potere torna per intero nella mani dei principi del clan Sudeiri, i figli dell’ottava moglie, la più prolifica, del fondatore della dinastia Ibn Saud. Con un principe ereditario nel fratellastro Muqrin, uno degli ultimi ancora in vita, dei Yamaniyya. E il suo proprio figlio trentaquattrenne Mohammed elevato a ministro della Difesa, il maggior capitolo di spesa del reame. Attorno a Mohammed e alla difesa ha anche costituito un superconsiglio ristretto della Corona. Ma uomo forte si ritiene essere il nipote Nayef, 55 anni, quindi terza generazione. Terzo nella linea di successione, e al centro di un altro superconsiglio ristretto della Corona, per l’economia.

Mediterraneo – È da un ventennio la “zona della tempeste” mondiale. Per i conflitti noti: tra modernizzazione e islamismo, tra regimi bonapartisti e domanda di democrazia, e per l’insorgere di Al  Qaeda e il califfato,  e l’immigrazione disordinata dall’Africa e dall’Asia. Oltre al conflitto attorno a Israele, ormai vecchio di settant’anni. Mentre cova la possibile implosione della penisola arabica, da cui l’Europa e mezzo mondo dipendono per l’approvvigionamento energetico. Sotto regimi ancora tribali, pur tra grattacieli e fondi sovrani: arcaici sui diritti civili e del tutto carenti per quelli politici.
L’Europa non vi ha alcuna voce. Su nessuno dei fronti aperti. Né come Europa né singolarmente, con qualcuna della sue medie potenze, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania. Neppure con Israele, che pure è espressione europea, e per molti aspetti un’estensione. Molti di questi conflitti sono peraltro esterni all’area, per origine e finalità.
Non è sempre stato così, le turbolenze che vi si presentavano erano circoscritte. E poco rilevanti nel quadro della guerra fredda. Che vedeva invece esposto il Centro e Nord Europa. Mentre la politica mediterranea spariva dall’agenda europea. E in Algeria si apriva la guerra civile, la prima guerra araba attorno al fondamentalismo islamico. Prima tutto era pronto per una sorta di adesione del Maghreb – il Nord Africa occidentale - alla Ue. Ma come una coda della politica europea di apertura degli anni 1970. Ora con la sola Italia, e occasionalmente la Spagna, parti attive, ma divise, isolate e irresolute, mentre a Francia si disinteressa – è come se avesse abolito il Mediterraneo.
La caduta del Muro ha consolidato – con la parentesi jugloslava – un assetto stabile di tutta l’Europa, con l’esclusione della Russia. Mentre nel Mediterraneo, che pure è Sud Europa, si aprivano le tempeste.

Germania – Angela Merkel, la tricancelliera di destra e di sinistra, è in Germania anche criticata e avversata. È in Italia che è universalmente celebrata. Forse perché donna, anche se non mamma. O è “mamma” perché incarna il Centro indistruttibile. Forse perché all’Italia l’ha fatta pagare caro, e l’Italia ala fine è pur sempre narcisista masochista, si compiace delle ferite. Della Germania Machiavelli, che c’era stato, già dubitava che non ambisse altro che servi volenterosi. All’amico Vettori scrisse così: “Compar mio, questo fiume tedescho è sì grosso che gl’ha bisogno d’un argine grosso a tenerlo… Et remedii a questa piena bisogna farli hora, avanti che si abbarbino in questo stato, , et che comincino a gustare la dolcezza del dominare. Et se vi si appiccano,
tutta Italia è spazzata, perché tutti e malcontenti li favoriranno et faranno scala alla loro grandezza, et alla ruina d’altri” – Machiavelli aveva paura “di loro soli”.

Papato – La dottrina tradizionale è che abbia impedito la modernizzazione dell’Italia: l’unità, l’aggiornamento, la competitività o mercato. La società, l’urbanistica, l’iniziativa, il fine tuning della produzione - di nuovo: il mercato. È un fatto. Galli della Loggia è praticamente il solo che ne riconosca un ruolo nella proiezione internazionale e l’immagine dell’Italia - e nella consistenza attuale del paese, dell’Italia della Repubblica, per il resto disancorata e disarmata. Ma in un’ideologia, che lo sviluppo mette in capo al protestantesimo, la moltiplicazione della ricchezza. Senza specificare quale protestantesimo – Max Weber, cui si fa ascendere questo legame, si limitata a argomentare del pietismo, il luteranesimo più vicino alla cattolicità. E trascurando la primissima ricchezza capitalistica, quella dei toscani, in tutto papalini, e poi, nella Controriforma, dei lombardi, e in questo dopoguerra del cattolicissimo, democristianissimo, Triveneto.
L’opinione antipapalina era condivisa ma anche criticata da nostri maggiori pensatori nazionali. Per Machiavelli non c’era rimedio: il papa era impotente a unire l’Italia, come tentava da secoli, ed era abbastanza potente da impedire che altri lo facesse. Guicciardini, che ne discusse con Machiavelli, invece non faceva un gran danno della mancata unità: il papa, che la impediva, preservava la fioritura delle cento città.

Regine – Contraddicono molto femminismo, quello vittimista. Ce ne sono sempre state molte, anche nell’antichità, e in ogni luogo. In titolo e – a Roma, per esempio – di fatto. In Europa anche in titolo, anche nei secoli, fra il Trecento e l’Ottocento, quando la “condizione femminile” si è deteriorata in diritto, Elisabetta d’Inghilterra, Caterina dei Medici, Maria Teresa – e poi la regina Vittoria – furono sovrane autorevoli e indiscusse. E pure in Russia, così per altro verso retrograda, che nel Settecento fu modellata da tre zarine, Anna I, Elisabetta I, e Caterina la Grande.
Elisabetta fu la regina che fece grande l’Inghilterra. Caterina dei Medici fu la sovrana che, per il bene e per il male, modellò la Francia e in larga misura la salvò per la futura grandezza. Maria Teresa fece grande la casata degli Asburgo e l’Austria-Ungheria. Cecilia Bartoli fa scoprire, cantando i reperti italiani degli archivi del Marinskij, tre zarine che “fecero” la Russia moderna nel Settecento come e forse più di Pietro il Grande.

Machiavelli celebra Caterina Sforza, una che si fece tre mariti in pochi anni, dopo essere stata sposata a 14 anni a Girolamo Riario, di 34, figlio del papa. Morto Girolamo assassinato quando ne aveva 25, si sposò un giovanotto senza nome. Che presto scomparve, per un terzo marito, Giovanni lontano parente dei Medici, col quale concepì Giovanni delle Bande Nere. La cui virtù è poca cosa rispetto a quella della madre.

Russia – Il “paese del sole assente” la disse Alexander Sumarokov, il direttore del primo teatro di San Pietroburgo, lui stesso drammaturgo, “il Racine del Nord”, nonché “fondatore della moderna letteratura russa”, nell’“Alcesti” – che il compositore Raupach, arpista immigrato da Stralsund, musicò, la prima opera in qualche modo russa.

astolfo@antiit.eu

Fuori l'io, dentro Hitler

A un certo punto, argomentando, a Derrida viene un dubbio. Se l’analitica esistenziale – se Heidegger, se il Dasein invece dell’io – non apra “uno iato”, non lasci “fragili” i “fondamenti etici, giuridici, politici della democrazia” e “tutti i discorsi che si possono opporre al nazionalsocialismo sotto tutte le sue forme”, cioè al “peggio” – l’ordine morale, si sa, non si discosta dall’io e da Kant, l’innominato.
A questo punto il derridesco si scioglie, accessibile, la preoccupazione dev’essere seria. Ma subito si ricompone. C’è da lavorarci, è questa “la questione che  potrebbe anche essere un compito”: giovarsi “dell’analitica esistenziale in ciò che essa incrina nel «soggetto» e orientarsi verso un’etica, un diritto, una politica (queste parole sarebbero ancora adatte?), cioè un’«altra» democrazia (sarebbe ancora democrazia?), in ogni caso verso un altro tipo di responsabilità che protegge”, contro il “peggio”.
Siamo nel 1989, il nazismo di Heidegger è ancora tema pudico. Ma il dubbio va al cuore della questione. Che non è di opportunismo, o carrierismo, o beato provincialismo, da contadino svevo, ma il giacimento spesso della “rivoluzione conservatrice”. Che si lascia pressoché intonso, benché pieno di umori. Pur nel gergo esoterico di Derrida, il dubbio resta. E anzi si rafforza col rifiuto dell’animalità: “È a partire dal Dasein che Heidegger determina l’umanità dell’uomo”. Con un radicalismo “inquietante”: “Mai la distinzione tra l’animale (che non ha o che non è un Dasein) e l’uomo non è stata così radicale, né così rigorosa nella tradizione filosofica occidentale  quanto in Heidegger. L’animale non sarà mai né soggetto né Dasein. Non ha neanche inconscio (Freud), né rapporto all’altro come altro, neanche fosse un volto animale (Lévinas)”. Derrida si dibatte – “il discorso heideggeriano sull’animale è violento e imbarazzante” - ma finisce per sostenere Heidegger perfino con Spinoza – l’avesse saputo, il mago di Meßkirch
Per il resto, dopo tanta decostruzione, Derrida è indeciso tra il soggetto e il Dasein: “Il Da del Dasein si singolarizza senza essere riducibile ad alcuna delle categoria della società umana (io, essere razionale, coscienza, persona), proprio perché queste lo presuppongono”. C’è, malgrado tutto, commistione. Meglio un soggetto dunque, solo meno dogmatico? “Il soggetto è anche un principio di calcolabilità”, in politica, nel diritto e nella morale. E “il calcolo serve”. Ma “il calcolo è il calcolo”. Mentre non si può, e non si deve, privarsi “dell’incalcolabile e dell’indecidibile”. Si salva intercettando il soggetto “ostaggio” di Levinas: “Il soggetto è responsabile dell’altro prima di esserlo di sé come «io»”. Insomma, seppure inconfessabile: la decostruzione come rivoluzione, e non negazione, del soggetto.
Il saggio è in forma d’intervista con Jean-Luc Nancy. Il quale vuole solo farsi confermare dal maestro la sua summa anticartesiana di dieci anni prima, 1979, “Ego sum”. Derrida non si sottrae, ma si contorce: “Il soggetto non c’è mai stato per nessuno, ecco ciò che volevo cominciare a dire. Il soggetto è una favola, l’hai mostrato bene”. Il mondo è una favola, certo, la storia. Si aggroviglia. “Non dimentichiamo le messe in guardia di Nietzsche nei confronti di quel che può legare la metafisica alla grammatica”, ammonisce. Ma dal lato opposto di Nietzsche, per la grammatica e per la metafisica:”Come disfarsi di questo contratto tra la grammatica del soggetto o del sostantivo e l’ontologia della sostanza o del soggetto?” Forse non dovremmo, se proprio non possiamo. 
Si dice per dire, ovviamente – un filosofo senza l’io (oh, Heidegger) non esisterebbe. Diciamo: per allargare le frontiere dell’Io? Tanto più che “Nietzsche e Heidegger, quali che siano le differenze, anche forti, tra loro, si sono mostrati sospettosi nei riguardi della metafisica sostanzialista o soggettivista, e tuttavia hanno continuato ad accreditare la domanda «chi?», e hanno sottratto il «chi» alla decostruzione del soggetto”. Un soggetto adulterato, tanto per non dirlo più tale? Con Derrida, sempre affannato e simpatico, possono cadere le braccia.
Il finale è MasterChef. Il “chi” ritorna dalla bocca. “Si deve ben mangiare” è anche “si deve mangiare bene”, e “si deve mangiare Bene”. Si può, alla maniera sempre di Levinas: “Non si mangia mai da soli, ecco la regola del «si deve mangiare bene». È una legge dell’ospitalità infinita”. Il rovello però è quello: “Auschwitz”.  E “il silenzio di Heidegger sui campi – questo silenzio quasi totale, a differenza di ciò che fu il suo silenzio in merito all’adesione al nazismo”. Il filosofo prende tempo: cos’è “Auschwitz”? “Qual è qui il referente? Si fa un impiego metonimico di questo nome proprio? Se sì, cos’è che lo regola? Perché questo nome piuttosto che quello di un altro campo”… 
Jacques Derrida, “Il faut bien manger” o il calcolo del soggetto, Mimesis, pp. 48 € 3,90

mercoledì 1 aprile 2015

Secondi pensieri - 212

zeulig

Decostruzione – È dissoluzione. Può essere un gioco mentale, come un gioco linguistico. Se è un canone teoretico è la dissoluzione del linguaggio. Non per una diversa - decostruttiva – ricomposizione. Una dissoluzione terminale, confinante col silenzio, magari irridente – “beato” nel vocabolario di Derrida. Altrimenti ricompone comunque un soggetto.
Eliminare la volizione (coscienza, io, essere razionale, persona), è dissolvere le parole come granelli di sabbia, e gli stessi concetti, compreso quello di decostruzione. Fermo restando – ineliminabile contraddizione - il soggetto dissolutore, la volontà costruttiva.
È a questo laccio che Heidegger, filosofo rustico, granitico, calloso, di poche verità, celate ma semplici, perfino brutali, prende la farfalleggiante fantafilosofia della salmodia, della spirale esegetica.

Dio – Perché non sarebbe il “libero arbitrio”? Lutero con Erasmo non se lo dicevano, pur disputandosene entrambi la privativa, di Dio e del libero arbitrio. Ma poco prima Machiavelli vi faceva appello, nel capitolo finale del “Principe”, o dell’Italia – della Fortuna dell’Italia.

C’è un abisso tra il libero arbitrio di Giovanni Pico, o ancora di Erasmo, e l’impossibile fardello della libertà di Kierkegaard, sotto un cielo dissacrato dacché Dio s’è ritirato dal mondo.

Il Lutero epicureo dei “Discorsi a tavola” nega a Erasmo il libero arbitrio e poi dice: “Perfino Dio non può nulla senza uomini saggi”. Ma lui allude a se stesso, i profeti anzitutto profetizzano di sé.

Esempio – Non manca mai. Gli esempi non mancano a nessuna tesi. È nella natura dell’esempio – che però non ha nessuna verità più dell’assioma: di testimoniare. Anche la testimonianza non manca mai, che non decide nulla. Se non in diritto. Sia pure la testimonianza del martire, di chi sacrifica la sua vita, magari tra i tormenti – e se fosse un masochista?
Anche la storia: è sempre esemplare e non lo è. Non è definitiva, nemmeno decisiva, se non come ornamento o supplenza, una mascheratura.

Libero arbitrio - Discussero Erasmo e Lutero, uomini pii, e altri a lungo, se la volontà è libera oppure no. Ai quali Locke giustamente obietterà che “la domanda è illogica, giacché me la pongo”. Boezio avrebbe detto che il libero arbitrio va col tempo, la provvidenza con l’eternità – Boezio che la regina Elisabetta degli elisabettiani leggeva trepida la notte e si tradusse in inglese. Ma la volontà non è libera, la volontà di fare, bene ordinata. Per il peso della genetica, o dell’astrologia, della storia, della prima gabbia dell’etica kantiana, sia pure nella formulazione di Max Weber, dell’etica della responsabilità. E si fa presto a dire: “Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua persona e in ogni altra, sempre come fine e mai solo come un mezzo”. O: “Porgi l’altra guancia”. Se l’altro non ha gli stessi fini della “Critica della ragione pura” bisogna fare a pugni. O delinquere. Ecco, si è liberi di rompere.

È l’anarchia. “Se la ragione potesse”, obietta Casanova, “dovrebbe piuttosto uccidere il libero arbitrio”, invece di stare ad aspettare “di farselo col tempo amico”

Profetismo – Funziona sempre perché non costa. Non si paga. “Nella sommossa ho ucciso tutti i contadini. Ma rovescio la responsabilità su Nostro Signore che mi ha ordinato di parlare”, questo non è Rabelais o Simplicissimus, né il diavolo, ma il monaco agostiniano Lutero. Che lo soleva dire, dieci anni dopo aver inforcato come moglie legittima l’ex monaca cistercense Katharina de Bora, nell’anno fausto 1525, lo stesso nel quale i suoi principi trafissero in battaglia, e accecarono, afforcarono, decapitarono, bruciarono vivi centomila contadini. Col rischio che la Germania restasse senza patate.

È il pietismo superiore al cicisbeismo, il dottor Lutero a Casanova? I predicatori sono grandi assassini, che sobillano alla rivolta e poi incitano l’autorità a punire i ribelli.

Soggetto - È indistruttibile. Anche perché darsi le martellate da solo non può essere decisivo, si smette un momento prima. Heidegger che sembra rimuoverlo radicalmente aveva i suoi motivi: lui era per se stesso, un soggetto super – e per il Volk e la Heimat, un Dasein  molto semplice. E comunque, che martellatore!
Non riciccia per la metafisica. È la metafisica che vi si accuccia sotto, saprofita. Serva fedele o insidiosa? Questo ancora il soggetto non se lo è chiarito. E non è questo saprofitismo endorganico?

Uno\due – Resta introvabile. Era il presidente Mao? O “Sils Maria”, la poesia di Nietzsche. O Socrate, che era un cinico, beffardo. O Dante: “Ed eran due in uno e uno in due”. E l’aritmetica: le moltiplicazioni vanno a gruppi di almeno due per uno, uno per uno fa uno.
L’Uno che si fa Due, ora rituale, sé e il mondo, la regola e l’eccezione, lo stesso e l’opposto, la dialettica povera dell’amato boia, il fratello Caino, il diavolo santo, fu dissociazione penosa di Nietzsche. È principio alchemico: ciò che è intero deve dividersi, per moltiplicare la vita – o è il contrario, che il due deve farsi uno, la coincidenza degli opposti di Giordano Bruno? Nietzsche ne fu perseguitato da ragazzo: è una voce, scrisse all’esordio, che “mi costringe a parlare come se fossi Due”. È lo spirito profetico, magari è la coscienza – il soggetto (il sé) è indistruttibile.

Urban-ità (-esimo) – È all’origine del’accumulazione e dello sviluppo, economico e anche intellettuale.  Per la rendita urbana, che è all’origine dell’accumulazione capitalistica – la più cospicua, insieme alla fenerazione. E per lo scambio sociale, che è anche competizione, il motore della competitività.
La prima area ricca dell’Italia moderna, la Toscana, era già nel Duecento la più urbanizzata. Aveva una popolazione di un milione di abitanti, di cui almeno un terzo viveva in città – borghi con 5 mila e più abitanti. La peste di Boccaccio, 1348, e quella del 1426 dimezzarono la popolazione, ma il decollo era ormai effettuato. Ancora nel 1500Firenze, con 70 mila abitanti, era la città più popolosa, più di Roma e di Napoli.

L’urbanità unifica. Nel senso proprio, della città. Che si fa risalire, in questo senso, alla città di Haussmann, uniformemente borghese, e cioè Secondo Impero francese. Ma la storia è nata prima della Francia, e della città borghese. Già Quintiliano lamenta che la scelta delle parole, la loro pronuncia, e i linguaggi fossero quelli derivati a cascata dai maggiorenti e le persone colte, “tutto il contrario della rusticità”, che ancora si portava a segno di autenticità – non detta, Quintiliano non si avventurava come Heidegger in parole vuote di senso e di senno come l’autenticità.
Al tempo di Marx, senza scuole, senza giornali e senza altri mezzi di comunicazione di massa, c’era una certa spontaneità popolare, comunque non borghese, o piccolo borghese. Ora “il linguaggio «popolare» non è altro che il linguaggio borghese imbastardito, generalizzato volgarizzato, imbalsamato in una specie di «senso comune»”, scrive invece Barthes quarant’anni fa, “un purgatorio”, che sarebbe “rivoluzionario” evitare.
L’urbanità era di città murate. Firenze fino al 1870, Milano fino a metà Ottocento. Cioè chiuse in se stesse. La “liberazione” di Milano peraltro era cominciata un secolo prima, a metà Settecento, quando le mura vennero trasformate dal governatore Pallavicini in passeggiata pubblica, con panchine, alberi e carrozzabili – più per esercitare il cicisbeismo, che ancora incanta Stendhal (“Roma, Napoli, Firenze, 1817”) il 10 novembre 1816, che per prendere l’aria.

Le città che più a lungo sono rimaste murate, Milano e Firenze, sono state le prime e più commerciali, affaristiche. La città murata è un fatto (Napoli, Torino, Palermo non erano murate, e le città naturalmente protette, Genova, Venezia) e un concetto. Roma era, anzi è, città murata ma senza esserlo. Per l’enorme estensione delle mura, un perimetro di orgoglio più che di difesa. E per l’apertura costante, nei suoi quasi tre millenni, all’immigrazione, anche quella ostile. Anche nei secoli bui di povertà, comunque sempre meta e ricetto di pellegrini, religiosi, prostitute, mendicanti.

zeulig@antiit.eu

Doppia oleografia, in Cina e a Cuba

Un libo en petit comité, in altri tempi consolante. Ma oggi? Sofri, che poi patrocinerà Neige narratrice presso Sellerio, scrive cose come: “La rivoluzione cinese fu un modello di metodo, la cubana un campione di irregolarità”. O: “Guarda come sono diversi! E come si somigliano!” In che cosa?
Neige De Benedetti, forse, si fa torto, che potrebbe fare a meno, a occhio, della combriccola di “Repubblica” del nonno Carlo. Ma la Cina non vuole pal-ol-eografie, e neanche Cuba.
Neige De Benedetti, Adriano Sofri, Giampaolo Visetti, Doppio rosso. Cina e Cuba. La differenza, la somiglianza, Skira, pp. 160, il., € 30

martedì 31 marzo 2015

La polveriera saudita

Specialista di politica estera, inviata del “Wall Street Journal” in Medio Oriente, responsabile del settore editoria del gruppo Dow Jones, di cui il marito Peter Kann è stato a lungo presidente, nel febbraio 2007 Karen House scrisse una serie di articoli per il quotidiano dopo un soggiorno di un mese in Arabia Saudita, ora raccolti in libro. Mescolando le cose viste con le conoscenze maturate negli anni. Non un giornalismo investigativo, anzi piuttosto ufficiale, ma problematico.
“La sua gente, il passato, la religione, le linee di frattura – e il futuro” è il sottotitolo. Il monolitismo è quello che si vede. Una casa regnante di fratellastri, che hanno saputo evitare le guerre fratricide, Uno stato patrimoniale nel senso weberiano, cioè di cosa “privata” della famiglia regnante, con ruoli e quote per ognuno dei duemila, ormai, principi reali. Con un governo che è un consiglio della Corona, di burocrati al servizio del re.
Tra i punti di frattura viene in primo luogo l’anomalia stessa che finora ha fato la fortuna del regno: lo Stato patrimoniale. Un caso unico in tutto il mondo. La famiglia regnante gestisce ogni forma di potere politico, e ogni attività economica, sia finanziaria che industriale e tradizionale. L’economia è pertanto privata-pubblica, nel senso che dipende dagli investimenti della famiglia regnante. Nella stessa penisola arabica, gli altri principati sono molto più avanti verso una modernizzazione nel senso dei diritti civili, se non politici, e della libertà di opinione. In Arabia Saudita un potere in qualche modo costituzionalizzato è escluso. Come spiega il principe al Turki, ex governatore di Riad, una democrazia in qualche modo rappresentativa avrebbe un solo esito: “Ogni tribù si farebbe il proprio partito”
La famigli reale è a  suo modo un piccolo parlamento. Diviso in clan, venti, tanti quante sono state le mogli influenti, cioè di tribù importanti, che hanno dato figli al fondatore della dinastia, Abdelaziz Ibn Seud (1876-1953). Dei venti, House ne conta ora otto importanti. E converge sull’opinione prevalente che dà un ruolo di spicco al clan dei Sudeiri, i figli della sesta moglie di Ibn Seud. Che ha avuto un solo re, Fahd, il predecessore del re appena deceduto, Abdallah, ma ha gli interessi prevalenti in tutti i settori economici e militari, e ha il sovrano in carica, Salman.
Altri punti di frattura sono molteplici e evidenti. Una popolazione cresciuta in sessant’anni da 3 a trenta milioni. Quindi in prevalenza giovane e molto giovane. Quasi tutta beduina e ora prevalentemente urbana. Una popolazione attiva limitata agli immigrati, circa nove milioni – dal Medio Oriente e dal subcontinente indiano. La quota saudita della forza lavoro è giovanile, e limitata ai diplomati, per impieghi pubblici. L’insegnamento è affidato alle autorità religiose. La modernizzazione è tutta esteriore: grandi strade, grandi edifici, grandi centri commerciali. Il diritto non è stato ammodernato, se non per la parte commerciale, relativa all’ex-import, e fiscale, relativa agli investimenti. Le donne non hanno nessun diritto, nemmeno di guidare l’automobile per fare la spesa ai centri commerciali.
La casa regnante House ritiene molto più moderna che il resto del paese. Ma necessariamente prudente.
Karen Elliot House, On Saudi Arabia, Vintage, pp. 320 € 16,60

Fisco, appalti, abusi (68)

I restauri di palazzi privati e di edifici storici appartenenti a Stati stranieri durano a Roma il tempo reale dei lavori da effettuare, di settimane e mesi. Quelli degli edifici pubblici, comunali o statali, e opere murarie pubbliche durano decenni.

Sono privati a Roma anche gli appalti del Vicariato e del Vaticano: cantieri a regola d’arte e consegne in temi reali. Anche dei conventi trasformati in alberghi.

A Firenze, a Boboli, ci sono tubi innocenti arrugginiti – c’erano cinque anni fa - del tempo in cui era sovrintendente Ugo Procacci.. Che lasciò l’incarico nel 1964, cinquant’anni fa.  

A Roma la scrittrice americana Jhumpa Lahiri, italiana d’adozione, frequenta il ghetto perché c’è la Biblioteca Americana, e perché ci si trova bene: In “In altre parole”, il suo primo libro scritto in italiano, ricorda: “Quando sono venuta in questa città per la prima volta, più di dieci anni fa, è stato il primo quartiere che ho scoperto”. Resta il suo preferito, per l’emozione sempre rinnovata del portico d’Ottavia. Al quale, dopo la prima visita, dedicò un racconto:che così lo descriveva: “Le colonne smangiate e circondate dalle impalcature…”. Quindi, considerato che “In altre parole” è stato scritto nel 2013, sono dodici anni, almeno, che il portico è “circondato dalle impalcature”.

Il Consiglio di Stato a palazzo Spada a Roma si fa un garage nel giardino. Una spese di molti milioni, con la rovina del giardino dopo molti secoli.
Se lo sta facendo da alcuni anni – almeno sei.

Un tempo, ancora nei primi anni della Repubblica, gli appaltatori delle opere pubbliche ci tenevano a distinguersi sdegnosi dai costruttori, palazzinari, immobiliaristi, speculatori,.

L’appaltatore Snam viene a sostituire i contatori del gas. Rompe qualche sportello, ne smura qualche altro, taglia i cartellini coi numeri degli appartamenti, e se ne va. 

lunedì 30 marzo 2015

Netanyahu alla roulette russa

Netanyahu vuole gli islamici divisi ma in armi. L’accordo tra Usa e Iran sarebbe la via principe per neutralizzare la bomba iraniana, ora e in ogni prevedibile futuro. Anche se, cioè, l’Iran dovesse deragliare e fabbricarsela. Netanyahu non lo vuole perché allora entrambi i fronti in guerra nell’islam, l’iraniano e – per semplificare - il saudita, si troverebbero come referente unico gli Usa, che quindi potrebbe pacificarli. Si capisce l’opposizione di Netanyahu, ma perché lui lavora in una prospettiva di guerra perpetua. E questo non si capisce.
Avendo centrato la sua politica sul non riconoscimento di un’entità palestinese, stato o territorio che sia, il suo Israele deve puntare alla guerra perpetua. La guerra perpetua non ha precedenti, quindi non si saprebbe giudicare. Ma gli esiti non sono finora positivi: Israele è con Netanyahu ma non è più sicuro. Oggi è meno sicuro di trentacinque anni fa, al’indomani di Camp David. Benchè abbia molti meno arabi al suo interno. Mantiene un grado ancora elevato di sicurezza per lo scudo Usa. Che è affidabile ma non è definitivo, e il tempo non aiuta.
L’irritazione di Obama nasca dal fallimento del suo disegno, ed è per questo temporanea. Ma dopo Obama? E dopo il dopo Obama? Il disegno di Obama era di riportare sotto l’ombrello  americano le tre componenti del conflitto, Iran e Arabia Saudita per semplificare, e Israele. Netanyahu lo ha fato fallire, ma in cambio di niente. Ha elettori sempre più fedeli – i coloni – ma nuovi al sionismo e meno affidabili, meno acculturati nel contesto internazionale. Più che agli scacchi sembra che giochi alla roulette russa, alla sfida contro se stesso.

Letture - 209

letterautore

Duetto - Rousseau e gli illuministi, il dottor Burney incluso, erano contro i duetti, o intrecci di melodie. Ognuno, ogni strumento, doveva cantare da solo.

Italiano – Fu la lingua franca fino a buona parte del seicento, fra letterati e artisti, prima d venire soppiantato dal francese. Ancora Montaigne si dilettava di scrivere in italiano, e poi Goethe padre e Voltaire – nella corrispondenza segreta con la nipote. Ritorna ora come lingua “scelta”, di elezione – non perché veicolare, cioè, o per nascita, formazione, nazionalità. Scelto da Edith Bruck, e ultimamente da Helga Schneider e Helena Janeczek, nate in tedecso, e ora da Jhumpa Lahiri, scrittrice americana molto apprezzata. Come già, un secolo fa, da Joyce e Pound, seppure allora come seconda lingua.

Liquidità – Ha sostituito la fusion, che aveva sostituito la leggerezza, nell’immaginario e come fondo della realtà. Tutto è liquido, la politica come la finanza e l’economia, la scrittura, la filosofia e l’etica. E un po’ fusion, come nella musica e in cucina. Ma sono ormai una quarantina d’anni tche siamo liquidi, leggeri e fusi: siamo ancora nell’età dell’acquario?

Machiavelli – Il cinquecentenario del “Principe” non è stato prolifico, né innovativo. Machiavelli, si sa, è fenomenale per le divergenze di valutazione. Per il bene e per il male non soltanto, anche per quello che “ha voluto dire”. Ma nemmeno questo gli ha giovato: tra 2013 e 2014 è rimasto vittima dell’Italia, della cattiva fama dell’Italia, in Italia e fuori. Dell’italiano. Sciocco e sporco, per antonomasia. Che Machiavelli, benché persona eccellente da tutti i punti di vista, come scrittore, umanista, filosofo, statista, è chiamato a impersonare.

Mani Pulite –Scivola via la fiction di Sky, senza mordente – dopo una promettente presentazione, che invece era rapida e esplicita, anche a mezzo innovativa. Come se i personaggi recitassero. Un copione già noto. Ma in modo particolare. Non – non tanto - perché i fatti e i personaggi in scena erano (per molti) già noti. No, perché la recitazione era realistica, cioè mimetica: rappresentava fatti e personaggi che già all’epoca davano la sensazione di recitare. Degli attori in un ruolo. Che esibivano. Chiusa la rappresentazione infatti niente è successo – o, volendo a tutti i costi un esito/causa, il peggio si è scatenato: carrierismi, superficialità, corruzione, terrorismo, violenza, in senso proprio e in ambito giudiziario (la specifica è necessaria perché la giustizia in Italia si ritiene incensurabile).
Uno sceneggiato che era insomma un artificio teatrale triplo. Gli attori di Sky mostravano di recitare dei personaggi che erano anch’essi maschere, e quasi caricature. E si esibivano al loro tempo – ma anche dopo - come tali.
Per conoscenza diretta dei fatti si può testimoniare che la questione che suscitava reali passioni all’epoca al palazzo di Giustizia di Milano era l’occupazione di spazi enormi, compresi i gabinetti, da parte della Procura, a danno del Tribunale. Nel mentre che si smantellava la politica e l’economia, a vantaggio dei soliti noti, nell’ambito della cosiddette liberalizzazioni – svendite a buon mercato del patrimonio pubblico.

Marina – L’arte del moto più antica resta la più esoterica. Della terminologia marinaresca non si dà mai il senso figurato. È arte complessa e precisa, non generica, ma non è un’eccezione, ce ne sono anche di più complesse che sono spiegate e percepibili. Il gergo di marina invece si vuole inspiegato. Si provi con un qualsiasi termine, orza, per esempio, o bolina.

Mosca - Robert Byron ci ha visto “una specie di Cinecittà, in cui i ruoli sono assegnati”, tra il Bene e il Male. Un secolo fa, quasi. Ma il destino prescinde dall’epoca?

Pubblico – È consustanziale all’autore.  “Il poeta scrive per il successo”, dice Saba: “Ciò che il poeta canta sono le sue colpe. E le canta per liberarsene, per confessarsi, per purificarsi. Se il pubblico gli volta le spalle, le colpe gli ricadono addosso, più tormentose di prima”.
Si può scrivere per se stessi, come parlarsi da solo. Ma con effetti deleteri.

Puritanesimo – Dà in ogni sua manifestazione, anche le più intransigenti, anzi specie in quelle intransigenti, l’impressione di voler essere al fondo peccaminoso. Non osceno, come è sempre il puritanesimo, ma orgasmico nel suo stesso configurarsi. Come una forma di masturbazione mentale. E come tale si presenta: non s’immaginano i suoi fulmini al coperto di aridi e rinsecchiti beghini e beghine col collo alto, ma come fermentazione e concupiscenza di carni roride, floride. In catalogo “Idols of Perversity”, l’antologia illustrata della figura femminile nell’immaginazione maschile del secondo Ottocento che Bram Dijkstra ha collazionato (qualcosa di analogo al Praz de “La morte, la carne, il diavolo”, deve essere presentato dall’editore americano con questo promettente anatema: “Questo è un libro pieno delle pericolose fantasie della Bella Gente un secolo fa. Contiene qualche scena di virtù esemplare e molte più di lurido peccato”.

Stendhal – “Il rosso e il nero “ Balzac accostava al “Principe”, a Machiavelli: “Il Principe moderno, il romanzo che Machiavelli avrebbe scritto se fosse stato bandito dall’Italia nel secolo XIX”. Ma non così lungo. “Il Principe” è di sole 80 paginette.

letterautore@antiit.eu

Il Pci è finito a “Chi”

“Un brutto bacio, lei si è ritratta”. Sergio Cofferati fa la confidenza al “Corriere della sera”. Lei è Susanna Camusso – il violentatore Landini. Fabrizio Roncone lo lusinga: “Quella di sabato, in piazza del Popolo, è stata una grande manifestazione. Ma istintivamente è venuta voglia di fare il paragone con quella che lei convocò nel marzo del 2002 al Circo Massimo…”. Convocò e non organizzò - tacendo che piazza del Popolo era semivuota: i giornalisti gossippari prendono per il culo sempre doppiamente le loro star.
Nella stessa pagina lo stesso giornale dà Luciana Castelina al rientro in politica, accanto a Casarini e Maltese. Tre ex giornalisti, Luciana di 86 anni. E nella pagina accanto propone con fotointervista uno sconosciuto deputato Pd che non dice nulla ma è pensoso e sfida Renzi – uno “stellino”. Inutile sfogliare “Repubblica”, è copia conforme.
L’età non lo consente, non consente gli scoop fotografici, ma i linguaggi sono quelli di “Chi”. Di gente contenta di sé, e comunque celebrativa. Che dice sciocchezze tranquillamente, ma – a differenza dalle stelline - le pensa anche, pensa di non dire sciocchezze.

Primo Levi familiare – o della ragione

Si penserebbe una lettura superflua, a fronte delle biografie particolareggiate, se non esaustive, disponibili, Camon, Anissimov, Belpoliti, Ferrero, Mesnard. E della disponibilità dello stesso scrittore, in interviste, memorie, testimonianze. Una volgarizzazione a uso delle scuole. E invece è una lettura arguta. E un ritratto nuovo. Nuovo e noto insieme: un Primo Levi privato, come’era, specie nel micragnoso cafarnao letterario. E umorale e controllato, come ognuno di noi.
Sessi ce lo fa seguire negli studi e il lavoro, la famiglia, le amicizie, le occorrenze. Nella forma, di “un uomo dal corpo fragile e dallo spirito tenace”. Con la vergogna del sopravvissuto, il rovello di avere scampato la morte per un privilegio. Di avere collaborato, per la propria sopravvivenza, alla morte abietta dei più – “È compito dell’uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine” (“I sommersi e i salvati”): la “zona grigia”, con cui Levi “mette in discussione anche e soprattutto se stesso” (Ferrero). E tuttavia un uomo soprattutto ragionevole, anche nella tragedia che furono i due terzi della sua vita - una ragionevolezza quale oggi non si riuscirebbe nemmeno a fantasticare.
Frediano Sessi, Primo Levi: l’uomo, il testimone, lo scrittore, Einaudi Ragazzi, pp. 157 € 10

domenica 29 marzo 2015

La domenica senza le Palme

Mimose a ogni angolo per l’8 marzo, e al semaforo. Un rametto, cinque euro. Piove, ma è una festa. La domenica delle Palme è primavera festosa ma non si trovano le palmette intrecciate. A Roma solo a san Pietro, nel sottopassaggio.
Tengono le treccine chiuse nel borsone due rumeni. Timidi e precisi, come sono i carcerati – o vengono da sotto il ponte. L’intreccio hanno fatto a giglio, il labbro superiore adornando con la figurina del papa. Chiedono un euro.
Al ritorno, dopo un’ora, i due non ci sono più. Il borsone sì, loro no. Avranno avuto bisogno di bere. O non c’era richiesta.
Forse li hanno sloggiati: il sottopassaggio è degli ambulanti delle borse false, malinké e altri animosi africani. Uno estrae una treccia dal borsone, la odora, prova a farne omaggio alle ragazze di un gruppo che passa, irridente come sono sempre questi giovani senza ventura.





Problemi di base - 221

spock

Ma questa proscrizione della prescrizione è un vittoria del diritto o una sconfitta?

E che ne dice l’Europa?

Siamo o non siamo nel novero delle nazioni civili?

Perché il ministro Poletti non manda a lavorare i giudici?

Perché Immobile gioca in Nazionale se non gioca in nessuna squadra?

Quanti gol ha fatto il centravanti Immobile in Nazionale?

Immobile, nomen omen?

Perché i brasiliani, anche italianizzati, tirano in porta, e gli italiani tirano fuori? Gli manca il centro

Perché Rai Sport dice sempre che la colpa è della Juventus, vuole regalare gli ascolti a Sky e Mediaset?

spock@antiit.eu

I gesuiti, che spasso

Una celebrazione dei “ricordi che si fingon rimorsi”. Senza cinismo.
S’intitolava “Tentazioni” il racconto che, in “veste purgata e rivista”, sarà “L’amico gesuita” dell’omonima raccolta dieci anni dopo, 1943. Nel 1934, a 27 anni e senza professione, in vacanza prolungata sul lago d’Orta con l’amico Bonfantini che sarà il suo patrono editoriale, Soldati fa  prove di scrittura. Al compagno di scuola che si è fatto gesuita, incontrato alla stazione, opponendo il sesso e il vino.
“Il sesso, per Soldati, è inseparabile dal male”, attesta Garboli nell’introduzione. Lo avrebbe saputo da Soldati stesso. Ma in questo caso sarebbe archeologia: chi ci crede più?
Garboli attribuisce la fisima alla scuola dai gesuiti. O alla madre. E rafforza l’assunto accostando Soldati a Baudelaire. Per il quale pure c’era la mamma, ma non i gesuiti. Mentre è evidente, anche in questa primizia, l’ironia. Che non è esattamente indifesa – o bisogna dire che a scuola dai gesuiti Soldati si liberò, mentre Baudelaire, non avendo scuola, restò impaniato?
Soldati, beato lui, si divertiva, anche al confessionale.
Mario Soldati, Tentazioni